MATERIALISMO DIALETTICO

ALCUNE VALUTAZIONI SUI RAPPORTI TRA GLI STATI E SULL'EVOLUZIONE DELLA SITUAZIONE POLITICA INTERNAZIONALE.

Il dato più generale e, nello stesso tempo, più significativo della nuova fase storica che viviamo da almeno un decennio (dissoluzione dell'URSS), è l'ormai avvenuta rottura dei vecchi equilibri imperialistici e la conseguente tendenza alla formazione di nuovi blocchi ed alleanze. Dalla fine della seconda guerra mondiale, nell’area America settentrionale- Europa occidentale, abbiamo assistito ad una delle più lunghe epoche di pace tra gli stati. Per diversi decenni l'equilibrio imperialistico è stato fondato su uno speciale rapporto USA/URSS, solo apparentemente paritario: consenziente la stessa URSS, gli USA hanno sempre rappresentato l’imperialismo egemone, mentre, da parte sua, l'URSS, fino agli anni più recenti, ha rappresentato, se pure in modo subalterno, l'unico polo imperialistico alternativo. Lo dimostrò, a suo tempo, l'orgoglioso rifiuto del piano Marshall e la competizione del preteso "sistema socialista" con quello capitalistico, non escludendo inizialmente (Stalin) nemmeno l'eventualità di una nuova guerra. Gli scontri interimperialistici successivi alla seconda guerra mondiale e le varie crisi locali sono state sempre risolte in questo quadro di riferimento, per cui la loro conclusione rientrava comunque in quell'equilibrio di fondo scaturito a Yalta, dopo la seconda guerra mondiale. La fine dell'URSS implica la rottura di quell'equilibrio fondamentale- (nel senso dell'egemonia USA accettata dalla stessa URSS) -, però, proprio per questo, implica anche la fine di quell'epoca "pacifica", che allora (Yalta) fu inaugurata. E ciò riconferma la visione del marxismo, secondo cui, nell'epoca dell’imperialismo e, dunque, almeno dalla prima guerra mondiale, i periodi di pace tra gli stati imperialisti debbono essere considerati periodi di interguerra, fondati su un sostanziale equilibrio di interessi tra gli stessi stati imperialisti.

La fine dell'equilibrio di Yalta poteva avvenire in due modi:

  • con il superamento dell'imperialismo più forte da parte dell'imperialismo più debole, attraverso il successo economico- politico- militare della pianificazione sovietica;
  • con la crisi interna di uno dei due blocchi e la conseguente riproposizione di nuove regole del gioco.

E' di tutta evidenza che è quest'ultima eventualità che si è verificata.

Tuttavia, qualunque sia il cammino intrapreso dalla storia, definitivamente scomparso l'equilibrio precedente, un nuovo equilibrio duraturo degli interessi imperialistici può formarsi solo attraverso una nuova guerra generale imperialista. Ogni nuovo equilibrio consiste infatti in una nuova ripartizione del mondo tra le maggiori potenze e questa, in regime capitalistico, non può farsi se non sulla base della forza e della sua dimostrazione.

A proposito della crisi dell’URSS e dei paesi dell’Est, l’ipotesi più favorevole alla ripresa del movimento proletario e rivoluzionario mondiale, conseguente a quella stessa crisi, sarebbe stata quella che l’URSS avesse dichiarato la sua estraneità al comunismo sotto l’onda d’urto di un nuovo potente movimento di classe nella stessa URSS. Tuttavia dobbiamo riconoscere che, pur avendo legittimamente ammesso tale ipotesi nei decenni trascorsi, si trattava più che altro di una speranza, dimostratasi poi poco fondata. Non poteva non essere che così: quel che è accaduto nell'ex Unione Sovietica nel decennio trascorso, e che sta ancora oggi accadendo, è la conclusione (o, almeno, l’inizio della conclusione) di un processo, che ha avuto la sua origine nella sconfitta proletaria degli anni ’20. Una nuova ondata rivoluzionaria, ed un nuovo proletariato rivoluzionario, saranno il prodotto della dissoluzione e della distruzione oggettiva degli elementi economici e sociali che allora hanno determinato la vittoria del Capitale. In primo luogo della possibilità materiale della corruzione opportunistica della classe operaia da parte dei paesi occidentali, attraverso gli enormi extra profitti derivanti dallo sfruttamento imperialistico del mondo intero. E’ questo processo di dissoluzione e di distruzione, che è necessario auspicare ed analizzare con precisione scientifica.

Altra questione significativa delle attuali linee di tendenza dell'evoluzione dei rapporti sociali e dei rapporti tra gli stati è la rinascita dei nazionalismi, che hanno avuto notevole impulso dalla riunificazione tedesca in poi.

