MATERIALISMO DIALETTICO

                                                                               

 COMUNISMO E ANTIGLOBALIZZAZIONE 

1.      Significato della cosiddetta globalizzazione 

Ormai il cosiddetto fenomeno della “globalizzazione” è diventato l’oggetto preferito di gran parte degli studi specialistici di sedicenti “scienziati” dell’economia, che di scientifico hanno talmente poco, che è già un complimento qualificarli come “economisti volgari”. Così, infatti, Marx qualificava quelli che diedero inizio, verso la seconda metà del diciannovesimo secolo, alla cosiddetta “economia neoclassica”, a quella scuola che per l’appunto teorizzava – come gli attuali pretesi scienziati - la necessità di limitare lo studio dell’economia agli effetti superficiali e settoriali delle relazioni sociali, relegando nella sfera dell’“utopia” l’analisi di ogni vero fondamento di tali relazioni.

L’uso del termine “globalizzazione” è ormai diventato dilagante e, dunque, ciò sta a testimoniare che è il modo migliore per nascondere in maniera mistificata contenuti, che, in gran parte, restano oscuri agli stessi commentatori. Alcuni esempi: A. Giddens, uno dei “massimi” economisti viventi e direttore della London School of Economics, ha scritto recentemente un libro, edito in Italia dalla casa editrice Il Mulino, dal titolo «Il mondo che cambia», dove la tesi centrale è che la globalizzazione “non sia nociva di per sé, ma che apporti cambiamenti che non riusciamo ancora a decifrare e di cui, pertanto, non possiamo conoscere tutti i rischi”. Non era necessario cotanto “scienziato” e direttore di scuole per sostenere siffatta banalità. Due ricercatrici di Public Citizen's Global Trade Watch, una tra le più importanti organizzazioni ambientaliste e di difesa dei consumatori americani e promotrice del contro-vertice di Seattle, hanno scritto un saggio, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, dal titolo ambizioso e promettente, «WTO, tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale» e con una introduzione dello stesso fondatore dell’organizzazione ambientalista R. Nader. Le autrici del libro, L. Wallach e M. Sforza, sostengono la seguente tesi: «la globalizzazione, questo nuovo modello economico, è caratterizzata dall'apposizione di vincoli sovranazionali alla facoltà legale e pratica dei singoli stati di subordinare l'attività commerciale ad altri obiettivi politici». In maniera ampia e interessante esse provano che, sottoscrivendo il Wto, i singoli governi si consegnano nelle mani di un sistema finanziario e commerciale globale, il cui scopo è l'ampliamento del potere e della ricchezza delle grandi multinazionali e istituzioni finanziarie mondiali. Si tratta di una tesi apprezzabile e in gran parte corrispondente al vero, ma sarebbe del tutto vano cercare il benché minimo tentativo di spiegarne le ragioni, così che il lettore è portato a pensare che tutti i mali documentati siano opera di pochi, anche se grandi, affaristi senza scrupoli e ben introdotti nelle Organizzazioni Mondiali del commercio e della finanza. Un autore senza dubbio degno di stima, come N. Chomsky, affronta la questione della globalizzazione più in profondità, fermandosi tuttavia – ed è già un merito nel grande superficialismo che ci circonda – a porre la questione di “cosa sia davvero il neo-liberismo”. Secondo Chomsky è questa la domanda chiave a cui dobbiamo rispondere per capire l'attuale ordine mondiale, conoscere i suoi veri protagonisti, le sue origini e il suo destino; smascherare il neo-liberismo è dunque il solo metodo per comprendere il mondo contemporaneo. Tuttavia lo stesso Chomsky è incredibilmente favorevole al “liberismo classico”, stando a quanto sostiene, su La Stampa  del 17 luglio 2001, il recensore del suo ultimo saggio dal titolo «Sulla nostra pelle». L'idea principale sarebbe la seguente: i principi fondamentali del liberismo classico trovano la loro naturale espressione moderna non nel "dogma" neoliberista, ma nei movimenti indipendenti dei lavoratori, nonché nelle idee e nell'azione di quel socialismo libertario espresso talvolta anche da grandi esponenti del pensiero del 900, come B. Russell e J. Dewey. La qual cosa è certamente rispondente al vero, ma è come dire: il capitalismo va bene, ma senza i suoi lati peggiori. Convinzione non nuova, che ha ispirato le idee e l’azione di svariate generazioni di socialisti riformisti, e che costituisce proprio il fondamento dell’alleanza opportunistica tra lo stesso capitalismo e la classe operaia occidentale, alleanza che ha permesso proprio l’attuale situazione mondiale, compreso la tendenza globalizzante che si vorrebbe eliminare o, quanto meno, ripulire dai suoi aspetti peggiori.

Allora l’unico modo per non restare soggiogati da questa vera e propria mania dell’anti globalizzazione è quello di riportare l’analisi sul solido terreno dei fondamentali rapporti di classe, l’unica che possa qualificarsi come analisi scientifica.

Innanzi tutto è necessario sgombrare il campo da ogni ipotesi, che consideri le novità introdotte nelle relazioni economiche mondiali in quest’ultimo decennio (e, in particolare, quelle dovute all’introduzione dei sistemi informatici), novità di tale spessore da risultarne modificato sostanzialmente lo stesso modo di produzione capitalistico.

Secondo alcuni commentatori, la “globalizzazione” non è soltanto una più accentuata tendenza alla  internazionalizzazione dello scambio di merci e di capitali e un'accresciuta interdipendenza dei paesi tramite i computer, i satelliti, le reti informatiche, ecc. Essa sarebbe molto di più: rappresenterebbe il punto cui è giunta la naturale tendenza dell'umanità a darsi un’organizzazione di specie, tale, cioè, che elimini i conflitti degli uomini tra loro, e tra questi e la natura. In altre parole, l’attuale “globalizzazione” sarebbe nientemeno che “il riflesso del comunismo in quanto movimento reale che distrugge lo stato di cose presente”, riflesso determinato dal fatto che l’aumento della forza produttiva sociale sarebbe distruttiva dello stesso capitalismo. Nessuno potrebbe negare che questa tesi non sia conforme ai principi del materialismo dialettico, ma non lo è la sua conclusione, in quanto, per questi “marxisti” non dialettici, tale aumento di forza produttiva sociale, prodotto dalle stesse esigenze capitalistiche, sarebbe già esso stesso comunismo.

Ed è qui che casca l’asino! Il processo descritto manca di dialettica: è un processo lineare, in quanto il comunismo è già visto nei risultati immediati dello sviluppo capitalistico. Invece tali risultati vanno considerati come il fondamento dialettico del comunismo stesso. Infatti il processo che dal capitalismo porta al comunismo pone, fin dal suo inizio, un salto di qualità, appunto la rivoluzione comunista. Se così non fosse, tutto il marxismo sarebbe da buttare, in quanto bisognerebbe eliminare dal suo corpo dottrinale un aspetto del tutto essenziale, quello secondo il quale le trasformazioni dei modi di produzione – nel loro fondamento – avvengono attraverso lotte di classe, che sconvolgano non solo i rapporti economici e sociali, ma anche le relazioni politiche tra le classi sociali, cioè la gestione del potere politico e dunque la struttura degli stati, come è avvenuto nel passaggio dal modo di produzione feudale a quello capitalistico. Visto che la struttura degli stati, compreso quella delle organizzazioni sovranazionali, è rimasta intatta anche negli ultimi decenni, per giustificare la tesi dell’avvenuta (o in corso di avveramento) trasformazione sostanziale del modo di produzione dovuta alla diffusione dei sistemi informatici, bisognerebbe sostenere che lo stato non sia l’organo di gestione del potere politico di una classe sociale, quella dominante, ma qualcos’altro, magari … l’organo della conciliazione degli interessi di classe. Né più né meno quanto teorizzato dalla democrazia e … dal fascismo. Bisognerebbe sostenere, alla Kautsky, che tra economia e politica ci sia netta separazione.  

Dunque il primo fondamento su cui avviare la nostra analisi consiste in ciò: la “globalizzazione”, qualunque cosa sia, non ha minimamente scalfito, né lo potrà mai fare, i pilastri essenziali del modo di produzione capitalistico.

Purtuttavia è vero che, in pochi anni, abbiamo assistito ad una enorme accelerazione del processo di innovazione dei sistemi produttivi, che spesso ha comportato e comporta modificazioni importanti delle relazioni economiche mondiali: mai quanto oggi il capitale è riuscito ad esercitare un potere così completo, assoluto, integrale, universale e illimitato sul mondo intero e mai aveva potuto imporre proprie regole, idee e interessi a tutte le nazioni. In particolare, da un lato, il capitale finanziario internazionale e le imprese multinazionali sfuggono del tutto al controllo degli stati e delle popolazioni e, dall’altro, mai prima d’ora è esistita una così densa rete di istituzioni internazionali – come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il G8 etc. – con la pretesa di controllare, governare e amministrare la vita di tutta l’umanità secondo le regole della libertà di mercato e del “libero profitto”. Per concludere, mai in nessuna epoca quanto oggi, tutte le sfere della vita umana – relazioni sociali, cultura, arte, politica, sessualità, educazione, sport, divertimento – sono state così completamente sottomesse al capitale. Questo è il motivo per cui a molti pare che, in quest’ultimo decennio, si sia formato un vero e proprio nuovo modo di produzione. Ad altri pare che questi avvenimenti costituiscano la postuma vittoria delle tesi di Kautsky e del suo famoso “superimperialismo”, contro le quali Lenin elaborò la sua concezione dell’imperialismo, in perfetta coerenza e continuità con i principi del marxismo.  

