
CAPITOLO XVIII ![]()
EPOPEA REPUBBLICANA
Caduta nuovamente Milano sotto il dominio austriaco, Venezia
resisteva ancora, sorretta dalla mirabile costanza di tutto il suo popolo e dei
volontari accorsi alle sue mura. Ad essa si volgevano ora sospirose tutte le
speranze italiane: ad essa volgeva continuamente il suo animo il
Mazzini, il quale, posta la propria dimora a Lugano, tentava dalla
Svizzera di riaccendere la insurrezione del popolo a Val d'Intelvi e a Verceia. Ma la
nuova insurrezione doveva partire da Roma, la città del fato, nel cui nome
s'era iniziato il nostro Risorgimento e nel cui nome era destinato a compiersi.
Gran fermento repubblicano agitava l'animo dei Romani, da
quando il Papa, in cui gli Italiani avevano così delirantemente
creduto, aveva dichiarato, in quella chiara ma tanto triste mattina del 29
aprile 1.848, ch'egli come capo del mondo cattolico abbracciava in un solo
grande amplesso paterno Italiani ed Austriaci, tutti egualmente cari al suo
cuore. Le milizie pontificie, che, al comando del generale Durando, eran partite nel marzo per combattere sui campi della
Lombardia, furono richiamate a Roma col compito solo di provvedere alla difesa
del territorio pontificio. Grande delusione e prostrazione d'animi ne
seguirono: coloro che più avevano creduto in Pio IX furono anche i più
accaniti nell'odiarlo, ora ch'egli aveva così improvvidamente abbandonato la
guerra di liberazione. Impressionato dall'irritazione popolare, Pio IX chiamò
al governo Terenzio Mamiani,
accetto al popolo, affinché riportasse l'ordine nello Stato. Ma l'ordine non fu
ristabilito: il partito democratico non deponeva la sua irritazione. Un
nuovo ministro fu incaricato dal Papa di provarsi nel difficile compito: e
questa volta scelse un prelato d'animo eletto, di sentimenti elevati e di
grande energia: Pellegrino
Rossi. Ma la mattina del 15 novembre,
mentre il ministro saliva le scale del palazzo della Cancelleria, cadeva assassinato
in un tumulto popolare. Qualche giorno dopo, il Papa fuggiva a Gaeta. Una Giunta provvisoria di Stato,
costituitasi in Roma, raccolse in sé tutti i poteri e, aderendo al voto
popolare, decretò la convocazione di un'Assemblea costituente, mentre
il Mazzini alimentava il fermento repubblicano, inviando caldi e continui
appelli ai Romani, affinché facessero risorgere l'antica Repubblica, ora che il
Papa, fuggendo, aveva tacitamente abdicato. L'Apostolo, intanto,
lasciava
Intanto a Roma, il 9 febbraio 1.849,
veniva proclamata
E a Roma arrivò il Mazzini la sera del 5 marzo.
Egli stesso racconta il suo ingresso nella Città eterna:
"Roma era stata il sogno dei miei
giovani anni, l'idea-madre nel concetto della mente, la religione dell'anima; e
v'entrai, la sera, a piedi, sui primi del marzo, trepido e quasi adorando. Per
me Roma era il Tempio dell'Umanità; da Roma escirà
quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta, unità
morale all'Europa. Io avea viaggiato alla volta della
sacra città coll'anima triste sino alla morte per la disfatta di Lombardia, per
le nuove delusioni incontrate in Toscana, pel dissolvimento di tutta la parte
repubblicana in Italia. E nondimeno trasalii, varcando Porta del Popolo, d'una
scossa quasi elettrica, d'un getto di nuova vita. Io non vedrò più Roma, ma la
ricorderò, morendo, tra un pensiero a Dio e uno alla persona più cara".
Da Roma il Mazzini scriveva ai giovani: "Venite
meco; seguitemi dove comincia la vasta campagna. Là scesero Goti, Eruli, Longobardi e altri infiniti, barbari o quasi, a
ricevere inconsci la consacrazione dell'italica civiltà, prima di riporsi in
viaggio per le diverse contrade d'Europa...Quei luoghi paiono fatti per un
concilio di popoli...Sostate e spingete lo sguardo a mezzodì piegando al
Mediterraneo. Di mezzo all'immenso vi sorgerà davanti, come faro in oceano, un
punto isolato...Piegate il ginocchio e adorate. Là batte il cuore d'Italia: là
posa, eternamente solenne, Roma. Quel punto saliente è San Pietro; a pochi
passi il Campidoglio. Quei due mondi ne aspettano un terzo, più vasto e sublime
dei due che si libri tra le potenti rovine".