L'idea di nazione è l'idea con la quale la borghesia propone a tutti gli strati sociali l'unione di tutte le forze per difendere interessi comuni, camuffando per interesse comune quello che in realtà è un suo specifico interesse. Tuttavia un conto è stata l'idea di nazione nell’ottocento, quando corrispondeva alle esigenze di una classe rivoluzionaria che doveva prima di tutto formare un unico mercato e quindi uno stato su basi almeno nazionali; un altro conto è il nazionalismo di questo secolo. Esso non si configura più come l'ideologia della classe allora rivoluzionaria, ma corrisponde, con intensità e forme diverse, sempre più direttamente agli interessi imperialistici di stati già pienamente borghesi. Esplode irrazionalmente nelle epoche di crisi sociale e prelude quasi sempre a periodi di guerre tra gli stati, come il nazionalismo dei primi decenni del secolo XX. L'esplosione dei nazionalismi attuali ha nuovamente un significato ideologico di copertura di interessi imperialistici, collegati alla crisi dell'ordine mondiale precedente ed alla formazione di un nuovo ordine imperialistico. Le masse popolari approdano con estrema facilità a questa falsa coscienza, alimentata anche da motivazioni consistenti, sia storiche che etnico - religiose, specie quando, nello scenario sociale, è assente ogni programma rivoluzionario. Se il nuovo nazionalismo balcanico ed ex- URSS è legato alla crisi di quei sistemi, quello risorgente nella Germania rappresenta proprio il trait- d'union tra la crisi del vecchio ordine mondiale e la tendenza alla formazione del nuovo. Non è un caso se le nuove tendenze nazionaliste in ogni parte del mondo hanno ricevuto nuovo impulso proprio dalla unificazione tedesca.

Il rapporto di sfruttamento tra paesi imperialisti e zone arretrate del pianeta ha posto, in questi ultimi anni, problemi sempre più laceranti e insolubili, come si è dimostrato fin dalla guerra del golfo del 1991. L'intervento imperialistico nelle zone arretrate è sempre più massiccio, il che, da un lato, permette ai paesi arretrati di progredire nella loro struttura economica verso rapporti capitalistici più moderni, che facilitano lo sviluppo delle interne forze produttive, ma, dall'altro, mantiene e costringe sempre di più tali paesi in condizioni di sfruttamento. Perciò le crisi locali continuano a non essere risolte e sono sempre più numerosi i paesi che cercano di uscire dalle grinfie dell'imperialismo attraverso una vera e propria preparazione bellica. Tali crisi, nella misura in cui si allargano e si acutizzano, non potendo essere risolte nel quadro degli attuali movimentati rapporti tra gli stati, segnaleranno sempre di più l'inevitabilità dello sconvolgimento bellico dello "status quo".

Il flusso migratorio dai paesi poveri verso le metropoli imperialistiche, prevedibile in misura grandemente progressiva nei prossimi anni sulla base di quanto avvenuto e sta avvenendo, incute terrore a tutti i governi dei paesi imperialisti, che ne parlano come la peste del duemila, perché potrebbe riproporre, proprio nei centri dell'imperialismo mondiale, una consistente tendenza alla riorganizzazione di una classe proletaria, specialmente se si dovesse formare una sostanziale solidarietà organizzata tra gli stessi immigrati e almeno una parte della classe operaia metropolitana.

Oltre a tutti gli aspetti generali sopra sinteticamente ricordati, gli scontri bellici in atto sono numerosissimi e la tendenza è al loro aumento e aggravamento dopo la crisi dell'impero sovietico. Basta dare uno sguardo alle cosiddette zone calde del pianeta per rendersene conto. Nel Sud America e in Centro America esiste una guerriglia più o meno diffusa ad Haiti, Guatemala. S.Salvador, Nicaragua, Columbia, Perù, Bolivia e grandi paesi come il Cile, il Brasile e l'Argentina sono cronicamente in crisi per l’enorme indebitamento. La stessa situazione di grave crisi economica da indebitamento è in Africa, dove sono presenti anche moltissimi casi di guerra o di guerriglia: Algeria, Sahara occidentale, Angola, Sudan, Mali, Liberia, Togo, Ciad, Mozambico, Etiopia, Somalia, Gibuti, mentre in Sud- Africa resta irrisolta il problema della segregazione razziale. Il Medio Oriente resta la zone più esplosiva del pianeta e, dalla guerra del golfo, anche la Turchia potrebbe essere coinvolta in una nuova esplosione bellica per effetto dell'irrisolto problema del Kurdistan. Gli stati dell'Asia centrale sono in grave crisi economica da indebitamento come quelli africani e centro e sud americani ed inoltre situazioni di guerra e di guerriglia permangono in Afganistan, India, Pakistan e Bangladesh. Nel Sud- Est asiatico c'è lo stesso problema dell'indebitamento e una situazione di guerra e di guerriglia in Birmania, Cambogia, Filippine, Sri Lanka, Indonesia, Nuova Guinea. Nell'Europa orientale sono esplose e sono in corso guerre tendenti a coinvolgere non solo i Balcani e lo sfaldamento dell'ex URSS. Si tratta ormai di uno scontro non solo economico, ma tendenzialmente anche bellico, per ora limitato ai Balcani e alla Georgia, all'Armenia, all'Azerbaigian e alla Cecenia. Si tratta di un semplice elenco sicuramente difettoso, che però dovrebbe farci chiaramente intendere come la posizione tattica, ed anche la semplice convinzione più o meno motivata, della evitabilità della guerra, abbia poco senso, se non per gli europei occidentali e i nordamericani.

