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Questa è la storia di Icaro, guerriero della Gallia Lugdunense, catturato dai Romani durante la sanguinosa battaglia
del 68 d.C. a Vesontio e divenuto gladiatore.
Nella città di Lugdum (Lione) la vita trascorreva tranquilla nelle mansioni giornaliere: le donne tessevano, conciavano
le pelli, allevavano i figli; gli uomini cacciavano, si occupavano dei pochi animali domestici, si allenavano
nell’uso delle armi. I tempi bui erano finiti; già da tempo i villaggi, riuniti in federazioni, conducevano una
vita serena; i racconti degli antenati sulla crudeltà di Roma erano ormai divenuti leggende, i giovani venivano allevati
come cittadini ( provinciali ) dell’Urbe, le tasse ed i balzelli non riguardavano le Gallie anche perché in cambio
quest’ultime assicuravano un’abbondante invio di “auxilia” per le legioni romane.
Ma il 15 maggio del 68 d.C. Gaio Giulio Vindice, entrato in conflitto con l’imperatore Nerone, venne sconfitto da
Lucio Virginio Rufo, prefetto delle legioni della Germania superiore, nei pressi di Vesontio (Besancon);
Lucio Munazio Planco (omonimo del luogotenente di Cesare), combattente valoroso, partecipò con onore alla battaglia
ma per vigliaccheria dei suoi compagni venne lasciato solo; accerchiato dai miles si battè con coraggio e forza cieca.
La sua esperienza si scontrò con l’organizzazione più che perfetta della milizia romana e dovette soccombere.
Portato in trionfo a Roma venne venduto ad un mercante di schiavi che lo cedette, per una somma esorbitante, ad un lenone,
per i giochi circensi.
Rinchiuso in un ludus, lui abituato ai grandi spazi della sua Gallia, prese il nome di Icaro eroe mitologico ma fece
una promessa a se stesso, quella di non subire mai la stessa sorte dello sfortunato omonimo
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