MATERIALISMO DIALETTICO

    DIALETTICA O MOVIMENTO

MATERIALISMO STORICO E DIALETTICO

È opinione corrente fra gli storici della filosofia che fra il pensiero di Marx e quello di Engels esistano differenze da non trascurare. Parrebbe ad essi che il primo rimanesse più ancorato ai fatti e all'indagine delle cose umane ed anche se, per suo scorno, intendeva scoprire leggi della società, avesse almeno chiaro che queste hanno solo fondamento storico, cioè passeggero. Il secondo invece si perdeva in voli astratti e sovrastorici, in specie quando pensava di aver scoperto nella dialettica il motore universale della natura. Per questi talleri, il primo sarebbe metastorico e il secondo metafisico.

Se poi tutta la cosiddetta cultura moderna, dando per scontato che le cose umane sono di fatto indeterminabili, ha sempre rimproverato a Marx di voler fare della storia una scienza, in particolare attraverso lo studio della società e dell'economia politica, perlomeno si è sempre genuflessa di fronte al sua genialità. Gli ha sempre "obtorto collo" riconosciuto di aver fondamentalmente ragione sugli effetti deleteri del capitalismo: del resto basta girarsi un po' in torno per rendersi conto del grado disumanità in cui ci ha gettato questo modo di produzione.

Il "povero" Engels, invece, ha fatto sempre la figura del sognatore tapino. Visto come un utopista mascherato da rivoluzionario, pare abbia avuto soprattutto la fortuna di essere amico dell'altro, il genio, e semmai gli si riconosce il merito di avergli fatto, talvolta, da segretario e di averlo, spesso, mantenuto. Ma per quanto riguarda la "densità" del suo pensiero, tutte le moderne baronie del sapere ci dicono che esso tende spesso a sconfinare nella metafisica, poiché vede nella natura un principio, il movimento, e questa per questi cialtroni è una colpa imperdonabile. Di qui la distinzione fra materialismo storico (quello di Marx) e materialismo dialettico (quello di Engels), ormai divenuta opinione corrente.

In realtà per quei due fraterni compagni il problema non si poneva. Si trovarono d'accordo su tutte le questioni che la loro epoca mise loro innanzi, dalle scelte politiche a quelle teoriche, dalle posizioni da prendere di fronte alla storia e alle indicazioni da dare al proletariato. Pareva che fossero gemelli tanto tendevano a dare la stessa risoluzione ad un medesimo problema. Ma non erano nemmeno parenti.

Erano, come essi stessi si definivano, gli applicatori di un metodo di indagine razionale a tutti gli accadimenti umani, e questo metodo non si sono mai vergognati a dire che lo hanno copiato da Hegel. Certo la loro dialettica poggiava le sue solide basi sui fatti materiali, e lo spirito altro non era che in risultato dell'evoluzione della natura e dell'uomo, ma gli schemi interpretativi erano quelli del "cane di Tubinga".

Fra i due, di materialismo storico e di materialismo dialettico ha sempre parlato indistintamente Engels, più che Marx. Quest'ultimo preferiva il semplice termine di dialettica, magari accostata all'attributo razionale.

"Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e pei suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche del suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza." (K. Marx, Il Capitale, Proscritto alla seconda edizione)

Ma quale forma può avere la dialettica se non quella razionale? Potrebbe avere quella idealistica hegeliana, ma si tratterebbe di cattiva dialettica. La dialettica in sé per sé è scandalo e orrore per la borghesia. Come stupirsi che più nessuno oggi si definisca dialettico.

Il "vecchio Hegel", conformista professore universitario prussiano che vedeva nello stato imperiale la personificazione dello spirito etico, come poteva far scandalo? Eppure, come si disse di Socrate, accusato di corrompere i giovani incitandoli alla ricerca continua, il suo metodo, travalicando i suoi stessi propositi, presupponendo la ricerca del vero, della trasformazione di tutto ciò che esiste nel non esistente e viceversa, dell'inevitabile passaggio da questo stato di cose ad uno superiore e diverso, inorridiva e inorridisce i depositari del pensiero dominante. E la borghesia ha orrore di prendere atto che dovrà accomodarsi fuori dalla storia: dovrà perire ed il suo becchino storico prima o poi dovrà sotterrarla. Nella dialettica è contenuto il concetto di negazione e trasformazione dell'esistente. Nulla la può intimidire! La verità trova la forza in se stessa. Essa è rivoluzionaria per sua essenza: la vera natura della dialettica è di essere rivoluzionaria.

Engels, da parte sua, in numerosi scritti, nell'affrontare i rapporti fra marxismo e filosofia, definisce il suo metodo e quello del suo caro amico differentemente a seconda dei casi. Quando parla della storia usa il concetto di materialismo storico, quando parla di fenomeni fisico - naturali usa materialismo dialettico. A lui preme essenzialmente mostrare come la provenienza hegeliana abbia trovato fondamento nello studio materiale della storia e della scienze positive. Vuole distinguersi nella continuità.

Una cosa appare evidente analizzando l'opera integrale dei due padri del comunismo scientifico (altra definizione coniata da Engels): i due si erano divisi i compiti. Marx si occupò, per l'ultimo trentennio della propria esistenza, di economia politica, perché questa è il fondamento di ogni scienza sociale che si rispetti, precisamente dell'analisi della struttura economica, del cosiddetto modo di produzione. Engels, invece, pur spaziando in molti campi dello scibile umano, si concentrò sullo studio della natura e delle scienze. Ma per quanto riguarda il metodo di indagine, che entrambi applicarono agli argomenti che presero in esame, non può esservi dubbio alcuno che tutti e due fossero hegeliani "fino al midollo".

Del resto la chiave per capire il marxismo è lo studio della filosofia hegeliana. Lo aveva ben chiaro Lenin, quando annotava sui suoi quaderni di appunti alla studio della "Scienza della Logica":

" Non si può comprendere in pieno Il Capitale di Marx, ed in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la Logica di Hegel. Di conseguenza dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!" (Lenin, Quaderni filosofici)

Bisogna dunque studiare bene e capire tutta la Logica di Hegel, compito invero non facile! È significativo che Lenin dica che nessun marxista, lui compreso, abbia fino al 1914 capito in pieno Marx. Egli si riferisce evidentemente ai marxisti che andavano di moda nella II Internazionale: Kautsky, Plekhanov, Liebknecht, Labriola. Non si può certo imputare ad Engels di non aver capito Marx.

TEORIA E RIVOLUZIONE

Senza teoria niente rivoluzione. Parole lapidarie, che esprimono il senso del lavoro nella continuità di generazioni di militanti comunisti. La battaglia teorica, la polemica con le ideologie del nemico di classe, da sempre sono state la premessa delle avanzate successive del movimento proletario internazionale. Per cui vedemmo Marx, Engels, Lenin costantemente polemizzare contro le deviazioni, che ammorbavano il movimento operaio. Mentre la Sinistra impostò la rifondazione del movimento comunista internazionale, proprio traendo le lezioni della controrivoluzione stalinista e riproponendo la dottrina nella sua integrità. Ogni volta che il proletariato è sconfitto i rivoluzionari hanno un compito preliminare da svolgere, ritornare alle origini della teoria, riappropriarsene nei suoi fondamenti di principio e riconfermarla alla luce di ciò che è accaduto. È ciò che è stata chiamata restaurazione teorica.

Nella teoria si sintetizzano gli insegnamenti della nostra storia. Guai se i principi che la infondono fossero contraddetti dalla realtà. Questa, anche quando appare mille miglia lontana dai nostri fini, deve sempre confermare la negazione dialettica dello stato delle cose. Il lavoro di restaurazione, affermazione e conferma della teoria è premessa della possibilità di ottenere vittorie in futuro. Spesso si tratta di analizzare le cause degli errori passati proprio per non ripeterli. Seguire gli avvenimenti, che portarono fior di rivoluzionari a dover scontare errori e sconfitte. Ripercorrerne le polemiche. Far tesori degli sbagli. E condensare queste lezioni in tesi, proposizioni, ma soprattutto atteggiamenti pratici, che impegnino il futuro movimento a non seguire strade, che si sono dimostrate disastrose.

Ma non ci può essere possibilità di cavare le gambe da questo compito se la storia delle molte sconfitte e delle rare vittorie non viene fatta affermando il giusto metodo, la dialettica nella sua accezione materialista. La riproposizione integrale del metodo marxista è comunque premessa di ogni successivo lavoro di approfondimento. E per capire la dialettica bisogna studiare Hegel, ce lo dicono continuamente nelle loro opere proprio Marx ed Engels, ce lo riconferma lo stesso Lenin. Perché quasi sempre, quando di fronte ad un problema si danno due soluzioni diverse, siamo in presenza dell'affermazione di due metodi, ed è dal metodo che dobbiamo quindi partire. Bisogna confrontarsi con concetti come: essere, non essere, movimento, essenza, categoria, negazione, sillogismo, spirito assoluto. Tanto per capirsi l'armamentario classico della filosofia. E bisogna cercare di intendere queste categorie del pensiero così come le intendevano Marx ed Engels. Solo a quel punto saremo in grado di capire l'astrazione dei concetti che essi affermavano, cioè il senso di ciò che essi intendevano. Bisogna che i comunisti studino e capiscano cosa veramente sia la dialettica, cosa vuol dire che gli opposti si compenetrano e cosa è la negazione della negazione. Bisogna esercitarsi nell'applicazione del metodo alle cose di tutti i giorni, affermando la dialettica negli esempi storici e quotidiani. Nella convinzione che nella teoria si condensa progressivamente la verità del movimento comunista, e non si tratta solo della sua memoria storica, ma dello sviluppo dell'organo celebrale della rivoluzione. La teoria diviene così quello che l'intelletto è per il cervello, così come il partito diverrà per la classe quello il cervello è per le membra.

