Era il 26 Agosto. Il giorno
del compleanno di Andrè. Quella data, con il suo carico di ricordi,
si abbatté su Oscar come una mazzata, distruggendo tutte le difese
che, inconsciamente, lei aveva eretto contro il suo dolore.
Quel giorno non si sentiva
in grado di vedere nessuno. Per questo, uscì prima dell’alba, da
quella casa che conteneva troppe persone, troppi occhi intenti a scrutarla,
sempre, in ogni momento, cercando di scorgere in lei un segno, uno qualsiasi,
che parlasse della sua ripresa. Uscì prima dell’alba, incurante
di pranzo, cestini e promesse.
Come se avesse indovinato il
suo desiderio, o sentito il suo pensiero, Fabrice non si fece vedere. O,
forse, era semplicemente troppo presto.
Il sole non era ancora sorto,
ma già le stelle avevano iniziato a impallidire. Spirava un leggero
venticello, che spingeva nubi a oscurare il cielo. L’aria aveva uno strano
odore. Probabilmente, un marinaio, quel giorno, non avrebbe rischiato a
spingere in mare la propria imbarcazione. Probabilmente, non avrebbe neanche
messo il naso fuori di casa. Ma Oscar non conosceva il clima di quella
regione, non poteva cogliere tutti i sintomi del tempo che si stava preparando
per quel giorno.
Appena uscita di casa, si allontanò
in fretta, nella direzione opposta a quella che portava alla casa di Sabina
(ma come si chiamava, in realtà, quella ragazza?). L’azione calmante
che il cambiamento d’aria, il tempo, l’incontro con Fabrice e la sua strana
signora avevano esercitato sul suo animo, era stata completamente distrutta,
spazzata via da quella data, come una diga troppo fragile viene abbattuta
dalla marea.
Camminò e camminò,
a lungo, sulla sabbia, sulle rocce, nell’acqua, senza mai fermarsi, senza
accorgersi che non aveva più bisogno di fermarsi, né per
tossire né per riprendere fiato, come quando era più giovane,
come quando era sana, come quando era con Andrè.
Camminò e camminò,
a lungo, senza accorgersi di niente, gli occhi pieni di lacrime, il cuore
pieno di disperazione, la mente piena di nostalgia, e di rimpianto.
Camminò e camminò,
a lungo, senza pensare a niente se non a quel suo dolore, finché
non crollò a terra, abbandonandosi alle lacrime, arrendendosi alla
sua disperazione.
Pianse, a lungo, su quella
spiaggia sconosciuta, circondata dal silenzio.
Pianse, a lungo, mentre il
vento s’ingrossava e la sabbia si sollevava, mulinava, turbinava intorno
a lei.
Pianse, a lungo, mentre il
mondo attorno a lei scompariva dietro una cortina di sabbia.
Pianse, a lungo, persa nel
suo dolore, e quando finalmente riemerse dal mondo oscuro in cui era precipitata,
non seppe più da che parte girarsi, perché la spiaggia era
sparita, e con essa tutti i punti di riferimento.
Il vento era talmente forte,
che aveva provocato una tempesta di sabbia. Da qualsiasi parte si girasse,
Oscar vedeva solo sabbia. Sabbia sotto di lei, sabbia sopra, sabbia intorno.
Sabbia che le si insinuava nei vestiti. Sabbia che si raggrumava sulle
sue guance, mischiandosi alle sue lacrime. Sabbia che le finiva negli occhi,
depositandosi sulle sue ciglia bagnate, per quanto lei cercasse di proteggerli.
Sabbia che le penetrava tra le labbra, finendole in bocca: aveva un gusto
amaro, strano.
Pensò di alzarsi, per
cercare un riparo dal vento. Tentò di proseguire in linea retta,
allontanandosi dal mare (chissà, magari avrebbe potuto trovare riparo
in un gruppo di alberi), cercando di orientarsi con il rumore della risacca.
Però…però… non
aveva considerato la forza del vento, né aveva previsto di non riuscire
a identificare la provenienza di un suono. Lei, che su questa facoltà
aveva giocato la vita, in più di un’occasione! Ma era impossibile
capire dove fosse il mare: il vento, il rumore del vento era dappertutto,
incessante, assordante. E se per caso, in un momento di relativa calma,
riusciva a percepire il rumore del mare, era lontano, ovattato, come nascosto.
