Visita al VLT - Very Large Telescope.


Deserto di Atacama (Chile) - E' una tranquilla domenica di febbraio ad Antofagasta nel nord del Cile. A 1100 km da Santiago e a poca distanza dal Tropico del Capricorno, le stagioni hanno un particolare in comune tra loro: la siccità. Qui la pioggia è un fenomeno estremamente raro, al punto che molti ragazzi non ricordano di aver visto piovere nella loro vita. La città (200 mila abitanti in tutto) vive sulle attività del porto e delle miniere di rame che riescono ad attrarre anche investimenti dall'estero. Grazie al clima molto particolare, però, ci sono persone che vengono fin qui per altri motivi: con il cielo perennemente terso il deserto di Atacama è uno dei posti migliori dove costruire un osservatorio astronomico.
Non a caso l'ESO, European Southern Observatory, ha deciso di costruire qui il complesso del VLT (Very Large Telescope), un insieme di quattro telescopi del diametro di 8.2 m ciascuno, che saranno ultimati entro la fine del prossimo anno. La mia meta è proprio questa: visitare l'osservatorio più grande e moderno del mondo.
Con i miei compagni di viaggio Stefano e Manlio partiamo al mattino da Antofagasta percorrendo la strada Panamericana. Anch'essa detiene un record essendo la strada più lunga al mondo: parte da Anchorage in Alaska e termina in Patagonia dopo aver attraversato tutta l'America da Nord a Sud. Dopo pochi chilometri incontriamo un bivio: a destra si va verso Santiago, a sinistra la strada conduce verso l'Argentina, 250 km più a Est. Qui vediamo le ultime costruzioni (alcune industrie, un cementificio, un posto di blocco dei Carabinieri), dopodiché il percorso si snoda in pieno deserto. Percorrendo i lunghissimi rettilinei abbiamo il tempo di ammirare il paesaggio intorno a noi, dove il sole, la sabbia e i miraggi dominano incontrastati la scena.
Di tanto in tanto ai bordi della carreggiata notiamo i resti di qualche veicolo abbandonato e alcune lapidi poste da parenti e amici in ricordo di persone morte; a quella vista un brivido ci percorre e iniziamo a sperare nell'affidabilità della nostra automobile.
A 50 km dalla partenza imbocchiamo la vecchia Panamericana che ci condurrà ai piedi del Cerro Paranal, la montagna su cui sorge l'osservatorio. Qui il percorso si fa meno agevole e ci conduce in una valle ancora più solitaria. Nei 70 km di strada sterrata che percorriamo, incontriamo solo un autocarro e un paio di automobili che procedono velocemente in senso contrario. Giunti sulla cima di un passo possiamo osservare il fondovalle per chilometri e da lontano riusciamo ad individuare la strada che sale verso il VLT.
Appena arriviamo all'osservatorio siamo accolti da Isabél, una signora cilena che divide il suo lavoro tra il Cerro Paranal e gli uffici ESO di Antofagasta. Mentre ci spiega come si svolge la vita quassù a 2600 m di quota e a 130 km dalla città più vicina, saliamo fino ai telescopi: la montagna è stata spianata e quattro enormi cupole svettano su di essa. In lontananza, verso ovest, si vede l'Oceano Pacifico, verso est la Cordillera che, nonostante l'estate e la vicinanza al tropico, è in parte innevata.
Dei quattro telescopi, i primi tre sono già in funzione, il quarto sarà operativo dal prossimo anno. Entriamo inizialmente in sala controllo, dove si comandano i telescopi e le loro strumentazioni. Il lavoro dell'astronomo è cambiato negli ultimi anni ed è diverso da come viene comunemente immaginato: non più ore ed ore passate al freddo con l'occhio al telescopio. Ora per far funzionare uno di questi gioielli di tecnologia serve un tecnico che con un computer manovra dalla sala controllo, mentre lo strumento è in un edificio più lontano. Le immagini ricavate giungono direttamente sul monitor, devono essere processate e successivamente sono pronte per essere analizzate. In tutto questo procedimento non è necessaria la presenza della persona che ha richiesto le immagini, al punto che ormai circa la metà degli astronomi che lavorano con il VLT non lasciano l'Europa; quando i dati sono disponibili vengono inviati via internet direttamente a chi li ha richiesti.
Saliamo poi a visitare i telescopi che sono uguali fra loro, ma la strumentazione con cui sono equipaggiati è diversa; in questo modo ognuno di essi diventa specializzato in un particolare studio. A lavori ultimati potranno lavorare anche tutti insieme puntando uno stesso oggetto e avendo le prestazioni equivalenti ad un grande telescopio da 16 m di diametro! Già adesso le caratteristiche sono eccezionali: sono gli specchi esistenti più grandi al mondo e sono sostenuti da un gran numero di pistoncini che li sorreggono e ne correggono continuamente la forma, che, sotto il proprio peso, tenderebbe ad alterarsi. Possono osservare oggetti estremamente deboli e i risultati sono vicini a quelli del telescopio spaziale Hubble che è al di sopra dell'atmosfera, ma ha un diametro tre volte inferiore. Anche la capacità di osservare oggetti piccoli è impressionante: 0.27 secondi d'arco che significa distinguere una moneta da 500 lire a 20 km di distanza!
Per far giungere tutti i pezzi dall'Europa fin qui è stato necessario un lavoro enorme; solamente il trasporto dei delicatissimi specchi da Antofagasta ha richiesto tre giorni con gli autotreni che procedevano nel deserto a 2.5 km/h!
Anche a così grande distanza l'Italia è ben rappresentata: quassù ci sono molti tecnici che si occupano dell'elaborazione dati e dei vari studi condotti dall'ESO; altri si occupano dei sistemi ausiliari dei telescopi. Ma soprattutto è la Liguria che si mette in mostra perché parte del primo telescopio (quello indicato come Unità 1) è stato progettato e costruito a Genova da Ansaldo; quando entro nella sua cupola e penso che ho di fronte il più grande telescopio del mondo sono emozionato. In questo momento è fermo, mantenuto in ambiente condizionato per evitare gli sbalzi termici fra giorno e notte, pronto a lavorare non appena farà buio.
Successivamente scendiamo al campo dove passiamo a vedere alcuni dei laboratori allestiti per la manutenzione del telescopio e della strumentazione, con la nostra guida che ci invita a scattare alcune fotografie di ricordo.
E' mercoledì, sono appena salito sull'aereo che mi riporta a Santiago da dove partono i voli per l'Europa. Ho chiesto un posto vicino al finestrino; dopo aver disturbato un Giapponese ("scusi, ma quello è il mio posto"), mi rendo conto che sono seduto dalla parte giusta: trascorrono pochi minuti e, mentre stiamo ancora prendendo quota, posso vedere dall'alto la strada percorsa solo tre giorni fa. Ad un tratto scorgo il Cerro Paranal con le sue enormi cupole che sembrano perdersi nella vastità del deserto, e ancora più piccola è la mia mano che dal minuscolo finestrino gli mostra un cenno di saluto.
 

 
Torna alla mia  Home Page.