MATERIALISMO DIALETTICO

 

IMPERIALISMO, GUERRA, RIVOLUZIONE

1 - IMPIEGO CINETICO E POTENZIALE DELLA VIOLENZA

L'uso della forza e della violenza, tra individui e gruppi sociali organizzati, è un fatto materiale che deve essere indagato senza il minimo ricorso ad apriorismi di stampo moralistico.

L'analisi di questo punto di principio è fondamentale per non cadere nella retorica e nella metafisica. Occorre risalire alle basi del rapporto materiale in cui si esplica la violenza fisica e bisogna riconoscerne il gioco fondamentale anche quando agisce allo stato latente, di pressione e di minaccia, pur senza un aperto spargimento di sangue. A questo proposito il concetto scientifico, maturato fin dalle scoperte della fisica e della meccanica nel XVII e XVIII secolo, dell'assimilazione nella loro azione delle riserve potenziali e delle manifestazioni cinetiche dell'energia, è diventato ormai familiare ad ogni uomo. Tuttavia, nel campo della vita degli organismi e quindi delle relazioni sociali, tale assimilazione è del tutto rifiutata dalle innumerevoli confessioni religiose e filosofie, che oscillano tra il culto della forza e del superuomo, e la rassegnazione e la non - resistenza tipica del cristianesimo.

Per effetto di queste false ed interessate ideologie si denuncia la violenza solo quando il classico lupo mangia l'agnello, con la conclusione che inevitabilmente si odia il lupo e si piangerà sull'innocente agnellino. Piano piano l'accezione comune di questi fatti scivola negli inganni delle etiche e delle mistiche, senza più alcun riferimento ad un'analisi obiettiva del fenomeno, favorendo il fatto oggi giganteggiante della manipolazione delle idee, che va dalla falsa notizia alla critica e all'opinione già confezionata. Cosa che non deve sembrare di poco peso, in quanto costituisce uno dei più brutali esempi di violenza virtuale, che, pur non prendendo l'aspetto di una imposizione con mezzi coercitivi, contribuisce non poco a deformare la realtà sociale.

Solo tenendo presente questo punto è possibile analizzare la questione dell'uso cinetico della violenza in modo non mistificante.

Un esempio eclatante di tale mistificazione è l'uso, così sistematico e così insistente da far venire il voltastomaco, di notizie scritte e di immagini, condite in mille salse, di vittime della "brutale" violenza caratteristica degli scontri armati tra gruppi sociali e particolarmente tra eserciti. Chi ormai non si scandalizza per le cosiddette "atrocità di guerra"? Chi non esprime sdegno e rabbia quando viene messo di fronte a file di cadaveri ammassati e mutilati che quotidianamente appaiono, da tutti i teleschermi, alle cosiddette "masse", da tutti vezzeggiate e rimbecillite? Chi non è pronto a mobilitarsi e a giustificare la reazione altrettanto violenta contro chi viene ritenuto "responsabile" di tali "misfatti"? Però c'è da chiedersi:

Perché altrettanto orrore non viene alimentato per le decine di milioni di morti di fame che ogni anno crepano sul nostro pianeta?

Non è che manchino di queste notizie: tutti hanno sentito dire, e non una sola volta, che ogni secondo muoiono di fame almeno due persone nel mondo. Tuttavia queste informazioni vengono date molto raramente, ed inoltre vengono confezionate in modo tale da suscitare in tutti espressione di pietà e di commiserazione. Vengono presentate in modo da mostrare fatti spiacevoli per tutti, ma che purtroppo non possono essere cambiati in tempi brevi, nonostante che tutti i governi dei paesi "civili" si adoperino per eliminare "il flagello della fame" dalla nostra "evoluta" società. A nessun borghese, grande o piccolo, a nessun operaio opportunista del nostro mondo "civile", passa per la testa che per il suo benessere (di diversa entità, ma pur sempre benessere) muoiono decine di migliaia di asiatici, africani o latino - americani. Supponiamo allora che i moribondi ce la facciano ad imbracciare un fucile - o, meglio, a sparare missili - contro gli "innocenti" occidentali: nessuno metterebbe in dubbio la legittimità della difesa contro la violenza dello "aggressore". Tutto il popolo non esiterebbe a difendere il suo diritto ad esistere e prosperare nella "pace" contro chi, per il fatto stesso di imbracciare un fucile, verrebbe additato come un amante della violenza e, pertanto, responsabile della legittima difesa da parte di inermi "cittadini" dediti solo alla produzione, al commercio e al sacrosanto consumo. Ecco le conseguenze sicure della diffusione sistematica ed ossessiva delle notizie sulle "atrocità" commesse durante le guerre. Una sana reazione proletaria sarà quella di non provare alcuna pietà, mentre, da parte sua, il partito non cadrà nell'errore di attribuire a questi falsi sentimenti "umani" una qualche validità scientifica per quanto riguarda la preparazione delle energie necessarie a predisporsi alla lotta per la Rivoluzione Comunista e alla instaurazione della Dittatura Proletaria.

Da quanto sopra si capisce come sia importante il nostro assunto che, senza l'uso della forza materiale in forma cinetica, la classe oppressa non potrà mai elevarsi al rango di classe dominante. Al contrario, l'utilizzazione della violenza in forma potenziale può servire solo alla classe detentrice del potere politico, che, viceversa, esprime debolezza quando decide di ricorrere alla violenza cinetica. Se confrontiamo il peso dei due fattori di forza, quello della violenza in atto e quello della violenza in potenza, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, dobbiamo concludere che il secondo è quello storicamente dominante, in quanto, nelle lunghe fasi di pace sociale, la disposizione autoritaria viene eseguita senza resistenza alcuna e l'uso della violenza cinetica, sempre possibile, è l'eccezione; mentre, nelle fasi rivoluzionarie, tale rapporto si inverte e diventa la regola l'uso della violenza in atto.

In un testo degli anni '40, "Forza - Violenza e Dittatura nella lotta di classe", è stato analizzato, con l'applicazione del classico metodo materialista e dialettico, questo punto di fondamentale importanza, che deve caratterizzare il marxismo rivoluzionario, distinguendosi nettamente da ogni altra analisi anche sedicente rivoluzionaria. La conclusione allora tratta, ed oggi a maggior ragione da ribadire, è che i veri rivoluzionari hanno sempre preferito una situazione nella quale la stessa classe dominante svela le sue armi; di conseguenza, oggi, immersi come siamo nel più mefitico ambiente pacifista, non possiamo che accogliere con letizia e con fiducia rivoluzionaria ogni segnale che costringa la stessa classe dominante ad abbandonare la carota e a brandire nuovamente il bastone.

" III - REGIME BORGHESE COME DOMINAZIONE

In questo studio si esamina la portata dell'impiego della forza nei rapporti sociali, distinguendo tra le manifestazioni palesi di violenza spinta sino alla strage, e il gioco delle imposizioni che si attuano senza resistenza materiale della persona o del gruppo che le subisce, in virtù di una sanzione comminata ai trasgressori o comunque di una disposizione delle vittime a riconoscere la norma che loro sovrasta. Nella prima parte abbiamo stabilito un raffronto tra questi due tipi del manifestarsi dell'energia nel campo sociale, e le due forme in cui l'energia si manifesta nel mondo fisico: quella attuale e cinetica, o di movimento, che si accompagna all'urto ed alla esplosione dei più svariati agenti; e quella virtuale e potenziale, o di posizione, che, pur non dando luogo a tali manifestazioni, ha parimenti gioco importantissimo nell'insieme dei fatti e dei rapporti di cui si tratta.

Tale raffronto, svolto dal campo fisico a quello biologico e a quello umano, lo abbiamo seguito con brevi cenni nel corso delle epoche storiche, e, pervenendo al presente periodo borghese capitalistico, abbiamo mostrato che in esso il gioco della forza e della violenza nei rapporti economici, sociali e politici tra individuo e individuo e soprattutto tra classe e classe, non solo ha un peso grandissimo e fondamentale, ma, se di una misura potesse parlarsi, assume frequenza e vastità assai maggiori che nelle epoche precedenti e nei tipi di società precapitalistiche...

Tale relazione varia moltissimo a seconda delle varie fasi della storia del capitalismo e a seconda dei vari paesi in cui questo è stato introdotto. ..

Ma ciò che interessa è mostrare che anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale contro i possibili scarti di individui isolati, di gruppi organizzati o di partiti, resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi e degli istituti della classe superiore...

Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio dell'energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico...

In determinati paesi e in determinate situazioni, come ad esempio nell'Italia del 1922 e nella Germania del 1933, la tensione dei rapporti sociali, la instabilità del tessuto economico capitalistico, la crisi - in forza di vicende belliche - della stessa impalcatura dello stato, divennero così acute che la classe dominante intravide vicino il momento ineluttabile in cui, frusti ormai tutti gli inganni della propaganda democratica, avrebbe dovuto attendersi la soluzione dell'urto violento delle opposte classi.

Si verificò allora quella che si definì giustamente come offensiva padronale. La classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l'apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari, riuscita a raggiungere un grado di strategia storica grandemente apprezzabile, ruppe gli indugi e prese l'iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l'assalto della rivoluzione (tendente secondo l'insegnamento di Marx e di Lenin non ad occuparlo, ma a spezzarlo in frantumi fino alle ultime conseguenze) fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed un'azione offensiva volta a infrangere le posizioni di partenza dell'organizzazione proletaria.

Fu quindi di poco anticipata una situazione che nella prospettiva rivoluzionaria era chiaramente prevista in quanto i comunisti marxisti non avevano mai pensato di poter attuare il trapasso alla realizzazione del loro programma senza questo supremo scontro tra le opposte forze di classe, e in quanto tutta l'analisi della più recente evoluzione del capitalismo e del grandeggiare delle mostruose sue formazioni statali nella loro gigantesca impalcatura lasciava chiaramente intendere l'inesorabilità di questo sviluppo.

Il grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione fu quello di deprecare questa potente conversione del capitalismo dal terreno della ipocrisia democratica a quello dell'aperta azione di forza come un movimento revocabile nella storia, e del contrapporgli non la richiesta dell'abbattimento della forza capitalistica, ma la stupida e imbelle pretesa che questa, rifacendo all'inverso quel cammino storico che noi marxisti le avevamo sempre attribuito, e per comodità personale di capi politici istrioni e vigliacchi, si compiacesse di rinculare dallo sfoderamento delle sue armi di classe sulla posizione vuota e superati della mobilitazione senza guerra che costituiva il compiacente aspetto del periodo precedente...

Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinanzi all'avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l'attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l'energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l'innocua custodia di tela. In fase fascista l'energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore e oppressore è quella di rimettere l'ingannevole schermo sulla bocca dell'arma. Per tal modo l'efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell'inganno legalitario.

Poiché sarebbe ancora più insensato chiedere al proprio nemico di disarmare, bisogna accogliere con letizia il fatto che egli, costretto dalle urgenze della situazione, sveli le proprie armi, poiché sarà meno difficile affrontarle e infrangerle.

Il regime borghese di dittatura adunque è una fase immancabile e prevista della vita storica del capitalismo il quale non morirà senza averla esperita. Lottare per il rinvio di questo palesarsi delle opposte energie sociali di classe, svolgere una propaganda vana e retorica ispirata a uno stupido orrore di principio per la dittatura, è tutto lavoro svolto soltanto a favore del sopravvivere del regime capitalistico, del prolungarsi dell'asservimento e della oppressione sulla classe lavoratrice." ("Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe", da "Prometeo", 1946,1947,1948. Pubblicato in "Partito e classe", ed. Il Programma Comunista, 1972, pag. 92 - 96)

2 - LO STATO HA IL MONOPOLIO DELL'USO CINETICO DELLA FORZA

La capacità di utilizzare la violenza in forma cinetica, quando è indispensabile per la difesa dei rapporti sociali esistenti, si concentra nell'apparato statale e questi, nelle fasi di crisi che mettono in discussione la sua stessa impalcatura, non esiterà a scatenare tutte le sue risorse contro l'erompere delle forze rivoluzionarie. Perciò ogni tattica rivoluzionaria non deve essere finalizzata alla "conquista dello stato", perché non è possibile che sia "gestito" contro l'interesse della classe dominante, ma deve essere finalizzata alla conquista del potere politico, cosa che può avvenire solo attraverso la distruzione dello stato esistente e la formazione di un altro stato, che sia espressione della nuova classe dominante.

Questa dinamica con cui si dispiega storicamente la funzione dello Stato, che va dalla più brutale repressione dei movimenti rivoluzionari alla loro esaltazione nel nuovo apparato dello stato rivoluzionario, si capisce solo se non si dimentica la sua natura e la sua origine. I rapporti sociali di dominio e di servitù hanno infatti avuto una doppia origine e, perciò, non si spiegano solo per il fatto dell'uso della violenza da parte dell'individuo più dotato, del gruppo sociale o della classe più forte. Come spiega Engels nello "Antidühring", già nelle comunità primitive esistono, sin da principio, certi interessi comuni la cui salvaguardia viene delegata a singoli, se pure sotto il controllo della comunità. Tali interessi comuni consistono nella soluzione dei litigi, nella repressione delle prepotenze, nella regolazione delle acque, ecc. Gli individui delegati a tali funzioni acquistano con il tempo una certa autonomia e costituiscono i primi rudimenti del potere dello stato. In seguito, tanto la funzione sociale quanto il potere degli individui delegati al suo espletamento, si rendono sempre più indipendenti, sino ad arrivare al dominio sulla collettività. In questo senso, dunque, il dominio politico ha avuto dappertutto a suo fondamento l'esercizio di una funzione sociale. Questa sua forma originaria, pertanto, ha continuato ad esistere anche nelle primitive comunità, laddove ha mantenuto questo suo legame con la funzione sociale e ha favorito, per questa via e in modo consensuale, l'apparizione delle classi sociali. Si spiega così perché, prima di soccombere, ogni stato difende fino all'ultimo se stesso e, con esso, la funzione sociale per la quale è sorto. Accanto a questa origine delle classi sociali, come è più noto, va annoverato il passaggio dalla coltivazione in comune della terra all'assegnazione di appezzamenti parcellari a singole famiglie, cosa che produsse, come conseguenza, la possibilità di separare la forza - lavoro dalle persone e di poterne usare il suo valore. Così la guerra diventò il mezzo principale adatto a fornire tale valore, la schiavitù divenne la norma, e la violenza, invece che dominare l'ordine economico, fu costretta a servirlo. Fu così possibile quella divisione del lavoro tra agricoltura e industria, sulla cui base fiorirono le civiltà del mondo antico e, in particolare, la schiavitù, che fu la base della civiltà ellenica e dell'impero romano, sulle cui basi si è sviluppata l'Europa moderna.

Questo processo, che vede la violenza protagonista nella storia dell'umanità, raggiunge il suo apice con la formazione degli stati moderni, e specialmente nell'epoca capitalistica, dove l'esercito è diventato il perno principale dello stato stesso. Perciò è del tutto assurdo (oggi ancora più di ieri) proporsi fini rivoluzionari senza un ben preciso atteggiamento nei confronti dell'esercito stesso, espressione massima della forza e della violenza sociale. Cosa che già Engels aveva chiaramente individuato e, successivamente, Lenin preciserà ancora meglio riflettendo sugli avvenimenti del I871 e del 1905, il che ha rappresentato una delle più importanti basi del successo dell'Ottobre 1917. Riprenderemo in seguito le Tesi di Lenin; intanto riportiamo le argomentazioni di principio che Engels fa nello "Antidüringh":

"L'esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a sé stesso; i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire i soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della sua propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per l'esercito, marina, cannoni ecc., e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria; dall'altra a prendere sempre più sul serio il servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l'uso delle armi e a renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte ai signori della casta militare che esercitano il comando. E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l'esercito dei principi si muta in un esercito di popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo.

Ciò che non poté compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro posizione di classe: questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall'interno il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti." (F. Engels, "Antidüringh", o.c. Ed.Riu. XXV, pag. 163 - 164)

3 - VIOLENZA E GUERRA

La guerra tra i popoli e gli stati ha sempre caratterizzato la storia dell'umanità. Per il marxismo la condanna o l'approvazione di tali guerre discende dal loro significato storico e non da principi morali.

L'esercizio della violenza da parte di singoli, gruppi o stati non deriva da nessuna caratteristica più o meno malvagia riconducibile alla "natura umana", come pretende ogni razza di idealista, ma è una manifestazione necessaria dello sviluppo economico e sociale. Essa ha una funzione, che, in determinate situazioni storiche, la rendono inevitabile. Il potere politico che l'adopera può svolgere una funzione sociale positiva, o porsi contro l'ulteriore sviluppo dell'umanità, nel qual caso è destinato a cadere sotto i colpi di una violenza ancora più forte, espressione delle nuove ragioni economiche e sociali che si vogliono aprire la strada.

La stessa formula, secondo la quale la violenza è legata all'esistenza delle classi sociali e della proprietà privata, è inadeguata ed esprime una certa ripugnanza di carattere moralistico di fronte alla guerra. Tale formula infatti non tiene nel debito conto tutti i momenti in cui la guerra ha rappresentato un evento positivo per l'umanità. Perfino nella fase storica del comunismo primitivo, e in quella della sua dissoluzione, essa rappresentò il mezzo più importante per la difesa e lo sviluppo delle forze produttive. Infatti la guerra permise, prima, la fusione di piccoli gruppi sociali, che, per la loro stessa esiguità, erano condannati ad una esistenza precaria e quasi impossibile, e, conseguentemente, favorì la stessa dissoluzione del comunismo primitivo e la nascita della società divisa in classi.

Pertanto la violenza non va vista come la causa determinante dello sviluppo sociale. Tuttavia ne costituisce un aspetto necessario ed indissolubile, tant'è che l'avvicendarsi dei vari popoli e stati nel dominio territoriale e politico del mondo segna sempre un passo avanti nella storia dell'umanità, per l'elementare principio che la vittoria in guerra è il risultato di una superiorità di tutte le forze, condizionate a loro volta dalla produzione materiale.

4 - CAPITALISMO E GUERRA

L'avvento del capitalismo è già chiaramente anticipato dalle guerre franco- spagnole per il predominio in Italia nel XVI secolo. Fu la Spagna, la quale possedeva un enorme impero coloniale e che viveva dei proventi delle attività commerciali con cui sfruttava le terre e i popoli d'Africa, Asia e America, che pretese di dominare l'Europa alla stessa maniera. La potenza militare spagnola era certamente maggiore di quella francese, tuttavia la Francia costituiva già uno stato più omogeneo e più accentrato, dove la borghesia appoggiava apertamente la monarchia contro gli interessi della nobiltà. Senza contare che inoltre la Francia, nella sua lotta contro la Spagna, poté avere l'appoggio anche dei nobili tedeschi, che, a loro volta contro l'impero spagnolo, volevano consolidare l'autonomia di certe regioni tedesche, utilizzando a tale scopo non solo l'alleanza con la Francia, ma anche le contemporanee guerre di religione.

La fine del XVI secolo vedeva ancora la Spagna come potenza predominante, se pur indebolita, in Europa, e, proprio tale indebolimento fu la premessa della sua caduta di fronte a nuove potenze ormai basate sui nuovi rapporti economici capitalistici, in particolare dell'Inghilterra. Si trattava di una caduta destinata in breve tempo a diventare disfatta, e tale disfatta fu proprio emblematica con la sconfitta della "Invencibile Armada" nel 1588 ad opera di eserciti che combattevano in nome del calvinismo, che molto bene rappresentava l'erompere delle nuove forze del Capitalismo.

In Francia e in Germania, nel corso dei due secoli successivi vi saranno arresti nello sviluppo del nuovo modo di produzione capitalistico, che invece, per vicende storiche conosciute, ebbe la prima decisiva affermazione in Inghilterra.

Tuttavia ciò non toglie che già le guerre condotte contro la monarchia spagnola annunciavano il nuovo modo di produzione, in quanto sono tutte caratterizzate da un postulato di fondo, che poi sarà il tratto caratteristico del capitalismo, ovunque si affermerà. Si trattò infatti della lotta per la formazione di stati nazionali, che è rivoluzionaria (come allora lo fu), in quanto tenda alla distruzione dei rapporti economici pre - borghesi e alla loro sostituzione con il mercato capitalistico. Questo dunque, prima ancora di una sua piena affermazione, viene annunciato da una serie di guerre tra stati.

5 - LE GUERRE NAZIONALI DELLA BORGHESIA RIVOLUZIONARIA

Le guerre per la formazione degli stati nazionali hanno sempre caratterizzato l'epoca capitalistica, dal XVI secolo fino ai giorni nostri. Tuttavia il loro significato è rivoluzionario solo in quanto sono collegate alla formazione del mercato e quindi alla distruzione dei rapporti economici precapitalistici. Ecco perché le guerre di sistemazione nazionale perdono ogni spinta rivoluzionaria in Europa fin dal 1871 e, nel nostro secolo, il loro significato rivoluzionario svanisce progressivamente anche fuori di Europa, nella misura in cui il modo di produzione capitalistico si diffonde in tutto il mondo. La data del 1871, relativamente all'Europa, è significativa per l'esito della guerra franco - prussiana, nella quale viene definitivamente sconfitto l'impero di Napoleone III; ma ciò non esclude che un'eventuale guerra di aggressione, da parte della stessa Francia e soprattutto della Russia, alla Germania, che solo sul finire del secolo si era compiutamente formata come entità nazionale, non mantenesse un indiscusso significato rivoluzionario alla guerra di difesa e, perfino, di risposta aggressiva condotta dalla stessa Germania, dove, più che altrove, si era sviluppato il movimento socialista.

Prima del 1871, hanno un significato rivoluzionario di non poco conto, le guerre condotte dalla borghesia inglese durante la sua rivoluzione nella seconda metà del XVII secolo, così come la guerra dei coloni americani contro la stessa Inghilterra un secolo dopo, le guerre della Francia rivoluzionaria contro le varie coalizioni austro- russo- inglesi, le guerre di aggressione di Napoleoni I, le guerre condotte dalla Prussia e, in tono minore, dal Regno di Sardegna contro gli imperi austro - ungarici e di Napoleone III, per non citare che quelle più note e più importanti.

Con l'inizio del ventesimo secolo si può dire che la fase della sistemazione nazionale in Europa è conclusa, con l'eccezione dell'area russa e, pertanto, le lotte per la formazione di stati nazionali si spostano dall'Europa nei paesi arretrati della Asia, dell'Africa, dell'America Latina. In questi paesi si riproduce lo stesso processo e sviluppo storico, che si era concluso con il finire del secolo in Europa: dove la lotta nazionale coincide con l'eliminazione dei rapporti economico- sociali ancora pre capitalistici, tale lotta ha ancora un significato rivoluzionario, che, tuttavia, viene progressivamente meno nella misura in cui tale collegamento svanisce. Ed è, di fatto, svanito con il diffondersi, generalmente in forme moderate, del capitalismo in ogni angolo del pianeta e per la ragione che le aree in cui il capitalismo ha ancora da attecchire sono sempre minori e di minore importanza alla scala mondiale. E' per questa ragione che nel testo "Natura, Funzione e Tattica del Partito Comunista" del 1945(pubblicato in "In difesa della continuità del Programma Comunista", edizioni "Il Programma Comunista", 1970), con il quale si fa il bilancio storico delle passate esperienze, si afferma la tesi lapidaria e chiara che "il grande fatto della Rivoluzione in Russia ha eliminato l'ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico". Con tale tesi non vogliamo certo sostenere che non vi possono essere altri avvenimenti di significato analogo - basti pensare alla rivoluzione cinese -, ma vogliamo mettere in evidenza che non vi possono essere avvenimenti legati alla formazione di stati nazionali antifeudali che abbiano importanza mondiale per la soluzione e la stessa impostazione del programma e della tattica della futura rivoluzione comunista mondiale, come l'ebbe la questione russa.

Le due guerre imperialiste hanno posto in primissimo piano il consolidamento della fase ultima del capitalismo, quella imperialista, contro cui è possibile opporre solo la rivoluzione comunista mondiale, la cui forza decisiva può solo risiedere nell'antagonista storico del modo di produzione capitalistico, il proletariato mondiale. Possono essere alleati, ma alleati subordinati, solo eventuali movimenti nazionalisti, purché abbiano almeno il carattere di movimenti che si pongano come scopo, nell'area dove operano, la distruzione di rapporti economici pre - borghesi. Non potranno mai essere movimenti nazionalpopolari a mettere in seria difficoltà la forza dell'imperialismo, che non è altro che il Capitalismo nella sua forma più pura e raffinata.

6 - LE GUERRE COLONIALI

La borghesia nasce come classe rivoluzionaria. Lo dimostra il fatto che non esita di fronte alla necessità di utilizzare in modo cinetico la violenza, quando si tratta di distruggere le forme economiche precapitalistiche. Non ha dubbi sulla necessità di reprimere violentemente chi si oppone alla sua ascesa, utilizzando, a tale scopo, sia movimenti popolari armati che eserciti regolari. Tuttavia, appena ha consolidato il suo potere, essa muta atteggiamento, diventa titubante nell'utilizzo della forza militare, perché apprende ben presto che essa può venire sorpassata da una nuova classe ancor più decisa in tale campo e ad essa ostile. Lo dimostrano episodi storici significativi, quali la guerra dei contadini nella Germania del XVI secolo, da un lato, e la chiusura moderata e termidoriana della grande Rivoluzione Francese, dall'altro. Ma è la borghesia inglese, la prima a consolidare in modo definitivo il proprio potere, che traccia la strada della evoluzione della funzione storica della borghesia mondiale. Ammaestrata dalle possibili tendenze "livellatrici", espresse durante la prima rivoluzione, fa in modo che la seconda rivoluzione "pulita" della fine del XVII secolo non vada fino in fondo nella distruzione del potere delle vecchie classi aristocratiche. Assicuratasi il potere, la borghesia inglese capisce che è preferibile indirizzarsi verso la conquista di posizioni a lei favorevoli fuori d'Inghilterra, che non portare fino alle estreme conseguenze la lotta interna contro l'aristocrazia. Essa ha un mondo "vergine" da conquistare e scopre per prima i benefici del colonialismo. E così diventa il primo stato borghese con un imponente impero coloniale, peccato che prima la stessa borghesia imputava ai vecchi stati aristocratici. Nel corso degli anni e dei secoli successivi anche le altre borghesie europee seguiranno la stessa strada, fino a che, alla fine del XIX secolo, si può dire che la spartizione coloniale tra le maggiori potenze europee, tutte ormai pienamente borghesi, è conclusa. Si tratta di un periodo storico in cui i rapporti tra le grandi nazioni capitalistiche d'Europa sono di conflittualità diplomatica permanente, che quasi mai si tramuta in conflittualità militare ed in ogni caso, quando avviene, lo scontro si ha sempre fuori dai territori metropolitani. Soprattutto nella seconda metà del '800 e nel primo decennio del '900 si formano i grandi imperi coloniali, il che permette, da un lato, il continuo sviluppo economico dei paesi europei e, dall'atro, la nascita e il consolidamento del fenomeno dell'opportunismo operaio, che non ha niente di moralistico, ma che prospera inevitabilmente sulla base dell'oggettiva possibilità di garantire a masse notevoli di operai occidentali di partecipare, con la propria borghesia, allo sfruttamento coloniale dei territori e dei popoli colonizzati. Questa fase storica si può considerare chiusa all'inizio di questo secolo, in quanto la già avvenuta ripartizione del pianeta in zone di influenza e la sostituzione del capitale finanziario al capitale industriale e commerciale, nel dominio dei rapporti economici mondiali, aprono una nuova fase nella storia del capitalismo, l'ultima fase del capitalismo imperialistico. Tuttavia ciò non esclude che alcuni aspetti dei tipici rapporti coloniali, tra paesi colonizzatori e paesi colonizzati, permangano in alcune zone del pianeta fino ai nostri giorni, ma la fase storica, iniziata con la prima grande guerra imperialista del 1914 e consolidata con la seconda, ha evidenziato caratteri peculiari che la distinguono dalle altre fasi precedenti, pur nella conferma dei contenuti principali e permanenti del modo di produzione capitalistico.

7 - LE GUERRE IMPERIALISTE

L'epoca imperialista è caratterizzata non solo dall'esistenza dei due gruppi fondamentali di paesi, quelli sfruttatori e quelli sfruttati, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti, anche se formalmente indipendenti dal punto di vista politico, in una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica. La tendenza dell'imperialismo non è solo all'assoggettamento di territori agrari da parte dei paesi più industrializzati - questa era la caratteristica dell'epoca coloniale - ma anche all'assoggettamento di stati più deboli sul piano politico- militare e su quello economico-finanziario da parte di stati più forti. Si tratta quindi di una lotta per l'egemonia mondiale, che si svolge su ogni piano e alla scala mondiale.

Protagonista principale di tale lotta è lo stato. Esso, nell'epoca imperialista, non è più soltanto l'organo depositario della forza della classe dominante, che all'occorrenza saprà usare anche in forma cinetica, ma è diventato anche l'istituzione finanziaria più importante, attraverso i mille legami che ha con le centrali finanziarie private e attraverso il suo controllo diretto delle più grandi concentrazioni bancarie. Nell'epoca precedente la banca rappresentava il centro economico- finanziario comune di tutti gli interessi capitalistici, mentre allo stato veniva affidato il compito militare della difesa delle istituzioni. Nell'epoca attuale questa separazione non c'è più e perciò una guerra tra stati imperialisti è ancora più totale delle guerre passate, coinvolge ogni rapporto sociale ed ogni aspetto legato all'interesse del Capitale. Perciò la guerra imperialista presenta, come caratteristica peculiare, quella di essere una guerra diretta tra stati imperialisti che hanno per scopo il reciproco annientamento o, comunque, una diversa spartizione del pianeta tra di loro.

Prima del 1914 l'eventualità di una guerra diretta tra stati imperialisti non era presa in seria considerazione da nessuno. I teorici della borghesia sostenevano la concezione della cosiddetta "pace armata", secondo la quale la nostra "civiltà" si sarebbe progressivamente estesa a tutto il pianeta, nella certezza che governati e governanti non si sarebbero mai fatti prendere dalla follia di una conflagrazione europea, dati i "moderni mezzi di distruzione". Anche da parte socialista si finì per credere che le classi dominanti e i governi avrebbero ad ogni costo evitato lo scontro diretto. Si confidava che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio, tanto che la gran propaganda antimilitarista degli anni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale aveva prodotto la convinzione, negli stessi socialisti, che non ci sarebbero più state guerre tra le grandi potenze d'Europa. Si tratta, come è noto, delle stesse considerazioni e della stessa convinzione, attualmente affermate, se mai, con molta più insistenza.

8 - LE GUERRE IMPERIALISTE SONO INEVITABILI

La tesi principale dell'opportunismo, circa i caratteri dell'epoca imperialista, è che base economica e politica imperialista sarebbero separabili e che, dunque, l'imperialismo non sarebbe che una particolare tendenza politica, alla quale sarebbe opponibile, stanti gli stessi rapporti economici, una politica pacifica di almeno alcune delle potenze imperialistiche.

Si tratta in particolare della tesi di Kautsky, che, se oggi venisse affermata con coerenza, apparirebbe forse la più rivoluzionaria tra quelle in circolazione. Kautsky sosteneva la possibilità oggettiva di garantire rapporti pacifici tra gli stati, pur permanendo il modo di produzione capitalistico ed anzi proprio perché il capitalismo, da capitalismo concorrenziale, si era trasformato in capitalismo monopolistico. Come il monopolio è la fine della concorrenza tra capitalisti, così, in politica, gli stati, nella fase dell'economia monopolistica, potrebbero scegliere la pace tra di loro invece della guerra. Pertanto - dice ancora Kautsky - le tendenze favorevoli alla guerra potrebbero essere sconfitte, se il movimento operaio adoperasse la sua forza per costringere gli stati ad evitare la guerra.

A questa tesi, si oppone quella fondamentale del marxismo: l'imperialismo non è uno specifico modo di produzione, è il risultato inevitabile dello sviluppo delle categorie capitalistiche. Dunque tra base economica e politica imperialista c'è un nesso inscindibile: lo sviluppo della concentrazione capitalistica ha come conseguenza inevitabile la caduta del saggio di profitto, da cui nasce la ricerca spasmodica di spazi economici in cui sia possibile realizzare tassi di profitto maggiori e, di conseguenza, è ineliminabile la tendenza, da parte dei maggiori stati imperialisti, alla continua spartizione e rispartizione del mondo in zone d'influenza. Si tratta, come è noto, della tesi che Lenin afferma in molti testi, ed in particolare in "Imperialismo, fase suprema del capitalismo", da cui sono tratte le citazioni seguenti ed in cui si svela l'inganno contenuto nella tesi kautskyana:

"La definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e la prassi marxista. Di ciò riparleremo in seguito. E' priva di qualunque serietà la disputa sollevata da Kautsky, la quale ha per oggetto soltanto delle parole: se il recentissimo stadio del capitalismo debba denominarsi "imperialismo" oppure "fase del capitalismo finanziario". Comunque lo si voglia denominare, è lo stesso. L'essenziale è che Kautsky separa la politica dell'imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come la politica "preferita" del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un'altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell'epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese.

Kautsky polemizza contro i ragionamenti, altrettanto goffi quanto cinici, del panegirista tedesco dell'imperialismo, Cunow, il quale argomenta così: l'imperialismo è il moderno capitalismo; lo sviluppo del capitalismo è inevitabile e progressivo; dunque l'imperialismo è progressivo, e si deve strisciare servilmente davanti ad esso ed esaltarlo. Ciò ricorda la caricatura che i populisti nel 1894-1895 facevano dei marxisti russi, dicendo che poiché questi ultimi ritenevano inevitabile e progressivo il capitalismo in Russia, dovevano aprire bottega e dedicarsi ad impiantarvelo. Kautsky "obietta" a Cunow: no, l'imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una forma della politica del moderno capitalismo, e noi possiamo e dobbiamo combattere tale politica, dobbiamo combattere contro l'imperialismo, contro le annessioni, ecc.

L'obiezione si presenta bene, e tuttavia essa non è che una più raffinata e coperta (e perciò più pericolosa) propaganda per la conciliazione con l'imperialismo, giacché una " lotta " contro la politica dei trust e delle banche che non colpisca le basi economiche dei trust e delle banche si riduce ad un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri. Un saltare a piè pari gli antagonismi esistenti, un dimenticare i più importanti contrasti, invece di svelarli in tutta la loro profondità: ecco la teoria di Kautsky, la quale non ha niente in comune col marxismo. Ed è comprensibile che una tal "teoria" non può servire che a difendere l'accordo con i Cunow.

"Dal punto di vista strettamente economico - scrive Kautsky - non può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell'ultra - imperialismo, cioè del "superimperialismo", della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase "dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato "...

Le chiacchiere di Kautsky sull'ultra- imperialismo favoriscono, tra l'altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell'imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all'economia mondiale, mentre, in realtà, le acuisce...

Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo, difendendo per l'epoca del capitale finanziario un "ideale reazionario", la "pacifica democrazia", il "semplice peso dei fattori economici", giacché, obiettivamente, simile idea ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista.

Il commercio con l'Egitto (o con qualsiasi altra colonia o semi colonia) "sarebbe aumentato" di più senza occupazione militare, senza imperialismo, senza capitale finanziario. Che significa ciò? Significa forse che il capitalismo si svilupperebbe più rapidamente se la libera concorrenza non fosse limitata in generale dai monopoli, né dalle "relazioni", né dalla pressione del capitale finanziario (cioè ancora dai monopoli), né dal possesso monopolistico di colonie da parte di alcuni paesi?

Nessun altro senso potrebbero avere i ragionamenti di Kautsky, e questo "senso" rappresenta un nonsenso. Ammettiamo dunque che in regime di libera concorrenza, senza monopolio di sorta, il capitalismo e il commercio si sarebbero sviluppati più rapidamente. Ma quanto più rapido è lo sviluppo del commercio e del capitalismo, tanto più intensa è appunto la concentrazione della produzione e del capitale, la quale a sua volta genera il monopolio. E i monopoli sono già stati generati appunto dalla libera concorrenza! Se anche i monopoli avessero attualmente l'effetto di ritardare lo sviluppo, questa non sarebbe ancora una ragione a favore della libera concorrenza, che è diventata impossibile una volta che ha generato i monopoli.

Da qualsiasi parte giriate i ragionamenti di Kautsky, in essi non troverete altro che lo spirito reazionario e il riformismo borghese...

Se la critica teorica che Kautsky fa dell'imperialismo non ha nulla di comune col marxismo, ma ha unicamente valore per la propaganda pacifista e per il conseguimento dell'unità con gli opportunisti e socialsciovinisti, è appunto perché nasconde ed elude i più profondi e fondamentali antagonismi dell'imperialismo, cioè quelli esistenti tra i monopoli e la libera concorrenza ancora superstite, tra le gigantesche " operazioni " (e i giganteschi profitti) del capitale finanziario e 1'" onesto" commercio sul mercato libero, tra i cartelli e i trust da un lato e l'industria libera dall'altro, ecc.

Altrettanto retrograda è anche, come abbiamo visto, la famosa teoria dello "ultra- imperialismo" escogitata da Kautsky. Confrontate il ragionamento di Kautsky su questo tema nel 1915 con quello di Hobson nel 1902.

