MATERIALISMO DIALETTICO

STORIA DELLA SINISTRA COMUNISTA

La fondazione dell'Internazionale Comunista (I e II congresso), la Sinistra Italiana e Livorno '21.

AVVERTENZE PRELIMINARI

Non si tratta di un lavoro esaustivo: ci vorrebbero anni di lavoro.

Non si tratta di un lavoro dal taglio accademico, ma di un lavoro che ha finalità di milizia politica. Infatti non si popone solo di dare, accademicamente, spiegazioni più convincenti di altre (riguardo alle questioni storiche affrontate). Esso si propone, soprattutto, di determinare, dal punto di vista dello schieramento politico, la più netta separazione tra le posizioni autenticamente rivoluzionarie e tutte le altre. Le quali, svariate e sfumate, tutte quante, sono riconducibili a posizioni politiche controrivoluzionarie ed opportuniste. Per la migliore comprensione di ciò non basta l’apprendimento intellettuale, è necessaria anche l'adesione ad un vero e proprio schieramento di milizia politica.

E’ perciò buona regola premettere le tesi fondamentali che verranno affermate, e rimandare, poi, la dimostrazione di esse alla riflessione sulle vicende storiche più significative, attraverso la quale sarà possibile anche trarre conclusioni più complete e più raffinate. La tesi fondamentale che il lavoro si prefigge di affermare è la seguente: l'I.C. è sorta, nel 1919 - 1920, su posizioni autenticamente rivoluzionarie, e, negli anni 1921-1926, per determinazioni oggettive, è degenerata, per diventare, poi, uno strumento della controrivoluzione, dal 1926 in poi. Questo, da un lato, e, dall'altro, nello stesso periodo, dal 1921 al 1926, solo la Sinistra Comunista Italiana ha cercato di opporsi alla degenerazione senza rinnegare nessuna delle posizioni e delle tesi rivoluzionarie, su cui l'I.C. era stata fondata. Di conseguenza, la Sinistra Italiana, nella lotta condotta contro i prodromi dello stalinismo prima, e poi contro lo stalinismo ormai trionfante, ha elaborato, non per virtù di singoli, ma per determinazioni oggettive di segno opposto a quelle che hanno prodotto la controrivoluzione, tesi e posizioni che costituiscono punti di principio irrinunciabili; sia ai fini della ricostituzione, almeno dal 1926 in poi, di un partito comunista rivoluzionario, sia ai fini della sua preparazione a svolgere i suoi peculiari compiti, specialmente nella fase in cui nuovamente il proletariato ritornerà alla lotta rivoluzionaria.

Da allora (1925/26), visto il baratro in cui cadde in pochi anni l'Internazionale Comunista, la difesa e la trasmissione della corretta tradizione rivoluzionaria fu affidata solo ad un esiguo numero di militanti, quelli che si riconoscevano nelle tesi e nelle posizioni della Sinistra Comunista Italiana. Nonostante ciò, il senso storico della rinascita del partito e del mantenimento di legami organizzativi di partito, in tutto il periodo storico estremamente sfavorevole alla rivoluzione, apertosi con la vittoria dello stalinismo, è sempre stato quello, e non può essere che quello, della preparazione del vero Partito, nella convinzione che anche il prossimo assalto rivoluzionario, oggettivamente inevitabile, andrebbe sicuramente sconfitto, se mancasse ancora l'organo indispensabile alla vittoria, il Partito Comunista Rivoluzionario. Un tale partito non può essere improvvisato, né può nascere sotto la spinta di suggestioni e movimenti spontanei, ma può essere solo il risultato di una lunga e difficile opera, che mantenga intatto il legame che unisce l'incorrotta teoria all'azione rivoluzionaria. Questo formidabile respiro storico e la profonda consapevolezza della preparazione dell'effettivo ed efficiente organo della rivoluzione devono essere sempre presenti nel partito.

Da ciò ne deriva che la giustezza delle tesi e delle posizioni, dal punto di vista rivoluzionario, non è affidata alla discussione, al dibattito tra opinioni diverse, e poi, necessariamente, alla conta delle stesse. Tale giustezza deriva unicamente dalle corrette lezioni, che debbono trarsi dalle crisi e dalle sconfitte, che il movimento comunista ha conosciuto nella storia di un secolo e mezzo, così come dalle luminose vittorie, in particolare da quella di Ottobre. Tuttavia questo assunto, non esclude, anzi implica strettamente, la disponibilità al massimo chiarimento e alla più precisa spiegazione di tutti i punti che verranno trattati.

LA FONDAZIONE DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA.

Il 1926 fu un anno cruciale e significativo, perché, durante quell'anno, si concluse la parabola degenerativa dell'I.C. e ne conseguì la necessità di lavorare alla ricostituzione di un nuovo Partito Comunista Rivoluzionario. Dal punto di vista dei rapporti di classe alla scala storica, però, è il 1914 che segna l'aprirsi di una nuova epoca. Lo scoppio della prima guerra mondiale, il passaggio della stragrande maggioranza dei partiti socialisti, organizzati nella Seconda Internazionale, al patriottismo, fece emergere, nel modo più evidente possibile, la natura opportunista, maturata nei decenni precedenti, di quelle organizzazioni. Di conseguenza, l'esigenza della scissione. Non fu l'Ottobre a determinare la nascita dell'I.C., ma la guerra e l'atteggiamento sciovinista dell’Internazionale verso di essa. La rivoluzione russa era nei piani del partito bolscevico e di tutti i partiti socialisti della Seconda Internazionale anche prima della guerra, ma nessuno poneva l'esigenza della scissione internazionale. Di contro, dopo lo scoppio della guerra, l'esigenza di tale scissione fu la battaglia più importante del pur isolato Lenin.

"La scissione della socialdemocrazia tedesca è una idea che, per il suo carattere "insolito", sembra spaventare oltremodo molta gente. Ma la situazione oggettiva ci garantisce che o questo fatto insolito accadrà (Adler e Kautsky hanno ben dichiarato all’ultima riunione dell’Internazionale socialista, nel luglio del 1914, che essi non credevano ai miracoli e perciò non credevano alla guerra europea!), oppure saremo testimoni della penosa putrefazione di quella che è stata una volta la socialdemocrazia tedesca.": (Lenin: "Sciovinismo morto e socialismo vivo", dic. 1914, o. c., XXI , pag. 88 - 89)

"I sei mesi trascorsi dopo Zimmerwald hanno dimostrato che un lavoro effettivo nello spirito di Zimmerwald - non parliamo delle vacue parole, ma soltanto del lavoro – è legato in tutto il mondo all'approfondimento e all’allargamento della scissione. In Germania….in tutto il mondo, la scissione esiste già di fatto. Esistono già, rispetto alla guerra, due politiche della classe operaia assolutamente irreconciliabili. Non si possono chiudere gli occhi su questo punto." (Lenin: "Proposta del c.c. del partito socialdemocratico russo alla seconda conferenza socialista organizzata dal Bureau dell'Internazionale", Feb. 1916, o. c., XXII, pag. 179)

"Né l'opuscolo di Jiunius né le tesi parlano dell'opportunismo e del kautskismo! Ciò è teoricamente sbagliato, giacché non si può spiegare il "tradimento" senza collegarlo all'opportunismo, come tendenza che ha una lunga storia, la storia di tutta la II Internazionale. E’ sbagliato dal punto di vista pratico e politico, giacché non si può comprendere né superare la "crisi della socialdemocrazia" senza chiarire il significato e la funzione delle due tendenze: la tendenza apertamente opportunista (Legien, David, ecc.) e la tendenza opportunista mascherata(Kautsky e soci). E’ un passo indietro, per esempio, rispetto allo storico articolo di Otto Ruhle, pubblicato sul Vorwàrts del 12 gennaio 1916, nel quale egli dimostra chiaramente e apertamente l'inevitabilità della scissione del partito socialdemocratico tedesco. (La redazione del Vorwàrts rispose ripetendo le melliflue e ipocrite frasi kautskiane e senza portare un solo argomento sostanziale contro l'affermazione che in realtà esistono già due partiti e che non è possibile conciliarli). E’ una incoerenza sorprendente giacché nella dodicesima tesi dell'Internationale si parla chiaramente della necessità di fondare una "nuova" Internazionale in seguito al "tradimento" dei "rappresentanti ufficiali dei partiti socialdemocratici dei paesi d'avanguardia" e al loro "passaggio sul terreno della politica borghese imperialista". E’ chiaro che sarebbe semplicemente ridicolo parlare di una partecipazione alla "nuova" Internazionale del vecchio partito socialdemocratico tedesco, ossia di un partito che si riconcilia con i Legien, i David e soci." (Lenin: "A proposito di un opuscolo di Junius", ott. 1916, o. c., XXII , pag. 305-306)

"Ma il nostro compito più importante consiste ora appunto nel tracciare una netta linea di confine tra la sinistra marxista, da una parte, e gli opportunisti (e i kautskyani) e gli anarchici, dall’altra." (Lenin: "Lettera al compagno Wijnkoop", luglio 1915, o. c., XXXV, pag.130)

"Credo sia ormai tempo che tutti i dirigenti operai coscienti della Russia si rendano conto di questo fatto e adottino risoluzioni in favore della rottura organizzativa con la II Internazionale, con L’Ufficio internazionale di Huysmans, Vandervelde e c., in favore della costituzione di una III Internazionale solo contro i kautskyani di tutti i paesi (Ckheidze e C., nonché Martov e Axelrod = kautskyani russi), solo sulla base dell’accostamento a coloro che sono sulla posizione della sinistra di Zimmerwald." (Lenin: "Lettera al compagno Scliapnikov", sett. 1916, o. c., XXXV,pag.163)

"L’essenziale adesso è la stampa e l’organizzazione degli operai in un partito socialdemocratico rivoluzionario….

A nessun costo di nuovo qualcosa sul tipo della seconda Internazionale! A nessun costo con Kautsky! Sono assolutamente indispensabili un programma e una tattica più rivoluzionari (se ne ritrovano gli elementi in K. Liebknecht, nel Socialist Labor Party americano, nei marxisti olandesi e così via), ed è assolutamente necessario unire il lavoro legale con quello illegale. Propaganda repubblicana, lotta contro l'imperialismo, propaganda rivoluzionaria come nel passato, agitazione e lotta rivoluzionaria con l'obiettivo della rivoluzione proletaria internazionale e della conquista del potere da parte dei "Soviet dei deputati operai" (e non dei furfanti cadetti).(Lenin: "Lettera ad Alexandra Kollontai", 16 marzo 1917, o. c., XXXV,pag.211-212)

La tesi di Lenin è chiara:

La guerra mondiale ha smascherato l'opportunismo per tutta la nuova fase storica che si è aperta, e definitivamente. Pertanto non è più possibile alcuna unità, né con gli opportunisti dichiarati (destra patriottica), né con gli opportunisti mascherati (centro kautskyano). Negli anni 1914-17, i socialisti europei, allineati su queste posizioni di Lenin, si contavano veramente sulle dita di una mano. Tuttavia Lenin non sta a domandarsi quanti possono o vogliono veramente schierarsi su quelle che considera le sole posizioni rivoluzionarie possibili. Dice che c'è un solo modo di farlo: rompere, anche sul piano organizzativo, con tutti gli opportunisti. E, purtroppo, una tale decisa posizione non si riscontra nemmeno nelle sinistre socialiste europee più vicine alle posizioni di Lenin: né nella Sinistra Tedesca, per ragioni attinenti anche alla diversa impostazione teorica del rapporto partito - classe, né in quella Italiana, che, pur schierata senza riserve su posizioni di principio rivoluzionarie, non arriverà mai, anche intuendone la necessità, ad operare di fatto per la scissione durante la guerra. Lo dimostra la seguente citazione:

"Chi abbia seguito il movimento socialista italiano negli ultimi anni e lo abbia giudicato con sereno spirito critico, non solo non ha il diritto di ritenere artificiale la scissione di Livorno, ma avrebbe da tempo dovuto prevedere che essa si sarebbe verificata. Se vi è stato qualche cosa di artificiale, ciò ha influito nel ritardare la crisi e nel farla produrre troppo tardi, quando i periodi che meglio si potevano utilizzare per una preparazione rivoluzionaria comunista già erano stati ‘sciupati’ dal vecchio partito….

Benché noi della sinistra riducessimo le nostre proposte ad un minimo, disarmati da un ricatto della Confederazione del Lavoro che dichiarò che non avrebbe ordinato lo sciopero anche se il partito lo avesse voluto fummo battuti da quell'ordine di idee in base al quale la opposizione alla guerra perde, come è evidente, qualunque sapore rivoluzionario…..

La guerra prese l'aspetto di guerra difensiva. Il dissidio si acuì terribilmente, ma la mania dell'unità prevalse su tutto, anche in noi che consideravamo un patrimonio comune da salvare l'opposizione, anche solo parlamentare, del nostro partito alla guerra, pur sapendo quali debolezze essa celasse. …

Ma allora, nelle polemiche che divampavano soffocate dalla censura, dominava la prospettiva della scissione ‘subito dopo la fine della guerra’. Ci premeva portare in salvo l'onore del partito fino alla fine della guerra, poi eravamo certi che i problemi pratici della tattica proletaria avrebbero recata la chiarificazione." (A. Bordiga: "Mosca e la questione italiana", Rassegna Comunista, n. 5, del 30/6/1921.)

Ora vediamo le posizioni fondamentali su cui fu fondata l'I.C., attraverso le tesi del primo e del secondo congresso (e soprattutto di quest'ultimo), che fu il vero congresso di fondazione della stessa Internazionale.

"La storia del XIX e del XX secolo ci ha mostrato, anche prima della guerra, che cosa fosse la famosa democrazia pura sotto il regime capitalistico. I marxisti hanno sempre ritenuto che quanto più sviluppata, quanto più pura è la democrazia, tanto più doveva essere viva, accanita, implacabile la lotta di classe e tanto più risultavano evidenti il giogo del capitale e la dittatura della borghesia. ...

10. La guerra imperialistica del 1914-18 ha svelato definitivamente, anche agli occhi degli operai meno avveduti, il vero carattere di dittatura borghese che ha la democrazia borghese nelle repubbliche più libere." (Tesi di Lenin sulla democrazia borghese e la dittatura proletaria, primo congresso dell'I.C., marzo 1919).

"5.- L'Internazionale comunista rifiuta nel modo più categorico l’opinione secondo la quale il proletariato può compiere la sua rivoluzione. senza avere un partito politico. Ogni lotta di classe è una lotta politica. Il fine di questa lotta, che tende inevitabilmente a trasformarsi in guerra civile, è la conquista del potere politico. E il potere politico non può essere preso, organizzato e diretto che da questo o da quell'altro partito politico….

La stessa lotta di classe esige anche la centralizzazione e la direzione unica delle diverse forme del movimento proletario(sindacati, cooperative, comitati di fabbrica, istruzione, elezioni, ecc.). Il centro organizzatore e dirigente non può che essere un partito politico. Rifiutarsi di crearlo e di consolidarlo, rifiutarsi di sottomettervisi equivale a rifiutare l'unico possibile coordinamento tra i contingenti del proletariato che agiscono in differenti settori. La lotta di classe proletaria esige un'agitazione concentrata, che chiarisca le differenti tappe della lotta da un punto di vista unico e che attiri in ogni momento l'attenzione del proletariato concentrandola sui compiti che la interessano complessivamente. Ciò non può essere realizzato senza un apparato politico centralizzato, cioè al di fuori di un partito politico….

Non è con lo sciopero generale, con la tattica delle braccia incrociate che la classe operaia può riportare la vittoria sulla borghesia. Il proletariato. deve giungere all’insurrezione armata. Chi ha compreso questo deve anche comprendere che un partito politico organizzato è necessario e che informi unioni operaie non possono prenderne il posto." (Risoluzione sul ruolo del Partito Comunista nella rivoluzione proletaria, secondo congresso dell'I.C., luglio 1920)

I punti programmatici di Livorno ’21 sono totalmente concordanti:

"4. L'organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe.

Il Partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato.

Il Partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.

5. La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l'imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo, in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi." (punti 4 e 5 del programma di Livorno 1921 del P.C.d'I.)

L'esigenza del partito è fondata, sia nei documenti dell'I.C., che nei punti programmatici di Livorno, su considerazioni storiche e non contingenti.

Solo così è possibile ben inquadrare la polemica sull'astensionismo e il parlamentarismo rivoluzionario, al secondo congresso dell’Internazionale Comunista. Nessuno, meno che mai Lenin, pur favorevole al parlamentarismo rivoluzionario, metteva in discussione la necessità di distruggere i parlamenti borghesi.

"Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l'agitazione, per l'organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi che la storia mondiale ha posto all'ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come " democrazia" in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, fino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato." (Lenin: Lettera agli operai d'Europa e d'America, 24 gennaio 1919, o. c., XXVIII, pag. 437)

Eppure, la storiografia ufficiale, ha sempre sostenuto l'estraneità del cosiddetto "bordighismo" al "realismo" leninista, proprio fondandosi sulla polemica Lenin/Bordiga al secondo congresso della IC e portandola come prova principale. Senza ben riflettere né sulle tesi, come quelle soprariportate di Lenin, né su quelle approvate al congresso suddetto, che furono le seguenti.

"10. La lotta delle masse è tutto un sistema di azioni in sviluppo continuo, che assumono forme sempre più aspre e portano logicamente alla insurrezione contro lo stato capitalistico. In questa lotta che si trasforma in guerra civile, il partito dirigente del proletariato deve assicurarsi di norma tutte le posizioni legali possibili, farne dei punti di appoggio sussidiari della sua attività rivoluzionaria e subordinarle al piano della campagna principale, la campagna della lotta delle masse.

11. Uno di questi punti d'appoggio sussidiari è la tribuna del parlamento borghese. .Contro la partecipazione alla lotta parlamentare non si può in nessun caso addurre l'argomento che il parlamento è un istituto statale borghese. Il Partito comunista entra in questo istituto non per svolgervi un lavoro organico, ma per aiutare le masse, dall’interno del parlamento, a distruggere con la propria azione la macchina statale della borghesia e il parlamento stesso. (Esempi: l'attività di Liebknecht in Germania, dei bolscevichi nella Duma zarista, nella "Conferenza democratica" e nel "preparlamento" di Kerenski, nella "Costituente" e nelle dume cittadine, e, infine, l'azione dei comunisti bulgari)….

13. I comunisti, se ottengono la maggioranza nelle istituzioni municipali, devono: a) condurre un'opposizione rivoluzionaria contro il potere centrale borghese; b) fare di tutto per aiutare la popolazione più povera (misure economiche, organizzazione o tentativi di organizzazione di milizie operaie armate ecc.); mostrare in ogni occasione i limiti che il potere statale centrale borghese oppone ad ogni riforma veramente radicale; svolgere su questa base una propaganda rivoluzionaria decisa, senza temere i conflitti col potere statale; e) in date circostanze, sostituire le amministrazioni comunali ecc. con soviet operai locali. L'intero lavoro dei comunisti nelle istituzioni municipali deve quindi far parte integrante della loro attività generale per l'abbattimento dello stato capitalistico." (Lenin, Lettera agli operai d'Europa e d'America, 24 gennaio 1919, o. c., XXVIII, pag. 437 )

Nelle tesi della Sinistra Italiana non c'è nessun argomento "anti parlamento di principio" di derivazione anarchica. Al contrario, vi si trova la preoccupazione (del resto confermata puntualmente negli anni successivi, ed oggi addirittura eclatante) per gli effetti negativi sul partito e sulla sua preparazione rivoluzionaria, che la partecipazione alle elezioni e al lavoro parlamentare avrebbe inevitabilmente comportato, considerata la forza che la democrazia aveva in Occidente, molto maggiore di quella che aveva potuto dispiegare in Russia. Una forza che avrebbe sempre di più contagiato gli stessi partiti comunisti, appena fondati.

"4. Mentre l’apparato esecutivo, militare e poliziesco dello Stato borghese organizza l’azione diretta contro la rivoluzione proletaria, la democrazia rappresentativa costituisce un mezzo di difesa indiretta, che agisce diffondendo tra le masse l’illusione che la loro emancipazione possa compiersi mediante un pacifico processo e che la forma dello stato proletario possa anche essere a base parlamentare, con diritto di rappresentanza alla minoranza borghese. Il risultato di questa influenza democratica sulle masse proletarie è stata la corruzione del movimento socialista della seconda Internazionale nel campo della teoria come in quello dell’azione.

5. Nel momento attuale il compito dei comunisti, nella loro opera di preparazione ideale e materiale della rivoluzione, è prima di tutto di liberare il proletariato da queste illusioni e da questi pregiudizi diffusi nelle sue file con la complicità degli antichi capi socialdemocratici, che lo deviano dalla sua rotta storica. Nei paesi in cui il regime democratico esiste già da lungo tempo, e si è profondamente radicato nelle abitudini delle masse e nella loro mentalità, non meno che in quella dei partiti socialisti tradizionali, questo compito riveste una particolare importanza e si presenta al primo piano dei problemi della preparazione rivoluzionaria." (Punti 4 e 5 delle tesi astensioniste presentate dalla Sinistra Italiana, al secondo congresso dell'I.C., luglio 1920.)

Questa estrema attenzione alla necessità della preparazione del partito, preparazione indispensabile per lo svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari, è in perfetta sintonia con le opere e la vita stessa di Lenin. Contro la faciloneria dominante in questa delicata materia, specie nella tradizione del movimento operaio occidentale, è opportuno ricordare alcuni episodi, conosciuti, ma estremamente significativi, avvenuti proprio alla vigilia dell'Ottobre in Russia, che rischiarono di far perdere la bussola al pur preparato partito bolscevico. E' nota l'opposizione, nel partito bolscevico, alla tesi di Lenin (rifugiato in Finlandia dopo gli avvenimenti di luglio del 1917) della improcrastinabilità della insurrezione e della presa del potere, prima ancora della data prevista per l'inizio dei secondo congresso dei Soviet di tutta la Russia. Una serie di dati e avvenimenti dimostravano che quello era il momento più favorevole al partito bolscevico. Ma gli oppositori interni (anche dirigenti importanti, come Kamenev e Zinoviev ) ritenevano che la posizione di Lenin fosse una posizione "blanquista". Sostenevano che la rivoluzione proletaria non potesse essere assimilata ad un "putsch" militare. Lenin, che si trovava ancora in Finlandia, era molto preoccupato; scrisse lettere non solo ai membri del c.c. del partito bolscevico per cercare di convincerli, ma anche al generale Presidente del comitato regionale dell'esercito, della flotta e degli operai di Finlandia. In una di queste (fine settembre), minacciò anche di dare le dimissioni dal c.c. e reclamò la sua libertà di prendere tutte le iniziative necessarie, per creare una frattura nel partito. Solo quando, con un lasciapassare, partecipò in prima persona (metà ottobre) alla riunione decisiva del c.c., riuscì a convincere la maggioranza ad organizzare l'insurrezione immediatamente.

" La situazione politica generale suscita in me una grande inquietudine. Il soviet di Pietrogrado e i bolscevichi hanno dichiarato guerra al governo. Ma il governo ha le sue truppe e si prepara sistematicamente (al quartiere generale Kerenski, è chiaro, tratta con i kornilovisti circa l'impiego delle truppe per schiacciare i bolscevichi, e tratta su un terreno pratico).

E noi che facciamo? Ci limitiamo ad approvare risoluzioni? Perdiamo tempo, fissiamo delle scadenze " (il 20 ottobre il congresso dei soviet; non è ridicolo temporeggiare così? Non è ridicolo contare su questo?). I bolscevichi non svolgono un lavoro sistematico per preparate le proprie forze militari al rovesciamento di Kerenski.

Gli avvenimenti hanno pienamente confermato la giustezza della proposta da me avanzata durante la Conferenza democratica e cioè che il partito deve mettere all'ordine del giorno l’insurrezione armata. Gli avvenimenti ci costringono a farlo. La storia ha fatto ora della questione militare la questione politica essenziale. Io temo che i bolscevichi lo dimentichino, distratti come sono dal "lavoro giornaliero", dalle piccole questioni correnti e perché "sperano" che "un'ondata travolga Kerenski". Una tale speranza e' ingenua, è la stessa cosa che fidare sulla fortuna. Da parte del partito rivoluzionario ciò può divenire un crimine.

Secondo me, bisogna far propaganda nel partito perché si consideri seriamente l’idea dell’insurrezione armata; …" (Lenin: Lettera al Presidente del comitato regionale dell'esercito, della flotta e degli operai di Finlandia, 27/09/1917, o. c., XXVI, pag. 58/59)

Contemporaneamente scrisse al c.c. del partito bolscevico, dando le dimissioni dallo stesso comitato centrale.

"Visto che il CC ha perfino lasciato senza risposta le mie richieste insistenti in questo senso dopo l’inizio della Conferenza democratica, che l'organo centrale del partito sopprime nei miei articoli i brani che rilevano questi stridenti errori dei bolscevichi, come la decisione disonorevole di partecipare al Preparlamento, la concessione di un posto ai menscevichi nel Presidium del soviet, ecc. ecc., io devo considerare questi fatti come una manifestazione "sottile" del desiderio del CC di non discutere neppure la questione, un discreto accenno a chiudermi la bocca e un invito a ritirarmi.

Sono perciò costretto a chiedere di uscire dal CC, cosa che faccio riservandomi libertà di agitazione nella base del partito e nel congresso del partito.

Perché è mia convinzione profonda che se noi "attendiamo" il congresso dei soviet e lasciamo passare il momento attuale, noi perdiamo la rivoluzione." (Lenin: La crisi è matura, 29/9/1917, o. c., XXVI, pag. 71)

In una successiva "lettera ai compagni", proprio alla vigilia dell'insurrezione, dopo la sua partecipazione alla riunione del c.c. del 10 ottobre e l'avvenuto convincimento della maggioranza, non dimenticò tuttavia di spiegare anche ai non convinti le ragioni della sua posizione.

"Il marxismo è una dottrina estremamente profonda e complessa. Non è strano perciò che si possano incontrare frammenti di citazioni di Marx - soprattutto se fatte a sproposito - tra gli "argomenti" di coloro che si staccano dal marxismo. Una congiura militare è "blanquismo" se essa non è organizzata dal partito di una classe determinata, se coloro che l'organizzano non hanno valutato giustamente il momento politico in generale e la situazione internazionale in particolare; se il partito non ha la simpatia, dimostrata concretamente, della maggioranza del popolo; se lo sviluppo degli avvenimenti rivoluzionari non ha condotto alla distruzione pratica delle illusioni conciliatrici della piccola borghesia; se non si è conquistata la maggioranza degli organi - del genere dei " soviet " - riconosciuti " muniti di pieni poteri " o diversamente considerati tali per la lotta rivoluzionaria; se non vi è nell'esercito (nel caso che gli avvenimenti si svolgano in tempo di guerra) uno stato d'animo completamente maturo di ostilità contro un governo che prolunga una guerra ingiusta, contro la volontà del popolo; se le parole d'ordine dell'insurrezione (come " Tutto il potere ai soviet ", " La terra ai contadini", " Proposta immediata di una pace democratica a tutti i popoli belligeranti ", " Annullamento immediato dei trattati segreti, abolizione della diplomazia segreta " ecc.) non hanno la più larga diffusione e la massima popolarità; se gli operai avanzati non sono convinti della situazione disperata delle masse e sicuri dell'appoggio delle campagne, appoggio dimostrato da un importante movimento contadino o da un 'insurrezione contro i grandi proprietari fondiari e contro il governo che li difende; se la situazione economica del paese permette seriamente di sperare in una soluzione favorevole della crisi cori i mezzi pacifici e parlamentari.

Non vi pare che basti?" (Lenin: lettera ai compagni, 17-30 ottobre 1917, o. c., XXVI, pag. 197 )

La lezione storica da trarre da questi avvenimenti è la convinzione che l'esigenza della preparazione del partito è di assoluta priorità. Non una preparazione generica, ma proprio quella finalizzata a saper prendere le giuste decisioni nelle fasi storiche decisive per le sorti della rivoluzione; cosa impossibile senza un’adeguata preparazione teorica e tattica. Questa preparazione implica un lavoro di partito in profondità, svolto con continuità anche nelle fasi storiche non rivoluzionarie, con lo scopo di collegare sempre, all'analisi della situazione e al suo svolgimento, la riconferma di tutti i principi teorici. E' solo questo lavoro che abilita il partito ad essere il Partito Rivoluzionario. E' solo così che si allena ad evitare ogni ricaduta nell'opportunismo: difendere, nel presente, le esigenze future del movimento rivoluzionario.

E si tratta di una lezione che ci perviene dal pur ferratissimo partito bolscevico. Essa è valida sempre. Il partito comunista rivoluzionario non può permettersi di non utilizzare questo principio fondamentale della sua attività, perché è un risultato storico della battaglia del proletariato per distruggere lo stato capitalista ed instaurare la propria dittatura per il comunismo. E questo è vero nel 1917, nel 1920, nel 1926, nel 1945, nel 2000 e oltre.

La guerra civile in Russia, la sconfitta della rivoluzione europea, le prime reazioni dell'Internazionale (Fronte Unico e Governo Operaio) e le posizioni della Sinistra Comunista nel 1921-1922.

LA GUERRA CIVILE IN RUSSIA E LA RIVOLUZIONE EUROPEA

Nel dopoguerra, gli avvenimenti in Russia e in Europa, non marciavano in sintonia, così come ancora si sperava, nel 1919, in particolare dal gruppo dirigente del partito bolscevico. Già il fatto, che gli stati imperialisti erano riusciti a concludere la pace, sconvolgeva il piano rivoluzionario, che postulava, al contrario, l'impossibilità di arrivare ad una vera e propria pace e, su tale incapacità, l'innesto della rivoluzione europea nella frattura determinata dall'Ottobre in Russia. Di ciò è consapevole Lenin:

"Se siamo riusciti a sopravvivere per un anno dopo la rivoluzione d'ottobre lo dobbiamo al fatto che l'imperialismo internazionale si è scisso in due gruppi di predoni: gli anglo – franco - americani, da una parte, e i tedeschi, dall'altra, impegnati in una lotta per la vita e per la morte che non dava loro il tempo di pensare a noi. Né l'uno né l'altro gruppo poteva concentrare contro di noi forze rilevanti, ma, naturalmente, potendolo, l'avrebbero fatto. La caligine sanguinosa della guerra ha oscurato la loro vista. I sacrifici materiali, imposti dalla guerra, esigevano un'estrema tensione di forze. Non potevano pensare a noi, non perché noi fossimo per qualche miracolo più forti degli imperialisti - oh, no, questa è una sciocchezza! - ma solo perché l'imperialismo internazionale si era scisso in due gruppi di predoni che si soffocavano l'un l'altro. Solo a ciò dobbiamo il fatto che la repubblica sovietica abbia potuto proclamare apertamente la lotta contro gli imperialisti di tutti i paesi, confiscando i loro capitali sotto forma di prestiti esteri, colpendoli in pieno viso, attentando apertamente alle tasche di questi briganti…..

