MATERIALISMO DIALETTICO

BIOETICA (O ETICA DEL CAPITALE BIOLOGICO)

L’etica del profitto

Chiunque stia seguendo, con un minimo di attenzione, i progressi delle scienze biologiche del terzo millennio ha l’impressione di trovarsi di fronte all’ennesimo sommovimento del sapere umano. Perché sarebbe stolto, anche per dei feroci antiborghesi quali ci picchiamo di essere, non riconoscere i reali meriti dell’avversario. Del resto Marx passò un terzo della propria esistenza a studiare gli economisti borghesi, soprattutto i classici come Smith e Ricardo, per non parlare dei filosofi "reazionari" come Hegel. Mentre Engels studiava la scienza del suo tempo, i principi della termodinamica e dell’ottica, così come studiava i grandi antropologi come Morgan. Entrambi i padri del materialismo dialettico avevano una profonda ammirazione per Darwin. La teoria evoluzionistica fu da loro immediatamente condivisa, perché pienamente corrispondente al metodo dialettico. È noto che Darwin fosse tutt’altro che un rivoluzionario, rifiutò che Marx gli dedicasse Il Capitale, perché altrimenti sua moglie non avrebbe più potuto recarsi in chiesa (?!).

Ed oggi che, dopo un secolo e mezzo di tentennamenti e di falsi distinguo, proprio attraverso lo studio della genetica, viene in pieno confermata la teoria dell’evoluzione della specie nell’adattamento all’ambiente, noi marxisti, come fecero Marx ed Engels a suo tempo, vi vediamo confermata la necessità delle sbocco evolutivo verso il socialismo, quale naturale approdo dello sviluppo delle organizzazioni sociali, che nella storia umana si sono fino ad oggi succedute.

La genetica sarà dunque il grande affare del nuovo secolo. Il capitale lo intuisce, non tanto perché ha a cuore i destini del mondo e la salute dell’umanità, ma per il semplice fatto che il valore monetario delle azioni delle ditte che operano in questo settore in pochi anni - udite, udite – si è quarantuplicato.

Non è vero che al capitalismo riescono solo imprese catastrofiche nei confronti dell’umanità, come l’allargamento del "buco dell’ozono", "l’effetto serra" e "l’inquinamento ambientale" tutte delizie provocate dagli scarichi delle automobili e da quelli delle industrie. E non è vero che il capitalismo riesce solo a prostrare con guerre endemiche e malattie incurabili gran parte dell’umanità, esso, nel contempo, sa sviluppare le forze produttive come non mai è avvenuto nella storia. E sviluppare le forze produttive significa sviluppare la scienza e la tecnica. È per il profitto di una ristretta cerchia di grandi signori che contemporaneamente la vita media dei paesi "ricchi" si è innalzata come non mai, mentre nel resto del mondo i bambini non hanno un futuro innanzi a loro. È sempre per il profitto di questi signori che un quinto dell’umanità soffre di obesità e i quattro quinti soffre la fame. È la civiltà dei computer e dei telefonini cellulari, gestiti dall’alta tecnologia digitale e dai satelliti artificiali. È per il profitto di questi signori che si andrà su Marte mentre gran parte dell’umanità stenterà la propria esistenza.

E qui veniamo al nocciolo della questione. L’imperialismo, il capitalismo nella sua ultima fase o comunque vogliamo chiamare l’attuale modo di produzione, l’attuale contenuto dei rapporti sociali, così come si è andato formando in secoli di storia, sviluppa solo ciò che si rivela essere economico. Ciò che produce e riproduce lo status dei rapporti fra le classi, quale è venuto storicamente determinandosi. Dunque il capitale produce ricchezza ma non la sa né la può distribuire a tutti. Il capitale sa solo estorcere pluslavoro a tutto il mondo per valorizzare i propri investimenti. La fame di molti è la condizione del benessere di pochi.

