MATERIALISMO DIALETTICO

 

La questione palestinese

Marxismo e questione nazionale

Delle attuali e più remote vicende palestinesi si dice generalmente quanto segue.

La causa dell’emancipazione delle masse povere arabe, sfruttate anche dalla stessa borghesia araba, non potrebbe, in nessun caso, venir neppure abbozzata se non attraverso un movimento di resistenza e di attacco ai capisaldi imperialisti, di cui Israele è un avamposto. La situazione di arretratezza dei paesi arabi, e in primo luogo degli arabi palestinesi, dipenderebbe da un insieme storico di operazioni di colonizzazione e di sfruttamento che hanno bloccato un vero e proprio processo di trasformazione rivoluzionaria. Così è il sistema imperialista mondiale, che domina strutturalmente e con tutti i mezzi – da quelli finanziari a quelli militari - questi stati, sistema in cui sono comprese le stesse classi dirigenti israeliane, che però agirebbero esclusivamente per conto terzi, in particolare per conto degli USA.

La tesi suddetta, sostenuta esplicitamente, o tra le righe, da quasi tutti i movimenti, partiti  e “partitini” della sinistra, nella sua genericità e superficialità, contiene non solo evidenti falsità, ma anche il rinnegamento totale dei fondamenti del materialismo dialettico, al quale spesso i sostenitori di tali tesi pretendono richiamarsi. Lo dimostreremo richiamando anzitutto i cardini fondamentali del materialismo marxista e verificandoli poi con le principali vicende attuali e meno attuali.

Rivoluzione e modi di produzione

Solo quando le vicende sociali sono tali da condizionare e modificare i fondamenti dei rapporti di classe, con il passaggio da un modo di produzione ad un altro, allora possiamo parlare di vicende rivoluzionarie. A questo proposito una prima precisazione è indispensabile proprio in riferimento al concetto di « modo di produzione ». Molti fanno fatica a capire che tale concetto equivale a ciò che Marx chiama « struttura economica » e lo confondono con quello più banale e superficiale di « tecniche di produzione ». Il modo di produzione antico o schiavista resta tale anche se già nell’antica Roma, o addirittura nella Grecia classica, sono presenti rapporti di lavoro salariato. Una tale eccezionale presenza non scalfisce il carattere fondamentale della struttura economica, che corrisponde al modo di produzione schiavista. Questo viene sostituito dal modo di produzione feudale, quando il fondamento dei rapporti sociali è dato da rapporti di servitù della gleba, e, a sua volta, il modo di produzione feudale viene sostituito dal modo di produzione capitalistico, quando si generalizza il rapporto di lavoro salariato; e quest’ultimo modo di produzione è ancora bello vegeto ed è lì che attende solo di essere distrutto dalla rivoluzione comunista. Sono questi i modi di produzione nella vecchia Europa, ai quali vanno aggiunti i modi di produzione asiatico e il comunismo primitivo. Nel linguaggio marxista non ci sono altri modi di produzione e il concetto di rivoluzione è strettamente legato al trapasso dall’uno all’altro. E’ falso e mistificante parlare di rivoluzione quando viene modificata solo la superficie dei rapporti sociali, senza alcun riferimento ai rapporti fondamentali di classe, che restano invariati. Solo chi ha finito per dimenticare i nessi fondamentali e l’insieme dei rapporti tra base economica e sovrastruttura parla di rivoluzione ad ogni fermento e ad ogni, se pur piccolo, movimento sociale.

Pertanto, secondo il marxismo, tutte le questioni storiche e sociali sono risolubili coi dati di principio, mentre è tipico di altri metodi di indagine e di elaborazione teorica sostenere che non è possibile dare di esse alcuna soluzione, né per quanto riguarda i fondamenti teorici né per quanto riguarda interpretazioni delle vicende contingenti, se non attraverso i dati dell’ultimo momento. Anzi, è rarissimo che, al di fuori del materialismo dialettico, venga dato qualche credito alla pretesa di individuare fondamenti teorici relativi alle varie vicende storiche, mentre si ritiene che sia importante esclusivamente la libera comprensione e la libera interpretazione degli accadimenti immediati e superficiali. Cosa perfettamente coerente con una volontà di non legarsi le mani con nessun principio, in modo da avere la massima libertà di azione (libertà di tattica). Secondo costoro i fenomeni sociali sono o del tutto casuali o, tutt’al più e secondo correnti idealistiche,  emanazione di idee e principi astratti; secondo il marxismo ogni questione deve essere esaminata in relazione ai rapporti di classe e quindi ai modi di produzione, in quanto quelli sono il fondamento di tutti i rapporti sociali. Sta qui il fondamento materialistico del marxismo, certo non di un materialismo qualunque, bensì dialettico - ed è tale in quanto si avvalga nel metodo della dialettica hegeliana -, ma pur sempre materialismo.  

Principio di nazionalità e fasi storiche 

Per le suddette ragioni, dunque, anche la questione delle nazionalità va incardinata nella teoria dello stato, inteso come espressione principale della lotta delle classi, e quindi come risultato della successione storica dei modi di produzione.  

Il fattore nazionale, considerato in senso stretto e spesso determinante di importanti avvenimenti storici, comprende vari elementi, che vanno da quelli di carattere etnico a quelli più specificamente “culturali”, quali la religione e, almeno per certi aspetti, il linguaggio; ma, considerato nel suo fondamento e nell’epoca storica del capitalismo nascente, esso è determinato dall’esigenza della formazione di un mercato territoriale contraddistinto dal medesimo diritto positivo e dunque da uno stato unitario. Ecco perché, nella formazione dello stato borghese – capitalistico, il concetto di nazione tende a coincidere con quello più strettamente giuridico di popolo, inteso come effettivo elemento costitutivo dello stato, in quanto insieme di tutti i “cittadini”. Nei modi di produzione precapitalistici, invece, il concetto di nazione, quando viene usato, è inteso in modo completamente diverso [1] rispetto a quello che ha assunto con l’affermazione del moderno capitalismo. Dunque la specifica funzione storica del fattore nazionale è consistita nel favorire la formazione delle condizioni materiali e giuridiche favorevoli al nuovo modo di produzione capitalistico. Si è trattato e si tratta di uno dei più potenti strumenti dell’accumulazione capitalistica, la cui funzione, tuttavia, è rivoluzionaria o imperialistica a seconda delle epoche storiche. E’ così che la borghesia si forgia il suo strumento di dominazione di classe, il suo stato: nella fase storica in cui è classe rivoluzionaria, la sua funzione deve essere quella di distruggere i modi di produzione precapitalistici; nella fase storica imperialistica deve essere quella di imporre, se occorre con l’uso della forza militare, il proprio predominio su aree territoriali più ampie e tendenzialmente sul mondo intero, anche di fronte ad altre borghesie nazionali. Perciò, nel suo fondamento e indipendentemente dalle epoche storiche, l’ideale nazionale non è altro che il modo con cui la borghesia coinvolge tutto il popolo nella sua funzione storica. Con una colossale differenza: nelle epoche storiche in cui la borghesia è classe rivoluzionaria, il richiamo agli ideali nazionali ha lo scopo di distruggere ogni legame servile tipico dell’epoca feudale, mentre, nell’epoca dell’imperialismo, lo stesso richiamo ha lo scopo di coinvolgere tutte le classi sociali, compreso la classe operaia, in una lotta mondiale per l’accaparramento di ogni forma di privilegio. Si tratta di un cambiamento avvenuto durante l’intero diciannovesimo secolo, ma ormai il suo contenuto ha impregnato il mondo intero, dalle grandi metropoli, ormai da molto tempo imperialiste, ai più piccoli paesi già pienamente capitalisti dal punto di vista del modo di produzione. Paesi che, da un lato, sono assoggettati alle metropoli e, dall’altro, cercano di conquistare privilegi o di opporsi agli altrui privilegi limitatamente ad una piccola zona, diventando essi stessi imperialisti, anche se di piccolo cabotaggio.

Si tratta di una questione molto importante. Molti, perfino nel campo sedicente marxista e internazionalista, tendono a dimenticarlo: gli uni finiscono per cancellare arbitrariamente ogni elemento di nazionalità e gli altri per rinnegare il fondamento stesso del marxismo e cioè l’analisi prioritaria dei rapporti di classe e dei modi di produzione. In un testo del 1955 - 57, raccolto poi con il titolo di “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, tale questione fu affrontata commentando un’importante risoluzione sul problema delle nazionalità, presentata da Lenin alla settima conferenza panrussa svoltasi in aprile–maggio del 1917, [2] e costituisce ormai una lezione che fa parte del patrimonio della Sinistra Comunista. Il punto cardinale di tale lezione consiste proprio nel non dimenticare mai che il significato di classe delle rivendicazioni nazionali è strettamente legato al contenuto del modo di produzione. [3]

Dunque, nell’epoca imperialista, l’elemento nazionale ha costituito e costituisce sempre di più la base sociale di quello che Lenin chiamava “socialimperialismo”, cioè la base sociale dell’opportunismo operaio più maturo e strettamente e convintamene legato agli interessi della propria borghesia. [4] Non si tratta di dichiarare “per decreto” chiusa in ogni angolo del pianeta la fase e l’eventualità di una «doppia rivoluzione». Se ancora esistono aree dove il capitalismo non è stato introdotto in maniera decisiva, è possibile che lì la borghesia sia ancora alleata del proletariato, anche se certamente in posizione totalmente subalterna. Tuttavia, se tale eventualità era dichiarata di scarsa rilevanza per la tattica rivoluzionaria internazionale nel 1945, oggi ciò deve essere dichiarato ancor più decisamente, visto che nel frattempo sono esaurite vicende storiche certamente non importanti come quelle legate alla rivoluzione russa, ma pur sempre rivoluzionarie, come in primo luogo la rivoluzione cinese. La conclusione moderata (e tutta di segno capitalistico) delle rivoluzioni nazionali in Cina, in Asia, in Africa e in America Latina, dal 1945 ad oggi, mette ancora di più in risalto la giustezza della tesi del 1945: se la fase imperialistica è l’ultima e la più pura fase del capitalismo, del capitalismo nella sua essenza più profonda, se esso ormai si è insediato in ogni area socialmente importante del pianeta, questo può essere sconfitto solo dal movimento proletario internazionale. Un movimento nazionale, fosse pure rivoluzionario ed antimperialistico, non può essere il fulcro del movimento anticapitalistico mondiale, altrimenti verrebbe clamorosamente negata la base fondamentale del marxismo, che sostiene che solo il proletariato è classe rivoluzionaria nei confronti del modo di produzione capitalistico, mentre ogni movimento nazionale, per definizione, comprende sempre più classi. Ciò non esclude che i movimenti nazionali antimperialisti, come certamente lo è stato e almeno in parte lo è tuttora il movimento palestinese, possano contribuire come alleati del movimento proletario mondiale alla sconfitta dell’imperialismo mondiale, ma il loro destino è strettamente legato al movimento proletario e comunista mondiale: nell’assenza pressoché totale di un tale movimento, assenza che dura ormai da ben oltre mezzo secolo, è inevitabile che tali movimenti si trasformino in movimenti subordinati agli interessi della borghesia, sia di quella locale che di quella mondiale.

