MATERIALISMO DIALETTICO

 

 

 Guerra, Terrorismo e Comunismo 

L’attentato del 11 settembre negli Stati Uniti.

La percezione che l’uomo medio occidentale ha del sistema di vita, come si è prodotto storicamente, è stata letteralmente spazzata via dagli avvenimenti dell’11 settembre scorso. In America 4 aerei di linea sono stati dirottati e pilotati verso obiettivi simbolo della potenza economico – militare degli Stati Uniti: le due torri del World Trade Center, dove passa la maggior parte delle contrattazioni commerciali di tutto il mondo, e il Pentagono, sede del Ministero della difesa, mentre sembra che un altro obiettivo fosse addirittura la Casa Bianca e che sia stato mancato per poco. La maggior parte della cosiddetta opinione pubblica mondiale, ben rappresentata da tutti i commentatori cartacei e mediatici, ha espresso allo stesso tempo incredulità e paura, prima ancora di vero e proprio cordoglio per le migliaia di vittime di tali episodi. Incredulità, perché la convinzione beota dell’invulnerabilità della cosiddetta “super potenza” degli USA è veramente totale non solo negli USA, ma anche i tutti i paesi occidentali; paura, perché improvvisamente la prospettiva di un generale impoverimento, da molto tempo colpevolmente temuto ma allo stesso tempo scongiurato, è diventata palpabile con il crollo dei due grattacieli, simbolo della ricchezza occidentale, seguito dal crollo delle quotazioni di borsa. Il cordoglio, lo si legge nelle facce di chi lo esprime, è più di circostanza e di piaggeria che veramente sentito. 

Il fatto è che il vero fondamento dei rapporti sociali ed economici sta emergendo alla superficie. Ciò produce, nel cosiddetto “cittadino medio”, una reazione immediata e spontanea di appartenenza al proprio stato o, comunque, al sistema degli stati occidentali e democratici (quello che comunemente e pretenziosamente viene definito “comunità internazionale”) e specialmente al loro apparato di forza; appartenenza dunque a ciò che, fino ad oggi, ha garantito e protetto le condizioni “dorate”, in cui le popolazioni dei paesi occidentali imperialisti hanno vissuto. Tutti chiedono che il cosiddetto “mondo civile”, aggredito dalla “barbarie” del terrorismo, mostri i muscoli cercando i colpevoli e ribadendo la legge e l’ordine del più forte. E’ per questo che si parla apertamente di atto di guerra: finalmente gli stati imperialisti, che da tempo hanno bisogno di una vera e propria guerra, diventata ormai non più procrastinabile in seguito al continuo proliferare delle guerre locali di quest’ultimo decennio (almeno dalla guerra del Golfo in poi), possono parlare di guerra, dichiarandolo apertamente e coinvolgendo i propri popoli in quella che viene delineata come “guerra sporca” di lungo periodo dallo stesso “capo” del mondo occidentale, il presidente USA Bush. Il risultato ottenuto è proprio quello che lor signori volevano: ora non c’è più bisogno di tutte le pastoie burocratiche e legali dell’ONU per compiere azioni di guerra contro chicchessia; in qualunque momento, e per un tempo lunghissimo, si può fare sia la guerra che la pace e, soprattutto, si possono usare tutte le cosiddette “opzioni” militari, dalle armi chimiche a quelle batteriologiche, perfino quelle nucleari. Finalmente l’ipocrisia di tutti può essere soddisfatta: non si tratta di difendere con le unghie e con i denti i privilegi goduti almeno nell’ultimo secolo e che gli “attentatori” dimostrano di avere la forza di mettere a rischio; dichiararlo pubblicamente non potrebbe produrre l’entusiasmo patriottico che sta montando in tutti i paesi occidentali. Ci voleva “l’aggressore”; ed ora, dopo l’attentato, nuovamente si può dare in pasto alla pubblica opinione (il che vuol dire alla pubblica ipocrisia) la favola di cui ha bisogno: c’è qualcuno che ha aggredito e che ha scatenato una guerra, che nessuno di noi voleva. Dunque nuovamente si può e si deve operare per una totale coesione dei “buoni” contro i “cattivi”. E’ facile ora sostenere che i “buoni” siamo noi, pacifici cittadini del mondo occidentale, civile e sviluppato, e i “cattivi” sono loro, gli incivili che hanno distrutto migliaia di vite innocenti. La favola, come è ovvio, serve a nascondere la verità: l’aggressore c’è e prospera da oltre due secoli; ed è l’aggressore di tutta l’umanità, si chiama capitalismo. 

Ancora una volta, dunque, la verità non è quella che appare. 