Kautsky: ".. Non potrebbe la politica imperialista attuale essere sostituita da una politica nuova, ultra - imperialista, che al posto della lotta tra i capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale finanziario internazionale unificato? Tale nuova fase del capitalismo è in ogni caso pensabile. Non ci sono però premesse sufficienti per decidere se essa è realizzabile"

Hobson: " Il cristianesimo, consolidatosi in pochi e grandi imperi federali, ognuno dei quali ha una serie di colonie non civili e di paesi dipendenti, sembra a molti lo sviluppo più conforme alle leggi delle tendenze attuali, anzi, lo sviluppo che può dare massima speranza di pace permanente sulla solida base dello inter - imperialismo".

Kautsky chiama ultra- imperialismo o super- imperialismo ciò che, tredici anni prima di lui, Hobson chiamava inter- imperialismo. A parte la formazione di una nuova parola erudita per mezzo della sostituzione di una particella latina con un'altra, il progresso del pensiero " scientifico" di Kautsky consiste soltanto nella pretesa di far passare per marxismo ciò che Hobson descrive in sostanza come ipocrisia dei pretucoli inglesi. Dopo la guerra contro i boeri era del tutto naturale che questo reverendissimo ceto si sforzasse soprattutto di consolare i piccoli borghesi e gli operai inglesi che avevano avuto non pochi morti nelle battaglie dell'Africa del Sud e che assicuravano, con un aumento delle imposte, più alti guadagni ai finanzieri inglesi. E quale consolazione poteva essere migliore di questa, che l'imperialismo non era poi tanto cattivo, che esso si avvicinava all'inter- (o ultra-) imperialismo capace di garantire la pace permanente. Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua " teoria" è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente nel regime del capitalismo, sviando l'attenzione dagli antagonismi acuti e dagli acuti problemi di attualità e dirigendo l'attenzione sulle false prospettive di un qualsiasi sedicente nuovo e futuro "ultra- imperialismo". Inganno delle masse: all'infuori di questo, non v'è assolutamente nulla nella teoria "marxista" di Kautsky...

I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente al capitale", "in proporzione alla forza", poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni vengono risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura "puramente" economica, oppure extra- economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutare nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto della lotta e delle stipulazioni tra le leghe capitalistiche con quella della forma di tale lotta e di tali stipulazioni (che oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica), significa cadere al livello del sofista...

Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti inglesi o del "marxista" tedesco Kautsky, le alleanze "inter imperialiste" o "ultra imperialiste" non sono altro che "un momento di respiro" tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un'altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell'economia mondiale e della politica mondiale, l'alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta. E il saggio Kautsky per tranquillizzare gli operai e conciliarli coi socialsciovinisti passati dalla parte della borghesia stacca uno dall'altro gli anelli di un'unica catena, stacca l'odierna alleanza pacifica (e ultra imperialista, persino ultra- ultra - imperialista) di tutte le potenze per "calmare" la Cina (ricordatevi come fu sedata la rivolta dei boxers) dal conflitto non pacifico di domani che prepara per dopodomani una alleanza nuovamente " pacifica" e generale per la spartizione ad esempio della Turchia, ecc. ecc. Invece della connessione viva tra i periodi di pace imperialista e i periodi di guerre imperialiste, Kautsky presenta agli operai un'astrazione morta per riconciliarli coi loro capi morti." (Brani tratti da: Lenin, "Imperialismo, fase suprema del capitalismo", o.c. XXII, pag. 253 - 295)

La natura essenzialmente aggressiva dei rapporti tra gli stati è sempre stata una loro caratteristica fondamentale, che tuttavia assurge a legge assoluta nel periodo dell'imperialismo. Nella fase del primo capitalismo, costituita da prevalenza di capitale industriale e commerciale, era l'esportazione di merci il contenuto fondamentale delle relazioni economiche internazionali: i rientri di capitale, aumentati del plusvalore realizzato, potevano trovare ancora impiego produttivo nelle metropoli industriali. La lotta tra gli stati era soprattutto una lotta per la conquista dei mercati esteri, incuranti del loro influenzamento politico. Nella fase imperialista, invece, è caratteristica fondamentale dei rapporti internazionali l'esportazione dei capitali, che vagano alla ricerca di investimenti produttivi sempre più aleatori. Perfino il liberale Hobson sapeva che la via dell'espansione imperialistica era una necessità per gli stati imperialisti ed è Lenin stesso a chiosare "elementare verità", nei "Quaderni sull'imperialismo", la sua affermazione che "rinunciare all'espansione imperiale significa lasciare il mondo alle altre potenze". L'imperialismo non è dunque una via volontariamente scelta, ma una strada obbligata per gli stati imperialisti. Con esso, a differenza della fase precedente, si sviluppa sempre di più la tendenza al dominio politico dei vari stati verso cui sono indirizzati gli investimenti dei capitali, in quanto è interesse delle centrali finanziarie ridurre al massimo il rischio connesso alle condizioni politiche di quei paesi.

Per il marxismo, dunque, l'inevitabilità della guerra imperialista deriva, in definitiva, dalla legge mortale per il capitalismo, che Marx gli ha scoperto fin da un secolo e mezzo fa. Si tratta della legge della caduta del saggio medio di profitto, che gli ideologi borghesi non hanno mai capito, perché non la possono capire, ma che anche pretesi marxisti hanno spesso travisato, in quanto hanno dimenticato che le grandezze economiche di cui parla Marx non sono monetarie, ma sociali. Non manca una teoria marxista della moneta, ma le grandezze economiche, che determinano l'evoluzione del modo di produzione capitalistico, sono espresse nell'unità di misura "tempo di lavoro medio sociale", che tutti i borghesi hanno sempre definito astratta ed inconsistente. Le categorie economiche marxiste, quindi, non sono quantificabili in termini monetari, ma indicano le linee di tendenza, che inevitabilmente seguiranno le classi sociali, quando saranno spinte ad agire in senso antagonistico. Se si vuol capire il senso e la portata scientifica di tale legge, bisogna uscire fuori dagli inganni dei dati forniti da tutte le statistiche borghesi (nessuna di esse fa riferimento al tempo di lavoro medio sociale), quali gli indici della produzione, del reddito nazionale, delle quotazioni di borsa, delle quotazioni delle monete etc. Tutti questi dati, come sappiamo, sono molto utili per chi ha da fare speculazioni commerciali o finanziarie, ma, per quanto riguarda l'analisi dei rapporti sociali, possono rappresentare tutt'al più dei sintomi e, spesse volte, contraddittori, dell'intensità e della vastità della crisi del capitalismo o della sua vitalità. La crisi profonda e irreversibile del capitalismo è, viceversa, ben rappresentata dalla legge di Marx, che, per la sua semplicità, è sempre stata considerata dagli economisti borghesi banale e non adatta a comprendere la complessità dei fenomeni economici.

Per prima cosa, questi pretesi scienziati, non hanno mai riconosciuto validità scientifica alla nozione basilare dell'economia marxista, che è quella di plusvalore, quindi con loro ogni discorso è chiuso in partenza. O i rapporti sociali tra le classi sono fondati, nel modo di produzione capitalistico, sull'estorsione di plusvalore, e allora su questo infernale sistema economico è scritta la parola 'morte' fin dalla sua origine, oppure tutta l'analisi marxista crolla. "Tertium non datur". E' ovvio non solo che i comunisti vogliono la prima soluzione, ma anche che la storia ha dimostrato che questa tesi coincide esattamente con i materiali rapporti sociali così come si sono evoluti da quando il capitalismo è sorto. Rapporti che sono inquadrabili oggettivamente e razionalmente solo se si confermano nella loro integrità i principi dell'analisi marxista, al di fuori dei quali esistono solo interpretazioni soggettive, mistico - irrazionali e religioso- confessionali degli avvenimenti sociali passati e futuri.

La legge della caduta del saggio di profitto in Marx dice semplicemente che tale saggio, su cui si basa tutto il modo di produzione, è destinato, nonostante le molte controtendenze, a cadere e con la sua caduta sono destinati ad entrare in crisi irreversibilmente tutti i rapporti sociali. Infatti il saggio medio di profitto viene espresso con la nota frazione p/c+v, dove al numeratore c'è la massa del plusvalore e al denominatore l'ammontare del capitale costante e del capitale variabile. Si tratta ormai non più di grandezze nazionali, ma internazionali, in quanto le relazioni economiche e commerciali internazionali, che già Marx indicava come controtendenza, hanno definitivamente trasformato il capitalismo in un unico grande mercato mondiale. Ebbene, se trasformiamo, con una semplice operazione matematica, che ci facilita la comprensione dei rapporti sociali che stanno dietro quei simboli, la suddetta frazione nell'altra [p/v fratto c/v + 1], scopriamo che il saggio medio del profitto è direttamente proporzionale al saggio di plusvalore e inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale. Ecco così scoperta la tendenza fondamentale e le eventuali controtendenze, con l'avvertenza che tutte le possibili e immaginabili controtendenze possono solo ritardare ed aggravare la crisi finale del capitalismo, ma non evitarla. Ciò che condanna inevitabilmente alla crisi e alla morte il capitalismo è la tendenza sempre più marcata alla crescita del capitale costante, all'impiego più che proporzionale del lavoro morto rispetto al lavoro vivo. Tendenza ineliminabile perché ogni capitalista, ogni gruppo industriale, ogni centrale finanziaria privata o pubblica, sa che solo così potrà appropriarsi di una proporzione sempre maggiore di plusvalore prodotto socialmente attraverso il "miracolo" della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, prima, e di mercato poi. E, tuttavia, nessuno capisce, e tanto meno si preoccupa, del fatto che è proprio questo egoistico comportamento, connaturato al capitalismo e quindi ineliminabile nel quadro dei rapporti capitalistici, a provocare una sentenza di morte senza appello dello stesso capitalismo. La socialità della produzione non tollera a lungo andare l'appropriazione privata. Per quante dolorose controtendenze abbia dovuto sopportare l'umanità, dalle più brutali tecniche di sfruttamento del lavoro vivo per far innalzare il numeratore di quella frazione (p/v), al più brutale sfruttamento dei popoli di colore e alla più brutale distruzione delle risorse energetiche della terra, per accaparrarsi materie prime a buon mercato ed ottenere così una provvidenziale diminuzione di (c/v), intorno al secondo decennio di questo secolo, gli stati imperialisti hanno dovuto trovare di meglio: una guerra generalizzata tra gli stessi stati imperialisti, che, come e più delle altre controtendenze, funzioni in modo tale da diminuire drasticamente la composizione organica media. Come è chiaro, tutte le controtendenze funzionano un po' come antitossine, che inconsapevolmente ogni organismo malato produce, e pertanto sono tutte accompagnate da giustificazioni morali ed ideologiche. In particolare, proprio il ricorso alla guerra viene giustificato facendo appello all'amor di patria, all'orgoglio nazionale, alla difesa dei "sacri" principi di libertà e del diritto internazionale, che giustificherebbero pure il sacrificio personale, tanto indesiderato quanto inevitabile ed "eroico" per la salvezza dei "nostri valori più cari". Dal 1914 in poi il mondo è entrato in questa fase e, come spiega Lenin in altri testi sui quali torneremo in seguito, da allora altre guerre dello stesso tipo possono scoppiare in qualunque momento. Il terreno, sul quale è diventato inevitabile il ricorso ad un tale mezzo drastico allo scopo di tentare una impossibile salvezza del capitalismo dal crollo sociale al quale andrà sicuramente incontro, si è ormai prodotto con la crisi che ha acceso la prima guerra mondiale. Essa ha aperto una nuova fase storica: quella della disperata resistenza borghese alla sua fine e dell'altrettanto inevitabile attacco del proletariato. Si tratta di una lotta mondiale, il cui esito storico è già stato anticipato nell'Ottobre del 1917. Essa si concluderà inevitabilmente con la vittoria mondiale del comunismo, perché le guerre imperialiste non rappresentano affatto una soluzione della crisi storica del capitalismo, bensì il suo aggravamento in ogni caso e, nella migliore delle ipotesi per il capitalismo, solo il suo rinvio.

9. LA FASE IMPERIALISTA E' L'ULTIMA DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO

L'epoca imperialista è databile dall'inizio di questo secolo con il superamento della semplice accumulazione e concentrazione del capitale industriale, tipiche delle epoche precedenti. Quest'epoca coincide con una sempre maggiore centralizzazione finanziaria, con la definitiva soppressione dell'economia capitalistica di tipo concorrenziale e la sua sostituzione con enormi associazioni monopolistiche internazionali, in grado di ripartirsi il mondo in zone di influenza.

I monopoli erano sorti già dalla concentrazione della produzione, come del resto Marx aveva previsto abbondantemente nonostante avesse analizzato il capitalismo nella sua fase precedente. Tale tendenza si spostò successivamente alle banche, che si trasformarono, da modeste imprese di mediazione finanziaria, in detentrici monopolistiche dello stesso capitale finanziario. Esse, in stretta connessione con il potere statale, furono così in grado di controllare, attraverso una fitta rete di dipendenza, tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società. Il risultato più eclatante di queste trasformazioni fu il fatto che tutta l'attività economica subì un enorme processo di socializzazione e internazionalizzazione. Si trattò di fenomeni giganteschi, che hanno coinvolto e sempre di più coinvolgono enormi masse di uomini valutabili in decine e centinaia di milioni. Oggi una sola grande impresa può, valutando dati innumerevoli, provvedere al fabbisogno di materie prime di aziende che occupano decine di milioni di persone, oppure un singolo centro di distribuzione può essere organizzato secondo un piano preciso per la ripartizione dei prodotti tra centinaia di milioni di persone.

Secondo gli apologeti del capitalismo, questa nuova epoca, in grado di sfruttare conoscenze scientifiche e tecniche impensabili solo qualche decina di anni fa, avrebbe dovuto portare ad un'epoca di pace e di sviluppo armonico di tutta l'umanità. Al contrario è noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti i contrasti e tutti gli antagonismi. Con i monopoli, infatti, si è affermata una tendenza sempre maggiore al dominio e allo sfruttamento di un numero sempre maggiore di piccole e deboli nazioni da parte di un numero sempre minore di nazioni più ricche e potenti. Si tratta pertanto di un capitalismo parassitario e putrescente, che tuttavia non esclude il rapido incremento dello stesso capitalismo, ma comporta inevitabilmente che tale incremento diventi sempre più sperequato e che tale sperequazione si manifesti particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti. Ed è precisamente tutto ciò che dimostra come il capitalismo sia giunto alla sua ultima fase: esso non può più svilupparsi ulteriormente secondo un piano compatibile con la natura e la specie umana, ma con la sua permanenza crea un involucro politico- giuridico sempre più intollerabile. Tuttavia il suo inevitabile prodotto oggettivo è una sempre maggiore socializzazione dell'attività produttiva. Pertanto, come scrive Lenin nel suo opuscolo "Imperialismo fase suprema del capitalismo", la forma di appropriazione dei prodotti del lavoro associato, ancora di tipo privatistico e garantita da tutti gli stati, deve essere estirpata o è destinata inevitabilmente ad andare in putrefazione.

"Da tutto ciò che si è detto sopra, intorno all'essenza economica dell'imperialismo, risulta che esso deve esser caratterizzato come capitalismo di transizione o più esattamente come capitalismo morente. A tale riguardo è molto istruttivo il fatto che le espressioni correnti degli economisti borghesi, che scrivono intorno al moderno capitalismo, sono: "intreccio", "mancanza d'isolamento" e così via; le banche sarebbero "imprese che per i loro compiti e la loro evoluzione non hanno carattere economico puramente privato, ma vengono sempre più superando i limiti della regolamentazione puramente privata dell'economia"...

Che cosa significa la parola "intreccio"? Essa indica soltanto il carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri occhi. Essa dimostra semplicemente che l'osservatore vede i singoli alberi, ma non si accorge del bosco. Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale caotico, e tradisce nell'osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia del materiale e non ne capisce più il significato e l'importanza. "Casualmente si vanno intrecciando" i possessi delle nazioni, i rapporti tra i proprietari privati. Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne costituisce la base, sono le relazioni sociali di produzione che si vanno modificando. Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un'esatta valutazione di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi o tre quarti dell'intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l'uno dall'altro da centinaia e migliaia di chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati manufatti; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano (spaccio del petrolio in America e Germania da parte del "trust del petrolio" americano), allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice "intreccio"; che i rapporti di economa privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga artificialmente ostacolata l'eliminazione, e in stato di putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo (nella peggiore ipotesi, nella ipotesi che per la guarigione... del bubbone opportunistico occorra molto tempo!), ma infine sarà fatalmente eliminato." (Lenin, "Imperialismo, fase suprema del capitalismo", o.c. XXII, pag. 301 - 302)

L'involucro che deve essere spezzato e il bubbone che deve essere eliminato consistono nel fatto che le decisioni dei grandi gruppi monopolistici ormai coinvolgono il mondo intero, da un lato, mentre, dall'altro, sono subordinate ad interessi privati, o, tutt'al più, all'interesse di pochissime nazioni.

Il potere politico mondiale è stabilmente nelle mani degli stati imperialisti. Essi si rendono conto che i rapporti sociali ed economici della nostra epoca pongono l'esigenza di un governo mondiale dell'economia, ma è proprio su questo piano che falliranno perché prevarrà il contrasto di interessi tra un blocco imperialista e l'altro, il che condurrà inevitabilmente ad una nuova guerra mondiale. Solo il proletariato, con la sua dittatura comunista, riuscirà a realizzare il governo mondiale dell'economia, esigenza che è ormai posta dal moderno sviluppo delle forze produttive. Ciò dimostra abbondantemente che ogni lotta rivoluzionaria contro il potere mondiale dell'imperialismo pone l'esigenza di una lotta per il potere politico alla scala mondiale e perciò può essere rappresentata solo dalla lotta proletaria per la rivoluzione comunista mondiale. Non vi sono più intermedismi: il superamento rivoluzionario dell'imperialismo può essere costituito solo dalla dittatura proletaria per il comunismo e non da ultra - imperialismi pacifici.

Per queste stesse ragioni le lotte antimperialiste, per quanto decise ed armate, dei popoli sottomessi dall'imperialismo stesso, non possono sconfiggere il potere degli stati imperialisti. Se così fosse, il capitalismo, nella sua forma più evoluta, verrebbe sconfitto, in barba a Marx a Lenin e a noi, non dal proletariato, ma dal "popolo rivoluzionario". Si tratta di una tesi che ha sempre caratterizzato il marxismo e che la Sinistra in particolare ha sempre affermato con decisione, cosa che documentiamo con riferimento a due testi scritti in epoche molto diverse, ma che danno del problema la stessa soluzione. La prima citazione è tratta dal testo "Il comunismo e la questione nazionale" del 1924, scritto nel ripiego della rivoluzione mondiale, ma quando ancora non era possibile immaginare la totale degenerazione delle conquiste dell'Ottobre, mentre la seconda è contenuta nel "Filo del tempo": "Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati?" scritto nel 1953, in un'epoca di predominio assoluto dell'opportunismo mondiale.

"La tesi politica della Internazionale Comunista, per la guida da parte del proletariato comunista mondiale e del suo primo stato del movimento di ribellione delle colonie e dei piccoli popoli contro le metropoli del capitalismo, appare dunque come il risultato di un vasto esame della situazione e di una valutazione del processo rivoluzionario ben conforme al programma nostro marxista. Essa si pone ben al di fuori della tesi opportunista- borghese, secondo cui i problemi nazionali devono essere risolti 'pregiudizialmente' prima che si possa parlare di lotta di classe, e per conseguenza il principio nazionale vale a giustificare la collaborazione di classe, sia nei paesi arretrati, sia in quelli di capitalismo avanzato, quando si pretenda posta in pericolo la integrità e libertà nazionale. Il metodo comunista non dice banalmente: i comunisti devono agire ovunque e sempre in senso opposto alla tendenza nazionale: il che non significherebbe nulla e sarebbe la negazione metafisica del criterio borghese. Il metodo comunista si contrappone a questo 'dialetticamente', ossia parte dai fattori classisti per giudicare e risolvere il problema nazionale. L'appoggio ai movimenti nazionali ed anticoloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe, che, mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo ed indipendente del partito comunista nelle colonie, perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati con un 'opera indipendente di formazione ideologica ed organizzativa, si chiede l'appoggio ai movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli...

I comunisti utilizzano le forze che mirano a rompere il patronato dei grandi stati sui paesi arretrati e coloniali, perché ritengono possibile rovesciare queste fortezze della borghesia e affidare a/proletariato socialista dei paesi più avanzati il compito storico di condurre con ritmo accelerato il processo di modernizzazione della economia dei paesi arretrati, non sfruttandoli, ma sospingendo la emancipazione dei lavoratori locali dallo sfruttamento estero ed interno". (A.Bordiga, "Il comunismo e la questione nazionale", in "Prometeo" del giugno 1924)

Sul "Filo del tempo": Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati, pubblicato su Programma Comunista, 14, 1953 si legge:

"Anche prima che nei paesi di colore siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe, si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell'imperialismo mondiale. Quando queste due condizioni si verificano in pieno la lotta può scatenarsi nell'epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pure assumendo localmente gli aspetti non classisti, ma di un conflitto di razza e di nazionalità". ("Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati", pubblicato su Programma Comunista, 14, 1953)

10 - OPPORTUNISMO, PROLETARIATO E LOTTA DI CLASSE

La tesi, che deve e non può che essere il proletariato mondiale a sconfiggere l'imperialismo, implica che le lotte contro l'imperialismo devono essere condotte soprattutto all'interno dei paesi imperialisti.

Di fronte a questa tesi, tutti coloro, che non hanno mai capito il metodo dialettico e giudicano i rapporti sociali esistenti con metri immediatistici, sono presi dallo scoraggiamento più assoluto. Essi si trovano di fronte ad un problema di vera e propria "quadratura del circolo": da un lato, nei paesi occidentali, domina l'opportunismo, mentre, dall'altro, le uniche lotte di una certa consistenza, che sono state espresse nei decenni trascorsi e che tuttora vengono espresse, quelle dei popoli colorati, non possono avere la forza di sconfiggere il potere dell'imperialismo. Impotenti di fronte alla soluzione di questo apparente dilemma, si arrampicano sugli specchi, alcuni per dimostrare che il proletariato è forte anche se socialmente non si esprime nei paesi imperialisti, altri per dimostrare che la funzione di far fuori l'imperialismo è storicamente trasmigrata dalla classe operaia occidentale ai popoli del cosiddetto Terzo Mondo.

Sia l'una che l'altra di queste deviazioni dal marxismo non hanno ben capito né la portata storica del fenomeno dell'opportunismo operaio, dilagante ormai nelle metropoli imperialistiche, né il vero significato della tesi primordiale del marxismo che la storia è storia di lotte di classe.

Il termine "opportunismo" fu usato in modo esplicito già da Engels in un suo articolo sulla Neue Zeit nel novembre del 1894, con il quale criticava appunto come opportunistico il programma approvato al congresso di Nantes del settembre 1894 dal Partito Socialista Francese, che dichiarava un suo compito quello della difesa della piccola proprietà contadina e mezzadrile. Engels rimproverava i socialisti di essersi messi "su una china opportunista, quella di sacrificare l'avvenire del Partito al successo di un giorno". Da allora, il termine opportunismo è sempre stato usato dalla sinistra marxista per evidenziare l'allontanamento dal corretto programma rivoluzionario e, benché semanticamente non sia il più felice in quanto può condurre all'idea di un giudizio morale e non oggettivo sul fenomeno, tale parola ha ormai acquistato una specie di diritto storico al suo impiego da parte del marxismo incorrotto. Già il fenomeno notato da Engels indicava, a proposito del partito socialista francese, una tendenza diretta non più ad attrezzare il partito per gli scopi rivoluzionari, ma ad ottenere un successo immediato, pur abbandonando nell'attività pratica alcuni principi inaccettabili nel quadro dei rapporti sociali allora esistenti. Pertanto, nella misura in cui tali proposte venivano fatte dai capi del movimento, esprimevano anche una consistente tendenza sociale in tal senso.

Tuttavia, ciò che rese esplicita e manifesta la sostanza sociale del fenomeno opportunistico, fu l'atteggiamento della stragrande maggioranza dei partiti socialisti di fronte alla prima guerra mondiale. Lenin così lo stigmatizzò in una Premessa al suo opuscolo Imperialismo, fase suprema del capitalismo, scritta il 6 luglio 1921:

"Dov'è la base economica di questo fenomeno di portata storica mondiale?

Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l'imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (meno di un decimo della popolazione complessiva del globo, e - a voler essere prodighi ed esagerando - sempre meno di un quinto) di stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice "taglio delle cedole". L'esportazione dei capitali fa realizzare un lucro che si aggira annualmente sugli 8 -10 miliardi di franchi, secondo i prezzi prebellici e le statistiche borghesi di anteguerra. Ora esso è senza dubbio incomparabilmente maggiore.

Ben si comprende che da questo gigantesco soprapprofitto - così chiamato perché si realizza al di fuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio paese - c'è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell'aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi più progrediti operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati.

E questo strato di operai imborghesiti, di "aristocrazia operaia", completamente piccolo - borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della II Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei "versagliesi" contro i "comunardi".

Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l'importanza politica e sociale, non è possibile nemmeno fare un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale.

L'imperialismo è la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato. A partire dal 1917 se ne è avuta la conferma in tutto il mondo." (Lenin, "Imperialismo, fase suprema del capitalismo", prefazione alle edizioni francese e tedesca del 1921, o.c. XXII, pag. 195)

Lenin, dunque, individua l'opportunismo di fronte alla guerra nell'atteggiamento, difesista o pacifista, diretto in ogni caso a costituire il più forte puntello sociale dello stato da parte di un consistente strato di operai imborghesiti per il loro modo di vita e per i salari percepiti provenienti dal sovrapprofitto imperialistico, cosa che li porta inevitabilmente a porsi contro la rivoluzione. Ecco perché il "tradimento" dei capi socialisti nell'agosto del 1914 fu possibile: esso si fondava sugli interessi materiali di una larga parte della classe operaia occidentale, disposta ad allearsi con il proprio stato contro il proletariato del mondo intero. Nei quasi cento anni che ci separano da quello scritto di Lenin, quel fenomeno si è centuplicato e quell'alleanza non è più una alleanza tra lo stato imperialista e una larga parte della classe operaia contro un'altra parte rivoluzionaria e socialmente consistente, bensì si tratta di un'alleanza con la stragrande maggioranza di quella classe operaia, tanto che è diventato impossibile applicare ad essa quei connotati proletari di cui parla Marx nelle sue opere. Oggi è doveroso affermare che, dalla sconfitta che il proletariato ha subito negli anni '20 con la vittoria della controrivoluzione stalinista, le lotte operaie nei paesi imperialisti hanno progressivamente perso la caratteristica di lotte di classe, trasformandosi sempre più in lotte corporative per la suddivisione della torta dei profitti imperialistici, nella misura in cui il fenomeno dell'opportunismo è diventato sempre più inarrestabile. E, con la scomparsa del carattere di classe delle lotte operaie nell'Occidente, anche la prospettiva della lotta mondiale contro l'imperialismo, come la poneva la Terza Internazionale, ha perso i suoi connotati di classe per trasformarsi sempre più in una serie di impotenti lotte parziali ispirate da ideologie nazionaliste, populiste o addirittura da confessioni religiose.

Questo è il risultato oggettivo, che si è prodotto durante questo secolo.

Solo degli impazienti ribelli, e non dei marxisti rivoluzionari, possono sgomentarsi di fronte a questa analisi del fenomeno opportunistico, che lascia poco spazio ad ipotesi rivoluzionarie a breve scadenza di tempo. Il marxismo è analisi dinamica e dialettica della realtà sociale e, pertanto, se questa è stata la evoluzione oggettiva dei rapporti sociali nell'ultimo secolo, nella loro stessa dinamica è contenuto il loro rovesciamento, il che riproporrà, nello stesso Occidente imperialistico, lotte proletarie di vastità ed intensità mai viste. Se la corruzione opportunistica è potuta avvenire attraverso i giganteschi extraprofitti imperialistici, essa cesserà non per volontà di qualche sparuto gruppetto di operai, che, volendo essere più lottatori, si ritrovano quasi sempre più corporativi della stessa massa operaia, ma perché, per motivazioni altrettanto oggettive (specialmente legate alla storica legge della caduta del saggio di profitto), non sarà più possibile per tutti gli stati imperialisti continuare a godere degli stessi privilegi.

Solo con questa visione storica e dialettica dei moderni rapporti sociali come si sono formati da un secolo a questa parte è possibile riconfermare tutte le posizioni cardinali del marxismo rivoluzionario.

Si tratta, in fin dei conti, di ben intendere la tesi primordiale del marxismo che la storia è storia di lotte di classe. Basta aprire il MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA, scritto un secolo e mezzo fa, per leggervi che il proletariato è formato da quegli operai "che vivono solo fino a tanto che trovano lavoro", che "sono costretti a vendersi al minuto", che "non dispongono di alcuna riserva", che "sono una merce come ogni altro articolo di commercio e perciò sono esposti a tutte le vicende della concorrenza e a tutte le oscillazioni del mercato". Altro che garanzie e prebende statali! Altro che partecipazione, se pure subordinata, alla ripartizione dei sovrapprofitti imperialistici!

Su quel terreno il conflitto tra operai e capitalisti si configura sempre di più come conflitto tra due classi. Gli operai sono spinti a fondare associazioni e di quando in quando riescono a riportare perfino delle vittorie che, tuttavia, in se stesse sono effimere. Il vero risultato importante delle lotte non è il successo immediato, ma l'unione sempre più estesa degli operai. Le lotte locali, aventi dappertutto lo stesso carattere, "si concentrano in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica". Altro che lotte di categorie separate! Altro che lotte di settori di categorie produttive che addirittura non vogliono mischiarsi con altri settori della stessa categoria! La lotta di classe è tale in quanto è lotta politica e lo è nella misura in cui si svolge almeno alla scala nazionale e pone quindi la questione del potere politico e dello stato.

Il marxismo dice che, nella storia, ci sono delle fasi, anche di brevissima durata, che sconvolgono il modo di produzione esistente e gettano le basi di un nuovo modo di produzione. Queste fasi storiche sono caratterizzate da un'aspra lotta di classe: la classe rivoluzionaria è vittoriosa se riesce a distruggere lo stato preesistente, baluardo della forza e del potere politico della classe dominante, e a sostituirlo con un nuovo tipo di stato capace di esercitare la violenza rivoluzionaria contro le vecchie classi dominanti. Non tutte le fasi rivoluzionarie si concludono con una vittoria della classe rivoluzionaria, allora il modo di produzione esistente riesce a resistere e a trovare altre energie per un suo ulteriore sviluppo. Questa tesi è stata trasformata, da ogni razza di opportunismo, in quella che la lotta di classe sarebbe un fatto onnipresente in ogni angolino del mondo ed in ogni istante della storia e quindi sarebbe compito del partito, che si caratterizza proprio per questa coscienza, andarla a scavare con il lumicino, con lo scopo di dirigere la classe dominata o nelle sue conquiste quotidiane (gradualismo riformista) o nelle sue esplosioni insurrezionali sempre possibili purché si riesca a far leva nel punto giusto (volontarismo anarchico). Questa è sempre stata la base di ogni revisionismo dell'originario programma rivoluzionario marxista sulla base di una filosofia sostanzialmente attivistica in tutte e due le versioni.

Nella visione corretta ed originaria del marxismo, invece, il processo storico può essere così schematizzato: ad ogni modo di produzione corrisponde una lunghissima epoca storica, durante la quale si manifestano fasi rivoluzionarie, che solo in alcuni casi si concludono con la vittoria della classe rivoluzionaria. Ricordiamo che i modi di produzione, senza considerare il comunismo primitivo, sono pochissimi: quello asiatico e quello greco-romano basati sullo schiavismo, quello feudale basato su rapporti personali di servaggio, quello capitalistico basato sulla "libertà" del lavoro salariato.

Se riflettiamo su questo enunciato basilare ci rendiamo conto del fatto che le fasi storiche di scontro tra le classi sociali e, a maggior ragione, quelle rappresentate da vittorie rivoluzionarie sono solo degli "attimi storici". Tuttavia ciò è quanto basta per affermare che la storia è storia di lotte di classe, in quanto quegli "attimi" dimostrano che l'essenza sostanziale dei rapporti sociali emerge da rapporti antagonisti di classe, anche se questi socialmente si evidenziano in rarissime occasioni storiche. Se astraiamo da questi brevi periodi, la storia dell'umanità ci appare tutto fuorché una storia di lotte di classe, ed anche l'epoca capitalistica non fa eccezione.

11 - IL PARTITO E LA TATTICA

Il proletariato e la lotta di classe sono il prodotto del capitalismo e della sua evoluzione contraddittoria, sono un prodotto oggettivo sul quale la volontà di singoli, gruppi e partiti ha scarsa importanza. E' lo stesso sviluppo del capitalismo che determina le condizioni materiali della sua distruzione e dunque in primo luogo l'esistenza non solo potenziale, ma in atto, di una classe proletaria antagonista, che, lottando per la sua esistenza, necessariamente debba lottare per la eliminazione dei rapporti sociali capitalistici. In questo senso, pertanto, la lotta di classe non cessa mai di esistere, perché, anche quando non appare in forma cinetica, agisce allo stato potenziale preparando nei modi più diversi il terreno sul quale sarà costretta a dispiegarsi nel modo più evidente.

Il Partito Comunista, che è tale solo in quanto abbia fatto propria e integralmente la dottrina marxista, è al contempo prodotto dell'epoca storica che ha dato origine al capitalismo e risultato ultimo e più completo del pensiero scientifico di tutta la storia umana, riassumendone e facendone proprie tutte le acquisizioni più significative. Solo a questo partito la Storia affida la funzione rivoluzionaria di distruggere il capitalismo e di dare inizio all'epoca socialista, vale a dire alla vera storia dell'umanità.

Le lezioni delle sconfitte subite dal proletariato negli anni e nei decenni passati devono condurre ad affermare che un tale partito non può essere il risultato spontaneo del movimento della classe proletaria e nemmeno un risultato esclusivamente oggettivo dell'evoluzione storica. Un tale partito si abilita a diventare l'organo indispensabile della Rivoluzione, sia nella fase della conquista del potere che in quella della sua difesa e del suo utilizzo allo scopo di distruggere il capitalismo, solo difendendo nel presente con costanza e senza la minima esitazione i compiti futuri del movimento rivoluzionario.

Il partito, dunque, in ogni fase storica deve esprimere questa volontà di abilitarsi a diventare l'organo indispensabile della Rivoluzione, e lo può fare soltanto "difendendo nel presente i compiti futuri del movimento proletario". Qui sta il senso e l'importanza della necessità della continua preparazione del partito, anche quando la Rivoluzione è lontana anni luce, come in questa odiosa attualità. Quando le masse proletarie si schiereranno nuovamente sul terreno della lotta di classe, non ci sarà il tempo per la preparazione di un partito capace di svolgere in maniera efficace i suoi compiti rivoluzionari. L'esperienza storica dimostra che la situazione oggettivamente rivoluzionaria travolge i partiti non saldamente preparati a svolgere i loro compiti rivoluzionari (crollo della Seconda Internazionale allo scoppio della prima guerra mondiale), mentre solo i partiti precedentemente preparati possono condurre il proletariato alla vittoria nelle crisi rivoluzionarie (Partito Bolscevico, Russia 1917). Dunque non è il movimento, nemmeno quello del proletariato rivoluzionario, a determinare chiarezza di programmi e compattezza di azione del partito, qualità indispensabili ai fini della vittoria rivoluzionaria, ma viceversa è la chiarezza programmatica e tattica e la compattezza organizzativa, precedentemente conquistate dal partito nella sua opera continua di difesa e di attuazione del programma rivoluzionario, a consentire la vittoria del proletariato rivoluzionario contro lo stato capitalista. Altrimenti su che cosa si fonderebbe la fondamentale nozione che dittatura del proletariato significa, in definitiva, dittatura del Partito Comunista?

Per svolgere la sua funzione rivoluzionaria, è necessario che il partito si comporti in modo deciso e compatto, specialmente nelle crisi rivoluzionarie e pertanto dovrà trattarsi di un partito rigidamente centralizzato. Tuttavia, dalla fine ingloriosa della Terza Internazionale e di tutti i partitini e gruppetti che hanno preteso di imitare il suo funzionamento centralistico, abbiamo appreso che non è un centralismo idoneo allo scopo rivoluzionario quello che si basa su una mal digerita correlazione tra principi, tattica e valutazione della situazione storica. Quando questa correlazione fa difetto è inevitabile che si formino correnti e frazioni, e allora il centralismo diviene semplicemente un centralismo burocratico, che pretende di risolvere i gravi problemi di indirizzo tattico del partito con metodi amministrativi. Per questa ragione dobbiamo affermare che il centralismo del partito, che non ha perso la bussola marxista, deve essere un centralismo organico, che è tale solo se tutte le questioni, che raccordano i principi generali della teoria all'azione tattica, sono risolte correttamente. E' decisivo che il partito oggi possa fare quest'esperienza di vita organizzata, basata sul principio del centralismo organico, perché sicuramente il partito che guiderà la rivoluzione comunista mondiale sarà fondato su tale principio. Ecco allora l'importanza di mantenere, nell'oggi mefiticamente opportunista, legami di partito, per quanto flebili siano le adesioni individuali, in quanto, senza una tale esperienza, ben difficilmente è prevedibile l'improvvisa e spontanea apparizione sulla scena storica di un partito, di centinaia di migliaia di membri, caratterizzato da questo principio organizzativo, come in ogni caso dovrà essere il partito che guiderà la rivoluzione.

