6-1-2000

 

Del discorso religioso molte cose abbiamo detto e molte altre restano da dire ne l prosieguo prossimo venturo dovremo rivedere alcune cose , dovremo rivedere alcune cose di Paolo (testo: Paolo che inventò il cristianesimo. Wilson edito Rizzoli) e poi il Processo a Giordano Bruno (testo: il processo a Giordano Bruno. Firpo edito da Salerno) c'è tutto la questione del giudizio connesso con la struttura del discorso religioso. Il quale discorso si fonda e qui sta la differenza fra il discorso che stiamo facendo e quello religioso. Il discorso che stiamo facendo è che se dico, dico qualcosa, il discorso religioso si fonda invece su un altro assunto se dico allora esiste qualcosa. È molto diverso. Ora il la questione dell'esistenza nel discorso religioso è fondamentale oltre che fondante perché si è sempre dato un gran d'affare il discorso religioso per reperire che esistesse realmente , avendo elusa la questione del linguaggio quindi tutto ciò che consente di parlare di esistenza è andata cercando l'esistenza disperatamente, l'esistenza di dio, delle varie cose, della realtà ecc. ..... come dire che eludendo la questione del linguaggio si pone immediatamente al necessità di trovare che cosa realmente esiste. Da qui tutta una serie di considerazioni nel discorso religioso e a questo punto anziché discorso occidentale possiamo chiamarlo discorso religioso tout court e cioè che cosa realmente esiste o esiste più di altro. Questa necessità che ha condotto in questi ultimi millenni e ha costruito ogni proposizione del discorso religioso, la struttura delle proposizioni del discorso religioso è così fatta, ci si domanda essenzialmente che cosa esiste realmente. Qualunque proposizione del discorso religioso è costruito intorno a questo nucleo, intorno a questa domanda fondamentale, della quale Heidegger ha fatto un po' il verso, perché esiste qualcosa anziché nulla? Domanda ancora molto religiosa, la quale dà per acquisito che esista qualcosa, domanda che posta in questi termini non significa assolutamente nulla se non c'è una domanda precedente circa il che cosa consenta di domandarselo, dunque la questione fondamentale del discorso religioso e su cui si regge è che cosa esiste? E poi aggiunge perché eventualmente esiste, questi sono due pilastri del discorso religioso, se voi cercate con attenzione ogni proposizione del discorso religioso è costruita su questi elementi, che cosa esiste e perché esiste. E in effetti la nostra ricerca teorica ha preso in parte avvio da questi luoghi comuni, da queste domande fondamentali e poi è andata in tutt'altra direzione ovviamente. Tant'è .....quindi il discorso religioso ha una sua struttura, potremmo anche individuare una sintassi e una retorica del discorso religioso, la sintassi del discorso religioso potremmo porre una sorta di quantificatore da cui muove e cioè X esiste, dalla quale prende avvio. Dalla quale poi segue la disposizione di qualunque proposizione, la quale necessariamente tiene conto di questo assunto, al posto della X potete metterci quello che vi pare ovviamente perché dunque Paolo e le sue lettere famose? Perché lui più di altri si è indaffarato fin dall'inizio per dare un fondamento a questo asserto, a questo assunto, assioma che dice X esiste e ha cercato in tutti i modi di mostrarne la ineluttabilità. Invece il processo a Bruno mostra quali sono le ineluttabili conseguenze cioè tutto l'apparato giudiziario, si tratterà di verificare se, come, l'apparato giudiziario e probabilmente anche i giudici è costruito su questo, su questo assunto X esiste. Il discorso religioso è di importanza immensa, tutto ciò che mina il nostro discorso è il discorso religioso...tutto ciò che abbiamo fatto in questi anni è la sola cosa che si oppone al discorso religioso. Si oppone non per dire che è bene o male, si oppone nel senso che fa un discorso che è altro che è differente rispetto a questo, vi rendete conto che cosa ci ha condotto a costruire un discorso come questo e cioè un discorso che non necessitasse di un atto di fede. Avevamo indicato la fede il credere qualunque cosa vera senza avere bisogno di nessuna prova, io credo che è vero perché è così, come fa anche il discorso scientifico il quale invece si picca di esibire delle prove che non può fare, che non può esibire, esibisce soltanto dei procedimenti ma non delle prove, la prova occorre che sia non negabile per essere tale (ci sarebbe, anche un altro discorso da fare) più che esibire una prova occorre che il discorso sia sostenuto, ciò che si afferma sia sostenuto su qualcosa che non si possa negare, e tutto ciò che afferma il discorso scientifico è negabile. Parlare di discorso religioso comporta anche di parlare di discorso scientifico però intanto anche l'aspetto più folcloristico della religione, come la fede, credere qualcosa sia vero, senza porre nessuna domanda, senza porre nessuna questione, una credenza immediata cioè non mediata da nulla, e come sapete in questo periodo la fede ha un notevole peso in ciò che sta accadendo, come avviene ciclicamente a partire da (prima religione e poi fede poi) direi che sono complementari, potremmo dire che non c'è l'una senza l'altra....e ciò che ha a che fare ciascuno di noi nella pratica analitica è il discorso religioso con tutti i suoi orpelli, non c'è altra via per sbarazzarsi di tutte le credenze nel bene o nel male che seguire il percorso che abbiamo fatto e cioè una analisi del linguaggio, uno studio del linguaggio e la sua struttura, di come accada che funzioni in un certo modo, cioè che cosa lo fa funzionare, potremmo dire anche che il discorso religioso può sostenersi soltanto sull'elusione del linguaggio, sulla struttura del linguaggio e il suo funzionamento, sono due cose antitetiche o c'è l'una o c'è l'altra, non possono convivere proprio per una questione logica, così come è impossibile affermare una cosa e il suo contrario se non nella retorica....ora possiamo anche andarci a leggere alcune cose della retorica più spiccia del discorso religioso, per esempio andare a vedere alcune cose di Bossuè oppure c'è un testo di retorica ecclesiastica, quali sono i luoghi comuni che vengono utilizzati dai predicatori per diffondere il verbo, questo può essere di qualche interesse per riconsiderare alcuni fra i luoghi comuni più comuni, perché ciò che è noto come nevrosi, come psicosi è fatto di questo e nient'altro che questo......(un testo interessante è di Introvigne Massimo studioso di problemi religiosi e paranormali)...che cosa alimenta il discorso religioso? (soprattutto la incapacità di pensiero) (da quando io è morto il pensiero è diventato debole) non è che prima fosse fortissimo ( se il pensiero non è volto all'origine si immagina sia un pensiero debole) come si fa a pensare? (.....) sì se io pongo questa domanda come si fa a pensare, qualunque sia il tipo di risposta che darò, avrò compiuto una serie di inferenze, quindi avrò utilizzato una serie di strumenti, questi strumenti possono essere conosciuti oppure no, possono essere conosciuti in parte e possono essere conosciuti in toto, se io conosco pochi elementi, vado poco lontano, se il mio registratore è rotto e ho pochi elementi di meccanica elettrica sarà poco probabile che io lo ripari....ora così come avviene il pensiero generalmente, il pensiero religioso è un pensiero che ha strumenti assolutamente inadeguati, o non ha degli strumenti, questa è la incapacità di pensare, esattamente come ne parla della mia incapacità di rattoppare un registratore però se qualcuno me lo insegna....certo è semplicistico però rimane il fatto che l'incapacità di pensare nel discorso religioso è non possedere gli strumenti per poterlo fare, ora c'è anche un altro aspetto che occorre considerare che è molto importante per mantenere lo stato attuale delle cose occorre che le persone non abbiano questi strumenti, e quindi il dissuadere chiunque dall'acquisire questi strumenti.....(la liturgia, c'è una liturgia in tutti i discorsi) (l'avere più strumenti è avere la possibilità di costruire più proposizioni) (sì però non mi sembra ancora determinante la questione avere più elementi perché il porsi in atto di questo discorso riguarda una decisione (la Seconda Sofistica) per esempio quella regola che impone l'aggiunta di un elemento laddove le proposizioni intervengono così come imparate a memoria (liturgia, slogan), cioè la decisione di interrompere questa via, di sconnettere questa proposizione e quindi può prendere delle altre direzioni, altri aspetti.....certamente la maggiore quantità di proposizioni non permette ancora il gioco intellettuale per cui io decido che a quell'elemento posso connettere quell'elemento, e ancora un altro e rendere infinito, interminabile questo gioco. Posso chiedermi cosa interviene per cui possa giocarsi questo gioco, certo interviene un rinvio non una conclusione, ma è una conclusione che non conclude è un antecedente per un conseguente e così via, mentre il discorso religioso attende quella risposta per terminare, come per dire basta) c'è una incapacità di pensare, infatti abbiamo inventato questo discorso quando abbiamo cominciato a pensare, ora è difficile dire cosa sia accaduto però, però è avvenuto qualche cosa che prima non c'era....molte informazioni non sono sufficienti ancora, ma alcune informazioni in particolare, informazioni circa il funzionamento del linguaggio, questo sono quelle che noi abbiamo reperite, e altri non lo possono fare ma fatto sta che l'unico modo per far sì che altri possano approcciare una cosa del genere è come si diceva tempo fa addestrarli, ancora una cosa ci vuole non è sufficiente, occorre qualche cosa in più occorre che queste persone lo vogliano fare ma se lo vogliono fare, tuttavia è una sorta di addestramento, addestramento al linguaggio è la sola via che allontana dal discorso religioso, cioè consente ad un certo punto di incominciare a pensare e cioè mettere in atto le procedure linguistiche, sapendo esattamente ciò che si sta facendo, chiunque le mette in atto senza saperlo ciò che ci distingue da altri è che lo sappiamo (sappiamo e quindi giochiamo questo gioco) (....) quindi in definitiva perché esiste il discorso religioso? Cosa lo consente? Il domandarsi o il non potere farlo che cosa consente il discorso religioso, non interrogarsi circa che cosa consenta il discorso religioso, questo, cioè a quali condizione una persona può affermare, credere oppure no, che è un modo diverso di dire ciò che abbiamo detto prima, cioè conoscere come funziona il linguaggio (in ciascuna analisi si trova la domanda che cosa si può mettere al posto della X) sì esattamente, questo è il fondamento del discorso religioso (è demandato all'altro) sì poi ontologicamente affermo che X esiste perché una certa Y non esiste, e da qui l'aspetto che ha condotto a Giordano Bruno e cioè l'aspetto giudiziario, se questo esiste allora quest'altro non esiste come dire che se questo è vero il suo contrario è falso ma questo posto in termini non grammaticali ma in termini ontologici, di esistenza, il vero è il falso sono operatori deittici, però se si muove dall'assunto X esiste allora il discorso cambia perché allora la costruzione della proposizione X non esiste che crea qualche scompiglio come dire che toglie i fondamenti....(pensatori come Russell) è interessante la teoria dei tipi di Russell come dire che una certa cosa è vera se si pone come dire che è vera rispetto al gioco che sta facendo, la direzione era quella giusta, però ci sarebbe potuta arrivare (il paradosso in effetti è questo arrivare a dire che X esiste) ecco sì esatto, questo dovrebbe essere il paradosso del discorso religioso, X esiste se e soltanto se X non esiste. Bene possiamo lavorare su questo.....martedì 11-2-2000 la colpa del discorso ossessivo.

 

 

 

20-1-2000

 

Come può essere utilizzata la psicanalisi Beatrice, supponiamo che andiamo a vendere un prodotto, un dentifricio, è possibile utilizzare la psicanalisi e se sì quale e se no perché?

(....)

vi ho parlato del dentifricio ma in realtà... supponete che dobbiamo vendere il prodotto che noi produciamo....è di questo che si tratta, e supponete che possiamo avvalerci della psicanalisi oppure no e vendere il nostro discorso? Cos'è che ci insegna Freud? (.......) dov'è che Fred parla in modo generale degli umani? (parla del discorso religioso, poi la morale, della sessualità) quindi i saggi "psicologia delle masse" e "totem e tabù" "disagio della civiltà" come utilizzare la questione morale o ancora meglio come utilizzare ancora meglio ciò che scrive in Totem e Tabù....(....) poniamola la questione.....la questione si è posta per la conferenza di martedì l'uso della psicanalisi nell'informazione....sì questa è una cosa che non è ancora passata il nostro discorso serve a vivere meglio, molto leggeri senza paura, senza angoscia, ansia e acciacchi di ogni sorta, questo ancora non è passato nonostante l'abbiamo detto un miliardo e mezzo di volte però evidentemente manca nell'uditorio la connessione fra ciò che andiamo dicendo e questo fatto questo.... utilizzo sì, ma il modo in cui un cosa del genere possa condurre a vivere meglio, quello che manca è come un discorso come questo possa consentire una cosa del genere, questo non è facile da intendere, perché sarebbe la cosa più importante per gli umani vivere meglio, la cosa cui ciascuno aspira in un modo o nell'altro a meno che gli umani non vogliano affatto vivere meglio, che occorre che consideriamo anche questa direzione e allora propriamente ciò che vendiamo è assolutamente inutile, occorre considerare anche questa eventualità, un conto è quel che la persona dice altro invece è la direzione in cui muove, se gli umani non desiderano affatto vivere meglio allora questo comporta che dobbiamo cambiare registro...e la cosa diventa più complicata e la complicazione che incontriamo non è del tutto escluso che abbia a che fare con questo, come dire per farla breve vivere meglio è sufficiente fare questo......però nel caso in cui, come abbiamo fatto si indica anche un modo per sapere altrimenti, questo non viene accolto, forse la questione cui dobbiamo dare poca importanza e cioè sul fatto che gli umani non ne vogliano sapere di vivere meglio, di cessare di soffrire, per nessun motivo e in nessun modo, vi renderete conto immediatamente della scarsa popolarità che gode il discorso che stiamo facendo e invece della grandissima popolarità delle religioni le quali tutte in un modo o nell'altro propugnano la sofferenza, il sacrificio (si sente dire non importa a me piace vivere in questa maniera) sì l'unica cosa che noi possiamo dire è il fatto che non è esattamente così cioè nel caso d ella sofferenza la persona afferma di non volerla, questo toglie la responsabilità, noi l'unica cosa che possiamo fare è inserire la responsabilità nella questione e cioè dichiari che è esattamente ciò che vuoi, forse da qualche parte ho accennato che accogliere la responsabilità comporta la dissoluzione delle sofferenza. Sono vari elementi che intervengono, certo la cosa è complicata ma dicevamo della questione logica...dicevamo di inserire all'interno del discorso degli elementi che facessero saltare il sistema, anche questa è una questione sempre presente e riguarda la costruzione di proposizioni che abbiano questo risultato ...ora rispetto ad un singolo, provate a pensare una cosa del genere, domanda "tutto ciò che si afferma può essere provato? " l'interlocutore vi dirà di no, non tutto ciò che si afferma può essere provato, tutto ciò che si crede......e allora ciò che non può essere provato potrebbe essere creduto essere il contrario, indifferentemente? Cioè io non credo in dio però non posso provarlo, posso credere una qualunque altra cosa? e cioè che dio sia questo aggeggio? Sì è dio qualunque cosa se no perché? Questo costringe l'interlocutore a motivare come dire io sostengo che quello che credo non può essere provato però a questo punto è come costretto a doverlo fare, di fronte all'eventualità in effetti la cosa in cui crede cioè ciò per cui ha valore non ne abbia più nessuno, è un modo, se ciò che io credo non può essere provato, perché non credere a qualunque altra cosa? è un fattore estetico diceva Cesare, se uno è cattolico dire che è mussulmano non è meno bello, che hanno di differente? Ciò veniva rifiutato ricompare senza a stare a provare la verità, è chiaro che dobbiamo mettere alla prova una cosa del genere, cioè occorrono interlocutori, vedere se funziona, non sappiamo, il nostro discorso non prevede una cosa del genere? L'interlocutore in cui provare questo sistema e cioè costringere l'interlocutore, molto rapidamente a dovere provare ciò in cui crede, che in caso contrario ciò in cui crede non vale più niente e può essere al pari qualunque altra cosa.......però bisogna provare questa modalità....per quanto riguarda invece la questione della psicanalisi come può essere utilizzata per la vendita del prodotto, dicevamo che già Freud accenna alla questione nei saggi sopra citati cosa c'è che può essere utilizzato.....il disagio, una delle cose che funzionano di più in Totem e Tabù è ciò che sta accadendo adesso a proposito di Craxi, è morto Craxi, senso di colpa e quindi utilizzare il senso di colpa nella vendita del prodotto, se si riesce a utilizzare il senso di colpa laddove il prodotto non viene acquistato il prodotto viene venduto, si tratta di trovare il modo, alcuni ci provano, molte pubblicità cercano di utilizzarlo però in modo molto rozzo in altre in modo un po' più sofisticato...(la psicanalisi così come l'ha inventata Freud può diventare un prodotto che se non usato può portare alla colpa di uccidere l'altro "fai l'analisi e vedrai che non avrai più impulsi di uccidere l'altro") ciò che argina l'odio sì, certo, cosa ne dite? (c'è un appiattimento, il buonismo, la globalizzazione della pace) sì da una parte la paura dell'odio e la globalizzazione della pace, dall'altra

 

 

 

17-2-2000

 

 

.......che qualunque cosa questa è necessariamente un atto di parola, occorre che funzioni nel discorso comune esattamente così come funziona il principio di non contraddizione....(e quindi non c'è bisogno retoricamente che ci sia il principio di non contraddizione perché quello già funziona nel discorso....la proposizione nulla è fuori dalla parola deve funzionare senza doverla enunciare e cioè renderla vera o falsa a seconda del gioco che si intende, cioè se interviene crea proposizioni che in qualche modo la devono verificare e quindi fa compiere al discorso giri superflui. Perché interviene come se io ricordassi "che bello nulla è fuori dalla parola" e allora se questo serve a far dimenticare a cosa serve, mi dimentico anche perché è così importante che "nulla è fuori dalla parola" perché immediatamente il discorso religioso taglia via tutte le questioni e non se ne parla più, chiude il discorso, però dio o la proposizione non cambia molto la questione, ho dato un nome ad una cosa e quella cosa funziona come dio. Come fare in modo che questa proposizione funzioni automaticamente nel discorso, quindi sia non più usufruibile, fare in modo che non ci sia più bisogno di fare migliaia di giri) come? (diceva bene Sandro quando parlava del percorso e quindi arrivare ad intendere che nulla è fuori dalla parola, la cosa è semplice però le "resistenze" di cui parlava Freud sono sempre resistenze, la cosa continuamente sotto il naso, fare in modo che questa proposizione funzioni e non sia più usufruibile cioè non sia più quella cosa che rompe le scatole) perché quindi il principio di non contraddizione è assolutamente presente e inserito in una sorta di automatismo in qualunque discorso, mentre questa proposizione no? Perché nel discorso comune non è così diffuso in quanto che " nulla è fuori dalla parola" sia una proposizione che può essere considerata con tutte le sue implicazioni, nel discorso religioso non esiste questa proposizione e quindi non esistono tutte le implicazioni e quindi può continuare a esistere lungo il discorso religioso, mentre quello di non contraddizione sì, funziona, perché la persona cerca comunque parlando di non contraddirsi o se lo fa e se uno glielo fa notare si secca, generalmente, e quindi funziona come una sorta di automatismo (mi stavo chiedendo se l'operazione che stiamo facendo non sia la stessa di Aristotele, Aristotele non ha inventato nulla, ha semplicemente formalizzato qualcosa di esistente, qualcosa di funzionale, lei dice... la questione di questo assioma che dice che nulla è fuori dalla parola, non funziona ma il discorso religioso comunque la fa funzionare, in un certo senso può anche darsi che funzioni, può anche darsi) il discorso religioso? Il discorso religioso si fonda sull'esclusione di questa proposizione (tuttavia ci si trova in mezzo costantemente) no, non esiste cioè questa proposizione per il discorso religioso è un non senso oppure è falsa, in entrambi i casi non è utilizzabile (.....sì però qualunque discorso non può dire che il principio di non contraddizione è vero o falso, perché già funziona mentre parla, quindi il dire che è vero o falso il principio di non contraddizione sarebbe una tautologia, nel senso che utilizza il principio di non contraddizione per parlarne, quindi può anche dire che la proposizione nulla è fuori dal linguaggio è vera o falsa ma comunque si trova nella parola, volente o nolente, in questo senso intendo dire che funziona, può anche non riconoscere, come può anche in teoria non riconoscere il principio di non contraddizione, però funziona e lo stesso che possa dire quello che sto dicendo.........quindi sto dicendo che stiamo in un certo senso formalizzando qualcosa allo stesso modo di Aristotele, Aristotele ha formalizzato questi tre principi logici, ma non li ha inventati non ha rivoluzionato nulla, ha dato forse allo stesso modo in cui potremmo farlo noi, degli strumenti per pensare, anche noi non abbiamo inventato nulla, abbiamo formalizzato quello che è un principio, come quello di non contraddizione, di identità....forse ha una valenza diversa però non è che questo principio non funzioni, forse posso non riconoscere...) questo sì, può essere interessante mostrare che il principio di non contraddizione funziona nel linguaggio senza che nessuno se ne avveda ma poi di fatto funziona e se ne avvede nel momento in cui ci incappa....allo stesso modo si potrebbe utilizzare questo discorso per quanto riguarda la proposizione che stiamo discutendo "nulla è fuori dalla parola" mostrare come di fatto funzioni, ma, ma siamo sicuri che funzioni? Siamo sicuri che funzioni? (io parto dal principio che comunque posso anche negarlo....) senza il principio di non contraddizione è impossibile parlare, come qualunque altro principio piaccia dire, non è possibile parlare, potremmo dire la stessa cosa del principio che afferma che nulla è fuori dalla parola? (al contrario, è un'operazione retorica la mia, come dire mostrare anche per benevolenza, anche per noi che non si sta dicendo nulla di strano, si sta dicendo esattamente come funziona il linguaggio, perché funziona comunque, è semplicemente il rilevare un principio, come quelli di Aristotele, eventualmente l'operazione può essere affinata nel modo che diventa estremamente evidente che il principio di non contraddizione per esempio è assolutamente necessario, se vogliamo formalizzare...in questo caso si tratta di trovare il modo di rendere assolutamente evidente.....quando si dice che è una proposizione non negabile, come è una proposizione non negabile il principio di non contraddizione, allo stesso modo, far toccare con mano, come dire non ho mai pensato, perché in effetti nessuno pensa al principio di non contraddizione, ma quando lo legge è così, non puoi dire nulla che possa contraddire questa cosa.....) sì ci manca ancora un elemento in effetti il principio di non contraddizione come tutti gli altri non è altro che un componente di un altro elemento, che è la proposizione che stiamo avanzando, si tratta di trovare questo aggancio, rendere assolutamente necessario e semplice il passaggio fra il principio di non contraddizione per esempio, o qualunque altro sia, e questa proposizione che "nulla è fuori dalla parola".....naturalmente sì, se non è negabile questo non è negabile neanche quest'altro (infatti io stavo pensando come se questo fosse il quarto principio, i principi di Aristotele sono assolutamente collegati l'uno all'altro) potremmo dire che ciascuna cosa è necessariamente quello che è, questo comporta che sia identica a sé che non possa esserci nulla che la contraddice e che non ci sia una terza possibilità di fronte ad una alternativa (lei riesce a tradurre il nostro principio in questo modo?) è possibile. Ha già in mente? (.....) cosa sono io l'hardware? Interessante questo riuscire a formalizzare allo stesso modo, così come è immediatamente evidente che i principi di non contraddizione ecc., quasi immediatamente evidente anche se molti dicono di no.....però è abbastanza facilmente dimostrabile il funzionamento e che il fatto che non sia negabile, che in qualunque modo io voglia negare il principio di non contraddizione, nelle proposizioni che costruirò lo dovrò utilizzare, ché se mi contraddico non vado da nessuna parte, ecco mostrare che questa proposizione che afferma che qualunque cosa è necessariamente un atto di parola, è necessariamente nel linguaggio che è la stessa cosa, funziona allo stesso modo, sì direi che questo è l'obiettivo, cosa dice Cesare? sì ci stiamo avvicinando molto alla questione centrale.....costruire un'argomentazione logica molto potente (addirittura il principio da cui discendono tutti i principi) sì o come diceva lei un quanto principio, adesso non stiamo a fare le graduatorie oppure un principio che è composto da questi altri principi, così come un po' l'abbiamo pensato fino ad oggi, una sorta di meta principio che è fatto poi di questi altri principi.....l'aggancio è questo, così come non è negabile il principio di non contraddizione....perché non è negabile lo abbiamo detto, perché chiaramente viene utilizzato, però possiamo fare la stessa cosa per il principio che non c'è uscita dal linguaggio, l'abbiamo anche fatto, il fatto che non c'è uscita qualunque cosa io cerchi di fare è necessariamente un atto di parola, però è come se fosse ancora troppo complicato, non così quasi immediatamente evidente come il principio di non contraddizione....bisogna pensarci....si tratta poi di pensare....costruire una serie di proposizioni non tantissime non più di sette, otto ..dieci ma che siano quasi immediatamente evidenti (per esempio utilizzare A e non A......stavo pensando prima che la questione grossa è la realtà , c'è qualcosa che deve escludere questa possibilità, è questo che frena ad intendere una cosa di questo genere, ciò che dico è vero ma c'è la realtà, cioè qualcosa che non è nel linguaggio, nel linguaggio c'è ciò che dico e basta, nessuna considerazione che la realtà sia ciò che dico.....viene continuamente elusa la questione della realtà, ciò che impedisce ad una persona di intendere ciò che diciamo è perché crede in lei, qualunque cosa sia, c'è qualche cosa che è fuori.....) l'aggancio può passare attraverso questo, qualunque pensiero attorno alla realtà comunque la consideri, in qualche modo è costretto pensare alla realtà come un qualche cosa che non sia autocontraddittorio perché si dissolverebbe, la realtà occorre che sia non autocontraddittoria (come se fosse fuori dal linguaggio perché non sia autocontraddittoria) a questo punto occorre porre l'autocontraddizione o comunque la contraddittorietà, o il principio di non contraddizione come necessariamente nel linguaggio, questo già sarebbe un passo avanti, se l'autocontraddizione è necessariamente un fatto linguistico (è negabile?) sì , allora il fatto che la realtà possa essere autocontraddittoria è un fatto linguistico e può essere autocontraddittoria se e soltanto se è nel linguaggio, autocontraddittoria oppure non è contraddittoria, è su questo che occorre lavorare, ché la realtà molto spesso anche nella filosofia è un discorso...è stata accostata alla verità è vero ciò che è reale, la realtà non mente poi ci sono tutti i luoghi comuni ecc... e se mente non è la realtà è un'apparenza, la realtà non può mentire perché è necessariamente quello che è, cioè è un principio di identità, deve pensarsi bene.....mi sa che abbiamo dato una direzione precisa alla ricerca, molto precisa.....Cesare qualche considerazione? (il fatto che anche i tre principi sono religiosi , cioè la realtà esiste ....) (e lo sono religiosi al momento in cui........senza questo assioma questi principi possono essere intesi religiosamente, perché al posto di A e non A non metto più delle proposizioni ma metto delle cose, invece questo principio dovrebbe costringere ad accogliere delle proposizioni che possono allora sì giocare)....allora dobbiamo lavorare in questa direzione della contraddittorietà o non contraddittorietà della realtà, come avvio...perché non può essere autocontraddittoria? Che cosa significa affermare che è autocontraddittoria per esempio o che non lo è? Formalizzare il tutto....(il principio di identità dice che qualcosa è se stesso, certo è fuori dal linguaggio) sì non può essere nient'altro che se stesso e se è se stesso non è altro, o è se stesso o è altro (il principio di identità come ciò che non è autocontraddittorio, la relazione di autocontraddittorietà è nel linguaggio anche questo) sì certamente bisogna renderlo quasi autoevidente, sta qui la difficoltà, certo è un principio, una procedura linguistica e non può essere altrove, ci pensiamo è una questione piuttosto complessa (non funzionerebbe il linguaggio senza i principi) ci sono tutte le obiezioni, supponiamo che tolgo il principio di non contraddizione e quindi non posso più parlare della realtà però la realtà esiste lo stesso anche se non ne parlo, questa è l'obiezione più corrente, perché ne abbiamo parlato anche nella Seconda Sofistica però non è ancora così semplice (...) potremo dire che se togliamo il principio di non contraddizione non possiamo più parlare della realtà né di qualunque cosa....se uno toglie il principio di non contraddizione per cui qualunque cosa dica può significare qualunque altra, non può più parlare di niente, però uno potrebbe dire io non posso parlare di niente però la realtà c'è lo stesso (le obiezione al sofista) è un bel compitino per giovedì prossimo...