Il diritto di autodeterminazione delle nazionalità 

Uno tra i principali aspetti della sovrastruttura della società borghese è stato ed è “il diritto delle nazioni” alla loro libertà e alla loro autonomia. Perfino nella moderna tendenza al superamento dei limiti nazionali, teorizzata ai fini dell’accaparramento del maggior vantaggio economico possibile nella concorrenza internazionale, nessuno si è mai spinto fino a teorizzare l’abbandono della sovranità politica statale e dunque nazionale.

Si tratta, come è noto, di uno dei lati più caratteristici che la borghesia ha affermato nella sua fase rivoluzionaria e, nella sua più completa elaborazione teorica, tale diritto viene fatto discendere direttamente dal “Diritto Naturale”. Conclusa la fase rivoluzionaria in Europa  – alla scala storica -  il significato della rivendicazione dell’autodeterminazione nazionale si presenta in modi diversi nella stessa Europa e nel resto del mondo. In particolare, dal periodo storico (seconda metà del diciannovesimo secolo) in cui il capitalismo a prevalente struttura concorrenziale si trasformò in capitalismo prevalentemente monopolistico con la contemporanea sottomissione del mondo intero alle maggiori potenze capitalistiche occidentali, la fase storica che viviamo è quella imperialistica, l’ultima del modo di produzione capitalistico e la vigilia del socialismo, per riprendere la classica affermazione di Lenin. Certo si tratta di una vigilia “storica” e non della festa del Capodanno, fosse pure del cosiddetto terzo millennio, di una vigilia che può durare anche secoli, ma è proprio in essa che si preparano tutte le condizioni del trapasso rivoluzionario dal capitalismo al socialismo. Lo stesso capitalismo - imperialismo, proprio perché vive l’ultima sua fase, diventa perfino sempre più parossistico nel reperire sempre nuove risorse nel tentativo di rinviare all’infinito la sua morte definitiva. Però, o si confermano i fondamenti dell’analisi di Lenin (“Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), o si rivalutano altre analisi contro cui proprio Lenin polemizzò (in primo luogo il “superimperialismo” kautskyano), oppure se ne propongono altre, che abbiano la pretesa di essere in regola con i principi del materialismo dialettico, come Kautsky l’aveva e come Lenin smascherò. L’alternativa è la rinuncia totale e “tout court” al marxismo.

Se le tesi di Lenin sono intimamente collegate con i fondamenti del marxismo, si deve porre prima di tutto il problema: quali sono le classi che lottano per una soluzione veramente rivoluzionaria della questione nazionale? La stessa trasformazione del modo di produzione feudale in quello capitalistico - borghese può avvenire in due modi: o con una rivoluzione borghese radicale - dal basso, oppure con una rivoluzione borghese - dall’alto. Storicamente solo il proletariato e i contadini poveri hanno espresso lotte per una soluzione radicale e dal basso delle questioni nazionali. Non così la stessa classe borghese nelle sue stratificazioni medio alte. Queste, attraverso i vari partiti nazional – liberali che le rappresentano, hanno sempre impostato il problema nazionale con argomentazioni “culturali”, con cui si sostiene la necessità dell’assoluta separazione nazionale, perfino sul piano dell’organizzazione operaia e sindacale. I proletari dovrebbero rispondere così:  

“..Ogni nazionalismo liberale borghese semina la corruzione più profonda nell’ambiente operaio … E questo è tanto più pericoloso, in quanto la tendenza borghese (e borghese – feudale) si trincera dietro la parola d’ordine della « cultura nazionale ». In nome della cultura nazionale i centoneri e i clericali, nonché i borghesi di tutte le nazioni, fanno i loro affarucci sporchi e reazionari.” [5]

Dal punto di vista marxista, il diritto all’autodecisione delle nazioni – indiscutibile per ogni liberale e, a maggior ragione, per ogni marxista – non è incompatibile né con il processo di assimilazione di varie nazionalità realizzato dagli stati capitalisticamente più avanzati, né tanto meno con l’unità organizzativa di tutti i proletari di qualunque nazionalità. Pertanto, la storica posizione del marxismo in tale materia può essere riassunta in questi tre punti schematici: 

1.      Ogni movimento nazionale, che ponga lo stesso problema nazionale come mezzo di una vera e propria rivoluzione borghese nelle zone ancora arretrate e precapitalistiche, non può non avere nel suo programma la nazionalizzazione della terra, in quanto è la misura più radicale per permettere lo sviluppo almeno del capitalismo agrario.

2.      Il movimento proletario, nelle zone in cui il movimento nazionale si ponga in senso genuinamente rivoluzionario, non può, da un lato, non partecipare al movimento nazionalistico, ma, dall’altro, perfino in queste zone, deve assolutamente criticare i programmi nazionali della borghesia e della piccola borghesia. Nella maniera più decisa deve affermare l’esigenza di organizzazioni proletarie uniche e distinte da quelle borghesi, indipendentemente dalla nazionalità degli stessi proletari.

3.      Non debbono essere affermate in nessun caso posizioni pregiudiziali circa l’autodeterminazione o l’assimilazione, denunciando nel contempo qualsiasi discriminazione nazionale ed affermando l’esigenza del collegamento della lotta nazionale con quella internazionale proletaria  anticapitalistica. 

Lotta contro l’oppressione nazionale e lotta proletaria internazionale

Per le suddette ragioni si è sempre posta storicamente, anche ai tempi di Marx, la questione del rapporto tra la lotta delle nazionalità oppresse e quella proletaria internazionale. A volte, nelle opere di Marx a proposito dell’India o dell’Irlanda, si trova espressa la posizione che la soluzione delle questioni nazionali è impossibile fino a che il proletariato non avrà rovesciato la borghesia nelle metropoli, ed altre volte si trova la posizione apparentemente opposta che la rivoluzione proletaria nelle metropoli è impossibile fino a che queste non saranno sconfitte nelle colonie dal movimento nazionalista rivoluzionario. La questione viene sottolineata da Lenin nel testo “Sul diritto di autodecisione delle nazioni”, scritto nel febbraio – maggio 1914. Egli dice che Marx, a proposito dell’Irlanda, in un primo momento pensava che non sarebbe stata liberata da un movimento nazionale, ma dal movimento operaio inglese. Però, dopo che la classe operaia inglese si dimostrò resistente ad un movimento veramente rivoluzionario cadendo per un periodo abbastanza lungo sotto l’influenza dei partiti liberali borghesi, Marx sostenne che la stessa classe operaia inglese non si sarebbe liberata fino a che il movimento nazionalista non avesse liberato l’Irlanda dal giogo dell’Inghilterra. Ciò non significa che Marx cambi posizione a seconda dell’evoluzione della situazione contingente alla maniera di ogni politicante borghese. Nello stesso testo Lenin, proseguendo nella sua analisi, sostiene che le premesse teoriche della questione come la poneva Marx nelle sue relazioni all’Internazionale nel dicembre 1869, erano che, da un lato, in Inghilterra la rivoluzione borghese era compiuta ormai da molto tempo, ma, dall’altro, in Irlanda, era ancora da compiere. Pertanto era naturale sostenere che il processo rivoluzionario dovesse prevedere sia la rivoluzione proletaria in Inghilterra che la rivoluzione borghese radicale in Irlanda sotto la bandiera dell’indipendenza dalla stessa Inghilterra. E del resto – è ancora il commento di Lenin – calcolare preventivamente tutti i possibili rapporti reciproci tra i movimenti borghesi di liberazione delle nazioni oppresse e i movimenti proletari delle nazioni che opprimono è cosa impossibile. C’è infine da sottolineare che porre la questione in quel modo è plausibile e doveroso quando siamo di fronte a movimenti nazionali veramente rivoluzionari, come lo era certamente in quel periodo storico il movimento di liberazione dell’Irlanda. Ma mezzo secolo dopo – è ancora il commento di Lenin nel maggio 1914 – le riforme dei liberali inglesi avevano ormai condotto a termine anche in Irlanda la trasformazione del modo di produzione feudale in quello capitalistico. E dunque anche in Irlanda, fin dai primi decenni del ventesimo secolo, si poneva esclusivamente l’esigenza di una rivoluzione proletaria e comunista come nel resto dei paesi europei.  