LE TRE LEGGI DELLA DIALETTICA

"La dialettica, la dialettica cosiddetta obiettiva, domina tutta la natura, e la dialettica cosiddetta soggettiva, il pensiero dialettico, non è che il riflesso del movimento che nella natura si manifesta sempre in opposizioni, che con il loro continuo contrastare e con il loro finale risolversi l'una nell'altra, ossia in forme superiori, condizionano la vita stessa della natura." (Engels, Dialettica della Natura, Dialettica)

Gli opposti si compenetrano

Il nostro intelletto, materia che riflette su se stessa, vede le cose così come la natura le mostra. Però i fenomeni naturali ci appaiono in continua contraddizione fra loro, in opposizione apparentemente inconciliabile. Non ha qui molta importanza se questo manifestarsi in opposizione è realmente il normale modo di manifestarsi dell'essere, oppure è il nostro cervello che non può che tenere le cose separate, quindi in opposizione. Sta di fatto che è nel superamento di questa opposizione che l'intelletto razionale fa il primo passo verso la dialettica. Già il solo prendere atto di un proprio limite è il modo per superarlo, per cui anche il solo intuire che la sensazione di opposizione è falsa, è già un primo passo verso il pensiero dialettico.

Le cose appaiono in opposizione fra loro, ma poi constatiamo con nostro stupore che si tramutano una nell'altra. Questo dà all'io un senso di vertigine, di sconforto e di impotenza, dal quale scaturisce l'idea dei filosofi che, in definitiva, la natura sia un gran guazzabuglio, del quale non potremo mai conoscere il senso finale. Fidandoci così della nostra esperienza vediamo un fenomeno ora manifestarsi in una forma ora manifestarsi nel suo opposto, quello che prima era bianco ci appare improvvisamente come nero e viceversa.

Rifacciamoci ad Aristotele, padre del pensiero occidentale. Egli ci dice che la verità dell'essere è l'essenza, la quale si mostra vera attraverso le categorie. Le categorie del pensiero logico le possiamo intendere come dei grandi schemi interpretativi che ci servono per definire le caratteristiche di ciò che abbiamo preso in esame. Sono il modo in cui si determina l'essere. Le più note categorie sono la sostanza, la qualità, la quantità, lo spazio e il tempo. All'interno della sostanza troviamo tutta una serie di principi antitetici, che la determinano, causa ed effetto, atto e potenza, tutto e parte, vero e falso e così via all'infinito. In realtà tutti questi concetti servono a definire i multiformi aspetti che può prendere l'essere.

Ora il pensiero antico cerca appunto la verità come conoscenza delle cause prime, intendendo con ciò i principi primi che hanno condotto l'essere a manifestarsi come tale. Per gli aristotelici ogni cosa o sarà vera o sarà falsa, o sarà in atto o sarà in potenza, o sarà una causa o sarà un effetto, o sarà casuale o sarà determinata e così via fino all'infinito. In questo modo, dato un certo soggetto, uomo o cosa, attraverso l'analisi delle sue caratteristiche si giunge a definirlo come tale, cioè nella sua verità. Questo modo di ragionare soggiace al principio d'identità, secondo il quale la sostanza si esprime o in un modo o nel suo opposto, non può esserci una terza soluzione al problema. In questo senso, se l'essere era la verità in natura, il non-essere ne diviene la falsità. Cioè quello che non possiamo determinare come vero, sarà falso. È questo il modo di ragionare di quella che viene definita logica formale, la quale però a lungo andare si dimostra incapace di raggiungere gli effetti desiderati, non riesce a spiegare la realtà.

La logica scientifica o dialettica viene, invece, a mostrarci come questo modo di separare i concetti ci porti a prendere inevitabilmente delle "cantonate". In natura le cause talvolta sono effetti, il vero talvolta è falso e così via. E ciò si manifesta proprio quando intendiamo assolutizzare le nostre affermazioni. Più "dilatiamo" i concetti, più ci accorgiamo che ciò che era atto diviene potenza e ciò che era causa diviene effetto e viceversa. Gli opposti tendono a tramutarsi l'uno nell'altro, si compenetrano, spesso sono addirittura la stessa cosa. Non è che gli opposti non esistano, come un "facilone" potrebbe intendere, ma esistono a determinate condizioni, e nello stesso tempo tendono a compenetrarsi. In genere comprendiamo questa tendenza alla compenetrazione man mano approfondiamo la conoscenza oggettiva. Di regola dobbiamo attenderci che le basi di partenza ad un certo punto si capovolgano, affinché possiamo proseguire sul cammino del conoscere.

L'intelletto è generalmente abituato ai ragionamenti duali, in cui le forme del pensiero sono in opposizione, proprio perché deve separare per comprendere. Infatti definire altro non vuol dire che tenere separata una cosa dal resto delle altre. Quindi non dobbiamo stupirci che il punto di partenza debba essere l'elenco delle determinazioni dell'essere in questione, ma successivamente l'intelletto ha la capacità di capovolgere questa dualità riconducendola all'unita del sapere, rimanendo ancorato alla più ferrea razionalità scientifica. Questo capovolgimento può avvenire solo nel pensiero dialettico.

Mentre nel pensiero orientale il pensiero logico-formale è spesso superato dialetticamente, come ad esempio nel taoismo o nel buddismo, in occidente, la filosofia prima di Hegel ha sempre proceduto per antinomie. Cartesio, padre del razionalismo, dà per scontato che la "res extensa", la materia, e la "res cogitans", il pensiero, siano due sostanze diverse, che non possano venire in contatto, in definitiva intendersi. Hume, padre dell'empirismo moderno, dubita che al di fuori dell'intelletto vi sia qualcosa che non sia proiezione della nostra fantasia. Kant, verso il quale tutti i filosofi di oggi si genuflettono, ammette qualcosa di materiale al di fuori del pensiero, ma solo per atto di fede, e comunque afferma che questo qualcosa non potrà mai essere conosciuto.

L'idea duale per antonomasia è dunque che il pensiero sia separato dall'essere, l'io dall'oggetto, la sostanza spirituale dalla materia, e così via. Ma dal punto di vista ontologico, delle studio della verità dell'essere, mentre la definizione che oggetto e soggetto siano due entità distinte sembra una grande conquista intellettuale, in realtà è una vera e propria banalità. Seguendo un procedimento logico formale, è molto più difficile spiegare come queste due categorie siano in realtà unite, non separate.

Quando denominiamo la questione, definiamo prima l'oggetto e poi il soggetto, o viceversa, così facendo teniamo separate le due categorie per definizione. Il soggetto pensante è ciò che si separa per comprendere l'essere. Quindi, arrivare alla conclusione che non possiamo capire l'essere perché da esso siamo separati, vuol dire non essersi spostati per niente dal punto di partenza. Questo si chiama ragionamento tautologico. Quello cioè in cui nelle conclusioni vengono mantenute le premesse. Il ragionamento dialettico invece nelle conclusioni non solo contiene le premesse, ma anche il superamento di esse.

L'io è dunque la coscienza che si separa dall'essere per comprenderlo. Assistiamo, nello sviluppo evolutivo della natura verso la conoscenza, prima, ad un separarsi da sé e, poi, ad un riunirsi a sé. Entrambi questi momenti avvengono per negazione. La prima è coscienza della separazione dalle cose. "Definitio est negatio". Per capire bisogna negare, separare, ben delimitare (negare il falso). Per capirsi bisogna definirsi, separarsi, delimitarsi dal resto delle cose, dal tutto, dal mondo. La formazione dell'io, inteso come predisposizione esclusivamente soggettiva alla conoscenza, è un risultato dello sviluppo storico, ed è fondamentale perché è la prima fase del processo attraverso il quale si concepisce l'essere come entità separata ed è quindi la premessa di ogni conoscenza. Attraverso questo processo gli uomini hanno la sensazione di essere separati dal resto delle cose. La formazione del pensiero individuale, come risultato dello sviluppo storico della materia, è dunque negazione della materia stessa: antitesi. Ma nella misura in cui rimane separato dalla materia il pensiero crea le premesse per non comprendere. Questa è una contraddizione che deve essere ontologicamente superata nella seconda negazione: la sintesi. L'essere separato da sé, l'io, capisce di non poter capire (Socrate). Poi capisce che si è separato per capire e cerca di capire (Aristotele). Trova un metodo per capire (Hegel). Ma la possibilità di capire non dipende solo da sé, ma dallo sviluppo dell'essere stesso (Marx-Engels).

Una cosa è certa: la possibilità dell'io di comprendere l'essere presuppone l'ulteriore negazione dell'io stesso. Una negazione, che non è uccisione, ma superamento. L'io deve sparire come categoria logica, nella sua dualità con l'oggetto. Il pensiero deve imparare a superare i suoi connotati: deve spezzare il ragionamento duale, fatto di contrasti e contraddizioni logiche, e per prima cosa lo deve fare intuendo che tali contraddizioni sono frutto di una sua interpretazione del mondo e che, nella realtà, non esistono come contraddizioni assolute, ma come opposti che tendono a compenetrarsi. Deve rompere gli schemi del suo ragionare. Deve capire che l'antinomia delle categorie, nelle quali esso è abituato a conoscere il vero, diventa un limite ad un ragionare, che voglia inglobare l'onnilateralità l'essere. Deve sapere altresì che non solo le categorie logiche, a talune condizioni, si compenetrano e si influenzano e si determinano nei propri opposti, ma si compenetrano si influenzano e si determinano l'una con l'altra. Cioè non solo la quantità si trasforma in qualità e viceversa, non solo lo spazio determina il tempo e viceversa, ma la qualità determina lo spazio e la forma il tempo e così via.

Una mente che fosse in grado di ragionare in questo modo vedrebbe la verità dell'essere e quindi potrebbe "ricongiungersi" ad esso, capire di essere una cosa sola con la natura, la materia, lo spirito. Marx, quando parla del concetto di alienazione, definisce la coscienza della separazione dall'essere, come portato della separazione del prodotto sociale dal produttore. L'uomo è lavoro, il lavoro è alienato, l'uomo è alienato. L'uomo è separato dall'essere, perché il suo essere uomo attraverso il lavoro sociale è separato da lui stesso, il suo è un prodotto sociale, ma l'appropriazione di tale prodotto è individuale. Questo porta alla visione duale della realtà. Quando l'uomo potrà, non solo socialmente produrre, ma anche socialmente appropriarsi del proprio lavoro, allora avrà una visione di sé non più separata dall'oggetto.

