MATERIALISMO DIALETTICO

 

LA QUESTIONE SINDACALE

PIANO TATTICO E PIANO ORGANIZZATIVO

Questo lavoro intende affrontare la "Questione Sindacale" come un aspetto del più generale piano tattico del Partito.

La Sinistra ha più volte affermato che la forza o la debolezza politica del Partito dipendono in larga parte dalla capacità che esso ha di enucleare un piano tattico noto a tutti gli aderenti, che vincoli ogni militante, indipendentemente dalla funzione che questo svolge: è la dittatura del programma sia sulla base, che sui vertici del partito.

Al tempo stesso la Sinistra, nella sua lotta contro lo stalinismo, ha una volta per tutte decretato che solo un partito che sappia funzionare secondo il principio del centralismo organico può dirigere la futura rivoluzione. Intendendo con ciò che dal partito debbano sparire sia il modo di funzionare democratico, che quello burocratico: da marxisti non riteniamo né una maggioranza, né un gruppo di uomini, se pur fidati e risoluti, i depositari della giusta traiettoria, che il Partito deve seguire dall'oggi al comunismo. Dunque né la ferrea centralizzazione burocratica, né la più ampia libertà d'opinione o d'espressione personale garantiscono al Partito di non fare degli errori, financo di non degenerare.

Possiamo individuare l'unica possibilità di mantenere ferma la rotta vittoriosa nella conquista collettiva degli aderenti all'organizzazione del Partito del proprio programma rivoluzionario.

Pur nel rispetto delle più disparate forme o funzioni, che il Partito dialetticamente assume nel suo sviluppo, non solo i fini e i principi, ma lo stesso piano tattico debbono essere studiati e digeriti dai membri del partito, collettivamente e individualmente, tanto che all'interno dell'organizzazione tali nozioni dovranno essere di "pubblico dominio"; non patrimonio di capi o capetti. Una tale conquista va fatta sulla traccia già segnata nella tradizione del proletariato rivoluzionario e negli scritti di Marx, di Lenin e della Sinistra, cioè nelle battaglie che il Partito ha sempre dovuto sostenere contro l'opportunismo di ogni specie.

Non dovranno mai essere messi in discussione i risultati teorici a cui il Partito è definitivamente pervenuto, né tantomeno è possibile affidarsi alle opinioni di maggioranze o di minoranze per decidere l'attività da svolgere. Questo modo di funzionare non può risultare dalla stesura di nessun statuto o codice dl buon comportamento comunista; esso è il risultato della giusta politica rivoluzionaria. Se nel Partito le questioni sono sufficientemente ben inquadrate e risolte le diatribe tra militanti tendono a sparire; al contrario, se i problemi vengono ingarbugliati e se le oscillazioni tattiche si fanno marcate, fra i membri del Partito nascono opinioni personali, dibattiti, si formano gruppi contrastanti, linee di pensiero e frazioni, che lottano fra loro per affermare la propria particolare idea: ha origine la lotta politica per la direzione del partito. In nessun caso la colpa di un tale stato di cose può essere imputata ai singoli compagni, ai gruppi o alle frazioni, che si sono create, in quanto essi sono il risultato non la causa del malessere del Partito. L'unico modo che il partito ha per sanare tali discordie è quello della ricerca comune delle giuste posizioni programmatiche; essa non presuppone mai un compromesso fra parti contrastanti, ma è il risultato della scientifica delimitazione collettiva del problema dibattuto. Il partito muore se non riesce a praticare tale metodo organizzativo. E' obiezione stupida quella che afferma che non può essere sempre messa in discussione la strada appena tracciata, in effetti se ci sono decise opposizioni su un certo percorso da seguire, significa solo che al partito il percorso non è chiaro: non è un buon partito - forse non è nemmeno il Partito - quello che non sa spiegare ai propri aderenti il proprio programma.

LO SMEMBRAMENTO DE "IL PROGRAMMA COMUNISTA"

Oggi possiamo affermare, con sufficiente certezza che i Partiti che, dal I943 in poi, si sono richiamati agli insegnamenti del marxismo e della Sinistra, non hanno saputo funzionare in modo organico e centralistico. In particolare desta molta amarezza il progressivo sgretolamento del Partito Comunista Internazionale (Il Programma Comunista), fino alla attuale dispersione in cento rivoli, ognuno dei quali si barcamena, con più o meno aderenza alla tradizione del comunismo. Alcuni sono arrivati a dichiarare che nel Partito già preesisteva un vizio d'origine, altri hanno dato la colpa ai cattivi dirigenti, altri ancora sono arrivati alla conclusione che la Sinistra avrebbe sbagliato tutto, infine c'è chi pensa che non si sia sbagliato niente, e compagnia cantante.

Uno degli scopi che si intendono raggiungere, rifacendo la storia della questione sindacale dal I943 in poi, è proprio quello di spiegare alcuni motivi - certamente fondamentali, ma non esaustivi - del tracollo di "Programma Comunista". Si potrà così vedere come si perse per strada il senso originale del giusto rapporto fra Partito e Classe nella rivoluzione diretta; un'impostazione generale che fin dal 1920 la Sinistra Italiana aveva teorizzato e saputo difendere contro le varie deviazioni di destra e di sinistra; e che dal 1945 al 1951 - quest'ultimo vero anno di fondazione del Partito - fu integralmente ripresentata e codificata per tutta l'area di rivoluzione diretta e per la fase storica definitiva dello imperialismo.

Può sembrare semplicistica la tesi che si sia degenerato attraverso ripetuti errori in campo sindacale; ma è sempre un errore in campo tattico, che indebolisce prima e fa degenerare poi il Partito. La tattica infatti deriva dai principi, pertanto l'errore tattico è destinato a intaccare i principi. D'altronde nella questione sindacale vengono contemplate molte delle possibilità d'intervento in seno al proletariato, per cui una cattiva impostazione della attività sindacale, rispecchia una cattiva impostazione del rapporto fra Partito e Classe: e ciò per un partito rivoluzionario comunista non è di poco conto.

IL PIANO DEL LAVORO

Dobbiamo prima di tutto ben intendere quale fosse la posizione originaria del Partito nel secondo dopo guerra. Dobbiamo studiarla, capirla e, soprattutto, spiegare da dove fosse derivata.

La questione sindacale veniva affrontata e risolta soddisfacendo due condizioni. La prima era il coerente atteggiamento, che i marxisti hanno nei confronti dei sindacati dal 1848 in poi, alla luce delle differenti fasi attraversate dal capitalismo. Il senso del lavoro comunista nei sindacati venne definitivamente codificato nelle Tesi dei primi congressi della Internazionale Comunista. La Sinistra italiana, allora a capo del P.C.d'I. non solo aderì incondizionatamente alle tesi sindacali dell'Internazionale, ma, unica corrente politica in occidente, seppe metterle in pratica. La seconda è l'originale inquadramento che il Partito dette, e tutt'oggi dà, della fase storica apertasi con la sconfitta proletaria del 1926, la contro rivoluzione stalinista, alla quale si assomma la vittoria degli "alleati" sul nazifascismo, che vide il proletariato disperdersi in lotte non proprie, come la repubblica borghese e la democrazia.

Dunque il Partito possedeva non solo dei chiari principi e una salda teoria marxista, ma li sapeva confrontare con la realtà del tempo per enucleare un'analisi della situazione storica del mondo, tanto diversa da ogni altra allora 'in voga', quanto perfettamente intonata alla tradizione comunista. Al tempo stesso delimitava con chiarezza i propri compiti, sia in campo organizzativo, del lavoro interno di Partito, sia in campo tattico, cioè dell'attività da fare all'esterno. Il senso di tutto il lavoro del Partito era perfettamente inquadrato nella tradizione della Sinistra ed era noto a tutti i compagni tanto da venir codificato sotto forma dl tesi. Successivamente, quando dal piano tattico e organizzativo si debordò, iniziarono i problemi, le discussioni; si ebbe così la lotta politica, col suo codazzo di espulsioni e scissioni: tutte cose per noi molto serie ma per la storia avvenute al livello di "sottofessi".

DAL 1945 AL 1951

"Fu quello dal 1943 ed anni successivi, uno sforzo generoso, ma confuso e per molti riguardi discontinuo: malgrado la solida base dottrinale delle 'Tesi della sinistra', redatte quando ancora l'Italia era divisa in due e pubblicate sulla rivista "Prometeo',..., e di una serie dl altri testi … e malgrado i fondamentali 'Fili del tempo' apparsi dal 1949 in avanti sul nostro quindicinale "Battaglia Comunista", si può dire che soltanto nella seconda metà del 1951 e specialmente a partire dal 1952 il partito prese un indirizzo fermo e omogeneo, basato sul riallacciamento alle tesi di fondo del periodo 1920-1926 e sul bilancio dinamico del venticinquennio successivo, che ad esse conferiva lineamenti ancor più netti e ormai inconfutabili; e si diede una struttura corrispondente a questo apporto teorico intorno al nuovo quindicinale "Il Programma Comunista". (In difesa della continuità del programma comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970, pag. 127).

Molte delle questioni, che negli anni successivi vennero ben delimitate nell'insieme di un indirizzo 'chiaro ed omogeneo', trovano già anticipazione e sistemazione nella "Piattaforma Politica del Partito", del 1945:

"In prima linea tra i compiti politici del partito e' il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Dev'essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell'azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito: i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi del padronato.

La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extra- proletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali guanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi otte apertamente politiche e rivoluzionarie." (La Piattaforma politica del Partito, tesi n. 12, da Prometeo del 1945)

Se in generale la "Piattaforma" poteva risentire del clima 'ottimistico' per una ripresa autonoma del movimento proletario, una riedizione del ciclo 19I9 -1920, è certo che per quanto riguarda il sindacato tutte le questioni erano poste nei giusti termini. Successivamente tutti i punti nodali della Tesi 12 verranno ripresi, sviluppati e delimitati forse con più chiarezza, in corrispondenza della ormai decisiva acquisizione che il secondo dopo guerra non dava al Partito possibilità rivoluzionarie.

"Adottata la vecchia consegna che risponde alla frase :"sul filo del tempo", il nostro movimento si dette a riportare davanti agli occhi e alle menti del proletariato il valore dei risultati storici che si erano iscritti nel lungo corso della dolorosa ritirata. Non si trattava di ridursi ad una funzione di diffusione culturale o di propaganda di dottrinette, ma di dimostrare che teoria e azione sono campi dialetticamente inseparabili e che gli insegnamento non sono libreschi o professorali, ma derivano ( per evitare la parola oggi, oggi preda dei filistei, di esperienze) da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie. E' ciò che noi abbiamo chiamato con vecchio criterio marxista classico: "lezioni delle controrivoluzioni".

Varie altre difficoltà all'inquadramento sulle basi sue proprie del nostro movimento derivarono da prospettive troppo ottimistiche, secondo le quali come la prima guerra mondiale aveva portato ad una grande ondata rivoluzionaria e alla condanna della peste opportunista coll'azione dei bolscevichi, di Lenin, della vittoria di Russia, così la chiusura della seconda guerra nel 1945 avrebbe suscitato fenomeni storici paralleli, e resa rapida la costituzione di un partito rivoluzionario secondo le grandi tradizioni." (Tesi di Napoli, da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Ebbe inizio quell'opera di restaurazione dalla dottrina, che ricuciva il marxismo lacerato dalla vittoria stalinista, attraverso il filo rosso del tempo. Questa lunga e paziente opera di riproposizione teorica serviva al contempo come approfondimento della spaccatura fra la Sinistra Italiana e tutti gli altri raggruppamenti, anche di sinistra, che si dicevano anti - stalinisti e marxisti. E' attraverso i "Fili del tempo" che viene inquadrata la nostra particolare analisi della fase storica, che tutt'oggi attraversiamo. Le lezioni delle controrivoluzioni sono un bilancio di fenomeni quali lo stalinismo, la struttura economica borghese della Russia, la funzione dell'opportunismo democratico, il significato della lotta resistenziale; tutto ciò nel suo insieme rappresenta l'analisi della situazione storica di tardo capitalismo, con particolare riferimento all'area euro - americana. Tale analisi furono valide ieri, come lo sono oggi; lo sviluppo storico le ha pienamente confermate. Esse sono il basamento su cui poggia il nostro edificio programmatico, di esse non abbiamo da modificare una virgola.

EVOLUZIONE STORICA DEL SINDACATO

L'atteggiamento della borghesia nei confronti delle organizzazioni sindacali ha seguito tre mutamenti sostanziali. Una prima fase, che arriva fino al 1871, in cui la borghesia vittoriosa contro il feudalesimo proibì e disperse le prime associazioni di resistenza operaie, spingendole sul terreno della lotta aperta e violenta.

"Poiché le prime borghesie rivoluzionarie vietarono ogni associazione economica come tentativo di ricostituire le corporazioni illiberali del Medioevo, e poiché ogni sciopero fu violentemente represso, tutti i primi moti sindacali presero aspetti rivoluzionari. Fin da allora il "Manifesto" avvertiva che ogni movimento economico e sociale conduce a un movimento politico e ha importanza grandissima in quanto estende l'associazione e la coalizione proletaria, mentre le sue conquiste puramente economiche sono precarie e non intaccano lo sfruttamento di classe." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

Seguì una fase in cui la borghesia si permise di tollerare e, infine, permettere le coalizioni fra proletari. Questo periodo, che datiamo dal 1871 al 1914, è il cosiddetto periodo di sviluppo "pacifico" del capitalismo. Il potere borghese si stabilizzò in Europa e tese a stabilizzare i suoi rapporti col mondo operaio, adoperandosi per attrarre nella propria orbita il sindacato attraverso un insieme di rapporti e compromessi col nascente riformismo.

"Nella successiva epoca, la borghesia avendo compreso che le era indispensabile accettare che si ponesse la questione sociale, appunto per scongiurare la soluzione rivoluzionaria tollerò e legalizzò i sindacati riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni; ciò in tutto il periodo privo di guerre e relativamente di progressivo benessere che si svolse sino al 1914.

Durante tutto questo periodo, il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione dei forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali.

Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l'apparato dei partiti."(Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

Infine, dal 1914 a tutt'oggi, vi è stato un lento ma inarrestabile inquadramento dell'organizzazione sindacale negli ingranaggi dello stato capitalista. Attraverso la fase fascista, che non fu fenomeno solo tedesco o italiano, ma che riguardò nella sostanza le più importanti democrazie vittoriose nel secondo conflitto mondiale, il processo di inserimento del sindacato nello stato fu portato a compimento. Il secondo dopoguerra presentava una situazione, in cui la politica del sindacato e la sua stessa organizzazione erano ormai diretta emanazione dei grandi centri decisionali dell'imperialismo.

"Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso inquadramento dell'inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l'avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l'abolizione del movimento sindacale. All'opposto fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell'una o nell'altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all'ingranaggio amministrativo e statale." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

IL SINDACATO DI STATO, UN PROCESSO IRREVERSIBILE

L'imperialismo dunque tendeva a distruggere l'organizzazione salariale autonoma del proletariato, distruggeva fisicamente i sindacati di classe o li svuotava della loro autonomia, catturandoli a sé. In Italia questo fatto nuovo non subiva un'inversione con la cosiddetta "guerra di liberazione nazionale". E neppure, a vittoria avvenuta sul nazifascismo, la spaccatura del sindacato unico uscito dalla resistenza in tre tronconi, uno dei quali si richiamava alla tradizione gloriosa della CGL rossa, mutava sensibilmente i termini del processo in corso.

"I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio e si svolsero nel sindacato di stato, nel sindacato forzato che inquadra i lavoratori nell'impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione.

Questo gran fatto nuovo dell'epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia.

La Vittoria delle Democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi pre - marcia non è quindi stata una reversione del fascismo molto meno regressista di costoro (ma intanto annoti Tonino che noi, monomarxisti ecc. più diamo ad uno del progressista più desidereremmo di vederlo livragato).

Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l'Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l'influenza dei fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quelle di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest'ordine bestiale recato dall'enciclica moscovita nella Pasqua 1944.

Le successive scissioni della confederazione Italiana Generale del Lavoro col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi dl diverse confederazioni , e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazioni sindacali, non interromperanno il procedere sociale dell'asservimento del sindacato. allo stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo." (Le scissioni sindacali in Italia, da Battaglia Comunista N. 21 del 1949)

Il fenomeno della cattura del sindacato da parte dello stato borghese è il portato fondamentale su cui poggia l'analisi marxista del complesso rapporto fra Partito e Classe nella "terza fase" imperialista. Si tratta di una vittoria borghese sulla rivoluzione, una forma di assicurazione preventiva per la conservazione dell'attuale "status quo".

"Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ho svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all'effettivo imprigionamento di tutto l'inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe.

Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista, appunto perché l'influenza e l'impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

SINDACATI TRICOLORE CUCITI SUL MODELLO MUSSOLINI

E' in questo periodo che viene coniata la formula di "sindacato tricolore". Il Partito conosceva i sindacati rossi: quelli in cui si era lavorato nel primo dopo guerra; i sindacati bianchi, emanazione della chiesa; quelli gialli, organizzati dai partiti laico- borghesi; ed infine quelli neri, voluti dal fascismo. Attraverso il Comitato di Liberazione Nazionale si ha infine un travaso del sindacato fascista in un sindacato di concordia nazionale, anch'esso legato allo stato borghese attraverso la "Costituzione Democratica" e la "Repubblica Parlamentare". Questo tipo di sindacato è definito tricolore. In particolare la CGIL, che sembrava richiamare alla memoria storica degli operai le lotte d'inizio secolo non aveva niente a che fare con il tradizionale sindacato di classe, nemmeno con la tradizione riformista più smaccata della destra della II Internazionale.

"Gli effetti in un paese vinto e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia, delle influenze dei grandi complessi statali esteri che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anch'essa un'organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini.

La storia del "Risorgimento" sindacale 1944 sta a dimostrarlo, coi suoi nastri tricolori e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra anti tedesca, di nuovo risorgimento liberale, con la rivendicazione tuttora in atto, di un ministero di concordia nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso, anche di tendenza riformista spaccata."(Le scissioni sindacali in Italia, 1949 da Battaglia Comunista N. 21 del 1949)

SINDACATO E ARISTOCRAZIA OPERAIA

La base materiale su cui poggia il fenomeno del sindacato tricolore è da ricercare nello sviluppo del modo di produzione capitalistico stesso. Nel periodo precedente la prima guerra mondiale viene formandosi uno strato di operai imborghesiti e questo avviene proprio attraverso il progressivo consolidamento delle organizzazioni economiche e politiche della II Internazionale. Questo strato di aristocrazia operaia "il massimo puntello del potere capitalistico" (Lenin), si rivelò infaustamente decisivo nel crollo del movimento socialista del 1914. Successivamente il fenomeno ha dilagato, fino a sommergere completamente gli operai occidentali.

"Queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato. Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l'asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte.

E' indubitabile che mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l'incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operi occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell'artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d'altra parte già visto dì Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

Potremmo chiosare che il capitalismo compra ormai non solo il lavoro ma la stessa "anima" dell'operaio occidentale. Le riserve, le briciole che il capitalismo si permette di far cadere dal proprio banchetto di sfruttamento dell'emisfero, fanno sì che l'operaio sia esitante e opportunista. Una parte del mondo è affamata, mentre un'altra vive nel sovrappiù, e purtroppo i destini della umanità si giocano là dove è concentrata la produzione, nei paesi "ricchi", nei quali si è ormai consumata l'alleanza fra operai e borghesi. Il grande intoppo fra il partito e la classe è tutto qui, nel fatto che questa tende a snaturarsi, confondendosi sempre più con la piccola borghesia reazionaria. Nelle nostre tesi abbiamo commentato questi svolti così:

"Per la Sinistra l'opportunismo non è un fenomeno di natura morale e riducibile a corruzione di individui, ma è un fenomeno di natura sociale e storica per cui l'avanguardia proletaria, invece di disporsi sullo schieramento che si pone contro il fronte reazionario della borghesia e degli strati piccolo-borghesi, più di essa ancora conservatori, dà l'avvio ad una politica di saldatura fra il proletariato e le classi medie. In questo il fenomeno sociale dell'opportunismo non diverge da quello del fascismo, perché si tratta sempre di un asservimento ai ceti piccolo borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali, la cosiddetta classe politica e la classe burocratico-amministrativa, che in realtà non sono classi capaci di vitalità storica, ma spregevoli ceti marginali e ruffiani, nei quali non si ravvisano i disertori della borghesia di cui Marx descrive il fatale passaggio nelle file della classe rivoluzionaria ma i servitori migliori e le lance spezzate della conservazione capitalistica che campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari.(Tesi di Napoli, 1965 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

CONDIZIONI STORICHE DELLA RIVOLUZIONE

Per il Partito l'alleanza fra borghesia e operai si esprime dunque nella cattura delle organizzazioni sindacali da parte dello stato. Il perdurare di questo stato di cose indica una fase storica di lontananza dalla rivoluzione. Viceversa la rottura dell'alleanza fra operai e borghesia è una delle condizioni del sorgere di un'epoca rivoluzionaria. Il Partito dichiarerebbe la propria bancarotta se decretasse che il proletariato ormai è definitivamente asservito alla borghesia. La storia ha un suo dinamico sviluppo e le condizioni materiali che oggi impediscono lo scontro fra proletariato e borghesia, domani si trasformeranno e permetteranno, prima, la ripresa del movimento, poi, il suo rafforzamento e, infine, lo scontro decisivo. Il fatto che nel secondo dopoguerra non fossero date le condizioni per la rivoluzione, non significa che ciò sarebbe stato sempre in assoluto. Quali le condizioni che ponevamo alla ripresa rivoluzionaria?

"Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese. I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte e tre queste condizioni, dalla utile combinazioni delle quali dipenderà l'esito della lotta, sono stati dati: dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali; dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell'economia e della politica e dello stato; dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

Se, come viene detto nella seconda parte di questa Tesi, tutta la scienza marxista concorre a stabilire la necessità dell'utile combinazione di queste tre condizioni, affinché si abbia la possibilità di vittoria, allora sarà utile soffermarci con attenzione sul significato di tali osservazioni.

UN AMPIO E NUMEROSO PROLETARIATO DI PURI SALARIATI

Larghissima diffusione alla scala sociale di uomini, che siano senza riserve. Nient'altro significa proletariato, se non classe sociale che altro non possegga che la propria prole, i propri figli. Bisogna insistere sulla questione delle riserve economiche, perché sono esse la base materiale dell'esitazione opportunistica dei lavoratori. Tali riserve possono essere accantonamenti di salario: assicurazione contro le malattie o infortuni; pensioni per infortuni e vecchiaia; cassa integrazione; e così via. Al tempo stesso tali riserve possono essere costituite da forme di danaro accantonate, i risparmi e soprattutto dagli interessi che tali risparmi fruttano; anche il possesso di un piccolo appezzamento di terreno o di una casa crea delle riserve, così come crea una rendita fondiaria. Tutto ciò può apparire poca cosa rispetto ai mezzi posseduti dai capitalisti, ma sta di fatto che i salariati esitano a causa di queste poche garanzie patrimoniali. Ecco perché in questa prima condizione, oltre al termine di proletariato, quindi non genericamente lavoratori o operai: categorie queste non di per sé senza riserve, troviamo l'altra definizione, tratta dall'economia politica, di puri salariati. Notare il concetto: vogliamo che gli operai siano puri, ma non dal punto di vista della coscienza comunista, ma da quello della proprietà borghese; vogliamo che vivano di solo salario, quindi non di rendita, di profitto o d'interesse; perché per i marxisti in queste quattro fondamentali categorie è contenuta la spiegazione dell'economia capitalistica.

Evidentemente se nel 1951 trovavamo largamente diffusa la pratica della corruzione degli operai occidentali, a maggior ragione oggi, dopo 50 anni di ammorbante sviluppo pacifico della democrazia, hanno ancor più presa queste pratiche di vero e proprio snaturamento di classe. Il perdurare alla scala storica di un tale stato di cose non può dipendere certo dalla volontà di chicchessia, esso è il frutto di un particolare risvolto della storia umana. Tali condizioni di autoconservazione si sono venute creando necessariamente nel corso dello sviluppo del capitalismo e altrettanto necessariamente si dovranno creare le condizioni per l'affossamento del capitalismo stesso. Ciò comporta il rovesciamento dell'andamento che la storia ha avuto negli ultimi 80 anni, ma se tale arrovesciamento non sarà, parlare di condizioni oggettive per la rivoluzione sarà un nonsenso. Perché questo status muti bisognerà che l'umanità tutta - non solo una gran parte come avviene oggi - sia precipitata in condizioni di disagio materiale: una crisi economica, una guerra, comunque un lungo periodo d'instabilità sociale, di impossibilità per il capitale di continuare a corrompere i propri schiavi dorati, con quel poco che oggi dà.

UN GRANDE MOVIMENTO DI ASSOCIAZIONI A CONTENUTO ECONOMICO CHE COMPRENDA UN'IMPORTANTE PARTE DEL PROLETARIATO

Prima di tutto sistemiamo alcune questioni di principio.

"Il marxismo ha vigorosamente respinta, ogni volta che è apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale.

Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all'opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l'obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell'apparato di Stato." (Tesi caratteristiche del partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Non basta il sindacato da solo a fare la rivoluzione, ma nonostante ciò, esso è indispensabile per la mobilitazione politica e rivoluzionaria. Però al partito non occorre un qualsiasi organismo intermedio, ma un organismo non politico che serva da cinghia di trasmissione fra lui e la Classe.

"Il partito comprende solo una parte della classe operaia; guida la classe operaia non solo con propaganda di dottrina e proselitismo per la propria organizzazione e preparazione di azioni armate, ma con la partecipazione ad organismi operai più vasti del partito e accessibili a tutti i componenti la classe. Si devono, cioè, (e in modo evidentissimo nelle vigilie di avanzate) avere tre stadi: partito, per la Sinistra non pletorico; organismi proletari per costituzione in cui stanno solo lavoratori, ma indipendentemente da confessioni ideologiche; classe che abbraccia tutti, anche i non organizzati.

La inserzione poi per formare un'altra "couche" di collegamento in altri organismi ove "costituzionalmente" stanno non solo proletari ma anche altre classi (parlamentari, etc. etc.) è questione DIVERSA; di pura manovra. La prima, ora impostata, è questione di centro, senza risolvere la quale non vi è né classe rivoluzionaria, né partito di classe, prima, dopo e durante la rivoluzione." (Bollettino per la preparazione del II° Congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951)

Poggiare l'interpretazione sull'aspetto formale. Abbiamo bisogno di organismi intermedi, che organizzino la maggior parte dei proletari, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche. Tali organismi di classe devono essere apolitici, cioè sindacali. Per noi esiste una sorta di opposizione fra organismo politico e organismo sindacale. Vogliamo un organismo sindacale a cui aderiscano spontaneamente masse non politicizzate, non intendiamo mischiare il nostro programma con altri organismi politici, che non siano diretta emanazione nostra. In particolare vediamo nel sindacato operaio, anche nel più retrivo, un potenziale organismo dirigibile dal Partito.

"I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. E' ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l'influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed. Il Programma Comunista 1972)

Ma perché la Sinistra è tanto "innamorata" del sindacato? Perché l'organo di raccordo fra il Partito e la classe, anche in una fase rivoluzionaria, deve essere di forma sindacale? Da cosa deriva questa sorta di "fissazione" per gli organismi apolitici?

UNA POLEMICA CHE RIAFFIORA NEL TEMPO

Subito dopo la II guerra mondiale, alcuni compagni di ieri, purtroppo persi per strada, non avevano alcuna fiducia nella necessità della rinascita del sindacato di classe.

L'obiezione che essi muovevano alla forma sindacale non era peregrina, tanto che successivamente il partito, dopo aver stravolto l'impostazione classica, ne avrebbe ripreso le posizioni. Si pensò che il sindacato, oramai corporativo, fosse destinato "a vivere fino in fondo le vicissitudini sociali e politiche del capitalismo" e che anch'esso sarebbe stato spezzato con lo stato imperialista solo dall'assalto del proletariato rivoluzionario. Perciò se il sindacato era ormai irreversibilmente inserito nello stato, bisognava trovare altre forme intermedie di raccordo fra il Partito e la Classe. Tali forme, specialmente in una fase di avanzata e di conquista del potere, sarebbero state i soviet o i consigli di fabbrica, organismi più adatti politicamente a recepire all'immediato il ribollire della situazione sociale e le direttive del partito. Questa tesi, che fu ripresa da "Programma Comunista" nel 1972, suggeriva di accantonare il "sindacale" per il "politico".

Conosciamo la risposta, nella quale è sancito il ribadimento definitivo della necessità che l'organismo intermedio fra il Partito e la Classe sia di tipo sindacale.

"Sui sindacati io vengo a questa conclusione: l'organo di associazione di interessi come tessuto connettivo tra il centro vitale del partito e i muscoli periferici della classe non può mancare senza rendere la rivoluzione impossibile: deve risorgere in modo indipendente fuori di influenze della classe dominante, in forma nuova.

Starei con la formula di Onorato dello sblocco del movimento sindacale dalla oppressione borghese, contro però la sua propensione a far leva a tal fine su organi di azienda e non su organi di associazione economica "esterna". Il sindacato è ad adesione volontaria non costituzionale: questa forma la borghesia tende a distruggere." (Bollettino per la preparazione del II° Congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951)

SOVIET E PARTITO

La questione sembra di tipo formale ma non lo è: organi di tipo interno o organi di tipo esterno? Organi politici o organi sindacali? Tutto è legato alla "particolarità" della rivoluzione in occidente, rispetto all'area di doppia rivoluzione. Là dove si pone all'ordine della storia solo una rivoluzione diretta monoclassista, questa può avvenire alla sola condizione che il Partito sappia combattere tutte le frange della borghesia, in particolare le mezze classi sono un pericolo enorme. Esse arrivano ad usare la violenza, ma non sono mai rivoluzionarie. E, se non sono rivoluzionarie, allora sono contro rivoluzionarie! In Russia nel 1917 gli studenti, gli artigiani, i contadini e, in genere tutto il popolo erano alleati del proletariato contro l'autocrazia zarista. In occidente, all'infuori del proletariato, tutte le altre classi sono, in definitiva, contro la rivoluzione. In Russia l'espressione della rivoluzione popolare fu il soviet; esso, rappresentando più classi sfruttate, seppe rovesciare lo zar indipendentemente dalla presenza nelle sue file del partito bolscevico. In occidente un soviet che non fosse diretto formalmente dal Partito non sarebbe rivoluzionario, e siccome non possiamo credere che possa essere neutro, dobbiamo concludere che esso svolgerebbe una politica borghese. Certo un soviet può essere conquistato dal Partito, ma, fino a quel momento, essendo anch'esso un organismo politico, tende a rappresentare una forza anticomunista. Abbiamo definito il Soviet una "forma storica espressa dalla rivoluzione borghese russa, diretto avviamento ai compiti del proletariato" (Struttura). Al contrario, in occidente, prevediamo un organismo politico da formarsi - se ne è il caso - solo in prossimità dell'attacco decisivo al potere borghese: essendo il soviet il "tessuto territoriale e centralizzato del nuovo stato proletario, la cui ossatura doveva levarsi nella fase della insurrezione" (La sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin, 1964). Al tempo stesso una forma di tipo sovietico - politica e territoriale - è necessaria nella costituzione della dittatura di classe.

"Il Soviet politico rappresenta gli interessi collettivi della classe lavoratrice, in quanto essa non spartisce il potere con la classe borghese, ma è riuscita a rovesciare questa escludendola dal potere.

Tutto il valore e la forza del Soviet sta dunque non in una speciale struttura, ma nel fatto che esso è l'organo di una classe che prende tutta per sé la direzione della gestione sociale. Ogni membro del Soviet è un proletario, consapevole di esercitare la dittatura insieme alla propria classe.

Se la classe borghese è ancora al potere, anche avendo la possibilità di convocare gli elettori proletari ad eleggere i loro delegati (poiché non è il caso di passare né per i sindacati, né per le commissioni interne esistenti), non si farebbe che una imitazione formale di un istituto avvenire, ma questo mancherebbe del suo fondamentale carattere rivoluzionario.

Quelli che possono oggi rappresentare il proletariato che domani assumerà il potere sono gli operai coscienti di tale prospettiva storica, ossia gli operai iscritti al Partito Comunista.

Il proletariato che lotta contro il potere borghese è rappresentato dal suo partito di classe, anche se questo ne costituisce un'audace minoranza.

I Soviet di domani devono avere la loro genesi nelle sezioni locali del partito Comunista. Queste avranno pronti gli elementi che, subito dopo la vittoria rivoluzionaria, verranno proposti al voto della massa elettorale proletaria per costituire i consigli dei delegati operai locali…

Il partito deve essere composto solo di individui pronti alle responsabilità e ai pericoli della lotta nel periodo della insurrezione e in quello della riorganizzazione sociale….

L'organo della rivoluzione finché esiste il potere borghese è il partito di classe; dopo l'abbattimento di questo è la rete dei Consigli operai." (Formiamo i Soviet? da Il Soviet del 21.IX. 1919, pubblicato su " Storia della Sinistra Comunista 1919-1920" , Ed. Il Programma Comunista 1972)

Cosa vuol dire che i soviet devono essere "diretta emanazione delle sezioni locali del Partito"? Cosa vuol dire che "un soviet è rivoluzionario solo quando la maggioranza dei suoi membri è iscritta al Partito Comunista"? (Storia della Sinistra Comunista 1919-1920, pag. 290).

Vuol dire molto semplicemente che in occidente non ci attendiamo uno sviluppo della rivoluzione come quella russa del 1917, il popolo lottò contro lo zar, formando i propri consigli rivoluzionari, e solo successivamente, quando la rivoluzione borghese si radicalizzò, i soviet furono conquistati dai bolscevichi e la rivoluzione si trasformò in proletaria. In occidente, invece il Partito è sempre il motore della rivoluzione "diretta" ed è il solo proletariato la classe rivoluzionaria. Un proletariato che lotta senza il Partito, lo può fare, in modo consequenziale solo in campo sindacale, sul terreno della difesa di classe; altrimenti, se scende sul terreno politico, è destinato a seguire gli interessi di altre classi: da cui le adesioni alle guerre imperialiste, alle lotte resistenziali per la democrazia e ad altri obiettivi non classisti. Il partito, influenzando organismi sindacali, tenta l'attacco al potere; nella fase insurrezionale della presa del potere, si formano i soviet, che spesso sono una emanazione fisica del partito. In Russia il Partito intervenne in una tarda rivoluzione borghese, in cui il soviet - cioè la Comune del Popolo rivoluzionario - era la chiave del processo; da noi solo il Partito è l’elemento rivoluzionario - lo stesso proletariato è tale solo con alla testa il suo organo politico - e il soviet ha senso solo in subordine al Partito stesso, pena la sua trasformazione in un organismo controrivoluzionario.

SOVIET E SINDACATO

L'obiezione viene spontanea: ma anche il sindacato quando non è diretto dal Partito è un organo a direzione borghese? Certo ciò è vero, ma - e qui bisogna fare un grosso sforzo d'astrazione - il sindacato, come noi l'intendiamo è un organo di difesa di puri salariati aperto a tutti i proletari indipendentemente dalle loro convinzioni politiche e religiose. Si può presumere la capacità di un grosso sforzo rivendicativo del proletariato indipendentemente dalla partecipazione del Partito, anche se i comunisti sanno essere consequenziali anche nelle lotte economiche.

Il soviet, invece, è un organo di governo, di potere, che sorge al culmine della fase rivoluzionaria; laddove non sia diretto dal Partito si pone contro la rivoluzione, perché diretto da altri partiti, da altre classi. Il proletariato senza partito esprime solo la lotta tradeunionista, sindacale, la lotta rivoluzionaria è solo lotta di Partito. Dunque buttare a mare i soviet? Certamente no! Essi restano il tipo di struttura formale del futuro stato proletario, lo sono in quanto organismi territoriali, a differenza del sindacato che tende ad organizzarsi intorno alla fabbrica, al mestiere e alla categoria. Sintetizzammo una lunga polemica con l'ordinovismo in questo modo:

"I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l'abbattimento del dominio borghese.

I soviety non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza è conquistata dal partito comunista.

I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello stato borghese sia messo in serio pericolo.

L'iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione.

Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può presentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese." (Tesi della Frazione Comunista Astensionista del PSI, da Il Soviet del 1920 pubblicato su " Storia della Sinistra Comunista 1919-1920", Ed. Il Programma Comunista,1972)

Dicemmo già allora che riconoscevamo nei soviet gli organi del potere proletario, ma che li consideravamo rivoluzionari solo a condizione che fossero diretti dal Partito. Fummo in questo caso per la "maggioranza", volevamo la certezza formale che i soviet ci seguissero. I soviet potevano sorgere durante la fase rivoluzionaria - come era accaduto in Russia - ma non erano necessari alla presa del potere, in quanto se non si svolgevano brevemente nel senso dell'influenzamento del Partito, potevano rappresentare "un serio pericolo" al futuro della rivoluzione stessa. Dunque la Sinistra è sempre stata molto prudente nei confronti della forma soviet - prima della conquista del potere, così come ha sempre escluso che in occidente ci potessero essere altri partiti o classi con cui condividere una parte del percorso verso la rivoluzione. Ha sempre evitato di dare una patente di "progressività" alla cosiddetta "area rivoluzionaria", di cui il soviet tende ad essere il rappresentante nelle fasi di lotta e di avanzata. Al tempo stesso ha sempre ribadito la necessità che fra il Partito e la Classe si formi uno strato di organismi intermedi, e non potendo essere questi a contenuto politico - in quanto tenderebbero strutturalmente ad essere contro la rivoluzione - ha decretato che debbano essere aperti a tutti i proletari, scaturiti dalle lotte per rivendicazioni di difesa di tutta la classe contro lo sfruttamento capitalistico, quindi sindacali. La nozione che la rivoluzione non sia questione di forme d'organizzazione, va intesa nel senso che non intendiamo prefigurarci il sorgere di organismi intermedi con una struttura particolare, ma con dei contenuti "statutari" particolari: la massima apertura a tutti i salariati e che tali organismi siano il risultato di lotte di difesa, cioè di lotte sindacali.

LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA

Volendo essere schematici, potremmo dire che nella tradizione della Sinistra italiana esistono due livelli di azione o di lotta: la lotta economica e la lotta politica. La lotta economica è quella che scaturisce spontaneamente dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. E' la lotta di resistenza quotidiana, che gli operai svolgono per il miglioramento delle proprie condizioni di vita; che nelle fasi di crisi economica si trasforma in lotta generale contro il taglieggiamento, che la borghesia compie sul salario per innalzare il saggio del profitto, ormai precipitato. Una tale lotta, che non ha nulla dl rivoluzionario, da essere ormai anche formalmente ammessa dagli stati borghesi, diviene tanto più accesa quanto più la crisi affossa il livello di vita delle masse, unificandolo al livello più basso, per cui le lotte sono più consequenziali e affasciano la maggior parte dei salariati.

E' evidente che la risposta della classe operaia nasce spontaneamente, anche se ha bisogno della presenza dei comunisti per consolidarsi e centralizzarsi. La tattica comunista prevede appunto la necessità di una tale centralizzazione, affinché tutta la classe possa essere unificata sotto la direzione del Partito. La ricerca di questa centralizzazione avviene nel senso della tattica che chiamiamo "fronte unico sindacale", in cui il Partito - ad un certo grado di sviluppo della lotta - propone agli organismi sindacali di classe una lotta generale su obiettivi di resistenza al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i proletari. Dunque il Partito in campo sindacale ricerca l'alleanza di altre correnti, ma ciò non avviene in campo politico.

Per la Sinistra la lotta politica è lotta per il potere. Lotta per l'abbattimento dello stato e l'instaurazione della dittatura di classe, che è dittatura di Partito. Non vengono riconosciuti altri livelli intermedi, obiettivi o stadi da raggiungere prima della conquista del potere. Tutto ciò beninteso nelle aree di rivoluzione diretta. Per tali motivi il nostro movimento, mentre non disdegna "alleanze" in campo sindacale su programmi di lotta immediata, nega assolutamente la ricerca di alleanze in campo politico, per riforme o miglioramenti contingenti di tutto il popolo, per la gestione del governo "di sinistra", e così via. La tattica della Sinistra è tanto delimitata in campo politico che si arriva alla indicazione di evitare parole d'ordine "accettabili dai movimenti politici opportunisti". Ma nel contempo si ricerca un terreno sindacale aperto a tutti e a tutte le ideologie, il che presuppone la massima apertura "politica" in campo sindacale. Praticamente in occidente escludiamo di ricorrere a molti degli armamentari tattici, che permisero ai bolscevichi di vincere in Russia. I comunisti sono contro qualsiasi tipo di alleanza con altri Partiti, fronte unico politico, sia che esso la si intenda in maniera riformista, come tattica parlamentare o che la si intenda in senso radicale, come alleanza all'interno di organismi politici intermedi (soviet). Per gli stessi motivi i comunisti sono contro il governo operaio, cioè sono contro un governo retto da un cartello partiti che si richiamano al proletariato.

Solo tenendo fermi questi principi tattici possiamo districarci nella tormentata strada della genesi, dello sviluppo e della scomparsa degli organismi intermedi della classe, sia sindacali che politici.

IL SINDACATO DI CLASSE

Arriviamo così al classico modo in cui la Sinistra imposta la questione:

"Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell'influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale)." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

A differenza dei soviet, che possono essere emanazione del Partito, i sindacati devono nascere spontaneamente. Il principio esposto nelle Tesi è quello "solito" della ricerca di un organismo intermedio di difesa sindacale, comprendente la maggior parte della classe. Un tale organismo è l'espressione formale della lotta tradeunionista immediata: spetta al partito elevare la lotta sindacale a lotta politica (Lenin); Ciò avviene attraverso la penetrazione e la direzione dell'organismo sindacale da parte dei militanti del partito. Il tipo di sindacato, quale sarà, viene lasciato alla "fantasia" del proletariato, o meglio alla dinamica della ripresa della lotta di classe, al Partito spetta di prevedere e incoraggiare il risorgere di un tale sindacato di classe, che già nel 1951 prevedevamo avrebbe assunto forme nuove da quelle che fino ad allora la storia aveva proposto: forme nuove di una lotta di classe che doveva rinascere.