Se la paura di perdere le garanzie, che nel mondo dei ricchi da almeno un secolo sono state offerte quasi a tutti, rischia di far dimenticare qual è la situazione mondiale, allora è bene ricordarla:

Nel decennio compreso tra il 1987 e il 1998 il numero di persone che sono state costrette a vivere (si fa per dire!) con meno di un dollaro al giorno è stimato intorno ad un miliardo 175 milioni di persone e, pertanto, senza considerare l'Estremo Oriente (Cina compresa), nel resto del mondo il numero di poveri è notevolmente aumentato. Questa statistica, però, non dice tutto. Un dollaro al giorno è veramente poco. Ma siamo sicuri che due dollari sia davvero una soglia di sicurezza? Nello stesso periodo circa metà dell'umanità ha tirato avanti con quel pugno di spiccioli: quasi tre miliardi di persone, 100 milioni in più del decennio precedente. Un abitante su cinque in Europa orientale, uno su due nell'Estremo Oriente, quattro su cinque in India e nell'Africa nera. Come si vive con meno di due dollari al giorno? Un miliardo e mezzo di persone - un essere umano su quattro - non ha acqua potabile, altrettanti (non necessariamente gli stessi) non ha fogne. Metà degli abitanti dei paesi poveri è lontana chilometri (equivalenti per loro, visti i trasporti, ad anni luce, dal più vicino telefono. Quasi un miliardo di persone non sa leggere e scrivere. Ogni anno, secondo i dati forniti dall’Unicef, l’organismo della Nazioni Unite deputato alla difesa dell’infanzia, 11 milioni di bambini, ovvero 30.500 ogni giorno, muoiono per cause facilmente prevenibili e numerosi altri milioni «si perdono tra i vivi», resi invisibili dalla miseria, non registrati alla nascita, costretti a lavorare come bambini soldato, nei bordelli, ridotti a lavorare in condizioni drammatiche, derubati della salute, della possibilità di crescere, dell'istruzione e spesso della vita. In tutto il mondo, su un miliardo e 200 milioni di persone povere, oltre 600 milioni sono bambini sotto i cinque anni, che cercano di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno; di questi, oltre 200 milioni sono affetti da rachitismo, conseguente alla malnutrizione. "E' un'enorme onta sulla coscienza del mondo - ha detto Carol Bellamy, direttore dell'Unicef - che in ben 41 paesi poveri - dove gli indicatori dello sviluppo umano sono i peggiori del mondo - il debito consumi da tre a cinque volte l'ammontare delle risorse destinate ai servizi essenziali".[1] 

Nel rapporto della F.A.O. del 1999 sullo stato dell’insicurezza alimentare del mondo si considera un risultato ottimale quello di ridurre il numero dei morti per fame entro il 2015 a 400 milioni e, nello stesso tempo, si afferma di ritenerlo impossibile allo stato dei fatti. 

Si tratta di dati che tutti possono conoscere, perché si trovano in centinaia di pubblicazioni cartacee ed elettroniche. Allora, come meravigliarsi del fatto che finalmente l’idea che l’uomo comune occidentale ha avuto del rapporto tra il proprio mondo e l’altro mondo stia per essere smascherata come idea essenzialmente falsa? Tutti gli occidentali, ma proprio tutti (compreso ciò che resta dell’ottocentesco movimento operaio), pensano che la ricchezza accumulata nel mondo dei ricchi sia il frutto della loro capacità e voglia di lavorare, mentre la miseria altrui sia il frutto delle qualità opposte: incapacità ed inedia. Per cui, pur non negando che nel mondo ci sia miseria e fame, tutti sostengono che purtroppo tali spiacevoli situazioni non possono essere cambiate in tempi brevi, nonostante che i governi dei paesi "civili" si adoperino per eliminare "il flagello della fame" dalla nostra "evoluta" società. A nessun borghese, grande o piccolo, a nessun operaio opportunista del nostro mondo "civile", passa per la testa che per il suo benessere (di diversa entità, ma pur sempre benessere) muoiono decine di migliaia di asiatici, africani o latino – americani; nessuno pensa che la ricchezza del mondo occidentale trova la sua origine prima di tutto nella povertà e nella miseria dell’altra parte del mondo. Nessuno lo pensa nel mondo occidentale, ma forse questa è proprio l’idea che nell’altro mondo comincia a farsi strada. E se nella prima idea, come in ogni idea, ci sono indubbiamente alcuni aspetti di verità, la seconda è quella che corrisponde più direttamente al fondamento di ciò che regola e determina i rapporti sociali, corrisponde cioè alle esigenze di accumulazione mondiale del capitale. Sono state queste esigenze che hanno spinto gli stati occidentali a dominare il mondo, distruggendone le risorse di una parte a vantaggio di tutte le classi sociali dei paesi ricchi. Certamente il vantaggio è stato di diversa natura e diversa entità, a seconda proprio delle diverse classi sociali, ma in tale opera mondiale tutte sono state coinvolte, a cominciare proprio dalla classe operaia, senza l’adesione della quale quest’opera sarebbe stata impossibile. Allora non c’è da meravigliarsi se ci saranno sempre di più moribondi decisi a sparare, o ad usare qualsiasi altra arma, per cambiare questo stato di cose.  