La quantità si trasforma in qualità e viceversa

Se dalla natura togliamo dio, come supremo motore dell'universo, rimangono solo una serie di relazioni fra le cose, di cui all'immediato non cogliamo il senso. Queste relazioni che l'uomo tende ad indagare in modo sempre più scientifico, man mano si sviluppano le forze produttive, non sono altro che le leggi della materia. Queste leggi manifestano l'incessante trasformazione delle cose una nell'altra. È un procedere dialettico in cui ogni cosa si tramuta nel suo opposto e viceversa, in un movimento inarrestabile. Ed il pensiero dialettico riflette questo moto perpetuo.

"Per questa filosofia non vi è nulla di definitivo, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null'altro esiste per essa all'infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell'ascensione senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso pensante." (Engels, Ludwing Feuerbach)

Il processo di trasformazione della materia è sostanzialmente una trasformazione verso un continuo affinamento. Anche l'affermazione: "tutto nasce e tutto muore", oppure "tutto passa" risulta non dialettica. Tutto si trasforma continuamente in qualcosa di superiore. Continuamente la quantità si trasforma in qualità, che a sua volta si ritrasforma in quantità. Ed il ciclo prosegue di continuo sempre ad un livello più alto. Si forma una spirale che incessantemente si sviluppa dal centro verso il bordo, in un moto continuo. L'unica nozione assoluta che riconosciamo nella materia è questa ascensione senza fine.

In natura la categoria decisiva è quindi la qualità. Tutte le altre categorie possono essere ricondotte alla categoria qualità, anche se non esiste cosa in natura che non possa essere misurata, delimitata in una quantità.

Ma che cos'è la qualità? Il continuo passaggio dall'essere al niente e viceversa determina la qualità della materia. Come categorie logiche essere e niente sono la stessa cosa; in natura tali categorie sono rilevabili attraverso la mediazione del movimento. Apparentemente questa affermazione può sembrare il solito paradosso dei dialettici. Croce chiamava la dialettica l'arte dei paradossi, ma in realtà non si dà assolutamente niente che non sia uno stato medio tra essere e nulla. Per capire ciò bisogna ragionare plasticamente, elasticamente, in modo da vedere come le cose che sembrano assolutamente separate passano l'una nell'altra, per sé stesse, attraverso ciò che esse sono, tanto che la premessa si toglie via.

La determinazione della qualità avviene attraverso un processo di delimitazione o separazione, in definitiva attraverso una negazione. È così che nell'intelletto si origina il riflesso della realtà: il continuo passaggio dell'essere al niente e viceversa prende forma coma idea determinata nel nostro cervello. Ma questa qualità, che originariamente consideriamo statica, noi sappiamo essere solo una fase di passaggio del continuo movimento dell'essere, fase che contiene già in sé la sua contraddizione, che è la premessa del suo mutamento. Cosa che, come specifica forma dell'attività ideale umana, non nasce solo in modo contemplativo nella testa, ma, con l'aiuto decisivo della testa, nella reale attività oggettiva dell'uomo sociale, che comprende, come strumento fondamentale ed obiettivo di espressione del pensiero, il linguaggio.

La quantità diviene così il grado di intensità della qualità. La quantità presuppone il concetto di misurazione, quindi di numero. La misurazione presuppone il ricorso alle categorie di spazio e di tempo. La quantità misura un qualcosa che dovrebbe restare sempre immutabile. C'è più verde o meno verde in quel colore, ci sono più o meno chilometri in quella strada ed occorre un'ora per percorrerla. Parrebbe che il verde rimanga sempre verde e la strada sia sempre la stessa; ma non è così: aggiungendo o togliendo colore ad un certo punto il verde si tramuterà in qualcos'altro, mentre anche la strada non rimarrà insensibile agli sbalzi di quantità.

Anche la misura, che sembra un dato così certo e sensibile, alla prova dei fatti si dimostra una categoria assai poco determinata. Il metro sarà quel tale pezzo di un tale materiale, che in un tal giorno, in un tal posto, con una tale pressione atmosferica, un tal calore e una tale altitudine, mi daranno una tale misura. Avere le stesse condizioni in un'altra situazione è praticamente impossibile. Per cui se prendo cento metri diversi, avrò cento misurazioni diverse. Ciò non toglie che quando io dico ad una merciaia: "voglio un metro di stoffa", questa intenda una cosa ben precisa.

Spazio e tempo due sono concetti correlati alla quantità dell'essere. Quindi, riassumendo, l'essere si manifesta come rapporto misurabile di qualità e quantità, e ciò può avvenire solo in uno spazio e in un tempo dati. Questo è il modo in cui generalmente il nostro intelletto si avvicina alla realtà.

Ora, nel pensiero, basta fare attenzione a non considerare queste categorie logiche, che altro non sono che il riflesso di ciò che avviene in natura, come un qualcosa di eternamente separato. Se, per definire questi concetti, abbiamo bisogno di tenerli distinti, dobbiamo attenderci che, ad un certo punto del nostro procedere verso la conoscenza, queste categorie, in apparente contraddizione, comincino a compenetrarsi e ad influire l'una sull'altra, a trasformarsi l'una nell'altra. Anzi dobbiamo fin dall'inizio sapere che non ci sarà progresso verso il vero, fino a quando la ricerca non ci imporrà di capovolgere le basi di partenza del nostro cammino. Non dovremo stupirci che la qualità si trasformi in quantità e viceversa, che lo spazio influenzi il tempo e viceversa, ma nemmeno che la qualità si trasformi in spazio in tempo o che la misura cambi in rapporto allo spazio o al tempo, e così via. Tutto ciò non va inteso come eclettismo o pura indeterminazione, ma come elasticità che oggettivamente riflette l'onnilateralità del processo materiale e la sua unità. È la dialettica, è il corretto rispecchiamento dell'eterno sviluppo della materia.

La negazione della negazione

La credenza dell'immaginazione comune che il progresso avvenga senza scosse, in modo da avere un costante aumento quantitativo, è negata dal procedere per salti qualitativi della materia, della natura e della storia. Il continuo passare dall'essere al non essere, dal positivo al negativo, dal nascere al perire, l'apparire dal nulla di elementi non contemplati precedentemente è il normale sviluppo delle cose. Il pensiero logico formale vive ciò come impossibilità di accedere alla verità; il pensiero dialettico, invece, prende atto di questo procedere della natura e predispone in sé gli strumenti logici per comprenderlo.

Il naturale svilupparsi delle antinomie logiche l'una nell'altra, l'incessante trasformarsi della qualità in quantità e viceversa, il mutarsi dello spazio nel tempo e viceversa, altro non è che il riflesso nella nostra mente di continue negazioni improvvise di ciò che era dato per scontato precedentemente. Il continuo compenetrarsi degli opposti l'uno nell'altro, il rivelarsi di concetti contrastanti come medesimi, il negarsi continuo di una cosa nell'altra, il procedere dal nulla al tutto e viceversa, tutti questi sono modi di esprimere il normale sviluppo di tutto ciò che esiste.

L'aumento quantitativo di calore nella materia comporta salti di qualità strutturali, che ci appaiono come cambiamenti improvvisi e, allo stesso modo, l'innalzamento delle forze produttive in economia comporta salti qualitativi nei rapporti sociali fra gli uomini. Quello che pareva essere una condizione del progressivo svilupparsi, improvvisamente si mostra nella sua contraddizione come un obiettivo impedimento, in un incessante ciclo di nascita, sviluppo e morte. Dobbiamo attenderci che dal niente si abbia la nascita e che nello sviluppo sia contenuta la morte, che a sua volta sarà condizione di ulteriore progresso. Per questo dal progresso economico possiamo attenderci delle crisi e delle guerre, ma anche dalle crisi e dalle guerre possiamo attenderci delle rivoluzioni, che saranno la premessa di un successivo sviluppo della storia.

Il pensiero logico formale, cosiddetto sofistico o tautologico, afferma nelle conclusioni soltanto quello che ha posto nelle premesse, senza mai considerare la possibilità di negare, superare o modificare il punto da cui muove. Al contrario, il pensiero dialettico è sempre superamento delle premesse e delle antinomie, che lo sviluppo delle premesse stesse comporta. Se il pensiero, nel suo procedere indagando la natura, non potesse superare le enunciazioni di partenza, sarebbe impossibile lo sviluppo della scienza. La scienza è, infatti, procedere dall'errato al vero, pertanto eventuali premesse errate devono essere accantonate nello sviluppo dell'indagine conoscitiva. La dialettica permette di giungere a queste acquisizioni attraverso un procedere di negazioni di negazioni.

In generale la tesi espressa all'inizio, ad un certo punto del suo sviluppo, si trasforma nella sua antitesi, prima negazione; il successivo sviluppo dell'antitesi comporterà un ulteriore stadio di sintesi, seconda negazione. Alla fine di questo processo, nella sintesi avremo sia l'unione, che il superamento delle prime due premesse. La sintesi sarà qualcosa di quantitativamente e qualitativamente superiore.

L'idea che due negazioni affermino, nel senso che riconducano al punto di partenza, si dimostra così alquanto errata. Nel terzo termine ci può essere il superamento del primo, è così che avviene il progresso del conoscere. In questo progresso le antitesi sono sempre premessa di altre antitesi, ed i termini sono sempre negati da altri termini, dove le sintesi sono nel contempo punti di superamento e premesse per altre negazioni. In questo procedere, non puramente e formalmente antinomico e contraddittorio, si possono accantonare successivamente le premesse erronee, si può disincrostare la verità dalle scorie del falso. In genere questo è il normale procedere del pensiero scientifico.

Anche le usuali figure della logica, alla luce di questa impostazione dialettica, assumono un significato affatto nuovo e vitale. Viene accantonato lo stantio principio di identità ed i suoi correlati logici, il terzo escluso e l'analogia. Il pensiero può spezzare le pastoie della formalità. A sarà uguale non solo ad A, ma anche a non A e, nel contempo, sarà diverso da A e non A. Il pensiero analogico vedrà così sgretolarsi il terreno sotto i piedi. Il sillogismo, nella superiore forma dialettica, potrà così afferrare il complesso senso della realtà. Non ci sarà più il vuoto passaggio deduttivo dall'universale al particolare, a cui fa riscontro l'altrettanto inconcludente induttivo passaggio dal particolare all'universale. Ma il concetto medio assumerà anche la posizione di estremo, e gli estremi potranno essere medi. Il cervello umano, la natura e l'intelletto, tre categorie che teniamo separate per non confondere gli spiriti deboli, potranno interagire integrandosi e separandosi a piacimento in un eterno movimento di ricerca del vero. E di volta in volta potranno essere termine superiore, medio o inferiore - tesi antitesi o sintesi - affermazione, negazione o negazione della negazione - a seconda che l'indagine scientifica lo pretenda.