Ormai la ricerca scientifica dopo aver da tempo rivoluzionato il mondo della fisica, ha sempre più preso ad intervenire nel mondo della biologia. Interviene su ciò che è vivo trasformandolo a proprio piacimento. Gli interventi genetici sulle piante e sugli animali, prefigurano quelli che domani si faranno, o si fanno fin da oggi, sull’uomo. Gli interventi dell’ingegneria genetica in agricoltura, anche se sembrano fatti più da apprendisti stregoni che da uomini di scienza, hanno mutato il vecchio modo di fare agricoltura. Siamo ormai prossimi agli interventi genetici massivi nel mondo animale. Mentre già si parla diffusamente di clonazione umana per fini terapeutici. D’altronde la cosiddetta mappazione del genoma umano permetterà nel prossimo futuro di intervenire direttamente sui cromosomi. Alla fonte stessa della vita.

Questo pone nell’opinione pubblica tutta una serie di questioni di carattere etico su cui non sarà male fare un po’ di chiarezza. Addirittura sta diffondendosi una nuova disciplina, la potremmo definire una nuova filosofia, la bioetica, che avrebbe il compito di chiarire agli scienziati ciò che è morale fare e viceversa. Si stampano manifesti sul "buon uso delle biotecnologie" sottoscritti da illustri scienziati. Si invoca l’intervento del legislatore, affinché la materia sia regolamentata. Inevitabilmente la religione dice la sua. Il ventaglio della discussione è il più ampio possibile e va da chi vede la scienza libera di indirizzare i propri esperimenti a tutto campo: "dalla rapa alla testa di rapa", tanto per intenderci, a chi aborre qualsiasi tentativo di manipolare la vita, sostituendosi al buon dio.

Al marxismo non interessa tanto come andrà a finire il dibattito. Sappiamo già che avranno fortuna solo quelle strade che valorizzano il capitale. E dal momento che la prima società di specie sarà quella socialista, essa sola saprà gestire in modo etico tutte le scoperte scientifiche, permettendo un reale progresso di tutta l’umanità.

Ai rivoluzionari, in questa fase storica, spetta principalmente ribadire le posizioni fondamentali del marxismo su tale materia, disvelando agli occhi di chi vuol ascoltare la reale natura di classe del mondo in cui viviamo. Poggeremo quindi il nostro intervento sulle questioni di fondo.

Uomo e natura

Uomo e natura non possono essere vissuti come entità separate in perenne conflitto fra loro. In realtà sono la stessa cosa. La natura nel suo continuo movimento produce l’uomo. L’uomo trasforma continuamente la natura, secondo un piano razionale. Ormai non c’è parte del mondo che non abbia subito un significativo intervento da parte dell’uomo. L’uomo interviene sulla natura attraverso il suo peculiare attributo, il lavoro. È trasformando la natura che l’uomo trasforma se stesso, si evolve. L’uomo è frutto dell’ambiente, ma non si limita a subirlo, come fanno gran parte delle creature. Egli interviene secondo un piano volontario, ma par far ciò sempre meglio, deve saper come funziona la natura. Deve studiare le leggi della materia.

Non c’è molta differenza qualitativa fra l’uomo che milioni di anni fa selezionava i bufali, trasformandoli in una nuova razza, i vitelli, e quello che oggi usa l’inseminazione artificiale, per migliorare la stessa razza e quindi la produzione di carne e di latte. Mentre domani userà la clonazione infliggendo un altro colpo mortale al "naturale" modo di essere della vacca. Ma qual è il modo naturale di vivere dell’animale mucca? Quello allo stato brado o quello nelle stalle a produrre latte e carne? Solo uno sprovveduto risponderà quello brado delle praterie, dimenticandosi che i vitelli originali non esistono più, che ormai siamo in presenza a razze selezionate per vivere solo nelle stalle. E se nelle Americhe, grazie alle smisurate estensioni di quei continenti, si preferisce l’allevamento estensivo nelle praterie, non bisogna mai dimenticarsi che i vitelli che là pascolano originariamente non esistevano; furono a suo tempo importati dai coloni ed hanno una discendenza in comune con quelli che attualmente vivono segregati.

Tutto ciò che fa l’uomo è naturale, anche quando costruisce macchine che gli permettano di volare, addirittura fin su altri pianeti. L’uomo gestisce potenziali già contenuti nella materia, anche se ancora non espressi.