Ma adesso il secondo gruppo non esiste più, è rimasto soltanto il gruppo dei vincitori. Questo fatto ha cambiato radicalmente la nostra posizione internazionale, e noi dobbiamo tenere conto di questo mutamento. Quale rapporto intercorre tra questo mutamento e lo sviluppo della situazione internazionale? La risposta è nei fatti. I paesi sconfitti vedono oggi trionfare la rivoluzione operaia, il cui immenso sviluppo è ormai chiaro per tutti. Quando in ottobre abbiamo preso il potere, eravamo ancora una scintilla isolata in Europa. E’ vero, le scintille si sono poi moltiplicate e sono tutte partite dal nostro paese. E’ questa la cosa più importante che siamo riusciti a realizzare, ma si trattava pur sempre di scintille isolate. Oggi, invece, la maggior parte dei paesi che rientravano nella sfera dell'imperialismo austro - tedesco è coinvolta nell'incendio (Bulgaria, Austria, Ungheria). Noi sappiamo che, dopo la Bulgaria, la rivoluzione ha conquistato anche la Serbia. Sappiamo che queste rivoluzioni operaie e contadine hanno raggiunto la Germania passando attraverso l'Austria. Molti paesi sono oggi coinvolti nell'incendio della rivoluzione operaia. In questo senso si giustificano i nostri sforzi e i sacrifici che abbiamo dovuto sopportare. Non si è trattato di un'avventura, come dicevano calunniandoci i nostri nemici, ma di una fase necessaria di passaggio alla rivoluzione internazionale, fase a cui non poteva sfuggire un paese posto all'avanguardia, nonostante la sua immaturità e arretratezza. (Lenin: Discorso sulla situazione internazionale al VI congresso dei Soviet, 6-9 novembre 1918, in o. c., XXVIII, pag. 155-156)

Tuttavia, negli anni 1918-1920 (gli anni della guerra civile in Russia), si produsse un risultato che, nel 1917, era del tutto imprevedibile e che, in qualche misura, confermava - a certe condizioni irrinunciabili - il piano rivoluzionario originario, quello del legame indissolubile tra la rivoluzione russa e quella europea e mondiale. Il risultato imprevedibile fu che si consolidò, in quegli anni, nella rete degli stati capitalistici, la Russia rivoluzionaria come stato sovrano, pur nel suo totale isolamento. Dunque, bisognava avere consapevolezza di questa nuova fase storica, per riconfermare il piano rivoluzionario mondiale.

Intanto, una serie di avvenimenti negativi per la rivoluzione europea, si verificarono nel corso del 1919 e dei 1920.

In Italia, la spinta maggiore in senso rivoluzionario da parte del proletariato, avvenne nel corso dei moti contro il caroviveri, nel 1919, e, per poter condurre una battaglia rivoluzionaria, doveva già esistere un partito rivoluzionario. Invece la formazione dei partito comunista rivoluzionario fu ancora rimandata (congresso di Bologna del PSI - 1919). Nel PSI si discuteva, da un lato, dal centro e dalla destra riformista, sul come avere il maggior successo elettorale, proprio alle elezioni politiche del 1919, e, dall'altro, dalla Sinistra Massimalista, sul come poter fare la rivoluzione in assenza dei Soviet, ritenuti erroneamente la forma organizzativa "di per sé" rivoluzionaria, come se la rivoluzione fosse una questione di forme organizzative e non di forza. Da parte sua, la Sinistra Astensionista, solo dopo il congresso di Bologna, e solo dopo aver ricevuto il rifiuto dei Massimalisti a formare il partito rivoluzionario senza i riformisti turatiani, era determinata a dar vita, anche da sola, al partito comunista. Era chiaro, tuttavia, già allora, che tale sospirata, e continuamente rimandata, formazione del partito comunista, dovesse avvenire, più per la sua funzione storica di guida rivoluzionaria, che per la possibilità contingente di conquistare il potere.

In Bulgaria, in Ungheria, in Serbia, in Austria, i tentativi rivoluzionari degli anni precedenti subirono dappertutto un sostanziale rinculo.

In Germania, nel 1920 e nel 1921, il proletariato subì continuamente delle sconfitte, che anticiparono quella definitiva del 1923. Proprio in Germania la borghesia dimostrò la sua capacità di sapersi adattare ad ogni forma di gestione del potere politico, pur di conservare il suo dominio di classe. Passò indenne dal Kaiser, alla repubblica di Weimar, cavalcando addirittura la tigre dei consigli operai. Nell'ora cruciale la borghesia, e quella tedesca lo ha saputo fare in modo eccellente, sa di potersi affidare anche ai partiti operai socialdemocratici. Tra questi ultimi, la SPD di Sheidemann e Ebert, fu quello che gestì direttamente la crisi dei dopoguerra, mentre l'USPD, il Partito Socialdemocratico Indipendente di Kautsky (centro - destra) e Daueminge e Stoecker (centro - sinistra), svolse la parte più vergognosa, quella di rivoluzionario a parole e traditore nei fatti. Nelle fasi di ascesa del movimento rivoluzionario, gli Indipendenti (USPD) sostenevano, con un verbalismo rivoluzionario, l'ascesa al governo dei Maggioritari (SPD), mentre, nelle fasi di riflusso, gli stessi Indipendenti lasciavano ai Maggioritari l'onere della repressione violenta, in particolare dei Comunisti, rimasti soli o quasi sul terreno della lotta; riservandosi così un'immagine abbastanza pulita per la successiva ondata rivoluzionaria. I Comunisti, in queste vicende, furono quasi sempre impreparati. In tre potenti ondate rivoluzionarie (1919, 1920, 1921), non avendo compreso fino in fondo il ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, sia di destra (SPD), che di centro (USPD), si lasciarono guidare più dall'istinto rivoluzionario che dal lucido esame della situazione, esponendosi, in maniera disarmata, alle ondate repressive dello stato gestito dalla socialdemocrazia. Formatasi il 1/1/1919, la KPD oscillava tra un estremismo anarcoide, che vedeva, nei consigli operai e dei soldati, la "forma in sé comunista" della rivoluzione tedesca (non avendo dunque compreso le lezioni della rivoluzione russa), e un riformismo radicale, stile Seconda Internazionale. Non aveva imparato la lezione di principio fondamentale che il Partito Comunista, da solo, deve prendere il potere politico e ne deve escludere tutti gli altri. Liebnecht, invece, accettò di partecipare, il 5/1/1919, ad un piano insurrezionale insieme ad esponenti di altri due partiti: Ledebour (USPD) e Scholze (Capitani Rivoluzionari). Già il 6/1, l'USPD sconfessò il piano insurrezionale, preparando così la repressione violenta del governo Noske-Ebert. Il 15/1/1919 gli stessi Liebnecht e Luxemburg furono assassinati. La repubblica di Weimar (l'assemblea costituente si riunì il 6/2/1919) nacque dunque sul sangue dei migliori rivoluzionari comunisti. Il trattato di Versailles, firmato il 28/6/1919, con le sue esose imposizioni alla Germania sconfitta nella guerra, fu l'occasione di una serie di violente manifestazioni della destra monarchica, che imputava al governo socialdemocratico eccessiva arrendevolezza. Dal giugno 1919 agli inizi del 1920 la destra cercò di riprendersi il controllo dell'esercito e, nel marzo del 1920, il comandante delle truppe di Berlino, Von Luettwitz e il generale Kapp, proclamarono lo stato d'assedio, costringendo lo stesso Ebert alla fuga.. Kapp venne nominato cancelliere. La reazione del proletariato tedesco fu spontanea e fu guidata dalla SPD e dall'USPD, mentre la prima reazione della KPD fu di distacco. La sua tesi era che la scelta tra repubblica e monarchia non interessava il proletariato, né i comunisti. Tuttavia la partecipazione del proletariato tedesco fu molto forte. In un giorno quasi tutta la Germania fu paralizzata. Allora la KPD mutò del tutto la sua posizione. Si rivolse al proletariato tedesco con parole d'ordine di totale appoggio al movimento contro la dittatura militare. Il 17 marzo Kapp e Luettwitz furono costretti alla fuga, tuttavia lo sciopero operaio non si placò e tendeva anche a trasformarsi in guerra civile. Fu a quel punto che la SPD lanciò l'idea di un "governo operaio", formato da tutti i partiti operai, senza Noske, additato come il principale, se non l'esclusivo, responsabile della repressione di un anno prima. Il 26 marzo la KPD, attraverso il suo organo Bandiera Rossa, prese una posizione totalmente disarmante: dichiarò di essere favorevole alla costituzione di un governo operaio, dove non esistesse "il più piccolo elemento capitalista", e promise che la KPD, se avesse dovuto svolgere un'attività politica di opposizione, lo avrebbe fatto nella più totale legalità. Si ricostituì così il governo legittimo socialdemocratico, la cui prima opera fu quella di mettere a tacere, con la convinzione delle armi, i focolai insurrezionali che ancora non avevano rinunciato alla prospettiva immediata della guerra civile. Fu così che, nella KPD, si ebbe la scissione tra il grosso del partito che mantenne il nome di KPD, e la minoranza consiliarista, che venne addirittura espulsa, e formerà la KAPD. Pertanto, al secondo congresso dell'IC, ci fu la rappresentanza di ben tre partiti tedeschi: la KPD, l'USPD, la KAPD. Nell'ottobre del 1920, con la partecipazione dello stesso Zinoviev, si ebbe, ad Halle, il congresso della unificazione tra la KPD e l'ala sinistra dell'USPD, che formeranno il Partito tedesco comunista unificato (VKPD), senza l'adesione della KAPD. Nella VKPD, l'influenza degli Indipendenti aumentò, determinando un ulteriore spostamento a destra e sull'esclusivo terreno legalitario. La maggioranza era ormai in mano alla destra di K. Levi. Sarà proprio lui il primo teorizzatore del Fronte Unico Politico, con una "lettera aperta", scritta l'8/1/1921 alla SPD, all'USPD e alla KAPD, con la completa adesione e collaborazione di Radek, il delegato fisso dell'Internazionale Comunista a Berlino nel comitato esecutivo della VKPD. Si trattò tuttavia di un'iniziativa che non aveva alcun fondamento e non poteva avere alcun successo. Fu così che, allora, l'Internazionale inviò a Berlino due nuovi emissari, più di sinistra, Bela Kun e Pogany, con il mandato specifico di spingere, quanto più fosse possibile, il Partito Comunista Tedesco all'azione. Froelich, un esponente di primo piano della KPD, da parte sua, teorizzava allora la cosiddetta "teoria dell'offensiva". Lo spunto per mettere alla prova la nuova teoria fu dato dal fatto che, il capo della polizia della Sassonia prussiana, fece occupare, il 19/3/1921, la guarnigione di Mansfield, dove gli operai erano ancora armati dopo il putsch di Kapp. La VKPD proclamò, in maniera del tutto impreparata, lo sciopero generale, che non poté che rivelarsi un totale fallimento, tanto che il 31/3 la stessa VKPD revocò lo sciopero. Ancora una volta una dura repressione si abbatté sui Comunisti Tedeschi. Essi vennero decimati e, addirittura, in poche settimane, risultarono dimezzati gli iscritti al partito. Ecco perché il terzo congresso dell'I.C., svoltosi tra il giugno e il luglio del 1921, è tutto quanto improntato alla critica della "teoria dell'offensiva" e alla affermazione della tesi che i partiti comunisti devono aver conquistato "la maggioranza" del proletariato. Ma questa ulteriore svolta, anche se fu ancora giustificata con argomenti del tutto validi, sarà quella decisiva, quella che, nel giro di pochi anni, venuta meno anche la presenza fisica di Lenin, produrrà il definitivo accantonamento di ogni prospettiva rivoluzionaria e la totale adesione al terreno legalitario e parlamentare. Ma ciò che, allora, nemmeno l'I.C. aveva capito, era che gli insuccessi, sia quelli che venivano imputati alle tattiche di destra, che quelli che venivano imputati a quelle di sinistra, provenivano non tanto dai difetti personali dei vari personaggi che guidavano i partiti, ma da una situazione oggettiva non più favorevole alla rivoluzione. E proprio questa inconsapevolezza fu una delle principali fonti della degenerazione "stalinista" di tutta l'internazionale.

Infine, nell'agosto del 1920, a Varsavia, l'Armata Rossa subì una pesantissima sconfitta militare. Al contrario, negli anni precedenti, l'Armata Rossa, non solo vinse la guerra civile interna, ma aveva riportato notevoli successi anche contro lo stesso esercito polacco. Era stato quest'ultimo, secondo la ricostruzione di Trotsky, ad aver provocato la guerra con l'Armata Rossa. Di fronte a ciò, il gruppo dirigente dell'Internazionale si schierò a favore dell'avanzata armata in Polonia. Esso sperava che una eventuale conquista di Varsavia avrebbe non solo stimolato il proletariato polacco, ma avrebbe anche dato la spinta decisiva per la vittoria della rivoluzione tedesca e, attraverso di essa, almeno di quella europea; riconfermando, così, il piano della rivoluzione mondiale legato alla guerra e alla vittoria di Ottobre. Gli avvenimenti sono abbastanza noti: dopo i primi grandi successi dell'Armata Rossa, questa venne sconfitta proprio alle porte di Varsavia. Generalmente questo episodio è sottovalutato dalla storiografia ufficiale, invece è molto rilevante e addirittura decisivo per ben comprendere gli avvenimenti successivi e i loro riflessi nella politica dell'Internazionale e dei partiti comunisti ad essa legati. In definitiva, per comprendere la loro degenerazione e lo sbocco nella controrivoluzione "stalinista". A.Bordiga, al secondo congresso dell'I.C., verso la fine del quale giunsero le prime notizie della sconfitta, ricorda e commenta così quegli avvenimenti:

"Questo episodio storico ebbe una portata incalcolabile e sembrò rimettere in movimento tutte le forze proletarie di Europa: credemmo davvero che al levarsi delle bandiere rosse sulla progredita, industriale, occidentale Varsavia tutto il sottosuolo nell'ovest avrebbe tremato e la faccia della vecchia Europa sarebbe tutta cambiata,…

Lenin era fautore di questa idea, egli sentiva che la rivoluzione di Europa non poteva essere ulteriormente aspettata, e, come sempre, che senza di essa tutto sarebbe stato perduto; quell'idea allora inebriò noi tutti che seguivamo ansiosi la distanza dalla proletaria Varsavia, …..

Purtroppo questa marcia trionfale fu duramente fermata, con un colpo terribile all'entusiasmo rivoluzionario. Le discussioni sul disastro durano ancora adesso. …

Lenin ascolterà pallido le reciproche accuse. Forse non pensava egli alla questione del successore, che abbacina la corrente opinione, ma guardava il miraggio immenso della rivoluzione mondiale che allontanandosi da noi di un gran tratto, ci imponeva una lunga e dura attesa, ma una non diversa certezza." (Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, ed. Programma Comunista, 1976, pag. 265-268)

Tutti questi avvenimenti, in Russia e in Europa, avevano spessore storico. Pertanto, si poneva la necessità di affrontare una questione di fondo: quella del rapporto tra consolidamento dello stato russo, dopo l'Ottobre, e la sconfitta della rivoluzione in Europa. Ecco l'origine, materiale ed oggettiva, di una controrivoluzione che non poteva fare a meno dei risultati ormai acquisiti, in Russia, di una rivoluzione tardo - borghese, che, però, quanto alle forme del potere politico, aveva prodotto lo stato sovietico. A lungo andare, perdurando la sconfitta della rivoluzione in Europa, lo stato russo non poteva non adeguarsi alle necessità economiche dello sviluppo capitalistico in Russia e nel mondo. Tuttavia sarebbe stato del tutto assurdo, come alcuni "sinistri" proponevano allora – 1920/21 -, lasciare volontariamente il potere in Russia. Lenin rispose con vari interventi ed anche con un opuscolo: "'I bolscevichi devono lasciare il potere?", in cui dimostrava che l’abbandono volontario del potere sarebbe stato del tutto assurdo. Pur nella estrema difficoltà di una situazione del tutto imprevista, non era impossibile conciliare quello che apparentemente sembrava inconciliabile: il mantenimento del potere in Russia (che doveva tornare ad inserirsi nelle relazioni economiche e politiche internazionali e, dunque, intercapitalistiche) ed il rispetto di tutti i principi comunisti, primo fra tutti quello che contemplava il carattere rivoluzionario dell'Internazionale e dei partiti comunisti nazionali, ad essa legati, che era stata la ragione esclusiva della loro nascita. Non si doveva assolutamente rinnegare la ragione per cui, negli anni precedenti (1919/20), era stato necessario separare i partiti comunisti dall'opportunismo dilagante della destra e del centro della Seconda Internazionale. La situazione particolare che si era prodotta (in Russia, dove il PCR era stabilmente al potere, e, nel resto dell’Europa, dove il movimento comunista era stato sconfitto) non significava dover dare un giudizio diverso della fase storica, che si era aperta con lo scoppio della guerra nel 1914. L'esigenza della formazione di una nuova Internazionale Comunista, rigidamente separata dall'opportunismo, era del tutto indipendente dalle vicende contingenti della rivoluzione, in Russia e altrove. Nelle analisi e nelle proposte di Lenin di questo periodo c'è una netta consapevolezza di ciò, cosa che, invece, verrà progressivamente persa, negli anni successivi, fino a produrre il mostro dello "stalinismo": il "socialismo in un solo paese" e, quel che restava dell'Internazionale, ridotta a supporto della politica estera russa, dal cui successo ci si sarebbe dovuto aspettare il socialismo in Europa e nel mondo.

Lenin proponeva questa analisi e queste conseguenze alla conferenza moscovita del PCR del 20-22 novembre 1920, in preparazione del suo X congresso:

" I successi riportati in tal senso dal potere sovietico sono immensi. Quando tre anni or sono ci siamo posti il problema dei compiti e delle condizioni per la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia, abbiamo detto sempre nettamente che questa vittoria non sarebbe stata durevole, se non fosse stata sorretta dalla rivoluzione proletaria in occidente, e che la sola valutazione giusta della nostra rivoluzione poteva essere fatta soltanto dai punto di vista internazionale Per ottenere una vittoria duratura, dobbiamo pervenire alla vittoria della rivoluzione proletaria in tutti o, quanto meno, in alcuni paesi capitalistici più importanti. E dopo tre anni di una guerra dura e accanita possiamo vedere in che misura le nostre previsioni si siano o no avverate. Non si sono avverate nel senso che non si è avuta una soluzione rapida e semplice della questione. Naturalmente, nessuno di noi si aspettava che una lotta come l'impari lotta della Russia contro tutte le potenze imperialistiche del mondo si sarebbe prolungata per tre anni. E’ risultato che nessuna delle parti in lotta, né la repubblica sovietica di Russia ne' il restante mondo capitalistico, ha ottenuto la vittoria o subito la disfatta; ma è risultato al tempo stesso che le nostre previsioni, se non si sono avverate in modo semplice, rapido e diretto, si sono tuttavia avverate nella misura in cui abbiamo ottenuto l'essenziale e l'essenziale consiste nella possibilità per il potere proletario e per la repubblica sovietica di sopravvivere persino nel caso di una dilazione della rivoluzione socialista nel mondo intero. In tal senso bisogna dire che la situazione internazionale della repubblica conferma oggi nel modo migliore e più preciso tutti i nostri calcoli e tutta la nostra politica. Non occorre dimostrare che non si può istituire un confronto tra le forze militari della RSFSR e quelle di tutte le potenze imperialistiche. Per questo aspetto noi siamo dieci e cento volte più deboli di loro, e tuttavia, dopo tre anni di guerra, abbiamo costretto quasi tutti questi Stati a rinunciare all'idea di un nuovo intervento. Questo vuol dire che si è prodotto ciò che a noi tre anni fa, nel clima della guerra imperialistica non ancora conclusa, sembrava impossibile, e cioè il protrarsi di una situazione non risolta né in un senso né nell'altro. Quale ne è il motivo? Il motivo non è da ricercare nel fatto che ci siamo rivelati più forti sul piano militare, mentre l'Intesa si è rivelata più debole, ma nel fatto che la disgregazione interna degli Stati dell'Intesa si è venuta sempre più aggravando, mentre nel nostro paese si determinava invece un consolidamento interno, come ha dimostrato e confermato la guerra. L'Intesa non ha potuto farci guerra con le sue truppe. Gli operai e i contadini degli Stati capitalistici non si sono fatti convincere a combattere contro di noi. Gli Stati borghesi sono riusciti a venire fuori dalla guerra imperialistica conservando l'assetto borghese. Sono riusciti a ritardare e a differire la crisi che li minacciava direttamente, ma, nella sostanza, hanno talmente compromesso la propria situazione che, dopo tre anni di guerra, nonostante le loro ingenti forze armate, sono stati costretti a riconoscere di non poter schiacciare la repubblica sovietica, pur quasi sprovvista di forze armate. La nostra politica e le nostre previsioni sono state quindi convalidate in pieno per l'essenziale, e le masse oppresse di tutti gli Stati capitalistici si sono rivelate realmente come nostre alleate, perché hanno sabotato la guerra. La nostra situazione è oggi tale che, senza aver riportato una vittoria internazionale, la sola vittoria durevole per noi, abbiamo tuttavia conquistato, con la lotta delle posizioni in cui possiamo esistere accanto alle potenze capitalistiche, costrette oggi ad annodare con noi relazioni commerciali. Nel corso di questa lotta ci siamo conquistati il diritto a esistere come uno Stato indipendente.

Così, se gettiamo uno sguardo d'insieme sulla nostra situazione internazionale, vediamo che abbiamo ottenuto successi considerevoli, che non abbiamo conquistato soltanto una tregua, ma qualcosa di molto più sostanziale. ….. appare evidente che oggi non abbiamo soltanto una tregua, ma una nuova fase, in cui la nostra esistenza internazionale nella rete degli stati capitalistici è ormai un fatto acquisito."(Lenin: Intervento alla conferenza moscovita del PCR, 20-22 novembre 1920, o. c. XXXI , 393-395)

Ribadiva le stesse tesi al terzo congresso dell'I.C., nel luglio 1921, dove la consapevolezza del rinvio della rivoluzione europea è ancora più evidente, e dove si pongono le premesse per la NEP del 1922.

"Quando abbiamo iniziato, a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva ad iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza l'appoggio della rivoluzione mondiale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa, pensavamo: o la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto, negli altri paesi capitalisticamente più sviluppati, oppure, nel caso contrario, dovremo soccombere. Nonostante questa consapevolezza abbiamo fatto di tutto per salvaguardare, in tutte le circostanze e a ogni costo, il sistema sovietico, poiché sapevamo di lavorare non soltanto per noi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo e abbiamo espresso più volte questa convinzione e prima della Rivoluzione d'ottobre, e subito dopo, e nel periodo della conclusione della pace di Brest-Litovsk. E, in generale, ciò era giusto. Ma in realtà il movimento non è stato così lineare come ci attendevamo. Negli altri grandi paesi, capitalisticamente più sviluppati, la rivoluzione finora non è ancora scoppiata. E vero, però, e possiamo constatarlo con soddisfazione, che la rivoluzione si sviluppa in tutto il mondo, e soltanto grazie a questa circostanza la borghesia internazionale, benché economicamente e militarmente cento volte più forte di noi, non è in grado di soffocarci. (Applausi.)

Nel paragrafo 2 delle tesi esamino in qual modo si è creata questa situazione e Quali conclusioni dobbiamo trarne. Aggiungo che la conclusione definitiva che ne traggo è la seguente: la rivoluzione internazionale che noi prevedevamo si sviluppa ma questo movimento progressivo non è così lineare come ci attendevamo. Sin dal primo sguardo è evidente che dopo la conclusione della pace, per cattiva che fosse, non si riuscì a far scoppiare la rivoluzione negli altri paesi capitalistici, benché i sintomi rivoluzionari fossero. come sappiamo, assi evidenti e numerosi, persino più evidenti e numerosi di quanto avessimo creduto. Ora cominciano a uscire opuscoli dove si dice che questi sintomi rivoluzionari negli ultimi anni e negli ultimi mesi erano in Europa molto più evidenti di quanto non sospettassimo. Che cosa dobbiamo fare adesso?" (Lenin: intervento al Terzo congresso IC, luglio 1921, o. c., XXXII, pag. 455/456 )

Queste parole di Lenin vanno meditate bene e approfonditamente. Intanto smentiscono quasi tutta la storiografia ufficiale, che, solo sulla base delle stravolgenti citazioni "staliniste" di Lenin, ha sempre affermato che la posizione "nazionalcomunista" di Stalin è perfettamente allineata con quella di Lenin, che si sarebbe sempre interessato strumentalmente alla rivoluzione internazionale, interessandogli, viceversa, solo quella nazionale russa. In secondo luogo, in questa analisi, è anche implicita un'analisi preventiva dì ciò che sarà, dopo, proprio lo stalinismo. La sua origine oggettiva, (indipendente da ogni sforzo "eroico" di militanti, più o meno noti, che non esitarono ad immolare la propria vita in difesa del comunismo ortodosso, e non meno da ogni "tradimento", anche in buona fede), è del tutto evidente nella strana situazione e assolutamente imprevedibile che, pur nell'assenza della rivoluzione internazionale o almeno europea, aveva comunque permesso il consolidamento del potere sovietico in Russia. Di fronte ai suddetti avvenimenti, la prima reazione dei dirigenti dell'Internazionale, soprattutto dopo le ripetute sconfitte della rivoluzione tedesca, fu ispirata da una sostanziale volontà di rincorrere gli avvenimenti, nella speranza, poco fondata, di non dover assistere ad un progressivo rinculo del movimento rivoluzionario, in Russia, e in tutta l'Europa. Si trattava di un atteggiamento comprensibile, ma poco ancorato ad un'analisi scientifica ed oggettiva della situazione. Si cominciò, fin dal 1921 (terzo congresso, luglio 1921), a privilegiare l'attitudine a mantenere collegamenti con le masse operaie quanto più fosse possibile (nonostante che le stesse masse si attestassero sempre più su posizioni non rivoluzionarie), rispetto al mantenimento di tutti i caratteri rivoluzionari dei partiti comunisti (come erano stati delineati al secondo congresso dell'I.C.), e rispetto alla loro coerente preparazione rivoluzionaria, in previsione di nuove situazioni rivoluzionarie. Se tale atteggiamento dei dirigenti dell'internazionale è del tutto comprensibile, tuttavia non teneva nel debito conto il fatto che molti partiti, che avevano aderito all'I.C., erano tutt'altro che partiti saldamente preparati teoricamente, e molti non avevano del tutto dimenticato, e tanto meno rinnegato, la loro origine opportunista nella Seconda Internazionale. Nelle tesi approvate al terzo congresso, questo atteggiamento è presente solo in alcune formulazioni e più sul piano della forma, che del contenuto. Infatti, anche quando si invitano i partiti comunisti ad "andare verso le masse", non si dimentica mai di ribadire l'assoluta necessità di mantenere la più totale autonomia dei partiti comunisti da qualunque altro raggruppamento politico, perché fosse efficace, agli occhi dei proletariato, l'attività di smascheramento dell'opportunismo, presente in tutti gli altri partiti operai. Ad esempio, al punto 39 delle "Tesi sulla situazione mondiale" si dice:

"E’ assolutamente incontestabile il fatto che la lotta rivoluzionaria del proletariato per il potere manifesta, nel momento attuale, su scala mondiale, una certa flessione, una certa stanchezza. Ma, in fondo, non era possibile attendersi che l’offensiva rivoluzionaria del dopoguerra, nella misura in cui non ottenne una vittoria immediata, si sviluppasse seguendo una linea ininterrotta. Lo sviluppo politico ha anche i suoi cicli, i suoi alti e i suoi bassi. Il nemico non resta passivo; combatte anch’esso. Se l'attacco del proletariato non è coronato da successo, alla prima occasione la borghesia passa al contrattacco. La perdita, da parte del proletariato, di alcune posizioni conquistate senza difficoltà, provoca una certa depressione nei suoi ranghi. Ma se resta incontestabile il fatto che nella nostra epoca la curva dello sviluppo capitalistico è, generalmente, discendente, con passeggeri movimenti di rialzo, la curva della rivoluzione è ascendente, con alcune cadute." (Tesi sulla situazione mondiale, approvate al terzo congresso dell'I.C. )

E' del tutto evidente la confusione tra il piano storico della tendenza ineliminabile del proletariato alla rivoluzione e il piano contingente del rinculo del movimento operaio. Tanta è la confusione che al successivo punto 40 delle stesse tesi si dice:

"40. L’obiettivo principale del partito comunista nella crisi che attraversiamo è di dirigere le lotte difensive del proletariato, di allargarle, di approfondirle, di riunirle e trasformarle - secondo il processo di sviluppo - in lotte politiche per l'obiettivo finale. Ma, se gli avvenimenti si sviluppano più lentamente e alla crisi economica attuale succede un periodo di ripresa, in un numero più o meno grande di paesi, ciò non potrebbe in alcun modo essere interpretato come l'avvento di un'epoca di "organizzazione". Così, per tutto il tempo in cui il capitalismo esiterà, le fluttuazioni dello sviluppo saranno inevitabili. Queste fluttuazioni accompagneranno il capitalismo nella sua maturità.

Nel caso in cui il proletariato fosse respinto dall’attacco del capitale nel corso della crisi attuale, esso passerà all’offensiva appena si manifesterà qualche miglioramento nella situazione. La sua offensiva economica che, in quest’ultimo caso, sarebbe inevitabilmente condotta sotto le parole d’ordine del riscatto da tutte le rapine e da tutti gli oltraggi inflitti durante la crisi, avrà, per questo stesso motivo, la stessa tendenza a trasformarsi in guerra civile aperta che ha la lotta difensiva attuale."(Tesi sulla situazione mondiale, approvate al Terzo congresso dell'I.C, luglio 1921)

Tuttavia, nelle tesi sulla tattica, approvate allo stesso congresso, si premette un punto fondamentale di principio già approvato al secondo congresso dell’I.C., a dimostrazione della volontà, ancora presente, di mantenere l'assoluta fedeltà ai principi del comunismo rivoluzionario:

"I. Delimitazione dei problemi. La nuova Associazione internazionale dei lavoratori è fondata con lo scopo di organizzare un'azione d'insieme, del proletariato dei diversi paesi, tendente a un solo e stesso fine: l'abbattimento del capitalismo, l'instaurazione della dittatura del proletariato e della repubblica internazionale dei soviet, che permetteranno di abolire completamente le classi e di realizzare il socialismo, primo scalino verso la società comunista "(Tesi sulla tattica, approvate al terzo congresso dell'I. C, luglio 1921)

Più oltre, però, nelle stesse tesi, traspare nuovamente quella fretta di rincorrere avvenimenti sfavorevoli ricordata prima, e che sarà la fonte di ogni sbandamento tattico di questo periodo:

"Quel che dobbiamo attendere non è il riflusso della rivoluzione mondiale né il riflusso delle sue onde, ma tutto il contrario: in circostanze date, un’esasperazione immediata degli antagonismi sociali e delle lotte sociali è la prospettiva più verosimile."(Tesi sulla tattica, approvate al terzo congresso dell'I.C, luglio 1921)

E questo orientamento, alla fine dei 1921, all'Esecutivo dell'I.C. del 28/12/1921, viene codificato nelle "Tesi sul Fronte Unico", dove i limiti tra fronte unico politico e fronte unico sindacale cominciano già ad essere scarsamente riconoscibili.