Quando c'è il sindacato di classe, il proletariato è desto e lotta per obiettivi propri, se pur di difesa, contro la borghesia. Quando il Partito è alla direzione del sindacato, allora la classe può lottare per il potere. Quando non c'è né sindacato di classe né Partito di classe, la classe stessa tende a confondersi nel marasma della società capitalistica ed è uno strato sociale per la sola borghesia: una corporazione di produttori. Secondo questi principi la Sinistra costruisce la propria tattica sindacale.

ORGANISMI TERRITORIALI E POTERE POLITICO

Discutendo di forme d'organizzazione, possiamo a questo punto formulare dei punti nodali. L'interesse del Partito nei confronti del sindacato di classe deriva dalla necessità che la lotta politica fecondi quella economica. Dunque il Partito non ha forme particolari di sindacato di classe da rivendicare, in quanto più consone alla ripresa di classe.

Il Partito deve seguire le lotte rivendicative immediate, cercando di anticipare gli sviluppi delle situazioni di lotta.

"Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare la apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell'avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d'industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme d'organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970 )

La Sinistra si attende qualcosa di nuovo rispetto allo stesso sindacato classico o allo stesso consiglio di fabbrica. Non bisogna mai scordarsi che la differenza formale fra soviet e sindacato risiede nel loro diverso modo di organizzare il proletariato. I soviet organizzano tutto l'insieme di proletari residenti in un preciso territorio, indistintamente dalla loro attività, qualifica o grado. I sindacati tendono ad organizzare lavoratori fabbrica per fabbrica e poi successivamente per mestiere e per categoria. I consigli di fabbrica al massimo possono organizzare i lavoratori di una sola fabbrica.

Ormai si è più volte ribadito che il partito non necessita di particolari forme di organismi intermedi, vuole solo che siano formati da puri salariati, non politici, pertanto aperti a tutti i proletari che intendano lottare. Invece per gestire il potere il Partito ha bisogno di un organismo territoriale, perché il potere è un dominio politico su tutto un territorio. Attraverso il sindacato si può controllare la produzione, ma solo attraverso un organismo territoriale si può controllare tutta la società. L'ideale in occidente sarebbe un organismo territoriale che possa quindi essere in grado di rappresentare il futuro stato operaio, il quale al tempo stesso sia diretta emanazione delle lotte sindacali di autodifesa del proletariato.

LE CAMERE DEL LAVORO

Nella tradizione del proletariato italiano, così come di quello francese, esistevano già organismi di tale tipo: erano le Camere del Lavoro in Italia e le Borse del Lavoro in Francia. Esse fungevano da punto di raccordo dei vari sindacati di categoria in una data parte di territorio. Il sindacato in quanto scaturisce da lotte di fabbrica tende a organizzarsi per categoria: tutti gli appartenenti ad un determinato ramo produttivo fanno parte di un certo tipo di sindacato, Ciò avviene indipendentemente da dove la fabbrica sia situata. Al contrario le Camere, o le Borse, del Lavoro organizzavano tutti i lavoratori aderenti ad una stessa confederazione, ma residenti in un dato territorio; ad esempio, tutti gli iscritti alla CGL di Milano facevano capo alla C. del L. di Milano, indipendentemente da quale sindacato di categoria fossero iscritti. Dunque nelle C. del L. non venivano affrontate solo questioni riguardanti la fabbrica o al massimo la categoria, ma vi si riflettevano problemi di tutto un territorio, di tutti quei proletari che vivevano in una data città. Erano così forti le C. del L. in Italia nel 1919, che tendevano a trasformarsi in organismi di contro potere: organizzavano calmieri contro il caro vita e la distribuzione delle risorse alimentari. Se, per ipotesi, fosse esistito un movimento delle C. del L. a livello nazionale, centralizzato sotto la guida del Partito, allora saremmo stati in presenza di una particolare forma di dittatura del proletariato, che avrebbe usato le C. del L. al posto dei soviet.

"Non dobbiamo dimenticare che nell’ingranaggio delle organizzazioni economiche di resistenza, quale si delineò alla fine del secolo XIX ed all’inizio del XX (e soprattutto nettamente nei paesi latini) un ente venne a primeggiare come attività dinamica e fu la Camera del Lavoro, che in Francia si chiamò meno bene "Bourse du Travail".(…)

Comunque, mentre le singole leghe e le stesse loro nazionali federazioni, organi meno unitari e centralizzati, risentivano fortemente della limitatezza della categoria professionale preoccupata di richieste precarie e anguste, le Camere cittadine o provinciali del lavoro, sviluppando la solidarietà tra operai di diversi mestiere e sede di impiego, erano portate a porsi problemi di classe di un ordine superiore, e nettamente politico; discutevano veri problemi politici, fuori dal trito senso elettorale, ma di azione rivoluzionaria, sebbene il carattere locale non potesse sottrarle del tutto a quei difetti che abbiamo esaminati nella critica delle forme "comuniste" e localiste. (…)

Potremmo citare episodi degli anni italiani rossi del primo dopo guerra in cui lo specifico e vivace organo della Camera del lavoro, detto Consiglio Generale delle Leghe, decise movimenti di piazza a largo respiro, persino senza la formalità di convocazione da parte dei funzionari sindacali, e dietro vigorosi appelli fatti a viso aperto a nome dei gruppi di partito socialisti e poi comunisti. In Francia nei primi anni del secolo era all’ordine del giorno il tremore della "Suretè" per le ondate del movimento che partivano dalle "Bourses du Travail". Queste, senza saperlo, erano organi politici della lotta per il potere, ma le bonzerie confederali riformiste e anche talvolta anarchiche speculavano sul loro isolamento locale per impedire i movimenti di portata nazionale.

Durante il settembre 1920, delle occupazione delle officine in Italia, i bottegai borghesi terrorizzati rialzarono le saracinesche lasciando formare depositi di oggetti di consumo presso le Camere del Lavoro che li distribuivano ai disoccupati: funzione che trascendeva davvero i problemi sindacali di remunerazione del lavoro.(…)

Nella successiva fase fascista le azioni non delle squadre di Mussolini, di cui a suo tempo registrammo una serie di sanguinose sconfitte, ma quelle delle forze armate statali, fino alle artiglierie (Empoli, Prato, Sarzana, Parma, Foggia, Bari in cui sparò perfino la marina militare), riuscirono solo con reiterati assalti ad aver ragione della difesa armata degli operai che avevano trasformato in fortezze le sedi delle Camere del Lavoro." (I fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista , 1957 Ed. Il Programma Comunista 1969)

In definitiva, quanto sopra detto non va inteso nel senso che ci auspichiamo nel futuro uno stato comunista di diretta emanazione delle C. del L: non è il nome o la forma dell'organismo che ci interessa, ma in che modo questo organizza i salariati. Ora la forma di dittatura statale non può essere sindacale, perché il sindacato per sua natura tende ad essere categoriale, abbiamo dunque bisogno di un organismo territoriale: nel primo dopo guerra tale organismo - non essendosi formati i soviet - poteva anche passare attraverso una unione delle C. del L., tutto qui. In futuro staremo attenti a riconoscere organismi territoriali di simile natura ma sicuramente di diversa forma, che molto probabilmente non saranno le comuni, i consigli o i soviet, né le stesse C. del L., ma altri, ciò non di meno potranno essere organismi su cui fondare lo stato proletario solo se di natura territoriale.

UN FORTE PARTITO DI CLASSE, RIVOLUZIONARIO, NEL QUALE MILITI UNA MINORANZA DEI LAVORATORI MA AL QUALE LO SVOLGIMENTO DELLA LOTTA ABBIA CONSENTITO DI CONTRAPPORRE VALIDAMENTE ED ESTESAMENTE LA PROPRIA INFLUENZA NEL MOVIMENTO SINDACALE A QUELLA DELLA CLASSE E DEL POTERE BORGHESE.

Dunque affinché l'attacco allo stato borghese abbia buone probabilità di successo, deve esserci un largo seguito del Partito fra il proletariato, misurabile attraverso il controllo del Partito delle organizzazioni sindacali. Qui si aprono temi e dibattiti che ebbero nel III Congresso dell'Internazionale Comunista il momento culminante, ma a cui la storia del movimento operaio rimanda continuamente. Non si tratta certo di rivendicare formalmente la necessità di conquistare la maggioranza del proletariato, così come la si intendeva nel primo novecento: come sinonimo di lotta parlamentare e riformista, che prendeva spesso contorni di lotta popolare, per la conquista della maggioranza dell'elettorato. Si tratta di avere un decisivo seguito fra le masse proletarie, tale che una volta preso il potere possiamo essere in grado di mantenerlo. Chioseremo così le Tesi di Roma del 1922, che precisavano tali nozioni, non tanto per insegnarle ai bolscevichi, che avevano dato prova di capirle alla perfezione tanto da averle messe in pratica, ma per delimitare la tattica nei confronti dei Partiti Comunisti occidentali, che già dopo un anno dalla loro fondazione davano prova di oscillare fra un sinistrismo fanfarone di tipo putchista ed una riedizione rinfrescata del vecchio destrismo socialdemocratico, parlamentare e legalitario, senza riuscire ad enucleare quella nuova tattica, anticipata dalla Sinistra italiana e dall'Internazionale, che avrebbe dovuto caratterizzare dei Partiti, che non a caso si erano voluti separare dai vecchi partiti socialisti e dai vecchi metodi riformisti. Si trattò dunque di ben chiarire il senso della conquista del proletariato: 'dicemmo conquista di una larga influenza, polemizzammo con la nozione di conquista della maggioranza, non perché non sia necessario nelle fasi rivoluzionarie un largo seguito nelle file del proletariato, ma perché non s'intenda che un tale seguito possa essere raggiunto per via legale e parlamentare o, comunque subordinato ad un atto formale. Il bilancio della ricerca del successo politico ad ogni costo fu come sempre fallimentare.

"Deve considerarsi erronea la formulazione tattica che dice: ogni vero partito comunista deve saper essere in ogni situazione un partito di massa; ossia avere una organizzazione numerosissima ed una influenza politica larghissima sul proletariato, per lo meno tali da superare quelle degli altri partiti sedicenti operai. Questa formulazione è una caricatura della tesi di Lenin, il quale nel 1921 stabiliva una parola d'ordine pratica e contingente giustissima, ossia che per la conquista del potere non bastava aver formato dei " veri " partiti comunisti e lanciarli all'offensiva insurrezionale, ma occorreva avere dei partiti potenti numericamente e prevalenti per influenza sul proletariato. Tale formula equivale all'affermazione che, nel periodo precedente la conquista del potere e nel quale si avanza verso di essa, il partito deve avere con sè le masse, deve anzitutto conquistare le masse. Di tale formula è solo in certo modo pericolosa la dicitura di maggioranza delle masse, perché nei leninisti " della lettera " espone ed ha esposto al pericolo di interpretazioni teoretiche e tattiche socialdemocratiche, e, non precisando dove si misuri la maggioranza, se nei partiti, nei sindacati, o in altri organi, pur esprimendo un concetto giustissimo ed ovviando al pericolo pratico dell'ingaggiare azioni "alla disperata" con forze insufficienti ed in momenti immaturi, lascia adito all'altro pericolo di un diversivo all'azione quando questa invece è possibile e doverosa quando sia affrontata con decisione ed iniziativa veramente "leninista."" (Tesi di Lione, 1926 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Nel Partito tutto ruota intorno alla teoria. La capacità di capire quello che sta accadendo fra le classi permette di impostare la giusta politica rivoluzionaria.

"Dall'esame della situazione si deve trarre un giudizio sulle forze del partito e sui rapporti tra queste e quelle dei movimenti avversari. Soprattutto bisogna preoccuparsi di giudicare l'ampiezza dello strato del proletariato che seguirebbe il partito quando questo intraprendesse un'azione o ingaggiasse una lotta. Si tratta di formarsi un'esatta nozione degli influssi e delle spinte spontanee che la situazione economica determina in seno alle masse, e della prospettiva di sviluppo di queste spinte per effetto delle iniziative del partito comunista e dell'atteggiamento degli altri partiti." (Tesi di Roma, 1922 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

E se dall'esame delle forze in campo scaturisse la previsione dell'avvicinarsi dello scontro decisivo, sapremmo che ad una tale prova dobbiamo giungere armati di tutta una serie di requisiti previsti nel nostro programma.

"Colla espressione di tattica "diretta" va indicata più specialmente l'azione del partito in una situazione che gli suggerisca di prendere la iniziativa indipendente di un attacco al potere borghese per abbatterlo o per vibrargli un colpo che gravemente lo indebolisca. Il partito per poter intraprendere una simile azione deve disporre di una solida organizzazione interna che dia assoluta certezza di stretta disciplina alle disposizioni del centro dirigente; deve inoltre poter contare sulla stessa disciplina delle forze sindacali da esso dirette in modo da essere sicuro del seguito di una larga parte delle masse ed ha ancora bisogno di un inquadramento a tipo militare di una certa efficienza oltre che di tutto l'attrezzamento di azione illegale e soprattutto di comunicazioni e collegamenti incontrollabili da parte del governo borghese che gli consentano di conservare la direzione sicura del movimento nella prevedibile situazione di essere messo fuori della legge con misure di eccezione. Ma soprattutto nel prendere una decisione di azione offensiva da cui può dipendere la sorte di tutto un lunghissimo lavoro di preparazione, il partito comunista dovrà basarsi su uno studio della situazione che non solo gli assicuri la disciplina delle forze direttamente da esso inquadrate e dirette, non solo gli faccia prevedere che i legami che lo congiungono al vivo della massa proletaria non si infrangeranno nella lotta, ma dia affidamento che il seguito del partito tra le masse e l'ampiezza della partecipazione del proletariato al movimento andranno crescendo progressivamente nel corso dell'azione, poiché l'ordine di questa verrà a risvegliare e mettere in efficienza tendenze naturalmente diffuse nei profondi strati della massa." (Tesi di Roma, 1922 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

PROSPETTIVE E AZIONE DEL PARTITO NEL SECONDO DOPOGUERRA

Man mano che andiamo rivisitando la complessa opera di restaurazione teorica del marxismo che la Sinistra intraprese nel secondo dopoguerra, con particolare riferimento alla questione sindacale, viene sempre più messo in risalto il profondo pessimismo nella valutazione della vicinanza di un periodo rivoluzionario.

"Oggi siamo al centro della depressione e non è concepibile una ripresa del movimento rivoluzionario se non nel corso di molti anni. La lunghezza del periodo è in rapporto alla gravità dell'ondata degenerativa, oltre che alla sempre maggiore concentrazione delle forze avverse capitalistiche. Lo stalinismo assomma i caratteri più deteriori delle due ondate precedenti dell'opportunismo, parallelamente al fatto che il processo di concentrazione capitalistica oggi è di gran lunga superiore a quello immediatamente seguente alla prima guerra mondiale." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Pur rivendicando in principio tutte le forme specifiche di attività di partito, si riconosceva il restringimento di tali complessi compiti a tre ambiti specifici. Il primo di ordine teorico, di ribadimento, restaurazione e riaffermazione del marxismo, contro la degenerazione stalinista imperante.

" Attività principale, oggi, è il ristabilimento della teoria del comunismo marxista. Siamo ancora all'arma della critica. Per questo il partito non lancerà alcuna nuova dottrina, riaffermando la piena validità delle tesi fondamentali del marxismo rivoluzionario, ampiamente confermate dai fatti e più volte calpestate e tradite dall'opportunismo per coprire la ritirata e la sconfitta. …

Lo sviluppo del capitalismo dalla sua nascita ad oggi ha confermato e conferma i teoremi del marxismo, quali sono enunciati nei testi, ed ogni pretesa "innovazione" o "insegnamento" di questi ultimi trent'anni, conferma solo che il capitalismo vive ancora e che deve essere abbattuto. …

Il centro, quindi, dell'attuale posizione dottrinaria del movimento è questo: nessuna revisione dei principi originari della rivoluzione proletaria.

Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Analizza, confronta e commenta i fatti recenti e contemporanei. Ripudia l'elaborazione che tende a fondare nuove teorie o a dimostrare l'insufficienza della dottrina nella spiegazione dei fenomeni.

Tutto questo lavoro di demolizione (Lenin: Che fare?) dell'opportunismo e del deviazionismo è alla base, oggi, dell'attività del partito, che segue anche in questo la tradizione e le esperienze rivoluzionarie durante i periodi di riflusso rivoluzionario e di rigoglio di teorie opportuniste, che videro in Marx, Engels, in Lenin e nella Sinistra italiana i violenti e inflessibili oppositori." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Il secondo campo d'attività del Partito è quello della propaganda e del proselitismo. Questa forma d'attività si rivolge a tutte le classi sociali. In questo senso va intesa la penetrazione in ogni "frattura" e in ogni "spiraglio" per cui il Partito con la propaganda va alle "masse" cioè a tutto il popolo. Potremmo dire che la direzione verso cui è rivolta la propaganda è "interclassista", perché la propaganda si propone di acquisire militanti al Partito, e non è richiesto nessun certificato d'appartenenza ad una classe piuttosto che ad un'altra per essere comunisti.

"Il partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei suoi principi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione. Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività, essendo uno dei mezzi più efficaci che la situazione reale consenta, per indicare alle masse la linea politica da seguire; per una diffusione più organica e più estesa dei principi del movimento rivoluzionario.

Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell'attività complessiva. Tuttavia, il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che "non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Purtroppo negli anni '70 si intese "il penetrare ogni "spiraglio" non tanto nel senso della propaganda dei nostri principi, ma nel senso della attività sindacale, da farsi quindi anche nei confronti di altre classi e di altre organizzazioni, che non fossero di emanazione sindacale. Si confuse l'attività politica di propaganda, che si fa nei confronti di chiunque, con l'attività sindacale, che si fa nei confronti del solo proletariato, o meglio di ogni organismo di classe.

L'ATTIVITÀ SINDACALE

Ed infine l'attività sindacale, che poggiava su tutta l'analisi storica, che stiamo cercando di riallacciare.

"a) la situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza di un partito comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto della azione sindacale col sostituirsi di funzione burocratiche all'azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via di funzionari di mestieri a capi elettivi, etc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l'offensiva capitalista è fronteggiata da un partito comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quella, se lo si strappa all'influenza dell'attuale politica russa, nel momento X o nel paese X possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere. Le differenze tra le due situazioni rendono secondaria quella tra la dirigenza D'Aragona, che non escluse la nostra azione di frazione nella C.G.L. e quella Di Vittorio." (Bollettino per la preparazione del II° Congresso del Partito Comunista.Internazionalista, 1951)

Dunque i sindacati non sono più quelli del 1921. Ma nonostante ciò si dichiara questo processo di inserimento del sindacato nelle stato reversibile. Ma come è possibile se a più riprese abbiamo dichiarato questo processo irreversibile? Non è questo modo dl pensare inspiegabile e contraddittorio? In questo caso non bisogna lasciarsi prendere dalla logica formale, ma ragionare dialetticamente. Il processo storico di inserimento del sindacato nello stato è irreversibile, stanti gli attuali rapporti di forza fra le classi. Qualora i rapporti di forza mutino il processo può essere arrovesciato. Se dichiarassimo irreversibilmente inserito il sindacato di classe nello stato - si badi bene il sindacato di classe, non la CGIL - dichiareremmo la classe proletaria anch'essa irreversibilmente catturata dalla borghesia. Dunque questo processo può essere arrovesciato a talune condizioni: I) che ci sia un partito forte; 2) che si strappi il proletariato dalla tattica democratica; 3) che si strappi il proletariato all'influenza stalinista. Queste condizioni possono derivare da uno sconvolgimento del "naturale" andamento delle cose, tant'è che si danno per realizzabili in una fase "d'avanzata o di conquista del potere", cioè in un epoca di molti anni lontana a quella in cui si scrive.

Una tale prospettiva avrebbe potuto realizzarsi o dentro sindacati di allora, che andavano statalizzandosi, con un tipo di riconquista necessariamente violenta - a legnate - che avrebbe sconvolto tali organizzazioni sindacali: oppure con la formazione di sindacati diversi ex - novo. La rinascita del sindacato di classe poggiava dunque su questioni di forza non di forma: non aveva molta importanza la differenza fra la CGL del 1921 e la CGIL del 1951; nel senso che la situazione storica, essendo profondamente mutata, il sindacato ne aveva risentito le conseguenze. Quando tale situazione fosse mutata, in una fase di avanzata o di conquista del potere, quando si fossero realizzate le tre condizioni sopraddette, allora si sarebbe stabilito se la CGIL era in grado di contenere il nostro intervento, oppure, ormai completamente degenerata, non era più in grado di fungere da nostra cinghia di trasmissione con la classe.

Notare come da una precisa analisi della situazione storica: la fase imperialista con conseguente cattura del sindacato, si giunga attraverso l'affermazione dei nostri principi classici: necessità della rivoluzione "monoclassista" e "monopartitica", ad affermare la giusta prospettiva per la ripresa rivoluzionaria, che in occidente passa da organismi di classe apolitici, di forma che allora non potevamo precisare. Al tempo stesso incastonavamo la nostra prospettiva scientifica della ripresa rivoluzionaria, in una rosa di eventualità la più ampia possibile: dicendo che la ripresa sarebbe avvenuta o fuori o dentro i sindacati allora esistenti; non escludendo alcuna possibilità di rinascita, alcuna forma organizzativa, purché fosse sindacale.