Questa era l’impostazione generale che ne dava Lenin: 

“Rispondere « sì o no » alla domanda di separazione di qualsiasi nazione? Sembra una rivendicazione molto « pratica ». In realtà è assurda, metafisicamente teorica, e porta praticamente alla subordinazione del proletariato alla politica della borghesia. La borghesia pone sempre in primo piano le sue rivendicazioni nazionali. Le pone incondizionatamente. Il proletariato invece le subordina agli interessi della lotta delle classi.” [6]

La lotta di classe esclude ogni collaborazione per l’interesse nazionale

Dunque siamo completamente al di fuori dell’impostazione corretta della questione quando si sostiene che i problemi nazionali debbono essere risolti “pregiudizialmente”, prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale debba valere a giustificare la collaborazione di classe. Si tratta di una tesi che liquida totalmente, e proprio nel suo fondamento, ogni analisi materialistica e dialettica dei rapporti sociali. Essa equivale in effetti alla tesi più rilevante dell’epoca fascista (niente più lotte e organizzazioni classiste, ma collaborazione nazionale nelle varie corporazioni) e non cambia nulla nella sostanza se si tratti di paesi sviluppati (Germania e Italia del primo novecento), o di paesi arretrati ma dove ormai i rapporti capitalistici si sono radicati definitivamente. Il marxismo si contrappone al nazionalismo non astrattamente, ma dialetticamente. Esso parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere ogni problema nazionale. In questo “parte” non si deve annullare ogni altro problema (di razza, religione, lingua, etc.), ma si deve vedere in maniera indubitabile il fondamento di ogni possibile soluzione.

Movimenti sociali, stati nazionali e imperialismo 

Infine c’è un ultimo aspetto che deve essere adeguatamente sottolineato, perché di solito viene o del tutto ignorato, o del tutto stravolto. Si tratta del fatto che l’epoca imperialista ha prodotto una serie di legami e di intrecci di ogni natura (economico finanziaria, culturale, militare, religiosa etc.), attraverso i quali gli stati più forti cercano di sottomettere tutti gli altri. L'epoca imperialista è caratterizzata non solo dall'esistenza dei due gruppi fondamentali di paesi (quelli sfruttatori e quelli sfruttati in quanto da loro dipendenti politicamente e perfino giuridicamente), ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti in una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica, nonostante una loro formale indipendenza dal punto di vista politico. La tendenza dell’imperialismo non è solo all’assoggettamento di territori agrari da parte dei paesi più industrializzati - questa era la caratteristica dell’epoca coloniale - ma anche all'assoggettamento di stati più deboli sul piano politico- militare e su quello economico-finanziario da parte di stati più forti. Si tratta quindi di una lotta per l'egemonia mondiale, che si svolge su ogni piano e alla scala mondiale. Tutto ciò avviene non solo attraverso rapporti diplomatici alla luce del sole, ma soprattutto attraverso canali segreti. Se si tratta di una lotta che ha per scacchiere il mondo intero, le mosse dei vari predoni molto spesso sono ufficialmente di un certo tipo, ma nella sostanza hanno per obiettivi principali risultati che appaiono sorprendenti perché non dichiarati. Non si tratta di una visione romanzesca della politica mondiale, ma di una visione molto profonda, che cerca di vedere al di là della superficie e delle apparenze. Anche a questo proposito ci possiamo avvalere di alcuni preziosi giudizi di Lenin, non tanto per gettare in campo il solito nome, ma perché, se tali giudizi Lenin li poteva esprimere negli anni intorno al 1920, bisogna concludere, dopo quasi un secolo di perfezionamento e di maggiore estensione dei rapporti imperialistici, che quei giudizi debbano essere considerati ancora di più come caratteristici dell’epoca che viviamo. Ad esempio scrive, annotando il testo di E.Agahd, « Grandi banche e mercato mondiale », Berlino 1914:  

“La quantità si trasforma anche qui in qualità: un affarismo puramente bancario e l’attività specialistica  strettamente bancaria si trasformano in tentativo di controllare rapporti e nessi reciproci (Zusammenhänge) di grandi masse, di interi popoli e di tutto il mondo – semplicemente perché i miliardi di rubli (a differenza delle migliaia) spingono a questo, lo esigono.” [7]  

E, commentando lo stesso testo, poco più oltre: 

“La conseguenza di ciò può essere, secondo l’autore, un « esagerato aumento dei dazi » e di qui una « aperta ostilità sul mercato mondiale, che potrebbe portare perfino alla guerra, il che può essere anche vantaggioso per i grandi monopolisti bancari, perché grazie alla force majeure della guerra essi potrebbero ripulire i loro bilanci, senza poter essere ritenuti personalmente responsabili delle perdite » [8]

Proprio a proposito dell’eventualità della guerra e di un suo nuovo riaccendersi, scriveva nel 1922 i seguenti appunti per la delegazione dell’Internazionale Comunista che doveva partecipare all’Aia ad una conferenza delle tre internazionali (seconda, terza e due e mezzo) allo scopo di individuare mezzi comuni di lotta: 

“Bisogna prendere gli esempi dei conflitti attuali, fosse pure dei più insignificanti, e servirsene per spiegare come la guerra può scoppiare da un giorno all’altro in seguito a un disaccordo tra l’Inghilterra e la Francia a proposito di un punto qualunque del loro trattato con la Turchia, o tra l’America e il Giappone in seguito a una divergenza insignificante in una delle questioni del Pacifico, o tra le grandi potenze per le questioni coloniali o di politica doganale o di politica commerciale in genere” [9]  

Qualcuno potrebbe essere tentato di spiegare queste tesi di Lenin, apparentemente superficiali, con la disperazione che in quegli anni contagiò tutti i capi del partito russo e dell’Internazionale, che vedevano sempre più allontanarsi il progetto originario del congiungimento della rivoluzione russa con quella europea, ma dimostrerebbe di non aver capito che a fondamento di questa visione c’è proprio un aspetto essenziale, che caratterizza l’attuale epoca imperialista. Nel maggio – giugno del 1915, in uno dei testi fondamentali che Lenin scrisse per scavare un solco incolmabile con l’opportunismo “social imperialistico”, che si era manifestato in tutta la sua maturità proprio con lo scoppio della guerra ed aveva impregnato di sé quasi tutta la vecchia organizzazione internazionale, affermò quanto segue: 

 “La guerra imperialista è la diretta continuazione e la conferma di un tale stato di cose (Lenin si riferisce qui all’alleanza tra l’opportunismo operaio e la propria borghesia nazionale),  perché è una guerra per i privilegi delle grandi potenze …: ecco la base economiche. Lenin annota accanto: “« perfino » alla guerra, uno dei motivi della guerra.” “Quaderni sull’imperialismo”, 1915–1916  o. c. XXXIX  pag. 104   ca del socialimperialismo odierno”.

  E annota il passo citato con queste parole:

“Il diplomatico tedesco Ruedorffer, nel suo libro sulle basi della politica mondiale, sottolinea il fatto ben noto che l’internazionalizzazione del capitale non elimina per nulla la lotta acuta dei capitali nazionali per il potere, per le zone di influenza, per la « maggioranza delle azioni » e osserva che gli operai vengono trascinati in questa aspra lotta. Il libro porta la data del 1913 e l’autore parla con chiarezza degli « interessi del capitale » come causa delle guerre odierne, e dice che il problema delle « tendenze nazionali » resta « il punto centrale » del socialismo, che i governi non hanno nulla da temere dalle manifestazioni internazionali dei socialdemocratici, le quali, in realtà, diventano sempre più nazionali. Il socialismo internazionale vincerà se riuscirà a strappare gli operai all’influenza della nazionalità, poiché con la sola violenza non si ottiene nulla; ma sarà battuto se il sentimento nazionale prenderà il sopravvento.” [10]

La tesi che Lenin cercò di far penetrare nelle teste dei comunisti, con scarsi successi sia nel 1914 – 1915 che nel 1920 – 1924, successi allora modesti, che, peraltro, nei decenni successivi dopo una seconda guerra mondiale e alla vigilia di una terza, sembrano del tutto svaniti, era la seguente.

Lo sviluppo del capitalismo mondiale, la sostituzione del capitalismo monopolistico alla libera concorrenza, la creazione da parte delle banche e delle associazioni capitalistiche di un apparato per disciplinare socialmente il processo di produzione e di ripartizione dei prodotti, gli orrori, le calamità, le devastazioni, le atrocità generate sia dalle guerre inevitabilmente legate a questo sviluppo che dall’incompatibilità di un tale sviluppo con il mantenimento di un rapporto armonico e naturale con l’ambiente, tutto questo si è ormai prodotto fin dal 1914, e da allora si è manifestato con eclatante evidenza. Perfino le organizzazioni operaie vengono trascinate dalle varie borghesie nazionali in questa lotta mondiale per l’accaparramento dei privilegi, figuriamoci organizzazioni fondate proprio sul principio di nazionalità. Ecco perché tale lotta, e perfino guerre mondiali, possono prodursi in qualunque momento e apparentemente anche per contrasti tutto sommato banali: il terreno su cui ciò è addirittura inevitabile si è ormai formato e consolidato.

Tutto ciò, insieme alle legge mortale per il modo di produzione capitalistico, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto medio, è, da un lato, alla base dell’inevitabilità delle guerre imperialiste e, dall’altro, è proprio ciò che converte il capitalismo stesso, giunto al suo più alto grado di sviluppo, nell'era della rivoluzione proletaria. Quest'era è già incominciata nel 1914 e, quali che siano le difficoltà della rivoluzione e le sue eventuali sconfitte temporanee, quali che siano le ondate della controrivoluzione, la vittoria finale del proletariato è inevitabile. Pertanto, da allora le condizioni oggettive dell'epoca in cui viviamo pongono il compito irrinunciabile della preparazione diretta e onnilaterale del proletariato alla rivoluzione. Ciò è possibile solo attraverso la rottura decisa con i travisamenti borghesi del socialismo, particolarmente fetenti nella forma della corrente del socialsciovinismo, cioè di quella corrente, che ormai è dominante nelle varie organizzazioni politiche e sindacali di quello che fu una volta il movimento operaio socialista e comunista. Solo così sarà possibile indicare con chiarezza il compito che è alla base di tutta l’era dell’imperialismo conclamato: conquista rivoluzionaria del potere politico per la realizzazione delle misure economiche e politiche che costituiscono la sostanza stessa della rivoluzione comunista mondiale.