"Inoltre numerosi operai, aderenti ai vecchi partiti socialdemocratici, non ammettono più senza protestare le campagne di calunnie dei socialdemocratici e dei centristi contro 1' avanguardia comunista. Essi cominciano anzi a domandare un'intesa con i comunisti. Questi lavoratori tuttavia non si sono completamente emancipati dalle credenze riformiste e molti sono coloro che conservano il loro appoggio alle Internazionali socialiste e a quella di Amsterdam. Senza dubbio le loro aspirazioni non sono nettamente formulate, ma è certo che esse tendono oggi imperiosamente alla formazione di un fronte proletario unito e all'unione dei partiti della Seconda Internazionale e dei Sindacati di Amsterdam ai comunisti contro l'offensiva capitalistica. Queste aspirazioni costituiscono un progresso."(Tesi sul Fronte Unico, approvate all'Esecutivo dell'I.C. del 28/12/1921.)

E, nel merito della situazione dei singoli paesi, in particolare della Francia e della Germania, ci si spinge ancora più oltre:

"La politica dei riformisti e dei centristi, dopo aver provocato la scissione nel partito, minaccia ora l’unità sindacale, ciò che prova che Jouhaux come Longuet, serve in rea1tà la causa della borghesia. La parola d'ordine del fronte unico del proletariato, nelle lotte economiche quanto nelle lotte politiche contro la borghesia, è il mezzo migliore per far abortire questi piani di scissione.…

Questo processo spinge la classe lavoratrice alla lotta, dapprima per la mera esistenza, poi, presa conoscenza delle cause della crisi mondiale, alla lotta per il potere politico. Questa lotta all'inizio si effettuerà ancora nell'ambito della forma statale democratica. Nella Germania si cristallizzano già le forme e le soluzioni dl questa lotta. La forma è il fronte unico del proletariato di tutte le correnti…. " (Tesi sul Fronte Unico e Tesi sulla questione delle riparazioni, approvate all'Esecutivo dell'I.C. dei 28/12/1921.)

Sempre a proposito della Germania, si comincia a porre il problema della partecipazione ad un "governo operaio" dei comunisti insieme ad altri partiti. Non è ancora chiaramente ammesso che ciò possa avvenire in ambito parlamentare, ma così avverrà nel 1923. Il principio della "dittatura del proletariato", che in Europa avrebbe dovuto essere difeso ancor più rigidamente che in Russia, viene almeno in parte già abbandonato:

"9. In Germania l'ultima riunione del Consiglio nazionale del Partito si è dichiarata per 1' unità del fronte proletario, e per l'appoggio ad un eventuale governo operaio unitario, che fosse disposto a combattere seriamente il potere capitalista. L'Esecutivo dell'Internazionale comunista approva senza riserva questa decisione, persuaso che il P.C. tedesco, pur salvaguardando la sua autonomia politica, potrà così penetrare i più larghi strati del proletariato e rafforzarvi l’influenza del comunismo. "( Tesi sul Fronte Unico, approvate all'Esecutivo dell'I.C. del 28/12/1921)

Il merito della Sinistra Comunista Italiana, forte delle lezioni che aveva tratto a proposito della democrazia e del parlamentarismo, i cui effetti erano stati giudicati totalmente negativi sull'efficienza rivoluzionaria del proletariato europeo, fu quello di individuare subito i pericoli che si annidavano in queste tesi e posizioni. La sua azione, di fronte a questi fatti, fu ispirata, da un lato, dalla convinzione che gli avvenimenti, che avevano provocato le decisive sconfitte del proletariato in Europa, non avrebbero potuto facilmente e velocemente essere arrovesciati, e, dall'altro, dalla necessità di difendere i caratteri rivoluzionari dell'Internazionale, come ormai si ritenevano acquisiti con la fondazione dell’Internazionale Comunista. In particolare, di preservarli dalla degenerazione democratica. Ecco perché solo la Sinistra Italiana, fin dal 1921, avvertì un pericolo che altri non vedevano e cercò di reagire, prima con argomentazioni rivolte a tutta l’Internazionale, poi opponendo, nelle varie occasioni, tesi a tesi, e, infine, con la denuncia aperta di una vera e propria degenerazione e di un nuovo opportunismo, ancora più micidiale di quello, da cui i comunisti si erano appena separati. Opportunismo, già largamente riconoscibile nelle decisioni dello stesso gruppo dirigente dell'Internazionale. Tutto questo, dal 1921 al 1926, quando ormai l'Internazionale "stalinizzata", era degenerata in modo irreversibile e dunque si poneva già l'esigenza della rinascita di un nuovo partito comunista mondiale. Tuttavia, la percezione di questi pericoli fin dall'inizio, non impedì alla stessa Sinistra di capire che anche la tattica del Fronte Unico, se correttamente intesa, poteva essere perseguita con totale fedeltà ai principi rivoluzionari. Purché questa tattica coinvolgesse esclusivamente le organizzazioni sindacali; fosse cioè, come si diceva, un fronte unico "dal basso". Ecco come veniva posta la questione in un appello ai lavoratori italiani, apparso su 'Il comunista' del 20 e 21 luglio 1921: "Per la difesa e la riscossa proletaria contro l'offensiva borghese":

"I punti precisi che la classe operaia dovrebbe, non chiedere, ma difendere sono, secondo le nostre proposte, i seguenti:

otto ore di lavoro;

rispetto dei concordati vigenti e dell'attuale valore globale dei salari;

rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori;

assicurazione dell'esistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionato al costo della vita e al numero dei componenti la famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell'integrale salario per una media famiglia operaia, gravando gli oneri sulla classe industriale per una quota parte dei salari e per il resto sullo Stato;

integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.

Elevare questi punti a questione di principio significa attuare lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie organizzate degli operai e dei contadini, appena su un qualunque fronte delle organizzazioni di classe, per una qualsiasi categoria o in una qualsiasi zona le classi padronali intaccheranno le posizioni raggiunte dai lavoratori su detti capisaldi." ( "Per la difesa e la riscossa proletaria contro l'offensiva borghese", in "Il Comunista" del 20 e dei 21 luglio 1921)

In un altro articolo, di poco successivo, "Il Fronte Unico", fu ulteriormente precisato l'unico senso in cui questa tattica può essere intesa e praticata dal partito comunista:

"Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine.

Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.

Il comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte …

Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell'azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche - immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici, ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario….

I comunisti non nascondono mai il loro partito … " ("Il Fronte Unico", in "Il Comunista" dei 28/10/1921)

Quando le tesi dell'Internazionale diventeranno sempre più insistentemente orientate verso posizioni equivoche, in una serie di articoli su "Il Comunista", dal titolo "La tattica dell'Internazionale", venne evidenziata l'origine degli errori dell'Internazionale: una concezione della tattica libera dai principi. La Sinistra Italiana comprese immediatamente che la tesi della libertà, della flessibilità e della concretezza della tattica a seconda delle esigenze mutevoli del momento, fondata sulla presunzione indiscutibile dell'omogeneità del partito sul piano dei principi, era proprio quella il veicolo di un nuovo opportunismo. Difatti la tattica non è altro che il modo di agire pratico del partito. Dunque, da materialisti, si deve sostenere che gli stessi fondamenti, teorici e di principio, del partito, non possono restare a lungo invariati, se lo stesso partito, nella sua attività pratica, li rinnega continuamente. Perciò la tattica non deve essere libera e senza limiti, ma deve essere sempre più precisamente ancorata ai principi. Una tale impostazione del problema della tattica fu erroneamente interpretata, dallo stesso Esecutivo dell'I.C., come manifestazione di un metodo esclusivamente dottrinario e totalmente al di fuori di ogni realismo. A questa critica così venne risposto dalla Sinistra:

"Non vogliamo essere fraintesi e ci riserviamo di esporre in appresso il nostro pensiero, e del resto chi voglia coglierne la costruzione non ha che a studiare le nostre tesi sulla tattica. Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito a confronti formali e preoccupato della purezza e della dirittura come fini a se stesse, non intendiamo dire che il campo della tattica debba restare illimitato e che tutti i metodi siano buoni a raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice condizione che si sia intenzionati a valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l'errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che chi sceglie, dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste. Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt'altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune coi preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l'utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre coi risultati che se ne attendono e che poi ne derivano."("La tattica dell'Internazionale", in "Il Comunista" del 11/15/17/22/29 gennaio 1922)

E, al secondo congresso del P.C.d'I., nel marzo dei 1922, a Roma, questa stessa impostazione del problema della tattica viene elaborata in forma di tesi, proposte a tutta l'Internazionale:

"26.- Il partito non può … adoperare la sua volontà e la sua iniziativa in una direzione capricciosa ed in una misura arbitraria; i limiti entro i quali deve e può fissare l'una e l'altra gli sono posti appunto dalle sue direttive programmatiche e dalle possibilità e opportunità di movimento che si deducono dall'esame delle situazioni contingenti. ….

29. – Il possesso da parte di un partito comunista di un metodo critico e di una coscienza che conduce alla formulazione del suo programma è una condizione della sua vita organica. Perciò stesso il Partito e la Internazionale Comunista non possono limitarsi a stabilire la massima libertà ed elasticità di tattica affidandone l'esecuzione ai centri dirigenti, previo esame delle situazioni, a loro giudizio. Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro, la tattica nelle successive situazioni deve essere in rapporto al programma, e perciò le norme tattiche generali per le situazioni successive devono essere precisate entro certi limiti non rigidi ma sempre più netti e meno oscillanti man mano che il movimento si rafforza e si avvicina alla sua vittoria generale. Solo un tale criterio può permettere di avvicinarsi sempre più al massimo accentramento effettivo nei partiti e nell'Internazionale per la direzione della azione, …

32. - Compito essenziale del Partito comunista per la preparazione ideologica e pratica del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la dittatura è la critica spietata del programma della sinistra borghese e di ogni programma che voglia trarre la soluzione dei problemi sociali dal quadro delle istituzioni democratiche parlamentari borghesi. Il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta. In generale le rivendicazioni politiche della sinistra, che nelle sue finalità non ha affatto quella di fare un passo innanzi per porre il piede su di uno scalino intermedio tra l'assetto economico e politico capitalistico e quello proletario, corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore tanto perché tendono a dare alle masse la illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il loro processo di emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio ed altre garanzie e perfezionamenti del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica " massonica".

Non diverso valore hanno le riforme di ordine economico o sociale : o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e coll'intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse.

33.- L'avvento di un governo della sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico possono essere considerati come un avviamento alla lotta definitiva per la dittatura proletaria, ma non nel senso che la loro opera creerebbe utili premesse di ordine economico o politico, e mai più per la speranza che concederebbero al proletariato maggiore libertà di organizzazione, di preparazione, di azione rivoluzionaria. Il partito comunista sa e ha il dovere di proclamare, in forza di ragioni critiche e di una sanguinosa esperienza, che questi governi non rispetterebbero la libertà di movimenti del proletariato che fino al momento in cui questo li ravvisasse e li difendesse come propri rappresentanti, mentre dinanzi ad un assalto delle masse contro la macchina dello Stato democratico risponderebbero con la più feroce reazione. E' quindi in un senso ben diverso che l'avvento di questi governi può essere utile: in quanto cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo la instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. E' evidente che la utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il Partito comunista avrà preventivamente denunziato tale fallimento, e avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi e i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo." ( Tesi di Roma, approvate al secondo congresso del PCd’I, marzo 1922 )

E' noto che, nel corso del 1922 e poi sempre di più, l'I.C., non solo non accolse tali tesi, ma accentuò sempre di più la tendenza opposta, quella di considerare separati il piano della teoria e dei principi da quello della attività pratica e, quindi, della tattica più in generale. Al quarto congresso dell'I.C., svoltosi a Mosca nel novembre del 1922, al Fronte Unico si aggiunse anche la teorizzazione del Governo Operaio:

"XII Il governo operaio.

Il governo operaio (eventualmente il governo contadino) dovrà ovunque essere sbandierato come parola d'ordine di propaganda generale. Ma, come parola d'ordine di politica attuale, il governo operaio appare della più grande importanza nei paesi in cui la situazione della società borghese è particolarmente poco sicura, dove il rapporto di forze tra partiti operai e borghesia pone all'ordine del giorno la questione del governo operaio come soluzione, come necessità politica.

In questi paesi la parola d'ordine del governo operaio è un’inevitabile conseguenza di tutta la tattica di fronte unico."( Tesi approvate al quarto congresso dell'I.C., novembre 1922)

Da queste vicende bisogna trarre due lezioni storiche decisive:

I)- Le tesi sul Fronte Unico Politico e sul Governo Operaio trovano il loro fondamento teorico nella convinzione che la tattica, cioè l'azione pratica del partito, possa essere svincolata dai principi e debba essere elasticamente adattata alla situazione contingente.

2)- Le vicende storiche successive, una volta imboccata la strada della necessità di rincorrere la situazione, sono contrassegnate dal passaggio, senza soluzione di continuità, da quelle tesi a quelle sul Fronte Popolare e sul Governo Nazionale Antifascista, che platealmente dimostrano il tradimento di tutti i principi del comunismo rivoluzionario e internazionale.

Di conseguenza il partito comunista non può non sostenere che le tesi corrette, in materia di tattica, oggi a maggior ragione, sono quelle già espresse allora dalla Sinistra Comunista Italiana:

I)- La tattica non può essere elastica, ma deve essere rigidamente ancorata ai principi. Questi devono dettare dei limiti invalicabili, il che comporta che l'esame delle situazioni, pur indispensabile, deve essere inteso solo come elemento integratore di una analisi già prevista e su cui è già avvenuta la preparazione del partito.

2)- Il Partito Comunista deve essere assolutamente separato da tutti gli altri partiti politici, a maggior ragione se si autodefiniscono "proletari" e "rivoluzionari". Pertanto, non è possibile mantenere integra l'impostazione programmatica del partito e il suo stesso carattere rivoluzionario, se si applica una tattica che comporta attitudini e parole d'ordine accettabili anche da movimenti politici opportunisti.

3) In conclusione, la tattica del Partito Rivoluzionario Comunista, oggi a maggior ragione di ieri, vista la fine che hanno fatto tutti quelli che allora sostenevano l'elasticità della tattica, rifiuta le manovre, le alleanze e i blocchi che generalmente si formano sul terreno politico. Il partito dichiara apertamente che il suo scopo è quello di prendere e gestire, da solo, per tutta la fase di transizione che porterà al comunismo pienamente sviluppato, tutto il potere politico.

La tattica dell’Internazionale alla prova della sconfitta tedesca del 1923. La bolscevizzazione e le posizioni della Sinistra (1923-1924)

LA SCONFITTA DECISIVA DEL 1923

Il 1923 fu l'anno che segnò il fallimento della tattica che l'I.C., dal 1921 in poi, aveva via via elaborato ed aggiornato: fronte unico, governo operaio, governo operaio contadino. Gli effetti più disastrosi della tattica della "conquista delle grandi masse lavoratrici", proletarie e non, si produsse soprattutto in Germania. Nel gennaio 1923 le truppe francesi e belghe avevano occupato il bacino della Ruhr per assicurarsi un "pegno produttivo" tale da garantire la Francia contro l'ulteriore ritardo del governo tedesco nel pagamento delle rate annuali di riparazione stabilite con la pace di Versailles. L'occupazione della Ruhr, il crollo del marco, il malcontento diffuso tra tutti i ceti della popolazione tedesca, la comparsa dei primi nuclei del partito nazionalsocialista (NSPD), il fatto che l'appello, lanciato dall'Esecutivo dell'IC, per una azione comune tra i due partiti fratelli (tedesco e francese) delle opposte sponde del Reno, restò inascoltato; tutti questi avvenimenti costrinsero la KPD ad adottare, tra le molte interpretazioni del fronte unico e del governo operaio, quella più conforme alle tesi del IV congresso ed alla situazione tedesca. Il partito, tra l'altro, era minato al suo interno da dissidi insanabili, malgrado le convocazioni a Mosca per partecipare a "conferenze di riconciliazione". Nella direzione del partito si fece sempre più strada l'idea che l'occupazione della Rhur avrebbe potuto fornire l'occasione ideale per la "conquista della maggioranza", conformemente alle deliberazioni del terzo congresso dell’I.C., se si fossero lanciati appelli alla piccola borghesia, da un lato vittima della svalutazione del marco e, dell'altro, ritenuta succube del rigurgito nazionalista. La Zentrale della KPD diffuse, il 17 maggio, un comunicato rivolto alla "piccola borghesia", dichiarando che questa avrebbe potuto difendere "se stessa ed il futuro della Germania soltanto alleandosi ai comunisti per una lotta contro la vera (?) borghesia"; e addossava al partito comunista la tutela dei "valori nazionali" tedeschi. Fieramente bollata nel 1921, quando un gruppetto di Amburgo se ne era fatto portavoce, faceva ingresso in scena – con l’ammissione della stessa I.C. - la parola del nazional-bolscevismo, frutto, e matrice insieme, di gravi e macroscopiche deviazioni dal marxismo, la più consistente delle quali è nella equiparazione, più o meno esplicita, della questione nazionale nelle colonie o semicolonie, a quella di un paese ad altissimo sviluppo capitalistico, come certamente era la Germania nel 1923. Alla costruzione di una tale teorizzazione contribuirono in modo determinante sia Thalheimer, uno dei teorici più autorevoli del partito tedesco, sia Radek, l'esperto riconosciuto dall'I.C. di cose tedesche. La loro tesi era che lo sfruttamento imperialistico precipitava la Germania in uno stato sempre più simile a quello di una colonia, e di conseguenza si dovevano prendere in seria considerazione i movimenti nazionalistici di resistenza. Secondo loro, la borghesia tedesca era costretta ad assumere, suo malgrado, un ruolo "rivoluzionario". Anche se essa non avrebbe mai potuto divenire l'artefice del riscatto nazionale, in quanto usava il sentimento nazionale all'unico scopo di riaffermare il suo dominio sul proletariato. Posta di fronte all'alternativa: indipendenza nazionale o controrivoluzione anticomunista, avrebbe certamente optato per la seconda ipotesi. Nonostante ciò una parte considerevole degli elementi che alimentavano i movimenti di destra, secondo Radek e Thalheimer, era animata da un sincero sentimento nazionale ed antimperialistico. All'E.A. del giugno 1923, Radek dichiarava che "ciò che viene chiamato nazionalismo tedesco non è soltanto nazionalismo, è un lato del movimento nazionale avente un ampio significato rivoluzionario". E Zinoviev, chiudendo i lavori all'E .A., si rallegrava del fatto che ormai l'opinione pubblica tedesca riconosceva finalmente il carattere nazional-bolscevico del KPD.

La Sinistra Italiana, falcidiata dagli arresti compiuti dalla polizia fascista, solo un anno dopo poté, alla vigilia del V congresso mondiale, prendere posizione affermando:

"Noi neghiamo che sia giustificabile, sulle basi accennate (si tratta delle tesi del secondo congresso dell'I.C. sulla questione nazionale e coloniale), il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista ed il movimento nazionalista e patriottico. La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell'Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato (...) Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania ad una emancipazione nazionale: quanto noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario è che esso riesca a vincere non per sé, ma per salvare l'esistenza e l'evoluzione economica socialista della Russia dei Soviet, e per rovesciare contro le fortezze capitalistiche di occidente la fiumana della rivoluzione mondiale, destando i lavoratori degli altri paesi per un momento immobilizzati dagli ultimi conati controffensivi della reazione borghese (...) Ecco come il dimenticare l'origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile" ( Il comunismo e la questione nazionale", in "Prometeo" - n. 4 - 15.4.24.)

La seconda deviazione, legata alla prima, è il riconoscimento delle potenzialità rivoluzionarie della piccola borghesia. Per qualche mese, nel 1923, nel disperato sforzo di accattivarsi la piccola borghesia, la KPD agirà in veste di compagno di strada del NSPD, gli oratori dei due gruppi si alternavano dalle stesse tribune per tuonare contro Versailles e Poincaré, e la "Rote Fhane" ospitava articoli del nazionalista conte Von Reventlow. La "luna di miele" durò solo lo spazio di un mattino, ma solo perché i nazionalsocialisti per primi denunciarono l'alleanza di fatto. D'altra parte, l'E.A. del giugno di quell’anno, si era concluso con la convinzione che la situazione tedesca, per quanto gravida di tensioni, non fosse ancora aperta ad uno sbocco rivoluzionario imminente, quindi in esso non si era discussa a fondo la sempre più incandescente situazione. Ma già ai primi di agosto, furono bastanti i chiari segni di agonia del governo Cuno per convincere la Zentrale a giudicare prossimo il momento di una mobilitazione delle masse sotto la parola d'ordine del "governo operaio e contadino". Al contrario, dalla sua roccaforte berlinese, la "sinistra" della stessa KPD proclamò che "la fase intermedia del governo operaio sta diventando, in pratica, sempre più improbabile". Fra il divampare di nuovi imponenti scioperi e questa altalena di parole d'ordine contrastanti, il grande capitale, fermamente deciso a liquidare la ormai fallita campagna di "resistenza passiva" all'occupazione della Ruhr ed a conciliarsi con l'Intesa, con particolare riguardo all'Inghilterra, mandò al potere Stresemann. La reazione di Mosca, inspiegabilmente se non alla luce di un’impazienza del tutto fuori luogo, fece una brusca sterzata verso un frenetico ottimismo: "La rivoluzione batte alle porte della Germania". Convocato lo Stato maggiore della KPD fu deciso che si dovesse prepare d'urgenza l'assalto rivoluzionario contro lo Stato e che se ne dovesse fissare perfino la data. Parte fondamentale del piano insurrezionale doveva essere, secondo Mosca, l'ingresso del KPD nei governi di Turingia e Sassonia.

Il primo ottobre, nel pieno della crisi tedesca, Zinoviev dirà a Brandler, convocato a Mosca d’urgenza, che era indispensabile porre in forma concreta il problema dell’ingresso dei comunisti nel governo sassone, a condizione che la "gente" di Zeigner fosse realmente disposta a difendere la Sassonia contro la Baviera ed i fascisti. Dopo il 1918, il 1919, il 1921 ancora una volta viene concessa fiducia alla "volontà" della socialdemocrazia. Ci si illuse che i governi regionali potessero armare il proletariato contro lo Stato capitalista centrale. Una coalizione alla conclamata vigilia dell'insurrezione! Lo sdegno di Trotsky, ne "Gli insegnamenti dell’Ottobre" pubblicato dopo alcuni mesi, per questa ricaduta (ma in peggio) nelle esitazioni capitolarde della minoranza bolscevica di fronte alla conquista del potere nel 1917, era ben giustificato, anche se, eludendo la questione di fondo, egli non avvertì che quella "recidiva socialdemocratica" era stata la conclusione necessaria delle tattiche "elastiche" del fronte unico e del governo operaio, da lui stesso appoggiate e difese prima del 1923 e dopo.

L'epilogo seguì nel giro di pochissimi giorni. Il 20 ottobre, il governo centrale del Reich inviò a quello di Sassonia un ultimatum per lo scioglimento immediato delle pur esili milizie operaie, minacciando in caso di inadempienza, di dare ordine di marcia alla Reichswehr. Il partito comunista decise la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Germania; ma, insicuro di se stesso e dell'appoggio dei proletari, disorientati dalla girandola di parole d'ordine e di obiettivi contraddittori, Brandler pensò di "consultare" preventivamente le masse e, convintosi che il momento buono era ormai fuggito, revocò l'ordine di sciopero. Bastò un distaccamento della Reichswehr per deporre il governo sassone. Inoltre, un ritardo nella notizia della revoca dello sciopero, impedì ad Amburgo proletaria di non insorgere isolata, per essere domata in ventiquattr'ore con la forza.

La vicenda tedesca segnò definitivamente la sconfitta della rivoluzione in Europa e determinò non poco l'acuirsi della crisi all'interno del partito russo e dell'Internazionale. Ma oltre alla sconfitta tedesca vi furono altri fatti che, anche se inferiori per le ripercussioni che ebbero a livello internazionale, non per questo furono meno significativi. In Bulgaria il 9 giugno un colpo di Stato militare aveva rovesciato il "legittimo" governo dell'Unione Contadina, al potere dal 1919, e si era concluso con l'uccisione del primo ministro Stamboliskiy. Il Partito Comunista Bulgaro, di fronte a questo cambio di gestione del potere borghese, non assunse nessun atteggiamento di difesa nei confronti del deposto governo ritenendo che la questione dovesse essere considerata come un episodio della lotta fra due fazioni della borghesia. Il democratico governo Stamboliskiy, del resto, si era distinto per le sue repressioni antioperaie ed anticomuniste. L'atteggiamento assunto dal partito di Bulgaria venne però aspramente criticato durante i lavori dell'E.A. del giugno 1923. Secondo Zinoviev, e quel che più stupisce senza alcuna analisi dei rapporti tra le classi sociali, il PCB, non intervenendo nella lotta a fianco del legittimo governo, aveva perso una grande occasione per realizzare l'unificazione tra gli operai e i contadini e, di conseguenza, si era lasciato sfuggire la possibilità di costituire il primo governo operaio e contadino dei Balcani. Nel suo appello agli operai e contadini bulgari, l’E.A. sconfessava l'atteggiamento "indifferentista" del PCB e dava le seguenti indicazioni di lotta contro il governo dittatoriale di Zankov:

"I putschisti sono adesso il nemico. Esso deve essere battuto. Unitevi alla lotta contro la sovversione bianca non soltanto con le larghe masse di contadini, ma anche con i capi del partito contadino rimasti ancora in vita".(Risoluzione del 23.6.1923, in TESI E RISOLUZIONI DEL TERZO E.A. DELL’I.C. 12 –23 GIUGNO 1923.)

Come si vede siamo già ai fronti popolari.

In Polonia, ai primi di novembre, le masse operaie esasperate e ridotte alla fame erano esplose dando vita ad una serie di lotte culminanti nello sciopero generale ad oltranza. Tale movimento di sciopero, che ebbe in prima fila minatori, tessili e ferrovieri si svolse principalmente nell'alta Slesia, nella Galizia e a Varsavia. Il 6 novembre anche Cracovia insorgeva spontaneamente cogliendo il partito comunista impreparato, tutto dedito alla ricerca di compromessi con i socialisti per la formazione del fronte unico e del governo operaio contadino. Altri scontri molto duri si ebbero a Tarnov e Boryslav. Episodi molto significativi, che servono a spiegarci il clima realmente rivoluzionario esistente, sono quelli dell'Alta Slesia - tradizionale roccaforte del nazionalismo polacco - dove gli operai lottarono contemporaneamente contro il capitale tedesco e polacco ed accolsero armi alla mano l'esercito inviato a pacificare la regione; così come quelli di Cracovia, dove i contadini, in divisa militare, inviati a reprimere gli insorti, passarono dalla parte del proletariato rifornendolo di armi e munizioni. Anche qui, come in Germania, il Partito Comunista Polacco, sotto lo stretto controllo del comitato esecutivo dell’I.C., non attuò la giusta tattica rivoluzionaria. Avrebbe dovuto preparare il proletariato ad insorgere, quando fosse stato il tempo opportuno, congiuntamente contro lo Stato e i suoi reggicoda socialdemocratici. Al contrario, il partito comunista, anche in Polonia, fin dall'inizio cercò, con ogni mezzo, di attrarre nella lotta comune i capi del partito socialista polacco e i capi opportunisti dei sindacati.

Di fronte a questa serie di sconfitte, l’Esecutivo dell’Internazionale cambiò improvvisamente e radicalmente l’indirizzo tattico. Attaccò nuovamente la socialdemocrazia e denunciò senza mezzi termini il suo tradimento e il suo ruolo di boia del proletariato. Ma questa brusca conversione doveva dimostrare come, purtroppo, la tattica dell'I.C., dal fronte unico in poi, fosse segnata da tutta una serie di errori, che avevano portato i partiti comunisti, di fatto, a trovarsi al rimorchio della socialdemocrazia e dei suoi ricatti. Le feroci critiche rivolte alla socialdemocrazia tedesca, polacca, bulgara, italiana, dopo che per anni si era patteggiato e cercato ogni sorta di compromesso con essa, non servirono assolutamente a niente. Il proletariato occidentale, che già per proprio conto si era dimostrato, in tutti questi anni, tentennante e del tutto immaturo per una lotta immediata veramente rivoluzionaria, non poteva che restare ulteriormente sconcertato. Questi nuovi orientamenti serviranno, invece, e molto efficacemente per gli scopi politici, che l’Esecutivo dell’I.C. voleva conseguire attraverso una feroce lotta politica da promuovere all’interno dei vari partiti e dell'Internazionale stessa, finalizzati a consolidarvi il proprio potere. Paradossalmente, dunque, questa "conversione" a sinistra dimostrò non il ritrovato buon cammino rivoluzionario, ma un ulteriore e decisivo sintomo di degenerazione.

LA PRESUNTA "SVOLTA A SINISTRA" DELL'INTERNAZIONALE

La disfatta tedesca del 1923 segnò il rinvio a tempo indeterminato della rivoluzione in Europa. Tuttavia la direzione dell'Internazionale, invece di analizzarne le ragioni oggettive, scaricò tutta la responsabilità del disastro sulle insufficienze, gli errori, le debolezze della centrale tedesca. Da parte sua, quest’ultima rispondeva del tutto legittimamente che erano state da essa applicate, punto per punto, le direttive dell’Esecutivo del Comintern, a loro volta conformi ai deliberati del IV congresso. All'interno della KPD, mentre la direzione veniva attaccata duramente dalla sinistra del partito, si formò, sotto la guida di Remmele, un gruppo di centro (Mittelgruppe) staccatosi dalla vecchia maggioranza della centrale. Il Mittelgruppe sosteneva che le cause della sconfitta tedesca dovevano imputarsi alla direzione del partito che aveva travisato le giuste indicazioni di Mosca. Al quarto plenum dell'Esecutivo dell’I.C., tenuto a Mosca dall'8 al 12 gennaio 1924, Zinoviev sferrò un violento attacco principalmente contro Radek e Brandler.

