LETTERA AI FILIPPESI
Traduzione e commento esegetico e teologico
a cura di Giovanni Lonardi
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Preambolo
Per
poter comprendere in tutta la sua profondità anche una sola lettera
di Paolo è indispensabile conoscere chi è Paolo, poiché quando
egli scrive trasfonde in quella lettera non solo il suo pensiero, ma
tutto se stesso, così che non c'è distinzione tra il pensiero di
Paolo e i suoi sentimenti, la sua emotività, la sua umoralità, la
sua passionalità, la sua veemenza, che rasenta il fanatismo, cioè
l'assolutizzazione della sua profonda passione per Cristo, che non
conosce ostacoli e sfida ogni pericolo e ogni limite imposto dalla
ragionevolezza umana. Le sue lettere, infatti, non sono dei freddi e
razionali trattatelli di cristologia o di teologia, ma strumenti
attraverso i quali Paolo si rende presente con tutto se stesso presso
la comunità, a cui egli indirizza la sua lettera. Le sue lettere
pulsano della vita stessa di Paolo, che definire un appassionato del
Cristo risorto sarebbe alquanto riduttivo. Lo potremmo definire come
un veemente e indomabile fanatico del Cristo risorto, per il quale
sopporta ogni sofferenza e peripezia (Rm 8,35-39; 2Cor 11,23-27) e
attraverso il quale egli vede e legge la realtà che lo circonda e la
vita stessa in tutte le sue espressioni. Tutti i problemi che egli è
chiamato ad affrontare all'interno delle comunità da lui fondate
sono approcciati e risolti attraverso e nel Cristo risorto. E tutto
ciò è possibile perché tra Paolo e Cristo vi è una
sovrapposizione di persone, che arriva ad essere una identificazione.
Significative e rivelatrici in tal senso sono le sue affermazioni con
cui egli definisce se stesso: “Sono stato crocifisso con Cristo:
ora non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,19b-20a); e,
similmente, in modo più lapidario e incisivo: “Per me il vivere è
Cristo” (Fil 1,21a). Qui c'è tutto Paolo.
Di seguito, pertanto, prima di introdurci alla lettura esegetica e al commento della Lettera ai Filippesi, cercherò di tratteggiare sinteticamente la figura di Paolo, la sua personalità, la sua esperienza con il Cristo risorto, la sua strategia missionaria, il suo pensiero, che sottende, qua e là, le sue lettere. Tutti elementi necessari per comprenderle.
Note
generali su Paolo
Dopo Gesù, Paolo è l’apostolo che maggiormente ha influenzato il pensiero cristiano; per alcuni è considerato il “fondatore del cristianesimo”, nel senso che il cristianesimo con Paolo uscì dai ristretti confini di Gerusalemme e della Palestina, staccandosi nettamente dal giudaismo e aprendosi all’intero mondo dei Gentili, che costituiranno per Paolo un privilegiato terreno di conquista e di lavoro (Gal 2,7-9; Rm 1,5; 15,15-19).
Questa, infatti, è la specifica vocazione di Paolo, che egli stesso evidenzia in Gal 2,7-8: “ma per questo, avendo visto che mi fu affidato il vangelo dell'incirconcisione come Pietro (quello) della circoncisione, colui, infatti, che aveva operato in Pietro per l'apostolato della circoncisione operò anche in me per le genti”. E sarà proprio su questo terreno dei Gentili che Paolo dovrà scontrarsi con i giudeocristiani, che sostenevano la necessità di sottomettersi alla Legge di Mosè, tramite la circoncisione, per accedere alla salvezza in Cristo.
Un duro scontro questo, che farà soffrire non poco Paolo e che porterà al primo concilio della storia, quello di Gerusalemme nel 49 d.C., ricordato in At.15,1-33 e in Gal.2,1-10.
Egli è l’unico apostolo di cui abbiamo molta documentazione ed è il più commentato e conosciuto autore del N.T. Di lui o della sua scuola di pensiero si hanno complessivamente tredici lettere e numerosi riferimenti autobiografici, nonché ben 20 capitoli, che Luca dedica a Paolo e alla sua attività negli Atti degli Apostoli (capp.8-28). Neppure Pietro e Giacomo, che erano ritenute le colonne della chiesa di Gerusalemme (Gal 2,9), ebbero tanta risonanza. Di loro o comunque a loro attribuite ci sono rimaste soltanto due lettere di Pietro e una di Giacomo per complessivi 274 versetti.
Notevole il peso di Paolo e della sua scuola di pensiero, basti pensare che su 7957 versetti, che compongono l'intero Nuovo Testamento canonico, ben 20331 sono di Paolo o di scuola paolina, cioè il 25,55% dell'intero canone neotestamentario; mentre dei 27 libri di cui è composto il N.T. 13, quindi quasi il 50%, sono lettere di Paolo o di scuola paolina. Ma ciò che più lo contraddistingue è la profondità, la potenza e l'originalità di pensiero della sua teologia e della sua cristologia; nonché, da un punto di vista storico, le notizie che, tramite le sue lettere, ci pervengono circa la struttura, la vita e i problemi delle prime comunità credenti, cioè della chiesa nascente. Così che potremmo affermare, senza ombra di dubbio, che senza la persona di Paolo e della sua opera letteraria oggi il cristianesimo non avrebbe raggiunto la profondità del suo pensiero teologico e cristologico e probabilmente sarebbe stato fagocitato dal giudaismo o, quanto meno, avrebbe perso molto della sua originalità.
Una teologia e una cristologia quelle di Paolo del tutto originali e inedite. Basti pensare che, allorché Paolo scrive le sue lettere, tutte tra il 50 e il 60 d.C., i vangeli non erano stati ancora scritti. Il primo, quello di Marco, verrà composto tra il 65 e il 69 d.C., e Paolo, per primo, introdurrà le espressioni “vangelo” e “evangelizzare”, che ritroviamo nelle sue lettere: il primo per ben 60 volte e 21 volte il secondo. Ed è sempre lui, per primo, a definire la sua predicazione come “il mio vangelo” (Rm. 2,16; 2Tm 2,8). Egli poi introdurrà nuovi termini e nuovi verbi, quindi, un nuovo vocabolario e un nuovo linguaggio per esprimere la novità dell'evento Cristo morto-risorto, in quanto tale e in rapporto ai credenti.
Tuttavia le novità che Paolo predica non sono frutto di fantasia, ma si radicano nella fede, che egli ha acquisito e maturato presso le comunità credenti, che ruotavano attorno alle aree di Gerusalemme, Damasco ed Antiochia, dove rimarrà per una decina d'anni dopo l'evento di Damasco (circa 35 d.C.), prima di intraprendere i suoi viaggi missionari (45-57 d.C.), e dalle quali mutua sovente nelle sue lettere formule di fede, kerigmatiche, inni, testi liturgici che egli non si è inventato, ma che ha ricevuto come eredità di fede da queste comunità. Una fede, quindi, non improvvisata o inventata, ma che si radica in quella propria delle comunità credenti e, quindi, della Tradizione. Lo ricorderà due volte in 1Cor 11,23: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore2 quello che a mia volta vi ho trasmesso”; e similmente in 1Cor 15,3: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto”. Ma ciò che Paolo trasmette non è una ripetizione meccanica e pedissequa di formule dottrinali, ma il tutto passa attraverso il potente filtro del suo pensiero innovativo e della sua esperienza del Cristo risorto. Paolo, dunque, riflette su quanto ha ricevuto e lo elabora personalmente, adattandolo alle varie situazioni delle comunità, che gli si presentano di volta in volta.
Le sue lettere, pertanto, scritte tutte tra il 50 e il 60, si presentano come delle risposte scritte a degli interrogativi posti dalle varie comunità o a loro problematiche interne. Lettere, quindi, occasionali. Di conseguenza la sua teologia e cristologia non si presentano come dei trattati dottrinali stesi a tavolino, ma nascono da situazioni contingenti e in risposta ai problemi posti dalle singole comunità.
Il linguaggio dei suoi scritti, pertanto, è caratterizzato dall’immediatezza, dalla spontaneità, dalla vivacità di espressione, che talvolta si carica di sentimenti forti e di emozioni violente, fino a sfociare nell’insulto verso i suoi detrattori. Ma questo modo di procedere pone dei limiti: infatti, non sempre conosciamo le circostanze che hanno prodotto le risposte di Paolo; del resto non era necessario che le precisasse in quanto erano ben conosciute dalle comunità interessate.
La profondità, la ricchezza, la complessità del pensiero di Paolo e il suo lungo periodare non sempre giocano a favore della sua chiarezza e della sua immediata comprensione. Ne dà testimonianza in tal senso l’autore della seconda lettera di Pietro: “… come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina” (2Pt. 3,15-16).
Tuttavia,
questa lettera, di autore anonimo, databile tra il 120 e 135 d.C.
circa, ci dà delle informazioni interessanti intorno agli scritti
paolini e precisamente afferma che:
esistono delle lettere di Paolo che circolano tra le comunità e sono gelosamente conservate da queste;
queste sono considerate “alla pari delle altre Scritture”, intendendo per Scritture l’A.T., evidenziando in tal modo l’autorevolezza e la sacralità del pensiero paolino tra le prime comunità credenti;
dicono
anche cose difficili, per cui molti le travisano. Fin da subito,
quindi, ci si è accorti della complessità del pensiero di Paolo e
della difficoltà di interpretazione di questi scritti.
Ed è proprio per questa complessità di un pensiero innovativo, creativo e dirompente che Paolo trova lungo il suo cammino di evangelizzazione numerosi avversari e detrattori, che formano una sorta di fronte antipaolino, una specie di task-force di contro-evangelizzazione, formata prevalentemente da giudeocristiani giudaizzanti, cioè da cristiani provenienti dal giudaismo, ma che, non avendo ancora compreso la novità dell'evento Cristo, continuavano a praticare la Legge mosaica e a predicare la necessità della circoncisione per poter accedere alla salvezza, subordinando in tal modo la novità dell'evento Cristo a Mosè. Ne troviamo traccia in 2Cor11,13-15.22-23; 12,11; Gal 1,6-7; Fil 3,2.18; Rm 16,17-18; Col 2,8.
Questioni
introduttive alla biografia paolina
A)
Le fonti
Paolo, tra tutti i personaggi che si muovono nel N.T., è quello che storicamente ci offre una maggiore ricchezza di dati sia perché numerosi sono gli agganci storico-geografici, che possiamo rilevare dai testi in nostro possesso, sia perché l’attività missionaria di Paolo fu piuttosto lunga e soprattutto straordinariamente densa (45-57 d.C.).
Due sono i pilastri fondamentali, che ci offrono il maggior numero di dati biografici di Paolo: a) le sue Lettere, benché il quadro cronologico che ne risulta sia scarso e frammentario; b) gli Atti degli Apostoli, l'opera lucana che dedica ben 20 capitoli sui 28, di cui è composta, alla figura di Paolo e alle sue imprese missionarie. Luca, tuttavia, per la sua opera usa fonti di seconda e terza mano, per cui non sempre i dati fornitici direttamente da Paolo coincidono esattamente con quelli offertici da Luca. In tal caso, la preferenza va sempre accordata alla testimonianza di Paolo. Vanno poi tenuti presenti gli intenti narrativi di Luca, che nel raccontare gli inizi della storia della chiesa, mostra maggiori interessi per gli aspetti teologici che biografici. In altri termini, Luca è si uno storico come egli attesta di essere nel suo prologo al vangelo (Lc 1,1-4), ma è uno storico interessato.
Tuttavia,
da una prudente combinazione di questi Scritti, integrati da altre
fonti storiche esterne, possiamo stilare, con discreta certezza, un
quadro biografico abbastanza soddisfacente, in particolar modo per
quello che va dall'evento di Damasco fino all'arrivo a Roma di Paolo
come prigioniero. Rimangono fuori dal quadro biografico il periodo
antecedente la sua conversione, al di là di qualche cenno, fornitoci
in parte dagli Atti e in parte dallo stesso Paolo, e quello dei due
anni successivi al suo arrivo a Roma, di cui si possono fare solo
delle ipotesi.
B)
I cardini della cronologia paolina
Benché
la questione sulla cronologia sia un problema di difficile soluzione
per la lacunosità delle fonti, tuttavia vi sono negli scritti di
Paolo, in particolare nella Lettera ai Galati 1,11-2,14 e negli Atti
degli Apostoli, dei punti di riferimento storici certi, ragionando
sui quali si può ottenere, con discreta precisione una soddisfacente
cronologia della vita di Paolo.
2Cor. 11,32-33: “A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così fuggii dalle sue mani”.
Il re qui menzionato è Areta IV, monarca del regno dei Nabatei, che governò dal 9 al 39 d.C. e al quale Caligola (37-41 d.C.) affidò il controllo, almeno parziale, della città di Damasco, inglobata nella provincia romana di Siria, per il periodo 37-39 d.C. Pertanto questa fuga di Paolo, calato dalla finestra in una cesta per sfuggire al re Areta, avvenne in questo periodo, probabilmente nel 38 d.C., ossia dopo tre anni dalla conversione, avvenuta intorno al 35 d.C.
Gal 1,13-2,14 in cui Paolo riporta le tappe fondamentali da prima della sua conversione fino all’anno 49 circa, anno in cui avvenne il primo concilio di Gerusalemme, il primo della storia della chiesa. La sua conversione, che egli legge alla maniera degli antichi profeti (Gal 1,15-16), era avvenuta mentre era diretto a Damasco. In questo contesto fu folgorato dall'incontro con il Cristo risorto. Rimane, quindi, presso la comunità credente di Damasco per tre anni, durante i quali, compie, di sua iniziativa, un viaggio missionario in Arabia, facendo poi ritorno a Damasco (Gal 1,17).
Tre anni dopo (qui il dopo va sempre riferito al “dopo l'evento di Damasco”), quindi nel 38 d.C., fa la sua prima visita a Gerusalemme per conoscere i capi della chiesa madre, Pietro e Giacomo e vi rimane quindici giorni (Gal 1,18). Poi riprende la sua attività missionaria, sempre di sua iniziativa nelle regioni della Siria e della Cilicia (Gal 1,21)
Quattordici anni dopo l'evento di Damasco (35 d.C.), quindi nel 49 d.C., torna nuovamente a Gerusalemme, assieme a Barnaba e a Tito, per dirimere una questione di vitale importanza, a motivo della quale tutti i responsabili della chiesa di Gerusalemme, Pietro, Giacomo e Giovanni si ritrovarono assieme per prendere una decisione comune. La questione era se i pagani, convertiti alla fede in Cristo, dovessero essere circoncisi e, quindi, sottoposti alla Legge mosaica (Gal 2,1-10).
At 18,1-2: “Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro”.
Di questo decreto di Claudio (41-54) parla anche Svetonio nella sua opera “Vita dei Cesari” nella parte riferita a Claudio, il quale “Judeos assidue tumultuantes impulsore Chresto Roma expulit”3.
La data di questo editto di espulsione è solitamente posta nel 49 d.C.
At 18,12-17: “Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo…”
Lucio
Giunio Gallione, fratello di Seneca, era proconsole a Corinto tra il
maggio del 51 e il maggio del 52. La data si ricava da un’iscrizione
epigrafica trovata a Delfi nel 1905, che riporta il testo di una
lettera di Claudio allo stesso Gallione. In questa lettera Claudio
menziona di essere stato proclamato imperatore per la 26^ volta.
Questa 26^ acclamazione ebbe luogo tra il gennaio e l’agosto del
52. Ora, poiché il proconsolato durava un anno a partire da aprile,
il rescritto può essere giunto a Gallione o all’inizio o alla fine
del suo proconsolato. Nel primo caso la data è 52-53 nel secondo
caso, più probabile, tra il 51 e il 52. È, dunque, in questo
periodo, probabilmente agli inizi del 52, che Paolo viene accusato
davanti a Gallione.
Deduzioni e tentativo di costruire una cronologia
Alla
luce di questi quattro punti cronologici di riferimento e con l’aiuto
di un certo ragionamento storico, si può tentare di stilare una
cronologia
paolina
di massima. Ogni data qui proposta va, quindi, sempre accompagnata da
un ”circa”:
Nel 5 d.C. Paolo nasce a Tarso
Nel 30 d.C. morte di Gesù
Nel 35 d.C. evento di Damasco e conversione di Paolo che per circa dieci anni rimane all’interno delle comunità cristiane di Damasco, Gerusalemme ed Antiochia a maturare la propria fede.
Nel 38 d.C. dopo tre anni dall'evento di Damasco, primo viaggio a Gerusalemme dove incontra Pietro e Giacomo e vi rimane quindici giorni. (Gal.1,18).
Tra il 45 e il 48 d.C. primo viaggio missionario: visita Cipro, Antiochia di Psidia, Listra e Derbe.
Nel 49 d.C. dopo quattordici anni dalla conversione (Gal.2,1), secondo viaggio a Gerusalemme, dove, insieme a Barnaba e a Tito, partecipa al primo concilio di Gerusalemme per la questione della circoncisione dei convertiti dal paganesimo, la quale cosa comportava la sottomissione alla Legge mosaica;
Tra il 49 e il 52 d.C. secondo viaggio missionario: visita Filippi, Tessalonica, Atene e Corinto. Durante questo secondo viaggio Paolo, casualmente, a seguito di una malattia, fonda la chiesa della Galazia;
Tra il 53 e il 57 d.C. terzo viaggio missionario: visita Efeso, Troade, Filippi, Corinto, Mileto. Fulcro di questo viaggio è Efeso, dove rimane circa tre anni e dove scrive la lettera ai Galati;
Tra il 58 e il 60 d.C. terzo viaggio a Gerusalemme e suo arresto a Cesarea
Tra il 61 e il 63 d.C. viene trasferito da Cesarea a Roma dove, dopo due anni di prigionia, morirà martire, sotto la persecuzione di Nerone, che durò circa un anno a partire dal luglio del 64 d.C.
Per altri, invece, Paolo dopo i due anni di prigionia compie altri viaggi che si collocano tra il 63 e il 67, anno in cui muore martire4
Cenni
biografici di Paolo
Sulla base della cronologia qui sopra ipotizzata e con l'aiuto delle due fonti a nostra disposizione, Lettere paoline e Atti degli Apostoli, cercherò di delineare alcuni cenni biografici di massima su Paolo.
Paolo nasce tra il 5 e 10 d.C. a Tarso, capoluogo della Cilicia, posta sul fiume Cidno, che collega il Mediterraneo con l’interno. Tarso è un importante centro commerciale e di cultura greca (At 22,39a).
Egli appartiene alla tribù di Beniamino, da cui uscì il primo re di Israele, Shaul, di cui assume il nome, grecizzato, poi, in Saulos e latinizzato in Paulus (At 13,9a).
Il triplice nome, ebraico, greco e romano stanno ad indicare le tre culture che si incrociano in Paolo, rendendolo un cosmopolita, e che si rifletteranno nelle sue lettere e nel suo annuncio.
La famiglia di Paolo proviene dalla diaspora e il padre, cittadino romano per acquisizione, trasmette al figlio la cittadinanza romana, di cui Paolo si avvarrà davanti al tribuno (At 22,24-28). Viene educato al rigore della Legge ebraica e, ancora adolescente, il padre lo invia a Gerusalemme per una più completa formazione nelle tradizioni dei padri. Suo maestro, qui, sarà, Gamaliele (At 22,3), discepolo di Hillel, capostipite della corrente giudaica più moderata e più aperta, che si contrapponeva a quella più rigorista e tradizionalista di Shammai.
È da pensare, pertanto, che Paolo abbia acquisito da Gamaliele un giudaismo più moderato ed aperto, benché, poi, il suo carattere impulsivo e passionale, se non fanatico, ne abbia accentuato ed esaltato i toni, divenendo un fariseo intransigente fino a spingersi a perseguitare attivamente i cristiani di Gerusalemme e a “votare la condanna a morte contro di loro”. Questo particolare (At 26,9-10) fa pensare che egli facesse parte del Sinedrio, che solo aveva il potere di deliberare le condanne a morte.
In questo contesto di fanatismo religioso, Paolo presenziò e condivise la lapidazione di Stefano avvenuta, probabilmente, tra il 35 e il 36 (At 22,20).
Fu proprio in questo periodo che Paolo, diretto a Damasco per eseguire dei mandati di cattura contro i cristiani, viene folgorato dall’incontro con il Cristo risorto, che lo chiama a diventare “ministro e testimone delle cose che hai visto” (At 26,9-16). Un’esperienza questa che ha radicalmente sconvolto l’esistenza di Paolo e che Luca ricorda nei suoi Atti per ben tre volte (At 9,1-30; 22,3-21; 26,9-20), benché Paolo non si riferisca spesso a questo episodio e quando lo fa (1Cor.15,5-8 e Gal. 1,12-17) è solo con una pallida allusione, quasi impercettibile.
Paolo visse questa esperienza del Cristo risorto come una chiamata (Gal 1,15-16), che produsse in lui un traumatico e radicale capovolgimento esistenziale, che lo portò ad una successiva maturazione della propria fede, inizialmente, all’interno della comunità credente di Damasco.
Infatti, Paolo inizierà il suo primo viaggio missionario nel 45. Fino ad allora egli rimane sostanzialmente in silenzio all’interno delle comunità di Damasco, Gerusalemme ed Antiochia, che diverrà poi, quest’ultima, la sua base logistica, da cui partirà per compiere i suoi viaggi missionari.
All’interno di queste comunità egli acquisirà gli elementi fondamentali della fede, che poi trasmetterà ai pagani. Egli stesso, infatti, in 1Cor 11,23 attesta: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”, dove per “Signore” va inteso la comunità credente nel Signore e che si rifà alla tradizione fatta risalire al Signore stesso; e similmente in 1Cor 15,3 afferma che “Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto quello che anch’io ho ricevuto”. Le sue stesse lettere, del resto, denunciano la sua dipendenza dalle comunità, che egli ha frequentato durante il decennio di silenzio, che ha preceduto i suoi tre viaggi missionari. In esse, infatti, vi sono riportate formule e professioni di fede, formule kerigmatiche, testi liturgici, inni e parenesi, che Paolo non si è inventato, ma che ha mutuato da queste comunità, dislocate nelle aree di Damasco, Gerusalemme ed Antiochia.
Dopo l’esperienza di Damasco Paolo si recherà subito in Arabia (Gal 1,17) e nella stessa Damasco annuncerà il Vangelo, ma sarà costretto a fuggire, calato in una cesta dalle mura della città (2Cor 11,32-33).
Trascorsi tre anni dalla sua conversione, siamo intorno all'anno 38 d.C., Paolo si reca a Gerusalemme, una prima volta, per un incontro con Pietro e Giacomo e qui vi rimane 15 giorni (Gal 1,18-19). E qui vi ritornerà, saltuariamente, a predicare il Vangelo, ma sarà costretto a fuggire perché gli ebrei lo vogliono uccidere (At 9,28-29). Dovrà fuggire, pertanto a Tarso, dove rimarrà in silenzio per alcuni anni (At 9,30).
Da qui sarà recuperato da Barnaba e condotto nella comunità di Antiochia, che diverrà la sua comunità di riferimento per tutta la sua attività missionaria e dove rimase un anno (At 11,25-26).
Dalla stessa comunità di Antiochia Paolo e Barnaba furono inviati in missione. (At 13,2-4). Siamo nel 45 d.C. Inizia così il primo viaggio missionario di Paolo che durerà fino al 48 d.C. (At 13,1-14,28). I punti toccati dai due furono: Cipro, Attalia, Perge, dove Marco, cugino di Barnaba, lascerà i due (At 13,13), Antiochia di Psidia, Iconio, Listra, Derbe, quindi il ritorno per le stesse località.
Al loro rientro Paolo e Barnaba trovano peggiorate le relazioni tra i giudeocristiani e gli etnococristiani al punto da creare una rilevante crisi all’interno della chiesa primitiva: Paolo e Barnaba non esigevano la sottomissione dei pagani convertiti alla circoncisione e, di conseguenza, alla Legge di Mosè; mentre i giudeocristiani, in particolare il gruppo che faceva a capo a Giacomo, richiedevano la circoncisione.
Il dissidio fu tale che si ritenne necessario un vertice a Gerusalemme tra i vari responsabili della chiesa madre. A tale incontro vennero inviati dalla comunità di Antiochia, di prevalente formazione etnocristiana, Paolo e Barnaba. Fu il primo concilio, che si tenne a Gerusalemme nel 49 (At 15,1-33; Gal 2,1-10) che chiarì, in linea di principio, la questione, ma non risolse di fatto il problema, sul quale Paolo tornerà nella sua lettera ai Galati.
Rientrati ad Antiochia, Paolo, ormai abbandonato anche da Barnaba (At 15,37-39), parte con Sila, suo nuovo compagno (At 15,40-41), per il suo secondo viaggio missionario, che durerà dal 49 al 52 (At 15,36-18,22) e risultò importante per la fondazione delle comunità cristiane in Grecia e nella Galazia.
Il percorso di questo viaggio portò Paolo lungo il cammino delle precedenti comunità (At 15,36), che aveva fondato nel primo viaggio (45-48 d.C.). A Listra si unì a lui anche Timoteo che, pur di avere con sé, accettò di farlo circoncidere (At 16,1-3).
Diretto a Troade, per un’improvvisa malattia, Paolo fu costretto a deviare sull’altipiano della Galazia, dove fondò le prime comunità cristiane (Gal 4,13). Proseguì, infine, per Troade da dove toccò Neapolis, Filippi, Tessalonica, Berea, Atene, Corinto, Efeso e ritorno a Cesarea e da qui a Gerusalemme, per relazionare del suo viaggio gli anziani della chiesa madre.
Il terzo viaggio, avvenuto tra il 53 e il 57 (At 18,23-21,15), fu prevalentemente di ricognizione tra le varie comunità fondate e per rinsaldare i rapporti tra loro. Le città presso cui si fermerà più a lungo saranno Efeso (tre anni, At 20,31) e Corinto (18 mesi). Durante questo viaggio Paolo raccoglierà presso tutte le comunità da lui fondate una colletta per i poveri della chiesa di Gerusalemme, alla quale egli attribuisce un valore importante, perché la sua accettazione da parte dei responsabili della chiesa madre di Gerusalemme significava che i cristiani provenienti dal paganesimo erano definitivamente accettati in seno ad essa.
Dopo
questo terzo viaggio Paolo viene fatto prigioniero a Cesarea nel 60 e
da qui trasferito a Roma, dove rimase per due anni in uno stato di
semilibertà. Muore martire sotto Nerone intorno al 67.
Note
su alcune particolarità di Paolo
L'evento di Damasco
Un’attenzione particolare va data all’evento di Damasco, meglio conosciuto come la “conversione di Paolo”, per l’importanza fondamentale che questo ha avuto nella sua vita, sulla quale ha inciso profondamente, trasformandola radicalmente e improvvisamente.
Due sono le fonti testimoniali: gli Atti e gli stessi scritti di Paolo.
Gli Atti degli Apostoli ci forniscono tre diverse narrazioni (9,1-30; 22,3-21; 26,9-20) alquanto particolareggiate, dove viene messa in rilievo l’iniziativa di Dio. Sono racconti non sempre tra loro concordanti e dal sapore popolare, costruiti da Luca sulla falsariga delle chiamate bibliche:
Manifestazione di Dio
Dialogo all’interno della teofania
Incarico e missione
Nell’ambito di questa chiamata Luca introduce anche la figura di Anania, che fa da tramite tra Paolo e la comunità credente di Damasco e che, man mano che i racconti procedono, lentamente scema fino a scomparire completamente nel terzo racconto di At 26,9-20. Questi è definito come un discepolo della comunità di Damasco (At 9,10) e “un devoto osservante della legge e in buona reputazione presso tutti i Giudei là residenti” (At 22,12).
Quanto agli Scritti di Paolo, questi ricordano l'evento, ma sempre con toni molto sobri, talvolta solo allusivi, e in modo strettamente personale. Dell’evento Paolo non parla mai in modo narrativo, ma mettendo in rilievo gli aspetti di grazia, di dono e di chiamata, che lo ha costituito missionario e apostolo. Il testo più significativo è quello di Gal 1,11-17, in cui Paolo si pone sulla linea delle chiamate profetiche. Egli, infatti, parla di “rivelazione”, di “una sua elezione fin dal seno di sua madre”, di “una chiamata per grazia”, di “una compiacenza di Dio nel rivelargli suo Figlio”. E quando Paolo parla di “compiacenza” allude ad un preciso disegno di Dio. A tutto ciò Paolo lega la sua missione di apostolo dei pagani. Un pensiero e una convinzione questi, che Paolo lascia trasparire chiaramente in apertura della lettera ai Galati, come una sorta di sua carta d'identità, mettendo in rilievo come il suo essere apostolo gli viene direttamente da Cristo e da Dio, suo Padre: “Paolo apostolo non da uomini né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti” (Gal 1,1).
Una maggiore precisazione sull’evento, Paolo la aggiunge in 1Cor 9,1 e 15,8-9, in cui parla rispettivamente di “aver veduto” e di “apparizione”.
Quanto alla sconvolgente rottura con il passato, che tale esperienza ha provocato in lui, ne fa accenno in Fil 3,7-11, così che tutti i valori del suo passato, in cui ha creduto fermamente, gli sembrano ora spazzatura.
Come,
dunque, interpretare l’evento di Damasco? Parlare di semplice
conversione è del tutto inadeguato. Qui c’è un’evidente
frattura esistenziale tra il prima e il dopo evento, che segnerà non
solo la sua intera esistenza, ma tutta la sua teologia, il suo modo
di pensare. Non si tratta, dunque, di una lenta e graduale
maturazione interiore di certi valori, bensì di una radicale e
improvvisa rottura con il suo passato e di un nuovo e improvviso
riorientamento esistenziale e modo di pensare.
Paolo
e la comunità cristiana primitiva
Dopo la sua esperienza di Damasco, Paolo ha avuto numerosi contatti con le comunità cristiane che sono nell’area di Gerusalemme, in cui riceve la sua formazione di giudeo ortodosso; di Damasco, dove dà una radicale e decisiva sterzata alla sua vita; di Antiochia, da dove prende forma e avvio il suo impegno missionario verso il mondo pagano.