Il lettore perspicace ha già capito tutto delle vicende recenti e passate in Palestina e altrove. E’ senz’altro vero che le ragioni, che hanno determinato negli anni passati e che determinano nella crisi attuale il comportamento degli israeliani e dei palestinesi, appaiono dipendenti in gran parte da elementi legati a fattori di nazionalità e perfino di religione. Di fatto è così: così si è formata, si è manifestata e si manifesta la volontà di quei popoli. Tuttavia, senza il riferimento al fondamento materialistico dei rapporti sociali, che sono, lì come altrove, fondati su rapporti di classe determinati dal modo di produzione, l’interpretazione dei fatti storici sarebbe del tutto affidata ad elementi di natura “culturale” e, principalmente, al fattore della “volontà” di ciascun individuo; poi, alla somma di tali volontà. Non si tratta di cancellare questi elementi dell’attività umana, anzi addirittura possono anche essere prevalenti nel determinare alcuni degli avvenimenti contingenti, ma, nel contempo, è doveroso verificare le tesi di principio del materialismo dialettico, relative all’evoluzione dei rapporti di classe, proprio negli accadimenti principali, che, solo così, potranno essere compresi anche nel loro significato più profondo.

Cronologia essenziale

Subito dopo la seconda guerra mondiale, il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva un piano di  ripartizione della Palestina con la risoluzione 181, che prevede uno stato ebreo, uno stato arabo e una “zona” « sotto regime internazionale particolare ».

Il 14 maggio del 1948 Israele proclama unilateralmente la nascita dello stato di Israele e il giorno dopo gli eserciti degli stati arabi invadono la Palestina rifiutando il piano di ripartizione delle Nazioni Unite. La guerra termina in pochi mesi con la vittoria di Israele, che diventa immediatamente membro dell’ONU, anche se l’11 dicembre dello stesso anno viene approvata la risoluzione 194, che prevede il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, cosa che fin da allora Israele rifiuta decisamente. Il passaggio al modo di produzione capitalistico ha sempre comportato, specialmente quando ciò avviene in territori agricoli ed arretrati, grandi spostamenti della popolazione ed è quello che avviene anche in Palestina: l’insediamento degli ebrei e la formazione dello stato di Israele testimonia questo processo. L’immediato riconoscimento da parte dell’ONU dipende, però, anche dal fatto che gli Stati Uniti in particolare, attraverso il loro sostegno ad Israele, pongono le basi dello loro politica imperialistica nella zona che, con il tempo, assumerà sempre maggiore rilevanza strategica.

Né i maggiori stati imperialistici, né gli stati arabi della zona si preoccupano delle tragiche vicende dei profughi palestinesi. Gli stati arabi, in particolare, si preoccupano solo di consolidare la loro posizione nella zona: nell’aprile del 1950 la Cisgiordania viene annessa dalla Transgiordania (l’attuale Giordania) e l’Egitto occupa e controlla la striscia di Gaza. Nell’ottobre del 1951, il piano di pace dell’ONU viene accettato da Egitto, Siria, Libano e Giordania, mentre Israele, forte dell’appoggio dei paesi occidentali e in specie degli USA, manterrà sempre un atteggiamento di sostanziale rifiuto. 

Nell’ottobre – novembre 1956 l’Egitto di Nasser nazionalizza il canale di Suez. L’atto coinvolge direttamente gli interessi dei paesi occidentali e pertanto l’attacco di Israele all’Egitto viene concordato con l’aiuto di Francia e Gran Bretagna, che partecipano direttamente con loro truppe dopo aver contrattato con l’URSS il loro benestare alla repressione russa dei moti ungheresi in cambio del disinteresse della stessa URSS per le vicende mediorientali.  

Gli anni successivi alla guerra del 1956 abbondano di tentativi falliti di unificazione di vari stati arabi. L’Unione Sovietica sostiene questi tentativi, perché si rende conto che solo così può tentare di contrastare l’egemonia occidentale nella zona. Solo l’unione dei vari stati arabi può contrastare la forza economica e militare di Israele, mentre i profughi proletari palestinesi sono abbandonati al loro destino. Fin da allora ad essi si è posta la drammatica alternativa tra l’isolamento e l’accodarsi alla stessa borghesia palestinese nella sua rivendicazione della propria autonomia nazionale sancita dalle stesse risoluzioni dell’ONU. Il primo congresso del movimento Al Fatah viene tenuto in Kuwait nell’ottobre del 1959. Debbono passare vari anni prima che si costituisca in Palestina un movimento e un’organizzazione palestinese: il 29 maggio del 1964 viene costituita l’OLP a Gerusalemme e, dal 1 gennaio 1965, cominciano azioni militari organizzate contro Israele. Le posizioni politiche di tale movimento sono generalmente costituite da rivendicazioni di autonomia nazionale e dunque esprimono soprattutto gli interessi di classe della borghesia palestinese. Tuttavia la composizione sociale di tale movimento, formato soprattutto in quegli anni da proletari decisi a battersi con forte determinazione, rappresenta un pericolo e una mina vagante non solo per i rapporti tra gli stati della zona, ma anche per gli equilibri imperialistici mondiali. Affinché i proletari palestinesi avessero potuto esprimere posizioni genuine proletarie, sia in materia di rivendicazioni economiche che in materia di organizzazione politica, avrebbero dovuto incontrare la solidarietà di un movimento proletario e comunista, che non solo non esisteva nella zona, ma che era stato distrutto in tutto il mondo dalla controrivoluzione “stalinista”. 

Dal 5 al 10 giugno 1967 è la guerra dei sei giorni, con la quale Israele conquista il resto della Palestina compreso la Cisgiordania, Gaza, il Sinai egiziano e il Golan siriano, territori che subito dopo cominciano ad essere colonizzati. Il 22 novembre di quell’anno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 242, secondo la quale Israele deve rientrare nei suoi territori. Avvenimenti che riflettono bene i rapporti di forza non solo tra Israele e i suoi confinanti arabi, ma anche tra USA e URSS. L’URSS sostiene gli arabi, ma non può andare oltre il riconoscimento di evanescenti “diritti”, perché ciò significherebbe doversi misurare con gli USA, cosa che non vuole né può fare. 

Negli anni successivi si hanno continui scontri tra truppe israeliane e palestinesi in Giordania, dove questi ultimi si erano rifugiati. Ciò provoca una continua tensione tra l’OLP e la Giordania fino allo scontro armato. 

Nel luglio 1970 Nasser e Hussein di Giordania accettano il piano del segretario di stato USA Rogers, che prevede l’applicazione della risoluzione ONU 242, ma è rifiutato dai palestinesi che sono favorevoli alla distruzione dello stato di Israele. Nel settembre (il cosiddetto “Settembre Nero”) si affrontano in una battaglia l’OLP e l’esercito giordano: i palestinesi, perdenti, sono costretti a spostarsi verso il Libano. Da allora iniziano azioni terroristiche in tutto il mondo, cosa che testimonia l’ulteriore spostamento del movimento palestinese su posizioni sempre più nazionalistiche: emblematica l’azione nel settembre 72 a Monaco durante le Olimpiadi, quando vengono uccisi diversi atleti israeliani. Nell’agosto del 1973 si costituisce, nei territori occupati da Israele, il Fronte Nazionale Palestinese e il 6 ottobre inizia la guerra del Kippur da parte di Egitto e Siria per riconquistare i territori occupati, ma ancora una volta è l’esercito israeliano ad avere la meglio.

Si ripete la stessa farsa: il 22 ottobre del 1973 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 338, con la quale ribadisce l’ingiunzione ad Israele di restituire i territori occupati, già contenuta nella risoluzione 242. Qualche giorno dopo i combattimenti cessano lasciando la situazione sostanzialmente invariata. Nel giugno del 1974 si forma il “Fronte del Rifiuto” guidato dal Fronte Popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), cosiddetto perché la sua posizione consiste nel rifiutare ogni ipotesi di trattativa con lo stato di Israele. Nell’ottobre del 1974 anche la Giordania riconosce l’OLP e, nel novembre del 1974, Arafat è ammesso a tenere un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dopo di che l’OLP ottiene lo status di osservatore. Tuttavia i palestinesi sono un elemento di destabilizzazione ovunque vadano: dall’aprile 1975 inizia la guerra civile in Libano. L’esercito siriano interviene in Libano contro l’OLP, ma il 6 settembre 1976 l’OLP è ammesso come membro a pieno titolo nella Lega araba. Al tredicesimo Consiglio Nazionale Palestinese, svoltosi a Il Cairo dal 12 al 20 marzo 1977, l’OLP accetta l’idea di uno stato palestinese indipendente solo su una parte della Palestina. Il primo ottobre del 1977 una dichiarazione comune USA e russa sulla pace in Medio Oriente ha l’appoggio dell’OLP. Si tratta di  fatti che dimostrano la sempre maggiore importanza che, nel movimento dei palestinesi, assume la borghesia palestinese e perfino quella moderata, quella che pensa di risolvere il suo problema nazionale con accordi pacifici con Israele. 

Nel 1978 Israele invade il sud del Libano e contemporaneamente la tensione verso l’Egitto si attenua. Si pongono così le basi affinché il 17 settembre del 1978 Egitto ed Israele, con la garanzia degli Stati Uniti, firmino solennemente la pace a Camp David. Tuttavia tale pace viene condannata dal vertice della Lega Araba nel novembre dello stesso anno. 

