CAPITOLO  XVIII

 

EPOPEA  REPUBBLICANA

 

 

Caduta nuovamente Milano sotto il dominio austriaco, Venezia resisteva ancora, sorretta dalla mirabile costanza di tutto il suo popolo e dei volontari accorsi alle sue mura. Ad essa si volgevano ora sospirose tutte le speranze italiane: ad essa volgeva continuamente il suo animo il Mazzini, il quale, posta la propria dimora a Lugano, tentava dalla Svizzera di riaccendere la insurrezione del popolo a Val d'Intelvi e a Verceia. Ma la nuova insurrezione doveva partire da Roma, la città del fato, nel cui nome s'era iniziato il nostro Risorgimento e nel cui nome era destinato a compiersi.

Gran fermento repubblicano agitava l'animo dei Romani, da quando il Papa, in cui gli Italiani avevano così delirantemente creduto, aveva dichiarato, in quella chiara ma tanto triste mattina del 29 aprile 1.848, ch'egli come capo del mondo cattolico abbracciava in un solo grande amplesso paterno Italiani ed Austriaci, tutti egualmente cari al suo cuore. Le milizie pontificie, che, al comando del generale Durando, eran partite nel marzo per combattere sui campi della Lombardia, furono richiamate a Roma col compito solo di provvedere alla difesa del territorio pontificio. Grande delusione e prostrazione d'animi ne seguirono: coloro che più avevano creduto in Pio IX furono anche i più accaniti nell'odiarlo, ora ch'egli aveva così improvvidamente abbandonato la guerra di liberazione. Impressionato dall'irritazione popolare, Pio IX chiamò al governo Terenzio Mamiani, accetto al popolo, affinché riportasse l'ordine nello Stato. Ma l'ordine non fu ristabilito: il partito democratico non deponeva la sua irritazione. Un nuovo ministro fu incaricato dal Papa di provarsi nel difficile compito: e questa volta scelse un prelato d'animo eletto, di sentimenti elevati e di grande energia: Pellegrino Rossi. Ma la mattina del 15 novembre, mentre il ministro saliva le scale del palazzo della Cancelleria, cadeva assassinato in un tumulto popolare. Qualche giorno dopo, il Papa fuggiva a Gaeta. Una Giunta provvisoria di Stato, costituitasi in Roma, raccolse in sé tutti i poteri e, aderendo al voto popolare, decretò la convocazione di un'Assemblea costituente, mentre il Mazzini alimentava il fermento repubblicano, inviando caldi e continui appelli ai Romani, affinché facessero risorgere l'antica Repubblica, ora che il Papa, fuggendo, aveva tacitamente abdicato. L'Apostolo, intanto, lasciava la Svizzera nel gennaio 1.849 e si recava in Italia, dove il fervore del popolo si riaccendeva diffondendosi da Roma alla Romagna e in Toscana. L'8 febbraio Leopoldo II imitò il Papa, fuggendo da Firenze verso Gaeta. Il Mazzini, giunto a Livorno, fu pregato dal governatore Pigli di annunziare egli stesso al popolo, ch'era accorso in gran numero a festeggiarlo, la fuga del Granduca: il popolo accolse la notizia con gioia ma senza scatenarsi in inutili violenze. A Livorno e in Firenze, l’Apostolo cercò di indurre la Toscana ad affratellare le proprie sorti a quelle di Roma, convinto che un tale esempio di concordia e di iniziativa unitaria avrebbe dato buoni frutti in Sicilia e avrebbe dato più chances a Firenze di salvarsi. Al popolo radunato E gli istinti del popolo afferravano come sempre il concetto.". Infatti, in una pubblica adunanza, sotto le Logge degli Uffizi, il Mazzini fece votare l'adozione della forma repubblicana, l'unione a Roma e la formazione d'un Comitato di difesa, composto dal Guerrazzi, dal Montanelli e dallo Zanetti.

