Il dialetto filottranese, probabilmente per la posizione geografica del territorio, al confine con la provincia di Ma-cerata, risente dell'in-flusso delle parlate di quella zona e assomi-glia più ai dialetti di Cingoli, Appignano, Montefano e della stes-sa Macerata che a quelli di Osimo, Jesi e Santa Maria Nuova con i quali Filottrano confina a est e a nord e che pure fanno parte della pro-vincia di Ancona. È una parlata, quella filottra-

nese, caratterizzata da finali tronche e suoni un po' aspri che danno vivacità al discorso e che rispecchiano il carattere schietto della popolazione. Pur man-tenendo questa carat-teristica, che è comune, si può tuttavia notare una certa differenza tra il dialetto parlato nel centro storico, in gene-re più italianizzato, e quello della gente di campagna che ha con-servato la sua genuinità antica.   

Benché diversi e più qualificati di me abbiano scritto su Filottrano: Igino Lardinelli, Mario Natalucci, Giovanni Santarelli, Mario Filippi, le cui opere ho letto, nessuno però, per quanto mi risulta, ha mai pensato al dialetto che poco a poco gli stessi Filottranesi stanno dimenticando. Così decisi di scrivere questo volumetto, senza pretendere di fare un dizionario, ma semplicemente scrivendo, seppure con un minimo di ordine, le parole che man mano mi venivo ricordando. Iniziato il lavoro, tanti vocaboli che andavo scrivendo suscitavano ricordi di cose, fatti, persone, che credevo di aver dimenticato, ma che invece, rimasti sepolti per decenni in qualche recesso della mente, riaffioravano. Mi è piaciuto scriverne alcuni così come li ricordavo, inserendoli all'inizio di ogni pagina o qua e là dove c'era posto. Ho anche voluto inserire una seconda parte, diciamo così, "grammaticale", nella quale, senza dilungarmi troppo, ho tentato di illustrare alcune regole di massima che potessero aiutare a meglio comprendere i suoni, le forme e i modi del nostro dialetto.

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