IL METODO SCIENTIFICO

PENSIERO, MATERIA, ENERGIA

"Il materialismo dialettico non ha più bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle scienze. Tutto ciò che resta, dell'intera filosofia che fino ad oggi si è avuta, è la dottrina del pensiero e delle sue leggi: la logica formale e la dialettica. Tutto il resto passa nella scienza positiva della natura e della storia." ( Engels)

In questo senso la delimitazione del campo d'indagine della filosofia è evidente; essa deve studiare il metodo attraverso il quale l'intelletto raggiunge il vero. È la dialettica il campo di studio della filosofia, oppure, come direbbe Hegel, la scienza della logica. In un certo senso alla filosofia rimane solo lo studio della "metafisica", intesa come scienza del metodo concretamente ancorata alla realtà.

Se la filosofia studia l'organizzazione del pensiero è da "che cos'è il pensiero" che dobbiamo partire. Da materialisti non possiamo non considerare il pensiero come il risultato dell'evoluzione della razza umana, che a sua volta è il risultato dello sviluppo della natura. In definitiva il pensiero è il risultato dello sviluppo della materia. Il pensiero è il modo in cui la materia riflette su se stessa. La materia è in grado di pensare, pensarsi e comprendersi. Il pensiero è un attributo della materia.

"La materia si muove in un eterno ciclo. È un ciclo che si conclude in intervalli di tempo per il quale il nostro anno terrestre non è assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello sviluppo più elevato - quello della vita organica e anzi della stessa vita - occupa un posto ristretto quanto lo spazio nel quale si fanno strada la vita e la coscienza; un ciclo, nel quale tutte le manifestazioni della materia - sole o nebulosa, animale o specie, combinazione o separazione chimica - sono ugualmente caduche. In esso non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si trasforma, eternamente si muove, e le leggi secondo le quali essa si trasforma e si muove. Ma per quanto spesso, per quanto inflessibilmente questo ciclo si possa compiere nello spazio e nel tempo; per quanti milioni di terre e di soli possano nascere e perire; per quanto tempo possa trascorrere finché su un solo pianeta di un sistema solare si stabiliscano condizioni necessarie alla vita organica; per quanti innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire prima che tra di essi si sviluppino animali dotati di cervello pensante e trovino per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita, per essere poi anche essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che in tutti i suoi momenti rimane eternamente la stessa, che nessuno dei suoi attributi può mai andare perduto e che perciò essa deve di nuovo creare, in un altro tempo e in un altro luogo, il suo più alto frutto, lo spirito pensante, per quella stessa ferrea necessità che porterà alla scomparsa di esso sulla terra." (F. Engels, Dialettica della Natura, Introduzione)

Il pensiero si organizza per comprendere la materia e lo fa, attraverso l’intelletto, seguendo schemi logici interpretativi, che in definitiva sottintendono il principio della separazione. Separa la moltitudine di dati che gli si presentano inchiavardandoli nelle categorie: la quantità, la qualità, il brutto e il bello e così via. È la vecchia logica formale aristotelica, non ancora superata nel pensiero dialettico. Ma dal punto di vista della conoscenza duale, cioè della conoscenza che vede separato il soggetto dall'essere, nessun filosofo prima di Hegel ha fatto un serio passo in avanti rispetto alla logica aristotelica. Del resto la distinzione cartesiana fra "rex cogitans" e "rex extensa", fra pensiero e materia, intese come due sostanze separate e incomunicabili, riflette il concetto aristotelico di categoria antinomicamente opposta al suo contrario. Ed il massimo che la filosofia non dialettica abbia saputo esprimere è la concezione kantiana della cosa in sé, del noumeno, una sostanza totalmente posta fuori dal pensiero, tanto da non essere conoscibile, una sorta di riedizione teutonica della dualità cartesiana.

Infine, se si parla materialmente del pensiero, bisogna parlare dell'organo ove esso risiede, il cervello. Ma a tutt'oggi nessuno ancora sa bene cosa sia il cervello umano. Gli scienziati hanno incominciato a studiare le funzioni logiche del cervello, ma ancora non comprendono dove risiedono le capacità di critica, sentimento, decisione cioè tutte quelle di tipo cosiddetto superiore. Quindi la scienza non può venirci incontro nello studio delle superiori attività intellettive. Per cui l'attività della comprensione, la cosiddetta attività critica o di giudizio vengono ancor oggi abbandonati al campo della filosofia.

Addentriamoci dunque nella definizione di materia. Gli antichi la definivano come l'origine di tutte le cose. Come mater, la madre di tutto. Sarebbe sciocco cercare in essa qualcosa di solido in contrapposizione allo spirito. Quando andiamo a vedere che cosa ci sia all'origine della materia troviamo l'atomo, cioè energia che si muove nel vuoto: una astrazione che si muove nel niente. La materia è energia in movimento e l'energia è una forza che lavora. Finora ci siamo mantenuti su concetti come materia, forza, energia, concetti che sono empiricamente indefinibili. La stessa fisica li determina come principi fondanti, che hanno la propria spiegazione nel fatto di non essere mai stati contraddetti in fase sperimentale. Così i fisici si limitano a prendere atto di ciò che definiscono principi e, siccome tutto si muove e si riscalda e viceversa, presuppongono che ci sia qualcosa che lo determina. Essi chiamano questo determinarsi energia e così convengono che questo è il campo di azione del loro lavoro. Si preoccupano perciò di come tutto ciò avviene, disinteressandosi del perché. Il principio è ciò che non si può spiegare, ma che l'esperienza ci dimostra sempre vero, giorno dopo giorno. Una sorta di misticismo empirista, comunque un modo di procedere che non poggia solidamente sul dato sensibilmente certo, come invece gli scienziati vorrebbero dare ad intendere.

Secondo Eistein l'energia è data dalla famosa formula massa per il quadrato della velocità E=mc². Dove E sta per energia, cioè forza, capacità di movimento, lavoro più calore. Mentre m sta per massa, quantità di materia. Infine c è la velocità di movimento dell'una o dell'altra. Tutti i fisici sono più o meno concordi che in questa formula sia racchiuso il segreto ultimo dell'analisi della natura. Vediamo il suo significato ontologico, cioè quello ultimo riferito all'essere. Il simbolo = significa che tutto si muove fra uno stato di energia e di massa in relazione al quadrato della velocità. Questa formula è un'uguaglianza che ci dice che possiamo trovare la materia o sotto forma di energia o sotto forma di massa.

L'energia, come s'è detto, può esprimersi o sotto forma di calore o sotto forma di lavoro. Questo vuol dire che l'energia e ciò che fa spostare gli oggetti o li fa passare da uno stato freddo a uno caldo e viceversa. Da parte sua m è tutto ciò che si può pesare e misurare. Sarebbe un po' come intendere la materia nel senso materiale, fisico del termine, la quantità delle cose, l'insieme degli oggetti. Anche questa massa, nella sua materialità, è un termine misterioso, non si capisce bene cosa sia.

Infine cioè una quantità di movimento che determina il passaggio da uno stadio ad un altro. Infatti se moltiplico la massa per il quadrato della sua velocità ottengo energia, ma se divido l'energia per il quadrato della velocità ottengo massa. Dunque tutta la materia è un continuo passaggio da uno stato di energia ad uno di solidità a seconda della quantità di movimento che determina il processo. Non può esserci energia se non c'è massa, ma non può esserci massa se non c'è energia. Non c'è più energia se faccio sparire il movimento e viceversa. Più la materia si muove e più assomiglia all'energia, più sta ferma e più assomiglia alla massa. Se faccio muovere vertiginosamente la massa ottengo energia, se rallento l'energia ottengo della massa. Ma i passaggi non sono solo quantitativi.

Se vado a vedere cosa c'è alla base della materia trovo l'atomo, cioè energia che si muove secondo un senso compiuto. Se vado a vedere cosa c'è dentro la pura energia ci trovo una piccola massa. Tutto si trasforma dallo stato di energia a quello di massa. Per liberare energie devo spezzare ciò che vincola la massa, la sua conformazione atomica, per creare massa devo imbrigliare energia. La massa è materia che si comporta in modo organizzato, l'energia è materia che ha perso ogni vincolo, in pura libertà.

E il movimento? Questo è dato dalla radice quadrata di tutto ciò che è energia diviso tutto ciò che è massa. Dunque più la materia si presenta sotto l'aspetto di energia e più ci sarà movimento e viceversa. Quando tutta la materia si presenta sotto forma di energia non c'è più movimento e così anche quando si presente sotto forma di massa.

Possiamo postulare l'idea che tutto l'universo sia racchiuso nella formula di Einstein.

Allora, essendo questa un'uguaglianza, la materia o mi si mostra sotto forma di energia o mi si mostra sotto forma di massa. Tutta l'energia dell'universo è data da tutta la massa per il quadrato del movimento e tutta la massa è data da tutta l'energia diviso il quadrato del movimento. Ma che cosa decide se la materia mi si presenta sotto forma di energia o di massa? Evidentemente la categoria movimento. Perché energia e massa sono la stessa cosa espressa in maniera diversa. Sono diverse qualità dell'essere. Perché l'una si trasformi nell'altra occorrono dei salti qualitativi, ma al tempo stesso è la quantità che si trasforma in qualità e viceversa.