La
dipendenza di Paolo da queste comunità si riscontra anche nelle sue
lettere, dove riporta spesso formule di fede, kerigmatiche, inni,
testi liturgici, che egli ha ricevuto come eredità di fede dalle
comunità stesse (1Cor 11,23; 15,3). Così che si può ben dire che
Paolo non fu il fondatore del cristianesimo, bensì il suo
instancabile propagatore e il suo potente propulsore, ma sempre in
una linea di continuità con la chiesa originaria, da cui ha ricevuto
la fede e in cui, per circa un decennio (35-45 d.C.), prima dei suoi
viaggi missionari (45-62 d.C.), è stato formato.
Il
metodo missionario di Paolo
Come sua strategia missionaria, Paolo sceglie sempre delle comunità che non hanno mai sentito parlare di Cristo. Lo attesterà apertamente in Rm 15,20: “Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui”. Il motivo di tale scelta probabilmente è duplice: a) non perdere tempo ad annunciare Cristo là dove è già stato annunciato. Una scelta dettatagli dalla convinzione, molto diffusa nella chiesa del I sec., dell'imminenza della parusia e, pertanto, l'urgenza di diffondere quanto più possibile, prima del ritorno di Cristo, il suo annuncio; b) la novità del “suo vangelo”, inoltre, rischiava di contrastare con le visioni forse meno aperte di altri missionari fondatori, con il rischio di creare turbamento e confusione nelle comunità fondate da altri. Farà tuttavia un'eccezione per la comunità di Roma, che lui non ha fondato, ma alla quale tiene particolarmente: essa, infatti, è la comunità dell'impero, ricca e molto potente, dalla quale cerca appoggi logistici e sostegno morale ed economico per il suo nuovo progetto missionario in Spagna (Rm15,24.28).
Nel suo annuncio Paolo è mosso sempre da una sua personale convinzione circa un piano di salvezza prestabilito da Dio, che vede annunciare la salvezza prima al Giudeo e poi al Greco: “Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco” (Rm 1,16), seguendo in tal modo la logica della storia della salvezza, secondo la quale Dio ha rivelato se stesso e conclusa la sua Alleanza prima con Israele, mostrando tutta la sua predilezione per questo popolo che si è scelto, costituendolo, dopo la sua liberazione dalla schiavitù egiziana, sua proprietà tra tutti i popoli, regno di sacerdoti e nazione santa (Es 19,4-6). Soltanto a seguito del rifiuto operato da Israele, l'annuncio della salvezza verrà esteso ai pagani, così che il rifiuto di Israele era diventato motivo di salvezza per gli altri (Rm 11,11-12). Una teologia questa che egli svilupperà meglio in Rm 9-11, dove, attraverso un'ampia riflessione, cercherà di dare una giustificazione al grande rifiuto che Israele ha opposto a Dio, dando in tal modo appagamento al suo grande dolore.
Per questo motivo Paolo, nell'annuncio del suo Vangelo, punta sempre sui grandi centri urbani, caratterizzati dalla presenza di ebrei e di sinagoghe, alle quali volge, per prime, il suo annuncio e, soltanto dopo il loro rifiuto, si rivolge al mondo dei pagani, seguendo così le logiche di ciò che egli riteneva fosse un piano di salvezza prestabilito da Dio.
Le comunità da lui fondate non sono, nel loro nucleo originale, numerose, ma si tratta di poche persone, qualche famiglia, che deve, quasi sempre, abbandonare precipitosamente per le ostilità degli ebrei lì presenti. In genere lascia sul posto o invia successivamente uno o più collaboratori perché completino l’opera da lui iniziata. Poi si incontrerà di tanto in tanto con i suoi collaboratori e, in base alle informazioni ricevute, scrive le lettere.
Paolo non è un pastore d'anime, ma un indomito annunciatore della Parola. Rivelativa in tal senso è l'attestazione di 1Cor 1,14-17: “Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo”.
Queste
comunità credenti, che egli riesce a fondare con la sua
predicazione, non sono da lui ritenute sua proprietà o sua
conquista. Non sono chiese fondate in opposizione ad altre chiese, ma
desidera
che queste siano legate con la chiesa madre di Gerusalemme, per la
quale fa raccogliere una colletta,
segno di comunione e di riconoscenza per la fede da essa donata.
La
colletta per la chiesa madre di Gerusalemme
È necessario spendere una parola sulla colletta, un gesto di carità verso la chiesa madre di Gerusalemme, nei confronti della quale tutte le comunità credenti sono debitrici per la fede ricevuta. Ma, al di là dell'impegno che egli si è preso personalmente davanti ai responsabili della chiesa di Gerusalemme (Gal 2,10), per aiutare i poveri di questa chiesa, colpiti da una grave carestia (At 11,28-30), Paolo vede nella colletta uno strumento di solidarietà e di comunione di tutte le comunità credenti con la chiesa madre di Gerusalemme. La colletta, pertanto, diventa per Paolo uno strumento missionario ed ecclesiologico, per legare in un'unica comunione di carità in Cristo tutte le chiese, indipendentemente dalla loro formazione giudeocristiana o etnocristiana.
La sua importanza è rilevata dal fatto che il tema della colletta viene ripreso ripetutamente da Paolo in varie sue lettere: Rm 15,25-28; 1Cor 16,1-4; 2Cor 8-9; Gal. 2,10, qualificandola come "servizio", "comunione", "grazia", "atto di culto"5.
Ma perché Paolo mostra un così particolare interesse per la colletta? Quale significato le attribuisce? Essenzialmente un triplice significato:
Essa è un gesto di carità;
E', inoltre, un impegno che egli si era assunto di fronte ai responsabili della chiesa madre di Gerusalemme (Gal 2,10) in occasione del Concilio (49 d.C.);
Ma soprattutto perché essa, da un lato, un significato di comunione tra la Chiesa madre di Gerusalemme e le Chiese periferiche da lui fondate, costituite da etnicocristiani, cioè di cristiani provenienti dal paganesimo; dall'altro, ciò che per Paolo è più importante, diventa un riconoscimento ufficiale della Chiesa madre, tendenzialmente giudaizzante, della missione di Paolo presso il mondo pagano.
La motivazione che sottende la colletta è triplice:
Cristologica: Cristo si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor.8,9);
Ecclesiologico-sociale: non si tratta di rendersi poveri per arricchire gli altri, ma un atto di uguaglianza ed equità (2Cor 8,13);
Teologico-scritturistica: Dio ama chi dona con gioia: “ha largheggiato, ha dato ai poveri; la sua giustizia dura in eterno” (2Cor 9,7-9)
Paolo, tuttavia, teme che la colletta, cui lui attribuisce un grande valore e significato, possa anche non essere accolta (Rm 15,30-31). Dietro questo suo timore intuisce che qualcosa possa andare storto: egli non vede chiaro nel suo futuro, per la difficoltà dei rapporti con la Chiesa madre di Gerusalemme, ancora troppo giudeocristiana giudaizzante, cioè legata ancora alla Legge mosaica e alle sue prescrizioni, che Paolo, invece, ha dichiarato decadute (Gal 3,23-25; 5,1-4).
Il
pensiero di Paolo e il suo Vangelo
Paolo fu certamente un teologo originale, profondo, fuori dagli schemi, ma non fu un pensatore sistematico. Il suo pensiero è occasionale e frammentario, variamente sparso tra le sue lettere, e ciò rende difficile l'organizzarlo compiutamente.
Il nucleo centrale del pensiero di Paolo è il Cristo risorto. E non poteva essere diversamente, considerata l'esperienza da cui egli proviene.
Attorno
al Cristo risorto Paolo sviluppa tutta una serie di tematiche ad
argomenti prevalentemente contrapposti, sulle quali fonda tutta la
vita morale e cristiana: fede e legge, luce e tenebre, carne e
spirito, uomo vecchio e uomo nuovo, giustificazione e peccato, vita e
morte, risurrezione, battesimo, ecc. Alla base di queste
contrapposizioni ci sta probabilmente l'antitesi cristologica e
pasquale “morte-vita”, “crocifissione-risurrezione”.
Tuttavia, pur nella sua originalità e profondità di pensiero, Paolo
si pone sempre nell'ambito dottrinale della Tradizione, che è già
propria del cristianesimo primitivo e che lo stesso Paolo testimonia
nelle sue lettere, che riportano inni
cristologici e formule di fede, che egli trova già elaborati nelle
comunità credenti, che ha frequentato per un decennio dopo l'evento
di Damasco. Egli stesso attesta, infatti, come la sua predicazione
sia una sorta di trasmissione di ciò che anch'egli ha ricevuto,
ponendosi in tal modo sulla linea della Tradizione cristiana (1Cor
11,23; 15,3).
Il pensiero e il Vangelo di Paolo si potrebbero così sinteticamente riassumere:
“Nel
suo grande disegno salvifico, Dio offre la sua salvezza a tutti,
ebrei e gentili, in Cristo e per Cristo morto e risorto. Si diventa
partecipi della salvezza unendosi a Cristo mediante la fede e il
battesimo, morendo con lui al peccato e partecipando, così, alla sua
risurrezione. Tuttavia, la salvezza, già presente, non è ancora
definitiva finché egli venga. Ma, nel frattempo, colui che vive in
Cristo è già stato liberato dal potere del peccato e della Legge e
diventa un uomo nuovo, una creatura nuova, per opera dello Spirito
Santo. Di conseguenza la condotta del credente deve adeguarsi alla
nuova realtà, che è stata posta in lui dal battesimo e per mezzo
della fede”.
Le
lettere
Il pensiero di Paolo è raccolto ed esposto nel Corpus paulinum, che comprende 14 lettere a cui, idealmente, ne va aggiunta anche qualcun’altra andata perduta e della cui esistenza siamo a conoscenza, perché citata dallo stesso Paolo nelle sue lettere.
Quelle in nostro possesso sono in tutto tredici, alle quali se ne è aggiunta una quattordicesima, la Lettera agli Ebrei, di autore sconosciuto. Di queste, sette sono attribuite a Paolo, mentre le rimanenti sei sono di scuola paolina.
L’insieme di queste 14 lettere forma il Corpus paulinum, suddiviso in tre aree: le grandi lettere, sono le sette attribuite a Paolo, alle quali alcuni esegeti aggiungono anche la seconda ai Tessalonicesi; le lettere ecclesiologiche ai Colossesi e agli Efesini; le lettere pastorali, 1-2 Timoteo e Tito.
Tutte le lettere attribuite a Paolo sono state scritte tra il 50 e il 60 d.C. e costituiscono la primissima letteratura cristiana e tra queste, prima in senso assoluto, è la Prima ai Tessalonicesi, composta a Corinto nel 50 d.C.
Esse sono state scritte tutte in modo occasionale, in risposta ai problemi sorti, di volta in volta, nelle comunità che Paolo stesso aveva fondato e sono una sorta di prolungamento del dialogo pastorale.
Il linguaggio, pertanto, è spontaneo, immediato, vivace, appassionato e passionale, spesso polemico, sicuramente molto sentito e, per questo, molto avvincente. Certamente il tono non è mai meditativo e i contenuti non sono esposti in modo sistematico, ma buttati giù di getto e risentono molto della occasionalità e della contingenza del momento.
Esse, come già si è sopra accennato, sono caratterizzate da molteplici antitesi, come ad es. Adamo-Cristo; carne-Spirito; fede-opere; sapienza-stoltezza; uomo vecchio-uomo nuovo. All’origine di tutte queste antitesi c’è l’antitesi per eccellenza, quella cristologica e pasquale, da cui tutte le altre derivano: morte-vita. Sono giochi di chiari-scuri finalizzati a mettere meglio in evidenza il tema trattato.
Tutte
le lettere di Paolo sono scritte nel greco della koinè,
cioè il greco parlato, diffusosi tra i popoli dopo le grandi
conquiste di Alessandro Magno (333-323 a.C.). Queste si
strutturano essenzialmente in quattro parti: 1) il prescritto,
che riporta il mittente, il destinatario e i saluti iniziali; 2)
rendimento di grazie 3) corpo della lettera 4) conclusione
o postscritto, comprendente le ultime raccomandazioni e i saluti
finali. Unica eccezione a questo schema viene fatta dalla Lettera ai
Galati, nella quale viene saltato il secondo punto: il rendimento di
grazie, sia per la foga con cui Paolo si accosta ai Galati in questa
occasione, sia perché, visto il tradimento perpetrato alle sue
spalle da queste comunità da lui fondate e particolarmente amate,
non c'era proprio niente da rendere grazie.
Corpus
paulinum:
1^ Lettera ai Tessalonicesi (scritta da Corinto tra il 50-51)
1^ Lettera ai Corinti (scritta da Efeso tra il 53-54)
2^ Lettera ai Corinti (scritta da Filippi tra il 55-56)
Lettera ai Filippesi (scritta da Efeso tra il 54-55)
Lettera a Filemone (scritta da Efeso tra il 54-55)
Lettera ai Galati (scritta da Filippi tra il 56-57)
Lettera
ai Romani (scritta
da Corinto tra il 57-58)
2
Lettera ai Tessalonicesi (di dubbia autenticità: scritta in
ambiente di Ts fine I sec.)
Lettere ecclesiologiche
Lettera agli Efesini (di dubbia autenticità: scritta in ambiente di Efeso tra l’80 e il 90)
Lettera ai Colossesi (di dubbia autenticità: scritta ad Efeso verso l’’80)
Lettere pastorali
1 Lettera a Timoteo (non autentica: scritta in ambiente di Efeso fine I sec.)
2 Lettera a Timoteo (non autentica: scritta in ambiente di Efeso fine I sec.)
Lettera a Tito (non autentica: scritta in ambiente di Efeso fine I sec.)
Lettera agli Ebrei
Le lettere, poste sotto il titolo “Scritti di scuola paolina”, sono considerate come scritti pseudepigrafici, redatti nel contesto della tradizione paolina allo scopo di garantire e consolidare il pensiero di Paolo anche dopo la sua morte.
La pseudepigrafia era un fenomeno molto diffuso nell’antichità e consisteva nel porre dei propri scritti sotto il nome di personaggi importanti per dare valore e credibilità alla propria opera, agganciandola alla tradizione, verso cui si nutriva particolare rispetto.
I parametri per valutare l’autenticità o meno di uno scritto sono, in genere, lo stile, il vocabolario e la coerenza teologica, nonché il contesto a cui fanno riferimento.
Sono Scritti questi tenuti in notevole considerazione presso le comunità cristiane e, trattando tutti gli aspetti e le tematiche della vita cristiana, sono stati sentiti come normativi per il vivere cristiano.
Essi hanno certamente dettato legge a tutta la teologia successiva. Una teologia quella paolina complessa e profonda e, proprio per questo, si poteva prestare ad interpretazioni diverse, talvolta anche contrapposte, come si rileva dalla già citata 2Pt 3,15-16.
Un’ultima questione, posta dal Deissmann6, è la distinzione tra “Lettera” ed “Epistola”. Secondo il Deissmann la “Lettera” è uno scritto privato, occasionale, vivace, immediato e mirato, il cui contenuto è prevalentemente comprensibile solo al destinatario. Mentre l' “Epistola” è una sorta di composizione letteraria, elaborata a tavolino con una esposizione di tipo sistematico e ragionato, rivolta ad una grande cerchia di persone. Un esempio di queste sono le “Lettere a Lucilio” di Seneca.
Le lettere di Paolo si pongono in una via di mezzo: sono sicuramente delle Lettere, ma non vi è esclusa la forma epistolare. Si prenda, ad esempio, la Lettera ai Romani, dove agli aspetti personali, rivolti ai destinatari, come nella sezione parenetica (12,1-15,13), si accompagnano con la sezione dottrinale (1-8).
COMMENTO ALLA LETTERA
AI FILIPPESI
PARTE INTRODUTTIVA7
Filippi,
posta nella Macedonia sud-orientale ai piedi del monte Hemos, fu
fondata da Filippo II, padre di Alessandro Magno, nel 357 a.C., che
ne fece una città fortificata per il controllo dei Traci.
Nel
168 a.C., dopo la battaglia di Pidna, passò sotto il dominio romano.
Nel 42 a.C. la città fu testimone della battaglia di Ottaviano e
Antonio contro gli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio. In questa
occasione la città divenne colonia romana e vi si stabilì un primo
contingente di veterani romani, al quale se ne aggiunsero altri dopo
la battaglia di Azio (31 a.C.), così che a Filippi la popolazione
romana divenne, nel tempo, preponderante su quella greca (At 16,21).
Come colonia romana la città dipendeva direttamente dall'imperatore e godeva dello “jus italicum”, che, tra i vari privilegi, comportava anche quello dell'esenzione dalle tasse e il pieno possesso dei propri territori.
Dal punto di vista economico Filippi aveva conosciuto un lungo periodo florido, dovuto alla presenza sul territorio di miniere d'oro e d'argento, che col tempo si esaurirono. Tuttavia, durante il periodo romano, la città venne a trovarsi sulla via Egnazia, che collegava l'oriente con Roma. Ciò accrebbe la sua importanza sia militare che commerciale e culturale, così che la popolazione raggiunse un discreto benessere.
Da un punto di vista religioso a Filippi regnava un sincretismo tipico dell'epoca: il culto delle divinità greche e romane si mescolava facilmente con i riti delle religioni misteriche.
Quanto alla presenza di una comunità ebraica non ci sono notizie se non quelle fornite dagli Atti (At 16,13): una comunità molto piccola, formata prevalentemente da donne, senza una sinagoga in quanto che si radunavano per la preghiera del sabato presso il fiume Gangite o Angites, situato a circa due Km dalla città.
Filippi fu la prima città europea evangelizzata da Paolo durante il suo secondo viaggio missionario (49-52 d.C.). Vi giunse insieme a Timoteo e Sila verso la fine del 49, dopo essere sbarcato a Neapoli, distante circa 12 Km da Filippi (At 16,11-12).
Come sua consuetudine, Paolo si reca in giorno di sabato ad annunciare il suo Vangelo presso la comunità ebraica, che, come qui sopra detto, era formata prevalentemente da donne e, priva di una propria sinagoga, si ritrovava presso il fiume Gangite. Tra di loro c'era una certa Lidia, commerciante di porpora della città di Tiàtira, centro dell'arte tintoria, che, per prima, si convertì al cristianesimo e ospitò Paolo presso di sé (At. 16,14-15).
Non
abbiamo altri particolari sull'evangelizzazione di questa città e
della diffusione del Vangelo in essa. Tuttavia, in proposito, Paolo
nelle sue lettere fa degli accenni: Filippi gli costò molte
sofferenze (Fil 1,29-30; 1Ts 2,2), ma ebbe come risultato la nascita
di una fervente comunità che lo assisterà nella sua
evangelizzazione (Fil 1,5) e gli sarà molto vicino nelle difficoltà
(2Cor 11,9; Fil 4,10-20). I cristiani erano quasi tutti provenienti
dal paganesimo, poiché Paolo li esorta a non farsi circoncidere (Fil
3,2-3). Le donne hanno svolto nell'evangelizzazione un ruolo di primo
piano (Fil 4,2-3).
La
lettera
La lettera ai Filippesi, la cui autenticità oggi è fuori discussione, è composta in uno stile confidenziale, familiare e affettuoso, solo raramente vi sono affrontate, ma in modo del tutto occasionale, tematiche di tipo dottrinale (3,2-3.9-12). Pur essendo breve, solo quattro capitoli, che raccolgono complessivamente 104 versetti, tuttavia ci permette di cogliere alcuni aspetti importanti della metodologia pastorale di Paolo, nonché alcuni spunti teologici e dottrinali.
La Lettera si può considerare uno scritto dai toni pastorali, in cui predominano le esortazioni, finalizzate all'edificazione della comunità, la quale cosa fa pensare che anche all'interno della comunità vi fossero dei problemi riguardanti l'orgoglio e la superbia, che spingono alla rivalità e alla divisione (2,1-18; 4,2).
Essa fu scritta da Paolo durante un periodo di prigionia (Fil 1,7.13.14.16.17), ma non è ben chiaro dove: se a Roma, a Cesarea o ad Efeso.
Alcuni indicano Roma, ma gioca a sfavore la distanza da Filippi, circa 1100 Km. Più credibile, invece, Efeso, considerata la facilità con cui Paolo comunica con i Filippesi, almeno tre le lettere o biglietti a loro inviati, e da questi riceve sostentamenti tramite Epafrodito, che fa da spola tra Paolo e la comunità. 1Cor 2,8-9, poi, fa un cenno ad una sua situazione grave, che lo ha anche visto in pericolo di morte in Asia, regione di cui Efeso è capoluogo e dove egli vi rimase per tre anni (At 20,31). Ed è a questa situazione che sembra far riferimento in Fil 1,21-24, dove la sua vita sembra in bilico e dove Paolo si trova nell'imbarazzo di scegliere se morire e unirsi definitivamente a Cristo, la quale cosa egli ritiene migliore, o rimanere in vita, per giovare ancora ai Filippesi.
Non costituiscono, poi, un inciampo insormontabile Fil 1,13, dove si parla di “pretorio”, una struttura che in un accampamento militare romano era la tenda del pretore o comandante militare, mentre in un centro abitato costituiva il palazzo del governatore, sede anche del tribunale. Un pretorio era presente ovunque si estendesse l'amministrazione di Roma, cui faceva parte anche Efeso dal 129 a.C., quale capoluogo della provincia romana dell'Asia.
Con Fil 4,22, poi, sia accenna alla “casa di Cesare”, espressione questa che si riferisce all'edificio del governatore, legale rappresentante dell'imperatore; mentre i santi della “casa di Cesare” si intendono quei credenti che prestano il loro servizio nel pretorio.
Per
questo insieme di argomentazioni, sembrerebbe, quindi, più credibile
una prigionia ad Efeso, benché nella lettera non se ne parli mai, né
ne parlano mai neanche gli Atti. Se così fosse, allora la lettera ai
Filippesi è probabile che sia stata scritta ad Efeso intorno agli
anni 54-55 d.C.
La
struttura della Lettera
La
struttura della lettera è scandita in otto parti, con riferimento
alla tematica, che qui di seguito propongo:
Il prescritto (1,1-2);
il rendimento di grazie (1,3-11);
confidenze (1,12-26) ed esortazioni (1,27-2,18) dalla prigionia;
Presentazione di due stimati collaboratori: Timoteo ed Epafrodito (2,19-3,31);
Una veemente esortazione (3,2-3) ed altre confidenze personali dal carcere (3,4-4,1);
Esortazioni e raccomandazioni finali (4,2-9);
apprezzamento per gli aiuti ricevuti (4,10-20);
postscritto: i saluti (4,21-23)
Già
da questa proposta di sviluppo strutturale della Lettera, così molto
articolato, limitandosi a seguire lo sviluppo tematico propostoci
canonicamente da questa Lettera, si può rilevare un ripetersi di
titoli (lett. c, e, f), nonché l'introdursi di temi come quello
della presentazione di due collaboratori (lett. d), che nell'insieme
dell'intera Lettera poco hanno a che vedere, benché si accordi bene,
invece, con una parte di questa, si può già intuire come
l'unitarietà tematica e strutturale di questa Lettera lascia
alquanto a desiderare, per cui si pone la questione se si tratta di
un'unica Lettera o di un insieme di più scritti.
Uno o più
scritti?
Similmente alla 2Cor, che si presenta come un contenitore di più scritti paolini, riguardanti tutti il periodo 55-56 d.C. circa, e tutti il medesimo problema, la crisi dei rapporti tra Paolo e la sua comunità di Corinto e la loro ricomposizione, anche questa Lettera ai Filippesi, sia pur in modo più contenuto della 2Cor, sembra essere, a modo suo, un piccolo contenitore di almeno tre scritti.
Molto dibattuta, infatti, è la questione dell'unitarietà dello scritto, poiché la lettera presenta al suo interno tre significative cesure, che danno origine a bruschi cambiamenti di tono e di argomento, creando in tal modo una sorta di frattura tra un passaggio e l'altro. Fratture che i sostenitori dell'unitarietà letteraria della Lettera attribuiscono alle difficoltà carcerarie, cui era sottoposto Paolo, che probabilmente lo rendevano poco lucido mentalmente e, in qualche modo, disturbato anche psicologicamente. Ma se così fosse, tutto lo scritto, da questi ritenuto unitario, ne dovrebbe risentire, mentre all'interno della lettera il pensiero scorre fluido, lucido e senza intoppi ovunque, se non fosse per queste cesure o bruschi cambiamenti di toni e di temi, che, a mio avviso, vanno attribuiti al fatto che un qualche redattore finale ha saldato assieme, giustapponendoli l'uno all'altro, più biglietti o frammenti di lettere ritrovati all'interno della comunità, affinché questi non andassero perduti, dando origine all'attuale Lettera ai Filippesi. L'operazione doveva essere avvenuta, come per la 2Cor, nel primo o secondo decennio del II sec., epoca questa in cui le autorità ecclesiastiche istituirono il canone, la cui finalità era quella di stabilire l'autenticità dottrinale degli scritti neotestamentari, dando così fondamento certo alla fede, all'epoca ancora in formazione, evitandone così distorsioni o, peggio, eresie, creando divisioni interne alla chiesa o alle singole comunità credenti.
Si
è detto sopra che tre sono le cesure, che qui di seguito riporto:
La
prima cesura si colloca tra i vv.3,1 e 3,2
Con
3,1, infatti, la lettera sembra avviarsi a conclusione: "Per
il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore". Con
3,2, invece, all'improvviso e inaspettatamente, Paolo sferra un
violento attacco contro personaggi, che non aveva precedentemente
menzionato: "State
attenti ai cani, state attenti ai cattivi operai, state attenti alla
mutilazione".
La seconda cesura si trova tra i vv, 4,1 e 4,2
Con 4,1 la lettera, anche qui, sembra volgere al termine: “Così, fratelli miei, carissimi e desiderati, mia gioia e corona, così rimanete saldi n(el) Signore, carissimi.”; mentre con 4,2, all'improvviso e bruscamente passa alle esortazioni, rivolte ad Evodia e Sintiche, due donne se non cofondatrici almeno strette collaboratrici di Paolo o responsabili della comunità: “Esorto Evodia ed esorto (anche) Sintiche di pensare allo stesso modo n(el) Signore”.
La terza
cesura si riscontra tra i vv.4,9 e 4,10
Il 4,9 sembra essere la conclusione della lettera, con esortazione e saluti finali: “E quelle cose che avete imparato, che avete ricevuto e ascoltato e veduto in me, tutte queste cose fate(le). E il Dio della pace sarà con voi”; mentre con 4,10 inizia un ampio e caloroso apprezzamento nei confronti dei Filippesi per gli aiuti ricevuti, che si protrae fino al v.20. Un testo questo (4,10-20), che meglio si colloca agli inizi più che alla fine di una lettera.
In tutte tre le cesure si riscontra che i vv.3,1; 4,1 e 4,9 costituiscono delle chiusure di altrettanti scritti, mentre i vv.3,2; 4,2 e 4,10 formano l'inizio di altrettanti scritti. Da questa semplice constatazione è da dedursi che la Lettera ai Filippesi contiene tre scritti, che vanno ricomposti, rispetto alla canonica Lettera ai Filippesi, così come giuntaci.
Vi è
certamente un nucleo centrale, che costituisce l'originaria Lettera
ai Filippesi e che ho individuato nelle seguenti sezioni:
il prescritto (1,1-2);
il rendimento di grazie (1,3-11);
corpo della lettera (1,12-30);
esortazioni finali (3,1a.+4,2-9);
saluti finali (4,21-23).
A questo nucleo centrale della canonica Lettera ai Filippesi l'anonimo redattore finale ha aggiunto anche le seguenti sezioni: con la sezione 3,1b-4,1, probabilmente un resto di un'altra lettera, Paolo mette in guardia i Filippesi, come già fece con la Lettera ai Galati e quella 2Cor, sia dai pagani (i cani), sia dai predicatori giudeocristiani giudaizzanti, ancora legati alle prescrizioni della Legge mosaica, e sia da quegli etnocristiani che, come loro, si sono lasciati convincere, facendosi circoncidere e comportandosi da nemici della croce di Cristo, perché non confidano più in lui, ma nella Legge, che si fonda sulle capacità umane e sulle osservanze legali, contando sull'uomo e su se stessi. Tutte cose queste, cui si era assoggettato anche Paolo, prima ancora di conoscere la sublimità di Cristo, a motivo del quale, ora, egli le considera soltanto spazzatura.
Un forte richiamo, dunque, per mettere in guardia i Filippesi da questo pericolo dei giudaizzanti, che trovano il loro alimento e probabilmente il loro radicamento nella stessa chiesa madre di Gerusalemme e contro i quali ebbe ben a che dire in modo molto polemico ed aggressivo in 2Cor 11,5.13, definendoli “superapostoli, falsi apostoli e operai fraudolenti”, termine quest'ultimo che, in modo molto simile, risuona anche qui in quel “cattivi operai”.
Quanto alla sezione 4,10-20, questa costituisce, più che una sezione di una lettera più ampia, una sorta di biglietto a se stante di apprezzamento e di riconoscenza di Paolo ai Filippesi per il loro interessamento nei suoi confronti, soccorrendolo più volte e in più occasioni nelle sue necessità materiali (4,16; 2Cor 11,9), che Paolo ha accettato di buon grado, contrariamente ai suoi principi, che lo vedono autosufficiente e indipendente dagli aiuti delle comunità in cui predica il Vangelo e da lui fondate, per evitare che gli aiuti materiali a suo favore possano in qualche modo adombrare il Vangelo o sminuire la sua autorità apostolica con illazioni o critiche sulla sua persona (At 18,2-3; 1Cor 9,6-15; 2Cor 11,7-10).
Scomposta
la Lettera ai Filippesi in queste tre parti, il commento
esegetico-teologico le seguirà nello stesso senso, così come qui
sopra individuate.