Eppure, per capire come la pretesa novità della “globalizzazione” non sia nient’altro che una forte accelerazione del manifestarsi dell’intima natura del capitalismo, basterebbe rileggere le famosissime pagine del “Manifesto”, dove Marx descrive la funzione innovativa della borghesia, che non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione e, quindi, i rapporti di produzione e tutto l’insieme dei rapporti sociali. In quelle pagine è descritta “ante litteram” la globalizzazione, cioè il processo di integrazione dell’intera umanità, attraverso, prima, l’unificazione di tutto ciò che attiene alle relazioni economiche e, poi, attraverso la realizzazione di un unitario e mondiale organismo, che comprenda ogni relazione umana. Quello che allora si deve sostenere è che la borghesia può solo dare inizio a tale processo, e può farlo solo in senso negativo dal punto di vista di specie, in quanto è spinta a ciò solo dalla spasmodica ricerca del profitto. Al contrario, la sua completa realizzazione, che presume inevitabilmente la distruzione e il superamento di ciò che la borghesia mondiale è stata costretta e sarà costretta a fare in nome del profitto, non potrà che essere opera di una società liberata dalla schiavitù dello stesso profitto e dunque di una società socialista. La borghesia ha iniziato ad operare in tal senso già due secoli fa e lo si può leggere proprio nelle parole del “Manifesto”:

“Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia corre, per invaderlo, tutto il globo terracqueo. Deve annidarsi e stabilirsi dapper­tutto, dappertutto deve stabilire relazioni.

Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. A gran cordoglio di tutti i reazionari, essa ha tolto all’in­dustria la base nazionale. Le antiche e antichissime indu­strie nazionali furono, o sono, di giorno in giorno distrutte. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diviene questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili; da industrie che non impiegano più le materie prime indigene, ma anzi adoperano quelle venute dalle zone più remote, e i cui prodotti si consumano non  solo nel paese stesso, ma in tutte le parti del mondo.

Ai bisogni, a soddisfare i quali bastavano un tempo i prodotti nazionali, ne succedono ora dei nuovi, che esigono i prodotti dei più remoti climi e paesi. Al precedente isolamento locale e nazionale e all’autosufficienza suben­tra un traffico universale, una universale interdipendenza delle nazioni. E quel che vale per la produzione materiale, vale anche per la produzione intellettuale. I prodotti intellettuali di ogni singola nazione divengono la proprietà comune di tutte. L’unilateralità e la limitatezza nazionale divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali nasce una letteratura mondiale.

Grazie al rapido perfezionamento di tutti gli strumenti di produzione, e a comunicazioni divenute infinitamente più facili, la borghesia trascina tutto nella corrente della civiltà, anche le nazioni più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte tutte le muraglie cinesi, e con la quale ha fatto capitolare i barbari più induriti nell’odio dello straniero. Costringe tutte le nazioni ad adottare il modo di produzione borghese, se non vogliono perire, e le obbliga a introdurre la cosiddetta civilizzazione, ossia a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a sua immagine e somiglianza.”[1]

Addirittura ai primordi dell’economia capitalistica, quando si formarono i suoi presupposti, cioè il capitalismo commerciale del diciassettesimo secolo e soprattutto il potere che il denaro già allora aveva, si poteva anticipare questa inevitabile evoluzione dei rapporti economici. Marx, nei suoi studi preparatori della sua opera principale, “Il Capitale”, annotò centinaia, se non migliaia di testi, articoli, etc., scritti perfino prima del 1700, quando l’economia come scienza non era ancora sviluppata come disciplina autonoma. Tra questi, è degno di nota questo passo su quella che viene definita come una «invenzione», quella della moneta:

Nella raccolta di economisti italiani del Custodi, Parte Antica, Tomo III: Montanari (Geminiano), Della moneta, scritto attorno al 1683, dice dell’« invenzione » del dena­ro: «E’ cosi fattamente diffusa per tutto il globo terrestre la comunicazione de’ popoli insieme, che può quasi dirsi esser il mondo tutto divenuto una sola città in cui si fa perpetua fiera d’ogni mercanzia, e dove ogni uomo di tutto ciò che la terra, gli animali e l’umana industria altrove produ­cono, può mediante il denaro stando in sua casa provveder­si e godere. Maravigliosa invenzione! ».”[2] 

L’essenza del capitalismo, dunque, per quella vera ed unica scienza che è il materialismo dialettico, era chiara fin dalla sua origine.

Pertanto la questione teorica, come si pose a Lenin nella sua polemica con Kautsky, non è oggi assolutamente modificata: stante l’ineluttabile formazione di sempre più grandi concentrazioni monopolistiche mondiali in campo economico – finanziario, è impossibile che i rapporti tra gli stati non ne subiscano l’influenza. Si tratta dunque di ben intendere qual è il rapporto tra il fenomeno economico e quello politico. Secondo le tesi di Kautsky, sarebbe stato del tutto possibile che anche i rapporti tra gli stati seguissero la medesima trasformazione avvenuta nell’economia, quella da rapporti antagonisti a rapporti di collaborazione, così come era avvenuto passando da rapporti di concorrenza commerciale tra una miriade di piccole e medie imprese a grandi ed unitarie organizzazioni economiche mondiali. Se ciò fosse possibile – argomentava Kautsky - si avrebbe la tendenza mondiale alla formazione di una organizzazione pacifica del potere politico e non più quella della guerra tra gli stati, e allora la forza del movimento operaio dovrebbe essere impiegata per un tale nobile risultato. 

Ecco le contrapposte tesi di Lenin: porre la questione nei termini in cui la poneva Kautsky significava semplicemente nascondere la verità più importante, quella che i più profondi e fondamentali rapporti imperialistici sono rapporti antagonisti, come e più di quelli esistenti nella libera concorrenza; di conseguenza, l’essenza dei rapporti imperialistici conduce alla inevitabilità delle guerre imperialistiche e perciò le eventuali alleanze, o epoche di apparente pace, non sono altro che “un momento di respiro” tra una guerra e l’altra.  

Da qualsiasi parte giriate i ragionamenti di Kautsky, in essi non troverete altro che lo spirito reazionario e il riformismo borghese…

Se la critica teorica che Kautsky fa dell'imperialismo non ha nulla di comune col marxismo, ma ha unicamente valore per la propaganda pacifista e per il conseguimento dell'unità con gli opportunisti e socialsciovinisti, è appunto perché nasconde ed elude i più profondi e fondamentali antagonismi dell'imperialismo, cioè quelli esistenti tra i monopoli e la libera concorrenza ancora superstite, tra le gigantesche "operazioni" (e i giganteschi profitti) del capitale finanziario e 1’"onesto" commercio sul mercato libero, tra i cartelli e i trust da un lato e l'industria libera dall'altro, ecc.

Altrettanto retrograda è anche la famosa teoria dello «ultra- imperialismo» escogitata da Kautsky: ".. Non potrebbe la politica imperialista attuale essere sostituita da una politica nuova, ultra - imperialista, che al posto della lotta tra i capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale finanziario internazionale unificato? Tale nuova fase del capitalismo è in ogni caso pensabile. Non ci sono però premesse sufficienti per decidere se essa è realizzabile". …

I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente al capitale", "in proporzione alla forza", poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. … Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti inglesi o del "marxista" tedesco Kautsky, le alleanze "inter imperialiste" o "ultra imperialiste" non sono altro che "un momento di respiro" tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell'economia mondiale e della politica mondiale, l'alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta. E il saggio Kautsky, per tranquillizzare gli operai e conciliarli coi socialsciovinisti passati dalla parte della borghesia, stacca uno dall'altro gli anelli di un'unica catena… Invece della connessione viva tra i periodi di pace imperialista e i periodi di guerre imperialiste, Kautsky presenta agli operai un'astrazione morta per riconciliarli coi loro capi morti."[3]  

Da quando Lenin ha scritto queste tesi, ci sono state nel mondo ben due guerre mondiali e, dopo la seconda, abbiamo assistito ad uno stillicidio di guerre locali, prima in tutte le zone arretrate del pianeta, dove gli interessi dei principali stati imperialisti sono stati perseguiti per interposta persona, ed ormai da un decennio perfino nel cuore dell’Europa, sicura anticipazione del terzo conflitto mondiale.