La degenerazione del movimento comunista degli anni '20 ha confermato, in maniera indiscutibile, che l'unico modo di impostare con fedeltà ai principi rivoluzionari il problema della tattica del partito è quello sostenuto dalla Sinistra fin dai primi anni di vita della Terza Internazionale. Secondo la Sinistra, e il marxismo "tout court", c'è una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche, quindi lo studio della situazione deve essere inteso solo come elemento integratore della soluzione dei problemi tattici. Il partito, nella sua coscienza ed esperienza critica, deve aver previsto lo svolgimento delle situazioni e quindi delimitato le possibilità tattiche ad essa corrispondenti, mentre il metodo opposto dell'attesa delle situazioni per subirne gli effetti e le suggestioni è tipico metodo opportunista. Il sistema delle norme tattiche deve dunque essere edificato con lo specifico scopo di stabilire secondo quali condizioni l'intervento del partito e la sua attività si coordinano al fine ultimo della Rivoluzione. E' una necessità pratica e di organizzazione (non secondaria, ma indispensabile per la vittoria rivoluzionaria), e non il desiderio di teorizzare e schematizzare la complessità dei movimenti sociali, quella che impone al partito di stabilire i termini e i limiti della propria azione prima ancora che questa si dispieghi. Al contrario è ai sopravalutatori del movimento e ai negatori della funzione primaria del partito che tale metodo appare restrittivo delle sue possibilità di azione, mentre è l'unico che possa assicurare l'organica unità del partito stesso e quindi la condizione fondamentale della vittoria della Rivoluzione. Per questo motivo è necessario che il sistema delle norme tattiche debba essere fatto proprio da tutto il partito e debba essere vincolante per tutti. Perciò è oggetto di studio e di applicazione continua, nella misura del possibile, affinché tutto il partito sia pronto ad impugnarlo con decisione quando le condizioni storiche previste si presenteranno sulla scena della storia.

Non si tratta di nessuna "nuova" scoperta, bensì dello stesso insegnamento che la Sinistra Comunista Italiana trasse fin dal 1926, quando, con le sue Tesi dì Lione, faceva già il bilancio dei disastri provocati dallo stalinismo e si poneva già chiaramente nella prospettiva della inevitabile rinascita di un nuovo partito rivoluzionario:

"L'attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:

a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali pragmatici, ossia della coscienza teorica del partito;

b) l'assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all'interesse rivoluzionario del proletariato;

c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l'autonomia e l'indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.

Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto. ..

Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe "manovre", ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l'esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.

Sarebbe contro Lenin e Marx il costruire la tattica comunista con un metodo non dialettico ma formalistico. Sarebbe errore madornale l'asserire che i mezzi devono corrispondere ai fini non per la loro successione storica e dialettica nel processo dello sviluppo, ma secondo una somiglianza e una analogia degli aspetti che mezzi e fini possono prendere dal punto di vista immediato e quasi diremmo etico, psicologico, estetico. Non bisogna commettere in materia di tattica lo sbaglio che anarchici e riformisti commettono in materia di principi, allorché ad essi pare assurdo che la soppressione delle classi e del potere statale vada preparata attraverso il predominio di classe e lo stato dittatoriale proletario. ..

Ma quella critica all'infantilismo non significa che in materia di tattica debbano regnare sovrani la indeterminazione, il caos e l'arbitrio, e che "tutti i mezzi" siano adeguati al raggiungimento dei nostri scopi...

L'esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi, a "improvvisazioni" ed a "sorprese", ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l'ora di un'azione preveduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee della tattica - non di prevedere le situazioni, il che è possibile con una sicurezza ancora minore, ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull'andamento delle situazioni oggettive - significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. ..

Non esitiamo a dire che essendo lo stesso Partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non si rimedierà cadendo nell'opportunismo e nell'eclettismo, ma si dovrà compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali." (Tesi di Lione della Sinistra Comunista presentate al III congresso del P.C.d'I. a Lione)

12 - TATTICA E PROPAGANDA

L'istinto e la passione rivoluzionaria sono qualità molto importanti, senza le quali lo stesso partito cesserebbe di esistere. Nel valorizzarle adeguatamente in tutto l'arco storico che si concluderà con la Rivoluzione, non si deve tuttavia giungere alla conclusione che, di fronte alle necessità di azione politica che gli avvenimenti porranno al partito, basti far riferimento a queste due qualità per avere come risultato quello di un'azione veramente rivoluzionaria, unitaria e compatta. Ciò equivarrebbe alla teorizzazione della "libertà dì tattica". Il partito deve invece possedere un preciso piano tattico, in cui siano previsti il suo comportamento e la sua azione prima che gli avvenimenti ne pongano la necessità. Per dominare gli avvenimenti, il partito deve aver rigidamente predeterminato i limiti entro i quali devono essere fissate la sua volontà e la sua iniziativa, limiti che sono dettati dalle direttive programmatiche. Solo così il partito potrà comportarsi come organo unitario e compatto, poiché i risultati dell'azione svolta dal partito si riflettono necessariamente nella sua organizzazione, rafforzandone la solidità quando l'azione è ben coordinata ai principi, indebolendola nel caso contrario.

La giusta tesi è dunque che il lavoro di determinazione delle condizioni e dei limiti della tattica del partito deve essere svolto dall'insieme del partito stesso molto prima che l'evoluzione storica ne ponga la necessità; tesi che si completa con quella che tale lavoro è solo la premessa - ma premessa indispensabile - affinché il partito, con passione e volontà rivoluzionarie, dispieghi tutta la sua potenza in quanto adeguatamente preparato.

La precisa individuazione delle norme tattiche da seguire è particolarmente importante nei confronti dì una nuova guerra mondiale imperialistica, in quanto, proprio in Europa, fu di fronte alla prima guerra mondiale che si manifestò in tutta la sua evidenza il virus opportunista, che da allora ha ammorbato ogni tentativo di ripresa del movimento rivoluzionario. Proprio nei confronti della guerra è necessario che le norme tattiche, che caratterizzano il partito comunista, siano il più possibile le più chiare e le più taglienti, in quanto vengono e verranno sempre di più propagandate, in sintonia con l'aggravamento della crisi bellica, da parte di gruppi e partiti sedicenti rivoluzionari, tesi e posizioni che, alla luce dei principi comunisti, si rivelano invece tesi e posizioni opportuniste. Non va dimenticato in particolare che, in tema di opportunismo di guerra, è altrettanto pericoloso, di quello di destra, l'opportunismo anarcoide di sinistra, in quanto la sua attività di propaganda può apparire rivoluzionaria e, magari, più rivoluzionaria di quella condotta dal partito comunista. Affinché non vi siano devastanti confusioni di sorta, prima di tutto è bene distinguere i due piani dell'attività del partito: quello della propaganda e quello della tattica.

La tattica e la propaganda non sono due diverse categorie dell'attività del partito assolutamente separate, altrimenti cadremmo in una concezione "manovristica ed espedientistica" dell'azione del partito, mai stata accolta dal marxismo rivoluzionario. Il partito fa esattamente quello che dice di fare ed in questo senso non c'è distinzione tra tattica e propaganda, in quanto non concepiamo la rivoluzione come qualcosa che possa essere imposto ad un mondo riluttante "giocando in astuzia" l'avversario, ma come una deterministica necessità storica. Proprio perciò il proletariato ha bisogno del suo organo cosciente, che ne unifichi le spinte e le azioni di lotta verso gli obiettivi rivoluzionari. La tattica non è altro che il modo pratico con cui materialmente si realizza tale risultato, e, perciò, le parole d'ordine rivolte dal partito al proletariato non devono essere valutate solo per il loro significato intrinseco e nemmeno per quello che il partito ha intenzione di attribuire loro. Esse debbono essere valutate soprattutto per il loro significato oggettivo, perché debbono permettere alle masse proletarie di riconoscervi la guida da seguire nella loro lotta e non debbono mai contraddire l'obiettivo finale della conquista del potere politico. La propaganda e la tattica si distinguono dunque solo in quanto costituiscono due diversi piani di lavoro del partito e quindi richiedono mezzi e strumenti diversi. Mentre l'attività dì propaganda è indipendente dalle materiali situazioni storiche e dai rapporti di classe, l'azione tattica non può prescindervi, in quanto le lezioni delle sconfitte proletarie proprio nell'Occidente, hanno ormai definitivamente dimostrato la tesi che una tattica non in sintonia con i materiali rapporti di classe equivale ad una tattica opportunista. In particolare, dalla terza ondata degenerativa del movimento operaio, quella stalinista, che ha avuto il suo baricentro proprio nella teorizzazione della tattica "elastica" falsamente intesa come applicazione del leninismo, il partito ha tratto la necessità indiscutibile di fissare nel modo più rigido possibile i principi della tattica. In definitiva, dunque, mentre sul piano della semplice propaganda, che si pone solo scopi agitatori, è possibile discostarsi, in una certa misura, dalla rigida coerenza con tutti i nostri principi e con tutte le nostre valutazioni dei materiali rapporti di classe, se questo avviene sul terreno della tattica in maniera anche minima, i danni che ne derivano alla compattezza e alla forza del partito sono centuplicati rispetto allo sgarro subito.

13- I PRINCIPI DELLA TATTICA

Prima di affrontare il tema delle posizioni tattiche, che il partito comunista deve e dovrà sostenere di fronte agli avvenimenti che porteranno ad una nuova guerra mondiale imperialista, è necessario ribadire i principi fondamentali della tattica, almeno quelli ai quali è indispensabile far riferimento nell'affrontare la questione specifica della tattica verso la guerra.

Questi derivano direttamente dai principi fondamentali della dottrina marxista e devono porre dei limiti insuperabili ad ogni piano tattico, pena la ricaduta, nonostante ogni buona volontà, nel più vieto eclettismo ed opportunismo.

Il primo di questi principi consiste nel fatto che il soggetto di qualunque azione tattica rivoluzionaria può essere solo il Partito Comunista. Solo un tale partito è in grado di correlare la propria azione ad un preciso esame dei rapporti di classe internazionali e della reale forza dello stesso partito, nella consapevolezza che ogni pretesa azione rivoluzionaria, scollegata da un reale terreno oggettivamente rivoluzionario, è puro "attivismo", malattia che da sempre ha allignato allo interno dei movimenti rivoluzionari e di cui la storia ha dimostrato ampiamente la difficoltosa estirpazione. Bisogna infatti tenere presente che la tattica va riferita allo svolgimento oggettivo delle situazioni storiche: il nostro non - volontarismo significa che non pretendiamo di modificare, con la sola volontà di chicchessia, situazioni che oggettivamente vanno in una ben determinata direzione. E' vero che l'intervento del partito nelle situazioni è fatto soggettivo e volontario, ma deve essere in sintonia con le potenzialità oggettive presenti nella stessa situazione. Perché il rifiuto del parlamentarismo? Perché da una certa epoca in poi abbiamo escluso che sia oggettivamente possibile utilizzare i parlamenti in senso rivoluzionario. Perché l'intervento nel movimento sindacale anche se non si esprime ad un livello classista? Perché oggettivamente non si potrà mai dire del sindacato quello che si dice del parlamento, cioè che sia suscettibile di essere diretto solo da una politica borghese. Tutte le questioni tattiche debbono essere poste e risolte oggettivamente, e perciò la valutazione degli effetti, sul movimento reale delle classi, delle parole d'ordine deve essere fatta dal partito non tanto per il significato che il partito stesso ha intenzione di assegnare loro, ma per il significato che esse oggettivamente hanno in una data epoca storica. Le caratteristiche di una situazione oggettivamente rivoluzionaria sono normalmente le seguenti:

· Impossibilità per le classi dominanti di conservare il loro dominio senza modificarne la forma, in quanto le vecchie forme dei rapporti sociali non sono più tollerate dagli strati inferiori della popolazione, né è possibile mantenerle per gli strati superiori.

· Aggravamento, maggiore del solito, dell'angustia e della miseria delle classi oppresse.

· Rilevante aumento dell'attività politica delle masse popolari, che vengono spinte ad un'azione storica indipendente dagli stessi strati superiori.

Pertanto, nell'odierna situazione dei rapporti sociali, essendo la peggiore possibile in quanto manca perfino ogni manifestazione classista proletaria, pretendere di esprimere l'azione del partito attraverso certe parole d'ordine, che hanno senso solo se sono dirette ad una classe che dimostri una consistente volontà di azione politica indipendente ed antagonista, è non solo attivismo, ma parodia bella e buona della politica in generale.

Lo stesso principio contiene un altro insegnamento importante: quello che dice che non sono sufficienti frazioni di partiti opportunisti, anche se rivoluzionarie, per predisporsi a svolgere una tattica rivoluzionaria. Ci vogliono partiti rivoluzionari e non frazioni di partito. Ne è stata una dimostrazione decisiva l'incapacità di azione rivoluzionaria delle frazioni di sinistra della SPD ed anche del PSI durante la prima guerra mondiale. Incapacità, anche se non assoluta, che comunque derivò non tanto da mancanza di volontà rivoluzionaria, ma dal fatto oggettivo che le suddette frazioni non seppero distaccarsi prima della guerra (oppure, ma nella maniera più decisa, allo scoppio) dal resto opportunista del partito, per dar vita ad un partito realmente rivoluzionario, proprio perché non più legato alla vecchia organizzazione opportunista. Ciò che dimostra la non ancora piena maturità del movimento marxista, in quel torno, nell'Europa occidentale compreso l'Italia. Il compito principale, ad esempio della sinistra del PSI ancora frazione dello stesso PSI, non poté consistere nell'indirizzare le forze proletarie contro lo stato borghese (cosa che non poté fare, indipendentemente dai risultati, nemmeno durante la crisi di Caporetto), ma consistette in quello più limitato di impedire che tutto il partito adottasse parole d'ordine decisamente controrivoluzionarie, come "armi in pugno, per la difesa, fino all'ultimo del sacro suolo patrio". La sinistra marxista era, tra l'altro, essa stessa una frazione della frazione intransigente del PSI e si rendeva conto che non poteva far diventare le sue convinzioni le convinzioni di tutto il partito per poi tramutarle in tattica rivoluzionaria. Sarebbe stata necessaria preventivamente la netta separazione dei comunisti da tutte le altre correnti del PSI ed anche dalla frazione intransigente rivoluzionaria. "Ma tali furono gli eventi", si commenta nel testo "Storia della Sinistra Comunista" (edizioni Il Programma Comunista, 1964), per mettere in evidenza l'immaturità oggettiva del movimento rivoluzionario. Immaturità che, in un articolo del 1921, verrà dichiarata del tutto esplicitamente:

"Chi abbia seguito il movimento socialista italiano negli ultimi anni e lo abbia giudicato con sereno spirito critico, non solo non ha il diritto di ritenere artificiale la scissione di Livorno, ma avrebbe da tempo dovuto prevedere che essa si sarebbe verificata. Se vi è stato qualche cosa di artificiale, ciò ha influito nel ritardare la crisi e nel farla produrre troppo tardi, quando i periodi che meglio si potevano utilizzare per una preparazione rivoluzionaria comunista già erano stati "sciupati" dal vecchio partito....

Benché noi della sinistra riducessimo le nostre proposte ad un minimo, disarmati da un ricatto della Confederazione del Lavoro che dichiarò che non avrebbe ordinato lo sciopero anche se il partito lo avesse voluto fummo battuti da quell'ordine di idee in base al quale la opposizione alla guerra perde, come è evidente, qualunque sapore rivoluzionario.....

La guerra prese l'aspetto di guerra difensiva. Il dissidio si acuì terribilmente, ma la mania dell'unità prevalse su tutto, anche in noi che consideravamo un patrimonio comune da salvare l'opposizione, anche solo parlamentare, del nostro partito alla guerra, pur sapendo quali debolezze essa celasse. ...

Ma allora, nelle polemiche che divampavano soffocate dalla censura, dominava la prospettiva della scissione "subito dopo la fine della guerra". Ci premeva portare in salvo l'onore del partito fino alla fine della guerra, poi eravamo certi che i problemi pratici della tattica proletaria avrebbero recata la chiarificazione." (A. Bordiga: "Mosca e la questione italiana", Rassegna Comunista, n. 5, del 30/6/1921.)

Da allora la Sinistra ha sempre sostenuto la necessità di separarsi dai partiti opportunisti, indipendentemente dalla consistenza numerica, perché questa è la premessa indispensabile di ogni azione rivoluzionaria.

Altro principio tattico fondamentale è quello dei limiti della tattica. Questi devono essere prefissati e consistono nella precisa individuazione del legame che ci deve essere tra l'azione del partito e i generali principi programmatici. Non si tratta di contorni generici dell'azione del partito, ma di contorni molto precisi, pur riferiti ad una "rosa di eventualità". La questione dei limiti della tattica fu una delle prime questioni sollevate dalla sinistra contro l'indirizzo prevalente nell'Internazionale Comunista, tendente, già fin dai primi anni, a cadere nello eclettismo opportunista del tatticismo elastico, che sarà successivamente la bandiera dello stalinismo imperante. Ad esempio, nelle Tesi di Roma del 1922, diciamo:

"25.- Il partito comunista in tanto riesce a possedere il suo carattere di unità e di tendenza a realizzare tutto un processo programmatico, in quanto raggruppa nelle sue file quella parte del proletariato che ha superato nell'organizzarsi la tendenza a muoversi soltanto per gli impulsi immediati di ristrette situazioni economiche. L'influenza della situazione sui movimenti d'insieme del partito cessa di essere immediata e deterministica per divenire una dipendenza razionale e volontaria, in quanto la coscienza critica e l'iniziativa della volontà che hanno limitatissimo valore per gli individui sono realizzate nella collettività organica del partito: tanto più che il partito comunista si presenta come antesignano di quelle forme di associazione umana che trarranno dall'aver superato la presente informe organizzazione economica la facoltà di dirigere razionalmente, in luogo di subirlo passivamente, il gioco dei fatti economici e delle loro leggi.

26. - Il partito non può tuttavia adoperare la sua volontà e la sua iniziativa in una direzione capricciosa ed in una misura arbitraria; i limiti entro i quali deve e può fissare l'una e l'altra gli sono posti appunto dalle sue direttive programmatiche e dalle possibilità e opportunità di movimento che si deducono dall'esame delle situazioni contingenti...

29. - Il possesso da parte del partito comunista di un metodo critico e di una coscienza che conduce alla formulazione del suo programma è una condizione della sua vita organica. Perciò stesso il partito e la Internazionale Comunista non possono limitarsi a stabilire la massima libertà ed elasticità di tattica affidandone l'esecuzione ai centri dirigenti, previo esame delle situazioni, a loro giudizio. Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro, la tattica nelle successive situazioni deve essere in rapporto al programma, e perciò le norme tattiche generali per le situazioni successive devono essere precisate entro certi limiti non rigidi, ma sempre più netti e meno oscillanti man mano che il movimento si rafforza e si avvicina alla sua vittoria generale. Solo un tale criterio può permettere di avvicinarsi sempre più al massimo accentramento effettivo nei partiti e nell'Internazionale per la direzione dell'azione, in modo che la esecuzione delle disposizioni centrali sia accettata senza riluttanza non solo nel seno dei partiti comunisti ma anche nel movimento delle masse che essi sono pervenuti ad inquadrare: non dovendosi dimenticare che a base dell'accettazione della disciplina organica del movimento vi è un fatto di iniziativa dei singoli e dei gruppi dipendente dalle influenze della situazione e dei suoi sviluppi, ed un continuo logico progresso di esperienze e di rettifiche della via da seguire per la più efficace azione contro le condizioni di vita fatte dall'assetto presente al proletariato. Perciò il partito e l'Internazionale devono esporre in maniera sistematica l'insieme delle norme tattiche generali per l'applicazione delle quali potranno chiamare all'azione e al sacrificio le schiere dei loro aderenti e gli strati del proletariato che si stringono attorno ad esse, dimostrando come tali norme e prospettive di azione costituiscono la inevitabile via per arrivare alla vittoria. E dunque una necessità di pratica e di organizzazione e non il desiderio di teorizzare e di schematizzare la complessità dei movimenti che il partito potrà essere chiamato ad intraprendere, che conduce a stabilire i termini e i limiti della tattica del partito, ed è per queste ragioni affatto concrete che esso deve prendere delle decisioni che sembrano restringere le sue possibilità di azione, ma che sole danno la garanzia della organica unità della sua opera nella lotta proletaria." (Tesi di Roma, approvate al II congresso del P.C.d'I., pubblicate in "In difesa della continuità del Programma Comunista", ed. Il Programma Comunista, 1970)

E, in un testo del 1945: "Natura, funzione e tattica del partito", viene affermato:

"I piani tattici del partito invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alle tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l'organizzazione in modo che sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevoli o sfavorevoli vicende dell'andamento della lotta. Pretendere qualche cosa di più o di diverso dal partito e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine di opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nella influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi alle iniziative di repressione.

Quando il grado di sviluppo della società e l'andamento degli eventi conducono il proletariato a servire a fini non suoi, consistenti nelle false rivoluzioni di cui la borghesia mostra di sentire ogni tanto il bisogno, è l'opportunismo che vince, il partito di classe cade in crisi, la sua direzione passa ad influenze borghesi, e la ripresa del cammino proletario non può avvenire che con la scissione dei vecchi partiti, la formazione di nuovi nuclei e la ricostruzione nazionale ed internazionale della organizzazione politica proletaria." ("Natura, funzione e tattica del partito Comunista", in "Prometeo", n. 7, maggio - giugno 1947; pubblicato in "In difesa etc.", ed. Il Programma Comunista, 1970)

Altro principio, la cui osservanza comporta inevitabilmente accuse sviscerate di settarismo, alle quali la sinistra ha sempre risposto con l'aperta ammissione di tale "peccato", è quello che afferma l'esclusività di partito di ogni piano tattico rivoluzionario.

Solo il Partito Comunista è in grado di attuare fino in fondo un piano tattico rivoluzionario, che dovrà concludersi con la distruzione dello stato e di tutti gli altri partiti. Si deve tuttavia distinguere tra due aree geopolitiche: nelle aree ancora a doppia rivoluzione, il piano tattico del partito può essere in parte comune con altri partiti rivoluzionari. Il fondamento di tale alleanza, anche se provvisoria e limitata, consiste nel fatto che in tali aree vi sono più classi rivoluzionarie, essendo i rapporti sociali ancora di tipo pre- capitalistico. Al contrario, nelle aree a rivoluzione diretta, non vi potrà mai essere alcuna alleanza né compromesso con altri partiti. Qui solo il proletariato è rivoluzionario e quindi vi è un solo partito rivoluzionario, perché i partiti sono espressioni delle classi sociali. Ogni alleanza politica, anche provvisoria, del partito comunista con altri partiti varrebbe una alleanza tra più classi e significherebbe lo snaturamento del programma rivoluzionario con quello delle mille facce dell'opportunismo. Nel testo già citato: "Natura funzione e tattica del partito comunista", scriviamo a questo proposito:

"In conclusione, la tattica che applicherà il partito proletario internazionale pervenendo alla sua ricostituzione in tutti i paesi, dovrà basarsi sulle seguenti direttive.

Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l'impostazione programmatica, la tradizione, politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d'ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici.

Similmente, ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un'azione opportunistica.

Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti.

Questa posizione del partito ha un valore essenzialmente storico e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica." ("Natura, funzione e tattica del partito Comunista", in "In difesa della continuità del Programma Comunista", ed. Il Programma Comunista 1970)

Anche in un altro testo, più recente, "Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", affrontiamo la stessa questione negli stessi termini:

"Il compromesso "alla Lenin" è plausibile quando si tratta di sbrogliare la successione storica di una rivoluzione borghese. Il suo tempo si chiude nei campi storici in cui si tratta solo di svolgere la rivoluzione antiborghese, come nell'Europa dell'ovest. Ivi si tratta lo stesso di stritolare i partiti piccolo - borghesi opportunisti, più pericolosi di quelli grandi- borghesi e fascisti; solo che la via dell'offerta o subita alleanza con essi mancando del tutto di motivi economico- sociali, non conduce a sterminarli ma ad essere, noi comunisti, sterminati da loro ovvero a degenerare come dopo Lenin è avvenuto fino alla loro spregevole funzione." ("Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", edizioni Il Programma Comunista, 1976, pag. 500)

Dunque, nelle aree geo- politiche a rivoluzione diretta, vi possono essere certamente rapporti di collaborazione del partito e, più precisamente, della sua frazione sindacale, con frazioni sindacali di altri partiti; però solo sul terreno sindacale, in quanto, pur essendo tutti gli altri partiti opportunisti, vi potrà essere collaborazione allo scopo di compiere azioni comuni in difesa della classe proletaria. Infatti il fondamento di tale collaborazione, mai generale e politica, ma sempre finalizzata a qualche obiettivo parziale di difesa economica, consiste nel fatto che la classe rivoluzionaria, il proletariato, può essere inquadrato, e generalmente lo è, da diversi partiti, mentre la difesa economica della classe proletaria sta sempre sulla stessa traiettoria che si concluderà con la Rivoluzione.

Infine, direttamente collegato a quello suddetto, è l'altro principio del rifiuto di ogni intermedismo.

Questo principio, veramente fondamentale, consiste nel rifiuto di dare alla classe proletaria obiettivi generali politici diversi dalla Dittatura del Proletariato diretta dal Partito Comunista, naturalmente nelle aree a rivoluzione diretta. Si tratta di un principio particolarmente importante per quanto riguarda l'atteggiamento tattico di fronte alla guerra imperialista, perché obiettivi cosiddetti "intermedi", prima della conquista del potere politico, verranno proposti al proletariato da tutti i rivoluzionari dell'ultima ora e verranno presentati come obiettivi che facilitano la lotta ulteriore, cercando in questo modo di fare breccia nelle masse proletarie.

Contro questo pericolo veramente grande per la compattezza delle forze della Rivoluzione e quindi per la vittoria delle stesse, da tempo la Sinistra ha posto un argine difficilmente eliminabile da chi vuole richiamarsi ancora al marxismo rivoluzionario. Abbiamo scritto, ad esempio, in un testo del 1949:

"Appello per la riorganizzazione internazionale":

"Condanna di programmi sociali comuni e di fronti politici con le classi non salariate:

4) E' tradizione dell'opposizione di sinistra di molti gruppi, sia italiani che degli altri paesi, e risale ai primi errori nella tattica della Terza Internazionale or sono trent'anni, il respingere la falsa posizione dei problemi di agitazione, assai male qualificata come metodo bolscevico.

Soprattutto da quando l'eliminazione di ogni istituto e potere feudale è un fatto compiuto e irrevocabile, non è possibile lavorare nella direzione del finale urto armato tra proletariato e borghesia, dell'instaurazione del potere operaio e della dittatura rossa in tutti i paesi, del terrore politico e dell'espropriazione economica applicata alle classi privilegiate di ogni nazione, e nello stesso tempo sottacere per dati periodi e in date situazioni tale aperto programma, proprio del comunismo e di lui solo.

E' illusione conquistare le masse più rapidamente sostituendo a quei postulati di classe consegne di agitazione ad effetto popolare, come è illusione disfattista la vantata garanzia che i capi della manovra non vi credono soggettivamente; nel migliore dei casi questo è puro non- senso.

Ogni volta che il contenuto centrale (protestato sempre come passeggero) della manovra politica è stato il fronte unitario con partiti opportunisti, le rivendicazioni di democrazia, di pace, di un popolarismo a classista, peggio, di una solidarietà nazionale e patriottica di classe, non si è trattato di elevare abili scenari e miraggi, caduti i quali in un momento culminante sarebbero apparse in campo aperto più numerose falangi di soldati della rivoluzione, pronte a piombare anche sui transitori Alleati di ieri, avendo indebolito il fronte nemico.

All'opposto, è sempre accaduto che masse, militanti, capi sono divenuti impotenti all'azione di classe; e organizzazioni e inquadramenti progressivamente disarmati e addomesticati si sono resi adatti per la loro preparazione ideologica e funzionale ad agire come strumenti della borghesia dominante, e come i migliori tra questi.

Questo storico risultato non si fonda ormai solo sulla critica dottrinale, ma sorge da una terribile esperienza storica di trent'anni di fallimenti degli sforzi rivoluzionari, pagati a carissimo prezzo.

Il partito rivoluzionario non tenterà mai, dunque, una maggiore conquista di successo quantitativo tra le masse impiegando rivendicazioni suscettibili di essere fatte proprie da classi non proletarie e socialmente ibride.

Questo criterio distintivo di base non è contro le rivendicazioni immediate e particolari che si appoggiano sul piano economico del concreto antagonismo di interessi tra salariati e imprenditori, ma è contro rivendicazioni a classiste e interclassiste, soprattutto nel campo generale della politica di un paese e di tutti i paesi. Questo criterio, da cui si trasse la critica del fronte unico politico proletario, della parola del governo operaio, dei fronti popolari, dei fronti democratici stabilisce il limite tra il movimento a cui tendiamo e quello che si dice trotzkista della IV Internazionale, come con tutte le versioni affini che in forme nuove rinnovano la parola d'ordine della degenerazione revisionista: il fine è nulla il movimento è tutto: e inseguono agitazioni superficiali prive di contenuto"("Appello per la riorganizzazione internazionale": pubblicato in "Battaglia Comunista", n.13, 1949)

14 - INVARIANZA, TATTICA E VALUTAZIONE DELLA SITUAZIONE STORICA

L'attuazione di ogni tattica rivoluzionaria non può prescindere dalla corretta valutazione della situazione storica. Non si tratta dell'atteggiamento ondeggiante, a seconda delle situazioni contingenti, che da sempre il marxismo ha bollato come opportunismo "situazionista". Si tratta di ben valutare la situazione storica, cioè i rapporti tra le classi sociali a livello internazionale, che, pur perdurando il modo di produzione capitalistico, cambiano in grandi archi storici nella loro sostanza e, quindi, pongono al partito l'esigenza di modificare le proprie posizioni tattiche allo scopo di nulla modificare nelle proprie finalità. L'invarianza del fine rivoluzionario richiede proprio questi adeguamenti nella tattica, affinché le forze del partito, con effetti disastrosi sul partito stesso, non siano impiegate né per conseguire obiettivi tattici, magari possibili nell'epoca precedente, ma impossibili nell'epoca attuale, né per conseguire obiettivi, che potevano essere funzionali alla rivoluzione nell'epoca precedente, ma che sono diventati di ostacolo nella epoca attuale.

Tradizionalmente si usa distinguere le fasi del capitalismo nelle classiche tre epoche, che corrispondono, la prima, al periodo in cui la borghesia appare come classe rivoluzionaria e conduce una lotta armata contro tutte le forme dell'assolutismo feudale e clericale, la seconda, al periodo in cui, stabilizzatosi il sistema capitalistico in Europa, la borghesia si proclama favorevole al migliore sviluppo e benessere collettivo alla scala mondiale, la terza, al periodo in cui il capitalismo diventa moderno imperialismo, caratterizzato dalla concentrazione monopolista di tutti i rapporti economici e dalla continua trasformazione degli stati in organi di controllo e di gestione dell'economia stessa. A questo ciclo del capitalismo, ne corrisponde uno del movimento operaio e, pertanto, l'esatta valutazione dei rapporti di classe, nella situazione storica contemporanea, deve condurre a questa posizione essenziale: l'epoca del liberalismo e della democrazia è chiusa e, pertanto, le rivendicazioni democratiche, che ebbero, nelle fasi precedenti, carattere rivoluzionario, prima, progressivo e riformista, poi, sono oggi anacronistiche e totalmente controrivoluzionarie. E' una lezione tratta, ad esempio, in un testo fondamentale del 1946, "Tracciato di impostazione":

"Nella terza fase il capitalismo - per la necessità di continuare a sviluppare la massa delle forze produttive e nello stesso tempo di evitare che esse rompano l'equilibrio dei suoi ordinamenti - è costretto a rinunziare ai metodi liberali e democratici, conducendo di pari passo la concentrazione in potentissimi agglomerati statali tanto del dominio politico, quanto di uno stretto controllo della vita economica. Anche in questa fase si pongono al movimento operaio due alternative.

Nel campo teorico, bisogna affermare che queste forme più strette del dominio di classe del capitalismo costituiscono la necessaria fase più evoluta e moderna che esso percorrerà per arrivare alla fine del suo ciclo ed esaurire le sue possibilità storiche. Esse non sono un transitorio inasprimento di metodi politici e di polizia, dopo il quale si possa e debba ritornare alle forme di pretesa tolleranza liberale.

Nel campo tattico, il quesito se il proletariato debba iniziare una lotta per ricondurre il capitalismo alle sue concessioni liberali o democratiche è falso e illusorio, non essendo più necessario il clima della democrazia politica all'ulteriore incremento delle energie produttive capitalistiche, indispensabile premessa dell'economia socialista.

Tale quesito nella prima fase rivoluzionaria borghese non solo era posto dalla storia, ma anche si risolveva in una concomitanza nella lotta delle forze del terzo e quarto stato, e l'alleanza tra le due classi era una indispensabile tappa del cammino verso il socialismo.

Nella seconda fase il quesito di una concomitante azione tra democrazia riformista e partiti operai socialisti andava legittimamente posto, e se la storia ha dato ragione alla soluzione negativa sostenuta dalla sinistra marxista rivoluzionaria contro quella della destra riformista e revisionista, questa, prima delle fatali degenerazioni del 1914 - 18, non poteva essere definita un movimento conformista. Essa credeva infatti plausibile un giro lento della storia, non tentava ancora di girarla a rovescio. Sia questo riconosciuto ai Bebel, ai Jaurès, ai Turati.

Nella fase odierna del più avido imperialismo e delle feroci guerre mondiali il quesito di un'azione parallela tra la classe proletaria socialista e la democrazia borghese non si pone più storicamente; il sostenerne una risposta affermativa non rappresenta più un'alternativa, una versione, una tendenza del movimento operaio, ma copre il passaggio totale al conformismo conservatore." ("Tracciato di impostazione", in "Prometeo", luglio 1946, pubblicato da Il Programma Comunista 1969, pag. 19)

La stessa questione venne affrontata da Lenin in un formidabile testo del febbraio 1915, "Sotto la bandiera altrui", proprio in riferimento all'atteggiamento da tenere nei confronti della prima grande guerra. Questa era iniziata da circa un anno, sui fronti di guerra si pensava a sparare sul "nemico" e non c'era il minimo segno di ribellioni sociali né nell'esercito, né nella società civile. L'opera svolta dall'opportunismo socialdemocratico era di un'evidenza totale. In tale situazione non era facile decifrare la sostanza opportunista di argomentazioni, che apparentemente sembravano le più ossequiose ed aderenti alla tradizione marxista, del menscevico Potresov apparse sul N.1 del Nasce Dielo, pubblicato a Pietrogrado nel gennaio del 1915. L'articolo di Lenin è invece dedicato a svelare la natura nazional - liberale della seguente tesi. Rifacendosi ai conflitti internazionali dell'epoca di Marx, Potresov dice:

"Con tutta la passione che era loro propria (a Marx e ai suoi compagni), essi si mettevano con fervore alla ricerca di una soluzione del problema, per quanto esso fosse complesso; facevano la diagnosi del conflitto, cercavano di determinare il successo di quale campo avrebbe aperto più spazio alle possibilità che consideravano desiderabili, e in tal modo stabilivano la base sulla quale costruire la loro tattica." (Lenin, "Sotto la bandiera altrui", o.c. XXI, pag. 123)

Lenin commenta che, in effetti, stabilire il successo di quale campo è più desiderabile dal punto di vista della Rivoluzione Proletaria rappresenta, in tema di atteggiamento di fronte alla guerra, la sostanza della metodologia marxista. Marx, ad esempio, e con lui Engels, ha determinato il successo di quale campo era desiderabile nella crisi del Bosforo del 1853, quando, quasi quotidianamente, esprime la speranza che venga sconfitta l'ancora feudale Russia zarista e, contemporaneamente, che la crisi bellica dal Bosforo si trasferisca in Europa, con l'intervento della Francia e dell'Inghilterra, e ponga all'ordine del giorno non tanto chi comanda a Costantinopoli, ma chi comanda in Europa. Alcuni esempi delle loro lucide analisi e delle loro appassionate diagnosi, eccoli:

"Lo zar non ha soltanto cominciato la guerra; ha già finito la sua prima campagna. La linea delle operazioni non è più dietro il Prut, ma lungo il Danubio. Nel frattempo, che cosa fanno le potenze occidentali? Deliberano, cioè costringono il sultano a considerare la guerra come pace. Agli atti dell'autocrate rispondono non con i cannoni ma con note diplomatiche.