Questa prospettiva era chiara, nota a tutti e di conseguenza vincolava tutto il partito ad attendersi una precisa specie di ripresa rivoluzionaria, che passasse attraverso la conquista del sindacato da parte dei Comunisti, come conseguenza della lotta all'opportunismo democratico e stalinista, in un'epoca futura di scontro fra proletariato e borghesia.

FUORI O DENTRO GLI ATTUALI SINDACATI

Confrontando la propria teoria con la realtà di questo secondo dopo guerra il Partito ne deriva una determinata visione della fase che attraversa la lotta di classe. In particolare in Italia l'unica forma di attività sindacale, che poteva essere svolta era quella nella CGIL, cioè nel sindacato tradizionale.

Il partito non fece della CGIL un feticcio, ma non aveva un altro terreno sindacale da affrontare. Lavorava nel sindacato, perché non c'è rivoluzione senza attività sindacale, ma faceva solo quel poco che la situazione gli permetteva di fare.

"Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse.

Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto di interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo sporadicamente opera di lavoro sindacale e, dal momento che il concreto rapporto numerico fra i suoi membri, i simpatizzanti, e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l'ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso." (Tesi caratteristiche del Partito, 1951 da In Difesa della Continuità del Programma Comunista, Ed. Il Programma Comunista 1970)

Dobbiamo fare alcune considerazioni. Innanzi tutto è abbastanza evidente che, parlando dell'attività del Partito in Italia e negli altri paesi al 1951, quando si dice sindacato si intende quello che allora esisteva, in Italia la CGIL. Al tempo stesso si afferma che pur trattandosi di un sindacato, che non possiede alcuna autonomia di classe, non rinunciamo volontariamente a lavorarvi dentro, pur distinguendoci nettamente da tutti gli altri partiti. Ciò vuol dire che stiamo nel sindacato fino a quando non ci espellono. Questo comporta di poter fare solo un'attività sporadica, alla quale mai rinunciamo, anzi dal momento che se ne offrisse l'occasione tentiamo la penetrazione e la conquista del sindacato stesso. La tesi non dice, come successivamente si è equivocato, si lavora nella CGIL fino a quando questa è virtualmente conquistabile, poi si abbandona. La tesi è più complessa e dice: si lavora comunque nella CGIL fino a quando ce lo permettono, non dobbiamo mai decidere volontariamente di uscirne, al tempo stesso, se è possibile, si tenta di conquistarla. Perché il lavoro sindacale è fatto in funzione della conquista, ma non è detto che sia sempre di conquista. La conquista del sindacato sarà il risultato di tutta una serie di condizioni, molte delle quali essendo di carattere oggettivo esulano dall'attività e dalla volontà del Partito. E' vero che spetta al Partito decidere se il sindacato sia o no virtualmente conquistabile, ma tale possibilità dipende solo dalla situazione storica. Ecco perché aveva poca importanza che la CGIL di Di Vittorio non permettesse un'attività di frazione da parte comunista, mentre quella di D'Aragona non la escludeva: non era solo mutato il sindacato, ma era soprattutto la situazione non rivoluzionaria che impediva una coerente attività sindacale al partito. Ciò beninteso significava che qualora la fase storica fosse mutata, anche la permeabilità del sindacato si sarebbe adeguata alla situazione. Negli Scritti del 1951 non c'era la convinzione che comunque sarebbe stata la CGIL l'organo di raccordo fra il Partito e la classe, come si disse poi; al contrario era tutti nota la necessita di un partito forte, di un proletariato attivo e di organismi intermedi di carattere sindacale, ma il modo in cui tali organismi si sarebbero formati dipendeva dallo sviluppo storico.

"Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori." (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951 da Partito e Classe, Ed Il Programma Comunista 1972)

LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE E' LEGATA ALLA FASE DI AVANZATA RIVOLUZIONARIA

E' sempre più evidente che ciò che la Sinistra intendeva come sindacato di classe era legato a fasi di forte scontro fra proletariato e borghesia. Nel 1951 tali e tanti erano i fattori che gravavano sul movimento operaio che ben difficilmente si prevedeva una riorganizzazione del proletariato in classe che lotta per sé, la quale avvenisse in modo indolore, progressiva e pacifica, così come era stato in modo relativo prima della I guerra mondiale. Il sindacato di classe è "un organo indispensabile alla mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario", le fasi del formarsi di un tale organismo sono definite "difficili"; qualsiasi prospettiva rivoluzionaria ha bisogno del sindacato di classe, che caratterizza le "vigilie di avanzate", un tale organismo di classe deve formarsi "in modo indipendente fuori dalle influenze della classe dominante, in forma nuova", deve rappresentare lo "sblocco del movimento sindacale dall'oppressione borghese". Tutte queste affermazioni concorrono ad indicare il formarsi di un sindacato di classe in una fase di scontro fra proletariato e stato borghese: "certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere".

Per questi motivi il Partito non si pronunciava sulla forma che tale sindacato avrebbe dovuto avere. Si diceva che sarebbe potuto rinascere in forma nuova, ma nel contempo non si escludeva di poter rigenerare organismi ormai passati al nemico. Tutto era rimandato allo scontro della forza di classe. Dunque il senso dell'impostazione del lavoro nel sindacato non era tanto: si lavora nella CGIL, perché è da essa che scaturirà il futuro organo di raccordo sindacale, ma si lavora nella CGIL in attesa che la situazione storica muti, mostrandoci quale via il proletariato intenda prendere; un tale lavoro va fatto con la massima apertura possibile, per cogliere il senso dei futuri cambiamenti, cercando di "anticipare le forme" della ripresa.

Era dato per scontato che i dilemmi sarebbero stati chiariti in fasi future di avanzate del Partito, per cui scegliere una delle due componenti la rosa di eventualità, equivaleva a leggere nella situazione storica di allora elementi di rafforzamento del proletariato. Decidere nel 1951 che una certa forma di organismo sindacale sarebbe stata decisiva per la rivoluzione rispetto ad un'altra forma, significava sapere quale strada avrebbe seguito la rivoluzione e ciò implicava dare una sopravvalutazione delle possibilità allora espresse dal proletariato. Infatti si affermava che il dilemma fra "conquista a legnate" o fondazione "ex novo", si sarebbe sciolto in una fase di scontri decisivi, pena il confondere questioni di forza con questioni di forma.

Bisogna chiedersi perché il Partito avesse deciso di non sciogliere il quesito, per rendersi conto che in un tale atto è contenuta la presunzione che la storia abbia dimostrato qualcosa di nuovo: l'inversione di tendenza dell'irreversibilità della statalizzazione dei sindacati. Ma la storia fino ad oggi ha solo dimostrato che il sindacato è irreversibilmente inserito nello stato, che un tale processo si invertirà alla vigilia della rivoluzione, mostrando nei fatti le forme che il movimento sindacale di classe intende prendere.

I COMPITI IMMEDIATI DEI COMUNISTI NEL SINDACATO

Abbiamo già visto che il primo compito è resistere: i comunisti non abbandonano mai volontariamente il sindacato. Poggiare sul volontariamente. Si noti che ciò vale per ogni organismo di lotta che nasca in questa fase storica. Viviamo la fase della cattura di ogni organismo sindacale: ogni lotta, una volta passata la fase dello scontro aperto rifluisce e gli organismi espressi da tale lotta tendono ad incanalarsi nella politica dello stato borghese, siano nati fuori e contro il sindacato o peggio se di questo non siano che un'emanazione. Tale tendenza non può capovolgersi in questa fase storica, per cui le inclinazioni che andremo vedendo, anche se sono dettate in riferimento ad un eventuale lavoro nella CGIL, vanno intese come norme di azione in generale, di cui dobbiamo cogliere prima di tutto lo spirito, che impone al partito di non abbandonare la propria classe, anche nelle situazioni più sfavorevoli.

"Premesso il fatto della scarsa forza del partito, e fino a che questa non sia molto maggiore, il che non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe non politiche a larghi effettivi, il partito non può e non deve: né proclamare il boicottaggio di sindacati organi di azienda e agitazioni operaie; né proclamare la presenza sempre e comunque alle elezioni di fabbrica di sindacati etc. con liste proprie; né, dove sia localmente in presenza di forze, usare in aperte agitazioni la parola del boicottaggio invitando a non votare, non iscriversi al sindacato, non scioperare o simili.

In senso positivo: nella maggioranza dei casi astensione pratica e non boicottaggio.

Nei casi speciali di buon rapporto di forze, mai parola di boicottaggio, eventuale decisione o per disinteressamento dal presentare liste o per la presentazione, secondo le prevedibili pratiche conseguenze, in ogni caso con lavoro di diffusione dei nostri principi a mezzo del gruppo di fabbrica di iscritti, emanante dal partito, ad esso subordinato.

c) occorre svolgere la propaganda della storia sindacale, specie spiegare la tattica della Internazionale Comunista e del partito Comunista d'Italia nella fase favorevole del primo dopoguerra, tesi di Mosca e Roma ecc. ecc., storia della frazione sindacale comunista della C.G.L., sindacato ferrovieri ecc.

Principio: senza organismi operai intermedi tra partito e classe non vi è possibilità rivoluzionaria; il partito non abbandona tali organismi per il solo fatto di esservi in minoranza. Tanto meno sottopone i suoi principi o direttive al volere di quelle maggioranze sotto pretesto siano "operaie"; ciò vale anche per i Soviet ( v. Lenin, Zinoviev ecc.)." (Bollettino per la preparzione del II congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951)

In questo caso si parla dì partecipazione attiva alla vita sindacale: di presentare o non una propria lista per essere eletti nel sindacato. Il significato di un tale lavoro è che non si può boicottare il sindacato, né si può lavorare pienamente in organismi solo potenzialmente proletari. Bisogna astenersi pur partecipando attivamente alla vita di base, quando c'è. Mai boicottare il sindacato, la qual cosa è abbastanza semplice quando non abbiamo seguito. Più difficile quando, accidentalmente gli operai ci delegano la loro fiducia. Se siamo forti possiamo rifiutare di farci eleggere, oppure, se eletti, rifiutare le cariche, sfruttando tutta l'attività per l'elezione dei delegati allo scopo di far propaganda per il partito.

"Oggi in Italia con il piccolo partito qual è non è possibile dare parole di conquista di quegli organi e di partecipazioni ovunque a quelle elezioni: ma nemmeno può e deve darsi parola generale di boicottaggio. Nove volte su dieci e forse novantanove volte su cento il rapporto numerico di forze è tale che il problema non si pone: ove si pone può pensarsi a campagne di partecipazione in qualche caso con liste e in genere sembra accettare gli eventuali posti, sempre con la diffusione della nostra critica e propaganda. Base di tale lavoro sono i gruppi nelle aziende e altri raggruppamenti di iscritti al partito: in essi si muove dal partito al luogo di lavoro; non viceversa. Non sono cellule di base, ma strumenti del partito, organizzato per sedi territoriali (sinistra 1926).

La sinistra italiana non ha mai assimilato le questioni diversissime parlamentari e sindacali: nella seconda è sempre stata partecipazionista e non boicottista né secessionista." (Bollettino per la preparzione del II congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951)

Il problema della conquista del sindacato non si pone, non si pone nemmeno la parola del boicottaggio. Ne aderire, né boicottare. Non lasciarsi coinvolgere da un organismo "non nostro". Partecipare, ma con riserva, non porsi la questione della conquista. Usare il sindacato come cassa di risonanza delle posizioni del partito. Tendere a rifiutare posti di responsabilità organizzative: "senza accettare eventuali posti". Usare per una tale attività i gruppi sindacali, sotto stretta sorveglianza del Partito, non per creare frazioni o spostare rapporti di forza, ma per stare a contatto con gli operai. Non si tratta di fare grandi cose, non ci si aspetta in questa fase storica grandi risultati: esplichiamo un'attività, non quantitativamente rilevante, nella convinzioni che un domani essa sarà preponderante nel partito. Evidentemente la nostra rinuncia alla conquista del sindacato non vuol dire che questa non è la nostra prospettiva generale, ma semplicemente che allora riconoscevamo che i rapporti di forza ci erano sfavorevoli. Se non ci fossimo dato un tale indirizzo, avremmo sopravvalutato la situazione storica e ci saremmo avventurati in azioni, che poi si sarebbero ripercosse contro il Partito stesso: sapevamo di poter conquistare il sindacato solo in una fase di scontro rivoluzionario, se allora ci fossimo atteggiati a "conquistatori" sarebbe stato come riconoscere la natura di classe della CGIL, dovuta alla fase rivoluzionaria.

Ecco perché il Partito non organizzò frazioni, né si pose il problema di incidere sulla politica del sindacato - come purtroppo in seguito si volle fare - queste erano forme di attività sindacale che riconoscevamo nostre, ma proprie di fasi storiche più avanzate di quella del secondo dopoguerra, fasi che ancora la storia doveva maturare. Al contrario anche solo porsi nell'ottica di conquistare il sindacato oppure di influenzarne in qualche modo la politica avrebbe significato che la situazione fosse matura per un intervento, in cui il partito si facesse soggetto di storia. Ciò sarebbe stato un errore teorico di sopravvalutazione delle forze del proletariato e del partito; un errore attivistico e volontaristico, indipendentemente dalla coscienza e dalla consapevolezza di chi intendesse svolgere tale attività.

In conclusione, in questa fase, il Partito ha ben definite tutte le questioni fondamentali. Fa una buona analisi della situazione storica, quindi valuta correttamente le forze in campo; la propria e quella del nemico. Ha delle prospettive, di cui attende gli sviluppi favorevoli. Sa quindi con precisione quello che può o non può fare. Ha delimitato correttamente il proprio intervento pratico alla luce dei principi e della teoria marxista. Il fatto poi che tale delimitazione imponga nel sindacato un atteggiamento dettato più alla sopravvivenza che alla conquista, non è dovuto alla volontà del partito, ma alla situazione oggettiva. L'intervento sindacale, che allora il Partito decise di svolgere, può apparire una minima cosa rispetto a quello a cui era abituato fin dalla propria fondazione, ma ciò non toglie che fosse quello che i rapporti di forza imponevano; non si doveva fare né di più né di meno. Successivamente si perse il filo di tale impostazione, con grande nocumento di tutta l'organizzazione.

L'INTERVENTO DEL PARTITO NEGLI ANNI '50

Le prime annate del "Il Programma Comunista" riflettono la poderosa opera di restaurazione teorica intrapresa dal Partito. In quegli anni cruciali vengono elaborati lavori d'importanza decisiva come i "Fattori di razza e nazione, i due "Dialogati", mentre continua la fondamentale rubrica "Il filo del tempo", vedono la luce "Russia e rivoluzione nella teoria marxista", "Vulcano della produzione o palude del mercato?", "La struttura economica e sociale della Russia d'oggi", "I fondamenti del Comunismo rivoluzionario", e così via.

Per quanto riguarda lavori d'impostazione generale della questione sindacale troviamo ben poco, segno che il Partito ha sufficientemente chiari i compiti da svolgere, sanciti nelle tesi del 1951. Del resto non c'è numero del giornale che non parli di lotte proletarie in corso e dell'azione forcaiola dei tre sindacati che allora andavano per la maggiore: CISL, UIL e CGIL, con particolare riferimento a quest'ultima, che a parole proclamava di essere un sindacato di classe, ma di fatto veniva definito "il miglior strumento degli interessi della classe padronale".

Al tempo stesso i tre sindacati non vengono messi sullo stesso piano. Esiste una diversità formale fra la CGIL, che si richiama alla lotta e ai metodi di classe per sabotarli, e la CISL e la UIL "che sono esplicitamente e dichiaratamente estranee alla politica e alla pratica della lotta di classe". Del resto spesso le lotte sindacali in questo periodo sono condotte dalla CGIL contro gli altri due sindacati, che si rifiutavano di indire gli scioperi. Ma era chiaro a tutto il Partito che il sindacato "nazional comunista" stava alla testa delle masse per ricondurle nell'alveo della legalità repubblicana.

Il Partito dimostrava di aver compreso il senso degli interventi negli organismi intermedi allora esistenti. Ad esempio in un articolo del 1953, intitolato "La spiegazione di un perché", si giustificava la non adesione alla presentazione di liste di Partito per l'elezione delle Commissioni Interne in una fabbrica fiorentina. La situazione viene definita "di sconfitta su tutto il fronte internazionale della rivoluzione". Le C. I. sono degli "organi di collaborazione con la direzione, anzi una lunga mano della direzione in seno alla classe operaia (ed è perciò che, oggi, non presentiamo liste alle sue elezioni)". L'articolo si chiude tracciando la prospettiva che, "finché la ripresa non si sarà avverata", compito fondamentale dei comunisti sarà quello di "resistere alla bufera del tradimento dei principi.

"L'arma della critica, dello smascheramento delle forze e delle ideologie avversarie e della riaffermazione del programma comunista è la premessa dialettica della critica delle armi." (Il Programma Comunista, n.6 del 1953)

In questo caso il partito ha deciso per la non partecipazione, in altri casi si potrà decidere l'opposto, ma quello che è importante da notare è che ci si muove sulla rotta decisa a suo tempo, la quale prevedeva la partecipazione o no a seconda delle valutazioni del caso.

Riguardo alla CGIL si dice con chiarezza che essa è "la massima organizzazione operaia …. impegnata più che mai in un piano di propaganda che è esplicitamente diretto al salvataggio dell'economia nazionale". L'articolo è del N. 9 del I954 ed ha un titolo significativo, "Per il primo maggio rosso contro il primo maggio tricolore". Che lascia intendere della necessità della rinascita di movimenti di classe, e di organismi di classe, contro quelli che allora imperavano, i movimenti tricolore. Un concetto questo che era dato per scontato nel Partito in quegli anni.

"Il giorno della ripresa, (gli operai) non torneranno nelle organizzazioni che hanno sostituito al programma di classe proletario il programma della classe borghese, ma ricostruiranno le loro organizzazioni di classe sotto il segno non della collaborazione ma della lotta senza quartiere di classe contro classe, del rosso contro il tricolore." (Il Programma Comunista, n. 7 del 1955)

Da notare quanta poca allora fosse la fiducia che la ripresa di classe passasse dentro la CGIL, se pur non detto esplicitamente, sembra che si speri più nello "ex- novo" che "nella conquista a legnate".

UN ESEMPIO SIGNIFICATIVO

Verso la fine del 1956 la FIOM- CGIL propone a tutte le organizzazioni sindacali una lista unica per le elezioni delle Commissioni Interne della ILVA di Bagnoli (NA). E' l'inizio "dell'unità sindacale", che sarà un cavallo di battaglia della triplice sindacale nel decennio successivo, e che purtroppo vedrà il partito prendere posizioni non corrette. Benché la CISL e la UIL si rifiutino di redigere liste comuni ne traiamo già delle corrette lezioni. La risposta del partito di fronte ad una tale prospettiva è da prendere ad esempio. In un manifesto della nostra sezione locale, pubblicato sul nostro periodico col titolo "Via le liste rosa, gialle e bianche dalle elezioni delle Commissioni Interne" vengono riproposte tutte le questioni fondamentali impostate nel 1951.

Si afferma che la CGIL - FIOM, benché ricordi le lotte indimenticabili del primo dopo guerra sfrutta una tradizione di classe che oggi non esiste; che la vecchia CGL è stata distrutta dal fascismo; che la nuova CGIL, del '44 poggia su una accozzaglia di partiti che mirano ad ereditare il potere dai fascisti e non ad abolire il privilegio dei padroni e la schiavitù operaia; che la successiva divisione si è avuta non nella ricerca della migliore difesa dei lavoratori, che non importa a nessuno, ma per fare il gioco elettorale dei rispettivi gruppi in parlamento; che il partito prende ad esempio l'accordo per smascherare agli occhi dei lavoratori i falsi comunisti e i bonzi della CGIL; e che infine il partito invita gli operai a riunirsi intorno ai pochi comunisti presenti in loco e a sabotare le liste tricolori per le elezioni delle C. I.

"Noi vi esortiamo ad aprire gli occhi e a prendere la strada della vostra riscossa su un piano opposto ed avverso di tutti i politicanti e ruffiani della classe borghese. Vi indichiamo una via dura e non breve: ma il primo passo è quello di strappare tutte le liste che vengono poste nelle vostre mani e negare da oggi in poi ogni vostra fiducia, non nella organizzazione sindacale di lotta e di classe, ma nei gruppi di lestofanti che mal si nascondono sotto le varie sigle, nella gara a chi meglio vi vende allo sfruttamento del capitale industriale.

Siamo pochi e non abbiamo protettori di Stati e di partiti mostruosi, ma siamo pronti a discutere e a lottare con chicchessia, per la riscossa dei lavoratori di tutte le categorie e di tutti i luoghi." (Il Programma Comunista, N. 23 del 1956)

Il Partito non si vergogna di dire agli operai che la sua forza è ridotta e che non si può far altro che rifiutarsi di farsi coinvolgere nei luridi giochetti delle dirigenze sindacali. Nelle stesso tempo viene ribadita la fiducia nella necessità dell'organizzazione di classe. Non ci si sogna di indicare una lotta contro un'eventuale riunificazione sindacale. Perché nessuno allora pensava di fare paralleli fra il 1921 e il 1956. D'altronde, anche una riconversione dei tre tronconi sindacali in uno non avrebbe mutato più di tanto né la natura del sindacato, che noi ribadivamo anche in questo manifesto di ben conoscere, né il nostro atteggiamento pratico nel lavoro sindacale.