Continuò quindi a girare…e
girare…e girare, sospinta dal vento che le urlava nelle orecchie, che le
scompigliava i capelli, gettandoglieli in faccia, che tentava di strapparle
le vesti, e non riuscendovi le gettava acqua addosso…acqua…acqua salata…acqua
di mare, mare che si scagliava furioso contro le rocce, quella scogliera
che Oscar aveva attraversato ore prima, e su cui il vento, senza che lei
se ne accorgesse, l’aveva risospinta, condotta avanti, sempre più
avanti, nonostante lei cercasse di lottare con tutte le sue forze, nonostante
cercasse di resistere, veniva spinta avanti, sempre più avanti,
sempre più vicina al bordo, confine tra la terra e l’aria, tra la
vita e la morte, che si avvicinava inesorabilmente.
Nel mentre, Alain e Rosalie
aspettavano, a casa. Aspettavano che la tempesta passasse, ma la loro attesa
non era tranquilla, né aveva l’apparenza di esserlo. Alain passeggiava
su e giù, avanti e indietro. Ripeteva il suo breve itinerario da
ore ormai, senza mai fermarsi, roso dal tarlo della preoccupazione che
non gli lasciava pace. Dov’era? Dov’era? Dov’era? Perché
era uscita così presto…senza avvertire nessuno…non aveva neanche
preso qualcosa da mangiare, come prevedeva il loro patto. Questo…questo
non era da lei. Aveva sempre rispettato gli impegni che prendeva, non aveva
mai mancato alla parola data…quando le era stato possibile. E quando non
lo era stato, aveva trovato un modo per riuscirvi comunque. Ora, invece…
La tempesta continuava, senza
dar segno di volersi fermare, o anche solo diminuire d’intensità.
Alain si fermò improvvisamente davanti alla finestra, sbarrata dalla
persiana. La situazione non migliorava. Con quel tempo, non poteva neanche
uscire a cercarla. Ma dove si era cacciata, maledizione?!
Riprese il suo frenetico andirivieni.
Uno due tre quattro cinque giro uno due tre quattro cinque sei sette giro
uno due…
Rosalie lo guardava, in lacrime,
preoccupata per Oscar, spaventata dalla tempesta e da Alain, e non avrebbe
saputo quale dei due le facesse più paura. Non osava dire niente,
timorosa della reazione, non osava neanche muoversi.
I minuti passavano così,
e le ore anche, con Rosalie immobile e Alain che passeggiava su e giù…uno
due tre quattro giro uno due tre quattro cinque giro uno due tre sosta
alla finestra e di nuovo uno due tre giro uno due tre quattro cinque giro
uno due tre quattro cinque sei giro… i tacchi dei suoi stivali ticchettavano
sul pavimento, riecheggiando i battiti del suo cuore e il martellare dei
suoi pensieri angosciati: dov’è? Dov’è? Dov’è? Come
sta? Cosa fa? Perché? Dov’è? Dov’è? Dov’è?
Avrebbero potuto continuare
così in eterno. Né l’uno né l’altra davano il segno
di avere la benché minima intenzione di fare qualcosa per rompere
quella catena.
Avrebbero potuto continuare
in eterno, se non avessero bussato alla porta. Due tocchi brevi, quasi
sbrigativi. Alain e Rosalie si voltarono contemporaneamente verso l’ingresso,
increduli, pensando a un’allucinazione, aspettando che si ripetessero.
E di nuovo, a conferma della
loro (speranza? paura? Non avrebbero saputo dirlo) sensazione, vennero
nuovamente, due tocchi brevi, decisi, incredibilmente reali in una situazione
in cui non avrebbero dovuto esistere.
Alain si riscosse dal proprio
sbigottimento. Andò ad aprire. Si ritrovò davanti una figura
irreale, esattamente l’opposto di quella che in realtà, contro ogni
logica, sperava di vedere, simile ad essa solo nella tipologia dell’abbigliamento.
Alta, magra, i lunghi capelli
castani sciolti sulle spalle e spettinati dal vento, Sabina stava davanti
a lui, vestita di rosso, com’era sua consuetudine, ma non più una
presenza calma e riflessiva, bensì decisa, bellicosa e piena di
sfida.
Il cappello calato sugli occhi,
la camicia semiaperta, il mantello svolazzante, i pantaloni aderenti che
finivano negli alti stivali di pelle rossa, la mano sinistra che reggeva
la spada, mentre la destra era poggiata sull’elsa, il peso del corpo tutto
su una sola gamba…ecco come apparve ad Alain.
Appena sentì aprire
la porta, sollevò lo sguardo. Non sprecò tempo e fiato in
presentazioni.
- Allora, mi fate entrare sì
o no?