COMMENTO
ESEGETICO-TEOLOGICO
ALLA LETTERA AI FILIPPESI
Commento all'originaria Lettera ai Filippesi
(1,1-30 + 3,1a+4,2-9 + 4,21-23)
Il
prescritto (vv.1-2)
Testo a lettura facilitata
Mittenti e destinatari
1- Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, con (i) vescovi e (i) diaconi,
Saluti di apertura lettera
2-
grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e (dal) Signore Gesù Cristo.
Commento ai vv.1-2
Anticamente,
nel mondo greco-romano, le lettere seguivano un preciso schema: il
prescritto,
in cui compariva il
nome del mittente e quello del destinatario, accompagnati dai saluti
iniziali. Un esempio in tal senso lo si trova in At 23,26:
“Claudio
Lisia all'eccellentissimo governatore Felice, salute” e in At
15,23: “E
consegnarono loro la seguente lettera: "Gli apostoli e gli
anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che
provengono dai pagani, salute!”.
Seguiva, poi, il corpo
della lettera,
che si chiudeva con un postscritto,
che conteneva le ultime raccomandazioni e i saluti finali.
Raramente
e quasi mai i mittenti erano più di uno, mentre sovente, ma non
sempre8,
Paolo accompagna al suo nome quello di altri suoi collaboratori9
o, in senso più generico, quello collettivo di “fratelli”10,
dando in tal modo al suo scritto un senso di ecclesialità.
Qui Paolo si presenta in coppia con Timoteo ed è a lui accomunato da un unico titolo, quello di “servi di Cristo Gesù”, titolo che similmente è presente anche in altre due lettere: in Rm 1,1 e in Tt 1,1, dove è accompagnato anche dal titolo autorevole e ecclesiasticamente qualificante di “apostolo”. Un titolo quest'ultimo che, a seconda delle situazioni, per caricarlo di maggiore autorevolezza, veniva da Paolo accompagnato dalla precisazione che questo gli proveniva direttamente da Dio e non dagli uomini e come tale titolo fosse finalizzato all'annuncio del Vangelo, sottolineando in tal modo anche il senso della sua missione (Rm 1,1; Gal 1,1; 1 e 2Cor 1,1).
Le ricorrenti sottolineature del suo titolo di “apostolo” e della sua origine divina e non umana, con cui Paolo faceva valere la sua autorità presso le chiese, si erano rese necessarie per il fatto che i suoi avversari, i predicatori giudeocristiani giudaizzanti, che vantavano, invece, nei suoi confronti e nei confronti delle comunità credenti da lui fondate, i propri titoli, assegnati loro dalle autorità ecclesiastiche a mezzo lettera di presentazione, non glielo riconoscevano e di conseguenza Paolo veniva sminuito se non privato della pienezza della sua autorità e della sua autorevolezza nell'annuncio del Vangelo, venendo in tal modo screditato presso le sue comunità.
L'uso che Paolo faceva del suo titolo di “apostolo”, quindi, era finalizzato soltanto per affermare la sua autorità presso le comunità, contrapponendola alla disconoscenza dei suoi avversari, la quale cosa non si rese necessaria in tre soli casi, dove il titolo non compare, ma è sostituito da altra diversa titolatura: in 1Ts 1,1, dove non compare, unico caso, nessun titolo, ma Paolo si presenta assieme a Silvano e Timoteo, sottolineando in tal modo l'ecclesialità di quella lettera, che non proveniva soltanto da lui, ma da lui assieme ad altri. Va detto, tuttavia, che Paolo, quando scrisse questa lettera, tra il 50 e il 51, non era probabilmente ancora apertamente avversato e contrastato nella sua autorità apostolica, per cui non vi era la necessità di far valere specifici titoli.
Il titolo di “apostolo”, poi, non compare qui, in questa lettera ai Filippesi, per i rapporti affettuosi e familiari che intratteneva con questa comunità, che lo sosteneva, condividendo le sue fatiche apostoliche e le sue tribolazioni missionarie (1,5.7;4,2-3.10.14.16). E similmente, per gli stessi motivi di affettuosità e familiarità, non compare il titolo di “apostolo” in Fm 1,1, sostituito da quello di “prigioniero di Cristo Gesù”. Una situazione, comunque, molto simile a questa lettera ai Filippesi.
Il titolo qualificante qui è quello di “servi di Cristo Gesù”, cioè di persone che hanno dedicato interamente la loro vita al servizio di Cristo e del suo Vangelo; un servizio che, in Cristo, si estende anche agli stessi Filippesi, i quali, a loro volta, sono definiti “santi che sono in Cristo Gesù”, dove con quel “santi” Paolo indicava in genere i credenti, che tali erano, perché, in virtù della fede e del battesimo, erano stati resi partecipi della stessa Vita di Dio, che è il Santo per eccellenza e fonte di ogni santità santificatrice e santificante.
A fianco di Paolo, quale suo co-mittente, compare il nome di Timoteo, un personaggio che probabilmente Paolo ha generato nella fede (1Tm 1,2) e che tratta con l'affettuosità di un padre verso il proprio figlio, di cui si preoccupa per la sua salute precaria e gli suggerisce una diversa dieta: “Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni” (1Tm 5,23).
Timoteo nacque da padre greco e madre giudea, che gli insegnò le Sacre Scritture (2Tm 1,5; 3,15a). Paolo lo prese con sé nei suoi viaggi missionari, durante i quali egli si convertì al cristianesimo. Paolo lo definirà in Rm 16,21 “mio collaboratore”, mentre in 1Cor 4,17 lo chiamerà “mio figlio diletto e fedele nel Signore” e così in 1Tm 1,2 “Timoteo, mio vero figlio nella fede” e in 2Tm 1,2 “al diletto figlio Timoteo” e similmente in 1Tm 1,18 “figlio mio Timoteo”, mentre qui in 1,1 lo chiama “fratello” come in 1Ts 3,2. Da questi appellativi, di cui Timoteo è insignito da Paolo, si può pensare che tra i due corresse un particolare legame di affetto e di grande e reciproca stima (2Tm 1,4), cose queste che non erano facili da ottenere da Paolo, molto esigente e duro con i suoi collaboratori, fino a causarne talvolta la rottura (At 15,37-40).
Oltre che ai “santi in Cristo Gesù che sono in Filippi”, la lettera è rivolta anche ai “vescovi e ai diaconi”, figure queste che non hanno la stessa valenza dei nostri vescovi o diaconi. Il termine stesso “™p…skopoj” (epískopos, vescovo) dà l'idea del tipo di funzione di questa figura, che compare altre tre volte11 nel N.T. Esso significa “ispettore, sorvegliante, sovraintendente”, le cui funzioni sono accennate in At 20,28: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue”, e le cui qualità morali sono descritte in 1Tm 3,2-5: “bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?”; e similmente in Tt 1,7: “il candidato deve essere irreprensibile, sposato una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati. Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, dev'essere irreprensibile: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla dottrina sicura, secondo l'insegnamento trasmesso, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono”.
I vescovi, quindi, erano dei responsabili di comunità, che avevano, probabilmente come aiutanti i “diaconi”, cioè persone, come dice il nome “di£konj” (diákonos), dedite al servizio della comunità, le cui qualità morali sono descritte in 1Tm 3,8-10.12: “Allo stesso modo i diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio […] I diaconi non siano sposati che una sola volta, sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie”.
La particolare attenzione di Paolo a queste due figure della comunità di Filippi va probabilmente attribuita al fatto che questi responsabili di comunità sono quelli che hanno organizzato e gestito gli aiuti a Paolo, sensibilizzando la comunità. Ma non va escluso che avessero la responsabilità di altre comunità credenti nella Macedonia, co-fondate insieme a Paolo (Fil 1,5-7.29-30).
Il prescritto si conclude con i saluti di “grazia e pace” unitamente al binomio “Dio Padre” e “Gesù Cristo”, variamente declinati di volta in volta, costituiscono la formula di rito che Paolo usa sempre nei suoi saluti di apertura, dove “grazia e pace”, coniugati assieme al binomio “Dio e Cristo”, spingono a darne una lettura e una comprensione squisitamente teologiche e cristologiche. Così che la “grazia” attesta la Vita divina che permea la comunità credente, rendendola santa nei suoi membri; mentre la “pace”, che proviene da Dio e da Gesù Cristo, dice l'atto di riconciliazione tra Dio e gli uomini sancito nel suo Cristo, così che Dio è divenuto non solo il Padre di Gesù, ma anche il “nostro” Padre, condividendo nel Risorto la sua paternità con i credenti; una condivisione che lo stesso Gesù giovanneo attesta in 20,17b: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”, divenendo così figli nel Figlio.
Una
“pace-riconciliazione”, poi, che proviene dal Padre, ma che trova
la sua sacramentalizzazione e la sua attualizzazione nel “Signore
Gesù Cristo”. Una sorta di sintetica formula di fede, che
riconosce nell'uomo Gesù il Figlio di Dio incarnato; nel “Cristo”
il suo “Unto”, investito di una missione redentrice e salvifica;
e nel “Signore” riconosce la sua signoria universale.
Il
rendimento di grazie (1,3-11)
Testo a
lettura facilitata
La memoria celebrativa di Paolo (vv.3-4)
3-
Rendo grazie al mio Dio in ogni (mio) ricordo di voi,
4-
sempre in ogni mia preghiera per tutti voi, facendo la preghiera con
gioia,
Le motivazioni (vv.5-7)
5- a
motivo della vostra partecipazione per il vangelo dal primo giorno
fino ad ora,
6-
essendo persuaso proprio di questo, che colui che ha iniziato in voi
l'opera buona (la) porterà a compimento fino al giorno di Cristo
Gesù.
7-
Poiché mi sembra giusto questo (mio) sentire per tutti voi, perché
io vi ho nel (mio) cuore e nelle mie catene e nella difesa e nella
conferma del vangelo, voi tutti che siete miei compartecipi della
grazia (che mi è stata concessa).
I desideri di Paolo nei confronti dei suoi amatissimi Filippesi (vv.8-11)
8-
Infatti, Dio (è) mio testimone che desidero vivamente tutti voi
n(elle) viscere di Cristo Gesù.
9- E
questo (io) supplico, affinché il vostro amore ancor più e di più
sovrabbondi in conoscenza e con ogni comprensione
10-
per giudicarvi capaci di cose superiori, affinché siate sinceri e
irreprensibili per (il) giorno di Cristo,
11-
ripieni (del) frutto di giustizia, che (si ha) per mezzo di Gesù
Cristo per (la) gloria e (la) lode di Dio.
Commento
ai vv. 3-11
Caratteristica delle lettere di Paolo è il far seguire al “prescritto” un “rendimento di grazie”, che è formato in genere da una memoria celebrativa delle virtù per la vita in Cristo della comunità, a favore della quale rivolge il suo ricordo nelle sue preghiere. Fa eccezione la lettera ai Galati, dove Paolo salta completamente la formula del “rendimento di grazie” nei confronti di una comunità dalla quale si sente profondamente ferito e tradito, avendo rinnegato il Vangelo annunziatole per aderire a quello predicato dai giudeocristiani giudaizzanti, filtrato e deformato dalla Legge mosaica (Gal 1,6-9).
Il “rendimento di grazie” è qui scandito in tre parti, così come di seguito propongo:
La memoria celebrativa di Paolo (vv.3-4);
Le motivazioni (vv.5-7);
I desideri di Paolo nei confronti dei suoi amatissimi
Filippesi (vv.8-11).
La
memoria celebrativa di Paolo (vv.3-4)
Il
rendimento di grazie si apre con un verbo significativo, che nella
liturgia cristiana si richiama alla celebrazione eucaristica, quale
rendimento di grazie per eccellenza al Padre per il dono di suo
Figlio, in cui ha raccolto l'intera umanità credente e celebrante le
sue lodi, effondendo su di essa il suo perdono e le sue benedizioni,
quali azioni di fecondità di vita, associando nel nel corpo e nel
sangue del suo Figlio ogni credente, rendendolo partecipe della sua
morte, in cui palpita la promessa della risurrezione: “EÙcaristî”
(Eucaristô,
rendo grazie). Un verbo, quindi, che ha a che vedere con la
celebrazione liturgica e cultuale a Dio, con cui Paolo fa memoria
della sua comunità presso Dio per mezzo della preghiera, anzi in
ogni sua preghiera, facendone memoria con grande gioia; una gioia che
non è un'esaltazione di uno stato d'animo turbato da un'
incontrollata euforia, ma che nasce dalla consapevolezza di aver
davanti a sé una comunità nella pienezza di Dio e che condivide con
lui, fin da principio, le fatiche della sua missione. Una comunità,
quindi, che egli con il suo ricordo, unisce a sé nel suo
ringraziamento di lode a Dio, per ciò che ha operato in essa,
divenendo in tal modo la stessa comunità un sacrificio di lode e di
ringraziamento a Dio.
Le
motivazioni (vv.5-7)
Il rendimento di grazie trova le sue ragioni nella grande disponibilità che i Filippesi gli hanno dimostrato fin dall'inizio della sua predicazione del Vangelo presso di loro. Una disponibilità che non fu effimera, poiché essa persiste “fino ad ora”. Per questo Paolo, con una sorta di introspezione introdotta dalle espressioni verbali “essendo persuaso” e “mi sembra giusto”, passa mentalmente in rassegna tutti gli episodi che testimoniano questa grande apertura, che si è fatta accoglienza e condivisione delle sue stesse fatiche missionarie. Così che in questa persistenza della loro collaborazione alla diffusione del Vangelo, Paolo vede l'agire di Dio stesso, che farà fruttificare “l'opera buona”, cioè la difesa e la diffusione del Vangelo, fino alla fine, fino, cioè, al ritorno di Gesù Cristo, allorché il tempo e tutto troveranno il loro compimento.
Ed è
così che Paolo trae le sue conclusioni giustificando il suo modo di
vedere e di sentire nei confronti dei Filippesi, che egli associa al
suo cuore, non solo perché li ama moltissimo, ma anche perché in
loro vede in qualche modo riflesso se stesso sia come prigioniero che
come difensore e diffusore del Vangelo (1,29-30). In altri termini
Paolo vede nei Filippesi il suo braccio destro, una comunità che gli
è congeniale e che in qualche modo ha eletto a sua stretta
collaboratrice. È la prima e l'unica volta che Paolo vede in
un'intera comunità e non in una qualche singola persona un suo
collaboratore e le assegna l'attestato di compartecipazione della
stessa grazia che gli è stata concessa. In altri termini, i
Filippesi godono della stessa grazia e delle stesse attenzioni divine
che gode Paolo. Forse anche per questo egli non si presenta con
l'autorità di “apostolo”, ma di servo dei Filippesi, che vede,
come lui e Timoteo, associati in Cristo Gesù e al suo servizio nella
diffusione e nella difesa del Vangelo; e forse anche per questo,
unico caso, egli accetta da loro aiuti materiali, condividendo essi
le sue stesse fatiche missionarie.
I
desideri di Paolo nei confronti dei suoi amatissimi Filippesi
(vv.8-11)
Ed è dopo questa sua introspezione, che gli consente di vedere chiaro in se stesso circa il suo rapporto con i Filippesi, che egli giunge ad una sorta di esaltazione spirituale nei loro confronti, chiamando Dio stesso a testimone del suo sentire nei loro confronti, verso i quali egli si sente profondamente legato in Cristo e con lo stesso sentire di Cristo.
Ed è proprio perché vede in loro l'agire di Dio e vede in loro riflesso se stesso che Paolo prega con forza e insistenza, questo il senso di quel “supplico”, affinché il loro amore non solo intracomunitario, che li lega tra loro e loro con Paolo, ma anche l'amore che essi portano per Cristo e il suo Vangelo “sovrabbondi in conoscenza e con ogni comprensione”. Un amore, quindi, che non sia solo un effimero sentimento, ma fondi e si radichi sempre più nella pienezza della conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, che li rende capaci di cose ben più superiori dell'amore stesso, conservandosi così, in modo irreprensibile nella sincerità del loro cuore e del loro amore per la venuta del Signore, che il sentire di Paolo e della chiesa primitiva, percepiva come imminente se non incombente.
I
desideri e il rendimento di grazie di Paolo terminano con una sorta
di dossologia (v.11), che egli celebra proprio attraverso i suoi
amatissimi Filippesi, vedendoli ripieni della giustizia di Dio, cioè
della sua giustificazione, che è anche santificazione, cioè
associazione piena alla Vita divina in e per Cristo, e il tutto per
la gloria e la lode di Dio.
Il corpo della lettera
(1,12-3,1)
Note generali
Esaurita la parte introduttiva della lettera, costituita, secondo lo schema paolino, dal prescritto (1,1-2) e dal rendimento di grazie (1,3-11), Paolo, ora, entra nel vivo della questione, che forma il corpo della lettera (1,12-3,1) e che è anche il motivo per cui Paolo la scrive. A differenza di altre lettere, come quella ai Galati o quelle ai Corinti, questa ai Filippesi non presenta particolari problemi intracomunitari da dirimere, ma è soltanto una lettera cordiale, che attesta i particolari rapporti di affetto, se non di amore profondo e familiare, che intercorrevano tra Paolo e questa comunità, l'unica da cui Paolo accetta di essere soccorso nei suoi bisogni materiali; una comunità nella quale Paolo vede riflesso se stesso quanto al fervore missionario. Ciò non significa che in questa comunità fossero tutte rose e fiori, poiché dalle esortazioni si intuisce che tra i suoi vari membri vi fossero delle discordie o delle rivalità se non delle prevaricazioni. Da qui l'esortazione ad Evodia e a Sintiche a “pensare allo stesso modo”(4,2) e più in generale l'esortazione all'obbedienza e a comportarsi degnamente secondo il Vangelo (1,27); a non fare niente per vanagloria, ma trattando gli altri come fossero superiori a se stessi; di pensare tutti allo stesso modo, cercando di aver cura non soltanto di se stessi, ma anche degli altri, tenendo fermo come parametro di confronto lo stesso Cristo Gesù (2,2-5).
Quanto allo snodarsi del pensiero, propongo il seguente schema strutturale, che ho scandito in cinque parti con riferimento alle riflessioni e considerazioni sviluppate:
Confidenze dal carcere: le catene di Paolo seme di diffusione del Vangelo (vv.1,12-18);
Considerazioni di Paolo in attesa della sua sorte (vv.1,19-26);
Esortazione all'unità nel Vangelo e sull'esempio di Cristo (vv.1,27-2,11);
Esortazione all'obbedienza sull'esempio di Cristo (vv.2,12-18);
Presentazione ed elogio di due grandi collaboratori di Paolo
(2,19-3,1a);
Commento
ai vv.1,12-3,1a
Confidenze dal
carcere: le catene di Paolo, seme di diffusione del Vangelo
(vv.1,12-18)
Testo a lettura facilitata
Preambolo alle confidenze personali (v.12)
12- Ma voglio che voi sappiate, fratelli, che le mie vicende personali avvennero più per il progresso del vangelo,
Gli effetti positivi della prigionia di Paolo (vv.13-14)
13-
così che in tutto quanto il pretorio e (in) tutti gli altri (luoghi)
erano note le mie catene in Cristo,
14-
e i più dei fratelli n(el) Signore, persuasi dalle mie catene
ardiscono con più forza e senza paura annunciare la Parola.
Due categorie di predicatori del Vangelo (vv.15-17)
15-
Certo, alcuni (lo fanno) anche per invidia e per rivalità, ma
alcuni predicano il Cristo anche per buona volontà;
16-
questi (lo fanno) per amore, sapendo che sono posto (in catene) per
(la) difesa del vangelo;
17-
quelli, invece, annunciano il Cristo per ambizione, non con
sincerità, credendo di suscitare sofferenza alle mie catene.
L'importante, al di là dei limiti umani, è che Cristo sia annunciato (v.18)
18-
Infatti, che (importa)? Purché in ogni modo, sia con sotterfugio sia
con verità, Cristo sia annunciato, e in questo gioisco. Ma anche
gioirò.
Note generali
Paolo si trova in carcere ad Efeso a causa del Vangelo (v.13). Il motivo che ha causato il suo imprigionamento nello specifico non ci è noto, ma certamente ha a che vedere con la sua attività missionaria di annuncio del Vangelo, cosa che indispettisce e provoca grandemente, da un lato, i giudei, che vedono in Paolo un traditore della religione dei Padri, per la quale cosa era prevista la pena di morte, e, peggio ancora, sta portando avanti con successo una inarrestabile quanto insopportabile attività di proselitismo tra le comunità giudaiche della diaspora, predicando il suo Vangelo proprio nelle sinagoghe, creando confusione e turbamento tra i giudei; dall'altro, vi sono i giudeocristiani giudaizzanti, legati alla giudaizzante chiesa madre di Gerusalemme, che predica un Cristo filtrato dalla Legge mosaica e che vedono in Paolo un libero quanto inatteso predicatore di un cristianesimo aperto ai pagani e che respinge la circoncisione di questi, dando priorità salvifica a Cristo, ottenuta per mezzo della sola fede in lui (Gal 2,16), considerando la Legge mosaica decaduta con l'avvento di Cristo (Gal 3,24-25), che ha liberato, riscattandoli con il suo sangue, i credenti dal giogo della Legge (Gal 4,4-5; 5,1).
Sono proprio queste due categorie di persone, giudei e giudeocristiani giudaizzanti, che creano seri problemi e grandi sofferenze a Paolo (2Cor 11,23-28).
Quanto ai pagani, questi, tutto sommato accolgono sostanzialmente in modo favorevole la nuova religione, abituati al pluralismo religioso, al quale li hanno assuefatti le conquiste imperiali di Roma, che si mostrò quasi sempre tollerante verso le varie religioni e le diverse quanto innumerevoli divinità, che popolavano l'impero. Casi di avversione di pagani contro Paolo sono del tutto isolati e nascono da questioni o interessi personali, come nel caso degli argentieri (At 19,23-41) o dei padroni della serva liberata da Paolo da uno spirito di divinazione (At 16,16-32), e, comunque, mai per motivi religiosi o di proselitismo.
Il testo di questa sezione 1,12-18 è confidenziale e si muove con toni familiari ed è finalizzata ad incoraggiare la comunità di Filippi sulla situazione di Paolo, che in realtà non dà informazioni su se stesso, ma si preoccupa soprattutto della salute del Vangelo, anteponendola alla propria. Ed è con entusiasmo che racconta ai suoi come non solo nel pretorio si è diffusa la notizia che egli è in stato di arresto a motivo del Vangelo e di questo tutti parlano, ma altresì i predicatori, sollecitati dal coraggio di Paolo e dalla sua esemplare testimonianza, si sentono sospinti a dare la loro, così che il Vangelo è predicato e fatto risuonare ovunque. Le sue catene, dunque, anziché frenare la diffusione del Vangelo, l'hanno oltremodo rinvigorita. E qui Paolo aggiunge una nota di tristezza, perché tra i predicatori c'è chi si muove con sincerità di cuore e in piena convinzione e chi, invece, si muove con sentimenti di invidia e per rivalità, quasi godendo dello stato di prigionia di un Paolo che, probabilmente, in qualche modo li adombrava. Ma a Paolo le rivalità e i sentimenti personali di astio e di inimicizia contro di lui e tanto meno le offese personali di alcuni non interessano in alcun modo, ma ciò che per lui importa è che Cristo e il suo Vangelo vengano comunque annunciati e si diffondano ovunque, anteponendo gli interessi di Cristo a se stesso.
Quanto alla struttura di questa sezione, benché il lettore l'abbia già intuita, propongo la seguente, che riprende la suddivisione del testo a lettura facilitata:
Preambolo alle confidenze personali (v.12);
Gli effetti positivi della prigionia di Paolo (vv.13-14);
Due categorie di predicatori del Vangelo (vv.15-17);
L'importante, al di là dei limiti umani, è che Cristo sia
annunciato (v.18).
Commento ai vv.1,12-18
Questa sezione di confidenze dal carcere viene introdotta dal v.12 e ne annuncia il tema: lo stato di detenzione di Paolo anziché disincentivare l'annuncio del Vangelo, lo ha, per contro, rafforzato così che questo viene fatto risuonare ovunque. Un “ovunque” che viene precisato da Paolo con i vv.13-14: nel pretorio, sede locale del governatore romano, dove si tiene il processo di Paolo e dove Paolo, probabilmente è incarcerato in attesa della sentenza; e presso le comunità efesine, da cui provengono i predicatori del Vangelo, che ricevono dalla vigorosa testimonianza di Paolo una rinnovata forza al loro annuncio.
L'insieme dei vv.13-14 danno l'idea di come la detenzione di Paolo sia motivo di un grande fermento spirituale, che gioca a tutto favore del Vangelo e della sua diffusione.
Ma accanto all'entusiasmo provocato dalla diffusione del Vangelo, che si alimenta nella sofferenza di Paolo, si aggiunge anche una nota di sofferenza (vv.15-17), perché non tutti i predicatori del Vangelo sono mossi da nobili sentimenti d'animo e dall'amore per il Vangelo, vedendo in Paolo il loro maestro e la loro guida, il loro parametro di raffronto, ma alcuni vedono nella prigionia di Paolo, che in tal modo viene tolto di mezzo, il loro spazio e la loro occasione, in cui essi possono affermarsi e primeggiare, vedendo in Paolo un rivale e un concorrente, che li adombrava e in qualche modo li sminuiva. Erano predicatori che predicavano più per se stessi che per Cristo e che si qualificavano in qualche modo come suoi avversari, forse predicatori giudeocristiani giudaizzanti.
Una nota di tristezza e
di dolore, che si aggiunge alle catene di Paolo, ma che Paolo riesce
a superare con un'altra riflessione, considerando il bene del Vangelo
e non il suo: il Vangelo, bene o male, con merito o con demerito,
viene comunque annunciato ed è su
questo che accentra la sua attenzione, trasformando la sua sofferenza
in gioia: “in questo gioisco. Ma anche gioirò” (v.18), dove quel
“anche gioirò” parla di una gioia che continuerà ad invadere
l'animo di Paolo, poiché l'annuncio di Cristo, comunque e ovunque
avvenga, eccita il suo animo fino all'euforia, poiché egli attesterà
subito, al v.21, che per lui vivere è Cristo e il morire un
guadagno (v.21).
Considerazioni
di Paolo in attesa della sua sorte (vv.1,19-26)
Testo a lettura facilitata
Le catene per Cristo aprono Paolo alla speranza della sua salvezza (vv.19-21)
19-
So
infatti che ciò mi accadrà per la salvezza per mezzo
della vostra preghiera e dell'aiuto dello spirito di Gesù Cristo
20-
secondo l'impaziente attesa e mia speranza che in nulla sarò
svergognato, ma in tutta libertà, come sempre e ora, Cristo sarà
glorificato n(el) mio corpo, sia per mezzo (della) vita sia per mezzo
(della) morte.
21-
Per me, infatti, il vivere (è) Cristo e il morire un guadagno.
Morire o vivere, qual'è la cosa migliore? (vv.22-24)
22-
Ma se il vivere n(ella) carne, questo (significa) per me (avere)
frutto d(el) lavoro, non so proprio che cosa sceglierò.
23-
Sono stretto, infatti, fra due cose, avendo il desiderio di morire ed
essere con Cristo, (cosa questa) [infatti] di gran lunga migliore;
24-
ma il rimanere ancora [nel]la carne (è) più necessario a causa
vostra.
Paolo orientato a rimanere in vita per il bene dei suoi Filippesi (vv.25.26)
25-
Ed essendo convinto di questo, so che rimarrò e continuerò a
rimanere (in mezzo) a tutti voi per il vostro progresso e (per la)
gioa della fede,
26-
affinché il vostro vanto in me sovrabbondi in Cristo Gesù a motivo
del mio ritorno, di nuovo, presso di voi.
Note generali
Dopo aver relazionato i Filippesi circa la sua condizione di “carcerato per Cristo”, che ha generato una situazione di fermento spirituale a favore della diffusione del Vangelo sia nel pretorio, dove ha subito il processo e dove probabilmente si trovava incarcerato, che presso le comunità credenti dell'Asia minore, Paolo passa ora a considerare la sua condizione di “carcerato in attesa di sentenza”, sviluppando una riflessione su se stesso e sulle due possibili vie che gli si prospettano dinnanzi: morte o vita.
Riflessione che egli sviluppa in tre passaggi:
Le sue catene per Cristo lo spingono a sperare nella sua salvezza (vv.19-21);
Morire o vivere, qual'è per lui la cosa migliore? (vv.22-24);
La sua scelta propende per il rimanere in vita per il bene dei Filippesi (vv.25.26).
Commento ai vv. 19-26
Le
catene per Cristo aprono Paolo alla speranza della sua salvezza
(vv.19-21)
Paolo apre la sua considerazione circa il suo destino con una sorta di esame di coscienza, una valutazione su quanto gli sta accadendo: il carcere che egli soffre per Cristo certamente gli procurerà la salvezza (v.19). Ma la certezza della sua salvezza non è assoluta, perché egli sa che essa è un dono che gli proviene dal Padre e non una ricompensa che gli è dovuta e che può pretendere da Dio. Da qui la necessità, per realizzare la sua speranza, del sostegno non solo della preghiera dei Filippesi in suo favore, ma altresì dell'intercessione di Cristo presso il Padre. Paolo, quindi, sente che è giunta la sua fine e sente tutta la sua fragilità spirituale nei confronti di Dio, anche se ha dell'ottima moneta da spendere nei confronti del Padre, presso il quale intercedono la sua comunità e Cristo stesso, in cui confida, dando in tal modo un tono ecclesiale e cultuale alla sua riflessione circa i suoi destini, considerando la sua vita quale sacrificio offerto in dono a Cristo che egli serve nella sua comunità (2,17).