Purtroppo allora, all’epoca della prima guerra mondiale, la “riconciliazione” degli operai occidentali con i loro capi riformisti ed opportunisti (tutt’altro che morti) è perfettamente riuscita, tanto da permettere la persistenza del capitalismo attraverso le inevitabili guerre e paci, con gli altrettanto inevitabili scempi del pianeta e distruzione generalizzata dell’ambiente. 

2.      Il fondamento dei rapporti di classe: sviluppo e sottosviluppo 

I seguenti dati si possono trovare in qualunque pubblicazione cartacea o nei siti internet delle varie organizzazioni internazionali, a cominciare da quello della F.A.O., e sono citati e conosciuti da tutti i commentatori.

Nel decennio compreso tra il 1987 e il 1998 il numero di persone che sono state costrette a vivere (si fa per dire!) con meno di un dollaro al giorno è stimato intorno ad un miliardo 175 milioni di persone e, pertanto, senza considerare l'Estremo Oriente (Cina compresa), nel resto del mondo il numero di poveri è notevolmente aumentato. Questa statistica, però, non dice tutto. Un dollaro al giorno è veramente poco. Ma siamo sicuri che due dollari sia davvero una soglia di sicurezza? Nello stesso periodo circa metà dell'umanità ha tirato avanti con quel pugno di spiccioli: quasi tre miliardi di persone, 100 milioni in più del decennio precedente. Un abitante su cinque in Europa orientale, uno su due nell'Estremo Oriente, quattro su cinque in India e nell'Africa nera. Come si vive con meno di due dollari al giorno? Un miliardo e mezzo di persone - un essere umano su quattro - non ha acqua potabile, altrettanti (non necessariamente gli stessi) non ha fogne. Metà degli abitanti dei paesi poveri è lontana chilometri (equivalenti per loro, visti i trasporti, ad anni luce, dal più vicino telefono. Quasi un miliardo di persone non sa leggere e scrivere. Ogni anno, secondo i dati forniti dall’Unicef, l’organismo della Nazioni Unite deputato alla difesa dell’infanzia, 11 milioni di bambini, ovvero 30.500 ogni giorno, muoiono per cause facilmente prevenibili e numerosi altri milioni «si perdono tra i vivi», resi invisibili dalla miseria, non registrati alla nascita, costretti a lavorare come bambini soldato, nei bordelli, ridotti a lavorare in condizioni drammatiche, derubati della salute, della possibilità di crescere, dell'istruzione e spesso della vita. In tutto il mondo, su un miliardo e 200 milioni di persone povere, oltre 600 milioni sono bambini sotto i cinque anni, che cercano di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno; di questi, oltre 200 milioni sono affetti da rachitismo, conseguente alla malnutrizione. "E' un'enorme onta sulla coscienza del mondo - ha detto Carol Bellamy, direttore dell'Unicef - che in ben 41 paesi poveri - dove gli indicatori dello sviluppo umano sono i peggiori del mondo - il debito consumi da tre a cinque volte l'ammontare delle risorse destinate ai servizi essenziali". [4] Nel rapporto della F.A.O. del 1999 sullo stato dell’insicurezza alimentare del mondo si considera un risultato ottimale quello di ridurre il numero dei morti per fame entro il 2015 a 400 milioni e, nello stesso tempo, si afferma di ritenerlo impossibile allo stato dei fatti. 

Chi cita questi dati – e sono migliaia di commentatori – di solito è anche orientato ad attribuire la responsabilità di questo stato di cose al capitalismo o, comunque, ad un sistema economico basato solo sul profitto. Ma la ragione fondamentale di ciò, indipendente dalla cattiva volontà personale di chicchessia, sfugge loro sistematicamente, tanto che il più delle volte, quando costoro passano agli aspetti propositivi, si limitano a proporre… “un capitalismo senza l’ossessione per profitto”. Ciò vuol dire che l’essenza del capitalismo resta loro sconosciuta, altrimenti si renderebbero conto dell’assurdità di proporre, come strumento della eliminazione di ciò che ritengono intollerabilmente ingiusto, un capitalismo “pulito”, cioè proprio ciò che inevitabilmente in questi secoli ha prodotto ciò che si vuole eliminare. Gli effetti sono indissolubilmente legati alla causa. Gli effetti sono ciò che si vuole eliminare, e allora bisogna anche eliminare la causa, cioè il capitalismo “tout court”. Chi conosce la vera essenza del capitalismo non può non arrivare a questa conclusione. Ma per conoscere la vera essenza del capitalismo non ci sono “analisi della globalizzazione” che tengano, bisogna risalire a Marx e alla sua opera fondamentale, “Il Capitale”. Proprio quello che, invece, i moderni, come gli antichi, contestatori ritengono inutile e superato.  

Bisogna invece partire dal ricordare come al capitale interessi soprattutto il controllo sul rapporto di lavoro salariato, che riproduca incessantemente lo stesso capitale. E’ vero che il capitale, soprattutto nella fase della sua giovinezza, è anche costantemente alla ricerca del maggiore sfruttamento possibile del lavoro salariato, perché è questa l’origine del plusvalore e della sua stessa possibilità di valorizzarsi, di essere quindi capitale. Ma, con la sua maturità, il capitale vuole soprattutto la garanzia del suo perpetuarsi. Una volta che il capitale ha stabilito il suo controllo su tutti i beni prodotti e, soprattutto, ha consolidato le condizioni del suo perpetuarsi, non ha alcuna difficoltà a lasciare allo stesso operaio il diritto di appropriarsi altrettanto privatamente della parte a lui riservata, magari diffondendo l’illusione che potrà egli stesso diventare capitalista. E’ così che si è diffusa e consolidata sempre di più la convinzione che il diritto di appropriarsi privatamente delle cose e, in particolare, dei prodotti del lavoro sia un sacrosanto diritto naturale di tutti gli individui. Cosa che, al contrario, è solo il riflesso ideologico degli interessi della sola classe borghese.

E’ possibile anche, per un certo periodo di tempo, che la domanda di lavoro cresca più rapida­mente di quanto cresca il capitale; è possibile cioè che le esigenze di accumulazione del capitale superino l’aumento della forza lavoro, ossia del numero degli operai disponibili. In tal caso, la domanda di forza – lavoro supererebbe la sua offerta e, quindi, i salari potrebbero crescere anche in termini reali. E’ proprio quello che è avvenuto nei paesi occidentali, che per primi sono giunti al capitalismo e che hanno sottomesso il mondo intero alle esigenze di valorizzazione del capitale. Qui, durante gli ultimi due secoli (considerando, ovviamente, valori medi), dovendo ogni anno occupare più operai che in quello precedente, si è giunti inevitabilmente al punto in cui le esigenze dell’accumulazione del capitale hanno superato l’offerta abituale di lavoro, permettendo così, anche per lunghi periodi storici, un aumento reale dei salari. Ciò non ha minimamente scalfito il capitalismo che, proprio attraverso questi fenomeni, si è esteso a livello mondiale. Tuttavia è stato quanto basta per trasformare la grande maggioranza degli operai dei paesi occidentali da proletari, potenziali becchini del capitalismo, a suoi più convinti assertori. E’ il fenomeno del cosiddetto “opportunismo” operaio, fenomeno che, nei paesi occidentali, è stato ed è di tale importanza da aver trasformato il movimento operaio nel puntello sociale più importante del capitalismo stesso.

E’ su questa base che si è cementata l’alleanza tra gli stati imperialisti occidentali e la classe operaia degli stessi paesi, in particolare di fronte alla prima guerra mondiale. Alleanza che ha significato sicurezze e privilegi (relativi, ma pur sempre importanti) per gli operai occidentali, da una parte, e morte e miseria per il resto dell’umanità, dall’altra. Tutti quei dati sopra riportati trovano la loro origine e spiegazione in quella alleanza.

La prima guerra mondiale infatti dimostrò quanto il marxismo aveva sempre sostenuto: l’inevitabilità di una crisi generale del modo di produzione capitalistico. Però la stragrande maggioranza degli operai occidentali non riconobbe nelle tesi di Lenin sul “disfattismo rivoluzionario” la guida sicura del loro compito storico, quello della lotta per l’abbattimento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura proletaria e la guerra rivoluzionaria mondiale per il socialismo, bensì preferirono riconciliarsi in svariati modi con la propria borghesia, dalla difesa aperta della propria patria dei destri ai mille distinguo teorizzati dalle varie sfaccettature del socialismo di centro, e perfino di sinistra, tutti però coincidenti nel rigettare le indicazioni disfattiste di Lenin. Sarebbe del tutto inutile stare a disquisire sulle responsabilità: se vanno ricercate nella base o nei vertici delle organizzazioni di allora, e segnatamente nella Seconda Internazionale. Certamente sono di diversa gradazione, ma sta di fatto che quella innaturale alleanza avvenne proprio nel periodo cruciale che va dal 1914 al 1917, quando la vittoria dell’Ottobre Sovietico, da una parte, e, dall’altra, la formazione, nel 1919, dell’Internazionale Comunista su basi non del tutto omogenee, in parte oscurarono proprio questa verità. Con ciò non si vuole sostenere che sarebbe bastato aderire alle tesi di Lenin fin dal 1914 ed oggi avremmo il migliore dei mondi con tutti i problemi della fame e del sottosviluppo già risolti, ma è certo che il movimento operaio occidentale ha preferito, in quella occasione storica, allearsi con la borghesia invece che tentare la battaglia contro il capitalismo: con la conseguenza che allora il capitalismo mondiale ha stravinto e ha prodotto i risultati che anche oggi sono di fronte a tutta l’umanità, compreso le cifre spaventose della povertà, che tutti conoscono ad onta di tutti. 