Altrettanto dicasi per ciò che riguarda la genetica. Originariamente aveva funzionato liberamente la legge della selezione naturale, come motore dell’adattamento della vita all’ambiente. Ma già da tempo l’uomo ha iniziato a mutare questo stato di cose, in modo sempre più approfondito e con sempre maggior cognizione di causa, perché possiede una sempre maggior cognizione delle leggi della natura. Non è che la selezione naturale venga negata, essa viene solo piegata alle necessita di un piano razionale. E domani che cosa si farà? Certamente non si ritornerà a vivere di caccia e di pesca come si faceva nel neolitico. Se l’uomo mutando la natura cambia se stesso, non deve meravigliarci che voglia intervenire sempre più coscientemente sulla natura e su se stesso. Oggi parole come clonazione umana, riproduzione in provetta fanno rabbrividire i ben pensanti, ma come ci immaginiamo avverrà la riproduzione della specie fra un milione di anni, secondo un piano razionale completamente gestito dall’ingegneria genetica o secondo il solito modo dell’accoppiamento casuale fra sessi diversi? E poi siamo davvero convinti che l’uomo si sia sempre riprodotto attraverso accoppiamenti sessuali? Forse le amebe hanno sesso e l’uomo agli inizi della sua evoluzione non passò dallo stadio di ameba?

I fondamenti dell’etica

La principale difficoltà che si determina quando si affrontano problemi inerenti all’etica è la determinazione dei valori posti a fondamento della materia stessa. Quali devono essere i principi su cui fondare la morale? I filosofi, i religiosi, i politici di ogni epoca si sono affannati nel voler enunciare ciò che por l’uomo e giusto e ciò che è ingiusto; ciò che è bene e ciò che è male. Ne discende un elenco assai nutrito di voci, di cui ci permettiamo riportare quelle ci sembrano più significative: "il bene, la felicità, la ragione, il piacere, lo stato, la società, dio, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la giustizia, la fede, la misericordia, la compassione, la comunità, l’individuo."

In realtà, a costo di apparire pedissequi e scontati nel nostro argomentare, non ripeteremo mai a sufficienza che tali valori assumano significati di contenuto variabile a seconda delle realtà storiche in cui sono calati. Ad esempio i greci, "gli inventori della democrazia", tenevano in poco conto la libertà, avevano per costume di segregare le donne e praticare lo schiavismo. Per loro il significato di libertà, come spesso accade, significava poter commerciare liberamente in tutto il Mediterraneo, liberi altresì di fondare avamposti commerciali, che erano le nuove città della Magna Grecia su territori già appartenenti ad altre popolazioni.

Allo stesso modo, il tanto bistrattato concetto di stato etico di hegeliana memoria, secondo il quale nello stato si sintetizzano le forme e i contenuti dell’eticità di una data epoca - il che portavano il filosofo tedesco a ritenere che lo stato del proprio tempo, lo stato prussiano, fosse la personificazione dello spirito assoluto - non è forse andato trionfando nelle concezioni delle varie carte costituzionali moderne: coacervo di principi morali a cui tutta la società dovrebbe ordinarsi. E quando il cittadino comune, ma anche il fine pensatore, presuppone che lo stato sia di tutti e che tutti siano lo stato o dovrebbero esserlo, non ripropone forse l’idea che lo stato sia un insieme di principi di derivazione etica, cioè validi al di sopra del tempo e dello spazio.

Il marxismo insegna che non si può giudicare una epoca dall’idea che essa ha di se stessa. Del resto non c’è società che intimamente non sia convinta di essere eterna. Ma bisogna imparare a riconoscere la vera natura dei rapporti sociali fra gli uomini, il fondamento di tali rapporti è sempre in qualcosa di materiale. In particolare sono i rapporti economici che determinano i rapporti di proprietà e la disposizione delle classi sociali nella produzione e nella spartizione del prodotto, derivato dal lavoro sociale.

Dunque quelli che gli ideologi chiamano valori altro non sono che fondamenti economici che si riflettano nella mente degli uomini come imperativi morali, o categorici, e attraverso lo spirito del tempo, quello che gli antropologi definiscono cultura, l’idea che gli uomini hanno di se stessi e del mondo.

Non a caso l’economia classica ed il marxismo, che in qualche modo ne è al contempo la negazione e il completamento, affermano che a fondamento del valore sta il lavoro umano. Il lavoro è la categoria che comprende tutta l’attività, pratica e culturale, dell’uomo. Del resto è stupido pensare che ci possa essere pensiero separato da attività: non si è mai visto un lavoratore che non sappia cosa faccia o un pensatore che non sia mantenuto dal lavoro di qualcuno.