Intanto a Roma, il 9 febbraio 1.849, veniva proclamata la Repubblica. Il Triumvirato, ch'era a capo della Repubblica Romana, nominava il Mazzini cittadino onorario della Città eterna e lo eleggeva deputato, invitadolo a Roma. Goffredo Mameli, poeta dell'ideale mazziniano e soldato ardente di ventidue anni, ch'era passato a Roma, subito dopo la caduta di Milano in mano agli Austriaci, ne dette l'annunzio lieto all'Apostolo con tre parole, ch'erano la sintesi eloquente della sua fede: -Roma! Repubblica! Venite!-.

E a Roma arrivò il Mazzini la sera del 5 marzo. Egli stesso racconta il suo ingresso nella Città eterna:  

 

"Roma era stata il sogno dei miei giovani anni, l'idea-madre nel concetto della mente, la religione dell'anima; e v'entrai, la sera, a piedi, sui primi del marzo, trepido e quasi adorando. Per me Roma era il Tempio dell'Umanità; da Roma escirà quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta, unità morale all'Europa. Io avea viaggiato alla volta della sacra città coll'anima triste sino alla morte per la disfatta di Lombardia, per le nuove delusioni incontrate in Toscana, pel dissolvimento di tutta la parte repubblicana in Italia. E nondimeno trasalii, varcando Porta del Popolo, d'una scossa quasi elettrica, d'un getto di nuova vita. Io non vedrò più Roma, ma la ricorderò, morendo, tra un pensiero a Dio e uno alla persona più cara". Da Roma il Mazzini scriveva ai giovani:  "Venite meco; seguitemi dove comincia la vasta campagna. Là scesero Goti, Eruli, Longobardi e altri infiniti, barbari o quasi, a ricevere inconsci la consacrazione dell'italica civiltà, prima di riporsi in viaggio per le diverse contrade d'Europa...Quei luoghi paiono fatti per un concilio di popoli...Sostate e spingete lo sguardo a mezzodì piegando al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso vi sorgerà davanti, come faro in oceano, un punto isolato...Piegate il ginocchio e adorate. Là batte il cuore d'Italia: là posa, eternamente solenne, Roma. Quel punto saliente è San Pietro; a pochi passi il Campidoglio. Quei due mondi ne aspettano un terzo, più vasto e sublime dei due che si libri tra le potenti rovine".

Con la visione di tal mondo nuovo, dischiuso all'Europa da un’Italia nuova, libera ed una, raccolta intorno alla sua Roma, l'Apostolo si gettava ancora una volta nell'azione, che questa volta doveva essere, di fronte alla storia, quella più alta della sua vita.

A Roma la parola dell’Apostolo aveva una grande autorità. E invitava il Governo a prepararsi alla guerra. La parola terribile e grande, del resto correva già tutte le contrade d'Italia:  Carlo Alberto si disponeva a disdire l'armistizio e a riprendere le armi contro l'Austria; nella Toscana e nelle Romagne scendeva nera la minaccia austriaca; Venezia combatteva ancora, eroica e tenace, da un anno contro la morsa assediante dell'Austria. Se anche l'Austria non fosse discesa ad assalire Roma, era la Repubblica romana che doveva prepararsi ad assalire l'Austria. Bisognava "ridestare l'Italia contro l'eterno nemico, iniziare una nuova crociata e dire col fatto al paese che la repubblica farà ciò che la monarchia non seppe o non volle fare. Questo pensiero l'Agitatore espresse nell'Assemblea: "Bisogna lavorare come se avessimo il nemico alle porte e a un tempo come se si lavorasse per l'eternità". Ma il Piemonte, insofferente ormai della sconfitta di Custoza, era anelante a riscattare l'onore del suo esercito, anche per agglutinare attorno a sé l'iniziativa nazionale che sembrava volgersi verso il Mazzini. Carlo Alberto perciò riprese le armi contro l’Austria, suscitando in Italia un nuovo fervore di speranze che percorse allora anche la Sicilia, che, sotto la guida del Governo provvisorio, presieduto da Ruggero Settimo, resisteva ancora, fin dal settembre dell'anno precedente, alla spietata repressione operata dalle truppe borboniche, sostenendo impavida i crudeli bombardamenti di Messina e di Palermo. In soccorso di Carlo Alberto, il Governo repubblicano romano decretò l'invio di diecimila uomini a combattere insieme con le truppe piemontesi, sui campi lombardi. Purtroppo, la campagna brevissima e sfortunata, iniziatasi il 20 marzo con gli scontri alla Sforzesca e a Mortara e conclusasi tristemente a Novara il 23 marzo, rese inutile l'aiuto romano. Del resto la Repubblica non poteva privarsi dei suo uomini, considerato che essa stessa era minacciata dai vari Governi europei, ai quali il Papa si rivolgeva perché gli venisse restituito il suo potere temporale. E già Garibaldi, che fin dal dicembre del 1.848 era accorso a difendere Roma, aveva imposto la sua superiorità sulle scarse truppe inviate dalla Spagna ad occupare qualche villaggio del Lazio, e su quelle di Ferdinando II di Napoli, che battute a Velletri, s'eran poi ritirate definitivamente nei propri confini.