Nel giugno del 1981 è guerra tra Israele e palestinesi alla frontiera con il Libano: i bombardamenti israeliani arrivano fino a Beirut. Il 6 ottobre dello stesso anno viene assassinato Sadat, reo di aver accettato gli accordi di Camp David, ma il 14 dicembre Israele annette definitivamente il Golan siriano. 

Nell’aprile del 1982 finisce l’evacuazione del Sinai da parte di Israele come previsto dalla pace di Camp David e tutta la penisola viene riconsegnata all’Egitto. Il 6 giugno comincia l’invasione del Libano del sud fino a Beirut da parte degli israeliani. L’OLP, sotto la protezione di una forza multinazionale dell’ONU, inizia l’evacuazione della capitale libanese. Il primo settembre 1982 Reagan propone il suo piano di pace, ma sono gli stessi avvenimenti a decretarne subito la morte: il 14 settembre 1982 viene assassinato il presidente libanese Gemayel, ritenuto ostile alle frange più radicali dei palestinesi e, subito dopo, si hanno i massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila. 

Il 17 maggio 1983 viene firmato l’accordo di pace tra il Libano e Israele. Però, nonostante la presenza delle truppe ONU, per circa un anno tale accordo resta disapplicato e poi, il 5 marzo 1984, viene annullato. In aprile i soldati della forza multinazionale abbandonano il Libano, con l’intesa che anche l’esercito israeliano dovrà fare altrettanto. Ciò tuttavia avverrà solo nel giugno del 1985, dopo che saranno stati compiuti nuovi massacri nei campi palestinesi in Libano ad opera delle milizie sciite di Amal strettamente legate al regime iraniano. Avvenimenti questi che testimoniano di un intreccio tale dei conflitti tra stati della zona e delle manovre imperialistiche degli stati occidentali, da rendere totalmente confusa la situazione. Quel che è certo è che si tratta di manovre e conflitti tra vari interessi capitalistici e che le masse proletarie palestinesi non sono altro che strumenti di questi conflitti ed interessi. Nel giugno si completa la ritirata israeliana dal Libano, ad eccezione della frontiera del sud, che viene controllata dall’armata del Libano del sud fedele ad Israele. 

Nel 1987, durante il diciottesimo Consiglio Nazionale Palestinese, svoltosi dal 20 al 26 aprile ad Algeri, si ha la riunificazione dell’OLP (Fath, FPLP, FDLP, PCP). Nel dicembre dello stesso anno debutta a Gaza e poi in Cisgiordania la cosiddetta “Intifada”, cioè il sollevamento dei palestinesi  - di tutto il popolo, compreso i giovanissimi – nei territori occupati da Israele. 

Il 31 luglio 1988 il re Hussein di Giordania annuncia di rinunciare alla sovranità sulla Cisgiordania e ciò è ritenuto un passo importante per favorire la nascita di un piccolo stato palestinese.

Dal 12 al 15 novembre 1988 si tiene ad Algeri il diciannovesimo Consiglio Nazionale Palestinese, dove finalmente l’OLP proclama lo stato di Palestina riconoscendo le risoluzioni ONU 181, 242 e 338. E’ la vittoria conclamata della borghesia moderata palestinese: chi vuole ancora la distruzione dello stato di Israele non ha che da rifugiarsi nel terrorismo appoggiandosi ai piccoli stati imperialistici della zona (principalmente Iran e Iraq), mentre da parte sua l’Unione Sovietica, in procinto ormai di constatare il suo totale fallimento nella cosiddetta “competizione pacifica” con l’imperialismo occidentale marcato USA, è già determinata ad abbandonare le frange più radicali, sia dei palestinesi che degli stati arabi, al loro destino.

Il 2 agosto 1990 l’esercito irakeno invade il Kuwait e la risoluzione 660 del Consiglio di Sicurezza esige la ritirata immediata. Per l’applicazione immediata di tale risoluzione si forma la più imponente armata dalla fine della seconda guerra mondiale e, nel gennaio - febbraio 1991, viene scatenata la cosiddetta “guerra del golfo”. Tra i paesi e i movimenti arabi, l’OLP è l’organizzazione schierata in maniera più decisa a fianco dell’Iraq di Saddam Hussein. Però, appena finita la guerra del golfo, l’11 marzo del 1991 il segretario di stato americano Baker si reca a Gerusalemme in visita ufficiale e pone le basi per l’accettazione da parte di Israele del principio di una conferenza di pace, cosa che avverrà il 2 agosto dello stesso anno. Il 3 ottobre Baker, insieme al ministro degli esteri russo, incontra il Consiglio Nazionale Palestinese ed annuncia per il 30 ottobre l’inizio della conferenza di pace a Madrid. Tra Israele e la Russia si ristabiliscono le relazioni diplomatiche che erano state interrotte dal 1967: dal 1990 il flusso degli ebrei russi dalla Russia verso Israele è ripreso con grande intensità, senza alcun ostacolo da parte della “nuova” Russia. Il 30 ottobre la conferenza di pace viene ufficialmente e solennemente aperta a Madrid dai due presidenti della Russia e degli Usa ( Gorgaciov e Bush), conferenza che poi prosegue ad Oslo con un accordo che, negli anni successivi, verrà attuato solo parzialmente. Sono avvenimenti cruciali che testimoniano di un completo rimescolamento delle carte nei rapporti tra gli stati della zona e nelle linee di tendenza della politica dei grandi stati imperialisti. In particolare la Russia è chiaramente alla ricerca di nuove alleanze, che le permettano di perseguire con maggiore efficacia i suoi interessi. Tuttavia anche gli USA cambiano, anche se più impercettibilmente, la loro politica di totale copertura degli israeliani, non fosse altro che per rispondere al nuovo indirizzo della politica russa.

Il 24 febbraio del 1992, attraverso l’interessamento dello stesso Baker, alcune banche americane offrono ad Israele un prestito di 10 miliardi di dollari per rinunciare a proseguire la colonizzazione in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Il 10 settembre dello stesso anno il governo Rabin propone per la prima volta una ritirata limitata dal Golan in cambio di una pace totale con la Siria. La Francia, tradizionale “amica” del mondo arabo, si spinge ancora più in là: nel novembre 1992, nel corso di una sua visita in Israele e in Giordania, Mitterand difende esplicitamente il diritto dei palestinesi a uno stato autonomo e indipendente. Sembra decisamente avviato quello che poi si chiamerà “processo di pace”, che però verrà bruscamente interrotto dalla decisione del governo Rabin di espellere da Israele verso il Sud del Libano 415 palestinesi accusati di simpatia verso il terrorismo islamico.

Dopo un anno, il 10 settembre del 1993, Israele e l’OLP si riconoscono reciprocamente e il 13 settembre Arafat e Rabin firmano solennemente alla Casa Bianca una dichiarazione di principio, che riconosce il diritto dei palestinesi all’autogoverno. Nonostante un vero e proprio massacro alla moschea di Hebron, dove il 25 febbraio 1994 vengono assassinati 29 palestinesi, 4 giorni dopo, il 29 febbraio, Israele e l’OLP firmano a Parigi un importante accordo sulle questioni economiche. Il 4 maggio Rabin ed Arafat firmano a Il Cairo un accordo sulle modalità di attuazione della dichiarazione di principio firmata alla Casa Bianca e il 14 ottobre Rabin, Peres e Arafat ricevono congiuntamente il premio Nobel per la pace. Il 26 ottobre in Giordania viene firmato il trattato di pace tra Israele e Giordania.

Nell’aprile del 1995 Arafat fa arrestare 170 membri simpatizzanti dell’organizzazione estremista Hamas, favorevole al terrorismo. Malgrado nuovi attentati a Gerusalemme in agosto, il 28 settembre Arafat e Rabin sottoscrivono a Washington con la presenza di Clinton, Mubarak e re Hussein di Giordania nuovi accordi per l’estensione dell’autonomia palestinese in Cisgiordania, accordi chiamati Oslo II. Il 4 novembre viene assassinato Rabin e diventa capo del governo di Israele Peres.

Il 20 gennaio del 1996 Arafat è eletto presidente dell’Autorità Palestinese e il Consiglio dell’Autonomia viene chiamato Consiglio Legislativo, segno di un ulteriore avvicinamento alla formazione di un vero e proprio stato. Il 24 aprile 1996, per la prima volta, il Consiglio Nazionale Palestinese si riunisce a Gaza, in Palestina, ed elimina dalla sua carta costituzionale tutti gli articoli che mettono in discussione il diritto di Israele all’esistenza come stato. Il 27 – 29 settembre 1996 l’apertura, da parte delle autorità israeliane, di un tunnel sotto la spianata delle moschee provoca i più gravi disordini dalla fine dell’Intifada (76 morti), ma nonostante ciò l’8 ottobre Arafat accetta l’invito del capo di stato israeliano Weizman per una prima visita ufficiale in Israele.

Nel gennaio 1997 viene firmata un’intesa per il passaggio all’Autorità Palestinese di alcuni poteri amministrativi sulla città di Hebron, ma nonostante ciò il governo israeliano viola gli accordi di Oslo, costruendo il mese successivo una colonia nella parte araba di Gerusalemme. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è bloccato dal veto USA per ogni eventuale risoluzione contraria ad Israele.

Il 14 maggio 1998, durante una manifestazione per il cinquantesimo anniversario della nascita dello stato di Israele, scontri violenti provocano 9 morti e 200 feriti, ma nonostante ciò il 21 giugno il governo israeliano approva il piano per la “Grande Gerusalemme”, cioè una Gerusalemme tutta israeliana. Sembra una vera e propria risposta a questo ennesimo atto unilaterale israeliano il fatto che il 7 luglio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvi una mozione in cui la delegazione palestinese viene elevata al rango di super – osservatore e il 13 luglio il Consiglio di Sicurezza chiede ad Israele di rinunciare al progetto della “Grande Gerusalemme”. Segno che l’Autorità Nazionale Palestinese è riuscita ad avere importanti appoggi all’interno dell’ONU, appoggi diplomatici, che però, in particolari situazioni, potrebbero anche diventare appoggi militari.