L’Esecutivo, in una risoluzione sugli insegnamenti degli avvenimenti tedeschi, affermava, senza una riga di spiegazioni sulle ragioni del cambiamento - ed anzi lasciando intendere che la sua posizione avrebbe dovuto essere sempre stata intesa così (nonostante l’evidenza contraria di tutte le precedenti risoluzioni) - che la tattica del fronte unico dovesse essere intesa come "una tattica di rivoluzione, non di evoluzione. …

E come il governo degli operai (e dei contadini) non può rappresentare per noi un solido stadio di transizione in senso democratico, così anche la tattica del fronte unico non è una coalizione democratica, una alleanza con la socialdemocrazia. Essa è soltanto un metodo di agitazione e di mobilitazione rivoluzionaria. Tutte le altre interpretazioni noi le rifiutiamo in quanto opportunistiche (...) Ma ancor più pericolosi dei capi socialdemocratici di destra sono quelli di sinistra, ultima illusione dei lavoratori ingannati, ultime foglie di fico per la sporca politica controrivoluzionaria di Severing, Noske ed Ebert. Il KPD rifiuta non soltanto qualsiasi trattativa con la centrale dell'SPD ma anche con i capi di "sinistra" fintanto che codesti eroi non avranno dimostrato sufficiente virilità per rompere apertamente con la banda controrivoluzionaria che siede alla direzione dell'SPD. Il mutamento della tattica del fronte unico in Germania avrà per motto: unità dal basso!" (Risoluzione del 23.6.1923, in Tesi e risoluzioni del terzo E.A. dell’I.C. 12 –23 giugno 1923.)

Come era possibile accusare il Partito Comunista Tedesco di aver travisato le parole d'ordine tattiche dell'Internazionale quando, fin dalle tesi sul fronte unico del 1921, la KPD veniva invitata a collaborare con governi operai che si fossero dichiarati pronti "ad intraprendere, con una certa serietà, la lotta contro il potere dei capitalisti"? Ancora una volta la soluzione agli errori di tattica viene cercata semplicisticamente in un rimpasto della direzione della KPD: Remmele subentrò a Brandler nella carica di presidente della nuova Zentrale di centro, con la partecipazione di due elementi della sinistra. Ma questa nuova direzione durò ben poco; infatti il congresso, riunitosi a Francoforte nell'aprile dello stesso anno, segnò una netta vittoria della sinistra. Alla direzione del partito andò, questa volta, la sinistra affiancata dal centro (11 rappresentanti della sinistra e 4 del centro).

Il 1923, abbiamo visto, fu l'anno in cui fu del tutto evidente, da un lato, l’immaturità del movimento rivoluzionario in Occidente e, dall’altro, l’incapacità del gruppo dirigente dell’I.C. di affrontare la situazione con totale fedeltà ai principi comunisti. Possiamo quindi considerarlo l'anno della definitiva sconfitta del movimento comunista rivoluzionario, rinato, nell'immediato primo dopo guerra, dalle ceneri del tradimento della Seconda Internazionale.

La svolta tattica, dunque, scaturita dagli avvenimenti del 1923, dell’I.C. sconfessò il fronte unico dall'alto come deviazione opportunistica, come "errata interpretazione" dei deliberati del IV congresso:

"Rifiutando le trattative con i massimi esponenti del movimento riformista sindacale e con i capi della socialdemocrazia, all'atto pratico alleati del fascismo, i comunisti devono imparare ad attuare nei sindacati il fronte unico dal basso, serrando le file del proletariato sindacalmente organizzato sulla base della lotta quotidiana nonché attirando alla lotta quotidiana quegli strati della classe lavoratrice che non siano ancora del tutto staccati dalla socialdemocrazia " (Lettera del C.E. della I.C. al congresso della KPD di Francoforte sulla questione sindacale del 24.3.24.)

Nella stessa lettera viene anche sconfessata l'interpretazione del governo operaio e contadino inserito "nel quadro della democrazia borghese, come un alleanza politica con la socialdemocrazia":

"La parola d'ordine del governo operaio e contadino è, tradotta nella lingua della rivoluzione, la dittatura del proletariato (...) Mai, in nessun caso, una tattica di accordo e transizione parlamentare con i socialdemocratici. Al contrario, anche l'attività parlamentare dei comunisti deve avere per oggetto lo smascheramento del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e l'illustrazione agli operai dell'inganno e della impostura dei governi 'operai' da essi creati, che sono in realtà soltanto dei governi borghesi liberali". Non più governo migliore contrapposto a governo peggiore, ma 'fascismo e socialdemocrazia sono la mano destra e la mano sinistra del capitalismo contemporaneo". (Risoluzione del CE della IC sul governo laburista inglese e sul PC britannico - 6.2.24.)

Quanto la nuova tattica "di sinistra" fosse dettata da motivi strettamente contingenti e non fosse frutto di rigorosa elaborazione dialettica marxista non tardò a venire fuori.

In Italia, nel desiderio di raggiungere risultati elettorali soddisfacenti, la direzione del PCd'I, con il pieno consenso dell'Internazionale, propose, alle elezioni del 1924, un programma borghese di sinistra, pur di presentarsi alla scadenza elettorale unita con PSI e PSU.

Il 23.4.1924 si formò in Inghilterra il governo laburista di Mac Donald. L'Internazionale ritrovò subito gli orientamenti tattici tipici del fronte unico politico e del governo operaio; addirittura ritenne di non dover escludere che il gabinetto laburista non potesse essere spinto dalle masse "a lottare contro il capitale". Compito dei comunisti inglesi era quello di spingere le masse in questa direzione e per portare a compimento tale tattica "il partito deve tendere ad un accordo anche con organizzazioni politiche di sinistra del partito laburista".

La vittoria del laburismo infatuerà a tal punto i dirigenti dell'I.C. da formulare l'ipotesi che il cammino della rivoluzione europea sarebbe passato, prima che dalla Germania, dall'Inghilterra. "Ciò che si svolge attualmente nel movimento operaio inglese - si legge nella lettera del C.E. alle sezioni nazionali in preparazione del V congresso mondiale che si svolse nel giugno del 1924 - merita maggior rilievo degli avvenimenti che si verificano in Germania".

Inoltre, in questi stessi anni, un ruolo decisivo per l’affossamento non solo di ogni tentativo rivoluzionario, ma perfino di ogni minimo riferimento alle posizioni espresse nei primi due congressi della stessa Internazionale di qualche anno prima, fu giocato dagli avvenimenti svoltisi all’interno della Russia. Quello che la Sinistra italiana, nel 1926, definì come il "rovesciamento della piramide" era già in atto. Man mano che le prospettive rivoluzionarie in Europa si allontanavano, sempre più guadagnavano terreno gli interessi nazionali della Russia in quanto Stato, e questi si riflettevano all'interno del partito bolscevico e di conseguenza nell'Internazionale. Si cominciò a parlare della necessità di trasformare l'Internazionale in Partito Comunista Mondiale, di trasformare i partiti nazionali in partiti "veramente bolscevichi", di lotta contro il frazionismo, ma intendendo tutto ciò come cieca obbedienza ad ordini, anche se addirittura volta a volta contrastanti, dettati esclusivamente dalle necessità del momento e sempre più dalle esigenze politiche dello stato russo. L'Internazionale, con il peso della sua autorità, formò in ogni partito nazionale le sue frazioni, ponendole d'ufficio alla direzione dei partiti, e imponendo loro di prendere posizione contro l'opposizione, che si stava formando in Russia sulle posizioni di Trotsky. Si escogitò così la cosiddetta "bolscevizzazione" dei partiti comunisti occidentali sotto questa insegna: la mancata vittoria doveva essere attribuita al carattere non bolscevico dei partiti comunisti occidentali. E ciò coincise proprio con il consolidamento degli interessi nazionali russi, in opposizione alle prospettive di rivoluzione internazionale sulle quali era stata fondata la stessa Internazionale.

La Sinistra Italiana non si lasciò abbacinare dalla presunta svolta a sinistra, ritenendola un semplice espediente momentaneo. La prassi invalsa all'interno del Comintern era ormai quella di soppesare la situazione, di congresso in congresso, ma non nel senso di una constatazione realistica al fine di adottare decisioni che il partito comunista doveva avere già implicite nel suo programma e nella sua tattica, bensì con la pericolosa pretesa di imprimere al movimento svolte brusche, sempre inattese e disorientanti, ma nelle quali si doveva per principio giurare, visto che avevano il benestare dell’Esecutivo dell’Internazionale. Si instaurò il metodo di giudicare, mese per mese, se la "signora situazione" fosse più o meno rivoluzionaria. Se si riteneva che lo fosse, se ne deduceva molto vanamente che si "andava a sinistra" e che si doveva, partito per partito, mettere in auge gli elementi di "sinistra". Ma se la situazione veniva giudicata "raffreddata", allora si traevano le conclusioni opposte e si decideva di andare a destra. Nelle critiche, sempre più aspre, della Sinistra Italiana espresse al quinto congresso dell’I.C., si negava che, in questo modo, Mosca e i partiti nazionali andassero, come ufficialmente sostenevano, a sinistra, e si denunciava sempre più apertamente la marcia generale verso un nuovo opportunismo, peggiore di quello delle varie correnti della Seconda Internazionale, dalle quali i comunisti si erano appena separati.

La Sinistra chiedeva inoltre che il successivo congresso internazionale, il quinto, definisse la questione del programma:

"Il prossimo congresso deve anche codificare il programma dell'Internazionale. La questione gli é rinviata dal precedente. E’ noto che in questo si urtano due criteri: quello di Bucharin che vuole escluse dal programma le rivendicazioni del tipo Governo Operaio e simili, quello di Radek che voleva di tali rivendicazioni fare materia programmatica. In realtà questo secondo indirizzo ha il suo sapore di revisionismo comunista assai pericoloso. Il programma dell'Internazionale deve essere definito (secondo i più gloriosi documenti, in prima linea quelli estesi od ispirati da Lenin nei primi anni) in modo tale che la esclusione di deformazioni le quali inficiassero sotto la specie delle rivendicazioni "transitorie", il nerbo della nostra ideologia politica, sia non solo occasione o fatta in omaggio al momentaneo venticello di sinistra, ma definitiva e tale da assicurare contro ogni pericolo di attenuazioni.

Un revisionismo programmatico nella Internazionale potrebbe sussistere anche se la presente situazione e le condizioni di animo del grande partito tedesco gli suggerissero un prudente tempo di aspetto: e' per questo che al V congresso si deve esigere una particolare decisione nell'eliminare i minimi appigli all’equivoco in materia di programma, oltre a porre le questioni di tattica con rigore.

La soluzione di questi problemi non deve esser vista, congresso per congresso, come un semplice punto di equilibrio da trovare per il momento tra le varie forze politiche dell'Internazionale, pretendendo poi di conciliare questo equilibrio stentato con la rigidità organizzativa di cui abbiamo parlato, e se invece da quelle ci si dovesse discostare, allora diventerebbe necessaria la esistenza di una frazione internazionale di opposizione a sinistra.(sottolineatura nostra)

A nostro avviso tutta la consuetudine invalsa circa i criteri di lavoro nella Internazionale e dei suoi congressi deve essere radicalmente riveduta e messa all'unisono con il nostro carattere di partito rivoluzionario, sottolineando quanto deve dividere questo da una banale diplomazia politica sul tipo di quelle statali. Solo così ci avvieremo ad essere finalmente il vero partito comunista mondiale, la cui pratica corrisponda davvero alla magnificenza teorica con cui si erige l'edificio del nostro programma e alla formidabile esperienza storica di cui disponiamo.

Nel prossimo congresso vi saranno molti "spunti" di sinistra, per l'esperienza recente e contingente di molti paesi e in specie di Germania. Ma il partito tedesco con la sua sinistra potrebbe essere spinto a contentarsi di concessioni transitorie dissimulando il vivo delle questioni. La sinistra del partito italiano, invece, per molte ragioni e per i suoi meriti che potrebbero coincidere con quelli che passano per i suoi famosi errori, dovrebbe contribuire ad una impostazione più netta ed aperta di tutte le questioni; guardando in faccia senza preoccupazioni filistee la minaccia di una revisione a destra del movimento comunista e battendosi contro di essa con la massima energia." ("Indirizzo dell’Internazionale Comunista" articolo scritto in vista del quinto congresso dell’I.C , .pubblicato in Stato Operaio ,N.15 del 8/5/1924 )

Queste tesi furono ribadite anche al convegno clandestino di Como, convocato dalla Centrale del PCd’I nel maggio del 1924 proprio in preparazione della partecipazione al quinto congresso mondiale dell’Internazionale. Durante quella conferenza la Sinistra presentò proprie tesi in opposizione a quelle del Centro, gradito all’Esecutivo dell’Internazionale, dove si ribadiva che le posizioni assunte dal Comintern durante le varie crisi del 1923 e specialmente nelle vicende tedesche, erano la logica conseguenza di "principi tattici" errati; pertanto sarebbe stato necessario esprimere le più decise critiche proprio in sede di congresso. L’esito delle votazioni, in quella occasione, non potrebbe essere maggiormente indicativo dell’anomala situazione, non solo del partito italiano, ma di tutti gli altri partiti. Dimostrava del tutto chiaramente che la centrale era esclusivamente espressione del Centro di Mosca, ma che il partito era ancora allineato sulle posizioni della Sinistra. In modo plateale si dimostrava così proprio quello che la Sinistra andava sostenendo e che, fino a che poté, sosterrà con sempre maggiore forza: il Centro di Mosca non considerava più l’Internazionale come il Partito Mondiale della Rivoluzione Comunista Internazionale, ma come un’organizzazione da asservire alle proprie convinzioni e poi, quando prevarranno su tutto gli interessi dello stato russo, proprio a questi ultimi. L’esito fu questo: su 9 membri della centrale (espressione dell'Esecutivo dell'Internazionale), 1 per la Sinistra, 4 per il Centro e 4 per la Destra; su 5 segretari interregionali, 4 per la Sinistra e 1 per la Destra; su 44 segretari di federazioni provinciali, 35 per la Sinistra, 4 per il Centro e 5 per la Destra; il delegato per la Federazione Giovanile per la Sinistra. Eppure di lì a meno di due anni, al congresso di Lione, il Centro riuscirà a conquistare la stragrande maggioranza del partito. Con quali mezzi si sa: più che la spregiudicatezza nell’utilizzare gli strumenti democratici (le falsificazioni abbondarono, come sanno anche tutti gli storici), contò l’appoggio "fraterno" dell’Esecutivo dell’Internazionale.

Al quinto congresso dell'Internazionale vennero approvate, sulla tattica e sull’organizzazione, tesi come le seguenti:

"La bolscevizzazione dei partiti comunisti unita alla decisa attività rivoluzionaria delle sezioni dell’I.C. si realizza inculcando profondamente il marxismo e il leninismo nella coscienza dei partiti comunisti e dei loro membri …

(Bisogna) pubblicare un giornale propagandistico per l’istruzione dei funzionari di partito e in particolare dei quadri preposti alla propaganda …

Il Partito Comunista deve avere la sua base organizzativa fra le masse operaie stesse, nella fabbrica e nei luoghi di lavoro. L’assetto del partito su tale base gli permette di essere sempre al corrente dei bisogni e delle aspirazioni delle masse operaie e di reagire di conseguenza e gli consente di condurre la lotta per il potere per mezzo della sua persistente influenza …

La bolscevizzazione è la capacità di applicare i principi generali del leninismo alla concreta situazione data in questo o quel paese. La bolscevizzazione, inoltre, è la capacità di cogliere quell’anello fondamentale che consente di tirare dietro l’intera catena …"(Tesi e risoluzioni del quinto congresso dell’I.C., giugno 1924)

Meno di un anno più tardi, nel secondo anniversario della morte di Lenin, L’Esecutivo del Comintern dichiarerà:

"L’esistenza dell’Unione Sovietica è di per sé un segno della situazione rivoluzionaria ed un fattore importante per le prospettive rivoluzionarie. Oggi due sistemi economici e sociali si fronteggiano: il capitalismo e il socialismo. Il rafforzamento dell’uno significa l’indebolimento dell’altro. La crescente potenza della Russia sovietica è un appoggio per la rivoluzione mondiale ed un fondamentale fattore di potere non soltanto ideale ma concreto per tutti gli oppressi della terra. E la potenza economica della Russia aumenterà di anno in anno. .."

(Da: "Tesi per il secondo anniversario della morte di Lenin", in Inprecorr, 14/1/1926)

Come si vede, "il socialismo in un solo paese" sgorgava inevitabilmente dai nuovi rapporti di classe alla scala almeno europea, e non fu solo la perfida invenzione del baffuto Stalin. E poco conta che chi scriveva quelle cose sarà di li a pochi anni fucilato proprio in nome della nuova teoria. Per la Sinistra, il problema era non tanto quello di pretendere di fermare lo sviluppo oggettivo di questi avvenimenti, ma quello di averne consapevolezza, per prepararsi alla nuova immancabile esplosione di lotta rivoluzionaria; e senza dare termini temporali.

Non c’era bisogno di aspettare oltre. Già nelle tesi sulla "bolscevizzazione" del quinto congresso, con la pretesa di poter fare sempre la rivoluzione con opportune ricette organizzative, tutti i principi su cui era stata fondata l’Internazionale erano completamente degenerati e ciò aveva un solo significato: bisognava cercare di difendere, quanto più fosse possibile, il programma comunista nell’Internazionale, senza la minima disponibilità a cedere sulle corrette posizioni neanche di un millimetro, per porre almeno le basi della rinascita del Partito Mondiale del Comunismo Rivoluzionario.

Nell’articolo " Il pericolo opportunista e l’Internazionale" del luglio 1925 A. Bordiga, in nome della Sinistra Italiana, si poneva ambedue questi scopi:

"Crediamo alla possibilità che l'internazionale cada nell'opportunismo

Le garanzie contro l'opportunismo non possono consistere nel passato, ma devono essere in ogni momento presenti e attuali.

Ci pare che l'atteggiamento e la mentalità con la quale si accolgono le obiezioni della sinistra italiana alle direttive adottate dai dirigenti dell'Internazionale, rivelino una contraddizione.

Si polemizza in questo modo: la sinistra dice che l'Internazionale sbaglia. L'Internazionale non può sbagliare: quindi la sinistra ha torto. Da buoni marxisti non filistei, non bonzificati o bonzificantisi. la questione andrebbe messa così: la sinistra dice che l'Internazionale sbaglia. Per le ragioni a. b. c. inerenti al problema sollevato. dimostriamo che la sinistra stessa invece è in errore. Questo prova che ancora una volta l'Internazionale non ha commesso errori ed è sulla buona via.

Non facciamo di questo sistema una critica morale. Indichiamo solo che ci sembra incompatibile con un metodo rivoluzionario.

Quando poi si ciancia di leninismo, come di un sistema di cui noi saremmo per definizione gli avversari, e si vuole soffocarci sotto la indiscutibilità dei Nomi di questo sistema la contraddizione diventa ancor più scandalosa. In realtà quello che allarma di più nel leninismo di taluni è la tendenza alla mutevolezza, alle audaci evoluzioni, la facilità a dire: "e' lecito sempre dubitare oggi di tutto quello che ieri demmo per certissimo".

Il compagno Perrone pone la questione in modo semplice e chiaro quando dice che tutto quanto i dirigenti dell'Internazionale dicono e fanno, è materia di cui rivendichiamo il diritto di discutere, e discutere significa poter dubitare che si sia detto e fatto male, indipendentemente da ogni prerogativa attribuita a gruppi, uomini e partiti. Si tratta di ripetere la santa apologia della libertà di pensiero e di critica come diritto dell'individuo? No, certo, si tratta di stabilire il modo fisiologico di funzionare e lavorare di un partito rivoluzionario che deve conquistare e non custodire conquiste del passato, invadere i territori dell'avversario e non chiudere i propri con trincee e cordoni sanitari.

Nella mentalità che si va facendo strada tra gli elementi direttivi del nostro movimento, noi cominciamo a vedere il vero pericolo del disfattismo e del pessimismo latenti. Invece di muovere virilmente contro le difficoltà di cui è circondata in questo periodo l'azione comunista, di discutere coraggiosamente i multiformi pericoli e di ricostituire dinanzi ad essi le ragioni vitali della nostra dottrina e del nostro metodo, essi si vogliono rifugiare in un sistema intangibile.

Il sintomo di questo è il cieco ottimismo di ufficio: tutto va bene e chi si permette di dubitare non è che uno scocciatore da mandare al più presto fuori dai piedi. Noi ci opponiamo a questo andazzo, appunto perché, fiduciosi nella causa comunista e nell'Internazionale, neghiamo che questa debba ridursi a consumare volgarmente il suo patrimonio di potenza e di influenza politica.

Ha destato scalpore enorme la nostra presa di posizione contro la bolscevizzazione e contro le cellule

Noi non siamo contro le cellule nemmeno come gruppi di iscritti al partito nelle fabbriche con date funzioni; solo chiediamo che non si sopprima la rete territoriale e che la si consideri come rete fondamentale per l'attività politica del partito, come inquadramento organizzativo e strumento di manovra nei movimenti proletari, insieme a quelli di fabbrica, sindacali. corporativi. ecc.

Ma andiamo un poco più oltre in questo affare della bolscevizzazione. e precisiamo la nostra diffidenza aperta verso di essa. In quanto essa si concreta nell'organizzazione per cellule, cui sovrasta onnipotente la rete dei funzionari, selezionati col criterio dell'ossequio cieco ad un ricettario che vorrebbe essere il leninismo; in un metodo tattico e di lavoro politico che si illude di realizzare il massimo di rispondenza esecutiva alle disposizioni più inattese e in una impostazione storica dell'azione comunista mondiale in cui l'ultima parola debba sempre trovarsi nei precedenti del partito russo interpretati da un gruppo privilegiato di compagni: noi consideriamo che essa non raggiungerà i suoi stessi scopi e indebolirà il movimento e la giudichiamo come una reazione non indovinata al successo poco favorevole di molti esperimenti tattici del metodo prevalente, contro le critiche nostre nell'Internazionale. Anziché con rimedi più coraggiosi ci pare vi si voglia riparare con questa bolscevizzazione, che senza essere un rafforzamento resterà una specie di cristallizzazione e di immobilizzazione del movimento rivoluzionario comunista e delle sue spontanee iniziative ed energie. Il processo è rovesciato: la sintesi (all'armi...!) precede i suoi elementi, la piramide invece di erigersi sicura sulla base si capovolge ed il suo equilibrio instabilissimo punta sul suo vertice.

Noi non abbiamo alcun dissenso col programma dell'Internazionale

Alla base del nostro movimento sta un sistema teorico che è una completa concezione del mondo: si tratta del marxismo, del materialismo storico, che in Lenin ebbe il più poderoso dei fautori. Non è necessario, e tanto meno sembrerebbe necessario a Lenin, chiamarlo leninismo. Ma quali furono i rapporti di Lenin con quel sistema? Se egli ne fosse stato un revisionista, si spiegherebbe il termine di leninismo ma egli battagliò fieramente contro i revisionisti di varie scuole, contendendo loro a colpi formidabili il diritto di adoperare il nome e la tradizione marxista. Difese la sua ortodossia con argomenti della storia viva e insieme con una poderosa esegesi dell'opera dei maestri spinta fino alla minuzia, sviscerando da ogni sfumatura. dalle ultime righe dei testi, il contenuto delle conferme apportate dalla storia alla visione precedente.

Noi consideriamo il metodo tattico di Lenin come non completamente esatto in quanto non contiene le garanzie contro le possibilità di applicazione che, essendo superficialmente fedeli, perdono la finalità rivoluzionaria profonda che sempre animò quanto Lenin sostenne e fece. Consideriamo come troppo universali certe estensioni di esperienze tattiche russe, a situazioni a cui si aggiungono difficoltà che in quelle non vi erano, come il regime democratico e il lungo avvelenamento democratico del proletariato.

Nella mia Conferenza dissi che Lenin non ci lasciava risolto e consolidato il problema della tattica in modo pari a quello della dottrina: tale problema è ancora aperto, vuol dire che passerà attraverso ulteriori esperienze ed errori. Tuttavia noi affermiamo che la soluzione tattica di Lenin quale egli la trovava sempre, pur compiendo evoluzioni che ci sembravano rischiose, non decampava mai dal terreno dei princìpi, il che vuol dire che non veniva in contrasto con le finalità rivoluzionarie ultime del movimento.

Affermiamo che dopo Lenin si è deviato dalla sana linea tattica comunista, e ciò dimostra che vi era un errore iniziale parziale nelle stesse direttive tattiche che Lenin volle esperimentare su scala internazionale, non accessorio, ma fondamentale. Il modo con il quale è stata liquidata la questione tedesca è tutt'altro che soddisfacente. Queste sono enunciazioni sommarie, ma a me preme definire ancora una volta la estensione ed i limiti del dissenso. Oggi ci troviamo in presenza di una nuova tattica. L'ultimo Esecutivo Allargato ha fornito una nuova analisi della situazione.

La nuova tattica, al solito, è un fatto compiuto, prima che un organo internazionale la abbia esaminata. Ora noi abbiamo sempre chiesto che in materia di tattica le decisioni siano tassative. e... preventive, non postume.

Sommariamente stabiliti e delineati così i nostri dissensi, nulli verso la dottrina e il programma dell'internazionale, di Marx e di Lenin, limitati verso metodi tattici da Lenin preconizzati, seri verso le degenerazioni, non marxiste né leniniste, a cui sembra prestarsi la tattica oggi adottata dai dirigenti dell'Internazionale, noi ci attendiamo non il solito urlo: ecco che diffidano l'Internazionale Comunista di opportunismo e meritano senz'altro il crucifige; ma la dimostrazione seria delle garanzie che possono valere a separare insuperabilmente la pratica dell'opportunismo dall'esperimento di manovre strategiche come quelle accennate dal governo operaio. Per noi la conclusione è negativa. Bisogna condannare e abbandonare tali metodi." ("Il pericolo opportunista e l’Internazionale", Da L'Unità del 30 settembre 1925, firmato Amadeo Bordiga, ripubblicato su Il Programma Comunista del 20 giugno 1958)

Abbiamo riportato ampi brani di questo poderoso testo per dimostrare, da un lato, quanto lungo fosse il cammino, verso un nuovo e più micidiale opportunismo, già compiuto da parte dell’Internazionale nel 1925, e, dall’altro, come tempestive, ampie e convincenti fossero già allora le critiche della Sinistra. A quel tempo l’intenzione della Sinistra era ancora quella di rivolgersi all’intera Internazionale, ma ben presto dovette rinunciare a tale proposito, senza tuttavia mai rinunciare di porsi comunque dal punto di vista internazionale.

Prima ancora del quinto congresso dell’I.C., che si svolse nel giugno 1924, a dimostrazione che la Sinistra Italiana era già consapevole della profondità della degenerazione opportunista che aveva colpito la stessa Internazionale, venivano pubblicamente difese queste tesi su ‘Prometeo’:

"Considerata la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile da impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court ": la Internazionale è il Partito Comunista mondiale e si deve senz'altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema….

Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un "diritto" nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui teniamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori "quali che siano": vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l'organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa...

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta la organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul "mandato" da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all'interesse del processo rivoluzionario…

Noi riassumiamo così la nostra tesi: e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l'azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera colla quale il partito agisce verso " l'esterno " hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione "interna" di esso. Compromette fatalmente il partito chi in nome di una disciplina illimitata, pretende tenerlo a disposizione per una azione, una tattica, una manovra strategica " qualunque ", ossia senza limiti ben determinati e noti all'insieme dei militanti.

Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica." (Brani tratti da: "Organizzazione e disciplina comunista" .In " Prometeo " n. 5 del 15.5.1924)

In Russia, già con la pubblicazione dell’opuscolo di Trotsky, nel settembre del 1924, sugli "Insegnamenti di Ottobre", era iniziata la battaglia decisiva che porterà alla vittoria dello stalinismo. La Sinistra Italiana, nonostante la cattiva informazione, aveva capito che le tesi di Trotsky, spacciate come tesi puramente allarmistiche e finalizzate esclusivamente a soddisfare la sua ambizione personale a diventare l’erede di Lenin, potevano costituire una base solida per un’opposizione internazionale alla politica della destra del partito russo e della stessa Internazionale. A Mosca, durante il quinto congresso, tuttavia una tale prospettiva dovette essere radicalmente rimossa. Non solo perché le tesi sostenute dalla sinistra russa non erano del tutto coincidenti con quelle della sinistra italiana, ma anche perché Trotsky stesso, e proprio durante gli incontri che ebbe con la delegazione della Sinistra Italiana, si dimostrò del tutto contrario ad una tale prospettiva. Di ritorno dal congresso e riflettendo sui suoi risultati, in un articolo dedicato proprio alla questione Trotsky, Bordiga, dopo aver espresso sostanziale solidarietà con lui, che veniva sempre più assoggettato ad una serie di incredibili calunnie, conclude:

"Ma si poteva aspettare altro da un uomo che è tra i più degni di stare alla testa del partito rivoluzionario. Ma anche al di là della sensazionale questione della sua personalità, i problemi da lui sollevati restano, e non devono essere elusi ma affrontati." (A. Bordiga, "La questione Trotsky", pubblicato su ‘L’Unità’ del 4/7/1925)

E si tratta di una conclusione che non solo esprime una certa delusione, ma anche l’ormai sempre più netta convinzione di dover affrontare una battaglia contro un nemico soverchiante e quindi una battaglia votata in partenza alla sconfitta, ma tuttavia non meno necessaria per il futuro del movimento comunista mondiale.

Numerose sono le lezioni da trarre da queste vicende, ma quelle indispensabili sono almeno le seguenti.