Anzi, a fondamento di ciò che sta accadendo, c’è di più: l’interesse a cambiare questo stato di cose è prima di tutto l’interesse del capitale. Il capitale, inteso come modo di produzione nella sua globalità (non solo di interrelazioni mondiali tra gli stati, ma anche di tutti gli aspetti sociali che vanno dalla produzione alla distribuzione e alla riproduzione),  almeno dalla crisi che dette origine alla prima guerra mondiale, sta asfissiando – ma bisogna porre, come unità di misura temporale, non giorni o mesi, come se si trattasse di singoli individui, bensì decenni se non addirittura secoli - per l’agire della sua legge mortale, la caduta del saggio di profitto medio. L’arma che ha usato per un secolo, quella di distribuire sempre maggiori quote di plusvalore, estorto alla scala mondiale, agli operai occidentali per aumentarne le capacità di acquisto e rendere così più facile la realizzazione dello stesso plusvalore come profitto, è finita o comunque in via di esaurimento. Per continuare a farlo dovrebbe mettere a rischio e minacciare lo stesso fondamento del rapporto capitalistico di lavoro salariato, cioè il rapporto di sfruttamento del lavoro vivo. Allora, perché il capitale possa continuare a resistere, ha bisogno di aumentare massicciamente la produzione mondiale di plusvalore, e lo può fare solo trasferendo risorse e capitale variabile dal nostro mondo all’altro mondo. Ma non può farlo pacificamente, lo può fare solo attraverso guerre e distruzioni e, per dare inizio a questa nuova fase,  ci vuole un nemico.

Ecco le vere ragioni che hanno prodotto l’attentato di New York. E dunque i “cattivi” sono stati generati dai “buoni”: il capitalismo soggiace alla dialettica del suo stesso sviluppo. Nella misura in cui esso diventa sempre più “globalizzato”, i suoi “nemici” rischiano di svanire e allora deve diventare nemico di se stesso: non sono forse all’interno delle stesse centrali imperialistiche le forze cosiddette “oscure” che hanno organizzato l’attentato? Un conto sono gli esecutori, un altro è quella che alcuni acuti osservatori definiscono “la cupola”, una cupola che va cercata soprattutto nelle centrali finanziarie e militari occidentali. 

Impotenza degli strumenti pacifici ed inevitabilità della guerra.  

Se andiamo a scavare le vere intenzioni di entrambi i contendenti, non sono tanto diverse quelle dei “buoni” e dei “cattivi”, come non lo sono quelle dei “globalizzatori” e degli “antiglobalizzatori”. Tutti vogliono una più equa distribuzione delle risorse mondiali ed eliminare dal mondo la fame e la miseria; tuttavia la divisione sugli strumenti da usare è talmente netta da precipitare il mondo intero in una nuova guerra mondiale. Proprio quello che sosteneva Lenin, nei suoi studi e saggi sull’imperialismo, contro chi anche allora sosteneva la possibilità di conseguire buoni risultati, sulla strada dello sviluppo economico mondiale, per vie pacifiche.

Proprio gli ultimi avvenimenti dimostrano che gli strumenti pacifici sono impotenti perfino per distribuire più equamente la ricchezza in tutto il mondo indipendentemente da dove viene prodotta, come sognano tutte le componenti del movimento cosiddetto “no – global”; figuriamoci per trasferire veramente risorse reali in termini di capitale produttivo di plusvalore. Produzione e distribuzione non sono fasi separate: non si può produrre in un luogo e distribuire in un altro a migliaia di chilometri di distanza ed in maniera del tutto scollegata; questo può essere fatto eccezionalmente sotto forma di aiuti, ma poi a lungo andare gli stessi aiuti diventano un “businnes” a vantaggio degli stessi ricchi.  

Lo dimostrano proprio i due strumenti, che, in questi ultimi anni, sono stati tra i più osannati come mezzi efficaci per conseguire gli scopi redistributivi a vantaggio dei paesi poveri: quelli della remissione del debito e del commercio equo e solidale.  

