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L'amica

Si, signor commissario. La conoscevo da tempo. Eravamo amiche d'infanzia, Salomè ed io. L'avevo subito notata a scuola per quel suo nome strano e per quegli occhi cangianti che mutavano colore al cambiar del tempo. Aveva un non so che di indefinito nello sguardo, come se non ti prestasse mai attenzione e fosse sempre immersa in qualche pena. Nossignore, ultimamente non ci frequentavamo più. Quando la incontrai per strada fu un caso. Barcollava, con il viso tumefatto e gli occhi gonfi. Sembrava sconvolta e quegli occhi, Dio mio, ti trafiggevano dalla tristezza! Scoppiò in un pianto a dirotto: mi disse che lui beveva e l'aveva di nuovo picchiata.

L'accolsi in casa mia e ci prendemmo cura di lei, mio marito ed io. Era sempre stata sfortunata con gli uomini. Sissignore, andava sempre a cacciarsi in storie sbagliate. Stette da noi per qualche giorno. Cercai di convincerla che doveva lasciarlo: era giovane, bella e con quegli occhi di porcellana non le sarebbe stato difficile trovare un nuovo amore. Forse mi fraintese. Non stava mai ad ascoltare. Quando l'ho trovata a letto con mio marito, gli occhi persi nel piacere, non ho capito più nulla, signor commissario.