VERSION FRANÇAISE

 


MATERIALISMO DIALETTICO

PUNTI SINTETICI IRRINUNCIABILI

1) La tesi che, di fronte alle difficoltà derivanti dall'ambiente storicamente controrivoluzionario, il partito non sia in grado di dominare, almeno teoricamente, tutta la realtà, è opposta all'impostazione comunista della natura delle classi e della funzione del partito. E' tipica della tradizione movimentista la convinzione che il partito sia una emanazione diretta delle lotte  sociali e che, dunque, nelle fasi sfavorevoli, non sia possibile dar vita all'organo rivoluzionario. La dialettica materialista ci dice che la conoscenza della verità dei rapporti sociali - e dunque la funzione specifica del partito - è un fatto che procede parallelamente, ma separatamente, dalla stessa lotta fra le classi. L'obiezione che questa sarebbe una tesi "filosofica" e non scientifica, perché non sperimentata, è  tipica dell'empirismo e del positivismo, che consideriamo scuole prive di ogni valore scientifico. In economia corrisponde all'idea che i concetti di plusvalore, di composizione organica del capitale, di saggio di profitto medio, e soprattutto la legge della sua caduta tendenziale, siano pure astrazioni logiche, non vere in quanto non sperimentabili. E' la storica obiezione al marxismo degli economisti borghesi, specialmente della tradizione neoclassica, grandi estimatori proprio dell'empirismo positivista. Il nostro metro di sperimentazione è tutto lo sviluppo storico, della natura e della specie. Ciò implica che le categorie del pensiero, e specialmente del pensiero scientifico, siano non negate, ma considerate il fedele riflesso della materia. Con la conseguenza che, siccome la materia è movimento, anche l'uso delle categorie del pensiero deve contemplare il loro continuo movimento, nel senso che non si debbono considerare nella loro separatezza, ma nel loro tramutarsi quantitativamente e qualitativamente l'una nell'altra. È solo attraverso questa conoscenza onnilaterale che si può capire l'essenza dei fenomeni naturali e sociali.

2) La storia, determinata dallo sviluppo delle forze produttive, vede un susseguirsi di modi di produzione e, quindi, di vari rapporti sociali, politici e culturali, fondati sui vari rapporti di proprietà, che riflettono la divisione in classi. Quando i rapporti sociali e di proprietà entrano in contraddizione con lo sviluppo delle forze produttive, si apre un periodo rivoluzionario di lotte di classe, dal quale generalmente si esce con una nuova struttura economica e con una nuova sovrastruttura sociale e politica: la classe dominante organizza il proprio stato. Sappiamo che il capitalismo sarà l'ultimo modo di produzione a presupporre la divisione in classi sociali e affermiamo, come nostro fine e nostra previsione scientifica, che sarà sostituito dal comunismo, nel quale non avrà più posto alcuna divisione di classe. Fa parte dei principi la nozione che l'organizzazione del proletariato in classe avvenga quando questo lotta per la rivoluzione: solo così è classe per sé e non classe per il capitale. Questo salto di qualità si ha solo quando il proletariato ha alla testa il partito rivoluzionario comunista, che, quindi, è suo organo rivoluzionario. È questione di principio che il proletariato, nella rivoluzione comunista, sia la sola classe rivoluzionaria e che debba vincere contro lo schieramento di tutte le altre classi proprietarie, coalizzate contro di esso. È un principio che la fase di transizione dal capitalismo al comunismo veda l'organizzazione della Dittatura del Proletariato, lo stato politico del solo proletariato contro tutte le altre classi. In questa forma di stato proletario è previsto che il potere politico sia affidato al solo partito comunista. Finita la transizione, lo stato di classe si sgonfierà del suo contenuto repressivo e, sempre sotto la direzione dei comunisti, si dedicherà alla naturale organizzazione delle cose umane secondo il principio: "da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni".