Con la visione di tal mondo nuovo,
dischiuso all'Europa da un’Italia nuova, libera ed una, raccolta intorno alla
sua Roma, l'Apostolo si gettava ancora una volta nell'azione, che questa volta
doveva essere, di fronte alla storia, quella più alta della sua vita.
A Roma la parola dell’Apostolo aveva una grande autorità.
E invitava il Governo a prepararsi alla guerra. La parola terribile e grande, del resto correva
già tutte le contrade d'Italia: Carlo Alberto si disponeva a disdire
l'armistizio e a riprendere le armi contro l'Austria; nella Toscana e
nelle Romagne scendeva nera la minaccia austriaca; Venezia
combatteva ancora, eroica e tenace, da un anno contro la morsa assediante
dell'Austria. Se anche l'Austria non fosse discesa ad assalire Roma, era
Il 2 aprile Giuseppe Mazzini
veniva eletto triumviro, divenendo il vero capo della Repubblica, con poteri
quasi dittatoriali, per la grande autorità che era nel suo nome. Alcuni giorni
dopo, egli incitava i Romani a seguire il Governo, con un proclama nobilissimo del 5 aprile,
nel quale era detto:
"La repubblica in Roma è un
programma italiano: una speranza, un avvenire, pei ventisei milioni
d'uomini, fratelli nostri. Si tratta di provare all'Italia e all'Europa che
il nostro grido "Dio e popolo" non è una menzogna, che l'opera
nostra è in sommo grado religiosa, educatrice, morale; che false sono le
accuse d'intolleranza, d'anarchia, di sommovimento avventate alla Santa
Bandiera e che noi procediamo, come una famiglia di buoni, sotto il
guardo di Dio e dietro alle inspirazioni dei migliori per Genio e Virtù, alla
conquista dell'ordine vero, Legge e Forza associate.
Così intendiamo il nostro mandato. Così
speriamo che tutti i cittadini lo intenderanno a poco a poco con noi. Noi non
siamo governo d'un partito, ma governo della nazione...Amici a quanti vogliono
il bene della Patria comune, puri di core se non potenti di mente, collocati
nelle circostanze più gravi che sieno mai toccate ad
un popolo e al suo governo, noi abbiamo bisogno del concorso attivo di tutti,
del lavoro concorde, pacifico, fraterno di tutti. E speriamo di averlo. Il
paese non deve né può retrocedere; non deve né vuole cadere nell'anarchia. Ci
secondino i buoni; Dio, che ha decretato Roma risorta e l'Italia nazione, ci
seconderà".
Ma l’esercito austriaco che già ferocemente aveva
bombardato, al comando del crudelissimo Haynau, la città di Brescia,
varcò il Po e pose l'assedio a Bologna. Intanto anche
L'Oudinot
avanzava intanto sotto le mura di Roma; il 30 aprile
assaliva la città dalla parte di Villa Pamphili, ma
venne furiosamente respinto dalle truppe volontarie e costretto a una ritirata
precipitosa verso Castel Gandolfo. A Giuseppe Garibaldi,
che voleva inseguire e cacciare il nemico fin da Civitavecchia, il Mazzini
temperò le ire, sperando che il suo atto generoso cattivasse alla Repubblica
romana gli animi dei Francesi, che l'Apostolo riteneva diversi e migliori del
loro governo. Anzi inviò doni al nemico Oudinot,
rilasciandogli persino i prigionieri e invitandolo a fratellanza repubblicana.
Pochi giorni dopo il governo francese inviava come suo
plenipotenziario Ferdinando Lesseps (il cui nome
meglio sarà più tardi legato all'apertura del Canale di Suez) a trattare la
pace col Mazzini: e ne nacque un effimero accordo fra le due Repubbliche. Infatti,
mentre si faceva quell’accordo, Luigi Bonaparte ordinava all’Oudinot di riprendere le ostilità con i rinforzi che
contemporaneamente gli venivano spediti dalla Francia. Cadeva intanto Bologna
nelle mani degli Austriaci: e il Mazzini eccitava il popolo della
Repubblica alla vendetta della città sorella, proclamando il 21 maggio:
"Popoli della Repubblica!