Il 2 aprile Giuseppe Mazzini veniva eletto triumviro, divenendo il vero capo della Repubblica, con poteri quasi dittatoriali, per la grande autorità che era nel suo nome. Alcuni giorni dopo, egli incitava i Romani a seguire il Governo, con un proclama nobilissimo del 5 aprile, nel quale era detto:

 

"La repubblica in Roma è un programma italiano: una speranza, un avvenire, pei ventisei milioni d'uomini, fratelli nostri. Si tratta di provare all'Italia e all'Europa che il nostro grido "Dio e popolo" non è una menzogna, che l'opera nostra è in sommo grado religiosa, educatrice, morale; che false sono le accuse d'intolleranza, d'anarchia, di sommovimento avventate alla Santa Bandiera e che noi procediamo, come una famiglia di buoni, sotto il guardo di Dio e dietro alle inspirazioni dei migliori per Genio e Virtù, alla conquista dell'ordine vero, Legge e Forza associate.

Così intendiamo il nostro mandato. Così speriamo che tutti i cittadini lo intenderanno a poco a poco con noi. Noi non siamo governo d'un partito, ma governo della nazione...Amici a quanti vogliono il bene della Patria comune, puri di core se non potenti di mente, collocati nelle circostanze più gravi che sieno mai toccate ad un popolo e al suo governo, noi abbiamo bisogno del concorso attivo di tutti, del lavoro concorde, pacifico, fraterno di tutti. E speriamo di averlo. Il paese non deve né può retrocedere; non deve né vuole cadere nell'anarchia. Ci secondino i buoni; Dio, che ha decretato Roma risorta e l'Italia nazione, ci seconderà".

 

Ma l’esercito austriaco che già ferocemente aveva bombardato, al comando del crudelissimo Haynau, la città di Brescia, varcò il Po e pose l'assedio a Bologna. Intanto anche la Francia interveniva a favore del papa con settemila uomini al comando del generale Oudinot. Quel gesto, che poi restò come un'onta sulla Francia, non soltanto era una violazione della propria costituzione repubblicana, ma costituì anche una vergognosa e sleale violazione della buona fede dei Romani, perché si tentò di far credere al Triumvirato che quelle truppe venivano condotte dal generale Oudinot soltanto per garantire la tranquillità di Roma. Ma l'Assemblea repubblicana fieramente decise di non accogliere l'esercito francese: e il Triumvirato, composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, ordinò le difese. Il 25 aprile, prima che il governo repubblicano avesse avuto il tempo di ordinare le forze, di rimediare al difetto di artiglierie, di provvedere alle armi, i Francesi erano a Civitavecchia. Il governo in pericolo, decise di difendere la Repubblica, nonostante le sue truppe, affidate al comando supremo del generale Pietro Rosselli, avesser poco addestramento e poche armi. I Francesi avanzavano da Civitavecchia, gli Austriaci scendevano dal Nord, le truppe napoletane minacciavano dal Sud: eppure la volontà della Repubblica rimase ferma.