La ventilata unità sindacale non ci scandalizzava più di tanto, vi vedevamo il normale svolgersi della politica di Di Vittorio, la dimostrazione di fronte agli operai dello smascheramento evidente di una confederazione che si definiva ancora "rossa", nei confronti delle altre fino a ieri definite padronali e governative.

"L'offerta è un chiaro segno di debolezza, una confessione d'impotenza - il coltello per il manico ce l'hanno, infatti, le altre due confederazioni, e l'unità, se si facesse, avverrebbe sulla loro piattaforma; ma per noi è qualcosa di più; è la riaffermazione di una comunanza di fini e di metodi, l'accettazione esplicita di un terreno di azione dell'avversario di classe del proletariato, la dichiarata capitolazione di fronte alla democrazia. E', sul piano sindacale, il riflesso coerente della situazione politica internazionale: è la mano tesa in condizioni d'inferiorità, alle potenze dominanti della conservazione capitalistica." (Il Programma Comunista, N.1 del 1957)

ALTRI ESEMPI DI NOSTRI INTERVENTI

Nel giugno 1959 un breve articolo ribadisce il nostro no alle elezioni delle C.I., nello specifico all'ATAF di Firenze. Significativo il titolo le "Non votiamo per la forca".

"No non voteremo mai per organismi che rappresentano gli interessi dei padroni in seno alla classe operaia; non accetteremo mai di condividerne la politica. Lotteremo invece perché risorgano gli organismi di classe del proletariato, liberi da influenze padronali e da obblighi verso lo stato borghese." (Il Programma Comunista, N. 11 del 1959)

Agosto 1959. Sciopero di 40 giorni dei marittimi. Alla fine del quale si commenta in questi termini il tradimento della CGIL.

"La bella giustificazione! I sindacati rossi... si attendevano che il governo non si schierasse a favore degli armatori, che lo Stato agisse come un buon padre di famiglia non come il consiglio di amministrazione di una classe! In realtà l'azione della CGIL, in questo come in tutti gli altri casi (ma quello dei marittimi è certo il più clamoroso), è stata tutta impostata alla rinuncia di ogni autonomia di classe a favore della delega della soluzione dei problemi al governo e quindi all'armamento nel suo insieme: è qui il tradimento, è perciò che lo sciopero ha avuto l'esito che ora si deplora." (Il Programma Comunista, N.14 del 1959)

In questo caso non si trovano brandelli di rosso nella CGIL, la cui opera è tutta improntata alla rinuncia di ogni autonomia di classe. La nozione di sindacato rosso è qui usata in senso ironico. In un articolo precedente la CGIL era definita un sindacato "che ancora osa autodefinirsi sindacato di classe", mentre in realtà mostra continuamente "il suo volto di organismo collaborazionista". Siamo sempre sulla strada tracciata dal "Filo del tempo" del 1949, "Le scissioni sindacali in Italia". E' da sottolineare la precisione nell'uso dei termini come "organizzazioni rosse" e rinuncia alla "autonomia di classe". Il senso è che ben poco ci sia da salvare nella CGIL.

E' significativo l'articolo "Addomesticamenti sindacali" del dicembre 1959, nel quale viene riproposto il senso del lavoro comunista nel sindacato in questo periodo storico. Nello specifico si parla dei ferrovieri, una categoria storicamente fra le più combattive, ma la impostazione è da ritenersi valida per tutte le categorie.

"I comunisti internazionalisti militano nel sindacato ferrovieri come semplici iscritti, non perché attribuiscano un valore qualsiasi alla sua azione presente, ma perché hanno il dovere di far sentire la voce del partito di classe e della tradizione rivoluzionaria alla massa organizzata e perché sono certi che, in fase di ripresa proletaria, le sovrastrutture imposte dall'opportunismo alle organizzazioni economiche salteranno in aria e gli operai calpesteranno sotto i loro piedi le bardature protettive della collaborazione di classe. Intanto essi denunziano senza pietà gli statuti collaborazionisti delle Commissioni Interne: si rifiutano di far parte di organismi cosiddetti direttivi che si sono assunti (e finché si assumono) compiti come quelli documentati più sopra…. si battono e chiamano i proletari a battersi perché le lotte rivendicative e gli organi della loro direzione siano impostati (come nessuno degli attuali partiti e sindacati farà mai) secondo principi non di collaborazione ma al contrario di aperta affermazione dell'inconciliabilità degli interessi operai e degli interessi padronali, ricusino di farsi strumento di "relazioni umane" nelle aziende, impongano l'estensione massima delle agitazioni senza contagocce e senza cronometri per regolarle, e infine mettano alla gogna ed espellano dalle loro file gli scagnozzi riformisti di tutte le bandiere. E' una via lunga, ma dovrà essere battuta." (Il Programma Comunista, N.22 del 1959)

Ancora una riproposizione del senso del lavoro sindacale, che richiama l'impostazione precedentemente svolta del "né aderire, né boicottare". Non possiamo non riportare la voce del partito nei confronti della classe. Il rifiuto della presentazione di liste o delle cariche elettive è in relazione alla politica del sindacato, che deve mutare nella propria sostanza affinché noi cambiamo atteggiamento nei suoi confronti.

Si tratta di una militanza da semplici iscritti, una partecipazione che non presuppone una totale adesione.

CONSIDERAZIONI IN APERTURA DEGLI ANNI '60

Benché gli scritti di impostazione generale non siano molti, si ha costantemente la sensazione, in tutto il primo decennio di pubblicazione del "Programma", che la questione sindacale sia sufficientemente chiara al partito. In primo luogo questo ha la coscienza che l'intervento sindacale, pur qualitativamente fondamentale, non sia quantitativamente la sua attività preponderante. Da ciò discendono tutte le valutazioni codificate nel 1951, che vengono ripetutamente ribadite nel loro spirito e anche con forma ben delimitata.

Alla fine degli anni '50 si ha come un sentore che qualcosa "nell’aria" stia mutando e ciò in un certo senso è vero, dal momento che da allora in poi si sarebbe assistito ad una ripresa della lotte rivendicative. Il guaio fu che in tali lotte si lesse un cambiamento di fase storica, ma ciò avvenne successivamente.

Comunque agli inizi degli anni '60 il partito organicamente fa il punto del senso del proprio intervento fra gli organismi sindacali allora esistenti. Sulle Commissioni Interne, organi elettivi degli operai, più adatti di altri a risentire le spinte immediate delle lotte rivendicative di fabbrica, il Partito aveva già da tempo dichiarato con precisione la propria posizione.

"Fino a quando le C.I. si manterranno, così come sono costituite e così come funzionano (...) altro non potranno essere che un ostacolo al raggiungimento degli interessi anche contingenti del proletariato, e il loro operato deve essere in ogni occasione denunciato come deleterio. Una rivalutazione delle C.I. è strettamente legata alla ripresa rivoluzionaria del movimento operaio: ripresa che vedrà prima di tutto il ritorno delle associazioni economiche dei lavoratori a quelle posizioni di classe su cui, dall'origine, si erano venute a formare. Liberati i sindacati dalle direzioni riformiste, dalle pastoie burocratiche e dalle catene legislative di cui la "erga omnes" non è che un anello, le C.I. torneranno ad essere le rappresentanze sindacali all'interno della fabbrica coi compiti e le funzioni per cui erano sorte, ripudiando ogni forma di interesse collaborazione aziendale per esprimere soltanto gli interessi di tutta una categoria e per rappresentare, all'interno dell'azienda, uno strumento di lotta aperta e senza quartiere contro la direzione in inscindibile rapporto col sindacato. Solo su queste basi l'istituto delle C.I. entrerà a far parte di quella rete di organismi di lotta, e di associazioni economiche, che costituiscono un anello di congiunzione fra Partito e classe e il terreno fecondo su cui si esplica l'attività rivoluzionaria del partito." (Il Programma Comunista, N. 23 del 1959)

Si tratterebbe della "riconquista a legnate" delle C.I., che può avvenire solo in una fase di forte ripresa del movimento di classe, fase questa che è vista molto lontana dall'articolista.

Poco dopo si ha sull'organo di Partito il primo lavoro organico, che riprende in generale la questione sindacale, sono passati quasi dieci anni dal 1951. Il problema che si volle affrontare era come superare l'apparente contraddizione fra la posizione che le tre confederazioni fossero tutte sostanzialmente tricolori e il fatto che avevamo scelto di lavorare solo nella CGIL.

"Ma, si osserva, come contenersi di fronte alle diverse organizzazioni sindacali esistenti oggi in Italia? I termini del problema non si pongono né si possono riassumere nella formula "in quale organizzazione militare?". Una simile impostazione equivarrebbe a mettere sullo stesso piano le tre confederazioni esistenti senza tenere conto delle loro origini, delle loro tradizioni e delle loro possibilità di ripresa offerta dalla dinamica storica. Infatti, è ben vero che nella politica sindacale condotta dalla CGIL e dalla CISL nessuno potrà mai riscontrare sostanziali differenze; ma non questo è l'elemento discriminante, per i rivoluzionari, bensì la considerazione del posto che le tre "sigle sindacali" occupano nella storia del movimento operaio. Non hanno neppur lontanamente origine di classe le ultime due confederazioni citate (CISL e UIL), che fin dal loro sorgere, sia per il periodo di guerra fredda e di tensione internazionale in cui si formarono, sia per l'aperto ed interessato appoggio dei rappresentanti del padronato italiano, ma soprattutto per i precedenti cui si ricollegano, si presentano come prodotto tipico ed incancellabile della borghesia. Né alcun valore ha il criterio del "sindacato maggioritario", giacché per noi l'organizzazione sindacale non ha nulla di immutabile e di eterno, dato una volta per tutte, ma è un fatto dinamico riflettente il divenire delle lotte di classe. Ed è in questo divenire che le basi di partenza di organizzazioni come l'UIL o la CISL, appariranno chiare agli occhi dei proletari, mentre le tradizioni di lotta - sia pure lontane - del sindacato rosso costituiranno il fioco lume, indizio di una sponda cui approdare. Su questa sponda saranno ad attenderli i comunisti rivoluzionari che con tenacia e fede avranno saputo garantire nel tempo una continuità di impostazione delle lotte anche rivendicative, e che per la loro ininterrotta presenza diverranno, sotto la spinta di forze oggettive, gli elementi catalizzatori e di direzione delle energie proletarie. La convergenza non avverrà allora su un puro terreno di rivendicazioni economiche, ma andrà oltre, per realizzarsi piena e totale sul campo politico della battaglia di classe, sul terreno della rivoluzione." (Il Programma Comunista, N.11 del 1960)

Potremmo affermare che non fosse la chiarezza il maggior pregio di tale articolo, ma metteremmo solo in evidenza una carenza del Partito stesso sulla questione. Ma se non tutte le questioni vi si ritrovano in maniera cristallina, bisogna dare atto che il nocciolo delle tesi sostenute è sostanzialmente corretto: non c'è differenza sostanziale fra CGIL e CISL; CGIL e CISL non hanno origine di classe; non lavoriamo nella CGIL perché è il sindacato più grosso; lavoriamo nella CGIL perché ha tradizioni di lotta se pur lontane; e per questo quando gli operai riprenderanno a lottare si rivolgeranno alla CGIL; perciò i comunisti debbono essere nella CGIL ad attenderli per condurli sulla strada della rivoluzione.

Tutto ciò è contenuto nel nostro programma: è lo sblocco dall'oppressione borghese sulla classe. Semmai questa prospettiva è monca dell'alternativa alla CGIL, anche se ciò che viene detto non la esclude. Ciò può essere spiegato col fatto che gli organismi allora esistenti erano il sindacato classico e le C.I., che erano organi a partecipazione sindacale.

Comunque l'unica giustificazione, che possiamo dare, del fatto che si lavora nella CGIL e non negli altri sindacati è quella che ci aspettiamo che la ripresa della lotta passi in primo luogo dalla CGIL e non passi negli altri sindacati. Che poi la CGIL si rifiuti di seguire gli operai sul terreno della lotta ed anzi tenti di sabotarne le aspirazioni è altra cosa. Sarà sul terreno dello scontro che si giocherà la dinamica della rinascita degli organismi intermedi sindacali. Questa, volenti o nolenti, era la impostazione che il Partito aveva dato alla questione fin dal 1943, e dobbiamo dare atto che la si ripropose nel 1960. Del resto, per quegli stessi motivi che allora dicemmo, è valida anche oggi.

C'E' DA CHIEDERSI PERCHÉ ?

Nell'accomiatarci da questi anni '50, in cui la questione sindacale fu prima ben impostata e poi la posizione fu correttamente mantenuta, c'è da chiedersi perché il Partito incominciò a scivolare sulla china pericolosa della "difesa della CGIL rossa", perché scambiò la realtà coi propri desideri. Infatti gli anni '60 sono gli anni della grande sbandata, come gli anni 70 saranno quelli della rinuncia ad una parte dell'eredità politica della Sinistra.

Dal punto di vista delle posizioni scritte, si passò dall'affermazione che la CGIL fosse un sindacato tradizionale, all'altra che bisognava difendere la tradizione rossa della CGIL ed infine si giunse alla semplice difesa della CGIL in quanto sindacato, in qualche modo, di classe. Tutto ciò non avvenne per caso. Gli anni '60 sono gli anni della ripresa del movimento rivendicativo operaio in Italia. Il Partito ne risente, il giornale riporta sempre più evidenti resoconti di lotte e di scioperi; le file dell'organizzazione si rinsanguano, pare aprirsi un periodo di "vacche grasse". Ma il partito non seppe far fronte a questa momentanea recrudescenza di lotte rivendicative. Purtroppo, si allontanò progressivamente dalla propria previsione pessimistica degli eventi storici in corso, accennando progressivamente a sopravvalutare la situazione storica, le forze sociali in campo e la sua stessa forza. Si scambiarono sempre di più gli scioperi degli anni '60 per una ripresa della lotta di classe ed infine si confuse il '68 con il '48, un po’ come tutti i sinistri allora tesero a fare. Alla base di tutto ciò non c'era tanto la necessità di essere proiettati in avanti verso la rivoluzione, quell'ottimismo rivoluzionario che caratterizza da sempre i comunisti, facendoli sperare che la meta desiderata sia più vicina di quanto in realtà la loro ragione non dica, quanto una cattiva digestione da parte di tutto il Partito della fase storica che stava attraversando e in particolare delle cause che impedivano la ripresa del movimento a breve termine, e quindi impedivano la rinascita del sindacato di classe.

Il fatto che si credesse che gli operai, ammorbati di democrazia, di stalinismo e sempre più corrotti dall'imperialismo, potessero in breve ritrovare la strada della lotta di classe e del comunismo, che si formasse quello strato di "proletari puri salariati non più esitanti di fronte alle lotte e agli scioperi", questo fu il grave errore di lettura delle forze che si agitavano in campo internazionale ed è la chiave per capire come ci si lasciò andare ad affermazioni così al di fuori della realtà.

In questo senso datare il giorno in cui si incominciò a degenerare non ha molta importanza. Il partito aveva delle crepe nell’acquisizione del proprio programma storico - del resto tutti i partiti rivoluzionari hanno delle crepe o delle crepette - e non seppe impedire che attraverso queste crepe penetrassero posizioni non appartenenti alla sua originale teoria marxista. Partimmo dall'affermazione che la CGIL era un sindacato tricolore, per dire che bisognava difendere in essa i resti dl classe rimasti, ed infine gettammo a mare il sindacato per il soviet. Tutto ciò per rincorrere un movimento, che non ebbe mai l'intenzione di farsi guidare da noi, non tanto perché si fosse in ritardo o anacronistici con le nostre posizioni dogmatiche, ma semplicemente perché esso non fu un movimento genuinamente proletario, altrimenti avrebbe riconosciuto la propria direzione comunista. Fu piccolo borghese perché espresse una direzione piccolo borghese, solo così possiamo interpretarlo.

Si potrebbe obiettare che nello stesso concetto di sindacato tradizionale era contenuta una sorta di ambiguità. La CGIL era un sindacato tricolore o un sindacato operaio tradizionale? Poteva essere tutte e due le cose al tempo stesso? Tradizionale voleva dire che la CGIL aveva qualche contenuto, se pur remoto, di classe oppure che gli operai tradizionalmente la reputavano un sindacato operaie classista? Non aver saputo rispondere, o meglio non aver più voluto rispondere con chiarezza, a queste domande nel momento in cui il Partito si accingeva a spostare il proprio baricentro verso le lotte operaie, che stavano riprendendo, questo fu il grave errore teorico del partito: non si seppe delimitare esattamente il senso del nostro atteggiamento esterno o meglio non si seppe ribadire con altrettanta chiarezza quelle già espresse nel 1951, lasciando intendere, ma non dicendolo espressamente, che qualcosa stesse mutando. Si dovette perdere la nozione di sindacato tricolore, perché ci facevano gola i movimenti operai e gli scioperi. E non avremmo potuto essere all'avanguardia degli scioperi, se fossimo stati convinti che non si trattava di pure lotte rivendicative proletarie. Il partito non seppe dominare la complessità del proprio programma, si mise a rimorchio della situazione e fece la fine che fece. Questo fu un processo oggettivo, che avvenne indipendentemente dalla volontà di capi o gregari, militanti o simpatizzanti, teorici o agitatori, dei quali a livello personale non c'è che da lodare il disinteresse e la salda fede nella vittoria della rivoluzione comunista futura.

LA RIPRESA DELLE LOTTE RIVENDICATIVE

Gli anni '60 sono quelli della lotta sindacale. Sfogliando le collezioni del giornale si ha l'impressione che sia tutto un rifiorire di lotte, di contratti da firmare e di scioperi: la FIAT, La Lancia, i Tranvieri i marittimi e così via. E' evidente che il nostro organo di stampa segue con maggior interesse le lotte, ma queste sono certamente in questi anni più numerose. La questione sindacale ha sempre più spazio sulla stampa. Elementi spuri iniziano a confondersi col vecchio modo di impostare la questione.

Ad esempio in articolo del 1962 "La lotta di classe è unitaria o non è nulla" si afferma:

"I comunisti internazionalisti, fedeli alla tradizione rivoluzionaria marxista, operano nel sindacato tradizionale contro questa (dell'opportunismo) politica forcaiola per la ricostruzione del sindacato unitario classista, per la massima unificazione ed estensione delle lotte operaie, contro il loro frazionamento nello spazio e nel tempo, per la diffusione del programma comunista rivoluzionario, contro le illusioni pacifiste, democratiche, gradualiste per lo schieramento del proletariato su un fronte compatto che, dalle lotte rivendicative, salga sotto la guida del partito politico fino alla lotta generale per la distruzione della società borghese e l'instaurazione della dittatura del proletariato." (Il Programma Comunista, N. 5 del 1962)

Riguardo alle commissioni interne si ribadisce il concetto che debbano essere organi di lotta sindacale e non di collaborazione fra operai e direzione aziendale.

"I sindacati oggi, come invocano il riconoscimento giuridico, cioè il loro inserimento nello Stato borghese che si tratta invece di distruggere con la forza organizzata dei proletari, cosi hanno trasformato le commissioni interne in organi statutari di collaborazione col padronato, di incremento della produzione "nazionale" e "aziendale" di controllo e ratifica dei licenziamenti, di instaurazione di rapporti "umani" e"cordiali" fra le classi avverse.

I Comunisti internazionalisti si battono, nei sindacati e fuori, perché anche questi organi periferici ritornino ad essere strumenti di lotta operaia aperta e frontale: organi subordinati al sindacato unitario, come questo dev'essere subordinato al programma e all'azione del partito unico di classe, il partito marxista, e svincolati da qualunque impegno statutario che li vincoli alla collaborazione e conciliazione fra capitale e lavoro - condizione senza la quale non accetteranno mai di parteciparvi e dirigerli." (Il Programma Comunista , N. 5 del1962)

Facciamo ancora il punto. Giusta la critica alla politica sindacale. Giusta la prospettiva del lavoro nel sindacato tradizionale CGIL. Giusta la prospettiva della ricostruzione del sindacato di classe. Giusta la contrapposizione fra rosso e tricolore. Giusto l'utilizzo delle C.I. come organi del sindacato di classe, a sua volta diretto dal Partito.

Unica nota dolente è che si parla della CGIL di allora come di un sindacato "tradizionale" in potenziale contrasto con le organizzazioni "padronali", la CISL e la UIL. Si lascia intendere che la CGIL sia una organizzazione "tradizionalmente creata dagli operai", il che fra l'altro non implicherebbe necessariamente la sua possibilità in atto di essere un sindacato di classe, semmai in potenza, mentre la CISL e UIL sarebbero comunque padronali. Questo purtroppo sarà l'equivoco su cui successivamente si poggerà la decisione della difesa della tradizione rossa della CGIL, contro quella padronale della CISL e della UIL.

Il fatto che fin dal 1962 circolasse liberamente nel Partito tale idea significava che si stava confondendo la posizione del 1949, secondo la quale tutti e tre i sindacati erano da considerarsi tricolore. Certamente siamo mille miglia lontani dalle idee che verranno espresse alla fine del decennio ma già si intravedono le crepe.