L'Austriaco inoltra. Bologna è caduta: caduta, dopo otto giorni sublimi
di battaglia e di sacrifici; caduta com'altri trionfa. Sia l'ultimo suo grido
di guerra e di vendetta per tutti noi: chi ha core italiano lo raccolga
come un santo legato. Roma vi chiede, cittadini, uno sforzo supremo; e lo
chiede, certa d'ottenerlo, perché il sangue versato dai suoi nella giornata del
30 (aprile) gliene concede il diritto...Voi avete dato bella e solenne
testimonianza di fede concorde all'Italia e all'Europa. Noi vi chiamiamo a
un'altra testimonianza, quella dei fatti. Sia pronto ogni uomo a segnare col
proprio sangue la fede. Sorga ogni città, ogni borgo, ogni luogo vindice di
Bologna! Suoni ogni campana il tocco dell'agonia che il popolo intima
all'invasore straniero! Accendete sui vostri monti, di giogo in giogo, simbolo
della fratellanza nell'ira, i fuochi che diedero, nel dicembre 1.847, il
programma della nostra rivoluzione...Sappiano il nemico, l'Italia, l'Europa che
qui, nel core della Penisola, stanno tre milioni d'uomini legati in sacramento
di tremenda difesa, decisi irrevocabilmente a combattere sino all'estremo, a
sotterrarsi, anziché cedere, sotto le rovine della Patria!...Italiani, figli di
Roma! Militi della Repubblica! Questa è un'ora solenne, preparata da secoli;
uno di quei momenti storici che decretano la vita o la morte d'un popolo...Si
stenda intorno all'esercito, che innalza bandiera non nostra, un cerchio di
fuoco o il deserto. La repubblica, mite e generosa finora, sorga terribile
nella minaccia. Roma starà!".
Purtroppo contro Roma marciavano gli austriaci e i
francesi (forti di 30.00 uomini). L’Oudinot,
prima che scadesse il termine dell'armistizio, avanzò su Roma, difesa
coraggiosamente da uomini male armati. Gli sforzi di Garibaldi e dei
suoi compagni eroici non riuscirono a riprendere le posizioni occupate dai
Francesi, i quali rendevano precaria ogni difesa con il lor
metodico e ininterrotto bombardamento della città. Ma l'eroismo dimostrato dai
volontari di Garibaldi, dal 3 al 30 giugno, in una serie
di combattimenti a Villa Corsini, a Villa Valentini, al Vascello, a Villa Pamphili,
fu davvero leggendario. Le pietre dei dintorni di Roma "furono tutte e
ciascuna santificate dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto, col grido
repubblicano sul labbro". E tutto il popolo, "rifatto grande da un
principio, partecipava alla difesa, affrontava con calma romana le privazioni,
scherzava sotto le bombe". Caddero per l'onore dell'Italia: Angelo
Masina, Luciano Manara, Enrico Dandolo, Giacomo Medici, Goffredo Mameli
che aveva squillato la sveglia della Patria comunicando al popolo l'inno della
battaglia: Fratelli d'Italia.
Così gli eroi della disperata difesa della
Città del destino si ricongiungevano con gli eroi di tutte le età,
trasfigurandosi in simboli dell'eterno ed universale valore umano: così
come li vide il Carducci
(cfr. il suo discorso Per la morte di Giuseppe Garibaldi) confusi e
identificati nei grandi eroi dell'epica antica e nei cavalieri straordinari
dell'epopea medievale.
Nonostante tanto sfolgorare di eroismo, la resa della Repubblica era ormai inevitabile. La resistenza si protrasse sino al 3 luglio, quando prevalse nell'Assemblea il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che la difesa cessasse. Garibaldi, raccolte intorno a sé le reliquie dell'esercito disposte a seguirlo, iniziava la sua meravigliosa ritirata attraverso l'Italia centrale, tendendo, tra le insidie e la caccia delle soldatesche austriache, a Venezia, che sola ancora resisteva.