Lo svolgersi di tutte queste tendenze (dai nuovi nazionalismi, al flusso migratorio e alle crisi belliche in atto), il loro ulteriore aggravamento in concomitanza con l'endemica crisi economico - finanziaria, è di per sé sufficiente a delineare una situazione storica oggettivamente diversa da quella uscita dalla conclusione della seconda guerra mondiale, una situazione che, senza ombra di dubbio, può essere qualificata come situazione di crisi generale del sistema capitalistico.

Questa semplice rassegna di punti nodali, caratterizzanti l'attuale situazione storica, pone al partito, ed anche ad un semplice nucleo di partito, compiti ben precisi, che vanno:

  • dallo studio sistematico e coordinato di ogni elemento dell'attuale situazione, tale che non contraddica le valutazioni più generali fondate sulla teoria del Materialismo storico e dialettico,
  • all'intervento organizzato, compatibile con il formarsi e il consolidarsi di un minimo di organizzazione omogenea su ogni piano, affinché il processo di formazione e rinascita delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato venga guidato, per quanto possibile fin dall'inizio, sulla strada maestra dello storico programma del marxismo rivoluzionario.

CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA GUERRA DEL KOSSOVO.

La prima considerazione è che gli avvenimenti passati e recenti, in Kossovo come altrove (in primis in Cecenia), confermano completamente l'esattezza delle tesi del marxismo rivoluzionario:

  1. La tendenza alla guerra generalizzata scaturisce da esigenze di cui nessuno dei protagonisti si rende conto fino in fondo. E' indubitabile che ci siano interessi economici specifici (in particolare nella contesa del Caucaso), di cui però nessuno parla apertamente. Al contrario, vengono date in pasto alla cosiddetta "opinione pubblica" finalità come quelle legate all'intervento 'umanitario', che sembrano pure e semplici favole. Così come il demagogico riferimento all'antirazzismo e alla futura società multietnica, che viene sbandierato di fronte alla cosiddetta "pulizia etnica" del regime serbo, paragonato con evidenti scopi propagandistici al regime hitleriano. La tesi che lo sbocco bellico è l'effetto inevitabile della logica del profitto è una tesi che nessuno (tanto meno i massimi dirigenti che decidono di questi avvenimenti) prenderebbe minimamente sul serio, mentre il marxismo sa che è proprio questa la vera origine della guerra. E ciò dà la misura di quanto sia vera l'immagine, riferita ai cosiddetti protagonisti della politica internazionale, di "apprendisti stregoni".
  2. Da questa mancanza di consapevolezza deriva l'aspetto, apparentemente paradossale, che tutti gli stati fanno la guerra, nello stesso momento in cui i loro dirigenti affermano di volere la pace. Sembra incredibile, ma il marxismo autentico ha sempre affermato che il processo che porta all'inevitabilità della nuova guerra imperialista sarebbe avvenuto proprio così. Come spiegarlo? Tutti sanno, a cominciare proprio dal dilagante opportunismo operaio, che il benessere (relativo, ma pur sempre benessere rispetto alle condizioni di vita del resto del pianeta) di tutte le classi sociali nei paesi occidentali, è stato possibile proprio grazie a questi decenni di "pace"; dunque il consenso sociale non può che essere fondato sulla garanzia della pace. Per ottenere questo scopo, tutti i mezzi sono utilizzabili, compreso la guerra, purché sia mascherata da obiettivi nobili. E che cosa c'è di più nobile se non la "solidarietà umanitaria"? Dall'altra parte del fronte sbandierano che l'unico modo di garantire al mondo la pace è opporsi all'aggressione che stanno subendo, particolarmente ad opera dell'imperialismo anglo americano, ma in qualche modo aiutato dal subalterno imperialismo europeo occidentale. E così stanno demagogicamente sostenendo di essere i veri difensori della civiltà europea, fatta di valori anche spirituali (buttato a mare il falso socialismo e comunismo, hanno riscoperto l'ortodossia cristiana), contro il bruto materialismo occidentale, fondato esclusivamente sul potere economico.
  3. Si tratta evidentemente di pura propaganda ideologica di guerra da ambedue le parti; ma quello che salta agli occhi è che la progressiva intensità di tale demagogia, da un lato, e le difficoltà di una guerra - lampo, come forse avevano sperato sia gli americani in Kossovo che i russi in Cecenia, stanno proprio spingendo ad accelerare la crisi generale degli attuali rapporti tra gli stati, che è l'effetto ed insieme la causa di una progressiva crisi economica, politica, sociale e quindi anche militare del mondo intero.
  4. Se ci sarà una provvisoria soluzione dell'attuale crisi, o se, senza soluzione di continuità, si procederà da queste guerre a quella mondiale (processo che sicuramente verrebbe favorito da un'eventuale loro congiungimento con quella del Golfo, che non è mai cessata ed è continuamente rinfocolata dalle vicende legate alla quotazione del petrolio), non è dato sapere. Tuttavia è ormai del tutto evidente che il processo del coinvolgimento del mondo intero in una nuova guerra è irreversibile, per cui non è più possibile rinunciare a prendere nette posizioni.