Ma il lavoro è trasformazione di materie prime o di altri manufatti in beni e prodotti che servono a soddisfare i bisogni dell’individuo, della comunità, della specie. Che il lavoro sia un connotato di specie è dato dal fatto che non esiste nessuna nazione o società, fino alla più sperduta comunità di villaggio, in cui il lavoro in una qualsiasi sua forma e sfumatura particolare non sia la principale attività umana. I bisogni sono l’affermazione di sé come individuo e come specie, ma non secondo un piano di puro egoismo, che porterebbero l’uomo inevitabilmente all’autodistruzione della natura quindi di sé, ma secondo l’affermazione di un piano razionale. E razionale è ciò che presuppone sviluppo armonico. La dialettica ci insegna che lo sviluppo è per definizione contraddittorio, perché così appare a chi non può possedere che una parte della verità. Ma a chi possedesse l’onnilateralità lo sviluppo apparirebbe sia nella sua contraddittorietà che come pura armonia razionale.

Se dunque la razionalità è passaggio da uno sviluppo caotico ad uno sviluppo armonico, che non vada verso l’autodistruzione, che si alimenti nella continua trasformazione, arriviamo all’affermazione dell’uomo, cioè della natura, della materia verso il proprio fine, un fine immanente a sé, che cioè è potenzialmente contenuto nell’esistenza stessa. Su quale sia il fine ultimo immanente possiamo lungamente discutere, c’è chi dice l’amore universale, c’è chi dice il bene universale, c’è chi dice la razionalità universale, c’è chi dice la conoscenza universale. È certamente qualcosa che trascende le piccolezze a cui gli uomini sono soliti prestare fede.

Ma se questo movimento verso lo sviluppo armonico è il percorso sul quale deve incamminarsi dell’uomo sociale, se questo è il compito assegnatogli dalla natura allora è evidente che bisogna affermare criteri di giustizia e di razionalità per tutta la specie umana e per tutta la natura quale premessa essenziale allo svolgimento di un tale compito. L’uomo deve farlo per sé, per poterlo fare per tutta la natura.

Quindi premessa di ogni discorso etico deve essere l’eliminazione delle ingiustizie e dei soprusi, cioè dell’utilizzazione dello sfruttamento del lavoro di molti per l’arricchimento di pochi. E qui ribadiamo il concetto di utilizzazione dello sfruttamento del lavoro, in quanto il lavoro è il connotato fondamentale, che contraddistingue l’umanità da tutto il resto di ogni altra specie vivente. Fino a quando la storia non imboccherà questa strada, l’eticità sarà un paravento sotto il quale si consumeranno, più o meno apertamente, ingiustizia e sfruttamento.

Quando Marx dice che viviamo nella preistoria, perché fino ad oggi si sono succedute solo società divise in classi, e che la vera storia dell’uomo comincerà nel socialismo, vuol significare proprio che se è stupido prefigurarsi i compiti a cui sarà chiamata l’umanità nel futuro è altrettanto stupido non vedere che la vera società di specie può essere solo con l’abbattimento delle classi. Ecco perché per i comunisti la rivoluzione è al primo posto dei bisogni dell’umanità.

La sacralità dell’individuo e della famiglia

Al contrario di ciò che si è esposto sopra, il connotato che accomuna tutti gli ideologi borghesi che si cimentano sul terreno malfermo della bioetica è che, da qualsiasi punto di vista si affronti il problema, non si possa prescindere dalla inviolabilità dell’individuo e dalla riaffermazione dell’indissolubilità della famiglia. Ecco dunque tutte le discussioni sulla natura dell’embrione. Esso deve essere considerato un individuo oppure siamo in presenza di un qualcosa di diverso, ed in questo caso di cosa si tratta? Perché se fosse un individuo allora il suo diritto alla vita sarebbe inviolabile. Sancito da carte costituzionali e dichiarazioni di organismi internazionali, e via dicendo. Ne conseguirebbe che le pratiche dell’aborto e della fecondazione artificiale sarebbero reati contro l’uomo. E lo stessi dicasi della famiglia, di quel mattoncino su cui poggia l’edificio dell’intera società. Anch’essa in qualche modo benedetta da un sacramento, che sia religioso o laico non ha importanza, rappresenta comunque l’involucro entro cui la legge presuppone si debbano allevare i figli. L’idea della sacralità dell’individuo e della famiglia, che lo si dichiari o no non ha nessuna importanza, presuppongono la tesi tanto cara ai cattolici che la vita sia donata e tolta da dio e che la famiglia sia l’istituzione voluta dal signore per riprodurre la vita degli uomini.