LA PUBBLICAZIONE DI "SPARTACO"

Nel 1962 nasce "Spartaco". Il bollettino centrale d'impostazione programmatica e di battaglia dei comunisti internazionalisti aderenti alla CGIL. Il primo numero del 18 maggio richiama il nostro indirizzo in campo sindacale:

"Ci battiamo perché il sindacato operato tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe;... ci battiamo perché rinasca il sindacato unitario dei lavoratori: ed esso sarà unitario non già mediante ti pateracchio politico e organizzativo coi sindacati bianchi e gialli e subendo i ricatti di organizzazioni padronali come la CISL e la UIL, ma ponendo a tutti i proletari scopi di classe da raggiungere coi metodi della lotta di classe." (Spartaco, 1962)

Il Partito, che ha deciso in questa fase di lavorare nella CGIL, incita gli operai a smascherare l'opportunismo nel modo solito usato dai marxisti. Bisogna costringere gli opportunisti a rispettare gli impegni presi di fronte ai salariati: tu CGIL dici di essere un sindacato di classe, ebbene comportati di conseguenza, altrimenti rimarrai smascherata di fronte agli operai. Ma un tal gioco può essere pericoloso perché presuppone, che la classe sia viva e vegeta, che ci sia un'alternativa reale allo stalinismo, che la situazione storica sia mutata, o comunque in via di mutazione, verso una ripresa del movimento sindacale di classe. Non ci si può meravigliare che la CGIL stia alla coda della CISL e della UIL, e faccia opera di pompieraggio sulle frange più combattive. Avevamo detto nel 1960 che si stava nella CGIL solo per gli operai più combattivi ma già nel 1962 intendiamo, nella pratica, opporci ad un processo storico, che vede di fatto la unione del sindacato alla politica statale. Siamo sempre nei limiti accettabili del 'buon senso" marxista, ma abbiamo già spostato molti dei termini su cui pur 10 anni avevamo poggiato il nostro intervento sindacale.

IL PROCESSO DI SMARRIMENTO DELLA VECCHIA STRADA

Tutto poggiò su una sopravvalutazione della potenzialità rivoluzionarie della situazione in cui si veniva ad operare. Si ha un bel dire che si trattò solo di un minimo di ottimismo, peraltro giustificato dalla necessità di far propaganda. Di fatto iniziammo a costruire la nostra tattica come se il proletariato fosse in grado di capovolgere la situazione che lo vedeva sconfitto, come se la situazione storica fosse sul punto di mutare. Ma siccome ciò non avveniva, allora fummo costretti ad inventarci un proletariato che lottava e un sindacato potenzialmente di classe. Fino a quando non decidemmo di difendere i rimasugli di classe del sindacato stesso.

Seguiamo questa progressiva "scivolata", che caratterizzò tutti gli anni '60.

"Noi ci battiamo per assicurare alla classe operaia una direzione unitaria che, espressa una volta per sempre nel programma comunista, deve rispecchiare nella stessa azione quotidiana, nel modo di impostare e dirigere anche le battaglie rivendicative e di formularne gli obiettivi: questa unità implica la rottura dei patti con organizzazioni bianche e gialle, la rottura di un unità sindacale falsa e bugiarda che mette la CGIL, il tradizionale sindacato rosso (oggi nemmeno rosa) al rimorchio della CISL e della UIL; implica il ritorno del sindacato sotto la direzione del partito rivoluzionario di classe, e il ripudio di quella "apoliticità" che, di fatto, vuol dire 'politica borghese'. In questo si, siamo 'disgregatori' dell'attuale blocco innaturale - in nome e per il bene degli interessi unitari e generali del proletariato, nella sua lotta contro lo schieramento capitalistico." (Spartaco, N.5 del 1962)

Tutto ciò può essere "sacrosanto" ma non può essere attuato nel 1962. Così come non lo era nel 1951. Ed infatti allora non ci battevamo per far rompere la politica di unità fra le tre confederazioni, anche se era vero che affinché la CGIL rinascesse come sindacato di classe doveva rompere con la politica della CISL e della UIL e con i vertici opportunisti che la dirigevano. Siamo forse passati dalla fase in cui si poteva solo resistere a quella in cui si può anche "incidere" o addirittura conquistare?

INIZIA LA CONQUISTA

Ci sentiamo talmente forti da proporre affasciamenti di forze sane intorno alle nostre posizioni, quella che in seguito sarà la frazione sindacale del partito.

"L'attuale direzione della CGIL è chiaramente dalla parte della collaborazione di classe, della conservazione del sistema capitalistico, e della controrivoluzione.

Perciò, invitiamo gli iscritti allo SFI e alla CGIL e tutti i proletari a lottare per la piattaforma dei comunisti internazionalisti, per la difesa in seno alla CGIL dei principi del comunismo rivoluzionario, perché la CGIL torni ad essere un sindacato di classe; invitiamo i proletari a raccogliersi attorno ai comunisti internazionalisti per l'abbattimento violento dell'attuale direzione controrivoluzionaria ed opportunista." (Spartaco, N.19 del 1964)

Notare il cambiamento di prospettiva rispetto al decennio precedente. La lotta a favore delle nostre posizioni è la lotta per far ritornare la CGIL alle sue origini di classe: si tratta di difendere nella CGIL i principi del comunismo rivoluzionario. Successivamente passeremo a difendere l'idea di associazionismo di classe, contro l'associazionismo di stato. Tutto è nel nostro programma, ma in realtà siamo sfasati rispetto alla forza intrinseca del movimento e del Partito. Un eventuale affasciamento di proletari intorno al nostro programma è visto, non fine a se stesso, come poteva essere negli anni '60, ma in funzione del ribaltamento della politica della direzione della CGIL di allora. Anche questa è una novità. E' evidente che siamo passati dalla fase della resistenza, a qualsiasi costo, alla prospettiva della conquista. Che ci si preparasse alla conquista poteva anche essere previsto nelle nostre tesi. Ma nel 1964 si credeva veramente possibile l'apertura di una tale fase?

PREPARIAMO IL TERRENO AL NOSTRO INTERVENTO

Comincia a far capolino la definizione che la CGIL avrebbe conservato una qualche "parvenza di classe".

"La decantata unità sindacale perseguita dai _capi della CGIL con le centrali bianche e gialle, CISL e UIL, espressione di aperti interessi padronali … mira … all'obiettivo della creazione di un 'unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l'unica organizzazione sindacale, la CGIL., fu spezzata dalla costituzione della CISL e della UIL nell'intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai, dividendo il fronte proletario. Il ritorno all'unita' proletaria o significa - come ora - l'abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero - come noi auspichiamo - sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritornare ad un'unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai... ...i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finche' sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno." (Spartaco, N.25 del 1965)

La questione se la CGIL permettesse o no la costituzione di correnti al suo interno, in questi anni veniva presa come cartina di tornasole del fatto che questa fosse un'organizzazione in qualche modo diversa dalle altre. La CGIL permette un lavoro di conquista o di frazione si diceva, dunque è un sindacato aperto anche a noi, si tratta di trasformarlo sull'onda della ripresa del movimento nel nostro "ideale" di sindacato.

Eppure abbiamo visto che nel 1951 affermavamo che il problema non era di forma ma di contenuto. La CGIL aveva subito una trasformazione, era la lotta di classe che aveva subito una sconfitta, era quasi scomparsa, che importanza poteva avere che permettesse o non permettesse la possibilità formale dell'organizzazione comunista fra le sue file.

La situazione storica ci era talmente contraria che dovevamo resistere, ma ponendoci la prospettiva se quell'organismo o quell'altro fossero formalmente conquistabili ci autoproclamavamo in grado di farlo. Era come se avessimo letto un miglioramento nelle condizioni dello scontro di classe a favore del proletariato e ci accingessimo a svolgere altre attitudini. E quel che è peggio, decidevamo di cambiare rotta, o meglio di fare un piccolo passo in avanti, senza dirlo apertamente, senza informarne tutta l'organizzazione. Ciò incrinava il rapporto dialettico, che vincola i membri del Partito al proprio piano tattico e programmatico. Nascevano i primi problemi organizzativi e non avevamo la forza di capire che si trattava di contraccolpi dovuti alla mancanza collettiva di acquisizione del nostro programma: purtroppo predicavamo bene, ma non eravamo in grado di mettere in pratica ciò che dicevamo.

"Il partito considera la CGIL come l'unica organizzazione in Italia che, oltre ad organizzare la maggior parte dei lavoratori... conserva ancora oggi e malgrado la sua nefasta direzione politica una parvenza di classe. Cioè, la CGIL possiede quei presupposti di base che consentono al partito comunista rivoluzionario di svolgere la sua opera di penetrazione e organizzazione politica delle masse sindacalmente organizzate... Non si può escludere che la CGIL abbandoni anche queste caratteristiche statutarie "di classe" in omaggio alla riunificazione sindacale." (Il Programma Comunista, N.13 del 1966)

LA FEBBRE SALE

Brutti sintomi si vengono a sommare ad altri ancora peggiori. Si ha come l'impressione che la fantasia prenda la mano al Partito. Eccone un esempio. Spartaco era nato come bollettino sindacale dei comunisti iscritti alla CGIL. Il primo numero a stampa, del dicembre 1962, imposta il senso della nostra azione in modo assai limitato.

"In effetti, ed anche a parole, la CGIL, per tacere delle organizzazioni bianche e gialle apertamente anticomuniste, dirige le lotte operaie con l'occhio fisso agli interessi aziendali, statali e nazionali e rimane apertamente infeudata alla politica ultra opportunista di partiti pseudo- socialcomunisti soprattutto quando proclama d'essere "neutrale" fra i partiti e di non ispirarsi ad alcuna politica di partito. Per questo finché sarà diretta da opportunisti che le affidano scopi di conciliazione sociale, non può e non potrà mai divenire strumento rivoluzionario del partito di classe; per questo rimane compito storico del nostro partito attirare gli operai, i proletari, i salariati, verso i principi del marxismo rivoluzionario, per assicurarsi la direzione delle lotte e dei loro organismi economici e volgerli contro lo stato capitalista.

E' con occhio fisso a questo obiettivo che durante lo sciopero dei metalmeccanici e in ogni occasione, noi vi battiamo e ci batteremo perché le lotte operaie siano il più possibile estese nello spazio e nel tempo, non siano vincolate allo stupido confine dell'azienda e arrestate di fronte al babau della legge, vengano rivolte verso il loro obiettivo non solo economico ma politico e, quando assumano aspetti violenti, non siano sconfessate, ma energicamente coordinate e dirette. Egualmente ci battiamo nel sindacato tradizionale, la CGIL, e fuori, per l'aumento radicale del salario - base, per la rivalutazione più che proporzionale della paga del manovale comune e delle categorie meno retribuite, per la lotta contro ogni forma di differenziazione secondo l'età, la categoria, il sesso, per l'eliminazione dei premi ed incentivi e per la riduzione del periodo di apprendistato, per un taglio netto, generale e uniforme del tempo di lavoro."(Spartaco, N.5 /1962)

Benché gli operai si orientassero a lavorare nei sindacati tradizionali, non escludevamo di lavorare anche fuori dalla CGIL. Nello stesso tempo parlavamo di compito storico a cui non potevamo rinunciare, quando ci riferivamo alla conquista delle lotte e degli organismi economici. Ciò dava proprio il senso di non attendersi troppo dal lavoro nella CGIL, di cui nel 1962 ribadivamo essere dei semplici iscritti e non certo dei conquistatori, magari a legnate.

Ma nel 1966 Spartaco diventa pagina d'impostazione programmatica e di battaglia dei militanti del partito comunista Internazionale iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro. Siamo così ingenui da scordare l'attributo Italiana. Certo fu un errore di strafalcioneria, ma tendevamo a scambiare la CGIL per quella del 1921, che si chiamava CGL. Scambiavano la realtà coi nostri desideri. Non eravamo più dei semplici iscritti, in attesa di giorni migliori, ma volevamo fare la nostra frazione. Volevamo che la CGIL fosse rossa e che non si riunisse agli altri due sindacati borghesi. Eravamo su un altro piano.

CAMBIA ANCHE LA TATTICA

Se prima si trattava di non sabotare il sindacato, ma nemmeno di aderirvi pienamente, ormai la musica è cambiata. Subito dopo la seconda guerra mondiale si trattava di partecipare o no alla vita sindacale a seconda della situazione locale, novantanove volte su cento non si poneva il problema della nostra partecipazione alle elezioni di fabbrica, ma nel 1966 nello stabilire i "criteri generali per l'attività del partito nel campo delle lotte rivendicative e nelle organizzazioni sindacali" non eravamo più dello stesso parere.

"La nostra partecipazione a sindacati, leghe, federazioni di mestieri aderenti alla CGIL, non può essere questione di valutazione personale di singoli militanti, ma è dovere di proletari salariati e di comunisti." (Il Programma Comunista, N. I3 del I966)

Fummo tanto solerti da legarci formalmente all'attività del sindacato:

"D'altro canto i comunisti rivoluzionari si astengono da qualsiasi gesto che tenda a dividere l'organizzazione sindacale, di cui eseguono disciplinatamente le disposizioni regolamentari, le agitazioni le lotte e gli scioperi, nei quali i comunisti sono esempio di combattività operaia." (Il Programma Comunista, N.13 del 1966)

Forse nemmeno quando ci saranno i sindacati di classe, in una fase d'avanzata e di conquista del potere, saremo così sprovveduti da legare formalmente i nostri aderenti alla decisioni e alla vita organizzativa dei sindacati. L'unica adesione "formale" che imporremo sarà quella al partito. Legarci formalmente al sindacato potrebbe restringere il nostro campo di manovra prima della rivoluzione; a vittoria avvenuta allora sì che tutti saranno costretti ad iscriversi al sindacato. Ma farlo nel 1966 significava essere al di fuori di ogni senso logico.

Se per il partito non fosse stata una tragedia, potremmo dire che come in un'operetta comica si gioca a fare la rivoluzione. Allo stesso tempo era implicito, nel tono dell'articolo, una "tirata d'orecchie" a chi fino ad allora era andato nella CGIL solo a far propaganda di partito.

Il guaio non fu tanto, o solo, che si cambiò modo di fare, ma che non si ebbe il coraggio di dirlo apertamente, forse non sembrò nemmeno importante farlo, forse non ci si accorse nemmeno che si stava cambiando rotta. Comunque il problema della mancanza dell'informazione a tutto il Partito oggettivamente rimane. Una volta imboccata una strada, questa vincola tutto il partito: questo è il senso della dittatura del programma nel Partito, qualora s'intenda mutarla bisogna spiegare il perché e il percome alla luce dei nostri principi. Altrimenti prima il partito s'indebolisce e poi si sfascia.

IL PROBLEMA DELLA DELEGA

Verso la fine del 1966 prende avvio la campagna contro le deleghe. Il Passaggio dal vecchio sistema della riscossione attraverso i collettori a quello delle trattenute sulla busta paga, viene inteso come un'ulteriore avanzata dell'inserimento della CGIL nelle stato. E' indubbio che la CGIL fosse sempre "romanticamente" ancorata a metodi organizzativi che richiamavano l'epoca della sua fondazione. Nel 1966 decideva di rinunciare anche a queste parvenze formali, ma da tempo aveva rinunciato ai contenuti della lotta di classe. Certo una polemica contro l'utilizzo della delega avrebbe potuto aprire gli occhi a qualche proletario, così come in realtà avvenne, e perciò era giusto fare tanto per dimostrare a qual punto fosse giunta la degenerazione della CGIL.

Ma opporsi formalmente alla delega, opporsi nella pratica della lotta, con la pretesa di raggiungere determinati obiettivi, sapeva molte di "donchisciottismo", era una lotta contro i mulini a vento.

Anche da un punto di vista pratico, il Partito non può mai indicare obiettivi che non siano raggiungibili, perché l'impossibilità del loro ottenimento indebolisce la fiducia dei militanti, dei simpatizzanti e di chi in genere ascolta con interesse le posizioni rivoluzionarie. Un conto è dare un'indicazione in senso storico, un conto è dare un'indicazione come ottenibile. Le sconfitte non fanno mai bene a nessuno, a meno di non essere così "masochisti" da pensare che tanto dalle sconfitte potremo sempre trarre delle lezioni per il futuro, e quindi andarsele a cercare. Ecco perché il partito aveva sempre avuto il buon senso di non chiamare a lottare il proletariato contro la statalizzazione del sindacato, perché questo era un processo deterministicamente irreversibile. Farlo adesso significava ancora una volta scambiare la realtà coi propri desideri.

"Le Commissioni Paritetiche (tra operai e padroni) e l'istituzione delle famigerate deleghe sono il prodotto attuale della politica di smantellamento dei pochi residui di rosso rimasti appiccicati alla CGIL... Contro l'unificazione forzata sotto la protezione statale, cioè la fascistizzazione dei sindacati, il proletariato deve trovare la forza di enucleare dal suo seno una opposizione antiopportunista che si organizzi nei sindacati per fronteggiare l'opera di aperto disfattismo dei capi controrivoluzionari...

L'opposizione proletaria all'interno dei sindacati è la sola forza per bloccare il disfacimento della CGIL...

...il rifiuto degli operai a rilasciare le 'deleghe' alle direzioni aziendali... rappresenta l'opposizione degli operai coscienti alla politica traditrice dei bonzi, costituisce un primo passo verso l'organizzazione di una opposizione rivoluzionaria all'interno della CGIL, rappresenta il preludio al formarsi dei primi nuclei proletari disposti a fermare la politica di distruzione del sindacato di classe.... Il nostro partito è l'unico che abbia denunciato la manovra disfattista dei capi sindacali, la loro politica di consegna dei sindacati allo Stato del Capitale, dei padroni, delle direzioni aziendali...; è l'unico partito che abbia indicato ai proletari di non abbandonare la lotta, ma d'estenderla e potenziarla, di stringersi intorno ai comunisti rivoluzionari per sventare la fascistizzazione delle organizzazioni di difesa economica dei lavoratori." (Il Programma Comunista, N.3 del 1967)

Ormai la "parvenza di classe" e diventata "residuo rosso". Da qui l'indicazione di lottare contro la politica disfattista dei bonzi per impedire la distruzione del sindacato di classe (!?).

L'UNIFICAZIONE SINDACALE

La questione delle deleghe andava di pari passo con quella della unificazione sindacale. Abbiamo visto come si ponesse la questione negli anni '50. Si usò l'allora già ventilata questione dell'unificazione come motivo di dispregio nei confronti della pretesa classista della CGIL. Negli anni '60 invece vi si vede la decantazione del processo di statalizzazione del sindacato; come a dire che in qualche modo la CGIL non fosse ancora un organo padronale, ma stesse solo allora perdendo completamente la propria "verginità".

"L'unificazione sindacale, preludio del sindacato di stato, di cui l'opportunismo si vanta come di ulteriore sviluppo della unità proletaria, può essere invece assimilata alla prima fase del fascismo, e rappresenterà il mezzo con cui la borghesia si assicurerà nuovamente la pace sociale di cui avrà bisogno in futuro non troppo lontano...

...se cinquant'anni fa la borghesia volle soffocare l'ondata rivoluzionaria e risollevarsi dalla crisi produttiva, dovette ricorrere all'impiego della violenza distruggendo materialmente le organizzazioni rivoluzionarie e le Camere del Lavoro....

Oggi sono gli stessi dirigenti della CGIL aiutati dai partiti di 'sinistra', che preparano per il capitalismo le armi della controrivoluzione, cercando di diluire l'organizzazione economica di classe in una corporazione che del fascismo abbia tutte le stigmate meno, per ora, quella troppo pericolosa della camicia nera, e non certo per scrupolo dottrinario, bensì per cercare, come tentò il fascismo stesso, di compiere l'operazione con il consenso della classe lavoratrice. Opporsi all'unificazione sindacale risponde quindi a due necessità fondamentali per il proletariato: conservare la propria organizzazione di classe, che l'accidente storico vuole oggi in mano a dirigenti opportunisti…, ed accelerare la crisi capitalistica negando alla borghesia la tregua sociale che essa intende ottenere con un sindacato legato agli interessi del suo apparato statale." (Il Programma Comunista, N.10 del 1967)

Quando diciamo che si è persa la bussola, vogliamo proprio dire che si è gettata alle ortiche tutto il nostro senso delle proporzioni: è irriverente il parallelo fra la situazione del 1921e quella del 1967. E' ormai sparito il concetto del sindacato fascista che si traspone nel sindacalismo moderno; la CGIL è sempre più un sindacato rosso; l'unificazione è paragonata alla distruzione fatta dalle bande fasciste delle tradizionali organizzazioni proletarie nel primo dopo guerra. Eppure gli scritti di partito sono lì e tutti possono leggere; ciò nonostante viene persa la nozione che il sindacato è storicamente inserito nelle stato, da quando ormai si è consumata la fase fascista. Del resto i paralleli col 1921 vogliono proprio indicare che siamo in una fase di avanzata: abbiamo dei compiti storici di cui farci carico, salvare l'onore della CGIL.

"Abbiamo esplicitamente premesso in nostri precedenti articoli che, qualora si dovesse giungere alla unificazione tra CGIL CISL e UIL, la CGIL cesserebbe di essere una organizzazione operaia per trasformarsi in una appendice dei Ministero del Lavoro, in un organo statale o para statale.