Ed è qui (v.20) che si innesca una sorta di esame di coscienza, che lo porta a soppesare il suo stato d'animo, che si trova in una condizione di impaziente attesa, la quale non è solo quella del conoscere il suo destino terreno, ma, come si arguisce dal v.23, anche quella di unirsi pienamente e definitivamente a quel Cristo per il quale ha speso, senza risparmio di forze e senza tenerne conto, l'intera sua vita, così che non teme di rimanere deluso nella sua speranza, che gli sta alimentando la sua impaziente attesa e che, comunque vada, sia che continui a vivere o sia che muoia, Cristo continuerà ad essere glorificato nel suo corpo, cioè con la sua vita, poiché, concludendo questa sua riflessione con il v.21, attesterà: “Per me, infatti, il vivere (è) Cristo e il morire un guadagno”. Un pensiero questo che riflette sinteticamente, quasi fotograficamente, la condizione esistenziale e spirituale di Paolo, e che egli ebbe già modo di esprimere in modo simile in Gal 2,20, dove nel riconoscere di essere associato alla morte di Cristo, attesta che non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui, quasi in una reciproca osmosi esistenziale, dove l'uno si compenetra nell'altro e dove l'uno non si distingue più dall'altro.
Una battuta quella del v.21 che innescherà un'ulteriore considerazione sul suo vivere e sul suo morire, che lascia intravvedere come Paolo consideri la propria vita come un bene, che va attentamente soppesato prima di essere speso e, comunque, un bene che va sempre e in ogni modo speso per Cristo. Nulla in Paolo è lasciato al caso.
Morire
o vivere, qual'è la cosa migliore? (vv.22-24)
Così che, dopo aver considerato come il vivere per lui significa vivere, anzi convivere in modo osmotico con Cristo, così che non è più lui che vive, ma Cristo vive ed opera in lui. mentre il morire gli consente di realizzare pienamente il suo grande desiderio, quello di unirsi definitivamente a Cristo, ora egli si pone la questione quale delle due cose sia la migliore. Vivere, infatti, significa per lui continuare la sua missione di predicatore del Vangelo e fondatore di comunità, rendendo in tal modo un servizio a Cristo nella diffusione del suo Vangelo; quanto al suo morire, questo gli procura un vantaggio che gratifica soltanto lui e nessun altro, unendosi a quel Cristo al quale ha totalmente offerto la sua vita, quale sacrificio di soave odore, trasformandola in una liturgia di lode al Padre, cioè in un sacro servizio a Cristo e in lui al Padre per il bene dell'umanità, collaborando con loro al progetto salvifico del Padre.
Entrambe le scelte sono per Paolo valide, ma ciò che prevale in lui, alla fine dei giochi, è il poter continuare a servire Cristo e in lui Dio nella sua comunità, posponendo il suo grande desiderio a bene della sua amatissima comunità di Filippi.
Rilevante e significativo è qui il modo di ragionare di Paolo, alla base del quale ci sta sempre e in modo determinante Cristo, sempre e comunque. Un modo di pensare e di ragionare che potremmo definire cristologici, così come cristologico è il suo modo di vivere: ogni scelta che deve operare ha per parametro di raffronto Cristo.
Paolo orientato a rimanere in vita per il bene dei suoi Filippesi (vv.25.26)
Ed è sulla base di questo fondamentale principio cristologico, primum Christus, per il quale considera perdita e spazzatura ogni altra cosa (3,8), che egli effettua la sua scelta definitiva, quella del rimanere e di continuare a rimanere presso la sua amatissima comunità di Filippi, perché questo giova al loro progresso spirituale, beneficiandone anche la loro fede, così che essi possano essere orgogliosi di lui in Cristo Gesù per il suo ritorno presso di loro.
Va
rilevato, tuttavia, come qui Paolo, in questa sezione (1,19-26), non
parla di situazioni già definite, ma sviluppa soltanto alcune
riflessioni, che egli fa ad alta voce, condividendole con i suoi
Filippesi, circa le prospettive, che gli si parano davanti in qualità
di carcerato in attesa della sentenza finale, che egli ancora non
conosce e di fronte alla quale gli non può nulla. Ma ciò che,
invece, può fare, è il predisporsi interiormente al destino che
Dio, cui ha offerto la sua vita, sta preparando per lui.
Esortazione
all'unità nel Vangelo e all'obbedienza sull'esempio di Cristo (vv.
1,27-2,18)
Testo a lettura facilitata
Esortazioni a vivere secondo il Vangelo e a lottare con forza e unanimi per questo sull'esempio di Paolo (vv.27-30)
27-
Soltanto comportatevi degnamente (secondo) il vangelo di Cristo,
affinché sia che io venga e vi veda, sia che sia lontano, senta
(parlare) di voi, che state saldi in unico spirito (e) che combattete
con una (sola) anima per la fede del vangelo,
28-
e non lasciandovi intimidire in niente dagli avversari, questo è per
loro prova di perdizione, ma di vostra salvezza, e ciò da Dio;
29-
poiché a voi fu donato per Cristo non solo di credere in lui, ma
anche di soffrire per lui,
30-
avendo la stessa lotta, quale vedete in me e ora udite in me.
Esortazioni all'unità (vv.2,1-4)
2,1-
Se vi (è), quindi, una qualche consolazione in Cristo, se un qualche
incoraggiamento di carità, se una qualche comunione di spirito, se
una qualche viscera di pietà e sentimenti di compassione,
2-
rendete piena la mia gioia, affinché
pensiate allo stesso modo, avendo lo stesso amore, unanimi, pensando
la stessa cosa.
3- Niente per contesa né per vanagloria, ma trattando gli uni gli
altri con umiltà, ritenendoli superiori (a se stessi);
4- avendo ciascuno cura non (solo) per le proprie cose, ma anche per
quelle degli altri.
Esortazione a guardare a Cristo, fattosi obbediente fino alla morte (2,5-11)
5-
Sentite in voi ciò che anche (fu) in Cristo Gesù,
6-
il quale esistendo fin da principio in forma di Dio, non ritenne una
rapina l'essere uguale a Dio,
7-
ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo in forma di
uomini; e venendo trovato quanto a forma come un uomo
8- umiliò se stesso divenendo obbediente fino alla morte, ma morte
di croce.
9- E
per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che (è) sopra ogni
nome,
10-
affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio d(ei) cieli e d(elle)
terre e d(elle) sottoterre si piegasse,
11-
e ogni lingua confessi che Gesù Cristo (è) Signore per (la) gloria
di Dio Padre.
Esortazione all'obbedienza sull'esempio di Cristo (vv.2,12-18)
12-
Così che, miei cari, come sempre siate obbedienti, non
solo come in mia presenza, ma ora molto di più in mia assenza, con
timore e tremore conseguite la vostra salvezza.
13-
È Dio, infatti, che opera in voi e il volere e l'agire per la
benevolenza.
14-
Fate tutte le cose senza mormorazioni e dispute,
15-
affinché diventiate irreprensibili e integri, figli di Dio perfetti
in mezzo ad una generazione malvagia e perversa, tra i quali brillate
come astri n(el) mondo,
16-
tenendo alta (la) parola di vita, per (il) mio vanto per (il) giorno
di Cristo, poiché non ho corso per niente né per niente mi sono
affaticato.
17-
Ma anche se mi offro in sacrificio e in (sacro) servizio della vostra
fede, gioisco e congioisco con voi.
18-
Ma lo stesso anche voi: gioite e congioite con me.
Note generali
Paolo, dopo aver parlato delle sue vicende personali ai Filippesi, quale carcerato per Cristo in attesa di sentenza, che decreti il suo destino, continuare a vivere o morire (1,12-26), sviluppa, ora, un'ampia sezione che potremmo definire delle “esortazioni” (1,27-2,18), che si concatenano le une alle altre attraverso parole o espressioni aggancio e che sono attraversate tutte da un filo rosso, quasi impercettibile, che le associa sotto il comune denominatore dell'obbedienza, che, come vedremo, non si tratta di un mettersi in riga agli ordini di qualcuno, ma di fare spazio dentro se stessi, accantonando le proprie esigenze e le proprie pretese, per accogliere l'altro ed assecondarlo in vista del bene comune. Si tratta, in ultima analisi, di diminuire se stessi per far crescere gli altri, nella stessa logica con cui il Battista si era posto nei confronti di Gesù: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30).
Ed è, infatti, su questa logica che Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò una prerogativa irrinunciabile la sua uguaglianza con Dio, ma “svuotò” se stesso per far posto al progetto del Padre, assumendo così forma umana per rendersi in tal modo raggiungibile da tutti gli uomini e far si che il Padre potesse raggiungerli, tendendo loro la mano, in lui.
Queste, dunque, sono le logiche dell'obbedienza: svuotare se stessi, i propri egoismi e perfino le proprie legittime esigenze per fare di se stessi uno spazio accogliente per gli altri, perché questi in noi trovino la loro affermazione e la loro realizzazione. In tal modo l'obbedienza non diviene più una forma di oppressione, di dominio o di coercizione per chi è chiamato ad obbedire, bensì una collaborazione finalizzata alla realizzazione di se stessi, ponendosi al servizio degli altri, per il bene comune. L'obbedienza, pertanto, è uno strumento di servizio e di collaborazione, non di sottomissione e dio oppressione, che ha come obiettivo il bene comune.
La prima esortazione a vivere secondo il Vangelo, testimoniandolo unanimi con forza e determinazione sull'esempio di Paolo (1,27-30), si aggancia in qualche modo e si sviluppa sull'intonazione del v.25, dove Paolo parla del suo ritorno in mezzo ai Filippesi per il progresso della loro fede. La prima esortazione, pertanto, va letta come crescita spirituale, che si genera conformandosi al Vangelo. Ma conformarsi significa mettere da parte se stessi per fare posto alle esigenze di Dio, guardando le cose dalla sua prospettiva e non dalla propria.
La seconda esortazione sviluppa il tema dell'unità (2,1-4), riprendendo il v.1,27, dove si parla di stare saldi in un unico spirito, combattendo per la fede e il vangelo con una sola anima, tutti concordi. Si ha qui un passaggio di prospettiva: dalla esortazione generale dell'essere saldi nel Vangelo senza timore alcuno (1,27-30) a quella più specifica dell'unità intracomunitaria, che sembra lasciare alquanto a desiderare e dove vengono in qualche modo dettate le regole principali per trasformare una semplice convivenza in comunione, sottesa dall'amore di Cristo e sul suo esempio. Tema quest'ultimo che formerà quello della terza esortazione.
La terza esortazione (2.5-11) funge in qualche modo da elemento di sintesi e di rilancio esortativo, proponendo quale esempio e parametro di raffronto la figura di un Cristo che ha saputo svuotare (™kšnwsen, ekénosen, svuotò) se stesso, assumendo una natura umana e facendosi obbediente fino alla morte di croce (2,5-11), così che la quarta ed ultima esortazione (2,12.18), riprendendo il tema dello svuotamento di se stessi, alluso ai vv.2,3-4.6-7, introduce quello dell'obbedienza, quale elemento di coesione dell'intera comunità. Un'obbedienza che per Cristo si realizza nello “svuotare” se stesso per dare spazio al progetto salvifico del Padre. Obbedire, infatti, come sopra specificato, significa fare spazio in se stessi per dare accesso agli altri. Una virtù, che, in ultima analisi, sottende tutte le altre esortazioni, poiché l'obbedire significa mettere da parte le proprie esigenze per fare spazio a quelle degli altri, predisponendosi al loro servizio, dando così compattezza e unità all'intera comunità, sorretta da un'unica fede e a questa conformata, dove l'uno si pone esistenzialmente a servizio dell'altro, nella coscienza che in questo viene servito Cristo stesso e in lui il progetto salvifico del Padre, che si manifesta e si attua nel suo Cristo.
Quanto alla struttura di questa sezione (1,27-2,18), propongo una suddivisone in quattro parti come di seguito:
Esortazioni a vivere secondo il Vangelo e a lottare con forza e unanimi per questo sull'esempio di Paolo (vv.1,27-30);
Esortazioni all'unità (vv.2,1-4);
Esortazione a guardare a Cristo, fattosi obbediente fino alla morte (2,5-11);
Esortazione all'obbedienza sull'esempio di Cristo (vv.2,12-18).
Commento ai
vv.1,28-2,18
Esortazioni a vivere secondo il Vangelo e a lottare con forza e unanimi per questo sull'esempio di Paolo (vv.1,27-30);
Paolo ai vv.23-25, in attesa di sentenza, aveva parlato di vivere e di morire, ma che, responsabilmente, preferiva vivere per il bene della fede dei Filippesi e per la loro crescita spirituale, mettendo da parte il suo grande desiderio di unirsi per sempre a Cristo con la morte e questo per il bene della comunità. Ora qui, ai vv.27-30, riprende quei versetti e ne trae in qualche modo le conclusioni approfondendoli, così che egli esorta i Filippesi a comportarsi degnamente secondo il Vangelo. Che cosa significhi questo verrà precisato in 2,14-16 a conclusione di questa lunga sezione esortativa: fare tutto senza mormorazioni, critiche, comportandosi da veri figli di Dio, così da risplendere come astri in un cielo buio, in mezzo ad una società perversa e malvagia. Devono essere, in buona sostanza, luce per il mondo e sale della terra, divenendo testimoni di Cristo, che Paolo in 2,17 non dimentica mai che è non quello risorto, ma crocifisso, cui associa anche la sua comunità (2,18).
Per questo egli sprona ora i suoi al combattimento per la fede in modo unanime, con un'unica anima e un unico spirito, dove per anima intende la vita vissuta attraverso cui si esprime lo spirito, conformato al Vangelo e di questo impregnato. Un combattimento, quindi, che deve avvenire in perfetta comunione di vita con Cristo e in Cristo, con l'intera comunità e i suoi membri, senza critiche, mormorazioni o, peggio, defezioni, testimoniando il Cristo con coraggio, senza lasciarsi intimidire dagli avversari (vv.27-28), così come egli, Paolo, incarcerato e in attesa di sentenza sta comportandosi (v.30), così che il Cristo risuona in tutto il pretorio, infondendo nel contempo coraggio e forza a tutti i predicatori del Vangelo, favorendone in tal modo la diffusione ovunque (vv.13-14).
La prova cui sono sottoposti diventa così testimonianza per il Cristo, che torna tutta a loro favore, ma diviene nel contempo monito e condanna per i loro persecutori, emettendo in tal modo il giudizio divino su di loro (v.28).
Ed è questo ciò che egli vuole vedere, qualora torni in mezzo a
loro o, per contro, vuole sentire, qualora dovesse rimanere ancora
lontano da loro (v.27): una comunità in perfetta comunione con
Cristo e con se stessa, pronta alla testimonianza unanime per il
Vangelo, che è incarnato in loro e nel loro modo di vivere e di
essere. Ed anche questo per Paolo è “comportarsi degnamente
secondo il Vangelo”.
Esortazioni all'unità (vv.2,1-4)
Se fino a questo momento l'esortazione e l'esempio, che Paolo ha portato di se stesso, riguardavano il vivere conformemente secondo il Vangelo, rimanendovi saldi e unanimi e compatti nella lotta per la sua testimonianza sul suo esempio (1,13-14.27-30), da questo momento in poi (2,1-18) le esortazioni si accentreranno sull'unità e la comunione intracomunitarie, comprendendo bene come non vi può essere lotta e testimonianza unanime e compatte se questa unità non si costruisce prima all'interno della comunità nelle interrelazioni tra i suoi membri, fondandole sul Vangelo.
Rapporti intracomunitari che, visto lo spazio a questi dedicato, dovevano lasciare alquanto a desiderare anche nella comunità di Filippi. Da qui l'accorato appello (2,1) del carcerato Paolo in attesa di sentenza, che potrebbe anche essere capitale, dando così a queste esortazioni un senso di testamento spirituale.
Un accorato appello che assomiglia ad una sorta di supplica, dove si intrecciano e si accumulano diverse invocazioni, che si configurano come uno stimolo che Paolo rivolge alla sua comunità, spingendola ad una introspezione, ad un esame di coscienza, per sondare i propri sentimenti, che la animano nei suoi rapporti al proprio interno. Questi dovrebbero fondarsi su di un reciproco rispetto, alimentando in se stessi una particolare sensibilità ai bisogni dell'altro, aprendosi in tal modo ad un atteggiamento di reciproco servizio ed aiuto, creando così comunione ed unità all'interno della stessa comunità, consolidandola in Cristo.
Così che la consolazione, generata da Cristo, spinge al sostegno dell'altro nella carità, formando in tal modo un amalgama unitario che si traduce in una comunione, si noti bene, non di spiriti, ma di spirito, alludendo allo spirito di Cristo, di cui tutti sono permeati in virtù dell'unica fede e dell'unico battesimo, e che fa di tutti un'unica cosa in lui. Di conseguenza tutto questo deve generare profondi quanto reciproci sentimenti di pietà e di compassione, che sono quei sentimenti che devono formare la trama su cui dev'essere intessuta l'intera comunità e di cui ogni suo membro deve sapersi rivestire.
Paolo al v.2,1, pertanto, sotto forma di appello-supplica rivolto alla sua comunità, disegna lo schema strutturale entro cui questa deve muoversi e vivere, avendo per fondamento Cristo, in cui tutti devono trovare la loro consolazione e la loro ricompensa, ma dal quale devono sentirsi altresì spinti alla carità, generando così comunione spirituale, fondata sull'amore di Cristo, che muove alla pietà e alla compassione, affinando la sensibilità degli uni verso gli altri.
Per questo Paolo al v.2,2 conclude questi suoi desiderata con una sorta di grido, che è nel contempo una forte spinta a realizzare nella comunità il suo sogno di solida unità e comunione tra tutti i membri, ponendosi tutti al servizio gli uni verso gli altri: “rendete piena la mia gioia”. Un grido che viene fatto seguire dal come rendere piena questa sua gioia: pensare tutti allo stesso modo. Un'esortazione questa che viene ripetuta sostanzialmente identica in chiusura del v.2,2 , volendo probabilmente, da un lato, sottolineare l'importanza e l'urgenza del problema; dall'altro, sollecitare a superare le divergenze interne, cosa che farà in modo esplicito in 4,2, dove esorterà Evodia e Sintiche a “pensare allo stesso modo nel Signore”.
È significativo come l'espressione “pensare allo stesso modo”, ripetendosi due volte in 2,2, a mo' di parentesi, racchiuda in mezzo l'esortazione ad avere unanimamente un comune amore, cioè lo stesso amore che rinsalda tutti e che si radica in Cristo stesso, che ha saputo svuotare se stesso per far posto al progetto salvifico del Padre a favore di tutti gli uomini, quasi ad indicare in questo il cammino che la comunità deve percorre per raggiungere l'obiettivo del “pensare tutti allo stesso modo”.
In che cosa consista questo “pensare allo stesso modo” e il ritrovarsi “unanimi nello stesso amore”, che deve qualificare ogni credente in Cristo, viene detto in doppio modo ai vv.3 e 5, al negativo: “niente per contesa e per vanagloria”, mettendo in rilievo probabilmente il male della comunità di Filippi, di cui Evodia e Sintiche (4,2) sono soltanto la punta dell'iceberg; e al positivo, a cui Paolo dedica maggiore attenzione (2,2b-3), fornendo la terapia a questo male, che si chiama rivalità, dettata dalla vanità personale, dove si cerca di far prevalere se stessi a spese dell'altro: “trattare vicendevolmente con umiltà, ritenendo gli altri superiori (a se stessi)”. Il primo passo, dunque, è l'umiltà, che spinge a riconoscere l'altro nella sua realtà, che è anche verità, quella che in lui è sacramentato Cristo (Mt 25,40.35), diversamente la finzione che l'altro sia superiore a me stesso, quale logica normale di rapporto, non durerà molto; il secondo passo è quello di aprirsi all'altro, avendo cura non solo di lui, ma anche delle sue cose (v.2,4). L'aver cura significa avere una particolare attenzione e sensibilità nei confronti dell'altro, la cui alterità si estende anche alle sue cose, che fanno parte di lui, ne sono in qualche modo una sua estensione. Questa sottolineatura dice l'ampiezza e la profondità di questa cura, che richiede al credente non solo l'apertura verso l'altro, ma anche la sua accoglienza, il suo rispetto, il volere il suo bene, che si allarga ai suoi beni, quali parte di lui, trovando nella sua affermazione, la propria realizzazione. In questi termini l'altro non è più un rivale, ma l'opportunità per il credente di una sua crescita umana e spirituale, creando in tal modo un comunionale ciclo salvifico per tutti.
Esortazione a guardare a Cristo, fattosi obbediente fino alla morte (2,5-11)
Non, dunque, contesa o vanagloria, in cui emerge la vacuità di un ego ipertrofico e disadattato, ma umiltà, che nasce non dal disprezzo di se stessi, ma dalla consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie capacità, che vanno spese a favore dell'altro, mettendo da parte se stessi e facendo spazio all'altro, trovando in questo la propria realizzazione e la propria crescita umana e spirituale. Attenzione e sensibilità, dunque, verso l'altro, le sue esigenze e le sue necessità, vedendo in lui non un rivale da abbattere, ma un'opportunità di crescita umana e spirituale, cercando la sua affermazione e il suo bene, ritrovando in ciò il proprio.
Un processo di maturazione umana e spirituale che Paolo vede realizzarsi soltanto se il credente si conforma a Cristo e fa di Cristo la sua forma mentis, il suo modo di ragionare e di elaborare il proprio pensiero, che gli consente di mettersi dalla prospettiva di Dio, favorendone il piano di salvezza.
Ed è così che Paolo apre con un'esortazione che spinge il credente, già rivestito di Cristo in virtù della propria fede e del proprio battesimo, a conformarsi a lui anche esistenzialmente: “Sentite in voi ciò che anche (fu) in Cristo Gesù” (v.5). Paolo usa qui significativamente il verbo “fronšw” (fronéo), un verbo che coinvolge l'area più importante dell'essere umano, quella del pensare, del sentire, della coscienza e della consapevolezza, della capacità di ragionare e di valutare, di saper operare le proprie scelte, del saper comprendere e leggere nelle cose e nelle dinamiche della vita. Ed è proprio verso questa area che egli indirizza i suoi Filippesi, affinché riproducano in loro stessi lo stesso modo di pensare e di vedere le cose che fu in Cristo Gesù, conformandosi ad esso e facendo di Cristo la propria forma mentis che spinge a vedere le cose e a pensarle dalla sua prospettiva, che è la stessa del Padre (Gv 10,30; 17,21), creando così in se stessi una spiccata sensibilità spirituale, che si accompagna e favorisce l'intelligenza spirituale, che consente di comprendere nello svolgersi quotidiano delle cose l'operare di Dio, che interpella il credente e lo spinge nel suo cammino verso il Padre.
Un'esortazione che sostanzialmente risuonerà anche in Rm 12,2: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.
Compito del credente è quello, dunque, di conformarsi esistenzialmente al sentire di Dio, che si è manifestato ed opera in Cristo Gesù, che Gv 14,6 qualificherà come Via, Verità e Vita. Quale sia questo modo di sentire, di porsi dalla parte di Dio, Paolo lo trae da un inno cristologico, che probabilmente deve aver appreso nelle liturgie comunitarie, che egli ha frequentato durante quel decennio di formazione spirituale cristiana, che si colloca tra l'evento di Damasco (35-36 d.C.) e il suo primo viaggio missionario (45-48 d.C.); decennio durante il quale ha frequentato le comunità di Damasco, Antiochia e Gerusalemme. Un inno che probabilmente Paolo non riporta letteralmente, ma rielaborandolo qua e là con parole proprie, sia perché la memoria non lo soccorre perfettamente o per una sua ricomprensione di qualche parte dell'inno o sia per dare, nello specifico, materia di riflessione e di confronto ai suoi Filippesi. Difficile pensare, comunque, che questo inno, dai toni così solenni e profondi, sia teologici che cristologici, sia esclusivo frutto del pensiero di Paolo, composto di getto mentre scriveva la lettera, considerato anche che di certo egli non era un poeta, uno scrittore o un retore, anzi in tutte queste cose era criticato dai suoi avversari proprio per la loro assenza nel suo modo di esprimersi e Paolo lo riconosceva (1Cor 2,1-5; 2Cor 10,10; 11,6a). L'inno, invece, nacque da una lenta e graduale riflessione e comprensione della figura di Cristo nella sua natura e nei suoi rapporti con il Padre, operata dalla comunità credente nel corso del tempo e celebrato nelle liturgie comunitarie.
Un inno che, similmente al quarto cantico del Servo di Jhwh (Is 52,13-53,12), ha due movimenti, discendente il primo, che vede il Figlio, dagli splendori eterni della gloria divina (v.6), precipitare, nel tempo di due versetti, all'ignominia della croce (vv.7-8), similmente a quanto attesta Gv 1,1-2.14, che contempla il Verbo eterno del Padre nello splendore di Dio farsi carne per essere poi innalzato sulla croce (Gv 12,32-33). Il verbo usato da Giovanni è lo stesso di Fil 1,9: un innalzamento che preannuncia e ricomprende un altro innalzamento, quello della sua glorificazione, che Mt 28,18 vede realizzarsi nel suo Gesù plenipotenziario:“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Ascendente il secondo movimento, quasi fosse un rimbalzo in risposta al primo movimento discendente (vv.9-11). Ma va rilevato come il rimbalzo, il movimento ascendente non parla più di un ritorno alla “forma di Dio”, ma di esaltazione, di elevazione a signoria universale di Cristo sull'intero creato, in cui riecheggiano in qualche modo Ef 1,10, dove tutte le cose sono state ricapitolate in lui, a realizzazione del progetto del Padre; nonché Col 1,16b, che similmente vede l'intero creato finalizzato e convergente in Cristo.
Movimenti che lasciano intravedere come all'interno dell'immutabile Dio, il Motore immobile di Aristotele, si sia creato, invece, un movimento irreversibile, che ha generato una mutazione da parte del Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).
Il v.6 apre la contemplazione di Gesù Cristo, che viene colto qui nella sua primordiale esistenza. Il verbo greco che qui la definisce è “Øp£rcwn” (ipárcon), che tra i suoi molteplici significati ha anche quello di “esistere”, a cui ho voluto aggiungere l'espressione “fin da principio” per evidenziare il senso che il verbo “¥rcw” (árco), qui composto con “ØpÒ” (ipó), e il sostantivo “¢rc»” (arché) contengono in loro stessi, quello dell'iniziare, del cominciare, dell'inizio e del principio e, quindi, un'esistenza, pari a quella di Dio, che si colloca nella sua stessa eternità, cioè “in un principio coeterno”.
In quel principio Cristo Gesù era in “forma di Dio”. Quando si parla di “forma”, questa non va intesa nel senso di apparenza o di realtà superficiale, una sorta di involucro, che si contrappone, alla verità e alla realtà della sostanza, che si nasconde sotto le apparenze formali. La “forma” per i greci era strettamente connessa con la sostanza, anzi ne era l'espressione, senza la quale la sostanza diviene irraggiungibile e indefinibile. In “forma di Dio”, quindi, attesta che Cristo Gesù, fin da principio, in quanto Figlio prima e in quanto Incarnato con il nome di Gesù, dopo, era ed è sempre stato Dio nella sua sostanza o essenza “fin da principio” sia questo di eternità che storico.
Ebbene, continua il v.6, Cristo Gesù, quando era ancora nell'eternità di Dio con il solo nome di “Figlio”, ricoperto della sua stessa gloria e dei suoi stessi splendori eterni (Gv 17,5), non ritenne “una rapina” il suo essere uguale a Dio, cioè non ritenne il suo essere egli stesso Dio e la sua condizione di gloria come un qualche cosa che gli appartenesse in modo esclusivo e irrinunciabile, di cui si è in qualche modo appropriato e ora non intende condividere con nessuno o cedere per qualsiasi ragione. Al contrario, prosegue il v.7, egli “svuotò se stesso”. Il verbo “™kšnwsen” (ekénosen, svuotò) va ben oltre ad una semplice spogliazione della sua gloria, ma dice la soppressione, l'annullamento di questa gloria connessa con la sua essenza divina, lo svuotamento del “Sé glorioso”.
Il vuoto venne creato in ciò che concerne l'espressione della sua divinità, rimanendo intatta la sostanza e l'essenza della sua divinità, divenuta, ora, irraggiungibile se non attraverso la “forma di servo”, dove l'espressione successiva, “essendo divenuto in forma di uomini”, diventa specificativa del senso di “forma di servo”, così che l'aver assunto la “forma di servo” dice che Cristo Gesù, incarnandosi, non solo si è posto al servizio del Padre, ma altresì, con la sua umanità, che ha condiviso con gli uomini, si è posto al servizio degli uomini, un servizio finalizzato alla redenzione e al riscatto degli stessi. Un servizio che molto bene interpreterà il Gesù giovanneo in 13,4-5, il quale, spogliatosi delle sue vesti, che richiama, qui, da vicino quel “svuotò se stesso”, a poche ore dalla sua passione e morte, durante l'ultima cena, prende un asciugatoio, assumendo l'atteggiamento del servo e lava i piedi ai suoi discepoli, indicando loro in tal modo il senso del suo patire e del suo morire: la spogliazione di sé per un servizio di redenzione a favore dell'intera umanità. Similmente sia Mt 20,28 che Mc 10,45 parlano di un Gesù che è venuto a “servire” e “dare la sua vita in riscatto per molti”, dove quest'ultima espressione dà il senso e il significato al “servire” di Gesù.
La Chiesa codificherà questa verità nel suo Credo niceno-costantinopolitano allorché attesta che il Figlio “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, dove quel “per noi uomini e per la nostra salvezza” dice non solo lo scopo per cui il Figlio si è incarnato, il senso della sua missione, ma anche come egli si sia posto al servizio sia del Padre che degli uomini per realizzarla.
Significativo è il termine “morf»” (morfé, forma), che al v.6 è associato a Dio, mentre al v.7 è associato a “servo”, indicando in tal modo tutta la distanza che intercorre tra gli splendori della gloria divina, la condizione in cui il Figlio era per sua natura nel principio, e la sua attuale condizione esistenziale di servo, che dice l'ultima posizione della condizione umana, la più spregevole. Tutto ciò che vi è di mezzo fa parte dello svuotamento del Figlio, gloria e splendore del Padre, divenuto Gesù per diventare gloria e splendore per coloro che credono in lui (Gv 3,16).