I laici, per esempio, pur rispettando la posizione dei cattolici, fanno notare che sull'embrione le opinioni non sono ancora univoche né tra gli scienziati, né tra i filosofi e neppure tra le religioni. Dal canto suo lo statuto del Comitato nazionale di bioetica non prevede una piena capacità giuridica per l'embrione, ma si limita a garantirgli i diritti che hanno tutti gli esseri viventi, concentrandosi sulla sua entità biologica e considerandolo fin dalla fecondazione non un semplice aggregato di cellule, ma un essere vivente al quale vanno riconosciute pari opportunità di vita e dignità. Uno strano modo questo di dibattere con la chiesa cattolica che considera ogni intervento di biogenetica un atto moralmente illecito. Per essa è veramente in gioco tutta la concezione vera dell'uomo. Perché ritenere che tutto sia scientificamente possibile, praticamente possibile, anche moralmente lecito è una pura bestialità.

Ma a ben vedere le differenze nei dibattiti in questione vertono su sfumature e falsi distinguo. I preti difendono l’embrione a spada tratta e i laici, come sempre sono più problematici, possibilisti e lassisti, a seconda delle loro sfumature partitiche, tengono il piede su più staffe auspicando nel contempo una "legislazione in difesa dell'embrione, della famiglia, dell'infanzia, della salute dei giovani, della cultura della legalità".

Al marxista non interessa tanto disquisire se l’embrione sia o no un individuo suscettibile del godimento dei diritti civili e politici, non interessa nemmeno ciò che la scienza pensa a proposito. Perché non è compito della scienza definire chi può permettersi il lusso di definirsi individuo e chi no. Sappiamo per esperienza e per teoria che in campo morale le definizioni cambiano a seconda delle epoche e dei luoghi e ciò che in certe epoche è lecito in quelle successive spesso assume toni di vomitevole bestialità.

In materia di sesso al tempo della Grecia classica era considerata pratica usuale l’omosessualità, poi nel Medioevo venne considerata pratica aberrante. Oggi in occidente è tollerata mentre in altri paesi può condurre alla pena di morte. Era normale duemila anni fa possedere degli schiavi, oggi è un delitto punibile dalla legge. I mussulmani possono avere più mogli a condizione di non uscire da quei paesi dove vige la tradizione coranica, se vengono in occidente rischiano l’incriminazione per poligamia. Per gli occidentali è perfettamente normale avere tutti i figli che vogliamo, ma in Cina ciò sarebbe illegale.

Questi brevi esempi per dimostrare come i cosiddetti diritti dell’individuo e della famiglia mutino nello spazio e nel tempo, e spesso si capovolgono. Per cui voler codificare una sorta di diritto individuale inalienabile e sovrastorico a cui poi far riferimento, un centro di gravità permanente da cui far discendere per deduzione tutta una serie di proposizioni morali appare problematico assai.

In particolare, se è sciocco non riconoscere che gli uomini siano convinti di essere degli individui e di appartenere a delle famiglie e ciò va capito e spiegato, è abbastanza stupido considerare queste istituzioni delle entità al di fuori dello spazio e del tempo, magari istituzioni divine. Solo se guardiamo alla specie possiamo cominciare ad orizzontarci sulla materia. La specie umana nei suoi multiformi aspetti usi e consuetudini, coacervo di razze e religioni. La specie umana che è il risultato dell’evoluzione naturale e dello sviluppo della storia, del succedersi dei vari modi di produzione, che hanno dato origine a successive organizzazioni sociali, ognuna delle quali ha avuto particolari idee e consuetudini, specialmente in campo etico e morale, che altro non sono che il riflesso di questi rapporti materiali in divenire.