Il 23 ottobre 1998 viene firmato l’accordo di Wye River: in cambio di una restituzione di un altro 13% del territorio della Cisgiordania all’Autorità Palestinese, questa si impegna a reprimere maggiormente i movimenti ostili alla pace sotto la supervisione della CIA. Però, mentre le forze USA e britanniche bombardano nuovamente l’Iraq, l’Autorità Palestinese sospende l’applicazione dell’accordo di Wye River.

Il 25 marzo del 1999 i capi di stato e di governo della Unione Europea, riuniti a Berlino, affermano “il diritto permanente e senza restrizioni dei Palestinesi all’autodeterminazione, incluso la possibilità di uno stato autonomo”. Si tratta, beninteso, di dichiarazioni di principio, ben lontane da una vera e propria volontà di sostenerle anche militarmente. Tuttavia ciò dimostra che la borghesia palestinese ne ha fatta di strada per essere entrata, quasi a pieno titolo, nello scacchiere della politica internazionale. Ma il peso degli USA è ancora molto più convincente: il 4 maggio dello stesso anno, in seguito ad una lettera del presidente Clinton ad Arafat, il Consiglio Centrale dell’OLP accetta di procrastinare di un anno la dichiarazione dello stato palestinese indipendente, cosa che avrebbe dovuto avvenire entro il 13 settembre del 1999, secondo la dichiarazione di principio del 1993. Il 4 settembre, dopo il cambio di governo israeliano in seguito alla vittoria elettorale del laburista Barak,  viene firmato l’accordo di Charm el Cheikh tra Barak e Arafat: viene ridefinito il calendario dell’applicazione degli accordi di Wye River per quanto riguarda il ritiro dell’armata israeliana, l’apertura di due passaggi sicuri tra la striscia di Gaza e la Cisgiordania, la liberazione dei prigionieri e viene deciso che ogni altra questione rimasta in sospeso sia da definire comunque entro il 13 settembre del 2000. Il 15 dicembre riprendono anche i negoziati israelo – siriani a Washington, interrotti dal 1996.

Nel maggio del 2000 inizia precipitosamente la ritirata israeliana dal Libano del sud, prevista dagli accordi precedenti per il 7 luglio, in seguito ad iniziative militari degli Hezbollah e alla disfatta dell’armata del Libano del sud fedele ad Israele.

Dall’11 al 24 luglio, sotto gli auspici di Clinton, si aprono negoziati a Camp David tra Arafat e Barak. In seguito ai colloqui di Camp David, che sono un totale fallimento, i palestinesi accettano però di rinviare ancora la proclamazione dello stato indipendente prevista per il 13 settembre.

Il 28 settembre, dopo la visita alla spianata delle moschee di Sharon, inizia l’attuale crisi. Il 16 e 17 ottobre israeliani e palestinesi stipulano un nuovo accordo a Charm El  Cheickh  per la cessazione delle violenze e la costituzione di una commissione internazionale di inchiesta. Viene convenuto anche di riprendere il cosiddetto “processo di pace”, che dovrebbe portare alla proclamazione concordata dello stato autonomo palestinese. Dal 21 al 25 ottobre si tiene il vertice della Lega Araba a Il Cairo: tutti i rappresentanti degli stati arabi accusano violentemente Israele, ma non c’è nessun accordo sulle misure da prendere. Il 21 novembre l’Egitto richiama il suo ambasciatore in Israele, dopo gli attacchi aerei israeliani seguiti ad un attentato palestinese contro un bus. Il 28 novembre vengono indette nuove elezioni in Israele per il 6 febbraio 2001, in quanto destra e sinistra laburista sembrano profondamente divise sull’atteggiamento da tenere in questa crisi. Il 21 dicembre, nonostante il fallimento di ogni accordo e i continui scontri violenti, Clinton non rinuncia all’ipotesi di un accordo generale di pace e rilancia il negoziato, ma dopo un primo assenso, espresso il 28 dicembre, viene annullato da ambedue le parti: Israele si oppone alla sovranità palestinese su una parte di Gerusalemme e i Palestinesi non rinunciano al diritto dei profughi al ritorno.

In quest’ultima crisi sembra proprio che ormai tutti i nodi accumulati nei decenni trascorsi si presentino alla superficie, determinando una situazione complessiva nuova rispetto al periodo precedente:

1.      La “pacificazione” di tutta l’area è indilazionabile dal punto di vista degli interessi delle maggiori potenze imperialistiche e, specialmente, ai fini del controllo della produzione e dell’approvvigionamento di petrolio. In particolare, per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea, la mancanza di una loro politica comune in questa materia rappresenta sempre di più un danno per l’Europa e un vantaggio per gli USA. Questi, infatti, possono in qualunque momento utilizzare come arma strategica l’utilizzazione delle loro riserve, cosa che invece non possono fare i paesi europei in mancanza di un loro accordo. Ciò non potrà far altro che accentuare le divergenze politiche in tutta l’area mediorientale degli USA e dei paesi europei.

2.      Non è più eludibile la questione della formazione di uno stato palestinese indipendente e, proprio perciò, perfino gli USA sono decisi a dare alcuni riconoscimenti alle istanze storiche dei palestinesi.

3.      La Russia considera il suo rapporto con Israele in maniera sostanzialmente diversa da come l’ ha considerato nei decenni precedenti, specialmente da quando si sono trasferiti in Israele molte migliaia di ebrei russi (che sembrano tra i più decisi ad insistere nella colonizzazione dei territori palestinesi) con l’assenso del governo russo.

In particolare, la novità degli accadimenti attuali risalta dall’incapacità di tutti i negoziatori ufficiali di concludere un qualche accordo che non sia subito rimesso in discussione. Cosa che, da un lato, testimonia dell’incapacità di controllare sia le masse povere palestinesi che i coloni israeliani da parte dei rispettivi organi rappresentativi, ma, dall’altro, anche l’intenzione di usarle da parte degli stati della zona e dei maggiori stati mondiali per conseguire i loro obiettivi politico militari anche con l’uso della forza militare, qualora occorra. Se non fosse così quei movimenti sarebbero già stati messi a tacere da gran tempo. Per rendersene conto basta analizzare con una certa attenzione gli accordi e la rottura immediata degli stessi.

Accordi e guerra

Pochi giorni dopo l’inizio della cosiddetta “nuova Intifada”, l’ 8 ottobre 2000, viene firmato da israeliani e palestinesi un accordo per la fine immediata di ogni violenza. Ma il giorno dopo riprendono le violenze come e più di prima dell’accordo. Tutta la diplomazia è in fermento: il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e il presidente palestinese Arafat si riuniscono a Gaza nella notte e nella mattinata del 10 ottobre. Annan si vedrà anche con il premier israeliano in serata. In Israele si trova anche il ministro degli esteri russo, Igor Ivanov, che ha già incontrato il leader palestinese, mentre il responsabile degli esteri per l'Unione Europea, Javier Solana , è atteso in giornata. Nel frattempo si moltiplicano gli appelli alla calma. Al termine di una riunione straordinaria del governo durata cinque ore, il premier israeliano Ehud Barak decide di concedere un nuovo rinvio dell'ultimatum già proclamato e concede «tre o quattro» giorni in più ai palestinesi perché pongano fine alle violenze in Cisgiordania e a Gaza. Barak, nell’occasione, ha aggiunto anche di essere pronto a partecipare ad un vertice mondiale sul Medio Oriente, se esso fosse servito a far cessare del tutto gli scontri. Secondo il ministro degli esteri norvegese Thorbjorn Jagland, in visita a Tel Aviv negli stessi giorni, «la situazione è più grave di quanto sia mai stata» e si è detto convinto che la situazione rischi di sfuggire al controllo. Mi preparo - ha aggiunto - a prendere contatti con Arafat e a chiedergli di fermare la violenza.

Ma tutti gli sforzi per riportare la calma sono vani: il linciaggio di due soldati israeliani in una stazione della polizia palestinese in Cisgiordania è l’occasione per la ripresa delle violenze su larga scala. Ministri degli Esteri di diversi Paesi, Igor Ivanov per la Russia, Robin Cook per la Gran Bretagna, Lamberto Dini per l’Italia, Javier Solana per l’Europa, si spostano da una capitale all’altra del Medio Oriente ufficialmente “per cercare di ricucire il tessuto ormai liso del processo di pace”, in realtà e naturalmente in tutta segretezza per fare gli interessi dei paesi che rappresentano. L’Italia offre anche di ospitare un vertice tra Barak e Arafat. Ma a questo punto tutto sembra vano. «Gli eventi – sostengono diversi commentatori – sono sfuggiti di mano a chi li ha provocati. C’è stato un utilizzo cinico della violenza da parte palestinese. E una risposta troppo dura da parte israeliana: come si fa, dopo tutti questi morti e feriti, tornare a parlare di pace? L’unico sentimento che non manca, qui in Medio Oriente, è l’odio».

Pochi giorni dopo, il 14 ottobre, si diffonde la notizia che Arafat avrebbe accettato il summit "senza condizioni" e che, di conseguenza,  il segretario dell’Onu avrebbe chiesto il "cessate il fuoco". Secondo le agenzie di stampa anche i governi di Russia, Francia, Spagna e l'Unione europea avrebbero chiesto di essere rappresentati al vertice, a livello di ministri degli esteri. Ma Israele dichiara che non accetterà altri attori nei negoziati di pace al di fuori dei palestinesi e degli Stati Uniti. Sembra perfino che il governo americano sia intenzionato ad abbandonare la storica posizione di incondizionato appoggio alle pretese israeliane, tanto che viene diffusa una posizione ufficiale in cui la richiesta di porre immediatamente fine alle violenze viene rivolta negli stessi termini a Israele e all'Autorità nazionale palestinese. Il segretario di Stato Madeleine Albright ha fatto diffondere una dichiarazione ufficiale con cui chiede alle parti di fermare subito gli scontri. «Né israeliani, né palestinesi hanno da guadagnare da altri morti», ha sostenuto.