Alain si scostò dalla
porta, confuso, e lei entrò, decisa, facendo risuonare la stanza
del rumore dei suoi tacchi. Si fermò al centro del soggiorno. Si
guardò attorno, strana figura irreale, quasi appartenente ad un
altro mondo.
- Oscar è già
tornata?
- No. - li stava prendendo
in giro, per caso?
- Bene, la aspetto.
Prese una sedia, si sedette
vicino al fuoco, stendendo le gambe e incrociandole alle caviglie. Non
palò, non li guardò, sembrò essersi dimenticata della
loro esistenza.
Dopo qualche minuto, come se
un pensiero improvviso avesse turbato le sue riflessioni, presentandole
un fatto nuovo o dimenticato, rovesciò il capo all’indietro per
guardarli.
- Voi non sapete niente, vero?
- Cosa dovremmo sapere? - lei
sorrise. Non era molto importante, quel fatto.
- Non importa. Capirete presto.
- tornò a voltarsi verso il fuoco. - Come capirà anche Oscar,
trovando la risposta al quesito che l’ha assillata finora. - aggiunse come
fra sé.
- Quale quesito?
- Perché è sopravvissuta.
- la risposta, mormorata, quasi coperta dal rumore del vento, non giunse
affatto inaspettata.
Correre. In fretta. La sua era una lotta contro il tempo, una lotta contro il vento, che tentava di ostacolarlo, di fermarlo, di mandarlo fuori strada. Ma lui non poteva permettersi né un ritardo, né una fermata. Oscar era in pericolo, e lui doveva salvarla, a tutti i costi. E per salvarla doveva arrivare da lei, e doveva farlo al più presto, perché lei non avrebbe potuto resistere ancora a lungo.
Oscar continuava la sua lotta
contro il vento, senza sapere che lottava contro la morte, quando lei aveva
finora lottato contro la vita. Continuava ad arretrare, passo dopo passo,
spinta dal vento, che la faceva girare e rigirare fino a toglierle qualsiasi
senso dell’orientamento, dandole l’impressione di muoversi quasi in tondo,
ora in un verso ora in un altro, in realtà conducendola sempre nella
stessa direzione, verso quell’orlo oltre cui c’era solo il mare infuriato,
e la morte.
Oscar sentì all’improvviso
il rumore delle onde sotto di sé, gli spruzzi portati dal vento
sul suo volto, sulle sue mani, su tutto il suo corpo. Capì di essere
in alto, su una di quelle scogliere che tanto spesso aveva osservato, e
ammirato, e di essere vicina all’orlo, sul bordo del baratro. Raddoppiò
i suoi sforzi, piantando i piedi a terra, irrigidendo i muscoli, tentando
di opporsi al vento. Ma le sue forze erano stremate, e se anche fosse stata
al massimo delle sue potenzialità, non avrebbe potuto comunque fronteggiare
la forza del vento. Quella era una battaglia che Oscar era destinata a
perdere.
In una casa isolata, vicino
alla spiaggia, davanti a un fuoco acceso, in compagnia di due persone preoccupate
e ammutolite, Sabina/Tiziana pregava sottovoce.
- Corri, corri, ti prego, corri
più forte che puoi. Corri amico mio, il tempo è ormai agli
sgoccioli!
Come se l’avesse sentita, l’uomo
sulla spiaggia raddoppiò i suoi sforzi. C’era quasi…ecco, la scogliera!…si
arrampicò di corsa tra le rocce, resistendo al vento che voleva
strapparlo via…la sabbia gli volava in faccia, accecandolo…il sentiero,
era quasi arrivato alla cima… dov’era Oscar? Possibile che fosse arrivato
troppo tardi? No! la vide, in lotta contro il vento, lotta inutile quanto
faticosa, ma inevitabile per lei che aveva sempre lottato e che, ora, tornava
ad essere, per un breve istante, se stessa…si precipitò verso di
lei, pronto a prenderla, abbracciarla, stringerla e portarla via di lì,
portarla al sicuro, lontano da tutti i pericoli, finalmente in grado di
proteggerla come lei meritava, e come lui desiderava…ma proprio in quell’istante,
colpo fatale del destino che ancora una volta arrivava a rimestare le carte
e complicar loro la vita, lei indietreggiò, un passo, uno solo,
ma già in eccesso, perché posato sul niente, perché
a sostenerlo potevano arrivare solo le onde del mare, onde infide e traditrici,
sempre e comunque.