 

10-2-2000

 

Stiamo ponendo la questione religiosa, occorre affrontarla dicemmo....l'altra volta abbiamo detto che tutto ciò che non è il pensiero che stiamo costruendo è il discorso religioso, cioè in definitiva tutto ciò che sostiene che esiste qualcosa fuori dalla parola, in altri termini ancora qualunque proposizione che necessariamente si autocontraddice, questa è una proposizione religiosa, si autocontraddice perché immagina che ci sia qualcosa fuori dalla parola e ponendo questo si autocontraddice. Ci stavamo interrogando su come funziona il discorso religioso e cioè come accade di pensare una cosa del genere e quali elementi sostengano un pensiero del genere. Martedì dicevo della necessità di credere, di credere qualunque cosa ma in sostanza che qualche cosa sia fuori dal linguaggio, cioè che ci sia una sorta di realtà, la realtà è considerata appunto ciò che è fuori dal linguaggio, almeno così funziona e ci si interrogava su ciò che costringe a pensare una cosa del genere cioè scusate cioè avere la necessità di credere che esista una cosa del genere...pensate a come funziona il linguaggio. Come funziona ciò che il linguaggio costruisce cioè le proposizioni, c'è nella struttura del linguaggio una sorta di identità che è espressa generalmente dal verbo essere, ora il linguaggio costruisce qualche cosa e quindi una volta che l'ha costruito questa cosa esiste, esiste in quanto ha costruito anche la proposizione che afferma che esiste e ha costruito tutte le proposizioni che denotano quest'altra proposizione che afferma che qualcosa esiste, ora a questo punto ha creato un qualcosa che esiste, che c'è, e c'è perché il linguaggio ha costruito proposizioni che consentono di affermarlo, la sua logica, la sua grammatica, la sua sintassi lo consentono, sono soltanto queste proposizioni come dei programmi che fanno delle operazioni, tutte le proposizioni o i discorsi non sono altro, potete pensarli così, per avere un riferimento visivo, dei programmi che eseguono delle operazioni nient'altro che questo, dunque una proposizione che afferma che x esiste è un programma che compie un'operazione, e cioè mette da una parte una x e poi costruisce una proposizione che afferma che questa x esiste, naturalmente fornisce anche altri programmi che sono necessari e cioè programmi che consentono di costruire delle altre proposizioni che possono fare funzionare le precedenti, così come funziona un programma qualunque, dicevamo tempo fa c'è un sistema operativo e poi vari applicativi quindi tutto ciò non sono altro che stringhe di proposizioni costruite a partire da regole ed da altri programmi che le fanno funzionare, e fin qui grosso modo il funzionamento è quello di un calcolatore, però, però c'è un elemento che si aggiunge che i calcolatori ancora non possono fare, lo faranno.....è possibile e cioè la possibilità sempre una procedura linguistica del linguaggio di costruire nuove proposizioni a partire da altre proposizioni. Questo è importantissimo sia per il funzionamento del linguaggio, sia per il discorso religioso perché questo supporta la credenza che, corrobora la credenza che qualcosa ci sia, qualcosa c'è, io sto parlando e dunque ci sono, direbbero i più, inferenza un po' sui generi però funziona, perché funziona? Abbiamo visto che il linguaggio consente di costruirlo, e consente di costruire una proposizione alla quale sono connesse altre o quantomeno altre le permettono di funzionare, se io dico che io esisto allora, ci sono altre proposizioni che funzionano, come dire allora io sono da qualche parte e quindi esisto da qualche parte, quindi ho un volume, un peso, tutta una serie di storie, e quindi....(c'è mia sorella....l'esistenza di mia sorella) no per molti no, io potrei non esistere ma tutto il resto esisterebbe... e questo perché.....ma adesso andiamo avanti...dunque il fatto che io affermi che esisto si porta appresso tutta una serie di considerazioni che non sono altro che altre proposizioni che fanno funzionare questa teoria, enunciato tutto ciò potrà apparirvi un po' macchinoso nel senso che è il funzionamento di una macchina, e fino a qui in effetti non c'è nessuna differenza, funziona esattamente come una macchina, ma la macchina come dicevo, per il momento non può pensare se stessa, non ha questo programma, solo per questo motivo, non è programmata per farlo o se lo fa, lo fa entro limiti molto stretti, invece il linguaggio ha questa capacità di pensare se stesso, come dire, come dicono i linguisti di creare un metalinguaggio, un metalinguaggio non è altro che un linguaggio che parla di se stesso, nient'altro che questo. Cosa comporta questa operazione che è sempre consentita dal linguaggio? il linguaggio lo può fare perché può costruire proposizioni che hanno per oggetto qualunque cosa, ciò che il linguaggio stesso afferma che esiste o che non esiste, io posso parlare di un cerchio quadrato anche se non esiste, è una contraddizione in termini, ma ne posso parlare, posso affermare che esiste qualcosa fuori dal linguaggio pur contraddicendomi però lo posso fare, dunque il linguaggio può parlare anche di se stesso cioè pone il linguaggio come un oggetto, questo come dicevo prima le macchine non lo possono fare, dico questo perché distinguo le macchine, noi lo possiamo fare, loro no, abbiamo questo programma in più, distinguo anche dagli animali parrebbe ma è un discorso che ci interessa poco, cosa fa il linguaggio che parla di se stesso? Innanzi tutto compie una doppia operazione, la prima è quella che il linguaggio così come è strutturato può costruire affermazioni che qualcosa esiste, la seconda è che non soltanto qualcosa esiste ma lui stesso esiste, come dire che si pone di fronte a se stesso e afferma di sé che lui esiste, può farlo per qualunque cosa e quindi anche per sé, a questo punto abbiamo un programma molto complesso con chiaramente una infinita quantità di variabili, però se tutto ha funzionato in modo così lineare come vi ho tratteggiato non sarebbe mai esistito il discorso religioso, no, cioè gli umani saprebbero perfettamente di esistere in base al linguaggio, perché tutto ciò che considerano esistente, non potrebbero non pensarlo esistente perché esiste il linguaggio che consente loro di farlo, se tutto fosse proceduto in modo lineare come descritto, se così non ha funzionato è perché si è aggiunto un ulteriore elemento, un virus....un virus adesso vi faccio questa novella: avete visto un film che si chiama Nirvana? Vi dico perché può esserci utile per questa novella che vi faccio questa sera, bene, vi racconto molto brevemente l'essenziale che possa consentirvi di intendere ciò che seguirà, questo film racconta di un tizio che fa il programmatore, il quale costruisce dei giochi per il computer, giochi chiaramente sofisticatissimi, dove i personaggi sono umani, avvengono cose umane come nei film, i videogiochi non sono ancora così perfezionati, fatto sta che ad un certo punto uno dei personaggi, dei suoi personaggi che sta costruendo per una ditta di software, comincia a chiedersi ma io chi sono? "tutto questo mi sembra strano, queste scene le ho già vissute ecc.. " chiaramente il programmatore è sorpreso da una cosa del genere, lui non è programmato per farsi queste domande e allora fa passare un antivirus, il quale rileva la presenza di un virus, il quale virus cosa fa? fornisce ai personaggi del suo videogioco, una sorta di autocoscienza, a questo punto cominciano a pensare a se stessi, a causa di un virus, in questo caso, parlavo del discorso religioso come effetto di un virus, in questo caso possiamo raccontarla così, qualche cosa è intervenuto, lo abbiamo chiamato virus a fare in modo che ciascuno cominciasse a pensare di sé di esistere al di fuori di ciò stesso che lo fa esistere, cioè il linguaggio, ora come può essere fatto questo virus? Tenendo conto di quanto detto prima possiamo considerare che questa serie di proposizioni infinite che il linguaggio produce, abbia prodotto, o possa produrre una proposizione che afferma "io esisto per me stesso" per esempio, proposizione che è autocontraddittoria, la matematica se ne è accorta di una cosa del genere, soprattutto con Goedell, perché la matematica costruisce infinite proposizioni ma non può contenere quella che afferma che la matematica è autocontraddittoria per esempio, non la può contenere se no tutto il sistema è autocontraddittorio, quindi una proposizione del genere non poteva essere prodotta , cioè poteva ma in quanto autocontraddizione, una proposizione che afferma che io esisto fuori dal linguaggio in quanto autocontraddittoria teoricamente non potrebbe sostenersi, se tutto fosse filato liscio, questa proposizione sarebbe stata considerata un'autocontraddizione e quindi inutilizzabile e invece no, non è stata considerata autocontraddittoria, c'è un modo in cui una cosa del genere può funzionare, un modo ve l'ho illustrato giovedì scorso, occorre che la premessa maggiore di tutta una serie di sillogismi venga cancellata. In effetti pensavo proprio l'altro giorno è sufficiente cancellare questa premessa maggiore e tutto il sistema diventa un sistema religioso, come se la novella del virus, questo virus avesse cancellato la premessa maggiore, il virus può cancellare dei dati in un programma, fa prevalentemente questo, ha cancellato la premessa maggiore a questo punto rimane che cosa? la minore e la conclusione ma senza la premessa maggiore non sono verificabili, non è verificabile la conclusione, se la conclusione non è verificabile allora cosa vuol dire? O è falsa oppure è vera ma io non lo so, però a questo punto non essendoci più la premessa maggiore qualunque proposizione rischia di essere inutilizzabile, tutte, se io voglio continuare a poter utilizzarle è necessario che io creda che la premessa maggiore sia vera e senza saperlo, esattamente così funziona la religione, ora ovviamente vi ho raccontata una novella, utilizzando questa metafora del virus però, però fino ad un certo punto può essere utilizzabile una cosa del genere, perché funziona così anche retoricamente, tagliate via la premessa maggiore e la conclusione rimane non provabile ovviamente e non essendo provabile esige un atto di fede per potersi credere, se no non si crede né quella né nessun altra, non potendo stabilire che nessuna proposizione è vera allora avviene qualcosa di molto simile a ciò che è avvenuto con la crisi dei fondamenti, ma è avvenuto in ambito molto ristretto poi nella realtà non è stato così, nessun fondamento si è mosso da dov'era, perché la paura che fa compiere questo atto di fede è che non sia più possibile parlare, se tutte le proposizioni non sono né vere né false allora non è più possibile parlare, perché dicevamo tempo fa il vero non è altro che uno chiffeter che dà una direzione verso la quale proseguire, falso non indica nient'altro che la direzione che non può essere proseguita perché non porta da nessuna parte e quindi se non c'è il vero o il falso allora non è possibile andare da nessuna parte e quindi non è possibile proseguire a parlare e allora occorre che ci sia il vero se no io cado nel nulla, e il vero anche se non lo posso provare io credo che ci sia, ecco perché la religione aiuta a vivere tali altri no....questa che io chiamavo allegoricamente, metaforicamente come un virus ovviamente va inteso in modo più preciso perché non è che sia arrivato un qualcuno e abbia inserito un virus nel programma, ma diciamola così adesso perché diciamo una novella questa sera ma è come se il linguaggio stesso producesse il virus, lo produce, il lavoro che abbiamo fatto, questa sera diciamo novelle, il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è costruire un antivirus, per usare sempre metafore informatiche, abbiamo inventato un antivirus.......ricordate che tempo fa ci si chiedeva se era insito nella struttura del linguaggio qualcosa che attenesse il discorso religioso? difatti non abbiamo mai risposto in modo adeguato e preciso a questa domanda, prima si diceva di sì e poi di no, in effetti è molto difficile stabilire....( lei diceva appunto che il linguaggio può pensare se stesso....nel linguaggio la produzioni di proposizioni è infinita e quindi è contemplata la proposizione che riguarda se stesso, laddove in un qualunque programma questo è escluso) non del tutto, però è molto limitata, ci sono programmi che verificano i loro programmi, il programmino che si chiama scandisch è qualcosa che pensa se stesso, cioè si esamina.....no la questione è che lui quest'altro programma non può pensare se stesso, non può esaminarsi ( però esiste già nel linguaggio questa funzione, questa possibilità, il fatto stesso che esista il metalinguaggio è linguaggio) certo il linguaggio può pensare se stesso ma non è tanto questa la proposizione che indicavo programmatrice del pensare religioso quanto la proposizione che afferma che io sono fuori dal linguaggio che è autocontraddittoria, il linguaggio che pensa se stesso non è autocontraddittorio, funziona benissimo, mentre questa lo è, ed è questa che è a base del fondamento del pensare religioso, di qualunque struttura religiosa (come se ci fosse una sorta di circolo vizioso, come se questa proposizione tornasse indietro e quindi ) per riprendere la sua metafora non ha potuto più tornare indietro cioè la funzione ricorsiva si è bloccata, non è potuta tornare indietro e quindi la premessa maggiore è scomparsa dalla circolazione, non c'è più stata, non essendoci più stata (più che questo continua ad andare avanti e indietro nel senso che continua ad andare indietro ma è come se avesse perso il comando. La premessa maggiore è il comando perché è quella che governa la direzione ....perdendo il comanda gira a vuoto....è come se il programma saltasse...perdendo il comando è come potesse fare qualsiasi cosa e quindi fa nulla) il computer si blocca, bisogna spegnere e riaccendere cioè lui compie un'operazione poi torna al punto di partenza dove cerca l'ordine non la trova più e va da un'altra parte, non la trova e il computer si blocca, gli umani no, cioè si bloccano lo stesso, in un certo senso, continuano a girare, ma si blocca il pensiero (nel discorso religioso il comando è unico mentre il linguaggio pone una infinità di domande...) la volta scorsa ho chiesto se nessuno sapeva programmare in Giada e nessuno sapeva programmare ......stiamo programmando, riprogrammando il linguaggio, in effetti abbiamo fatto un'operazione del genere...abbiamo riprogrammato in modo da poterlo utilizzare, da fargli rivedere il punto di partenza, adesso l'ha visto e lui continua ad andare e tornare continuamente, senza problemi e funziona perfettamente ( il linguaggio cerca la sua autoreferenza) sì funziona ricorsivamente, lui sa dove deve andare se io vado dal panettiere so che deve andare in un certo posto e chiedere una certa cosa però fra le funzioni fondamentali riguardo al suo funzionamento, alla sua struttura è come se il punto di avvio si fosse perduto, non funzionasse più e allora non sa più dove andare ed ecco che allora è costretto a cercare da altre parti, dio, la madonna ecc.ecc. che sono cose che lui ha costruito ovviamente ( la questione del vero è falso....perché cerca in altre direzioni però trova il falso) sì trova comunque qualcosa che non può porre in modo definitivo come punto di partenza e rimedia a questo punto con l'atto di fede (allora il vero ha una sua valenza perché se il programma salta se cioè cerca il comando ma lo cerca altrove ovviamente questo programma che non trova ha la funzione di vero, un chiffeter allora ad un certo punto nel linguaggio c'è qualcosa che funziona come vero) sì e non è casuale che da quando esistono gli umani cercano il vero, la verità, l'assoluto ( è interessante porre la questione del vero in questi termini parrebbe in un certo senso che esista questa rappresentazione che esista qualche cosa che funziona come vero ed è esattamente quello che permette a questo programma di svolgersi, di svolgere tutte le operazioni......) la verità in questo caso non è nient'altro che un passaggio logico cioè ciò che il linguaggio stesso in nessun modo non può negare ( ma la verità nel discorso religioso funziona come origine, perché ciò che cerca tutto sommato è l'origine comunque il fondamento....anche nel linguaggio è ciò da cui prende avvio) sì è ciò che consente che qualunque altra sia corretta (nel linguaggio come funziona tutto questo? nel linguaggio la stessa verità come la possiamo chiamare?) come l'unica proposizione non autocontraddittoria, qualunque altra è autocontraddittoria (si tratterebbe....di trovare quella proposizione che altre proposizioni non mi permettono di fare, cioè di costruire l'infinito delle proposizioni.....se per esempio credo in dio mi permette di costruire solo certe proposizioni dall'altra in un discorso non religioso posso costruire tutte le proposizioni che voglio, questa è la differenza) la questione è che se io pongo dio come input originario qualunque proposizione che nega l'esistenza di dio allora è necessariamente falsa (o blocca il programma un'altra volta) sì certo, in generale viene considerata falsa però (lì si ferma perché dice di lì non puoi proseguire) anche il discorso più logico, più ferreo ha delle limitazioni in quanto esclude l'uscita dal linguaggio, l'intoppo è che ponendo dio al posto dell'input originario chiaramente si pone sì, funziona tutto allo stesso modo solo che questo input originario non può essere in nessun modo provato, è creduto ma non provato, per cui ecco che rimane una cosa campata per aria, però se c'è l'atto di fede funziona effettivamente perché qualunque altra proposizione che escluda quella originaria è falsa (in questo discorso l'input viene da dio impedisce che cosa? la proposizione che dio pensa se stesso?) no, impedisce che dio non esista. (sì sono d'accordo però questo è già un passo successivo, cioè nel senso che è come se l'input originario del linguaggio è qualche cosa di permette anche di lavorare sul linguaggio per esempio, dio non mi permette di lavorare su dio) no, perché anche in questo caso la premessa maggiore rimane assolutamente vaga, incerta, nessuno ha mai provato l'esistenza di dio....( faccio un disegnino: se questo è l'input originario dio, parto di qui e arrivo fino a qui, ritorno sempre a dio, quindi c'è qualche cosa che chiude in qualche maniera.....cioè dio mi permette solo un certo percorso, questo premessa maggiora chiamiamola A, mi permette di proseguire all'infinito questo percorso tornando comunque e sempre qui perché ovviamente ogni passaggio comporta un ritorno che mi dia l'input di andare avanti a fare quel pezzettino in più......(ma ritorni a qualcosa che è negabile) sì ma io sto parlando di A che non è dio) è la proposizione che non è autocontraddittoria ( adesso è tanto per chiarirci le idee ( è già inventata questa proposizione) siamo d'accordo ma dev'essere una proposizione in qualche maniera perché.... "nulla è fuori dalla parola" per esempio io ho questa difficoltà che non risolve la questione ) che poi la formulazione precisa, assolutamente precisa, suona così "qualunque cosa è necessariamente nel linguaggio" e quindi un atto linguistico, qualunque cosa perché se noi la poniamo come negazione "nulla è fuori dalla parola" ......( cioè intendo dire in questo mio discorso ci devo far entrare questa proposizione, ma mi deve far capire che sto trovando una struttura logica in questo disegno, al momento questa cosa io posso prenderla per vera, è vera non è negabile ma è come se mi mancasse il pezzettino per intendere questa struttura logica, ben chiara in mente...devo trovare un modo di dirla in un altro modo che mi sia in questo disegno, rappresentativa di tutto, cartesianamente, la struttura....la mia preoccupazione è questa, per questa cosa devo trovare il modo perché l'interlocutore qua davanti capisca ciò che sto dicendo) questo è un altro discorso ancora (prima però devo capirlo anch'io bene) la pone in termini logici, per la logica la cosa essenziale è ciò che è necessario, ciò che non può non essere, questo è il fondamento della logica, il fondamento logico, ciò che non può non essere (per tutto il discorso che abbiamo messo in piedi questo è necessario) e poi da lì la logica prosegue per cercare un criterio che consenta, la logica lo pone così in termini teorici, supponiamo un x e che questa x sia necessaria, non l'ha mai trovato, l'ha supposto, però ha proseguito poi correttamente, se questo è x e se questo x che è necessario allora per costruire una proposizione necessaria devo proseguire in questo modo, modo assolutamente ineccepibile, il problema che x necessario è sfuggito (x è necessario va bene qualunque cosa) sì non è questo il problema nella logica, la logica il problema lo ha incontrato quando ha dovuto provarlo è qui che si è inceppata ( mi viene il sospetto che qualunque cosa metta al posto della x non cambia assolutamente la questione) logicamente si poi è chiaro che nel luogo comune avviene così, viene messa qualunque cosa al posto della x, qualunque cosa e il suo contrario, per la logica no, perché se lei dice che x è necessario, la logica le chiede perché? E tutto ciò che afferma deve essere provabile o quanto meno, possibilmente non negabile (è necessario??) eravamo partiti dalla logica cosa chiede la logica, cosa muove la logica? cercare di stabilire che x è necessario, ci ha provato per un tot numero si secoli e poi ha abbandonato la ricerca e si è dedicata unicamente alle procedure che seguono da questo x è necessario, poi che cosa sia questo x l'ha lasciato perdere, perché non l'ha trovato (l'ha lasciato perdere però si è affidata al calcolo delle probabilità) la logica non si occupa del probabile, la scienza sì, il luogo comune sì, ma la logica no, semplicemente lo pone, in prima istanza poi, che esista o no per la logica ( mi arrovella) (la ricerca della verità) no, non la ricerca della verità, ché se fosse la ricerca della verità allora posso fermarmi su qualunque punto) è chiaro può sostituire qualunque cosa ( qui il discorso secondo me è porre questa proposizione ) in modo tale che sia immediatamente comprensibile (comprensibile, non comprensibile perché lo è già ma comprensibile il percorso, io dico che questo è necessario perché si possa intendere la struttura, cioè io posso dire ma quello che è importante intendere è la struttura cioè è come quando si fa un'analisi non è importante capire la questione della fantasia originaria, cioè trovare il fondamento cioè la proposizione di partenza, quello che è importante è trovare sì la fantasia originaria, ma tanto te la dice con il suo linguaggio di adesso, con tutta una serie di elementi che sono intervenuti, insomma che non sono più quelli, e questo anche in una analisi è reperire una struttura di discorso) (secondo me in una analisi quello che importa è la decisione che interviene sulla fantasia primaria cioè ad un certo momento uno dice è questa la fantasia a quel punto l'analisi, il suo spasmodico cercare si affloscia?????non l'analisi, l'analisi comincia!!!! È qualcosa d'altro che si affloscia, bisogna distinguere!!! certo è difficile si ponga la decisione che sia quella, il percorso riguarda questa decisione o responsabilità) (io posso ad un certo punto dire che è questa la fantasia originaria, dio, ....(a cosa serve? ) infatti non serve sapere la fantasia originaria, della quale non avresti mai la prova...) ma forse ho inteso quello che ..."intendere la struttura e poi intendendo la struttura, essere inevitabilmente portati a concludere che l'input originario non può essere altro che quello" una cosa del genere? (sì, anche se la cosa mi lascia un po' perplesso perché io parlo ma poi ritorno anche su quello, sì intendere la struttura ma da una parte non si intende neanche la struttura se non c'è qualcosa da cui partire, è difficile) sì è una storia che abbiamo già seguita in parte e cioè costringere a riflettere intorno al fatto che per potere affermare qualunque cosa è necessario un punto di partenza e questo punto di partenza occorre che sia necessario, altrimenti tutto ciò che ne segue è assolutamente arbitrario, e se volete in due parole ma è una strada già percorsa in parte, certo, si può ripercorrere ovviamente (quello che ritengo interessante è intendere in termini di funzionamento, l'esigenza primaria è che questa struttura funzioni, il falso non la fa funzionare, il vero la fa funzionare, però è come se il vero fosse la possibilità di dare un input corretto) sì c'è qualcosa che dice di interessante per quanto riguarda anche una divulgazione di un pensiero del genere, il fatto che il vero faccia funzionare una struttura e il falso no, se io penso una cosa che è falsa, la struttura non funziona e il non funzionamento lo riscontro nel fatto che sono insoddisfatto, inadeguato ho tutti gli acciacchi di questo mondo, per esempio, forse ho inteso? (per me la struttura è questa, quando uno si accorge che qualche cosa è falso che cos'ha? Ha quel momento in cui si ferma a riflettere...è un po' come se ritornasse su i suoi passi e dicesse dov'è che ho sbagliato, qual è la direzione che ha preso e che non andava bene, questa ricerca che c'è, è un po' come un tornare indietro sui suoi passi per ripercorrere questa direzione che l'ha portato fino a lì perché ha inteso che c'era qualche cosa che non andava, che è poi il comportamento del nevrotico e di colui che è perfettamente a posto, però in effetti c'è un qualche cosa che funziona e che dà la via, dà avvio alla struttura) da avvio in che senso? (la struttura prende avvio da qualcosa, mi viene in mente che non può non essere nel linguaggio stesso, comunque ciascuno non può non essere nel linguaggio da sempre.......è un qualche cosa che ritorna su se stesso a meno che non ci sia un vizio di ragionamento) sì però questo vizio deve essere situato all'interno della struttura del linguaggio, anche per esempio il fatto di pensare che ci sia un avvio può in questo caso non essere vero) era una metafora in effetti non è un avvio ma ciò che fa funzionare il tutto poi chiamarlo avvio, in effetti è improprio, è la condizione del funzionamento del linguaggio (anche Verdiglione si era occupato di questo avvio cioè da dove vendono le parole? Dal nome....tutti bene o male hanno cercato di identificarlo questo punto di partenza) noi abbiamo posto la questione in altri termini, da dove viene il linguaggio? Da sé, il motore immoto, in moto (il dire nulla è fuori dalla parola è come se ci fosse un salto, pare un salto logico) sì, si tratta di precisare certo, bene abbiamo una settimana per riflettere su queste questioni e cominciare a precisarle meglio