Il vertice si terrà effettivamente a Sharm el-Sheik, ma si concluderà senza alcun accordo solenne. Solo impegni verbali, che lasciano del tutto invariata la situazione.  

In una intervista al Corriere della sera l’ex terrorista palestinese Leila Khaled esalta la nuova “Intifada” perché «ci porterà all’indipendenza», ed inquadra perfettamente quali sono i termini della contesa:

«Nessun accordo, nessun esercito fermerà la rivolta. I negoziati si sono rivelati un fallimento perché Israele detta condizioni senza essere disposto a fare vere concessioni». Alla domanda: ”Teme che la tensione possa allargarsi all'intera regione?” Risponde: «È ciò che ha spinto Bill Clinton a prendere l'aereo e volare sino in Egitto. Lui ha paura che l'intero Medio Oriente esploda come un vulcano, le masse arabe sono schierate con noi. E il presidente americano ha convocato il summit per soffocare questa spinta verso la rivolta». Molti palestinesi vogliono imitare l'Hezbollah, che ha costretto Israele a lasciare il Libano sud. Cosa ne pensa? «È una lezione storica per tutti. L'occupante, alla lunga, non può tenere schiacciata la popolazione. Non c'è accordo o esercito che possa fermarci. Vedrete che vi sarà un'altra esplosione». Quali sono i vostri obiettivi? «È semplice. Sovranità, pieni diritti, uno Stato con Gerusalemme capitale. È ben diverso dall'autonomia che ci offre Israele». [11]  

La Russia sta cercando insistentemente di svolgere un ruolo importante nelle vicende mediorientali, per il momento con un’azione diplomatica “dietro le quinte”. Il Presidente Putin, per il momento alla ricerca di gesti tanto eclatanti quanto inutili, durante il suo colloquio al Cremino con Arafat alla fine del novembre 2000, ha interrotto brevemente la conversazione con l'ospite per parlare al telefono con Ehud Barak "delle iniziative possibili per attenuare la tensione" nei Territori. Poi, ha passato la cornetta al palestinese. Il gesto ha tuttavia voluto dimostrare a chi di dovere che la Russia è in grado di farsi ascoltare anche dal governo israeliano. 

Le principali questioni attualmente controverse

Stato palestinese: Israele è tacitamente d'accordo a riconoscere che l'entità palestinese sarà uno stato indipendente. Però le due parti rimangono in totale disaccordo sui poteri di questo stato: i palestinesi chiedono una piena sovranità, posizione condivisa anche da Arafat; Israele al contrario vuole limitarla: la Palestina non dovrebbe avere un regolare esercito, ma solo forze di polizia, né dovrebbe avere il controllo dello spazio aereo e della valle del Giordano, ovvero dell'attuale confine con la Giordania, che dovrebbe restare a Israele.

Confini: I palestinesi chiedono un ritorno ai confini precedenti la guerra del '67, cioè uno stato che comprenda tutta la Cisgiordania e Gaza, più Gerusalemme est come capitale. Israele sembra disposto a concedere tutta Gaza, il 92 per cento della Cisgiordania, ma non Gerusalemme est. Gerusalemme: Arafat vuole installare la futura capitale del suo stato a Gerusalemme est, dove vivono 180 mila palestinesi e chiede una sovranità piena sulla intera Gerusalemme Est, inclusa la spianata delle moschee, il famoso Haram el Sharif. Israele dichiara Gerusalemme indivisibile. Nella polemica si sono inseriti anche i cristiani, invocando una tutela sull’accesso ai «loro» luoghi santi. Colonie: I palestinesi chiedono che tutti gli insediamenti ebraici nei Territori Occupati siano smantellati, o che accettino di rimanere dove sono, ma sotto piena sovranità palestinese. Israele vuole annettere l'80 per cento delle colonie, compreso quelle più grosse, e smantellare il rimanente 20 per cento.

Profughi: I palestinesi vogliono che Israele si riconosca responsabile dell'esodo di tre milioni di rifugiati arabi, avvenuto tra il 1948 e il 1967, e che accetti un "diritto al ritorno" di tutti i profughi in conformità alle risoluzioni dell’ONU. Israele accetta soltanto un indennizzo, la cui entità andrebbe decisa da una commissione internazionale; i profughi potrebbero tornare in Palestina, ma solo poche migliaia sarebbero autorizzati a rientrare dello Stato ebraico per ricongiungimento familiare. 

Per quello che è possibile conoscere un possibile compromesso, di cui esistono versioni diverse date da fonti israeliane e da fonti palestinesi, è stato continuamente sollecitato dagli USA, ma solo su alcuni punti, ed è il seguente:

1.      La sovranità della valle del Giordano viene concessa alla Palestina, ma questa "affitta" la valle per 99 anni a Israele;

2.      Israele potrebbe compensare la Palestina con territori al di fuori della Cisgiordania (alcune strisce di deserto del Negev, ad esempio), in cambio dell'8 % di Cisgiordania che vuole annettere (nel quale si trovano l'80 per cento delle colonie ebraiche nei Territori Occupati);

3.      I palestinesi pongono la capitale politica ad Abud Dis, villaggio appena fuori dalle mura di Gerusalemme, e ottengono ampia autonomia amministrativa (ma non la sovranità) su Gerusalemme est.

4.      Per quanto riguarda i profughi palestinesi dal 1948 (circa 3,7 milioni), le due versioni sono abbastanza simili: otterranno il «diritto al ritorno nella loro "patria"», cioè nel futuro Stato palestinese, e non in Israele, che però ne accoglierà alcune decine di migliaia secondo «criteri umanitari», e ad alcuni di essi verrà riconosciuto il diritto ad un indennizzo.  

Dopo l’ultima tornata elettorale in Israele, con la sconfitta del laburista Barak e il ritorno dell’estrema destra del generale Sharon, la situazione generale contiene ulteriori spinte verso una nuova guerra in tutta la regione. Il fatto che il generale, che ha innescato nel settembre scorso la miccia della nuova “Intifada” palestinese, abbia accolto nel suo “governo di unità nazionale” esponenti laburisti, fra cui il premio Nobel per la pace – e, pare, grande amico di Arafat - Peres proprio come ministro degli esteri, costituisce un ulteriore stimolo verso la guerra. Del resto questa sarebbe stata comunque inevitabile, indipendentemente dall’esito delle elezioni. Secondo notizie di fonte  israeliana del dicembre scorso, i capi di alcune organizzazioni estremiste palestinesi e alti ufficiali dei servizi segreti siriani avrebbero sottolineato che "bisogna fare ogni sforzo possibile per ostacolare un accordo". Secondo le stesse fonti, i rappresentanti siriani avrebbero anche parlato ai capi dei gruppi fondamentalisti palestinesi Hamas e Jihad islamica sottolineando la necessità di impedire ogni accordo di pace.

D’altra parte la posizione seguente è comune a tutti gli israeliani, di destra e di sinistra: 

“Anche se venissero risolte tutte le questioni territoriali tra israeliani e palestinesi, compresa la sovranità su Gerusalemme est, la questione dei profughi resterebbe quella decisiva. La parte palestinese chiede l'applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 194 che prevede indennizzi per i profughi palestinesi del 1948 o il loro diritto al ritorno nei luoghi dove risiedevano. L'interpretazione palestinese e' che ogni profugo deve poter scegliere se vuole o non vuole vivere all'interno dei confini d'Israele, presumibilmente nelle case di allora. E' bene mettere assolutamente in chiaro che per Israele questa pretesa e' totalmente inaccettabile. Di tutte le questioni religiose, storiche o di sicurezza di cui si può discutere, questa infatti e' l'unica sulla quale un cedimento da parte israeliana comporterebbe la distruzione dello stesso Stato d'Israele. (...) Fra i tanti motivi, ne citiamo solo quattro. Primo: la pretesa palestinese e' in totale contraddizione con l'intero quadro del processo di pace, che si fonda sulla supposta accettazione da parte araba e palestinese della spartizione della terra. L'obiettivo e' quello di creare due stati per due popoli, la cui futura stabilità si basi sulla stabilità degli accordi internazionali e sul fatto che le due parti si dichiarino soddisfatte da questi accordi. La pretesa palestinese di tenere aperto il tema del "ritorno" costituisce una ricetta di sicura conflittualità. E appare ancora meno credibile se si pensa che gli stessi palestinesi pretendono la rimozione di tutti gli ebrei che vivono nelle terre del futuro Stato palestinese proprio perché ritengono che questa presenza costituirebbe un motivo di frizione e di conflitto che minerebbe la stabilità degli accordi di pace. Secondo motivo, forse il più ovvio: l'immigrazione di milioni di palestinesi all'interno di Israele altererebbe irrimediabilmente l'equilibrio demografico del paese al punto da cancellarne la sua stessa natura e ragion d'essere. E d'altra parte e' evidente che questo e' proprio l'obiettivo a cui mirano coloro che sostengono la proposta. Terzo motivo, forse il più importante: i palestinesi che entrerebbero sarebbero per lo più proprio quelli che si oppongono con maggior veemenza all'esistenza stessa dello Stato d'Israele. Tra loro vi sarebbe il fior fiore di quei gruppi palestinesi che già in questo preciso momento ricorrono attivamente alla violenza, compreso l'assassinio di cittadini israeliani. Tutto fa pensare che la situazione ipoteticamente creata dal "ritorno" non farebbe che aumentare violenze e spargimenti di sangue fino a livelli mai visti dal 1948 a oggi. Quarto motivo: i palestinesi non hanno nessuna intenzione di fare concessioni per compensare una così grande concessione da parte israeliana. In effetti la pretesa di un "ritorno" all'interno di Israele appare ancora più grottesco se si pensa che va di pari passo con la pretesa che Israele si ritiri fino all'ultimo centimetro entro le linee del 1967, compresa la divisione di Gerusalemme est.”  [12]  

