MATERIALISMO   DIALETTICO 

Considerazioni sulla tattica in relazione alla questione nazionale. 

Le posizioni da sostenere, in materia di autonomia nazionale e diritti di autodecisione delle nazioni, sono state e sono tutt’oggi particolarmente rilevanti ai fini dell’individuazione del piano tattico complessivo e, perfino, ai fini del mantenimento di una corretta visione complessiva delle vicende storiche e dei rapporti di classe nelle varie fasi.

E’ possibile riassumerle, nella loro sostanza, attraverso le posizioni espresse in particolare da Lenin, anche in polemica con quelle espresse da R. Luxembourgh, e che sono state spesso prese come riferimento fondamentale nei testi del Partito Comunista Internazionale, specialmente dagli anni ’50 in poi [1]

 

1.      Il primo punto è che, essendo entrati nell’epoca dell’imperialismo “conclamato” con l’esplosione della prima guerra mondiale, il capitale ha ormai superato ogni limite nazionale e ha posto all’ordine del giorno le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo.

2.      Ne deriva immediatamente che il socialismo, là dove riesce ad essere vittorioso, deve riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni, pur trattandosi di un diritto realizzabile anche nell’epoca capitalistica, ma che le nazioni dominanti non riconoscono mai fino in fondo alle nazioni dominate.

3.      L’aspetto caratterizzante le posizioni del socialismo rivoluzionario, in tale questione, è che il diritto all’autodecisione deve oltrepassare i limiti della legalità borghese favorendo la formazione di un terreno di lotta su cui sia possibile l’attacco diretto del proletariato contro la borghesia.

4.      Deve essere negato decisamente che sia possibile passare dall’affermazione del diritto all’autodecisione delle nazioni ad un’unione pacifica ed egualitaria di tutte le nazioni, in quanto nell’epoca imperialistica, le nazioni sono inevitabilmente divise tra nazioni dominanti e nazioni oppresse.

5.      Il proletariato delle nazioni dominanti deve esigere il riconoscimento del diritto alla separazione delle nazioni oppresse, mentre i socialisti delle nazioni oppresse devono difendere l’obiettivo dell’unità anche organizzativa con il proletariato delle nazioni dominanti.

6.      In generale una guerra nazionale può trasformarsi in guerra imperialista e viceversa. Tuttavia bisogna tenere distinte le due forme di guerre e sostenere che l’attuale (la prima guerra mondiale e, di conseguenza, anche le successive) guerra imperialista tende obiettivamente a trasformarsi in guerra civile contro la borghesia imperialistica mondiale, in quanto, nella fase storica dell’imperialismo, la sola classe che rappresenta uno sviluppo progressivo è il proletariato.

7.      In generale la trasformazione di una ipotetica guerra imperialista in guerra nazionale è possibile solo ad una serie di condizioni che implicherebbero per l’Europa un’involuzione di parecchi decenni e, forse, di secoli: dunque è molto improbabile, ma non impossibile.

8.      L’epoca dell’imperialismo ha determinato il carattere imperialista dell’attuale guerra e di guerre imperialiste ce ne saranno altre fino all’avvento del socialismo.

9.      Tuttavia, nell’epoca dell’imperialismo, sono inevitabili anche guerre nazionali da parte delle colonie e delle semi colonie contro determinati paesi imperialisti.

 

Si tratta di punti che devono essere riaffermati anche nella realtà contemporanea. Tuttavia essi devono essere inquadrati in una visione più generale e complessiva del tema. Ci serviremo di ampie citazioni di un altro di testo di Lenin, del febbraio 1915[2]:

 