  1. Nell’Europa occidentale il movimento proletario, nel suo complesso, era immaturo
  2. per poter aspirare alla vittoria rivoluzionaria nel primo dopoguerra. Tale immaturità era il risultato dei decenni precedenti di attività politica, orientata al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli operai; attività in se stessa del tutto inquadrabile nella preparazione delle forze della rivoluzione, ma che aveva anche prodotto inevitabilmente il fenomeno giganteggiante dell’opportunismo, che, in varie forme, espresse la tendenza a trovare un equilibrio degli interessi degli stessi operai con quelli della conservazione del potere capitalistico.
  3. Gli errori di tattica dei partiti comunisti occidentali, in specie di quello tedesco, erano il riflesso di questa immaturità e non l’espressione di incapacità o, peggio, di cattiva volontà dei vari dirigenti di destra o di sinistra.
  4. Il vecchio gruppo dirigente bolscevico e della stessa Internazionale non ebbe il coraggio di prendere atto di questa immaturità, né la capacità di analizzarne le cause profonde, e cercò di reagirvi con espedienti tattici che non potevano cambiare la situazione oggettiva, ma che si ritorcevano inevitabilmente nella vita e nell’organizzazione della stessa Internazionale, condannandola ad un nuovo e più micidiale opportunismo di quello della vecchia Internazionale.
  5. Solo la Sinistra Comunista Italiana
  6. seppe inquadrare bene fin dall’inizio il corretto rapporto tra tattica ed organizzazione, da un lato, e tra tattica e principi, dall’altro. Lo poté fare forte dell’esperienza tratta negli anni precedenti contro la nefasta influenza dei principi democratici nel movimento socialista.
  7. Lo stesso atteggiamento, totalmente negativo verso la democrazia, non è ravvisabile nemmeno in Lenin. Ne è un sintomo chiaro la polemica sull’astensionismo e il parlamentarismo rivoluzionario già al Secondo Congresso.
  8. Nonostante le garanzie di fedeltà ai principi rivoluzionari, assolute in Lenin e in tutta la sua opera, il suo metodo nell’individuare le norme tattiche contiene un elemento di non completa sfiducia verso la democrazia, come è opportuno che debba essere specialmente nei paesi capitalistici sviluppati, come gli avvenimenti successivi alla sua morte hanno dimostrato. Questi provano che un elemento non secondario di errore è contenuto anche in quel metodo.

Il socialismo in un solo paese, teoria della controrivoluzione in Russia e nel mondo: l’opposizione della sinistra italiana e le basi per la rinascita del Partito Comunista Mondiale (1923 – 1926)

LA NEP E LO SVILUPPO DEL CAPITALISMO IN RUSSIA

La tesi che la politica internazionale dello stato russo, nel periodo successivo agli anni della guerra civile, era rigidamente e totalmente determinata dalle esigenze dello sviluppo capitalistico interno è profondamente errata e non coglie l'aspetto fondamentale contenuto nel piano elaborato con la NEP. Se una tale tesi fosse vera equivarrebbe alla negazione delle ragioni che stanno a fondamento della NEP. Il piano di Lenin, infatti, consisteva nel favorire tutti i compromessi e nel sostenere tutte le concessioni economiche al capitalismo interno e internazionale, senza tuttavia niente concedere sul terreno politico. Ne è una dimostrazione l'articolo "Abbiamo pagato troppo caro" del 9/4/1922 con il quale Lenin rimproverava alla delegazione dell'Internazionale Comunista, inviata alla Conferenza di Berlino delle tre Internazionali, di aver accettato le due condizioni poste dalle altre due Internazionali per la sottoscrizione dell'accordo raggiunto. Tali due condizioni - dice Lenin in quell'articolo - "non sono altro che una concessione politica fatta dal proletariato rivoluzionario alla borghesia reazionaria". Si trattava dell'impegno ad astenersi dall'applicazione della pena di morte nei confronti dei 47 sindacalisti rivoluzionari accusati di attività controrivoluzionarie e di permettere di assistere al processo a delegati delle due Internazionali. Al di là dello specifico caso, ciò dimostra come Lenin ritenesse di fondamentale importanza non fare alcuna concessione di carattere politico, come invece allora e successivamente fu ampiamente fatto.

Contemporaneamente Lenin, contro i "sinistri" della cosiddetta "Opposizione Operaia", sosteneva la necessità di fare le più ampie concessioni economiche al rinascente capitalismo interno e a quello internazionale. Le concessioni economiche erano indispensabili perché l'unica base produttiva su cui poter sperare di non morire di fame era di natura capitalistica, ma si sapeva anche che ciò doveva essere del tutto provvisorio: lo scopo dichiarato era quello di riuscire a mantenere il potere politico in attesa del prossimo assalto rivoluzionario in Europa.

Il piano di Lenin, dunque, prevedeva la possibilità di mantenere il potere politico conquistato con l'Ottobre e, contemporaneamente, fare le più ampie concessioni economiche al capitalismo mondiale per favorire lo sviluppo della produzione in Russia, perché solo così sarebbe stato possibile conservare lo stesso potere politico per il prossimo assalto rivoluzionario mondiale. Contro questa possibile soluzione, favorevole al proletariato mondiale, stavano le forze capitalistiche interne e internazionali, che agirono parallelamente verso la soluzione "stalinista", espressione del prevalere alla scala mondiale delle forze ostili al proletariato, risultata poi vittoriosa.

Si trattò di una vera e propria controrivoluzione, che si espresse attraverso la degenerazione del partito comunista russo e degli altri partiti comunisti, tanto che alla fine del ciclo iniziato in quegli anni si rese necessario perfino lo scioglimento formale dell'Internazionale, che era stata la prima e la più importante delle realizzazioni comuniste, che la vittoria di Ottobre avevano reso possibili. Si è trattato di una controrivoluzione, che, tuttavia, non ha riportato al potere le vecchie caste feudali attraverso il ritorno degli zar. In questo senso il modo di produzione capitalistico si è stabilmente consolidato in tutta la Russia. Si è trattato di controrivoluzione, la più feroce, nei confronti dei risultati politici che l'Ottobre aveva conseguito in direzione della rivoluzione comunista mondiale: la supremazia del Partito e specialmente dell'Internazionale su ogni altro organismo operaio, compreso lo Stato sovietico e, in particolare, il carattere internazionale e antidemocratico della stessa vittoria di Ottobre. Per ottenere la distruzione di tali risultati, lo stalinismo ha avuto bisogno non solo di distruggere fisicamente i migliori combattenti per il comunismo in Russia e nel mondo, ma anche di falsificare completamente la tradizione rivoluzionaria, in modo da cancellarne il più pallido ricordo fin nell'ultimo proletario. Il risultato ottenuto è il peggiore possibile per il comunismo, perfino nei confronti del ritorno di un potere dichiaratamente borghese. La Sinistra lo ha così da tempo giudicato:

"Da allora sono passati 37 anni. Noi assumiamo che il risultato ottenuto, per il comunismo rivoluzionario, non è solo un risultato fermato a mezza strada sulla china della storia, ma è deteriore - soprattutto in riflesso all 'economia agraria - rispetto a quello della edificazione di un capitalismo di tipo primario (primario nel senso di concorrenziale e quindi di natura più arretrata rispetto a quello secondario, cioè imperialista). E diciamo di più. Non solo nell'ipotesi per noi ammissibile di un controllo statale comunista e internazionalista su tale sviluppo, ma anche nell'ipotesi della sua caduta sotto un potere dichiaratamente borghese, e della formazione aperta di nuove condizioni di rivoluzione classista, in parallelo a quelle mondiali." (" Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", pag. 376 - 377)

Non ha molto senso chiedersi "come si sarebbe dovuto fare" ad impedire che Stalin e lo stalinismo avessero partita vinta – dice la Sinistra in un altro testo del 1956 ("La Russia nella grande Rivoluzione", pubblicato insieme a "Struttura economica e sociale della Russia d’oggi", nel 1976). Non è questo il metodo materialistico e dialettico di indagine delle cause dei fenomeni storici: sarebbe metodo volontaristico e tradisce sempre in chi lo segue il suo velleitarismo piccolo - borghese. Bisogna "più ragionevolmente" - dice ancora lo steso testo - domandarsi quali sono state le cause che hanno determinato la piega sfavorevole al comunismo che gli avvenimenti hanno preso in "quel torno". Chi ha fretta di "influire" sugli avvenimenti finisce sempre per esserne travolto; si può farlo, date certe condizioni, solo dopo averne ben compreso le cause. "La principale di queste (nel favorire la vittoria dello stalinismo) – dice ancora il testo suddetto - deve essere ravvisata nella sconfitta del proletariato dei paesi occidentali che, ripetutamente battuto, mostrò chiaramente di non essere in condizione di vincere la lotta per il potere". Se non si parte da questo pilastro, ogni pretesa analisi dei fattori che fecero vincere Stalin diventa puro vaniloquio. Come spiegare infatti il fenomeno della totale degenerazione del partito che aveva guidato vittoriosamente la Rivoluzione d'Ottobre? Come spiegare il fenomeno paradossale - e così proficuo per la reazione borghese mondiale - della borghesia che riconquista il potere senza bisogno di eliminare le forme del potere sovietico? Tutto ciò è in verità incomprensibile se non viene incardinato nel legame d'acciaio che univa gli avvenimenti di Russia agli avvenimenti internazionali.

Uno degli effetti più rilevanti della controrivoluzione stalinista è quello che fa sembrare gli avvenimenti russi quasi isolati dal resto del mondo, in quanto proprio così li ha fatti apparire da oltre un cinquantennio, prima con la "costruzione del socialismo in un paese solo" e poi con nebulose "cortine di ferro". In tal modo la borghesia mondiale ha fatto sparire dalla faccia della terra il comunismo mondiale, riducendolo a tanti "rivoli nazionali", che di comunismo ormai non hanno più nemmeno il nome. La Sinistra ha più volte detto che non si può intendere la nostra tesi della controrivoluzione, se non distinguiamo, negli avvenimenti russi del 1917, ben tre rivoluzioni: la borghese - aristocratica e la borghese - radicale come rivoluzioni nazionali, e la rivoluzione socialista, strettamente collegata alla rivoluzione europea. Questa fu sostanzialmente limitata alla vittoria di Ottobre e alla sua difesa successiva. Essa fu internazionale, non solo perché il partito bolscevico era armato della più pura teoria marxista che non ha confini nazionali, ma anche perché il sostegno del proletariato europeo alla Russia sovietica fu determinante, anche se non seppe andare fino in fondo nel distruggere il proprio stato borghese, nella qual cosa sono contenuti proprio i germi e l’origine della controrivoluzione. La debolezza e l’immaturità del proletariato europeo determinò la sconfitta della Rivoluzione in Europa: ecco perché la più disastrosa sconfitta del movimento comunista mondiale è potuta coincidere con l'affermarsi e il consolidarsi dello stato russo, sovietico nella forma, ma borghese nella sostanza. Tutta la propaganda stalinista ha successivamente affermato che Lenin ha sempre lottato per il rafforzamento del potere sovietico, ma ha vigliaccamente taciuto sul legame tra tale difesa e la rivoluzione mondiale, che proprio Lenin mai perdeva di vista. Alcune tra le più significative citazioni lo dimostrano inconfutabilmente:

"Noi abbiamo adempiuto il nostro dovere rivoluzionario su scala internazionale, su scala mondiale, come nessun governo rivoluzionario aveva mai fatto in nessun paese, ma non ci siamo illusi di poter raggiungere lo scopo con le sole forze di un solo paese. Noi sappiamo che i nostri sforzi condurranno inevitabilmente alla rivoluzione mondiale e che i governi imperialistici, i quali hanno scatenato la guerra, sono incapaci di metterle fine. Questa guerra potrà concludersi soltanto con gli sforzi di tutto il proletariato. Il nostro compito, quando siamo andati al potere come partito proletario comunista, mentre negli altri paesi sussisteva ancora la dominazione capitalistica borghese, il nostro compito più urgente, lo ripeto, era di conservare questo potere, questa fiaccola di socialismo, perché continuasse a lanciare quante più scintille poteva sull'incendio crescente della rivoluzione socialista in Europa." (Da Lenin, "Discorso alla seduta del CEC..." - luglio 1918, XXVIII, pag. 16)

"Se ci capitasse di essere spazzati via di colpo (...) avremmo il diritto di dire, pur senza nascondere i nostri errori, che abbiamo utilizzato integralmente per la rivoluzione socialista mondiale il periodo di tempo concessoci dal destino. Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per le masse lavoratrici di Russia e abbiamo fatto più di qualsiasi altro per la rivoluzione proletaria mondiale (...)Se siamo riusciti a sopravvivere per un anno dopo la rivoluzione di Ottobre lo dobbiamo al fatto che l'imperialismo internazionale si è scisso in due gruppi di predoni " (Lenin, Intervento al VI congresso dei Soviet, discorso sulla situazione internazionale, 6-9/11/1918, XXVIII, pag. 155)

"È risultato che, dopo quattro anni di carneficina imperialistica, le masse lavoratrici non ammettevano la legittimità di una guerra contro di noi. Così abbiamo trovato nelle masse un grande alleato. Il piano dell'Intesa era effettivamente distruttivo, ma esso è fallito perché le Potenze capitalistiche, nonostante la loro poderosa coalizione, non sono state in condizione di realizzarlo, si sono rivelate incapaci di tradurlo nella realtà. Nessuna di queste potenze, ognuna delle quali poteva avere il sopravvento su di noi, è riuscita a dar prova di unità perché il proletariato organizzato non le ha concesso il suo appoggio; nessun esercito - né francese né inglese - è riuscito a ottenere che i suoi soldati fossero capaci di battersi, in territorio russo, contro la repubblica dei soviet" (Lenin, Discorso alla seduta comune del CEC del Soviet moscovita…, 5/5/1920, XXXI, pag. 120)

"Quando tre anni or sono ci siamo posti il problema dei compiti e delle condizioni per la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia, abbiamo sempre detto nettamente che questa vittoria non sarebbe stata durevole se non fosse stata sorretta dalla rivoluzione proletaria in occidente, e che la sola valutazione giusta della nostra rivoluzione poteva essere fatta soltanto dal punto di vista internazionale. Per ottenere una vittoria duratura dobbiamo pervenire alla vittoria della rivoluzione proletaria in tutti o, quanto meno, in alcuni paesi capitalistici più importanti (...) La nostra politica e le nostre previsioni sono state quindi convalidate in pieno per l'essenziale, e le masse oppresse di tutti gli Stati capitalistici si sono rivelate realmente come nostre alleate, perché hanno sabotato la guerra. La nostra situazione è oggi tale che, senza aver riportato una vittoria internazionale, la sola vittoria durevole per noi, abbiamo tuttavia conquistato, con la lotta delle posizioni in cui possiamo esistere accanto alle potenze capitalistiche, costrette oggi ad annodare con noi relazioni commerciali. Nel corso di questa lotta ci siamo conquistati il diritto a esistere come uno Stato indipendente." (Lenin, Dal discorso alla conferenza moscovita del PCR, 20-22/11/1920, XXXI, pag. 394 - 395)

A tale risultato di "stallo" contribuì perfino e paradossalmente la sconfitta dell'Armata Rossa alle porte di Varsavia. Tale sconfitta infatti impedì il congiungimento della rivoluzione russa con quella tedesca ed europea: da quel momento in poi lo Stato sovietico, sconfitte tutte le bande bianche che avrebbero riportato al potere gli zar e i proprietari fondiari, non era più minacciato militarmente. Il suo consolidamento non era infatti nemmeno più un pericolo immediato per il capitalismo mondiale, in quanto, visto che il proletariato europeo aveva dimostrato a più riprese di non essere in grado di vincere la battaglia per il potere, la Rivoluzione sarebbe stata inesorabilmente confinata nella sola Russia e qui, a lungo andare, non avrebbe potuto non perdere il suo carattere socialista.

Che ogni avvenimento in Russia fosse di eccezionale importanza alla scala internazionale non sfuggiva dunque a Lenin che, da parte sua, aveva incardinato, fin dal primo novecento, tutta la teoria e l'azione politica del partito bolscevico nella tattica favorevole alla rivoluzione democratico - radicale in Russia, nella prospettiva della rivoluzione mondiale. Non poteva dunque dimenticarsene nel rapporto sulla tattica del P.C.R. al Terzo Congresso dell'Internazionale Comunista del luglio 1921. Si trattava di esporre le ragioni che stavano a fondamento della NEP, ma Lenin cominciò dicendo che, per illustrare tali ragioni, era necessario illustrare prima la situazione internazionale. Quando tale legame vitale sarà dimenticato saremo in pieno stalinismo. Disse Lenin:

"Mi sembra che per motivare la tattica del nostro partito sia necessario in primo luogo illustrare la situazione internazionale… Quando abbiamo iniziato, a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva a iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria sarà garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni (...).Che cosa dobbiamo fare adesso? Adesso è necessario preparare a fondo la rivoluzione e fare uno studio approfondito del suo sviluppo concreto nei paesi capitalistici avanzati. Questo è il primo insegnamento che dobbiamo trarre dalla situazione internazionale. Per la nostra repubblica russa dobbiamo approfittare di questa breve tregua per adattare la nostra tattica a questa linea a zig zag della storia (...).dovremo fare dei sacrifici.. come distribuiremo queste privazioni? Dobbiamo ripartire gli oneri in modo da salvaguardare il potere del proletariato: questo è l'unico principio che ci guida (...). O la vittoria immediata su tutta la borghesia o il pagamento di un tributo. Non nascondiamo, ammettiamo anzi con tutta franchezza, che le concessioni nel sistema del capitalismo di Stato significano pagare un tributo al capitalismo. Ma noi guadagniamo tempo, e guadagnare tempo significa guadagnare tutto, specie in un 'epoca di equilibrio in cui nostri compagni stranieri si preparano seriamente alla rivoluzione; e quanto più seriamente sarà preparata, tanto più sicura sarà la vittoria".(Lenin, Rapporto sulla tattica del PCR al terzo congresso dell’I.C., luglio 1921, XXXII, pag. 454 - 467)

Purtroppo la rivoluzione in Europa continuò a subire delle sconfitte, prima fra tutte quella del '23 in Germania. Delle lotte del proletariato russo ed europeo restava il consolidamento del potere sovietico in Russia: si trattava di una vittoria di cui bisognava fare ogni sforzo per profittare. Tuttavia fu proprio questa "mezza vittoria" - come la definisce Lenin - a produrre l'aborto stalinista:

la borghesia mondiale dovette tingersi di rosso in Russia non potendo usare le armi per rovesciarvi il potere ivi conquistato dal comunismo mondiale.

Il piano di Lenin e della maggioranza del P.C.R. dopo la conclusione della guerra russo - polacca (ottobre 1920), conosciuto come NEP, prevedeva la possibilità di tenere il potere anche per altri decenni senza nulla concedere all'avversario per quanto riguarda la prospettiva politica della rivoluzione mondiale.

Non mancarono le opposizioni, anche di "sinistra", che confluirono nella oscura trama di Kronstadt, ma questa era l'unica politica giusta da seguire.

Tale politica era fondata su alcuni principi semplici e fondamentali: prima di tutto sulla affermazione che la rivoluzione socialista non avrebbe potuto vincere definitivamente in un paese come la Russia, privo di grande industria e in cui la stragrande maggioranza era costituita da piccoli contadini; in secondo luogo, o questa era sostenuta in tempo dalla Rivoluzione Socialista in uno o più paesi avanzati, oppure il potere poteva essere mantenuto solo attraverso un accordo tra proletariato e contadini.

Era possibile un accordo? Gli interessi di classe dei contadini e del proletariato sono radicalmente divergenti, perciò bisognava rendersi conto se un accordo era possibile e su cosa poteva essere fondato, perché non si tratta di ingannare nessuno -"non si possono ingannare le classi" - dice Lenin.

Ci doveva essere una base materiale per un tale accordo, altrimenti ogni piano sarebbe stato destinato al fallimento. Tale base esisteva ed era la stessa che aveva permesso l'alleanza tra proletariato e contadini ai fini della lotta rivoluzionaria contro i proprietari fondiari e la borghesia nei decenni precedenti. Fin dallo VIII congresso dei Soviet (28-29/12/1920), Lenin individuò tale base materiale, necessaria per mantenere nel tempo (ma non certo all'infinito) l'alleanza tra il proletariato russo e i contadini poveri. Questa: l'esperienza diretta, e non più solo la propaganda politica, aveva convinto la gran massa dei contadini che tutti i partiti diversi da quello bolscevico si erano uniti alle guardie bianche di Kolciak, di Denikin etc., e che una loro eventuale vittoria avrebbe riportato al potere gli zar e gli antichi proprietari fondiari; l'esperienza aveva ormai loro insegnato che non era possibile alcuna via di mezzo: o il ritorno dello zar o la ferrea dittatura del proletariato attraverso il partito bolscevico. In tal modo l'accordo poteva essere concluso dal proletariato perfino su posizioni di forza: il proletariato avrebbe sicuramente avuto l'appoggio della gran massa contadina e quindi il suo potere poteva non correre alcun pericolo. Tutto ciò però ad una condizione: quella di offrire al contadiname una contropartita, il ripristino della libertà di commercio.

È su tale base che verrà proposta la NEP al X Congresso del PCR del marzo 1921:

"Si tratta di un lavoro di molti anni, di non meno di un decennio, probabilmente anche di più, data la situazione disastrosa in cui ci troviamo. Fino a quel momento dovremo avere a che fare, per lunghi anni, con questo piccolo produttore in quanto tale, e la parola d'ordine della libertà di commercio sarà inevitabile… Essa si diffonderà proprio perché risponde alle condizioni economiche di esistenza del piccolo produttore". (Lenin, "Intervento al X congresso del PCR, rapporto sull’attività …", marzo 1921, XXXII, pag. 170)

E poiché bisogna chiamare le cose con il loro nome, è indubbio che libertà di commercio significa sviluppo del capitalismo. Nei primi anni della Rivoluzione era all'ordine del giorno esclusivamente l'attacco contro il nemico: si trattava di combatterlo sul terreno militare, non c'era tempo per preoccuparsi di questioni economiche e produttive; ogni problema di questo genere veniva rinviato al collegamento della rivoluzione russa con la vittoria di quella europea, data per imminente. Ora era necessario ritirarsi: il rapporto con i contadini non doveva più basarsi esclusivamente sulle esigenze militari per la lotta contro il nemico, ma anche sulle esigenze economiche della piccola azienda contadina, dato che questa era l'unica base produttiva esistente. Era dunque necessario passare dai prelevamenti coattivi all'imposta in natura, che, lasciando libera disponibilità delle eccedenze ai piccoli contadini, funzionava come incentivo alla produzione.

Nei confronti dell'opposizione di sinistra non marxista (Opposizione Operaia) alla NEP, Lenin era ferocemente polemico, tuttavia pazientemente e ripetutamente spiegava le ragioni vitali di tale politica. L'opuscolo "Sull'imposta in natura" è immediatamente successivo al X Congresso (maggio 1921) a dimostrazione della urgenza e della necessità di adottare una tale politica nella maniera più compatta possibile. Se c'era un momento in cui era necessario agire, in un certo modo, senza tanti indugi, era proprio quello: tuttavia Lenin spiega la necessità della NEP, rifacendosi prima di tutto ai principi generali. Si tratta di un insegnamento fondamentale di metodo nell'affrontare tutte le questioni politiche e le questioni interne di partito, che la Sinistra ha così commentato:

"Lenin premette che affronta il problema non dal punto di vista della sua attualità, ma come questione generale di principio.

L'organismo 'partito' non avrebbe ragione storica di esistere se non fosse possibile risolvere le questioni coi dati di principio. Principio è termine temporale, e significa risolvere la questione del 1956 coi dati del 1921, avendo risolta Lenin quella del 1921 coi dati del 1848-1860, e meglio, coi dati di tutta la storia, in quegli anni ordinati a teoria di partito. E dopo ciò Lenin, sterminatore dell'opportunismo, è stato fatto passare per spregiudicato occasionista!

Nel marxismo, opportunismo non è termine morale ma a sua volta temporale, e significa voler risolvere la questione coi dati dell'ultimo momento - il diametrale opposto della soluzione di principio. In una società fradicia e in dissoluzione dominano gli pseudo partiti che campano sulle ultimissime della notte " (Da: Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, pag. 423)

Così sono sempre stati serviti gli adoratori del "movimento" e gli impazienti! Lenin spiegava ancora che la NEP non significava affatto ripiegamento su posizioni di destra. Era necessario ritirarsi perché l'avanzata precedente era avvenuta su posizioni non ancora sicure, ma, in tale ritirata, mai sarebbe stato perso di vista il fine delle successive vittorie. Era pertanto necessario lottare contro la puerile, ma diffusa, convinzione che fosse stata sufficiente la conquista del potere politico, per dedicarsi a "costruire socialismo": bisognava far digerire a tutti che in economia non si possono saltare tappe e che dunque, in Russia, il socialismo poteva arrivare solo in concomitanza con la vittoria della Rivoluzione Comunista in Occidente. I compiti interni, per quanto riguarda l'aspetto economico, consistevano nella lotta per la creazione delle basi del socialismo. Ottenere il capitalismo di Stato sarebbe stato già un notevole passo avanti nelle condizioni della Russia, ma, nel frattempo, era necessario favorire lo sviluppo della piccola produzione contadina, perché quella era l'unica base produttiva esistente in agricoltura.

Un tale compito non avrebbe affatto rischiato di snaturare il carattere proletario dello Stato. Infatti, se da un punto di vista politico uno stato borghese e uno proletario usano il loro potere in direzioni antitetiche, da un punto di vista economico la loro differenza può essere grande, piccola e perfino nulla. L'obiezione che in tal modo sarebbe dimenticato proprio il determinismo economico, secondo cui lo stato non è che l'espressione della struttura economica, obiezione comune a socialdemocratici, anarchici e sedicenti continuatori di Trotsky, è falsa. Essi hanno perfettamente rovesciato i termini della questione: hanno fatto diventare graduale ciò che è fatto unitario, ed "epopea di un sol giorno" ciò che non può che essere graduale. In realtà il determinismo è pienamente confermato, in quanto si basa sull'affermazione che fatto unitario e unidirezionale è il potere politico, per cui o agisce nella direzione degli interessi borghesi o in quella degli interessi del proletariato, mentre è fatto graduale la successiva trasformazione economica.

L’idea della immediata palingenesi del socialismo - frase dello "sciopero espropriatore" - è anarchica e non marxista.

Tali spiegazioni dovevano essere sufficienti affinché il partito tutto fosse impegnato a spiegare a sua volta al proletariato russo la necessità di sopportare per un lungo periodo di tempo notevoli sacrifici; perfino la necessità di favorire preliminarmente l'elevamento del tenore di vita dei contadini, anche a scapito di quello immediato degli operai: il potere bolscevico non avrebbe resistito un minuto di più se si prolungava lo stato di fame e di miseria dell'inverno 1920/21. Diceva Lenin che la questione del potere è la massima questione che deve interessare al proletariato in quanto classe: barattare il potere per i vantaggi immediati avrebbe significato barattare gli interessi di classe con quelli corporativi. Così si esprimeva:

"Quel proletario, o rappresentante del proletariato, che volesse giungere a migliorare le condizioni degli operai senza questo mezzo (tramite l'accrescimento del tenore di vita dei contadini) sarebbe di fatto un complice delle guardie bianche e dei capitalisti. Perché non usare questo mezzo significa porre gli interessi corporativi degli operai al di sopra degli interessi di classe; significa sacrificare gli interessi di tutta la classe operaia agli interessi del vantaggio immediato, temporaneo, parziale degli operai, sacrificare la loro dittatura, l'alleanza coi contadini contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, la funzione dirigente della classe operaia nella lotta per la liberazione del lavoro dal giogo del capitale" (Lenin, Sull'imposta in natura, XXXII, pag. 321)

Il proletariato russo, lo Stato e soprattutto il Partito avrebbero capito tali necessità?

Queste furono le decisioni più importanti prese in quel periodo, subito dopo l'introduzione dell'imposta in natura al posto dei prelevamenti coattivi:

decreto del 17/5/21: annullamento del precedente decreto 29/11/1920 che aveva nazionalizzato tutte le aziende industriali. Con questo nuovo decreto la piccola industria poteva nuovamente essere organizzata sotto forma di impresa privata;

decreto del 30/6/1921: furono emanati provvedimenti necessari per il ritorno ad una normale circolazione monetaria, quali l'abolizione delle limitazioni del possesso di denaro per enti o privati e il ripristino del segreto bancario

decreto del 9/8/1921: affermazione del principio del rendimento commerciale come criterio di gestione delle imprese; a tale scopo i finanziamenti dovevano essere concessi non più dal tesoro, ma da una banca di Stato;

decreto del 21/8/1921: ripristino del criterio del pareggio del bilancio dello Stato;

decreto del 0/9/1921: ripristino della forma monetaria del salario ed eliminazione di "tutto ciò che è estraneo alla produzione ed ha carattere di sussidio sociale"; ripristino della stessa possibilità di licenziamento da parte delle imprese;

decreto del 27/10/1921: le aziende di Stato vengono divise in due categorie: quelle che non avevano bisogno di sovvenzioni e potevano vendere liberamente i prodotti sul mercato e quelle che avevano bisogno di sovvenzioni statali ed erano obbligate a consegnare i loro prodotti allo Stato o a chiedere l'autorizzazione per la libera vendita.

Con successivo decreto del 10/4/1923 verrà anche fissato lo "status" giuridico dei trust statali in questa forma:

"I trust statali sono imprese industriali statali, cui lo Stato concede indipendenza nello svolgimento delle loro operazioni, in conformità allo statuto stabilito per ciascuno di essi; tali imprese sono gestite in base ai principi della contabilità commerciale ed operano con finì di profitto". (Le suddette notizie sono in E.H.C. Carr, La rivoluzione bolscevica, edizioni Einaudi)

Si trattava di misure indispensabili per favorire la ripresa della produzione. Non si poteva evitare la rinascita del capitalismo; anzi era l'unico modo per dare un sufficiente impulso alla ripresa produttiva. Sarebbe stato del tutto inutile lasciare ai contadini la disponibilità delle loro eccedenze, se poi l'industria non produceva niente da scambiare. La maggiore difficoltà consisteva non tanto nell'impedire tutto ciò, quanto nel controllare da parte dello Stato e del partito, saldi nei principi e nelle finalità da perseguire, l'inevitabile riformarsi della piccola borghesia commerciale, che Lenin aveva chiaramente individuata come il maggior pericolo per il potere del proletariato:

"O noi sottoponiamo al nostro controllo e inventario questo elemento piccolo - borghese (lo potremo fare se organizzeremo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione, o i semi - proletari, intorno alla avanguardia proletaria cosciente), o esso rovescerà inevitabilmente e immancabilmente il nostro potere, come fecero per la rivoluzione francese i Bonaparte e i Cavaignac, sorti appunto su questo terreno piccolo - proprietario". (Lenin, Sull'imposta in natura, XXXII, pag. 321)

Lenin dunque era perfettamente consapevole di questo potente e terribile pericolo per la dittatura proletaria: la NEP lo avrebbe sicuramente alimentato e tuttavia era l'unica politica da seguire per tentare di conservare il potere stesso. Un anno dopo, allo XI congresso del P.C.R. (27/3 - 2/4, 1922), Lenin, ormai alla vigilia della sua seconda e definitiva ricaduta nella malattia, avvertiva che lo Stato e, soprattutto, il partito non erano più in grado di dominare la situazione. Era ancora necessario mantenere i principi della NEP, che tra l'altro avevano già dato buoni risultati, ma cominciò ad individuare anche la necessità di porre degli argini al dilagare del nuovo opportunismo, che si esprimeva nella tendenza a rinnegare tutto il passato e a rifare tutto "in modo nuovo". Nel suo rapporto, pur confermando le ragioni della NEP ed anzi sostenendo che ancora eravamo ben lontani dall'averne appreso tutte le necessità, indicò con molta decisione la parola d'ordine di por fine alla ritirata:

"Passo ora al problema…: come arrestare la ritirata?… Per un anno ci siamo ritirati… Ora ci sì può porre un altro obiettivo: raggruppare le forze in un altro modo. Siamo giunti ad una nuova tappa; la ritirata in complesso l'abbiamo compiuta relativamente in buon ordine (...). Per noi era chiaro che, appunto perché avevamo avanzato con tanto successo per molti anni e avevamo riportato tante vittorie eccezionali (e tutto ciò in un paese inverosimilmente rovinato e privo delle premesse materiali), per consolidare l'offensiva ci era assolutamente necessario ripiegare… E qui sta l'immenso pericolo: è terribilmente difficile ritirarsi dopo una grande offensiva; i rapporti sono completamente diversi; durante l'offensiva, anche se non mantieni la disciplina, tutti corrono, e volano avanti da soli; durante la ritirata la disciplina deve essere più cosciente ed è cento volte più necessaria, giacché quando un esercito intero si ritira non vede dove fermarsi, vede solo la ritirata, e bastano a volte alcune voci allarmistiche perché tutti se la diano a gambe. Qui il pericolo è immenso!(...).