Però la legge assoluta del modo di produzione capitalistico è la produzione di plusvalore: la valorizzazione del capitale, cioè la produzione di merci che contengano più lavoro di quanto il capitale ne paghi e, quin­di, la produzione di valore che al capitale non costa nulla e che si realizza mediante la vendita delle merci. In tale sistema, la forza lavoro è vendibile solo in quanto conservi i mezzi di produ­zione come capitale, riproduca il proprio valore come capitale, e fornisca in lavoro non retribuito una sorgente di capitale addizionale. Pertanto, le condizioni della sua vendita implicano la necessità della sua costante riven­dita finalizzata  alla riproduzione sempre più allargata della ricchezza come ca­pitale, siano tali condizioni più o meno favorevoli all’operaio. In certi periodi storici possono essere anche favorevoli, ma tale favore non può perdurare fino a minacciare la costante e sicura riproduzione del rapporto capitalistico. Tanto è vero che, ai periodi storici di crescita dell’accumulazione di capitale e di domanda di lavoro, subentrano necessariamente periodi in cui avviene proprio il contrario. Dice Marx nel “Capitale”: 

“Non è la diminuzione nell’incremento assoluto o proporzionale della forza lavoro, o della popolazione lavoratrice, che rende eccedente il capitale, ma, inversamente, è l’incremento del capitale che rende insufficiente la forza lavoro sfruttabile; così come non è l’aumento nell’incremento asso­luto o proporzionale della forza lavoro o della popolazione lavo­ratrice, che rende insufficiente il capitale, ma, inversamente, è la diminuzione del capitale che rende eccedente la forza lavoro sfruttabile… Per servirsi di un’espressione matematica: la grandezza dell’ac­cumulazione del capitale è la variabile indipendente, la grandezza del sala­rio la variabile dipendente, e non viceversa… Perciò, l’aumento del prezzo del lavoro resta confinato entro limiti che non soltanto lasciano intatte le basi del sistema capitalistico, ma ne assicurano anche la riproduzione su scala crescente. La legge dell’accumulazione capitalistica .. esprime dunque, in realtà, soltanto il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione nel grado di sfruttamento del lavoro, ovvero ogni aumento nel prezzo del lavoro, tali che la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua ripro­duzione su scala sempre allargata possano risultarne seriamente minacciate. E non può essere diversamente, in un modo di pro­duzione nel quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti anziché, inversamente, la ricchezza materiale per i bisogni di sviluppo del lavoratore. Come nella religione l’uomo è dominato dall’opera della sua testa, così nella produ­zione capitalistica lo è dall’opera della propria mano. “ [5]

Si tratta di una citazione, che va meditata in profondità ed in ogni affermazione; nei concetti espressi, infatti, è contenuta non solo la spiegazione delle ragioni fondamentali degli avvenimenti di quest’ultimo secolo, ma anche la sicura previsione degli accadimenti del prossimo futuro. Il lungo ciclo storico trascorso, nel quale si è manifestata una lunga tendenza all’aumento del salario reale degli operai occidentali, tendenza determinata dal fatto che solo così il capitale mondiale si è potuto valorizzare attraverso il depredamento delle risorse del mondo intero, tale ciclo deve invertirsi nel ciclo opposto. Si dovrà ritornare a livelli salariali molto più modesti per gli operai occidentali, in quanto ciò si prefigura come condizione indispensabile per un’ulteriore accumulazione di capitale a livello mondiale, il cui baricentro dovrà spostarsi dai paesi originari verso quelli attualmente meno sviluppati. E’ un’inversione di tendenza già in atto negli ultimi decenni, sebbene sia cominciata a velocità ridottissima. Essa era comunque destinata ad accelerare, come i fenomeni della cosiddetta “globalizzazione” dimostrano, ed è ugualmente destinata a riprodurre, attraverso violente trasformazioni, da un lato, condizioni di vita proletarie per gli operai dei paesi occidentali e, dall’altro, una tendenza all’aumento del tenore di vita delle grandi masse dei poveri del mondo. Questa grande massa di poveri non solo non consuma nulla, ma nemmeno produce nulla e dunque nemmeno produce plusvalore. Il capitale è alla ricerca del modo di far produrre masse enormi di plusvalore a queste masse di poveri, ma per poterlo fare ha bisogno di trasferire, dai paesi ricchi a quelli più poveri, masse di capitale variabile, perché è da questo che ha origine il plusvalore. Esso ha bisogno di gettare sul mercato mondiale capitalistico della forza - lavoro una massa enorme di nullatenenti e così ridurre il valore della forza lavoro degli operai occidentali, perché, almeno in una certa misura, una tale tendenza opererà anche nel senso di spingere verso la formazione di un valore medio mondiale della forza lavoro. Come farà l’operaio Fiat a competere con quello thailandese, visto che in Thailandia nel settore auto l’orario settimanale medio è di 70,36 ore e il salario giornaliero di 15.000 lire? Come fa l’operaia tessile statunitense a essere concorrenziale con quelle (quattro milioni) delle zone economiche speciali cinesi, che percepiscono una paga oraria tra 13 e 28 centesimi di dollaro e lavorano in genere tra 10 e 15 ore al giorno, per sei o sette giorni la settimana?

Si tratta, pertanto, di un processo che, una volta innestato, produrrà conseguenze di una violenza inaudita, perché porrà in modo visibile per tutti la vera natura del rapporto capitalistico. Insieme alla rinascita, anche nei paesi ricchi occidentali, di movimenti veramente proletari, porrà nuovamente l’esigenza di una nuova guerra mondiale, che abbia come posta in gioco la questione del controllo mondiale di queste trasformazioni.

Alcune affermazioni, come la seguente del Segretario Generale dell’O. N. U. Kofi Annan, sono molto chiare ed esplicite nell’indicare allo stesso tempo la tendenza sopra detta e la sua necessità:              

 “Una larga parte della popolazione mondiale in questo momento è completamente fuori dal mercato globale. Non produce né consuma praticamente niente. Ha bisogni enormi e un desiderio di beni e servizi forte, pari a quello di chiunque altro. Ma non è in grado di pagare nulla, perché non guadagna nulla. Sono donne e uomini paralizzati dalla fame, dalle malattie, dall'ignoranza, dall'isolamento. Insomma, dalla povertà. In molti luoghi la loro stessa esistenza è minacciata, dalla violenza o dal degrado ambientale. Eppure, potrebbero vivere in un modo completamente diverso.
Il nostro pianeta è benedetto da risorse che potrebbero nutrire tranquillamente i sei miliardi di persone che vi abitano, e anche di più.  Ma almeno un miliardo di bocche non hanno cibo, mentre derrate in eccesso marciscono nei magazzini dei paesi ricchi. Non voglio naturalmente dire che cambiare questa situazione sia facile. Ma sono certo che se governi, imprese e società civile collaborassero, il mondo potrebbe essere più ricco e più sicuro, insomma un posto migliore in cui vivere. Una differenza che converrebbe a tutti. Chi fa affari, ad esempio, ha bisogno di consumatori, gente, cioè, con il denaro in tasca.”[6]

 3.      Il “movimento” e le sue diverse componenti: quello che pensa di se stesso 

Bisogna innanzitutto negare che esitano i “globalizzatori”, e cioè gli stati occidentali imperialisti, e gli “antiglobalizzatori”, il cosiddetto “movimento anti – global” nelle sue varie componenti. In realtà, a parte alcune frange del tutto ininfluenti che sognano di un mondo da conservare puro, in quanto lasciato alle sue spontanee leggi di sviluppo senza alcun intervento esterno dell’uomo, tutti sono favorevoli alla globalizzazione. Ed è proprio questo che dimostra quanto sopra detto: il “movimento” può pensare di se stesso quello che vuole, però tutte le idee che diffonde e sostiene nelle sue varie componenti sono collegate all’interesse del capitale mondiale, cioè alle sue esigenze di proseguire nelle sua folle corsa verso nuove frontiere di accumulazione capitalistica. Questa non è più possibile nelle vecchie forme: non è più possibile distribuire ancora quote di plusvalore, prodotto mondialmente, agli operai occidentali senza intaccare la stessa struttura del rapporto capitalistico di sfruttamento del lavoro salariato. Bisogna allora seguire la strada dell’aumento della produzione mondiale di plusvalore attraverso la elevazione del reddito medio dei popoli poveri e la formazione di masse aggiuntive di lavoratori salariati occupati con un vero e proprio rapporto capitalistico, cioè pagati con capitale variabile destinato ad aumentare la massa mondiale del plusvalore e, per questa via, a contrastare la caduta del saggio medio di profitto, vera malattia mortale del capitalismo.