“A.Potresov ha intitolato il suo articolo < sul limitare di due epoche >. E’ indiscutibile che noi viviamo sul limitare di due epoche, e gli avvenimenti storici di grandissima importanza che si svolgono dinanzi a noi possono essere compresi soltanto analizzando, in primo luogo le condizioni oggettive del passaggio da un’epoca all’altra. Si tratta di grandi epoche storiche; in ogni epoca ci sono e ci saranno movimenti parziali, singoli, ora in avanti, ora indietro; vi sono e vi saranno diverse deviazioni dal tipo medio e dal ritmo medio del movimento. Non possiamo sapere con quale rapidità, né con quale successo, si svilupperanno singoli movimenti storici di una determinata epoca. Ma possiamo sapere e sappiamo quale classe sta al centro di questa o quell’epoca e ne determina il contenuto fondamentale, la direzione principale del suo sviluppo, le particolarità essenziali della situazione storica, ecc. Solo su questa base, cioè tenendo conto in primo luogo dei principali caratteri peculiari delle varie « epoche » (e non dei singoli episodi della storia dei singoli paesi), possiamo costruire giustamente la nostra tattica; e solo la conoscenza dei lineamenti principali di una data epoca storica può essere la base che permette di tener conto delle caratteristiche più particolari di questo o quel paese.”

 

“Il metodo di Marx consiste prima di tutto nel considerare il processo oggettivo del processo storico in un determinato momento concreto, in una data situazione, nel comprendere prima di tutto quale movimento, e di quale classe, è la molla fondamentale del progresso possibile in una situazione concreta. Allora, nel 1859, il contenuto oggettivo del processo storico nell’Europa continentale non era l’imperialismo, ma erano i movimenti borghesi di liberazione nazionale. La molla principale era il movimento della borghesia contro le forze feudali ed assolutistiche .. [Ma] Potresov non ha riflettuto sul valore della verità che egli ha espresso con queste parole. Ammettiamo che due paesi siano in guerra fra loro nell’epoca dei movimenti borghesi di liberazione nazionale. A quale paesi augurare il successo dal punto di vista della democrazia moderna? Naturalmente a quello il cui successo darà più impulso e svilupperà più impetuosamente il movimento di liberazione della borghesia, scalzerà di più il feudalesimo. Ammettiamo, poi, che l’elemento determinante della situazione storica oggettiva sia cambiato e che al posto del capitale del periodo di liberazione nazionale vi sia il capitale finanziario internazionale, reazionario e imperialista. Il primo dei due paesi possiede, mettiamo, i tre quarti dell’Africa e il secondo un quarto. Il contenuto oggettivo della loro guerra è una nuova spartizione dell’Africa. A quale parte augurare il successo? La domanda, posta nella sua forma precedente, é assurda, perché non ci sono più i precedenti criteri di valutazione: non c’è né il pluriennale sviluppo del movimento di liberazione borghese, né il pluriennale processo di decadenza del feudalesimo. Non è compito della democrazia moderna di aiutare né il primo paese a consolidare il suo « diritto »  sui tre quarti dell’Africa, né di aiutare il secondo ad appropriarsi questi tre quarti (anche se la sua economia si sviluppa più rapidamente di quella del primo).

La democrazia moderna resterà fedele a se stessa solo se non si alleerà a nessuna borghesia imperialista, se dichiarerà che « tutte e due sono pessime », se in ogni paese augurerà la sconfitta della borghesia imperialista. Ogni altra soluzione sarà, in pratica, nazional – liberale, non avrà niente a che fare col vero internazionalismo.”

 

“Inoltre Marx, come è stato costretto a riconoscere perfino A.Potresov, quando « soppesava » i conflitti internazionali sulla base dei movimenti borghesi nazionali e di liberazione, s’ispirava a considerazioni miranti a determinare il successo di quale parte fosse più suscettibile di favorire lo « sviluppo » (p. 74 dell’articolo di A.Potresov) dei movimenti democratici nazionali e popolari in generale. Ciò vuol dire che di fronte ai conflitti militari nati sul terreno dell’ascesa della borghesia verso il potere nelle singole nazioni, Marx, come nel 1848, si preoccupava più di tutto dell’estensione e dell’accentuazione dei movimenti democratico - borghesi con la partecipazione di masse sempre più larghe e più plebee, della piccola borghesia in generale, dei contadini in particolare, e infine delle classi non abbienti. Proprio questa attenzione di Marx all’estensione della base sociale del movimento, al suo sviluppo, distingueva radicalmente la tattica conseguentemente democratica di Marx dalla tattica inconseguente di Vassalle, incline all’alleanza con i nazional – liberali.