Si noti come il termine “morf»” (morfé, forma) appare solo in rapporto a “Dio” e a “servo”, la quale cosa dice come il nuovo stato di servo fa parte della nuova natura del Figlio divenuto Gesù, che lo posiziona come tale solo nei confronti del Padre, che lo ricostituirà nuovamente come Figlio, ma questa volta come Figlio Incarnato, soltanto nella risurrezione (Rm 1,4), ma non nei confronti degli uomini, poiché egli non è il servo degli uomini, benché si ponga a loro servizio (Mt 20,28; Mc 10,45), ma soltanto il Servo giusto di Jhwh (Is 52,13-53,12). In quanto uomo, Paolo usa altri due termini simili a “morf»” (morfé, forma) nel porre il Servo di Jhwh in rapporto agli altri uomini: “Ðmoièmati” (omoiómati), che dice somiglianza, non perché non fosse uomo o ne fosse soltanto una parodia, come riteneva l'eresia doceta, ma perché nessun uomo è anche Dio; e “sc»mati” (schémati), che parla, invece, di aspetto esteriore, quello che in latino viene definito come “habitus”, che dice modo di comportarsi e di relazionarsi e Paolo qui lo usa per dire che in tale modo umano venne conosciuto e sperimentato e in tale modo gli uomini si sono relazionati con lui, a loro pari.
Ma il processo discendente non si limita all'incarnazione (v.7), ma procede e va ben oltre nel suo discendere fino a trasformarsi in un abbassamento umano, che si fa umiliazione. Un termine questo che deriva dal latino humus, che significa “terra” e “humilis” è colui che è vicino alla terra, ne è in qualche modo impastato e con questa si imbratta e da questa non si discosta, venendo in tal modo ad indicare, per traslato, anche un suo modo di essere ed una sua posizione sociale di persona bassa, misera, debole, senza alcun pregio, umile insomma. Ed è questo il senso di quel “™tape…nwsen” (etapeínosen, umiliò), così che il Gesù matteano si pone ancora più in basso degli stessi animali, affermando come “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20; Lc 9,58).
Ma l'umiltà del Figlio Incarnato, che non ha neppure una pietra dove posare il capo, a differenza degli animali, va ancora oltre, “divenendo obbediente”, cioè sottomettendosi totalmente al Padre, rinnegando in buona sostanza se stesso per dare spazio al progetto di salvezza del Padre. E rinnegare se stessi non significa disprezzare se stessi, ma riconoscere come prioritaria la volontà del Padre su se stesso, spingendo così il Figlio Incarnato a mettere da parte le proprie esigenze, il proprio “ego” per dare spazio al Padre in se stesso, divenendone “Servo”. Un servizio che si spinge fino ad accettare, benché di controvoglia (Mt 26,39.42; Mc 14,36; Lc 22,32), il misero destino di tutti gli uomini: la morte. Ma non una morte qualsiasi, che accomuna tutti, ma una specifica morte che è ignominiosa, riservata alla peggiore specie dell'umanità, quella di croce, raggiunta la quale, il Figlio Incarnato non poteva più andare oltre, perché non vi era più spazio per andare oltre, avendo toccato il fondo della sua umiliazione, che nella sua dinamica ha come comune denominatore l'obbedienza, il mettersi da parte per fare spazio all'altro in se stessi, mettendosi così al suo servizio. Uno spazio tale che il Gesù giovanneo dichiara di non poter fare nulla da se stesso (Gv 5,30a), attestando che “[...] il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa” (Gv 5,19), così che egli può dire a Filippo che chi vede lui vede il Padre (Gv 14,10b), poiché i Due sono una cosa sola (Gv 10,30), tanto è lo svuotamento del Figlio e il suo allineamento al Padre così da non esserne soltanto suo servo, ma uno strumento salvifico nelle sue mani, che si muove in modo consono alla volontà del Padre.
Se i vv.6-8 contemplano il progressivo svuotamento del Figlio Incarnato, fino a toccare il fondo della morte di croce, i vv.9-11 ne celebrano, per contro, la sua esaltazione, che si traduce nella sua signoria universale. Tutto qui diventa iperbolico: il suo non è un semplice innalzamento, ma un “super innalzamento”, come attesta la composizione del verbo “Øper+Úywsen” (iper+ipsosen); il nome nuovo che gli viene assegnato non è soltanto grande, ma addirittura si colloca al di sopra di tutti gli altri nomi; non è sufficiente che gli uomini si sottomettano a lui, riconoscendolo grande e adorandolo, inginocchiandosi davanti a lui, ma ogni abitante dei cieli, della terra e degli inferi, dell'intero universo creato quindi, lo devono riconoscere Signore dei Signori, Re dei Re e sottomettersi a lui e adorarlo; non è sufficiente che Israele, da dove egli proviene, lo riconosca quale suo Signore, ma tutti gli uomini in assoluto, passati, presenti e futuri lo devono riconoscere tale. Tutto qui è oltre misura e tutto qui lascia intendere come Cristo Gesù sia divenuto il punto di ricapitolazione cosmica e universale (Ef 1,10), dove si rigenera e riparte la nuova creazione.
I vv.8.9 sono contigui tra loro, ma si contrappongono nettamente: il v.8 attesta la super umiliazione della morte di croce; il v.9, per contro, ne celebra la super esaltazione, dando il tono all'intera pericope (vv.9-11).
Il v.9 inizia con un “diÕ kaˆ” (diò kaì, e per questo), che, legando questa pericope (vv.9-11) a quella precedente (vv.6-8), ne attesta le conseguenze. Il primo effetto della morte di croce, ultimo atto dello svuotamento di se stesso del Figlio Incarnato, è la sua “super esaltazione”. In che cosa questa consista verrà attestato dai vv.9b-11, che vedranno, via via sempre, più un crescendo continuo di esaltazione di Cristo Gesù.
La prima esaltazione è l'assegnazione di un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Un'esaltazione che viene qui specificata con il verbo “™car…sato” (ecarísato), che ha come primo significato quello del “gratificò”, rilevando in questa sua gratificazione non solo un dono, ma anche una ricompensa, che lo vede assegnatario di un nome superlativo, imponendosi al di sopra di qualsiasi altro nome o titolo, che gli restituisce quella dignità che gli è propria fin dall'eternità (Gv 17,5). E quale sia questo nome e questa dignità viene detto al v.11: “Signore”. Una signoria che dice pienezza e compimento di sovranità e che, in quanto tale, è per sua natura universale, in cui il Padre si rispecchia e in cui fa risplendere nuovamente la sua gloria, avendo ricostituito e ricapitolato in lui l'intera creazione (Ef 1,10), in cui risuona ancora una volta l'attestazione di Gen 1,31a: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”.
Un titolo e una posizione di eccellenza, che vengono attestati anche da Ef 1,21, che vede il Risorto collocato “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro”; mentre Eb 1,4 lo vede “diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato”; e la chiesa. già nel suo nascere, con il suo primitivo kerigma annuncia ad Israele e all'intera umanità che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 1,36b), così che “chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (At 1,21).
Lo svuotamento fino alla morte di croce, che ha come suo motore l'obbedienza, trova, dunque, la sua apoteosi nella Signoria universale di Cristo Gesù, che la chiesa confessa in una primitiva quanto efficace formula di fede con “Gesù Cristo è il Signore” (v.11), formula che riecheggerà sostanzialmente identica in R, 10,9a.
Esortazione
all'obbedienza sull'esempio di Cristo
(vv.2,12-18)
Note generali
L'ampia sezione delle esortazioni (1,27-2,18) si conclude con questa ultima pericope che apre significativamente con il richiamo all'obbedienza, posta a fondamento dell'unità, che deve sapersi trasformare in comunione di intenti e di pensiero (2,2; 4,2), che si radicano nell'unica fede nell'unico Cristo e che trovano proprio in questi il suo esempio (2,5-11). Un'obbedienza, come s'è visto, che è svuotamento di se stessi per dare spazio agli altri, ponendosi in un atteggiamento di collaborazione e di servizio per il bene della comunità e della sua crescita spirituale in Cristo.
Ma il richiamo qui non è soltanto all'obbedienza (v.12), ma altresì alla ferma testimonianza del Vangelo, che deve risplendere nella vita di ciascun credente non solo in mezzo alla comunità, ma altresì e in particolar modo in mezzo ad una società, che si distingue per il suo modo degenerato di vivere e di operare (vv.13-16), richiamandosi in tal modo a 1,27-30. E similmente il v.13 fa riecheggiare in qualche modo in se stesso, completandolo, il v.1,29. Là (v.1,29) , infatti, si parlava del dono di Cristo fatto ai Filippesi, quello di credere in lui e in e con lui consoffrire; mentre qui in 2,13 si evidenzia come tutto questo fermento spirituale è opera stessa di Dio.
L'intera pericope, pertanto, costituisce un forte richiamo sintetico e conclusivo a quanto fin qui esortato (vv.1,27-2,11), che acquista, come s'è già sopra detto (pag.32), una particolare valenza di testamento spirituale, che Paolo lascia alla sua amatissima comunità di Filippi, alla quale egli sottolinea la sua assenza (v.12), che potrebbe essere temporanea, ma anche definitiva, poiché, non va dimenticato che egli è qui in catene per Cristo, in attesa della sentenza finale, che potrebbe essere anche capitale. Per questo i toni si fanno calorosi, e il v.12 esordisce con quel “miei cari; miei amati” e con quel affettuoso quanto appassionato sollecito: “siate sempre obbedienti”, dove quel “sempre” dà all'esortazione un senso di testamento spirituale lasciandola alla loro memoria, indicando anche il modo con cui questa obbedienza deve essere eseguita: “con timore e tremore”, modalità che qui Paolo lega alla loro stessa salvezza (v.12). Espressioni queste che ricorrono assieme o anche disgiunte nell'A.T., ma che hanno quasi sempre a che fare, ogni qualvolta che compaiono, con il proprio rapporto con Dio.
La conclusione di questa pericope si richiama una volta di più alla dolorosa situazione in cui Paolo, riprendendo in qualche modo i vv.1,28-30, dove sprona i Filippesi alla lotta dura per il Vangelo, senza mai indietreggiare di fronte agli avversari sul suo esempio, mentre qui rilegge il suo combattimento e la sua situazione attuale quale offerta sacrificale di se stesso a favore della loro fede e per questo egli caldeggia la comunità a unirsi alla sua gioia e alle sue sofferenze.
Dalle annotazione fin qui fatte, il lettore ha già arguito come quest'ultima pericope è scandita in tre parti:
ultimo sollecito all'obbedienza sull'esempio di Cristo (v.12);
ultimo sollecito ad essere esemplari nella loro testimonianza in mezzo ad una società perversa (vv.13-16);
invito ai Filippesi a gioire assieme a lui, che sta offrendo se
stesso quale vittima sacrificale per la loro fede (vv.17-18).
Commento ai vv.
2,12-18
Il v.12 apre questa ultima esortazione, la quale richiamando in qualche modo le precedenti, le completa e le approfondisce. I toni con quel “¢gaphto… mou” (agapetoí mu, miei cari, miei amati) si fanno qui affettuosi e calorosi nel contempo, poiché Paolo, sottolineando qui la sua assenza, in quanto che è in prigione in attesa della sentenza, che potrebbe essere anche capitale, ha coscienza che questa sua lettera potrebbe essere la sua ultima occasione con i Filippesi. Da qui, riprendendo il v.8, dove Cristo si è fatto obbediente fino alla morte di croce in un processo di svuotamento graduale, per mettersi al servizio del Padre, collaborando al suo progetto di salvezza, attuandolo in se stesso, sollecita i Filippesi ad essere “sempre obbedienti”, dove quel “sempre” dà il senso di un testamento spirituale all'intera pericope, quasi a dire “siate sempre obbedienti anche quando io non ci sarò più”. Un'obbedienza che va attuata con “timore e tremore”, espressione questa che si ritroverà identica in Ef 6,5 e ripetutamente, in modo congiunto o disgiunto, nell'A.T., allorché si parla del rapporto del credente con Dio, dando così una cornice di sacralità all'obbedienza, lasciando intendere come questa, allorché avvenga, ha a che fare con Dio stesso, che opera non solo nei Filippesi (v.13), ma anche nei loro capi e come il loro obbedire, che a tal punto acquisisce il senso di conformarsi alla volontà di Dio, ha a che fare con la loro stessa salvezza.
Il v.13 funge da preambolo alla pericope seguente, vv.14-16, e ne fornisce una chiave di lettura, poiché spinge i Filippesi a comprendere la loro spinta verso tutto ciò che è bene (eÙdok…aj, eudokías), sia qui nello specifico dei vv.14-16 che in senso lato, come l'operare stesso di Dio, che determina le loro volontà e guida e sostiene verso il bene il loro operare e, in genere, il loro vivere in conformità al Vangelo. Un versetto quindi che motiva teologicamente quanto ora segue, che va a completare le modalità con cui dev'essere attuata e vissuta l'obbedienza, non solo con “timore e tremore” nei confronti di Dio, ma altresì va vissuta “senza mormorazioni e dispute” in relazione agli uomini, sia quelli che la richiedono legittimamente, sia, altresì, quelli che sono testimoni del comportamento dei credenti; sia, quindi, all'interno della comunità che della stessa società civile, che qui Paolo, parafrasando Dt 32,5, definisce “generazione malvagia e perversa”, termini che la pongono non solo contro Dio, ma in rivolta contro di Lui, adottando comportamenti socialmente distruttivi, degradando in tal modo il contesto sociale e di ogni suo singolo membro.
Ed è proprio in mezzo a questo cielo buio di una società ribelle e in rivolta contro Dio, che i Filippesi devono brillare quali astri, distinguendosi per la loro obbedienza collaborativa e servizievole, riflettendo in loro stessi quella Luce divina che è brillata ancor prima in Cristo Gesù, che svuotò se stesso per accogliere la Luce del Padre, divenendo così Luce del mondo (Gv 8,12; 9,5), divenendo in tal modo essi stessi figli della luce (Gv 12,36a).
L'obbedienza, di cui qui Paolo parla, non sembra essere soltanto un allinearsi alla volontà di un qualche responsabile di comunità credente o di società civile, prestandosi in modo servizievole per il bene comunitario o sociale, ma altresì alla stessa Volontà di Dio, che si è manifestata nella Parola del Vangelo. Da qui l'esortazione finale di “tenere alta la parola di vita”, cioè tenere sempre davanti a sé la Parola di Dio, quale guida sicura (Sal 118,105). Forse qui una lontana eco di Dt 6,5-9, che comandava di tenere i precetti del Signore sempre davanti a sé, innanzitutto nel proprio cuore, ma altresì, visibilmente, legati alla mano e, a mo' di pendaglio, davanti agli occhi (tefillim o filatteri12), nonché sugli stipiti della porta di casa (il mezuzah13).
È
infatti questo comportamento dei Filippesi, obbedienti e fedeli alla
Parola, quali astri che ne riflettono la Luce in mezzo ad una società
degenere e perversa, ribelle a Dio, che costituisce per Paolo un
vanto, una carta da spendere orgogliosamente davanti a Dio, poiché
per questo egli si è molto affaticato sfidando mille pericoli e
mettendo quotidianamente a rischio la sua vita (2Cor 11,23-28) e, non
da ultimo, per questo egli è ora in catene, in attesa di una
sentenza che deciderà sulla sua vita, che egli sta offrendo quale
sacrificio in sacro servizio a favore della fede dei suoi amatissimi
Filippesi, per la quale cosa egli chiede loro di unirsi alla sua
gioia, anticipando in qualche modo quella celeste, che egli si
aspetta, avendo donato interamente a Dio la sua vita, servendo
pienamente e fedelmente il suo Cristo.
Presentazione ed elogio di due grandi collaboratori di Paolo
(2,19-30)
Testo a lettura facilitata
Paolo desideroso di buone notizie, spera di inviare Timoteo (v.19)
19- Spero n(el) Signore Gesù di mandarvi presto Timoteo, affinché anch'io stia di buon animo, avendo appreso notizie su di voi.
Timoteo, stimato ed ottimo collaboratore di Paolo presso i Filippesi (vv.20-22)
20-
Infatti, non ho nessuno di animo uguale (al suo), il quale si dia
realmente pensiero circa le cose che vi riguardano.
21-
Tutti, infatti, cercano i propri (interessi), non quelli di Gesù
Cristo,
22-
Tutti conoscete la sua provata virtù, poiché servì il vangelo con
me, come un figlio (serve il) padre.
Paolo spera di unirsi a Timoteo nella venuta presso i Filippesi (vv.23-24)
23-
Spero,
pertanto, di madar(vi) costui subito non appena avrò chiarito le
cose che mi riguardano.
24-
Ma sono persuaso n(el) Signore che anch'(io) stesso verrò presto.
Epafrodito,
elemento di spicco della comunità e stimato collaboratore di Paolo
(v.25)
25- Ho reputato necessario mandare presso di voi Epafrodito, fratello e collaboratore e mio compagno d'armi, vostro inviato e assistente della mia necessità;
I motivi dell'invio di Epafrodito (vv.26-28)
26-
poiché era vivamente desideroso (di vedere) tutti voi ed (era)
inquieto, perché avete udito che (egli) era ammalato.
27-
E, infatti, era ammalato e vicino alla morte; ma Dio ebbe compassione
di lui, non solo di lui anche di me, affinché non avessi dolore su
dolore.
28-
Pertanto, l'ho mandato con molta premura, affinché vedendolo di
nuovo gioiate e io sia senza affanni.
Raccomandazioni
su Epafrodito (vv.29-30)
29-
Accoglietelo, pertanto, n(el) Signore con gioia piena e stimate
questi tali,
30-
poiché si avvicinò fino alla morte a causa dell'opera di Cristo,
rischiando la vita, affinché colmasse la mancanza del vostro
servizio verso di me
Note generali
Paolo, dopo aver raccontato delle sue vicende personali in qualità di carcerato, in catene per Cristo, sotto processo e in attesa di sentenza, che potrebbe essere anche capitale (1,12-30); e dopo aver esortato i Filippesi all'unità, evitando inutili discussioni e battibecchi, fonte di divisioni, ma di praticare tutti la virtù dell'obbedienza, quale fondamento di unità della comunità, sull'esempio di Cristo, che ha saputo mettere da parte se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce, per dare compimento al progetto salvifico del Padre (2,1-18), ora, esaurite le informazioni su di sé e le raccomandazioni, egli presenta ai Filippesi due suoi fedelissimi collaboratori, che intende inviare loro per motivi di diversa natura: missionaria per Timoteo (vv.20.22); umana per Epafrodito.
Quanto a Timoteo, questi è fedelissimo collaboratore di Paolo, che lo ritiene come un figlio, avendolo generato lui stesso a Cristo14. È presentato in apertura della lettera accomunato a Paolo sotto lo stesso titolo di “servi di Cristo Gesù” (1,1a), la quale cosa lascia intravvedere quanto Paolo stimasse Timoteo, ritenendolo suo braccio destro, una sorta di suo alter ego; del resto anche qui non ne risparmia le lodi (vv.20-22). Egli intende inviarlo a loro, certamente non per una visita di cortesia, ma a motivo delle turbolenze che agitavano la comunità per battibecchi e divergenze, che rischiavano di degenerare in divisioni e contrapposizioni interne alla comunità stessa, considerata l'esortazione all'unanimità, al pensare tutti allo stesso modo e all'amore reciproco (2,2). L'invio di Timoteo, quindi, era finalizzato a rimettere le cose a posto, riconducendo tutti all'obbedienza. Egli non intende inviarlo subito, poiché lui, Paolo, si trova ancora in catene e ancora incerta è la sua sorte, ma spera di farlo quanto prima per avere notizie dalla sua comunità.
Quanto ad Epafrodito, le cui uniche notizie sono raccolte qui, in questi pochi versetti (2,25-30; 4,18), sembra essere un elemento di spicco all'interno della comunità di Filippi, di cui doveva godere grande stima e fiducia, nonché fidato collaboratore di Paolo, che egli definisce, quale titolo d'onore, “mio compagno d'armi”, avendo anche lui assieme a Paolo o come Paolo combattuto e sofferto per il Vangelo. Egli era stato inviato dalla comunità in assistenza a Paolo, prigioniero ad Efeso, e a suo conforto, facendogli pervenire per suo tramite numerosi doni (4,18). Paolo, a differenza di Timoteo, intende inviarlo subito ai Filippesi, quale gesto di umanità nei confronti dello stesso Epafrodito, il quale, mentre era ad Efeso in assistenza a Paolo, si era ammalato gravemente sfiorando la morte. Per questo, ora, per esaudire il suo desiderio, lo rimanda alla sua comunità, perché questa possa godere nuovamente della sua presenza, accertandosi sul suo stato di salute.
Quanto alla struttura di questa sezione, essa è scandita in due parti: la prima riguardante Timoteo (vv.19-24); la seconda, Epafrodito (vv.20-30).
Si tratta di una sezione tutta dedicata alla presentazione di due personaggi, come era consuetudine il far accompagnare gli inviati con biglietti o lettere di credito da parte di comunità o di apostoli. Esempi in tal senso ce lo offrono 1Cor 16,3 e 2Cor 3,1.
Commento ai vv.19-30
La presentazione di Timoteo (vv.19-24)
Paolo apre la presentazione di Timoteo, quale suo delegato presso la comunità di Filippi, con un'intonazione di speranza nel Signore Gesù, cioè rimettendosi nelle sue mani, poiché egli è ancora in catene e la sua sorte è incerta, per questo non intende inviarlo subito ai Filippesi. Ma spera di poterlo fare quanto prima poiché è desideroso, cioè ansioso, di avere notizie sul loro conto. Dalle esortazione fin qui fatte, infatti, sembra che nella comunità di Filippi le cose non andassero per il meglio, essendoci battibecchi, malumori tali da inasprire gli animi, portandoli sul baratro delle divisioni intracomunitari. Per questo egli vuol mandare Timoteo, nella speranza che tutto si appiani. Un personaggio questi, di cui Paolo si è servito spesso nell'ambito della sua missione. Non a caso il suo nome ricorre ben 24 volte nel N.T.
I vv.20-22 sono dedicati alla presentazione di Timoteo, quale buon conoscitore degli affari interni della comunità di Filippi e dei suoi problemi; interamente dedito alla causa del Vangelo e di Cristo, senza secondi fini o interessi personali, poiché, alla pari di Paolo, è “servo di Cristo Gesù” (1,1a). Un personaggio con cui i Filippesi devono aver già avuto a che fare, in quanto che conoscono la sua provata virtù, cioè la sua fedeltà e la sua dedizione alla causa del Vangelo. Un collaboratore che Paolo si è scelto personalmente (At 16,1-3), remissivo, obbediente e plasmato dalla scuola di Paolo stesso.
Paolo
lo presenta come un personaggio dall'animo nobile, che eccelle tra
tutti, anzi unico tra tutti, i quali, invece, cercano solo i propri
interessi, anziché quelli di Cristo, creando in tal modo un netto
contrasto tra gli altri e Timoteo, a tutto favore di quest'ultimo.
Certamente questa è una nota di amarezza, che deve richiamare a
Paolo una qualche situazione, che deve averlo deluso profondamente.
Ma nel contempo affermare che “tutti” cercano i propri interessi
e che Timoteo è l'unico affidabile e credibile è chiaramente
un'esagerazione. Paolo, infatti, godeva di un'ampia schiera di
collaboratori, tutti selezionati dai rapporti che egli intratteneva
quasi quotidianamente con loro e, pertanto, tutte persone affidabili,
altrimenti non avrebbero superato il vaglio del suo giudizio, molto
esigente e duro con i suoi collaboratori. Non va mai dimenticato,
infatti, che Paolo è un fanatico di Cristo e del suo Vangelo come lo
era del giudaismo (Gal 1,14) e di conseguenza si comporta. Nel merito
basti pensare allo spiacevole episodio di At 15,35-41, per rendersi
conto del modo drastico e comunque poco accomodante che egli teneva
con i suoi collaboratori. Ma l'elogio sperticato riservato a Timoteo
serve probabilmente a Paolo per dipingerlo presso i Filippesi come
una sorta di super uomo dalle grandi capacità morali e umane, di cui
gli stessi Filippesi, coinvolgendoli così nel suo giudizio, sono a
conoscenza.
La
presentazione di Epafrodito (vv.25-30)
Diversamente da Timoteo, Paolo “ritiene necessario” inviare Epafrodito ai Filippesi. L'aggettivo, che qui ho tradotto con “necessario” è “'Anagka‹on” (Anankaíon), che dice ben più di una semplice necessità, poiché significa “costretto”, che implica una sorta di forza maggiore, che non ti dà scelta. Quindi in qualche modo Paolo, carcerato in attesa di sentenza, è stato costretto a rimandare a casa Epafrodito, un personaggio che egli definisce brevemente, ma efficacemente, con cinque appellativi, che descrivono sia la sua figura che i suoi rapporti con Paolo. Egli è “fratello”, termine con cui nella chiesa antica si chiamavano tra di loro i credenti, benché qui, considerati i rapporti che Epafrodito aveva con Paolo, suona ben più di una persona che condivide la stessa fede di Paolo, ma assume anche contorni di affetto. Non a caso i Filippesi hanno scelto proprio lui per soccorrere Paolo in grave difficoltà, forse proprio per i suoi legami di profonda amicizia e reciproca stima. E, infatti, Paolo lo definisce anche “collaboratore” e, quindi, una persona che è ben conosciuta da Paolo e di cui egli si fida e sul quale egli conta nella diffusione del Vangelo, tant'è che qui Paolo va ben oltre definendolo addirittura “compagno d'armi”, cioè uno che non solo ha collaborato con Paolo, ma ci ha messo anche del suo, lottando personalmente assieme a Paolo per l'affermazione del Vangelo, rischiando di persona, ma probabilmente operando anche in autonomia nella predicazione e nella fondazione o gestione di comunità in parallelo e in consonanza con Paolo, affrontando rischi e pericoli. Un lottatore, insomma, come lo era Paolo.
Gli ultimi due appellativi coinvolgono direttamente i Filippesi e lasciano intravvedere il motivo della presenza di Epafrodito presso Paolo. Egli appartiene alla comunità di Filippi ed è un suo “inviato”, persona, quindi, scelta appositamente per svolgere ufficialmente un incarico a nome e per conto della comunità. Egli, infatti, è definito con il termine tecnico proprio dell'invio ufficiale, quello di “¢pÒstolon”(apòstolov, apostolo, inviato), la quale cosa dice anche la posizione di favore che Epafrodito godeva all'interno della sua comunità. Una reputazione che non aveva a che fare soltanto con la fiducia della comunità nei suoi confronti, ma anche con i suoi rapporti di affetto con questa comunità, la quale cosa apparirà meglio nei successivi vv.26-28.
L'ultimo appellativo è quello di “assistente della mia necessità”, che dice anche il motivo per cui Epafrodito fu inviato dai Filippesi, mentre i precedenti appellativi definiscono i particolari rapporti che legano Epafrodito a Paolo e che giustificano il suo invio. Paolo, infatti, nella sua condizione di carcerato aveva bisogno di vedere un qualche volto amico, che lo sostenesse nella sua lotta per il Vangelo; un qualche amico che avesse con lui combattuto e sofferto per la causa del Vangelo. Un sostegno, quindi, di tipo psicologico e morale, ma non solo. Paolo aveva bisogno anche di fondi per sostenere il suo processo e pagare la sua sussistenza, rendendo la sua carcerazione un po' meno dura. Lo ricorderà in termini più espliciti in 4,18a: “Ho ricevuto tutto e sovrabbondo; sono riempito, avendo ricevuto da Epafrodito i doni da voi”.
Se il v.25 attesta la decisione di Paolo di rimandare subito a casa Epafrodito, i vv.26-28 ne spiegano la motivazione: Epafrodito, giunto ad Efeso per visitare Paolo e portargli gli aiuti della comunità, si era ammalato gravemente, andando molto vicino alla morte, alla quale sfuggì miracolosamente, ristabilendosi in salute. Alla quale cosa Paolo ha dato una lettura teologica: Dio ha avuto compassione di Epafrodito salvaguardando in tal modo anche Paolo, che già soffriva per proprio conto.
Per questo motivo egli vuole restituire subito Epafrodito, guarito, alla sua comunità. Questi, infatti, era angustiato, perché sapeva che la sua comunità era al corrente della gravità del suo stato di salute, ma probabilmente non ne conosceva l'evoluzione. Per questo Paolo lo rimanda a casa, così che, vedendolo ristabilito in piena salute, ne gioissero insieme. Ma probabilmente il motivo non era soltanto umano, vi era anche un senso di responsabilità nei confronti di Epafrodito, non volendo rischiare ulteriormente la sua salute, usufruendo ancora dei suoi servizi.
Significativa è l'attestazione di Paolo che motiva l'invio di Epafrodito: “avete udito che (egli) era ammalato”. In quale modo una comunità può aver saputo della notizia circa il grave stato di salute del suo inviato? È probabile, se non certo, che Epafrodito non fosse giunto da Paolo, percorrendo centinaia di chilometri a piedi e per mare, portando con sé molti beni da solo. A parte la voluminosità di questi beni, che non conosciamo, ma che ci dovevano essere stati se Paolo in 4,18 attesta che ha ricevuto beni oltre misura. Certamente questi beni comprendevano anche del denaro che Epafrodito portava con sé. I rischi, quindi, d'imbattersi nei predoni non erano, all'epoca, una cosa eccezionale. Paolo stesso ne dà testimonianza in 2Cor 11,26, dove attesta i “pericoli di briganti” in cui egli era incorso o rischiava ogniqualvolta che si metteva in viaggio; lo stesso Giuseppe Flavio sia in Guerra Giudaica che in Antichità Giudaiche racconta delle lotte che i Romani e con loro Erode combatterono duramente per sgominare bande di briganti, che infestavano vaste aree dell'impero e del regno. Pericoli che lo stesso Lc 10,30-35 attesta con la sua stupenda parabola, che racconta la quotidianità della vita dell'epoca, allorché un uomo discendeva da Gerusalemme a Gerico, incappando nei briganti.