Ma ciò non vuol dire che l’uomo non faccia, o non creda di fare, ciò che fa sotto la spinta di imperativi morali. Questi hanno una grande importanza nell’uniformare l’individuo al proprio gruppo, ma ogni gruppo, e spesso ogni individuo, ha i suoi imperativi categorici. E come stabilire il criterio di verità se non ricorrendo ad imposizioni di forza e sopraffazioni dovute al potere?

È solo ragionando in termini globali di specie, e forse sarebbe ancor più corretto ragionare nei termini ancor più universali di natura o materia, che è possibile orizzontarci anche se con difficoltà in materia di bioetica. E se si affronta il problema in questi termini allora appare chiaro che queste ricerche scientifiche sono solo appannaggio dei paesi ricchi, alleviano solo in minima parte le sofferenze della maggioranza degli individui appartenenti alla specie umana, e se vogliamo talvolta hanno conseguenze deleterie sull’insieme della natura.

Non si tratta di misconoscere le enormi capacità del genio umano ed i risultati sorprendenti della ricerca scientifica, ma perché ci si indirizza solo su quelle materie che creano profitto e ricchezza per pochi e non ci si preoccupa di alleviare lo stato di indigenza di gran parte della specie? La clonazione della pecora Dolly e del maialino Piggy allevieranno la fame nel mondo? A questa domanda bisognerebbe rispondere preventivamente, prima di vomitare giudizi di merito ed assegnare premi Nobel per le ricerche di ingegneria genetica. La soia transgenica arricchisce solo le multinazionali - il che di per sé non rappresenterebbe niente di amorale, è meglio essere ricchi che poveri, la fame e la miseria non hanno mai contribuito allo sviluppo della morale e dell’etica – oppure c’è un ritorno in minor fame e minor sofferenza nel mondo? La risposta è presto detta e proviene proprio dagli organismi borghesi internazionalmente preposti allo studio della materia. Le previsioni in futuro sono di un peggioramento della situazione, sarebbe una vittoria (?) nel prossimo futuro riuscire a stabilizzare la miseria allo stato attuale. Ma allora a cosa servono i progressi scientifici tanto strombazzati da questa società di classe?

Ha poi molto senso porsi il problema morale se sia etica la clonazione umana mentre gran parte dell’umanità vive nell’indigenza? Non dovremmo arrovesciare i termini del problema e porre al primo posto della scala dei nostri valori il miglioramento reale delle condizioni della specie umana, che si sposa con un più razionale uso delle risorse messoci a disposizione della natura? A queste domande i bioetici dovrebbero rispondere. Allora se veramente fossero persone oneste, quali si credono, dovrebbero individuare i veri nemici della specie proprio in quegli interessi del capitale internazionale, dell’imperialismo mondiale, dei vari potenti della terra, delle cui disposizioni invece essi si fanno fedeli esecutori materiali. Se gli scienziati di tutto il mondo, con il codazzo di bioetici che ne vorrebbero delimitare l’attività, prendessero atto del gioco perverso a cui si prestano, allora assisteremo ad un etico sviluppo di specie dell’umanità intera. Ma perché ciò avvenga devono intervenire fattori sociali e politici di cui oggi non si vedono i prodromi. Dovrà avvenire un profondo rivoluzionamento della società e dei rapporti di proprietà che oggi la determinano. Solo allora si potrà parlare di scienza vera e propria, senza dover ricorre, come oggi è doveroso fare, all’attributo "di classe".

Mucche pazze e proiettili all’uranio impoverito

È difficile oggi determinare quali saranno gli sviluppi degli ultimi due casi che le delizie della scienza borghese prospettano all’umanità: le prime manifestazioni dell’encefalopatia spongiforme  bovina e gli effetti di lungo periodo dei proiettili all’uranio impoverito adoperati dalla NATO in Iraq e Serbia. Situazioni queste evidentemente diversissime per loro provenienza e per i loro effetti, ma accomunate da un comune denominatore: in questi casi la scienza non ha tenuto conto degli effetti, che pratiche - come dire - un po’ troppo "spregiudicate" avrebbero avuto sull’umanità.