 

 

17-2-2000

 

.......che qualunque cosa questa è necessariamente un atto di parola, occorre che funzioni nel discorso comune esattamente così come funziona il principio di non contraddizione....(e quindi non c'è bisogno retoricamente che ci sia il principio di non contraddizione perché quello già funziona nel discorso....la proposizione nulla è fuori dalla parola deve funzionare senza doverla enunciare e cioè renderla vera o falsa a seconda del gioco che si intende, cioè se interviene crea proposizioni che in qualche modo la devono verificare e quindi fa compiere al discorso giri superflui. Perché interviene come se io ricordassi "che bello nulla è fuori dalla parola" e allora se questo serve a far dimenticare a cosa serve, mi dimentico anche perché è così importante che "nulla è fuori dalla parola" perché immediatamente il discorso religioso taglia via tutte le questioni e non se ne parla più, chiude il discorso, però dio o la proposizione non cambia molto la questione, ho dato un nome ad una cosa e quella cosa funziona come dio. Come fare in modo che questa proposizione funzioni automaticamente nel discorso, quindi sia non più usufruibile, fare in modo che non ci sia più bisogno di fare migliaia di giri) come? (diceva bene Sandro quando parlava del percorso e quindi arrivare ad intendere che nulla è fuori dalla parola, la cosa è semplice però le "resistenze" di cui parlava Freud sono sempre resistenze, la cosa continuamente sotto il naso, fare in modo che questa proposizione funzioni e non sia più usufruibile cioè non sia più quella cosa che rompe le scatole) perché quindi il principio di non contraddizione è assolutamente presente e inserito in una sorta di automatismo in qualunque discorso, mentre questa proposizione no? Perché nel discorso comune non è così diffuso in quanto che " nulla è fuori dalla parola" sia una proposizione che può essere considerata con tutte le sue implicazioni, nel discorso religioso non esiste questa proposizione e quindi non esistono tutte le implicazioni e quindi può continuare a esistere lungo il discorso religioso, mentre quello di non contraddizione sì, funziona, perché la persona cerca comunque parlando di non contraddirsi o se lo fa e se uno glielo fa notare si secca, generalmente, e quindi funziona come una sorta di automatismo (mi stavo chiedendo se l'operazione che stiamo facendo non sia la stessa di Aristotele, Aristotele non ha inventato nulla, ha semplicemente formalizzato qualcosa di esistente, qualcosa di funzionale, lei dice... la questione di questo assioma che dice che nulla è fuori dalla parola, non funziona ma il discorso religioso comunque la fa funzionare, in un certo senso può anche darsi che funzioni, può anche darsi) il discorso religioso? Il discorso religioso si fonda sull'esclusione di questa proposizione (tuttavia ci si trova in mezzo costantemente) no, non esiste cioè questa proposizione per il discorso religioso è un non senso oppure è falsa, in entrambi i casi non è utilizzabile (.....sì però qualunque discorso non può dire che il principio di non contraddizione è vero o falso, perché già funziona mentre parla, quindi il dire che è vero o falso il principio di non contraddizione sarebbe una tautologia, nel senso che utilizza il principio di non contraddizione per parlarne, quindi può anche dire che la proposizione nulla è fuori dal linguaggio è vera o falsa ma comunque si trova nella parola, volente o nolente, in questo senso intendo dire che funziona, può anche non riconoscere, come può anche in teoria non riconoscere il principio di non contraddizione, però funziona e lo stesso che possa dire quello che sto dicendo.........quindi sto dicendo che stiamo in un certo senso formalizzando qualcosa allo stesso modo di Aristotele, Aristotele ha formalizzato questi tre principi logici, ma non li ha inventati non ha rivoluzionato nulla, ha dato forse allo stesso modo in cui potremmo farlo noi, degli strumenti per pensare, anche noi non abbiamo inventato nulla, abbiamo formalizzato quello che è un principio, come quello di non contraddizione, di identità....forse ha una valenza diversa però non è che questo principio non funzioni, forse posso non riconoscere...) questo sì, può essere interessante mostrare che il principio di non contraddizione funziona nel linguaggio senza che nessuno se ne avveda ma poi di fatto funziona e se ne avvede nel momento in cui ci incappa....allo stesso modo si potrebbe utilizzare questo discorso per quanto riguarda la proposizione che stiamo discutendo "nulla è fuori dalla parola" mostrare come di fatto funzioni, ma, ma siamo sicuri che funzioni? Siamo sicuri che funzioni? (io parto dal principio che comunque posso anche negarlo....) senza il principio di non contraddizione è impossibile parlare, come qualunque altro principio piaccia dire, non è possibile parlare, potremmo dire la stessa cosa del principio che afferma che nulla è fuori dalla parola? (al contrario, è un'operazione retorica la mia, come dire mostrare anche per benevolenza, anche per noi che non si sta dicendo nulla di strano, si sta dicendo esattamente come funziona il linguaggio, perché funziona comunque, è semplicemente il rilevare un principio, come quelli di Aristotele, eventualmente l'operazione può essere affinata nel modo che diventa estremamente evidente che il principio di non contraddizione per esempio è assolutamente necessario, se vogliamo formalizzare...in questo caso si tratta di trovare il modo di rendere assolutamente evidente.....quando si dice che è una proposizione non negabile, come è una proposizione non negabile il principio di non contraddizione, allo stesso modo, far toccare con mano, come dire non ho mai pensato, perché in effetti nessuno pensa al principio di non contraddizione, ma quando lo legge è così, non puoi dire nulla che possa contraddire questa cosa.....) sì ci manca ancora un elemento in effetti il principio di non contraddizione come tutti gli altri non è altro che un componente di un altro elemento, che è la proposizione che stiamo avanzando, si tratta di trovare questo aggancio, rendere assolutamente necessario e semplice il passaggio fra il principio di non contraddizione per esempio, o qualunque altro sia, e questa proposizione che "nulla è fuori dalla parola".....naturalmente sì, se non è negabile questo non è negabile neanche quest'altro (infatti io stavo pensando come se questo fosse il quarto principio, i principi di Aristotele sono assolutamente collegati l'uno all'altro) potremmo dire che ciascuna cosa è necessariamente quello che è, questo comporta che sia identica a sé che non possa esserci nulla che la contraddice e che non ci sia una terza possibilità di fronte ad una alternativa (lei riesce a tradurre il nostro principio in questo modo?) è possibile. Ha già in mente? (.....) cosa sono io l'hardware? Interessante questo riuscire a formalizzare allo stesso modo, così come è immediatamente evidente che i principi di non contraddizione ecc., quasi immediatamente evidente anche se molti dicono di no.....però è abbastanza facilmente dimostrabile il funzionamento e che il fatto che non sia negabile, che in qualunque modo io voglia negare il principio di non contraddizione, nelle proposizioni che costruirò lo dovrò utilizzare, ché se mi contraddico non vado da nessuna parte, ecco mostrare che questa proposizione che afferma che qualunque cosa è necessariamente un atto di parola, è necessariamente nel linguaggio che è la stessa cosa, funziona allo stesso modo, sì direi che questo è l'obiettivo, cosa dice Cesare? sì ci stiamo avvicinando molto alla questione centrale.....costruire un'argomentazione logica molto potente (addirittura il principio da cui discendono tutti i principi) sì o come diceva lei un quanto principio, adesso non stiamo a fare le graduatorie oppure un principio che è composto da questi altri principi, così come un po' l'abbiamo pensato fino ad oggi, una sorta di meta principio che è fatto poi di questi altri principi.....l'aggancio è questo, così come non è negabile il principio di non contraddizione....perché non è negabile lo abbiamo detto, perché chiaramente viene utilizzato, però possiamo fare la stessa cosa per il principio che non c'è uscita dal linguaggio, l'abbiamo anche fatto, il fatto che non c'è uscita qualunque cosa io cerchi di fare è necessariamente un atto di parola, però è come se fosse ancora troppo complicato, non così quasi immediatamente evidente come il principio di non contraddizione....bisogna pensarci....si tratta poi di pensare....costruire una serie di proposizioni non tantissime non più di sette, otto ..dieci ma che siano quasi immediatamente evidenti (per esempio utilizzare A e non A......stavo pensando prima che la questione grossa è la realtà , c'è qualcosa che deve escludere questa possibilità, è questo che frena ad intendere una cosa di questo genere, ciò che dico è vero ma c'è la realtà, cioè qualcosa che non è nel linguaggio, nel linguaggio c'è ciò che dico e basta, nessuna considerazione che la realtà sia ciò che dico.....viene continuamente elusa la questione della realtà, ciò che impedisce ad una persona di intendere ciò che diciamo è perché crede in lei, qualunque cosa sia, c'è qualche cosa che è fuori.....) l'aggancio può passare attraverso questo, qualunque pensiero attorno alla realtà comunque la consideri, in qualche modo è costretto pensare alla realtà come un qualche cosa che non sia autocontraddittorio perché si dissolverebbe, la realtà occorre che sia non autocontraddittoria (come se fosse fuori dal linguaggio perché non sia aucontraddittoria) a questo punto occorre porre l'autocontraddizione o comunque la contraddittorietà, o il principio di non contraddizione come necessariamente nel linguaggio, questo già sarebbe un passo avanti, se l'autocontraddizione è necessariamente un fatto linguistico (è negabile?) sì , allora il fatto che la realtà possa essere autocontrdadditoria è un fatto linguistico e può essere autocontraddittoria se e soltanto se è nel linguaggio, autocontraddittoria oppure non è contraddittoria, è su questo che occorre lavorare, ché la realtà molto spesso anche nella filosofia è un discorso...è stata accostata alla verità è vero ciò che è reale, la realtà non mente poi ci sono tutti i luoghi comuni ecc... e se mente non è la realtà è un'apparenza, la realtà non può mentire perché è necessariamente quello che è, cioè è un principio di identità, deve pensarsi bene.....mi sa che abbiamo dato una direzione precisa alla ricerca, molto precisa.....Cesare qualche considerazione? (il fatto che anche i tre principi sono religiosi , cioè la realtà esiste ....) (e lo sono religiosi al momento in cui........senza questo assioma questi principi possono essere intesi religiosamente, perché al posto di A e non A non metto più delle proposizioni ma metto delle cose, invece questo principio dovrebbe costringere ad accogliere delle proposizioni che possono allora sì giocare)....allora dobbiamo lavorare in questa direzione della contraddittorietà o non contraddittorietà della realtà, come avvio...perché non può essere autocontraddittoria? Che cosa significa affermare che è autocontraddittoria per esempio o che non lo è? Formalizzare il tutto....(il principio di identità dice che qualcosa è se stesso, certo è fuori dal linguaggio) sì non può essere nient'altro che se stesso e se è se stesso non è altro, o è se stesso o è altro (il principio di identità come ciò che non è autocontraddittorio, la relazione di autocontraddittorietà è nel linguaggio anche questo) sì certamente bisogna renderlo quasi autoevidente, sta qui la difficoltà, certo è un principio, una procedura linguistica e non può essere altrove, ci pensiamo è una questione piuttosto complessa (non funzionerebbe il linguaggio senza i principi) ci sono tutte le obiezioni, supponiamo che tolgo il principio di non contraddizione e quindi non posso più parlare della realtà però la realtà esiste lo stesso anche se non ne parlo, questa è l'obiezione più corrente, perché ne abbiamo parlato anche nella Seconda Sofistica però non è ancora così semplice (...) potremo dire che se togliamo il principio di non contraddizione non possiamo più parlare della realtà né di qualunque cosa....se uno toglie il principio di non contraddizione per cui qualunque cosa dica può significare qualunque altra, non può più parlare di niente, però uno potrebbe dire io non posso parlare di niente però la realtà c'è lo stesso (le obiezione al sofista) è un bel compitino per giovedì prossimo...

 

 

2-3-2000

 

Il senso e il significato. Il senso è l’uso, il significato non è l’uso dell’elemento ma l’utilizzabilità, il fatto che sia utilizzabile, questo è il significato e cioè il fatto che sia un elemento linguistico, un elemento linguistico è tale in quanto è utilizzabile dal linguaggio e il senso il suo utilizzo.

Domandare non è per avere una risposta ma per instaurare il gioco linguistico

 

……il principio del terzo escluso, A oppure non A, sarebbe ancora meglio se A allora A non A, formulazione proprio fatta con sentimento, abbiamo detto che se si elimina il principio del terzo escluso allora qualunque elemento può significare qualunque altro, se qualunque elemento significasse qualunque altro elemento abbiamo visto che il linguaggio cesserebbe di esistere, non potrebbe più funzionare e fin qui…ora questo principio che fa? è una proposizione indubbiamente, una proposizione che risulta necessaria cioè è necessario che sia il principio di non contraddizione, necessario in quanto che cosa è necessario? Ciò che non può non essere, e questo non potrebbe non essere perché se fosse non si darebbe né il principio di non contraddizione né nessuna altra cosa, ché il linguaggio stesso precipiterebbe nel nulla, in questo senso è necessario che sia e non può non essere, è una proposizione abbiamo detto, il principio di non contraddizione o del terzo escluso, è lo stesso, quindi questa proposizione risulta necessaria, sempre nell’accezione di necessario che intendevo prima, se il principio di non contraddizione è necessario e il principio di non contraddizione è una proposizione, allora questo principio di non contraddizione è sempre una proposizione inserito all’interno di una struttura linguistica, ora, una questione, potrebbe un elemento necessario essere inserito all’interno di un elemento non necessario? Questa è una questione (una struttura linguistica in questo caso sarebbe non necessaria?) sì però la questione linguistica ancora non l’abbiamo posta, ci siamo soltanto chiesti se un elemento, che è necessario come il principio di non contraddizione può essere incluso all’interno di un altro elemento che non è necessario. Questo elemento è contingente se non è necessario, è contingente quindi può accadere oppure no, laddove non accada, ovviamente, il principio di non contraddizione anche lui non può accadere, visto che è incluso anche lui in quell’altro e quindi è assolutamente necessario che ciò che è necessario sia incluso in qualcosa di altrettanto necessario, e pertanto ciò in cui il principio di non contraddizione è incluso è il linguaggio, essendo una proposizione, così se è necessario il principio di non contraddizione, abbiamo visto che è assolutamente necessario che sia allora a fortiori, dicevano i latini, allora è necessario che si dia il linguaggio, e cioè quella struttura che consente di formulare il principio di non contraddizione. Questo è un altro modo per provare l’assoluta necessità del linguaggio, certo abbiamo detto che il principio di non contraddizione è una proposizione ed è necessario, è necessario ché altrimenti il linguaggio precipiterebbe nel nulla, su questo punto occorre riflettere ancora un momento, perché cosa comporterebbe che il linguaggio precipita nel nulla? Ché questa proposizione ovviamente non potrebbe formularsi, né questa né nessun altra, in assenza di proposizioni, la loro stessa possibilità, che cosa rimane agli umani? Nulla che possano intendere, nulla che possano descrivere, nulla che possano costruire, in definitiva nulla. Dicendo che il principio di non contraddizione è necessario, in questo modo rendiamo implicita la necessità del linguaggio, abbiamo fatto un procedimento inverso, tempo fa abbiamo proceduto al contrario, ci serviva qualche cosa che potesse muovere da un principio di non contraddizione che è più semplice da intendere, chiunque può facilmente reperire che in assenza del principio di non contraddizione qualunque cosa significa qualunque altra e quindi non potrebbe più utilizzare il linguaggio, ché orologio per esempio, potrebbe significare qualunque cosa e il suo contrario, quindi non c’è più modo di parlare, ecco dunque come avevo annunciato che è possibile provare l’assoluta necessità del linguaggio muovendo da un principio più semplice da accogliere, più facilmente evidente, c’è l’eventualità che sia più facile da accogliere una cosa del genere…perché si gioca su due passaggi il fatto che sia necessario il principio di non contraddizione e che sia necessario che ciò che lo include sia altrettanto necessario, tutto qui non occorre nient’altro, perché se non fosse necessario ciò che lo include sarebbe una contraddizione in termini e se il principio di non contraddizione è necessario che sia, allora non può non essere, mentre dicendo che è incluso in un elemento che è contingente può non essere, e quindi è una contraddizione in termini, e non può essere accolta giustamente. Semplice no? Cesare? (per dire il principio di non contraddizione è necessario il linguaggio e fin qui…) sì però uno potrebbe dire eliminiamo il linguaggio e così eliminiamo anche il principio di non contraddizione che comunque è un impedimento, certo a questo punto diciamo che non c’è più linguaggio e quindi non c’è più nessuna possibilità di pensare (però il linguaggio funziona comunque indipendentemente dal sapere queste regole….si è sempre parlato….anche il nulla lo posso dire solo se parlo) ho precisato anche la nozione di nulla, nulla come la contraddizione è aucontraddittorio (stavo pensando all’utilizzo di queste argomentazioni e cioè come possa sbaragliare….perché il nostro intento è creare proposizioni che siano più chiare possibili...mi pongo dal lato dell'interlocutore.…ovviamente non può negare il linguaggio e l’obiezione è che anche prima di queste regole il linguaggio funzionava….) certo il linguaggio funziona anche senza conoscere ……l’unica differenza è che non conoscendo come funziona il linguaggio si scambia ciò che il linguaggio produce come elemento fuori dal linguaggio, cioè una contraddizione in termini (però funziona…) il discorso religioso è solo un modo di pensare, è solo un modo di pensare come infiniti altri, è un gioco che è combinato in modo tale da escludere la possibilità che ciò che il linguaggio afferma sia altro dal linguaggio, lo esclude….lo impone, che il linguaggio sia solo uno strumento, in base a quali criteri? Criteri molto strampalati certo….però d’altra parte anche il gioco del poker esclude una cosa del genere in qualche modo cioè esclude che una certa carta sia necessariamente un atto linguistico e quindi non abbia di per sé un senso, cioè preso seriosamente potrebbe mostrarsi come un discorso religioso, cioè esclude la possibilità che uno dica è soltanto una carta e quindi solo che è un gioco mentre per lo più il discorso religioso non è inteso come tale, è qui la differenza sostanziale, poi ( certo il discorso religioso escludendo di essere un gioco linguistico e quindi essendo mezzi quelli che usa, le parole, non può considerare che funziona il principio di non contraddizione, ne usa del principio per affermare verità ma è come se una verità valesse l’altra) questo come dicevo è semplice da far intendere, il fatto che il principio di non contraddizione sia necessario (sì però mi sembra che ponga il destro al discorso religioso…) ma certo che il linguaggio funziona comunque funziona anche quando dico delle stupidaggini, funziona sempre però, però se io apprendo il suo funzionamento, quello del linguaggio ecco che allora avviene qualcosa di differente cioè posso considerare che ciò che il linguaggio costruisce, che ha costruito da sempre, sono atti linguistici, tutto ciò e nient’altro che atti linguistici come dire che il linguaggio da sempre ha sempre e soltanto costruito atti linguistici, non può, non ha potuto e non potrà mai far niente di differente (se non un atto di fede ) anche l’atto di fede è un atto linguistico attende ad un gioco (….) sì insistere su questo punto che il linguaggio non poté e non può e non potrà costruire null’altro all’infuori dell’atto linguistico, quindi qualunque cosa, torniamo alla famosa proposizione, qualunque cosa è necessariamente un atto linguistico, e non può essere altro che questo, anziché nulla è fuori dalla parola….Sandro cosa sta pensando così assorto? Sì però a fianco di questo c’era una questione su cui Beatrice sta lavorando, attorno al senso, sentiamola…senso e significato ( significanti tutto sommato perché sia il significato che il senso sono due significanti che producono delle proposizioni, mi chiedevo partendo da un vecchio esempio, laddove non riconosco un significato) pongo una domanda: il significato è un significante? ( certo che è un significante.) allora non è un significato quindi è un significante o è un significato ( il significante non può separarsi dal significato, non esiste significante senza significato, non sarebbe un significante non provocherebbe una ulteriore domanda perché produca un senso, cioè un’altra proposizione….non è possibile continuare a parlare in assenza di senso, questo è proprio stabilito dal principio di non contraddizione….abbiamo posto il significato proprio per sbarazzare… un elemento linguistico) sì però ho distinto fra significato e il senso, il senso è l’uso, il significato non è l’uso dell’elemento ma l’utilizzabilità, il fatto che sia utilizzabile, questo è il significato e cioè il fatto che sia un elemento linguistico, un elemento linguistico è tale in quanto è utilizzabile dal linguaggio e il senso è il suo utilizzo e si riproduce ciascuna volta….(dicevo come sia importante per esempio si diceva di Murpesso, cos’è un significante? In quanto tale non ha un significato, ma cosa produce, produce un rinvio che dice “non ha senso, non ha significato” e questo è il suo uso, cosa comporta – sono parecchie le questioni che sorgono a questo punto, cosa comporta questo suo uso, comporta un rinvio al significate) qual è il soggetto? (l’uso del significante, comporta una produzione per esempio di Murpesso, delle stesso significante finché non mi accorgo dell’uso di questo significante che è non ha senso, questo è il rinvio…. è un senso è una conclusione, è un’inferenza che il mio discorso trae, finché non trae questa inferenza, il gioco sarà tra murpesso e murpesso che mi fa dichiarare che non c’è rinvio, come se non ci fosse produzione, il discorso, il discorso è fermo, è come se il mio discorso a questo punto facesse quello che dico e quello che in qualche modo non mi “dico” è che non ha senso, e quindi traggo che non essendoci senso non posso continuare se non in questo rimpallo, quindi decido di interrompere e quindi interviene qualcos’altro, ma un elemento linguistico è tale perché è connesso con un altro elemento linguistico, a questo punto si dà sempre un altro elemento linguistico che è conseguente ma non di un elemento linguistico che è l’antecedente, solo il suo uso cioè l’utilizzo di un termine senza senso si impone come reso nell’interrogazione del senso e quindi del qualcosa che faccio dicendo, ma dicendo non non dicendo nulla, perché non sarebbe un dire)…il senso è tale sempre rispetto ad un gioco particolare, per cui parlare di non senso comporta un riferimento preciso a un gioco specifico, l’elemento è un non senso rispetto a quel gioco, fuori da quel gioco non è né un senso né un non senso, assolutamente niente e quindi il non senso è sempre connesso al gioco, al gioco specifico, rispetto a quel gioco, rispetto a quel gioco è un non senso cioè non è utilizzabile in quel gioco, per vari motivi ma la non utilizzabilità è sempre riferita ad un gioco particolare, così in assoluto non significa niente (si tratta a questo punto di rendere utilizzabile questa proposizione che ha la funzione tutto sommato di dire che è un non senso rispetto a quel gioco, chiaramente devo considerare questa proposizione e diciamo che il gioco cambia, ma mi interessa che il gioco cambi rispetto a quelle che sono le regole del mio gioco, perché non è facile ascoltare da una proposizione che pare non avere un senso, un senso, cioè a cosa mi serve il non senso, come per esempio nel lapsus o nell’atto mancato….si gira per degli anni senza accorgersi del senso che si dà alle cose) come ci si accorge? (ci si accorge prendendo atto dei significanti, dei modi di dire del proprio discorso…il discorso risponde alle domande e non lascia parlare quei significanti che intervengono nel proprio discorso…..) però non basta soltanto interrogarsi, giustamente occorre interrogarsi ma è il modo in cui ci si interroga che fa la differenza in quanto interrogarsi è trovare la risposta , si è interrogato quindi l’interrogazione non è tanto per la risposta come in genere avviene ma è per il gioco, interrogazione che non punta a nessuna risposta, che non ha un obiettivo particolare è soltanto la messa in atto del gioco linguistico, per questo interrogarsi in questa accezione non è semplicissimo, per le persone che soprattutto sono addestrate all’idea che una qualunque interrogazione comporti una risposta, prima o poi in qualche modo, e invece no l’interrogazione non è per la risposta non vive in attesa della risposta ma è nel gioco, vive nel gioco ( però se il gioco è quello che si pone come un gioco tutto il resto sono non sensi questo è l’obiettivo tutto sommato, se io definisco il gioco in questo modo l’obiettivo entra a far parte del discorso per cui le regole del gioco costruiranno questo gioco ) quindi in effetti in una analisi l’analista non è che ponga le domande perché voglia sapere le risposte o perché interessato ad una questione particolare ma porre la domanda è come cominciare a insinuare nel discorso dell’altro delle regole di un gioco che quest’altro tizio ignora, un continuo domandare non è per avere sempre più risposte o per precisare sempre di più la questione non si tratta di precisare nulla, se non come quella del percepire ma il domandare non è altro in qualche modo…l’analista fa il verso del linguaggio cambio cassetta è necessariamente un atto linguistico qualunque cosa io faccia quindi domandare ha questa funzione di incominciare a porre delle regole di un gioco, forse è l’unico, però è il primo modo che l’analista ha per cominciare a porre la questione del linguaggio che non mirano a niente, mirano a niente perché l’analista non è che si aspetti di sapere la risposta dell’altro non gli importa assolutamente nulla, però è il primo modo…. che poi in effetti lungo l’analisi procede da questo modo solo che probabilmente si esaspera sempre di più che alla fine diventa in effetti lui, il domandare stesso, è il linguaggio il filo conduttore, quando cioè la persona stessa si trova presa in continue questioni, fini a se stesse ma fini a se stesse nel senso che fanno il gioco del linguaggio, anche l’invenzione della Seconda Sofistica è nata così….uno comincia a domandarsi non tanto per trovare, all’inizio sì, come avviene in effetti in una analisi, all’inizio ci si domanda delle cose per trovare delle risposte che finalmente lo soddisfino…la questione va avanti e si esaspera al punto in cui non è possibile pensare la risposta, rimane la domanda, domanda che non è altro che produrre altri elementi, continuamente senza tregua, se io mi dico che voglio una risposta anche questa stessa proposizione produce immediatamente altre cose, altri rinvii tanto che nulla riesce a fissarsi come un elemento che sia fuori dal linguaggio, qualunque elemento è preso immediatamente in un altro, in un altro giro, direi che il domandare inizialmente fa riflettere una persona però alla fine si esaspera e diventa il gioco stesso del linguaggio e a questo punto quando si è instaurato questo gioco del linguaggio che qualcosa avviene, cioè la persona non riesce più a stare male, né bene……perché non è come spesso si intende che si domanda perché l’altro riflettendo capisca, non esattamente, ché può capire qualunque cosa e il suo contrario, il capire non è altro che il produrre un’altra proposizione a fianco che ha lo stesso valore di quella precedente, a meno che non la si ponga in termini religiosi, e allora ha un’altra accezione, perché quella che segue non è la stessa cosa di quella che precede ma è il compimento di quella che precede, come dire la sua soddisfazione e quindi il suo significato ultimo, invece in quest’altro caso no è un’altra proposizione e quindi non è che domanda perché l’altro capisca ma per instaurare questo gioco Sandro qualche pensiero? Domandate per instaurare il gioco linguistico forse è l’unica via attraverso la quale può farsi una cosa del genere (….) domandare che non è necessariamente una proposizione con il punto interrogativo (domandare per insinuare delle regole del gioco, il domandare ciò che si dice in qualche modo anche se sembra un qualche cosa che non domandi nulla…non è che una chieda spiegazione o conto di qualche cosa quello che in qualche modo vuole indurre è che si trovi in qualche modo ad avere un eco di quello che dice….la realtà è poi questo non tutto, che il linguaggio operi come strumento, la questione più urgente) ( in effetti l’interrogazione intorno al senso proviene proprio da questa urgenza per cui qualcosa è fuori dal linguaggio, la necessità, la realtà, il bisogno, la questione è fuori dal linguaggio, se uno non ascolta il senso di quello che dice non riuscirà a renderla linguaggio e quindi qualcosa per cui non ci sono molti altri rinvii, poi il linguaggio da solo liquida è il modo di interrogare la questione che non è semplice, continuamente è facile di ripercorrere una certa via senza accorgersi che è sempre una questione nuova quella che si va ponendo per cui la necessità della realtà che appare, appare contingentemente ed è quella che sbarra la strada, blocca il passaggio, di lì non c’è modo di renderla linguaggio e quindi di accorgersi di quello per cui serve questa questione) comincerò proprio con questa proposizione “non tutto è linguaggio” comincerò da lì, chiaramente mi chiederò come lo so, visto che affermo con tanta sicumera …voglio prendere questa proposizione come avvio (anche il discorso religioso più pregnante non può non ammettere che è linguaggio) il discorso religioso più stretto ideologico, si ferma eccome “dio è la verità?” sì! Potrebbe essere altrimenti? Bell’è fatto, non è che andiamo molto lontano ( molti sensi portano anche altre cose) sì perché il discorso religioso tenendo fermo, la religione in senso stretto, l’esistenza di dio, questa è l’unica proposizione che non può mettere in dubbio, tutte le altre sì, possono essere opinioni, possono essere relative a questo o a quell’altro, tranne quella, per cui c’è chiamiamola una sorta di mobilità per tutto ciò che non riguarda l’atto di fede, ma quanto riguarda l’atto di fede no, quello non può essere messo in discussione, come dicevo non può ammettere che dio non esiste o che la realtà non esiste poi la religione è personale a ciascuno, è sociale non esiste a seconda…sì, il discorso religioso può mettere in dubbio qualunque cosa tranne quella proposizione su cui si fonda, come il nostro discorso solo che nel caso del discorso religioso la proposizione su cui si fonda è assolutamente negabile, nel caso nostro no, non è negabile…..quello che dicevo prima l’interrogazione quello che prova, va elaborata ulteriormente potrebbe costituire e costituirà sicuramente (queste continue domande creano) domande proposizioni ad un certo punto non sono più domande (la elaborazione del proprio discorso ciò che rende difficile sono queste continue domande che creano delle infinite…) che poi queste domande (queste proposizioni) sì, ad un certo punto non ci sono più domane è una produzione incessante di domande (diventa così ampio il campo che sembra smarrirsi ….) le regole dell’elaborazione sono quelle del linguaggio….l’analisi non è altro che l’indicazione delle regole del linguaggio e ad un certo punto la costrizione alla loro applicazione, la costrizione logica, linguistica, uno non se ne accorge e poi è costretto ad applicarle, l’analisi non è nient’altro che questo………direi che proseguiamo su questo aspetto della domanda d’analisi (…….) potremmo dirla così il discorso isterico, come qualunque altro domanda per la domanda, il discorso dell’analista domanda per il linguaggio, potremmo porla così, un’aforisma ….nel linguaggio la domanda non è altro che domanda di rinvio, ché è ineluttabile, andare verso, il rinvio, che è un’altra proposizione….