Al di là delle intenzioni di gruppi e partiti, l'atmosfera storica è in via di ionizzazione e dunque non è più possibile stare nel mezzo: o si va da una parte o si va dalla parte opposta. Da ciò nessun comunista degno di questo nome dedurrà che bisogna schierarsi o con la NATO o con la Serbia, o magari domani con il blocco orientale compresa la santa Russia. I Comunisti si devono schierare per la Rivoluzione Comunista contro tutti gli stati imperialisti.

E' da questa esigenza che nasce la necessità di dare indicazioni chiare e sicure sul processo che riprodurrà la materiale tendenza alla Rivoluzione Comunista. Non è più ammissibile che i rivoluzionari evitino di parlare dei mezzi necessari per ottenere il loro scopo, e si limitino solo a parlare di Rivoluzione in modo generico. Da un'alternativa non si esce:

  1. O si afferma che la guerra mondiale, sbocco comunque inevitabile, impedisce ogni attività rivoluzionaria e allora di comunismo se ne riparlerà a guerra finita, se gli stati imperialisti (bontà loro) decideranno di fare la pace;
  2. oppure si afferma che, proprio durante la guerra (e, particolarmente, quando saranno bombardati anche gli americani e gli europei occidentali), potrà riprodursi l'attitudine alla lotta di classe e dunque la possibilità materiale di lavorare alla formazione dell'esercito rivoluzionario. E tale lavoro non potrà che svolgersi in un lunghissimo periodo di propaganda, agitazione e penetrazione negli eserciti. Ci sarà bisogno non solo di organizzazioni legali, ma soprattutto di quelle illegali, con l'obiettivo generale della Rivoluzione Mondiale e dell'instaurazione della Dittatura Proletaria. Obiettivo che presume la necessità di predisporsi alla guerra rivoluzionaria e, come posizione immediata, quella del disfattismo, cioè della collaborazione, per quanto possibile, alla disfatta dell'esercito del proprio stato.

E' ovvio che questi risultati (punto b.) presuppongono la rinascita e il rafforzamento prima di tutto del Partito Comunista, cosa possibile però solo se un tale partito, fin dall'inizio, propaganda quelle posizioni ed agisce, pur senza avventurismi, di conseguenza e coerentemente. E' vero che le forze attuali disponibili a lavorare in tal senso sono completamente distrutte o allo sbando, però l'unica alternativa è quella precedente (punto a.), che sottende la tesi che la guerra è la tomba della rivoluzione, tesi che fa il paio con quella che, in periodo di guerra, l'attività rivoluzionaria in un paese belligerante farebbe il gioco dell'altro paese belligerante, e che, dunque, l'unico modo per non schierarsi sarebbe quello di restare neutrali, insomma "né aderire né sabotare" di italica memoria.

Poiché le forze rivoluzionarie, oggi, sono praticamente inesistenti, ogni lavoro rivoluzionario va posto nella prospettiva della lunga guerra, come del resto si preannuncia da questi primi avvenimenti. Appare ormai evidente che non possa essere sostenuta la tesi che la lunga guerra caccia indietro il movimento rivoluzionario. Anzi è verificato che la guerra, all'inizio e soprattutto all'interno del paese più debole (nel caso specifico la Serbia), produce un'ondata di appartenenza patriottica, anche nella classe operaia. E', viceversa, nel suo prosieguo che è contenuta la possibilità della rinascita delle tendenze rivoluzionarie. Lenin sostiene che ciò è addirittura inevitabile, giudizio che, tuttavia, va riferito all'intera epoca storica delle guerre e delle rivoluzioni, aperta con la prima guerra mondiale, e non ad ogni singola guerra.

E' del tutto evidente che la tesi: "fermare la guerra all'inizio" non può che portarci in braccio alle correnti pacifiste borghesi, tra cui la più agguerrita è quella che fa capo al papa. Ed è ovvio che sia così: la guerra matura nel periodo precedente della pace; dunque, rivendicare la pace invece della guerra, non significa porsi al di fuori delle esigenze capitalistiche. Essere per la guerra o per la pace è la stessa identica posizione. L'unica politica anticapitalistica e quindi anche antibellica, ma non meno che contro la pace, è quella che si pone sul sentiero (non si tratta ovviamente di andare allo sbaraglio, aiutando gli stati imperialisti a far fuori i rivoluzionari) che porta all'organizzazione del "disfattismo rivoluzionario". Il che significa favorire la disfatta degli eserciti della propria nazione e l'organizzazione di eserciti altrettanto armati e provenienti anche dalla frattura degli eserciti borghesi: in tal modo la disfatta militare favorisce la conquista del potere politico, l'invito al disfattismo di tutti i soldati di tutti gli eserciti e l'organizzazione della guerra rivoluzionaria alla scala mondiale.