A proposito di quest’ultimo, dopo molti anni di attività, le cosiddette “ATOs” (Altenative trade organizations) hanno sperimentato e messo a punto una serie di strumenti operativi per permettere (stando a quanto da loro sostenuto) ai piccoli produttori di migliorare la loro esistenza. Non più quindi soltanto aiuti generici in denaro o viveri, ma strumenti mutuati dalla più pura economia politica, quella che Marx sprezzantemente definiva “volgare”. I più noti ed importanti tra questi strumenti sono infatti:

1.      la continuità del rapporto diretto tra produttore e organizzazione commerciale (le stesse “ATOs”), che garantisca  ai produttori un introito sicuro per un periodo di tempo ben definito, e permetta loro di impostare piani di produzione e investimenti non condizionati dall'assillo quotidiano delle vendite;

2.      prezzo equo e solidale, tale cioè che sia trasparente, concordato, stabile e fisso, al fine di evitare speculazioni ed essere coerenti con la politica della trasparenza;

3.      forme vantaggiose di finanziamento: la grande maggioranza degli operatori di piccole dimensioni non ha accesso al credito e non dispone di nessuna forma di tutela rispetto all'operato degli intermediari finanziari locali. Diviene quindi fondamentale fornire, all'atto della conferma dell'ordine di acquisto inviato dall'ATOs, una parte del valore della fornitura (fino al 50%) per consentire ai produttori l'acquisto delle materie prime da trasformare. Successivamente, all'arrivo della merce, viene saldato l'importo di acquisto.

Gli obiettivi dichiarati, generalmente, sono i seguenti:

1.      Promuovere migliori condizioni di vita nei paesi economicamente meno sviluppati, rimovendo gli svantaggi sofferti dai produttori per facilitarne l'accesso al mercato.

2.      Divulgare, tramite la vendita di prodotti, informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, favorendo e stimolando così nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello economico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo.

3.      Organizzare rapporti commerciali e di lavoro senza fini di lucro e nel rispetto e valorizzazione delle persone.

4.      Promuovere i diritti umani, in particolare dei gruppi e delle categorie svantaggiate.

5.      Mirare alla creazione di opportunità di lavoro a condizioni giuste tanto nei Paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati.

6.      Favorire l'incontro fra consumatori critici e produttori dei Paesi economicamente meno sviluppati.

7.      Sostenere l'auto sviluppo economico e sociale.

8.      Stimolare le istituzioni nazionali ed internazionali a compiere scelte economiche e commerciali a difesa dei piccoli produttori, della stabilità economica e della tutela ambientale.

9.      Promuovere un uso equo e sostenibile delle risorse.

In conclusione, se eliminiamo le frasi roboanti senza alcun contenuto (vedi il punto 3. – “rapporti commerciali senza fini di lucro”!!, oppure il punto 7. – “auto sviluppo”?!), il fine ultimo dell'azione delle ATOs risiede nel tentare di porre i piccoli produttori in condizioni di riuscire ad operare nel mercato tradizionale con un maggiore potere contrattuale attraverso l’associazionismo. Cosa che avviene nelle relazioni commerciali da sempre. Inoltre, per ammissione delle stesse ATOs, la loro azione è transitoria, in quanto termina nel momento in cui il produttore raggiunge una propria forza competitiva; a quel punto l'organizzazione si rivolgerà ad altri produttori in difficoltà. Si configura così semplicemente un particolare settore di affarismo: quello dell’aiuto dei piccoli produttori in difficoltà, stimolando le istituzioni nazionali e internazionali a difendere i piccoli produttori, la tutela ambientale e chi più ne ha più ne metta.. Come si possa pretendere che da ciò nasca un nuovo modo di produzione, o “un nuovo modello di sviluppo” come loro dicono, è semplicemente un mistero.

Sul piano della teoria (si fa per dire!) in tutto ciò è implicita la tesi che nella produzione, anche se obbedisce alle leggi capitalistiche, non ci sia niente di male. Il male dipenderebbe tutto dal commercio, e dunque basterebbe sostituire i commercianti immorali con commercianti solidali con i produttori – piccoli naturalmente – per avere anche una distribuzione non più avida e perversa (affamatrice appunto dei piccoli produttori), ma una diversa distribuzione, in regola con i principi dell’equità e della solidarietà.