3) L'attuazione pratica dei principi nella realtà dà origine alla tattica, la quale, affermandoli nelle varie situazioni storiche, non dovrà mai contraddirli. Per questa ragione è particolarmente importante una analisi precisa delle varie situazioni di crisi dei rapporti sociali, in quanto i concetti di crisi economica, crisi sociale, crisi politica e crisi rivoluzionaria sono diversi. In particolare si può parlare di crisi sociale, e non solo economica, solo se esiste un vasto movimento, pur non ancora organizzato, che mette in discussione il consenso sociale alle strutture politiche dello stato; crisi politica si ha invece quando il proletariato si è anche strutturato organizzativamente e mette veramente in discussione il problema del potere politico - non il governo, ma il potere politico di classe -; e, completando il quadro, si ha crisi rivoluzionaria quando chi mette in discussione il potere politico è il movimento proletario diretto dal partito comunista. E' ovvio che tali situazioni storiche non siano separate da muraglie cinesi, però va tenuto conto della loro diversità per valutare bene la forza reale del partito e, di conseguenza, anche il grado di attuabilità del piano tattico rivoluzionario. In occidente, in definitiva, definiamo la situazione storica attuale con la nozione che dal 1914 gli stati borghesi sono entrati nella fase dell'imperialismo. Da allora il proletariato non ha altra tattica da praticare se non quella dell'assalto rivoluzionario diretto, che lo vede sola classe lottare contro lo stato borghese fino ad abbatterlo. Pertanto rifiutiamo tutte le forme di parlamentarismo, così come neghiamo che, prima della rivoluzione, sia necessario il conseguimento di obiettivi intermedi (del tipo riforme, democrazia, pace, guerra e quant'altro), giustificati con la presunzione che in qualche modo la facilitino. Dalla nozione che le "mezze classi", nella fase pienamente imperialistica, hanno perso definitivamente qualsiasi significato rivoluzionario e progressivo per il comunismo, deriviamo il rifiuto di qualsiasi alleanza politica con esse per qualsiasi scopo. Escludiamo così il ricorso ad alleanze, sia sul piano politico intermedio come il "fronte unico politico", sia - ed a maggior ragione - su quello dell'uso del potere politico, come il "governo operaio".

4) Il partito, proprio per attuare nella loro vera essenza i principi, deve tenere conto delle varie situazioni storiche rivoluzionarie. Queste, generalmente, debbono schematicamente dividersi almeno in due tipi: quelle in cui la rivoluzione può essere solo doppia e quelle in cui si pone in modo diretto. Nella doppia rivoluzione, per esempio nelle rivoluzione russa, vi sono più classi rivoluzionarie (lo è, perciò, insieme al proletariato, almeno la piccola borghesia), perché il modo di produzione non è ancora pienamente capitalistico: pertanto gli organi dello stato rivoluzionario, per un periodo di tempo più o meno lungo, possono essere formati da più classi, in quanto esiste un comune fondamento rivoluzionario. Di conseguenza, poiché le classi sono espresse socialmente e politicamente da partiti, gli organi dello stato rivoluzionario possono essere composti anche da più partiti. Al contrario, nella rivoluzione diretta, c'è un'unica classe rivoluzionaria, il proletariato. Pertanto gli organi dello stato rivoluzionario saranno formati dal solo Partito Comunista, unica espressione dell'unica classe rivoluzionaria. Tutte le altre classi e, quindi, tutti gli altri partiti, sono controrivoluzionari. Ecco perché i soviet, in quanto organi della dittatura proletaria, saranno organizzazioni di soli proletari e non anche di strati non proletari, tanto meno difficilmente definibili. Il criterio guida, a tale proposito, sarà quello per cui sono appartenenti alla classe proletaria tutti coloro che, indipendentemente dal contenuto della loro attività ed indipendentemente dall'essere o meno occupati, possono contare solo sul loro eventuale salario come fonte della loro sopravvivenza. Il soviet è l'organizzazione dello stato proletario: nessun appartenente ad ogni altra classe ne può far parte costituzionalmente, perché ogni altra classe è controrivoluzionaria.

5) Non si può sostenere che, da affermazioni di contenuto generale, non debbano derivare indicazioni tattiche. Significherebbe affermare un principio, che è stato sempre dichiarato estraneo alla tradizione rivoluzionaria: il principio che la tattica debba essere elastica ed indeterminata, in quanto teoria e pratica sono separate. Al contrario, il partito deve essere in grado non solo di conoscere il nesso che lega ogni valutazione di carattere generale con tutte le indicazioni tattiche, ma anche di capire che quest'ultime hanno rilevanza per il loro carattere oggettivo, indipendentemente da ogni intenzione soggettiva, fosse anche dello stesso partito. Dalle degenerazioni della Seconda e Terza Internazionale abbiamo, pertanto, concluso che, per tenere saldo un partito politico comunista sui suoi principi rivoluzionari, occorre impedire che esso si inoltri in tattiche indeterminate. La tattica deve essere racchiusa in una serie di ipotesi rigidamente prevista, che chiamiamo "rosa di eventualità", nota a tutti i comunisti e vincolante tutta l'organizzazione. Nella conferma continua della tattica, attesa da tutti i membri del partito, vediamo scaturire e rafforzarsi dialetticamente le sue strutture centralizzate. Per cui l'esigenza della organicità, nella centralizzazione organizzativa, in definitiva, si risolve nella attuazione da parte di tutto il partito della giusta politica rivoluzionaria, in particolare della tattica prevista.