 

 

 

9-3-2000

 

Qualche considerazione intorno alle cose dette?

 

Intervento: il fatto della necessità, si vive in una certa società con la quale abbiamo un certo rapporto…lei diceva, che la necessità diventa religione se blocca un discorso, se diventa un ostalo per poter proseguire…..una volta accettato ciò che io ritengo necessario, non è che mi blocchi il discorso…..

 

Sì, intanto occorre distinguere tra “necessario “ che è ciò che non può non essere e ciò che è funzionale a qualche cosa, in questo caso parlerei di ciò che è funzionale, una scelta, una decisione che è funzionale ad un certo gioco, non direi che è necessaria perché con necessario intendiamo ciò che non può non essere, ma è un elemento che è funzionale ad un certo gioco, ora certo questo non comporta che necessariamente che il gioco debba, che il pensiero debba arrestarsi, è una questione di responsabilità, cioè di considerare la scelta che si fa e il gioco rispetto al quale questa scelta è funzionale, poi abbiamo detto tante volte ciascuno può fare ciò che ritiene più opportuno, importante è che ci sia una responsabilità, cioè sapere che cosa si sta decidendo e per quale motivo, poi come dico non c’è nessun impedimento a fare qualunque cosa…..ecco questo introduce una questione di cui volevo dire questa sera cioè la domanda, in effetti il pensiero che si arresta non è altro che un pensiero che suppone di aver trovato la risposta alla domanda, come dire devo fare questo per questo motivo e quindi ho risposto alla domanda. Però merita di riflettere intorno al domandare, dicevamo l’altra volta che l’analista domanda, domanda così come domanda il linguaggio, nel senso che domanda altre proposizioni, domanda una risposta, ora la domanda che c’è nel linguaggio, potremmo porla in questi termini e cioè come la costruzione di una proposizione la quale proposizione ha come fine un’altra proposizione, quest’altra proposizione cioè la seconda proposizione interviene come ciò che dice della necessità della prima, adesso mi spiego meglio, prendete questa stessa domanda che io mi sono posto, cioè che cos’è la domanda, è una domanda e quindi abbiamo già l’esempio, una domanda quindi è una proposizione ovviamente, cioè “che cos’è una domanda?” questa è una proposizione, fatta sotto forma di interrogazione, questa si attende un’altra proposizione ovviamente, questa seconda proposizione è ciò che rende la prima e cioè la domanda “che cos’è una domanda” necessaria, in questo senso, instaura, trova ciò che non può non essere rispetto alla domanda iniziale, cioè la prima proposizione, ora ovviamente mi riferisco a un domandare teoretico e qui occorre distinguere o la domanda si pone in termini teoretici e cioè si attende una proposizione che enunci ciò che non può non essere, oppure è una domanda retorica. Domanda retorica sono tutte le domande che non sono domande teoretiche, e cioè tutte le domande che non si attendono qualche cosa che deve necessariamente essere, nel senso che una qualunque domanda che si formuli, che poi una domanda è sempre della forma dell’implicazione “se… allora”, se questo allora quest’altro, anche se non è formulata direttamente in questi termini, qualunque domanda dicevo è una domanda retorica in quanto si aspetta qualunque cosa, non ha importanza che cosa o meglio è importante rispetto al gioco che sta facendo, l’unico criterio è che la risposta sia coerente con il gioco che si fa, però non c’è nessuna richiesta di necessità, per questo distinguo tra domanda, che domanda del linguaggio, domanda teoretica, domanda che chiede ciò che necessariamente è e non può non essere, da una qualunque altra domanda che invece è una domanda retorica, e dico retorica anche in accezione antica del termine, cioè una domanda che non si aspetta propriamente non necessariamente ciò che domanda, faccio un esempio molto banale il domandare dell’ufficiale dell’anagrafe il nome e l’età, si attendono una risposta ma questa risposta è differente da quella che si aspetta il fanciullo che domanda alla fanciulla come si chiama e quanti anni ha, pur essendo la domanda la stessa ma la risposta, il modo in cui interviene la risposta, ciò che significa la risposta è totalmente differente, ciascuna risposta che viene formulata e che ciascuna persona si formula è strettamente connessa con il gioco che in quel particolare momento si va facendo, per questo tante volte non ha nessuna importanza la risposta in quanto tale ma il modo per esempio in cui si formula, intervengono una quantità enorme di elementi, per cui potete considerare qualunque domanda una domanda retorica, anche quando uno si chiede faccio bene o faccio male a fare una certa cosa? è sempre e comunque una domanda retorica, la cui risposta è vincolata alle regole del gioco che va facendo in quel momento, altro è invece il domandare del linguaggio, ciò che intendiamo con il domandare del linguaggio e cioè una domanda circa ciò che è necessario che sia , se io mi chiedo che cos’è una domanda e me lo pongo in ambito teorico, come sto facendo allora la risposta che cerco non è altro che una proposizione che rende il domandare necessario e cioè che stabilisce che il domandare è un atto che appartiene al linguaggio e cioè un atto tale per cui qualunque elemento che interviene si attende un altro elemento necessario, esattamente così come stiamo proseguendo, come abbiamo cominciato a fare da qualche anno a questa parte e cioè porci questioni e attenderci risposte che si attengano al criterio del linguaggio e cioè che siano necessarie, con criterio del linguaggio intendo il fatto che qualunque cosa sia questa necessariamente è un atto linguistico. Ora ciò che fa l’analista nella conversazione analitica è porsi come il linguaggio, e il linguaggio che cosa fa? domanda, domanda cioè come se dicesse, adesso dico un po’ così, che ciò che si è detto non è sufficiente, anche tutte le risposte che una persona si dà generalmente non sono sufficienti, non sono sufficienti non perché manchino rispetto a qualche cosa ma perché comunque altre proposizioni possono essere costruite, al punto in cui, c’è la considerazione oltre che la constatazione che ciascun atto linguistico, non termina, non termina sull’ultima cosa, sull’ultima parola, sull’ultima spiegazione, ultima qualunque cosa, ma ha comunque sempre un altro rinvio di cui io non posso non tenere conto, anche se non lo utilizzo ma non posso non tenerne conto, cioè non posso non sapere che comunque ciò che ho stabilito è assolutamente gratuito e se mi fermo lì mi assumo la responsabilità. Come dire non c’è nulla di costrittivo in ciò che ho fatto l’ho fatto per una mia decisione, di fare così anziché cosà, con tutto ciò che questo comporta. Però ecco dicevo del domandare, quindi fare le veci in un certo senso del linguaggio, lungo l’analisi l’unica cosa che può farsi è questo cioè continuare a marcare che qualunque affermazione si faccia questa affermazione ne implica delle altre che non sono né di minore né di maggiore valore, sono altre proposizioni esattamente come la precedente, ed è quando si instaura questa processo di infinitizzazione come abbiamo detto altre volte, che c’è un effetto per così dire di analisi, e cioè la persona si trova effettivamente nel linguaggio e non può più tornare indietro, per cui allude ciascuna volta che è possibile costruire un’altra proposizione che ha lo stesso valore, ché è questo che fa il linguaggio costruisce proposizioni che hanno lo stesso valore e il valore cambia a seconda del gioco che si va facendo ovviamente ma anche questo gioco al di fuori del linguaggio non ha nessun valore. Però è necessario che ci sia la domanda oppure no? Così come l’abbiamo posta come una proposizione che attende da un’altra proposizione una verifica della propria necessità (la necessità della domanda o della proposizione?) la necessità della domanda che non è altro che una proposizione, che ha questa particolare forma, è come chiedersi se è necessaria l’elaborazione e cioè di un elemento che non può non essere; può non essere ovviamente dal momento che la più parte delle persone non compie nessuna elaborazione teorica. Cosa c’è di necessario in tutto ciò? Visto che abbiamo appena detto che la domanda ha questa prerogativa e cioè ci si attende dalla seconda proposizione, quella che rende necessaria la risposta l’attestazione per così dire della propria necessità, ma potremmo dire che ciò che è necessario nella domanda è il fatto che una proposizione necessariamente ne richiede un’altra, tempo fa, accennammo alla questione riguardo al desiderio, forse la questione non è così lontana, abbiamo indicato con desiderio la necessità che ciascuna proposizione ne attenda un’altra, per così dire, ora il domandare ha a che fare con il desiderio ovviamente, se uno non desidera non domanda, il fatto di domandare qualcosa è la messa in atto di un desiderio qualunque esso sia, come dire che ciò che rende necessaria la domanda è che la domanda si costituisce come proposizione e questa “necessariamente” fra virgolette ne domanda un’altra e non può non farlo perché ciascuna proposizione è un atto linguistico, in questo modo la domanda risulta strutturale all’atto di parola, posta in questi termini ovviamente……(c’è una differenza fra desiderio e domanda che comunque fanno proseguire il discorso, difficile dal desiderio giungere all’atto linguistico, mentre la domanda l’abbiamo posta in termini strutturali e quindi funziona) sì è più facilmente evidente, sì passando dalla domanda è di più facile accesso anche la questione del desiderio (noi parliamo di domandare e chiaramente sono verbi performativi così come il desiderare o immaginare) anche il desiderare un verbo performativo (sì però quello che fa è un altro desiderio ed è molto più lungo arrivare all’atto linguistico) sì, sì certo (d’altra parte non possiamo negare che il desiderio sia una domanda) l’aspetto più importante in una analisi è quello di volgere delle proposizioni in domande, uno fa un’affermazione e questa affermazione può e deve essere volta in una domanda in una interrogazione, è un modo questo per incominciare a instaurare il domandare nel discorso, fino al punto in cui la domanda diventa strutturale, ovviamente per cui non c’è la domanda necessariamente con il punto interrogativo perché ciascuna proposizione è già presa nel domandare, è già presa in un’altra proposizione, come se la proposizione fosse disponibile alla proposizione successiva, che è quella che produce, cosa che generalmente non avviene, per questo volgere un’affermazione, una qualunque proposizione in una domanda con il punto interrogativo, il primo passo ma in alcuni casi è indispensabile, fare in modo che una persona cominci ad accorgersi di alcune cose….Sì cosa pensate? (mi interrogavo su qualcosa che lei ha detto martedì scorso a proposito della regressio ad infinitum) che cos’è la regressio ad infinitum? (…) deve riproporre il discorso perché non ricordo assolutamente niente (parlava di Tommaso che affermava che non è possibile questa regressio perché suppone la causa prima come qualcosa fuori dalla parola) (ecco io non intendo come l’ascoltare delle proposizioni che intervengono sia la ricerca della causa prima e quindi un qualcosa che è inteso come qualcosa fuori dalla parola) (se è posto come naturale la causa prima non è posta come linguaggio e cioè come regola grammaticale) esatto sì, in effetti se riflette bene all’interno della struttura del linguaggio non c’è nessun regresso all’infinito, il timore della regresso all’infinito muove proprio dalla presupposizione che si dia qualche cosa fuori dalla parola, questa la ponevo proprio come la condizione, sì perché all’interno del linguaggio non c’è un regresso all’infinito (c’è una progressio) sì una continua produzione di proposizioni ma il ritorno indietro all’infinito non si dà (se uno immagina che questa è una produzione e ascolta la produzione di significanti la posso chiamare regressio ad infinito non capisco perché abbia come presupposizione il fatto che immagino che possa essere fuori dalla parola, io intendo dei significanti) che cos’è una regressio ad infinitum? Cosa si cerca? Se uno fa questa operazione la regressio ad unfinitum cosa sta cercando? Perché va indietro? (non va indietro, sa che non può andare indietro) si chiama regresso….( è un nome sbagliato potremmo chiamarla progressio, è come il ricordo, altro performativo) però con regressio ad infinitum si intende una certa cosa, d’accordo che possiamo intendere tutt’altro però si intende sia filosoficamente che grammaticalmente un ritorno indietro alla ricerca di una causa, ora la regressio ad infinitum non è altro che un ritorno, un andare indietro per cercare la prima causa, questo vuol dire regressio ad infinitum , ora chiaramente questa operazione può farsi se si suppone la causa prima fuori dal linguaggio se no io non cerco le cause all’infinito ché la causa se proprio vuole parlare di causa è il linguaggio ( quello che mi interroga in tutto ciò è questa produzione che interviene laddove un termine si interroga o una questione si interroga e quindi comincia una produzione di storie, di termini che chiaramente si pongono uno appresso all’altro, questo gioco che io chiamo gioco di parola che è estenuante) estenuante? (sì estenuante, è un appellativo come vero o falso) sì però estenuante ha una connotazione particolare, diverso per esempio da divertente (anche diverso da vero o falso, questo è un aggettivo qualificativo che mi qualifica quello che è questa produzione di parola che in qualche caso giunge a rendere la domanda teoretica riguardo a quella questione da cui ha preso l’avvio, non fa porre delle questioni, rende molto lungo il percorso prima di interrogarsi sul senso per esempio) Sandro ? (stavo pensando alla questione delle responsabilità? Come possiamo inserire la questione della responsabilità….la responsabilità nei termini in cui ne parliamo riguarda un aspetto logico o retorico?) cosa si è risposto? (è una procedura anche questa ….            CAMBIO CASSETTA …..non c’è nulla che non sia un atto linguistico, si formula come principio di responsabilità, parliamo di responsabilità ma è quasi come ci fosse qualche cosa a fianco a quello che si dice, mentre è quello che determina tutto, mi chiedevo se questa questione della responsabilità se posta nei giusti termini dà l’impossibilità di espandere la questione ???? ma ricorrere alla causa prima è chiaro che ciò di cui vado in cerca è qualcosa non mi riguarda ma non riguarda tanto me, riguarda il linguaggio…..si parla di responsabilità personale mentre invece si tratta di responsabilità del linguaggio che non è assumibile, per cui la causa prima è un modo di eluderlo, poi ciascuno in qualche modo nel suo discorso la elude, se qualunque discorso potesse in qualche modo sostenersi…..) certo il linguaggio è l’unica cosa che risponde di sé (mi chiedevo se in qualche modo questa non è la procedura per eccellenza è un altro modo per formularsi il principio di responsabilità) come potrebbe formularsi? (…) cioè dice che il linguaggio risponde soltanto di sé e di null’altro, e che null’altro è fuori dal linguaggio (sì una cosa del genere ma formalizzarla questa cosa… se la proposizione non tutto è linguaggio è ciò che mette in discussione che tutto è linguaggio, come dire che l’obiettivo del discorso occidentale è che non c’è responsabilità, per cui c’è l’incapace, il responsabile tutta una serie di cose…si sostiene su che cosa sull’elusione della responsabilità che come dicevo prima è del linguaggio, è linguistico, è il linguaggio che produce se stesso e quindi è da formalizzare…) la formalizzi, cosa aspetta? Bisogna cominciare a inquadrare un po’ la questione…abbiamo detto dei tre principi, di identità, non contraddizione e terzo escluso ( queste sarebbe il quarto dei principi, il principio dei principi) sì ….anche se anche questo principio è da richiamarsi a quello che afferma che qualunque cosa questa è necessariamente un atto di parola, anche i principi aristotelici occorre che si richiamino a questo……(…..) lei dice in questo modo, principio di responsabilità: qualunque cosa questa è necessariamente un atto linguistico….ché solo nel linguaggio si è responsabile di sé, questo necessariamente, anche perché uno può essere responsabile solo di ciò che esiste, e ciò che esiste è solo il linguaggio, esiste necessariamente….sì qualche aggiunta? Tanto cosa vuol dire che si è responsabili? (non parlo che si è responsabili ma parlo per esempio di questa regressio in cui si cerca la causa, ma cosa ti rispondi? Quando si diceva appunto che è il linguaggio che produce se stesso e quindi tutto ciò che esiste è un atto di parola, tutto ciò che esiste è la parola che è responsabile della domanda perché è nei confronti di ciò che esiste) il linguaggio è responsabile di qualunque cosa esista, incominciamo ad avvicinarci ( la responsabilità la chiamo decisione e quindi ad un certo momento non può che non essere che un atto linguistico ciò che interviene, però mi chiedevo di fronte all’elaborazione che produce il proprio discorso )…….un momento però affermare che qualunque cosa è necessariamente un atto linguistico è una decisione oppure no? e una decisione è un atto che non può essere fatto altrimenti? No, intanto parliamo di costrizione logica (al momento appunto in cui sia una costrizione logica si gioca già questo gioco perché intervengono atti linguistici, non c’è quella verifica per cui interviene è “un atto linguistico o non è vero?” vado avanti….quando interviene la domanda perché è estenuante ciò che sta intervenendo? La mia domanda è utile ciò che sta intervenendo o tiro per le lunghe questo gioco che non finisce più e non mi sto a chiedere che senso ha? Che funzione? Nella decisione è già implicita che è una produzione di parola quella che ….)però se si pone in questi termini anche se è implicita non è praticato (non è praticato proprio per questo gioco) allora non serve a niente (è come sentire dei rumori pazzeschi e continuare) esatto, è possibile rispondere fuori dal linguaggio? Se sì con che cosa? e se no allora qualunque risposta è un atto linguistico quindi solo il linguaggio risponde, da qui la responsabilità, la responsabilità non è altro che rispondere qualcosa, per cui l’unico responsabile abbiamo detto è il linguaggio, non ce ne sono altri possibili, salvo le infinite rappresentazioni che possono farsi, retoriche ma logicamente non c’è responsabilità cioè non c’è risposta se non dal linguaggio, il linguaggio domanda e il linguaggio risponde (trovare il modo di connettere la responsabilità alla domanda teoretica) (a quel punto non ci sono chances né per la responsabilità né per la colpa) sì è un modo interessante, sì la responsabilità anche nel discorso comune è sempre una questione molto viva e molto presente e soprattutto posta nei termini del luogo comune la responsabilità è sempre della causa prima, da qui l’affannosa ricerca della causa prima, quindi la regressio ad infinitum, se invece è responsabile del linguaggio la ricerca è bella finita….sì Cesare? (……..) però bisogna tener conto che la persona è il linguaggio, a questo punto il problema è dissolto (……) è chiaro che la persona è una figura retorica non è nient’altro che linguaggio, ciò che dice ( la causa prima è la ricerca di un responsabile che sia la causa di tutto……come dire che anche una persona che è in analisi non può ricercare la responsabilità se non all’interno del suo discorso….) sì stiamo dicendo che le persone non sono altro che parole, questa è una delle cose più ardue da mandare giù e da considerare, sì dice giustamente Cesare il responsabile è il linguaggio e io cosa c’entro? Questa proposizione prevede questa: tutto è linguaggio ma io no. Sì in effetti è poi questa la questione considerare che le persone sono parole, compresa la propria persona cosiddetta……

 

 

16-3-2000

 

Su cosa avete lavorato questa settimana?