Lo scontro tra le due bande (quelle che comunemente passano per “globalizzatori” ed “antiglobalizzatori”) è sui modi per conseguire questo risultato. Dunque bisogna subito fissare la tesi fondamentale: chiunque sia il vincitore lo sarà nell’interesse del capitale mondiale. Si tratta, mutatis mutandis, della stessa tesi, che solo la Sinistra Comunista sostenne di fronte all’opposizione tra fascismo e antifascismo: chiunque avesse vinto lo avrebbe fatto nell’interesse del capitale. Ed in effetti l’analogia tra le due situazioni è veramente notevole e tutti, oggi, possono constatare quanto quella tesi della Sinistra fosse vera. Chi non riesce nemmeno oggi a capirlo è completamente irrecuperabile ad ogni corretta interpretazione dell’attuale fase storica, secondo i principi del materialismo dialettico. Lo scontro odierno tra le due visioni delle esigenze complessive del capitale mondiale tuttavia c’è ed è anche molto violento. Del resto, anche lo scontro tra fascismo ed antifascismo è stato tale da aver prodotto la seconda guerra mondiale.

Lo scontro attuale è tra chi vorrebbe affidare solo alle cosiddette leggi di mercato, senza alcuna regolamentazione a fini sociali da parte degli stati, i risultati della globalizzazione, e chi invece vorrebbe regolamentare tale processo in modo da evitare le conseguenze più inaccettabili alla “coscienza” del comune sentire democratico e popolare. I primi sono più legati direttamente alle varie centrali del capitale finanziario, mentre i secondi lo sono ai gruppi sociali occidentali più garantiti dal cosiddetto “stato sociale”, che hanno maggiormente goduto in questi decenni degli interventi degli stati e che, per questa ragione, oggi rappresentano il maggior cemento sociale del consenso alle stesse strutture politiche di tali stati. Ambedue queste vie portano dunque alla conferma del potere mondiale del capitale, ed in particolare del capitale concentrato negli stati di già consolidata tradizione imperialista. Le varie componenti del “movimento”, come si è formato attraverso le insistenti contestazioni delle riunioni di alto livello dei vari organismi mondiali, stanno tutte in questa seconda  schiera, mentre gli stati governati dalla destra liberista, in primis gli USA, sostengono la prima opzione. Come ai tempi del fascismo e dell’antifascismo, si ripropone lo stesso antagonismo tra una destra mondiale e una sinistra e appare sempre di più un antagonismo in rotta di collisione. Per la formazione dei comunisti, e del Partito Comunista Mondiale, sarebbe semplicemente mortifero aderire alla sinistra piuttosto che alla destra (e ovviamente viceversa), né più né meno come lo fu aderire all’antifascismo contro il fascismo.

Vediamo allora quali sono le principali componenti del movimento  e le loro tesi:

Una larga parte del movimento sostiene una piattaforma antiliberista, ma non anticapitalistica. Considera anzi profondamente errata questa impostazione. E’ la tradizione sociale, democratica ambientalista e pacifica del capitalismo. Per costoro non si tratta di combattere la mondializzazione in quanto tale, in nome di una difesa retrograda della sovranità nazionale, dello stato-nazione, del mercato o dell’industria (capitalista nazionale), ma piuttosto di opporre alla mondializzazione “realmente esistente”, che loro definiscono imperialista, un altro progetto mondiale, emancipatore, democratico, egualitario e libertario, non imperialista a loro modo di vedere.

I cristiani radicali, e specialmente i cattolici, sono una componente essenziale, sia dei movimenti sociali del Terzo mondo – spesso ispirati, soprattutto in America latina, dalla cosiddetta “teologia della liberazione” – sia delle associazioni europee di solidarietà con le lotte dei paesi poveri. Ispirati dall’etica umanista ed ecumenica del cristianesimo, sostenuta con particolare vigore da questo papa, contribuiscono notevolmente ad una visione internazionalista dei problemi della povertà e del Terzo Mondo. A volte esprimono anche posizioni molto decise, come in questo documento:

 

“Oggi nel mondo la dignità della vita umana è violata. Molti sono gli ambiti in cui questo accade, dalla guerra alla povertà, dal sapere privilegio di alcuni al potere monopolio di pochi… Noi sentiamo l'impegno di appartenere ad una famiglia, quella umana, che va oltre i confini nazionali e le logiche economiche. ..  Nessuna persona può essere considerata solo un soggetto economico passivo il cui valore è commisurato alla sua capacità di acquisto. ..  Noi siamo qui perché anche noi abbiamo un sogno: non vogliamo più essere i ricchi che guardano ai poveri da aiutare. Vogliamo essere cittadini di un mondo e di una comunità solidale che diano a tutti lo stesso diritto di avere necessità e offrire opportunità. Noi siamo qui perché vogliamo realizzare il nostro sogno. La dignità della vita umana è offesa nel nostro pianeta da conflitti che coinvolgono popolazioni vulnerabili. .. Noi esigiamo che voi, nostri rappresentanti, lavoriate con chiarezza e determinazione per: bandire la guerra come strumento di soluzione dei conflitti; ..Vogliamo che le risorse non vengano gettate in progetti di difesa inutili, come lo scudo spaziale, ma siano utilizzate per eliminare le cause che originano i conflitti, prima fra tutte la povertà.” [7]

Partecipano inoltre movimenti del terzo mondo, come il movimento “zapatista”, profondamente radicato nelle comunità indigene del Chiapas, o il movimento dei contadini del Brasile, che sostengono di dover lottare efficacemente contro il sistema imperialista simultaneamente su tre livelli: il locale, il nazionale e il mondiale.

Partecipa infine quello che resta dei vecchi movimenti pacifisti ed antimperialisti della tradizione legata alle organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio (socialisti, socialisti democratici ed ex “comunisti”, rinnovatisi in varie forme dopo il crollo della Unione Sovietica).

Si è così formata quella che viene spesso chiamata “Internazionale della Resistenza al neo liberismo”, formata da:

I) partiti e movimenti dell’eredità staliniana, che non hanno più bisogno di schierarsi e sottomettersi ciecamente a uno stato, anche se per alcuni di loro ha ancora notevole peso il mito di Cuba o della Cina definite ancora spudoratamente “comuniste”; niente però di simile a quello che una volta rappresentavano la stessa Cuba, la Cina, e specialmente l’Unione Sovietica.

II) movimenti di ispirazione umanista, anarchica e libertaria, ecologica, femminista e democratica dei nuovi movimenti sociali;

III) movimenti di ispirazione cristiano – cattolica, in alcune frange fra i più radicali e decisi assertori di tesi anti liberiste.

IV) le nuove reti, sorte attraverso i nuovi strumenti e calcolatori elettronici, che servono soprattutto all’organizzazione di lotte contro la “globalizzazione neoliberista”, che mobilitano le associazioni e i movimenti detti sopra, ed anche individualmente ricercatori, intellettuali e, soprattutto, giovani (in quanto utilizzatori in massa dei nuovi strumenti elettronici) intenzionati a battersi contro le istituzioni del sistema commerciale e finanziario internazionale.

Abbiamo assistito, nelle mobilitazioni di questi anni, non solo a un riavvicinamento di queste forze, ma anche ad uno scambio e a un apprendimento reciproco su tutta una serie di questioni, da quelle relative alle lotte sindacali a quelle relative all’ecologia e alla difesa dell’ambiente. Per molti commentatori, è dalla convergenza ed interazione tra queste differenti tradizioni che potrà nascere l’Internazionale del ventunesimo secolo a vocazione universalista ed emancipatrice.