In tal caso, allora, i comunisti inciterebbero i proletari ad abbandonare questa centrale e ad organizzarsi in un nuovo sindacato, in un vero sindacato." (Il Sindacato Rosso, N.1 del 1969)

Per troppo zelo, per troppa volontà di lotta siamo giunti ad indicare metodi non appartenenti alla nostra tradizione. I comunisti non indicano mai ai proletari di abbandonare il sindacato oppure di forzare altre organizzazioni sindacali maggiormente classiste. E' stato scritto più volte nelle tesi. Il ricongiungersi o il disgregarsi di organismi intermedi è il risultato storico di processi oggettivi, indipendenti dalla volontà del Partito. A forza di rincorrere il movimento, a forza di gridare spaventati contro la statalizzazione del sindacato - fra l'altro già avvenuta prima che il partito si fosse riorganizzato - siamo giunti al KAPD di Gorter e Pannekok; è proprio vero che è un problema di infantilismo di sinistra.

LA FRAZIONE SINDACALE

Nel 1968 esce il "Sindacato Rosso", ha fra i suoi scopi dichiarati la lotta contro l'unificazione fra CGIL, CISL e UIL. Viene anche formato "L'ufficio sindacale centrale del Partito Comunista Internazionale".

Il Partito si sta attrezzando come aveva fatto nel 1921. Si sta scimmiottando quel periodo, mentre la lotta rivendicativa è montante. Il partito ha ormai una sua frazione sindacale, che dà indirizzi alla classe. Il Partito è convinto di star attraversando una fase di avanzata, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

"Il 3^ Congresso nazionale della CGIL, tenutosi a Livorno nei giorni dal 16 al 21 giugno (1969)… ha proclamato solennemente l'incompatibilità tra cariche di partito e cariche sindacali, ha posto all'ordine del giorno l'eliminazione delle correnti politiche all'interno del sindacato…

La frazione comunista rivoluzionaria nei sindacati può già sin da oggi predisporsi ad una vita illegale, poi clandestina, nelle organizzazioni proletarie, con il rischio di essere espulsa …

..l'unificazione sindacale tra la CGIL e i sindacati dei padroni e dei partiti borghesi segna la morte del sindacato di classe attuale e pone all'ordine del giorno la ricostruzione del sindacato proletario, con tutte le implicazioni e conseguenze che una tale evenienza comporta..." (Il Programma Comunista, n.12 del 1969)

Nel 1959 eravamo dei semplici iscritti, in attesa che la situazione mutasse, e lo siamo stati fino al 1965. Quattro anni dopo siamo una frazione comunista in attesa di entrare in clandestinità sindacale (?!). Tutto ciò rasenterebbe la commedia, se non fosse la strada attraverso la quale siamo andati allo sfascio.

Eppure, nonostante che la CGIL ci espella, che la delega sia ormai passata, che l'unificazione almeno nei settori più importanti stia avvenendo anche formalmente siamo sempre più convinti che la CGIL sia rossa.

"Gli autentici proletari imprigionati nei sindacati borghesi della CISL e della UIL, hanno da trarre l'unica lezione possibile: uscire da queste organizzazioni dei padroni, degli sfruttatori, entrare nei sindacati di classe, stringersi attorno ai lavoratori rivoluzionari, ai gruppi comunisti, per cacciare i bonzi, alleati con i duci della CISL. e della UIL." (Il Sindacato Rosso, N.13 del 1969)

"...l'unificazione sindacale oggi è preliminare al riconoscimento legale domani, e al suo inquadramento nelle istituzioni statali.... Compagni operai, noi comunisti vi diciamo di battervi nel sindacato di classe della CGIL contro questa manovra vergognosa dei vostri capi.... La vera unificazione è quella che nascerà intorno ad un programma di generalizzazione di tutte le lotte e di affasciamento di tutte le vertenze, intorno alla CGII rossa!" (Il Sindacato Rosso, N.16 del 1969)

DIFESA E RINASCITA

Dunque per quanto riguarda la CGIL, siamo arrivati nel corso di pochi anni a ribaltare la nostra interpretazione. Dal punto di vista delle posizioni espresse l'iter è stato questo:

  • abbiamo detto nel 1949 che la CGIL era un sindacato tricolore e lo abbiamo ripetuto fino al I960;
  • nel 1962 abbiamo scoperto che c'erano dei brandelli di classe attaccati alla CGIL;
  • nel 1967, opponendoci alla unificazione fra CGIL, CISL e UIL, che definivamo la fascistizzazione definitiva o formale della CGIL, abbiamo scoperto la difesa del sindacato rosso;
  • nel 1969 siamo arrivati a definire la CGIL un sindacato di classe.

E' evidente che il punto di arrivo è il ribaltamento del punto di partenza. Siamo passati dalla prospettiva della rinascita della CGIL a quella della sua difesa.

Rinascita e difesa sono due "paroline" che esprimono analisi e contenuti diversi: si fa rinascere qualcosa di morto, si difende qualcosa di vivo; far rinascere un sindacato tricolore vuol dire rigenerarlo, magari violentemente, per farlo diventare di classe; ma difendere un sindacato, che già abbiamo definito tricolore è un errore madornale, pacchiano. Si può spiegare il perché di una tale sbandata, ma non può esservi giustificazione politica ad un errore così evidente.

Auspicare la rinascita è un conto, ma chiamare alla difesa è un altro, perché presuppone una valutazione qualitativa diversa degli organismi sindacali intermedi e quindi dei rapporti di forza fra le classi. Ciò - indipendentemente dalla buona e dalla cattiva fede di chicchessia - rappresentò un errore teorico di tipo attivistico. Infatti la "rinascita" era il limite tattico che assolutamente non si doveva superare. Farlo significava sopravvalutare la situazione storica, la nostra forza e sottovalutare invece quella del nemico. Tutto ciò comportava uno sbilanciamento dell'attività del partito, che non poteva non riverberarsi in modo deleterio sulla vita della stessa organizzazione.

"Non abbiamo mai preteso di spostare di un millimetro l'attuale situazione controrivoluzionaria nella quale il proletariato non solo italiano, ma di tutto il mondo, si trova imprigionato. E' certo però che, se fosse possibile oggi attuare questo spostamento determinante, gli unici abilitati ad esso siamo noi militanti del partito comunista internazionale, in quanto siamo il solo ed unico partito che possegga un Programma, cioè il programma comunista rivoluzionario, le idee chiare su tutte le questioni che interessano la classe operaia e la rivoluzione comunista. Ma oggi non si tratta, purtroppo, di dare l'assalto al potere della borghesia capitalista e distruggerne la potenza statale e di classe; si tratta di molto meno riguardo al potere, ma di molto di più rispetto alle elementari premesse della lotta insurrezionale. Anzi si tratta addirittura di salvare il salvabile - ammesso ancora che ne resti - su cui far leva par rimettere in moto il volano della lotta rivoluzionaria di classe." (Spartaco da Il Programma Comunista, N.3 del 1967)

Si trattò di salvare l'onore della CGIL. Non era poca cosa. Non si trattava certo di fare la rivoluzione, ma solamente di far leva sulla difesa della CGIL per rimettere in moto il volano della lotta di classe. Parole, parole, parole!! Il compito è definito piccolo, ma a ben vedere, se attuato sposterebbe di più di un millimetro la situazione controrivoluzionaria.

"Proletari! Lavoratori!

Il partito del proletariato rivoluzionario, il partito di classe, vi chiama alla suprema difesa della trincea sulla quale soltanto è possibile salvare l'onore della classe, della tradizione. rivoluzionaria comunista.

VI CHIAMA A DIFENDERE I SINDACATI DI CLASSE CONTRO la manovra concordata dai capi imborghesiti della CGIL, dei borghesissimi capi della CISL e della UIL, appoggiati ed ispirati dai partiti opportunisti del PCI, PSU e PSIUP e da tutti i partiti borghesi, con a capo il vero unico partito fascista di oggi, la DC. Questa manovra intesa a sopprimere le vostre organizzazioni di difesa economica annegandole in un unico calderone, nel quale dirigenti borghesi e traditori dovrebbero convivere con proletari sinceri, e Voi dovreste illudervi che i primi difendano i vostri interessi, questa manovra può essere sventata alla sola condizione che vi rifiutate di dare il minimo appoggio alla politica sindacale dell'opportunismo." (Il Programma Comunista, N. 18 del 1967)

I COMITATI DI DIFESA DEL SINDACATO DI CLASSE

E' evidente che se il Partito si convinse che nella CGIL ci fosse qualcosa da salvare, non c'è da stupirsi, in questa stupida rincorsa alla CGIL, se nel 1970 si decise di organizzare i "Comitati di difesa della CGIL per la rinascita del sindacato di classe". L'indicazione si inquadra bene sia nella situazione delle lotte sindacali del periodo, che nei fermenti che si agitavano fra gli operai. Il Partito vide in tutto questo agitarsi una chance per insinuare la propria prospettiva e di conseguenza dette un'indicazione organizzativa, che peraltro stava, se pur sfasata, all'interno del suo programma.

"I sindacati proletari di classe: è qui che i comunisti chiamano gli operai alla lotta per salvare della classe operaia…

Per questo i comunisti chiamano i proletari, indipendentemente dalla loro affiliazione politica, a organizzarsi all'interno della CGIL e sui posti di lavoro, per impedire che le dirigenze dei sindacati frazionisti CISL e UIL, conquistino la stessa CGIL e per respingere e battere la politica confederale tesa verso l'unificazione con i sindacati padronali... A questo fine i comunisti propongono di costituire degli organi in difesa del sindacato di classe....

A questi organi spetta il compito di inquadrare le forze sane della classe operaia sui posti di lavoro, di porsi alla testa dei lavoratori nelle lotte, di smascherare la politica traditrice dei bonzi, di difendere e diffondere la tradizione gloriosa della classe operaia. Sarà finalmente possibile enucleare un fronte rivoluzionario per la conquista della direzione della CGIL, capace di attrarre nel sindacato di classe sia i lavoratori imprigionati nelle altre centrali, sia i lavoratori che sono fuori dai sindacati.

I comunisti... invitano apertamente quei proletari che, disgustati dalla politica traditrice dei duci sindacali, sono usciti dalla CGIL a rientrarvi per rinvigorire il fronte di lotta antiopportunista. Rivolgono un caloroso appello a quei lavoratori che si sono battuti in modo esemplare durante le battaglie rivendicative, perché non si facciano. suggestionare da presunte teorie antisindacali che li rendono vittime di un rivoluzionarismo parolaio e controproducente." (Il Sindacato Rosso, 1970)

Il fatto di esserci costruiti un modello interpretativo, in cui solo nella CGIL sarebbe stata possibile la ripresa proletaria, ci impediva di vedere ciò che in realtà accadeva. Più la CGIL ci mostrava la sua vera faccia, più insistevamo nel volerla salvare. Arrivammo ad indica re a chi ne usciva, o ne era espulso, di rientrarvi, perché per noi solo nella CGIL era possibile esprimere la lotta rivendicativa.

Non vedevamo che la lotta allora passava anche di fuori, anche se ciò era previsto dal nostro programma. Non solo nel 1951 lo avevamo detto, ma fino al 1965 lo avevamo ripetuto: o conquista a legnate o ex novo. Perché meravigliarsi se il sindacato se ne andava per la sua strada?

"FUNZIONE E SCOPI DEI 'COMITATI'

Il partito ribadisce che i 'Comitati' non sono i suoi organi sindacali ne' di fabbrica, ma l'adeguata espressione di. quella parte della classe operaia che intende stringere le proprie forze attorno al tradizionale programma classista dei sindacati operai, con l'intento di dare alla CGIL una direzione politica di classe...

...per dare un orientamento di classe ai sindacati, per invertire 1a loro direzione di marcia, e' indispensabile che dal seno dei lavoratori si esprimano le sane ribellioni che abbiamo già conosciuto un po’ in tutto l'occidente in questo periodo]...

E' sulla base di questa ovvia constatazione che si impianta l'iniziativa del 'Comitati di difesa del Sindacato di classe' come organo elementare, primario, che organizzi e disciplini la ribellione classista dei lavoratori ai duci sindacali, col preciso intento di conquistare i proletari all'indirizzo di classe che sostanzia il 'programma costitutivo', nella finalità dì ridare ai sindacati la loro naturale funzione di organi di lotta per spazzare via per sempre questo infame regime capitalista. Per questo i 'Comitati' non sono un nuovo sindacato, ma l'embrione di una opposizione rivoluzionaria all'interno dei sindacati aderenti alla CGIL, che si appresta a sì abilita a dirigerli...

Al lavoro, quindi, in difesa del proletariato dei suoi sindacati di classe con la formazione dei 'Comitati'" ( Il Sindacato Rosso, N. 23 del 1970)

I "Comitati di difesa" di per sé non furono che il punto d'arrivo di tutto il processo, che abbiamo seguito nel suo svolgimento. Il problema non è tanto: "Ma si dovevano o non si dovevano organizzare?"; quanto: " Nel 1970 era da dare o no tale indicazione?"

E' indubbio che i C. di D. del S. di C. fanno parte della nostra tradizione, ma in questo caso ciò che era completamente sballata era l'impostazione della questione: i "Comitati" furono l'effetto della sbandata e non la causa. Se ci fosse stato un proletariato in ripresa, e purtroppo non c'era, l'indicazione sarebbe stata sacrosanta. Ma ciò non era e il Partito non seppe prendere le giuste distanze dal movimento e finì per restarne travolto. Si perse la nozione che il sindacato di classe sarebbe risorto in una fase d'avanzata proletaria. Oppure ci si era convinti di dare una spallata decisiva al sistema? Ma forse si trattò solo di un cattivo maneggio della tattica del Partito.

COME IL PARTITO GIUSTIFICO' LE SUE SCELTE

"Un sindacato in cui la adesione non fosse più libera e volontaria e in cui non fosse permessa l'organizzazione delle correnti politiche proletarie non sarebbe più il sindacato di classe; sarebbe un organo passato al nemico in quanto non ammetterebbe più in linea di principio l'emancipazione politica del proletariato che solo attraverso la rivoluzione proletaria e' possibile.

E' verso questo tipo di sindacato che sta marciando la cosiddetta 'unificazione organica' in Italia...(se si dovesse verificare il completo asservimento del sindacato allo stato) la ripresa della lotta di classe del proletariato non sarà possibile se non al di fuori e contro l'organizzazione corporativa che nulla avrà più dei connotati del sindacato di classe. Dovrà necessariamente passare attraverso la ricostituzione del sindacato di classe e lo svuotamento del sindacato corporativo. Ben inteso i comunisti non rinunceranno né alla partecipazione a tutte le lotte né all'intervento in ogni manifestazione sindacale, ma la nostra parola d'ordine sarebbe, come fu nei confronti dei sindacati fascisti, "fuori dal sindacato corporativo per la ricostituzione del sindacato di classe." (Il Sindacato Rosso, N. 5 del 1971)

In questo resoconto è contenuta la chiave di interpretazione delle intenzioni del Partito nei confronti della CGIL. Dunque il Partito ha iniziato il suo lavoro nella CGIL con lo scopo di farla tornare quella di un tempo. Sia il Partito che il proletariato dovevano provare che la CGIL non fosse più quella di un tempo. La rigenerazione non c'è stata, ma si doveva scontare tutto il processo. Il nostro atteggiamento dal 1960 al I970 fu un atteggiamento di verifica e di riprova. Una volta "bevuta tutta la feccia" allora avremmo saputo che la strada della ripresa di classe passa fuori e contro la CGIL: "vi abbiamo lavorato fino a quando ci è stato possibile, ma oramai questo sindacato ha perso qualsiasi aspetto anche formale di classe, da oggi in poi lavoreremo al di fuori e contro quegli organismi, ormai completamente asserviti allo stato". Ma il Partito non può impostare la sua tattica usando questi criteri, non ha bisogno di verificare la perdita dei virtuali residui di classe della CGIL, per stabilire il da farsi. Esso sapeva fin da principio che la CGIL era un sindacato tricolore, dava poca importanza agli aspetti formali e in conformità a questo modo d'interpretare le cose si comportava.

Confondere le forme coi contenuti non va a scapito delle prime ma dei secondi. A forza di scambiare le questioni di forma - il "panno rosso" che ingannava gli operai – con le questioni di contenuto, ci si auto convinse che nella CGIL ci fossero dei connotati classisti, o meglio ci si comportava come se ci fossero.

Anche nel 1921 si chiamò gli operai alla difesa delle proprie organizzazioni di classe, ma non lo si fece perché volevamo difenderle dalla statalizzazione. In realtà volevamo difendere il proletariato dall'attacco della borghesia, era uno scontro fisico, era la lotta della rivoluzione conto la controrivoluzione, altro che questioni formali. Ma 40/50 anni dopo la tragedia si trasformò in operetta: giocavamo a fare la rivoluzione richiamandoci alla tradizione del '21.

I CONTRACCOLPI SULL'ORGANIZZAZIONE

Chiunque abbia vissuto la vita del Partito fra la metà degli anni '6o e la metà degli anni '70 ha assistito ad un doppio fenomeno. Da una parte una affluenza costante, se pur limitata, di giovani militanti, dall'altra fenomeni periodici di spaccature, che coinvolgevano interi gruppi e sezioni. Se il Partito, grazie alla sua politica piuttosto "aperta" nei confronti delle "lotte" di quel periodo poteva ottenere buoni risultati sul piano delle adesioni, dall'altra la sua vita interna era continuamente minata da discussioni, rotture ed espulsioni di gruppi o di frazioni.

Più che elencare l'entità di questi fenomeni, è importante comprendere il perché il Partito si indebolì progressivamente fino ad "esplodere" in cento rivoli. Il dato fondamentale fu che i militanti di allora non seppero far proprio il programma storico del Partito stesso. Questa carenza si manifestò attraverso l'incapacità a far fronte ai problemi che la storia poneva all'ordine del giorno. Di fatto nel Partito venivano a crearsi di fronte alla questione del sindacato diverse posizioni, che si scontravano e si ricomponevano determinandone, in fasi successive la politica stessa. Questa non era decisa collettivamente, attraverso il lavoro di tutti i compagni, che pertanto avrebbero potuto prepararsi a "metabolizzare" le posizioni tattiche, ma il Partito veniva investito all'improvviso dalle posizioni, peraltro sempre più accentuate in senso attivistico, quasi si usasse un metodo agitatorio nei confronti dell'organizzazione di partito. Ma l’aspetto più deleterio fu che, mentre in continuazione si diceva di non voler fare la rivoluzione o che comunque si era in una fase di stanca della lotta di classe, di fatto poi si costringeva tutti i militanti ad una tensione organizzativa e ad un impegno in campo esterno, specialmente in campo sindacale, come se qualcosa d'importante stesse maturando nella lotta di classe. Questo stato di cose accontentava tutti, da chi cercava "la pura teoria" a chi cercava "la lotta ad ogni costo". Il guaio era che un tale ventaglio di posizioni, che prendevano la forma più variegata e vedevano il formarsi di "scuole" e "parrocchie" della più strana foggia, si scontravano per imporre al Partito la propria posizione. Ne è un esempio il modo in cui fu liquidata la questione dei "Comitati di difesa". Quando ci si accorse che con i "Comitati di difesa" si era oltrepassato un certo limite, eravamo andati oltre quelle che erano le nostre possibilità, non si decise certo di riprendere tutta la questione e farne il punto, magari anche prendendosi "un lungo periodo di riflessione". Al contrario, si riprese la questione sindacale, ma sacrificando in nome del movimento - per non esserne messi al margine - si preferì mettere da parte il sindacato, che non aveva corrisposto alle nostre aspettative, scoprendo i comitati politici, come un qualsiasi "gruppuscolo" dell'epoca. Se la realtà si rivelava contraria alle nostre aspettative, invece di rivedere la portata di queste, decidemmo di configurarci una realtà più piacevole di quanto non fosse. Proseguimmo nella nostra rincorsa del movimento fino a quando tutto ci saltò per aria.

In realtà c'è un solo modo di sapere se l'azione che abbiamo deciso di intraprendere sia giusta o sbagliata. Sarà giusta la tattica che non crea squilibri e contraccolpi, discussioni e rotture nel partito. Non è solo un buon partito quello che ha una buona tattica, ma anche una buona tattica rafforza un Partito, mentre una cattiva tattica l'indebolisce. L'arte di condurre il partito sta nel dare indicazioni accettate da tutti, a suo tempo dicemmo "attese" dall'organizzazione. Perché il partito è tutto sotto la dittatura dei principi, quindi tutti i militanti sono in grado di intendere la giustezza delle proposizioni tattiche. Quando invece una indicazione crea dei contraccolpi, allora bisogna saperla meglio spiegare, nella convinzione che potrebbe essere chi intende spiegare a poter essere convinto da chi dovrebbe ascoltare. E se i malumori e le discussioni diventano la regola allora bisogna avere lo stomaco di fermarsi a studiare collettivamente la questione e farlo fino a quando nel partito non si ricrea la necessaria unità per proseguire il camminino. Se questo modo organico di risolvere le questioni non viene praticato il Partito si perde, divenendo qualcos'altro.