Intervento: sulla questione della responsabilità…

Sì e quali considerazioni avete fatto sulla responsabilità?

Intervento: si diceva che il linguaggio costruisce questa responsabilità, quindi sempre proposizioni occorre che siano quelle che si vuole considerare, e in quanto tale il responsabile cioè il linguaggio perde tutta quella drammaticità per cui si usa e se ne usa nel discorso comune, tanto che essere responsabili di ciò che si dice comporta considerare ciò che si dice …..si tratta di rendere implicito questo io sono responsabile di ciò che dico in quanto sono io che costruisco quello che dico….laddove c’è responsabilità è il linguaggio che gioca e quindi può elaborare ciascuna questione che interviene

Cesare ci sono considerazioni?

Intervento: è continua questa responsabilità….il fatto stesso di parlare comporta la responsabilità

 

Sì la responsabilità può anche dirsi così cioè qualunque elemento linguistico ha come referente un altro elemento linguistico e quindi non può che rispondere a un altro, di un altro elemento linguistico….Sandro ha aggiunto qualche elemento intorno a questa questione su cui stiamo dibattendo?

 

Intervento: le ho scritto, un flaches “il linguaggio dice se stesso” il linguaggio dice, perché quando si dice “produce continuamente se stesso” ovviamente si ha a che fare con delle proposizioni necessarie, e quando si dice “dice” si immagina che il linguaggio possa dire altro, ha un’altra connotazione, cioè il verbo dire rispetto al termine produrre, che è corretto ma in una formalizzazione ritengo che sia più preciso…la questione della responsabilità è impedire che si possa pensare qualcosa fuori dal linguaggio. Quindi la questione che il linguaggio dice se stesso, non altro, se dice se stesso esclude questa possibilità….

 

Allora vediamo di aggiungere qualche elemento alla questione della domanda che è importante, importante sia per quanto riguarda l’aspetto teorico sia per quanto riguarda la questione pratica, analitica, perché se voi considerate bene le cose che avvengono, che avvengono anche nel mondo in generale o che avvengono comunque in ciascuna persona, la domanda ha sempre una posizione di primo piano ciascuno si trova sempre a domandare a se o ad altri e dicevamo che non è sempre esattamente per ottenere una risposta in effetti e questa è una questione interessante di cui si diceva la volta scorsa, qualunque domanda che si faccia è comunque una domanda retorica, l’unica domanda che non è retorica, è una questione logica, è una procedura linguistica e cioè il fatto che ciascun elemento linguistico “domanda” tra virgolette cioè rinvia necessariamente, richiede un altro elemento in quanto non può non esserci un altro elemento a fianco. Però l’aspetto che più ci interessava era il primo e cioè l’aspetto retorico e cioè qualunque domanda come domanda retorica e cioè che si attende, questo domandare qualche cosa, qualcosa che non necessariamente è connesso con ciò che domanda. Cosa vuol dire in altri termini? Vuol dire che ciascuna domanda è formulata in un certo modo ma ciò che si attende, adesso sto parlando in ambito retorico, ciò che si attende è connesso con il gioco che sta facendo ed è questo gioco che decide di ciò che si attende, non la formulazione stessa (cioè lei vuole dire che quando domanda intervengono degli elementi, mettiamo che questi elementi che intervengono non siano coerenti, vengano giudicati non coerenti col gioco di cui ci si domanda. A questo punto questo elemento che sorte subisce? Perché se viene giudicato non coerente, quindi non facente parte di un certo gioco, questo elemento per una regola che abbiamo fissato, essendo un rinvio viene accolto, però viene giudicato non facente parte di quel gioco e se viene giudicato non facente parte di quel gioco si instaura un ulteriore gioco per cui questo elemento deve necessariamente far parte di quel gioco…) faccio un esempio, una persona inizia un’analisi perché ha un problema, qualunque non ha nessuna importanza, la domanda che fa è di essere sbarazzato del problema, ora sapete bene che se questo avvenisse propriamente, ammesso che possa avvenire ma se avvenisse la persona non sarebbe affatto soddisfatta di questa risposta, ora la domanda che è fatta in questo caso, di essere sollevati da un problema, si deve intendere quindi riferita a un gioco particolare e cioè il fatto che domandi questo, il fatto di essere risollevati da un problema, non esime affatto dal domandarsi che cosa mi sta chiedendo, in effetti, domandandomi questo, è vero che la formulazione è quella e quindi di questo occorre pure tenere conto ma questo non significa affatto di dovere rispondere a quella questione …la difficoltà sta nell’intendere in che modo viene posta retoricamente una domanda, intendo anche che cosa si attende esattamente ma non soltanto, quando voi riflettete da dove viene una certa domanda, questione che poi in analisi si pone molto spesso, direttamente o indirettamente, è come se vi steste domandando in effetti a quale gioco si riferisce questa domanda, o in quale gioco va inserita, perché non è così automatico il saperlo e dal momento in cui sapete a quale gioco si riferisce la domanda, voi potete anche sapere perché ha fatto quella domanda, sapendo perché ha fatto quella domanda, a questo punto sapete anche che cosa è il gioco e cioè qual è il gioco esattamente, questione fondamentale in un’analisi ma non soltanto, soprattutto in un’analisi, intendere qual è il gioco che l’analizzante va facendo, vi pongo questa domanda che può apparire molto banale ma …in realtà non è così semplice, tenete conto che è una questione che non conosce neppure l’analizzante, neppure lui sa quale gioco sta facendo, come si fa a sapere qual è il gioco che si sta facendo in quel momento? Potremmo dirla così, nello stesso modo in cui si sa quale gioco si sta facendo in qualunque altra circostanza, se vedete delle persone che stanno giocando non sapete a cosa stanno giocando e se chiedete che gioco stanno giocando e vi dicono un nome strano che non vi dice assolutamente niente, quando vi spiegheranno le regole di questo gioco allora saprete che gioco stanno giocando, ed ecco la questione, quali sono le regole di un gioco? Un gioco qualunque… abbiamo detto tante volte che sono quelle che vietano dei passaggi, che vietano delle mosse, queste sono delle regole e cioè vi spiegheranno queste persone che cosa dovete fare e soprattutto che cosa non dovete fare…ora in un discorso qualunque la cosa funziona esattamente allo stesso modo perché di fronte a un discorso questo discorso mostra le regole le quali indicano al parlante che cosa può fare e che cosa non può fare, che cosa può dire e che cosa non può dire, cosa non può dire per esempio perché rispetto a quel gioco per esempio è un non senso. Nel discorso che voi ascoltate in un’analisi mi sto riferendo, in modo particolare, tutto ciò che è inteso come divieto, come proibizione, sapete che le regole proibiscono certe mosse, è enunciato come ciò che è ovvio, ciò che è scontato CAMBIO CASSETTA questa regola che è essenziale la trovate in qualunque discorso, qualunque discorso non può essere esente da regole, anche il discorso che stiamo facendo, la Seconda Sofistica, è mossa da regole e il fatto che esistano delle regole è una procedura, tant’è che non possono non esserci delle regole, non possono cioè essere consentite tutte le mosse, se no il gioco, il linguaggio stesso si dissolverebbe. Dunque tutto ciò che è ovvio, tutto ciò che è scontato, tutto ciò che per la persona è tale, costituisce una regola del suo gioco, e cioè ciò che non è consentito, paradossalmente ciò che è ovvio è ciò che non è consentito ma ciò che non è consentito mettere in discussione. Sarebbe possibile addirittura fare una mappa ascoltando un discorso di tutto ciò che non è consentito, così come nel gioco del poker “puoi prendere sei carte?” “no, non lo puoi fare!”, è vietato… e così trovate in un discorso degli elementi che funzionano esattamente allo stesso modo, “puoi fare questa cosa anziché quell’altra?” “no, questa non si può fare”. Ora ovviamente non è generalmente espresso in termini così categorici, il più delle volte, molto spesso è espresso come non posso fare, ma è la stessa cosa, la trovate sotto questa forma generalmente “non posso” “vorrei ma non posso” però questo non posso, stabilisce una regola del linguaggio, una regola del gioco effettivamente, ora a questo punto avete di fronte a voi tutta una serie di elementi che una persona non può fare, esattamente come nel gioco delle carte, pari, pari, cioè per potere giocare il suo gioco occorre che certe mosse non si possano fare, per giocare a poker occorre che non si possano dare sei carte, se no si arrabbiano e succede un macello, i giocatori di poker poi sono suscettibili, permalosi.…a questo punto voi sapete che, dicevo, per potere fare questo gioco ha bisogno di queste restrizioni, queste cose che non può fare, ma non è che siccome fa questo gioco allora non può fare certe cose, no, è perché non può fare queste cose che può fare quel gioco, diverso, (non ho capito) è perché non può fare certe cose che….cioè l’obiettivo è fare quel gioco, il non poterle fare sono soltanto delle regole, non il contrario…..sono le regole per poter fare quel gioco, così non gioco a poker per poter dire che non posso dare sei carte, ma non posso dare sei carte se voglio giocare a poker….è chiaro adesso? E questo è fondamentale da intendere in una analisi soprattutto, la persona che viene da voi per una domanda di analisi in realtà vi sta chiedendo di poter continuare il suo gioco, qual è l’impedimento che trova? Il fatto che continuare questo gioco urta qualche volta con altre regole ma l’intendimento è quello di proseguirlo come ciascuna persona al mondo, il suo obiettivo è quello di proseguire il suo gioco anche se dice di volerlo interrompere, ma la questione è paradossale dice “non voglio più fare questo” e non lo fare! Che cosa te lo impone? (Barzelletta del non so stare sulla piattaforma…..e non ci stare)….allora a questo punto possiamo tornare alla questione da cui siamo partiti cioè come intendere una domanda, una persona che viene da voi dice voglio smettere di stare male, (dice non so stare sulla piattaforma) questione paradossale perché se uno non volesse stare male non starebbe, nessuno può costringerlo, perché lo fa? e allora ecco la questione che sorge immediatamente dopo “non posso non stare male” e allora avete due formulazioni, l’una “voglio stare bene” l’altra “non posso stare male” allora come intendere queste due formulazioni? Visto che ci sono tutte due occorre prenderle in considerazione, provate a inserirle entrambe nello stesso gioco, che cosa succede? L’una come abbiamo visto mostra qual è la regola per potere continuare a giocare cioè per potere continuare a stare male, l’altra invece che cosa dice? Noi sappiamo che vuole stare male e sappiamo che dice di volere stare bene, come metterle insieme in questi due giochi? È molto semplice, abbiamo visto in varie altre occasioni, se questa persona vuole stare male ed è quello che fa, allora perché ci racconta che vuole stare bene se non, molto semplicemente, perché affermando di volere stare bene ci dice che non è una sua responsabilità lo stare male, che enuncia in questo modo “non posso non stare male” ma questo non posso non stare male è soltanto una regola del gioco per continuare a giocare. In effetti non è che l’analisi persuada una persona, oppure andando a pescare cose antiche risolva la questione non è affatto così, è una balla colossale, inventata da Freud….non succede assolutamente niente andando a rinvangare il passato ecc…una volta lo dissi, forse in una conferenza…l’analisi così come è intesa tradizionalmente cioè non come la stiamo facendo ha degli effetti terapeutici in quanto si pone come religione, è questo che ha effetti terapeutici, e cioè si passa da una superstizione ad un’altra, in effetti l’analisi o comunque la Seconda Sofistica non si cura affatto che la persona stia bene o stia male, la persona sta come gli pare, se gli va di star male sta male….il fatto che venga lì a dirvi che vuole stare bene non significa assolutamente niente, per l’analista, è soltanto una persona che incomincia a parlare, incominciando a parlare c’è l’eventualità, se l’analista è un’analista avveduto che la persona si accorga che sta dicendo cose che non hanno nessun senso, né in un verso né nell’altro, che voglia stare bene né che voglia stare male. Come quando chiedono “sei felice o sei infelice?” non sono né felice né infelice…che razza di domanda, non significa assolutamente niente e quando cessa di avere un qualunque senso, cioè non è più utilizzabile che effettivamente la questione cambia totalmente registro e allora non sta male per dirla in termini spicci….non gliene importa niente….non ha più nessuna importanza né stare bene né stare male, cioè sta facendo delle cose che interessano, che man mano si svolgono, si elaborano ma stare bene o stare male non è più…non significa più niente, non è più una cosa utilizzabile, non si sa più cosa farsene…mentre tutta la psicanalisi come sapete si è sempre molto appoggiata su queste cose molto religiose, bene/male comunque sempre la stessa storia, non c’è né bene né male, è ovvio che chi inizia un’analisi di tutto ciò non sa assolutamente nulla e viene da voi o da me a seconda dei casi per un equivoco, perché pensa che io o voi all’occorrenza risolviate questo problema e cioè in termini così molto spicci, le forniate un’autorizzazione a continuare a fare quello che fa oppure le forniate un’altra religione, più confacente con il vivere civile però in effetti non è esattamente questo che andiamo facendo, per cui una persona sta male, sta bene va bene è come dicevo assolutamente indifferente, sì dicevo viene per un equivoco certo, però in effetti poi proseguendo ha l’occasione di accorgersi di cosa sta accadendo nel discorso, poi suo, ciascuno non è altro che il discorso che sta facendo che lo voglia o no, che lo sappia oppure no….ecco quindi l’importanza qual è (nell’analisi per molto tempo il sintomo è il traino) è l’equivoco che consente all’analisi di proseguire, certo d’altra parte se una persona è fortemente religiosa al punto da porre questioni del genere, come la quasi totalità delle persone occorre muovere da lì, utilizzare questa religiosità a vantaggio del discorso, del linguaggio e fare in modo che questa persona si trovi a considerare una serie di questioni (che non sono un miracolo) certo non sarebbe pensabile una persona che viene da me perché inizia un’analisi e che io gli racconti questioni linguistiche, mi guarda come se fossi un ufo, “giustamente” tra virgolette perché rispetto alla sua fantasia mi direbbe non “sono venuto qui per questo, sono venuto qui per guarire” si aspetta l’aspirina…..che non verrà però bisogna tenere conto di ciò che domanda e quindi devo tenere conto che sì se sta male è perché lo vuole ma anche che dice di non volerlo e dice di non volerlo come abbiamo visto per una questione di responsabilità, se io non lo voglio non ne sono responsabile e quindi posso continuare a stare male, se potessi accorgermi che sono io che lo voglio il gioco non sarebbe più divertente e cessa di farlo ecco perché l’analisi funziona, non diverte più non produce tutta quella eccitazione, quell’erotismo e quindi uno può dedicarsi a fare altre cose, oppure con quell’erotismo, quello che gli pare….(per porre il gioco dell’analista con colui che ha a che fare con persone che della parola non sanno nulla, almeno quando cominciano un’analisi, e che hanno a che fare con i luoghi comuni più comuni, anche con quei luoghi che la psicanalisi con le sue interpretazioni ha costruito…in una pratica analitica già da subito occorre porre l’accento su ciò che si dice)

Sì anche se è un subito da intendersi, non necessariamente occorre farlo cronologicamente molto presto, dipende ogni caso è assolutamente particolare, lì sta all’ascolto dell’analista intendere quando è il momento di incominciare a porre delle questioni, quando è il momento che la persona vada avanti fino a che è lui stesso si trova di fronte a una questione che cerca di evitare per esempio, lì dipende di volta in volta è impossibile stabilire un criterio generale (prima parlava del gioco che una persona va facendo ma se con il gioco non ci si confronta, come fa ad accorgersi di quello che sta facendo con il suo dire) bisogna lasciarglielo giocare questo gioco solo così c’è la possibilità di inserire mano a mano le regole di quel gioco, se non lo gioca…..(così rispetto ai capisaldi della psicanalisi, lei una volta citava i luoghi comuni o fantasie in auge nel discorso occidentale, che sono codificati dal discorso analitico la fantasia di potenza e le fantasie erotiche connesse con al fantasia di potenza….ora se questa persona continua a parlarne e ad interessarsi a questa fantasia che trova continue conferme nel discorso comune, quindi trova delle giustificazioni, delle verifiche per arrivare al senso che ….continuando a parlare di questo gioco questo gioco ritorna…come fa a cambiare disco, modo di parlare se non ha un impianto teorico che ……) l’analisi si svolge proprio per porre le condizioni perché possa inserirsi questo aspetto attraverso il riconoscimento di alcune regole che stanno funzionando, per mostrare come queste regole sono regole di un gioco che sta facendo (occorre che questa persona si interessi alle regole del gioco, per cui non c’è interesse per quel gioco) sì scompare quando ci si accorge che si è responsabili di quel gioco, allora non diverte più giocarlo (io per esempio quando ho cominciato l’analisi l’interrogazione sui termini felicità, dolore, libertà) esatto perché un gioco talvolta può proseguire a condizione che questi termini non siano messi in discussione e allora costituiscono questi termini le regole del gioco (……..) sì questo è un modo per cominciare a riflettere su questioni e cioè porre l’accento su elementi che costituiscono delle regole del gioco, uno dice una certa cosa senza essersi mai interrogato su cosa sta dicendo e può continuare a fare un certo gioco a condizione che continui ad interrogarsi se no il gioco cambia…..

 

30-3-2000

 

Su cosa state lavorando avete approfittato della mia (malattia)? Su cosa state lavorando? Ricerche, studi, riflessioni, elaborazioni ecc. …allora Beatrice su quali questioni stiamo lavorando? Cioè a quale punto dell’elaborazione teorica è giunta Beatrice? dica la questione:

 

Intervento: è sempre sul piacere e il dispiacere che mi sto interrogando, su quelle proposizioni che danno una direzione al mio discorso e cioè su quelle proposizioni che io posso accogliere o non accogliere, per cui se l’elemento che interviene veicola qualcosa che io chiamo spiacevole (che succede?) nulla ha, questo elemento spiacevole, più possibilità di intervenire…..(e allora qual è la questione? ) (…) che si attarda sulle cose che dispiacciono…. queste cose non è che attardano ma hanno qualcosa che stupisce (ciò che dispiace stupisce? in cosa consiste tale stupore?) tale stupore stupisce per quel attardamento…( ha detto che si attarda perché si stupisce e adesso dice che si stupisce perché si attarda) …….queste questioni che attardano, abbiamo detto, che hanno la funzione di stupire (così abbiamo detto, non sosteniamo una cosa del genere ma questo abbiamo ascoltato) queste questione su cui mi attardo…..(perché sorprendono?) è un po’ come quando ci si attarda a chiedersi se si dà qualcosa fuori dalla parola per cui continuano a intervenire quegli elementi per cui si incomincia a giocare con le parole ( non abbiamo ancora inteso come avviene lo stupore in ciò che dispiace) gli elementi sono sempre quelli che riguardano il corpo tutto sommato…

 

 però non si intende nulla in questo modo la questione va posta in termini teorici precisi, cioè non tralasciando le connessioni tra ciò che si afferma e cioè primo che ci si attarda su ciò che dispiace, ci si attarda perché le cose che dispiacciono sorprendono, poi a questo punto interviene il corpo, che cos’è il corpo che sorprende? Cosa fa questo corpo? (come se questa fosse una sorpresa del corpo, che riguardasse il corpo) com’è che il corpo si sorprende?(appunto è inconciliabile questa cosa )

 

è un po’ animistica questa cosa? e pertanto? (è una proposizione fra le altre) pertanto non sappiamo come utilizzarla, un discorso coerente e preciso, rigoroso……così si fa, se no non si procede ci si ferma subito….e pertanto cosa a ha che fare questo corpo cioè questo corpo come interviene? è un significante ma qui sembra avere una connotazione particolare come veicolo di chissà quali cose (diciamo che immediatamente ciò che interviene come giudizio è che queste tiritere intervengono a giustificare questo stupore così come il corpo…) perché deve essere giustificato? (laddove…) Beatrice occorre porsi questioni quando si elabora teoricamente rispetto ad ogni affermazione, perché in caso contrario si procede, è vero molto rapidamente, ma non si arriva da nessuna parte, si gira in tondo…..(lo stupore viene messo in connessione con il corpo ed è per questo che non riesco a trovare la connessione fra proposizioni) sì ma in base a che cosa viene messo in connessione con il corpo cioè con quale criterio, quale elemento ha deciso una cosa del genere? (perché di fronte a quelle storie che si incontrano paiono storie che più forniscono elementi di discorso, di parola) perché? È tutta una cosa magica fa , avviene tutto così magicamente (è per la questione della bacchetta magica) un discorso rigoroso, preciso lineare…..parte con grande impeto e poi smorza tutto, come avviene questo fenomeno? Facciamo questa ipotesi….come facciamo senza? (bacchetta magica) a cosa ci appelleremo…….(la colpa è di Freud perché lui ce l’aveva, è la questione della capacità e dell’incapacità, gli elementi intervengono e ogni elemento è giudicato quell’elemento che serve per raggiungere l’obiettivo) sarebbe l’obiettivo? …..perché se non ci si pone delle questioni intorno a ciò che si sta affermando è chiaro che ad un certo punto ci si ferma, ci si ferma perché ci si accorge ad un certo punto che è tutto magico che tutto sembra arrivare così…e allora c’è un contraccolpo ….(il bisogno dello stupore è bisogno di quell’elemento che interviene a dare un senso per cui molte volte preclude il proseguire del discorso, questa intermittenza per cui ogni elemento a questo punto è non connesso con un altro elemento perché è come se cancellasse la connessione) è ovvio che lo stupore abbia questa funzione di cancellare ogni possibilità di poter affrontare la questione, però in questo modo come dicevo prima ci si arresta, perché non c’è nessuna questione, lo stupore toglie la questione, si rimane come incantati come Paolo sulla via di Damasco (uno può arrivare come Dante in paradiso e dire e allora? E in effetti interviene come secondo passaggio “e allora?” “a cosa mi serve una cosa del genere?” A quel punto è come se tutto perdesse di interesse di fronte alla visione ) è la stessa tecnica che usa lo stato quando c’è un problema interno e per esempio scatena una guerra così qualunque altra cosa di interesse, interessi personali, politici, sociali ecc. perdono di interesse perché c’è una cosa che sorprende e lui deve rimanere sorpreso (con lo stupore ci si fa i conti abbastanza spesso in analisi e togliere questo gusto allo stupore, parlare della sensazione dello stupore, è molto difficoltoso) togliere questa funzione dello stupore cioè di arrestare il discorso, di arrestare il pensiero, l’elaborazione, la riflessione, se ha questa funzione allora è un problema, se invece non lo arresta invece lo stupore lui stesso viene svolto, viene elaborato in modo da non arrestare il discorso tragicamente, non restare lì catatonico (ci si chiede cosa interviene di fronte alla visione, di fronte alla vanità della visione e quindi all’elemento che non prosegue per conto suo senza necessità di spinte….è come se ci fosse una costruzione per arrivare allo stupore ma questa comporta immediatamente la decostruzione di tutto quanto e non resta niente…) supponiamo che l’analisi sia un percorso fatto per eliminare tutto ciò che impedisce di pensare, eliminare nel senso di elaborare di svolgere e cioè togliere la paura, allora a questo punto il compito dell’analisi è anche togliere questo stupore ma toglierlo nel senso che lo stupore non è più un rimedio alla paura, diciamola così, uno si stupisce e rimane così immobile, questo ha la funzione di far pensare e quindi di proseguire, in questo senso l’analisi e un percorso che elimina la paura (cioè nel senso di sensazione) no, la sensazione non può eliminarla, elimina l’aspetto paralizzante della sensazione, cioè laddove una sensazione interviene ha l’unico scopo di proseguire, ad esempio una paura arresta, arresta un percorso di fronte alla paura questa cosa che fa paura, qualunque cosa sia, diventa una specie di off limite oltre il quale non è possibile andare e comporta come abbiamo detto varie volte la superstizione che questa cosa esista fuori dal linguaggio ( è come se questa paura comportasse la sconnessione come se l’elemento che interviene fosse sconnesso cioè non si potesse cogliere la connessione) sì l’elemento della paura è isolato in genere, per continuare a fare paura deve rimanere isolato, cioè essere considerato fuori dal linguaggio, solo a questa condizione può fare paura, c’è l’eventualità che in molti casi proprio è il rischio di perdere la paura a preoccupare alcune persone, togliendo la paura ciò che il percorso che stiamo facendo… non può non essere, togliendo la paura si incontra quella leggerezza, quella libertà di pensiero e quindi l’elemento che altrimenti (può avvenire che in certe occasioni ciascun elemento che si coglie sia l’elemento della paura, non importa quale elemento stia intervenendo per cui questo comporterebbe…..se ogni elemento ha la funzione di mantenere questa paura e quindi l’attesa dello scioglimento della paura ) va bene, Sandro su cosa sta lavorando? quale letture?