Anche nella terza epoca i conflitti sono rimasti per la loro forma uguali ai conflitti della prima epoca, ma il loro contenuto sociale e di classe è cambiato radicalmente. La situazione storica obiettiva è oggi completamente diversa.

Invece della lotta antifeudale del capitale, che si sviluppa e procede verso la liberazione nazionale, si accende la lotta del capitale finanziario più reazionario, sorpassato e sopravvissuto a se stesso, in decadenza contro le forze nuove. La forma borghese nazionale dello stato che, nella prima epoca, favoriva lo sviluppo delle forze produttive dell’umanità che si liberava del feudalesimo, è oggi, nella terza epoca, un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive … Nella prima epoca, obiettivamente, il problema storico era: come la borghesia progressiva doveva « utilizzare», nella sua lotta contro i rappresentanti principali del feudalesimo morente, i conflitti internazionali per il massimo vantaggio di tutta la democrazia borghese mondiale in generale…

Adesso, nella terza epoca, non ci sono più affatto cittadelle feudali d’importanza europea. Certo, la democrazia moderna ha il compito di« utilizzare» i conflitti internazionali, ma quest’utilizzazione dev’essere precisamente internazionale – malgrado A. Potresov e Kautsky – e dev’essere diretta non contro singoli capitali finanziari nazionali, ma contro il capitale finanziario internazionale. E a utilizzare i conflitti non deve essere la classe che cinquanta o cento anni fa era scendente. Allora si trattava« dell’azione internazionale» (l’espressione è di A.Potresov) della democrazia borghese più avanzata; ora un compito dello stesso genere è storicamente maturato ed è stato posto dalla situazione oggettiva di fronte a una classe completamente diversa.”[3]

 

 

Qualche sprovveduto potrebbe sostenere che Lenin, nel 1915, esprima delle posizioni su una questione così importante e, appena un anno dopo, ne esprima altre completamente diverse. E’ ovvio, invece, che c’è un legame che ne fa un’unica posizione. In “Sotto la bandiera altrui” Lenin affronta la questione da un punto di vista generale e sostiene un principio importantissimo, che spesso è stato dimenticato anche da sedicenti continuatori della sua opera e di quella della Sinistra. Il principio è il seguente:

 

E’ possibile costruire giustamente la nostra tattica solo tenendo conto in primo luogo dei principali caratteri peculiari delle varie « epoche » e ciò significa che dobbiamo sapere quale classe sta al centro di questa o quell’epoca e ne determina il contenuto fondamentale. Nell’epoca pre – imperialistica (lo spartiacque è la prima guerra mondiale, perché, con tale guerra, ormai, l’imperialismo, pur sorto nei decenni precedenti, si è apertamente conclamato) il contenuto oggettivo del processo storico nell’Europa erano i movimenti borghesi di liberazione nazionale. Nell’epoca attuale (attuale nel senso di allora, 1914, ma anche di oggi, perché l’epoca dell’imperialismo è quella « suprema » del capitalismo), anche se i conflitti sono rimasti identici nella forma a quelli dell’epoche precedenti (e dunque, a maggior ragione, se sono cambiati anche nella forma), il loro contenuto sociale e di classe è cambiato radicalmente. La situazione storica obiettiva è oggi completamente diversa. L’entrata definitiva nella fase imperialistica ha determinato un cambiamento oggettivo della situazione storica mondiale, che non potrà più essere analizzata e valutata, nelle sue linee generali e fondamentali, in segmenti geo - politici (Europa, America, Africa, Asia) tra di loro autonomi: nella fase imperialistica, invece della lotta antifeudale del capitale, che si sviluppa e procede verso la liberazione nazionale, si è accesa definitivamente la lotta del capitale finanziario più reazionario e, pertanto, la forma borghese nazionale dello stato che, nella prima epoca, favoriva lo sviluppo delle forze produttive dell’umanità che si liberava del feudalesimo, è oggi, nella terza epoca, un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

 

Quando Lenin si riferiva a Marx ed Engels, che analizzavano i conflitti della loro epoca per determinare quale soluzione fosse più favorevole ad uno sviluppo progressivo della situazione storica, si riferiva a passi come questo (si tratta di un articolo di Engels che commenta la guerra russo turca del 1854):