Giuseppe Mazzini assistette alla dolorosa
rovina della sua Repubblica, lanciando in un ultimo proclama ai Romani la sua protesta
contro l'esercito francese che intanto invadeva la città:
"La forza brutale ha sottomesso
la vostra città; ma non ha mutato o scemato i vostri diritti.
In nome di Dio e del Popolo, siate
grandi come i vostri padri. Oggi, come allora, e più che allora, avete un mondo,
il mondo italiano, in custodia".
E l'Apostolo s'aggirò ancora per alcuni giorni per le
vie di Roma, come smarrito. Era esausto, sfinito dal lungo sforzo, eppure i
suoi modi dolci e calmi rivelavano un proposito più ardente che mai. Errava per
le vie, quasi per sfida contro coloro che lo accusavano di aver imposto la sua
tirannia al cattolico popolo romano, offrendosi inerme al coltello del primo
assassino; ma nel cuore gli bruciava certa disperata speranza di riuscire
ancora a sollevare il popolo contro il trionfo della brutalità francese. E scriveva: "Vidi
col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri
dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi
gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del
proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate,
profanate dal piede del conquistatore straniero…In quei giorni tutte le potenze
dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto
contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non
provocata, un'altra repubblica".
E il 7 luglio riassumeva gli
ultimi dolorosi avvenimenti in una lettera
alla sua amica e collaboratrice inglese, la nobilissima donna Emilia Ashurst,
con queste parole ancor tutte frementi delle lacrime e del sangue del dramma
repubblicano:
"Siamo vinti, cara Emilia. Vi
sono 40.000 Francesi nella città, e Roma è in istato
d'assedio. Gli abitanti devono rincasare alle nove e mezza; le armi sono state
sequestrate e vi è uno spiegamento codardo e feroce di forze brutali. Tutti si
rifiutano di servire. L'intero esercito è in dissolvimento.
L'epopea repubblicana era ormai cessata:
ma Roma, dall'Apostolo riconsacrata per la redenzione d'Italia, non
poteva più mai essere distrutta come idea dell'avvenire imminente. E
l'Apostolo, supplicato da un'amica americana, Margherita Fuller, e da Giulia Modena, perché si serbasse a
tempi migliori, si persuase ad abbandonare Roma verso la metà di luglio.
Fu rifornito dall'ambasciata americana di un passaporto, che però
non fu accettato dai francesi. Riuscì tuttavia a imbarcarsi a Civitavecchia, su
un vaporetto corso che si dirigeva a Marsiglia. Di lì raggiungeva Ginevra,
dopo aver inviato al Ministero
francese una nobile e sdegnosa lettera che condannava il
comportamento dell’esercito francese in Roma. E concludeva: “Ho combattuto e combatterò senza posa i tristi
oppressori della mia Patria: la menzogna, qualunque sembianza essa
vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il
regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del
progresso nei popoli; ma ho combattuto con armi leali; né mai mi sono
trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parola
assassino contro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me”.
Più tardi l'Apostolo contro
coloro che lo avevano accusato dell'errore commesso nell'ordinare la inutile
difesa di Roma, illuminava l'ispirazione nobilissima della sua
decisione, scrivendo:
"Alle molto evidenti cagioni che
ci comandavano di combattere un'altra se ne aggiungeva, per me intimamente
connessa col fine di tutta la mia vita: la fondazione dell'Unità
nazionale. In Roma era il centro naturale di quell'Unità; e verso quel centro
bisognava attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani
avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba,
e parea...Da pochi fatti individuali in fuori, nulla
rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava ogni tanto
Nell'agosto del 1.849 resisteva
ancora Venezia. Ma anch’essa, sotto un interminabile bombardamento
austriaco durato ventiquattro giorni, oppressa dalla carestia, straziata dalla
fame e dal colera, nonostante i prodigi della sua lunga difesa sostenuta, sotto
la guida di Daniele Manin
e del generale napoletano Guglielmo Pepe,
e nonostante il sacrificio di molte nobili e indomite vite, come quella del
poeta Alessandro Poerio e di Cesare Rossarol,
cadeva il 24 agosto: ma
essa cadeva "dopo lunghe eroiche prove e come chi vince".
(dall'Opera" La vita di Giuseppe Mazzini")