LA SOPPRESSIONE DE "IL SINDACATO ROSSO"

Purtroppo nel 1971 il Partito non si fermò, aveva troppa paura di perdere "l'autobus della rivoluzione". Di non poca importanza fu la convinzione, che regnava da tempo nel partito, che gli anni '70 sarebbero stati quelli del "decennio della pedata":

"nuove rivoluzioni che forse non debbano attendere più di un decennio da ora per l'azione sul piano della scena storica." (Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965)

L'accenno al 1975, come data della futura crisi del sistema capitalistico, e quindi della ripresa della lotta di classe, e forse della rivoluzione è rintracciabile facilmente negli scritti di Partito. Evidentemente nessuno si era mai sognato di segnare "l'ora X", ma è indubbio che tale previsione fosse la previsione del Partito. Dunque il Partito si attendeva molto dagli anni '70, ma purtroppo questi furono gli anni della sua catastrofe. In questo clima d'ottimismo per l'ora che si avvicinava furono stilate le cosiddette "Tesine sindacali del I972". In esse si rispecchiano tutti gli errori tipici di quel periodo e nel contempo vi viene svolto un decisivo passo in avanti sulla strada dell'abbandono del programma della sinistra, con la scoperta del "politico". Era stato "trombato" l'U.S.C. (Ufficio Centrale Sindacale), a cui veniva tolta la pubblicazione de "'Il Sindacato Rosso", che dopo poco sarebbe stato soppresso. Come se fosse stata colpa di una sola parto del partito, ciò che era accaduto. Solo che questo era l'andazzo che avevano preso le cose nell'organizzazione. Si misero i "sindacalisti" contro i "comitatisti", dunque la vittoria dei secondi, sancita dalle pubblicazione delle "Tesine" significava l'accantonamento dei primi. Prima di congedarci con "Il Sindacato Rosso" è doveroso riconoscere che fino a questo momento gli errori fatti sono solo di incapacità a comprendere la fase storica in corso, sostanzialmente di immaturità politica, ma comunque sempre nel rispetto della tradizione della tattica applicata dalla Sinistra, di cui spesso si volle "scimmiottare" la azione pratica. Non vi furono mai fatti errori di principio fino al 1971, furono tutti errori d'impostazione dell'attività pratica dovuti alla scarsa capacità di tutto il Partito a manovrare l'attrezzo delle tattica. Dunque un Partito che avesse deciso di fare il punto e riprendere tutte le questioni, forse, a prezzo di un enorme lavoro, sarebbe potuto tornare indietro e ravvedersi, non si erano ancora intaccati i principi. Ne sia la conferma proprio l'ultimo numero de "Il Sindacato Rosso":

"E' nostra posizione costante che senza l'esistenza di una organizzazione generale per la lotta economica, senza il ricostituirsi di una organizzazione sindacale di classe e senza l'influenza del partito di classe su di essa non sarà mai possibile la ripresa della lotta rivoluzionaria e la vittoria della rivoluzione proletaria." (Il Sindacato Rosso, N.8 del 1971)

Dunque è ribadita la necessità del sindacato di classe, come organo intermedio nella ripresa della lotta di classe e della stessa rivoluzione.

"Il fronte della nostra battaglia

La politica che i vertici sindacali della CGIL conducono non è certo una politica di classe come certamente non è di classe il loro modo di dirigere la organizzazione fondato sulla predominanza di funzionari stipendiati, sullo annullamento del ruolo delle camere del lavoro e sulla loro trasformazione in veri e propri uffici legali. Ma i comunisti conducono la lotta bonzi della CGIL finché è loro possibile entrarvi ed organizzarvi la loro frazione, perché fin che questo sarà possibile, la CGIL per quanto degenerata, sarà suscettibile di essere riportata, sull'onda della ripresa della lotta di classe, sul terreno della difesa degli interessi proletari. E' proprio dalla esistenza o meno di questa possibilità per i rivoluzionari di organizzarsi nel sindacato attuale, di condurvi la loro battaglia di chiarificazione e di inquadramento degli operai che si deduce la possibilità o meno di riacquistare ad una direttiva di classe il sindacato attuale. Nella misura in cui questa possibilità esiste il sindacato è aperto alla riconquista da parte di una direzione rivoluzionaria; quando questa possibilità non esiste il sindacato non è più suscettibile di essere conquistato all'indirizzo di classe e necessariamente la ripresa della lotta rivoluzionaria dovrà passare attraverso la ricostruzione ex novo del sindacato di classe e lo svuotamento delle attuali organizzazioni. Perciò finché i comunisti possono organizzarsi all'interno dei sindacato attuale significa che esso rimane un terreno di scontro, che essi possono contendere all'opportunismo; finché questo terreno di battaglia esiste i comunisti non rinunciano allo scontro all'interno del sindacato." (Il Sindacato Rosso, N.8 del 1971)

In questo "testamento spirituale" dell'USC è ribadita la linea che il Partito ha seguito per 10 anni: in primo luogo la necessità del lavoro nel sindacato. E' indubbia la coerenza della prospettiva tracciata, ciò che stona è invece e la valutazione generale, in cui tale disegno è calato. Il senso generale del nostro programma non avrebbe dovuto portarci né a difendere la CGIL, né a pensare di poterla conquistare, né a pensare successivamente di doverla abbandonare, magari per organizzarsi fuori e contro la CGIL stessa. Era proprio il senso del lavoro che non era chiaro al partito, il significato che si dava al nostro intervento: non si doveva né conquistare, né verificare se la CGIL fosse un sindacato di classe o un sindacato tricolore - la sua natura era nota al Partito fin dal 1949 - dovevamo solo "resistere" in attesa di tempi migliori; perciò disquisire sugli aspetti formali di classe della CGIL era come disquisire del "sesso degli angeli".

Ma il Partito non comprese quale fosse il suo problema, anzi si convinse di essere in ritardo sulla situazione, "che stava evolvendo verso la rivoluzione" pertanto se la classe aveva deciso di fare a meno dei sindacati - che lo volesse o no l'USC - bisognava "mettere da parte le nostre ubbie e immergerci nella realtà, sempre molto più ricca del nostro schematismo teorico(?!?!)"

LE TESINE SINDACALI DEL 1972

Un breve periodo di preparazione bastò al Partito come propedeutica alle tesi in Campo Sindacale: "I1 Partito di fronte alla questione Sindacale"

Si trattava di dare una sterzata e la svolta ci fu. Le "Tesine" infatti vogliono battere in breccia l'idea fino allora cullata dal partito che la CGIL sia un sindacato rosso, ma invece di riaffermare la necessità di organismi intermedi sindacali diversi dalla CGIL, ci dicono che non è più necessario il sindacato di classe, ma basta un qualsiasi organo intermedio, lasciando intendere che possa essere anche politico.

"4) Conformemente alla tradizione marxista, la Sinistra ha quindi sempre considerato e il partito considera condizioni della sua stessa esistenza come fattore operante della preparazione del proletariato all'assalto rivoluzionario e della sua vittoria:

  1. l'erompere su vasta scala e in forma non episodica di lotte economiche e l'intensa partecipazione del partito ad esse per gli scopi indicati;
  2. la presenza di una rete non labile e non episodica di organismi intermedi tra sé e la classe, e il suo intervento in essi al fine di conquistarvi non già necessariamente la maggioranza e con ciò la direzione, ma un'influenza tale da poterli utilizzare come cinghia di trasmissione del suo programma fra le masse operaie organizzate e da imbeverne almeno gli strati operai più combattivi."
  3. (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

Dunque non più le tre condizioni come si disse nel I971, ma lotte economiche. e organismi intermedi, dei quali non viene detto esplicitamente che debbono essere sindacali. E questo non è un errore di penna, ma uno stravolgimento nel modo di intendere la rivoluzione nelle aree a rivoluzione diretta, come vedremo meglio quando si traccerà il modo in cui ci si attende la futura ripresa rivoluzionaria. Infatti non si prevedeva più che la irreversibilità dell'inserimento del sindacato nell'apparato statale si sarebbe invertita con la rinascita del sindacato di classe, nelle sue varie forme fuori o dentro le organizzazioni sindacali esistenti, ma si diceva che sarebbe stato il soviet l'organismo di raccordo della rivoluzione in occidente, almeno nelle aree decisive della rivoluzione.

"Il quadro mondiale postbellico dell'associanizismo operaio è dunque quello di sindacati o direttamente inseriti negli ingranaggio statali, come nel blocco capitalista dell'est, o vitalmente legati ad essi per vie tanto più efficaci, quanto più ipocritamente sotterranee, come nel blocco capitalista dell'Ovest. …

… nulla togliendo a questa realtà costantemente denunciata nei tesi fondamentali del partito, l'esistenza in alcuni paesi di centrali plurime, d'altronde avviate - come in Italia - non già ad un "ritorno alla situazione del CLN" (dalla quale di fatto non si sono mai allontanate) ma all'aperta dichiarazione di essere rimaste, dietro ogni apparenza ingannatrice, le stesse di allora: un unico blocco controrivoluzionario, cinghia di trasmissione di ideologie, programmi e parole d'ordine borghesi.

Il processo - dichiarammo nel 1949 e ripetiamo oggi - è irreversibile come lo è l'evoluzione in senso accentratore e totalitario, in economia e in politica, del capitalismo imperialista, e fornisce "la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalisti" E' però nostra certezza scientifica la reversibilità del processo che da oltre trent'anni separa la classe dal suo partito e le fa sembrare inverosimile o addirittura impossibile il comunismo; è nostra certezza scientifica che se "il procedere sociale ininterrotto dell'asservimento del sindacato allo stato borghese" è iscritto nella dinamica delle determinazioni oggettive della fase imperialistica del capitalismo, sono pure iscritti in essa l'erompere mondiale della crisi economica e l'esplodere della ripresa generalizzata della lotta di classe, per lontana che appaia oggi. La vera, duratura e fondamentale conquista di una simile ripresa sarà il ritorno sulla scena storica, come fattore agente, dell'organizzazione severamente selezionata e centralizzata del partito, ma ad essa si accompagnerà necessariamente anche la rinascita di organizzazioni di massa, intermedie fra la larga base della classe e il suo organo politico. Queste organizzazioni possono anche non essere i sindacati - e non lo saranno nella prospettiva di una brusca svolta nel senso dell'assalto rivoluzionario, come non furono essi mai soviet, in una situazione di virtuale dualismo di potere, l'anello di congiunzione fra partito e classe nella rivoluzione russa. Nulla però esclude sul piano mondiale che, in paesi non immediatamente invasi dalla fiammata rivoluzionaria ma in fase di travagliata maturazione di essa, rinascano organismi in senso stretto economici, in cui non regnerebbe certo la quiete apparente del cosiddetto e per sempre defunto periodo "idilliaco" o "democratico" del capitalismo, ma divamperebbe di nuovo, assai più che nel primo dopoguerra, l'alta tensione politica delle svolte storiche in cui l'acutizzarsi degli antagonismi economici e sociali si riflette nell'aprirsi di profonde lacerazioni in seno alla classe sfruttata e nell'esasperarsi del cozzo fra la sua avanguardia e le esitanti e renitenti retroguardie." (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

Ormai non c'è molto da commentare. Il sindacato non è più l'organo necessario e sufficiente fra il Partito e le masse nella nostra prospettiva di ripresa rivoluzionaria, tale organo è ormai diventato il soviet.

Il soviet non è più l'organo di gestione del potere e forse l'organo della presa del potere, ma è l'organo in cui si trasfonde la ripresa di classe. D'altra parte il sindacato diviene un organo di gestione del potere rivoluzionario. La confusione è molta!

"… Al vertice di questo processo,

se si concluderà per il proletariato con la presa del potere e con l'instaurazione della dittatura rivoluzionaria, non solo la forma sindacato non scomparirà ed anzi (se fosse rimasta oscurata da altri organismi intermedi più consoni alle esigenze della lotta rivoluzionaria) dovrà risorgere, ma, per la prima volta nella storia del movimento operaio, vedrà realizzarsi nella sua trama uno dei vitali anelli di saldatura fra la classe centralmente e totalmente organizzata e il partito comunista, nella titanica lotta che in un percorso non facile né breve né, tanto meno, "tranquillo" porterà dal capitalismo - politicamente debellato, ma sopravvivente nell'inerzia di forme mercantili non sradicabili dalla sera alla mattina - al comunismo inferiore." (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

IL NUOVO LAVORO NEL SINDACATO

Alla luce delle nuove prospettive, viene ribaltato tutto il senso del lavoro nel sindacato "tradizionale".

"In Italia e in Francia, dove sussistono sindacati plurimi, il posto dei nostri militanti e gruppi è nella CGIL e nella CGT, non perché il Partito le giudichi "di classe", ma perché non solo e non tanto raggruppano il numero maggiore di operai (anche le altre centrali ormai riuniscono forti percentuali di salariati puri), ma costituiscono il campo specifico di azione del peggiore e principale agente della borghesia nelle file del movimento operaio, quell'arciopportunismo stalinista che, condotta a termine la sua opera di sanguinosa devastazione del movimento operaio, si erige a pilastro della conservazione sociale adottando e praticando principi degni della Mussoliniana "Carta del Lavoro" o della pontificale enciclica "Rerum Novarum", un arciopportunismo ai cui programmi e metodi contrabbandati sotto una etichetta non ingloriosa noi soli siamo in grado di opporre polemicamente la tradizione classista delle antiche confederazioni sindacali unitarie, cioè un passato sia pure remoto che le altre centrali non vantano ne' possono vantare, essendo di confessata origine padronale. Esponenti non di una "frazione" - che implicherebbe il riconoscimento di una almeno parziale natura classista all'organo cui si appartiene - ma di una forza e corrente politica oggettiva del movimento proletario, militanti e gruppi sfrutteranno ogni possibilità consentita o tollerata di agitare il programma del Partito e raccogliere intorno ad esso una cerchia per quanto ristretta di operai organizzati, e - nella misura in cui possano contare sull'appoggio di proletari decisi ad affiancarli e sostenerli - parteciperanno o prenderanno la parola ad assemblee e riunioni operaie anche quando (Come è già avvenuto in Italia) ne sarebbero formalmente esclusi per non avere firmato la delega o per essere stati espulsi con altre motivazioni dal sindacato; graduando in ogni caso la loro azione di intervento diretto in base ad un esame spassionato dei rapporti di forza da parte della sezione, del gruppo e, se occorre, del centro.

La possibile riunificazione sindacale in Italia renderà senza dubbio piò difficile il nostro lavoro - una delle sue premesse esplicite essendo la esclusione di correnti politiche dal seno del nuovo organismo; ma la critica ad essa va poggiata sulla dimostrazione che ogni pretesa di classismo da parte della CGIL era menzognera e non sulla tesi inversa che, fondendosi con 1e altre due organizzazioni, la sedicente organizzazione "rossa" possa far gettito dei suoi "principi" e cambiare "natura". La stessa unificazione, in quanto riprodurrebbe ad uno stadio più alto dello sviluppo capitalistico la situazione del CLN, può anzi avere un'influenza positiva - come noi l'attendevamo dal permanere dell'alleanza politica del '45 nel senso della liquidazione delle parvenze "proletarie" dello stalinismo e delle organizzazioni da esso dipendenti - e offrirci argomenti politici passibili di esseri utilmente sfruttati. (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

Dunque non più retaggi di classe nella CGIL, non più CGIL rossa da difendere, non più frazione sindacale, non più conquista della CGIL. Neppure lotta contro l'unificazione, che anzi adesso viene auspicata. Una bella sterzata, ma non per tornare al vecchio lavoro di "resistenza", in attesa di giorni migliori, ma "sbracamento" sul politico.

LA SCOPERTA DELL'AREA RIVOLUZIONARIA

Dunque la ripresa della lotta di classe avverrà per via politica: "organismi di massa che più agilmente saranno in grado di sentire il problema del potere". Questo si deduce dalla lettura delle parti generali delle "Tesine del 1972", che sono tanto prese dalla foga di sbrigarsi a far fronte alla situazione, che urge, che decidono di accantonare la ripresa sindacale: addirittura s'arriva ad ipotizzare la necessità di importare la lotta tradeunionista nelle masse. Come a dire, anche se il proletariato non vorrà saperne, allora gli imporremo oltre al nostro programma, anche la sua spontanea lotta di classe. Perciò rivalutazione di tutte le tendenze che si sono espresse al di fuori dei partiti opportunisti e dei sindacati corrotti.

"Il Partito deve aver chiara coscienza - e il coraggio di proclamarlo - che la via della ripresa proletaria classista, nel risalire dall'abisso della controrivoluzione, passerà necessariamente attraverso esperienze dolorose, bruschi contraccolpi, delusioni amare, come attraverso confusi tentativi di riscossa dal peso schiacciante di un cinquantennio di infame prassi opportunista. Esso non solo non può condannare gli episodi di scioperi selvaggi, di costituzioni di comitati di scioperi o "di base" ecc. - fenomeni del resto ricorrenti, a parte i nomi, nella storia del movimento operaio -, né disinteressarsene perché non rientrano nello schema armonioso di una battaglia centralmente organizzata ed estesa su tutti i fronti, ma, riconoscendovi il sintomo di una istintiva reazione proletaria allo stato di impotenza al quale i sindacati riducono le sue lotte e rivendicazioni, deve trarne motivo per inculcare in uno strato sia pure esile di sfruttati la coscienza di come i loro sforzi, per quanto generosi, siano condannati a rimanere sterili se la classe non trova in se' la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell'attacco diretto e generale al potere capitalistico." (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

E dunque partecipazione nei comitati, purché siano derivati dalla "area rivoluzionaria".

"Allo stesso modo… i militanti operai del partito non si sottrarranno a corresponsabilità di direzione in tali comitati od organi temporanei, purché non strumentalizzati in partenza da forze politiche estranee alla tradizione classista, ed esprimenti una effettiva combattività operaia, non tralasciando però occasione per ribadire la necessità di superare il cerchio chiuso della località o dell'azienda, e di utilizzare l'energia di classe al rafforzamento del partito rivoluzionario e alla rinascita, possibile solo in concomitanza di una vigorosa ripresa proletaria, di organismi intermedi generali di classe, e non cadendo mai nell'errore di teorizzare o ammettere che si teorizzino questi o analoghi organi locali o temporanei come il modello della futura associazione economica e, in genere, intermedia." (Il Partito di fronte alla "Questione Sindacale", da Il Programma Comunista, N.3 del 1972)

FAR TESORO DEGLI ERRORI PER CONTINUARE LA NOSTRA BATTAGLIA

Ormai abbiamo raggiunto un punto dal quale non si ritorna indietro, anche se il Partito subirà progressivamente i contraccolpi organizzativi inerenti a queste posizioni nel successivo decennio, fino a sgretolarsi. Ormai sono stati intaccati molti dei punti fermi che da sempre avevano caratterizzato la Sinistra. Come quello che ci siano zone, frange, partiti o movimenti politici progressivi o addirittura rivoluzionari oltre al nostro, in questa nostra futura rivoluzione comunista occidentale. E per noi che la rivoluzione comunista sia proletaria e quindi del solo partito comunista è il principio dei principi. Eppure nel 1972 lo si mise tranquillamente da parte in nome della pretesa scoperta dell'area rivoluzionaria. Dopo di che ci si gettò all'esterno alla "caccia del comitato", si riscoprì il "fronte unico" alla trotzkista, quello politico. Si disse che la Sinistra non aveva capito molte cose, in primo luogo la tattica dei bolscevichi, e che dovevamo imparare dal III Congresso dell'Internazionale Comunista ad andare a caccia della "maggioranza" nei Comitati. Tutto divenne degno di nota: il femminismo, l'antifascismo, l'autoriduzione, l'OLP, e così via fino all'uso della scheda come forma di lotta. Ed infine si riscoprì la democrazia come unico rimedio per far funzionare un partito ormai lacerato da mille correnti. Tutta l'esperienza politica di quasi un secolo di lotte della Sinistra contro tutte le forme di opportunismo fu gettata alle ortiche. E tutto questo per non avere saputo, o forse non essere potuti, tornare indietro da un errore tattico. Dunque oggi bisogna ripartire da dove il filo è stato spezzato, dal 1972. Bisogna farsi carico delle necessità che il Partito aveva, ma che non seppe affrontare e risolvere. Ciò facendo prendiamo atto degli errori fatti e ne facciamo tesoro. Nel contempo, per uscire da questo "'tunnel nero" siamo stati costretti a tornare alle fonti, dove la questione originariamente fu impostata e risolta. Ha poca importanza quanti siamo e cosa sarà delle nostre personucce. Sappiamo che chiunque aspiri alla rivoluzione deve fare i conti con queste posizioni, che sono quelle tradizionali della Sinistra. Il futuro partito, se sarà, non potrà non risolvere la questione sindacale come la intendeva la Sinistra nel I951, almeno fino a quando la situazione generale non darà chiari sintomi di miglioramento. Allora dalla fase della resistenza passeremo a quella della conquista del sindacato di classe, quale esso sarà.

Non ci sono compiti nuovi da inventarci, ma bisogna studiare bene il senso e le indicazioni pratiche date nel 1951 al lavoro sindacale. Dopo di che dovremo saperle rapportare alla situazione che stiamo vivendo. Lo studio delle odierne organizzazioni economiche intermedie e della stessa fase che sta attraversando la CGIL è rimandata ad altri lavori, che imposteremo nella convinzione che la storia non ci abbia dato che conferme: il proletariato è sempre più impastoiato nel processo di accumulazione capitalistico, il sindacato è sempre più statalizzato, il partito è sempre inesistente alla scala mondiale. Ma nonostante ciò oggi, nel nuovo millennio, le condizioni per la rivoluzione sono cento volte più mature del 1971 e del 1951 e l'apertura di una fase di ripresa delle lotte proletarie è più vicina di allora.

Il nostro contributo, non fosse altro, non sarà di poco conto; nella convinzione che il Partito che domani ci immaginiamo forte e potente come non mai, potrà lottare per la vittoria, solo tenendo ferme le proprie posizioni, specialmente in campo sindacale.