Le ragioni contingenti che hanno determinato l'esplosione della guerra attuale nella regione del Kossovo, in forma così violenta e difficilmente reversibile, non le conosciamo né le conosceremo, in quanto l'informazione, che pur viene data con dovizia di mezzi e notizie, è chiaramente un'informazione falsa e di regime, è propaganda di guerra. E' vero che gli scontri etnici sono parte essenziale della storia dei Balcani e la loro conoscenza approfondita potrebbe spiegare alcuni aspetti importanti, ma, al di là di questi, sono ancor più decisive le motivazioni che stanno a fondamento della politica dei maggiori stati imperialisti, in quanto queste emergerebbero comunque, oggi nei Balcani, ieri nel Golfo, in Africa e domani ovunque.

E' sufficientemente agevole, filtrando con semplice buon senso le notizie ufficiali, dedurre che lo scontro più importante di natura economica non è costituito dalla volontà di accaparrarsi particolari ricchezze locali o almeno di controllarne il mercato mondiale, ma è legato al prestigio delle varie centrali imperialistiche. Se questa guerra continuerà a evidenziare una sostanziale incapacità di iniziativa politico - militare degli stati che hanno dato vita all'Euro, nello scontro imperialistico finanziario a livello mondiale, la sua valutazione non può non risentirne nel confronto con il dollaro e con le altre monete forti, compresa la sterlina inglese, come di fatto è avvenuto in quest'anno. D'altra parte è possibile anche collegare le debolezze politico - militari dell'Europa, emerse nelle guerre balcaniche e anche nella guerra di Cecenia insieme al dinamismo finanziario specialmente del marco tedesco, alla volontà di rientrare nel gioco internazionale da parte della Russia, che, pur tra tutte le sue difficoltà, è pur sempre dotata di grande forza militare ed avrebbe, dunque, interesse a proporsi sullo scacchiere internazionale al posto di una risorta forza militare autonoma europea. Allora non sarebbe difficile scorgere nella cosiddetta destabilizzazione dei Balcani, come anticamera della destabilizzazione dell'Europa tutta, le intenzioni russe, più ancora di quelle della Serbia. In Europa, del resto, una forza militare competitiva, e nel contempo autonoma e unita, è del tutto imprevedibile, se non in tempi lunghi, in quanto l'unione monetaria senza una corrispondente unità politica, può reggere solo in condizioni di normalità, ma non in situazioni di guerra o di preguerra. Non si può escludere che il blocco che si sta formando comprenda i paesi capitalistici emergenti, Russia in testa, ma anche Cina, senza dimenticare gli esiti del recente scontro India Pakistan. In tal caso non è nemmeno impossibile che l'Europa occidentale, magari "obtorto collo" stia tutta nell'alleanza con gli USA.

Altra questione, che a volte affiora nelle notizie e nei commenti, ma mai con il rilievo che meriterebbe, è quella dell'autorità dell'ONU e della NATO. E' scontato per tutti che queste guerre, come già gli ultimi attacchi anglo americani all'Iraq, hanno dato il colpo di grazia all'autorità dell'ONU e hanno smascherato definitivamente l'impotenza di tale organismo ad assicurare l'ordine internazionale gradito agli USA, quale massimo gendarme mondiale. C'è bisogno di un organismo più flessibile, più efficace nei suoi interventi militari, perché ormai le frontiere degli USA sono il mondo intero e dunque dove si pone la tutela degli interessi americani, lì ci deve essere l'intervento, senza dover passare attraverso estenuanti trattative e a volte addirittura l'impasse dell'ONU. Gli USA non possono permettersi il lusso di insuccessi di questo genere, perché cedere in un punto significherebbe cedere la legittimazione del loro potere mondiale.

Altro punto di interesse, perché è strettamente legato alla demagogica preparazione del consenso alla guerra totale e generale, è quello del nuovo diritto internazionale, e in particolare del cosiddetto "diritto all'intervento umanitario". Qui girano interessi politici, militari e perfino economici di notevole rilevanza. Infatti sulla base di questo nuovo principio si può sostenere che nessuno stato è legittimato a mantenere la propria sovranità, in quanto questa è sempre assoggettata al giudizio "umanitario". E chi giudica se i famosi "diritti umani" sono rispettati? Naturalmente gli USA e il loro braccio armato, la NATO. Per affermare questo nuovo principio del diritto internazionale, gli USA sono anche disposti a sventolare il principio dell'autodeterminazione, vedi proprio il loro appoggio all'UCK. Ma è ovvio tuttavia che tali principi vengono affermati per non essere rispettati, quando l'interesse vada in direzione opposta (vedi Turchia e Curdi); intanto, sulla base di questo principio "umanitario", gli USA si arrogano il diritto di decidere se uno stato è ancora legittimato ad esercitare il suo potere territoriale, oppure no. Inoltre, all'intervento "umanitario", sono legati anche enormi interessi direttamente economici (la gestione degli "aiuti") e strettamente interdipendenti con quelli politico militari. Il giro degli "aiuti" umanitari ormai coinvolge a livello mondiale organizzazioni e stati che manovrano somme veramente notevoli.