L'Oudinot avanzava intanto sotto le mura di Roma; il 30 aprile assaliva la città dalla parte di Villa Pamphili, ma venne furiosamente respinto dalle truppe volontarie e costretto a una ritirata precipitosa verso Castel Gandolfo. A Giuseppe Garibaldi, che voleva inseguire e cacciare il nemico fin da Civitavecchia, il Mazzini temperò le ire, sperando che il suo atto generoso cattivasse alla Repubblica romana gli animi dei Francesi, che l'Apostolo riteneva diversi e migliori del loro governo. Anzi inviò doni al nemico Oudinot, rilasciandogli persino i prigionieri e invitandolo a fratellanza repubblicana.

Pochi giorni dopo il governo francese inviava come suo plenipotenziario Ferdinando Lesseps (il cui nome meglio sarà più tardi legato all'apertura del Canale di Suez) a trattare la pace col Mazzini: e ne nacque un effimero  accordo fra le due Repubbliche. Infatti, mentre si faceva quell’accordo, Luigi Bonaparte ordinava all’Oudinot di riprendere le ostilità con i rinforzi che contemporaneamente gli venivano spediti dalla Francia. Cadeva intanto Bologna nelle mani degli Austriaci: e il Mazzini eccitava il popolo della Repubblica alla vendetta della città sorella, proclamando il 21 maggio: 

 

"Popoli della Repubblica! L'Austriaco inoltra. Bologna è caduta: caduta, dopo otto giorni sublimi di battaglia e di sacrifici; caduta com'altri trionfa. Sia l'ultimo suo grido di guerra e di vendetta per tutti noi: chi ha core italiano lo raccolga come un santo legato. Roma vi chiede, cittadini, uno sforzo supremo; e lo chiede, certa d'ottenerlo, perché il sangue versato dai suoi nella giornata del 30 (aprile) gliene concede il diritto...Voi avete dato bella e solenne testimonianza di fede concorde all'Italia e all'Europa. Noi vi chiamiamo a un'altra testimonianza, quella dei fatti. Sia pronto ogni uomo a segnare col proprio sangue la fede. Sorga ogni città, ogni borgo, ogni luogo vindice di Bologna! Suoni ogni campana il tocco dell'agonia che il popolo intima all'invasore straniero! Accendete sui vostri monti, di giogo in giogo, simbolo della fratellanza nell'ira, i fuochi che diedero, nel dicembre 1.847, il programma della nostra rivoluzione...Sappiano il nemico, l'Italia, l'Europa che qui, nel core della Penisola, stanno tre milioni d'uomini legati in sacramento di tremenda difesa, decisi irrevocabilmente a combattere sino all'estremo, a sotterrarsi, anziché cedere, sotto le rovine della Patria!...Italiani, figli di Roma! Militi della Repubblica! Questa è un'ora solenne, preparata da secoli; uno di quei momenti storici che decretano la vita o la morte d'un popolo...Si stenda intorno all'esercito, che innalza bandiera non nostra, un cerchio di fuoco o il deserto. La repubblica, mite e generosa finora, sorga terribile nella minaccia. Roma starà!".

 

Purtroppo contro Roma marciavano gli austriaci e i francesi (forti di 30.00 uomini). LOudinot, prima che scadesse il termine dell'armistizio, avanzò su Roma, difesa coraggiosamente da uomini male armati. Gli sforzi di Garibaldi e dei suoi compagni eroici non riuscirono a riprendere le posizioni occupate dai Francesi, i quali rendevano precaria ogni difesa con il lor metodico e ininterrotto bombardamento della città. Ma l'eroismo dimostrato dai volontari di Garibaldi, dal 3 al 30 giugno, in una serie di combattimenti a Villa Corsini, a Villa Valentini, al Vascello, a Villa Pamphili, fu davvero leggendario. Le pietre dei dintorni di Roma "furono tutte e ciascuna santificate dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto, col grido repubblicano sul labbro". E tutto il popolo, "rifatto grande da un principio, partecipava alla difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le bombe". Caddero per l'onore dell'Italia: Angelo Masina, Luciano Manara, Enrico Dandolo, Giacomo Medici, Goffredo Mameli che aveva squillato la sveglia della Patria comunicando al popolo l'inno della battaglia: Fratelli d'Italia.