Quando dico che abbiamo finito di ritirarci, non intendo affatto dire che abbiamo imparato a commerciare. Al contrario la mia opinione è tutt'altra… Qui si tratta di por fine al nervosismo e alla irrequietezza creatasi a causa della NEP, alla tendenza a rifare tutto in modo nuovo… Tutti si agitano, ne deriva una baraonda, cose pratiche nessuno ne fa. ma tutti discutono come adattarsi alla NEP e non si ottiene nessun risultato (...). La ritirata è terminata. I principali metodi dì azione per lavorare con i capitalisti sono stati indicati. Abbiamo degli esempi, sebbene in quantità insignificante… La ritirata è finita: questa è la direttiva che deve emanare dal congresso" (Lenin, rapporto al XI congresso del PCR,…, XXXIII, pag. 254 - 258)

L’anno 1922 fu l’anno della cosiddetta "crisi delle forbici", cioè di un divario sempre crescente tra i prezzi agricoli e quelli industriali, a favore di quest’ultimi. Si trattava di una crisi pericolosa, in quanto minava alle fondamenta le ragioni dell’alleanza tra il proletariato e i contadini, e, quindi, minacciava direttamente la capacità di resistenza dello stesso stato sovietico. Una tale minaccia si poteva però dire totalmente superata nell’autunno del 1923, quando la produzione, specie quella agricola, si avvicinò, e poi raggiunse, nel biennio 1924-26, i livelli del 1913. Lo scopo più immediato che stava a fondamento della NEP poteva dirsi dunque raggiunto: lo spettro della carestia e della fame erano pressoché scongiurati e, di conseguenza, anche quello di eventuali rivolte contadine, che avrebbero messo in dubbio la solidità del potere proletario.

Un tale pericolo non era tuttavia completamente assente nel 1924 poiché, dopo gli eccellenti raccolti del 1922 e del 1923, le speranze di un nuovo favorevole raccolto nel 1924 andarono in parte deluse, nonostante che proprio nella primavera di quell'anno il rapporto prezzi agricoli/prezzi industriali avesse raggiunto il valore esistente nel 1914. Fin dall'agosto si andò delineando una tendenza da parte dei contadini benestanti a non vendere i cereali eccedenti sul mercato libero, pur essendo i prezzi dell'agosto '24 superiori, rispetto a quelli dell'agosto '23, di ben il 100%. I contadini ricchi, che secondo le statistiche di allora erano appena 1 milione (il 4%) contro 10 milioni di contadini poveri (il 45%) e 11/12 milioni di contadini medi (il 51%), non solo non vendevano i cereali sul mercato libero, ma opponevano ogni tipo di resistenza anche nei confronti dello Stato, che riuscì a raccogliere solo 118 milioni di pud di cereali contro i 380 previsti. Le conseguenze di un tale accaparramento da parte dei contadini ricchi erano non solo l'aumento dei prezzi (nel novembre 1924 il prezzo di 1 pud di cereali era 85 copechi, nel dicembre dello stesso anno 102 e nel maggio 1925 ben 206), ma anche una notevole forza politica, che si esprimeva nel ricatto verso le città e dunque verso gli operai. (Notizie tratte da E.H.C. Carr, La rivoluzione bolscevica, edizioni Einaudi)

Una tale situazione era dunque favorevole solo ai contadini ricchi e ciò alimentava non solo il malcontento nelle città, ma anche nelle campagne, dove la stragrande maggioranza di contadini poveri e medi continuava a versare in condizioni estremamente disagiate.

Era il terreno favorevole per alimentare rivolte contadine contro il potere sovietico, come accadde proprio nell'autunno del 1924 in Georgia. Il pericolo di nuove carestie, del tipo di quelle degli anni precedenti la NEP, era scongiurato, ma era necessario prendere immediati provvedimenti a favore della gran massa del contadiname. Alla XIV conferenza del Partito, il 27 aprile 1925, fu Bucharin ad illustrare la necessità di nuove misure filo contadine, necessarie per rimuovere e possibilmente eliminare molte restrizioni che sono di freno allo sviluppo dell'azienda contadina. Fu l'occasione in cui lo stesso Bucharin lanciò il famoso slogan: "Ai contadini, a tutti i contadini, noi dobbiamo dire arricchitevi!, sviluppate le vostre aziende", slogan che, pur concedendo una valida arma ai contadini ricchi per continuare a fare i loro sporchi interessi a dispetto di tutti i controlli statali, non debordava ancora dai principi informatori della NEP. Bucharin riteneva sufficiente resistere alla fondamentale richiesta, che proveniva soprattutto dai contadini ricchi, quella della proprietà della terra, o almeno di sufficienti garanzie del suo possesso, a sostegno della quale si citava il provvedimento deliberato in Ucraina dal Soviet locale fin dal dicembre del 1920, che garantiva il possesso della terra fino a 9 anni. Accogliere tali richieste avrebbe significato negare il principio di fondo della nazionalizzazione della terra e del monopolio statale del commercio estero, principi tra di loro strettamente collegati e ai quali Bucharin mai venne meno.

Furono invece prese tre importanti decisioni:

l'imposta agraria fu ripartita non secondo il valore del prodotto ottenuto, ma secondo l'estensione della terra coltivata. Erano chiaramente sfavoriti i contadini poveri e privi di mezzi e che pertanto non riuscivano ad ottenere un prodotto medio, ma era una misura che favoriva anche l'incremento della produzione;

fu emanato un decreto che permise alle aziende contadine di assumere lavoratori agricoli salariati;

fu emesso un decreto che legalizzò l'affittanza della terra. Si trattava di una pratica, ormai largamente usata, secondo la quale i contadini poveri e senza mezzi concedevano, per pochi copechi, il diritto di sfruttamento della terra loro concessa ai contadini più ricchi, per i quali poi lavoravano come salariati.

La legalizzazione dell'affittanza della terra e la possibilità di assumere lavoratori agricoli salariati non fecero quindi altro che accentuare fenomeni già largamente esistenti; ma fu anche per queste agevolazioni che il raccolto del 1925 fu eccellente: dal raccolto di 2.800 milioni di pud avuto nel 1924 si passò a quello di 4.400 milioni nel 1925, e così fu raggiunto addirittura l'80% del raccolto del 1913. Il raccolto fu talmente buono che, nella previsione che si sarebbero potute incontrare delle difficoltà per collocarlo tutto sul mercato, tali da far temere una nuova forbice dei prezzi, fu emanato un provvedimento che fissava un prezzo minimo dei cereali ed impegnava lo stato ad effettuare forti acquisti nel caso di eccedenze invendute. Un tale provvedimento rassicurò talmente i contadini, e soprattutto quelli ricchi, che, per spingere il più possibile in alto i prezzi agricoli sul libero mercato, continuarono a rifiutarsi di vendere i cereali, provocando il fenomeno opposto a quello temuto nel rapporto dei prezzi relativi tra quelli agricoli e quelli industriali.

Si trattò di un esempio molto significativo delle difficoltà di controllare, da parte dello Stato sovietico, lo sviluppo dell'economia agricola; l'efficacia del controllo era infatti condizionata da una esigenza contrapposta: quella di favorire lo sviluppo di una economia che in buona parte si trovava ancora ad un livello precapitalistico e che prosperava proprio nell'assenza di ogni controllo. Attraverso le maglie di queste esigenze contraddittorie, in questi anni, erano sempre i contadini ricchi ad avvantaggiarsi tanto che già alla fine del 1925 e durante il 1926 furono prese notevoli misure antikulak e lo stesso Bucharin si convinse di dover ritirare il suo slogan "arricchitevi!". Per ristabilire l'equilibrio tra agricoltura e industria fu deciso l'aumento dei prezzi dei beni industriali e furono imposti inasprimenti fiscali a carico dei contadini ricchi. Si trattava pur sempre di misure atte a favorire lo sviluppo del capitalismo in agricoltura, ma tali che non avrebbero avvantaggiato solo i kulak e quindi non avrebbero provocato l'ostilità della gran massa contadina nei confronti dello Stato sovietico. Da qui nacque l'appoggio dei contadini medi – che erano la grande maggioranza - allo Stato russo, che costituirà la caratteristica principale del sostegno sociale, in Russia, allo stalinismo.

All'interno del partito comunista russo si fece nuovamente strada l'idea che, in fondo, la tesi preferita dalla sinistra, quella della industrializzazione e della sua estensione anche all'agricoltura, era giusta, tanto che, nell'aprile del 1926, lo stesso Stalin poteva affermare che la politica filo contadina degli anni precedenti aveva contenuto degli eccessi e che, pertanto, era necessario fare ogni sforzo per favorire la preventiva industrializzazione. Tuttavia la situazione era disperata: nel 1922 in tutta l'URSS c'erano 1500 trattori di cui funzionanti solo il 25%, nel 1923 ne furono importanti dagli USA alcune centinaia e nel 1924 ne furono ordinati 1000. Solo all'inizio del 1925 furono compiuti tentativi per produrre trattori nelle fabbriche russe. Le misure prese con la NEP, come favorivano in agricoltura i kulak, così nell'industria favorivano quella leggera, poiché in questo settore era possibile produrre con profitto e con capitali limitati. Dunque, se si voleva invertire la tendenza in politica agricola, lo si doveva fare anche nella politica industriale: al XIV congresso del Partito (dicembre 1925) fu sottolineato che l'obiettivo fondamentale della politica economica doveva diventare l'espansione dell'industria pesante.

Si doveva, però, fare i conti con una netta insufficienza di mezzi finanziari:

nell'autunno del 1924 la direzione centrale dell'industria elettrotecnica aveva proposto un piano annuale di produzione con un aumento del 55% rispetto all'anno precedente, ma il problema più difficile da risolvere era quello del finanziamento a lungo termine, che si tentò di risolvere con l'emissione di un prestito statale di 300 milioni di rubli. Non furono trovate sottoscrizioni volontarie sufficienti e quindi fu lo Stato stesso a farsene garante verso le banche.

Nonostante tutte le difficoltà, nel biennio 1924/26 salirono, insieme ai valori della produzione agricola, anche quelli della produzione industriale. In termini di rubli anteguerra, rispetto al precedente periodo 1922/23 si salì da 2.627 milioni a 4.000 milioni ed anche la produzione dei beni capitali passò da 820 a 1312 milioni, mentre quella del ferro e dell'acciaio fu quasi raddoppiata. Rispetto alla produzione in valori del 1913, la produzione tessile è al 66%, quella del sale al 57%, dei fiammiferi all'85%, delle sigarette, purtroppo, al 102%, del carbone al 55%, del petrolio al 76%, del ferro al 23,8%, della ghisa al 31%, dell'acciaio al 43,8% e dei laminati al 38%. Per la fine dell'anno 1926 si pronosticava un aumento complessivo del 46% e per le industrie metallurgiche ed elettriche rispettivamente del 63% e del 73%, obiettivi che furono quasi completamente raggiunti. (Dati tratti da E.H.C.Carr, La Rivoluzione bolscevica, edizioni Einaudi)

L’interrogativo che si poneva Lenin nel 1921 manteneva, nel 1926, tutta la sua validità. Tuttavia, più che la rinascita e lo sviluppo del capitalismo in Russia, fu la dissociazione della politica russa dalle prospettive rivoluzionarie in Europa che alimentò ed spresse la controrivoluzione in Russia e nella stessa Europa. L’interrogativo di Lenin era:

"Chi vincerà: il capitalismo o il potere sovietico? Ecco in che cosa consiste tutta la guerra attuale: chi vincerà? chi saprà approfittare prima della situazione? Il capitalista, al quale noi stessi apriamo la porta e perfino alcune porte (e molte porte che noi non conosciamo si aprono a nostra insaputa e contro di noi), oppure il potere statale proletario? Su quale appoggio economico può contare questo potere? Da un canto, sul miglioramento delle condizioni delta popolazione. A questo proposito dobbiamo ricordare i contadini. E’ indiscutibile, e chiunque lo può vedere, che, nonostante un flagello spaventoso come la carestia, un miglioramento nella situazione della popolazione, a prescindere dal flagello di cui sopra, si è avuto proprio in seguito al mutamento della nostra politica economica.

D'altro canto, se il capitalismo otterrà dei successi, anche la produzione industriale aumenterà, e insieme con essa aumenterà il proletariato…

Il problema è tutto qui: chi arriverà prima? Riusciranno i capitalisti a organizzarsi per primi? In questo caso cacceranno i comunisti, e questo sarà la fine di tutto. Bisogna vedere le cose come sono: chi avrà il sopravvento? Oppure il potere statale proletario, appoggiandosi ai contadini, dimostrerà di essere capace di tenere ben ferme le redini al collo dei signori capitalisti, per guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio…

Non dobbiamo contare di passare direttamente al comunismo. Bisogna costruire sulla base dell'interesse personale del contadino. Ci dicono: "L'interesse personale del contadino significa la rinascita della proprietà privata"…

Dal punto di vista economico non c'è in questo niente di impossibile.

La difficoltà sta nel creare l'interesse personale. Bisogna saperlo destare anche in ogni specialista, affinché si interessi allo sviluppo delle produzione…

il potere proletario organizzato, gli operai d'avanguardia e una piccola parte di contadini d'avanguardia comprenderanno questo compito e sapranno organizzare intorno a sé un movimento di popolo, e allora usciremo vittoriosi.

non sapremo fare questo e allora il nemico, meglio armato dal punto di vista tecnico, inevitabilmente ci sconfiggerà". (Da Lenin, La NEP e i centri per l'educazione politica, 7 ottobre 1921, XXXIII, pag. 51 - 54)

LA POLITICA ESTERA DELLA RUSSIA E GLI EQUILIBRI IMPERIALISTICI

La politica estera della Russia sovietica, finita la guerra e nell’assenza di significative vittorie rivoluzionarie dopo l’Ottobre, doveva essere indirizzata verso un duplice scopo: 1) quello di ottenere la firma di trattati commerciali indispensabili per la ripresa produttiva della Russia, anche a costo di grandi concessioni economiche ai capitalisti; 2) quello di ottenere il consolidamento della sicurezza della stessa Russia. A tal fine, dopo la conclusione della pace con la Polonia (novembre 1920), era indispensabile poter contare sulla pace, in quanto, dopo tre anni di guerra civile, le forze interne ormai erano quasi completamente stremate. Del resto i tre anni di guerra civile avevano anche dimostrato l'impossibilità per gli stati dell'Intesa di impiegare direttamente le loro forze militari per aggredire la Russia. Lenin affermava che ciò si doveva al fatto che la classe operaia dell'Europa occidentale aveva impedito un tale intervento diretto. L'URSS aveva vinto sul terreno militare non perché le sue forze militari erano state superiori a quelle degli altri Stati - pensare questo sarebbe ridicolo, sosteneva Lenin - ma perché la Russia aveva avuto la solidarietà di tutta la classe operaia mondiale. Certo si era trattato di una solidarietà a mezza strada, poiché una completa solidarietà avrebbe significato il rovesciamento del potere borghese; ma tale "mezza solidarietà" era stata il fattore predominante per permettere alla Russia di ottenere la "pace". La politica estera russa doveva dunque, e poteva anche, tendere a mantenere questo risultato essenziale.

Altra cosa furono gli "scopi di pace" che, con l'epoca stalinista, verranno assegnati alla politica estera russa e che in parte affiorano già negli anni 1923/25, dopo la crisi della Ruhr. Gli scopi che lo stalinismo non poté non darsi erano quelli di favorire, attraverso i canali diplomatici ormai ripristinati con tutti i paesi, gli equilibri imperialistici, per ottenere la "pace", non più intesa come provvisoria garanzia per l'URSS di non essere attaccata, ma come pace tra i briganti imperialisti.

In tal modo la Russia tornava a svolgere quella funzione equilibratrice degli antagonismi imperialistici che già l'impero degli zar aveva svolto, in funzione nettamente sfavorevole alla ripresa di ogni movimento proletario rivoluzionario.

La sconfitta della rivoluzione europea era ormai certa con gli avvenimenti tedeschi del 1923: le relazioni internazionali perciò dovevano tornare alla "normalità". Il Patto di Locarno suggellò la vittoria dell'Inghilterra anche sui campi diplomatici, dopo la sua vittoria su quelli di battaglia; la Germania tornò definitivamente nel campo occidentale e di conseguenza un eventuale accordo commerciale tra l'Inghilterra e la Russia, le cui trattative si trascinavano dalla fine della guerra, non avrebbe rappresentato più alcun pericolo per l'Inghilterra. Fu così stipulato nel 1925 il più importante accordo commerciale della Russia dopo la Rivoluzione: si trattava di un accordo con il quale per ben 30 anni la Russia concedeva a compagnie inglesi il diritto di sfruttare tutti i minerali presenti sul territorio russo in cambio della formazione di personale dirigente russo.

A Locarno si arrivò attraverso le seguenti vicende principali.

Nel febbraio - marzo del 1925 il governo tedesco propose alle potenze vincitrici della guerra la stipulazione di un patto per garantire la pace. Lo scopo di Stresemann era quello di ottenere la liberazione della Renania dalle truppe francesi: si rendeva conto che solo con un patto internazionale era possibile ottenerlo ed era disposto anche a promettere di mantenere tutta la zona smilitarizzata e a rinunciare alla sovranità sull'Alsazia - Lorena. L'Inghilterra aderì alla proposta solo quando riuscì a far accettare al governo tedesco il principio che la Germania doveva rinunciare a modificare i confini orientali con la Polonia, principio che la Germania accettò, nel senso che si impegnò di rinunciare a modificarli attraverso una guerra. Il 16 giugno 1925 il governo francese comunicò a quello tedesco che la sua proposta era stata accolta in linea di principio sia dalla Francia che dall'Inghilterra. Era chiaro che era soprattutto l'Inghilterra ad avvantaggiarsene, in quanto, in questo modo, poteva nuovamente contare sulla Germania come ostacolo ad una nuova e pericolosa ascesa della Francia. Da parte sua la Germania ritrovò il suo naturale collegamento con l'Occidente, dopo la forzata parentesi filo russa, in quanto l'arretratezza della Russia le impediva di poter rappresentare l'unico partner commerciale della Germania, adeguato ad un suo definitivo rilancio produttivo. Nonostante le offerte vantaggiose della Russia, Stresemann dichiarò a Litvinov a Berlino nel giugno 1925:

"Se la Russia di oggi fosse la Russia del passato la decisione sarebbe stata assai facile. Ma un connubio con la Russia comunista sarebbe come andare a letto con l'assassino del proprio popolo. Dopo tutto non si può continuare a sostenere la finzione che esista un governo russo dalla politica filo tedesca, e una Terza Internazionale in procinto di demolire la Germania".

Anche Stresemann, forse, sapeva che un tale pericolo al 1925 non esisteva più, tuttavia tali dichiarazioni riflettevano assai bene l'esigenza della Germania di andare verso l'occidente. Nel luglio-agosto 1925 i francesi evacuarono la zona tedesca della Ruhr. Il 5 ottobre dello stesso anno ebbe inizio la conferenza internazionale di Locarno con la partecipazione di Inghilterra, Francia, Italia, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia e Germania. Prima della partenza di Stresemann da Berlino per Locarno, nel settembre, Cicerin in persona si recò a Berlino per tentare di ottenere la firma di un trattato commerciale con la Germania (cosa che avvenne) e quella di un trattato politico segreto, proposto da Cicerin, ma non accolto da Stresemann. In questo periodo infatti la diplomazia russa era ossessionata dal pericolo del suo isolamento politico e sperava di sostituire, con sperati successi diplomatici, il rinculo del movimento rivoluzionario europeo, che negli anni precedenti aveva permesso di consolidare il potere sovietico. Il 16 ottobre fu firmato il Patto di Locarno, con il quale era anche implicito l'ingresso della Germania nella Società delle Nazioni.

Nel gennaio-febbraio 1926, durante la discussione al Reichstag, Stresemann sostenne la validità del Patto sottoscritto a Locarno contro l'opposizione della destra nazionalista e dei militari. Il 10 febbraio venne inoltrata ufficialmente la richiesta del governo tedesco di entrare nel Consiglio della Società delle Nazioni, in qualità di membro stabile alla pari con le altre potenze vincitrici della guerra. Però altri Stati fecero analoga richiesta e precisamente la Polonia e la Spagna. Si pose allora la questione o di respingere quest'ultime richieste o di respingere anche quella della Germania. Francia e Inghilterra decisero di rinviare ogni decisione sulla questione alla successiva sessione di settembre e, allora, in Germania la destra ebbe buon fiato per accusare Francia ed Inghilterra di avere nuovamente giocato la Germania. La diplomazia russa colse così la palla al balzo per offrire alla Germania la firma di un patto politico di neutralità, che Stresemann finì per accettare sotto pressione della destra, a patto che non contenesse clausole che avrebbero potuto impedire il suo futuro ingresso nella Società delle Nazioni. Il Patto fu firmato il 24 aprile 1926 e conteneva solo 4 articoli:

l'intesa tra URSS e Germania doveva avere il solo scopo di contribuire a mantenere la pace;

le due parti si impegnavano alla reciproca neutralità in caso di aggressione;

le due parti si impegnavano ad aiutarsi reciprocamente in caso di boicottaggio economico - finanziario;

la durata del patto era fissata in 5 anni.

Era dunque chiaro che la Germania ormai considerava il rapporto con la Russia solo come moneta di scambio da usare con i compari occidentali verso i quali era attratta inesorabilmente, mentre la Russia, da parte sua, tornava a svolgere quella funzione equilibratrice degli interessi del capitale inglese, francese e tedesco che aveva svolto efficacemente al tempo degli zar. Essenzialmente diversa era stata la funzione del Trattato di Rapallo del 1922 tra la stessa Germania e l'URSS. In quella occasione (si trattava della prima conferenza tra vinti e vincitori del dopoguerra) la questione essenziale per il capitale europeo era quella di trovare l'unità necessaria per schiacciare la Russia rivoluzionaria e scongiurare così i tentativi rivoluzionari in Europa. Rapallo fu un successo rivoluzionario perché la Russia seppe approfittare del perdurante dissidio tra gli stessi stati capitalisti per impedire la formazione di un blocco unico anti russo. Rapallo acuì le tensioni interne al Capitale europeo, mentre il Trattato di Neutralità con la Germania del 1926 le smorzava.

Ma non si trattava di scarse capacità dei negoziatori russi, si trattava del fatto che ormai la situazione storica era profondamente cambiata.

Qualcosa cambiò anche dell'atteggiamento della Russia nei confronti della Società delle Nazioni. Fino al 1925 la Russia mantenne una posizione rigidamente ostile alla Società, che si era dato, come compito "ufficiale", quello di individuare e bloccare ogni eventuale "aggressore" attentatore della pace. Non solo le risoluzioni dell’Internazionale Comunista, ma anche la politica estera russa, sosteneva apertamente che l'unico aggressore alla scala mondiale era il capitalismo e che considerava suo compito irrinunciabile quello di contribuire al suo abbattimento. Nell'aprile del 1925 (VI Congresso dei Soviet) la Russia cominciò invece a cambiare posizione. Nelle risoluzioni ufficiali si legge "noi non boicottiamo sempre e comunque in modo assoluto la Società delle Nazioni (...) è possibile collaborare per scopi tecnici o umanitari". E ciò assumeva un ben preciso significato alla luce del fatto che, nello stesso periodo, il governo laburista inglese si dimostrava favorevole ad accogliere nella Società sia la Germania che la Russia.

A quella data si poneva dunque l'alternativa, la stessa che era imposta dai rapporti di classe all'interno: o lo Stato proletario russo era capace, con il rigido controllo del commercio estero, pur con notevoli concessioni economiche (mai politiche) al capitale straniero, di utilizzare i vantaggi del commercio estero stesso per favorire l'industrializzazione, oppure il Capitale internazionale avrebbe finito per controllare la politica internazionale dello Stato russo.

IL PROCESSO DI DEGENERAZIONE DEL P.C.R. E DELL’INTERNAZIONALE

Il processo degenerativo del PCR avvenne parallelamente e contemporaneamente a quello dell'Internazionale Comunista. La pressione degli avvenimenti sopra descritti, e, soprattutto, lo scollegamento da ogni prospettiva rivoluzionaria internazionale, produssero una serie di sbandamenti, deviazioni, errori, che, accumulandosi, determinò un cambiamento qualitativo del poderoso partito che aveva guidato magistralmente la vittoria di Ottobre. Ne costituisce una prima dimostrazione il modo con cui venne risolta la crisi di partito del 1923/24, quella che vide la prima manifestazione dell'opposizione di Trotsky alla maggioranza centrista, la cosiddetta "troika" di Kamenev, Zinoviev, Stalin. Per la prima volta si usarono, nel reprimere le opposizioni, solo metodi amministrativi, senza alcun riferimento ai principi e alla dottrina, e, per la prima volta, le questioni interne al Comitato Centrale del PCR vennero affrontate in un clima di assurda segretezza, non solo di fronte al partito russo, ma perfino nei confronti dell'Internazionale. Tutte le crisi precedenti, dopo la vittoria dell'Ottobre, quella relativa alla pace di Brest, quella relativa ai sindacati e quella relativa alla NEP, erano state apertamente discusse nel partito russo e nell'Internazionale e non avevano dato luogo, salvo rare eccezioni, a soluzioni di natura esclusivamente amministrativa.

Tuttavia lo stalinismo nascente giustificò nel 1923/24 i nuovi metodi repressivi, all'interno del PCR, proprio con le sue decisioni del X congresso del marzo 1921, con le quali, su precise direttive di Lenin, si proibirono le frazioni nel partito. E’ chiaro viceversa che, già nel 1923/24, si possono individuare gli inequivocabili segni della degenerazione stalinista che, nell'ossequio formale delle posizioni e delle direttive di Lenin, ne consumò il peggiore tradimento sostanziale.

Il X congresso del PCR, convocato per il marzo 1921, avveniva in un periodo estremamente delicato per il potere sovietico: poche settimane prima si era verificato l'episodio di Kronstadt e la terribile situazione di miseria era sicuramente favorevole per sobillare ogni genere di proteste. Lenin, nella sua relazione al congresso, mise l'accento sul pericolo rappresentato dall'opposizione dei contadini alla dittatura proletaria, un pericolo molto peggiore di quello rappresentato dalle ormai sconfitte armate bianche. Era vitale fronteggiarlo con il partito compatto, poiché senza compattezza l'ostilità dei contadini alla dittatura proletaria si sarebbe fatta strada anche all'interno del Partito, e ciò sarebbe stato esiziale per il potere proletario. Il pericolo della infiltrazione nel partito della tendenza ostile alla dittatura proletaria era infatti reale, in quanto ormai il PCR contava quasi 500.000 membri; era diventato un partito di massa e "essendo un partito di massa- diceva Lenin - rispecchia in parte ciò che avviene al di fuori delle sue file". Tale infiltrazione poteva avvenire attraverso le forme più svariate, anche di natura anarco - sindacalista, come l'episodio di Kronstadt dimostrava. Bisognava, da un lato, capire la necessità della NEP e, dall'altro, la necessità della più completa compattezza del Partito. Lenin tuttavia non dimenticò, nemmeno in questa delicata occasione, di rifarsi ai principi nel criticare le tesi dell'Opposizione Operaia e citò un opuscolo della Kollontaj, dal quale risultavano evidenti le tendenze anarco - sindacaliste. L'opposizione alla NEP, nel suddetto opuscolo, veniva infatti espressa con frasi come queste:

"L 'organizzazione della gestione dell'economia nazionale spetta al congresso dei produttori di tutta la Russia riuniti in associazioni sindacali e di produzione che eleggono un organo centrale che dirige tutta l'economia nazionale".