6) Dal punto di vista della struttura del partito, fermo restando che i comunisti tendono ad organizzarsi naturalmente in modo centralistico, non esiste una ricetta valida in ogni tempo e in ogni luogo. Come nel caso della tattica, è la giusta affermazione dei principi, nella situazione storica data, che determina il giusto modo di incarnare il centralismo organico. Il fatto poi che si formi un centro distinto da una periferia, oppure no, è dovuto allo  svolgersi degli eventi storici, che devono anch'essi essere previsti e spiegati ai membri del partito stesso . Nel nostro programma è contemplato che, nelle fasi di avvicinamento alla rivoluzione, il partito dovrà essere sempre più rigidamente centralizzato e organizzato, fino a dover dipendere da una struttura clandestina e militare. Fino ad allora, voler introdurre un simile "scimmiottamento" di metodi sarebbe il riscontro organizzativo di una sopravvalutazione della situazione, per quanto concerne le sue potenzialità rivoluzionarie. Per gli stessi motivi rifiutiamo che l'attività del partito possa essere decisa da scontri fra maggioranza e minoranza; ed è ormai fondamento di principio che nel partito si determini un feroce clima antiborghese. Rifiutando l'idea che nel partito si possa fare lotta politica, senza decretarne il progressivo indebolimento fino alla morte, affermiamo altresì che, quando intervengono divergenze e dunque scontri fra compagni, siamo in presenza di uno smarrimento del giusto programma rivoluzionario. Pertanto, queste questioni di carattere politico vanno risolte nella riaffermazione della giusta concatenazione di fini, principi, tattica e organizzazione, patrimonio collettivo di tutti i militanti.


7)
I comunisti considerano con grande attenzione tutte le manifestazioni di lotta che provengono dal versante economico. In particolare quando tale lotta assume le caratteristiche di una vera e propria lotta di una classe, che non sia mera classe per il capitale, ma classe per sé. Di una classe, che riconosca i prodotti come propri e avverta la separazione dalle condizioni della loro realizzazione come separazione indebita, forzata, insopportabile. Un'enorme coscienza, essa stessa prodotto del modo di produzione capitalistico, che caratterizzerà il proletariato durante la fase della sua avanzata rivoluzionaria: solo allora suonerà la campana a morte per lo stesso capitale. Pertanto non escludiamo che gli organismi intermedi di presa del potere possano essere quelli che la classe si dà nella ripresa di una tale lotta economica. Ed è patrimonio dei comunisti la nozione della rinascita del "sindacato di classe" in occidente, cosa che potrà avvenire o con la conquista a legnate degli attuali sindacati, o con la riorganizzazione ex - novo al di fuori di essi. Al di là di situazioni particolari e contingenti, consideriamo necessarie e sufficienti per la descrizione di uno scenario rivoluzionario tre condizioni: 1) un vasto proletariato di puri salariati desiderosi di lottare per i propri interessi; 2) un movimento di associazioni intermedie di classe a sfondo economico; 3) un partito comunista organicamente centralizzato con una tattica nota e vincolante, che abbia una notevole capacità di influenza e di direzione delle stesse organizzazioni proletarie.


8) In questa fase storica di capitalismo senile, ma vitale, le contraddizioni sociali continuano a manifestarsi endemicamente senza mai giungere ad una definitiva risoluzione; in particolare risorgono e si accavallano questioni etniche, razziali e nazionali. In occidente, la fase in cui queste questioni potevano essere comprese in senso rivoluzionario nel piano tattico generale si è ormai chiusa con la rivoluzione russa del 1917. Possono rimanere aperte in altre parti del mondo, ma, non potendosi ricongiungere col loro alleato naturale, il proletariato occidentale, a causa della totale acquiescenza di questo alla politica imperialista, sono destinate, nella maggior parte dei casi, ad abortire in scontri etnico/tribali sotto la gestione dell'uno o dell'altro imperialismo di turno. Eventuali sommovimenti nazionalistici di tipo borghese non possono essere esclusi in via di principio, però non potranno avere l'influenza che ebbe la rivoluzione russa nell'incendio rivoluzionario che scosse l'Europa nel primo dopoguerra. I problemi essenziali della rivoluzione dovranno risolversi in occidente, mentre, per un loro preciso inquadramento nel processo rivoluzionario, vanno ben studiate caso per caso queste questioni pre- capitaliste, che ancor oggi l'imperialismo non riesce a definire. Con ciò non vogliamo dire che la risoluzione delle questioni nazionali va rimandata a dopo la rivoluzione, ma che è impossibile avere una tattica precisamente determinata per le politiche nazionali, fino a quando non ci sarà il risveglio del proletariato occidentale, che darà nuovo impulso e significato anche a questi movimenti di tipo rivoluzionario democratico borghese. Di altra natura invece, anche se sempre riconducibile ad un problema di razza - religione - lingua e cultura, sarà la questione della riorganizzazione del proletariato nelle metropoli occidentali, che vedrà la partecipazione fattiva e determinante di lavoratori sradicati dalle loro nazioni originarie. Al gran crogiolo della rivoluzione dovrebbero fondersi questi caratteri nazionali, ma il partito dovrà prepararsi prima ad affrontare problemi che non hanno riscontro nella tradizione del movimento operaio così come si è venuto organizzando in questo secolo.