Per riassumere la questione orientale in poche parole: lo zar, irritato e scontento di vedere il suo immenso impero ridotto a disporre di un solo porto per le esportazioni, e anche questo situato in un mare impraticabile per sei mesi all'anno e accessibile agli inglesi negli altri sei mesi, sta perseguendo il progetto dei suoi antenati di avere accesso al Mediterraneo; egli sta separando uno dopo l'altro le più remote membra dell'impero ottomano dal corpo centrale, fin quando alla fine il cuore, Costantinopoli, cesserà di battere. Egli rinnova le sue invasioni periodiche ogniqualvolta giudica che le sue mire sulla Turchia siano messe in pericolo dall'apparente consolidamento del governo turco, o dai più pericolosi sintomi di auto emancipazione che si manifestino tra gli slavi. Contando sulla viltà e sulle paure delle potenze occidentali, egli incute timore all'Europa e spinge le sue richieste fino all'estremo limite, allo scopo di mostrarsi in seguito magnanimo accontentandosi di ciò che si proponeva di ottenere immediatamente.

Le potenze occidentali, d'altra parte, incostanti, pusillanimi, sospettose l'una dell'altra, all'inizio incoraggiano il sultano a resistere allo zar, delle cui aggressioni hanno paura, per costringerlo da ultimo a cedere, per timore che una guerra generale provochi una rivoluzione generale. Troppo impotenti e troppo pavide per intraprendere la ricostruzione dell'impero ottomano con la creazione di un impero greco o di una repubblica federale degli Stati slavi, unico loro obiettivo è il mantenimento dello status quo, cioè di quello stato di disgregazione che impedisce al sultano di affrancarsi dallo zar e agli slavi di affrancarsi dal sultano."

"Abbiamo esaminato con cura i giornali europei giuntici con il "Canada" al fine di raccogliere ogni possibile indicazione sui combattimenti che si sono verificati tra turchi e russi in Valacchia, così da potere aggiungere alcuni fatti di rilievo a quelli portati dal "Washington", sui quali riferimmo venerdì scorso. Sapevamo allora che diversi scontri avevano avuto luogo, ma quanto ai dettagli non ne sappiamo oggi molto di più. I nostri rapporti sono tuttora frammentari, contraddittori e scarni, e tali rimarranno probabilmente finché non riceveremo i dispacci ufficiali dei generali turchi. Una cosa tuttavia risulta con chiarezza, e cioè che i turchi sono stati guidati con tale abilità e hanno combattuto con così fermo entusiasmo da giustificare pienamente le lodi dei loro più accesi ammiratori, lodi che la maggior parte degli osservatori imparziali e distaccati avevano giudicato eccessive. Il risultato è stato una sorpresa per tutti. Delle capacità di comandante di Omar Pascià tutti ci aspettavamo prove brillanti, ma né gli uomini politici, né i giornalisti dell'Occidente hanno saputo riconoscere il vero valore e il merito del suo esercito. È vero che le file di quest'esercito sono costituite principalmente da turchi, ma si tratta di soldati molto diversi da quelli che Diebitsch mise in fuga nel 1829. Essi hanno sconfitto i russi nonostante la grande disparità di forze e le circostanze sfavorevoli. Confidiamo che possa essere la promessa e l'inizio di sconfitte ben più definitive."

"Finalmente sembra che la questione a lungo in sospeso della Turchia abbia raggiunto una fase in cui la diplomazia non potrà per molto tempo ancora monopolizzare il campo per le sue mosse sempre mutevoli, sempre codarde e sempre prive di risultati. La flotta francese e quella inglese sono entrate nel Mar Nero per impedire alla marina russa di attaccare la flotta turca o le coste della Turchia. Lo zar Nicola molto tempo fa aveva dichiarato che un simile passo avrebbe avuto per lui il significato di una dichiarazione di guerra. Lo sopporterà adesso tranquillamente?

Non ci si deve aspettare che le flotte unite attacchino immediatamente e distruggano la squadra russa o le fortificazioni e i cantieri navali di Sebastopoli. Al contrario, possiamo essere certi che le istruzioni impartite dalla diplomazia ai due ammiragli sono così congegnate da evitare il più possibile uno scontro. Ma i movimenti navali e militari una volta che sono stati ordinati, sono soggetti non ai desideri e ai piani della diplomazia, bensì a leggi loro proprie che non possono essere violate senza mettere a repentaglio la sicurezza dell'intera spedizione. La diplomazia non aveva mai voluto che i russi venissero battuti a Olteniza; ma una volta concessa la minima facoltà di scelta a Omar Pascià, e una volta iniziati i movimenti di truppe, l'azione dei due comandanti nemici si spostò in una sfera in buona misura indipendente dal controllo degli ambasciatori a Costantinopoli. Così, una volta tolte le navi dagli ormeggi nella rada di Beykoz, nessuno può dire fra quanto tempo esse potranno trovarsi in una posizione dalla quale le preghiere di pace di Lord Aberdeen o il segreto accordo di Lord Palmerston con la Russia non potranno trarle fuori e nella quale esse dovranno scegliere tra una infamante ritirata e una decisa battaglia. Un mare stretto e chiuso come l'Eusino, in cui le flotte nemiche possono a mala pena riuscire a nascondersi una alla vista dell'altra, è precisamente il luogo in cui in simili circostanze gli scontri possono diventare inevitabili quasi giornalmente. Non ci si può aspettare che lo zar permetta, senza opporvisi, che la sua flotta venga bloccata a Sebastopoli.

Se, quindi, una guerra europea seguirà a questa mossa, sarà con tutta probabilità una guerra tra la Russia da un lato e l'Inghilterra, la Francia e la Turchia dall'altro. Un simile evento è abbastanza probabile da giustificare un confronto tra le varie possibilità di successo e una valutazione dell'equilibrio di forze attive da ambo le parti nella misura in cui ciò è possibile.

Ma la Russia rimarrà sola? Da quale parte staranno l'Austria e la Prussia, gli Stati tedeschi e quelli italiani da esse dipendenti, in una guerra generale? Si dice che Luigi Bonaparte abbia notificato al governo austriaco che, se in caso di un conflitto con la Russia, l'Austria si schierasse al fianco di questa potenza, il governo francese si servirebbe di tutti gli elementi insurrezionali che in Italia e in Ungheria hanno soltanto bisogno di una scintilla per svilupparsi nuovamente in un incendio impetuoso, e successivamente la Francia cercherebbe di ricostituire le nazioni d'Italia e d'Ungheria. Una simile minaccia può avere un certo effetto sull'Austria e può contribuire a mantenerla neutrale il più a lungo possibile, ma non è presumibile che l'Austria possa mantenersi in disparte da un simile conflitto se esso dovesse scoppiare. Anche il solo fatto che questa minaccia é stata pronunciata potrà suscitare parziali moti insurrezionali in Italia, con la conseguenza di rendere l'Austria un vassallo ancora più dipendente e sottomesso della Russia. E poi, dopo tutto, questo gioco napoleonico non è già stato giocato una volta? È presumibile che l'uomo che ha restituito al papa il suo trono temporale e che ha pronto in fresco un candidato per la monarchia di Napoli, dia agli italiani quello che essi vogliono altrettanto quanto l'indipendenza dall'Austria: l'unità? È presumibile che il popolo italiano si precipiti a capofitto in un simile tranello? Gli italiani sono senza dubbio gravemente oppressi dal dominio austriaco, ma non saranno certo molto ansiosi di contribuire alla gloria di un impero che già vacilla nella sua terra natia in Francia e di un uomo che fu il primo a schierarsi contro la loro rivoluzione.

Ma finché la guerra è limitata alle potenze occidentali e alla Turchia da un lato, e alla Russia dall'altro, non sarà una guerra europea del tipo che abbiamo conosciuto a partire dal 1792. ...

Ma non dobbiamo dimenticare che vi è una sesta potenza in Europa, che a un dato momento può affermare la propria supremazia su tutte le cinque cosiddette "grandi" potenze e farle tremare tutte quante. Questa potenza è la rivoluzione. A lungo silenziosa e in disparte, essa è di nuovo chiamata all'azione della crisi economica e dalla mancanza di generi alimentari. Da Manchester a Roma, da Parigi a Varsavia e a Pest, essa è onnipresente, solleva il capo e si desta dal suo sopore. Molti. sono i sintomi della sua vita rinascente, ovunque manifesti nella inquietudine e nell'agitazione da cui il proletariato è preso. Un segnale soltanto è necessario e la sesta e più grande potenza d'Europa si farà avanti in una scintillante armatura con la spada in pugno, come Minerva dalla testa di Zeus. L'imminente guerra europea darà il segnale e allora ogni calcolo sull'equilibrio del potere sarà alterato dall'aggiunta di questo nuovo elemento che, perennemente esuberante e giovane, manderà all'aria i piani delle vecchie potenze d'Europa con tutti i loro generali, come già fece tra il 1792 e il 1800." (Marx - Engels: brani tratti dai seguenti articoli:K. Marx, "La questione della guerra - Attività del parlamento - l'India", Londra 19 luglio 1853, corrispondenza per il "N.York Daily Tribune", 5/8/1853 ;F. Engels, "Le sconfitte russe", editoriale del "N.York Daily Tribune", 28 novembre 1853;F. Engels," La guerra europea", editoriale del "N.YorkDaily Tribune", 2 febbraio 1854)

 

Tornando a Potresov, egli si ferma sull'esempio della guerra d'Italia del 1859, facendo riferimento in particolare a Marx, che, nei suoi scritti, aveva determinato il successo di quale campo era più desiderabile. Lenin commenta che si tratta di un esempio veramente significativo: Napoleone III dichiarò guerra all'Austria dicendo che lo faceva per liberare l'Italia, ma in realtà per raggiungere i suoi scopi dinastici. Dunque ne veniva fuori un groviglio di contraddizioni: da una parte la monarchia più reazionaria d'Europa, dall'altra Garibaldi, rappresentante dell'Italia rivoluzionaria, che però procedeva a fianco dell'arcireazionario Napoleone III. Si poteva, dice Potresov, semplicemente dichiarare che tutti e due i contendenti erano pessimi e prendere le distanze da entrambi, ma né Marx né Engels si fecero allettare da tale semplicità e si misero ad indagare quale sbocco del conflitto poteva offrire possibilità maggiori di successo alla causa proletaria. La conclusione di Potresov è che, se allora si potevano "soppesare" i conflitti internazionali nonostante il carattere estremamente reazionario di ambedue le parti belligeranti, anche nella situazione determinata dalla prima guerra mondiale i marxisti erano tenuti a fare un analogo esame ed arrivare a conclusioni precise circa la determinazione di quale campo era preferibile il successo, nell'interesse della Rivoluzione Proletaria. Il commento di Lenin è che questa conclusione "è puerilmente ingenua", perché Potresov non aveva notato che Marx ed Engels si ponevano una tale domanda in un'epoca in cui non solo esistevano, ma si ponevano in primo piano, nella reale situazione storica, movimenti borghesi progressivi, mentre "ai nostri giorni sarebbe ridicolo perfino pensare a una borghesia progressiva", in quanto il carattere progressivo dei movimenti borghesi di liberazione nazionale "è strettamente legato ad una lotta contro le forze feudali ed assolutistiche.". "Proprio la borghesia - conclude Lenin - cerca di effettuare la sostituzione compiuta da Potresov, sostituire cioè all'epoca imperialista l'epoca dei movimenti borghesi di liberazione nazionale e di liberazione democratica e Potresov si trascina acriticamente al seguito della borghesia". Da tutto ciò dobbiamo dedurre che esiste un tipo di invarianza "puerilmente ingenua" alla Potresov, che finisce sempre per accogliere acriticamente un punto di vista borghese. Essa non ha niente a che vedere con la nostra invarianza e con quella di Lenin, che consiste nella conferma di tutte le tesi del marxismo rivoluzionario in ogni epoca storica e che, proprio perciò, deve prevedere che le posizioni tattiche comprendano i cambiamenti sostanziali nei rapporti di classe che le varie epoche storiche determinano. Ecco le conclusioni di Lenin:

"A Potresov ha intitolato il suo articolo: Sul limitare di due epoche. E' indiscutibile che noi viviamo sul limitare di due epoche, e gli avvenimenti storici di grandissima importanza che si svolgono dinanzi a noi possono essere compresi soltanto analizzando, in primo luogo le condizioni oggettive del passaggio da un'epoca all'altra. Si tratta di grandi epoche storiche; in ogni epoca ci sono e ci saranno movimenti parziali, ora in avanti, ora indietro; vi sono e vi saranno diverse deviazioni dal tipo medio e dal ritmo medio del movimento. Non possiamo sapere con quale rapidità, ne' con quale successo, si svilupperanno singoli movimenti storici di una determinata epoca. Ma possiamo sapere e sappiamo quale classe sta al centro di questa o quell'epoca e ne determina il contenuto fondamentale, la direzione principale del suo sviluppo, le particolarità essenziali della situazione storica, ecc. Solo su questa base, cioè tenendo conto in primo luogo dei principali caratteri peculiari delle varie epoche (e non dei singoli episodi della storia di singoli paesi), possiamo costruire giustamente la nostra tattica; e solo la conoscenza dei lineamenti principali di una data epoca può essere la base che permette di tenere conto delle caratteristiche più particolari di questo o quel paese.

Proprio in questo sta il sofisma principale di A. Potresov e di Kautsky (il cui articolo è stato pubblicato nello stesso numero del Nasce Dielo) o l'errore storico capitale di entrambi, che li porta a conclusioni nazional- liberali, e non marxiste.

Il fatto è che l'esempio assunto da A. Potresov e che presenta, per lui, un "interesse specifico", l'esempio della campagna d'Italia del 1559, e tutta una serie di esempi storici analoghi assunti da Kautsky, non si riferiscono "in nessun modo a quelle epoche storiche", "sul limitare" delle quali noi viviamo. Chiamiamo epoca moderna (o terza) l'epoca nella quale entriamo o siamo entrati ma che si trova nel suo stadio iniziale. Chiamiamo epoca di ieri (o seconda) quella dalla quale siamo appena usciti. Allora bisognerebbe chiamare epoca dell'altroieri (o prima) l'epoca dalla quale A. Potresov e Kautsky prendono i loro esempi. Il rivoltante sofisma, l'intollerabile falsità dei ragionamenti di A. Potresov e di Kautsky stanno proprio nel fatto che essi sostituiscono alle condizioni dell'epoca moderna (terza) le condizioni dell'epoca dell'altroieri (prima)." (Lenin, "Sotto la bandiera altrui", o.c. XXI, pag. 128 - 129)

Si tratta di una generale lezione di tattica, coincidente con il "Tracciato di impostazione", che non è lecito dimenticare neppure un attimo, soprattutto quando si tratta di passare dalla enunciazione dei principi generali alla individuazione del piano, al quale il partito deve e dovrà vincolare la propria azione. Nella terza epoca del capitalismo, nella quale siamo immersi almeno fin dal 1914, e che, come stabilito in teoria, non può più mutare qualitativamente essendo l'imperialismo la fase suprema del capitalismo, non ci sono più "cittadelle feudali" d'importanza europea, e quindi gli inevitabili conflitti internazionali potranno essere utilizzati in senso rivoluzionario solo da un punto di vista internazionale e la lotta rivoluzionaria del proletariato dovrà essere diretta non più contro singoli capitali nazionali, ma contro il capitale finanziario internazionale.

15 - LA TATTICA VERSO LA GUERRA

La questione della tattica nei confronti della guerra ha sempre rivestito una importanza particolare fino dalla prima epoca del capitalismo, quella in cui la borghesia agiva come classe rivoluzionaria e al proletariato si poneva storicamente la necessità di un suo appoggio pratico, anche di carattere militare.

L'importanza di definire la tattica che il partito comunista deve adottare nei confronti della guerra deriva, come è facile capire, dal fatto che, proprio durante i periodi di guerra, si è sempre determinata una accelerazione, nel senso del loro antagonismo, dei rapporti tra le classi sociali; ed in particolare ciò deve essere sottolineato nella terza epoca, nella moderna fase imperialista.

Nel movimento socialista, fin dall'inizio di questo secolo, le questioni relative all'atteggiamento pratico nei confronti della guerra assunsero sempre maggiore rilevanza, tanto che in ogni congresso della Seconda Internazionale le discussioni e le risoluzioni in questa materia occuparono uno spazio sempre maggiore. Ripercorrendo le risoluzioni approvate dal congresso di fondazione, quello di Parigi del 1889, a quello di Basilea del 1912, risulta evidente il quadro generale in cui venivano inserite le rivendicazioni di un movimento socialista abituato ad agire esclusivamente in forme legali. E' l'epoca in cui si riteneva possibile pretendere, con la lotta, forme più democratiche nell'organizzazione dello stato e dell'armata capitalistica. Ecco perché le rivendicazioni (che normalmente erano la soppressione degli eserciti permanenti, la creazione della milizia popolare, il disarmo e l'arbitrato) non erano considerate come parti di un preciso piano tattico finalizzato ad una lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico, bensì erano considerate come il contenuto di una specifica attività, detta antimilitaristica, considerata sì anticapitalistica, ma tale che potesse coinvolgere non solo il proletariato, ma buona parte del popolo, in quanto si riteneva che fosse favorevole alla pace tra gli stati. Si riteneva perciò che tale attività, oltre che essere svolta attraverso movimenti sociali e manifestazioni di piazza, potesse essere concretamente indirizzata verso lotte di tipo parlamentari, in quanto si pensava che i gruppi borghesi favorevoli alla guerra fossero una esigua minoranza. D'altronde ciò implicava che si considerasse l'apparato statale ancora capace di mantenere i caratteri di uno stato, se non più rivoluzionario come quello della prima epoca borghese, almeno di uno stato progressivo, aperto cioè alle rivendicazioni riformiste della maggioranza del popolo.

Proprio questa considerazione dimostra come già allora ci fosse una notevole sfasatura rispetto al fatto che l'epoca imperialista, almeno dal punto di vista delle caratteristiche economiche, era già matura fin dall'inizio del secolo e che dunque lo stato, pur nelle sue apparenze democratiche, non fosse più permeabile a rivendicazioni di questo tipo. Questa consapevolezza è già presente nella sinistra della Seconda Internazionale ed in particolare è riscontrabile negli emendamenti alla risoluzione di Stoccarda del 1907, proposti da Lenin e dalla Luxemburg. Tuttavia sarà la prima guerra mondiale che determinerà, nel modo più evidente, l'esigenza di porre la tattica verso la guerra stessa su di un piano non più riformista, ma rivoluzionario, cioè l'esigenza di passare dall'attività antimilitarista al disfattismo rivoluzionano.

16 - LE RISOLUZIONI ANTIMILITARISTE DELLA SECONDA INTERNAZIONALE

Nelle risoluzioni sulla guerra, approvate nei congressi della Seconda Internazionale, si riscontrano vari aspetti, alcuni dei quali sono senz'altro da ascrivere al programma storico del socialismo. Tuttavia, fin dai primi congressi, quando ancora è presente Engels, si dà per scontato il fatto che è interesse del socialismo favorire una situazione di pace tra gli stati, il che implica ritenere più favorevole al successo del programma socialista la situazione di pace tra gli stati. Al congresso di Parigi del 1889 si afferma, ad esempio, che "la pace è condizione prima e indispensabile di qualsiasi emancipazione operaia" e pertanto si chiede la soppressione degli eserciti permanenti e la loro sostituzione con la milizia popolare. Partendo da questa convinzione, nei congressi successivi, si preciseranno i punti delle rivendicazioni socialiste in materia, che poi, al successivo congresso di Londra del 1896, verranno fissati nei seguenti:

"1- La soppressione immediata degli eserciti permanenti e l'organizzazione della nazione armata. 2- L'istituzione di un Tribunale di arbitrato internazionale le cui decisioni siano sovrane. 3- La decisione definitiva sulla questione della guerra e della pace lasciata direttamente al popolo, nel caso in cui i governi non accettassero la sentenza arbitrale."

Si tratta degli stessi punti fatti propri anche da Liebnecht nella sua opera più conosciuta, "Militarismo e antimilitarismo", e che erano alla base delle agitazioni sociali promosse da ogni partito socialista ed in particolare dalle ali sinistre. Sarebbe facile, ma troppo semplicistico, vedere in questa impostazione dell'atteggiamento socialista di fronte alla guerra, che fu propria dei primi congressi dell'Internazionale Socialista, lo stesso spirito opportunista che anima le tesi di Kautsky sferzate da Lenin. Si dimenticherebbe:

1 - Che le tesi di Kautsky si riferiscono ad un'analisi dei rapporti tra gli stati già chiaramente definiti come rapporti imperialistici, mentre alla fine del secolo scorso è ancora prematuro scorgere il cambiamento di fase storica, il passaggio dalla seconda alla terza epoca del capitalismo, come si esprime Lenin.

2 - L'atteggiamento socialista verso lo stato è ancora, alla fine dell'Ottocento, caratterizzato da quegli aspetti progressivi della stessa organizzazione socialista, che si verificano legalmente all'interno dello stato. In particolare la Germania conosce uno sviluppo dell'organizzazione socialista senza precedenti e le altre sezioni dell'Internazionale hanno, nel loro programma, l'imitazione del partito tedesco.

3- Nonostante che le rivendicazioni antimilitariste siano poste su di un terreno riformista, non si dimentica mai di dichiarare che la guerra è "un'ineluttabile prodotto delle attuali condizioni economiche e scomparirà definitivamente solo con la scomparsa del sistema capitalista" e, nello stesso congresso di Londra del 1896, si afferma che "la classe operaia non potrà conseguire i suoi obiettivi se non conquistando la direzione del potere legislativo e alleandosi al socialismo internazionale." Si potrà sicuramente affermare che la conquista del potere legislativo non è la dittatura del proletariato, ma non siamo ancora all'errore di Kautsky, che lo farà diventare un rinnegato e un traditore del marxismo, quando, due decenni più tardi, sosterrà queste stesse tesi; ed anzi per aver legato proprio l'ipotesi della pace alla natura imperialista dei rapporti interstatali.

Le risoluzioni successive, in particolare quella di Stoccarda del I907 e quella di Basilea del 1912, riflettono bene sia l'urgenza di una situazione, che già lasciava intravedere l'inevitabilità del prossimo scontro bellico, sia la permanenza nella stessa organizzazione socialista di due correnti, quella di destra e quella di sinistra, che ormai avevano ben poco in comune. In particolare quest'ultimo aspetto è il fatto da sottolineare, in quanto è alla base della tragedia del movimento socialista dopo il 4 agosto del 1914. Le correnti di sinistra riuscivano spesso, come a Stoccarda nel 1907, a far valere il loro punto di vista nelle risoluzioni approvate, ma non si rendevano conto che ormai l'unità organizzativa era diventata un connubio del tutto innaturale. Le risoluzioni potevano anche venire espresse in un linguaggio da sinistra rivoluzionaria, ma l'organizzazione politica, sindacale e parlamentare era ormai impregnata di riformismo nelle sue fondamenta e quindi sapeva funzionare solo in modo riformista. Una dimostrazione di questa immaturità del movimento rivoluzionario ci è offerta da episodi tratti dalla storia del Partito Socialista Italiano. Al congresso del 1918, prima in forse per la situazione di guerra e poi effettivamente svolto a Roma dal 1 al 5 settembre, Turati propose, per la corrente riformista, un ordine del giorno sulla guerra, che prendeva lo spunto proprio dagli emendamenti di Lenin e della Luxemburg presentati a Stoccarda. Egli però giungeva al loro totale travisamento, sostenendo che, poiché i proletari dei vari paesi non avevano avuto la forza per un'azione simultanea, i socialisti avevano il dovere, all'interno dei singoli paesi, di promuovere una sostanziale solidarietà nazionale per non favorire la vittoria degli eserciti nemici. L'altro episodio si riferisce al congresso di Ancona del 1914, dove l'ordine del giorno sulla guerra, steso da Treves, sul piano della tattica, "confida" nella capacità dell'Internazionale di promuovere un'azione "simultanea" di tutti i partiti socialisti, e dove tale ordine del giorno fu votato anche dalla Sinistra:

"Il Congresso afferma:

che l'antagonismo tra il socialismo e il militarismo è un'espressione correlativa dell'antagonismo stesso che è tra il proletariato e la borghesia capitalistica;

che il militarismo, indipendentemente dall'essere un sistema di coercizione del proletariato e di difesa del regime capitalistico, risponde alle vedute dell'accumulazione capitalistica; la quale, in questo periodo della evoluzione sociale, o cerca nuove terre coloniali da sfruttare, oppure cerca di investirsi in facili e lucrosi prestiti di stato, secondo il noto parallelismo fra l'aumento delle spese militari e l'aumento dei debiti pubblici;

che il proletariato, specialmente nei paesi più poveri di capitale, come l'Italia, ha interesse di vita nell'avversare il militarismo, e per sé, e per i dispendi capitalistici che cagiona, sia espressi in forma di fiscalità che aumentano il rincaro della vita, sia espressi in forma di rarefazione del capitale applicato negli investimenti produttivi dell'industria e del commercio, donde le crisi economiche, la disoccupazione e l'emigrazione dei lavoratori.

Mentre si propone all'interno:

di intensificare la propaganda e l'educazione delle masse e specialmente della gioventù, intorno ai suesposti principi, opponendo costantemente gli interessi solidali della internazionale del lavoro agli aizzamenti nazionalistici delle borghesie patriottarde;

e mentre rinnova al Gruppo socialista parlamentare l'impegno di continuare la più strenua opposizione ai crediti militari, coadiuvandolo con l'azione attiva e diretta del proletariato organizzato,

Delibera:

di portare al Congresso internazionale di Vienna un voto Speciale per una riorganizzazione del B. S. Internazionale diretta a dare a questo la funzione specifica:

a) di promuovere una propaganda speciale tra le grandi Federazioni Internazionali di mestiere per guadagnarle all'idea internazionale, pacifista e antimilitarista e di agguerrirle per tutte le intese pratiche, efficaci a rendere impossibili le guerre;

b)di effettuare un sistema rapido, suggestivo di informazioni reciproche nella stampa internazionale sia borghese che socialista, e volta a mostrare luminosamente la simultaneità e la contemporaneità del movimento proletario internazionale antimilitarista nei diversi paesi, in guisa da eliminare ogni apprensione che il movimento possa indebolire alcuno Stato a favore di alcuno altro, e da dare al mondo l'idea sensibile della cospirazione attiva, imponente, del proletariato organizzato contro la guerra e contro il militarismo." (L.Cortesi, "Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione:1892 - 1921", ed. Laterza 1969, pag. 609 - 610)

Ed ecco i passi salienti dell'ordine del giorno Turati al congresso di Roma del 1918:

"Il Congresso, considerando che la guerra, nei tempi moderni, è essenzialmente un fenomeno determinato dall'urto degli opposti imperialismi capitalistici nazionali, durante il quale si acutizza la servitù ed il sacrificio di tutti i proletariati, e che pertanto la sua più radicale e sicura eliminazione sarà data dal futuro sostituirsi, ai moderni Stati capitalistici, della Federazione internazionale dei popoli liberati da ogni oppressione, e dalla abolizione degli armamenti e del militarismo;

afferma - in linea di massima - la irriducibile avversione del Partito socialista alla guerra non essere soltanto l'effetto di motivi sentimentali e pacifisti, ma il portato necessario della propria dottrina e della propria specifica missione nella storia;

conferma quindi i deliberati dei Congressi socialisti internazionali, per i quali, urgendo una minaccia di conflagrazione, il primo compito dei Partiti socialisti è di intendersi e di agire concordi per tentare di deprecarla, e in caso di insuccesso, è loro dovere trarre dagli orrori della guerra stessa, e dall'indebolimento ch'essa eventualmente abbia a produrre nella resistenza dei Governi in essa impegnati, le occasioni e le armi per accelerare il disfacimento della dominazione capitalista, che della guerra è responsabile...

Il Congresso riconosce il fatto, apodittico ed indiscutibile, che, quando i diversi proletariati non riescano ad imporre ai Governi la loro volontà di pace dall'una parte e dall'altra dei combattuti confini, ogni azione insurrezionale, che premesse sopra un solo Governo e sopra un solo esercito, non secondata dalle avverse nazioni belligeranti..., equivarrebbe matematicamente, più ancora che ad una platonica adesione, ad un aiuto effettivo e decisivo recato alla guerra dello Stato nemico, contro quella della nazione in cui quella pressione unilaterale si esercitasse.

In questo senso ed entro questi limiti, la guerra impone a tutti i cittadini di ogni classe una effettiva ed inderogabile solidarietà nazionale - la impone soprattutto alla classe proletaria, come quella che, dal sovrapporsi del giogo della dominazione di un capitalismo straniero, a quello, che già soffre, del capitalismo paesano, vedrebbe spezzata per lungo periodo ogni speranza e ogni possibilità di proseguire utilmente la propria lotta di classe per il divenire socialista. Ma è per sé chiaro che una tale solidarietà - altrettanto necessaria, quanto limitata ai fini della difesa dell'indipendenza - non dovrà mai assumere, per dei socialisti sinceri e conseguenti, le caratteristiche della "unione sacra" o di qualsiasi corresponsabilità colle classi, coi partiti e coi Governi che della guerra abbiano quella responsabilità, di cui il Partito socialista si riserva di chiedere ad essi il conto più severo." (F. Turati, "Le vie maestre del socialismo", ed. Morano a cura del Centro Studi Critica Sociale, 1966, pag. 261 - 263)

Ecco dove si separano totalmente e senza alcun compromesso le due vie, quella opportunista e quella rivoluzionaria. A Stoccarda e a Basilea possono ancora restare unite, anche se sulla base di un innaturale equivoco, ma di fronte alla coerente teorizzazione del disfattismo nazionale, come farà Lenin subito dopo l'inizio del conflitto mondiale, ogni razza di opportunismo sarà costretto a smascherarsi. Ecco dunque l'esigenza oggettiva del passaggio dall'antimilitarismo della fase storica precedente al disfattismo della nuova fase imperialista, e, perciò, l'esigenza indilazionabile della separazione organizzativa e quindi della costituzione di un partito veramente rivoluzionario, in quanto sappia non solo ripetere i principi generali socialisti, ma soprattutto basare la sua tattica sui caratteri peculiari dell'epoca imperialista.

17 - LA GUERRA PONE L'ESIGENZA DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO SEPARATO DALL'OPPORTUNISMO

Quando Lenin, subito dopo l'agosto del 1914, teorizzò il disfattismo rivoluzionario dovette rendersi conto di essere isolato non solo di fronte alle correnti di destra e di centro della Internazionale, ma anche di fronte alla maggior parte di quelle di sinistra, che con difficoltà intendevano il significato immediato e la portata storica di quelle tesi. Fin dalle sue prime lettere ed articoli, scritti dopo lo scoppio della guerra, non si limitò ad analizzare i punti di principio e le norme tattiche che il movimento socialista avrebbe dovuto far propri, ma, con ripetitività quasi ossessionante, sostenne l'esigenza di separarsi da ciò che restava della Seconda Internazionale per dar vita ad una Terza Internazionale veramente rivoluzionaria. In tutti i suoi scritti spiegò che l'opportunismo era stato alimentato dal carattere relativamente pacifico del periodo 1871- 1914 e che, inizialmente consistito in un semplice stato d'animo, poi in una tendenza ancora appartenente al movimento operaio, nel tempo si era trasformato in un vero e proprio gruppo e vasto strato sociale, i cui interessi erano ormai legati a doppio filo con quelli dello stato borghese. Tale gruppo si era consolidato, nel periodo precedente, solo perché aveva sempre riconosciuto a parole i fini rivoluzionari, giurando che il lavoro "pacifico" non era considerato niente altro che di preparazione alla Rivoluzione, tesi sostenuta apertamente, del resto, dallo stesso Engels. Con la guerra, però, l'opportunismo si era totalmente smascherato e quindi non era più possibile alcuna unità dei comunisti rivoluzionari con nessuna forma di opportunismo, né con quella aperta dei difensori della patria, né tanto meno con quella mascherata dei kautskyani.

Pertanto non è inutile riportare una piccola antologia di brani di Lenin, che, in tutto il periodo che va dal 1914 alla vigilia della Rivoluzione di Ottobre, insistono continuamente sulla necessità della nascita della nuova Internazionale Rivoluzionaria, in quanto ciò ci permetterà di fare utili considerazioni proprio sul modo con cui essa effettivamente nacque nel 1919 sull'onda della vittoria di Ottobre.

Fin dai primi articoli, l'attenzione di Lenin fu giustamente rivolta soprattutto al Partito tedesco, ritenuto di fondamentale importanza e, proprio perciò, alla critica delle debolezze che caratterizzavano la sua stessa sinistra. Tali debolezze riguardavano, del resto, proprio l'esigenza della scissione e della formazione di un vero Partito rivoluzionario nell'area decisiva per le sorti della rivoluzione mondiale. Ad esempio, in "Sciovinismo morto e socialismo vivo", scritto nel dicembre del 1914, dice:

"Diciamo apertamente come stanno le cose: in ogni modo la guerra ci costringerà a farlo se non domani, dopodomani. Ci sono tre correnti nel socialismo internazionale: 1) gli Sciovinisti che attuano conseguentemente una politica opportunista; 2) i nemici conseguenti dell'opportunismo che incominciano già a palesarsi in tutti i paesi (per lo più gli opportunisti li hanno battuti, ma "gli eserciti sconfitti imparano bene") e che sono capaci di compiere un lavoro rivoluzionario orientato verso la guerra civile; 3) i confusi e gli esitanti che ora vanno al rimorchio degli opportunisti e che danneggiano più di tutto il proletariato con i loro tentativi ipocriti di giustificare l'opportunismo in modo pseudoscientifico e marxista (non si scherza!). Una parte di coloro che stanno naufragando, in questa terza corrente, può essere salvata e resa al socialismo, ma solo con una politica di netta rottura e scissione con la prima corrente, con tutti coloro che sono capaci di approvare il voto dei crediti di guerra, la "difesa della patria", la "sottomissione alle leggi del tempo di guerra ", il rispetto della legalità, il rifiuto della guerra civile. Solo coloro che seguono questa politica costruiscono effettivamente l'Internazionale Socialista...

La scissione della Socialdemocrazia tedesca è un'idea che, per il suo carattere insolito, sembra spaventare oltremodo molta gente. Ma la situazione oggettiva ci garantisce che o questo fatto insolito accadrà (Adler e Kautsky hanno ben dichiarato all'ultima riunione dell'Ufficio internazionale socialista, nel luglio del 1914, che essi non credevano ai miracoli e perciò non credevano alla guerra europea!), oppure saremo testimoni della penosa putrefazione di quella che una volta è stata la socialdemocrazia tedesca. A coloro che sono troppo abituati a "credere" alla (ex) socialdemocrazia tedesca, ricorderemo soltanto, per concludere, come uomini che per molti anni sono stati nostri avversari su tutta una serie di questioni, si avvicinino all'idea di una tale scissione; come L. Martov abbia scritto nel Golos: "Il Vorwàrts è morto"; "la socialdemocrazia, quando ha dichiarato di rinunziare alla lotta di classe, avrebbe fatto meglio a riconoscere apertamente i fatti, a sciogliere temporaneamente la sua organizzazione, a sopprimere i suoi organi di stampa"; come Plekhanov, secondo il resoconto del Golos, abbia detto in una conferenza: "Io sono un grande avversario della scissione, ma se per l'unità dell'organizzazione si sacrificano i principi, allora è meglio la scissione che un'unità fittizia". Plekhanov ha detto questo a proposito dei radicali tedeschi: egli vede il fuscello negli occhi dei tedeschi e non vede la trave nei suoi. Questa è una sua caratteristica individuale, alla quale noi tutti ci siamo anche troppo abituati negli ultimi dieci anni di radicalismo plekhanoviano nella teoria e di opportunismo nella pratica. Ma se perfino uomini con tali... caratteristiche individuali si mettono a parlare di scissione fra i tedeschi, allora si tratta proprio di un segno dei tempi." (Lenin, "Sciovinismo morto e socialismo vivo", dic. 1914, o. c., XXI , pag. 88 - 89)

Nel settembre del 1915, dopo Zimmerwald, commentando un opuscolo del socialista francese Golay, Lenin in "La voce onesta di un socialista francese", ritornava sugli stessi punti:

"Il secondo difetto di Golay è illustrato con la massima evidenza dal seguente ragionamento, tratto dal suo opuscolo: "Noi non biasimiamo nessuno. L'Internazionale, per rinascere, ha bisogno che uno spirito fraterno animi tutte le sue sezioni; ma bisogna dichiarare che di fronte al grande compito che gli impose la borghesia capitalista nel luglio e nell'agosto del 1914, il socialismo riformista, centralizzatore (?), e gerarchico ha offerto uno spettacolo pietoso".

Noi non biasimiamo nessuno. In questo sta il vostro errore, compagno Golay! Voi stesso avete riconosciuto che il "socialismo morente" è legato alle idee borghesi (dunque, lo alimenta e lo sostiene la borghesia), a una determinata corrente ideale del socialismo (il " riformismo "), agli interessi e alla situazione particolare di certi strati (parlamentari, funzionari, intellettuali, alcuni strati o gruppi privilegiati di operai) ecc. Ne deriva inevitabilmente una conclusione che voi non formulate. Le persone fisiche "muoiono" di cosiddetta morte naturale, ma le correnti politico- ideologiche non possono morire cosi. Come la borghesia non morirà finché non sarà stata rovesciata, cosi anche la corrente alimentata e sostenuta dalla borghesia, che esprime gli interessi di un gruppetto d'intellettuali e dell'aristocrazia della classe operaia, alleati alla borghesia, non morirà se non sarà "uccisa", cioè rovesciata, se non sarà privata di ogni influenza sul proletariato socialista. Questa corrente è forte proprio per i suoi legami con la borghesia; essa è diventata, grazie alle condizioni oggettive dell'epoca "pacifica" degli anni 1871- l914, una specie di ceto dirigente parassitario nel movimento operaio.