Si tratta di tesi notoriamente smontate da Marx circa un secolo e mezzo fa, quando dimostrò che il plusvalore non poteva nascere nella sfera della distribuzione, come pensa ogni buon imprenditore capitalista, sia che operi nella produzione che nel commercio. Il plusvalore, e dunque il fondamento di ogni rapporto capitalistico di sfruttamento, non può che sorgere nella produzione e, una volta ammessa la produzione sulla base del plusvalore, la circolazione delle merci avviene sempre al suo valore, e dunque al suo “equo” valore. Tuttavia, anche senza scomodare dimostrazioni e citazioni complesse, le tesi del “Commercio equo e solidale” non reggono a queste semplici osservazioni:

1.      i produttori sono anche commercianti;

2.      i piccoli produttori, se hanno dei profitti, tendono a diventare grandi produttori; e il grande capitalismo industriale è stato storicamente ed è attualmente uno dei più spietati strangolatori di possibili concorrenti più deboli, senza parlare poi della loro fame inesauribile di sfruttamento del lavoro altrui.

Altro strumento pacifico sbandierato in questi ultimi tempi come un buono strumento per conseguire una più equa distribuzione delle risorse è quello della remissione del debito ai paesi poveri. Il problema del debito estero dei paesi poveri è nato negli anni '70 all'epoca delle due crisi del petrolio. La prima crisi (metà anni ’70) rese le condizioni operate sui mercati finanziari internazionali molto convenienti, favorendo l'accensione di prestiti, ma di fronte alla seconda (fine anni ’70) i paesi industrializzati, e in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, reagirono con politiche che ebbero come conseguenza l’acuto rialzo dei tassi di interesse e del valore del dollaro, rendendo il peso dei debiti contratti molto più oneroso. I paesi in via di sviluppo si trovarono in brevissimo tempo a dovere alle banche somme enormi, molto diverse da quelle che avevano previsto nei programmi di rimborso, che non erano in grado di pagare. E così i prestiti ai paesi poveri diventarono un ulteriore strumento di accumulazione nei paesi ricchi. Anche a prescindere dal cattivo uso, che, in diversi casi, i governi corrotti e autoritari dei paesi poveri fecero del denaro ricevuto in prestito.

Quando, nel 1982, la crisi del debito internazionale venne a galla, da un lato, i grandi enti finanziatori avevano fatto enormi affari con la riscossione già avvenuta degli interessi indipendentemente dalla restituzione del debito, e, dall’altra, si chiamarono ad intervenire gli stati. Si proposero ai debitori nuove scadenze e i governi dei paesi creditori, sia direttamente, sia attraverso gli organismi multilaterali (cioè la Banca mondiale e il Fondo Monetario internazionale), procurano ai paesi poveri nuove risorse finanziarie. Di fatto i finanziamenti di origine pubblica servirono indirettamente a sanare i debiti con le banche e oggi l’esposizione dei paesi debitori, originariamente nata con le grandi banche private internazionali, è in massima parte verso i governi degli stati ricchi. Così l’eventuale remissione del debito non costerà niente a chi privatamente ha già fatto enormi affari e guadagni, senza restituire una lira ai paesi poveri già strangolati con gli interessi pagati.

Dal 1982 a oggi la situazione non è molto cambiata. Oggi il debito estero dei paesi in via di sviluppo supera i 2000 miliardi di dollari, quasi due milioni di miliardi di lire. In Africa, secondo i dati ufficiali, la spesa per pagare ogni anno gli interessi è quattro volte superiore a quella destinata a finanziare il sistema sanitario e quello scolastico. Questo accade in paesi in cui la mortalità infantile entro il quinto anno di età è spesso superiore al 20% della popolazione.

L’unica cosa “concreta” è stata la sollecitazione verso il governo italiano, da parte della chiesa e delle organizzazioni cattoliche, perché si facesse almeno qualcosa entro la fine del 2000, dell’anno giubilare. Almeno questo, secondo la XLVII Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana Collevalenza, 22-26 maggio 2000, ha permesso di mantenere “la speranza che l’appello del Santo Padre possa iniziare ad essere concretamente accolto in modo consistente e significativo”. Tanto è vero che, finito il Giubileo, il tema della remissione del debito è letteralmente sparito, salvo che nelle riunioni del G – 8, dove serve soprattutto a prendere impegni verbali, puntualmente disattesi.  