Ora, la formula di Einstein ci dice che, siccome in natura non esiste niente che vada più veloce della luce, io posso dare energia alla massa fino alla velocità della luce; oltre questo limite la massa non aumenta di velocità ma non può che aumentare essa stessa. Questo significa molto semplicemente che quello che noi chiamiamo massa altro non è energia che ha superato la velocità della luce e viceversa quello che chiamiamo energia altro non è che massa che è stata fermata. Questa affermazione ad un fisico apparirà una deduzione metafisica, però, dal punto di vista concettuale, ha una sua forza razionale e, dunque, ha valore ontologico. Per gli scienziati infatti, ciò che non si può misurare non esiste, dunque fino a quando non troveranno qualcosa che superi la velocità della luce non avranno mai il coraggio di addentrarsi in salti di qualità. Se guardo l'atomo trovo energia che si muove vorticosamente, e se interrompo questo vorticoso moto di protoni elettroni e neutroni, spezzando questo sistema, libero una quantità spropositata di energia. Dunque la materia si organizza secondo le leggi del movimento, il movimento è il supremo regolatore della materia e ciò avviene non in modo rettilineo ma per salti di qualità.

ESPERIENZA E TEORIA

L'apparente contraddizione, che da sempre divide i filosofi, fra fatti e astrazioni, fra dati empirici e conoscenze razionali, fra finito ed infinito, fra universali e particolari, fra deduzione ed induzione, in definitiva, fra esperienza e teoria, è superata nell'evidenza dialettica che queste categorie trapassano continuamente l'una nell'altra, e pertanto sono la stessa cosa. Questi due corni del problema, queste apparenti contraddizioni, interagendo perennemente, in un continuo processo di conferme e smentite, sovrapponendosi e giustapponendosi in un eterno dibattito, che avviene all'interno dei cervelli umani in evoluzione, rappresentano la forma, che prende il percorso seguito dalla natura per conoscersi, attraverso l'uomo.

Ogni scienza, che voglia definirsi tale, non può che partire dai fatti.

"Siamo tutti d'accordo sul fatto che in ogni campo della scienza, nella natura come nella storia, bisogna prendere le mosse dai fatti a noi dati, nelle scienze naturali quindi dalle diverse forme oggettive e di movimento della materia; che quindi i nessi, anche nella scienza teorica della natura, non debbano essere introdotti bell'e costruiti nei fatti, ma debbono essere scoperti partendo da essi, e, una volta scoperti, debbono essere dimostrati sperimentalmente, per quanto possibile." (Engels, Dialettica della natura, Prima prefazione all' "Antidühring")

Ma la scienza non può essere semplice elencazione dei fatti.

""Noi possiamo conoscere solo il finito ecc.". Questo è del tutto giusto, nel senso limitato che soltanto oggetti finiti cadono nel dominio della nostra conoscenza. Ma la proposizione ha necessità del completamento: "Noi possiamo in definitiva conoscere solo l'infinito". Di fatto, ogni conoscere effettivo, esauriente, consiste soltanto in ciò: che noi con il pensiero eleviamo il singolo dalla singolarità alla particolarità e da quest'ultima alla generalità, che noi ritroviamo e stabiliamo l'infinito nel finito, l'eterno nel caduco. La forma della generalità è però forma chiusa in sé, con ciò infinita; essa è la sintesi dei molti finiti nell'infinito. (…)

La forma della generalità nella natura è legge, e nessuno più dello scienziato naturalista ha sulla bocca l'eternità delle leggi naturali." (Engels, Dialettica della natura, Dialettica)

Dunque la scienza è ricerca di leggi della natura. Dove le leggi altro non sono che il continuo tentativo di ridurre i fatti a generalizzazioni astratte. L'intelletto è il regno dell'astrazione, perché il cervello non può che intendere le cose in maniera astratta. Anche ciò che chiamiamo esperienza, altro non è che rappresentazione astratta della realtà. Il vero è quindi racchiuso nella facoltà dell'intelletto umano di ricondurre il particolare all'universale.

La filosofia empirista vuole costruire una teoria della conoscenza partendo dal dato sensibile. Per questo motivo dice di voler ricorrere solo all'esperienza dei cinque sensi per definire dei principi basilari, per poi passare dal particolare all'universale, attraverso il processo di induzione. Ma voler rimanere alla sola esperienza sensibile vuol dire voler considerare solo cinque lati della possibilità di conoscere, solo cinque rappresentazioni della realtà. Mentre la verità della realtà ha infiniti lati, questa onnilateralità può essere ricomposta solo attraverso un superiore processo conoscitivo di astrazioni che chiamiamo leggi. E ciò è possibile solo attraverso l’uso delle facoltà razionali del cervello umano, un uso tale da implicare e, nello stesso tempo, travalicare la stessa umana attività sensibile.

Per un empirista quello che non si vede non esiste. Questo modo di ragionare porta a conclusioni assurde del tipo "i microrganismi patogeni hanno cominciato ad agire quando il microscopio ce li ha fatti vedere". Ma la gente è sempre morta di peste, anche prima che Yersin ne scoprisse il bacillo, solo che si credeva che fossero gli "untori" a diffondere il contagio. Ed oggi si può ragionevolmente pensare che anche prima della scoperta del microscopio la sporcizia e la denutrizione favorissero il diffondersi di tale morbo.

È nella trasmissione di universali astratti che possiamo trovare un punto di contatto con altri soggetti. Quando affermiamo "sono le ore nove" la verità di questa proposizione sta nel concetto universale di ora, la quale è vera perché immutabile. Il particolare del trascorrere del tempo: sono le ore dieci, sono le ore le undici e così via all'infinito, non muta il fatto che le ore si presentino sempre nella stessa forma propositiva. Il termine ora rimane invariato, il numero di ore muta vertiginosamente. Più il concetto risulterà essere astratto, più risulterà essere vero in ogni situazione contingente, più risulterà essere comprensibile e trasmissibile ad altro soggetto. Tutti sanno comprendere l'astrazione del tempo, ma è assai difficile determinare esattamente il passaggio del tempo, l'ora esatta.

Ma in che modo queste astrazioni si formano nel cervello umano? I razionalisti del XVII secolo obiettavano agli empiristi che i fatti del mondo sono spesso strani e non possono essere compresi attraverso i sensi. Anzi questi ci danno una rappresentazione bugiarda della realtà. Per questi filosofi bisognava fidarsi del solo pensiero, che attraverso la definizione di puri concetti elementari, come l'unità o lo 0, lo spazio e il punto poteva successivamente ricostruire la complessità del mondo. La matematica e la geometria nella loro pura astrazione rappresentavano la verità delle cose. Costruiti i teoremi si sarebbero potuti spiegare per deduzione i fatti.

L'errore, di segno opposto a quello empirista, fatto dal razionalismo era nel voler tenere separati i fatti dalla ragione, per cui era costretto a ricorre ad originari "semina scientiae" da cui avrebbe avuto origine il sapere, e chi se non dio poteva aver messo tali semi nella zucca dell'uomo?

Ma se vediamo l'uomo come un animale in continua evoluzione, se lo studiamo come uno entomologo studia una mosca, allora questa "insanabile" contraddizione fra concetto e esperienza si dissolve. Le categorie logiche divengono innanzitutto il riflesso della storia umana.

Nella sua attività pratica l'uomo ha dinanzi a sé il mondo oggettivo, dipende da esso, determina per suo tramite la propria attività. Originariamente le cause dei fenomeni gli appaiono come un che di estrinseco, di secondario, di occulto. Attraverso la tecnica e la scienza l'uomo si appropria della natura, e nel farlo la conosce sempre meglio. L'attività umana ha dovuto condurre la coscienza dell'uomo a ripetere miliardi di volte le diverse categorie logiche, affinché tali figure potessero assumere il significato di assiomi. Questo sedimentarsi di milioni di anni di esperienze generazionali nella specie umana rappresenta quello che chiamiamo teoria. All'individuo sembra che essa esista indipendentemente da lui (di qui deriva ogni forma di idealismo), e in effetti essa deriva proprio dall'esperienza, dalle tradizioni, dalla cultura che i popoli hanno progressivamente prodotto, come riflesso del grado d'innalzamento delle forze produttive, che hanno saputo dispiegare.

Ad un certo punto dell'evoluzione della specie, le astrazioni che si formano nella mente umana cominciano a rispecchiare sempre più complessamente la verità della natura. Ed anche se l'uomo non può afferrare la natura nella sua totalità immediata, a questa verità assoluta eternamente si avvicina, in un processo asintotico infinito, creando astrazioni, concetti, leggi, un'immagine scientifica del mondo e così via.

"L'astrazione della materia, della legge di natura, l'astrazione del valore, ecc., in breve tutte le astrazioni scientifiche (corrette, serie, non assurde) rispecchiano la natura in modo più profondo, fedele e compiuto. Dalla vivente intuizione al pensiero astratto e da questo alla prassi: ecco il cammino dialettico della conoscenza della verità, della conoscenza della realtà oggettiva." (Lenin, Quaderni filosofici)

Allo stesso tempo, l'esperienza rimane come campo di indagine e di verifica della giustezza delle affermazioni fatte. Gli assiomi saranno veri, perché l'esperienza non li contraddice mai. E le leggi rimarranno vere fino a quando non saranno contraddette dall'esperienza sensibile. In tal caso bisognerà sostituirle con altre leggi, che spieghino meglio il senso delle cose. Ed ecco che il cerchio si è chiuso. Esperienza e teoria concorrono dialetticamente nel processo di penetrazione sistematica della verità.

L'esperienza oggettiva diviene uno dei lati fondamentali su cui poggia la conoscenza della specie. Ma tale esperienza si codifica in tutta una serie di nozioni sensibili e spirituali che sono il patrimonio genetico e intellettivo dell'umanità. Se tutto il patrimonio cromosomico può essere ricondotto alla selezione della specie, anche quello istintuale è frutto di tale processo. Ed anche il patrimonio storico o culturale, quello che i tedeschi chiamano "spirito", s'innesta in questa selezione naturale. Questa codificazione, per quanto riguarda il pensiero, assume i connotati di conoscenze teoriche attraverso astrazioni sempre meno fantasiose, man mano lo sviluppo delle forze produttive permette il "dominio" delle forze naturali. Un tale sviluppo economico, presuppone la formazione delle classi sociali, ed è il presupposto del disvelamento dei veri rapporti d'oppressione, che gli uomini si sono imposti nello sviluppo della loro storia.