Qui è indispensabile non solo "biasimare", ma suonare l'allarme, smascherare senza pietà, rovesciare, "togliere dai posti" che occupa questo ceto parassitario, distruggere la sua "unità" col movimento operaio, perché questa "unità" significa in realtà unità del proletariato con la borghesia nazionale e divisione del proletariato internazionale, unità dei lacchè e divisione dei rivoluzionari." (Lenin, "La voce onesta di un socialista francese", o. c. XXI, pag. 325)

Nel febbraio del 1916, Lenin presentò una proposta del c.c. del Partito russo alla II Conferenza socialista organizzata dal Bureau dell'Internazionale, proposta nella quale sono contenuti molti punti che poi troveranno accoglimento a Kienthal da parte della sinistra zimmerwaldiana, anche se non ancora tale accoglimento si concretizzerà nella vera e propria formazione della nuova Internazionale rivoluzionaria, come Lenin avrebbe voluto:

"8. La questione della convocazione dell'Ufficio internazionale socialista si riduce alla seguente questione fondamentale e di principio: è possibile l'unità dei vecchi partiti e della II Internazionale? Ogni passo in avanti compiuto dal movimento operaio internazionale sulla via tracciata da Zimmerwald mostra sempre più chiaramente la incoerenza della posizione presa dalla maggioranza zimmerwaldiana: da una parte la politica dei vecchi partiti e della II Internazionale si identifica colla politica borghese nel movimento operaio, politica condotta nell'interesse della borghesia e non nell'interesse del proletariato (a questo si riferiscono, per esempio, le affermazioni del manifesto di Zimmerwald che i "capitalisti" mentono parlando di "difesa della patria" nella guerra attuale e una serie di dichiarazioni ancora più precise nella circolare della Internationale Sozialistische Kommission del 10 febbraio 1916); dall'altra parte la Internazionale Sozialistiche Kommission teme la scissione dall'Ufficio internazionale socialista e si impegna ufficialmente a sciogliersi se l'Ufficio sarà riconvocato.

Constatiamo che un impegno simile non soltanto non è stato messo ai voti, ma non è stato neanche discusso a Zimmerwald.

I sei mesi trascorsi dopo Zimmerwald hanno dimostrato che un lavoro effettivo nello spirito di Zimmerwald - non parliamo delle vacue parole, ma soltanto del lavoro - è legato in tutto il mondo all'approfondimento e all'allargamento della scissione. In Germania, i manifestini contro la guerra si pubblicano malgrado le risoluzioni del partito, cioè scissionisticamente. Quando il deputato Otto Rùhle, il compagno più intimo di Liebknecht, ha dichiarato apertamente che di fatto esistono già due partiti - uno che aiuta la borghesia, l'altro che la combatte - molti, compresi i kautskiani, si sono scagliati contro di lui, ma nessuno lo ha confutato...

In tutto il mondo, la scissione esiste già di fatto. Esistono già, rispetto alla guerra, due politiche della classe operaia, assolutamente irreconciliabili. Non si possono chiudere gli occhi su questo fatto: ciò avrebbe il solo risultato di confondere le masse operaie, di offuscarne la coscienza, di ostacolare quella lotta rivoluzionaria di massa per la quale, ufficialmente, simpatizzano tutti gli zimmerwaldiani." (Lenin, "Proposta del C.C. alla II conferenza socialista", o.c. XXII, pag. 178 - 179)

Nell'ottobre del 1916, in un commento ad un opuscolo di R. Luxemburg, "A proposito di un opuscolo di Junius", Lenin ritornava sulla questione tedesca, ribadendo il concetto della necessità di un nuovo Partito rivoluzionario:

"Il difetto principale dell'opuscolo di Junius - difetto che rappresenta senz'altro un passo indietro rispetto alla rivista legale (anche se proibita subito dopo la sua pubblicazione) Die Internationale - il silenzio sui legami esistenti tra il socialsciovinismo (l'autore non adopera né questo termine né l'altro, meno preciso, di socialpatriottismo) e l'opportunismo. L'autore parla in modo del tutto giusto della "capitolazione" e del fallimento del partito socialdemocratico tedesco, del "tradimento" dei suoi "capi ufficiali", ma non va più in là. E tuttavia la rivista Die Internationale aveva già svolto una critica del "centro", cioè del kautskismo, coprendo di ridicolo, con piena ragione, la sua mancanza di carattere, la sua opera di prostituzione del marxismo, il suo servilismo verso gli opportunisti. E la stessa rivista aveva incominciato a smascherare la condotta reale degli opportunisti, pubblicando, per esempio, il fatto importantissimo che il 4 agosto 1914 gli opportunisti si erano presentati con un ultimatum, con la decisione già presa di votare, in ogni caso, per i crediti. Né l'opuscolo di Junius né le tesi parlano dell'opportunismo e del kautskismo! Ciò è teoricamente sbagliato, giacché non si può spiegare il "tradimento" senza collegarlo all'opportunismo, come tendenza che ha una lunga storia, la storia di tutta la II Internazionale. E' sbagliato dal punto di vista pratico e politico, giacché non si può comprendere né superare la "crisi della socialdemocrazia" senza chiarire il significato e la funzione delle due tendenze: la tendenza apertamente opportunista (Legien, David, ecc.) e la tendenza opportunista mascherata (Kautsky e soci). E' un passo indietro, per esempio, rispetto allo storico articolo di Otto Ruehle, pubblicato sul Vorwaerts del 12 gennaio 1916, nel quale egli dimostra chiaramente e apertamente l'inevitabilità della scissione del partito socialdemocratico tedesco. (La redazione del Vorwaerts rispose ripetendo le melliflue e ipocrite frasi kautskiane e senza portare un solo argomento sostanziale contro l'affermazione che in realtà esistono già due partiti e che non è possibile conciliarli). E' una incoerenza sorprendente, giacché nella dodicesima tesi dell'Internationale si parla chiaramente della necessità di fondare una nuova Internazionale in seguito al "tradimento" dei "rappresentanti ufficiali dei Partiti socialdemocratici dei paesi d'avanguardia" e al loro "passaggio sul terreno della politica borghese imperialista". E chiaro che sarebbe semplicemente ridicolo parlare di una partecipazione alla "nuova" Internazionale del vecchio partito socialdemocratico tedesco, ossia di un partito che si riconcilia con i Legien, i David e soci.

Come si spieghi questo passo indietro del gruppo "Internationale" noi non sappiamo. Il maggior difetto di tutto il marxismo rivoluzionario in Germania è la mancanza di una salda organizzazione illegale che propugni la sua linea in modo sistematico ed educhi le masse in conformità dei nuovi compiti." (Lenin, "A proposito di un opuscolo di Junius", ott. 1916, o. c., XXII , pag. 305-306)

Anche nel pur scarno epistolario la questione della scissione fu sempre posta in primissimo piano in questi anni, come dimostrano i passi seguenti:

"Nelle cose internazionali noi non saremo per il riavvicinamento con Haase-Bernstein-Kautsky (poiché essi in realtà vogliono l'unità con i Sùdekum e che si faccia da paravento a costoro, vogliono sbrigarsela con frasi di sinistra e non cambiare nulla nel vecchio putrido partito). Noi non possiamo essere per la parola d'ordine della pace, poiché la consideriamo arciconfusa, pacifista, piccolo - borghese, di aiuto ai governi (i quali ora vogliono, ma con una sola mano, essere "per la pace", al fine di cavarsi d'impiccio) e di ostacolo alla lotta rivoluzionaria." (Lenin, "Ad Alexandra Kollontai", luglio 1915, o.c. XXXV, pag. 129)

"Stimato compagno Wijnkoop,..

Ma il nostro compito più importante consiste ora appunto nel tracciare una netta linea di confine tra la sinistra marxista da una parte, e gli opportunisti (e i kautskiani) e gli anarchici, dall'altra.

....La signora Roland-Holst respinge il principio della difesa della patria, cioè respinge il socialsciovinismo. Questo va bene Ma essa non respinge l'opportunismo!! Nella interminabile dichiarazione neanche una parola contro l'opportunismo! Neanche una parola precisa, non ambigua, sui mezzi di lotta rivoluzionari (in compenso tanto più frasi sull'idealismo, sullo spirito di abnegazione, ecc., frasi che ben volentieri può sottoscrivere ogni vigliacco, compresi Troelstra e Kautsky)! Neanche una parola sulla rottura con gli opportunisti! ...

No, no. Mai e poi mai noi saremo in linea di principio d'accordo con la dichiarazione della signora Roland-Holst. Questo è internazionalismo del tutto avventato, meramente platonico e ipocrita. Nient'altro che tattica delle mezze misure. Questo può servire (politicamente parlando) solo a formare un'ala sinistra, (cioè una " minoranza innocua ", un " ornamento marxista decorativo ") nei vecchi partiti di lacchè, partiti vili e imputriditi (nei partiti operai liberali)." (Lenin, "Lettera al compagno Wijnkoop", luglio 1915, o. c., XXXV, pag. 130 - 131)

"Lo stesso Manifesto di Zimmerwald non è soddisfacente: Kautsky & C. sono pronti a sottomettervisi ad una condizione: neppure un passo oltre. Noi non acconsentiremo, poiché si tratta di pura ipocrisia. Dunque, se in America c'è gente che ha paura persino del Manifesto di Zimmerwald, infischiatevene e scegliete soltanto quelli che sono più a sinistra del Manifesto di Zimmerwald.

Una forte stretta di mano e auguri di ogni successo." (Lenin, "Ad Alexandra Kollontai", 9. XI. 1915, o.c. XXXV, pag. 142)

"Credo sia ormai tempo che tutti i dirigenti operai coscienti della Russia si rendano conto di questo fatto e adottino risoluzioni in favore della rottura organizzativa con la II Internazionale, con l'ufficio internazionale di Huysmans, Vandervelde e C., in favore della costituzione di una III Internazionale solo contro i kautskiani di tutti i paesi (Ckheidze e C., nonché Martov e Axelrod = kautskiani russi), solo sulla base dell'accostamento a coloro che sono sulla posizione della sinistra di Zimmerwald)." (Lenin, "A Scliapnikov", ottobre 1916, o.c. XXXV, pag. 163)

"L'essenziale adesso è la stampa e l'organizzazione degli operai in un partito socialdemocratico rivoluzionario...

A nessun costo di nuovo qualcosa sul tipo della seconda Internazionale! A nessun costo con Kautsky. Sono assolutamente indispensabili un programma e una tattica più rivoluzionari (se ne ritrovano gli elementi in K. Liebknecht, nel Socialist Labor Party americano, nei marxisti olandesi e così via), ed è assolutamente necessario unire il lavoro legale con quello illegale. Propaganda repubblicana, lotta contro l'imperialismo, propaganda rivoluzionaria come nel passato, agitazione e lotta rivoluzionaria con l'obiettivo della rivoluzione proletaria internazionale e della conquista del potere da parte dei "Soviet dei deputati operai" (e non dei furfanti cadetti)." (Lenin, "Ad Alexandra Kollontai", 16. 3. 1917, o.c. XXXV, pag. 211 -212)

Come è noto, la Terza Internazionale fu fondata a Mosca nel 1919 e per la sua effettiva costituzione fu determinante la vittoria della Rivoluzione Russa. Tuttavia, gli avvenimenti russi erano di per sé insufficienti a giustificare la scissione della Seconda Internazionale: la Rivoluzione russa era nei piani del POSDR anche prima della prima guerra mondiale e nessuno, meno che mai Lenin, poneva nel proprio programma l'esigenza di una divisione delle forze socialiste internazionali e, del resto tutte le argomentazioni che abbiamo sopra riportato non fanno mai cenno alla Rivoluzione russa come premessa della formazione della Terza Internazionale.

Una tale esigenza veniva posta da Lenin su ben altro piano, quello della Storia con la S maiuscola. Essa derivava, senza la minima ombra di dubbio, dal fatto che, con la guerra imperialista, l'imperialismo non era più un semplice oggetto di studio o di dissertazione economico- filosofica. Esso era evidente nel fatto stesso della guerra e con esso si apriva la nuova fase storica della lotta rivoluzionaria per la Rivoluzione Comunista Mondiale. Perciò ogni equivoco riformista della fase precedente, ogni innaturale connubio con l'opportunismo, doveva essere reciso inequivocabilmente. Solo il P.C.d'I. fu costituito sulla base di questa visione storica del proprio ruolo, ma non fu così per gli altri partiti comunisti europei e di qui ebbe origine la debolezza dell'Internazionale Comunista fin dalla sua origine. Ciò spiega perché la Sinistra Italiana la voleva ancora più rigida e chiusa nelle norme tattiche e di organizzazione, al contrario degli altri partiti, la cui fondazione avvenne nell'equivoco che non si trattasse di svolgere un'attività diametralmente opposta a quella svolta per decenni nella Seconda Internazionale, ma che ci fosse solo da approfittare della forza, che proveniva dalla vittoria della Rivoluzione russa, per dare più incisività alle varie attività (sindacale, culturale, parlamentare etc.) da svolgere in modo sostanzialmente identico - nel proprio stato - a quello con cui erano state svolte nel periodo precedente la guerra.

La Sinistra Italiana era l'unica che aveva elaborato, per proprio conto, una profonda critica della democrazia e perciò approdò del tutto naturalmente agli stessi risultati di Lenin. Anzi, su tale terreno, la sua critica fu ancora più radicale di quella di Lenin e ciò spiega perché la continuità del marxismo rivoluzionario, dopo Lenin, non poteva che trapassare nella stessa Sinistra Italiana. Il processo di formazione della Sinistra avvenne lungo le direttrici maestre della critica della democrazia e della denuncia dell'opportunismo di ogni razza. Negli anni precedenti la guerra, la lotta della Sinistra, poggiando su sicure basi teoriche, si rivolse contro le false teorizzazioni del revisionismo riformista e sindacalista, delineando con rigore concetti fondamentali quali il rapporto tra partito e organizzazioni economiche, programma massimo e rivendicazioni parziali, centro dirigente del partito e organismi periferici, il rapporto tra socialismo e cultura, tra socialismo e religione, tra socialismo e massoneria, tra organizzazione di partito e blocchi elettorali. Durante la guerra, la Sinistra Italiana lottò con decisione e coerenza, nel PSI, per l'applicazione di tutte le risoluzioni internazionali in tema di guerra, in particolare di quelle di Stoccarda e Basilea, e difese sulla sua stampa le tesi delle sinistre europee, simpatizzando per la Sinistra internazionale di Zimmerwald e di Kienthal. Anche se, purtroppo, non arrivò immediatamente alle stesse conclusioni di Lenin circa la necessità di una netta separazione da tutte le altre correnti del socialismo europeo, di destra e di centro, e circa la necessità di passare, sul piano della tattica, dal precedente antimilitarismo al disfattismo rivoluzionario, possedeva tutte le premesse teoriche per potervi giungere senza alcuna riserva, come poi dimostrò, e soprattutto per potervi giungere indipendentemente dal fatto contingente e addirittura insperato della vittoria dell'Ottobre sovietico. A tanto poté giungere perché ebbe la capacità di vedere, sulla base della riconferma di tutte le posizioni di principio del marxismo, la necessità di ulteriori precisazioni e delimitazioni tattiche come inevitabile conseguenza della nuova epoca storica che la guerra aveva aperto, trovandosi in tal modo totalmente affiancata a Lenin e a tutta la Sinistra Rivoluzionaria internazionale. Nel testo "Storia della Sinistra", questi avvenimenti vengono ripercorsi in dettaglio, concludendo con una constatazione negativa relativa al fatto che, malgrado la lunga lotta della Sinistra, il PSI, pur diretto, all'epoca della guerra mondiale, da una corrente "intransigente rivoluzionaria", "non era mai giunto ad una formulazione completa della tattica del Partito in caso di guerra, e soprattutto in caso di guerra europea e, in materia di antimilitarismo, ... nemmeno perfetto era stato il lavoro del movimento giovanile socialista".

Tuttavia, fin dal febbraio del 1915, con l'articolo "Dal vecchio al nuovo antimilitarismo", il punto di principio della necessità di inquadrare in modo diverso la tattica rivoluzionaria contro la guerra era già ben posto dalla Sinistra. In quell'articolo, pubblicato dall'Avanti! del 19/2/1915, si affermava esplicitamente che, nell'epoca precedente, "l'errore di visuale consisteva nel pensare riformisticamente il problema dell'antimilitarismo, mentre il compito del socialismo non è di risanare la società borghese, bensì di affrettarne la demolizione "ab imis fundamentis".

Dopo la guerra, con la formazione del Partito Comunista d'Italia, questo concetto verrà ripreso e coerentemente sviluppato fino a giungere alle identiche conclusioni di Lenin circa il ruolo dell'opportunismo nella vecchia Internazionale e la esigenza di porre su basi del tutto nuove il nuovo Partito Rivoluzionario. Lo dimostra in modo del tutto esplicito non solo l'attività del P.C.d'I. nei suoi primi anni, ma anche gli innumerevoli testi e articoli scritti dalla Sinistra in questo periodo, tra cui vogliamo far riferimento, per la sua estrema chiarezza, ad uno poco noto, la relazione che accompagnava la mozione di Imola dei comunisti puri al Congresso di Livorno. Infatti, in questo testo estremamente lucido, si inquadra correttamente il ruolo nefasto compiuto dall'opportunismo, dominante nella Seconda Internazionale fin dai primi anni successivi alla sua costituzione: esso non poteva che concludersi nell'adesione patriottarda alla guerra mondiale. Se ne mette in risalto l'aspetto oggettivo, più che il "tradimento" dei capi, e di conseguenza si pone l'esigenza della formazione di un nuovo Partito Rivoluzionario senza alcun compromesso con le vecchie organizzazioni, diventate ormai il nemico principale della Rivoluzione. Eccone alcuni brani molto espliciti:

"2) La II Internazionale e la grande guerra mondiale

Di tutta la storia del movimento proletario internazionale, dal Manifesto alla vigilia della grande guerra mondiale, ci interessa rammentare quale carattere avesse assunto l'organizzazione socialista negli ultimi decenni precedenti il 1914, nei quali visse la Il Internazionale.

I fondamenti della dottrina e del metodo marxista erano stati a poco a poco travisati. Il revisionismo aveva poste in dubbio le basi fondamentali della critica marxista al sistema capitalistico, fondandosi sul fatto che le previsioni di un rapido volgere di esso alla crisi finale apparivano non essersi verificate, ed aveva a poco a poco elaborate nuove teorie nelle quali l'acutizzarsi della lotta di classe, la violenza rivoluzionaria, la dittatura proletaria più non avevano parte, ma in realtà si ripiegava sulle superate posizioni democratiche, affermando la possibilità di una lenta evoluzione delle forme capitalistiche verso il socialismo, che economicamente si sarebbe presentata come un elevamento graduale ma sicuro del tenore di vita del proletariato, politicamente come una partecipazione sempre più larga della classe lavoratrice agli istituti rappresentativi e anche governativi attuali. Al travisamento delle direttive teoriche si accompagnò un'azione proletaria totalmente diversa da quella tracciata dal marxismo rivoluzionario.

I partiti socialisti o socialdemocratici, trascurando ogni lavoro diretto alla realizzazione del programma massimo, che fu ridotto ad uno scialbo motivo di propaganda e di retorica demagogica, si posero come obiettivo la soddisfazione dei piccoli interessi dei vari aggruppamenti proletari, concludendosi tutta l'azione in un corporativismo economico sindacale tenero solo di piccole e insensibili migliorie, ed in una pratica politica puramente elettorale e parlamentaristica, volta a fiancheggiare il prevalere di quei minimi interessi e ad introdurre riforme favorevoli al proletariato nella legislazione borghese.

Questo movimento proletario, mentre acquistava estensione registrando grandi ed apparenti successi numerici nel campo sindacale ed elettorale, mancava completamente del carattere di fucina delle forze rivoluzionarie tendenti ad abbattere il capitalismo, e di questo divenne un elemento di conservazione, contemperando il rigore delle sue contraddizioni intime e dei loro riflessi rivoluzionari col gioco delle concessioni proposte ed ottenute a tacitare l'insofferenza delle masse. Una piccola schiera del movimento socialista della II Internazionale rimase fedele al marxismo rivoluzionario; mentre quella parte del proletariato che istintivamente ripugnava dalla pratica di transazione e di compromesso dei capi riformisti si volgeva in molti paesi a scuole derivanti da un altro revisionismo (che non meno del primo rimetteva a nuovo vecchi errori già demoliti dal marxismo), all'anarchismo cioè e al "sindacalismo rivoluzionario" che vanamente deducevano dal fallimento dei partiti proletari esistenti un programma di azione rivoluzionaria che pretendeva fare a meno del partito politico come organo della lotta, e del potere politico centrale del proletariato come strumento della trasformazione del sistema economico dal capitalismo al comunismo.

Di tali scuole ci basta dire che mai rappresentarono le depositarie del sano metodo rivoluzionario; che il processo attraverso il quale nel 1871-72 Marx si separava da Bakunin nella I Internazionale, non è in alcun modo un aspetto del volgere a destra del movimento socialista, ma è riconosciuto e riconfermato nell'attuale lavorio di costituzione della Internazionale rivoluzionaria di cui ci occupiamo in appresso, cosicché è un grossolano errore - non potendo essere una accusa - attribuire ai comunisti anche di sinistra tendenze sindacaliste e anarchiche.

I grandi partiti socialdemocratici che si erano formati nell'epoca della II Internazionale non seguivano dunque né una dottrina né una tattica rivoluzionaria; tutta l'organizzazione di essi era caratterizzata da una doppia schiera di capi: i funzionari del movimento sindacale, abituati in una pratica inveterata a transigere cogli esponenti della borghesia; ed i parlamentari, che manovravano sul terreno di più vasti compromessi politici e governamentali coi poteri costituiti, rappresentando gli uni e gli altri lo "stato maggiore" del proletariato, i depositari, oltre che della sua fiducia, delle sue casse, della sua stampa, in una parola di tutti i suoi mezzi di azione.

Dello scoppio della bufera guerresca nel 1914 il movimento della II Internazionale, nonostante l'ottimismo cronico di cui era tutto imbevuto, aveva avuto qualche sentore, ed il Congresso di Basilea del 1912 ne aveva dato prova, deliberando che il movimento della classe operaia dovesse opporsi alla guerra, e ove non l'avesse potuta deprecare, dovesse tentare di approfittarne per l'abbattimento del capitalismo.

Tutto il bagaglio teorico e tattico della II Internazionale la spingeva però a non parlare della seconda eventualità, se non nel tono affatto accademico nel quale ancora si nominava talvolta la "rivoluzione sociale". In realtà tutta la sua preparazione era imperniata sulla ipotesi di una graduale evoluzione storica che, come avrebbe reso superflua la rivoluzione catastrofica di Marx, così rendeva impossibile la guerra tra i grandi Stati moderni.

Lo scoppio della guerra europea demoliva d'un colpo entrambe queste fallaci previsioni, poiché demoliva la loro base comune: l'ottimismo riformista, per venire a riconfermare il tragico pessimismo di cui era improntata la concezione marxista originaria nei riguardi dell'avvenire del mondo capitalistico.

Le tesi favorite del revisionismo sugli errori delle leggi puramente economiche tracciate nel Capitale sulla concentrazione della ricchezza, la miseria crescente, le inevitabili e incalzanti crisi del capitalismo, non intaccarono menomamente la costruzione marxista, il cui coronamento era la condanna del sistema capitalistico a sparire in una crisi spalancata dalle sue contraddizioni, dalla barbarie che esso avrebbe apprestata sotto la vernice chiassosa della sua vantata civiltà.

Tutto l'insieme dell'opera politica e storica di Marx ci permette di dire - e lo dichiara d'altronde anche la prefazione alla sua "Critica della economia politica" - che i primi volumi del Capitale rappresentano una critica dello schema del capitalismo dal punto di vista della scienza economica, destinata a costituire la base dell'ulteriore trattazione che doveva abbracciare l'esame di altri argomenti politici e storici, sino alla funzione dello Stato e ai rapporti internazionali, argomenti che del resto sono trattati in modo molteplice in altri scritti conducendo logicamente a quella critica dell'imperialismo svolta successivamente - e in modo che si potrebbe provare non discontinuo - dalla "sinistra marxista" e oggi completata nel pensiero della Internazionale Comunista e dei suoi teorici.

Le dottrine economiche di Marx sulla natura e lo sviluppo del capitalismo non escludono, ma concludono all'obiettivo esame dei fatti storici che hanno compensato il maturare fatale della crisi interna del sistema dell'economia borghese, introducendo come elementi di equilibrio lo sfogo della sovrapproduzione capitalistica nei mercati esteri e nella preparazione militare, e lo stesso movimento operaio imprigionato in una prassi minimalistica e ridotto a complemento integratore del regime borghese. L'errore del revisionismo della II Internazionale è stato di non intendere come tali coefficienti dilatori, se allontanavano la crisi suprema, non ne eliminavano però la necessità, anzi la preparavano più acuta e tremenda, tale da non presentare altra soluzione che quella già contenuta nelle lapidarie prospettive del programma marxista: l'insurrezione violenta del proletariato e la instaurazione della sua dittatura.

Gli ideologi della borghesia poterono pensare di coronare la demolizione del pensiero rivoluzionario elaborata dal riformismo socialista, con la constatazione della fine di ogni lotta di classe nella collaborazione nazionale ovunque determinata dalla guerra. Ma il riformismo vedeva in realtà crollare i suoi schemi, essendo troppo evidente che la guerra, oltre al creare una terribile e sanguinosa situazione al proletariato, uccideva ogni speranza di future pacifiche e rosee evoluzioni verso un migliore e benefico assetto del sistema attuale, e nello stesso tempo risospingeva le masse alla soluzione rivoluzionaria.

Così il movimento della II Internazionale veniva strappato ai suoi obiettivi teorici e tattici. Il fatto che esso, dinanzi a questa così palmare constatazione, non si riportasse sul terreno della vecchia dottrina e prassi rivoluzionaria marxista, viene comunemente indicato come il tradimento dei partiti della II Internazionale. Ma quel fatto non era che la logica conclusione delle premesse revisionistiche, e la fatale conseguenza della dialettica storica, per cui la coscienza critica e l'orientamento di pensiero proprio di movimenti collettivi non sono dati astratti che si determinano al di sopra delle cose umane, ma sono effetti delle circostanze storiche, e non si mutano da un giorno all'altro.

L'attitudine adunque del movimento della Il Internazionale allo scoppio della guerra nella maggior parte dei paesi capitalistici non va spiegata colla perfidia e la viltà di alcuni uomini, ma è la conseguenza fatale di tutto l'indirizzo precedente del movimento e della sua azione.

I partiti della II Internazionale nel 1914 coi loro capi sindacali e parlamentari, col loro ingranaggio e la loro routine collaborazionista, anche se crollava nella guerra la possibilità di ottenere quanto essi avevano posto come fine della loro collaborazione, abbandonarono totalmente il fine - graduale e continuo miglioramento delle condizioni dei lavoratori - e continuarono nella loro pratica, ossia si associarono anche nella guerra e per la guerra alla borghesia dominante." (La relazione è pubblicata in "Storia della Sinistra Comunista", III vol.: dal II al III congresso dell'I.C., pag. 198 - 201)

In queste tesi è contenuta anche la piena adesione alle tesi di Lenin sulla guerra: la guerra aveva definitivamente ucciso ogni speranza di future pacifiche evoluzioni del sistema capitalistico in senso socialista e aveva risospinto le masse proletarie verso l'unica soluzione storicamente perseguibile dal movimento comunista, la soluzione rivoluzionaria. Si tratta di una tesi valida per tutto il periodo storico, che, con la prima guerra mondiale, si è aperto. Non vi sarà una "quarta fase" dell'epoca capitalistica, quella dell'imperialismo è la terza e l'ultima ed è quella che contiene, oltre all'esplosione inevitabile delle guerre imperialiste, anche l'inevitabilità della loro trasformazione in guerra civile per la dittatura proletaria e l'abbattimento del regime capitalistico. Si tratta di tesi fondamentali, come il partito ha ribadito anche nelle sue tesi successive al 1945, perché non sono modificabili in nessun aspetto, essendo strettamente legate all'analisi dei caratteri fondamentali e permanenti della fase imperialista; almeno fino a che o non si rivede questa analisi o non si dichiara che ad essa è subentrata una quarta fase dell'epoca imperialista (quale? quella ultra- imperialista?).

Perciò, ed in particolare perché proprio l'occidente europeo è stato letteralmente impregnato di deformazioni opportunistiche di ogni genere, sia di derivazione secondinternazionalista che stalinista, è necessario rifarsi con puntigliosa aderenza a quelle tesi e a quel periodo (1914-1922), in particolare a quelle che derivano dalle caratteristiche peculiari della terza fase capitalistica, quella imperialista, nella quale siamo immersi e dalla quale il movimento rivoluzionario, oggi del tutto assente, dovrà, perfino suo malgrado, risorgere.

Se, in tale riproposizione, dovremo constatare che alcune posizioni e alcuni testi della tradizione della Sinistra non sono del tutto allineati, non abbiamo alcuna necessità di fare odiose dichiarazioni di errore, in quanto mai abbiamo sostenuto che i nostri scritti abbiano il dono divino dell'infallibilità, avendoli anzi sempre considerati come "semilavorati" in continua opera di scolpimento. Senza peraltro considerare il fatto decisivo che, se la Sinistra avesse ritenuto necessario sostenere tesi diverse da quelle di Lenin anche sulla questione fondamentale della guerra, lo avrebbe fatto del tutto esplicitamente sia di fronte a lui, sia dopo la sua morte, come è avvenuto per altre questioni, come ad esempio per quella del parlamentarismo rivoluzionario o dell'astensionismo.

18 - INEVITABILITÀ DELLE GUERRE IMPERIALISTE ED INEVITABILITÀ DELLA LORO TRASFORMAZIONE IN GUERRA CIVILE PER LA RIVOLUZIONE COMUNISTA

La prima delle tesi di Lenin è quella della inevitabilità delle guerre imperialiste. Essa è anche la più conosciuta, anche se viene citata spesse volte a sproposito e, comunque, senza comprenderne fino in fondo le implicazioni. Essa, inoltre, trae la sua origine ed è derivata dalla complessiva analisi economico- sociale dei caratteri dell'imperialismo, in piena e totale continuità con quella contenuta nei testi classici di Marx e di Engels. Anzi, a questo proposito, vogliamo fare una piccola digressione per dimostrare quanto fedele fosse il "filo tempismo" di Lenin, almeno tanto quanto quello sempre rivendicato dalla Sinistra. Nell'articolo già citato: "La voce onesta di un socialista francese", del settembre del 1915, afferma:

"Ma per quanto sia "umanamente" comprensibile lo sdegno di Golay per il marxismo, per quanto una gran parte della colpa non ricada su di lui ma sulla corrente moribonda e già morta dei marxisti francesi (i guesdisti), tuttavia anche lui ha una parte di colpa. Il più grande movimento di liberazione di una classe oppressa, della classe più rivoluzionaria della storia, non potrebbe esistere senza una teoria rivoluzionaria. Questa teoria non si può inventare, essa nasce dall'insieme dell'esperienza rivoluzionaria e del pensiero rivoluzionario di tutti i paesi del mondo. E questa teoria è nata nella seconda metà del XIX secolo. Si chiama marxismo. Non si può essere socialista, non si può essere un socialdemocratico rivoluzionario senza partecipare, nella misura delle proprie forze, all'elaborazione e all'applicazione di questa teoria, e, a i nostri giorni, alla lotta spietata contro la sua deformazione da parte di Plekhanov, Kautsky e soci." (Lenin, "La voce onesta di un socialista francese", o. c. XXI, pag. 324)

Chiarito dunque che vano sarebbe rintracciare in Lenin la più remota intenzione dell'innovatore o del "costruttore" di nuove teorie, possiamo affrontare il tema più scabroso, ma intimamente collegato a quello della inevitabilità della guerra, tanto che se cadesse l'uno cadrebbe anche l'altro: quello dell'inevitabilità, in senso quindi oggettivo, della trasformazione delle guerre imperialiste in guerre civili, nell'epoca storica aperta dalla prima guerra mondiale, quella dell'imperialismo.

Una sintesi della teoria leninista delle guerre e delle rivoluzioni potrebbe essere la seguente concatenazione di tesi:

1- La politica di guerra è una necessità economica dell'imperialismo. Essa è un risultato inevitabile di tutta l'evoluzione economica dei decenni precedenti la prima guerra mondiale.

2- Non è vero che, con lo scoppio della guerra, lo stato è più forte, come sostiene ogni razza di opportunista per giustificare la sua adesione alle ragioni della propria patria, perché mai il governo ha tanto bisogno del consenso di tutti i partiti delle classi dominanti e della sottomissione delle classi oppresse quanto in tempo di guerra.

3- La prima guerra mondiale ha aperto la fase storica della crisi finale del capitalismo.

4- L'assoggettamento del proletariato, allo scoppio della guerra, non implica l'inevitabilità del suo assoggettamento per tutta la fase storica aperta dalla guerra.

5- Il modo con cui è stato posto il problema della guerra nella Seconda Internazionale è inadeguato, compreso il manifesto di Basilea.

6- Non si può sapere quanto durerà la fase storica che si è aperta e quante guerre l'imperialismo sarà in grado di scatenare prima della sua crisi definitiva.

7- L'unica tattica rivoluzionaria possibile, per tutta la nuova fase storica, è quella rivolta alla preparazione delle forze necessarie per sconfiggere alla scala mondiale l'imperialismo, cosa possibile solo con la tattica del disfattismo rivoluzionario.

8- Questa tattica è l'unica perseguibile, perché la guerra imperialista si trasforma, inevitabilmente ed oggettivamente, in guerra civile e la guerra civile vittoriosa, in alcuni dei maggiori stati imperialisti, in guerra rivoluzionaria mondiale per il Comunismo.

Si tratta di tesi che non vengono sostenute solo allo scoppio della guerra, ma che vengono ripetute e precisate sia nel corso della guerra stessa, sia dopo la sua conclusione. Pertanto non si può sostenere che si tratti di tesi in qualche modo collegate a qualche particolarità della prima guerra; al contrario esse sono proprio le tesi peculiari dell'intera fase storica aperta dalla prima guerra mondiale e che si concluderà con la vittoria mondiale del Comunismo.

Fino dai primi mesi successivi allo scoppio della guerra, quando ormai era chiara la natura opportunista della maggioranza della Seconda Internazionale, Lenin espone le sue tesi, sia negli scritti che in pubbliche conferenze, come in quella tenuta a Zurigo ai primi di novembre del 1914 sull'argomento "La situazione e i compiti della Internazionale Socialista":

"La propaganda della lotta di classe è un dovere del socialista anche nell'esercito; il lavoro volto a trasformare la guerra tra i popoli in guerra civile è l'unico lavoro socialista nell'epoca del conflitto imperialista armato delle borghesie di tutti i paesi. Abbasso i pii voti sentimentali e sciocchi sulla "pace a tutti i costi"! Leviamo la bandiera della guerra civile! L'imperialismo ha messo in giuoco le sorti della civiltà europea: se non vi sarà una serie di rivoluzioni vittoriose, a questa guerra ne seguiranno presto altre; la favola dell'ultima guerra è una favola vana e dannosa, è un mito piccolo borghese (secondo la giusta espressione del Golos). Se non è oggi, sarà domani se non durante questa guerra, dopo la guerra, se non in questa guerra, nella prossima, la bandiera proletaria della guerra civile raccoglierà intorno a sé non solo centinaia di migliaia di operai coscienti, ma anche milioni di semi proletari e di piccoli borghesi ora ingannati dallo sciovinismo." (Lenin, "La situazione e i compiti dell'Internazionale Socialista", o.c. XXI, pag. 31)

Nel maggio-giugno del 1915, quando ormai la guerra era combattuta da tutti gli eserciti, senza la minima opposizione né sul fronte né sul terreno sociale all'interno dei vari stati (anche l'Italia ormai aveva scelto lo schieramento), tutti quanti protesi verso la vittoria militare, Lenin, lungi dal "rivedere" le proprie tesi, scrive il testo fondamentale "Il fallimento della Seconda Internazionale", dove la prospettiva rivoluzionaria viene ancor più ribadita, sottolineando proprio l'inevitabilità del suo sviluppo oggettivo:

"Tutti sapevano, vedevano e riconoscevano che la guerra europea sarebbe stata ben più grave delle guerre precedenti. L'esperienza della guerra lo conferma sempre più. La guerra si estende. Le basi politiche dell'Europa subiscono delle scosse sempre più profonde. Le calamità delle masse sono terribili e tutti gli sforzi dei governi, della borghesia e degli opportunisti per fare il silenzio su queste calamità, falliscono sempre più frequentemente. I profitti di guerra di certi gruppi di capitalisti sono inauditi, scandalosamente grandi. Enorme è l'aggravamento delle contraddizioni. La sorda indignazione delle masse, la confusa aspirazione degli strati oppressi ed arretrati a una pace accomodante ("democratica"), il brontolio che comincia a farsi sentire "negli strati più umili" delle masse, tutto questo è incontestabile. E quanto più la guerra si trascina e s'inasprisce tanto più fortemente gli stessi governi sviluppano e sono costretti a sviluppare l'attività delle masse, spronandole ad una straordinaria tensione delle loro forze e al sacrificio di se stesse. L'esperienza della guerra, come l'esperienza di qualsiasi crisi della storia o qualsiasi svolta nella vita di una persona, mentre istupidisce e abbatte gli uni, educa e tempra gli altri, di modo che, nel complesso, nella storia di tutto il mondo il numero e la forza di questi ultimi superano il numero e la forza dei primi, ad eccezione di singoli casi di decadenza e di sfacelo di un qualche Stato." (Lenin, "Il fallimento della II Internazionale", o.c. XXI, pag. 193)

Dopo il suo rientro in Russia, nel marzo del 1917, viene convocata a Pietrogrado la VII Conferenza panrussa del POSDR dal 24 al 29 aprile, per il cui progetto del programma del P.O.S.D.R. Lenin propone di inserire il seguente punto:

"Le guerre imperialistiche, cioè le guerre per il dominio del mondo, per i mercati del capitale bancario, per lo strangolamento delle nazionalità piccole e deboli, sono inevitabili in questa situazione. Tale è precisamente la prima grande guerra imperialistica degli anni 1914-1917.