In conclusione non ci sono strumenti cervellotici per impedire al capitalismo di essere quello che è. Se mai pochi marxisti hanno veramente capito la vera natura del capitalismo e, dunque, sono stati capaci di individuare chiaramente l’unica rotta necessaria per l’abbattimento di quest’ultimo modo di produzione della “preistoria umana” fondato sulla lotta e i conflitti di classe: il capitalismo appunto. L’imperialismo, fase ultima del capitalismo, non è uno specifico modo di produzione, è il risultato inevitabile dello sviluppo delle categorie capitalistiche. Tra base economica e politica imperialista c’è un nesso inscindibile: lo sviluppo della concentrazione capitalistica ha come conseguenza inevitabile la caduta del saggio di profitto e da ciò nasce la ricerca spasmodica di spazi economici in cui sia possibile realizzare tassi di profitto maggiori. Di conseguenza, è ineliminabile la tendenza dei maggiori stati imperialisti alla continua spartizione e rispartizione del mondo in zone d'influenza. Si tratta, come è noto, della tesi che Lenin afferma in molti testi, ed in particolare in "Imperialismo, fase suprema del capitalismo". I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente al capitale", "in proporzione alla forza", poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. E dunque va manifestata e misurata. Ecco perché le alleanze "inter imperialiste" non sono altro che "un momento di respiro" tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono l'alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta. (Parola di Lenin

La soluzione marxista: disfattismo rivoluzionario e guerra rivoluzionaria 

La soluzione è una sola: non può essere l’invenzione di nessuno, tanto meno di fanatici gestori di un  capitalismo più austero, ma non meno pestifero, come sono le organizzazioni del “terrore islamico” sia al governo di alcuni stati che all’opposizione. Essa è il prodotto dello stesso capitalismo. Il precipitarsi nella guerra di tutto il mondo implica la necessità di chiamare a raccolta tutti i popoli: il popolo dei paesi ricchi, in nome della solita democrazia violata e dei diritti civili calpestati, della civiltà contro l’inciviltà; quello dell’altro mondo in nome della dignità calpestata e della vendetta contro secoli di ingiustizie. Ai primi bastano principi cosiddetti “civili” della tradizione liberale ed illuministica; gli altri, invece, più rozzi e “primitivi”, hanno bisogno del richiamo religioso all’islamismo integralista e fondamentalista. E’ ciò che già sta avvenendo. Dunque, il periodo storico che si è aperto è un periodo lungo di distruzione e di violenza, che necessariamente riprodurrà, anche nei paesi occidentali, condizioni di esistenza veramente proletarie e, di conseguenza, riprodurrà il movimento proletario internazionale. L’unico movimento che, diretto dal Partito Comunista, possa proporsi di distruggere gli apparati militari dal loro interno – unica possibilità di strangolare lo stato imperialista con la rivoluzione comunista - e diano inizio alla dittatura proletaria mondiale per la distruzione del capitalismo e la nascita di una società a vera misura di specie. E’ una prospettiva ed un piano tattico che non si discostano di un millimetro dalle posizioni elaborate da Lenin di fronte alla prima guerra mondiale.  

La prima guerra mondiale ha dimostrato l'esattezza della tesi marxista della inevitabilità delle guerre in regime capitalistico. Essa è stata riconfermata dalla seconda guerra mondiale. Alla vigilia della terza, per molti commentatori già iniziata, e di fronte alla perdurante impotenza del movimento comunista e alla perdurante assenza di ogni organizzazione comunista, bisogna non perdere il lume della teoria e ricordare che non si può sapere quante guerre imperialiste verranno scatenate dagli stati imperialisti, ma ciò che si può affermare per certo è:  

- con la prima guerra mondiale si è aperta l'epoca della conquista violenta del potere da parte del proletariato alla scala mondiale e del suo esercizio in forma dittatoriale per il passaggio al comunismo;

- la conquista del potere non presuppone, nemmeno in stato di guerra, che la lotta rivoluzionaria avvenga simultaneamente in ogni stato;

- la conquista del potere potrà avvenire o durante la prossima guerra tra gli stati imperialisti, oppure in una fase di pace tra gli stessi stati. In ambedue i casi sarà lo stesso stato proletario a promuovere, nei tempi e nei modi ritenuti più opportuni, una guerra mondiale rivoluzionaria contro gli stati e gli eserciti ancora in mano alla borghesia;

- nell'ipotesi di una nuova guerra tra stati imperialisti che si concluda senza una adeguata ripresa della lotta rivoluzionaria del proletariato, come è accaduto con la seconda guerra mondiale, il suo risultato è positivo per il capitalismo, in quanto potrà continuare a prosperare in una situazione sociale ed economica a lui favorevole determinata proprio dalle distruzioni arrecate dalla guerra.

Nell'epoca aperta dalla prima guerra mondiale non sono più ammissibili obiettivi intermedi di natura politica nell’area storica occidentale a rivoluzione diretta e, quindi, è diventata inadeguata ogni forma di tattica antimilitarista tipica del periodo storico precedente il 1914, anche nella sua versione di sinistra codificata nelle risoluzioni di Stoccarda e di Basilea, che pure rappresentano il punto più elevato di lotta rivoluzionaria conseguente nel periodo pre-1914. Da allora l'imperialismo è stato in guerra permanente alla scala mondiale e il problema dell'evitabilità della guerra ha avuto senso solo per gli stati imperialisti occidentali, in quanto la solidità del loro potere si fonda sulla alleanza tra borghesia e classe operaia occidentale, che potrebbe essere rimessa in discussione proprio da una nuova guerra tra di loro.