Sappiamo innanzi tutto il perché ci si è rivolti a tali pratiche. Per ridurre il costo economico della produzione di carne si è fatto ricorso a farine animali prodotte con carcasse infette, quelle che costavano meno e davano i risultati migliori nell’accrescimento dell’animale vivo nel minor tempo possibile. Con questo si abbattono i costi delle materie prime e i tempi del ciclo di valorizzazione del capitale impiegato – tanto per esser chiari si ha un vitello di massa muscolare maggiore in un tempo inferiore a quello che normalmente si impiega coi mangimi vegetali - con i ringraziamenti pelosi del capitale che si investe nei settori zootecnici.

Allo stesso tempo l’industria bellica ha cominciato a far uso delle armi all’uranio impoverito, perché costava meno utilizzare materiali di scarto delle centrali atomiche, anzi non è escluso che le centrali pagassero per farsi portar via i materiali di scarto della produzione energetica, per produrre proiettili capaci di perforare le corazze dei carri armati nemici. L'uranio è un metallo più pesante del ferro, per questo le corazze di acciaio non resistono ai proiettili all’uranio impoverito.

Gli effetti di tali pratiche sono sotto i nostri occhi. Mangiando farine infette gli animali sono impazziti a causa dell’encefalopatia spongiforme, che poi si trasmette a chi mangia la carne bovina. Allo stesso tempo i territori bombardati dalla NATO nelle due ultime sue guerre locali sono stati contaminati, con gravi ripercussioni della salute dei soldati e delle popolazioni.

Ma veramente crediamo che gli scienziati che hanno messo a punto le due tecniche non fossero mai stati colti da dubbi o da preoccupazioni sugli effetti del loro operato? Pensiamo veramente che non fossero in grado di prevedere quello che poi è accaduto? Non è possibile rispondere a questa domanda se non in senso affermativo. Ma ciò non sposta di un niente i termini della questione. Infatti se le farine non fossero state prodotte dagli uni le avrebbero prodotte altri, lo stesso dicasi delle bombe, nessuno poteva permettersi di rimanere attardato nella corsa all’innovazione tecnologica. Si è seguita la via più economica, quella dei migliori risultati in termini di profitto ai minor costi di investimento.

E la salute della gente allora? In verità il grande capitale, che investe fior di miliardi di dollari in queste imprese, non è poi così tanto preoccupato di questi "dettagli secondari". Solo gli sciocchi si pongono il problema dell’eticità degli investimenti di capitale. Oppure si crede che ad investire in tali imprese nocive alla salute della specie sia il cosiddetto capitale cattivo, quello delle varie mafie o degli stati del "diavolo". Niente affatto, sono delle semplici multinazionali formate da capitale quasi sempre anonimo, spesso rastrellato in borsa, anche con il contributo dei piccoli risparmiatori, i cui figli poi magari muoiono, perché hanno mangiato una fettina infetta o perché si sono contaminati recandosi nei vari contingenti di "pace" dell’ONU.

"O ironia del destino: suo padre aveva lavorato sodo per investire i suoi risparmi in un fondo di investimento, che, a sua volta, aveva ritenuto vantaggioso investire in titoli di multinazionali produttrici farine animali. Cosa è più innocuo delle farine animali? Casa è più innocuo dell’investimento in agricoltura?"

Il capitale, come Marx tanto bene ci descrive, è una forza impersonale, che travalica mari e monti, che piega ai suoi voleri genti e razze, fino a negare l’individualità soggettiva pur di raggiungere lo scopo suo primo, la sua valorizzazione, cioè il suo continuo accrescimento. L’impressione che spesso ha l’uomo della strada è appunto quella di essere diretto da veri e propri delinquenti. Ma il capitalismo non ha morale, è "al di là del bene e del male". Ed anche coloro che sono soliti criticare le nefandezze e le ingiustizie di questa società, poi si trovano obiettivamente compromessi, appunto in maniera impersonale, nelle malefatte di questo modo di produzione. Anzi da un punto di vista dei rapporti di classe, che poi sono veramente gli unici che possono interessare a chi voglia fare della scienza sociale, viene ulteriormente cementata quella saldatura fra gli interessi del capitale e quelle di tutte le altre classi, lavoratori salariati compresi, che ha permesso al capitale stesso di prosperare in questo secolo.

Fino a quando il capitalismo sarà in grado di corrompere il proletariato dei paesi ricchi, garantendo a chi lavora un tenore di vita accettabile ed un futuro non incerto, tutte gli inconvenienti che questo stato di cose comporterà, verranno accettati nella speranza che la scienza riesca a sanare i danni, spesso catastrofici, che nel suo incedere produce.