Il grado eccezionalmente alto di sviluppo del capitalismo mondiale in generale, la sostituzione del capitalismo monopolistico alla libera concorrenza, la creazione da parte delle banche e delle associazioni capitalistiche di un apparato per disciplinare socialmente il processo di produzione e di ripartizione dei prodotti, gli orrori, le calamità, le devastazioni, le atrocità generate dalla guerra imperialistica: tutto questo converte il capitalismo giunto al suo attuale grado di sviluppo nell'era della rivoluzione proletaria socialista.

Quest'era e già incominciata.

Soltanto la rivoluzione proletaria socialista può trarre l'umanità dal vicolo cieco in cui l 'hanno condotta l'imperialismo e le guerre imperialistiche. Quali che siano le difficoltà della rivoluzione e le sue eventuali sconfitte temporanee, quali che siano le ondate della controrivoluzione, la vittoria finale del proletariato è inevitabile.

Pertanto, le condizioni oggettive pongono all'ordine del giorno dell'epoca in cui viviamo la preparazione diretta e onnilaterale del proletariato alla [ rivoluzione e la rottura decisa con i travisamenti borghesi del socialismo che sono prevalsi nei partiti socialdemocratici ufficiali nella forma della corrente dei socialsciovinismo (cioè del socialismo a parole e sciovinismo nei fatti, che, mediante la parola d'ordine della "difesa della patria", occulta la difesa degli interessi dei capitalisti nelle guerre imperialistiche), nonché nella forma della corrente del "centro" (cioè dell'oscillazione impotente e senza principi tra il socialsciovinismo e la lotta proletaria rivoluzionaria internazionalistica)] conquista del potere politico per la realizzazione delle misure economiche e politiche che costituiscono la sostanza stessa della rivoluzione socialista." (Interventi alla settima conferenza panrussa del P.O.S.D.R., svoltasi a Pietrogrado dal 7 al 12 maggio 1917.In o.c. XLI, pag 514 - 515)

Lo stesso concetto dell'inevitabilità oggettiva, favorita dalla guerra, del processo di distruzione del capitalismo viene messo in evidenza in una conferenza tenuta a Mosca il 27/5/1917 sul tema "La guerra e la Rivoluzione":

"I contadini si rifiutano di dare il grano in cambio del denaro e chiedono attrezzi, calzature e indumenti. In questa decisione è racchiusa parzialmente una verità molto profonda. In realtà, il paese è giunto a un tal punto di sfacelo che in Russia si osserva oggi, benché in minor misura, quello che si riscontra già da un pezzo negli altri paesi: il denaro ha perduto il suo potere.

Il dominio del capitalismo è stato a tal punto minato dal corso degli eventi che i contadini, per esempio, rifiutano il denaro. "A che ci servono i soldi?", essi dicono. E hanno ragione. Il dominio del capitalismo non è minato perché taluni vogliono impadronirsi del potere. Sarebbe assurdo "impadronirsi" del potere. Sarebbe impossibile mettere fine al dominio del capitalismo , se a ciò non conducesse tutto lo sviluppo economico dei paesi capitalistici. La guerra ha accelerato questo processo, rendendo ormai impossibile il capitalismo. Nessuna forza distruggerebbe il capitalismo, se la storia stessa non lo corrodesse e non lo minasse." (Lenin, "La guerra e la rivoluzione", o.c. XXIV, pag. 428)

Nel maggio del 1919, dopo la fine della guerra, la vittoria bolscevica dell'Ottobre e l'estendersi, almeno apparente, dell'incendio rivoluzionario a gran parte dell'Europa, ritroviamo la stessa nozione dell'inevitabilità della trasformazione della guerra in guerra civile (tesi che Lenin rivendica di aver sostenuto fin dall'inizio della guerra, quando tutti la consideravano una follia), in un articolo polemico contro l'opportunismo centrista del solito Kautsky: "Gli eroi della Internazionale di Berna":

"Una dipendenza altrettanto completa dai pregiudizi piccolo - borghesi ha dimostrato l'indipendente signor Kautsky deplorando il "culto della violenza". Quando i bolscevichi, fin dal 1914, dicevano che la guerra imperialistica si sarebbe trasformata in guerra civile, il signor Kautsky taceva, stando nello stesso partito di David e soci, che avevano dichiarato questa previsione (e questa parola d'ordine) una "follia". Kautsky non ha affatto capito l'inevitabilità della trasformazione della guerra in guerra civile e ora, dato che non ha capito, accusa entrambe le parti in lotta nella guerra civile! Non è forse questo un modello di ottusità reazionaria piccolo - borghese?

Ma se nel 1914 l'incomprensione del fatto che la guerra imperialistica dovesse inevitabilmente trasformarsi in guerra civile era soltanto un esempio di ottusità piccolo - borghese, ora, nel 1919, è già qualcosa di peggio: è un tradimento della classe operaia. Poiché la guerra civile in Russia, in Finlandia, in Lettonia, in Germania e in Ungheria è un fatto. Kautsky ha riconosciuto centinaia e centinaia di volte, nelle sue opere precedenti, che vi sono periodi storici in cui la lotta di classe si trasforma inevitabilmente in guerra civile. Questo momento è venuto, ma Kautsky si è ritrovato nel campo della piccola borghesia esitante, vile." (Lenin, "Gli eroi dell'Internazionale di Berna", o.c. XXIX, pag. 364 -365)

Nel marzo del 1919, allo VIII congresso del Partito bolscevico, viene approvato un punto specifico del programma relativo al lavoro militare:

"Circa gli obiettivi militari e il lavoro militare, la situazione che, con la dittatura del proletariato, si è creata nella repubblica sovietica è la seguente:

La guerra imperialistica, come aveva da tempo previsto il nostro partito, non si è potuta concludere non solo con una pace giusta, ma neppure con la semplice conclusione di una pace più o meno durevole fra i governi borghesi. Questa illusione piccolo - borghese dei democratici, dei socialisti e dei socialdemocratici, è stata completamente distrutta dal corso degli avvenimenti. Anzi la guerra imperialistica si è inevitabilmente trasformata e si trasforma sotto i nostri occhi in guerra civile delle masse lavoratrici sfruttate, col proletariato alla testa, contro gli sfruttatori, contro la borghesia.

Sia la resistenza degli sfruttatori, che cresce con l'aumento della pressione del proletariato, e che è particolarmente rafforzata dalla vittoria del proletariato in singoli paesi, sia la solidarietà internazionale e l'organizzazione internazionale della borghesia, conducono inevitabilmente all'intreccio della guerra civile all'interno di singoli paesi con le guerre rivoluzionarie fra i paesi proletari e i paesi borghesi che difendono il dominio del capitale. Considerando il carattere di classe di queste guerre, la distinzione fra guerre difensive e guerre offensive perde definitivamente ogni senso.

In generale, il processo di sviluppo della guerra civile internazionale che si svolge sotto i nostri occhi, con particolare rapidità dalla fine del 1918, è un normale prodotto della lotta di classe sotto il capitalismo, e una tappa normale verso la vittoria della rivoluzione proletaria internazionale.

Il PCR respinge perciò decisamente, come illusioni reazionarie e filistee di democratici piccolo - borghesi, anche se si chiamano socialisti e socialdemocratici, le speranze in un disarmo sotto il capitalismo e contrappone a tutte le parole d'ordine di questo genere, che in realtà fanno soltanto il giuoco della borghesia, le parole d'ordine: armamento del proletariato e disarmo della borghesia; repressione totale e spietata della resistenza degli sfruttatori; lotta fino alla vittoria sulla borghesia di tutto il mondo, tanto nella guerra civile interna quanto nelle guerre rivoluzionarie internazionali." (Lenin, Interventi all'VIII congresso del P.C.R. (b) svoltosi dal 18 al 23 marzo 1919. Questo punto del programma del P.C.R. è pubblicato in o.c. XXIX, pag. 113 - 114)

Nel dicembre del 1920, allo VIII congresso dei Soviet, si cominciò a manifestare la convinzione che la prospettiva della rivoluzione mondiale cominciava ad allontanarsi, specialmente dopo la sconfitta di Varsavia dell'Armata Rossa. Si cominciò, perciò, ad intravedere l'esigenza di quella che poi verrà definita N.E.P., con tutta una serie di nuovi compiti. Tuttavia, ancora, si continuava a ribadire, con la stessa forza, la stessa posizione: prepararsi ad approfittare del prossimo periodo di guerre per trasformarle in Rivoluzione:

"Abbiamo ottenuto un successo completo sul piano militare, e oggi dobbiamo assolvere con non minore successo i compiti più difficili, che esigono entusiasmo e abnegazione da parte dell'immensa maggioranza degli operai e dei contadini. Di questi compiti nuovi bisogna persuadere milioni di uomini, che di generazione in generazione sono vissuti in uno stato di schiavitù e di oppressione, vedendo repressa ogni loro iniziativa...

...io penso che tra i provvedimenti realizzati quest'anno dal potere sovietico particolare rilievo assume la costituzione di un Ufficio centrale per la propaganda industriale presso il Consiglio centrale dei sindacati, il suo coordinamento con la Direzione centrale per l'istruzione politica, la creazione di giornali dedicati al piano produttivo, in cui l'attenzione non si concentra soltanto sulla propaganda industriale, ma anche sulla sua organizzazione su scala statale.

La necessità di organizzare quest'attività su scala statale deriva da tutte le caratteristiche particolari della presente situazione politica. Questo è indispensabile tanto per la classe operaia e i sindacati quanto per i contadini; è una necessità imperiosa di tutto il nostro apparato statale, che non viene ancora utilizzato a sufficienza per questo scopo. Circa il modo in cui bisogna gestire l'industria e interessare le masse possediamo mille volte più cognizioni libresche che la capacità di realizzare queste conoscenze nella pratica. Dobbiamo adoperarci perché tutti i membri dei sindacati siano interessati alla produzione e perché ricordino che solo se si aumenta la produzione e si incrementa la produttività del lavoro la Russia sovietica è in condizione di vincere. E' solo per questa via la Russia sovietica abbrevierà d'una decina d'anni l'esistenza delle condizioni spaventose in cui si trova, lo stato di fame e freddo che conosce oggi. Se non riusciamo a capire questo compito, rischiamo di soccombere tutti, perché a causa della debolezza del nostro apparato dovremo battere in ritirata, perché i capitalisti potranno ricominciare in ogni istante la guerra dopo un periodo di riposo, mentre noi non saremo più in condizione di continuare la guerra. Non saremo allora capaci di far sentire la pressione delle nostre grandi masse, di milioni di uomini, e saremo sconfitti in quest'ultima guerra. Il problema si pone appunto in tali termini: una lunga serie di guerre ha deciso sinora del destino di tutte le rivoluzioni, di tutte le grandi rivoluzioni. Una di queste grandi rivoluzioni è anche la nostra rivoluzione. Abbiamo appena vissuto un periodo di guerre, dobbiamo prepararci al secondo periodo; ma quando esso verrà non lo sappiamo; e dobbiamo pertanto fare in modo che, quando esso verrà sappiamo esserne all'altezza." (Lenin, Rapporto all'VIII congresso dei Soviet di tutta la Russia sulla politica interna e estera. Il congresso ebbe luogo a Mosca dal 22 al 29 dicembre 1920. In o.c. XXXI, pag. 480 - 481)

La "profezia" di Lenin valeva una sicura previsione scientifica: il secondo periodo di guerre è venuto, ma le forze della Rivoluzione non hanno potuto esserne all'altezza, in quanto erano state completamente distrutte dalla controrivoluzione stalinista. Si trattava della stessa "profezia" che Engels aveva enunciato nel 1887 in un commento ad un opuscolo di Borkheim:

"Questa è la prospettiva se il sistema, portato all'estremo, di superarsi a vicenda negli armamenti, darà alla fine i suoi frutti inevitabili. Ecco dove, signori principi ed uomini di stato, la vostra saggezza ha portato la vecchia Europa. E se non vi resta altro che aprire la ultima vostra danza di guerra, noi non ci metteremo a piangere (uns kann er recht sein). La guerra forse ci potrà anche respingere momentaneamente in secondo piano, ci potrà anche togliere alcune posizioni già conquistate. Ma se voi scatenerete le forze che poi non sarete più in grado di padroneggiare, vada pure come vuole: alla fine della tragedia voi sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà o già raggiunta o comunque (doch) inevitabile.

Londra, 15 dicembre 1887 Friedrich Engels"

Commentando questo passo, in un articolo del 29/6/1918, "Parole profetiche", Lenin esclama: "Che geniale profezia! E come è infinitamente ricca di pensiero ogni frase di questa analisi di classe scientificamente esatta, chiara e concisa!" E conclude il suo commento in questi termini:

"I parti possono essere facili e possono essere difficili. Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, hanno sempre parlato delle lunghe doglie del parto inevitabilmente legate al passaggio dal capitalismo al socialismo. Ed Engels, analizzando le conseguenze della guerra mondiale, descrive in modo semplice e chiaro il fatto evidente e indiscutibile che la rivoluzione che segue la guerra, legata alla guerra (anzi ancora di più - aggiungiamo noi - che scoppia durante la guerra, costretta a crescere e a mantenersi mentre intorno infuria la guerra mondiale) rappresenta il caso di un parto particolarmente doloroso.

Con chiara coscienza di questo fatto, Engels parla con particolare cautela della nascita del socialismo dalla società capitalistica che finisce in una guerra mondiale. "Soltanto un risultato (di una guerra mondiale), - egli dice, - è assolutamente certo: l'esaurimento generale e la creazione delle condizioni per la vittoria definitiva della classe operaia."

Questo pensiero è espresso ancora più chiaramente alla fine della prefazione che noi esaminiamo:

..." Alla fine della tragedia voi (capitalisti e grandi proprietari fondiari, re e uomini di Stato della borghesia) sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà o già raggiunta o comunque inevitabile".

I parti difficili aumentano notevolmente il pericolo di una malattia mortale o di un esito mortale. Ma se i singoli individui muoiono di parto, la nuova società, nata dal vecchio regime, non può morire, e la sua nascita sarà soltanto più dolorosa e più lunga, la sua crescita e il suo sviluppo più lenti.

La fine della guerra non è ancora venuta. Ma l'esaurimento generale è già iniziato. Dei due risultati immediati della guerra, previsti da Engels in modo condizionato (o la vittoria già raggiunta della classe operaia, o la creazione di condizioni che la rendono inevitabile, nonostante tutte le difficoltà), di queste due condizioni sono presentì oggi, alla metà del 1918, l'una e l'altra.

In un paese capitalistico tra i meno sviluppati la vittoria della classe operaia è già sta/a raggiunta. Negli altri, con uno sforzo inaudito, tra sofferenze inaudite, si creano le condizioni che rendono questa vittoria "comunque inevitabile".

Che gracchino pure le cornacchie "socialiste", che schizzi di rabbia e si agiti furiosa la borghesia. Solo chi chiuda gli occhi per non vedere e si otturi le orecchie per non sentire, può non accorgersi che in tutto il mondo per la vecchia società capitalistica, gravida del socialismo, sono cominciati i dolori del parto. Al nostro paese, che i1 corso degli avvenimenti ha temporaneamente posto all'avanguardia della rivoluzione socialista, toccano ora i dolori particolarmente tormentosi della prima fase del parto iniziatosi. Noi abbiamo tutte le ragioni di guardare con fermezza e fiducia assoluta al futuro, che ci prepara nuovi alleati, nuove vittorie della rivoluzione socialista tra i paesi più avanzati. Abbiamo il diritto di essere fieri e di considerarci felici di essere stati i primi ad abbattere, in un angolo del globo terrestre, quella belva feroce, il capitalismo, che ha inondato la terra di sangue, ha portato l'umanità alla fame e all'abbrutimento, e che perirà immancabilmente e assai presto, per quanto mostruosamente feroci siano le manifestazioni della sua agonia." (Lenin, "Parole profetiche", o.c. XXVII, pag. 459 - 463)

Come abbiamo visto, nel 1920, a guerra ormai finita e dopo la sconfitta di Varsavia, Lenin non rinuncia nemmeno ad una virgola di tale "profezia scientifica", perché essa è incardinata nella sicura previsione storica che la fase imperialista è inevitabilmente contrassegnata da una serie di guerre, che non potranno che concludersi con la vittoria della Rivoluzione Comunista. E, a maggior ragione, la stessa "profezia" deve essere ribadita nella putrescente attualità, nonostante che, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, l'opportunismo abbia celebrato i suoi fasti come non mai nella storia, in quanto la stragrande maggioranza della classe operaia occidentale ha banchettato, insieme con la propria borghesia, sulla pelle, sulla miseria, sulla morte del proletariato dei paesi sottosviluppati. Tuttavia i segni di una nuova e mortale crisi dell'imperialismo sono ormai evidenti: la crisi economica, sociale, politica e militare del capitalismo produrrà inevitabilmente le condizioni materiali per la ripresa del movimento rivoluzionario del proletariato mondiale. Sia l'inevitabile e profonda crisi economica generalizzata, sia una nuova guerra imperialista ad essa strettamente collegata, distruggeranno le basi materiali della alleanza dell'imperialismo con la classe operaia occidentale e le "parole profetiche" di Engels, ribadite da Lenin, diventeranno nuovamente storia.

Tutto ciò, ovviamente, non esclude che anche una terza guerra mondiale si concluda senza la resurrezione del proletariato. Allora la guerra opererebbe nuovamente come efficace, se pur temporanea, controtendenza alla caduta del saggio di profitto, darebbe una nuova terrificante boccata d'ossigeno all'infernale imperialismo, rimandando nuovamente il suo crollo finale.

Tutti quelli che abbiamo allineato sono argomenti stringenti e conclusivi, tutti ispirati ai più puri principi del marxismo rivoluzionario, a favore della tesi che nella fase imperialista non solo sono inevitabili le guerre, ma è anche inevitabile che queste si trasformino in guerre civili per la Rivoluzione Comunista. A favore di questa tesi c'è un ultimo argomento, tuttavia, ancor più decisivo. Infatti se non fosse così, se cioè l'esito rivoluzionario delle guerre imperialiste non fosse oggettivamente contenuto nelle guerre stesse, cadrebbe necessariamente la stessa tattica del disfattismo rivoluzionario e, con essa, tutta l'analisi leninista. Non sarebbe più rispettato il principio primo della tattica: quello che dice che il piano tattico non deve essere né una vuota esercitazione volontaristica, né una altrettanto vuota declamazione di principio, ma deve essere collegato strettamente alle materiali ed oggettive possibilità di successo della Rivoluzione, che, a loro volta, debbono essere contenute nel materiale ed oggettivo sviluppo storico dei rapporti tra le classi.

19 - IL DISFATTISMO RIVOLUZIONARIO

Con la fase imperialista dell'epoca capitalistica si chiude definitivamente ogni possibilità di conquista del potere politico da parte del proletariato per via pacifica, possibilità che Marx stesso aveva ammesso nell'ipotesi di stati borghesi non burocratizzati e non militarizzati. E' noto ed evidente per tutti che, con l'imperialismo, queste due "qualità" del capitalismo sono giunte a vette altissime in ogni stato borghese. Lo stato "democratico- rivoluzionario", a condizione che realizzasse una vera e propria fusione tra apparato di potere e milizia popolare, poteva "trascrescere" in stato a dittatura proletaria, ma, consolidatosi inevitabilmente come stato della dittatura borghese, ha dovuto burocratizzassi e soprattutto separare il popolo dall'esercito, allo scopo di controllare meglio il proletariato.

L'effetto più importante di tale trasformazione storica è che la borghesia ha ormai definitivamente abbandonato ogni riferimento ai vecchi principi liberali e ha storicamente dato l'unica parola decisiva, riguardo al potere politico, alla forza delle armi. Donde la necessità per il proletariato di accettare di buon grado un tale terreno, come magnificamente teorizzato da Lenin allo scoppio della prima guerra mondiale sulla base della più stretta continuità di posizioni con Marx ed Engels. Da allora in poi l'unica possibilità di condurre vittoriosamente la rivoluzione consiste nel conquistare una parte determinante dell'esercito borghese agli scopi rivoluzionari, laddove prima della guerra la tattica antimilitarista voleva "neutralizzarlo". Lo stato di guerra deve essere previsto come inevitabile e non scongiurato, nella convinzione che esso faciliti la sconfitta dell'esercito borghese, se il Partito Comunista, saldo nei principio e nell'azione, saprà applicare con determinazione e coerenza la tattica disfattista. Affinché una tale tattica possa essere applicata con lo scopo di favorire la disfatta del proprio esercito, da un lato, di avervi preventivamente conquistato una notevole influenza, dall'altro, per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, è indispensabile che l'organizzazione legale del Partito sia sostituita o quanto meno diretta dall'organizzazione illegale e clandestina. Il legalitarismo esclusivo è stato tipico dei partiti socialisti europei fino alla prima guerra mondiale e da allora è diventato la base della politica operaia borghese.

Come abbiamo già visto, Lenin considera indilazionabile, fin dallo scoppio della guerra, la separazione dei rivoluzionari dall'opportunismo. Una delle ragioni primarie è perché solo così è possibile dedicarsi alla organizzazione illegale, indispensabile per attuare la tattica del disfattismo. Ecco altri passi di Lenin dedicati a questa importantissima questione:

"La crisi generata dalla grande guerra ha strappato i veli, ha spazzato via le convenzioni, ha aperto l'ascesso maturato già da un pezzo e ha mostrato l'opportunismo nella sua vera funzione di alleato della borghesia. La completa separazione organizzativa di questo elemento dai partiti operai è diventata una necessità. Il periodo dell'imperialismo non ammette che coesistano in un solo partito l'avanguardia del proletariato rivoluzionario e l'aristocrazia semi - piccolo - borghese della classe operaia, la quale profitta delle briciole dei privilegi derivanti dalla posizione di "grande potenza" della "propria" nazione. La vecchia teoria che considerava l'opportunismo come una "sfumatura legittima" di un partito unico, alieno dall'estremismo, si è oggi trasformata nel più grande inganno per gli operai e nel più grande ostacolo per il movimento operaio...

Da questo scaturisce la risposta alla domanda posta sopra: come si lotta contro il socialsciovinismo? Il socialsciovinismo è l'opportunismo talmente maturato, talmente rafforzato e divenuto così insolente nel lungo periodo del capitalismo relativamente "pacifico", così definito ideologicamente e politicamente, così strettamente congiunto alla borghesia e ai governi, che non si può tollerare la permanenza di tale corrente all'interno dei partiti operai socialdemocratici. Se si può ancora sopportare una suola debole e sottile quando si deve camminare sui marciapiedi moderni di una piccola città di provincia, non si può fare a meno di suole doppie e bene chiodate quando si va in montagna. Il socialismo europeo è uscito dallo stadio relativamente pacifico e dagli angusti confini nazionali. Con la guerra del 1914-1915, esso è giunto allo stadio dell'azione rivoluzionaria, e la completa rottura con l'opportunismo e la sua esclusione dai partiti operai sono assolutamente mature.

S'intende che da questa definizione dei compiti che stanno davanti al socialismo, nel nuovo periodo del suo sviluppo mondiale, non si deduce ancora immediatamente ed esattamente con quale rapidità e in quali forme si svolgerà precisamente nei diversi paesi il processo della scissione dei partiti operai socialdemocratici rivoluzionari da quelli opportunisti piccolo- borghesi. Ma da essa scaturisce la necessità di rendersi conto chiaramente che tale scissione è inevitabile e di orientare appunto in questo senso tutta la politica dei partiti operai. La guerra del 1914-1915 è una così grande svolta nella storia, che i rapporti con l'opportunismo non possono rimanere quali erano per il passato. Non si può far si che non sia stato ciò che è stato: non si può cancellare dalla coscienza degli operai, né dalla esperienza della borghesia, né dalle conquiste politiche della nostra epoca in generale, il fatto che gli opportunisti, nel momento della crisi, sono stati il nucleo di quegli elementi dei partiti operai che sono passati dalla parte della borghesia. L'opportunismo, se lo consideriamo su scala europea, è restato giovane, per cosi dire, fino allo scoppio della guerra. Con la guerra esso è giunto definitivamente alla virilità e non è possibile renderlo nuovamente "innocente" e giovane. Si è formato tutto uno strato sociale di parlamentari, di giornalisti, di burocrati del movimento operaio, di impiegati privilegiati e di alcune categorie proletarie, che si è fuso e adattato alla propria borghesia nazionale, la quale ha ben saputo apprezzarlo e "adattarselo". Non si può far girare all'indietro né arrestare la ruota della storia: si può e si deve andare avanti intrepidamente, passare dalle organizzazioni operaie legali esistenti, prigioniere dell'opportunismo, alle organizzazioni rivoluzionarie della classe operaia, capaci di non limitarsi alla legalità, capaci di proteggersi dal tradimento opportunista, a un'organizzazione del proletariato che conduca la "lotta per il potere", la lotta per l'abbattimento della borghesia...

Le organizzazioni legali di massa della classe operaia sono forse il principale contrassegno che distingue i partiti socialisti del periodo della II Internazionale. Nel partito tedesco esse erano le più forti, e in esse la guerra del 1914-1915 ha prodotto la svolta più repentina, ha posto la questione nel modo più acuto. E' chiaro che il passaggio alle azioni rivoluzionarie significava lo scioglimento delle organizzazioni legali da parte della polizia, e il vecchio partito, a cominciare da Legien sino a Kautsky compreso, ha sacrificato gli scopi rivoluzionari del proletariato alla conservazione delle attuali organizzazioni legali. Per quanto si voglia negarlo, il fatto esiste. Il diritto del proletariato alla rivoluzione è stato venduto per il piatto di lenticchie della vigente legge poliziesca, che autorizza le organizzazioni.

 

Prendete l'opuscolo di Karl Legien, capo dei sindacati socialdemocratici della Germania: "Perché i funzionari dei sindacati devono partecipare di più alla vita di partito?" (Berlino, 1915). E' il rapporto tenuto dall'autore il 27 gennaio 1915 in una riunione di funzionari del movimento sindacale. Legien ha letto, durante il suo rapporto, ed ha poi pubblicato nell'opuscolo, un documento molto interessante, che la censura militare non avrebbe mai lasciato passare in nessun altro modo. Questo documento - il cosiddetto "Materiale per i relatori del rione di Niederbarnim" (sobborgo di Berlino) - è un'esposizione delle opinioni dei socialdemocratici tedeschi di sinistra, la loro protesta contro il partito. I socialdemocratici rivoluzionari - dice questo documento - non prevedevano e non potevano prevedere un fatto, e cioè " che tutta la forza organizzata del partito socialdemocratico tedesco e dei sindacati sarebbe passata dalla parte del governo che conduce la guerra, che tutta quella forza sarebbe stata rivolta a soffocare l'energia rivoluzionaria delle masse " (p. 34 dell'opuscolo di Legien).

E' la verità incontestabile. Ed è vera anche l'affermazione seguente dello stesso documento:

" Il voto del 4 agosto del gruppo socialdemocratico ha significato che un'opinione diversa, anche se profondamente radicata nelle masse, avrebbe potuto aprirsi la strada soltanto sottraendosi alla direzione del partito riconosciuto, e contro la volontà delle istanze del partito, soltanto a condizione di superare la resistenza del partito e dei sindacati " (ibid.).

E' la verità incontestabile.

" Se la frazione socialdemocratica avesse compiuto il proprio dovere il 4 agosto, la forma esterna dell'organizzazione sarebbe stata probabilmente distrutta, ma ne sarebbe rimasto lo spirito, quello spirito che aveva animato il partito nel periodo delle leggi eccezionali e che lo aveva aiutato a superare tutte le difficoltà " (ibid.).

Legien nota nel suo opuscolo che il gruppo dei "capi" che egli aveva radunato perché ascoltassero il suo rapporto, coloro che si chiamavano dirigenti, funzionari delle organizzazioni sindacali, sghignazzavano ascoltandolo. Per loro era ridicola l'idea che, nel momento della crisi, si possono e si devono creare delle organizzazioni rivoluzionarie illegali (come ai tempi delle leggi eccezionali). E Legien, da fedelissimo cane da guardia della borghesia, si batteva il petto ed esclamava:

"Questa è indiscutibilmente un'idea anarchica: distruggere le organizzazioni e chiamare le masse a decidere. Per me, non esiste ombra di dubbio che questa sia un'idea anarchica".

"Giusto!", gridavano in coro (ibid., p. 37) i servi della borghesia che si chiamano capi delle organizzazioni socialdemocratiche della classe operaia.

Quadro molto istruttivo. La gente è talmente corrotta e istupidita dalla legalità borghese, che non può neppure comprendere l'idea della necessità di altre organizzazioni, illegali, per dirigere la lotta rivoluzionaria. La gente è giunta ad immaginarsi che i sindacati legali, esistenti per autorizzazione della polizia, siano il limite oltre il quale non si può andare, come se conservare tali sindacati come organizzazioni dirigenti, nel periodo della crisi, fosse cosa anche soltanto pensabile. Eccovi la dialettica vivente dell'opportunismo: il semplice sviluppo dei sindacati legali, la semplice abitudine da filistei ottusi, ma scrupolosi, di limitarsi a tenere i registri dell'ordinaria amministrazione, hanno fatto sì che, nel momento della crisi, questi piccoli borghesi coscienziosi abbiano tradito, venduto, soffocato l'energia rivoluzionaria delle masse. E non è cosa accidentale. Passare all'organizzazione rivoluzionaria è necessario: lo esige la mutata situazione storica, lo esige il periodo delle azioni rivoluzionarie del proletariato, ma questo passaggio è possibile solo se si scavalcano i vecchi capi che soffocano l'energia rivoluzionaria, se si scavalca il vecchio partito, distruggendolo." (Lenin, "Il fallimento della II Internazionale", o.c. XXI, pag. 225 - 232)

Una tale organizzazione è indispensabile per propagandare ed attuare, nel momento favorevole, l'unica parola d'ordine che possa indirizzare la lotta rivoluzionaria secondo una linea chiara e precisa. Tale parola d'ordine non può essere che l'armamento del proletariato per condurre vittoriosamente la guerra civile contro la borghesia. Tutti i testi di Lenin sono centrati su una tale necessità e pertanto scegliamo alcuni brani tra i più significativi:

"E' sbagliata la parola d'ordine della "pace": la parola d'ordine deve essere quella della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile. (Questa trasformazione può essere lenta, può richiedere e richiederà una serie di condizioni preliminari, ma tutto il lavoro bisogna svolgerlo appunto sulla linea di tale trasformazione, nello spirito e nella direzione di essa). Non sabotaggio della guerra, non singole azioni individuali in questo spirito, ma una propaganda di massa (non solo tra i "civili") che porti alla trasformazione della guerra in guerra civile... Non sabotaggio della guerra, ma lotta contro lo sciovinismo e concentrazione degli sforzi di tutta la propaganda e di tutta l'agitazione verso l'unione internazionale del proletariato (avvicinamento, solidarietà, intese, selon les circostances) ai fini della guerra civile. Sarebbe errato sia incitare ad atti individuali, come quello di sparare contro gli ufficiali ecc., sia ammettere argomenti come questo: non vogliamo aiutare il kaiserismo. La prima cosa è una deviazione verso l'anarchismo, la seconda verso l'opportunismo. Noi invece dobbiamo preparare un'azione di massa (o almeno collettiva) nell'esercito, non di una sola nazione, e condurre tutto il lavoro di propaganda e di agitazione in questa direzione. Orientare il lavoro (tenace, sistematico, forse lungo) nello spirito della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile: ecco il punto essenziale. Il momento di questa trasformazione è un'altra questione, oggi non ancora chiara. Bisogna dare a questo momento la possibilità di maturare e costringerlo a maturare sistematicamente...

La parola d'ordine della pace, secondo me, è sbagliata in questo momento. E' una parola d'ordine da filistei, da preti. La parola d'ordine proletaria deve essere: guerra civile.

Per l'epoca della guerra di massa tale parola d'ordine scaturisce obiettivamente dal radicale cambiamento verificatosi nella situazione dell'Europa. Dalla risoluzione di Basilea scaturisce la stessa parola d'ordine.

Noi non possiamo né promettere la guerra civile, né decretarla, ma è nostro dovere condurre il lavoro - se necessario anche molto lungo - in questa direzione. Dall'articolo pubblicato sull'organo centrale voi vedrete i particolari. Per ora mi sono limitato a indicare i punti fondamentali della nostra posizione, per intenderci a dovere." (Lenin, "A Scliapnikov", lettera del 17/10.1914, in o.c. XXXV, pag. 105 -106)

"Quali sarebbero stati i risultati dopo alcuni mesi, se adesso, a sei mesi dall'inizio della guerra, contro la volontà di tutti i papaveri, i capi e le stelle di prima grandezza, che hanno tradito il socialismo si sviluppa dappertutto l'opposizione contro coloro che hanno votato i crediti e contro i cacciatori di poltrone ministeriali, mentre il comando militare minaccia la pena di morte per la "fraternizzazione"!

"Praticamente la questione è una sola: la vittoria o la sconfitta del proprio paese" scriveva il servo degli opportunisti Kautsky, all'unisono con Guesde, Plekhanov e soci. Si, se si dimentica il socialismo e la lotta di classe, questo è vero. Ma se non si dimentica il socialismo, questo è falso: c'è un'altra questione pratica. Perire nella guerra fra gli schiavisti, restando uno schiavo cieco e impotente, o perire compiendo dei tentativi di fraternizzazione fra gli schiavi per rovesciare la schiavitù?

Ecco qual è, in realtà, la questione "pratica". (Lenin, "Per illustrare la parola d'ordine della guerra civile", in o.c. XXI, pag. 161)

"Le masse proletarie, dopo che i nove decimi - probabilmente - del vecchio strato dirigente si sono staccati da esse per passare alla borghesia, sono rimaste divise e impotenti davanti all'ubriacatura sciovinista, sotto il giogo dello stato di guerra e della censura militare Noi invece dobbiamo preparare un'azione di massa (o almeno collettiva) nell'esercito, non di una sola nazione, e condurre tutto il lavoro di propaganda e di agitazione in questa direzione. Orientare il lavoro (tenace, sistematico, forse lungo) nello spirito della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile: ecco il punto essenziale. Il momento di questa trasformazione è un'altra questione, oggi non ancora chiara. Bisogna dare a questo momento la possibilità di maturare e costringerlo a maturare sistematicamente...

Non soltanto è possibile, ma diviene sempre più probabile, che nello stato d'animo delle masse si produca un cambiamento simile a quello avvenuto in Russia all'inizio del 1905, quando, in seguito alla "gaponiade", in pochi mesi, e anzi in poche settimane, sorse dagli strati proletari arretrati un esercito di milioni di uomini che seguì l'avanguardia rivoluzionaria del proletariato. Non si può sapere se lo scoppio di un potente movimento rivoluzionario avverrà subito dopo questa guerra, durante la medesima, ecc.; ma in ogni caso soltanto un' azione in questo senso merita il nome di azione socialista. La parola d'ordine che generalizza e dirige quest'azione, che aiuta l'unificazione e la coesione di coloro che vogliono cooperare alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il proprio governo e contro la propria borghesia, è la parola d'ordine della guerra civile." (Lenin, "Il fallimento della II Internazionale", in o.c. XXI, pag. 233)

"Una classe oppressa che non cercasse d'imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava. Non possiamo dimenticare, a meno di diventare dei pacifisti borghesi o degli opportunisti, che viviamo in una società divisa in classi, dalla quale non si esce e non si può uscire altrimenti che con la lotta di classe...