Chi si oppone a questo nuovo ordine internazionale è legato alle vecchie forme giuridiche internazionali, come l'ONU e il vecchio diritto, secondo cui la sovranità degli stati è fondata sulla legittimità territoriale (la Serbia ha tentato di difendere l'integrità del suo territorio come si è formato storicamente). Ciò che, a prima vista, sconvolge ogni schema interpretativo, è il fatto che gli stati che detengono la supremazia mondiale attuale, gli USA in testa, sono anche quelli che spingono verso un sostanziale rinnovamento degli organismi e del diritto internazionale, cosa che tradizionalmente è sempre stata fatta dagli stati, che cercano di scalzare quelli che stanno in condizioni consolidate di supremazia. Sembrerebbe logico che ciò dovesse corrispondere agli interessi della Serbia o perfino della Russia, che invece sono arroccate nel difendere le vecchie istituzioni come l'ONU e il vecchio diritto internazionale, fondato sulla legittimità territoriale del potere degli stati. E allora una possibile spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che gli USA stanno cercando di dare una risposta preventiva alla presumibile esplosione, molto più massiccia di quello che non è stato fino ad ora, di grandi movimenti migratori e di inevitabili grandi lotte tra popoli, nazioni ed etnie, e naturalmente stanno cercando una risposta preventiva, compatibile con il mantenimento della loro posizione di massimo garante dell'equilibrio imperialistico. E ciò potrebbe costituire una spiegazione molto più profonda della apparentemente inspiegabile virulenza con cui la NATO ha iniziato e conduce questa guerra.

CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA RUSSO - CECENA.

La guerra in Cecenia, che ormai si trascina da parecchi mesi, è uno dei molti conflitti lungo la frontiera del grande blocco islamico che si estende dal Marocco all'Indonesia: scontri fra musulmani e non musulmani si sono avuti in Bosnia, Kossovo, Nargorno-Karabakh,Tagikistan, Afganistan, Cashmir, India, Filippine, Indonesia, Timor Est, nel medio Oriente, nel Corno d'Africa, in Sudan e in Nigeria.

Essa è dovuta ad almeno due cause:

  • prima di tutto, i maggiori stati musulmani in competizione, cioè l'Iran e l'Arabia Saudita, tentano ambedue di estendere la loro influenza sostenendo i musulmani in guerra contro i non musulmani;
  • in secondo luogo, russi e musulmani nel Caucaso del Nord si scontrano da più di due secoli. Gli zar hanno cercato di estendere il loro dominio nel Caucaso fin dal sedicesimo secolo e i combattimenti sono stati praticamente continui in quella regione fino alla metà del XIX secolo, quando la Russia finalmente sconfisse la resistenza di quelle popolazioni. Dopo la rivoluzione russa e durante la seconda guerra mondiale quei popoli tendevano a dichiararsi indipendenti e ciò indusse la Russia di Stalin a deportare tutti i ceceni nel Kazakhstan, dove rimasero in esilio sino a metà degli anni 50. Con il collasso dell'Unione Sovietica i ceceni si sono ribellati nuovamente, ma nel momento della loro vittoria, quando hanno sconfitto le armate russe nel 1996 e hanno raggiunto di fatto l'indipendenza, il nuovo stato russo, per niente diverso dall'ex Unione Sovietica, ha trovato la cosa inaccettabile e così, facendo appello al mai sopito nazionalismo russo, ha lanciato l'attuale campagna militare per soggiogare questi ostinati montanari musulmani.

La vittoria cecena della metà degli Anni '90 ha potuto significativamente approfittare della diaspora, in particolare dei loro compatrioti in Turchia e in Giordania, beneficiando pure dell'aiuto di alcuni governi musulmani. Ora, tuttavia, gli stessi governi, in particolare quello turco, esitano a sostenere i ceceni, poiché la loro indipendenza avrebbe ripercussioni inaccettabili per le minoranze del proprio paese, in particolare per i curdi.

Che si tratti di questioni di grande importanza mondiale lo ha confermato il vertice OCSE di Istanbul, che si è chiuso, alla fine del novembre scorso, con due documenti ambiziosi "per la sicurezza e la pace in Europa" e un accordo per la soluzione della crisi cecena.

I 54 Paesi partecipanti al vertice dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) hanno approvato:

  • la Carta della sicurezza europea
  • ,
  • la Dichiarazione di Istanbul
  • ,
  • l'Atto finale della conferenza
  • .

