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La lettura del canto VI del Purgatorio deve essere necessariamente connessa allo studio del VI dell'Inferno e posta in relazione con il VI del Paradiso nel contesto dell'esposizione strutturata del pensiero politico di Dante, secondo il quale l'aspetto terreno delle relazioni politiche, sociali e istituzionali del cittadino costituisce il presupposto per la possibilit della beatitudine eterna: l'uomo non vive al di fuori della storia del suo tempo, solo con s stesso e i suoi pensieri; al contrario egli si realizza s stesso, in un medesimo tempo, come essere umano ed entit spirituale attraverso la partecipazione, la relazione sociale all'interno del proprio territorio e della propria citt, che a sua volta inserita nel contesto pi ampio di un unico potere che dovrebbe espandersi su quello che un tempo era stato l'impero romano e ora faticosamente difendeva le ultime prerogative. Due poteri, universali entrambi e reciprocamente indipendenti, dovrebbero adempiere il compito supremo di garantire la salvezza di ogni uomo, di Dante che come singolo rappresenta il cammino dell'umanit, ma tali autorit, l'impero e il papato, hanno da tempo dimenticato i propri doveri trascinando tutto il mondo occidentale verso la rovina.

 

 

Quanto Dante manifesta nel canto sesto di ogni cantica pu essere compreso se si iscrive nella struttura del percorso lineare e provvidenziale della storia che distingue quattro momenti fondamentali:

-        il peccato di Adamo che rompe l'armonia originaria, provocando la caduta dell'uomo e l'inizio stesso del suo percorso storico;

-        la discesa di Cristo che, incarnandosi, si pone il fine di risollevare l'uomo dalla condizione di miseria prodotta dal peccato di Adamo attraverso l'assunzione su di s di tutto il male generato dall'uomo;

-        una seconda caduta dell'uomo questa volta causata dall'azione immorale della Chiesa che, trasformatasi in potere politico-territoriale, in seguito alla donazione di Costantino, ha derogato dalle proprie funzioni dedicandosi al consolidamento del successo terreno e del benessere materiale;

-        la fine del mondo nella veste del giudizio universale che viene sentita da Dante come non lontana e a cui Dante stesso, che nella Commedia rappresenta l'uomo nel suo percorso di salvazione, cerca di far arrivare l'umanit consapevole degli errori commessi attraverso la conoscenza del triplice regno dei morti

 

 

In questo schema ha svolto una funzione imprescindibile l'impero romano al quale il suo istitutore, Augusto, ha garantito la pace necessaria perch il messaggio di Cristo si diffondesse per tutti i popoli della terra; attraverso Tiberio si verificata l'indispensabile condanna e morte del salvatore, indispensabile perch attraverso l'espiazione dei peccati l'uomo recuperasse la speranza di salvezza; attraverso Tito, si attuata l'indispensabile punizione degli Ebrei, ossia di coloro che avevano svolto il compito pur necessario, nella prospettiva teologica, di mettere a morte Cristo. L'impero sotto cui Dante vive, Sacro e Romano, trae il proprio diritto a esistere come soggetto di diritto dall'essenza, dal fine, dalla funzione che erano state proprie dell'impero di Augusto e rinsaldate dalla codificazione legislativa di Giustiniano, che espone in prima persona il significato del proprio operato nel Vi del Paradiso e al quale Dante accenna in Purg.VI 88-89 ("Che val perch ti racconciasse il freno/Iustiniano se la sella vota?"): compito dell'impero, come Dante sottolinea nel primo libro del trattato De Monarchia, garantire la pace a tutta l'umanit che ricade sotto il suo controllo e che dovrebbe coincidere con l'universalit dei popoli cristiani, consentendo al cittadino di realizzare nel concreto il proprio senso di giustizia e perseguire il fine della felicit terrena quale preparazione e anticipazione della beatitudine eterna. Nel perseguire tale obiettivo il potere universale dell'impero agisce su un piano di parit e indipendenza nei confronti del potere universale della Chiesa: l'imperatore, con l'autorit della propria istituzione e la forza delle proprie armi, garantisce che, all'interno del proprio territorio, la Chiesa eserciti le prerogative spirituali che le competono. Nel terzo libro del De Monarchia la trama di questo rapporto delineata con chiarezza: La Chiesa e l'Impero non si dispongono reciprocamente come il sole e la luna, come sosteneva il pensiero guelfo vicino al papato, nell'intento di assicurare al papa una posizione di superiorit rispetto all'imperatore, il cui potere non sarebbe originario ma deriverebbe dal papa stesso (come il sole illumina la luna, cos il papa conferisce l'autorit all'imperatore): spostandosi su posizioni vicine al pensiero ghibellino, Dante concepisce i due poteri come indipendenti e sovrani nel proprio campo in quanto perseguono scopi diversi ma integrati nella realizzazione dello stesso fine ultimo, la salvezza eterna. Se l'imperatore deve qualcosa al papa, solamente l'omaggio di riverenza al successore di Cristo e nient'altro, perch sia l'autorit dell'imperatore sia quella del papa derivano da Dio. Invece di garantire il perpetuasi della possibilit di salvezza procurata all'uomo dal sacrificio di Cristo, sia l'impero che il papato hanno meschinamente distolto lo sguardo dall'alto compito assegnato loro tradendo entrambi la missione divina: la Chiesa, sedotta e corrotta dalla donazione di Costantino a cui il pensiero medievale credeva e attribuiva l'origine del potere territoriale del papa, ha abbandonato l'abito spirituale e si trasformata in entit territoriale e, inquanto tale, si pone in contrasto politico con l'impero di cui cerca di impedire l'espansione in Italia e la ricostituzione del trono di Roma: Dante, nei vv. 91 e sgg., si riferisce ai chierici che, anzich collaborare con l'imperatore facilitando la ricomposizione dell'unit della penisola sotto la sua autorit, ne ostacolano l'azione, pur mostrandosi totalmente incapaci di gestire quel potere politico a cui aspirano. L'imperatore stesso, distratto dal desiderio di consolidare la propria posizione sul suolo tedesco, sembra aver rinunciato a quella che avrebbe dovuto essere la sua massima aspirazione, la ricostituzione della Roma imperiale, unica sede di potere nella quale si esplicherebbero in armonia il potere terreno dell'autorit statale e il potere spirituale della Chiesa trionfante. L'imperatore ha invece dimenticato e tradito il pensiero e l'azione dei suoi predecessori, di Federico I Barbarossa e di Federico II che hanno dedicato tutta la vita alla ricostituzione dell'unit imperiale; ha disprezzato l'ideale del figlio di Federico II, quel Manfredi a cui Dante ha dedicato la parte conclusiva del canto III del Purgatorio, esaltando indirettamente e in controluce il sacrificio di chi trov la morte a Benevento nel 1266 per difendere il nome stesso dell'impero. Roma rimane cos vuota (la sella, il trono che Cesare non occupa del v. 92) e vedova (v. 113) e proprio l'assenza dell'autorit imperiale condanna l'Italia alla rovina, lasciandola in pasto alle lotte intestine, alle meschinit locali, alle contese per un pezzo di territorio in pi, in un vortice senza fine di sangue, distruzione, dissoluzione di cui Firenze divenuta la massima rappresentante nell'incoerenza e contraddittoriet delle sue leggi: laddove scomparsa l'idea stessa di un'autorit suprema e universale, con la lontananza dell'aquila imperiale, ognuno combatte per s stesso costretto all'interno di un orizzonte politico e culturale che destinato a restringersi sempre di pi.

 

 

 

 

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