È probabile, se non certo, quindi, che Epafrodito fosse accompagnato da altre persone. Furono probabilmente queste, ritornate alla comunità, ad informarla dello stato di salute di Epafrodito. La comunità, quindi, fu messa in allarme, ma non sapeva come le cose si erano evolute. Da qui la decisione di Paolo di rimandare Epafrodito alla sua comunità, perché, da un lato, ne constatassero la guarigione; dall'altro, non voleva sottoporre Epafrodito ad altri sforzi, costringendolo al suo servizio.
Non
manca, a chiusura della presentazione dei suoi inviati alla comunità,
l'esortazione ad accoglierli benevolmente e con ogni riguardo, non
solo perché sono suoi inviati e rappresentanti, ma altresì perché
sono persone eccezionali, tutte dedite alla causa del Vangelo (v.29).
Parte
conclusiva dell'originaria lettera ai Filippesi (3,1a+4,2-9.21-23)
Testo a lettura facilitata
Raccomandazione finale (3,1)
3,1- Per il resto, fratelli miei, state lieti n(el) Signore. (Scrivervi le stesse cose a me non (infonde) timore, ma a voi (infonde) sicurezza).
Esortazioni finali (4,2-9)
2-
Esorto Evodia ed esorto (anche) Sintiche di pensare allo stesso modo
n(el) Signore.
3-
Si, prego anche te, vero compagno, aiutale, queste hanno combattuto
con me n(el) vangelo e con Clemente e gli altri miei collaboratori,
i cui nomi (sono) n(el) libro (della) vita.
4-
Gioite sempre n(el) Signore; (lo) dico di nuovo: gioite.
5-
La vostra moderazione sia nota a tutti gli uomini. Il Signore (è)
vicino.
6-
Non angustiatevi in nessun modo, ma in tutto, con preghiera e
supplica, con rendimento di grazie siano rese note le vostre
richieste presso Dio.
7- E
la pace di Dio, che sovrasta ogni intelligenza, custodisca i vostri
cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
8-
Quanto al resto, fratelli, tutto ciò che è vero, tutto ciò che (è)
santo, tutto ciò che (è) giusto, tutto ciò che (è) puro, tutto
ciò che (è) amorevole, tutto ciò che (è) di buona fama, se (vi è)
una qualche virtù e se (vi è) una qualche lode, pensate queste
cose.
9-
E quelle cose che avete imparato, che avete ricevuto e ascoltato e
veduto in me, tutte queste cose fate(le). E il Dio della pace sarà
con voi.
Saluti finali (4,21-23)
21-
Salutate ogni santo in Cristo Gesù. Vi salutano i fratelli (che
sono) con me.
22-
Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare.
23-
La grazia del Signore Gesù Cristo (sia) con il vostro spirito.
Note generali
Paolo,
dopo aver raccontato le sue vicende di carcerato in attesa di
sentenza, che poteva essere anche capitale (1,12-30), esortando tutti
all'unità e all'obbedienza sull'esempio di Cristo (2,1-18); e dopo
aver comunicato che intende inviare presso la comunità sia Timoteo
che Epafrodito, per avere sue notizie con Timoteo e perché questa si
rassicurasse sulla salute del loro Epafrodito (2,19-30), Paolo, ora,
si avvia a chiudere l'originaria lettera ai Filippesi
(1,1-30+3,1a+4,2-9.21-23)
con tre passaggi: a) raccomandazione finale (3,1a); b)
esortazioni finali (4,2-9); c) i saluti finali.
Commento ai vv.
3,1a+4,2-9.21-23
Raccomandazione finale (v.3,1a)
Il v.3,1 è scandito in due parti: nella prima (3,1a) vi è un generico richiamo al “resto” (TÕ loipÒn, tò loipón, per il resto) espressione con la quale Paolo, in genere, crea uno stacco netto con quanto fin qui detto per introdurre un altro argomento15, che nulla più ha a che fare con quanto detto in precedenza. Il senso è, quindi, conclusivo e serve qui per far capire al lettore che egli si sta avviando alla conclusione della lettera.
Con il termine “resto” Paolo intende tutto ciò che non è stato trattato nella presente lettera e che, comunque, abbraccia l'intera vita comunitaria e personale, che deve essere vissuta in entrambi i casi sotto l'egida della “letizia” e della “gioia” indipendentemente dalle situazioni in cui ogni singolo credente è chiamato a vivere, sia comunitariamente che individualmente. La gioia e la letizia devono, quindi, contraddistinguere il vivere proprio del credente, così che egli possa brillare in mezzo al buio di una società perversa e degenere, che tale è perché ha rifiutato Dio dalla propria vita e si rifiuta di riconoscerlo quale suo Signore (2,15). Il motivo di questa letizia e di questa gioia e le modalità con cui viverle Paolo le preciserà subito in 4,4-7.
Quanto
alla seconda parte di questo versetto (v.3,1b), che nel testo ho
evidenziato mettendolo tra parentesi, scorporandolo, quindi, dal
resto, questo va a costituire la parte introduttiva di una sezione di
un'altra lettera, che occupa l'intero cap.3 (3,1b-4,1), che il
redattore finale di questa canonica Lettera ai Filippesi ha accorpato
all'originaria Lettera ai Filippesi (1,1-30+3,1a+4,2-9
+4,21-23), che stiamo analizzando. Questa
seconda parte del v.3,1, pertanto, verrà presa in considerazione in
seguito.
Esortazioni
finali (4,2-9)
Questa breve sezione conclusiva (4,2-9) contiene sei esortazioni. La prima (vv.2-3) riguarda una situazione interna alla comunità, in cui sono coinvolti personaggi di un certo spessore, di alcuni dei quali Paolo riporta il nome; le altre cinque esortazioni (vv.4-9), benché distinte tra loro sono accomunate tutte da un minimo comune denominatore, che potremmo sintetizzare in un'unica esortazione: “vivete nel Signore in conformità del Vangelo e tra di voi dimorerà la sua benedizione”; esortazione della quale le altre cinque costituiscono le varie sfaccettature.
La prima esortazione (4,2-3) è quella che probabilmente più sta a cuore a Paolo, poiché rientra nel più ampio quadro complessivo di problemi che affliggono la comunità di Filippi, cui ha dedicato le sue attenzioni in 2,1-18, dove si esorta tutti a pensare allo stesso modo, ad avere lo stesso amore reciproco, ad essere unanimi, pensando tutti in modo univoco, rilevando, quale filo conduttore che lega il tutto, l'obbedienza, intesa non come sottomissione all'altro, ma come forma di collaborazione e di servizio agli altri per il bene comune, mettendo da parte se stessi, avendo come parametro di raffronto Cristo stesso.
È su questa esortazione all'unità e al “pensare allo stesso modo”, espressione quest'ultima che Paolo mutua sostanzialmente identica da 2,2a, facendo così rientrare questo specifico caso nel richiamo generale di 2,1-18, che Paolo esorta Evodia e Sintiche di “pensare allo stesso modo nel Signore”.
Non è difficile capire che queste due dovevano essere donne molto energiche, che hanno saputo guadagnarsi la fiducia di Paolo, ponendosi al suo fianco nella lotta per l'affermazione del Vangelo, esponendosi a dei rischi in prima persona, quasi certamente primeggiando all'interno della comunità, e come, proprio per la loro energia e la loro focosità, fossero entrate in conflitto o quanto meno in disaccordo tra loro. A queste due donne, comunque esemplari e lodevoli per il loro impegno a favore del Vangelo, Paolo rivolge la sua attenzione esortandole a “pensare allo stesso modo n(el) Signore”. In altri termini ricorda loro che tutte due stanno lavorando per la stessa causa del Vangelo e di conseguenza di ricomporre le loro puntigliose divergenze, alimentate dal loro orgoglio, nel Signore e di abbassare i toni, perché tutte due e tutti, come loro, stanno lavorando, diremmo noi, per la stessa “parrocchia” e a questo devono pensare: collaborare nel Signore e per il Signore, mettendo da parte loro stesse, il proprio ego per dare spazio al Signore e al bene comune.
Ma Paolo doveva conoscere bene queste sue due collaboratrici e ne conosceva la loro determinazione e il loro impeto, per questo egli si rivolge anche a “te, vero compagno” (4,3a). Quest'ultima espressione lascia alquanto perplessi, poiché all'anonimo “te” Paolo doveva far seguire il nome, per sapere a chi stava rivolgendo la sua richiesta di aiuto per le due donne, mentre il testo greco si limita a riportare l'appellativo di questo anonimo personaggio: “gn»sie sÚzuge”.(ghnésie sízighe), cioè “vero compagno”. Di conseguenza due sono le cose: o questo tale era conosciuto all'interno della comunità come il privilegiato e inconfondibile collaboratore di Paolo, che egli fregia con l'attributo di “gn»sie” (ghnésie, vero, leale), per cui non serviva specificarne il nome; o, cosa più credibile, quel “sÚzuge”(sízighe) in realtà è un nome proprio e va letto come “Sìzighe”, che significa “Collaboratore”, così come “Evodia” significa “Buon cammino” e “Sintiche” “Incontro”.
Tutti credenti, comunque, che si sono spesi senza risparmio per il Vangelo, rischiando la propria vita. Per questo Paolo accomuna tutti in pari modo nell'unica ricompensa, che vede i loro nomi inscritti nel Libro della Vita. Un'espressione questa che troviamo nel N.T. soltanto qui, se si esclude il particolare libro dell'Apocalisse, dove l'espressione ricorre altre cinque volte. Ed è significativo come la formula ricorra prevalentemente nell'Apocalisse, che, come dice il termine stesso, significa rivelazione, manifestazione di eventi futuri, escatologici, che qui assumono un particolare significato, poiché Paolo, alla pari di tutta la chiesa del I sec., è convinto che l'avvento del Signore e la fine della storia con l'instaurazione del Regno di Dio siano, più che imminenti, incombenti (Rm 13,12; 1Cor 7,29-31; Fil 4,5b; Gc 5,9b). Ma altresì consente di intravvedere come l'agire nel proprio oggi per il Signore o, peggio, contro di lui, abbia un diretto e concreto riflesso nell'aldilà, dove la vita, sia pur in modo e in forma diversi, continua, lasciando così intuire come il proprio aldilà si costruisce già fin d'ora, hinc et nunc. E forse nell'aldilà non ci saranno grandi sorprese sulla propria sorte, poiché si sarà pienamente, totalmente e definitivamente ciò che si è stati qui.
Seguono, ora, altre cinque esortazione (4,4-9), che tracciano il cammino esistenziale di ogni credente. Esse sono tutte poste sotto l'egida dell'imminente parusia del Signore, che risuona imperativa in quel grido: “Il Signore è vicino”, che richiama a sua volta quello di Gc 5,9b: “Ecco, il giudice è alle porte”; o quello della parabola delle cinque vergini stolte e cinque sagge (Mt 25,1-13): “Ecco lo sposo, andategli incontro!” (Mt 25,6). Tutte grida che sottolineano l'imminenza della venuta del Signore, che deve spingere i credenti a riparametrare il proprio modo di vivere su questa imminenza, adottando comportamenti conformi al Vangelo, perché tale venuta sia per tutti una gioia e non li trovi addormentati nelle cose della quotidianità, dimentichi di Dio, se non contro Dio.
La prima esortazione (4,4-5) riguarda due aspetti generali, che devono caratterizzare e contraddistinguere il modo di vivere di ogni credente: la gioia e la morigeratezza del vivere.
Quanto alla gioia, Paolo insiste notevolmente su questa con quel “ve lo dico di nuovo”, sottolineandone l'importanza nel vivere credente; un'importanza che viene subito rafforzata da un'esortazione dai toni imperativi: “gioite!”. Una gioia, il cui termine greco corrispondente è “c£rij” (cáris), che significa anche “grazia” ed è, quindi, in qualche modo legata a questa, dove per grazia ha da intendersi la benevolenza misericordiosa di Dio posta benedicente sul credente, che lo rende fin d'ora partecipe della sua stessa Vita, premessa e promessa di Eternità.
La gioia, pertanto, non va intesa come un effimero sentimento umano, ma esprime il senso della pienezza del vivere credente, che accende in lui la speranza, che lo spinge sempre ad andare oltre alle cose della quotidianità, ai loro fastidi, alle loro sofferenze e ai loro dolori, guardando ad un futuro che si sta compiendo per lui e in lui, giorno per giorno, e che trova il suo vertice in quel grido escatologico: “Il Signore è vicino!” e che farà esclamare esclamare San Francesco: “Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena m'è diletto”. Un'espressione questa che parafrasa Rm 8,18: “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi”. L'imperativo, infatti, è “gioire sempre”, dove quel “sempre” dice in ogni situazione e in ogni circostanza, in cui il credente viene a trovarsi, poiché il “gioire” del credente non è legato ad un sentimento fugace, causato dall'occasionale andamento favorevole delle cose, ma fonda su Dio stesso, che gli ha promesso cieli nuovi e terra nuova, dove non vi è più morte né pianto (Ap 21,1-5). La gioia, quindi, per il credente più che un sentimento è uno stato di vita, che troverà la sua pienezza definitiva nell'eternità di Dio, che il credente è chiamato a vivere in un “già, ma non ancora”, ma che sta costruendo qui, giorno per giorno, conformando il proprio vivere quotidiano al Vangelo di Cristo, suo Signore, Parola eterna del Padre. Tutta la sua vita, quindi, acquista senso e il suo vivere è comprensione di una vita in e per Dio, che lo spinge a guardare le cose dalla sua prospettiva, spingendosi oltre alle realtà terrene già fin d'ora. Per questo l'autore di Col 3,1-2 esorta la sua comunità a cercare e a pensare alle cose di lassù e non a quelle della terra. Un'esortazione che ha fatto propria anche l'anonimo autore della Lettera a Diogneto (200 d.C. circa) nel descrive il vivere proprio dei cristiani: “Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi” (Diogn. 5,8-10).
La gioia non è euforia, che è uno stato effimero di esaltazione psichica, un fuoco di paglia, ma si esprime in una vita morigerata. Che cosa questa significhi lo dice bene il termine greco “™pieik»j” (epieikés), ricco di significati, che qui ho tradotto con “moderazione”, ma che significa anche “equità, clemenza, mitezza, bontà”. Termini questi che delineano il quadro esistenziale entro il quale il credente è chiamato a muoversi ed operare e che deve caratterizzare il suo modus vivendi.
La seconda esortazione (4,6) trae le conseguenze dall'invito pressante a gioire, che nasce, come s'è visto, dalla coscienza del proprio stato di vita, partecipe della vita stessa di Dio e delle sue promesse, che aprono il credente alla speranza, che alimenta in se stesso la sua fiducia in Dio, rimettendosi nelle sue mani, sull'invito dello stesso Salmista, che, riflettendo su se stesso e sul suo rapporto con Dio, giunge a concludere: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia” (Sal 130,2). E Paolo, muovendosi sulla stessa intonazione, sollecita i suoi Filippesi a non angustiarsi di niente, ma di rimettere tutto nelle mani del Padre, sull'esortazione stessa del Gesù matteano, che rivolto alla sua comunità di ricchi benestanti e dediti agli affari, sollecita: “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,31-33), stabilendo la priorità della propria vita: prima Dio, da cui tutto discende e che tutto provvede.
L'esortazione a non angustiarsi, assolutizzata da quel “mhdšn” (medén, in nessun modo, per niente), che esclude ogni forma di angustia dal proprio vivere, viene rafforzata da tre solleciti: la preghiera, questo costante orientamento esistenzialmente al Padre, così “come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (Sal 122,2), che trasforma la propria vita in un dialogo fiducioso verso il Padre, ma che, talvolta, abbisogna di una maggiore intensità, trasformando la preghiera in supplica, che percepisce tutta la distanza che intercorre tra Dio e il credente, che sente tutta la sua indegnità e tutta la sua fragilità, ma che comunque e proprio per questo, si affida nelle mani di un Dio che egli sente e vive come Padre. Preghiera e supplica radicate e alimentate dalla quotidianità del proprio vivere rivolto a Dio, trasforma la propria vita in una liturgia di lode e di ringraziamento al Padre, che fa della propria vita il luogo della “pace di Dio”, che non solo dice riconciliazione, ma altresì appagamento di ogni bisogno. Lo aveva ben compreso sant'Agostino, uno spirito inquieto, che ritrovò la sua pace e il suo appagamento in Dio, spiegandone anche il motivo: “Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” (Confess. 1, 1, 1 )16. Una pace, dunque, che è il sigillo di garanzia della presenza di Dio nel credente, che in Lui trova la sua speranza, in Lui confida e in Lui si affida, così che nessuna angustia lo può turbare, affinché la sua gioia sia piena.
Benché i vv.8.9, introdotti da quel “TÕ loipÒn” (Tò loipón, Per il resto), creino uno stacco da quanto fin qui detto, avviando il lettore alla conclusione della lettera, ho preferito, comunque, associarle alle esortazione di 4,2-7, poiché, in ultima analisi, anche questi due versetti contengono delle esortazioni, che in senso generico inglobano e ricomprendono l'intera esistenza del credente, che viene esortato a frequentare e a vivere nella dimensione di tutto ciò che è bene, il mondo delle virtù, che altro non sono che le varie e innumerevoli sfaccettature dell'unica Virtù e dell'unico Bene, che è Dio stesso, quasi a voler incentivare i Filippesi a riprodurre nella propria vita Dio stesso, così che il proprio vivere manifesti e testimoni Dio stesso. Il v.8 contiene un elenco di queste virtù, che si conclude con un'esortazione: “pensate queste cose”, come dire “nutritevi di queste cose, metabolizzatele”, fatele vostre così che diventino parte di voi.
Ma se il v.8 propone
in modo astratto delle virtù, quali mete da raggiungere e da
incarnare nella propria vita, ma non dice come, il v.9 con quel
ripetuto termine “cose” e con quei verbi che si richiamano alle
capacità intellettive e sensoriali dei Filippesi, propone esempi
concreti di incarnazione del Bene. Sono quelle “cose” che i
Filippesi hanno imparato, ricevuto, ascoltato, veduto in Paolo
stesso, che qui si propone quale esempio di Bene incarnato, poiché
non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui (Gal 2,20b), così
che per lui vivere è Cristo (1,21a), creando in tal modo una sorta
di comunione osmotica tra lui e Cristo, che va ben oltre ad una
semplice identificazione.
Saluti
finali
(4,21-23)
La formula dei saluti sostanzialmente non varia rispetto alle altre lettere. Qui i saluti sono indirizzati, in senso generico, “ad ogni santo in Cristo Gesù” della comunità di Filippi, espressione questa in cui riecheggiano in qualche modo i saluti iniziali, rivolti, anche questi in senso generale a “tutti i santi in Cristo Gesù” (1,1a). Tuttavia è significativo il passaggio dal generico e iniziale “a tutti i santi” a “ogni santo” di questi saluti finali, quasi che Paolo voglia affettuosamente stringere a sé, uno ad uno, ogni singolo credente, quale suo figlio generato in Cristo. Questa sorta di affettuosa personalizzazione dei suoi saluti è dovuta forse al fatto che Paolo è in carcere in attesa di sentenza, che può essere anche capitale, così che, se tale fosse, non avrebbe più possibilità né di incontrare né di salutare i suoi amatissimi Filippesi, così che in quei saluti, che abbracciano ogni singolo componente la comunità, va letto, a mio avviso, una sorta di addio, di un ultimo abbraccio.
Ai saluti personali Paolo aggiunge anche quelli dei suoi collaboratori, lì presenti con lui, e di tutti i membri della comunità che lo ospita, nella fattispecie quella di Efeso, da dove scrive questa lettera, ai quali aggiunge altresì “quelli della casa di Cesare”, cioè gli addetti ai servizi del pretorio, dove Paolo probabilmente è rinchiuso in attesa di sentenza e dove, probabilmente gode anche delle attenzione dei fratelli che qui lavorano e che si uniscono ai saluti di tutti gli altri.
È particolarmente significativo questa coralità di saluti che “tutti i fratelli” di una comunità inviano all'altra, creando una sorta di rete ecclesiale, che evidenzia l'ecclesialità, che accomuna tutti i credenti nell'unica chiesa, che crede nell'unico Cristo.
I
saluti finali si chiudono con una formula benedicente, che ritroviamo
identica, quasi a mo' di firma, anche in 1Ts 5,28; 2Ts 3,18; Gal 6,18
e Fm 1,25.
Sezione di
una lettera andata perduta
e
accorpata all'originaria Lettera
ai
Filippesi (3,1b-4,1)
Testo
a lettura facilitata
Messa in guardia dai nemici della croce di Cristo (3,1b-3)
1b- Scrivervi le stesse cose a me non (infonde) timore, ma a voi
(infonde) sicurezza.
2-
State attenti ai cani, state attenti ai cattivi operai, state attenti
alla mutilazione.
3-
Siamo noi la circoncisione, quelli che rendono culto allo Spirito di
Dio e si gloriano in Cristo Gesù e non confidano n(ella) carne,
Paolo ricorda il suo passato, in cui si gloriava (vv.4-6)
4-
quantunque avendo io fiducia anche n(ella) carne. Se qualcun altro
pensa di confidare n(ella) carne, io di più:
5-
circonciso all'ottavo giorno, dalla stirpe di Israele, (dalla) tribù
di Beniamino, Ebreo da Ebrei, Fariseo secondo la Legge,
6-
secondo (lo) zelo, persecutore della chiesa; secondo la
giustificazione, che è nella Legge, irreprensibile.
Un passato che egli ha rinnegato per la sublimità della conoscenza di Cristo (vv.7-8)
7-
[Ma] quelle cose che erano per me un guadagno, queste reputo una
perdita a motivo di Cristo.
8-
Ma senza alcun dubbio stimo anche che tutte le cose siano una perdita
a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio
Signore, a motivo del quale tutte le cose (le) ho fatte una perdita,
e (le) stimo escrementi, affinché guadagni Cristo
Le motivazioni di una scelta drastica e radicale a favore di Cristo (vv.9-11)
9- e
sia trovato in lui, non avendo una mia giustizia, che (proviene)
d(alla) legge, ma che (provenga) per mezzo della fede di Cristo,
quella giustizia (che proviene) da Dio, (fondata) sulla fede,
10-
(quella) del conoscere lui e la potenza della sua risurrezione e (la)
comunione [dei] suoi patimenti, conformandomi alla sua morte,
11-
se in quale modo giungerò alla risurrezione dai morti.
La corsa di Paolo verso una meta che ancora non possiede pienamente e definitivamente (vv.12-16)
12-
Poiché non ho già raggiunto (la meta), non sono già compiuto, ma
(la) inseguo se mai (la) prendessi, per la quale cosa anch'(io) fui
preso da Cristo [Gesù].
13-
Fratelli, io stesso non reputo di aver(la già) presa; ma una cosa
(penso): dimenticando ciò (che mi sta) dietro e protendendo(mi) a
ciò che mi sta davanti,
14-
corro per la meta verso il premio della chiamata di Dio, lassù, in
Gesù Cristo.
15-
Tutti quanti (noi, i) perfetti, pensiamo questo; e se pensate
qualcosa di diverso, anche questo Dio ve (lo) rivelerà;
16-
nondimeno, verso ciò cui siamo già giunti, (in) questo camminiamo
uno dopo l'altro.
Paolo pone come esempio di corsa se stesso e quelli come lui (vv.3,17-4,1)
17-
Fratelli, insieme diventate miei imitatori e osservate quelli che
così camminano come avete l'esempio (in) noi.
18-
Molti, infatti, camminano, quelli di cui spesso vi dicevo, ma ora
(lo) dico piangendo, (sono diventati) nemici della croce di Cristo,
19-
la cui fine (sarà la) perdizione, il cui dio (è) il ventre e la
(loro) gloria (è) nella loro vergogna, quelli che hanno in animo
(solo) le cose della terra.
20-
Infatti la nostra cittadinanza è nei cieli, dalla quale anche
aspettiamo ansiosamente (il) salvatore, Signore nostro Gesù Cristo,
21-
il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione conforme al
corpo della sua gloria, secondo l'efficacia del potere che egli (ha)
anche di sottomettere a se tutte le cose.
4,1-
Così, fratelli miei, carissimi e desiderati, mia gioia e corona,
così rimanete saldi n(el) Signore, carissimi.
Note
generali
Già lo si è detto sopra17 come lo stacco netto tra 3,1a e 3,1b-2 e similmente tra 4,1 e 4,2, delineino tra loro un'intera sezione a se stante, 3,1b-4,1, che nulla ha a che vedere con l'originaria Lettera ai Filippesi (1,1-30+3,1a+4,2-9+4,21-23), ma che qui è stata inserita dal redattore finale probabilmente perché non andasse perduta.
Due sono i temi di questa sezione tra loro strettamente concatenati: il primo (3,1b-11) non è nuovo, ritrovandolo sostanzialmente identico sia nella Lettera ai Galati che in 2Cor 10,1-12,10 e riguarda prevalentemente gli avversari di Paolo, i giudeocristiani giudaizzanti; il secondo tema (3,12-4,1), inusuale, costituisce una novità in Paolo, che disquisisce sull'incertezza della sua stessa salvezza, non reputandosi ancora salvo, ma che proprio per questo egli si sente obbligato ad un sempre maggior impegno, sollecitando i suoi a diventare suoi imitatori (v.17), rimanendo saldi nel Signore (4,1).
Ho definito questa incertezza circa la salvezza come una cosa inusuale per Paolo, poiché egli, proprio qui in Fil 1,21 esclamava con sicurezza entusiastica che “Per me, infatti, il vivere (è) Cristo e il morire un guadagno”, ritenendosi certo, con il suo morire, di unirsi definitivamente al suo Signore (1,23); e così similmente, ma con più ferma certezza, in 2Tm 4,7-8a, rivolgendosi a Timoteo, attesta: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno”. Ma si comprenderà subito come questi dubbi di Paolo sulla sua personale salvezza altro non sono che uno stimolo e un motivo di riflessione per i suoi Filippesi, affinché non demordano dalla fede, lasciandosi traviare dalle sirene del mondo pagano e da quelle del mondo giudeocristiano giudaizzante e dalle defezioni, che dovevano esserci state all'interno della comunità (v.18). Attenzione, dunque, poiché l'aver aderito a Cristo non è garanzia di salvezza, se non si persevera nella fede in lui. La salvezza finché si è in questo mondo può essere solo sperata, poiché si vive in una condizione di “già salvati” per la fede, ma “non ancora” in modo definitivo.
Il
passaggio dal primo al secondo tema è operato dal v.11, che proprio
parlando della risurrezione di Paolo, conseguente al suo vivere,
patire e morire con Cristo (3,10), svilupperà il tema di una
salvezza in cui lui spera e che non ha ancora definitivamente
raggiunto, così che egli, dimentico del suo passato di giudeo e
persecutore di Cristo nella sua Chiesa, è ora tutto proteso in
avanti verso Cristo, la sua meta finale.
La sezione è particolarmente elaborata e complessa nello sviluppo del pensiero, che ho cercato di scandire nei suoi diversi passaggi, per cui si avrà il seguente schema:
Messa in guardia dai nemici della croce di Cristo (3,1b-3):
Paolo ricorda il suo passato, in cui si gloriava (vv.4-6);
Un passato che egli ha rinnegato per la sublimità della conoscenza di Cristo (vv.7-8);
Le motivazioni di una scelta drastica e radicale a favore di Cristo (vv.9-11);
La corsa di Paolo verso una meta che ancora non possiede pienamente e definitivamente (vv.12-16);
Paolo pone come esempio di corsa se stesso e quelli come lui (vv.3,17-4,1).
Uno
sviluppo di pensiero, che pur nella sua complessità, possiede una
sua profonda unità interna. Paolo, infatti, partendo dalla messa in
guardia dai pericoli per la fede (vv.3,2), derivanti in particolar
modo dal giudeocristianesimo giudaizzante, rappresentato qui sia dai
suoi propugnatori che dai suoi proseliti (3,2), porta se stesso,
anche lui giudeo secondo la carne, quale esempio di rinuncia a
questo, che ritiene feccia rispetto alla sublimità della conoscenza
di Cristo (vv. 3,3-11). Così che egli si presenta ai Filippesi come
modello di chi corre verso la meta finale, che è lo stesso Cristo
glorioso, ma di fare attenzione poiché questa meta non è stata
ancora acquisita né da lui né dai Filippesi e il rischio di
perdizione è concreto (3,12-21). Di conseguenza è necessario per
loro, come per lui, rimanere saldi nel Signore (4,1).
Commento
alla sezione 3,1b-4,1
Messa in guardia dai nemici della croce di Cristo (vv.1b-3)
Il v.1b funge da preambolo introduttivo all'intera sezione e si apre con una precisazione: Paolo intende qui riprendere in mano un problema che è diffuso presso le sue comunità e che probabilmente ha già coinvolto in qualche modo anche i Filippesi (v.18). Parlarne più volte non gli crea nessun timore, anzi, probabilmente lo rassicura, perché gli dà modo di stendere e rafforzare una sorta di rete protettiva intorno a loro, mettendoli continuamente in guardia dai pericoli che corrono, dando loro così modo di elaborare le sue raccomandazioni, infondendo loro sicurezza. È in fondo il comportamento del buon padre di famiglia, che mai si stanca di richiamare i propri figli sempre sulle stesse cose, così da rafforzarne l'attenzione e la volontà, seguendo la logica del repetita iuvant.
Il v.2 enuncia in modo sferzante il pericolo che è sempre incombente su di loro: “State attenti ai cani, state attenti ai cattivi operai, state attenti alla mutilazione”. Per ben tre volte, in modo martellante ed ossessivo, viene ripetuto quel “blšpete” (blépete, state attenti), quasi a voler sollecitare le menti e i cuori dei Filippesi, accentrando la loro attenzione su ogni singolo pericolo qui esposto. Tre, quindi, sono le categorie di pericoli da cui essi devono guardarsi: i “cani”, appellativo con cui il giudaismo soleva stigmatizzare in modo dispregiativo i pagani, che considerava impuri alla stregua dei cani, animali che si cibano di cose immonde.