Marx afferma che l'uomo si risolve nella sua socialità, nell'essere il prodotto e l'agente della trasformazione della natura. Nella misura in cui la vuol trasformare bisogna che la capisca, la capisce proprio perché la deve trasformare. Quindi la capisce man mano che la domina, che ne diviene l'elemento determinante: è nella prassi, nel lavoro sociale, che è possibile questo processo di comprensione. L'uomo muta e si sviluppa sviluppando le forze produttive che riesce ad evocare e dominare. Perciò ciò che oggi non capisce domani capirà, ammesso che riesca ad organizzare un sistema sociale superiore a quello odierno, che sappia meglio dominare la natura, magari rispettandola di più.

Da quando il proletariato, ultima classe sottomessa dell'umanità, ha posto all'ordine del giorno il proprio programma politico, si è potuto iniziare a far breccia anche fra le nebbie dei rapporti umani, liberandoli dalle pastoie religiose e razziali, dalle false differenziazioni etniche e linguistiche, per ricondurli alla normale indagine scientifica di rapporti fra enti naturali. La storia umana è un capitolo della storia della natura e questa è un capitolo della storia del movimento della materia.

LA RICERCA DEL FONDAMENTO

Una delle forme più sottili di mistificazione della filosofia è quella proposta dalle correnti di pensiero, che si rifanno a Kant. Questo filosofo vuol sintetizzare i due filoni storici del pensiero moderno occidentale: il razionalismo e l'empirismo, ma il risultato che ottiene è di assommare nel proprio pensiero i lati negativi di entrambi, senza riuscire a porsi al di sopra di essi in nessun aspetto decisivo.

La filosofia kantiana, se nei sui propositi intendeva arrivare ad una sistematizzazione del metodo d'indagine conoscitivo, in realtà si arrestò proprio là dove doveva giungere, senza riuscire a spiegare niente di più dei presupposti, da cui si era mossa. In particolare riguardo al pensiero razionale o critico, come ama definirlo, Kant spiega che l'intelletto riesce a catalogare i segnali che riceve dall'esterno per mezzo di due categorie logiche a priori, lo spazio e il tempo, mediate dalla capacità del giudizio sintetico, anch'esso in qualche modo legato alle categorie a priori. Ma di fronte al concetto di essere, cioè alla pura astrazione del mondo naturale, Kant si trova impotentemente senza argomenti logici e non sa proporre nient'altro della necessità di un atto di fede, per presupporre qualcosa al di fuori dello "io penso".

Come giustamente dice Hegel, il suo modo di fare filosofia è morto, è staticamente fermo intorno a sostanze, che non possono entrare in contatto fra loro. Il suo è un elenco statico di categorie immutabili. Lo spazio ed il tempo, sono a priori del pensiero scientifico, ciò vuol dire che sono stati introdotti nella nostra testa senza poterne individuare la provenienza. Lo stesso dicasi degli imperativi categorici, cioè di principi indissolubili del pensiero morale. Possiamo solo prender atto del fatto che questi giudizi a priori esistono in noi. Lo stesso giudizio sintetico o dialettico (come da lui viene definito) è ciò che mette in relazione i fatti col pensiero, anch'esso è dato a priori come qualcosa di immutabile e sovrastorico. I fatti, definiti da questa filosofia fenomeni, provengano, forse, da un qualcosa di indefinibile, detto "cosa in sé" o "noumeno", di cui l'unica certezza è quella che non è possibile sapere cosa sia.

Questa filosofia assai singolare, perlomeno per ogni persona che usi un minimo di buon senso, è presa a fondamento di ogni indagine metodologica, che vada oggi per la maggiore. Il suo pregio, agli occhi dei professori universitari, è quello di essere chiara e ben esposta: l'io e il pensiero sono definiti come realmente funzionano nella nostra mente, con tutti gli annessi e i connessi, e l'essere è ben rappresentato nella sua complessità, è tanto complesso da essere incomprensibile.

In questo modo si rappresenta "criticamente" quello che borghesia vuol far intendere all'umanità: che ormai l'uomo è un'entità consolidata e immutabile, non più suscettibile di migliorarsi, quello che è rimarrà anche in futuro, non ha senso alcuno preoccuparsi di mutare l'ordine delle cose. A differenza dell' hegelismo, che a causa della dialettica è visto come il diavolo impersonificato, il kantismo, grazie alla sua staticità e alla sua indeterminatezza rappresenta un pilastro decisivo della cultura borghese dominate, e come tale va combattuto, insieme alle sue forme più deteriori, quella pragmatica, neo-empirista e neo-positivista, proprio perché tende a negare la verità della teoria rivoluzionaria socialista.

Una tale filosofia ruota intorno a due certezze: l'indissolubilità dell'io e l'inspiegabilità della cosa in sé. L'io, nella sua forma logica di "io-penso", è il fondamento della filosofia, è il principio e il fine di ogni indagine filosofica, o gnoseologica come viene definita. La "cosa in sé" è un qualcosa che non potrà mai essere conosciuto, può solo inviare delle immagini parziali, definite fenomeni, che per definizione non possono rappresentare integralmente la cosa da cui provengono.

È questa una filosofia antitetica alla nostra, per noi lo "io-penso" è cosa storicamente passeggera, oltre un certo limite diviene la causa che impedisce perfino la possibilità di conoscere, mentre la "cosa in sé", man mano la scienza la spiega, diviene sempre più cosa per gli altri.

Sono questi due assoluti, che Kant non riesce a superare, che uccidono la sua filosofia. L'unica caratteristica certa del "noumeno" è quella di non poter mai essere conosciuto. È evidente a tutti che oggi gran parte della materia è sconosciuta alla scienza, ma è altrettanto vero che un milione di anni fa molto di ciò che oggi è noto era sconosciuto, quindi è presumibile che fra un milione di anni molto di quello che oggi è sconosciuto sarà noto.

Arriveremo mai a conoscere la "cosa in sé", nella sua accezione di verità assoluta? Chi può dirlo? L'unica cosa che possiamo dire è che continuamente l'umanità sposta i limiti dell'ignoto verso il noto, e ciò fa presumere che, quando avrà percorso tutta la strada, potrà raggiungere la verità. Il problema sta quindi nel non definire l'essere inconoscibile, perché ci appare estremamente complesso, possiamo solo dire che gran parte dell'essere ci è sconosciuto, ma che stiamo lavorando per conoscerlo e non possiamo escludere di farlo nella sua pienezza. Altrimenti dobbiamo fare un atto di fede per rappresentarci quel qualcosa che è fuori di noi, così come fa Kant quando deve giustificare la presenza della "cosa in sé".

La scienza può essere dunque definita ricerca dei fondamenti. Quindi, come potremmo ricercare le cause prime delle cose se, per definizione, le cose non potessero essere comprese? La conoscenza è un processo che va da affermazioni scorrette ad affermazioni veritiere. Segue una strada dialettica, che è in grado di ribaltare gli errori contenuti all'avvio.

In primo luogo, la rappresentazione abituale afferra la differenza e la contraddizione, ma non il trapasso di una cosa nell'altra, ed è questo invece l'aspetto più importante.

In secondo luogo l'intelletto, attraverso la riflessione acuta, afferra la contraddizione, la enuncia, mette le cose in rapporto fra loro, costringe il concetto a trasparire tramite la contraddizione, ma non esprime il concetto in positivo spiegando le relazioni fra le cose.

In terzo luogo, la ragione pensante acuisce l'ottusa differenza del diverso, la mera molteplicità delle rappresentazioni, fino alla totale opposizione. Tutte le relazioni delle cause, elevate al vertice della contraddizione, divengono mobili e viventi l'una rispetto all'altra. Negandosi una nell'altra acquisiscono quella vitalità pulsante, che è auto movimento verso il vero.

In generale quando si va alla ricerca dei fondamenti del sapere si rischia di dire delle banalità o, come direbbe Hegel, di fare della sofisticheria. Chi dice che il fondamento è la ricerca delle cause prime, dimentica che nel continuo movimento della materia le cause si fanno effetti e gli effetti si tramutano in cause. Chi vede il fondamento nella materia, intesa come qualcosa di solido alla maniera dei materialisti meccanicistici, si accorge che ad un certo punto la materia si smaterializza e diviene qualcosa non più di solido, di annusabile e di visibile, si tramuta in qualcosa di "spirituale". Del resto il concetto di materia altro non è che una pura astrazione della mente. Il riflesso nel cervello della infinità di determinazioni che la dialettica della natura pone di fronte all'uomo. Chi invece pone il fondamento delle cose nello spirito è costretto a percorrere la strada inversa, deve   giungere a considerare le leggi della materia "solida". Anche la fisica non scherza quanto a tenebrosità dei principi primi. Il concetto di forza non ha spiegazione logica, se non come qualcosa che sposta. La massa è un assioma, quindi non ha un qualcosa che la determini, se non come resistenza al movimento. Lo stesso vale per l'energia. Affermazioni del tipo la natura è il fondamento del mondo suonano come vuote tautologie, perché il mondo altro non è che natura in movimento, la trasformazione perenne di ogni cosa nel tutto e viceversa, la continua contraddizione ed il suo superamento come "motore" dell'essere.

Allo stesso tempo, ogni impostazione rigorosamente monista, come lo è l’idealismo hegeliano, non meno del materialismo dialettico, deve necessariamente non arretrare di fronte all’esigenza di porre un unico fondamento, senza temere le accuse di semplicismo di cui da sempre le correnti empiriste e soggettiviste hanno fatto sfoggio. Se non fosse così dovremmo necessariamente dubitare della stessa possibilità di conoscere il vero oggettivo, cadendo nel migliore dei casi in un nuova forma di kantismo, nelle sue varie sfaccettature. E’ noto che l’idealismo hegeliano pone a fondamento del tutto l’idea, che nel suo movimento oggettivo ritorna spirito; alla materia viene assegnato solo un ruolo secondario, quello di unione del "fondamento della forma" (l'essenza) con il "fondato" (ciò che si manifesta). E ciò è in regola con una impostazione rigorosamente monista, ma in senso idealistico.

Il materialismo dialettico, pur rifiutando l’impostazione meccanicistica del materialismo francese del settecento, che considera una sostanza originaria a fondamento delle cose (la materia), non può fare a meno di porre a fondamento del sapere la materia in movimento. Essa non è una sostanza primordiale, da cui a origine il mondo, ma è composta da singole determinazioni, che la scienza può spiegare. Se il concetto di materia è pura astrazione, la materia congiunta al movimento diviene  determinata secondo una forma ben precisa.