 

Intervento: questioni un po’ più politiche, sto leggendo un testo di un certo Van ……un pezzo del 5°….sto ritrovando alcune cose di Le Bon che sto rileggendo e poi leggerò Psicologia delle Masse e analisi dell’Io, per verificare alcune cose….la questione che poi tra le altre cose veniva fuori adesso di Le Bon (ipnotismo quello di cui parlavo prima) mi interrogavo molto sull’aspetto retorico, parte da una sorta di assioma, per cui parla di una sorta di irrazionalità nel comportamento delle masse…..dicendo che le masse non sono assolutamente convincibili tramite la logica, il ragionamento, ma sono suggestionabili…la questione su cui mi interrogavo il timore di perdere le emozioni mi sembra importante e la sto ritrovando in un’analisi, in cui viene posta la questione, per esempio, l’amore come qualche cosa che può essere messo in pericolo dall’analisi e quindi tutto ciò che l’amore comporta la passione, le emozioni …questo qualcosa trova nell’analisi quasi una sorta di nemico immaginando che l’analisi tolga questo immaginando quasi una sorta di rinuncia, per via dell’analista ma per via dell’analisi stessa (sì l’idea che l’analisi sia una sorta do corpo estraneo che entra dentro e capita un macello) e come se sull’analisi funzionasse questa idea di interruzione del discorso, l’analisi servirebbe effettivamente a trovare quel qualcosa che interrompe il discorso, laddove invece queste emozioni aprono….lo stupore, la meraviglia per esempio, tante volte in modo un po’ ironico Tiziana mi accusa di cinismo, perché non mi lascio trasportare da facili emozioni, questo è una cosa abbastanza ricorrente e pensavo prima la questione delle emozioni come un qualche cosa che impedisce che il discorso si interrompa, in effetti la paura è un po’ quella che questa cosa si stabilisca, questo va un po’ contro a quello di cui si rifletteva la settimana scorsa, una sorta di paradosso, per esempio il raggiungimento della verità è sempre stato inteso come una sorta di liberazione, anche la persona che viene in analisi è in cerca di una sua verità, di fronte alla quale intervenga questa liberazione, laddove invece la verità parafrasando Lacan funziona come una sorta di padrone assoluto…..esattamente per liberazione bisognerebbe intendere l’assoluta dipendenza, perché in fondo cercano qualcosa da cui dipendere nel proseguire) qualcosa di costrittivo (da una parte c’è questa idea di perdere le emozioni come se le emozioni impedissero che il discorso si chiuda, dall’altra è sempre stato cercato qualcosa a chiudere il discorso) sì questa è un po’ la tesi di Heiddeger rispetto alla verità, che gli umani la cercano da sempre ma se la trovassero effettivamente sarebbero finiti, ci sarebbe un tale potere costrittivo da schiantarli, poi non è affatto così, della verità per dirla in termini spicci non gliene frega niente a nessuno….(sì anche in una analisi subito c’è un fervore di voler trovare poi si dedicano alla discoteca, cioè non gliene frega più niente….per tornare …rinunciare alle emozioni stavo per dire irrinunciabile ma vorrei dire sacrale, perché irrinunciabile? si rinuncia alle emozioni però si possono sacralizzare) la vita senza emozioni molti pensano che non sia una vita, una persona mi ha detto io non posso immaginare di fare a meno di queste cose (poi chissà per quale motivo una persona immagina che lungo l’analisi perda le emozioni perché?) io ho risposto che uno si può anche rassegnare (sì certo ma da dove viene una idea del genere? Curioso)

 

Intervento: analizzare una emozione (che se io analizzo un bicchiere di vino quello cessa di essere un bicchiere di vino? ) no però credo che giochi molto la fantasia cioè a dare la fisicità alle cose cioè io produco queste cose che comportano queste emozioni e mi pare di toccare con mano, c’è questa paura (come se la razionalità o l’irrazionalità comportasse una sorta di libertà, laddove la razionalità è costrittiva……invece l’irrazionalità è qualcosa di assolutamente personale e quindi libero e qui c’è qualche inghippo perché è fra l’irrazionale e l’irrazionale che qualcosa si gioca) CAMBIO CASSETTA

 

Ciò che io faccio e quindi ne sono responsabile, a fronte invece la supposizione che una sensazione, una emozione oppure quello che si vuole sia qualcosa che, come diceva Cesare, che quasi viene dal corpo cioè non sia una mia responsabilità e quindi io provo delle emozioni ma non ne sono responsabile e il fatto di non esserlo che gioca un ruolo di primaria importanza, perché la gente ha paura della razionalità? Senza neanche bene, a volte, sapere di che cosa si tratta, l’idea è che la razionalità sia un ragionamento lineare di cui sono responsabile che è opera mia, e io sono giunto a questa conclusione, ora inserendosi questa responsabilità ecco che allora, sì, toglie questa aura di magia che talvolta hanno così nella vulgata le emozioni che vengono non si sa bene da dove, che arrivano, vanno…c’è l’eventualità che la questione della responsabilità sia una notevole componente di questo aspetto….(la folla è irresponsabile però ciascuno nella folla ci sente assolutamente responsabile) sì responsabile come si diceva prima della verità, nella ricerca della verità che rende irresponsabili intesa in questo senso, perché è una verità costrittiva, se è così devo fare così, non posso fare altro, le cose stanno così, invece la razionalità spesso nella fantasia popolare spesso ha questa connotazione di responsabilità, io ho costruito questa cosa e allora non è più una cosa che mi capita così magicamente ma è una mia costruzione…..(posso farne a meno) posso farne a meno se voglio se non voglio no, non può farne a meno perché è una cosa che piomba così, è la natura o qualsiasi altra cosa e toglie la responsabilità, quindi la paura che non ci siano più emozioni, si tratta ancora di verificare bene però appare così d’acchito il timore di essere responsabili di tutto ciò che si dice e quindi di tutto ciò che si decide, mentre se tutto è un’emozione infatti si dice essere travolti dall’emozione, è una cosa che io non posso arginare e rispetto alla quale non posso fare niente ed è in effetti una struttura fortemente religiosa questa, dell’idea che ci sia un qualche cosa che muove e che io non posso gestire, controllare, fuori dal linguaggio poi in definitiva…quindi non ne sono responsabile (questa funzione del capo cui si contrappone la massa, è di quello che toglie la responsabilità chiaramente) spesso è messo al posto della verità nel caso del capo religioso colui che è o ha la verità a seconda dei casi di religione …per la religione buddista è colui che è la verità invece nel caso del cristianesimo non è il papa ma ha la verità perché parla di dio però gioca sempre questa verità costrittiva (il Papa è medium come Mosè) medium fa ballare il tavolino (colui che possiede un mana per cui l’uomo non può accedere alla luce, alla verità, quindi questo mediatore, sempre una questione di responsabilità….) (per cui un’emozione di cui mi sento responsabile non provo più stupore) sì ma non lo stupore nell’accezione di cui parlava Beatrice ma la piacevole sorpresa della continua costruzione messa in atto dal linguaggio, al pensiero che si è prodotto, pensate da dove è venuto, uno gioca con i propri pensieri ( la costruzione di scene del tipo di cui alludevo in forma metaforica della scena spiacevole, dello stupro…. cosa voglio dire …avviene di essere talmente stufi) sarebbe anche il caso che uno si stufi, a meno che non sia proprio lo stupro a provocare questa forte emozione, però in ogni caso avviene una cosa del genere, tutto è reale, tutto è fuori dal linguaggio, tutto quindi mi deresponsabilizza, lo stupro in effetti è la deresponsabilizzazione per antonomasia, è l’altro che mi ha costretto (il fatto che uno le può costruire e le può decostruire cioè può fare quello che vuole, non c’è nulla di magico, non sono più necessarie cioè prima c’era questo alone di magia, non vengono più per caso ma vengono dal mio discorso, diciamo che ci siano o non ci siano non sono più catastrofiche, prima o eri felice o eri infelice al massimo) sì prima era cercata perché toglie la responsabilità come dicevamo quindi era necessaria, adesso ha perso la necessità perché non ha più da togliere nessuna responsabilità (sì però il rischio di cui si diceva è il fatto che la persona che vive vicino è il fatto che se uno non intende questo discorso, sembra poi menefreghismo verso l’altra persona, prima “mi spiace perché….” Adesso non trovi neanche più questo problema perché non è più…”) ma non dovrebbe più porsi neanche quello del menefreghismo (sì neanche quello …….cambia il discorso) sì come avviene talvolta in analisi, una persona racconta un fatto che gli sembra incredibile e l’analista non esplode in urla ed esclamazioni, apparentemente non gliene importa assolutamente nulla, certe volte anche non apparentemente, cioè non è la questione in quanto tale che gli interessa ma è il come quella persona se l’è costruita questa storia e poi l’ammanta con questa aura di deresponsabilizzazione per cui non c’entra niente lui “guarda un po’ cosa mi succede?” non solo ma anche lo stupore altrui conferma, conferma che cosa? la stranezza di una cosa del genere, che è talmente strana che io proprio non c’entro niente, che nessuno pensi (che questa produzione di stupore per innalzare la posta)…..?

 

 

6-4-2000

 

…….tant’è che in molti casi è molto più facile sostenere una tesi se non è la propria di quanto lo sia sostenere la propria perché ci si espone in prima persona, e quindi se l’altro colpisce se è una tesi mia in prima persona, colpisce me, se no colpisce altri, come quando ci si ripara dietro “ipse dixit” dicono che…male lo dicono gli altri mica lo dico io, pararsi dietro quindi ad altro, per cui la responsabilità, togliere la responsabilità rimane sempre importante…perché accennavo martedì del fatto che da qualche tempo molte persone sono diventate molto più arroganti in quanto si ritengono, perché c’è chi le fa ritenere, si ritengono più importanti, sia i politici, sia la pubblicità, tutta una serie di cose, la religione stessa, è come se operasse un martellamento continuo in modo da farle sentire molto più importanti e sempre più “responsabili” fra virgolette, per esempio, di ciò che avviene, proprio perché non sono responsabili di niente, né possono decidere alcunché, ma l’idea tuttavia è che, almeno per molti si è consolidata l’idea di essere importanti però senza una vera e propria responsabilità di ciò che stanno facendo o dicendo, la responsabilità comunque attiene sempre ad altri, questo dà molta arroganza, come dicevo prima questa sorta di sicumera, come se a questo punto non fosse più necessario pensare, altri lo fanno e sono quelli che si assumono la responsabilità. Il discorso che andiamo facendo è fortemente responsabilizzante al punto che tutto ciò che faccio, che dico, che penso è una produzione del mio discorso e quindi mia, io non sono altro che il discorso che faccio, oltre a questo chiaramente porta anche una notevole solitudine, questo è anche uno dei motivi per cui c’è sempre una più forte religiosità delle persone, non tanto religiosità nel senso di andare in chiesa o praticare …ma religiosità nel credere o meglio ancora nello sbarazzarsi, dicevamo giovedì scorso della premessa maggiore di una qualunque argomentazione, potremmo anche dire che il discorso religioso è definito dall’impossibilità di potere affrontare o provare la premessa maggiore da cui muove, la premessa maggiore è definita proprio dal non fare una cosa del genere, non lo può fare perché se si confronta con la premessa maggiore del suo discorso c’è il nulla ovviamente….parlando di responsabilità invece in accezione di cui stiamo avanzando, la responsabilità insiste e consiste proprio in questo aspetto della premessa maggiore di una qualunque argomentazione, quando diciamo che ciascuno è responsabile di ciò che dice indichiamo che non può sottrarsi dal considerare se ciò che sta dicendo ha un fondamento oppure no, no? Se non ha nessun fondamento non può non accogliere una cosa del genere questo non significa che taccia ovviamente, però il fatto di non poter considerare il fondamento di ciò che dice è ciò che decide il fatto che una persona si assuma oppure no la responsabilità di ciò che sta affermando. Cosa comporta questa responsabilità? Prima dicevo della solitudine estrema, diciamo già da tempo, ma soprattutto un confronto continuo con ciò che si dice fra ciò che non può non dirsi cioè ciò che è necessario e ciò che è arbitrario, è questo che ci distingue da qualunque altro modo di pensare, il potere sapere con facilità, se ciò che viene affermato risulta necessario cioè attiene alla struttura del linguaggio oppure no, se no è assolutamente arbitrario e quindi viene considerato e trattato come tale, comunque arbitrario per cui non richiede nessuna credenza, nessuna adesione particolare, assolutamente nulla. Ora di fronte al dilagare della religiosità, in questa accezione, risulta sempre più arduo il nostro discorso e difficile da proporre e forse si tratta anche di tenere conto di questo nelle conferenze e nella pubblicità che ne facciamo….è come se della premessa maggiore di una qualunque argomentazione nessuno volesse saperne nulla, assolutamente nulla ed è la condizione questo, di non volerne sapere nulla per potere continuare a credere, a pensare in un certo modo, proprio la condizione, la “condicio sine qua non” dei latini e in effetti è una questione di cui abbiamo detto un sacco di volte, la premessa maggiore di una qualunque argomentazione cioè che cosa la sostiene, ed è muovendo da qui che ci si accorge che la più parte delle argomentazioni sono costruite su niente, cioè su elementi assolutamente negabili per cui posso affermare una cosa e il suo contrario che è certamente la stessa cosa, sì ?

 

Intervento: ….Lei diceva martedì di come questo chiedere perdono abbia la funzione di azzerare tutto ciò che è avvenuto però azzerare in che modo? Perché martedì la questione della confessione è stata un po’ bistrattata ma forse da questa via si può intenderne la funzione e cioè la immissione di elementi nel discorso resi all’ascolto dell’altro al quale si chiede perdono, ma per continuare a fare questo gioco, questo azzeramento non è un azzeramento ma mantiene le cose allo stesso modo serve soltanto a chiudere una partita per poterla ricominciare, non è che chiesto perdono per un genocidio, il genocidio non sia più interessante, non interessi più, è come se a quel punto prendesse valore perché non si deve più fare è un divieto e quindi proprio perché divieto invita e mantiene l’interesse, a questo punto il pericolo di genocidio esiste ed è reale, come dire che ciò che si vieta diventa per il divieto reale…quindi la seduzione e l’obiettivo che può comportare gli stessi elementi, anzi li stabilisce. Proprio la dottrina cristiana ha inventato la confessione, che funzione ha questa operazione? quella di rendere all’esistenza il peccato e di mantenerlo (con un pater ave e gloria)….

 

Sì come dicevo riconoscendo la responsabilità si riconosce il male che è stato fatto e questo è sufficiente ad ottenere dall’altro la cancellazione, ché il perdono è sempre la cancellazione di un danno che è stato fatto a qualcuno (sì, ma a questo punto la premessa maggiore cioè il male permane ed è come se fosse la premessa maggiore di ciascuna argomentazione, quindi non può che provocare altro male) ovvio ( ci si può solo vietare di arrivare alla cosa e quindi di giocarla ma è come se a questo punto tutti gli altri giochi che si pensa di poter fare tenessero conto di una sola premessa) (però nel luogo comune funziona benissimo il fatto di chiedere perdono ed essere perdonati) sì anzi se non avviene il perdono si prende quasi come un’offesa, ho chiesto perdono devi….è quasi un obbligo, se non lo fa è un’offesa personale….(sempre per ribaltare la responsabilità sull’altro perché dio è stato inventato per questo scopo e effetti dio può intervenire nella dottrina cristiana come il salvatore, comunque dio non è più dio) Sandro qualche considerazione sulla responsabilità? (Le Bon dice che le persone non si seducono assolutamente mai con l’argomentazione quindi ciò che conta è l’ordine o lo slogan, bisogna tenerne conto nelle conferenze, questo non vuol dire che bisogna cambiare, è una considerazione e bisogna tenerne conto) Verdiglione per quanto ne parlasse non c’era nessuna logica in Verdiglione, tutto assolutamente strampalato assolutamente insostenibile (nell’ossessivo l’impossibilità di dire no, che deve sempre dire sì….come se l’impossibilità di dire no comportasse una sorta di impossibilità di decidere e quindi di esporsi) forse più che di decidere, di accogliere la decisione, perché se l’impossibilità di dire no, l’intenzione di dire no ma non lo può fare, per cui la decisione di dire no, però non può accogliere questa decisione ( e invece se l’altro può dire no che cosa diventa importante a questo punto? diventa importante il mio rifiuto) sì ( è come se perché mi aspetto che di fronte ad un mio no, l’altro mi rifiuti? – perché voglio essere rifiutato – sì però di fronte a una cosa del genere è un po’ come se fosse paralizzante forse occorre proseguire questa questione, è una cosa di cui non sappiamo cosa farcene, la questione che mi ponevo è che io non posso dire nulla perché l’altro mi può rifiutare, a questo punto….non dico niente di più, io mi son sempre interrogato sul timore di essere rifiutato…..) mi sfugge la connessione lei dice io non posso dire di no, però accolgo il rifiuto dell’altro, come se fosse il mio (cioè l’altro può dire di no, come dire, come se fosse il potere dell’altro, l’altro ha un potere cioè il potere di potere dire sì, e io devo accogliere questo potere, ma questo no che l’altro …..è come se dovesse sempre far passare questo rifiuto il suo rifiuto nel rifiuto dell’altro cioè è un po’ come se avesse bisogno del rifiuto dell’altro per far passare il proprio…..) se l’altro mi dice di no allora posso farlo anch’io, (no, non lo può fare perché non lo può dire, lo deve accettare anche se non lo accetta perché l’ossessivo dice di sì ma…..lo dice per cortesia …la domanda dell’accoglimento della decisione fosse sempre e comunque un rimandare la decisione, come se l’altro possa in un certo senso decidere) l’altro se, io vorrei dire di no, l’altro ha già fatto una richiesta precisa, quindi l’altro ha già preso una decisione di domandare una certa cosa a questo punto io vorrei dire di no per mille motivi, magari per fargli dispetto, però se dico di no l’altro se ne ha a male, sicuramente, perché è esattamente quello che faccio io quando l’altro mi dice di no, la prendo a male non dico niente ma poi gliela faccio pagare, quindi se dico di no quell’altro mi abbandona o comunque è un danno (è sempre una questione di abbandono) l’abbandono caratterizza gli umani….(l’impossibilità di esprimere l’odio, perché non può rendersi responsabile di questo odio, questa è una sorta di impotenza, come anche l’impotenza sessuale è impotenza rispetto all’odio, è questo timore del rifiuto che impedisce di dire no, che costringe anche a una continua seduzione che serve a eliminare sempre tutto ciò che in qualche modo può implicare una rottura) la responsabilità di una rottura se io dico di no a qualcuno, mi assumo la responsabilità di ciò che può avvenire e quindi l’eventuale rottura, certo ( che è data per scontata questa rottura) nel discorso ossessivo spesso dico che dico ….è talmente carico di odio che qualunque cosa dica immagina che questa piccola cosa abbia l’effetto di un ordigno nucleare, tanto qualunque elemento è caricato di odio, un potere deflagrante spaventoso, una fantasia, poi in realtà non succede niente….(quando parlavo di rifiuto è il suo odio questo che sta in qualche modo attribuendo all’altro perché è l’altro che rifiuta comunque, questo no lo rifiuta perché lui lo attribuisce all’altro, non gli appartiene) però spesso l’ossessivo non ha tutti i torti come dire rispetto alla sua fantasia, se io dico questa cosina, questa cosina si porta appresso quindici testate nucleari e quindi succede un macello e quindi l’altro chiaramente di fronte a questo massacro come minimo mi ricambierà la cortesia, perché l’idea come dicevo è che una qualunque parola si porti appresso tutto l’odio millenario di cui dispone, ogni parola è terrificante (però l’altro non è convinto che prima era un no e poi ….) no l’altro non sa nulla, quello che fa l’invito, non sa nulla quello che pensa sarà comunque vincolato ai suoi tic (lui trova l’odio negli altri quello che non riesce a fare e trovare e dire è il suo odio, la questione più difficile è di porlo di fronte a questa cosa, costringerlo a confrontarsi in qualche maniera con il suo desiderio) (quello che non intendo è come sia trasferito sull’altro questo odio) come dire io lo odio talmente tanto che se ne accorgerà e accorgendosene mi ammazzerà questo per dirla in termini molto spicci cioè l’altro capta cioè se ne accorgerà perché è talmente spropositato e quindi mi massacrerà e allora dico di sì e così lo frego (perché così lo frego?) sì perché comunque la fa pagare ma senza esporsi, senza esporsi cioè senza mostrare apertamente l’odio (ma così lo frego è quel qualcosa che serve a continuare il gioco se no non intendo….cioè è sempre e comunque una questione di soddisfazione) deve farlo perché comunque lo odia, per questo deve danneggiarlo (ma il suo odio è anche un folle amore tutto sommato perché io lo percepisca ….) si io stavo dicendo che lo vuole distruggere poi per quale motivo questo è un altro discorso, certo, c’è molto erotismo (parlavo di spostamento e tralasciavo la condensazione) sì come in ciascun discorso l’altro è responsabile del proprio disagio per cui deve essere eliminato o educato a seconda dei casi però a seconda dei casi il discorso ossessivo è anche responsabile di tutto in generale (l’odio presuppone questa dipendenza continua ) come ciascun discorso, in ciascun discorso dipende sempre dall’altro (l’abbandono presuppone il discorso continuo con l’altro CAMBIO CASSETTA …presuppone la impossibilità di pensiero perché manca quell’interlocutore, ecco come rendere funzionale questa questione per cui l’altro non sia fantasmaticamente potente) smorzargli la potenza? (se…. porre l’altro come un operatore deittico non il supporto di una colpa. La questione di Lacan quello per cui io ricevo il messaggio in forma capovolta o invertita, come se questa affermazione comportasse la mia parola come parola dell’altro, per cui non posso ascoltare quello che dico ma quello che dico è ciò che ho assunto dall’altro) (forse sono io che lancio un messaggio invertito all’altro) (però se non me ne accorgo?) (in effetti questa costruzione rispetto all’altro chi la fa? ) legittimo ( e quindi mi viene da dire che sono io che lancio il messaggio capovolto e lì mi ci perdo ) (è questo che lì ci si perde con questa questione perché tira appresso un sacco di storie) (il rifiuto dell’altro è qualche cosa che ha a che fare con il proprio rifiuto quindi in qualche modo messaggio capovolto, per cui io proietto sull’altro qualche cosa che mi appartiene) (però se ci si attarda su queste cose, nei termini di Lacan è come se io attendessi dall’altro il ricapovolgimento del messaggio perché io lo possa intendere, il raddrizzamento e a questo punto sono sempre dipendente dall’altro) (ecco questa questione che chiamo questione Lacan pare che nel discorso occidentale funzioni abbastanza, così che poi lo raddrizziamo o lo capovolgiamo, è un po’ la proiezione del paranoico che vede il mondo in un certo modo ed ha bisogno di deresponsabilizzarsi in questo modo) (perché si attribuisce all’altro la responsabilità? Perché si attribuisce all’altro la risposta, quindi è l’altro che ha la risposta per esempio mi sono trovato…quando escono i dati americani che dicono che la disoccupazione sta crescendo, a seconda di come sono questi dati la borsa sale o scende….perché? …..(lo scandalo della collega che non riusciva a cogliere il paradosso della inflazione che scende quindi c’è lavoro e la borsa che cade)….ovviamente questo non ha nulla a che fare con la realtà è come la matematica che non ha un riscontro reale…da lì si è arrivati alla questione del potere come dire che c’è un potere che lavora il tutto, e mi veniva in mente la questione della mano invisibile come quando ci si appella al mercato, come quando ci si appella a dio, a qualunque cosa, a questo altro con la A maiuscola, è come una mano invisibile che in qualche modo viene a condizionare ed è ovviamente religioso perché è come se questa mano invisibile agisse in modo magico sulle cose, è un modo anche questo per rinnegare una sorta di responsabilità anche in queste considerazioni….è un gioco anche quello dell’economia, come quello della matematica, il guaio quand’è che incomincia? Quando si pensa che non siano più regole di un gioco ma siano la realtà delle cose perché a questo punto diventa problematico perché si cerca di incidere su questa cosa e da lì subentra che cosa poi? L’incapacità, ché non potendo agire in modo definitivo in quanto non sono la realtà delle cose ma sono semplicemente delle regole, a questo punto si assume questa impotenza) sì interessante ( e quindi ci si appella a questa mano invisibile, a questo Altro che ha il potere, la capacità, è responsabile) (è come renderlo visibile questo altro) ( no perché è un po’ come nel discorso isterico, al momento in cui questo altro si rappresenta, non è più altro) è lui (è interessante questa non visibilità della cosa) è come la premessa maggiore perché tutto funzioni (la questione del perdono è quella di mantenere il peccato, perché il peccato non si possa incarnare nel responsabile cioè che tolto il responsabile si possa togliere il peccato) ecco esatto (il peccato deve trascendere…) già bene, un passo avanti ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

13-4-2000

 

La costruzione del metodo per costruire all’interno di un discorso il problema

 