L'armamento della borghesia contro il proletariato è uno dei fatti più importanti, salienti e fondamentali della moderna società capitalistica. Dinanzi a questo fatto, si propone ai socialdemocratici rivoluzionari di formulare la "rivendicazione" del "disarmo"! Ciò equivale a rinnegare integralmente il punto di vista della lotta di classe, a rinunciare del tutto all'idea della rivoluzione. La nostra parola d'ordine deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. E' questa la sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce da tutto lo sviluppo oggettivo del militarismo capitalistico e che è imposta da questo sviluppo. Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima.

Se la guerra attuale provoca nei socialisti cristiani reazionari, nei piccoli borghesi piagnucoloni soltanto orrore e paura, soltanto avversione per l'impiego delle armi, per il sangue, la morte, ecc., noi dobbiamo dire che la società capitalistica è stata e sarà sempre un orrore senza fine. E, se oggi la guerra, la più reazionaria di tutte le guerre, prepara a questa società una fine piena d'orrore, non abbiamo alcun motivo di abbandonarci alla disperazione. Eppure, per il suo significato oggettivo, la "rivendicazione" del disarmo - o meglio il sogno del disarmo - altro non è che un segno di disperazione in un'epoca in cui, sotto gli occhi di tutti, la borghesia stessa prepara con le sue forze la sola guerra legittima e rivoluzionaria, cioè la guerra civile contro la borghesia imperialistica.

A coloro i quali diranno che questa è una teoria staccata dalla vita ricorderemo due fatti di portata storica mondiale: da un lato, la funzione dei trusts e del lavoro delle donne nelle fabbriche; dall'altro, la Comune del 1871 e l'insurrezione del dicembre 1905 in Russia.

E affare della borghesia sviluppare i trusts, cacciare le donne e i ragazzi nelle fabbriche, martirizzarli, corromperli, condannarli alla estrema miseria. Noi non "rivendichiamo" un simile sviluppo, non lo "sosteniamo", lo combattiamo. Ma in che modo? Sappiamo bene che i trusts e il lavoro delle donne nelle fabbriche rappresentano un progresso. Non vogliamo tornare indietro, all'artigianato, al capitalismo pre - monopolistico, al lavoro delle donne a domicilio. Avanti, per mezzo dei trusts, ecc., e più oltre, verso il socialismo!

Questo ragionamento è valido, con le debite modifiche, anche per l'attuale militarizzazione del popolo. Oggi la borghesia imperialistica militarizza non solo tutto il popolo ma anche i giovani. Domani, forse, si accingerà a militarizzare le donne. Tanto meglio! - dobbiamo dire a questo proposito. Si affretti a farlo! Perché, quanto prima essa lo farà, tanto più sarà vicina l'insurrezione armata contro il capitalismo. Come possono i socialdemocratici lasciarsi spaventare dalla militarizzazione dei giovani, ecc., se nella loro memoria è presente l'esempio della Comune? Non è una "teoria staccata dalla vita", non è un sogno, ma un fatto. E sarebbe davvero una sventura, se i socialdemocratici, a dispetto di tutti i fatti economici e politici, cominciassero a mettere in dubbio che l'epoca dell'imperialismo e le guerre imperialistiche devono inevitabilmente condurre alla ripetizione di questi fatti.

Un osservatore borghese della Comune scriveva, nel maggio del 1871, in un giornale inglese: "Se la nazione francese fosse composta soltanto di donne, che orribile nazione sarebbe!". Durante la Comune le donne e i ragazzi, da tredici anni in su, si batterono a fianco degli uomini. Non potrà accadere diversamente nelle future battaglie per rovesciare la borghesia. Le donne proletarie non saranno passive spettatrici, quando la borghesia bene armata sparerà sugli operai male armati o inermi. Esse impugneranno le armi, come nel 1871, e dalle nazioni oggi terrorizzate - più esattamente dall'attuale movimento operaio disorganizzato dagli opportunisti più che dal governo - sorgerà senza dubbio, presto o tardi, ma ineluttabilmente, l'alleanza internazionale delle "orribili nazioni" del proletariato rivoluzionario.

La militarizzazione invade oggi tutta la vita sociale. L'imperialismo è la lotta accanita delle grandi potenze per la divisione e la ripartizione del mondo: esso deve quindi estendere inevitabilmente la militarizzazione a tutti i paesi, non esclusi i paesi neutrali e le piccole nazioni. Come reagiranno a questo le donne proletarie? Si limiteranno a maledire tutte le guerre e tutto ciò che riguarda la guerra, rivendicando il disarmo? Le donne di una classe oppressa veramente rivoluzionaria non accetteranno mai una funzione così' vergognosa. Esse diranno ai loro figli: "Presto sarai cresciuto. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiare bene le armi. E una scienza necessaria ai proletari: no, non per sparare sui tuoi fratelli, sugli operai degli altri paesi, come accade in questa guerra e come ti consigliano di fare i traditori del socialismo, ma per combattere contro la borghesia del tuo paese, per mettere fine allo sfruttamento, alla miseria e alle guerre, non con le pie intenzioni, ma piegando la borghesia e disarmandola".

Se ci si rifiuta di fare questa propaganda, e di farla proprio in legame con la guerra in corso, è meglio astenersi del tutto dalle grandi frasi sulla socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, sulla rivoluzione socialista, sulla guerra alla guerra." (Lenin, "Il programma militare della Rivoluzione", in o.c. XXIII, pag. 78 - 81)

Per poter condurre vittoriosamente la guerra civile è di fondamentale importanza l'atteggiamento da tenere nei confronti dell'esercito. Si tratta di un atteggiamento che la tradizione rivoluzionaria aveva già correttamente definito, ma che la pratica opportunista prevalente nella II Internazionale aveva del tutto modificato, lasciando intendere che non ci fosse bisogno di conquistarlo agli scopi rivoluzionari, ma che si potesse "neutralizzarlo" con la lotta sociale e la conquista legale e parlamentare delle istituzioni statali. Al contrario già Engels, nei suoi commenti sulla guerra franco- prussiana del 1810- 1871, aveva definito il problema della presa del potere ad opera del proletariato come problema essenzialmente pratico, nella cui soluzione l'esercito avrebbe giocato un ruolo di primo piano e per questo motivo era del tutto favorevole al servizio militare obbligatorio. Lenin, già durante la Rivoluzione russa del 1905, aveva definito correttamente l'atteggiamento da tenere nei confronti dell'esercito. Moltissimi suoi articoli del 1905- 1907, sono dedicati alla necessità di conquistare agli scopi rivoluzionari una parte importante dello esercito, considerando questo atteggiamento discriminante tra quello superficiale degli anarchici e dei riformisti, da un lato, e quello rivoluzionario dei comunisti, dall'altro. Il problema della rivoluzione è, nel momento decisivo, un problema di forza e, pertanto, è necessario che in questi momenti l'esercito si scinda in "esercito rosso" e "esercito nero". Affinché ciò avvenga è necessaria una lunga lotta precedente per la "conquista dell'esercito", o almeno di una sua parte importante, in quanto è impensabile che questo si "sgretoli" in tempi brevi, come pensa ogni razza di "rivoluzionario" anarchicheggiante. L'atteggiamento corretto nei confronti dell'esercito è al centro anche dei primi congressi dell'Internazionale Comunista. La tesi 4 sulle condizioni di ammissione alla stessa Internazionale, votata al II Congresso nel 1920 dice testualmente:

"Il dovere di diffondere le idee comuniste implica un impegno particolare per una propaganda condotta in modo martellante e sistematico nell'esercito. Là dove questo tipo di agitazione è impedito dalle leggi eccezionali, bisogna condurla clandestinamente. Rinunziare a questo lavoro significherebbe tradire il dovere rivoluzionario e sarebbe incompatibile con l'appartenenza alla Terza Internazionale"

Naturalmente, un problema di così rilevante importanza non poteva non essere affrontato da Lenin anche nel periodo cruciale che stiamo esaminando, quello successivo al 1914, in cui viene precisata tutta la tattica del disfattismo rivoluzionario. Eccone i passi più significativi:

"Prendiamo l'esercito moderno. Ecco uno dei buoni modelli di organizzazione. E questa organizzazione è buona soltanto perché è flessibile e, nel tempo stesso, atta a dare un'unica volontà a milioni di uomini. Oggi questi milioni di uomini stanno a casa propria nei diversi punti del paese. Domani si decreta la mobilitazione ed eccoli raccolti nei punti fissati. Oggi, essi stanno nelle trincee e vi restano talvolta per dei mesi. Domani, ordinati diversamente, andranno all'assalto. Oggi fanno miracoli riparandosi dalle pallottole e dalle bombe. Domani faranno miracoli nella battaglia in campo aperto. Oggi i loro distaccamenti avanzati piazzano delle mine sotto terra, domani faranno decine di chilometri allo scoperto, seguendo le indicazioni degli aviatori. Questa si chiama organizzazione: milioni di uomini animati da una sola volontà, in nome di un solo scopo, cambiano la forma del proprio collegamento e della propria azione, cambiano il luogo e i metodi della loro attività, cambiano gli strumenti e le armi in conformità delle mutate condizioni e delle esigenze della guerra.

Lo stesso si può dire della lotta della classe operaia contro la borghesia. Oggi non c'è una situazione rivoluzionaria, mancano le condizioni per mettere in movimento le masse, per elevarne l'attività; oggi ti mettono in mano la scheda elettorale: prendila, sappi organizzarti per battere con essa i tuoi nemici e non mandare al parlamento, ai posti comodi, della gente che si aggrappa alla poltrona per la paura del carcere. Domani ti tolgono la scheda elettorale, ti danno in mano un fucile e un magnifico cannone a tiro rapido, costruito secondo l'ultima parola della tecnica: prendi queste armi di distruzione e di morte, non ascoltare i piagnucolosi sentimentali che hanno paura della guerra; al mondo sono rimaste ancora troppe cose che devono essere distrutte col ferro e col fuoco per la liberazione della classe operaia, e se nelle masse sale l'ira e la disperazione, se una situazione rivoluzionaria si presenta, preparati a creare nuove organizzazioni e metti in moto gli strumenti tanto utili di distruzione e di morte contro il tuo governo e la tua borghesia.

Certo, non è cosa facile. E' cosa che esige difficili azioni preparatorie. E' cosa che esige duri sacrifici. Si tratta di imparare una nuova forma di organizzazione e di lotta, e la scienza non si acquista senza errori e senza sconfitte. Questa forma della lotta di classe sta alla partecipazione alle elezioni come l'assalto sta alle manovre, alle marce o all'immobilità nelle trincee. Questa forma di lotta, nella storia, si trova molto raramente all'ordine del giorno, ma, in cambio, la sua importanza e le sue conseguenze si protraggono per decenni. I giorni nei quali tali metodi possono e devono esser messi all'ordine del giorno della lotta valgono vent'anni di altri periodi storici." (Lenin, "Il fallimento della II Internazionale", in o.c. XXI, pag. 228 - 229)

"In ogni caso, la storia della rivoluzione russa, come quella della Comune di Parigi del 1871 ci offre un insegnamento inconfutabile:

il militarismo non può in nessun caso essere vinto e annientato, se non con la lotta vittoriosa di una parte dell'esercito contro l'altra. Non basta tuonare contro il militarismo, maledirlo, "condannarlo", criticarlo e mostrarne la dannosità; è stolto rifiutarsi pacificamente di servire nell'esercito; bisogna, invece, tenere desta la coscienza rivoluzionaria del proletariato, e non solo genericamente, ma anche preparando concretamente i suoi migliori elementi a mettersi alla testa dell'esercito nel momento in cui il fermento fra il popolo ha raggiunto la massima profondità"( Lenin, "Rapporto sulla rivoluzione del 1905", in o.c. XXIII, pag. 246 - 247)

"Là dove il bolscevismo ha modo di operare apertamente la disorganizzazione non esiste.

Là dove i bolscevichi non esistono o non si dà loro la possibilità di parlare si verificano eccessi, si manifesta la disorganizzazione, compaiono i falsi bolscevichi...

Ma proprio questo è ciò di cui i nostri nemici hanno bisogno. Ad essi occorre un pretesto per poter dire: "I bolscevichi disgregano l'esercito", per chiudere quindi la bocca ai bolscevichi.

Allo scopo di erigere una volta per sempre una barriera tra noi e le calunnie dei nostri "nemici", tra noi e i travisamenti più assurdi del bolscevismo; citeremo la parte conclusiva di un appello diffuso alla vigilia del congresso panrusso da uno dei nostri delegati nell'esercito.

Ecco il testo.

"Compagni) voi dovete dire la vostra parola.

"Niente accordi con la borghesia!

"Tutto il potere al soviet dei deputati degli operai e dei soldati!

"Questo non significa che sia necessario non obbedire al governo attuale e rovesciarlo subito. Fino a quando questo governo sarà sostenuto dalla maggioranza del popolo, convinta che cinque socialisti riusciranno ad avere la meglio sugli altri ministri, non potremo dividere le nostre forze con rivolte isolate.

"Mai!

"Abbiate cura delle vostre forze! Riunitevi nei comizi! Approvate risoluzioni! Rivendicate il passaggio di tutto il potere al soviet dei deputati degli operai e dei soldati! Inviate le vostre risoluzioni a me, a Pietrogrado, al congresso, a nome del vostro reggimento, in modo che io possa far sentire la vostra voce!

"Ma diffidate dei provocatori che tenteranno di incitarvi a nome dei bolscevichi a disordini e sommosse per poter meglio nascondere la propria vigliaccheria! Sappiate, che, se oggi sono al vostro fianco, vi venderanno al vecchio regime non appena insorga un pericolo!

"I veri bolscevichi non vi incitano alla rivolta, ma alla lotta rivoluzionaria cosciente....

Chiunque si sia dato la pena di leggere le risoluzioni del nostro partito non può non vedere che il compagno Krylenko ne ha espresso la sostanza con assoluta precisione.

Non ai disordini e alle sommosse ma alla lotta rivoluzionaria cosciente chiamano i bolscevichi il proletariato, i contadini poveri e tutti i lavoratori e gli sfruttati." (Lenin, "Il bolscevismo e la disgregazione dell'esercito", in o.c. XXIV, pag. 579 - 580)

Infine l'aspetto peculiare di questo complessivo piano tattico per la vittoria della Rivoluzione proletaria, e che gli ha dato proprio il nome con cui è conosciuto, consiste nel fatto che l'organizzazione rivoluzionaria deve attivamente operare per la materiale disfatta militare del proprio governo. Si tratta proprio dell'elemento discriminante della tattica rivoluzionaria contro ogni altro tipo di azione, in definitiva "patriottica", di tutti gli altri partiti. Non si tratta di un generico ribellismo o boicottismo e, tanto meno, di un "piantare la baionetta in terra" con la diserzione individuale o di massa dal fronte, ma di una serie di azioni coscientemente rivolte a dare all'organizzazione rivoluzionaria la forza per prevalere e conquistare il potere politico, distruggendo lo stato borghese già di per sé indebolito dalle disfatte militari. Lenin scrive un solo breve articolo il 26/ 07/ 1915 dal titolo esplicito: "La sconfitta del proprio governo nella guerra imperialistica", ma è un concentrato di tattica rivoluzionaria e perciò ne riportiamo ampi passi:

"Una classe rivoluzionaria non può, durante una guerra reazionaria, non augurarsi la sconfitta del proprio governo...

La "lotta rivoluzionaria contro la guerra" è una semplice frase senza contenuto - una di quelle frasi in cui sono maestri gli eroi della II Internazionale - se parlando di questa lotta non si intende parlare di azioni rivoluzionarie contro il proprio governo anche in tempo di guerra. Per capirlo basta rifletterci un po'. E le azioni rivoluzionarie contro i1 proprio governo in tempo di guerra, innegabilmente, incontestabilmente significano non soltanto augurarsi la disfatta di questo governo ma portare alla disfatta un contributo effettivo (per il "lettore perspicace": non si tratta affatto di "far saltare dei ponti", di organizzare ammutinamenti militari votati all'insuccesso, e, in generale, di aiutare il governo a schiacciare i rivoluzionari)...

La rivoluzione in tempo di guerra è la guerra civile; la trasformazione della guerra dei governi in guerra civile è facilitata da una parte dai rovesci militari (dalla "sconfitta") di questi governi; d'altra parte e' praticamente impossibile tendere realmente a questa trasformazione senza concorrere, in pari tempo, alla disfatta.

La "parola d'ordine" della disfatta è respinta dagli sciovinisti (compresi il Comitato di organizzazione e la frazione di Ckheidze) precisamente perché è l'unica e sola parola d'ordine che sia un appello conseguente all'azione rivoluzionaria contro il proprio governo durante la guerra. E senza questa azione i milioni di frasi rrrivoluzionarissime sulla "lotta contro la guerra, le condizioni ecc." non valgono un soldo bucato...

Gli avversari della parola d'ordine della disfatta hanno semplicemente paura di se stessi, perché non osano guardare in faccia l'evidentissimo fatto del legame indissolubile esistente tra l'agitazione rivoluzionaria contro il governo e la cooperazione alla sua disfatta.

E' possibile la coordinazione e la cooperazione reciproca del movimento russo, rivoluzionario nel senso democratico borghese, e del movimento socialista in Occidente? Nessuno dei socialisti che si sono pronunciati pubblicamente nell'ultimo decennio ha messo in dubbio tale possibilità, e il movimento prodottosi in seno al proletariato austriaco dopo il 17 ottobre 1905 lo ha provato coi fatti.

Domandate a un qualsiasi socialdemocratico che si dica internazionalista se ha simpatia per un'intesa fra i socialdemocratici dei vari paesi belligeranti per una comune azione rivoluzionaria contro tutti i governi belligeranti. Molti risponderanno che una simile intesa è impossibile, come ha risposto Kautsky (Neue Zeit, 2 ottobre 1914) provando pienamente in tal modo il suo socialsciovinismo. Questa è una menzogna evidente, lampante, che fa a pugni con fatti generalmente noti e col manifesto di Basilea. D'altra parte, se questa fosse la verità, gli opportunisti avrebbero ragione in molte cose!

Molti risponderanno che hanno simpatia per una simile intesa. E noi diremo allora: se questa simpatia non è ipocrita, è ridicolo pensare che in guerra e per una guerra bisogna accordarsi "secondo tutte le formalità": elezioni di rappresentanti, colloqui, firme di patti, determinazione del giorno e dell'ora! Soltanto i Semkovski possono pensare a questo modo. Una intesa sulle azioni rivoluzionarie, e anche in un solo paese, - per non parlare di parecchi paesi, - è realizzabile soltanto con l'esempio di azioni rivoluzionarie importanti, con l'inizio e lo sviluppo di queste azioni. Orbene, tale inizio, a sua volta, è impossibile se non si vuole la disfatta e non si coopera ad essa. La trasformazione della guerra in guerra civile non può essere fatta, così come non possono essere fatte le rivoluzioni: essa si sviluppa da numerosi fenomeni, aspetti, tratti, particolarità multiformi, risultanti dalla guerra imperialista. E questo sviluppo è impossibile senza una serie di insuccessi e di rovesci militari di quei governi che subiscono i colpi delle loro classi oppresse.

Rinunciare alla parola d'ordine della sconfitta vuol dire trasformare il proprio spirito rivoluzionario in vuota fraseologia oppure in perfetta ipocrisia.

E con che cosa dunque ci si propone di sostituire la "parola d'ordine" della disfatta? Con la parola d'ordine: "né vittoria né sconfitta" (Semkovski nel n. 2 delle Izvestia, come pure tutto il Comitato d'organizzazione nel n. 1). Ma questo non è altro che parafrasare la parola d'ordine della "difesa della.. patria"! Questo significa precisamente porre la questione sul piano della guerra dei governi (i quali, secondo il contenuto di questa parola d'ordine, devono restare nella vecchia situazione, "mantenere le loro posizioni") e non sul piano della lotta delle classi oppresse contro i loro governi! Questo significa giustificare lo sciovinismo in tutte le nazioni imperialistiche le cui borghesie sono sempre pronte a dire - e dicono al popolo - che esse combattono "soltanto" "contro la sconfitta". "Il significato del nostro voto del 4 agosto è questo: non per la guerra, ma c o n t r o 1a d i s f a t t a", scrive nel suo libro E. David, capo degli opportunisti. I membri del Comitato d'organizzazione, compresi Bukvoied e Trotsky, difendendo la parola d'ordine "né vittoria né sconfitta", si mettono completamente sul terreno di David!

Questa parola d'ordine, se vi si riflette, significa la "pace civile" , l'abbandono della lotta di classe da parte della classe oppressa in tutti i paesi belligeranti, poiché la lotta di classe è impossibile senza assestare colpi alla "propria" borghesia, al "proprio" governo. E, durante la guerra, assestare colpi al proprio governo è (ne prenda nota Bukvoied) tradire lo Stato, è cooperare alla sconfitta del proprio paese. Chi accetta la parola d'ordine "né vittoria né sconfitta", può dire solo ipocritamente di essere per la lotta di classe e per la "rottura della pace civile", ma di fatto tradisce la politica proletaria indipendente, imponendo al proletariato di tutti i paesi in guerra un compito perfettamente borghese: difendere dalla sconfitta i diversi governi imperialisti. L'unica politica di rottura - non a parole - della "pace civile", di riconoscimento della lotta di classe, è la politica per la quale il proletariato approfitta delle difficoltà del proprio governo e della propria borghesia al fine di abbatterli. Ma non si può ottenere questo, non si può tendere a questo senza augurarsi la disfatta del proprio governo, senza cooperare a tale disfatta...

Chi sostiene la parola d'ordine "né vittoria né sconfitta" è, consapevolmente o no, uno sciovinista, è, nel migliore dei casi, un piccolo borghese pacifista, ma è, in ogni caso, un nemico della politica proletaria, un fautore dei governi attuali, delle attuali classi dominanti.

Esaminiamo ancora la questione da un altro lato. La guerra non può non suscitare nelle masse sentimenti impetuosi che rompono la sonnolenza psichica abituale. La tattica rivoluzionaria è impossibile se non è in corrispondenza con questi sentimenti nuovi, impetuosi.

Quali sono le principali correnti di questi sentimenti impetuosi? Esse sono: 1) Lo spavento e la disperazione. Di qui un rafforzamento della religione. Le chiese si riempiono di nuovo e i reazionari ne gongolano. "Dove si soffre, vi è la religione", dice l'arcireazionario Barrès. E ha ragione. 2) L'odio contro il "nemico", sentimento attizzato dalla borghesia (più che dai preti) e vantaggioso s o l t a n t o p e r e s s a, economicamente e politicamente. 3) L'odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia, sentimento di tutti gli operai coscienti i quali, da una parte, comprendono che la guerra è "la continuazione della politica" dell'imperialismo e rispondono alla guerra con la "continuazione" del loro odio contro il nemico di classe, e, d'altra parte, comprendono che la "guerra alla guerra" è una frase banale se non si fa la rivoluzione contro il proprio governo. Non è possibile suscitare l'odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia senza desiderarne la disfatta, come non è possibile essere un sincero avversario della "pace civile", vale a dire della "pace di classe", se non si suscita l'odio contro il proprio governo e la propria borghesia!

I fautori della parola d'ordine " né vittoria né sconfitta " si trovano in realtà a fianco della borghesia e degli opportunisti, perché "non credono" alla possibilità di azioni rivoluzionarie internazionali della classe operaia contro i propri governi, perché non desiderano contribuire allo sviluppo di simili azioni, compito indiscutibilmente difficile, ma il solo che sia degno del proletariato, il solo compito socialista. Precisamente il proletariato della più arretrata fra le grandi potenze belligeranti, soprattutto in seguito al tradimento vergognoso dei socialdemocratici tedeschi e francesi, è dovuto scendere in campo, per il tramite del suo partito, con una tattica rivoluzionaria, la quale tattica è assolutamente impossibile se non si "concorre alla disfatta" del proprio governo, ma è la sola tattica che porti alla rivoluzione europea, a una pace socialista duratura; la sola che possa liberare l'umanità dagli orrori, dalle calamità, dalla crudeltà, dalla barbarie che oggi regnano." (Lenin, "La sconfitta del proprio governo nella guerra imperialistica", in o.c. XXI, pag. 249 - 254)

In conclusione l'azione disfattista del Partito deve essere caratterizzata dai seguenti punti:

1- Il Partito non pretende di condurre lotte disarmate contro un nemico armato, perciò è contrario alla diserzione, al rifiuto di prestare il servizio militare obbligatorio sia in tempo di pace che di guerra, all'abbandono generalizzato delle armi sui fronti di guerra.

2- il Partito, attraverso la sua organizzazione illegale, agirà per la conquista di una parte determinante dell'esercito, consapevole che solo attraverso l'azione congiunta del proletariato e dell'esercito rivoluzionario si potrà ottenere la vittoria, perché la lotta per il potere politico nel momento culminante vedrà schierati l'uno di fronte all'altro l'esercito borghese e l'esercito rivoluzionario.

3- Il Partito è favorevole alla disfatta militare del proprio governo perché è il terreno più favorevole alla Rivoluzione. Attuerà quindi la tattica disfattista, non come fine a se stessa, ma come mezzo per la conquista del potere politico.

4- Il Partito promuoverà la fraternizzazione su tutti i fronti invitando al disfattismo i proletari di tutti gli eserciti imperialisti.

20 - CONTRO OGNI INTERMEDISMO E CONTRO OGNI ANTIMILITARISMO 'RIVOLUZIONARIO' DI ORIGINE ANARCHICA.

Il piano tattico del Partito nei confronti delle future guerre imperialiste è dunque ben sintetizzato dalla formula di Lenin del disfattismo rivoluzionario, con i significati e le implicazioni in essa contenuti. Ad esso, oggi, non abbiamo niente di sostanzialmente diverso da aggiungere. Esso costituirà il punto culminante della azione rivoluzionaria durante la guerra e pertanto gli atteggiamenti precedenti (ed anche quelli attuali) del partito non devono contraddirvi. Considerata la quasi totale assenza del proletariato, come forza politica autonomamente organizzata e socialmente determinante, sulla scena mondiale, ai pochi proletari che possono ascoltare la voce del partito comunista dobbiamo dire che il cosiddetto "movimento pacifista", che riempie la scena politica con oceaniche e internazionali manifestazioni non appena accennano a spirare segnali di guerra, non è altro che espressione delle forze più reazionarie e opportuniste, che a tutto mirano fuorché ad evitare la guerra. Dobbiamo dire che il proletariato, né oggi, né tanto meno quando lo sviluppo delle contraddizioni stesse dell'imperialismo ne faranno nuovamente la forza decisiva per estirpare dalla terra il seme velenoso del capitalismo, deve farsi illudere da queste false, utopistiche ed interessate posizioni politiche. La sua strada è stata luminosamente indicata fin dal 1914:

lotta con ogni mezzo per la difesa delle proprie condizioni di lavoro e di esistenza;

creazione di organizzazioni illegali ed armate;

conquista dell'esercito per trasformare la futura guerra imperialista in guerra civile per la Rivoluzione Comunista Mondiale.

Questo piano tattico non deve essere considerato come se si trattasse di qualcosa esotericamente posseduto da illuminate minoranze, ma deve essere propagandato nel modo più ampio possibile, affinché il proletariato se ne appropri con sempre maggiore consapevolezza, nella misura in cui la crisi economica, sociale, politica e militare del capitalismo si aggraverà. Solo a questa condizione sarà anche possibile attuarlo.

Esso caratterizza esclusivamente il Partito Comunista, il solo partito che abbia saputo trarre le giuste lezioni dalla storica sconfitta che il proletariato mondiale ha subito con la controrivoluzione stalinista della metà degli anni '20, nella riconferma di tutte le posizioni di principio del marxismo rivoluzionario.

In particolare tale piano si oppone a qualunque forma di intermedismo riformista o anarcoide che, specialmente nell'occidente europeo, sarà propinato al proletariato in mille salse ed anche in forme apparentemente sempre "più rivoluzionarie", nella misura in cui la crisi del capitalismo mondiale farà esplodere tutti gli attuali putridi rapporti umani e sociali. Ecco perché è necessario ricordare tutte le "storiche" posizioni intermediste, già battute con le posizioni correttamente rivoluzionarie, che abbiamo allineato nelle pagine precedenti, pur senza escludere che nuove forme intermediste saranno inventate dalla sempre fervida fantasia opportunista, pur di salvare il capitalismo dall'assalto rivoluzionario del proletariato.

Bisogna ricordare che, con il termine intermedismo, vogliamo indicare una specifica attitudine tattica, che consiste nell'indicare al movimento rivoluzionario obiettivi politici intermedi prima della conquista del potere politico, sostenendo che, dopo il loro conseguimento, sarebbe più facile la stessa conquista del potere politico. Si tratta di obiettivi politici generali e quindi una tale questione non va confusa con la lotta economica, che è sempre indirizzata a conseguire obiettivi parziali ed immediati che abbiano lo scopo di difendere le condizioni di vita e di lavoro del proletariato. Nelle aree a doppia rivoluzione un tale atteggiamento tattico è indispensabile, in quanto, non essendo generalmente possibile organizzare immediatamente il proletariato con lo scopo della conquista del potere, è necessario mobilitarlo su obiettivi politici che coinvolgono anche altre classi rivoluzionarie e che implichino la distruzione del vecchio stato ancora pre- borghese. E' la tattica del 1848 in Germania ed è anche la tattica del partito bolscevico nella rivoluzione russa. Viceversa, nelle aree a rivoluzione diretta, un tale atteggiamento non è più possibile, in quanto qui il compito del movimento rivoluzionario non consiste nel favorire una forma di organizzazione dello stato contro un'altra altrettanto borghese, ma nel demolire 'ab imis fundamentis' ogni forma di organizzazione statale capitalistica. Si può obiettare che la mobilitazione delle forze proletarie non si può ottenere solo sulla base della indicazione della dittatura proletaria, ma che ci sarà bisogno anche di altri obiettivi che siano più direttamente attinenti alle materiali condizioni di vita del proletariato stesso, ma si tratta di una obiezione che sposta la trattazione su un altro piano, quello del rapporto tra partito e classe e, in particolare, con il sindacato di classe. Qui si tratta del piano tattico complessivo del partito, che, nell'epoca imperialista e negli stati già pienamente borghesi, non può più prevedere obiettivi politici generali diversi dalla conquista del potere politico per la instaurazione della dittatura del proletariato. Ogni altro obiettivo politico, anche apparentemente "rivoluzionario" facilita, come ha ampiamente dimostrato l'esperienza storica, la conservazione dello stato borghese.

Gli obiettivi che, specialmente nei periodi di guerra, sono stati indicati al proletariato sia dalle correnti riformiste che anarco - sindacaliste, sono in primo luogo quello della pace ed inoltre quelli del disarmo, della neutralità, dell'arbitrato. E' interessante, innanzi tutto, sottolineare come sia le correnti riformiste, sia quelle anarchiche, sono sempre state concordi nell'indicare tali obiettivi, mostrando così, nel modo più evidente, la loro funzione comune di salvatrici dell'ordine capitalista nelle sue fasi di crisi più acute. Naturalmente, mentre i riformisti hanno sempre sostenuto la possibilità di ottenere quegli obiettivi con mezzi legali e parlamentari, gli anarchici hanno sempre fatto sfoggio di disponibilità all'uso dei mezzi più "rivoluzionari", dallo sciopero generale all'insurrezione armata. Tuttavia l'impostazione tattica della loro attività è la medesima, sia dei riformisti che degli anarchici. Da ambedue le bande si sostiene che, di fronte al pericolo di guerra, è innanzi tutto meglio la pace o almeno la neutralità del proprio stato. Quindi, visto che non è possibile ottenere una mobilitazione sufficientemente ampia sulla parola d'ordine del socialismo o della rivoluzione proletaria, allora deve essere sostituita da quella per la pace o per la neutralità, visto che a questi obiettivi "intermedi" sono interessate anche altre classi della società borghese e non solo il proletariato.

Le correnti riformiste, dopo il 4/8/1914, non hanno più alcun bisogno di essere smascherate come agenti diretti dello stato capitalistico. Al contrario, le argomentazioni anarchiche potrebbero ancora confondere un genuino movimento rivoluzionario proletario e, pertanto, se ne deve prendere adeguatamente le distanze. Prendiamo le argomentazioni più insidiose, come quelle sostenute da Hervè al congresso di Stoccarda della Il Internazionale, dove sostenne che ad ogni dichiarazione di guerra la risposta dei socialisti dovesse essere una sola: sciopero generale contro la guerra per impedire la guerra stessa. Hervè sosteneva una tale posizioni in modo infantile, senza fare alcuna distinzione tra le varie forme di guerre, riteneva che la guerra in quanto tale fosse il male e che l'organizzazione socialista, con lo sciopero generale, possedesse l'arma sufficiente per impedire il verificarsi del male. Sono opinioni di una semplicità sconvolgente, ma quanti socialisti e sinceri rivoluzionari sono stati e sarebbero ancora oggi influenzati! A questo semplicismo e al giusto posto da dare all'arma dello sciopero nella lotta contro la guerra facciamo ancora una volta rispondere Lenin. Nei suoi due commenti al congresso socialista internazionale di Stoccarda, scritti nel settembre del 1907, così apostrofa Hervè:

"Passiamo all'ultima e forse la più importante risoluzione del congresso: quella sull'antimilitarismo. Il famigerato Hervè, che ha fatto molto rumore in Francia e in Europa, ha sostenuto su questa questione un punto di vista semi anarchico, proponendo ingenuamente di rispondere a qualsiasi guerra con lo sciopero e l'insurrezione. Da un lato, egli non capiva che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, e che il proletariato non può rifiutarsi di partecipare a una guerra rivoluzionaria, giacché simili guerre sono possibili e ce ne sono state nelle società capitalistiche. D'altro lato, non capiva che la possibilità di "rispondere" alla guerra dipende dal carattere della crisi che la guerra stessa provoca. Da queste condizioni dipende la scelta dei mezzi di lotta e inoltre questa scelta deve consistere (è questo il terzo punto delle incomprensioni o della stoltezza dell'herveismo) non in una mera sostituzione della pace alla guerra, ma nella sostituzione del socialismo al capitalismo. L'importante non è soltanto impedire lo scoppio della guerra, ma utilizzare la crisi da questa generata per affrettare l'abbattimento della borghesia...

Il progetto dl Hervè - "rispondere" a qualsiasi guerra con lo sciopero e l'insurrezione - rivelava la totale incapacità di capire che l'impiego di questo o quel mezzo di lotta dipende non da una preliminare decisione dei rivoluzionari, ma dalle condizioni oggettive della crisi, sia economica che politica, che la guerra porterà con sé...

Non vuota minaccia alla Hervé, ma chiara coscienza dell'ineluttabilità della rivoluzione sociale, ferma decisione di lottare sino alla fine, preparazione all'impiego dei più rivoluzionari mezzi di lotta: ecco qual è il significato della risoluzione del Congresso internazionale socialista di Stoccarda sulla questione del militarismo.

L'esercito del proletariato si rafforza in tutti i paesi. La sua coscienza, coesione e risolutezza crescono non di giorno in giorno, ma di ora in ora. E il capitalismo si adopera felicemente a rendere più frequenti le crisi di cui varrà quest'esercito per distruggere il capitalismo." (Lenin, "Il congresso socialista di Stoccarda (I e II)", in o.c. XIII, pag. 72 - 83)

E, in particolare, dopo il vero e proprio inizio della guerra, quando Hervè scoprì il proprio patriottismo e diventò fautore della giusta guerra della Francia democratica e altri riproposero, come arma decisiva contro la guerra, quella dello sciopero generale, ecco esposta nell'articolo già citato La situazione e i compiti dell'Internazionale, una tesi che non lascia adito a dubbi: pretendere di fare una politica di una qualche efficacia con mezzi pacifici, soprattutto nei periodi di guerra, è "un sogno misero e vile":

"La guerra non scoppia per caso, non è un "peccato", come pensano i preti cristiani (che predicano il patriottismo, l'umanitarismo e la pace non peggio degli opportunisti), ma una tappa inevitabile del capitalismo, una forma della vita capitalistica, legittima come la pace. Ai nostri giorni la guerra è una guerra di popoli. Da questa verità non consegue che si debba seguire la corrente "popolare" dello sciovinismo, ma consegue che le contraddizioni di classe che lacerano i popoli continuano ad esistere e si manifesteranno anche in tempo di guerra, anche in guerra, anche in forma militare. Il rifiuto di prestare servizio militare, lo sciopero contro la guerra, ecc., sono una pura sciocchezza, un sogno misero e vile di una lotta disarmata contro la borghesia armata, l'illusione di distruggere il capitalismo senza un'accanita guerra civile. o una serie di tali guerre." (Lenin, "La situazione e i compiti dell'Internazionale Socialista", o.c. XXI, pag. 31)

Si noti che una tale posizione deve essere sostenuta dai comunisti di fronte ad eventuali scioperi contro la guerra di un genuino movimento proletario, verso il quale dovremo propagandare il disfattismo rivoluzionario, che implica la partenza verso i fronti di guerra, l'organizzazione clandestina dell'esercito rivoluzionario che agirà prima in modo disfattista e poi promuoverà l'insurrezione armata contro l'esercito e lo stato borghese. Altra cosa sono gli scioperi e le dimostrazioni pacifiste da parte di masse popolari borghesi ed opportuniste nei paesi occidentali ad ogni "pericolo" di guerra: un tale movimento pacifista non ha alcun legame con la rivoluzione proletaria, esprime l'agitazione piccolo-borghese di fronte alla angoscia di poter perdere privilegi ormai acquisiti, che ogni prospettiva di guerra comporta. Esso da pacifismo si convertirà in patriottismo quando, a guerra scoppiata, la vittoria sul "nemico" sarà diventata l'unico modo per continuare a sperare di mantenere gli stessi privilegi. Nei confronti di questo pacifismo l'attitudine del partito dovrà essere una sola: denuncia senza veli del suo reale significato di classe e lotta senza quartiere affinché ne sia costantemente immune il movimento proletario.