Lenin rispose giustamente in maniera feroce:

"Dopo due anni e mezzo di potere sovietico, abbiamo dichiarato al mondo intero, nell'Internazionale Comunista, che sì può esercitare la dittatura del proletariato soltanto attraverso il Partito Comunista (..). Che significa 'congresso dei produttori dì tutta la Russia'? Perderemo ancora tempo con tali discussioni? Mi sembra che sia ora di finirla con queste discussioni! (...)Io penso che il congresso del partito dovrà giungere a questa conclusione, dovrà concludere che adesso l'opposizione è finita, che delle opposizioni non ne vogliamo più sapere! (...) (E’ ridicolo che i sostenitori dell'Opposizione Operaia facciano riferimento ad Engels, n.d.r.) Engels parla della società socialista, ove non ci sono più classi, ma soltanto produttori. Ma da noi ci sono le classi? Ci sono. C'è da noi la lotta di classe? La più accanita. E venire a parlare, nel momento della lotta dì classe più accanita, dì 'congresso dì produttori' dì tutta la Russia non è una deviazione sindacalista? " (Lenin, "Rapporto al X congresso del PCR, discorso di chiusura (9/3/1921) e discorso sui sindacati (14/3/1921)", XXXII, pag. 182 - 193)

Kronstadt dimostrava abbondantemente che, dopo la sconfitta militare, i nemici del comunismo tentavano di sfruttare per i loro scopi le divergenze in seno al PCR. Non rendersene conto sarebbe stato delittuoso, perciò vennero sciolti tutti i gruppi che si erano formati intorno a piattaforme respinte dal Congresso e venne dato al Comitato Centrale il potere di far rispettare la disciplina e perfino il diritto di espulsione di coloro che avessero tentato di ricostituire tali gruppi, se il decreto di espulsione avesse riportato la maggioranza di due terzi. Si trattava evidentemente di misure eccezionali, conseguenti ad una situazione eccezionale. Tuttavia il X congresso votò anche una risoluzione sull'unità del partito, in cui, accanto alle necessità di cui sopra, non solo non si dimenticò di ribadire il "diritto di critica" delle decisioni degli organi dirigenti del Partito da parte di tutti i suoi membri, ma si evidenziò anche la necessità del lavoro comune e compatto di tutto il partito, che sono posizioni tipiche della Sinistra in merito al metodo di lavoro interno del Partito. Questi i passi significativi di tale risoluzione:

"La critica, assolutamente necessaria, dei difetti del Partito deve essere fatta in modo che ogni proposta pratica sia subito inviata, senza ritardo, nella forma più chiara possibile, agli organi dirigenti locali e centrali del partito perché la discutano e decidano (...)Ogni analisi della linea generale del Partito etc. non devono in nessun caso essere discussi preventivamente da gruppi costituiti attorno ad una piattaforma etc., ma debbono essere esclusivamente sottoposti alla discussione immediata dì tutti i membri de/partito". (Lenin, "Rapporto al X congresso del PCR, prima stesura del progetto di risoluzione del X congresso del PCR sull’unità del partito", XXXII, pag. 221 - 222)

Infine, nonostante il rifiuto delle sue tesi da parte della stragrande maggioranza del Congresso, venne data ampia facoltà all'Opposizione Operaia di rivolgersi all'autorità suprema dell'Internazionale Comunista. Si trattò di un episodio molto importante, in quanto l'abbandono di questo metodo, che si avrà di li a qualche anno, segnò proprio l'avvio della completa degenerazione: si arriverà all'assurdo di sostenere che la discussione sulla ammissibilità della "costruzione del socialismo nella sola Russia" non doveva nemmeno interessare l'Internazionale. E, quel che è peggio, la stessa Sinistra Russa non poté e non seppe far altro che subire un tale diktat. Se era ammissibile il ricorso alla Internazionale da parte di un gruppo, attestato su posizioni non marxiste, e perfino su questioni in definitiva interne alla Russia, figuriamoci se non doveva essere affrontata e risolta nell'Internazionale la questione della "costruzione del socialismo nella sola Russia", che implicava tutto l'indirizzo mondiale della politica comunista!

All'Esecutivo allargato dell'I.C. del febbraio 1922 giunse una lettera da parte dei rappresentanti dell'Opposizione Operaia (Kollontaj e Sljapnikov), nella quale si rivolgevano all'autorità della Internazionale "nel sincero augurio di farla finita con tutti gli ostacoli frapposti all'unità del fronte unico all'interno del nostro Partito Comunista in Russia" e facevano anche presente che la stessa unità del PCR era in pericolo. Una copia della lettera fu inviata al Comitato Centrale del PCR e fu Lenin stesso a rivolgersi all'Esecutivo dell'Internazionale in questi termini:

"L 'ufficio politico del Comitato Centrale del PCR ha ricevuto copia della lettera rivolta all'Esecutivo Allargato dell'I. C. da parte di 22 membri del partito.

Il Comitato Centrale è del parere che i membri del partito hanno il diritto di lagnarsi di esso rivolgendosi all'organo superiore della nostra organizzazione, all'I.C. E’ pronto a sottoporre alla Conferenza o a una commissione da essa designata tutti i documenti riguardanti la realtà dei fatti indicati nella lettera dei 22. Il Comitato Centrale si limita, fino alle decisioni dell'Esecutivo Allargato, a dargli comunicazione del testo integrale della risoluzione adottata l'8 marzo 1921 dal X congresso del PCR sull'unità del partito e sulle tendenze sindacaliste libertarie. I 22 firmatari della lettera citata (uno dei quali, G. Mjasnìkov, è stato espulso dal Partito per sistematica infrazione alla disciplina) appartengono al gruppo di cui il X congresso ha biasimato all'unanimità le tendenze sindacaliste libertarie". (In Corrispondence Internationale, N.4/1922.)

I rappresentanti del ricorso, naturalmente respinto con le stesse motivazioni addotte dal X congresso del PCR, ebbero ampia facoltà di illustrare le loro opinioni e perfino di intervenire al plenum dell'Esecutivo stesso: ancora dunque la piramide non era arrovesciata, al vertice stava ancora l'Internazionale.

Tuttavia l'opposizione alle decisioni economiche della maggioranza del PCR da parte di gruppi di operai, anche organizzati nello stesso PCR, si accentuò negli anni successivi; soprattutto nel 1923, quando quasi tutte le industrie, a corto di fondi a causa delle restrizioni monetarie necessarie per fronteggiare la "crisi delle forbici", avevano perfino difficoltà a pagare i salari agli operai. Si trattava di gruppi di opposizione che, in gran parte, riprendevano le posizioni dell'Opposizione Operaia e che furono combattuti al XII congresso del PCR (aprile 1923) da tutti i dirigenti del partito, Trotsky compreso.

In verità la politica della maggioranza del PCR in questo periodo era abbastanza sbilanciata verso una delle due necessità: quella di favorire il libero mercato come incentivo allo sviluppo della produzione agricola.

Più di una volta Trotsky, che dirigeva il Gosplan - l'organismo addetto ai problemi della pianificazione - aveva lamentato l'insufficienza dei poteri attribuiti a tale organismo e reclamava una maggiore attenzione anche per la seconda necessità, quella appunto del controllo e della pianificazione. La polemica sulla possibilità di una completa pianificazione si svilupperà negli anni successivi, ma è qui che si pongono le basi.

Trotsky, perfettamente a titolo personale, scrisse una lettera l'8/10/1923, in piena crisi delle forbici, in cui mise in evidenza le insufficienze della politica seguita, lamentando che il Gosplan fosse sempre più relegato in secondo piano. Nella stessa lettera, per la prima volta, fece presente certe "anomalie burocratiche" nel funzionamento interno del partito. Una settimana più tardi - il 15/10 - arrivò allo stesso Comitato Centrale, un documento di 46 membri dello stesso Comitato Centrale, noto come la "Piattaforma dei 46" e tra i quali figuravano molti degli aderenti alla vecchia Opposizione Operaia, documento nel quale erano contenute molte critiche dello stesso tipo di quelle rilevate da Trotsky. Come si vede, la risoluzione sull'unità del Partito dell'XI congresso era rispettata nella sostanza: si criticavano certe decisioni della maggioranza del Comitato Centrale e si invitava tutto il partito a discuterne, anche se si poteva obiettare ai 46 di non aver rispettato la regola di non costituire preventivamente nessun gruppo, che in qualche modo, con la Piattaforma, si era precostituito rispetto alla discussione. Si trattava evidentemente di una obiezione formale, in quanto potevano essere inviate 46 lettere invece di una sola, e che comunque non poteva essere imputata a Trotsky. Eppure tanto bastò che si cominciò a gridare al "complotto trotzkista" per impossessarsi del partito. Il 25/10, in assenza di Trotsky che era ammalato, si riunì il Comitato Centrale: furono invitati 12 dei 46 firmatari della Piattaforma a comparire dinanzi al Comitato Centrale e alla Commissione Centrale di Controllo. Questi tutt'altro chiedevano che di comparire di fronte ad un tribunale di partito (si tratta già dell'anticipazione di ciò che saranno poi i truculenti tribunali staliniani); volevano che tutto il partito fosse portato a conoscenza delle questioni da discutere e non essere costretti a discolparsi di colpe mai commesse. Tuttavia, stranamente - non esiste nessun verbale pubblicato di tale riunione -, la riunione si concluse con una mozione quasi unanime (102 voti a favore, 2 contro e 10 astensioni) in cui veniva sorprendentemente accusato Trotsky come maggiore responsabile della crisi del Partito. Successivamente Preobrazenski, massimo rappresentante dei 46, ebbe l'autorizzazione a pubblicare sulla Pravda un articolo polemico contro la maggioranza del Comitato Centrale. Questa fu l'occasione per far emergere, dalla base del partito, molte critiche analoghe, che furono espresse nelle riunioni di Mosca preparatorie della XIII conferenza del Partito, tanto che molto spesso venivano approvate mozioni dell'opposizione. E ciò fece sì che la "troika" non si sentisse sicura del suo controllo del partito. Pensò bene di ricorrere ai ripari.

Con manovre degne delle peggiori centrali diplomatiche degli Stati capitalisti riuscì ad ottenere da Trotsky, approfittando della sua malattia, una condanna dell'Opposizione in nome della compattezza e dell'unità, facendo ignobilmente riferimento alle decisioni dell'XI congresso, e poi, sempre approfittando della sua forzata assenza, Trotsky stesso venne pubblicamente accusato di essere l'ispiratore di ogni opposizione, per ambizione personale. Verso la metà del gennaio 1924 Trotsky dovette lasciare Mosca, sempre a causa della sua malattia e, prima di partite, pubblicò una serie di articoli raccolti sotto il titolo di "Corso Nuovo" con i quali rispondeva alle false accuse ed indicava ciò che riteneva necessario per tutto il partito. Tale pubblicazione fu presa a pretesto ed indicata come prova della lotta di Trotsky contro lo stesso partito. L'orgia delle accuse a Trotsky e al "trotzkismo" era ormai iniziata e non cesserà più. L'apparato del partito fu mobilitato per esonerare dagli incarichi tutti coloro che avevano manifestato anche semplici simpatie per Trotsky.

La maggioranza del Comitato Centrale del PCR aveva dunque ben lavorato, sia sul piano amministrativo che sul piano politico, riuscendo ad accusare Trotsky quale organizzatore di chissà quali trame contro il partito e, nello stesso tempo, a metterlo contro la stessa Opposizione. In un crescendo di accuse personalistiche e di misure amministrative, il partito era nella più totale confusione. Tale confusione è ben espressa dall'intervento di un ferroviere simpatizzante per l'Opposizione in una riunione a Mosca (Pravda, 18/12/1923, in E.H.C. Carr, op.cit.) in cui, rivolto alla stessa opposizione, disse: "gli operai mi chiederanno quali sono le vostre fondamentali divergenze; ad essere sincero non so come rispondere". Ad una successiva riunione del 11/1/1924, perfino Kamenev ebbe il coraggio di accusare Trotsky di "menscevismo" e di opportunismo, e tale riunione si concluse con 325 voti a Kamenev contro 61 ad una mozione dell'opposizione.

Il 16/1/1924 si aprì la XIII Conferenza che, sapientemente orchestrata, si concluse con la totale sconfitta dell'Opposizione, che, nelle riunioni preliminari di dicembre a Mosca, aveva ben avuto il favore del 36% degli iscritti. E’ vero che nella nomina dei delegati alla Conferenza la maggioranza era ricorsa anche a metodi truffaldini per cui risultavano eletti solo il 18% dei delegati, ma ciò non giustifica il fatto clamoroso che la mozione finale di Stalin e soci sia stata approvata all'unanimità, escluso solo 3 voti andati ad una mozione di Preobranzenski. Nella mozione approvata, Trotsky, ancora assente, veniva accusato come l'unico responsabile della crisi del partito ed indicato addirittura come il capo dell'opposizione dei 46. Stalin aveva pronunciato il discorso sulla situazione interna del partito con molta moderazione e pacatezza, ironizzando perfino sulla suscettibilità dei rappresentanti della Opposizione ogni volta che veniva accusato Trotsky, che naturalmente veniva accusato di sottovalutare i contadini e di indisciplina. Alle pacatezze di Stalin facevano riscontro le trivialità e le oscenità contro Trotsky pronunciate da scagnozzi sapientemente imbeccati: tanto fu necessario per distruggere il prestigio di Trotsky nel partito e nel proletariato russo e mondiale, secondo solo a quello di Lenin.

La conferenza si chiuse il 18/1/1924. Tre giorni dopo Lenin moriva e certo non lasciava lo stesso partito che gloriosamente aveva guidato il proletariato alla vittoria di Ottobre e altrettanto gloriosamente aveva saputo resistere per altri tre anni agli attacchi di ogni genere di nemici.

Anzi la sua morte fu presa a pretesto per un'ignobile operazione che avrebbe definitivamente sanzionato la degenerazione del PCR. Fu lanciata la cosiddetta "leva leninista", per allargare le file del partito, si disse, con "operai genuini". In realtà, nonostante la "genuinità", sarà proprio così che verrà decretata nel partito e nella Russia la fine di ogni vita rivoluzionaria. Il partito bolscevico era composto di 50.000 membri nell'aprile del 1917; poco prima dell'ottobre diventeranno poco più di 200.000 ed erano saliti a ben 650.000 prima della epurazione della fine del 1921, voluta da Lenin insieme ad un criterio molto rigoroso per le nuove iscrizioni. Dopo l'epurazione, i membri del PCR scesero subito a meno di 500.000 e all'inizio del 1924 erano diventati 350.000. All'XI congresso del marzo 1922 Lenin disse che se i membri del partito erano dai 300.000 ai 400.000, tale numero era sempre eccessivo perché dimostrava la insufficiente preparazione della grande maggioranza. Con la "leva leninista" si fissarono criteri talmente vaghi di ammissione, tradendo così nella sostanza le consegne di Lenin perfino in suo nome, come da ora in poi sempre si farà, che in pratica furono i responsabili locali dell'apparato di partito a decidere, con discrezione totale, l'ammissibilità dei nuovi membri e l'operato di tali "responsabili" era totalmente controllato dalla segreteria generale, cioè da Stalin. Il XIII congresso che si riunì nel maggio del 1924 accertò che con la "leva leninista" erano entrati nel PCR ben 240.000 nuovi membri, portandone il numero globale a ben 600.000 circa.

Sembra incredibile, ma già a questo congresso Lenin sarà censurato. Infatti fu solo per le insistenze della Krupskaia che il cosiddetto "testamento" fu letto al Comitato Centrale del PCR, che, con 30 voti contro 10, decise di tenerlo segreto ai delegati al congresso. Ancora una volta Kamenev e Zinoviev difesero energicamente l'operato di Stalin. Al congresso Stalin, Kamenev, Zinoviev non nominarono mai l'opposizione ed esaltarono ripetutamente l'unità del Partito "come voleva Lenin".

Trotsky non poté, anche se brevemente e su posizioni di estremo isolamento e debolezza, non difendersi dalle accuse mosse contro di lui alla XIII Conferenza e dovette dunque riaprire il capitolo delle divergenze in seno al Comitato Centrale, specialmente per quanto riguardava le questioni economiche e il pericolo burocratico. Stalin prese nuovamente la parola attaccando aspramente Trotsky come "attentatore all'unità del Partito" e Kamenev e Zinoviev rincararono la dose. Stalin fu il vero dominatore del Congresso, che ormai era un congresso di un partito, i cui nuovi orientamenti erano eloquentemente dimostrati, più che dalle anodine risoluzioni, dal fatto che, dei 52 eletti al nuovo Comitato Centrale, Trotsky risultò il 51.simo. Stalin aveva stravinto e di qui in avanti potrà fare a meno anche del sostegno di Kamenev e Zinoviev.

La Sinistra ha giudicato l'opposizione del PCR allo stalinismo nascente negli anni 1923/24 come "un'opposizione non continua né esauriente", anche se animata da molte "generosità":

"In effetti la linea delle opposizioni russe non era continua. Al tempo di Lenin, di Kollontai, della pace di Brest-Litovsk, della resistenza alla NEP di Lenin respinta come debolezza verso i contadini, della rivolta oscura dì Kronstadt, coi motivi di opposizione ai primi atti di governo del partito bolscevico, si uniscono tra generose ingenuità, errori gravi, anarcoidi, sindacalisti e laburisti, avversione ai cardinali principi: dittatura, centralismo, rapporto classe - partito. Nella prima opposizione di Trotsky del 1923/1924, in cui Zinoviev e Kamenev condussero con Stalin la lotta che lo scalzò dai comandi militari, la posizione non era esauriente. Non fu denunziato il pericolo di destra nel Partito e non ancora individuata, come magnificamente al 1926, l'insidia radicale della teoria edificatrice del socialismo russo, terga volte alla rivoluzione internazionale. Si denunziarono le sopraffazioni staliniste con la giusta reazione alla imposizione dì Stato contro i membri dissenzienti con il Partito, mentre nella dittatura rivoluzionaria il Partito è sovrano rispetto allo Stato. Ciò si presta ad equivocare con rivendicazioni banali dì 'democrazia'. Ma si enunciò anche, allora, una teoria sbagliata e pericolosa. Il potere in Russia era ormai tolto alla borghesia e pienamente proletario, ma cadeva nelle mani dì una nuova e terza classe, la burocrazia statale e anche di partito." (La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea, in: Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, ed. "Programma Comunista", 1976, pag. 704 - 705)

È bene precisare che viene messo in evidenza l'errore della valutazione della burocrazia come una terza classe, non tanto per sostenere che, senza quell'errore, lo sviluppo degli avvenimenti russi sarebbe stato diverso, quanto per sottolineare uno, e non il solo, dei motivi che impedirono allora e, a maggior ragione dopo, la confluenza organizzata, nell'opposizione allo stalinismo, della Sinistra Italiana con quella Russa e nemmeno con quella di Trotsky. In verità già in "Corso Nuovo" è possibile scorgere, oltre alla giusta rivendicazione del giusto metodo di lavoro interno del partito, anche alcune valutazioni del "pericolo burocratico" che la Sinistra Italiana già allora considerava come viziate di equivoco "democraticistico".

Diceva infatti Trotsky, nell’opuscolo suddetto, del tutto in sintonia con la Sinistra:

"Per evitare questo è necessario che gli organi dirigenti del partito tendano le orecchie per ascoltare la voce delle masse, smettano di considerare ogni critica come una manifestazione di frazionismo e non spingano i comunisti coscienziosi e disciplinati a mantenere sempre il silenzio o a costituirsi in frazioni (...)Da quando in qua spiegazione vuol dire giustificazione? (...) Non c'è dubbio che nella situazione attuale, le frazioni sono un flagello (...)Ma, l'esperienza ce lo dimostra, non basta affatto dichiarare che i gruppi e le frazioni sono un male per impedirne l'apparizione. Si potrà prevenirne la loro nascita solo con una politica giusta".

Si tratta di tesi ampiamente sostenute, allora e sempre, dalla Sinistra Comunista, ma riguardo alle cause del fenomeno sosteneva:

"Il partito è un'organizzazione essenzialmente democratica, cioè una collettività il cui orientamento dipende dal pensiero e dalla volontà dì tutti i suoi membri (...) Il risultato di questo stato di cose (nel PCR nel 1923) è stato che, nel ruolo di dirigente del partito e assorbita dalle questioni amministrative, la vecchia generazione si è abituata e si abitua a pensare e a decidere invece del partito (...) Mantenere l'unità del partito è la preoccupazione principale per la grande maggioranza dei comunisti. Ma bisogna dire apertamente: se c'è oggi un serio pericolo per l'unità, o quanto meno per l'unanimità, del partito, questo pericolo è oggi il burocratismo sfrenato".

Tali valutazioni astraevano, allora, dal pericolo rappresentato dalla politica di destra e già chiaramente orientata alla "costruzione del socialismo nella sola Russia", ed indicavano nel burocratismo il solo pericolo da combattere, prestandosi così anche alla ignobile campagna stalinista che Trotsky lottava nel partito "per ambizioni personali". Tali valutazioni saranno poi anche l'ossatura della interpretazione della Russia come "Stato operaio degenerato", ma pur sempre operaio, nettamente diversa dalla nostra che considera la struttura economica e sociale della Russia come totalmente capitalistica e lo stalinismo come un movimento nettamente controrivoluzionario ed anticomunista e non degenere - burocratico.

Lo stesso atteggiamento pratico di Trotsky, in questo periodo, è difficilmente decifrabile dall'esterno: molto spesso è costretto a silenzi, il cui significato è di non facile interpretazione, ed altre volte è altrettanto costretto a fare l'autodifesa, il che viene sapientemente sfruttato dai suoi avversari come dimostrazione della sua "ambizione". La verità è che Trotsky è terribilmente isolato, schiacciato tra l'incudine della necessità di difendere quanto restava dei risultati della Rivoluzione d'Ottobre e il martello del doversi opporre ai primi germi di degenerazione che solo lui - o quasi - in Russia, Lenin morente, sapeva scorgere. Nella sua autobiografia Trotsky rievoca con drammaticità questo periodo, rilevando come non potesse disporsi a dare piena battaglia nemmeno dietro insistenze continue di Lenin che si era perfettamente reso conto della gravità della situazione interna al PCR. Scrive:

"Avrebbe compreso il partito che si trattava di una lotta di Lenin e di Trotsky per salvare il Partito dalla degenerazione e non di una lotta dì Trotsky per prendere il posto di Lenin?" (Trotsky, "La mia vita", Oscar Mondadori 1976, pag. 444)

Questa era la tragica realtà, dal che il partito ha tratto la tesi - pilastro che mai più, nella sua organizzazione, avranno un qualunque peso i nomi di persona, siano essi capaci od incapaci, furbi od ingenui, matti o sani di mente, loquaci o taciturni: l'ideale sarebbe considerare i membri del partito totalmente intercambiabili, e, dunque, semplici numeri.

Trotsky dunque era costretto non solo a subire tutta la pesantezza dell'enorme marea controrivoluzionaria, ma anche a restare per buona parte incompreso dalle stesse forze ancora rivoluzionarie del PCR e dell'Internazionale. La Sinistra Italiana, che fu immediatamente solidale con Trotsky, in quanto era evidente che combatteva la sua stessa battaglia, dovette constatare, al V congresso della Internazionale Comunista, come non fosse possibile unire le forze per resistere al pericolo controrivoluzionario. Fu Trotsky stesso a convincere il rappresentante della Sinistra Italiana a non sollevare alcuna questione nell'Internazionale e una certa sua delusione è rintracciabile anche nell'articolo 'La questione Trotsky', scritto subito dopo la fine del V congresso (luglio 1925). Vi si esprime infatti piena solidarietà a Trotsky, pur rilevando, in chiusura dell'articolo, che "si poteva aspettare altro da un uomo, che è tra i più degni di stare alla testa del partito rivoluzionario", quasi meravigliandosi del fatto che era Trotsky stesso a rifiutare quella funzione. In realtà Trotsky, nell'anno cruciale del 1923, tutto riponeva nella speranza di veder tornare al lavoro Lenin, come veniva fatto sperare dalle notizie ufficiali. Non si trattava di scarsa considerazione della propria capacità, ma dell'esatta percezione della impossibilità di svolgere lui quella funzione che solo Lenin aveva svolto per lunghi decenni nel partito bolscevico; quella di saper e poter dire la verità, anche la più amara, al Partito, funzione oltremodo difficile - possibile solo organicamente - soprattutto quando si tratta di una verità terribile, come era quella che il Partito si era pericolosamente incamminato sulla strada che portava al sicuro rinnegamento dei principi comunisti.

Sarebbe riuscito Lenin nell'impresa? Non abbiamo mai avallato "teorie" che attribuiscono ad individui geniali la capacità di determinare gli avvenimenti sociali, che invece dipendono da forze oggettive - e la domanda stessa è sciocca e non rispondente al criterio marxista dell'indagine delle cause dei fenomeni sociali. Tuttavia è ovvio rilevare, nell'accomiatarci da Lenin, che il partito bolscevico aveva dimostrato, nel corso di decenni di lotte poderose contro tutti i nemici, le sue migliori qualità proprio nel sapersi adeguare alle verità di Lenin. Con ogni probabilità, il partito del 1923 era diventato qualitativamente diverso rispetto a quello dei decenni gloriosi e il continuare a dire la verità sarebbe costato a Lenin (come costò a migliaia di comunisti meno noti rimasti ostinatamente fedeli ai principi, alla dottrina e a tutte le conquiste che si speravano definitive) dover subire ogni forma di oppressione e di calunnia fino all'immolazione della vita stessa.

La sua morte preventiva regalò tuttavia agli immondi avversari un'arma in più, quella di poter parlare in suo nome', persino ostentando un'insensata esaltazione della sua persona fino alla "mummificazione".

Abbiamo già visto come, per la destra del Partito neo convertita alla necessità dell'industrializzazione, tale necessità fosse considerata quasi un sinonimo di' "costruzione del socialismo in un solo paese". Gli storici filo stalinisti, come già allora lo stesso Stalin più di Bucharin, insistono nell'attribuire a Stalin stesso il merito di una precisa continuità con Lenin, mentre gli storici non stalinisti tendono ad accreditare la tesi che, in Lenin, sia impossibile trovare la soluzione della questione della "costruzione del socialismo nella sola Russia", essendosi questa posta dopo la sua morte. Se i primi sono i maggiori artefici dello snaturamento e dello stravolgimento delle tesi di Lenin, i secondi sono a noi addirittura più ostili, in quanto sostenitori del metodo dell'inventare ogni giorno nuove teorie e nuovi pretesi obiettivi rivoluzionari. In realtà in Lenin si trova anche la corretta soluzione della questione del "socialismo in un solo paese"; basta saperlo leggere con l'unica chiave autenticamente rivoluzionaria che ormai è possibile rintracciare solo nella tradizione della Sinistra Italiana.

La questione del "socialismo in un solo paese", se ci riferiamo alla Russia, è innanzitutto strettamente collegata a quella se era giusto o no prendere il potere: era giusto o no, in un certo senso, forzare la storia, visto che le condizioni economiche in Russia erano le più sfavorevoli? Lenin aveva così risposto:

"Sarebbe un errore irreparabile affermare che, una volta ammessa la sproporzione tra le nostre "forze" economiche e quelle politiche, "si deve dire" che non bisognava prendere il potere. Così ragionano gli "uomini nell'astuccio", i quali dimenticano che una "giusta proporzione" non ci sarà mai, e non ci può mai essere nell'evoluzione della natura così come nell'evoluzione della società, e che solo attraverso una serie di tentativi - ciascuno dei quali a sé preso sarà unilaterale, soffrirà di una certa sproporzione - si creerà il socialismo completo, prodotto dalla collaborazione rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi.

Dall'altro lato sarebbe un errore evidente dar mano libera ai fanfaroni e ai chiacchieroni, i quali si lasciano sedurre dal rivoluzionarismo "radioso", ma che non sono capaci di un lavoro rivoluzionario tenace, ragionato, ponderato, che tenga conto anche dei momenti di transizione più difficili".( Lenin, Sull'imposta in natura, op. cit., pag. 319)

Dunque chiarezza prima di tutto nell'analisi della situazione oggettiva e delle difficoltà che si pongono al Partito. E mai viene meno in Lenin la massima chiarezza nell'impostare le questioni cruciali che si pongono in quello svolto in Russia:

"Quando abbiamo iniziato a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva a iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza l'appoggio della rivoluzione mondiale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa, pensavamo: o la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto, negli altri paesi capitalisticamente più sviluppati, oppure, nel caso contrario, dovremo soccombere. Nonostante questa consapevolezza abbiamo fatto di tutto per salvaguardare, in tutte le circostanze e a ogni costo, il sistema sovietico, poiché sapevamo di lavorare non soltanto per noi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo e abbiamo espresso più volte questa convinzione e prima della Rivoluzione d'ottobre, e subito dopo, e nel periodo della conclusione della pace di Brest-Litovsk. E, in generale, ciò era giusto". (Lenin, "Rapporto sulla tattica del PCR", III congresso I.C, 5 luglio 1921, XXXII, pag. 455 - 456)

E ancora:

"Nella nostra lotta storica di importanza mondiale abbiamo raggiunto il punto culminante e al tempo stesso più difficile. In questo momento, nel periodo attuale, il nemico non è più quello che era ieri.

Il nemico non è più un 'orda’ di guardie bianche al comando dei grandi proprietari fondiari, sostenuti da tutti i menscevichi e socialisti - rivoluzionari e da tutta la borghesia internazionale. Il nemico è oggi la realtà economica quotidiana di un paese di piccoli contadini, un paese in cui la grande industria è in rovina. Il nemico è oggi l'elemento piccolo borghese, che ci circonda come l'aria e penetra profondamente nelle file del proletariato. E il proletariato è declassato; è stato cioè gettato fuori dal suo alveo di classe. Le fabbriche e le officine sono chiuse, il proletariato è indebolito, disperso, estenuato, e l'elemento piccolo - borghese all'interno dello Stato è appoggiato da tutta la borghesia internazionale, che è ancora potente in tutto il mondo". (Lenin, "Tempi nuovi, errori vecchi in forme nuove", 20 agosto 1921, XXXIII, pag. 11)

Non sfugge dunque a Lenin il cambiamento della situazione internazionale verificatosi dopo la vittoria della guerra civile in Russia e la sconfitta della Rivoluzione in Europa. Un tale cambiamento impone dunque un chiaro inquadramento di tutte le nuove funzioni che si pongono al Partito, nella mai dimenticata né dimenticabile prospettiva della Rivoluzione Internazionale. Ancora necessità di chiarezza di prospettive, metodi e funzioni, affinché il Partito si mantenga compatto e all'altezza dei suoi compiti. Nel rapporto al IV congresso dei Soviet del 23 dicembre 1921 Lenin così insiste nel tracciare la prospettiva rivoluzionaria nel solco di quanto già è stato fatto dal Partito e di quanto dovrà essere fatto tenuto conto degli essenziali cambiamenti che si sono verificati:

"Noi ci eravamo immaginati lo sviluppo futuro (e penso che non sia inutile ricordarlo adesso, poiché ciò ci servirà per le nostre conclusioni pratiche a proposito delle principali questioni economiche) in una forma più semplice e più rettilinea di quanto si è verificato nella realtà. Noi avevamo detto a noi stessi, alla classe operaia, a tutti i lavoratori sia della Russia che degli altri paesi: non v'è altra via d'uscita dal maledetto e criminale massacro imperialista all'infuori della soluzione rivoluzionaria; aprendo una breccia nella guerra imperialista con la rivoluzione noi apriamo l'unica via d'uscita possibile da questo massacro criminale per tutti i popoli. Ci sembrava allora (né poteva sembrarci altrimenti) che questo cammino fosse chiaro e diritto, e che fosse il più facile. É accaduto però che gli altri popoli non siano riusciti a imboccare, almeno così presto come pensavamo, questo cammino rettilineo, l'unico che effettivamente ci ha liberati dai legami imperialistici, dai crimini imperialistici e dalla guerra che continua a minacciare tutto il resto del mondo". (Lenin, "La politica interna ed estera della Repubblica", 23 dicembre 1921, XXXIII, pag. 125 - 126)

La prima conseguenza di quella situazione "strana e a prima vista incomprensibile", che permetteva l'esistenza del primo Stato a dittatura proletaria accanto a Stati capitalisti enormemente più forti ma impossibilitati a soffocare tale Stato, consisteva nel fatto che era dovere dei comunisti approfittare di una tale situazione per mantenere il più a lungo possibile il potere, il che avrebbe certamente rappresentato un punto di forza della, per il momento sconfitta, ma a lungo andare insopprimibile, rivoluzione proletaria mondiale.

