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La vittoria va gustata fredda.

E’ passato un mese e mezzo dalla fine vittoriosa (per noi) della guerra in Iraq, un mese e mezzo da quando abbiamo scritto lo speciale sulla Guerra in Iraq. Su una cosa abbiamo sbagliato: anche se gli anglo-americani hanno combattuto con una mano legata dietro la schiena, metodo che noi avevamo indicato come rischioso, hanno ottenuto una vittoria spettacolare, in sole tre settimane, con meno di 200 perdite, cioè meno delle vittime degli incidenti stradali in Italia nel periodo pasquale.

A un mese e mezzo dalla vittoria, si possono fare i primi veri bilanci. E questi sono positivi. Le cassandre del pacifismo continuavano a ripetere, con certezza, che questa guerra avrebbe sicuramente scatenato l’odio di tutto il mondo islamico contro noi occidentali. Che avrebbe sicuramente sollevato le piazze di tutto l’Islam, dal Marocco alle Filippine. Da quando è scoppiata la guerra ad oggi, vi sono stati 20.000 egiziani in piazza al Cairo (su una popolazione di 15 milioni di abitanti), qualche telegramma di sostegno a Saddam da parte di Arafat, qualche scherzo telefonico a numeri privati americani da parte di qualche decina di arabi goliardici (la “Jihad telefonica”) e… basta. I giornali sauditi e kuwaitiani hanno ringraziato gli anglo-americani, la popolazione irakena (e gli Arabi in generale) hanno accolto bene le truppe occidentali e nemmeno gli Sciiti hanno dato problemi, limitandosi a fare qualche discorso anti-occidentale durante il pellegrinaggio a Kerbala. I quotidiani sauditi e del Golfo hanno diffuso commenti e notizie con toni che, da noi, si possono trovare su giornali come Il Giornale o Libero tanto erano anti-Saddam.

Questo dimostra che il mito del popolo islamico compatto nell’odiare l’Occidente e il suo sistema, rimane, giustappunto, un mito, non una realtà. Guerra fra ideologie (come tutte le guerre sono e sono sempre state, alla fine) la Guerra in Iraq ha dimostrato che le divisioni fra una parte e l’altra sono trasversali: in Europa, come all’interno dell’Iraq e nel mondo islamico in generale, fra civili come fra militari, ci si è divisi fra i sostenitori e gli oppositori di Saddam Hussein. E in questa divisione, i sostenitori del dittatore neo-nazista che foraggia il terrorismo islamico, sono risultati una minoranza. Una minoranza chiassosa, ma pur sempre una minoranza.

Ci si è divisi ancora una volta per ideologia, fra chi sostiene una società aperta (o semplicemente odia i dittatori) e chi, invece, sostiene una dittatura che riassume in sé, in una rara miscela di totalitarismi, l’oscurantismo religioso, il dirigismo socialista, l’espansionismo territoriale e l’anti-semitismo. Una combinazione di ideologie totalitarie che ben rispecchia le varie famiglie di estremisti che sono confluite nel movimento no-global, il protagonista assoluto della campagna europea pro-Saddam. Un movimento di cui fanno parte comunisti vecchio stampo, fianco a fianco con integralisti cattolici anti-moderni, sette ecologiste con richiami al nazismo naturista, autentici neo-nazisti, reazionari, movimenti sessisti e multiculturalisti (leggasi: razzisti, anche se alla rovescia). Tutti uniti nell’odio contro la società aperta e il capitalismo, rappresentati, simbolicamente, da Israele e dagli Stati Uniti. Stesso scenario nel mondo arabo, dove i sostenitori di Saddam (dentro e fuori l’Iraq) hanno raccolto attorno a sé neo-nazisti discendenti dalla predicazione del muftì di Gerusalemme, comunisti memori del terzomondismo di Nasser e integralisti islamici che odiano, semplicemente, tutto ciò che è stato creato dopo il VII secolo.

Sia nel mondo arabo, sia in Europa, queste minoranze di estremisti credevano di aver dominato la piazza, soprattutto a seguito dell’impressionante marcia “pacifista” del 15 febbraio. Dopo lo scoppio della guerra, il loro consenso si è sciolto come neve al sole, lasciandoli da soli a sostenere Saddam. Una volta scoppiata la guerra, tutti coloro che, in astratto, la temevano, hanno fatto prevalere il buon senso. Di fronte alla vittoria americana, tutta la stampa e i media pro-Saddam, da Al Jazeera al Manifesto, passando per la stampa iraniana fedele all’Ayatollah, hanno reagito con stizza, inventandosi stragi, massacri, devastazioni di città che non sono mai esistite, invitando a resistere contro la calata dei “barbari” anglo-americani come se ci si trovasse di fronte alla riedizione della conquista mongola del Califfato. Stefano Benni, del Manifesto, appena finita la guerra, ha dedicato due pagine di insulti al vincitore Bush. Umberto Eco, con un gesto che sa di resistenza a oltranza, a 48 ore dalla caduta di Baghdad scriveva dalle colonne dell’Espresso il conflitto sarebbe stato ancora lungo e duro, quasi augurandoselo. Tuttora il movimento pro-Saddam continua a mobilitarsi contro quella che loro chiamano “guerra infinita” degli Americani contro il Medio Oriente e il mondo intero. Una guerra che solo le loro menti fantasiose riescono a vedere, dato che adesso, da un mese e mezzo a questa parte, gli Stati Uniti non sono proprio in guerra con nessuno. I sostenitori europei di Saddam strillano che si è trattato di una guerra ingiusta, che le armi chimiche non ci sono e non ci sono mai state in territorio irakeno. Le hanno trovate in gran numero (anche montate su missili pronti all’uso), ma non le vogliono vedere, rimuovendo parte delle realtà, per continuare a urlare i loro slogan e, in Gran Bretagna, per cercare di mettere in crisi il governo Blair.

Alle parole di stizza per la sconfitta, sono seguiti i gesti di stizza. In Iraq i fedayn fedeli al regime, continuano i loro attentati contro le forze anglo-americane e gli stessi civili irakeni che le hanno accolte bene. Nel mondo islamico, da Grozny a Casablanca passando per Riyad, Al Qaeda è tornata in azione, punendo e uccidendo civili musulmani, rei, secondo loro, di non essersi ribellati in massa all’ “invasore”. Da noi i terroristi rossi si preparano a colpire di nuovo. Sono gesti di stizza e come tali rimangono sporadici e isolati, anche se, probabilmente, costeranno ancora tanto sangue innocente. Comunque è evidente, ormai, chi abbia vinto questa guerra ed è ancor più evidente che la guerra sia finita.

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