Un commento a parte merita il cosiddetto “spezzone nero” o, più conosciuto, come “black bloc”, additato da tutte le suddette componenti pacifiche del movimento come amante della violenza per la violenza, strumento più o meno consapevole delle stesse forze repressive poliziesche degli stati o, addirittura, condannato senza appello in quanto ispirato a principi e orientamenti fascisti “tout court”. Non è agevole inquadrare questa parte del movimento, anche perché i documenti disponibili sono esclusivamente quelli pubblicati attraverso la rete di Internet e dunque ne è dubbia la autenticità. Però, con il beneficio di inventario di cui sopra, alcune importanti considerazioni possono essere fatte. Innanzi tutto, il fatto che i “black bloc”siano additati, da tutte le componenti pacifiste, come complici del potere poliziesco, a causa della rivendicazione aperta di un uso positivo della violenza, non può essere bastante per dare un giudizio ben ragionato e ponderato. Anzi, in un loro documento successivo alle contestazioni di Seattle, l’uso della violenza viene inquadrato come strumento indispensabile per lottare contro la proprietà privata; e ciò non può che essere condiviso da chi vuole veramente lottare contro il capitalismo. In questo documento, dopo aver elencato gli obiettivi della loro azione violenta (tra questi la società Fidelity Investment - azionista di maggioranza della Occidental Petroleum, che vuole eliminare la tribù degli U'wa in Colombia [per estrarre dai loro territori] -, la Bank of America, l’ US Bancorp, la Key Bank e  la Washington Mutual Bank - istituzioni finanziarie di primaria importanza mondiale -, oltre ad altre aziende simboli dello sfruttamento mondiale del lavoro minorile del Terzo Mondo, come le catene  McDonald's), così proseguono nel criticare i loro critici:

 

La reazione alle attività del black bloc hanno evidenziato alcune delle contraddizioni e dell'oppressione interna che si
vivono gli "attivisti non-violenti". A parte l'ovvia ipocrisia di quelli che fanno violenza contro chi e' a volto coperto e vestito di nero (molti dei quali sono stati aggrediti malgrado il fatto che non siano mai stati coinvolti nelle attività di distruzione di proprietà), questo e' il razzismo degli attivisti privilegiati che possono permettersi di ignorare la violenzaperpetrata contro la maggior parte della società e della natura in nome del diritto di proprietà privata.” [8]

4.      Il movimento e il suo significato di classe: il ruolo della violenza. 

Che i cosiddetti “black bloc” rivendichino apertamente l’uso della violenza, e tale uso sia indirizzato in maniera specifica contro il diritto della proprietà privata, e specialmente contro i concentrati del potere mondiale capitalistico come sono le banche e gli istituti finanziari, non può che essere salutato positivamente dai comunisti. Finalmente un segnale (per quanto ancora tenue ed ingenuo), la cui dinamica tende a rompere, proprio nei paesi di maggiore forza e tradizione imperialista, l’innaturale alleanza tra gli stessi stati imperialisti e la grande maggioranza del movimento operaio, che si è cementata almeno fino dalla prima guerra mondiale. Certamente esso contiene aspetti contraddittori e tutti da verificare, però non crediamo che si tratti di una semplice montatura, che gli stessi apparati polizieschi vogliono utilizzare contro il resto del movimento, pacifista per convinzione e per vocazione.

Del resto, il coro di tutte le componenti pacifiste del “movimento” è accompagnato dagli stessi responsabili della politica degli stati democratici e da tutti i “tromboni” della stampa di destra e di sinistra. Secondo tutti costoro, lo stato democratico, e perciò stesso “al servizio di tutto il popolo”, deve unire alla forza nel mantenere l’ordine contro i violenti, la garanzia della possibilità di manifestare ogni forma di dissenso, purché in forme pacifiche. Nessuno dubita che la pace sociale sia il bene supremo da tutelare e, di contro, l’uso della violenza sia di per sé da condannare. Allora bisogna fare un po’ di chiarezza sul significato della violenza e sul suo uso.

Prima di tutto, prima ancora di vederne gli aspetti più squisitamente teorici –e perciò fondamentali-, è doveroso fare una breve considerazione basata sul semplice buon senso. Tutti coloro che dichiarano la loro avversione alla violenza in nome di principi cristiani, liberali, democratici o che altro, non hanno alcun titolo morale (per restare sul loro terreno preferito) per farlo, se non pongono il problema nei termini seguenti:

Ø     considerato che il rapporto tra ricchi e poveri, tra paesi imperialisti e paesi assoggettati agli interessi dell’imperialismo, è tale che produce decine e centinaia di milioni di morti di fame, che produce ed ha prodotto guerre locali in continuazione e addirittura due guerre mondiali, e che attualmente gli stati ricchi sono dotati di un apparato militare tale, che basterebbe la sua conversione pacifica a sanare molte delle situazioni di fame e di miseria;

Ø    considerato tutto ciò, è necessario dedurne che tutto questo apparato di forza e di violenza sarebbe incomprensibile se non alla luce del fatto che esso è indispensabile per mantenere questo stato di cose, per perpetuare un sistema di rapporti economici e sociali in cui siano garantiti i ricchi contro eventuali “assalti dei morti di fame”.

Chi vuole affrontare il problema della violenza in termini morali non può non partire da queste considerazioni, altrimenti o è un puro e semplice ipocrita, o è direttamente coinvolto nella tutela e nel mantenimento di questo sistema dell’affamamento di molti a beneficio di pochi.

Si dice che moltissimi aderenti alle varie componenti pacifiste di questo movimento siano disposti a porre il problema in questi termini e che perciò siano in totale buona fede. Tuttavia non è facile trovare testi e documenti impostati chiaramente in questo senso e, comunque, una volta affermato chiaramente tutto ciò, bisognerebbe trarne la logica conseguenza: nessun consenso sociale e politico a questi stati fino a che non decidano la distruzione unilaterale di tutti gli arsenali di guerra.

Se pochi sono disposti ad arrivare all’impostazione suddetta di questa tesi, nessuno giunge fino alla sua logica conseguenza. E non potrebbe essere che così. Però, per poterlo capire, bisogna riproporre, almeno nei suoi capisaldi, l’inquadramento teorico del problema della forza e della violenza, che il materialismo dialettico ha dato fino dalla sua origine. 

L'uso della forza e della violenza, tra individui e gruppi sociali organizzati, è un fatto materiale che deve essere indagato nel suo fondamento senza il minimo ricorso ad apriorismi di stampo moralistico. Il ricorso a principi morali scivola inevitabilmente negli inganni delle etiche e delle mistiche, senza più alcun riferimento ad un'analisi obiettiva del fenomeno, favorendo così il fatto oggi giganteggiante della manipolazione delle idee, che va dalla falsa notizia alla critica e all'opinione già confezionata. Un esempio eclatante di tale mistificazione è il modo con cui viene presentato proprio il problema della fame nel mondo. Non si può dire che manchi l’informazione, che invece, spesso, è anche molto precisa, tanto che probabilmente tutti hanno letto o sentito, e non una sola volta, che ogni secondo muoiono di fame almeno due persone nel mondo. Tuttavia queste informazioni vengono date raramente e vengono confezionate in modo tale da suscitare in tutti espressione di pietà e di commiserazione. Vengono presentate in modo da mostrare fatti spiacevoli per tutti, ma che purtroppo non possono essere cambiati in tempi brevi, nonostante che tutti i governi dei paesi "civili" si adoperino per eliminare "il flagello della fame" dalla nostra "evoluta" società. I G-8 non si fanno proprio per questa ragione? E allora che bisogno c’è di manifestare violentemente se l’obiettivo è comune a governi e movimenti sociali? A nessun borghese, grande o piccolo, a nessun operaio opportunista del nostro mondo "civile", passa per la testa che per il suo benessere (di diversa entità, ma pur sempre benessere) muoiono decine di migliaia di asiatici, africani o latino - americani. Ecco perché bisogna uscire fuori dagli inganni di ogni forma di moralismo; è il primo passo indispensabile per vedere la violenza per quello che realmente è: uno strumento indispensabile ad uso della classe dominante. La conseguenza è che la classe oppressa non potrà mai elevarsi al rango di classe dominante senza l'uso della forza materiale in forma cinetica. Al contrario, l'utilizzazione della violenza in forma potenziale (come ormai dilaga negli inganni e nelle mistificazioni dell’informazione sedicentemente fondata su principi morali) può servire solo alla classe detentrice del potere politico, che, viceversa, esprime debolezza quando decide di ricorrere alla violenza cinetica. Se confrontiamo il peso dei due fattori di forza, quello della violenza in atto e quello della violenza in potenza, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, dobbiamo concludere che il secondo è quello storicamente dominante, in quanto, nelle lunghe fasi di pace sociale, la disposizione autoritaria viene eseguita senza resistenza alcuna e l’uso della violenza cinetica, sempre possibile, è l’eccezione; mentre, nelle fasi rivoluzionarie, tale rapporto si inverte e diventa la regola l’uso della violenza in atto.

Ecco perché la decisione di reprimere con violenza gli attuali movimenti, che manifestano opposizione alla forma liberista di “globalizzazione”, come ormai sta avvenendo da alcuni anni e come, in modo particolarmente deciso, è stato fatto recentemente a Genova durante il G8 del 20/22 luglio scorsi, è un chiaro segnale che nei rapporti sociali qualcosa di profondo e fondamentale sta cambiando. Il fatto, poi, che questo cambiamento stia avvenendo a livello mondiale, dà a questa svolta nella situazione storica ancora maggiore impulso e forza.  