Si tratta di atti molto importanti, che illustrano significativamente il cammino compiuto nel processo, in atto da diversi anni, destinato a modificare sostanzialmente i rapporti internazionali, attraverso una nuova definizione di sovranità statale. L'OCSE riconosce "la responsabilità primaria del Consiglio di sicurezza dell'ONU per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali". La Carta afferma inoltre che si "esploreranno mezzi per aumentare l'efficacia dell'Organizzazione ad affrontare casi di chiara, grave e continuata violazione" della democrazia, del rispetto della legge e dei diritti umani. E' questo, si ricorderà, uno dei punti particolarmente rilevanti, specie in occasione del conflitto del Kossovo, in cui si è prepotentemente posto il problema dei rapporti fra autorità dell'ONU e della NATO.

La dichiarazione di Istanbul, accettata anche dalla Russia, contiene pure un accordo per una "soluzione politica" della crisi cecena con l'assistenza dell'OCSE. Il documento riconosce il diritto all'integrità territoriale della Russia, ma anche la necessità di alleviare le sofferenze del popolo ceceno; e ciò è chiaramente una premessa per l'eventuale intervento "umanitario". Tuttavia i russi hanno accettato di "invitare" il presidente di turno dell'OCSE, il norvegese Knut Vollebaeck, a visitare "la regione" (non si parla esplicitamente di Cecenia), ma hanno detto chiaramente che non hanno alcuna intenzione di accettare una "mediazione" dell'OCSE tra Mosca e Grozny, a conferma delle forti motivazioni ad andare fino in fondo nella repressione del movimento indipendentista ceceno. La loro determinazione a tenere gli occidentali fuori dal conflitto è tale che il ministro degli Esteri Igor Ivanov ha tentato, in quella occasione, perfino un baratto durante il suo incontro con la Albright: a sorpresa le ha allungato un documento in cui i russi promettevano di essere più concilianti sul contenzioso sull'Iraq all'ONU, se gli americani si fossero adoperati a non internazionalizzare la crisi cecena, come risulta dal resoconto apparso sul Corriere della sera del 20.11.99.

Ma la vera e più importante guerra della Russia non sta avvenendo solo nel Caucaso. Il Caucaso è un pretesto. I ceceni sono, appunto, un capro espiatorio. La guerra, specialmente se viene vinta, viene intesa come rivincita da parte di una nazione e di una classe dirigente che non si sono ancora riprese da quella che hanno ravvisato come la più terribile, la più umiliante delle sconfitte: la perdita del rango di seconda potenza mondiale e, soprattutto, l'abbandono definitivo del sogno di poter prevalere, nella cosiddetta "competizione", con l'imperialismo occidentale.

I russi sono convinti di aver perduto una guerra, specialmente per gli avvenimenti successivi al 1991: l'allargamento della Nato, l'allargamento dell'Unione Europea, e per concludere la politica euro - americana nei Balcani, con la decisione finale di arrestare militarmente, nel '99, le operazioni serbe di contenimento dell'influenza occidentale, attraverso il movimento indipendentista albanese, in Kossovo.

E' quello che risulta inequivocabilmente da questa intervista del capo del governo russo:

"Alla fine degli anni ottanta la Russia ha subito una sconfitta di entità economica paragonabile a quella del Giappone e della Germania nella seconda guerra mondiale. Germania e Giappone hanno poi saputo operare miracoli economici, anche se questo ha richiesto loro venti anni di duro lavoro….
La Russia ha bisogno di un governo forte, non di un ritorno al sistema totalitario, ma semplicemente di un governo federale di diritto che sia democratico ed efficiente….
La vita o la morte della Russia si decide in queste ore nel Caucaso settentrionale. Uno stato ribelle, autoproclamato, sostenuto dai segmenti estremisti di certi paesi islamici, è apparso sul territorio russo in Cecenia. Gli estremisti volevano che lo stato ceceno autoproclamato si sviluppasse in una grande Ichkeria (nome storico della parte sud- est della Cecenia) estesa dal Caspio al Mar Nero, cioè su tutto il Caucaso. Volevano separare il Transcaucaso dalla Russia, bloccando gli accessi all'Asia centrale.
Per contrastare questa minaccia strategica per la Russia, le autorità federali stanno agendo con risoluzione in Daghestan e Cecenia. Non credo che i leader occidentali avrebbero agito in modo diverso in una simile situazione."
Corriere della sera, 11.02.00

La questione sempre più lacerante del vecchio equilibrio imperialistico, che in particolare evidenziano la guerra del Kossovo e la guerra cecena, è che l'età degli stati e, a maggior ragione, degli imperi multinazionali è passata. Tuttavia la guerra cecena è molto popolare in Russia, così come del resto lo è stata quella in Serbia contro gli indipendentisti albanesi del Kossovo. Una cosa è per il momento certa: sino a quando i militari russi vinceranno, i politici russi non parleranno di deporre le armi a causa degli interventi degli stati occidentali. "Ciò che stiamo vedendo oggi in Russia è la faccia peggiore della democrazia elettorale", commenta (La stampa 17.12.99) Samuel P.Huntington, esimio professore all'Università di Harvard.