Dobbiamo proseguire il discorso sul pensiero, da tempo ci stiamo interrogando e dobbiamo concludere che per lo più i nostri interlocutori abbiano qualche difficoltà rispetto al discorso che stiamo costruendo, e abbiamo detto che in effetti occorre almeno per ora un lungo e poderoso addestramento al funzionamento del linguaggio per potere accostarsi ad un pensiero del genere, senza alcun addestramento in effetti si produce poco, si produce poco per i vari motivi che abbiamo detto, per il timore, smarrimento, non capire a cosa serve….insomma varie cose che possono intervenire, a questo punto proseguiamo con la scommessa che ci è rimasta ancora in gioco e cioè inventare quelle proposizioni che possano ovviare a questo inconveniente, ovviando a questo inconveniente potremmo avere un numero maggiore di interlocutori, con un numero maggiore di interlocutori possiamo giocare di più, abbiamo detto varie volte che non è necessario però può essere più interessante…dunque, dunque riprendiamo alcune questioni antiche, che cosa produce il discorso che stiamo costruendo? E soprattutto che cosa produce tale da allontanare la più parte delle persone? Verrebbe così d’acchito che l’effetto sia quello di essere scambiato, ciò che andiamo facendo, per una sorta di religione, in alcuni casi non sempre, però al contrario di altre religioni si avverte e viene avvertito che qualche cosa non quadra cioè non si propone una verità, non si propone un qualcosa a cui credere, siccome non viene proposto nulla a cui credere, la cosa cessa di interessare. Ora mi sono interrogato insieme con voi su che cosa interessa gli umani, ciò che interessa gli umani è ciò che produce piacere, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, e il piacere è connesso con la riuscita di qualche cosa, come dicevamo a proposito del gioco, la riuscita produce piacere, per cui la sensazione che è nota come piacere, ciò che ha costituito per alcuni versi un problema è che, abbiamo già detto anche questo varie volte però lo riprendiamo, il fatto di avere immediatamente non risolto ma dissolto ogni problema, dissolto ogni problema in quanto abbiamo fornito una nozione di verità per gli amanti della verità assolutamente innegabile, inconfutabile, tale da non potere essere in nessun modo obiettata, questo ha prodotto una sorta di battuta di arresto, perché per raggiungere il piacere occorre che ci siano degli ostacoli, la riuscita che è ciò che produce il piacere è tale se ci sono degli ostacoli per cui ad un certo punto c’è riuscita, anche nel percorso che andiamo facendo la cosa funziona nello stesso modo, ci sono “ostacoli” prodotti dal linguaggio, il linguaggio produce continuamente ostacoli in quanto impedisce che ciascuna parola sia l’ultima, ne produce un’altra a fianco ed ecco che si sposta, ciò che dunque funziona come …ciò che produce l’interesse non è tanto la soluzione del problema, la soluzione definitiva del problema ma il rendere problematico qualcosa, avvertire la presenza di un problema e lasciare intendere la possibilità della soluzione, questo è ciò che attrae di più. Se c’è un problema matematico importante, divertente ecc.… ecco che le persone sono intente a risolverlo e arrivate voi “si fa così tac, tac, tac” a questo punto si è tolto il gioco, a questo punto le persone cessano di essere interessate a quel problema, e pertanto ciò che meriterebbe di essere fatto è questo, non togliere il problema ma crearlo, ex nihilo, se è il caso ma non creare un problema qualunque, ma porre o rendere problematico ciò che la persona dice, fare in modo che per la persona stessa diventi un problema allora si innesca a questo punto la ricerca della soluzione del problema, ora ci sono molti modi ovviamente per rendere problematico un discorso o creare dei problemi, tempo fa dicevamo che c’è una lista di questi sistemi, tanto per dirne uno: uno afferma una certa cosa, cominciare a porre l’eventualità “ tu dici che è così, potrebbe essere esattamente il contrario?” se sì, allora quello che dici vale come qualunque altra cosa, cioè niente, se no? Perché? Perché esattamente a questo punto, sarà agevole per ciascuno di noi abbattere qualunque affermazione, rendere dunque problematico un discorso, inserire all’interno di un qualunque discorso un problema, un problema non è altro che una qualunque proposizione che è costruita in modo tale da attendersi una soluzione e cioè un’altra proposizione che soddisfi quella precedente che si chiama problema. Dunque creare un problema all’interno di un discorso, è questo che muove la curiosità, muove l’interesse e quindi muove l’idea del piacere che si incontrerà con la riuscita e cioè con la soluzione del problema, voi sapete che da sempre gli umani si creano problemi per poterli risolvere anzi la più parte degli umani passa la propria vita a compiere questa operazione, naturalmente manca quel passo che noi abbiamo potuto compiere che consente di accorgersi che si affrontano, si costruiscono in un certo senso dei problemi perché questo attiene al gioco linguistico, non perché vengono dagli eventi, dai fatti, dalla mala sorte ecc. ecc. è capitato a ciascuno di voi di incontrare persone che lamentano una infinità di problemi, si creano problemi continuamente per potere risolverli, in un modo o nell’altro (sembra la costruzione dell’incubo, la struttura dell’incubo) creare problemi in modo che ci sia la necessità di risolverlo ora non importa quale sia la soluzione, importante è che ci sia la soluzione. Ciò di cui occorre che teniamo conto è, vi dicevo, che per ciascuno funziona l’interesse perché è questo che occorre muovere, perché noi possiamo anche proporre un discorso interessante però occorre che questo interesse ci sia, uno può offrire una cosa bellissima ma se non interessa a nessuno non succede niente, occorre prima muovere l’interesse e poi cominciare questo addestramento, due passi ci sono, ma non si può addestrare una persona ad una cosa di cui non interessa niente, si rifiuterà, dunque per interessare ecco incominciare a rendere il proprio discorso, il discorso della persona un problema, tutto ciò che apparentemente sembra che fili liscio in realtà è un problema. Questo è importante perché se si riesce a instaurare il problema nel discorso questo assume la priorità rispetto ad altri problemi che sono assolutamente marginali. La curiosità rispetto al proprio discorso questo è fondamentale che ci sia, ché uno può anche immaginare di avere un sacco di problemi, il capufficio, la moglie, il marito lo zio occorre il problema diventi nel suo discorso e cioè il suo discorso risulti estraneo in un certo senso per cui paradossalmente non si tratta di togliere i problemi ma di crearli. Creando il problema si crea l’interesse, questa è un’operazione retorica molto antica lo stesso sistema anche del governo, creando, inventando dei problemi si crea un interesse rispetto a quel problema e così magari ci si dimentica di altro, funziona così noi invece interessa creare il problema rispetto al discorso in modo da porre le condizioni perché la persona incominci ad avere una curiosità rispetto al suo discorso, fondamentale se non c’è questo non si va da nessuna parte, non succede assolutamente nulla, quando avvertite in giro anche parlando con una persona una sordità assoluta rispetto a ciò che dite lì il motivo è che non c’è nessuna curiosità rispetto al discorso al proprio discorso, certamente nessuna e lì non potete fare niente, proprio niente. Ora le proposizioni di cui andiamo cercando la struttura sono proposizioni che consentono o possono consentire alla persona di incominciare a riflettere intorno al discorso e non ci riflettono se non c’è un problema, se tutto apparentemente fila liscio qual è il problema, non c’è nulla, cosa devo?…perché devo interrogarmi e perché? Ma se c’è un problema allora sì, se le cose che dice, che pensa non riesce più a sistemarle ecco che allora si apre uno spiraglio, ciò che dobbiamo mettere a punto, per dirla così è un metodo, che poi viene utilizzato anche nella pratica ovviamente perché la questione è la stessa, un metodo che consenta ascoltando un discorso di intendere rapidamente che cosa non va in quel discorso e farlo diventare un problema per “costringere “ la persona ad occuparsi del suo discorso, questo è l’obiettivo, che la persona si occupi del suo discorso, torno a dirvi se questo non avviene non succede assolutamente niente, niente nel modo più assoluto….allora adesso andiamo ad iniziare a costruire questo metodo, come si fa a creare dei problemi all’interno di un discorso? Che cos’è un problema intanto all’interno di un discorso? La prima cosa, il problema all’interno del discorso è una proposizione che non si riesce a rendere coerente con le altre, rimane incoerente, cioè non è deducibile, per dirla così, almeno apparentemente. Detto questo come si reperisce questa proposizione che non è coerente? Intendo dire, forse ne ho tralasciato un pezzo, è incoerente rispetto alle proposizioni che costituiscono la credenza, la religione di una persona, di proposizioni incoerenti uno può averne anche tante ma non gliene importa niente, perché gli importi qualcosa occorre che vada in qualche modo a minacciare o incrinare o a mettere qualche dubbio nelle cose a cui crede ( un lapsus) operazione che non è semplice dal momento che è molto difficile che una persona rinunci alle cose in cui crede, perché è difficile? Ci sono tanti motivi, immagina soprattutto che le cose in cui crede siano quelle che lo fanno vivere cioè gli consentono di proseguire a parlare, questo è l’inganno, l’equivoco, in cui la più parte degli umani incappa e quindi non abbandonano le cose in cui credono, per farlo ecco occorre che ci sia una forte motivazione e cioè quel elemento, quella proposizione che rimane incoerente con il tutto non si riesca più a tenerla a bada, adesso poniamo così in termini un po’ schematici, vedremo magari più in là di fare un esempio, una proposizione che non è coerente, produce una sorta di buco, di intoppo, cioè tutto fila liscia tranne questo, (una nota stonata) qualcosa del genere. Da cosa reperite la nota stonata? Generalmente nel discorso da un dubbio, da un fastidio, possono essere tanti gli elementi che vi indicano quel elemento stonato, però importante è trovarlo, ché non è facile reperirlo, non è facile perché la persona con cui avete a che fare magari ci ha impiegato quarant’anni per nasconderlo, è ben schermato, può anche essere una cretinata, non è che sia chissà che cosa, una sciocchezza, solo che questa sciocchezza è come il granellino di sabbia nell’ingranaggio o comunque ha assunto questo ruolo, lavorando su questo elemento come dicevo, non è sicuro ma è possibile rendere un discorso problematico. Se c’è questa proposizione che non è coerente questa proposizione allude ad un altro discorso, potremmo dire che l’operazione è di fare in modo che quella proposizione si trasformi in discorso e allora son due discorsi assolutamente contraddittori fra loro, per esempio, o comunque non coerenti. Questa operazione conduce ad un punto che è uno fra i più ardui e cioè giunge a considerare che le cose che credo non sono vere e non sono false, non sono né vere né false, sono altre sono un racconto, sono un discorso, non solo non sono né vere né false ma non hanno neanche da esserlo vere o false, sono una stringa di proposizioni, però per tornare alla questione centrale l’interesse si muove se c’è un problema se no, no, se no non muove foglia che dio non voglia. E pertanto è l’unica arma quella a nostra disposizione il fatto che il discorso si volga in problema, tant’è che quand’è che una persona, molte volte non sempre, ma molte volte inizia l’analisi? quando c’è un problema che non riesce più a risolversi, che non riesce più come dicono taluni a quadrare, e allora è il proprio discorso viene messo in discussione è allora che può avvertire questa esigenza di incominciare a confrontarsi con il proprio discorso. In effetti se riflettete vi accorgete tutto ciò che interessa è sempre un qualche cosa che è problematico, che pone un problema, che pone difficoltà, l’interesse per le partite di calcio, perché interessa? Perché è un agone è una gara è un gioco dove ci sono delle notevoli difficoltà per una squadra di vincere quell’altra, è questo che attrae l’agone, e cioè l’eventualità, la speranza di giungere alla riuscita, che poi c’è l’idea, l’illusione che questa riuscita comporti la pace dei sensi, il che non è ovviamente la riuscita è un passo per il gioco successivo, la riuscita fa parte del gioco, la riuscita è una delle regole del gioco, fa parte del gioco e nient’altro che questo, non è l’obiettivo in quanto tale, l’obbiettivo del gioco è proseguire se stesso, la riuscita, la vincita fa parte delle regole del gioco, per cui lo si gioca….(quando dice che il problema è una proposizione che in qualche modo non riesce a rendersi coerente con le altre proposizioni, proposizioni che costituiscono l’armatura del discorso religioso in cui si trova la persona….anche un po’ ascoltando, come se questo qualcosa che costituisce il problema fosse quel punto che rende impossibile la realizzazione di qualcosa di ideale) più che impossibile non la rende attuale perché certe volte è possibile, la persona si rende conto che è possibile, così come è possibile vincere a carte, non è impossibile ( sì però c’è questa cosa dell’ideale perché è come se si dovesse creare una sorta di situazione ideale rispetto alla quale però qualche cosa non è all’altezza, io parlavo dell’inadeguatezza, cioè qualcosa che funziona come ideale e qualche cosa che rispetto a questo ideale risulta inadeguato, il problema io non sono all’altezza oppure io non sono adeguato) oppure l’altro certo è un modo (mentre laddove non c’è interesse come funziona questo ideale? perché sembrerebbe che l’interesse comporti una sorta di sostituzione di un ideale con un altro, un po’ come se la persona perdesse interesse laddove si accorge che il suo ideale non (e quindi regge) regge all’aggressione dell’altro, non riesce a scardinarlo non riesce a sostituirsi….è una cosa banale però …dicevamo il fatto che qualcosa non funzioni in modo lineare, è questa poi la rappresentazione ideale che non ci sia più nessun problema) infatti la depressione fa questo l’idea di aver raggiunto qualche cosa di definitivo, una condizione, una posizione, un qualche cosa che sarà inamovibile (di volerla raggiungere) di averla raggiunta è lì che c’è la depressione, se la deve raggiungere è spinto da qualcosa (la depressione lo ha raggiunto e quindi lo ha perduto inevitabilmente e in effetti perché il problema interessa così tanto, proprio per poter mantenere la possibilità di questo ideale, laddove è raggiunta è immediatamente perduta) sì faccio un esempio se io fossi stato altro da me, ci sarebbe potuta essere l’eventualità che al termine della scrittura della Seconda Sofistica io cadessi in depressione perché ciò che avevo fatto non poteva essere scalfito da nulla, ho raggiunto l’obiettivo finale, come mai non sono caduto in depressione? Perché l’ideale qui non era il raggiungimento, lo scopo finale dell’obiettivo, ma questo era soltanto il passo di un gioco che si andava facendo il quale avrebbe consentito di costruire altri giochi, se invece avessi considerato questo obiettivo come l’ultimo e definitivo ecco che mi sarebbe venuta la depressione perché non c’era più niente da fare, finito tutto, lì catatonico, la depressione fa proprio questo uno immagina di avere raggiunto (lei ha costruito la Seconda Sofistica proprio perché non accadesse una cosa del genere) sì e quindi….uno fa una cosa per un certo motivo e non significa che una volta che l’ha fatta questa mostri altri aspetti…sì certo (……) sì certo però se questa cosa che viene fatta rappresenta l’ultimo ideale, l’ultima cosa, la cosa più importante che si raggiunge……è un po’ come avviene visto che lei ha esperienza nel caso del parto quando è atteso come la cosa più importante, assoluta, come il compimento della propria esistenza, una volta che la donna partorisce, depressione catastrofica, come se avesse raggiunto il tutto (cambio cassetta) infatti facevo questo esempio riferito a una cosa che non è una tra le tante, anch’io quando riesco a risolvere qualche cosa….ma la cosa per cui si vive, il motivo della propria esistenza a quel punto la propria esistenza letteralmente non ha più motivo, ecco che c’è un contraccolpo, certe volte anche molto violento al punto da indurre una persona di buttarsi giù dall’ottavo piano (coloro che soccombono al proprio successo) ecco Sandro stava parlando ….( la questione di questa scena ideale per completare in qualche modo il problema è di eliminare proprio questa scena che chiude questo discorso, l’inadeguatezza è questa incoerenza che rende impossibile o al momento non attuabile completamente) sì difatti molte persone hanno abbandonato il lavoro che stiamo facendo per questo motivo come se fosse stato mostrato il fine corsa e quindi l’impossibilità di pensare e quindi in questo caso non è che soccombano al successo, soccombono all’impossibilità di proseguire, come se fossimo giunti alle colonne d’Ercole (tornando sempre al discorso dell’ideale, come se fosse stato proposto l’ideale ma è come se ci si misurasse nei confronti di questo ideale in questi termini non è un soccombere ad un successo ma un soccombere ad un insuccesso comunque già stabilito a priori) quindi oltre a qui non puoi andare (comunque sempre sopravalutato ché in ho una mano rispetto a qualcosa di divino quindi sempre carico in qualche modo) sì, sì dicevamo la stessa cosa rispetto a dio solo che in questo caso dio non si mostra mentre io mi sono mostrato, cioè dio …il discorso ( cioè continua la sopra valutazione tale sopra valutazione che si ascolta talmente è lontana, lontana da un comune modo di pensare che spaventa come spaventerebbe l’immagine di dio…) quando io non ci sarò più cioè circa fra cinquantamila anni tutto ciò allora ciò che io avrò scritto e detto allora potranno essere trasformate in una religione ancora più forte di quella attuale, se non ci sarò più io… (può sembrare altamente contraddittorio questo discorso perché laddove noi decidiamo la verità e cioè che qualsiasi cosa è un atto linguistico inevitabilmente viene contraddetto dalla prova o dimostrazione che la tal cosa non è un atto linguistico…..ci sono dimostrazioni continue il mal pancia non è fuori dalla parola però è fuori dalla parola) questa è superstizione certo, non c’è nessuna contraddizione nella Seconda Sofistica è un monolite….(….) apposta ho esordito dicendo che una cosa del genere comporta un addestramento al funzionamento del linguaggio notevole se no non si intende niente perché ci sia la possibilità di questo addestramento occorre che ci sia l’interesse da qui tutto il discorso che stiamo facendo (…….) ecco quindi l’interesse si muove se c’è un problema da risolvere allora si muove l’interesse se no, no ( allora bisogna che ci dica come proseguire) ho detto che stiamo appena cominciandolo Sandro sì dobbiamo costruire il metodo per rendere il discorso un qualunque discorso problematico, esattamente, creare un problema all’interno di un discorso, è chiaro utilizzando quello che già funziona (il più delle volte c’è il problema occorre farlo scoppiare) certo (quindi la persona deve accorgersi di quello che fa dicendo) sì, questa proposizione di cui dicevo deve inventare un discorso che si oppone a quell’altro e impedisce che possa essere proseguito in quei termini, a questo punto si instaura la curiosità di trovare altri termini (…………..) l’esercizio per fare questo è immaginarsi il più possibile di fronte a un interlocutore armato dei più poderosi luoghi comuni e conversare con lui, immaginare anche come esercizio, esercizio retorico, a me capita spesso e costruire proprio delle argomentazioni tali da mettere non confutare perché non è questo tanto la questione ma creare un problema all’interno di quel discorso, confutarlo è semplicissimo ma una volta fatto questo non succede niente, creare un problema tale perché la persona sia costretta (a confutare il proprio discorso) sia costretta comunque a confrontarsi con il proprio discorso, esercizio ( mi è capitato di riuscire di più a fare una cosa del genere, parlando di un problema connesso a quello di cui si sta ascoltando, parlando per esempio di un'altra persona….) (lei parlava della proposizione sconnessa e del piacere connesso a tutta la questione…mi veniva in mente un sogno dell’Interpretazione dei sogni, un sogno che doveva essere spiacevole per il suo contenuto ma invece affettivamente piacevole, la morte del nipotino connesso all’incontro della persona cara) disdicevole che non si fosse rammaricata (…..lei faceva un racconto della morte ma questa morte serviva a riportare l’amore…..la nota stonata che interviene nel discorso e la persona non può accoglierla perché è giudicata male per tutta la sua vita, per tutto il suo sentire ….a cosa serve? serve ad accorgersi che se si ferma il discorso, il discorso si ferma perché finisce tutto quanto lì….l’aggiunta di altre proposizioni e quindi la costruzione di una connessione altra…..) sì però perché se ci atteniamo a questo esempio potremmo anche costruire un’interpretazione differente (…….) perché comunque uno psicanalista direbbe “sì vuole che muoia il nipotino perché così incontra la persona amata, ma perché deve morire il nipotino per sognare l’incontro, non poteva sognare semplicemente di incontrare la persona che desidera? C’è qualche cosa col nipotino forse? E andare avanti così….interessa invece non è tanto questo quanto riuscire ad intendere sempre attenendoci a questo esempio che cosa interessa in quella persona e poi perché deve morire il nipotino, come dire entrambi questi aspetti sono sicuramente legati a una serie di cose a cui la persona crede, e crede a certe cose all’interno di un discorso che la persona si fa, e abbiamo sempre detto che non si tratta di avere paura di qualcosa, del babau…ma di cessare di avere bisogno di avere paura (mi sembrava che cessare di avere bisogno di avere paura fosse trovare, dare modo alla persona di costruire il passaggio per accorgersi di come il piacere sia una proposizione fra le altre) sì, certamente ( e come fintanto funziona il piacere e il dispiacere il discorso non possa che contemplare certi luoghi comuni) e unito ad altro di essere una proposizione certo (se non ci fosse questo ideale o idea che funziona come referente ) la differenza è questa, uno ha questo ideale, questa meta dice se la raggiungo finalmente ho raggiunto lo scopo della mia vita oppure seconda versione “se la raggiungo allora posso continuare a giocare in un altro modo” diverso…..dobbiamo continuare a lavorare su questo metodo in modo da trovare elementi più robusti che ci consentano questa operazione di creare un interesse attraverso questo “porre un problema all’interno di un discorso” in modo che la persona si interroghi sul proprio discorso (per esempio la solitudine ….per esempio la paura che gioca un ruolo molto importante…) la paura è sempre rispetto alla minaccia a qualcosa che potrebbe creare un danno e quindi un problema…(però loro da questa paura traggono la loro vita) bene ci vediamo martedì alla conferenza che si chiamerà “come costruire il consenso politico”……

 

20-4-2000

 

Dobbiamo cominciare a riflettere sul discorso che stiamo facendo e che cosa implica, ciascuno di voi avrà verificato che le ultime conferenze vanno mano a mano scemando di pubblico, le persone che sono passate di lì come sapete bene sono moltissime ad un certo punto questo discorso le allontana, allontana buona parte adesso lasciamo perdere quelle che non capiscono, non sono interessate ecc…. ma riflettiamo invece su quelle che invece potrebbero esserlo e comunque vengono lì per un interesse intellettuale, teorico, cos’è che infastidisce? Come accade che una cosa è innegabilmente e necessariamente vera, viene abbandonata, mentre cose assolutamente false o comunque risibili sono seguite con grande entusiasmo? Ora c’è l’eventualità che in molti casi la fantasia che allontana le persone sia quella di essere usiamo questo termine provvisoriamente di essere battuti, vinti da un’argomentazione nei confronti della quale non sanno ne possono opporre nulla ma che tuttavia crea un problema, crea uno scompiglio come dire se fosse vera sarebbe un disastro ma non riesco a provare che sia falsa e allora a questo punto l’unica salvezza è l’oblio, cioè faccio come se fosse niente e allora ecco anche le obiezioni stupidissime sulle quali a modo suo si arrocca e rimane lì e non vuole più sapere di proseguire e quindi del fatto già l’altra volta abbiamo accennato al fatto di avere di colpo buttato lì un discorso che non può essere eliminato teoricamente e questo probabilmente ha annichilito molti degli astanti, annichilito cioè messi in condizioni di non potere più obiettare niente, a questo punto una persona che non può più obiettare niente è generalmente infastidita e liquida un discorso dicendo ma sì le cose vanno bene così…non so perché…detto questo dobbiamo tenere conto della scommessa e costruire delle proposizioni che riescano almeno ad attutire una cosa del genere, perché il discorso che stiamo facendo in effetti annichilisce, annichilisce ogni possibilità di ribattere di controbattere che è una attività che gli umani perseguono con molto entusiasmo, nei loro dibattiti, il dibattito arricchisce, il dibattito è un confronto tutte queste storie qua, e di fronte al nostro discorso non è possibile una cosa del genere, non c’è la possibilità del confronto, confronto con che cosa? è una cosa che è ineluttabile e questo come dicevo prima annichilisce infatti mi chiedevo in questi giorni che cosa voi state pensando davanti ad una cosa del genere, una cosa che interroga anche voi, come ciascuno di voi mi dice, ad esempio Cesare quali riflessioni ha fatte? ( non vorrei che il nostro discorso fosse un pochino arrogante persino) c’è un’arroganza intellettuale (loro non possono dire nulla veramente….se uno non ha certe basi è come se si proponesse una verità in definitiva se uno non ha gli strumenti per elaborare la questione…..) Beatrice qualche pensiero? (arroganza se è intellettuale non si può parlarne è come se non si potesse usare questo termine….questo discorso non scatena passioni le passioni si scatenano fra interlocutori e qui non ci sono interlocutori….parlerei di “generosità” piuttosto ma è un’altra passione, in termini di discorso….noi portiamo avanti pezzo per pezzo il discorso costruiamo il passaggio per cui le persone potrebbe usufruire….qui si tratta per la scommessa di costruire proposizioni che vengano immesse nel discorso…..la generosità con il proprio discorso deve essere mirato alla riuscita del discorso……) (le persone di un certe livello diventano bambini li porti a fare cose...ognuno di noi non fa parte di una comunità, si trova sempre da solo ad affrontare…) eppure è una questione grammaticale, la questione può porsi così non abbiamo ancora strumenti linguistici sufficientemente raffinati, intendo dire che occorre riflettere ancora sulla grammatica, sulla sintassi su come le proposizioni sono costruite, lì c’è la chiave, ciò che persuade o dissuade comunque sono sempre proposizioni, il modo in cui vengono costruite e lì dobbiamo lavorare, vedere tutto ciò che può esserci utile, la grammatica, la sintassi, la morfologia perché è da tempo che pensiamo la costruzione di queste proposizioni, però è come se ci mancassero ancora degli strumenti che dobbiamo inventare perché non li troviamo da nessuna parte. La riflessione intorno alla grammatica come funziona una proposizione, come è costruita soggetto, verbo, predicato…le cose più apparentemente elementari dal momento che tutte le proposizioni sono costruite in questo modo, che si voglia oppure no, perché siano tali occorre che siano costruite in questo modo cioè occorre che andiamo ancora più nel dettaglio, più a fondo per usare questa metafora della struttura del linguaggio, perché ho come l’impressione che siamo ancora alla superficie del linguaggio, può riservare ancora molte sorprese, pur chiaramente avendone individuato la struttura generale, il fatto che è il linguaggio che consente a qualunque altra cosa di funzionare, però c’è qualcosa che non abbiamo svolto, non dico che non abbiamo inteso ma non abbiamo svolto ancora a sufficienza (…….) sì inventare quelle proposizioni che persuadono immediatamente sì però per fare questa operazioni dobbiamo lavorare ancora sul linguaggio….dobbiamo fare qui un lavoro teorico che si profila di notevoli proporzioni, ci confrontiamo con le cose più ardue là dove nessuno è mai stato prima……le conferenze possiamo chiuderle a maggio per dedicarci in modo massiccio alla teoria, riflettere, leggere e scrivere soprattutto….perché se noi riusciamo in ambito teorico fare un altro passo avanti notevole a questo punto forse viene anche da sé il come proseguire, se le conferenze, se sì in che modo…..il fatto che le conferenze siano andate in un certo modo può essere positivo nel senso che ci costringe a questo punto a lavorare in quella direzione teorica in modo molto più deciso e più urgente non possiamo più rimandare una cosa del genere, quindi lavoro teorico intenso. Purtroppo la letteratura linguistica che logica a questo punto ci è di poco aiuto, come dicevo prima gli strumenti dobbiamo inventarli, cioè dobbiamo prima costruirci gli strumenti e poi utilizzarli per andare avanti, come se uno dovesse dissodare il terreno, deve avere prima gli strumenti per farlo, deve costruire un trattore e questo è il lavoro che occorre che facciamo, intanto individuare quali sono le questioni su cui lavorare e quindi costruire gli strumenti linguistici anche di grammatica, di sintassi insomma sviscerare il linguaggio molto più di quanto abbiamo fatto fino adesso, adesso abbiamo inteso la superficie come funziona grosso modo e qual è la sua portata, adesso dobbiamo vedere nel dettaglio, utilizzando anche dei riferimenti linguisti, nei termini della linguistica non occorre inventare altre cose, possiamo utilizzare quelli che ci sono già, è inutile fare un doppio lavoro, non possiamo perdere tempo con i testi, perché funziona la proposizione? Cosa c’è in questa proposizione, qual è il suo ordine interno? Cioè come è ordinata una proposizione che mira ad un’altra proposizione quindi a dire che è una certa cosa? riflettere anche sui termini della grammatica, il soggetto, il predicato….il verbo, l’avverbio riprendere tutti questi elementi grammaticali in modo più preciso, visto che è attraverso questo che il linguaggio funziona, è il materiale di cui è fatto il linguaggio, ponendosi domande apparentemente banali, cos’è un soggetto? (il lavoro degli operatori deittici per cui l’oggetto passa di mano fra i vari attanti, possiamo usare questi termini) certamente e vedere se possiamo trarre elementi interessanti da alcuni autori, che hanno dette delle cose che possono fornire qualche elemento….