L’etica militante

Altro aspetto da definire, per non lasciare adito a confusione sul significato, anche pratico, della milizia comunista, è quello su che cosa debba fare un compagno, che ha maturato una coscienza comunista nella fase odierna di lontananza da una fase rivoluzionaria. In particolare se esistano lavori o attività più consoni ad una presunta etica comunista oppure se tutte le attività siano "lecite". In poche parole: che cosa deve fare un rivoluzionario quando la rivoluzione non c’è?

Innanzi tutto se vogliamo definire il comunista abbiamo un solo criterio, quello della sua appartenenza al Partito Comunista. È comunista solo colui che lavora in una organizzazione politica comunista. Ma per fare ciò deve "strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse questa società in putrefazione e vedere e confondere se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore contro le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale". È evidente che l’individuo in grado di far ciò difficilmente si porrà il problema se la sua contingente attività momentanea sia o non sia corrispondente allo stato d’animo sopra espresso. Non c’è attività umana oggi che non abbia su di sé stampigliata l’impronta di "merce per il capitale". Certo ci sono dei lavori che più difficilmente possono essere conciliati con la militanza comunista: è difficile essere comunista e lavorare per un corpo speciale della polizia, ad esempio quelli antisommossa. Spesso alcuni lavori negli enti pubblici presuppongono un giuramento alla legalità costituzionale, che i comunisti non dovrebbero fare, ma sarebbe sciocco oggi chiedere di sacrificare il posto di lavoro a dei compagni magari isolati, il cui gesto non verrebbe minimamente compreso da chicchessia. È inevitabile che chiunque presti la propria forza-lavoro sia uno schiavo funzionale al capitale internazionale e non è che ci siano produzioni più imperialiste di altre. Può sembrare che un operaio che produca aerei militari sia maggiormente compromesso di chi lavori in un panificio, ma senza pane gli eserciti non si addestrano e al momento opportuno non muovono in battaglia. Eppure cosa è più pacifico del pane?

Se poi guardiamo a cosa hanno fatto i nostri maestri nei periodi in cui non spiravano venti rivoluzionari abbiamo degli insegnamenti significativi. Marx, esule in Inghilterra, viveva di stenti pubblicando corrispondenze dall’Europa per il New York Tribune, un quotidiano liberale tutt’altro che comunista, riusciva a mandare avanti la baracca soprattutto grazie agli aiuti di Engels, solo negli ultimi quindici anni della propria vita poté avere un’esistenza dignitosa, usufruendo dell’eredità lasciatagli dalla madre. Engels visse bene perché figlio di un borghese ricco, ed egli stesso curava gli interessi della attività familiare in Inghilterra. La sua era una società commerciale, con tanto di operai, e non si ha notizia che nella ditta di Engels gli operai fossero trattati in modo diverso dal resto degli operai inglesi. Lenin, dopo essere fuggito dalla Siberia, visse come pubblicista ma soprattutto grazie ai fondi del partito socialdemocratico russo e anche di quello tedesco. Bordiga, dal 1930 fino alla sua morte fece l’ingegnere. In poche parole ognuno sbarcava il lunario come meglio poteva ed a parte Lenin, che aveva dietro di sé una solida, anche se piccola, organizzazione rivoluzionaria, non furono dei veri e propri rivoluzionari di professione. Eppure ogni qual volta la situazione lo permise tutti dettero il contributo alla causa del comunismo attraverso una viva partecipazione sia nell’indirizzo politico che nell’organizzazione delle lotte.

Spetta a noi,"fessacchiotti" del terzo millennio, tentare di stare all’altezza dei compiti e del programma tracciato dai giganti che ci hanno proceduto. E non è rifugiandosi nella clandestinità, magari per giocare al "partito armato" – visto che la situazione attuale può permettere solo il gioco della rivoluzione -, che oggi si sta nella trincea della rivoluzione mondiale. Domani, quando la situazione muterà impedendo ai comunisti di svolgere una qualsiasi attività alla luce del sole, allora il ricorso alla clandestinità sarà necessario e, del resto, esso è chiaramente previsto nel programma del partito.