"Movimento nel senso più generale, concepito cioè come modo di essere, come attributo inerente alla materia, comprende in sé tutti i mutamenti e i processi che hanno luogo nell’universo, dal semplice spostamento fino al pensiero."

"Nel fatto che i corpi siano interconnessi è già incluso il fatto che essi agiscono uno sull’altro: questa azione reciproca è proprio il movimento. E se, inoltre, la materia ci sta di fronte come un qualcosa di dato, non creabile e non distruttibile, ne segue che anche il movimento non si può né creare né distruggere."(Engels, Dialettica della natura, Forme fondamentali del movimento)

Il  fondamento è dialettica della natura, cioè le leggi della materia e del movimento. Il pensiero razionale, cercando di cogliere la verità, riflette questo movimento. La conoscenza non è data solo dalle relazioni fra cose e cose, come vuol farci intendere la filosofia positivistica, ma è data dalla onnilateralità di tali relazioni e dunque del niente col tutto, negli infiniti passaggi dall'essere al non essere e viceversa. Senza, con ciò, cadere nella pura indeterminazione, cogliere la totale onnilateralità, per quanto difficile sia, è possibile e significa cogliere il vero. Il fondamento è connessione onnilaterale di tutto con tutto, la conoscenza è il fedele rispecchiamento di questa connessione nelle idee dell'uomo. Affinché i concetti abbraccino il mondo devono essere affinati, elaborati, duttili, mobili, relativi, reciprocamente connessi, essere uno nelle opposizioni. Tutto deve connettersi a tutto, tutto deve essere in relazione a tutto, ogni singolo lato del movimento della materia deve compendiarsi ad ogni altro lato.

VERO, FALSO E RELATIVO

Capisce meglio il mondo chi vuol trasformarlo: i rivoluzionari. Chi invece parte dal presupposto che questo è il solo mondo possibile, si preclude già la possibilità della comprensione. Riesce solo ad incartarsi continuamente su se stesso, elucubrando una sfilza di verità parziali, mai in grado di superarsi. Perché il mondo non va prima capito e poi trasformato (o rivoluzionato), ma i due aspetti si compenetrano l'un l'altro superandosi in un moto dialettico. L'uomo si comprende trasformandosi, negandosi per quello che è, mettendosi in discussione, ma per farlo deve rivoluzionare il mondo e creare le condizioni per una comprensione di ordine superiore. Il Vero è prima di tutto nella negazione di questo modo di produzione, nella negazione del capitale come relazione sociale sovrastorica a cui tutto debba conformarsi.

Il problema, quasi esclusivo, che la logica formale si pone è stabilire se una proposizione sia vera o sia falsa. L'empirismo risolve il problema in questi termini: più una proposizione è semplice, più posso verificarne la veridicità. Successivamente, attraverso il metodo della induzione, passando cioè dal particolare al generale, posso costruire sistemi di verità più complessi. La verità risiede quindi negli enunciati semplici, verificabili quotidianamente. La verità risiede nell'esperienza di tutti i giorni. C'è invece chi fa il discorso inverso. Non esistono teorie che risultino verificabili ad ogni fatto esperito. Tutte le teorie sono false, perché non reggono alla prova dell'esperienza empirica.

Questo modo di ragionare, apparentemente in contraddizione, si accomuna nella sua incapacità perfino di sfiorare la sostanza del problema, per una evidente mancanza di dialettica. Vero e falso sono due categorie che stanno fra loro in un rapporto dialettico, di compenetrazione. Qualsiasi affermazione è vera in assoluto fino a quando non si dimostra il contrario, fino a prova contraria. Ma la dimostrazione contraria non ne dimostra la falsità, ma solo la limitatezza. In certe situazioni la stessa affermazione risulterà vera, in altre risulterà falsa.

L'annosa questione del ricercare la verità, si riduce a quella di stabilire nel modo più esatto possibile i limiti in cui l'affermazione è vera, limiti oltre i quali è necessario che l'affermazione risulti falsa. L'arte di delimitare una verità è l'arte di assolutizzarla. Una verità è più assoluta quanto più è limitata. Dunque l'assoluto sta nel limitato non nel semplice. Delimitare un'affermazione vuol dire in definitiva metterla in relazione con tutte le cose di questo mondo e, dunque, l'avrò perfettamente delimitata solo nell'assoluta relazione col tutto.

È evidente come questa sia un operazione estremamente complicata, tutt'altro che semplice. In genere viene svolta solo parzialmente, ma man mano che viene svolta, in questo percorso, in questo complesso divenire si spostano i limiti della conoscenza verso l'assoluto.

Nel semplice invece c'è sia verità che falsità. Magari si potrà dire che c'è molta verità e poca falsità, ma ciò non ha molta importanza. Nel semplice non può esserci il vero assoluto. Quindi, man mano che passerò dal particolare all'universale, il falso tenderà a espandersi fino a pormi in contraddizione con ciò che volevo originariamente dimostrare.

In definitiva, questa logica formale non supera mai il metodo del sillogismo aristotelico e del principio di identità, con il loro modo di porre il problema delle categorie logiche. Si vuole definire una pura sostanza originariamente vera, per poi costruire una realtà più complessamente vera. Al contrario, il metodo dialettico presuppone il punto di partenza vero e falso al contempo, e il percorso che deve essere svolto come un processo di disincrostazione dal falso presente nella enunciazione originaria.

"Tutto è relativo, niente è assoluto" amano dirci i gli empiristi agnostici e in realtà non capiscono che stanno definendo concetti epistemologici piuttosto forti. Se tutto è relativo, l'assoluto è nel relativo: lo possiamo ritrovare nelle relazioni espresse dall'essere, nelle relazioni fra le cose. Vuol dire che il tutto, l'essere, si esprime in modo sempre multiforme, mai uguale e, quindi, è in continuo movimento, è in moto perpetuo. La materia in movimento è l'assoluto che cerchiamo. E fare questo significa cercare le leggi che regolano il movimento della materia. Se vediamo che tutto è indeterminato è perché non siamo in grado di cogliere l'onnicomprensività del tutto, perché l'assoluto del tutto è anche nell'essere indeterminato. Se potessimo cogliere l'essere nella sua assolutezza, non lo vedremmo come cosa immobile, ma come puro concetto indeterminato, che non è mai uguale a sé, in continua trasformazione. Per determinarlo dobbiamo vederlo come non è, cioè fermo. Lo possiamo capire solo in alcune sue relazioni parziali. Le quali, peraltro, nella misura che sono parziali sono, allo stesso tempo, vere, sono vere nella loro parzialità.

Niente è assoluto. Quindi se cerco l'assoluto devo rivolgermi al niente. Se nel niente c'è l'assoluto, l'assoluto è qualcosa di molto concreto, perché la vita trasuda niente da tutti i pori. Niente è non essere. Non essere è il contrario di essere. Allo stesso tempo, se l'assoluto è il niente, anche il tutto, nel suo essere concetto assoluto, deve avere lo stesso fondamento del niente: o entrambi sono la stessa cosa, o non sono in contraddizione, o derivano uno dall'altro. Essi sono in relazione perché si spiegano solo l'uno coll'altro, sono due facce della stessa medaglia, sono i due limiti entro i quali comprendiamo tutto ciò che possiamo comprendere. Per noi sono due categorie logiche, che ci permettono di spiegare il mondo.

L'unica definizione di vero, che abbia un qualche significato ontologico, è quella che afferma come vero tutto ciò che non posso dimostrare errato. Un'affermazione è vera fino a che qualcuno non dimostra che è sbagliata. La possibilità dell'assoluto sta nel non essere-qualcosa.

Dal punto di vista dell'ermeneutica, cioè dello studio dei segnali, dei linguaggi e dei simboli, la definizione di non essere appare più intuibile. In natura non esiste niente che non mandi dei segnali, l'essere è quella cosa che invia segnali. Dunque, per comprendere l'essere bisogna saper decodificare questi segnali. Le scienze passano la loro esistenza nel tentativo di decodificare segnali provenienti dall'essere. L'essere invia segnali ad un altro essere, che può interpretarli o meno, comunque tali segnali sono la manifestazione stessa di chi li invia. Certo sono solo un aspetto dell'essere, aspetto che. nella sua parzialità. è comunque vero.

Il non essere è ciò di cui non riceviamo messaggi. Ciò che non si mostra non esiste per l'osservatore, ma non significa che non esista in assoluto.

Sostanzialmente si possono individuare due forme di non essere:

  1. Il non essere di cui non abbiamo segni, ma che per esperienza sappiamo che esiste. Per gli empiristi esiste solo ciò che può essere sperimentato, per cui quando il sole tramonta non esiste più. Dal punto di vista logico, senza ricorrere alle categorie essere e non essere, una simile contraddizione sarebbe inspiegabile.

  2. Il non essere che non conosciamo ma che vuol mostrarsi a noi. Ad esempio certe parti dell'universo, che ci sono ancora ignote e in generale tutto ciò che la scienza non ha ancora scoperto.

In questo senso si comprende assai bene cosa sia l'essere e come questo ci appaia provenire dal non essere. L'essere c'è anche quando non si mostra a noi, poi dal niente appare, in realtà c'era anche prima ma non lo vedevamo. Dunque sembra che esista solo ciò che ha capacità di mostrarsi a noi, di cui siamo in grado di interpretare i segni.

Ma la cosa può essere anche più complessa, perché intuiamo che può esistere anche ciò che non vuol manifestarsi a noi, o del quale non saremo in grado di comprendere il significato. Che possa esistere ciò che non vuole mostrarsi è un'ipotesi suggestiva, sulla quale però il pensiero razionale non può lavorare. L'essere può mostrasi parzialmente, ma se non intende farlo per niente dobbiamo prenderne atto. Ad esempio, nell’universo, specie ed esseri del tutto superiori alla specie umana possono esistere o no, ma fino a quando non si manifesteranno siamo costretti a ricondurre il soprannaturale all'ignoranza delle connessioni onnilaterali dell'essere.