Di fronte a ciò, non si deve esprimere solo sdegno e deprecazione, come avvenne durante gli anni venti, quando lo stato presentò la sua faccia fascista; sarebbe un imperdonabile errore, come lo fu allora. In un testo degli anni '40, "Forza - Violenza e Dittatura nella lotta di classe", sono state espresse chiaramente queste tesi, che a maggior ragione vanno oggi riconfermate: 

" .. i comunisti marxisti non avevano mai pensato di poter attuare il trapasso alla realizzazione del loro programma senza questo supremo scontro tra le opposte forze di classe, [e] in quanto tutta l'analisi della più recente evoluzione del capitalismo e del grandeggiare delle mostruose sue formazioni statali nella loro gigantesca impalcatura lasciava chiaramente intendere l'inesorabilità di questo sviluppo.

Il grande errore di valutazione di tattica e di strategia che favorì la vittoria della controrivoluzione fu quello di deprecare questa potente conversione del capitalismo dal terreno della ipocrisia democratica a quello dell'aperta azione di forza .. Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinanzi all'avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l’attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l'energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l'innocua custodia di tela. In fase fascista l'energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore e oppressore è quella di rimettere l'ingannevole schermo sulla bocca dell'arma. Per tal modo l'efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell'inganno legalitario.

Poiché sarebbe ancora più insensato chiedere al proprio nemico di disarmare, bisogna accogliere con letizia il fatto che egli, costretto dalle urgenze della situazione, sveli le proprie armi, poiché sarà meno difficile affrontarle e infrangerle.

Il regime borghese di dittatura adunque è una fase immancabile e prevista della vita storica del capitalismo il quale non morirà senza averla esperita. Lottare per il rinvio di questo palesarsi delle opposte energie sociali di classe, svolgere una propaganda vana e retorica ispirata a uno stupido orrore di principio per la dittatura, è tutto lavoro svolto soltanto a favore del sopravvivere del regime capitalistico, del prolungarsi dell'asservimento e della oppressione sulla classe lavoratrice."[9]

La tesi fondamentale del materialismo dialettico riguardo all’uso della forza è dunque la seguente:

la capacità di utilizzare la violenza in forma cinetica, quando è indispensabile per la difesa dei rapporti sociali esistenti, si concentra nell'apparato statale e questi, nelle fasi di crisi che mettono in discussione la sua stessa impalcatura, non esiterà a scatenare tutte le sue risorse contro l'erompere delle forze rivoluzionarie. Perciò ogni tattica rivoluzionaria non deve essere finalizzata alla conquista dello stato, perché non è possibile che lo stato esistente sia “gestito” contro l’interesse della classe dominante, ma deve essere finalizzata alla conquista del potere politico, cosa che può avvenire solo attraverso la distruzione violenta dello stato esistente e la formazione di un altro stato, che sia espressione della nuova classe dominante.

Si tratta del resto della tesi espressa chiaramente nel programma su cui fu fondato il P. C. d’I. a Livorno nel 1921: 

Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.” [10]

Pertanto, se da un lato è vero che non basta l’uso della violenza per definire che cosa sia un movimento proletario, dall’altro lato un movimento, che consideri il pacifismo e la non violenza come principi indiscutibili della sua attività, non potrà mai uscire dai limiti di un movimento borghese. Un movimento veramente proletario è definito dal suo programma complessivo, ma in questo programma deve figurare come uno dei principi fondamentali l’uso della violenza rivoluzionaria. 

5.      Imperialismo e governo mondiale 

La tesi principale delle correnti socialiste e socialdemocratiche del movimento operaio, circa i caratteri dell’epoca imperialista, è che base economica e politica imperialista sarebbero separabili e che, dunque, l'imperialismo non sarebbe che una particolare tendenza politica, alla quale sarebbe opponibile, stanti gli stessi rapporti economici, una politica pacifica di almeno alcune delle stesse potenze imperialistiche.

Si tratta in particolare della tesi di Kautsky, che, se oggi venisse affermata con coerenza, apparirebbe forse la più rivoluzionaria tra quelle in circolazione. Kautsky sosteneva la possibilità oggettiva di garantire rapporti pacifici tra gli stati, pur permanendo il modo di produzione capitalistico ed anzi proprio perché il capitalismo, da capitalismo concorrenziale, si era trasformato in capitalismo monopolistico. Come il monopolio è la fine della concorrenza tra capitalisti, così, in politica, gli stati, nella fase dell’economia monopolistica, potrebbero scegliere la pace tra di loro invece della guerra. Pertanto – dice ancora Kautsky - le tendenze favorevoli alla guerra potrebbero essere sconfitte, se il movimento operaio adoperasse la sua forza per costringere gli stati ad evitare la guerra.

A questa tesi si oppone quella del materialismo dialettico, elaborata in particolare da Lenin e riassumibile sinteticamente in questi punti validi per tutta la fase storica che si concluderà con la vittoria della rivoluzione comunista mondiale:

·        l’imperialismo non è uno specifico modo di produzione, è il risultato inevitabile dello sviluppo delle categorie capitalistiche;

·        questa tendenza è inevitabile perché è la risposta più decisa del capitalismo alla sua legge mortale, quella della caduta del saggio di profitto;

·        di conseguenza, l’imperialismo e le guerre tra stati imperialisti non sono una delle politiche possibili;

·        l’imperialismo non è una politica, è una necessità ineliminabile proprio dello sviluppo del capitalismo, in quanto tra base economica e politica imperialista c’è un nesso inscindibile: lo sviluppo della concentrazione capitalistica ha come conseguenza inevitabile la caduta del saggio di profitto e da ciò nasce la ricerca spasmodica di spazi economici in cui sia possibile realizzare tassi di profitto maggiori;

·        perciò è ineliminabile la tendenza, da parte dei maggiori stati imperialisti, alla continua spartizione e rispartizione del mondo in zone d'influenza.  

Al contrario, secondo gli apologeti del capitalismo, questa nuova epoca, in grado di sfruttare conoscenze scientifiche e tecniche impensabili solo qualche decina di anni fa, dovrebbe portare ad un'epoca di pace e di sviluppo armonico di tutta l’umanità. E’ noto a tutti viceversa quanto, in questi ultimi decenni, si siano acuiti tutti i contrasti e tutti gli antagonismi. Con la dissoluzione dell’ex Unione Sovietica le cose non sono andate meglio, come quegli stessi apologeti strombazzavano, lasciando intendere sia che la colpa di tutti i mali del mondo fosse attribuibile esclusivamente al comunismo, sia che la stessa Unione Sovietica fosse l’incarnazione del demone comunista. Anzi, da allora, lo scontro mondiale imperialistico si è fatto sempre più totale, coinvolgendo addirittura nelle vere e proprie attività belliche la stessa Europa. Ed è precisamente tutto questo che dimostra come il capitalismo sia giunto alla sua ultima fase[11] : i contrasti interimperialistici sono stati e sono tali da impedire un ulteriore sviluppo capitalistico compatibile con la natura e la specie umana. Lo stesso cambiamento in corso, e perfino il progetto di eliminare la povertà, scatena inevitabilmente una nuova guerra mondiale tra blocchi imperialistici contrapposti. Altro che governo mondiale!!  

I moderni stati imperialisti si rendono conto che i rapporti sociali ed economici della nostra epoca pongono l'esigenza di un governo mondiale dell'economia, ma è proprio su questo piano che falliranno, nonostante che il potere politico mondiale sia stabilmente nelle loro mani. Ciò che sta avvenendo durante i vertici, che dovrebbero prefigurare ed agire già, per quanto possibile, come governo mondiale, dimostra che prevarrà il contrasto di interessi tra un blocco imperialista e l'altro: la tendenza liberista e quella solidarista della globalizzazione aspettano che si palesi uno schieramento contrapposto anche tra i principali stati, e ciò condurrà inevitabilmente ad una nuova guerra mondiale. Il vero governo mondiale sarà, invece, un risultato esclusivo del comunismo, ma a questo è possibile giungere solo attraverso la rivoluzione comunista mondiale, la dittatura proletaria e la guerra rivoluzionaria mondiale. 

6.      Inevitabilità della guerra tra blocchi imperialisti e rivoluzione comunista 

Riaffermare, anche nell’attualità del terzo millennio, la tesi di Lenin sulla inevitabilità delle guerre imperialiste, in opposizione a quella di Kautsky e – con varie sfumature – di tanti altri sulla possibile “convivenza pacifica” di stati imperialisti, è di importanza fondamentale. Tuttavia non è sufficiente per inquadrare bene non solo la situazione storica dei rapporti di classe, ma anche la sua dinamica e il suo altrettanto inevitabile sviluppo. La tesi della inevitabilità della prossima guerra imperialista mondiale va completata con l’altra – anche questa di Lenin – che postula l’inevitabilità della rivoluzione proletaria e comunista, proprio come conseguenza della guerra imperialista: guerra imperialista e rivoluzione comunista mondiale sono certamente l'una il contrario dell'altra, ma sono coincidenti nel loro inevitabile intrecciarsi e trasformarsi l'una nell'altra, in un lungo periodo storico di gestazione della dittatura proletaria e poi del comunismo.  Ecco perché è da attendersi che mano a mano che la tendenza alla guerra generale e globale diventerà più stringente, dovranno manifestarsi socialmente in maniera via via più visibile i segni della ripresa di un movimento autenticamente proletario.  

