L’insensatezza
della passione d’amore, dal punto di vista dell'atto fisico
(De rerum natura,
IV, vv.1017-1103)
L'amore è accettato come soddisfazione di un bisogno naturale (quello sessuale), ma è rifiutato come passione: allora, lo stesso atto fisico è visto, nella sua furia, come un vano tentativo, da parte dell'amante, di appropiarsi del corpo dell'amata. Un vano tentativo perché, per quanto si rinnovi, non può mai essere soddisfatto. E dunque l'amante è paragonabile a colui che, avendo sete mentre dorme, sogna di trovarsi in mezzo a un fiume e di bere a volontà, ma naturalmente la sua sete non si estingue.
Infatti, se è assente l'oggetto del tuo amore, son tuttavia
presenti
le sue immagini, e il dolce nome non
abbandona le tue orecchie.
Ma conviene fuggire quelle immagini e respingere via da sé
ciò che alimenta l'amore e volgere la mente ad
altro oggetto
e spandere in altri corpi, quali che siano,
l'umore raccolto,
e non trattenerlo essendo rivolto una volta per
sempre all'amore
d'una persona sola, e così riservare a sé stesso
affanno e sicuro dolore.
Giacché la piaga s'inacerbisce e incancrenisce, a nutrirla,
e di giorno in giorno la follia aumenta e la
sofferenza s'aggrava,
se non scacci con nuove piaghe le prime ferite.
Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l'amore,
ma piuttosto coglie le gioie che sono senza
pena.
Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro
che ai malati d'amore. Infatti
nel momento stesso del possedere
fluttua ed erra incerto l'ardore degli amanti,
né sanno
che cosa debbano prima godere con gli occhi e le
mani.
Quel che hanno desiderato, lo premono strettamente, e fanno
male al corpo, e spesso infiggono i denti nelle
labbra,
e urtano bocca con bocca nei baci.
Giacché in ciò è la speranza: che dallo stesso corpo
da cui è nato l'ardore, possa anche essere
estinta la fiamma.
Ma la natura si oppone a che ciò avvenga;
e questa è l'unica cosa per cui, quanto più ne
possediamo,
tanto più il petto riarde d'una crudele brama.
Difatti cibo e bevanda sono assorbiti dentro le membra;
e poiché possono occupare determinate parti,
perciò la sete e la fame si saziano facilmente.
Ma di una faccia umana e di un bel colorito nulla, di cui
si possa godere, penetra nel corpo, tranne tenui
immagini,
che spesso trascinano la mente con una misera
speranza.
Come quando in sogno un assetato cerca di bere e non gli è data
bevanda che nelle membra possa estinguere
l'arsura,
ma a immagini di acque aspira e invano si
travaglia
e in mezzo a un fiume impetuoso bevendo patisce
la sete,
così in amore Venere con immagini illude gli
amanti,
né possono saziare i propri corpi contemplando
corpi pur vicini,
né sono in grado di strappar via qualcosa dalle
tenere membra
con le mani errando incerti su per tutto il
corpo.
E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore
di giovinezza, quando il corpo già presagisce il
piacere,
e Venere è sul punto di effondere il seme nel
femmineo campo,
s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le
salive
bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le
labbra;
ma invano; perché non possono strapparne nulla,
né penetrare e perdersi nell'altro corpo con
tutto il corpo;
infatti sembra talora che vogliano farlo e che
per questo lottino:
tanto ardentemente si tengono avvinti nelle
strette di Venere,
finché le membra si sciolgono, sfinite dalla
forza del piacere.
Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo,
segue una piccola pausa dell'ardore violento,
per poco.
Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore,
quando essi stessi non sanno ciò che bramano
ottenere,
né sono in grado di trovare che mezzo possa
vincere quel male.
L’insensatezza della
passione d’amore, dal punto di vista della convenienza sociale e della salute
mentale
(De rerum natura, IV, vv. 1105-1126)
L'innamorato, per compiacere l'amata, non solo dilapida il patrimonio in feste e costosi regali, ma anche si rende ridicolo, screditando così il proprio buon nome. Inoltre non è mai tranquillo perché è roso dalla gelosia che gli fa vedere in ogni atto dell'amata una minaccia di tradimento.
Aggiungi che sciupano le forze e si struggono nel travaglio;
aggiungi che si trascorre la vita al cenno di
un'altra persona.
Son trascurati i doveri, e ne soffre il buon nome e vacilla.