Così gli eroi della disperata difesa della Città del destino si ricongiungevano con gli eroi di tutte le età, trasfigurandosi in simboli dell'eterno ed universale valore umano: così come li vide il Carducci (cfr. il suo discorso Per la morte di Giuseppe Garibaldi) confusi e identificati nei grandi eroi dell'epica antica e nei cavalieri straordinari dell'epopea medievale.

Nonostante tanto sfolgorare di eroismo, la resa della Repubblica era ormai inevitabile. La resistenza si protrasse sino al 3 luglio, quando prevalse nell'Assemblea il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che la difesa cessasse. Garibaldi, raccolte intorno a sé le reliquie dell'esercito disposte a seguirlo, iniziava la sua meravigliosa ritirata attraverso l'Italia centrale, tendendo, tra le insidie e la caccia delle soldatesche austriache, a Venezia, che sola ancora resisteva.

Giuseppe Mazzini assistette alla dolorosa rovina della sua Repubblica, lanciando in un ultimo proclama ai Romani la sua protesta contro l'esercito francese che intanto invadeva la città:  

 

"La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non ha mutato o scemato i vostri diritti. La Repubblica romana vive eterna, inviolabile, nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nell'adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro solenni promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell'anima vostra nella prova alla quale si vuole che per poco voi soggiaciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo di un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà...I vostri padri, o Romani, furon grandi, non tanto perché sapevano vincere quanto perché non disperavano nei rovesci.

In nome di Dio e del Popolo, siate grandi come i vostri padri. Oggi, come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano, in custodia".

 

E l'Apostolo s'aggirò ancora per alcuni giorni per le vie di Roma, come smarrito. Era esausto, sfinito dal lungo sforzo, eppure i suoi modi dolci e calmi rivelavano un proposito più ardente che mai. Errava per le vie, quasi per sfida contro coloro che lo accusavano di aver imposto la sua tirannia al cattolico popolo romano, offrendosi inerme al coltello del primo assassino; ma nel cuore gli bruciava certa disperata speranza di riuscire ancora a sollevare il popolo contro il trionfo della brutalità francese. E scriveva:  "Vidi col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero…In quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica".

E il 7 luglio riassumeva gli ultimi dolorosi avvenimenti in una lettera alla sua amica e collaboratrice inglese, la nobilissima donna Emilia Ashurst, con queste parole ancor tutte frementi delle lacrime e del sangue del dramma repubblicano:

 