A maggior ragione è da ripudiare ogni forma di pacifismo o di “antiguerrismo umanitario”: non si tratta solo di un errore teorico, ma anche di un vero e proprio tradimento politico, in quanto si oppone alla specifica preparazione rivoluzionaria del proletariato che potrà avvenire solo se non viene messo mai in discussione il principio della necessità di prepararsi ad opporre alla violenza dell'avversario una violenza ancora maggiore. Troppo spesso ad una preparazione di questo tipo sono stati frapposti ostacoli “umanitari”!  

Pertanto, nell'ipotesi di una nuova guerra mondiale imperialista, che scoppi e prosegua anche prima della rinascita di un consistente movimento rivoluzionario proletario, il partito, consapevole del fatto che con la nuova guerra si apre la possibilità della stessa rinascita o di un adeguato rafforzamento di un nuovo movimento proletario rivoluzionario, consapevole del fatto che oggettivamente la guerra tra stati tende inevitabilmente a trasformarsi in guerra civile e a temprare la classe rivoluzionaria per il raggiungimento dei propri massimi scopi, dovrà uniformare la sua azione ai seguenti punti fondamentali.

Tutta l’attività del partito deve essere ispirata dalla convinzione che il grado eccezionalmente alto di sviluppo del capitalismo mondiale in generale e, in particolare, proprio gli orrori, le calamità, le devastazioni, le atrocità generate dalla guerra imperialistica, tutto questo abbia convertito il capitalismo, fin dallo scoppio della prima guerra mondiale, nel processo storico che ha dato inizio all'era della rivoluzione comunista mondiale. Ciò è indipendente dalla reale forza contingente del movimento e del Partito Comunista e pertanto il lavoro di partito deve essere comunque diretto alla preparazione diretta e onnilaterale del proletariato alla conquista del potere politico, senza più porsi obiettivi intermedi.

In questa visione c’è ovviamente lo spazio necessario anche per la tradizionale attività sindacale di classe, sia nel periodo precedente la rinascita del sindacato di classe, sia dopo la sua rinascita. C’è però da sottolineare un aspetto: solo per gli opportunisti è ridicola l'idea che, proprio nel momento della massima crisi generata dalla guerra, si possono e si devono creare delle organizzazioni rivoluzionarie illegali. Al massimo, la considerano un’idea anarchica. La gente è talmente corrotta e istupidita dalla legalità borghese, che non può neppure comprendere l'idea della necessità di altre organizzazioni, illegali, per dirigere la lotta rivoluzionaria. La gente è giunta ad immaginarsi che i sindacati legali, esistenti per autorizzazione dello stato e della sua polizia, siano il limite oltre il quale non si può andare, come se conservare tali sindacati come organizzazioni dirigenti, nel periodo della crisi bellica, fosse cosa anche soltanto pensabile. Al contrario, sarà compito del partito sostenere che anche l’organizzazione sindacale di classe dovrà rinascere e mantenersi, durante il periodo bellico, soprattutto in forme illegali.

L’attività principale del partito dovrà comunque essere il lavoro di propaganda della lotta di classe nell'esercito, volto a trasformare la guerra tra i popoli in guerra civile, nella convinzione che sia l'unico lavoro decisivo per le sorti della rivoluzione nell'epoca del conflitto imperialista armato delle borghesie di tutti i paesi.

Una caratteristica distintiva dell’attività del partito sarà il ripudio di ogni parola d’ordine che faccia riferimento in qualche modo al disarmo. Il partito sosterrà invece:

1.      armamento del proletariato e disarmo della borghesia;

2.      repressione totale e spietata della resistenza degli sfruttatori;

3.      lotta fino alla vittoria sulla borghesia di tutto il mondo, tanto nella guerra civile interna quanto nelle guerre rivoluzionarie internazionali.