 “Ma la Russia rimarrà sola? Da quale parte staranno l'Austria e la Prussia, gli Stati tedeschi e quelli italiani da esse dipendenti, in una guerra generale? Si dice che Luigi Bonaparte abbia notificato al governo austriaco che, se in caso di un conflitto con la Russia, l'Austria si schierasse al fianco di questa potenza, il governo francese si servirebbe di tutti gli elementi insurrezionali che in Italia e in Ungheria hanno soltanto bisogno di una scintilla per svilupparsi nuovamente in un incendio impetuoso, e successivamente la Francia cercherebbe di ricostituire le nazioni d'Italia e d'Ungheria. Una simile minaccia può avere un certo effetto sull'Austria e può contribuire a mantenerla neutrale il più a lungo possibile, ma non è presumibile che l'Austria possa mantenersi in disparte da un simile conflitto se esso dovesse scoppiare. Anche il solo fatto che questa minaccia é stata pronunciata potrà suscitare parziali moti insurrezionali in Italia, con la conseguenza di rendere l'Austria un vassallo ancora più dipendente e sottomesso della Russia. E poi, dopo tutto, questo gioco napoleonico non è già stato giocato una volta? È presumibile che l'uomo che ha restituito al papa il suo trono temporale e che ha pronto in fresco un candidato per la monarchia di Napoli, dia agli italiani quello che essi vogliono altrettanto quanto l'indipendenza dall'Austria: l'unità? È presumibile che il popolo italiano si precipiti a capofitto in un simile tranello? Gli italiani sono senza dubbio gravemente oppressi dal dominio austriaco, ma non saranno certo molto ansiosi di contribuire alla gloria di un impero che già vacilla nella sua terra natia in Francia e di un uomo che fu il primo a schierarsi contro la loro rivoluzione.

Ma finché la guerra è limitata alle potenze occidentali e alla Turchia da un lato, e alla Russia dall’altro, non sarà una guerra europea del tipo che abbiamo conosciuto a partire dal 1792. …

Ma non dobbiamo dimenticare che vi è una sesta potenza in Europa, che a un dato momento può affermare la propria supremazia su tutte le cinque cosiddette "grandi" potenze e farle tremare tutte quante. Questa potenza è la rivoluzione. A lungo silenziosa e in disparte, essa è di nuovo chiamata all'azione della crisi economica e dalla mancanza di generi alimentari. Da Manchester a Roma, da Parigi a Varsavia e a Pest, essa è onnipresente, solleva il capo e si desta dal suo sopore. Molti sono i sintomi della sua vita rinascente, ovunque manifesti nella inquietudine e nell'agitazione da cui il proletariato è preso. Un segnale soltanto è necessario e la sesta e più grande potenza d'Europa si farà avanti in una scintillante armatura con la spada in pugno, come Minerva dalla testa di Zeus. L’imminente guerra europea darà il segnale e allora ogni calcolo sull'equilibrio del potere sarà alterato dall'aggiunta di questo nuovo elemento che, perennemente esuberante e giovane, manderà all'aria i piani delle vecchie potenze d'Europa con tutti i loro generali, come già fece tra il 1792 e il 1800."[4]

 

E’ ovvio che sia Engels che Lenin speravano in un’accelerazione della crisi mondiale e della rivoluzione proletaria, che invece non c’è stata. Ma, nonostante ciò, le tesi generali e l’impianto del nostro piano tattico anche per il futuro è pienamente confermato. In particolare è da sottolineare come gli avvenimenti storici, anche successivi alla seconda guerra mondiale, abbiano confermato l’esattezza dei principi suddetti. La storia dell’ultimo cinquantennio è una storia di guerre e movimenti nazionali (Cina, Vietnam, Algeria, per citare i casi più eclatanti), ma nessuno di essi, nemmeno quelli più radicali, ha minimamente contribuito non tanto alla lotta proletaria, ma nemmeno al risveglio di tale lotta. E ciò conferma che, se da un lato, sarebbe sciocco escludere in assoluto l’eventualità di altre rivoluzioni nazionali, così come sarebbe contrario ad ogni principio comunista negare il diritto all’autodecisione delle nazionalità oppresse, dall’altro, si deve rimarcare in maniera indiscutibile quanto affermato da Lenin in “Sotto la bandiera altrui”:

nell’epoca imperialista, la classe che sta al centro di tale epoca e ne determina il contenuto fondamentale è il proletariato e ciò esclude che la borghesia, o parti della borghesia, possano avere ancora un ruolo progressivo negli avvenimenti mondiali di una qualche rilevanza.