Oscar si sentì improvvisamente
mancare il terreno sotto i piedi. Un passo, un solo passo…non avrebbe mai
creduto potesse avere conseguenze così disastrose..annaspò
per un tempo che le parve infinito… che in realtà durò poco
più di un battito di ciglia… per poi perdere ogni contatto col suolo,
cadendo all’indietro.
Quante cose si possono vedere
in un momento? Oscar ne vide molte, immagini confuse, pensieri disordinati,
su cui spiccavano un pensiero, causato da un’immagine… sono arrivata
alla fine, finalmente la mia ora è arrivata…Andrè, tra poco
sarò tra le tue braccia…come avrebbe potuto, in caso contrario,
vedere ciò che stava vedendo? No, quelli erano i suoi ultimi momenti,
e il Paradiso le si stava spalancando davanti.
L’uomo la vide cadere, si buttò
in avanti, in un ultimo disperato tentativo di salvarla, di salvarsi, urlando
il suo nome disperatamente.
- Oscar! - un unico, lungo
grido, mentre le proprie mani si tendevano verso di lei, cercavano le sue
mani, le trovavano, le afferravano, la sostenevano, tirandola su, nuovamente
su quel terreno, quelle rocce, al sicuro, tra le sue braccia, che la stringevano
frenetiche,la accarezzavano, come fosse un tesoro fragile e prezioso.
Nella casa, la tensione che
fino ad allora aveva tormentato Sabina si allentò, e lei poté
lasciarsi andare contro lo schienale della sua sedia. Si voltò
verso i suoi ospiti, vide la preoccupazione sui loro volti, e sorrise.
- Su con la vita! Oscar sta
bene, anzi, oserei dire benissimo. Tra qualche ora sarà qui.
Vide lo scetticismo nei loro
occhi, e accentuò il sorriso.
- Credetemi. Non mento mai
su cose del genere. Sarebbero bugie dalle gambe corte, anzi, cortissime.
In una grotta, tra le rocce,
Oscar riprendeva i sensi accanto a un fuoco, distesa su un letto di alghe
secche. Si svegliò lentamente, e per alcuni minuti pensò
che i suoi sogni si fossero finalmente realizzati, che lei fosse morta
e in Paradiso. Ma il calore del fuoco sul suo viso era troppo forte e troppo
fisico per permetterle di pensare di essere puro spirito.
Ma se lei era viva, quella
figura che, accanto a lei, attizzava il fuoco, era veramente…
- Andrè! - gridò,
sollevandosi a sedere.
- Oscar! Ti sei svegliata,
finalmente! - rispose lui, lasciando perdere il fuoco e precipitandosi
ad abbracciarla. Lei, racchiusa nel cerchio delle sue braccia, lo guardava
stupefatta, mentre lo toccava e ritoccava, senza riuscire a convincersi
della sua realtà.
- Andrè, ma…ma tu…tu
sei… sei…- Andrè la guardava, sorridente, capendo ciò che
lei voleva dire e non osava.
- Sì Oscar, sono qui,
vivo. Vivo, e ora felice, perché tengo tra le mie braccia, dopo
un tempo che mi sembra un secolo. - le disse, e intanto la stringeva, la
accarezzava, le baciava i capelli, immergendovi il viso, respirando il
suo profumo, beandosi semplicemente della sua presenza.
E Oscar, ancora incredula,
ma felice, incredibilmente felice, si stringeva a lui.
- Come…come è successo?
Ti ho pianto tanto, e invece…invece…tu eri vivo!
- È una storia strana,
quasi incredibile.
- Raccontamela. Voglio sapere
tutto. Per quanto strana sia, so che sarà vera.
- Va bene Oscar, come vuoi.
Non so dirti molto su come sono stato salvato, né su come sono arrivato
fin qui. Ho passato le prime settimane a letto, dapprima incosciente, convalescente
per le ferite. Quando finalmente potei alzarmi dal letto, mi ritrovai già
qui. Qualche giorno dopo, Tiziana mi ha proposto di intervenire sui miei
occhi…da principio non ero molto convinto, ma ha funzionato, ed ora sono
come nuovi! - esclamò ridendo, indicando verso i suoi occhi, ora
nuovamente vivi e brillanti come lei li aveva conosciuti e amati. Il sinistro
era attraversato da una sottile cicatrice che risaltava chiara sulla sua
pelle abbronzata, come un monito a ricordare sempre che niente è
eterno.
Oscar sollevò una mano
seguendo con dito leggero quella sottile linea chiara. Era vero, i suoi
occhi erano tornati sani. Ne era felice. Finalmente, il suo senso si colpa
per quella ferita si sarebbe attenuato.