9) Le crisi di sovrapproduzione sono un aspetto degli effetti prodotti dall'operare inevitabile della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto medio. Quest'ultima dunque inquadra in maniera complessiva e generale il procedere contraddittorio dell'economia capitalistica e dimostra la transitorietà storica del suo modo di produzione. Una delle controtendenze più efficaci, che  si oppongono a tale legge, è la svalutazione del capitale costante. Fenomeno che, nell'Ottocento e, in maniera progressiva, nel Novecento, ha assunto sempre maggiore importanza, fino a determinare l'aprirsi dell'epoca delle guerre imperialiste con lo scoppio della prima guerra mondiale. Infatti la guerra rappresenta la più efficace controtendenza alla caduta del saggio di profitto medio, proprio perché permette di distruggere una grande massa di capitale costante e azzerare, dunque, ogni suo valore. Essa non è una scelta politica di alcuni stati più imperialisti di altri, ma una necessità economica, storicamente inevitabile, del capitalismo nel suo complesso, giunto alla sua suprema fase imperialista. Pertanto guerra e rivoluzione non sono due soluzioni diverse ed opposte della crisi della borghesia: la guerra può essere solo un rinvio temporaneo ad una nuova crisi e ad una nuova guerra, mentre la rivoluzione comunista presume un cambiamento di qualità di tutti rapporti sociali indotto proprio dal prolungarsi della situazione bellica, cambiamento che costituisce il fondamento della trasformazione della guerra imperialista in rivoluzione comunista mondiale.

10) L'unica tattica ammissibile contro la guerra, nell'epoca imperialista e per tutti i paesi imperialisti,  è il disfattismo rivoluzionario. Sostenere, invece, che la tattica disfattista è solo una delle tattiche possibili, si risolve nella negazione del principio della inevitabilità delle guerre imperialiste. Perciò le indicazioni tattiche riassumibili  nelle parole "fermare la guerra", o la valutazione che "la guerra e' evitabile", hanno oggettivamente lo stesso significato di "vogliamo la pace". Ecco perché Lenin afferma che "fermare la guerra con la rivoluzione" è la frase tipica di tutti i capi riformisti e che è da imbecilli o da traditori ripeterlo, specialmente dopo l'esperienza della prima guerra mondiale. L'aprirsi della crisi militare, con l'entrata in guerra del proprio stato, non va vissuta come un momento di particolare drammaticità. Essa è la manifestazione dell'impossibilità per la borghesia di mantenere il proprio potere in modo pacifico e idilliaco, col solo uso del consenso sociale. Rappresenta la crisi del  modo comune di funzionare del capitalismo. Anche se la guerra non è altro che la continuazione dello scontro economico con altri mezzi, a certe condizioni può aprire scenari rivoluzionari. Evidentemente non tutte le guerre sono suscettibili di essere trasformate in rivoluzioni, ma, indipendentemente da ciò, è sempre auspicabile non solo la fraternizzazione sui fronti, che sarebbe l'esatto opposto di ciò che vuole la borghesia, ma la semplice sconfitta del proprio esercito.  Su quest'ultima ipotesi i rivoluzionari lavorano unilateralmente. Ogni diversa valutazione implicherebbe l'affermazione di una tesi sempre rifiutata dal movimento comunista, quella di una impossibile vittoria della rivoluzione in modo simultaneo in tutti i paesi imperialisti. Al contrario, la tesi che deve essere affermata è: guerra imperialista e rivoluzione comunista mondiale sono certamente l'una il contrario dell'altra, ma sono coincidenti nel loro inevitabile intrecciarsi e trasformarsi l'una nell'altra, in un lungo periodo storico di gestazione della dittatura proletaria e poi del comunismo. Ecco perché i comunisti, rifiutando comunque l'idea che, specialmente nell'attuale fase storica imperialista, la diserzione possa rappresentare una forma di opposizione al dominio di classe del capitale,  si preparano ad un lungo periodo di penetrazione nell'esercito, partono per ogni guerra allo scopo di rivolgere le armi che la borghesia dà alle masse, contro la borghesia stessa. Solo essi sono i veri sabotatori della guerra, i veri nemici della nazione, perché solo nel loro programma rivoluzionario è contenuta la vera sconfitta dello stato borghese.