Con l’ulteriore, ma decisivo chiarimento: il proletariato è classe per sé solo se alla sua testa ha il Partito Comunista e, dunque, svolgerà la sua funzione di classe fondamentale dell’epoca imperialista quando questo ricongiungimento avverrà; fino ad allora lo stesso proletariato potrà anche partecipare socialmente a movimenti, lotte e guerre nazionali, ma lo farà non per sé, ma per la borghesia, locale e mondiale.

 



[1] Vedi in particolare: Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione,  in o.c. XXII, pag.146 – 164; Lenin,  A proposito dell’opuscolo di Junius, in o.c. XXII, pag. 304 – 318;

[2]  Lenin, Sotto la bandiera altrui, o.c.XXI, pag. 121 – 139. Lenin scrive questo testo in polemica sia contro Kautsky, che contro Potresov, che avevano affrontato la medesima questione. Kautsky era giunto alla conclusione che la guerra della Germania era una guerra progressiva, soprattutto contro l’autocrazia russa, che, difendendo ancora strutture di tipo feudale, impediva alla Germania di progredire definitivamente verso una struttura economica e sociale di tipo pienamente borghese – capitalistico. Kautsky sosteneva altresì, con l’aiuto anche di importanti testi di Marx e di Engels, che il movimento socialista avrebbe dovuto facilitare la vittoria militare della Germania. Era facile per Lenin stigmatizzare tali posizioni come uno stravolgimento in senso nazionalista delle tesi del socialismo internazionale.

Potresov, un menscevico russo, rispondeva a Kautsky sostenendo invece che l’esito della guerra, con l’eventuale vittoria di una determinata coalizione, dovesse essere valutato dal punto di vista non del socialismo nazionale alla Kautsky, ma da quello internazionale; e, proprio per questo, sembrava che le opinioni di Potresov dovessero essere approvate incondizionatamente. Anche Potresov portava a sostegno della propria posizione importanti testi di Marx e di Engels, specialmente quelli che valutavano gli esiti della guerra russo – turca degli anni intorno al 1850 - 1860. Viceversa Lenin individua proprio in quest’ultime le posizioni più pericolose e più distorsive delle autentiche posizioni del socialismo internazionale e rivoluzionario.

 

[3] Lenin, Sotto la bandiera altrui, o.c.XXI, pag. 121 – 139. Lenin scrive questo testo in polemica sia contro Kautsky, che contro Potresov. Essi avevano affrontato la medesima questione. Kautsky era giunto alla conclusione che la guerra della Germania era una guerra progressiva, soprattutto contro l’autocrazia russa, che, difendendo ancora strutture di tipo feudale, impediva alla Germania di progredire definitivamente verso una struttura economica e sociale di tipo pienamente borghese – capitalistico. Kautsky sosteneva altresì, con l’aiuto anche di importanti testi di Marx e di Engels, che il movimento socialista avrebbe dovuto facilitare la vittoria militare della Germania. Era facile per Lenin stigmatizzare tali posizioni come uno stravolgimento in senso nazionalista delle tesi del socialismo internazionale.

Potresov, un menscevico russo, rispondeva a Kautsky sostenendo invece che l’esito della guerra dovesse essere valutato dal punto di vista non del socialismo nazionale alla Kautsky, ma da quello internazionale e sembrava che le opinioni di Potresov dovessero essere approvate incondizionatamente. Viceversa Lenin individua proprio in quest’ultime le posizioni più pericolose e più distorsive delle autentiche posizioni del socialismo internazionale e rivoluzionario.

[4] F. Engels, La guerra europea, editoriale del "N.YorkDaily Tribune", 2 febbraio 1854