Pertanto l’attesa di una nuova guerra mondiale non significa, per i comunisti, la manifestazione angosciata del desiderio che questa si verifichi il più tardi possibile, vista l’impreparazione delle forze rivoluzionarie. La guerra aperta, infatti, che coinvolga gli stessi maggiori stati imperialisti in conflitto tra di loro, non è altro che la manifestazione dell'impossibilità per la borghesia di mantenere il proprio potere in modo pacifico e idilliaco, col solo uso del consenso sociale. Rappresenta la crisi del  modo comune di funzionare del capitalismo e, per questo, proprio durante la guerra è possibile che rinasca e si consolidi il movimento proletario rivoluzionario, che sia predisposto a seguire la consegna tattica di Lenin del disfattismo rivoluzionario, consegna valida per tutto il periodo storico delle guerre imperialiste e della rivoluzione comunista mondiale. 

Insieme all’atteggiamento nei confronti dell’uso della violenza, un altro indice importante del rinascere di un tale movimento è l’atteggiamento nei confronti della proprietà privata. Non è pensabile che le lotte sindacali per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, sia che si tratti della durata della giornata lavorativa che del valore della forza – lavoro espressa nel salario, possano condurre, da sole, al superamento del capitalismo, come la storia di oltre un secolo dimostra. Esse sono importanti, nella lotta contro il capitalismo, solo se rafforzano l’organizzazione di classe e, soprattutto, se diffondono tra gli operai la consapevolezza della insopportabilità della loro totale estraniazione dai risultati del loro stesso lavoro.  

Storicamente, molti movimenti sociali hanno posto il problema della proprietà privata, a cominciare da quello anarchico, che, tuttavia, ha storicamente fallito nell’aver posto in opposizione la lotta contro la proprietà privata e la lotta per l’instaurazione della dittatura proletaria. Gli anarchici hanno sempre affermato che ogni tipo di potere politico sia costituito a difesa della proprietà e che, dunque, per combattere contro la proprietà privata, si debba contrastare anche ogni tendenza favorevole alla sostituzione dell’attuale stato borghese con una qualunque altra forma di stato, fosse pure quella comunista. La polemica degli anarchici storici è infatti quella che opporrebbe il programma dei comunisti cosiddetti “autoritari” a quello dei “libertari”, contrari ad ogni forma di proprietà privata e, quindi, contrari anche ad ogni forma di stato. Il suddetto movimento del “black bloc” ripropone un po’ la stessa visione, confusamente anarchica, nel vedere il fatto della proprietà privata indissolubilmente legato a una qualunque forma di potere politico e dunque gerarchico, cosa che impedisce loro di considerare indispensabile, proprio per conseguire gli obiettivi di lotta alla proprietà privata, la forma di stato di dittatura proletaria. Ecco quello che sostengono nel documento già citato: 

“Noi riaffermiamo che la distruzione di proprietà non è un'azione violenta, a meno che non ci perda la vita qualcuno o qualcuno ne abbia danno (fisico). Secondo questa definizione la proprietà privata -- specialmente la proprietà privata delle multinazionali [chiaro] -- è in se stessa infinitamente più violenta di ogni azione rivolta contro di essa. … Se il potere di ognuno di noi è concentrato nelle mani di poche corporazioni o impegnato nel creare un apparato di regole che possano mitigare gli effetti del disastro da esse provocato, nessuno può essere poi così libero o così potente come potrebbe invece esserlo in una società non gerarchica.“ 

Però propongono anche un’interessante analisi a proposito della proprietà privata, che rappresenta un po’ una novità nei movimenti di questi ultimi decenni: 

“La proprietà privata va distinta dalla proprietà personale. La seconda riguarda l'utilizzo mentre la prima riguarda il
commercio. Il principio basilare riguardo alla proprietà personale è che ognuno ha ciò di cui ha bisogno. Il principio
che invece sottende il concetto di proprietà privata è che alcuni di noi hanno qualcosa che qualcun'altro vuole o di cui ha bisogno. In una società che si fonda sui diritti della proprietà privata, quelli che sono capaci di accumulare molti beni di cui gli altri hanno bisogno o desiderio hanno un grande potere. Per estensione, hanno un ancor più grande potere quanto più riescono a far percepire agli altri di dover desiderare o di aver bisogno di determinati beni, solitamente nell'interesse di aumentare i loro profitti. Portare avanti il "libero mercato" vuol dire far arrivare questo processo alle sue logiche conclusioni: una rete di poche industrie monopoliste con un controllo completo sulle vite di tutti noi.”[12]
 

E ciò rappresenta un interessante piccolo barlume di quella enorme coscienza che, secondo Marx, dovrà caratterizzare un autentico movimento proletario. Ecco la tesi illuminante di Marx a proposito della rottura dei limiti alienanti in cui avviene la produzione capitalistica:  

“Riconoscere i prodotti come propri e giudicare la separazione dalle condizioni della loro realizzazione come separazione indebita, forzata – è una coscienza enorme che è essa stessa il prodotto del modo di produzione fondato sul capitale, e suona la campana a morte per esso, allo stesso modo in cui la coscienza dello schiavo di non poter essere proprietà di un terzo, la sua coscienza in quanto persona, fa sì che la schiavitù sia ridotta a vegetare artificialmente e abbia cessato di poter sussistere come base della produzione.” [13]

La campana a morte del capitalismo suonerà quando si esprimerà un movimento sociale che porrà non solo la questione del salario e della giornata lavorativa e nemmeno soltanto la questione del controllo della produzione in senso stretto, ma anche quella del controllo sociale dell’utilizzazione di ogni prodotto del lavoro. Difatti produzione, consumo e investimento sono tre fasi di un unico processo di produzione, di distribuzione e di riproduzione. Non è possibile che l’attività produttiva sia svincolata dalle leggi del capitale, se le altre due fasi, quella del consumo e dell’investimento, restano assoggettate alle leggi del capitale, il che avviene sempre, nella realtà di oggi, quando tali decisioni sono affidate a decisioni private. Il meccanismo capitalistico, nel suo funzionamento complessivo, si infrange solo se viene posta l’esigenza di assoggettare tutti gli aspetti del rapporto di produzione e di proprietà ad un controllo sociale, il che vale la negazione della cosiddetta libertà e autonomia privata nel prendere decisioni, che apparentemente riguardano solo il singolo soggetto, ma che in realtà interessano tutta la collettività. Perciò deve essere infranta la potenza sociale del denaro, che riproduce continuamente l’autonomia e l’interesse individuale. In sua sostituzione deve essere posta la partecipazione di ognuno alla produzione e al consumo, che dovranno diventare sociali e socialmente controllabili. Una tale coscienza è una coscienza enorme, come dice Marx, e non può essere artificialmente inculcata. E’ il prodotto stesso del capitalismo.  

Essa tuttavia dovrà finalmente farsi strada, e ne saranno sintomi anticipatori sia l’individuazione nel denaro tout – court di una forza antisociale da combattere, sia la tendenza ad esprimere in tutti i rapporti sociali solidarietà organizzata di classe, indipendentemente da ogni razza o nazionalità. Sulla base di questa coscienza e di questa tendenza socialmente organizzate, sarà possibile, da un lato, propagandarne l’esigenza, e, dall’altro, agire nel senso della conquista rivoluzionaria del potere politico, proprio per l’attuazione dei principi posti da un movimento del genere. Solo così la campana a morte del capitalismo suonerà veramente, perché si saranno poste le condizioni reali del congiungimento del Partito Comunista con un movimento proletario che materialmente, anche se non nella coscienza di tutti, ponga l’esigenza della distruzione dei rapporti capitalistici come esigenza concreta ed incontrovertibile


[1] Dal capitolo “borghesi e proletari” del “Manifesto”.

[2] Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), Vol. II, Einaudi 1976, pag.808

[3] Brani tratti da: Lenin, "Imperialismo, fase suprema del capitalismo", o.c. XXII, pag. 253 - 295

[4] La Repubblica, 21.08.2000

[5] C. Marx, Il Capitale, UTET, Torino 1974, libro I, pag. 790 - 791

[6] Repubblica del 25.6.2001

[7] Dal Manifesto delle associazioni cattoliche ai leaders del G8, dal sito “paxcristhi”

[8] Documento pubblicato nel sito Internet di “The ACME Collective 

[9] Da: "Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe", da "Prometeo", 1946,1947,1948. Pubblicato in "Partito e classe", ed. Il Programma Comunista, 1972, pag. 92 - 96 

[10] Si tratta del terzo, dei famosi dieci punti del programma di Livorno 1921.

[11] Si tratta ovviamente di fase storica e non, come pensano tutti gli immediatisti attenti alle ultime notizie della notte, di un periodo di tempo quantificabile in alcuni anni o, addirittura, in pochi mesi.

[12] Documento pubblicato nel sito Internet di “The ACME Collective 

[13] C. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), Einaudi, Torino,1976, I vol., pag. 441