"Siamo vinti, cara Emilia. Vi sono 40.000 Francesi nella città, e Roma è in istato d'assedio. Gli abitanti devono rincasare alle nove e mezza; le armi sono state sequestrate e vi è uno spiegamento codardo e feroce di forze brutali. Tutti si rifiutano di servire. L'intero esercito è in dissolvimento. La Giunta dà le dimissioni, e i dominatori Francesi si attorniano di spie, di ladri, di malandrini. Il popolo ne pugnala qualcuno qua e là. Eccovi Roma in questo momento. Oudinot non si arrischiò mai di avvicinarsi alle nostre barricate. Egli compì la valorosa impresa coll'artiglieria e il trinceramento. La città veniva bombardata giorno e notte; e le nostre poche truppe, obbligate per proteggere la città a combattere il giorno e lavorare la notte, erano esauste. I migliori ufficiali perdettero la vita. Le nostre colonne di approvvigionamento (mandrie, vino, polvere, ecc.) furono tagliate fuori dalla cavalleria francese. Gli invasori avanzavano ogni giorno, e a misura che occupavano terreno, lo fortificavano: procedevano come talpe senza mai scoprirsi. Facemmo quanto stava in noi per provocarli ad una discesa nella città, ma invano...La semplice dichiarazione da parte dell’Assemblea romana che la difesa era impossibile, fece sì che lo fosse realmente. Io protestai contro quel decreto dell'Assemblea e feci mettere a verbale la protesta negli Atti della Sede del Governo. L'Assemblea venne sciolta con la forza. Le truppe francesi presero possesso delle porte della cità. Garibaldi partì...Non appena Oudinot ebbe preso possesso della città, ritrattò la sua promessa: impedì prima alla nostra artiglieria di partire e poi anche al resto. Fu offerto alle nostre truppe l'arruolamento nelle loro file; ma rifiutarono tutti...Lo stato d'assedio cominciò. Tutte le promesse furono tradite. I condottieri del popolo fuggirono. Non v'era nulla da fare. Emigrarono tutti. In quanto a me voglio essere l'ultimo, e mi trovo ora nascosto qui (in uno dei più poveri quartieri del Trastevere). Ieri e il giorno prima perlustrai tutta la città per vedere se si avesse avuto il coraggio di arrestarmi: fino a che tutti, spaventati da quella che chiamavano la mia pazzia, cominciarono a dire che avevo un salvacondotto o una protezione dell'Inghilterra!...".

 

L'epopea repubblicana era ormai cessata: ma Roma, dall'Apostolo riconsacrata per la redenzione d'Italia, non poteva più mai essere distrutta come idea dell'avvenire imminente. E l'Apostolo, supplicato da un'amica americana, Margherita Fuller, e da Giulia Modena, perché si serbasse a tempi migliori, si persuase ad abbandonare Roma verso la metà di luglio. Fu rifornito dall'ambasciata americana di un passaporto, che però non fu accettato dai francesi. Riuscì tuttavia a imbarcarsi a Civitavecchia, su un vaporetto corso che si dirigeva a Marsiglia. Di lì raggiungeva Ginevra, dopo aver inviato al Ministero francese una nobile e sdegnosa lettera che condannava il comportamento dell’esercito francese in Roma. E concludeva:Ho combattuto e combatterò senza posa i tristi oppressori della mia Patria: la menzogna, qualunque sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli; ma ho combattuto con armi leali; né mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parola assassino contro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me”.

Ptardi l'Apostolo contro coloro che lo avevano accusato dell'errore commesso nell'ordinare la inutile difesa di Roma, illuminava l'ispirazione nobilissima della sua decisione, scrivendo:

 

"Alle molto evidenti cagioni che ci comandavano di combattere un'altra se ne aggiungeva, per me intimamente connessa col fine di tutta la mia vita: la fondazione dell'Unità nazionale. In Roma era il centro naturale di quell'Unità; e verso quel centro bisognava attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba, e parea...Da pochi fatti individuali in fuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava ogni tanto la Romagna e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in alto perché gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome un tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io sentiva quella potenza, quel palpito dell'immensa eterna vita di Roma...Io avea fede in essa...La difesa fu decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per generoso sentire e per riverenza all'onore d'Italia. Strategicamente, la guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano aiuti d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo, pensando al futuro, proferire il nostro "Morituri te salutant" all'Italia da Roma".

 

Nell'agosto del 1.849 resisteva ancora Venezia. Ma anch’essa, sotto un interminabile bombardamento austriaco durato ventiquattro giorni, oppressa dalla carestia, straziata dalla fame e dal colera, nonostante i prodigi della sua lunga difesa sostenuta, sotto la guida di Daniele Manin e del generale napoletano Guglielmo Pepe, e nonostante il sacrificio di molte nobili e indomite vite, come quella del poeta Alessandro Poerio e di Cesare Rossarol, cadeva il 24 agosto: ma essa cadeva "dopo lunghe eroiche prove e come chi vince".

 

                                                                                                                (dall'Opera" La vita di Giuseppe Mazzini")

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