L'esortazione del guardarsi dai “cani”, cioè dai pagani, non era peregrina, poiché i Filippesi erano anche loro, fino a poco tempo prima, dei pagani, ne avevano acquisito la mentalità ed erano stati educati ai loro valori e al loro modo di vivere. Vivevano, poi, in seno ad una società pagana, da cui provenivano e in cui intrattenevano ancora rapporti e legami affettivi con parenti, amici, conoscenti, che ancora erano pagani e come tali si comportavano e non sempre ben vedevano la scelta dell'altro, che rischiava in tal modo di mettere a repentaglio la sua fede, conformandosi al loro modo di vivere, che è stato, per altro, anche il suo fino a non molto tempo prima.
Una condizione di vita non sempre facile per il credente, se non conflittuale, come ci testimonia Lc 12,52-53, parlando della condizione dei credenti in seno alle loro famiglie, se non peggio all'interno della stessa società pagana: “D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”. E così similmente, per quanto riguarda il mondo giudaico, Giovanni attesta come coloro che si convertivano a Cristo, divenendone discepoli, erano espulsi dalla sinagoga, la quale cosa equivaleva ad una sorta di morte civile (Gv 9,22; 12,42). Facile, dunque, farsi influenzare e cedere sotto la pressione sociale.
Il pericolo, quindi, di defezione e di abbandono della nuova fede o del suo annacquamento, in una società ancora altamente pagana, era reale. Un pericolo che Paolo farà presente, con le lacrime agli occhi, al v.18: persone credenti, che di fatto nella loro vita si comportano come nemici della croce di Cristo.
Guardarsi, dunque, dai “cani”. Un pericolo che in vario modo verrà sottolineato anche in 1Cor, dove vigeva ancora una certa libertà nei costumi sessuali (5,1-13); dove ancora ci rivolgeva ai tribunali pagani, trascinando il proprio fratello di fede per essere giudicato da pagani (6,1); o si praticava con disinvoltura la prostituzione (6,15-18), mentre altri frequentavano ancora le mense dei templi pagani, senza curarsi dello scandalo che creavano nei fratelli più deboli nella fede (8,1-13); o, senza distinguere il sacro dal profano, si accingevano alla celebrazione della Cena del Signore gozzovigliando e bisbocciando, perpetrando il comportamento che essi tenevano presso le mense dei templi pagani (11,20-30).
Il pericolo, quindi, di continuare a vivere in modo paganeggiante c'era. Da qui l'esortazione “State attenti ai cani”.
Il secondo pericolo proveniva dai “cattivi operai”, appellativo che Paolo aveva affibbiato ai suoi avversari, i predicatori giudeocristiani giudaizzanti, definendoli in 2Cor 11,13, da dove probabilmente viene mutuata l'espressione “cattivi operai”: “falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo”, sostenitori del mosaismo, ancora legati, quindi, alla Legge mosaica. Questi affermavano che per accedere alla salvezza portata da Cristo era necessario aderire prima a Mosè, facendosi circoncidere (At 15,1), togliendo di fatto ogni efficacia salvifica all'evento Cristo.
Ed è proprio su questo terzo pericolo, la circoncisione, che qui Paolo in termini spregiativi chiama “mutilazione”, poiché veniva tagliato il prepuzio del pene, quale segno di appartenenza ad Israele (Gen 17,10-11; Lv 12,3), che Paolo lancia il suo terzo “blšpete” (blépete, state attenti).
Farsi circoncidere equivaleva rinnegare Cristo e confidare per la propria salvezza nella Legge mosaica, che Paolo considera soltanto un duro pedagogo che ha accompagnato Israele fino a Cristo, ma poi è decaduto alla sua venuta (Gal 3,24-25). Voler, quindi, insistere nell'ottenere la propria salvezza con la Legge anziché con la sola fede in Cristo, equivaleva perdersi. Paolo non userà mezzi termini sulla questione e impegnerà tutta la sua autorità apostolica nel condannare chi, tra i Galati, si faceva circoncidere: “Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,2-4). Una durezza, quella di Paolo che comparirà anche in Gal 5,12 dove, senza mezzi termini, esorta i sostenitori della circoncisione a farsi recidere, già che ci sono, non soltanto il prepuzio, ma anche i loro genitali. Il verbo usato in Gal 5,12, infatti, non è quello proprio della circoncisione, “katatšmnw” (katatémno) o “peritšmnw” (peritémno), ma “apokÒptw” (apokópto), che significa recidere, mozzare, mutilare, asportare. Il riferimento era inequivocabile. Ma quando c'è di mezzo Cristo e il suo Vangelo, Paolo non va molto per il sottile.
Se la circoncisione era il segno inequivocabile dell'appartenenza al popolo d'Israele, erede delle promesse, ora, attesta Paolo, vi è una nuova forma di circoncisione, di cui quella precedente era solo un segno, un'ombra di quella futura, come ricorderà l'autore di Eb 10,1a: “la legge possiede solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose”; e similmente Col 2,17: “Tutte cose queste sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo!”. E Paolo rimarcherà ancor più vistosamente il radicale capovolgimento che la novità dell'evento Cristo ha operato sulla Legge, ricollocando i nuovi credenti sotto l'egida non più della lettera, ma dello Spirito Santo, così che “Giudeo non è chi appare tale all'esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio” (Rm 2,28-29), mentre in Rm 8,14 attesterà che solo coloro che sono guidati dallo Spirito sono i veri figli di Dio. I veri circoncisi, dunque, sono i nuovi credenti, quelli che hanno ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, quale caparra di Vita eterna (2Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14).
Se, dunque, il vero figlio di Dio è qualificato tale dallo Spirito e tutto in Cristo è stato operato e posto sotto l'egida dello Spirito (Gv 1,32-33; 3,34; 6,63b), anche il modo di rapportarsi a Dio, che trova il suo vertice nel suo culto, ha subito una radicale trasformazione. Un culto che non avviene più nel Tempio e per mezzo di innumerevoli sacrifici, ma nel cuore e nello spirito del credente, che lo celebra nella quotidianità della sua vita, circoncisa dallo Spirito, conformando il proprio vivere secondo i suoi dettami. Questa per Paolo è la vera circoncisione, di cui la precedente era solo un segno e un preannuncio della futura, che non veniva impressa nella carne, ma nel cuore di ogni credente, facendolo nuova creatura del nuovo mondo, posto sotto il segno dello Spirito.
Un cambiamento radicale, che ha travasato il culto di Dio dal Tempio alla vita stessa del credente, dove le vittime sacrificali a Dio gradite non sono più le offerte, gli olocausti e gli animali, ma il credente stesso, che nella sua vita diviene vittima e sacerdote offerente se stesso a Dio. “È questo - concluderà Paolo - il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
Un radicale cambiamento attestato anche dal Gesù giovanneo alla Samaritana, che gli chiedeva in quale tempio si dovesse adorare Dio: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. […] Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,21.23).
Vero culto gradito al Padre, quindi, è quello che si celebra nella quotidianità della propria vita, conformata per mezzo della fede alla volontà di Dio (Rm 12,2), che trova la sua manifestazione e il suo supporto nel suo Spirito (Gv 14,26; 15,26; 16,13), che Egli ha donato a Cristo e in lui a tutti coloro che si gloriano del suo nome, facendosi esistenzialmente suoi discepoli.
Lo
Spirito, dunque, e non la carne, che si esprime nella Legge,
qualifica il nuovo credente.
Paolo ricorda il suo passato, in cui si gloriava (vv.4-6)
Lo sferzante “State attenti” nei confronti dei pericoli che provengono sia dal mondo pagano che da quello giudeocristiano, ancora legato al mosaismo, di cui segno inequivocabile di appartenenza è la circoncisione, non doveva essere stato sufficiente per alcuni (v.4b), i quali, probabilmente affascinati dalla loquela dei predicatori giudeocristiani giudaizzanti, avevano già ceduto alla circoncisione o, ammirati, ne intessevano le lodi. Ed è proprio a questi credenti, irretiti più dalla Torah, con tutta la sua ritualità, che da Cristo, che Paolo si rivolge ora con la pericope, vv.4-8, proponendo se stesso quale ineguagliabile parametro di raffronto. Un richiamo al suo passato, cui egli non è nuovo. Già in 2Cor 11,22, infatti, si era presentato ai suoi vanitosi e presuntuosi avversari giudeocristiani quale Ebreo, Israelita, che può vantare a pari loro la sua discendenza da Abramo, che gli è, dunque, padre (Gv 8,33.39a.56a); che dire poi, ricorda in Gal 1,13-14, del suo zelo nella fede dei padri, nella quale egli eccelleva su tutti i suoi coetanei, al punto tale che, di sua iniziativa, incominciò a perseguitare i cristiani a difesa della religione dei Padri (At 9,1-2).
Ma se nei passi qui sopra citati Paolo presenta soltanto alcuni flash del suo passato di fervente giudeo, qui egli presenta un autentico curriculum vitae, una sorta di carta d'identità, di certificato genealogico, che attesta il suo autentico e indiscutibile stato di ebreo: circonciso all'ottavo giorno, secondo la Legge (Lv 12,3); della stirpe di Israele, appartenente alla tribù di Beniamino; il suo DNA, poi, è ebraico al 100%, in quanto concepito da ebrei. Di più, la sua formazione religiosa e culturale lo portò ad entrare nella setta dei Farisei18, i puristi della Legge quanto suoi ineccepibili osservanti. Ma egli andò anche oltre alla purezza della sua fede, in cui primeggiava fra tutti, divenendo, sponte sua, un accanito persecutore della chiesa.
Questa, dunque, la sua sintetica quanto efficace titolatura, dalla
nascita al suo impegno sociale, culturale e religioso, di cui un
tempo si gloriava ed era stimato e temuto da tutti. Un fanatico, lo
definirei. Un'annotazione che non va trascurata, poiché quel
fanatismo, quel impegno ad oltranza e inarrestabile, che non conosce
ostacoli, Paolo, dopo il suo incontro con il Risorto, lo riverserà,
pari pari, a servizio di Cristo e del suo Vangelo, per il quale ha
affrontato e subito ogni sorta di avversità, sfidando
quotidianamente la morte (2Cor 11,23b-28; Rm 8,35), che bramava per
unirsi definitivamente a Cristo nella sua gloria (1,21), in quanto
già era unito a lui nella sofferenza della croce (Gal 2,20a).
Un
passato che egli ha rinnegato per la sublimità della conoscenza di
Cristo (vv.7-8)
Con i vv.7-8 Paolo innesca un confronto tra ciò che egli era stato e ciò che egli oggi è; tra l'esperienza del giudaismo con tutta la sua ritualità, da cui proviene, e la conoscenza di Cristo, dove per conoscenza va intesa l'esperienza di Cristo, che egli ebbe e che definisce sublime, alludendo, forse, al suo incontro con il Risorto e alle visioni, di cui egli beneficiò in seguito (2Cor 12,1-4). Un confronto da cui esce indiscutibilmente vincente Cristo, che egli definisce “mio Signore”, dove quel “mio” dice la sua totale appartenenza al Risorto, che sente anche suo e di cui egli riconosce non soltanto la sua Signoria su se stesso, ma altresì quella universale, dichiarandosi implicitamente suo servo. Sovrano assoluto, quindi, della sua vita, che gli appartiene totalmente, così che egli reputa “tutto” una perdita, cioè spazzatura, anzi sterco, e dove con quel “tutto” intende non soltanto il giudaismo, ma altresì ogni altra cosa che non sia Cristo, che egli pone alla cima di questo “tutto”, sintesi e pienezza, e che egli considera, oggi, il suo vero guadagno, la sua vera conquista, che gli ha conquistato, a sua volta, la vita.
Nulla, dunque, può reggere il confronto con Cristo, per il quale Paolo ha rigettato tutto, giudaismo, il suo stesso passato e ogni altro possibile guadagno pur di acquistare quel campo, Cristo stesso, dove ha scoperto il tesoro assoluto della beatitudine e dell'eternità di Dio stesso, che egli, sopra ogni cosa, agogna anche a dispregio della sua vita (1,21).
Le motivazioni di una scelta drastica e radicale a favore di Cristo (vv.9-11)
Con i vv.9-11 appare chiara la motivazione che ha spinto Paolo a compiere la sua esclusiva scelta a favore di Cristo, rinunciando al giudaismo, che fino ad una ventina di anni prima non solo costituiva parte integrante della sua vita, avendogli conquistata la mente e il cuore, ma anche la sua stessa ragion d'essere, cui si era consacrato in modo totale, eccellendo su tutti i suoi coetanei (Gal 1,14).
Una scelta che si muove sullo sfondo escatologico di una parusia che egli, alla pari di tutta la chiesa del I sec., riteneva più che imminente, incombente, ed è sottesa dal v.9, che introduce per la prima volta nel pensiero di Paolo il tema dottrinale della giustificazione per mezzo della fede e non delle opere della Legge, che verrà ripreso, ampliato e approfondito, da lì a poco, nei due capolavori, strettamente legati tra loro, della lettera ai Galati (56-57 d.C.) e quella ai Romani (57-58 d.C.), dove si attesterà in modo dogmatico l'assioma, che è il cuore dell'intera lettera ai Galati: “sapendo tuttavia che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,16), sentenziando in modo inconfutabile che “se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano” (Gal 2,21b).
Un assioma dottrinale, che si trasformerà in un enunciato dottrinale, caricato dell'autorità apostolica di Paolo, in Rm 3,28: “Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge”, così che “Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1), così che “Non c'è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù” (Rm 8,1)
E sono proprio questi elaborati sulla giustificazione, che Paolo formulerà da lì a poco tempo, ma che già in qualche modo pulsavano in lui, che lo spingono qui ad aver scelto Cristo, lasciando il mosaismo, poiché quest'ultimo fonda la propria giustificazione e la propria salvezza sulla ritualità del proprio vivere, sulla propria bravura e sul proprio impegno nell'osservanza della Legge, mettendo in debito Dio nei propri confronti, così che la salvezza è dovuta da Dio e non più un dono della sua grazia. Esattamente come quel fariseo che, salito al Tempio, si vantava davanti a Dio di quanto egli fosse bravo e meritevole, soprattutto rispetto a quel pubblicano, peccatore, che neppure osava alzare il capo (Lc 18,10-14). Ma Paolo sa bene anche che la Legge, ben lungi dal salvare, condanna, invece, l'uomo. Essa, infatti, gli è stata data per mettere in rilievo la sua fragilità e la sua peccaminosità, così che per quanto egli si impegni non riuscirà mai a colmare il divario che lo separa da Dio e da una perfetta quanto impossibile sua conformità alla volontà di Dio, a motivo della sua connaturata fragilità, profondamente segnata dal peccato (Rm 3,23; 7,7-11).
Proprio per questo, il Padre ha mandato il suo Figlio, non per giudicare e condannare l'uomo (Gv 3,17-18a), ma per salvarlo in virtù della sola fede: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Meglio, dunque, affidarsi in modo fiducioso nelle mani del Padre per mezzo del suo Cristo, poiché “Non c'è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rm 8,1).
Ed è in questo processo di giustificazione per fede e non per opere della Legge, che Paolo sceglie la fede in Cristo, poiché la fede per Paolo, come del resto anche per Giovanni, non è un semplice atto intellettuale, il credere in qualcosa, ma un orientamento esistenziale, che impegna esistenzialmente, verso quel Dio che si è manifestato e si è reso raggiungibile nel suo Figlio, il Cristo di Dio, verso il quale egli si sente chiamato a conformarsi esistenzialmente nella sua morte, nell'attesa di essere conformato a lui anche nella risurrezione. Una fede che consente l'esperienza di Dio attraverso la morte e la risurrezione, in cui si è manifestata la potenza del Padre per mezzo dello Spirito Santo, che ha trasformato, riconosciuto e costituito il Gesù della storia Figlio di Dio (Rm 1,4), così come, parimenti, ogni credente spera nella sua attesa, essendo stato associato a Cristo nella sua morte (Rm 6,3-6).
Ma un dubbio sembra velare la certezza di Paolo: “se in quale modo giungerò alla risurrezione dai morti”. Se Paolo è certo di essere conforme al Cristo sofferente, essendo stato associato e assimilato a lui nella croce (Gal 2,20a), una sofferenza di morte che egli sperimenta nella quotidianità del suo vivere apostolico e missionario (2Cor 11,23b-28), non altrettanto sicuro è riguardo alla sua risurrezione dai morti. Ma quel “se in quale modo” (e‡ pwj, eí pos) va compreso non nel senso se ci sarà mai una risurrezione dai morti, sulla quale cosa Paolo non ha dubbi, avendo già dedicato nel merito l'intero cap.15 della 1Cor, scritta all'incirca due anni prima, attestandone la certezza, proprio contro chi, invece, ne dubitava. Il “se” dubitativo, invece, va posto sul “modo” in cui egli, Paolo, vi giungerà: se fidando nella sua carne e nelle sue opere in conformità alla Legge, poiché egli conta anche sulla sua condizione di ebreo (v.4), benché egli vi abbia rinunciato (v.7); o se fidando in Cristo soltanto, ottenendo così la sua giustificazione, che proviene da Dio, fondata solo sulla sua fede nel Cristo (v.9). Come sarà, dunque, trovato alla venuta di Cristo?
Sembra quasi che qui (vv.4.11) Paolo abbia una sorta di rigurgito del suo passato di ebreo osservante, verso il quale forse inconsciamente, si sente ancora in qualche modo vincolato o spinto, poiché, qui al v.9 con quel “eØreqî” (euritzô, sia trovato), posto al congiuntivo, egli auspica a se stesso di essere trovato da Cristo non in una giustizia che proviene dalla Legge, ma in quella che proviene e che si fonda sulla sola fede in lui (v.9). Legge che, comunque, egli non ha mai respinto e rinnegato e a cui ricorre non di rado con citazioni per affermare autorevolmente il suo pensiero. La Legge e il mosaismo sono sempre presenti in Paolo e fanno parte della sua cultura e della sua religiosità, solo che egli ha operato una scelta radicale a favore di Cristo, in cui vede il compimento della Legge e delle promesse, e, quindi, il superamento della stessa e delle sue pretese, ma non ripudiandola mai. Una Legge che egli ritiene comunque santa in quanto esprime la volontà di Dio (Rm 7,12) e che concepisce come un preambolo a Cristo stesso e il cui compito fu quello di accompagnarci a lui (Gal 3,21-26).
Ma
Paolo si trova in una sorta di via di mezzo, dove la sua educazione e
la sua formazione rigorosamente giudaica e farisaica, che lo ha
portato ad eccellere nella religione dei Padri, si è incontrata o
scontrata con il Risorto, che lo ha costretto a rivedere e a
ripensare alle sue convinzione, senza per questo rinnegarle (v.4),
per cui Paolo sembra camminare in novità di vita, lanciato verso
Cristo, ma rimanendo pur sempre ebreo con tanto di certificato
genealogico e di DNA (vv.5-6). Forse è questo dualismo, Legge e
Cristo, presente in Paolo, che lo mette in conflitto con se stesso.
Un momento di incertezza19,
quindi, che egli scioglierà nettamente con la Lettera ai Galati e in
particolar modo con quella successiva ai Romani, dove dedicherà al
tema della giustificazione i primi otto capitoli.
La
corsa di Paolo verso una meta che ancora non possiede pienamente e
definitivamente (vv.12-16)
Quale dunque sarà il suo destino alla venuta del Signore? In quale condizione verrà trovato dal suo Signore? Interrogativi, cui Paolo non sa darsi una risposta immediata, decisiva e definitiva, poiché nessuno ha in tasca la propria salvezza, la quale non dipende da lui, ma gli viene eventualmente concessa per grazia e misericordia e non per meriti. La salvezza appartiene a Dio e non agli uomini, poiché salvarsi significa entrare in perfetta comunione con Dio, condividendo la sua Vita eterna, a cui nessuno può accedere, poiché Dio non appartiene se non a Se stesso. Tutto avviene per “gentile concessione” divina.
Queste sono le valutazioni che sottendono gli interrogativi e i dubbi di Paolo, il quale riconosce di non aver ancora raggiunto la meta, ancora non la possiede definitivamente, ma si sforza di conquistarla, poiché egli, ancor prima, è stato conquistato da Cristo, che lo ha fatto suo. Ma questo privilegio Dio lo offre, ma non lo impone e nessuno viene salvato per forza. Per questo Paolo, nella coscienza di non aver già realizzato in se stesso la salvezza, né in quale modo la realizzerà, se da giudeo o da seguace di Cristo (vv.4.11), decide di tagliare di netto con il proprio passato di ebreo per protendersi totalmente in modo slanciato verso quel Cristo che lo ha chiamato e lo ha conquistato. Ma deve arrivarci lui, poiché Dio non salva a prescindere. L'impegno esistenziale verso la meta della propria salvezza promessa e offertaci dal Padre nel suo Cristo spetta soltanto al credente, a chi ha risposto affermativamente, aderendo esistenzialmente alla proposta salvifica, poiché, ricorda sant'Agostino, quel Dio che ci ha fatti senza di noi, non potrà salvarci senza di noi (Discorsi: 169,13).
La drastica linea di Paolo, quella di chiudere con il passato, troncando ogni suo rigurgito ed ogni rimpianto per questo, vale non solo per lui, mq anche per “Tutti quanti (noi, i) perfetti”, dove per quel “noi” si intende non solo Paolo con i Filippesi, ma loro con tutti i credenti, provenienti questi sia dal giudaismo che dal paganesimo. Loro, i credenti, sono i “perfetti”, cioè coloro che. accogliendo la proposta di Cristo, l'hanno accolta in loro stessi conformandosi esistenzialmente al Vangelo e alle sue esigenze, portando così a compimento la chiamata del Padre, manifestatasi nel suo Cristo. Questo è il senso di quel “perfetti” (tšleioi, téleioi), che la Vulgata traduce con il participio passato “perfecti” dal verbo “perficere”, che significa appunto “portare a compimento” in se stessi quella chiamata, aderendovi esistenzialmente. Una chiamata che contiene in se stessa una promessa di eternità, che il credente fin d'ora spera e s'impegna esistenzialmente per realizzarla, conformando la propria vita alla Parola eterna del Padre, manifestatasi nel suo Cristo.
Tuttavia Paolo sa bene che non tutti i credenti, pur rispondendo alla chiamata, lasciano talvolta nella loro vita molto spazio al passato, come i giudaizzanti o come gli etnocristiani, ancora sensibili al mondo da cui provengono e non hanno ancora operato una scelta decisiva e drastica come Paolo, pur nei suoi dubbi e incertezze, ha, invece, operato definitivamente. Su questi credenti egli invoca in qualche modo, con quel “Dio ve (lo) rivelerà”, la benedizione di Dio che li illumini e li sostenga con la luce e la forza del suo Spirito su quel cammino che già hanno intrapreso, anche se traballanti e non con la dovuta fermezza.
Comunque sia, conclude Paolo, credenti determinati o traballanti,
tutti assieme si prosegua nel cammino già intrapreso: “uno dopo
l'altro”, che non significa tutti insieme, ma tutti procedano
imitando il comportamento di chi è giunto alla fermezza della fede.
Paolo pone come esempio di corsa se stesso e quelli come lui (vv.3,17-4,1)
Il tentennamento tra Legge e Cristo, che Paolo ha rivelato di se stesso, ma che ha nel contempo saputo superare, troncando nettamente e drasticamente con il proprio passato di ebreo, benché egli continui ad esserlo sotto ogni forma (vv.4-6), e decidendo definitivamente per Cristo, così che alla sua venuta egli lo trovi esistenzialmente orientato a lui e non più verso la Legge, costituisce per i Filippesi, e con loro per tutti i credenti, un esempio da imitare e come lui tutti quelli che “camminano”, cioè i credenti che conducono la loro vita in conformità ai dettami del Vangelo sull'esempio di Paolo, diventano con le proprie vite altrettanti esempi, altrettanti parametri di raffronto, altrettanti stimoli (v.17).
Richiamata, senza più tentennamenti la fede in Cristo, tagliando nettamente con il proprio passato, Paolo, ora, passa ad esaminare la situazione nel suo concreto per mettere in guardia, una volta ancora, i Filippesi da comportamenti difformi e deformanti la fede in Cristo e nel suo Vangelo. Un richiamo con cui già aveva aperto questa sezione (3,1b-4,1), facente parte di una lettera andata perduta e qui accorpata: “State attenti ai cani, state attenti ai cattivi operai, state attenti alla mutilazione” (3,2).
Tre erano le categorie su cui Paolo richiamava l'attenzione dei Filippesi: i “cani”, cioè i pagani, da cui essi provenivano; i “cattivi operai”, cioè i predicatori giudeocristiani giudaizzanti, che predicavano un Vangelo passato attraverso il filtro della Legge mosaica (Gal 1,6-7); ed, infine, la “mutilazione”, cioè la circoncisione, a cui si erano sottoposti gli etnocristiani, sobillati e ammagliati dalla loquela dei predicatori giudaizzanti.
Sono questi ultimi, quelli che si sono assoggettati alla circoncisione, tradendo così la purezza della propria fede in Cristo, cui Paolo fa riferimento con i v.18-19.
L'attenzione viene qui accentrata sui “Molti che camminano”, dove quel “molti” mette in rilievo come il fenomeno del farsi circoncidere fosse molto diffuso tra i credenti provenienti dal paganesimo, sotto la spinta dei predicatori giudeocristiani giudaizzanti. Sono personaggi di cui Paolo deve aver già più volte parlato. Non a caso la sezione si apre con l'appunto che qui egli torna a parlare di cose di cui ha già parlato (3,1b). Questi tali, che inizialmente avevano abbracciato il Vangelo di Paolo, lo hanno di fatto tradito facendosi circoncidere per seguire un altro vangelo, filtrato dalla Legge mosaica, di cui si facevano portatori questi giudaizzanti, probabilmente provenienti dalla chiesa madre di Gerusalemme. Una sintetica ed incisiva testimonianza di quanto stava succedendo nelle chiese di origine paolina, viene attestata da Gal 1,6-7: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo”.
E proprio in questo contesto di Gal 1,6-7 Paolo aggiungeva anche nei vv.8-9 due anatemi contro coloro che annunciavano un vangelo difforme dal suo. Anatemi che qui in 3,18b-19a sono rivolti contro coloro che, abbandonato il Vangelo di Paolo, si sono fatti circoncidere. L'accusa è di essere divenuti “nemici della croce di Cristo”, su cui pesa la sentenza: “la loro fine sarà la perdizione”.
L'accusa di essere divenuti “nemici della croce di Cristo” viene con il v.19b motivata dalla denuncia che il loro “dio (è) il ventre e la (loro) gloria (è) nella loro vergogna, quelli che hanno in animo (solo) le cose della terra”. La descrizione della motivazione, va detto subito, non brilla per chiarezza, almeno non per noi uomini del ventunesimo secolo, che siamo costretti ad addentraci in contesti storici non sempre ben circostanziati e chiari, ma che certamente lo erano per i destinatari delle lettere paoline.
L'espressione “il cui dio è il ventre” potrebbe significare, se pensiamo ai circoncisi, assoggettati per questo alla legge mosaica (Gal 5,3), che imponeva la distinzione tra cibi puri e impuri (Lv 11,1-47), all'accusa che Paolo muove contro queste imposizioni, quella di ridurre il rapporto con Dio, che è puro spirito, ad una mera questione di cibi permessi o vietati, che hanno a che fare con il ventre, appunto. Annotazione questa che egli farà anche in Rm 14,17-18, dove preciserà che il Regno di Dio non è una questione di cibo o bevande, ma si gioca tutto sulle cose dello Spirito e chi serve Dio nelle cose spirituali è a Lui gradito. Proprio per questo aveva sollecitato in 12,2 di rinnovarsi mentalmente e spiritualmente: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.
Una questione, questa, che il Gesù marciano risolverà richiamandosi alla realtà delle cose e al vero senso spirituale della Legge: non è ciò che entra nell'uomo che lo contamina, ma ciò che esce dal suo cuore, che lo rende impuro (Mc 7,14-23), facendone un elenco esemplificativo: “fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza” (Mc 7,21b-22). e concludendo: “Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo” (Mc 7,23). Per far comprendere come il rapporto con Dio si fonda sul cuore dell'uomo e non certo sulla edibilità o meno di una fetta di salame.
Ma se le cose le guardiamo dalla prospettiva di chi, accolto il Vangelo, indugia ancora a comportamenti paganeggianti, che Paolo aveva già denunciato in 1Cor, allora l'accusa “il cui dio è il ventre” va intesa contro quei credenti che si dedicano ad una vita gaudente, ignorando le esigenze di Dio rivelate nel Vangelo del suo Cristo, ma obbedendo a quelle del loro ventre, che hanno eletto a loro dio. Una lettura questa che non può essere esclusa, se si guarda come si conclude il v.19 con il riferimento a coloro che guardano alle cose della terra, che sembra alludere a quelli, che, dimentichi di Dio, si sono esistenzialmente orientati alle cose di questo mondo.
Similmente vale la doppia lettura anche per la seconda accusa: “la (loro) gloria (è) nella loro vergogna”, dove si può leggere come i nuovi circoncisi si vantino del loro nuovo stato di vita, che proviene loro dalla circoncisione, della quale cosa, avendo essi con questo tradito il Vangelo di Cristo, dovrebbero, invece, vergognarsi, poiché su di loro pende sempre la condanna della perdizione (v.19a).
Ma, in seconda lettura, questo vantarsi della propria vergogna, potrebbe essere letto anche come il vantarsi di un modo di vivere pagano o paganeggiante presso i credenti o altri pagani ancora, alludendo ad un certo libertinaggio di vita. Cosa di cui dovrebbero, invece, vergognarsi e non vantarsi.