A maggior ragione è sbagliata la parola d'ordine della "pace". La parola d'ordine deve essere quella della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Non sabotaggio della guerra, non singole azioni individuali in questo spirito, ma una propaganda di massa, anche nell’esercito, che porti alla trasformazione della guerra in guerra civile. Senza avventurarsi in azioni votate alla sconfitta, valutando bene la reale forza delle organizzazioni rivoluzionarie, dovrà essere favorita la concentrazione degli sforzi di tutta la propaganda e di tutta l'agitazione verso l'unione internazionale del proletariato (avvicinamento, solidarietà, intese, secondo le circostanze) ai fini della guerra civile. Sarebbe errato incitare ad atti individuali, come quello di sparare contro gli ufficiali. Al contrario deve essere preparata un'azione di massa (o almeno collettiva) nell'esercito, non di una sola nazione, e deve essere condotto tutto il lavoro di propaganda e di agitazione in questa direzione. In ogni caso, soltanto un’azione in questo senso merita il nome di azione rivoluzionaria. La parola d'ordine che generalizza e dirige quest'azione, che aiuta l'unificazione e la coesione di coloro che vogliono cooperare alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il proprio governo e contro la propria borghesia, è la parola d'ordine della guerra civile.

La "lotta rivoluzionaria contro la guerra" è una semplice frase senza contenuto - una di quelle frasi in cui sono maestri tutti gli opportunisti – se, parlando di questa lotta, non si intende parlare di azioni rivoluzionarie contro il proprio governo anche in tempo di guerra. A maggior ragione il rifiuto di prestare servizio militare, lo sciopero contro la guerra, ecc., sono una pura sciocchezza, un sogno misero e vile di una lotta disarmata contro la borghesia armata, l'illusione di distruggere il capitalismo senza un'accanita guerra civile. o una serie di tali guerre.

Perciò la nostra parola d'ordine generale deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. E' questa la sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce da tutto lo sviluppo oggettivo del militarismo capitalistico e che è imposta da questo sviluppo. E una tale parola d’ordine deve essere praticata anche preparando concretamente i migliori elementi proletari a mettersi alla testa dell'esercito nel momento in cui il fermento fra il proletariato e la sua forza rivoluzionaria avranno raggiunto la massima profondità.

La guerra, specialmente nel suo svilupparsi in forme sempre più odiose e distruttive, non può non suscitare nelle masse sentimenti impetuosi che rompono la sonnolenza psichica abituale, e la tattica rivoluzionaria è impossibile se non è in corrispondenza con questi sentimenti nuovi, impetuosi: l’odio contro il proprio governo e contro la propria borghesia. La "parola d'ordine" della disfatta  è l'unica e sola parola d'ordine che sia un appello conseguente all'azione rivoluzionaria contro il proprio governo durante la guerra. L'unica politica di rottura - non a parole - della "pace civile", di riconoscimento della lotta di classe, è la politica per la quale il proletariato approfitta delle difficoltà del proprio governo e della propria borghesia al fine di abbatterli. Ma non si può ottenere questo, non si può tendere a questo senza augurarsi la disfatta del proprio governo, senza cooperare a tale disfatta. 

In conclusione, a tutti coloro che manifestano solo incredulità e ribrezzo per gli orrori della guerra e degli atti terroristici dedichiamo queste parole conclusive di Lenin: 

“La predicazione kautskiana del « disarmo », indirizzata ai governi attuali delle grandi potenze imperialistiche, è la forma più abietta di opportunismo, di pacifismo borghese, e serve di fatto — nonostante le « pie intenzioni » dei nostri melliflui kautskiani — a distogliere gli operai dalla lotta rivoluzionaria. …

Una classe oppressa che non cercasse d’imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava….

Dinanzi a questo fatto, si propone ai socialdemocratici rivoluzionari di formulare la « rivendicazione » del « disarmo »! Ciò equivale a rinnegare integralmente il punto di vista della lotta di classe, a rinunciare  del tutto all’idea della rivoluzione. La nostra parola d’ordine deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. E’ questa la sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce da tutto lo sviluppo oggettivo dei militarismo capitalistico e che è imposta da questo sviluppo.

Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima.

Se la guerra attuale provoca nei socialisti cristiani reazionari, nei piccoli borghesi piagnucoloni soltanto orrore e paura, soltanto avversione per l’impiego delle armi, per il sangue, la morte, ecc., noi dobbiamo ­dire che la società capitalistica è stata e sarà sempre un orrore senza fine. E, se oggi la guerra, la più reazionaria di tutte le guerre, prepara a questa società una fine piena d’orrore non abbiamo alcun motivo di abbandonarci alla disperazione. Eppure, per il suo significato oggettivo, la «rivendicazione» del disarmo — o meglio il sogno del  disarmo – altro non è che un segno di disperazione in un’epoca in cui, sotto gli occhi di tutti, la borghesia stessa prepara con le sue forze la sola guerra legittima e rivoluzionaria, cioè la guerra civile contro la borghesia imperialistica.”[2]


[1]  La Repubblica, 21.08.2000

[2] Brani tratti da Lenin, Sulla parola d’ordine del disarmo, ottobre 1916, o.c. XXIII, pag. 93 - 94