Andrè le prese la mano,
depositandovi un dolce bacio, mentre la guardava con occhi adoranti e colmi
di felicità.
Oscar sorrise, sistemandosi
più comodamente tra le sue braccia e appoggiando meglio la testa
sulla sua spalla, con l’espressione di una bambina che si sistemi tra le
coperte, o di un gatto che si acciambelli vicino al fuoco per dormire.
Le braccia di Andrè la circondavano, e lei si sentiva finalmente
felice, al caldo e protetta. Ma poi, improvvisamente, un pensiero, un nome,
venne a turbare con la morsa della gelosia la sua serenità appena
riconquistata. La mano che Andrè stringeva si irrigidì, le
sopracciglia si aggrottarono.
- Chi sarebbe questa Tiziana?
- la voce sferzante, tagliente come una lama, pungente come i suoi occhi.
Andrè, che si era preoccupato nel vedere la sua espressione, rise,
e la strinse ancora di più a sé, poggiandole la guancia sui
capelli.
- È vero, scusa, me
ne stavo dimenticando. Tu la conosci come Sabina. - le disse, divertito
e intenerito. - Non è il caso di essere gelosa, Oscar, te l’assicuro.
- continuò, prendendola per il mento e guardandola negli occhi.
Lei annuì, nuovamente serena. Gli occhi socchiusi, le labbra distese
in un sorriso, guardò il suo amato, e l’espressione dei suoi occhi
da sotto le palpebre colpì Andrè con la freccia dorata di
Cupido. La conosceva, sapeva cosa voleva, non aveva bisogno di nient’altro…rispose
al muto messaggio, chinando la testa, sfiorando le labbra, approfondendo
gradualmente il bacio che Oscar aspettava. Crollarono entrambi su quel
letto di alghe, mentre le loro mani armeggiavano frenetiche con lacci e
bottoni, ansiose di ritrovare, dopo la lunga separazione, quella pelle
troppo poco conosciuta, a lungo desiderata e pianta come perduta.
Più tardi, distesa davanti
al fuoco morente, tra le braccia del suo uomo, con il suo calore che le
scaldava la schiena, Oscar ascoltò il resto della storia di Andrè,
come si era ritrovato tra quelle persone, la guarigione dei suoi occhi,
la loro promessa di riunirlo a lei,le stranezze di quella strana ragazza,
la compagnia di Fabrice, e i resoconti che lui gli faceva, ogni giorno,
su quello che lei aveva detto, o fatto, descrivendogli e raccontandogli
ogni minimo particolare, alleviando così la sua solitudine, dissetando,
anche se con poche gocce, la sua sete di lei, portando un raggio di luce
nell’oscurità da cui era avvolto, per la guarigione dei suoi occhi,
fino al giorno in cui l’aveva condotta in quella casa, e lui aveva finalmente
potuto gioire della sua voce e della sua vista.
- Hai assistito a tutte le
nostre conversazioni? - gli aveva chiesto lei, stupita.
- Sì Oscar, a tutte…e
non sai che strazio fosse per me sentirti parlare in quel modo, vederti
soffrire così tanto e non poter entrare a consolarti, non poterti
abbracciare e dirti che stavi sbagliando, che io non ti avevo lasciato.
In quei momenti avrei facilmente rotto la promessa di fidarmi di loro e
aspettare, se non mi avessero trattenuto.
Oscar rimase silenziosa per
un poco, cercando di pensare, anche se la sensazione delle braccia di Andrè
attorno al suo corpo, e del suo respiro sulla sua pelle, la distraevano,
distogliendola da ogni riflessione.
- Se hai assistito a tutti
gli incontri, allora…allora sai…
- Che volevi morire, e che
sei malata? Sì, Oscar, lo so, ma so anche che sei in via di guarigione,
e che abbandonerai presto questi pensieri macabri. - disse lui, accarezzandole
le labbra. Lei rispose con un sorriso.
- Con te accanto, non ho più
alcun motivo o voglia di morire. Anzi, voglio vivere, vivere il più
a lungo possibile. Voglio invecchiare accanto a te.
Si rigirò nel suo abbraccio,
passò le sue braccia attorno al corpo di lui, poggiò la testa
sul suo petto. Il calore di lui l’avvolgeva, rassicurante, così
come il suo profumo. Sentiva i battiti sordi del suo cuore, calmi, rassicuranti.
Il loro ritmo ipnotico l’accompagnò nel sonno, insieme alla dolce
sensazione delle sue mani che le accarezzavano i capelli.
Fine 8° parte
Illy