Secondo fonti USA, la posizione palestinese è diametralmente opposta

“Arafat - hanno rilevato fonti Usa - si trova di fronte a una proposta che, pur assegnando ai palestinesi il controllo di fatto della Spianata delle moschee di Gerusalemme, gli chiede contemporaneamente di rinunciare al diritto al ritorno per i profughi palestinesi» (pari a circa 3,7 milioni). Secondo le fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime, il presidente palestinese «non vuole passare alla storia come il leader arabo che ha svenduto i diritti dei profughi». In sostanza, la proclamazione di uno Stato palestinese e il recupero della Spianata delle moschee non eviterebbero ad Arafat di essere travolto da una valanga di accuse di fronte a una sua rinuncia all'applicazione della "Risoluzione 194" dell'Onu che sancisce il diritto dei profughi al ritorno nella loro terra d'origine.” [13]

Che i nodi accumulatisi non si possano sciogliere che con un’altra guerra tra i vari stati della regione è indubitabile, se mai c’è da meravigliarsi del suo ritardo. Tale ritardo non è spiegabile se non alla luce del fatto che una tale guerra non sarà una pura e semplice riedizione delle varie guerre che sono state combattute nella regione negli ultimi decenni. Queste hanno finora sempre visto l’opposizione dell’esercito israeliano agli stati arabi variamente coalizzati o in lotta gli uni contro gli altri, con gli USA apertamente schierati a sostegno economico, politico e militare di Israele, che, da par suo e senza l’intervento diretto degli USA, ha sempre saputo ben risolvere la situazione a suo vantaggio. Nella crisi attuale Israele rischia una sconfitta militare, che sarebbe la prima della sua storia, la cui possibilità è già stata anticipata dagli avvenimenti del maggio scorso nel Libano del sud. Sembrerebbe sempre più indispensabile un intervento militare diretto degli USA, ma, allo stato delle cose, appare problematico per i notevoli cambiamenti avvenuti anche dal punto di vista dello schieramento delle forze militari e, non ultimo motivo, perché il ruolo della Russia nella regione è cambiato. Non si tratta più di una pura e aleatoria minaccia di intervento militare della vecchia URSS a favore degli sgangherati stati arabi, ma di una pericolosa estensione della crisi militare al di fuori dei limiti regionali, forse preparata con sapienza diplomatica dalla stessa Russia e dalla Cina.

In questo gioco, gli interessi di classe dei proletari palestinesi sono totalmente oscurati, perché sono appiattiti sulla rivendicazione di autonomia nazionale della borghesia palestinese. I loro movimenti, pur fondati con base sociale costituita in gran parte da puri proletari, hanno condotto una tragica lotta ultradecennale, che non ha avuto, né a maggior ragione può averlo oggi, alcun significato dal punto di vista della riproposizione delle posizioni storiche del comunismo internazionale. Nei decenni trascorsi, essi hanno avuto il sostegno dei falsi partiti comunisti legati agli interessi dell’allora Unione Sovietica, e, nell’attualità, lottano e danno quotidianamente il loro tributo di sangue e di vite per l’unica questione dell’autonomia nazionale. In ambedue i casi si tratta di finalità non tipiche della classe proletaria, ma legate ad interessi della borghesia, nazionale o internazionale, finalità che si sono imposte ai palestinesi per causa di forza maggiore, visto il loro totale isolamento. E tuttavia, anche una lotta limitata alle rivendicazioni nazionali, ma così determinata e continua nel tempo contro un’odiosa oppressione nazionale, in un quadro di ripresa del movimento proletario alla scala mondiale, potrebbe costituire una delle armi da lanciare contro l’imperialismo mondiale.

La perdurante assenza non solo di un tale movimento, ma perfino di timidi tentativi dell’inizio di una sua ripresa, ci fanno concludere che un tale scenario, pur nella sua inevitabilità storica, non possa non presumere la catastrofica conclusione di tutte le illusioni che hanno caratterizzato il periodo storico successivo alla prima guerra mondiale. In primo luogo proprio di quella del lento, ma progressivo, procedere del capitalismo verso un’organizzazione mondiale razionale ed armonica della produzione, e la conseguente, anche se graduale, distribuzione della ricchezza in maniera conforme ai principi dell’uguaglianza, come ipocritamente e vanamente predicato da tutti gli stati di “destra” e di “sinistra” in questi secoli di insulsa democrazia


[1 ] In termini generali e semplificati: “nazione” intesa come un insieme di discendenza etnica, di sangue e di nascita su un determinato territorio.

[2] Lenin, o. c. XXIV, pag. 228 - 323

[3] La risoluzione di Lenin comincia affermando che “la politica di oppressione nazionale, [pur essendo] un’eredità dell’autocrazia e della monarchia, viene sostenuta dai grandi proprietari fondiari, dai capitalisti e dalla piccola borghesia allo scopo di difendere i propri privilegi di classe”. Partendo da questa tesi, il commento del testo del 1957 è il seguente:

“Si risale alla tesi storica fondamentale del marxismo che, per il pieno sviluppo della forma capitalista di economia e lo scioglimento di tutta la società europea dai lacci feudali, fu necessaria la sistemazione, con insurrezioni interne e guerre nazionali, in Stati fondati su una  nazionalità; fu ed era necessario liquidare tutti gli storici Imperi infra - continentali, di cui duri a morire furono quelli di Vienna, di Berlino, di Costantinopoli, durissimo quello di Pietrogrado.

Se quindi il modo capitalista di produzione lega il suo sorgere nei campi europei alla libera sistemazione delle nazionalità, a cui i proletari sono direttamente interessati, nella ulteriore fase imperialista, esso, nella concezione di Lenin, si viene a risaldare alla oppressione. La lotta per i mercati extracontinentali e di oltremare conduce a potenti apparati di forze statali e a contese guerresche continue, tendenti al do­minio politico sui paesi degli altri continenti. Quando sul piano delle grandi guerre gli imperialismi si scontrano per derubarsi a vicenda delle colonie e dei possedimenti, anche quelli di pieno sviluppo capitalista e democratico volgono i loro appetiti alla conquista a danno altrui delle province europee, e, a seconda degli esiti delle guerre, i piccoli paesi e popoli passano da una ad altra mano.

All’ideologia della liberazione nazionale europea e generale si surroga l’altra dell’espansione della moderna civiltà: questa è dapprima impiegata a giustificare il soggiogamento, la schiavizzazione e la stessa distruzione di popoli e razze di colore, infine viene a prendere la forma della richiesta, nella metropoli, di province di frontiera contese in punti nevralgici: l’Alsazia Lorena, la Venezia Giulia, la regione di Danzica, i Sudeti, i Balcani. Da queste contese nasce la solidarietà dell’opportunismo socialista con il capitalismo imperiale, nasce l’epidemia del difesismo, in quanto da ogni lato si cela il desiderio di conquista sotto le frasi del salvataggio della propria sviluppata civilizzazione da minacce aggressive. Quello stesso socialismo che si diceva contro tutte le annessioni , divenne il fautore di tutte le guerre. Se si ammette il sofisma che un popolo dai modi di produzione più avanzati ha « il diritto » di governare i meno progrediti, sofisma di cui tutti i paesi d’Europa hanno conosciuto i delitti, l’idea borghese di libertà dei popoli e di uguaglianza delle nazioni, storicamente in sé stessa vuota, si svolge in quella dell’oppressione e della conquista.” 

Da: “Struttura economica e sociale della Russia d'oggi”, in Il Programma Comunista n. 10-11-12-13- 14-17-18-19-20-21-22-23 del 1955; n. 2-3-4-11-15-16-17-18-20-21-22-23-24-25-26 del 1956; n. l- 2-5-6-7-8-9-10-11-12- del 1957. Edito in volume da Programma Comunista, 1976, pag. 159 - 160 

[4] E’ per questa ragione che una delle posizioni caratteristiche del Partito Comunista Internazionale, quando viene ricostituito nel secondo dopoguerra, consiste nel ritenere di secondaria importanza per la Rivoluzione Comunista Mondiale ogni situazione legata a questioni nazionali eventualmente ancora aperte. Addirittura, nel 1945, in uno dei testi fondamentali dove viene tratto il bilancio storico degli avvenimenti legati alla Rivoluzione d’Ottobre e alla successiva degenerazione “stalinista”, si dice che “la tattica delle alleanze contro i vecchi regimi storicamente si chiude col grande fatto della rivoluzione in Russia” (in “Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia”, pubblicato in «Prometeo», I serie, n.7 del maggio – giugno 1947).

[5] Lenin, "Osservazioni critiche sulla questione nazionale", ottobre 1913, o. c. XX, pag. 14–15

[6] Lenin, "Sul diritto di autodecisione delle nazioni", febbraio – maggio 1914 o. c. XX  pag. 391

[7] Lenin, “Quaderni sull’imperialismo”, 1915 – 1916  o. c. XXXIX  pag. 89

[8] Lenin annota accanto:  “« perfino » alla guerra, uno dei motivi della guerra.”  “Quaderni sull’imperialismo”, 1915–1916  o. c. XXXIX  pag. 104

[9] Lenin, “Appunti sui compiti della nostra delegazione alla conferenza dell’Aia”, 6.12.1922,       o. c. XXXIII, pag. 413

[10] Lenin: “Il fallimento della II Internazionale”, maggio – giugno 1915 o. c. XXI, pag. 219

[11] Dal  “Corriere della sera” del 19.10.2000

[12] Dall'editoriale del "Jerusalem Post" del 24 dicembre 2000

[13] Da " Il sole 24 ore " del 29 dicembre 2000