Per suscitare un così vasto e diffuso consenso, ci debbono essere delle forti ragioni materiali e ideali. E' proprio questo elemento che ormai fa intravedere le linee di tendenza della formazione, proprio nella decisiva Europa, di due nuovi blocchi destinati a scontrarsi in una nuova guerra mondiale.

Intanto non possiamo che registrare con fiducia rivoluzionaria il fatto che, proprio in Russia e proprio per il protrarsi della guerra cecena, si stiano ritrovando le genuine posizioni rivoluzionarie nei confronti della guerra imperialista e della Rivoluzione Comunista, così come furono a suo tempo elaborate da Lenin di fronte alla prima guerra mondiale.

Il seguente volantino, diffuso recentemente in Russia, ne costituisce la prova e la più fervida speranza.

"I soldati professionisti, la classe più modesta della società cecena, non stanno partecipando alla guerra. La ragione principale di ciò sta nel fatto che i movimenti borghesi di "liberazione nazionale" hanno perso il loro carattere progressivo. Alla fine del ventesimo secolo, sono incapaci non solo di raggiungere un qualunque tipo di miglioramento nelle condizioni delle masse, ma anche di creare un indipendente stato borghese che si possa muovere all’interno delle logiche capitalistiche. Durante la guerra del 1994-96, le classi meno abbienti della società cecena realizzarono una apparente vittoria – l’indipendenza di fatto della Cecenia. Ciononostante, tutti i reali frutti di questa vittoria, beneficiarono le classi superiori del paese, la cui indipendenza si rivelò, per i proletari, servire i loro interessi. La disillusione delle classi basse della società nella Cecenia indipendente, in un momento in cui il mondo non possiede un movimento della classe proletaria in grado di fissare la strada fuori da questo vicolo cieco, verso la rivoluzione proletaria, ha condotto a demoralizzazione e apatia.

La posizione che il proletariato rivoluzionario dovrebbe assumere nei confronti della guerra in Cecenia è l’unica possibile per i proletari rivoluzionari durante i conflitti inter - imperialisti dal 1914: sconfitta rivoluzionaria di entrambi i fronti e appello a trasformare la guerra imperialista in guerra civile, un appello ai soldati russi e ceceni a rivolgere le proprie pistole contro i loro oppressori. La borghesia del proprio paese è il nemico principale del proletariato, e, la sconfitta dell’imperialismo più forte è (come in ogni altro conflitto inter - imperialista) la più benefica per la lotta del proletariato: per questo motivo i soldati russi dovrebbero vedere la sconfitta dell’esercito russo come il male minore se comparato alla sua vittoria.

Un appello a trasformare la guerra imperialista in guerra civile non porterà un immediato successo. L’inizio della guerra imperialista è sempre accompagnato da furia nazionalista. Ma più la guerra continua, peggiori diventano i sentimenti di coloro che rinsaviscono da questa furia. Nessun trucco legato alla "idea nazionale" colmerà l’abisso tra borghesia e proletariato. Cannoni al posto del burro non faranno passare la fame. Lo stato borghese con Yeltsin, Zuganov, Putin o Primakov alla sua testa, è e rimarrà lo strumento della classe dominante e il nemico degli oppressi. L’attuale cambiamento delle politiche liberali in politiche nazional - patriottiche non dà e non potrà eventualmente dare al proletariato niente se non maggior spargimento di sangue, lacrime e privazioni. Con ogni ulteriore giorno di guerra, l’ammontare di sangue, lacrime e privazioni crescerà e con esso cresceranno l’indignazione, l’odio e la "decisività" del proletariato. Il 1914 è stato seguito dal 1917. La guerra aggressiva della borghesia predatrice sarà sostituita con l’unica giusta e santa guerra: quella dei proletari contro i loro sfruttatori.

Il capitalismo porta la guerra, così come le nuvole il temporale. La guerra è l’ultimo modo per sistemare le relazioni tra differenti "bande" borghesi che si autodefiniscono stati e per imporre il proprio controllo sulla classe, sulla cui fatica e sulle cui privazioni il sistema capitalista è basato – il proletariato. Solo organizzandosi in un’indipendente forza di classe, ostile a tutte le fazioni della borghesia, solo detronizzando il potere del capitale e stabilendo la propria dittatura su tutto il mondo, il proletariato potrà una volta per tutte porre fine alle guerre ed alla loro ragione – il capitalismo. Il capitalismo è un sistema criminale che ha ammazzato decine di milioni di uomini nelle guerre mondiali e locali del ventesimo secolo, un sistema che nasconde la sua mostruosa avidità, non fermandosi davanti a nessun crimine, dietro la facciata ricoperta di zucchero della "democrazia" e dell'umanesimo".