La moderna filosofia si arrabatta per definire il criterio di verità di una teoria scientifica. Popper dice che bisogna seguire il criterio di falsificazione: una teoria è più vera quanto meno è soggetta a obiezioni. Kuhn dice che bisogna seguire un criterio di paradigma: la scienza è uno schema e si usa quello più appropriato. Lakatos dice che bisogna seguire un criterio temporale: la storia decide sulla veridicità della scienza. Feyerabend dice che non esistono regole: tutti hanno diritto a dire la loro perché non c'è niente di certo. Tutti dicono cose interessanti, ma nessuno ha il coraggio di dire le cose come stanno. La conoscenza, nelle varie fasi storiche, è condizionata da un percorso di utilità: è l'economicità che stabilisce il criterio di verità di classe di una teoria scientifica.

Nel '400 tutti i marinai sapevano che la terra era una grande sfera, perché quando erano in mezzo al mare vedevano intorno a loro solo acqua e quando si avvicinavano alla terra vedevano prima le vette dei monti e poi le spiagge. E tutto ciò poteva spiegarsi solo a causa della sfericità della terra. Colombo intendeva seguire questa intuizione certa per raggiungere le Indie, ciò avrebbe implicato per la Spagna tutta una seria di vantaggi economici e politici: in buona sostanza si sarebbe direttamente collegata al mercato indiano delle spezie senza l'intermediazione dei veneziani e mussulmani. Si scoprì invece l'America e si confermò che la terra non era piatta ma sferica. Ciò implicava tutta una serie di conseguenze teoriche, che furono successivamente definite da Copernico e da Newton. Il primo sostenendo che la terra è un pianeta sferico, che ruota su se stesso e attorno al sole, il secondo che i corpi si muovono secondo la legge di gravità. Ma ancora dopo centocinquanta anni dalla scoperta della America, Galileo era costretto ad abiurare di fronte alle obiezioni della chiesa.

Nella prima meta di questo secolo Eistein, che pretendeva di aver scoperto la legge di tutta la fisica universale, era dileggiato dagli empiristi più o meno logici del tempo, oggi la teoria della relatività è riportata nei testi di fisica delle scuole medie superiori. Questo si è reso possibile perché attraverso questa teoria i maggiori stati imperialisti del mondo hanno potuto confermare il loro dominio su tutto il pianeta: bomba atomica, imprese spaziali.

La veridicità della scienza è quindi stabilità dalla sua possibilità di sfruttamento economico, in definitiva dal mercato mondiale, in particolare dal modo di produzione in cui tale scoperta è fatta. Oggi è la funzionalità al modo di produzione capitalistico che socialmente decide anche la verità di una teoria scientifica. Ma, nonostante che la scienza non possa che essere scienza di classe, nella misura che le classi dominanti rappresentano anche solo parzialmente gli interessi della specie umana, la scienza può avere uno sfondo di oggettività, quindi di verità. La produzione non è solo lavoro fisico, ma è soprattutto lavoro mentale: organizzazione razionale dei processi produttivi, attraverso macchine e strumenti, sempre più complessi. La scienza borghese è scienza per remunerare il capitale che la finanzia, per cui è progressiva per l'umanità quando il capitale è progressivo ed è distruttiva quando il capitale è distruttivo. Fino ad oggi il capitale domina il mondo e ciò avviene perché nessun altro modo di produzione riesce a resistergli, nonostante che nell’attuale fase imperialistica si presenti solo come capitalismo parassitario e putrescente e che ciò confermi che tale sistema produttivo non può essere che transeunte. Però, fino a quando non se ne organizzerà uno nuovo, la nostra può essere solo una teoria del movimento reale che tende ad un risultato storico, che, per quanto possa essere dichiarato inevitabile, dato che la teoria sia ontologicamente vera, tuttavia è ancora da sperimentare nella concreta esperienza storica.

FENOMENO E ONNILATERALITÀ

La materia si manifesta all'intelletto in maniera fenomenica. Il fenomeno diviene così nel contempo la manifestazione sia dell'essere che del niente. Per questo, rispetto alla verità, il fenomeno appare sempre rappresentazione parziale del mondo, in quanto contiene sia verità che falsità. Ma ciò non toglie che, comunque, esso sia vera manifestazione della materia, ed anche quando non la rispecchi come realtà immediata, rappresenterà quella parte di non essere, che sappiamo essere celato nell'essere stesso.

L'infinito passaggio dall’essere al non essere e viceversa, quello che Hegel definisce essenza, cioè vera manifestazione dell'essere, avviene con un infinito dispiegamento di manifestazioni parziali, fenomeniche, tutte vere e false nel contempo, in quanto riflettono sia l'essere che il niente. La parvenza o l'apparenza sono le manifestazioni del fenomeno. L'intelletto si rappresenta all'inizio solo aspetti parziali del mondo, ma nella loro parzialità queste rappresentazioni sono pure immagini di un essere che riflette su un altro essere, quindi sono comunque verità oggettive.

"La parvenza è nulla non sussistente, che sussiste…

Ciò che pare è l'essenza in una delle sue determinazioni, in uno dei suoi lati, in uno dei suoi momenti. La parvenza è il parere dell'essenza in se stessa." (Lenin, Quaderni filosofici)

In genere si pensa alla riflessione come puro giudizio soggettivo, mentre esiste la riflessione oggettiva, la riflessione superiore della coscienza. Per questa il dato immediato, pur nella sua parvenza, ha comunque validità oggettiva, è comunque una manifestazione del movimento dall'essere al non essere e viceversa.

Il normale porsi della natura è la contraddizione. Basta una minima esperienza di pensiero che un qualsiasi positivo si tramuta in un negativo e viceversa. Se si considera il pensiero solo nella sua forma soggettiva, ciò apparirà come confusione concettuale. Ma se invece il pensiero vuol cogliere la necessità della contraddizione e della trasformazione delle cose, allora tutte queste opposizioni fenomeniche appariranno come il normale manifestarsi dell'essenza, cioè della verità del continuo passaggio dall'essere al non essere.

"Ogni cosa concreta, ogni qualcosa concreto sta in rapporti diversi e spesso contraddittori con tutto il rimanente, ergo è se stesso e un altro." (Lenin, Quaderni filosofici)

In generale la logica formale è abituata a seguire il principio d'identità, perciò la contraddizione e il passaggio repentino da uno stato ad un altro viene considerato come un errore, imputabile al pensiero, che non capisce. Invece le opposizioni sono il naturale manifestarsi del mondo esterno al cervello umano, per cui l'identità avrà in se la sua contraddizione e la contraddizione avrà in sé la sua identità.

La logica formale fa dei principi d'identità, di non contraddizione ed del terzo escluso i fondamenti del conoscere. A ciò la dialettica contrappone il principio dell'automovimento del concetto. Il superamento dell'ottusità schematica del pensiero tautologico, dove tutto può essere solo uguale a se stesso, nella vitalità dei cambi di quantità in qualità e della compenetrazione degli opposti. La trasformazione della contraddizione in conoscenza e della conoscenza in contraddizione. L'elasticità del movimento continuo della materia dal tutto al niente e viceversa.

"Non la nuda negazione, non la negazione irriflessa, non la negazione scettica, l'esitazione, il dubbio sono caratteristici ed essenziali nella dialettica, - la quale contiene indubbiamente in sé l'elemento della negazione e, per giunta, come elemento più importante, - ma la negazione come momento della connessione, come momento di sviluppo, con la conservazione del positivo, cioè senza alcuna esitazione, senza alcun eclettismo." (Lenin, Quaderni filosofici)

La conoscenza è il processo di immersione dell'intelletto nella materia al fine di generalizzarla attraverso le leggi, per trasformarla. La coincidenza del pensiero con l'oggetto è il risultato di un processo, in cui l'intelletto non deve rappresentarsi la verità come morta quiete, come una semplice raffigurazione statica, ma deve porsi in un moto di infinita approssimazione nell'eterno risolversi e superarsi delle contraddizioni. Un processo che tende a mutare le astrazioni parziali, finite transitorie in compiuta oggettività.

Il singolo fenomeno è soltanto un lato della verità. Per la verità sono necessari anche gli altri lati della realtà. Essi presi a sé appaiono autonomi, delimitati e singoli, contrapposti al fenomeno originario. Ma nella loro relazione, nel loro insieme, nella totalità dei loro rapporti si realizza la verità.

"L'insieme di tutti i lati del fenomeno, della realtà, e i loro (reciproci) rapporti: ecco di che cosa è composta la verità. Le relazioni (= trapassi = contraddizioni) dei concetti = principale contenuto della logica, inoltre questi concetti (e i loro rapporti, trapassi, contraddizioni) sono mostrati come riflessi del mondo oggettivo. La dialettica delle cose crea la dialettica delle idee, e non viceversa." (Lenin, Quaderni filosofici)

Ogni concetto si trova in una data relazione, in una connessione con tutti gli altri. La dipendenza di tutti i concetti è reciproca, senza eccezione. Così prende vita la dialettica, come continuo trapasso di un concetto nell'altro, come relatività e identità dell'opposizione. Attraverso l'affermazione del lavoro e della tecnica l'uomo percorre la strada della conoscenza, passa da una conoscenza soggettiva a una conoscenza oggettiva.

La vita genera il cervello. Nel cervello si rispecchia la natura. L'uomo, controllando e applicando nella pratica del suo lavoro sociale l'esattezza di questi rispecchiamenti, si approssima alla verità onnilaterale oggettiva.

Solo in questa luce possiamo intendere quello che scriveva il giovane Marx.

"La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa della realtà o non-realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è una questione meramente scolastica." (Marx, Tesi su Feuerbach)

Non è la pratica quotidiana, ma la pratica storica dell'umanità, quella a cui si riferiscono Marx e Lenin. La verità è realtà e potere, ed è tanto più ampia quanto è ampio il potere sulla natura. Il pensiero è immanente, cioè è dentro questo processo di appropriazione pratica delle cose. Il pensiero riflette lo sviluppo del lavoro sociale. I limiti della conoscenza si spostano in avanti verso la verità, attraverso lo sviluppo delle forze produttive, che permettono all'uomo di modellare la natura a sua immagine e somiglianza, cioè secondo quel processo razionale di cui è latore. Tutta la realtà si fa razionale, ma anche tutto il razionale si fa reale, attraverso il lavoro sociale, la tecnica, la scienza.