Anche la parola d'ordine del disarmo totale può apparire radicale e "rivoluzionaria" ed è stata una delle parole d'ordine che hanno caratterizzato l'atteggiamento antimilitarista del socialismo ed in particolare della gioventù socialista, la quale pensava che essere per il disarmo totale equivaleva ad essere contro la guerra, che ne risulterebbe impedita. E' qui che sbagliate - rispondeva loro Lenin - essere contro la guerra è un punto di arrivo e non un punto di partenza: essa è uno dei fatti storici inevitabilmente iscritti nel ciclo capitalista, nella sua salita e discesa. Abolire la guerra prima che sia compiuto quel ciclo non ha alcun significato, e per fortuna che è così, altrimenti significherebbe fermare la storia prima che giunga la soluzione rivoluzionaria.

Un'altra parola d'ordine, che ebbe notevole importanza in Italia nel 1914-15, quando prevalse la politica giolittiana del "parecchio", fu quella della neutralità, sbandierata non solo da anarchici e riformisti, ma anche da una buona parte dello schieramento borghese, che appunto pensava di ottenere molti vantaggi da una politica di equidistanza dai due blocchi, nella più "fulgida" tradizione del "prudente" risorgimento italico. Naturalmente toccava ai soliti anarchici fare la parte dei "rivoluzionari": essi non erano neutrali e basta, volevano imporre la neutralità allo stato con la lotta e lo volevano fare attraverso l'esautorazione del potere dello stato e la difesa "patriottica" dei comuni liberati. Ecco esposto questo magnifico "piano" in un eminente esponente dell'anarchismo italico, A.Borghi, nella sua Rivoluzione mancata:

"La guerra è storia lontanissima. Ma noi non potremo passare oltre senza intrattenerci su questo argomento, anche se ci urge arrivare agli avvenimenti più vicini.

Sarà questa una istantanea panoramica, presa dalle nuove posizioni in cui gli avvenimenti reazionari ci hanno sbalzati.

La lotta si apre a questo punto tra noi. Quante amicizie intessute, quanta fraternità cementata nella comunità della prigione, venne pestata a sangue in quei giorni per stramazzare ai piedi del militarismo.

Primo tempo: neutralismo. Beninteso (almeno per noi) neutralismo imposto al governo, non neutralismo nostro verso il governo e verso la politica internazionale del proletariato. Erano accluse in questa attitudine due aspirazioni: quella dell'internazionalismo nemico della guerra in genere, e quella di una certa democrazia, legata alla Francia. Vi era incluso, per soprassello, una pedata ai barbassori del nazionalismo, genuflessi davanti alla Triplice. Tanto meglio! L'essenziale per noi era di non lasciare ipnotizzare tanti giovani dai pennivendoli intenti a far bottino sulla menzogna del militarismo che meglio pagava...

Noi non avevamo nulla da imparare e nulla da chiedere al marxismo dominante nei socialisti. La nostra concezione sull'internazionalismo si era già fortemente urtata con quella marxista sin dalla prima Internazionale. Il nostro antagonismo sull'idea di Stato si ripercuoteva sul concetto di patria e di Internazionale in modo assorbente...

Noi dunque non avevamo nulla da chiedere alla dottrina del socialismo autoritario. Avevamo in Bacunin un maestro che si accordava singolarmente col Pisacane: "La sola libertà, dice il nostro... patriota, può risolvere il complicato problema. Reso libero e indipendente ogni Comune avrà il solo obbligo che gli viene imposto dalla necessità di conservare l'acquistata libertà e indipendenza di concorrere con tutti i mezzi a liberare l'Italia dai nemici esterni "." (A:Borghi, "La rivoluzione mancata", ed. Azione Comune Milano, 1964, pag. 49 – 51).

Naturalmente, di tutto questo piano cervellotico, all'anarchica, ciò che colpiva di più le masse proletarie era il concetto che se lo stato vuole entrare in guerra e, con la lotta, il movimento proletario, che ha saputo aggregare a sé anche altri settori popolari contrari alla guerra, riesce ad imporgli la neutralità, questo successo potrebbe costituire un primo importante passo verso la Rivoluzione. Ecco dunque un esempio tipico di "intermedismo rivoluzionario", al quale abbiamo già risposto nelle pagine precedenti con le citazioni già riportate di Lenin. Tutto l'equivoco sta nel fatto che il preteso successo non è un primo passo verso la Rivoluzione, ma semplicemente il successo di una parte della borghesia, favorevole alla neutralità, contro un'altra parte, favorevole all'immediata entrata in guerra. Per quanto poi riguarda la preparazione del proletariato alla Rivoluzione è non solo fuorviante, ma addirittura dannosa, l'indicazione che sarebbe possibile ottenere obiettivi "utili" all'interno di uno stato ancora borghese.

Perfino la "guerra rivoluzionaria" è stata usata come parola d'ordine intermedista allo scoppio della prima guerra mondiale. Non solo Mussolini, quando si convertì alle ragioni dell'interventismo, sosteneva dal "Popolo d'Italia" che l'intervento a fianco delle democrazie occidentali contro gli imperi centrali era nell'interesse "storico" del socialismo, perché in tal modo venivano sconfitti i suoi "peggiori" nemici, ma una tale tesi era sostenuta anche da una parte consistente del sindacalismo rivoluzionario. Ad esempio, un illustre esponente di tale corrente, A. De Ambris, fece un discorso ad un pubblico comizio tenuto il 18/8/1914 all'U.S.I. milanese di questo tenore:

"De Ambris, per primo, vinte le incertezze, nel discorso tenuto in un comizio il 18 agosto alla seda dell'Unione sindacale milanese, si dichiarò apertamente per la "guerra rivoluzionaria":

" La vittoria della Germania e dell'Austria - egli disse - ci porterebbe forse a ripetere le tristi parole di Herzen il quale, dopo le giornate del giugno 1848, affermava che l'Europa occidentale era ormai morta [...]. Se dovessero prevalere il kaiserismo ed il pangermanesimo degli imperi centrali, non vi sarebbe alcuna forza atta a controbilanciarli [...]. La vittoria anti tedesca, al contrario, ci lascia sperare una serie di benefizi di carattere economico, politico e morale che permetterebbe un rigoglioso sviluppo di tutte le forze di progresso dell'umanità [...]; forse la rivoluzione dei popoli tedeschi liberati [...]; il socialismo sollevato dall'ossessione pangermanistica e divenuto veramente internazionale; il sindacalismo autonomista e libertario al posto del centralismo autoritario... Certo, essa non è ancora la "nostra" rivoluzione; ma è forse necessaria per liberare il mondo dai detriti ingombranti del sopravvissuto medioevo [...] Siamo e saremo sempre contro ogni calcolo di egoismo nazionale, dovremo perciò insorgere e negare il nostro sangue per qualsiasi mira di conquista territoriale o di allargamento del prestigio statale, poiché tutto ciò è per lo meno estraneo al nostro interesse. Ma non è ugualmente estraneo al nostro interesse il permettere che trionfi o sia soffocato un principio di libertà necessario alla preparazione del nostro avvenire"." (O.Lupo, "I sindacalisti rivoluzionari nel 1914", in "Rivista Storica del Socialismo", fascicolo 32 anno X, pubblicato da La Nuova Italia: "Il PSI e la grande guerra", s.d., pag. 81 - 82)

E' ovvio che questo tipo di guerra rivoluzionaria non ha niente a che vedere non solo con la nostra guerra rivoluzionaria, che presuppone la conquista del potere e la dittatura proletaria almeno in qualche stato capitalisticamente maturo, ma nemmeno con le guerre rivoluzionarie che la borghesia aveva condotto nel secolo scorso. Allora l'appoggio proletario alla guerra rivoluzionaria della borghesia rivoluzionaria era un obiettivo intermedio, che doveva essere perseguito dal movimento proletario, ma dalla prima guerra mondiale in poi è un puro e semplice tradimento del socialismo, come qualunque altro obiettivo politico intermedio all'interno dei paesi imperialisti o, almeno, maturi nel loro impianto capitalistico.

21 - RIVOLUZIONE COMUNISTA E GUERRA RIVOLUZIONARIA

Tutte le tesi di Lenin sulla guerra e la rivoluzione conducono a questo punto cruciale: bisogna togliere dalla testa di tutti l'idea che la preparazione delle forze rivoluzionarie, in modo tale che queste sappiano vincere contro un avversario ultra armato, sia una cosa semplice e facile. Già le rivoluzioni del secolo scorso (quelle del 1848 e del 1871) e la rivoluzione russa del 1905 hanno dimostrato che tale compito richiede una grande capacità, in particolare da parte del partito rivoluzionario, di non farsi prendere la mano dalla faciloneria contenuta nella convinzione che basti far appello al sentimento e alla volontà rivoluzionaria delle masse proletarie per avere la garanzia della vittoria. Un tale atteggiamento da parte dei rivoluzionari è il peggiore che ci possa essere ed è una sicura garanzia di sconfitta. In particolare, dopo l'esperienza della prima guerra mondiale, deve essere denunciato come incorreggibilmente mentitore un atteggiamento di inguaribile faciloneria contenuto nella stessa frase apparentemente ultra rivoluzionaria: "risponderemo alla guerra con lo sciopero o con la rivoluzione". Infatti, se è ammissibile, in forma propagandistica o polemica, usare la frase suddetta (in definitiva essa, su quel terreno, assume il significato che, se si vogliono impedire le future guerre imperialiste, bisogna fare la rivoluzione comunista in tutto il mondo), la stessa frase, usata come sintetica formula tattica, impedisce non solo al proletariato, ma anche agli stessi comunisti, di capire che il solo mezzo possibile di combattere la guerra è la formazione e il mantenimento, per una campagna prolungata contro la guerra, di una organizzazione illegale comprendente tutti i rivoluzionari chiamati sotto le armi.

E' quanto Lenin sostiene in uno dei suoi ultimi articoli, che fortunatamente ha potuto scrivere e tramandarci prima della sua prematura scomparsa: Appunti sui compiti della nostra delegazione alla conferenza dell'Aia, scritto nel dicembre 1922 in vista della partecipazione di rappresentanti della Internazionale Comunista alla conferenza dell'Aia, indetta dalle altre due internazionali, con l'ordine del giorno della coordinazione dell'azione internazionale per impedire una nuova guerra.

"Riguardo al problema della lotta contro i pericoli di guerra, in relazione con la Conferenza dell'Aja, penso che la maggiore difficoltà sia quella di vincere il pregiudizio secondo il quale questo problema sarebbe semplice, chiaro e relativamente facile... "Risponderemo alla guerra con lo sciopero o con la rivoluzione", dicono di solito alla classe operaia tutti i capi riformisti più in vista. E queste risposte, che in apparenza sono radicali, bastano molto spesso a soddisfare e rendere tranquilli gli operai, i cooperatori e i contadini. Il procedimento più giusto sarebbe forse di cominciare col confutare simili opinioni nel modo più reciso. Si dovrebbe dichiarare che soprattutto in questo momento, dopo la recente guerra, solo degli imbecilli o dei mentitori incorreggibili possono sostenere che una tale risposta alla questione della lotta contro la guerra abbia un valore qualsiasi. Si dovrebbe affermare che "rispondere" alla guerra con lo sciopero è impossibile, così come è impossibile "rispondere" alla guerra con la rivoluzione, nel senso più semplice e letterale di questa espressione." (Lenin, "Appunti sui compiti della nostra delegazione alla conferenza dell'Aia", in o.c. XXXIII, pag. 411)

Si tratta della stessa conclusione che il partito ha tratto in un famoso "Filo del tempo", pubblicato sul n. 6 di Battaglia Comunista del 1951: Tartufo, o del pacifismo:

"Il leninismo non dice ai poteri capitalistici: io vi impedirò di fare la guerra, o vi colpirò se fate la guerra; esso dice loro: so bene che fino a quando non sarete rovesciati dal proletariato voi sarete, che lo vogliate o meno, trascinati in guerra, e di questa situazione di guerra io profitterò per intensificare la lotta ed abbattervi. Solo quando tale lotta sarà vittoriosa in tutti gli stati, l'epoca delle guerre potrà finire.

Si tratta di una posizione generale. Il marxista non può essere pacifista o "antiguerrista", poiché ciò significa ammettere che si possa abolire la guerra prima della abolizione del capitalismo. Non basta dire che ciò sarebbe un errore teorico. Esso è un tradimento politico, poiché una simile illusione non facilita il convogliamento delle masse ad una lotta più vasta, bensì ne agevola l'asservimento non solo al capitale, ma anche alla guerra stessa. Le masse proletarie guidate da cattivi marxisti, che si erano sempre detti pacifisti, hanno dovuto fare la guerra contro i tedeschi, perché i loro capi hanno detto che quelli soli minacciavano la pace, come l 'hanno dovuta fare contro i russi per lo stesso motivo: hanno marciato due volte e marceranno, forse, la terza, e dai campi opposti, a combattere una guerra "che dovrà mettere fine alle guerre".

Sostituite, dinanzi all'avvicinarsi di nuove guerre, al criterio dialettico di Marx e Lenin - tanto nella dottrina che nell'agitazione politica - lo sfruttamento plateale dell'ingenuità delle masse nei riguardi della santità della Pace e della Difesa, non è altro che lavorare per l'opportunismo e il tradimento, contro i quali Lenin si dette a costruire la nuova Internazionale rivoluzionaria super hanc petram; su questa pietra: CAPITALISMO E PACE SONO INCOMPATIBILI.

Dedichiamo ai pacifisti di oggi una lapidaria tesi del Terzo Congresso: (33.ma, sul Compito dell'Internazionale Comunista): il pacifismo umanitario antirivoluzionario è divenuto una forza ausiliaria del militarismo." (Sul filo del tempo: "Tartufo, o del pacifismo", in Battaglia Comunista, n. 6, 1951)

Proprio per impedire che il problema della risposta alla guerra e dell'organizzazione delle forze rivoluzionarie in grado di battere il mostro imperialista sia considerato un problema "facile", è opportuno ricordare, sempre sulla traccia degli insegnamenti di Lenin, che, dopo la prima guerra mondiale, è diventato inadeguato porre tale problema nello stesso modo in cui fu posto perfino a Stoccarda e a Basilea. In quelle risoluzioni si riteneva ancora possibile impedire la guerra, mentre, in tutta l'era aperta dalla prima guerra mondiale, una tale illusione non è più ammissibile; diffonderla oggi sarebbe addirittura delittuoso. Ecco quanto dice Lenin nello stesso articolo succitato "Appunti sui compiti della nostra delegazione alla conferenza dell'Aia"

"Sarebbe bene dimostrare nel modo più concreto possibile, per mezzo di esempi (se non altro con l'esempio della stampa tedesca di anteguerra e in particolare con quello del Congresso di Basilea del 1912), che riconoscere in teoria che la guerra è un delitto, che la guerra è inammissibile per un socialista, ecc., significa pronunciare delle frasi vuote, perché questo modo di porre la questione è tutt'altro che concreto e non dà alle masse alcuna idea veramente reale del modo come la guerra potrà sopraggiungere e sopraggiungerà. Al contrario, con la sua enorme tiratura quotidiana, la stampa dominante soffoca questo problema e diffonde a questo riguardo menzogne che la debole stampa socialista è completamente incapace di controbattere, tanto più che anche in tempo di pace essa sostiene, a questo riguardo, concezioni radicalmente sbagliate. E probabilmente, nella maggior parte dei paesi, la stampa comunista non ne uscirebbe neppure essa senza rimprovero.

Io penso che al Congresso internazionale dei cooperatori e dei tradunionisti i nostri delegati dovrebbero dividersi i compiti e analizzare con la più grande minuzia tutti i sofismi per mezzo dei quali, oggi, si giustifica la guerra.

Può darsi che proprio i sofismi di cui si serve la stampa borghese costituiscano il mezzo principale per attirare le masse alla guerra e che la principale ragione della nostra impotenza di fronte alla guerra stia in questo, che noi non analizziamo in precedenza questi sofismi o, peggio, ce ne sbarazziamo affermando, con una fraseologia banale, che ne comprendiamo tutta la criminalità e così di seguito, secondo lo spirito del Manifesto di Basilea del 1912." (Lenin, "Appunti sui compiti della nostra delegazione alla conferenza dell'Aia", in o.c. XXXIII, pag. 412)

Alle stesse conclusioni Lenin era già giunto in un articolo dell'ottobre del 1921, Per il quarto anniversario della nostra rivoluzione":

"Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che "difendete la patria" giapponese contro quella americana, l'americana contro la giapponese, la francese contro l'inglese, ecc.! E voi, signori paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del mondo, continuate pure a "eludere" la questione dei mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei nuovi "manifesti di Basilea"(sul modello del Manifesto di Basilea del 1912). Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l'umanità intera."

E all'XI congresso del P.C.R. (b) del marzo del 1922:

"Oggi spira aria di guerra. I sindacati operai, per esempio i sindacati riformisti, votano risoluzioni contro la guerra e minacciano scioperi contro la guerra. Giorni or sono, se non sbaglio, ho visto in un giornale un telegramma in cui si annunciava che alla Camera francese un eccellente comunista ha fatto un discorso contro la guerra e ha affermato che gli operai preferiranno l'insurrezione alla guerra. La questione non può essere posta nei termini in cui la ponevamo nel 1912, quando fu pubblicato il Manifesto di Basilea. Solo la rivoluzione russa ha dimostrato come si può uscire dalla guerra e quali sforzi ciò costi, e che cosa vuoi dire uscire con mezzi rivoluzionari da una guerra reazionaria".(Lenin, "Rapporto politico del C.C. del P.C.R. (b)" all'XI congresso (27 marzo - 2 aprile 1922), in o.c. XXXIII, pag. 273)

Questa nostra posizione, che abbiamo ormai completamente enunciato, circa la tattica rivoluzionaria nei confronti della guerra imperialista, significa forse che non è possibile alcuna rivoluzione comunista se non all'interno di uno stato in guerra? Come - si potrebbe obiettare - voi, così ferocemente anti intermedisti, ponete una indispensabile condizione intermedia, quella appunto dello stato di guerra, per fare la Rivoluzione Comunista ?

Si tratta, evidentemente, di una obiezione inconsistente, che non ha ragione di esistere, in quanto sposta la trattazione da quella della tattica contro la guerra ad un altro piano, quello delle condizioni per fare la Rivoluzione Comunista. Bisogna saper ragionare, in questa materia, per epoche storiche. Tutto quello che è accaduto nel secolo trascorso e fino al 1914 converte il capitalismo nell'era della rivoluzione proletaria. E si tratta di un'era cominciata proprio con la guerra del 1914. Non ha più nessun senso, né teorico né tattico, chiedersi se la rivoluzione sarà prima o dopo la prossima guerra. L'era è cominciata e si concluderà inevitabilmente con la vittoria del proletariato. E', d'altronde, ormai dimostrato abbondantemente che quest'ultimo è completamente sordo al comunismo nelle epoche di pace. Pertanto, nonostante che lo stato di guerra non sia da considerare come condizione indispensabile per fare la rivoluzione, tuttavia la storia ha dimostrato che il legame del partito con il movimento proletario rivoluzionario (è scontato che, per fare la rivoluzione, non basta l'esistenza "virtuale" del partito) e, soprattutto, la sua direzione in senso comunista, sono eventi accaduti solo, in quest'epoca iniziata nel 1914, in tempo di guerra.

Quindi non c'è alcun bisogno di modificare la tesi che, per tentare la conquista rivoluzionaria del potere politico, sia necessario:

l'esistenza di un ampio e numeroso proletariato di puri salariati;

l'esistenza di un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda un'imponente parte del proletariato;

l'esistenza di un forte partito di classe, rivoluzionario, che organizzi anche una minoranza di lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito una sua valida ed estesa influenza nel movimento sindacale.

Date queste tre condizioni, il movimento rivoluzionario si armerà, si organizzerà per conquistare una parte decisiva dell'esercito agli scopi rivoluzionari e tenterà così l'assalto al potere.

Rispetto alla decisione, da parte degli stati imperialisti, di accendere la miccia di una nuova guerra mondiale, dobbiamo mettere nel conto due ipotesi:

a), che tale decisione avvenga in una fase in cui il partito, per vicende storiche precedenti, ha già conquistato una certa influenza nel proletariato;

b), che tale decisione avvenga, perdurando l'attuale situazione di assenza totale di qualunque collegamento.

In ogni caso, però, una tale duplice eventualità non può assolutamente influenzare il piano tattico. Se fosse così, bisognerebbe rivedere tutta l'impostazione teorica e la valutazione storica dei rapporti di classe, almeno dal 1914. Quella che deve essere assolutamente evitata è la convinzione, che può essere contenuta nella preoccupazione della maggiore difficoltà dell'azione del partito nell'ipotesi b), di poter evitare la guerra con la rivoluzione, se si dovesse verificare l'ipotesi a). Nell'ipotesi più favorevole ciò potrebbe avvenire solo in una nazione, ma non cambierebbe l'impostazione del problema della tattica rivoluzionaria, che deve essere internazionale.

Questa convinzione, anche mascherata dalla comprensibile preoccupazione di cui sopra, equivale a sostenere interpretazioni teoriche, principi e, di conseguenza, un piano tattico nettamente diversi da quelli espressi sinteticamente con la nozione di disfattismo rivoluzionario. Pertanto:

a). E' ovvio che, se le condizioni precedenti lo scoppio della guerra saranno tali da permettere al partito una reale influenza sul proletariato, di questa se ne farà tesoro per meglio attuare la tattica disfattista durante la guerra.

b). Tuttavia, se non sarà così, comunque la guerra deve essere vista come un fatto che, comportando una reale e decisa crisi sociale (non tanto all'inizio, ma nel suo svolgimento), determinerà un terreno su cui l'attività del partito (sia quella tradizionalmente sindacale, che quella di propaganda e azione politica) avrà sicuramente maggiore capacità di influenzare il proletariato, di quanto non abbia potuto fare in questo lurido mezzo secolo, ed oltre, di "pace".

Non possiamo tuttavia illudere il proletariato che il processo mondiale della Rivoluzione comunista avverrà simultaneamente in tutti i paesi nel modo suddetto. Dobbiamo ricordare un'ultima, ma non meno importante, tesi dovuta ancora a Lenin e dalla Sinistra totalmente rivendicata: lo stato proletario, eventualmente formatosi nel modo suddetto, non potrebbe non porsi contro il resto del mondo ancora capitalistico, attirando a sé le classi oppresse negli altri paesi, infiammandole ad insorgere contro gli stati capitalisti, intervenendo, anche con la forza armata, contro gli stessi stati, promovendo, nei tempi e nei modi ritenuti favorevoli, una guerra, questa si, rivoluzionaria. Una tale guerra, ovviamente, e a maggior ragione, sarà necessaria se il proletariato conquisterà il potere in uno o più stati durante una guerra guerreggiata, cosa sostenuta anche questa da Lenin, ad esempio nella già citata conferenza tenuta a Mosca il 27/05/1917, dal titolo La guerra e la Rivoluzione:

"Come mettere fine alla guerra? Se il soviet dei deputati degli operai avrà preso il potere e i tedeschi continueranno la guerra, che cosa faremo? Chi si interessa alle posizioni del nostro partito avrà potuto leggere proprio in questi giorni, nella nostra Pravda, la citazione testuale di ciò che abbiamo affermato all'estero fin dal 1915: se la classe rivoluzionaria della Russia, la classe operaia, prenderà il potere, dovrà proporre la pace. E, se i capitalisti tedeschi o di un altro paese respingeranno le nostre condizioni di pace, allora la classe operaia sarà tutta per la guerra. Non proponiamo di mettere fine alla guerra d'un sol colpo. Non lo promettiamo. Non preconizziamo una cosa impossibile e irrealizzabile come il mettere fine alla guerra per volontà di una sola parte. Le promesse di questo genere non costano niente, ma non si possono mantenere. E' impossibile uscire facilmente da una guerra così spaventosa. Si combatte da tre anni. O combatterete per dieci anni o vi avvierete verso una rivoluzione difficile, gravosa. Non c'è altra soluzione. Noi diciamo: la guerra, cominciata dai governi dei capitalisti, può concludersi soltanto con la rivoluzione operaia...

Nessuno, tranne la rivoluzione operaia in alcuni paesi, uscirà vincitore da questa guerra. La guerra non è un giuoco, la guerra è una cosa mostruosa, che costa milioni di vite umane e a cui non è facile mettere fine.

I soldati al fronte non possono staccarsi dallo Stato e decidere per proprio conto. I soldati al fronte sono una parte del paese. Fino a che lo Stato è in guerra, il fronte non farà che soffrire. Non c'è niente da fare. La guerra è stata provocata dalle classi dominanti, solo la rivoluzione della classe operaia potrà metterle fine. E la rapidità con cui avrete la pace dipenderà soltanto dallo sviluppo della rivoluzione. Non basta dire frasi sentimentali, non basta dichiarare: forza, smettiamo subito questa guerra! Per farlo è necessario lo sviluppo della rivoluzione. Quando il potere sarà passato nelle mani dei soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, i capitalisti si pronunceranno contro di noi: il Giappone sarà contro, cosi la Francia, così l'Inghilterra, così i governi di tutti i paesi. Contro di noi si schiereranno i capitalisti, saranno con noi gli operai. Allora si metterà fine alla guerra scatenata dai capitalisti. Ecco la risposta da dare a chi domanda come mettere fine alla guerra." (Lenin, "La guerra e la rivoluzione", o.c. XXIV, pag. 429 - 431)

Nella primavera del 1920, sebbene provocata e non per sua scelta, l'Armata Rossa dovette accettare la guerra con la Polonia. Nel suo Stalin, Trotsky scrive che "per quanto una tale guerra fosse imposta, lo scopo del governo sovietico non era solo quello di parare l'attacco, ma di portare la Rivoluzione in Polonia e in tal modo aprire con la forza la porta per il Comunismo in Europa".(L. Trotsky, "Stalin", ed. Garzanti, 1962, pag. 367)

Trotsky ammoniva anche contro la speranza ultra ottimistica di una sollevazione filo sovietica della classe operaia polacca, ed invitava l'Internazionale Comunista a fidarsi solo della forza militare dell'Armata Rossa. Ammonizione che risultò del tutto azzeccata, tanto che la classe operaia polacca, nella sua quasi totalità, si sollevò sì, ma in appoggio "patriottico" all'esercito polacco contro l'invasione "straniera".

Lenin, come era stato nel 1918 favorevole alla pace di Brest, era ora favorevole all'avanzata della Armata Rossa, consapevole che la Rivoluzione in Europa non si poteva aspettare ulteriormente e confidando soprattutto nella classe operaia tedesca, che avrebbe ricevuto una decisiva spinta alla lotta rivoluzionaria da una eventuale vittoria militare contro l'esercito polacco.

Era riunito il II congresso dell'Internazionale Comunista, nell'estate del 1920, quando la marcia trionfale dell'Esercito Rosso fu fermata a Varsavia, assestando un colpo terribile all'entusiasmo rivoluzionario di tutti i comunisti. Si tratta di un episodio generalmente trascurato, ma certamente di non secondaria importanza per la spiegazione del successivo rinculo della Rivoluzione e della vittoria mondiale della controrivoluzione stalinista. Al X congresso del P.C.R. (b) del marzo 1921 si farà il bilancio di quel cruciale rovescio militare. E nel già ricordato testo Struttura economica e sociale della Russia, così si commenta quell'avvenimento:

"Nei duri amari dibattiti del decimo congresso del Partito comunista russo nel marzo del 1921 si farà il bilancio di quel cruciale rovescio: Lenin ascolterà pallido le reciproche accuse. Forse non pensava egli alla questione del successore, che abbacina la corrente opinione, ma guardava il miraggio immenso della rivoluzione mondiale che, allontanandosi da noi di un gran tratto, ci imponeva una lunga e dura attesa, ma una non diversa certezza." ("Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", ed. Programma Comunista, 1976, pag. 265-268)

Con questa promessa, pienamente mantenuta dalla Sinistra nei decenni successivi, i più bui dell'intera storia del movimento operaio, concludiamo questo lavoro con l'indicazione delle lezioni più importanti da riconfermare e tramandare a nostra volta alle future generazioni rivoluzionarie con la stessa immutata certezza di una immancabile vittoria della Rivoluzione Comunista Mondiale.

La prima guerra mondiale ha dimostrato l'esattezza della tesi della inevitabilità delle guerre in regime capitalistico. Non si può sapere quante guerre imperialiste verranno scatenate dagli stati imperialisti, ma ciò che è certo è:

- Con la prima guerra mondiale si è aperta l'epoca della conquista violenta del potere da parte del proletariato alla scala mondiale e del suo esercizio in forma dittatoriale per il passaggio al comunismo.

- La conquista del potere non presuppone, nemmeno in stato di guerra, che la lotta rivoluzionaria avvenga simultaneamente in ogni stato.

- La conquista del potere potrà avvenire o durante una nuova guerra tra gli stati imperialisti, oppure in una fase di pace tra gli stessi stati. In ambedue i casi sarà lo stesso stato proletario a promuovere, nei tempi e nei modi ritenuti più opportuni, una guerra mondiale rivoluzionaria contro gli stati e gli eserciti ancora in mano alla borghesia.

- Nell'ipotesi di nuove guerre tra stati imperialisti che si concludano senza una adeguata ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato, come è accaduto con la seconda guerra mondiale, il loro risultato è positivo per il capitalismo, in quanto potrà continuare a prosperare in una situazione sociale ed economica a lui favorevole determinata proprio dalle distruzioni arrecate dalla guerra.

Nell'epoca aperta dalla prima guerra mondiale non sono più ammissibili obiettivi intermedi di natura politica nelle aree a rivoluzione diretta e, quindi, è diventata inadeguata ogni forma di tattica antimilitarista tipica del periodo storico precedente il 1914, anche nella sua versione di sinistra codificata nelle risoluzioni di Stoccarda e di Basilea, che pure rappresentano il punto più elevato di lotta rivoluzionaria conseguente nel periodo pre -1914. Da allora l'imperialismo è in guerra permanente alla scala mondiale e il problema dell'evitabilità della guerra ha senso solo per gli stati imperialisti occidentali, in quanto la solidità del loto potere si fonda sulla alleanza tra borghesia e classe operaia occidentale, che potrebbe essere rimessa in discussione proprio da una nuova guerra tra di loro.

A maggior ragione è da ripudiare ogni forma di pacifismo o di "antiguerrismo umanitario": non si tratta solo di un errore teorico, ma anche di un vero e proprio tradimento politico, in quanto si oppone alla specifica preparazione rivoluzionaria del proletariato che potrà avvenire solo se non viene messo mai in discussione il principio della necessità di prepararsi ad opporre alla violenza dell'avversario una violenza ancora maggiore. Troppo spesso ad una preparazione di questo tipo sono stati frapposti ostacoli 'umanitari'.

Pertanto, nell'ipotesi di una nuova guerra mondiale imperialista, anche prima della rinascita di un consistente movimento rivoluzionario proletario, il partito, consapevole del fatto che con la nuova guerra si apre la possibilità della stessa rinascita o di un adeguato rafforzamento di un nuovo movimento proletario rivoluzionario, consapevole del fatto che oggettivamente la guerra tra stati tende inevitabilmente a trasformarsi in guerra civile e a temprare la classe rivoluzionaria per il raggiungimento dei propri massimi scopi, dovrà uniformare la sua azione ai seguenti punti fondamentali.

1. Tutta l'attività del partito deve essere ispirata dalla convinzione che il grado eccezionalmente alto di sviluppo del capitalismo mondiale in generale e, in particolare, proprio gli orrori, le calamità, le devastazioni, le atrocità generate dalla guerra imperialistica, tutto questo abbia convertito il capitalismo, fin dallo scoppio della prima guerra mondiale, nel processo storico che ha dato inizio all'era della rivoluzione comunista mondiale. Pertanto il lavoro di partito deve essere diretto alla preparazione diretta e onnilaterale del proletariato alla conquista del potere politico per la realizzazione delle misure economiche e politiche, che costituiscono la sostanza stessa della rivoluzione comunista.

2. In questa visione c'è ovviamente lo spazio necessario anche per la tradizionale attività sindacale di classe, sia nel periodo precedente la rinascita del sindacato di classe, sia dopo la sua rinascita. C'è però da sottolineare un aspetto: solo per gli opportunisti è ridicola l'idea che, proprio nel momento della massima crisi generata dalla guerra, si possono e si devono creare delle organizzazioni rivoluzionarie illegali. Al massimo, la considerano un'idea anarchica. La gente è talmente corrotta e istupidita dalla legalità borghese, che non può neppure comprendere l'idea della necessità di altre organizzazioni, illegali, per dirigere la lotta rivoluzionaria. La gente è giunta ad immaginarsi che i sindacati legali, esistenti per autorizzazione dello stato e della sua polizia, siano il limite oltre il quale non si può andare, come se conservare tali sindacati come organizzazioni dirigenti, nel periodo della crisi, fosse cosa anche soltanto pensabile. Al contrario, sarà compito del partito sostenere che anche l'organizzazione sindacale di classe dovrà rinascere e mantenersi, durante il periodo bellico, soprattutto in forme illegali.

3. L'attività principale del partito dovrà comunque essere il lavoro di propaganda della lotta di classe nell'esercito, volto a trasformare la guerra tra i popoli in guerra civile, nella convinzione che sia l'unico lavoro decisivo per le sorti della rivoluzione nell'epoca del conflitto imperialista armato delle borghesie di tutti i paesi.

4. Una caratteristica distintiva dell'attività del partito sarà il ripudio di ogni parola d'ordine che faccia riferimento in qualche modo al disarmo. Il partito sosterrà invece:

armamento del proletariato e disarmo della borghesia;

repressione totale e spietata della resistenza degli sfruttatori;

lotta fino alla vittoria sulla borghesia di tutto il mondo, tanto nella guerra civile interna quanto nelle guerre rivoluzionarie internazionali.

5. A maggior ragione è sbagliata la parola d'ordine della "pace". La parola d'ordine deve essere quella della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Non sabotaggio della guerra, non singole azioni individuali in questo spirito, ma una propaganda di massa, anche nell'esercito, che porti alla trasformazione della guerra in guerra civile. Senza avventurarsi in azioni votate alla sconfitta, valutando bene la reale forza delle organizzazioni rivoluzionarie, dovrà essere favorita la concentrazione degli sforzi di tutta la propaganda e di tutta l'agitazione verso l'unione internazionale del proletariato (avvicinamento, solidarietà, intese, secondo le circostanze) ai fini della guerra civile. Sarebbe errato incitare ad atti individuali, come quello di sparare contro gli ufficiali. Al contrario deve essere preparata un'azione di massa (o almeno collettiva) nell'esercito, non di una sola nazione, e deve essere condotto tutto il lavoro di propaganda e di agitazione in questa direzione. In ogni caso, soltanto un'azione in questo senso merita il nome di azione rivoluzionaria. La parola d'ordine che generalizza e dirige quest'azione, che aiuta l'unificazione e la coesione di coloro che vogliono cooperare alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il proprio governo e contro la propria borghesia, è la parola d'ordine della guerra civile.

6. La "lotta rivoluzionaria contro la guerra" è una semplice frase senza contenuto-una di quelle frasi in cui sono maestri tutti gli opportunisti - se, parlando di questa lotta, non si intende parlare di azioni rivoluzionarie contro il proprio governo anche in tempo di guerra. A maggior ragione il rifiuto di prestare servizio militare, lo sciopero contro la guerra, ecc., sono una pura sciocchezza, un sogno misero e vile di una lotta disarmata contro la borghesia armata, l'illusione didistruggere il capitalismo senza un'accanita guerra civile. o una serie di tali guerre.

7. Perciò la nostra parola d'ordine generale deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. E' questa la sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce da tutto lo sviluppo oggettivo del militarismo capitalistico e che è imposta da questo sviluppo. E una tale parola d'ordine deve essere praticata anche preparando concretamente i migliori elementi proletari a mettersi alla testa dell'esercito nel momento in cui il fermento fra il proletariato e la sua forza rivoluzionaria avranno raggiunto la massima profondità.

8. La guerra non può non suscitare nelle masse sentimenti impetuosi che rompono la sonnolenza psichica abituale, e la tattica rivoluzionaria è impossibile se non è in corrispondenza con questi sentimenti nuovi, impetuosi: l'odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia. La "parola d'ordine" della disfatta è l'unica e sola parola d'ordine che sia un appello conseguente all'azione rivoluzionaria contro il proprio governo durante la guerra. L'unica politica di rottura - non a parole - della "pace civile", di riconoscimento della lotta di classe, è la politica per la quale il proletariato approfitta delle difficoltà del proprio governo e della propria borghesia al fine di abbatterli. Ma non si può ottenere questo, non si può tendere a questo senza augurarsi la disfatta del proprio governo, senza cooperare a tale disfatta.