In entrambi i casi è gente, sia circoncisi che paganeggianti, che hanno dato alla loro vita un orientamento terrestre, tradendo il Vangelo che hanno abbracciato, che, invece, parla delle esigenze di Dio nei confronti di una nuova umanità rinnovata e rigenerata nel suo Cristo, che chiede loro di servirlo nelle cose spirituali e non nelle degenerazioni materialistiche del proprio vivere (Gv 4,20-21.23-24).
Al discutibile modo di vivere il Vangelo di molti convertiti, che soccombono o alla giudaizzazione della loro fede in Cristo o cedono ad un modo di vivere paganeggiante, Paolo, con i vv.20-21, contrappone il vero vivere credente, che possiede, per sua natura, una cittadinanza celeste e non più terrestre. Da qui la necessità di riorientarsi esistenzialmente verso le cose celesti, quelle spirituali, inaugurate dal Risorto, alle quali tutti sono stati rigenerati mediante la Parola di Vita eterna accolta nella propria vita (1Pt 1,23), divenendo così nuove creature in Cristo (2Cor 5,17). Da qui, a sua volta, la necessità di conformare il proprio vivere alle cose di lassù, realtà di cui il credente è già permeato e in cui già vive anche se non in modo pieno e definitivo. Ed è l'esortazione che l'autore della Lettera ai Colossesi rivolge alla sua comunità: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!” (Col 3,1-3). Parole che riecheggeranno, circa un secolo dopo, anche nella Lettera a Diogneto, dove l'anonimo autore, parlando del mistero cristiano, attesterà che i credenti “Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo“ (Diogneto 5,9), da dove, continua Paolo, in un sentire escatologico di una parusia ritenuta imminente se non incombente, proprio della chiesa del I sec., proviene il “salvatore, Signore nostro Gesù Cristo”, la cui venuta è attesa in modo ansioso, non tanto per la paura, ma per il grande desiderio di ricongiungersi al Risorto, ricomponendosi in tal modo in quel mondo divino, da cui l'uomo era drammaticamente fuoriuscito nei primordi dell'umanità.
Un'attenzione particolare va prestata alla densissima formula cristologica con cui la chiesa primitiva si rivolgeva al Risorto, quale suo “salvatore”, cioè colui che è investito di una precisa missione, quella di salvare, cioè recuperare l'uomo dalla sua condizione di degrado spirituale, morale nonché corporale, che lo ha assoggettato e tuttora lo assoggetta alla morte, conseguente alla colpa originale, che lo ha posto fuori dalla dimensione divina, il cui stato di vita degradata traspare da Gen 3,16-24.
Ricondurre, dunque, l'uomo alla sua condizione originale, ripristinare tutte le cose in Dio (Ef 1,10), così com'era nei primordi della creazione e dell'umanità, allorché Dio decretò, riflettendosi in esse, che tutte le cose che Egli aveva fatto erano molto buone (Gen 1,31). Per questo il Padre inviò il suo Figlio, non per condannare il mondo, ma perché il mondo, credendo in lui, abbia nuovamente la Vita eterna (Gv 3,16-17), cioè possa nuovamente partecipare alla Vita stessa di Dio, così com'era nei suoi primordi. Questo è il senso di quel “Salvatore del mondo”, titolo con cui Gv 4,42 si rivolge al suo Gesù, così riconosciuto e invocato in tutta la chiesa primitiva.
Un salvatore che la chiesa ha riconosciuto e attestato quale “Signore”, il cui senso ci viene dato da Mt 28,18b, dove il Risorto, rivolto ai suoi increduli discepoli, attesta: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Un Gesù plenipotenziario, quindi, che Dio non solo ha collocato al di sopra di tutte le cose, ma le ha ricapitolate tutte in lui (Ef 1,10b), cioè le ha tutte sottomesse a lui, così che “quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). Questo, dunque, il progetto del Padre e questo il senso della storia della salvezza: ricondurre tutto e tutti in seno al Padre, ricapitolando in Cristo l'intera creazione, rigenerata dalla sua risurrezione, avvenuta per la potenza dello Spirito Santo (Rm 1,4).
Si tratta, quindi, di un processo di rispiritualizzazione, che investe l'uomo e con lui l'intera creazione. Una rispiritualizzazione che ha inizio con un radicale cambiamento di mentalità, che deve portare ad un profondo rinnovamento interiore e che comporta un riorientamento esistenziale dalle cose verso Dio, così che l'uomo incominci a vedere le cose dalla prospettiva di Dio e vivere secondo la sua volontà, la quale cosa non significa essere schiavizzati da Dio, ma trovare in Lui la propria piena realizzazione come esseri umani, perché Dio non ha bisogno di schiavi che lo servono, ma di interlocutori, che Egli aveva creato a sua immagine e sua somiglianza. Interlocutori in cui ritrovarsi e in cui rispecchiarsi.
Salvatore e Signore, dunque, quel Gesù della storia, riconosciuto anche come il “Cristo”, cioè l' ”Unto” di Dio, unto con lo Spirito Santo nel momento del suo concepimento (Lc 1,35) e nel momento dell'inizio della sua missione terrena (Lc 3,22; 4,1) e, quindi, consacrato a Dio, divenendo in tal modo l'uomo di Dio in mezzo agli uomini; lo spazio terreno che Dio si è riservato per ritornare in mezzo agli uomini, tendere loro la mano e indicando loro la Via del loro ritorno al Padre, aderendo esistenzialmente alla Verità manifestata nel suo Cristo, che li condurrà nuovamente alla Vita eterna, che per Giovanni è la Vita stessa di Dio, da cui l'uomo e con lui, per un principio di solidarietà20, l'intera creazione erano fuoriusciti in modo drammatico e mortale.
Significativo, infine, quel “nostro”, con cui la chiesa primitiva ha riconosciuto la propria appartenenza al “Signore nostro Gesù Cristo” e quindi partecipe di quel processo di salvezza inaugurato dal Padre nel suo Figlio, in cui ci ha scelti ancor prima della creazione (Ef 1,4), costituendolo salvatore del mondo, divenendone suo Signore, titolo con cui la chiesa proclama la supremazia universale di Dio, ricostituita nel Risorto.
Il v.21, riprendendo di fatto la formula (v.20b) fin qui meditata, ne dà spiegazione applicativa. Quel “Salvatore” e “Signore”, al quale è stata data “l'efficacia del potere che egli (ha) anche di sottomettere a se tutte le cose”, si esprime sul credente nella sua trasformazione, da carne despiritualizzata, quale effetto della colpa originale, per cui Adamo ed Eva si ritrovarono nudi dello Spirito di Dio, a carne nuovamente spiritualizzata, cioè resa nuovamente partecipe della Vita divina, allorché Dio insufflò in Adamo il suo Spirito di Vita, cioè se stesso, trasformandolo in essere vivente, cioè partecipe della stessa Vita di Dio, di cui fu spogliato dopo la colpa originale, cioè dopo la sua ribellione a Dio, per cui gli venne assegnata una pelle di animale, quello che Paolo chiama qui il corpo della nostra umiliazione, che lo introduceva e lo rendeva partecipe di una creazione, anch'essa decaduta, fatta di sofferenza e di morte (Gen 3,16-24).
A conclusione di questa sezione, che consiste in una solida esortazione ai Filippesi, perché non cedano né al richiamo della vecchia vita pagana, da cui provengono, né alle lusinghe dei predicatori giudaizzanti e sappiano resistere ai richiami delle sirene della circoncisione, proponendo se stesso, quale esempio di chi ha saputo chiudere drasticamente e definitivamente con il proprio passato per lanciarsi senza più alcun tentennamento verso quel Cristo, che sta per venire e che assimilerà alla sua gloria chi gli è stato fedele, restituendogli così quella gloria primordiale che godeva l'uomo, ancora incandescente di Dio, perché fatto a sua immagine e a sua somiglianza. Per questo Paolo conclude con un suo ultimo sollecito: “rimanete saldi n(el) Signore” (4,1).
Un
biglietto di apprezzamento
per gli
aiuti che Paolo ha più volte ricevuto
nelle sue
necessità materiali dai Filippesi
(4,10-20)
Testo
a lettura facilitata
Paolo apprezza la sensibilità dei Filippesi nei suoi confronti, quale atto di comunione (vv.10-14)
10-
Ho gioito grandemente n(el)
Signore, perché già un'altra volta avete fatto rifiorire il vostro
sentire per me, per il quale avete anche pensato, ma non
avevate avuto l'opportunità.
11-
Non dico (questo) per necessità. Io, infatti, ho imparato, (nelle
situazioni) in cui sono, ad essere indipendente.
12-
So anche essere povero, so anche sovrabbondare; sono diventato forte
in tutto e in tutte (le situazioni): e a saziarmi e ad aver fame e a
sovrabbondare e a mancare.
13-
Tutto posso in colui che mi rende forte.
14-
Tuttavia avete fatto bene a
partecipare alla mia tribolazione.
Paolo ricorda le occasioni in cui i Filippesi lo hanno soccorso con i loro doni (vv.15-20)
15-
Sapete anche voi, Filippesi, che a(all')inizio del vangelo, allorché
me ne andai dalla Macedonia, nessuna chiesa si unì a me per un
computo di dare e avere, se non voi soli;
16-
poiché anche a Tessalonica mi avete mandato (aiuti) e per una e per
due volte per (il mio) bisogno.
17-
Non perché cerco un dono, ma cerco il frutto, che abbonda per il
vostro computo.
18-
Ho ricevuto tutto e sovrabbondo; sono riempito, avendo ricevuto da
Epafrodito i doni da voi, fragranza di soave odore, sacrificio
gradito, accetto a Dio.
19-
Il mio Dio riempirà ogni vostro desiderio, secondo la sua ricchezza
per la gloria di Cristo Gesù.
20-
A Dio e Padre nostro la gloria per i secoli dei secoli, amen.
Note
generali
Già si è detto (v. pagg.18-19) come la presente sezione, circoscritta dai vv.4,10-20, costituisce uno scritto a se stante, ritrovato probabilmente all'interno della comunità di Filippi e accorpato alla canonica Lettera ai Filippesi da un anonimo redattore finale, affinché non andasse perduto. Ciò deve essere accaduto probabilmente nel primo o secondo decennio del II sec., epoca questa in cui ha preso vita il canone21, che doveva garantire l'autenticità degli scritti neotestamentari, che già a quel tempo pullulavano.
Più che un biglietto di ringraziamento per gli aiuti ricevuti da Epafrodito (vv.2,25; 4,18), dove il verbo “eÙcaristšw” (eucaristéo, ringraziare) o il sostantivo corrispondente “eÙcarist…a” (eucaristía, ringraziamento) non compaiono mai, doveva trattarsi di un biglietto di apprezzamento per l'atteggiamento di comunione e condivisione che i Filippesi seppero tenere con Paolo, sostenendolo nelle sue fatiche apostoliche e nelle avversità, in cui incappava a motivo della sua missione.
Pur facendo riferimento a situazioni concrete di aiuti materiali, Paolo ne dà una lettura nettamente spiritualistica, richiamandosi ad un linguaggio veterotestamentario (vv.10a.18), che si riscontra in contesti cultuali e liturgici, mettendo così in evidenza il senso del supporto materiale offerto dai Filippesi, che Paolo, contrariamente al suo modus operandi (1Cor 9,13-15), accetta di buon grado quale atto di comunione e di compartecipazione alla sua missione apostolica (2Cor 11,8-9), vedendo nella comunità di Filippi una sorta di prolungamento di se stesso, uno specchio in cui egli si riflette (1,5-8).
Quando questo biglietto sia stato scritto non ci è dato di sapere. Certamente esso fu scritto in un tempo immediatamente successivo alla visita di Epafrodito, poiché Paolo al v.18 attesta che egli sovrabbonda ancora dei doni che Epafrodito gli ha portato da parte dei Filippesi. È probabile, quindi, che lo scritto dati da due a tre settimane dalla venuta di Epafrodito, il quale, ammalatosi gravemente, deve essere rimasto ad Efeso per un lungo periodo di tempo, mentre i suoi accompagnatori, fecero ritorno presso la comunità con il presente biglietto, informandola anche sul preoccupante stato di salute di Epafrodito, tant'è che, guarito, Paolo ha pensato bene di rimandarlo subito alla sua comunità per dare la lieta notizia della sua guarigione (2,25-28).
La macrostruttura del biglietto, come il lettore ha già riscontrato nella sezione “Testo a lettura facilitata”, è scandita in due parti, :
Paolo apprezza la sensibilità dei Filippesi nei suoi confronti, quale atto di comunione e compartecipazione alla sua missione (vv.10-14);
Paolo
ricorda le occasioni in cui i Filippesi lo hanno soccorso con i loro
doni (vv.15-20)
Commento
ai vv.10-20
Paolo apprezza la sensibilità dei Filippesi nei suoi confronti, quale atto di comunione (vv.10-14)
Il biglietto si apre con una significativa esclamazione di gioia vissuta nel Signore (v.10a), riconoscendo Paolo nei doni elargitigli dai Filippesi l'operare di Dio stesso in loro (2,13). Un'esclamazione che gli è nata dentro, ma in cui riecheggia la voce sapienziale del Salmista22 e dei profeti23 e, forse ancor più significativamente, quella di Anna, la madre di Samuele, che dopo grandi sofferenze, ha ricevuto da Dio un figlio, che ha chiamato “Shamu'el” (Dio ha ascoltato). Ed è proprio a seguito di questo dono lungamente atteso, che anche lei erompe in un'esclamazione di gioia, con cui apre la celebrazione della potenza e della grandezza di Dio: “[...] Il mio cuore esulta nel Signore” (1Sam 2,1a), che richiama, a sua volta, il canto di Maria in visita ad Elisabetta: “L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”, un'intonazione di gioia, che apre, anche qui, la celebrazione della grandezza e dell'onnipotenza di Dio, che ha operato in lei.
La gioia di Paolo nasce dal fatto che i Filippesi, dopo essersi mostrati liberali con lui in più occasioni (vv.15-16), non ebbero più modo di manifestare la loro generosità verso Paolo, il quale, probabilmente, in cuor suo, temeva che il vento buono dei Filippesi fosse cambiato e in qualche modo lo avessero dimenticato, proprio adesso che si trovava nelle ristrettezze delle catene. Ma la venuta di Epafrodito, “fratello e collaboratore e mio compagno d'armi, vostro inviato e assistente della mia necessità”, accompagnato da abbondanza di doni, di cui lo stesso Epafrodito faceva parte, ha aperto il cuore di Paolo, ricolmandolo di gioia nel Signore, vedendo in tutto questo la risposta di Dio ai suoi dubbi. Una situazione simile che Paolo aveva già vissuto, proprio lì a Filippi, con l'incontro di Tito, dal quale ricevette ottime notizie provenienti dalla sua difficile e imprevedibile comunità di Corinto (2Cor 2,12-13.7,6-7), così che, sospinto da una gioia incontenibile, celebrò la misericordiosa consolazione di Dio, che lo consolava in ogni sua tribolazione (2Cor 1,3-5).
Tuttavia, l'entusiastica gioia che Paolo ha mostrato per la venuta di Epafrodito con tutti quei doni inattesi, poteva anche essere fraintesa dai Filippesi, quasi li volesse implicitamente sollecitare a inviargli altri doni ancora. Paolo si rende conto di questo e per togliere ogni dubbio dedicherà i vv.11-13 a dimostrare la sua autonomia e la sua autosufficienza in ogni situazione della sua difficile quanto travagliata vita a servizio di Cristo. Ma nel contempo ammette, implicitamente, come i Filippesi, che occupano un posto particolare nel suo cuore (4,1a), vedendo in essi riflessa la sua immagine di apostolo votato a Cristo (1,5-7), fanno un'eccezione alla ferrea regola che egli si è dato: quella di non pesare su nessuno nella sua attività missionaria di annuncio del Vangelo, perché questo non venga in qualche modo sminuito o peggio screditato (2Cor 11,10).
Il v.11 apre con un'attestazione di principio: Paolo in ogni situazione si trovi sa cavarsela da solo e a dimostrazione di ciò riporta nel v.12 le situazioni estreme in cui egli si è mosso e continua a muoversi con grande capacità di adattamento nella penuria come nella sovrabbondanza, con grande determinazione e forza in ogni condizione di vita, che gli ha insegnato a sopportare la fame come a saziarsi abbondantemente. E alla radice di questa sua forza interiore che lo guida e lo sostiene in ogni situazione estrema ci sta “colui che mi rende forte” in tutto, in ogni circostanza, sia questa favorevole che avversa. Ed è sempre colui che, all'invocazione di liberarlo da una spina che lo tormentava, da un angelo di satana che lo schiaffeggiava, gli ha risposto “ti basta la mia grazia. La mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,7-9). Ed egli concluderà: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10b). Chi potrà mai, dunque, vincere Paolo, che confida nel Signore: “Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”, poiché “ in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8,35.37).
È in questa logica che Paolo si muove e che beneficia della stessa onnipotenza di Dio, che egli proclama nella sua vita e lo fa erompere nel grido di gioia, che egli celebra nel suo Signore.
Ma Paolo si rende conto che con i vv.11-13 può aver anche offeso la sensibilità dei Filippesi, che generosamente si sono prodigati e continuano prodigarsi per lui, affermando che egli sa comunque cavarsela in ogni situazione con la forza che gli viene da Dio, sminuendo in tal modo i loro aiuti. Così che egli rimedia smorzando i toni con il v.14 e aprendosi alla loro generosità ed apprezzandola, dandole una lettura spiritualistica e coinvolgendola nella sua missione apostolica: “Tuttavia avete fatto bene a partecipare alla mia tribolazione”, dove il verbo “sugkoinwn»santšj” (sinkoinonésantes) evidenzia come Paolo intende i loro aiuti, come una condivisione delle sue sofferenze missionarie, che si fa comunione; una compartecipazione, quindi, dell'intera comunità alle sue fatiche apostoliche, di cui i Filippesi si fanno carico, portando anche loro la croce di Paolo, che, in ultima analisi, è quella stessa di Cristo, alla quale Paolo si sente associato (Gal 2,20a).
Paolo ricorda le occasioni in cui i Filippesi lo hanno soccorso con i loro doni (vv.15-20)
Dopo una pericope, che esprime, da un lato, tutta la gioia di Paolo per aver “ritrovato” la generosità dei Filippesi (v.10), ma che, dall'altro, può aver creato degli equivoci nei suoi rapporti con loro (vv.11-13), cui cerca di rimediare con il v.14, Paolo, ora, per togliere ogni equivoco, dedica questa intera pericope, vv.15-20, ad elogiare la loro generosità, ripercorrendo quelle occasioni in cui essi si sono fatti partecipi, condividendole, delle sofferenze e delle necessità materiali di Paolo.
Il primo ricordo della generosità dei Filippesi Paolo la dedica alla loro attiva collaborazione nella diffusione del Vangelo nella Macedonia fin dagli inizi della sua predicazione, sostenendolo, in comunione con lui, nella sua difficile opera apostolica. Di questo Paolo ne aveva già fatto menzione in 1,5, rendendo grazie a Dio “a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente”. Una cooperazione, quindi, che era nata fin dal primo giorno in cui Paolo, presentatosi a Filippi incominciò la sua predicazione, che si diffuse per tutta la Macedonia.
Ma
il sostegno spirituale e materiale, che divenne condivisione e
comunione delle e nelle fatiche apostoliche di Paolo, non fu soltanto
in Macedonia, ma andò anche oltre, dopo che Paolo, lasciata la
Macedonia, se ne andò a Corinto. Essi furono gli unici tra le
chiese, che lo sostennero materialmente nelle sue fatiche
apostoliche, anche a Corinto. La quale cosa egli rimprovera ai
Corinti in 1Cor 11,7-9 ricordando come l'annuncio del Vangelo presso
di loro egli poté farlo gratuitamente, cioè senza pesare su di
loro, grazie al sostegno delle chiese della Macedonia, che non gli
hanno mai fatto mancare il loro aiuto materiale: “O
forse ho commesso una colpa abbassando me stesso per esaltare voi,
quando vi
ho annunziato gratuitamente il vangelo
di Dio? Ho
spogliato altre Chiese accettando da loro il necessario per vivere,
allo scopo di servire voi.
E
trovandomi presso di voi e pur
essendo nel bisogno, non sono stato d'aggravio a nessuno, perché
alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla
Macedonia.
In ogni circostanza ho fatto il possibile per non esservi di aggravio
e così farò in avvenire”.
Una generosità quella delle chiese della Macedonia che Paolo attesterà anche in 2Cor 8,1-2, portandole d'esempio ai Corinti.
Ed è in questo contesto di generosità negli aiuti che Paolo, al v.15b, usando un linguaggio contabile e commerciale, mette in rilievo la straordinaria singolarità della generosità dei Filippesi: “nessuna chiesa si unì a me per un computo di dare e avere, se non voi soli”. Per poter comprendere il senso di questa espressione è necessario ricorrere a 1Cor 9,11, dove Paolo nel rivendicare per sé il diritto alla ricompensa e al mantenimento a carico della comunità di Corinto per la sua attività apostolica svolta presso di loro, attesta: “Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali?”. La partita contabile del dare-avere, dunque, si gioca tutta sullo scambio di beni spirituali e materiali tra l'apostolo che annuncia il Vangelo e la comunità che, come contropartita, lo sostiene nei suoi bisogni materiali.
Il richiamo al dare-avere, cioè annuncio del vangelo e contropartita del mantenimento dell'apostolo da parte della comunità, è sembrato nuovamente (v.17a) a Paolo una sorta di implicita richiesta di altri beni a suo favore, per cui si affretta subito a precisarne il senso. Non si tratta di una nuova richiesta di beni materiali, perché, per questi, infatti, già sovrabbonda per quanto gli ha già portato Epafrodito (v.18) e che egli invita i Filippesi, usando il linguaggio cultuale proprio dell'A.T., a considerarli quale “fragranza di soave odore, sacrificio gradito, accetto a Dio”.
Egli, invece, intendeva soltanto sottolineare come la generosità dimostrata dai Filippesi nel loro sostegno non solo materiale, ma altresì apostolico a Paolo avrà come ricompensa al loro dare una grande abbondanza di beni spirituali, la quale cosa egli preciserà al v.19, attestando come “Il mio Dio riempirà ogni vostro desiderio, secondo la sua ricchezza per la gloria di Cristo Gesù”, dove l'espressione “Il mio Dio” va inteso nel senso il Dio che ha inviato loro Paolo e con il quale essi hanno collaborato, li ricompenserà ampiamente per essersi uniti in ogni modo al suo inviato, sia collaborando con lui nella diffusione del Vangelo che nell'assisterlo nei suoi bisogni materiali, nella logica del Gesù matteano che promette la giusta ricompensa corrispondente a chi aiuta e sostiene il profeta, il giusto o il suo discepolo (Mt 10,40-42).
Terminata con il v.19 ogni sua precisazione sul senso dei suoi
apprezzamenti nei confronti dei Filippesi, Paolo chiude bruscamente
il biglietto con una sorta di breve quanto inattesa dossologia, dando
la sensazione di non volersi dilungare oltre, per evitare altri
fraintendimenti, rischiando i preziosi e insostituibili rapporti con
la sua amatissima comunità di Filippi.
1Da questi 2033 versetti che compongono gli scritti paolini sono stati scorporati i 303 versetti che compongono la Lettera agli Ebrei, la quale, benché inserita nel Corpus paulinum, tuttavia non è attribuile né a Paolo né alla sua scuola.
2Quando qui Paolo parla di “aver ricevuto dal Signore” non si riferisce a visioni particolari, ma ad una Tradizione che viene fatta risalire al Signore.
3Traduzione: L'imperatore Claudio “espulse da Roma i Giudei che creavano tumulti sotto la spinta di Cresto”. Il nome “Cresto” va compreso come una deformazione di “Cristo”, appellativo che era attribuito a Gesù, da cui ne seguì quello di “cristiani”, quali seguaci di Cristo. A Roma vi era la presenza di due folte comunità di Giudei e di cristiani, che, probabilmente per motivi di proselitismo, non di rado creavano problemi di ordine pubblico, così che l'imperatore Claudio pensò bene di espellere da Roma i Giudei, ma con loro anche i cristiani.
4Cfr. Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, II,22,1-2: “Come successore di Felice, Nerone inviò Festo, davanti al quale Paolo fu processato e poi mandato prigioniero a Roma. Era con lui Aristarco, che l'apostolo, in un passo delle sue lettere chiama giustamente compagno di prigionia (Col 4,10a ndr). Anche Luca, che ha riportato per iscritto gli Atti degli apostoli, terminò a questo punto la sua narrazione, precisando che Paolo passò a Roma due interi anni in libertà e vi predicò senza ostacoli la parola di Dio. 2. Dopo aver sostenuto la propria difesa in giudizio, si dice che ripartì per il ministero della predicazione, ma ritornò una seconda volta a Roma sotto Nerone e vi subì il martirio. Durante la sua prigionia scrisse la seconda lettera a Timoteo, in cui accenna alla sua prima difesa ed alla fine imminente”
5La colletta oltre che in questi passi delle lettere di Paolo viene citata fugacemente anche in At 24,17
6Gustav Adolf Deissmann (1866-1937) è uno storico e teologo tedesco, il cui nome è legato ad approfonditi studi di filologia dell'Antico e del Nuovo Testamento e sul cristianesimo primitivo.
7Per la Parte Introduttiva mi sono avvalso di A. Sacchi e Collaboratori, Lettere Paoline e altre Lettere, ed. Elle Di Ci, Leumann, 1996 – pagg.135-143
8Cfr, Rm 1,1;
9Le lettere, cui mi riferisco, sono le sette lettere ufficialmente attribuite a Paolo, cioè Romani, 1^ e 2^ Corinti; Galati; 1^ Tessalonicesi; Filippesi e Filemone, non a quelle di scuola paolina, che non sempre riportano altri mittenti oltre a Paolo. Eccezione fanno le lettere pastorali, che personalmente ritengo attribuibili a Paolo, di 1^ e 2^ Timoteo e Tito, che per la loro natura strettamente personale riportano soltanto il nome di Paolo.
10Cfr. Gal 1,1-2
11Cfr. At 20,28; 1Tm 3,2; Tt 1,7
12I teffilim o filatteri, ricordati anche in Mt 23,5, erano e sono tuttora delle scatolette in cuoio contenente quattro brani della Torah, che il pio ebreo si fissava sulla mano e sulla fronte con delle cinture di cuoio.
13La mizuzah era ed è un piccolo astuccio di cuoio fissato sullo stipite della porta, contenente, pure questo, parti della Torah, in particolare, dello Shemah (Dt 6,4-9)
14Sui particolari rapporti tra Paolo e Timoteo cfr, pag. 21, primi due capoversi.
15Cfr. 1Cor 7,29; Fil 3,1; 4,8; 1Ts 4,1; 2Ts 3,1
16Traduzione: “Ci hai fatti per te, Signore, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.
17Cfr. pagg. 17-18
18Cosi Flavio Giuseppe li definisce in Guerra giudaica (II,119), mentre in Antichità Giudaiche li definisce “correnti di pensiero” (XIII, 171).
19Da
un punto di vista umano il dubbio che qui Paolo sembra manifestare
sulle modalità della sua salvezza è comprensibile. Egli, infatti,
è sempre vissuto nella Legge, che in modo irreprensibile ha sempre
osservato e in merito alla quale egli possiede tutti i requisiti per
metterla a frutto a suo vantaggio (vv.5-6), benché poi l'abbia
rifiutata quale strumento di salvezza a favore di Cristo. In altri
termini ha abiurato alla Legge, in cui comunque si manifestava la
volontà di Dio, perché egli ha ritenuto che tale volontà divina
si esprimesse, ora, in Cristo, che egli crede che sia Figlio di Dio
incarnato, venuto per liberarci dalla Legge (Gal 4,4-5; 5,1). Un
passo non da poco, se non traumatico, quello del passare dalla Legge
a Cristo e questi crocifisso, cioè bollato con l'infamia degli
uomini. Passo e passaggio che possono aver creato nel tempo una
qualche perplessità in Paolo, il quale sta andando controcorrente e
lottando con i suoi correligionari, che lo condannano e lo
perseguitano per questo (2Cor 11,24-25a). Egli comunque risolverà
il tutto gettandosi alle spalle il suo passato e lanciandosi, senza
più remore, verso Cristo, fidandosi di lui e confidando in lui al
di là delle opere certe prescritte dalla Torah, che, non va
dimenticato, esprimeva e incarnava anche questa la volontà di Dio e
nella cui osservanza si esprimeva l'Alleanza che garantiva le
promesse e in cui risiedeva la giustificazione. Sarà solo l'avvento
di Cristo che porrà tutto in discussione e costringerà tutti,
giudei in primis, a ripensare la salvezza non più in termini
di Legge, ma di grazia, non più in Mosè, ma in Cristo, cercando di
ricomprendere nel contempo sia il senso della Legge che del Vangelo
e in quale rapporto stanno i due. Non va poi dimenticato il
carattere fanatico ed estremista di Paolo, che non conosceva le
mezzi misure e che lo spingeva ad operar scelte radicali non di rado
in conflitto tra di loro, creando incertezze in lui stesso.
20Cfr. Gen 6,7.11-13; Rm 8,19-23
21Il termine “canone” deriva dal greco “kanèn” (kanón), che significa regola, norma, guida. Si trattava di uno strumento normativo sorto nel II sec. per definire l'autenticità e quindi l'affidabilità degli scritti neotestamentari,che in quel tempo si stavano formando. Esso consisteva sostanzialmente in tre regole fondamentali a cui dovevano sottostare gli scritti per essere dichiarati autentici e, quindi, attendibili quanto a fede: a) l'apostolicità, cioè lo scritto doveva, direttamente o indirettamente, avere quale fonte uno o più apostoli; b) essere conforme alla dottrina, in altri termini non doveva contenere attestazioni contrarie alla fede, quindi essere dottrinalmente corretto; c) l'universalità, cioè doveva essere ampiamente diffuso presso le comunità.
22Cfr. Sal 34,11; 32,1; 33,3; 34,34,9; 63,11; 86,12; 103,34
23Cfr. Is29,19; 41,16b; 61,10; Gl 2,23; Ab 3,18; Zc 10,7;