Questa chiarezza di analisi e di prospettive viene persa durante gli scontri del 1923/24 sulla pianificazione e sulla libertà di commercio, in quanto fu persa la nozione del legame indissolubile tra queste due esigenze, in effetti contraddittorie, come contraddittoria era la situazione bizzarra che si era venuta a creare e che solo un forte Partito comunista ben conscio delle proprie ardue funzioni, avrebbe potuto fronteggiare di fronte alla marea del pericolo piccolo - borghese che inevitabilmente era destinato a giganteggiare, se perdurava la sconfitta del proletariato europeo. Lo stesso "arricchitevi!" buchariniano non era di per sé scorretto; desta stupore non solo la mancanza di un solido legame tra tale slogan e la rivoluzione mondiale che allora Bucharin stesso non vide, ma anche l'accoglienza visceralmente ostile della sinistra russa che vide ingiustamente in Bucharin il paladino degli interessi dei kulak. Il nostro commento dimostra come allora, benché fossero in difetto sia la destra che la sinistra del PCR, ma non certo per deficienza di capacità di quegli uomini, ormai il Partito Russo non era più quello strumento magnifico che aveva realizzato l'Ottobre; esso stesso era vittima della controrivoluzione trionfante, fenomeno non solo russo ma internazionale.

"Arricchitevi. Bucharin difende, come la sinistra, la nazionalizzazione giuridica, e non è per la proprietà libera. Questa è una posizione di guardia per non ricadere nel passato e non perdere il potere. Ma intende che per la grande azienda occorre il grande capitale. Egli vede che l'industria può a stento avviarsi a produrre beni di consumo manufatti (e ciò dopo i beni di uso bellico, necessari al futuro scontro, per lui "offensivo" - il suo sogno bocciato da Lenin al tempo dei Brest-Litovsk) ed al massimo beni strumentali per allargare l'industria stessa, ma non per la trasformazione agraria. La sua formula è che la terra resti allo Stato, ma il capitale agrario si formi fuori di esso.

Il commercio e la NEP hanno già dato luogo ad una accumulazione di capitale, ma nelle mani di commercianti, speculatori, che non sono legalmente più contrabbandieri, ma nepman, odiati dai contadini ma soprattutto in funzione dell'attaccamento reazionario alla gestione particellare. Questo capitale, parimenti minaccioso socialmente e politicamente, è sterile ai fini della produzione e del miglioramento del suo potenziale tecnico.

Bucharin, spesso sfottuto da Lenin suo maestro, sa il suo Capitale a menadito, sa che la classica accumulazione primitiva è nata dalla affittanza agraria, come in Inghilterra e altrove, e da questa origine sono sorte le "basi" del socialismo. E nutrito di altre tesi corrette: è follia pensare di avere il commercio in formidabile espansione, di trattare in forma mercantile, come Trotsky giustifica, la stessa produzione industriale, e non vedere crescere forme capitalistiche, di Stato o private, ma sempre tali. Se nell'industria significa salire l'andare da quelle private a quelle di Stato, nella campagna, se non esiste capitale né privato né di Stato, fa ridere pensare ad avere non solo socialismo ma anche statizzazione di capitale.

Bucharin non è in regola col solo Marx ma anche con Lenin. Lo scalino da salire in campagna è, come abbiamo detto, dalla forma 3 alla 4: dalla piccola produzione mercantile contadina al capitalismo privato.

La terra resta allo Stato, e il contadino ricco "di terra" sparisce (falso che Bucharin e i suoi difendano il kulak) ma compare il "colono dello Stato" che con suo capitale di esercizio e con salariati suoi (in forma non radicalmente diversa dal salariato delle fabbriche controllate, e poi statizzate) produce sulla stessa terra una massa maggiore di prodotti per la generale economia, e paga una rendita allo Stato, non più al proprietario terriero antico.

Perché la media unità aziendale cresca, occorre, è chiaro, che cresca il medio capitale aziendale e il numero dei lavoratori proletari rurali. Ciò non si ottiene se l'imprenditore agrario non accumula, e diventa più grande. Altra tesi corretta fitta nell'intelligente testa di Bucharin è che ogni Stato non ha la funzione di "costruire" e organizzare, ma solo di proibire, o cessare di proibire. Cessando di proibire l'accumulazione di capitale agrario sociale (Marx: il capitale che si accumula dai privati non è che parte del capitale sociale) lo Stato comunista prende una via più breve per salire la scala delle forme, i gradini di Lenin.

La formula non di Stalin, che fu solo un fabbricatore a posteriori di formule di demagogico effetto (nel che se non sta il genio, che ha bisogni di partiti e non di teste nella moderna storia, e forse sempre, sta una grande forza politica, la forma di struttura rurale che uscì dalla storia, il colcos, conduce meno rapidamente fuori dalla frammentazione contadina, di quella che proponevano Trotsky e Lenin, e di quella soprattutto di Bucharin - e con questa affermazione non abbiamo detto che vi fosse una triplice scelta possibile quando la polemica esplose.

Si, il bravo Bucharin gridò: Arricchitevi! Ma Stalin fece di peggio e stette per gridare: Arricchitevi di terra! Lasciate solo lo Stato - industria, forza armata, a noi! Non pensò che chi ha la terra ha lo Stato.

La frase di Bucharin, che tutti ricordano senza ricostruire - è difficile farlo sui testi - la sua dottrina, ha questa portata: vi apriamo le porte della terra dello Stato: arricchitevi di capitale di intrapresa agraria, e verrà più presto il momento in cui vi esproprieremo di quanto avrete accumulato, passando anche nella campagna al quarto gradino, il capitalismo di Stato.

Al quinto, il socialismo, non vanno leggi o dibattiti di congresso, ma una forza sola, la Rivoluzione mondiale. Bucharin allora non vide questo, e fu grave.

Stalin si servì della tesi Bucharin per battere la sinistra marxista.

Quando Bucharin vide che la storia spingeva Stalin non verso una scelta di strade al socialismo economico, ma verso la ricaduta dello Stato politico a funzioni capitalistiche interne quanto esterne, non vi fu differenza tra destri e sinistri, non vi fu più nulla a destra del centro, e tutti i marxisti rivoluzionari furono, per assorbenti ragioni di principio ben più profonde, contro Stalin, perdendo sì, ma nella serie feconda di tutte le rivoluzioni schiacciate la cui riscossa verrà, e sarà soltanto di natura mondiale". (Da "Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", pag. 479 - 481)

Nel dicembre del 1925, al XIV congresso del Partito, la destra espose apertamente la tesi della "costruzione del socialismo nella sola Russia". Stalin rivendicava la continuità con Lenin, che nel 1915 aveva ammesso la possibilità della conquista del potere in un solo paese sulla base della tesi dell'ineguale sviluppo del capitalismo ed aveva chiamato ciò "vittoria del socialismo" in un solo paese, mentre la tesi della simultaneità della conquista del potere nei diversi paesi era stata sostenuta, sebbene non esplicitamente, dalla Seconda Internazionale (e non solo dal centro e dalla destra) con gravi ripercussioni proprio sulla tattica di fronte alla guerra. Si disse che, visto che la Rivoluzione simultanea non si può fare, il mancato appoggio da parte dei socialisti alla difesa del proprio Stato avrebbe significato favoreggiamento proprio di quegli Stati in cui il movimento socialista era meno sviluppato. Dunque Lenin sosteneva la sua tesi favorevole al disfattismo proprio contro coloro che non aspettavano altro che l'occasione di dimostrarsi fedeli servitori della patria.

Ma Stalin sosteneva anche che, sulla base del potere politico ormai conquistato definitivamente, si poteva procedere nella sola Russia verso l'integrale società socialista, pur non dimenticando allora che il potere del proletariato russo era costantemente minacciato militarmente dagli Stati ancora capitalisti. L'errore di teoria era gravissimo: venivano infatti snaturati proprio i connotati fondamentali del socialismo, che significa soppressione delle classi e quindi anche dello Stato, risultato impossibile se non alla scala internazionale e tanto meno nella sola semifeudale Russia. Così "costruzione del socialismo" diventò una specie di forma ideologica nazionalista dell'unica costruzione possibile, quella del capitalismo. Per l'immensa maggioranza dei contadini russi "costruzione del socialismo nella sola Russia" volle significare la prospettiva di dedicarsi ai pacifici commerci e alla normale attività produttiva dopo gli anni di guerra e di guerra civile che invece la prospettiva della Rivoluzione Internazionale continuava ad evocare.

Sul piano strettamente teorico tuttavia la questione della "costruzione del socialismo", pur nella totale inadeguatezza del termine "costruzione", non era del tutto fuori luogo. Ogni questione è teoricamente solubile dal partito, ma ogni soluzione errata sottende implicazioni pratiche addirittura contrarie alle esigenze rivoluzionarie. Non è infatti da condannarsi la tesi della possibilità della trasformazione socialista anche limitata ad un solo paese, in generale, ma quella che sia possibile in un solo paese non pienamente capitalista, come spiega un nostro testo:

"La prima confusione è tra la formula "socialismo in un solo paese" e "socialismo in un paese non capitalista", quindi "socialismo nella sola Russia".

La formula marxista è che il socialismo è storicamente possibile sulla base di due condizioni, necessarie entrambe. La prima è che la produzione e la distribuzione si svolgano genera/mente in forme capitalistica e mercantile, ossia che vi sia largo sviluppo industriale, anche di aziende agricole, e mercato nazionale generale. La seconda è che il proletariato e il suo partito pervengano a rovesciare il potere borghese e ad assumere la dittatura.

Date queste due condizioni, non si deve dire che è possibile cominciare a costruire il socialismo, ma che le sue basi economiche risultano già costruite, e si può e deve iniziare immediatamente a distruggere i rapporti borghesi di produzione e di proprietà, pena la controrivoluzione.

Ove la condizione tecnico - economica del primo tipo sicuramente esiste, nessun marxista ha mai affermato che la conquista del potere politico da parte del partito proletario sia condizionata alla simultaneità in tutti "i paesi civili", come scioccamente dice la formula stalinista, o in un gruppo di essi. In date condizioni storiche di forza del proletariato è ammissibile la conquista del potere politico in un solo paese. E se la condizione di primo tipo esiste, come detto, ciò vuoi dire che comincia subito la trasformazione socialista, fatto distruttivo più che costruttivo, e per cui nella avanzata Europa (e America) da molto tempo le forze produttive sono bastevoli, anzi in eccesso.

Se invece parliamo di un paese in cui manca la condizione prima di sviluppo produttivo e mercantile, allora la trasformazione socialista non sarà possibile. Ciò non vuoi dire che, in date condizioni storiche e rapporti di forza, non sia possibile tentare ed attuare la conquista proletaria del potere politico (Ottobre rosso) senza programma di trasformazione socialista fino a quando la rivoluzione non guadagni alcuni altri paesi che hanno la condizione prima, dello sviluppo economico.

Inoltre, nella situazione di una guerra imperialista (che tale era per l'Europa e la Russia), ogni partito proletario deve condurre l'azione disfattista interna, anche da solo, e se può fino alla conquista del potere.

La tesi marxisticamente condannata non è dunque: Anche in un solo paese è possibile la conquista proletaria del potere - e - Anche in un solo paese di pieno capitalismo è possibile la trasformazione socialista. La tesi condannata è che in un solo paese non capitalista sia possibile, con la sola conquista del potere politico, la trasformazione socialista" (Da: "Le grandi questioni storiche nella Rivoluzione in Russia", pubblicato in "Struttura economica e sociale della Russia d’oggi", edizioni Programma Comunista, 1976, pag. 22 - 23)

LA GENEROSA MA INSUFFICIENTE BATTAGLIA DELLA SINISTRA RUSSA E LE POSIZIONI ESPRESSE DALLA SINISTRA ITALIANA

La discussione sul socialismo in un solo paese dunque non era di per sé insolubile; non lo era per un partito sano, ma ormai era proprio il Partito a non essere più in grado di lavorare per la rivoluzione, il che richiede la capacità collettiva di risolvere ogni questione, che la situazione oggettiva pone, in maniera conforme ai principi rivoluzionari.

La nostra tesi è che il processo di degenerazione del PCR e dell'IC fu talmente profondo, in quegli anni, tanto da meritare il nome di controrivoluzione. Controrivoluzione che, se è stata esplicita con l'adesione dell'URSS alla seconda guerra mondiale, ben si espresse proprio con la teoria della "costruzione del socialismo nella sola Russia", in quanto, invece del socialismo, si trattò proprio di costruire il suo contrario, il capitalismo. Tuttavia sarebbe errato considerare gli avvenimenti russi come la causa della controrivoluzione, che invece fu mondiale. Essi non furono che il modo specifico con cui la controrivoluzione si manifestò in Russia. Si trattò di controrivoluzione nei confronti dell'Ottobre Rosso, che, politicamente, fu tutto di segno socialista, e dunque di controrivoluzione in politica, mentre economicamente e socialmente, il capitalismo si consolidò, e fu, questo, fenomeno progressivo rispetto al precedente feudalesimo. In tal modo la vittoria della borghesia mondiale sui tentativi rivoluzionari del primo dopoguerra è avvenuta nel peggiore modo possibile per il movimento comunista: non sul campo di battaglia, ma attraverso una totale falsificazione dei principi e della tattica comunista e una completa degenerazione dell'organizzazione mondiale comunista, che fu consumata proprio negli anni che vanno dal 1923 al 1926..

Al XIII congresso del PCUS (aprile 1924) Trotsky aveva detto, e questa fu la chiave del suo atteggiamento, incomprensibile agli occhi degli storici borghesi, perché per essi è incomprensibile il fatto stesso della milizia comunista:

"Nessuno di noi, compagni, desidera avere, né può avere, ragione contro il Partito. In ultima istanza il Partito ha sempre ragione, in quanto è l'unico strumento storico che la classe operaia possiede per risolvere i suoi problemi fondamentali".

Chi delle vette comuniste non ha mai salito nemmeno la millesima parte considera ciò, nel migliore dei casi, solo del sentimentalismo inconcludente. Che resti nella pattumiera della storia, nelle ragioni dell'individuo contro quelle della specie, che inutilmente la borghesia per secoli si è affannata a far prevalere!

Per tutta l'estate del 1924 Trotsky non intervenne in nessun problema politico e solo in settembre fece uscire il suo testo sulle lezioni dell'Ottobre, il cui intento era quello di basare su di una chiara valutazione storica delle vicende trascorse (come Lenin sempre aveva fatto) una comune prospettiva dei compiti futuri. La tragedia di quella situazione oggettiva fu ben espressa dagli interventi, non solo di Bucharin, ma anche di Kamenev e di Zinoviev al CC del 29 ottobre 1924, quando sostennero di comune accordo che "leninismo" e "trotzkismo" erano in opposizione e che Trotsky era "l'agente del menscevismo in senso della classe operaia". L'accusa più importante, tuttavia, era quella che Trotsky voleva seminare discordia nel partito, accusa tanto più assurda quanto più Trotsky stesso si rifiutava nella maniera più assoluta di capeggiare una frazione, se non si voleva dar credito alle sue limpide dichiarazioni come quella più sopra riportata. Era talmente immune da atteggiamenti che potevano essere sfruttati in chiave disorganizzatrice, che la stessa Sinistra, in quegli anni, ne mise in evidenza il limite opposto a quello che gli veniva rinfacciato, quello di non volersi assumere alcuna responsabilità di chiedere una franca discussione nell'Internazionale delle questioni relative alla politica interna ed estera dello Stato russo (vedi La questione Trotsky, luglio 1924). In realtà Trotsky, rendendosi conto che il partito russo sbandava su questioni essenziali, si rendeva anche conto che il partito, nel suo insieme, doveva riuscire a ritrovare la retta via o era la fine per tutti. Il suo limite, come quello di tutta la Sinistra Russa, non tanto per difetti personali, quanto per determinazioni oggettive, fu quello di considerare il Partito solo quello russo e non anche tutta l'Internazionale. Questo fu anche il motivo per cui fu impossibile la realizzazione in quegli anni di una battaglia unitaria della Sinistra Russa e della Sinistra Italiana, nonostante che fosse anche auspicata (vedi l'intervento della Sinistra al VI E.A. del febbraio 1926). Non si poteva certo impedire allo stalinismo di stravincere, come stravinse, ma forse il nerbo del partito, coma la Sinistra lo chiamava, avrebbe potuto meglio resistere, alla scala internazionale, alla nuova ondata opportunista.

La Sinistra Russa, tardi e non fino in fondo, capì che l'unico modo di impedire una totale disfatta delle forze rivoluzionarie e ancora recuperabili al comunismo era quella di rimettere al vertice della piramide l'Internazionale e dunque di sottoporre alla stessa la soluzione del problema russo, cosa che invano la Sinistra Italiana aveva chiesto fin dall'inizio della degenerazione. Con il 1926, come la Sinistra denunciò al VI E.A. del febbraio-marzo, la piramide del movimento comunista era completamente arrovesciata: non stava al vertice l'Internazionale e, alla base, i partiti nazionali compreso quello russo, dal quale doveva essere diretto anche lo stato russo. Al contrario, al vertice ormai era lo stato russo che dittava sia sul PCR che sull'Internazionale.

Dal momento che non fu possibile rimettere la piramide sulla sua base naturale, era chiaro che le forze controrivoluzionarie avevano ormai definitivamente il sopravvento e che la difesa dell'integrale ed incorrotto programma del comunismo rivoluzionario doveva nuovamente essere fatta al di fuori di quell'organizzazione, ormai preda della nuova ondata opportunista, come lo era stata la Seconda Internazionale allo scoppio della guerra.

E’ una consapevolezza che traspare chiaramente dallo stesso intervento al VI E.A. nel febbraio 1926, come dimostrano questi passi:

"Devo dichiarare che la situazione in cui l'Internazionale si trova non può essere ritenuta soddisfacente. In un certo senso ci troviamo di fronte ad una crisi. Questa crisi non ha avuto inizio oggi, ma esiste da molto tempo. Questa affermazione non viene soltanto da noi e da alcuni gruppi di compagni di estrema sinistra. I fatti provano che l'esistenza di questa crisi è riconosciuta da tutti."..

L'applicazione della tattica del fronte unico portò ad errori di destra, e questi errori divennero sempre più chiari dopo il III Congresso e soprattutto dopo il IV. Noi abbiamo criticato a priori tutto ciò, e qui mi limito soltanto a ricordare nelle sue linee generali il giudizio che allora formulammo. Quando poi ci trovammo di fronte agli errori ai quali questa tattica aveva portato, quando soprattutto intervenne la sconfitta dell'ottobre 1923 in Germania, l'Internazionale riconobbe di essersi sbagliata. Non si trattava di un piccolo accidente; si trattava di un errore che noi dovemmo pagare con la speranza di conquistare, dopo il primo paese acquisito alla rivoluzione proletaria, un altro grande paese, cosa che, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, avrebbe avuto un'importanza enorme.

Purtroppo, ci si limitò a dire: non si tratta di rivedere in modo radicale i deliberati del IV Congresso, è solo necessario allontanare certi compagni che si sono sbagliati nell'applicazione della tattica del fronte unico; è necessario trovare i responsabili. Li si trovò nell'ala destra del partito tedesco, non si volle ammettere che la responsabilità ricadeva su tutta l'Internazionale. "…

"Quali sono i nostri compiti per l'avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sua ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento internazionale dei contadini e dei popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più importante. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le necessarie misure in relazione all'influenza dei contadini e degli strati piccolo - borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e che forse domani sarà militare. Poiché negli altri paesi non si sono ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare nel modo più stretto l'intera politica russa alla politica generale rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo partito comunista, ma che è d'importanza fondamentale basarsi anche sul proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta l'Internazionale Comunista."…

"Questo pericolo di destra esiste egualmente nelle risoluzioni adottate qui: tanto sulle questioni di politica generale che sui problemi dei diversi partiti, la questione del partito tedesco o del partito francese. Si manifesta inoltre nel rifiuto di sottomettere il problema russo al plenum dell'Esecutivo Allargato. Ho già sottolineato nel mio discorso che nel loro stato attuale le sezioni della Internazionale non sono in grado di occuparsi della questione russa, ed ho già detto che ciò conferma la mia critica. E assolutamente indispensabile che l'Internazionale si occupi del problema cruciale costituito dai rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello stato proletario e del partito comunista in Russia; è indispensabile che l'Internazionale acquisti la capacità di risolvere questi problemi.

E augurabile che una resistenza di sinistra si manifesti contro questo pericolo di destra; non voglio dire una frazione, ma una resistenza della sinistra alla scala internazionale. Tuttavia devo dichiarare francamente che questa reazione sana utile e necessaria non può né deve prendere la forma di una manovra e di un intrigo."

"Vorrei formulare per scritto la mia posizione riguardo alla discussione sui problemi russi.

Ho il diritto di constatare che il Plenum non ha voluto discutere le questioni russe, che non ha né la possibilità né la preparazione richiesta per farlo, e ciò mi dà il diritto di concludere che questo è un risultato della politica generale errata dell'Internazionale e delle deviazioni di destra di questa politica. È la stessa constatazione che ho fatto nel mio primo discorso durante la discussione generale..

Concretamente propongo che il Congresso mondiale sia convocato l'estate prossima con all'ordine del giorno precisamente la questione dei rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello stato russo e del partito russo, dando per scontato che la discussione di questi problemi deve essere preparata correttamente in tutte le sezioni dell'internazionale". (Intervento del rappresentante della Sinistra Italiana al VI E.A. dell’I.C", in "Comunismo" N.1, gennaio – aprile 1979)

Queste erano le posizioni che la Sinistra sosteneva nel periodo cruciale che va dal 1922 al 1926. Si aspettava forse la Sinistra di poter cambiare il corso controrivoluzionario degli avvenimenti? La storia ha ormai dimostrato abbondantemente che era impossibile, ma ha anche dimostrato che le lezioni da trarre, le uniche in grado di riconfermare tutti i principi del comunismo e le sue ragioni storiche, sono quelle tratte già allora dalla Sinistra Italiana e riconfermate continuamente anche in anni più recenti. Come, ad esempio, nel seguente testo:

"Vi era una forza storica, un ente, un Corpo, che si potesse consultare per scongiurare l'errore e la catastrofe, dato che l'ingranaggio del partito bolscevico, e con esso quello dell'Internazionale Comunista, miseramente fallirono, anzi avallarono come linea ortodossa e rivoluzionaria quella che poi è rovinata fino al tradimento ed al passaggio al borghese nemico?

Dove in genere devesi collocare la direzione, la guida suprema, de/l'azione della classe lavoratrice nella lotta per il socialismo? …

Una simile questione non può dunque essere sciolta con canoni giuridici o interpellando corti costituzionali, ma solo in base alla storia dello svolgersi del modo capitalistico di produzione, anzi, più ancora: ad una prospettiva stabilita in dottrina di questo sviluppo futuro. Solo su tali basi gli antagonismi di classe divengono visibili ed operanti: il problema dell’Autorità ce lo possiamo proporre non in sede di filosofia morale, o della storia, ma solo dopo avere stabilito i termini delle tappe che traversa turbinosamente il decorso dell'economia capitalistica universale ...

Nel testo del Dialogato coi Morti abbiamo usato una potente citazione di Lenin su questo punto: dove riposa l'autorità del movimento della classe proletaria? Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l'appoggio sulla tradizione e l'esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più diversi paesi, l'utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi anche lontane. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi, cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni decisorie di difficili problemi, come in quel punto illustrammo, non ha limiti né nel tempo né nello spazio; non distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni, professioni. E mostrammo che non può neppure distinguere generazioni: deve coi viventi ascoltare anche i morti, e in un senso che ancora una volta rivendichiamo non mistico né letterario i componenti della società chi avrà caratteristiche diverse e opposte a quelle del capitalismo, che purtroppo, giusta le parole di Lenin, e quelle da lui citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei lavoratori attuali.

Questa unità vastissima di spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al blocco immondo di tante vantate collettività che si coprono del nome di operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità qualitativa, che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante da tutti i lidi e da tutte le epoche; e l'organismo che risolve il problema non è che uno, il partito politico, il partito di classe, il partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni gloriosi.

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello stato, e contro le classi contro cui lo stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non sì nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Ad un certo tempo nell'Internazionale comunista i rapporti si capovolsero: lo stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della rivoluzione russa una questione di consultazione di basi, di democrazia operaia o operaio - contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema. Sulla questione dell'Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nell'analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell'organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende". ("La Russia nella grande rivoluzione", in "Struttura economica etc.", op.cit., pag. 729 - 739)

Dopo aver ben digerito questa lezione, si possono così sintetizzare gli insegnamenti da trarre da quelle vicende di spessore storico. Si tratta di insegnamenti che non è lecito dimenticare, nemmeno parzialmente, in tutto il periodo storico allora aperto e che si concluderà con la vittoria della rivoluzione comunista mondiale.

  1. Innanzi tutto lo stalinismo deve essere considerato niente altro che il riflesso in Russia, e in tutto il movimento operaio, della sconfitta della rivoluzione europea negli anni ’20, a sua volta determinata dall’immaturità oggettiva della stessa rivoluzione comunista internazionale. Il che equivale a dire che tutto ciò che quel movimento (lo stalinismo e i suoi derivati) ha espresso dopo il 1926, sta tutto nel campo della controrivoluzione, indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti. Così le pseudo rivoluzioni nazionali o "antimperialiste", avvenute nell’interguerra e anche dopo la seconda guerra mondiale, possono essere giudicate positivamente solo nell’ottica di rivoluzioni "borghesi", che tuttavia hanno dovuto incardinarsi nel quadro dei rapporti imperialistici, di cui la Russia stalinista era uno dei pilastri. A maggior ragione debbono essere considerati movimenti direttamente controrivoluzionari quelli avvenuti, nell’Europa Occidentale, sotto l’egida dello stalinismo e cosiddetti progressivi nei confronti del fascismo. In particolare tutti i movimenti democratici ed antifascisti, la cui natura è ben dimostrata dal fatto che i loro eredi, attualmente, sono tutti alla direzione dei maggiori stati imperialistici europei.
  2. Pertanto deve essere affermato, senza alcuna esitazione, che solo la Sinistra Italiana reagì correttamente, fino dai primi sbandamenti della Internazionale Comunista, senza decampare dalla visione generale del processo rivoluzionario; al contrario di tutte le altre correnti, anche di quelle di sinistra dell'Internazionale, che, pur opponendosi, in alcuni casi anche correttamente, ai primi errori tattici dell'Internazionale, finirono sempre per debordare dai principi fondamentali su cui l’Internazionale era risorta dal tradimento dell'agosto 1914. Non si possono considerare questi sviluppi casuali (verrebbe messo in discussione addirittura il nostro metodo materialistico e dialettico) e, perciò, solo nella tradizione della Sinistra Italiana è possibile rintracciare l'unica fonte marxista per individuare oggi il complesso delle tesi e delle posizioni programmatiche, tattiche ed organizzative, sulle quali sia possibile la rinascita del partito Comunista Mondiale. In tale opera esso fallirebbe se non si mantenesse rigidamente delimitato da tutti gli altri partiti e, soprattutto, da quelle organizzazioni che consapevolmente o inconsapevolmente traggono la loro origine dalle correnti di sinistra dell'Internazionale Comunista, diverse dalla Sinistra Italiana.
  3. L’inconciliabilità della Sinistra Italiana con le sinistre di tendenza anarco - sindacalista non sta tanto nella valutazione negativa di singole parole d'ordine dell'Internazionale, ma nella valutazione di principio della natura del processo rivoluzionario, della natura dello stato e della dittatura del proletariato.
  4. Altra deviazione di principio dalla corretta visione marxista delle questioni che stanno all'origine della degenerazione dell’Internazionale è quella che inquadra tale fenomeno come degenerazione "burocratica" di uno stato, che, malgrado tutto, resta e resterà per sempre "operaio". E' la tradizione sedicente "trotzkista" della IV Internazionale.
  5. Nemmeno è da confondere la lotta della Sinistra Italiana, nel periodo cruciale in cui ebbe inizio la degenerazione della Internazionale, con quei gruppi e frange di partiti che oggi pretendono rifarsi chi a Stalin (cosa che non contestiamo), chi a Trotsky o, perfino, a Lenin e a... Bordiga (in breve il famoso e famigerato "campo rivoluzionario") e che convergono nella rivalutazione, o addirittura nella esaltazione, del metodo delle manovre tattiche dei primi anni dell’Internazionale (Fronte Unico e Governo Operaio). L'opposizione della Sinistra Italiana negli anni 1922-1926 a tali manovre, nonostante la estrema prudenza nella difesa della compattezza e dell'organizzazione del Partito, fu sempre decisa nel negare validità ad ogni forma di espedientismo, consistente nella pretesa di arrovesciare volontaristicamente situazioni oggettivamente sfavorevoli.
  6. Infine non si deve sottovalutare l'enorme importanza avuta dal rifiuto della stessa Sinistra Russa di discutere, negli anni 1924 – 26, la questione russa nell'Internazionale, come costantemente solo la Sinistra Italiana aveva reclamato. Tale rifiuto fu all'origine dell'impossibilità della formazione di una corrente internazionale di opposizione di sinistra al nascente stalinismo. Accettando la lotta contro lo stalinismo sull'esclusivo terreno interno russo, l'Opposizione Russa non solo andava incontro all'inevitabile sconfitta, ma lasciava involontariamente intendere proprio quello che voleva lo stalinismo: che non fosse possibile altro terreno per la soluzione dei problemi russi di quello nazionale russo.
  7. E' dunque solo nelle posizioni della Sinistra Italiana, sostenute al IV e al V congresso della Internazionale, al VI E.A., nella sua opposizione alla "bolscevizzazione", nelle sue "Tesi di Lione", che va trovata la fonte e la chiave per risolvere ogni questione, non solo teorica, ma anche tattica ed organizzativa, che oggi e nel futuro il Partito Comunista Mondiale dovrà affrontare, in quanto non esistono questioni tattiche ed organizzative separate dalle questioni teoriche.