Frattanto il patrimonio si dilegua, e si converte in profumi
babilonesi, e bei sandali di Sicione
ai piedi ridono,
s'intende, e grandi smeraldi con la verde luce
sono incastonati nell'oro, e la veste color di
mare è consunta
assiduamente, e maltrattata beve il sudore di
Venere;
e i beni ben guadagnati dai padri diventano
bende, diademi,
talora si cangiano in un mantello femminile e in
tessuti di Alinda e di Ceo.
S'apparecchiano conviti con splendide tovaglie e vivande,
giochi, coppe senza risparmio, unguenti, corone,
serti,
ma invano, perché di mezzo alla fonte delle
delizie
sorge qualcosa di amaro che pur tra i fiori
angoscia,
quando per caso l'animo conscio s'angustia per il rimorso
d'una vita trascorsa nell'inerzia e perduta
nelle orge,
perché lei ha lanciato, lasciandone in dubbio il senso, una parola,
che confitta nel cuore appassionato divampa come
fuoco,
perché gli sembra che troppo lei occhieggi o che il suo sguardo
sia attratto da un altro, e nel suo volto vede
le tracce d'un sorriso.
E questi mali si trovano in un amore che dura ed è felice
al più alto grado; ma, se è infelice e senza
speranza, ci sono
mali che puoi cogliere anche ad occhi chiusi,
innumerevoli; sì che è meglio stare prima
all'erta,
come ho insegnato, e guardarsi dall'essere
adescati.
La cura: riconoscere i difetti della donna amata (la “galleria” delle donne brutte che appaiono belle agli occhi dell’innamorato)
(De rerum natura, IV, vv. 1127- 1164)
Per guarire dalla malattia della passione amorosa, l'innamorato, che è come cieco, deve aprire gli occhi e riconoscere che quelli che a lui sembrano pregi della donna amata sono invece difetti, fisici e di carattere. Ma se anche la donna fosse davvero bella, basterebbe sorprenderla in momenti privati per risvegliarsi dall'innamoramento e rinsavire.
Difatti evitare di cadere nei lacci d'amore
non è così difficile come districarsi, una volta
presi
in mezzo alle reti, e forzare i possenti nodi di
Venere.
E tuttavia, anche avviluppato e inceppato, potresti sfuggire
all'insidia, se proprio tu non opponessi
ostacoli a te stesso,
e non ti celassi in primo luogo tutti i difetti
dell'animo
e del corpo di colei che prediligi e
desideri.
Questo infatti fanno per lo più gli uomini ciechi di passione,
e attribuiscono alle amate pregi ch'esse non
posseggono davvero.
Così vediamo che donne in molti modi deformi e laide
sono adorate e godono del più alto onore.
E poi s'irridono a vicenda, e l'uno invita l'altro a placare
Venere, perché lo affligge un brutto amore, e spesso
non scorge, l'infelice, i propri mali,
che sono i più grandi.
La nera "ha il colore del miele", la sudicia e fetida è
"disadorna",
se ha occhi verdastri è "l'immagine di Pallade", se è nervosa e secca è "una
gazzella",
la piccoletta, la nanerottola, è "una delle
Grazie", è "tutta puro sale",
la corpulenta e smisurata è "un prodigio"
ed è "piena di maestà".
La balbuziente, che non può parlare, "cinguetta", la muta è
"pudica";
e l'irruente, odiosa, linguacciuta è "tutta
fuoco".
Diventa "un sottile amorino", quando non può vivere
per la consunzione; se poi è già morta di tosse,
è "delicata".
E la turgida e popputa è "Cerere stessa dopo aver partorito
Bacco",
la camusa è "una Silena" e "una
Satira", la labbrona è "un bacio".
Troppo mi dilungherei, se tentassi di dire tutte le altre cose
di questa specie. Ma tuttavia sia pure bella in
volto quanto vuoi,
sia tale che da tutte le sue membra promani il
potere di Venere:
certo ce ne sono anche altre; certo senza di lei
siamo vissuti per l'addietro,
certo ella fa in tutto, e noi sappiamo che le
fa, le stesse cose
che fa la brutta, e da sé stessa, misera,
s'appesta di odori nauseanti:
fuggono allora le ancelle lontano da lei e
furtivamente sghignazzano.
Ma l'amante escluso, piangendo, spesso copre di fiori
e ghirlande la soglia, e profuma di maggiorana
la porta superba, e addolorato imprime baci sui
battenti;
ma se, alfine ricevuto, lo investisse
nell'entrare una sola
di quelle esalazioni, cercherebbe speciosi
pretesti per andar via,
e in quel punto egli si taccerebbe di stoltezza,
perché vedrebbe
d'avere attribuito a lei più di quanto conviene
concedere a una mortale.