 

 

4-5-2000

 

Avete riflettuto su ciò che sta avvenendo ultimamente e avete riflettuto sulle cose dette giovedì scorso?

 

-         Intervento: la costruzione di un ideale, qualcosa che comunque possa attrarre…questo esercizio di costruire un ideale sapendo che è un gioco è uno dei risultato per il nostro discorso

 

Che cosa è un risultato per noi? Ché non è questione marginale? (un risultato per noi è non fermarsi assolutamente su nessuna postazione e quindi non dare mai nulla di acquisito, in questo momento possiamo costruire un ideale che possa attrarre e attrae e poi decostruire questo gioco e inventarne un altro e vedere quello che si può continuare a dire) allora facciamo una cosa del genere oppure no? Perché questa è la questione principale, perché se decidiamo di farlo è un conto se decidiamo di non farlo è un altro (questa costruzione mi pare molto più interessante non escludendo chiaramente quella della pubblicità del nostro discorso…mi pare che questo non escluda facendo una promozione a livello sempre più accurato, nel senso che è sempre più pronto a trovare il modo per portare avanti il discorso e con discorso parlo di un discorso che funzioni….se riesco a costruire un ideale non infiammandomi e quindi elaborando la questione non credendoci renderei il discorso utilizzabile da parte del discorso…..tatticamente riuscirei a muovermi in altro modo, questo la chanche) Cesare? (sì la costruzione di uno slogan per essere più pronti nel discorso) sì lo slogan non è altro che un evidenziatore, un qualche cosa che attira l’attenzione, un lampeggiante…così funziona (……) Sandro? (la partita si gioca qui in associazione…riprendere uno certo spirito pioneristico facendo in modo che a queste riunioni ci siano delle persone…..riprendendo delle questioni, la rilettura di testi…intervenire all’esterno più raramente ma in modo più efficace, qui in associazione il corso di formazione……non nascondo che una questione è quella del pagamento, molte persone non vengono se si tratta di pagare…..per le persone che iniziano bisogna trovare un’altra soluzione) come immagina questi corsi? Riprendendo tutto da capo? (riprendendo tutto da capo, ma non lo è riprendere tutto da capo forse è un modo di riprendere un discorso per chiarirlo…..abbiamo dei filoni la retorica, la psicanalisi, la linguistica, la logica questi sono i tratti essenziali e fare un programma. Un corso per analisti della parola implica che debba fare, leggere, studiare, scrivere) (prendere un testo, non ha importanza quale mi viene in mente “Lezioni di etica di Kant” e potrebbe essere discusso…..perché afferma questo e questo….un filosofo può essere familiare, almeno come nome….una lettura critica di Kant, qualsiasi altro filosofo o linguista cioè che faccia da richiamo e mostrare…..) (un programma deve rispettare qual è il progetto….a prescindere da come vogliamo fare è puntare a far sì che sia qui il confronto, chi viene qui viene già con un altro progetto che non è quello dell’osservatore, lo coinvolge molto di più….la presentazione deve essere accurata, carta patinata….anziché un costo fisso, un contributo…è in mezzo a questi libri che si gioca…) la questione è interessante. Il modo in cui abbiamo proposto il discorso che stiamo facendo è sempre stato un modo teoretico, ponendo come in effetti uno teoria, una teoresi a seconda dei casi ora e quindi un modo che poteva essere logicamente di positivo ma non deduttivamente cioè come una teoria possibile tant’è che buona parte delle persone che hanno seguito il nostro discorso e anche che lo hanno seguito per molto tempo, non hanno inteso praticamente nulla della portata del discorso che stiamo facendo (gli sono stati dati degli strumenti inizialmente validi per un certo gioco che hanno favorito questo svincolamento ….ascoltando delle persone che si sono allontanate si ascolta la sicurezza di quello che stanno facendo pur nella non riuscita perché poi non stanno facendo assolutamente nulla, questa arroganza ma non è un’arroganza intellettuale, è una bella arroganza) ( la questione non è questa ci saranno sempre persone che molleranno ma qui ci vuole un pubblico con il quale si può lavorare…..) sono assolutamente d’accordo nel fare qui delle cose nei termini di più ampio respiro….in effetti pensavo il trenta di maggio ultimo incontro ….intanto da parte vostra di fare uno sforzo di pubblicità, portare fare molti volantini, università, scuole, centri culturali…..e porre questo nuovo modo di proporre il nostri discorso, non più tanto un aspetto prettamente teorico, logico, quanto la proposizione di una verità, tant’è che pensavo di chiamare il prossimo incontro “la Verità assoluta” e basta. Giovedì scorso dicevamo d ella costruzione di una nuova religione, è chiaro che in termini prettamente logici questo non ci interessa minimamente, però può farsi utilizzando sistemi che utilizza la religione e cioè la religione come sapete non fornisce mai spiegazioni, noi ne abbiamo fornite fin troppe ma dicevo costruire un discorso assolutamente in positivo ma non logicamente in positivo, assolutamente no, come si diceva prima con Cesare, costruire e quindi proporre anche degli slogan che in qualche modo costringano in parte i nostri interlocutori a volerne sapere di più, tanto sono grosse le cose che diciamo, dicevo giovedì scorso “la religione è fallita” son mille anni di religione e gli umani sono peggio di prima, non ha funzionato a questo punto occorre rivolgersi altrove e giustamente dicevate anche voi giovedì scorso c’è continuamente una sorta di ritorno alla religiosità per una assoluta mancanza di pensiero, la religione trionfa abbiamo detto un sacco di volte quando non c’è pensiero, cioè le persone stanno tornando alle religioni ufficiali, non ufficiali ecc. ….quando manca un qualunque riferimento e sapete gli umani hanno bisogno di riferimenti, per molti motivi, parte dei quali abbiamo detti, ciò che a questo punto possiamo fare, potrebbe anche essere efficace è proporre un riferimento, ma questo riferimento non deve essere sostenuto da un’argomentazione logica a meno che questo non venga appositamente richiesto allora vanno forniti se no….e retoricamente che cosa funziona? Una cosa che abbiamo fatto sempre in modo molto blando e cioè mostrare il fallimento di altre proposizioni, sono fallite, non hanno retto all’usura, quindi colpire e quindi anche molto duramente altre teorie, altre posizioni ecc….non hanno fatto cose molto differenti i vari Agostino, vari Anselmo, Tommaso…..hanno avuto molto successo…..quindi mostrare l’assoluta vanità in modo molto deciso ma soprattutto proponendo e dicendo faccio un esempio “la religione ha fallito per questi motivi, questo discorso non può fallire per questo motivo….” Poi a questo punto martedì trenta possiamo, se c’è un pubblico decente annunciare che il discorso prosegue chiaramente all’interno dell’associazione, nella sede dell’associazione però occorre puntare su questo, assolutamente cioè non più su costruzioni logiche fare ma imporre un pensiero, imporlo tutto, perché? “perché sì e basta “ perché qualunque altro discorso non regge, ha fallito chiaramente puntando molto sull’aspetto religioso, quindi sul suo fallimento, la religione ha fallito e basta , per cui un discorso fortemente positivo e propositivo, cosa che forse non è mai stata avanzata in modo massiccio l’aspetto propositivo, come forse occorreva fare, abbiamo sempre lavorato di fino, questioni logiche molto sofisticate, molto elaborate, molto articolate però, questioni che il pubblico non capisce, non sa cosa farsene, cioè non approda a nulla se non in un ambiente molto particolare dove c’è appunto l’esigenza di una elaborazione teorica molto spinta, molto avanzata, sì proprio proposizione chiamiamole religiose, non so neanche bene cosa significa a questo punto ma tutte costruzione di una religione, propriamente di un discorso che utilizza i sistemi che sono stati utilizzati dalle religioni, che poi son quelli che funzionano CAMBIO CASSETTA forse continua anche a divertire d’altra parte avere anche un pubblico, fare in modo che le persone possano anche avvicinarsi e quindi iniziare anche un percorso intellettuale come ciascuno di noi…..è importante anche riflettere anche sul perché fare una cosa anziché un’altra, cioè qual è l’interesse, qual è l’obiettivo, uno potrebbe dire: “avere moltissima gente” ecco che allora se c’è moltissima gente qualcuno può iniziare il percorso più specifico e poi per giocare di più, per giocare meglio, può anche non interessarmi minimamente che il discorso si diffonda sul pianeta…..può invece interessarmi laddove questo possa comportare un altro gioco da giocare….e quindi divertirmi il divertimento…..come si diceva giovedì scorso per vedere cosa succede, inventare una religione, imporre una fede, una verità ecc….( diceva questa verità non può fallire deve dimostrarlo teoricamente) sì a questo punto è il nostro pane…..(……) sì chiaramente diamo delle indicazioni molto generali, senza scendere nei dettagli, e qui questo è un lavoro teorico interessante, mostrare perché questo discorso non può fallire se praticato, perché non può fallire in alcun modo…. Certo….se invece non è applicato non succede niente…(

 

 

11-5-2000

 

…..ciascuno di noi dicevo abbia una padronanza totale e assoluta del discorso che andiamo facendo, proprio assoluta come la verità, a questo scopo, è importante e anche utile considerare il discorso che abbiamo fatto, si diceva anche con voi ricominciare da capo, incominciare da capo …non inventare la Seconda Sofistica perché l’abbaimo già inventata ma riconsiderare tutti i vari punti i vari aspetti tendendo conto e facendoci noi stessi di volta in volta tutte le obiezioni possibile e immaginabili, quelle più sofisticate alle più banali e stupide, in questo modo noi potremmo otetnere un duplice risultato, primo di acquisire quella padronanza di cui dicevo prima totale e assoluta su questo discorso, averlo proprio sulla punta …..secondo di rendendola molto più chiara a noi stessi acquisire la capacità di poterlo rendere molto più semplice, più chiaro a qualunque altro. Ora come fare una cosa del genere? Semplice si può cominciare da poco, dalle obiezioni da lì partire, anche una obiezione apparentemente semplice può consentire di rimettere in gioco alcune proposizioni e quindi precisarle, specificarle o ampliarle a seconda dei casi cioè è questo un modo per giungere a una maggiore semplicità perché è anche questo che ci occorre nel contatto con il pubblico soprattutto, una magigore semplicità significa una maggiore chiarezza e per quella via una magigore padronanza del discorso, dove non può non deve accadere che una qualunque obiezione non abbaia immediatamente ciascuno di noi un ventaglio di risposte possibili, retoriche e logiche a seconda dei casi ed estremamente semplici e di facile comprensione. Un lavoro quindi che in parte abbiamo proseguito sempre ma si tratta forse di dare maggior spazio a questo aspetto, anche perché riconsiderando alcune cose possono anche aggiungersene trovare aspetti che non abbiamo mai considerato per esempio, o soltanto molto marginalmente , cosa dice Cesare? (…….magari con terminologie non molto elaborate….) ecco esatto è questo ceh importa sapere spiegare sia alla persona che non ha mai letto che “Novella duemila” sia al logico matematico, chiaramente a ciascuno di questi due personaggio in termini differenti, ma avere la stessa facilità a spiegare a entrambe la stessa cosa. In effetti stavo considerando perché ci siamo trovati a inventare questa cosa, non è nata dal nulla ovviamente, abbiamo detto varie volte il motivo però può sempre essere utile o almeno interessante tenerlo presente e il motivo per cui abbiamo inventato questo modo di pensare è che quelli che ci erano noti, ci eravamo trovati a conoscere, non erano più sufficienti, non erano più interesanti, no bastavano più occorerva qqualche cosa altro. E parchè non bastavano più? (perché giocare lo stesso gioco può essere noioso) non soltanto per questo anche ma non soltanto è perché questi altri giochi muovevano, muovono da un atto di fede e cioè il punto da cui parte la loro elaborazione teorica non è provabile in nessun modo, rimane un’affermazione totalmente gratuita, cosa non da poco, voi adesso avete letto moltissimo e continuate a farlo q  uindi potete considerare con molta più atenzione di quanto potesse acacdere una volta come ciascuno che scriva un saggio si trovi ciascuna volta a muovere da alcune considerazioni cioè costruire tutto un libro da alcune consdjerazioni che non sono sostenute da niente, assolutamente niente, poi ciò che ne segue può essere interessante affascinante, tutto quello che volete però muove comunque da affermazioni che rimandano a niente ma mi riferisco anche alle persone più attente e questo porta poi questi personaggi a giungere o a una sorta di sospensione del giudizio oppure a concludere in modo un po’ squinternato, ora nessuna delle due soluzioni ci è parsa di qualche interesse per cui occorre trovare un altro modo, per cui l’invenzione di un sistema di pensiero che non ritenesse necessario un atto di fede, cioè che muovesse da qualche cosa che fosse assolutamente necessario, forse….(cambiare paradigma direbbe Kunn) qualcosa del genere. La fortuna e al tempo stesso l’intoppo, di cui ci è capitato la sorte è che da una parte abbiamo costruito un discorso che impedisce di essere abbattuto e questa è la “sfortuna” tra virgoletet eprchè molte persone hanno cosndierato conq uesto che la questone fosse finita, d’altra parte invece la fortuna di avere costruito qualcosa di talmente solito da potere costiutuire il fondamento di qualquneu altra cosa cioè qualquneu altra cosa che fosse costruita su questo fondamento poteva reggere benissimo. Ora già da tempo abbiamo considerato tutte le possibili obiezioni teoriche però è possibile che qualcuna ci sia sfuggita e ci adopereremo per reperirla non soltanto obiezioni teoriche ma anche quelle obiezioni apparentemente banali che vengono fatte dalle persone allorché ….ecco, ci sono delle obiezioni si lamentava Cesare rivolte ….se tutti pensassero in questo modo che cosa accadrebbe? Una libertà assoluta per cui ciascuno fa quello che vuole e ciò che può volere può andare contro il prossimo anzi generalmente avviene questo (si confonde l’obiettivo con ….) sì questo è così la banalità però, però l’obiezione punta su questo sul fatto che è stato necessario imporre delle regole dal momento che gli umani in assenza delle regole si scannano l’uno con l’altro, si scannano lo stesso però è già un po’ mitigato, un po’ controllato cioè hanno regolamentato lo scannamento generale quindi in assenza di queste regole e questo tizio mi sembrava di intendere dicesse se una persona pensa così non ha più questi limiti perché ha una libertà assoluta e fa tutto quello che vuole, anarchia assoluta (mi viene in mente l’ordine e il caos, probabilmente il timore è quello che esista il caos, l’anarchia, ma il timore del caos e dell’anarchia esiste già nell’ordine cioè l’ordine non è successivo al caos, l’ordine non è nato per rimediare al caos ma è perché il caos in qualche modo proprio perché è un significante è un ordine proprio per via del linguaggio, per questo io posso immaginare un ordine che metta a posto il caos, perché c’è già un ordine che è il linguaggio che gli permette di pensare il caos, cioè senza linguaggio non c’è caos) Cesare un contro esempio: (….) Sandro sostiene che l’ordine è antecendente al caos in quanto l’ordine non è altro che la struttura del linguaggio, è la struttura del linguaggio è quella che consente di pensare il caos (si potrebbe anche disquisire cos’è ordine e cos’è caos) ha già dato una definizioni di ordine è la struttura del linguaggio però giustamente può darsi una obiezione a questa definizione, bene la ponga (si può capovolgere che l’ordine sia il caos e il caos sia l’ordine ) sì cioè lei dice che il caos sia soltanto un ordine le cui leggi non sono ancora compiute, per esempio, e poi? (dire che tutti e due questi significati sono arbitrari) si va a mettere nella peste ( ….) provi a trovare un’argomentazione che prova esattamente il contrario di quello che afferma Sandro (a me verrebbe questo che sia ordine che caos sono due significati sono arbitrari perché significare che il caos sia un qualcosa che non sia l’ordine) è una questione grammaticale (il caos potrebbe avere anche il suo ordine appunto nel suo caos) sì io ho anticipato prima la questione indicando con il caos un ordine le cui leggi ancora non sono state individuate ad esempio, e quindi considerare che in questo caso l’ordine è dato, è già dato, è necessario un ordine ma necessario nel senso che ciascuna cosa segue un andamento una struttura segue qualunque cosa, anche nel caos c’è un susseguirsi di elementi e questa successione di elementi possiamo anche dire che è casuale però potrebbe anche non esserlo (qualcuno potrebbe sempre trovare un dubbio) esatto fatta la legge trovato l’inganno, per cui giungere a considerare che è dal caos che sorge l’ordine, sorge, la nozione stessa di ordine in quanto il caos non è altro che una serie di successioni le quali successioni vengono ad un certo punto individuate e formalizzate e a questo punto diventano ordine (diciamo che l’ordine ha bisogno del caos) in questo caso che sto dicendo io sì, esattamente il contrario di quello che sosteneva Sandro, Beatrice invece come troverebbe una contro argomentazione a quello che ho affermato io? (una contro argomentazione è molto difficile laddove una prenda in considerazione dei significanti) e quale cos’altro prendiamo in considerazione? (se io considero il linguaggio come ciò che permette di parlarne non trovo una contro argomentazione, posso girare ma poi ciò che ne deduco è che ciascuna cosa è un atto linguistico, questa è la condanna per quanto mi riguarda, non posso contro argomentare a una questione del genere) però la questione è diversa cioè porre una obiezione…imparare questo è fra le righe ciò che stiamo facendo, imparare ad argomentare senza ricorre immediatamente a questa sorta di asso nella manica ma arrivandoci cioè portando l’interlocutore a giungere necessariamente a questa conclusione, perché se voi la ponete d’amblé chiudete la conversazione l’altro non intende quello che dice e non avete nessun effetto per questo è importante compiere questo esercizio che sveltisce la capacità di pensare quindi trovare contro argomentazioni che siano le stesse argomentazioni utilizzate dall’interlocutore, come dicevamo anche tempo fa, utilizzando le sue argomentazioni, mostrargliele differenti, prima ancora che false e quindi insostenibili, cosa contro argomentare a ciò che io ho affermato? È necessario il caos perché ci sia un ordine, per il momento non importa che la cosa possa andare avanti anche all’infinito ciò che importa è l’esercizio, è chiaro che poi un altro può contro argomentare a quello che ho detto io effettivamente all’infinito però, ciò che importa è l’esercizio non è che importa veramente se è nato prima o dopo l’uovo e la gallina, non ce ne importa niente interessa però sapere argomentare, dal momento in cui questo diviene assolutamente facile ecco che allora noi troviamo i modi, i termini perché le persone che ci ascoltano, cioè si pongano delle obiezioni siano condotte facilmente, quasi naturalmente a delle proposizioni che non potranno non accogliere nel loro discorso, ciò che dicevo prima rispetto alla semplicità, occorre diventare semplici (la semplicità è di cogliere il luogo comune, quello che pensa l’altra persona, quello che si immagina ciò che pensi, parlare di luogo comune è pensare ai luoghi comuni .. e in effetti parlare di caos è parlare dell’assenza di direzione, quindi dell’assenza di senso e quindi perché ti muovi nel caos nel senso che non puoi più controllare i tuoi pensieri perché molto spesso, una persona si smarrisce, non trova più il bandolo della matassa, e quindi da lì può collegare la questione del fatto che le cose paiono sempre diverse una direzione c’è comunque, si ritorna alla questione dell’ordine …..e quindi spostare la questione del caos e dell’ordine, da una questione ontologica portarla a una questione fisica, grammaticale, l’ordine e il caos non è altro….il timore del caos non è altro che si perdano le regole…..il proseguo c’è sempre) (che comunque non potrebbe esserci l’ordine senza caos) (non fermarsi alla questione metafisica ma riportarla a quelle che sono le interrogazioni più comuni) (partire da una affermazione come hai fatto tu o non riesco a contro argomentare perché se dico che tengo conto del significanti perché non potrebbe esserci il caos se non ci fosse il significante caos, se non si dessero questi significanti…) argomentare, una sequenza di proposizioni coerenti fra loro, per esempio indicava Sandro Freud ha inventato questa teoria per la quale teoria ciascuna cosa che si dica ha un senso ha una direzione, però la questione importante da stabilire è se questo ordine, questa direzione, questo senso ce l’hanno prima o è reperibile dopo, se quest’ordine è reperibile dopo allora mentre si dicono queste cose in effetti non seguendo un ordine prestabilito sono assolutamente casuali, dopo posso stabilire il percorso che hanno compiuto, come quando lancio un dado non so quale sarà il suo percorso dopo posso tracciare una traiettoria dopo, in effetti le leggi del caos esprime una cosa del genere, non conoscendo il punto di partenza non è possibile tracciare la traiettoria, quindi dicevo o quest’ordine è reperibile dopo ma non c’era prima, dopo posso costruirlo oppure c’è prima, sostenere però che quest’ordine è precedente è come se le mie parole fossero predestinate che è arduo sostenere, e quindi l’ipotesi che pare più attendibile è che questo ordine non ci sia prima, e quindi le parole si producano nel caos, ora tuttavia contro argomentiamo a questo punto perché le parole si producano occorre che ci sia un ordine, cioè un ordine grammaticale, sintattico certamente e quindi l’unico ordine di cui può parlarsi necessario è questo ordine questa nozione di ordine, l’ordine non altro che ciò che è stabilito da procedure, da regole linguistiche le quali impongono una certa successione, una certa combinazione di elementi certi e non altri, sono le regole di formazione e di esclusione di cui abbiamo detto sempre, questo certamente è un buon argomento ( a differenza di come ho fatto io che l’ho posta già all’inizio, in effetti il mio non era un esercizio di fronte al pubblico, però in effetti io ho posta all’inizio questa cosa, si tratta di creare un paio di argomentazioni e un paio di contro argomentazioni di modo che diventi strada liscia, ponendola in questo modo si gioca un gioco difficile perché si gioca il gioco della giustificazione, io pongo una questione e la risolvo subito, e quindi devo giustificare come l’ho risolta, è più difficile, è più complicato mentre invece partendo da quelle che sono le interrogazioni comuni, si creano un paio di argomentazioni e un paio di contro argomentazioni e quindi si arriva alla conclusione la quale non necessita più di essere giustificata) no, è giustificata dal percorso che si è fatto (ponendo delle proposizioni come quelle che ha posto Sandro all’inizio in cui situava dei significanti, certo quando io devo giustificare quello che ha detto a quel punto trovo che il gioco è fatto, come lo deve giusticare può giustificarlo la difficoltà sta nel contro argomentare un discorso di questo genere perché contro argomentare quel gioco, regole che conducono a dire quelle cose sono intoccabili perché o giochi quel gioco e allora puoi cominciare a parlare di quello che vuoi, oppure non giochi quel gioco e comincia il discorso della metafisica che considera il linguaggio come un mezzo per dire delle cose, mi pare che non ci sia una grossa chanche ponendo quelle proposizioni perché o non ti capiscono, ammutoliscono, infatti questa è la verità assoluta, al di fuori di quello non ti dà spazio per considerare altro, può fare cominciare a parlare. Uno che voglia lui stesso fare lui stesso questo gioco come fa ad argomentare se non supponendo che ci sia qualcosa fuori da quello che lui dice, quindi certamente questo è l’inizio del percorso intellettuale per lo studio….(per cui la cosa fondamentale che dobbiamo fare è continuare a mettere in gioco quello che abbiamo affermato perché nessuno più di noi saprebbe trovare delle obiezioni a ciò che abbiamo affermato in quanto lo conosciamo meglio degli altri, se io affermo che qualsiasi cosa si dia questo è necessariamente un atto di parola, è trovandomi a confutare questa affermazione che io posso trovare qualcosa di notevole, per esempio delle obiezioni a cui non avevamo pensato, chi saprebbe confutare questa affermazione così d’amblé “qualunque cosa si dia è un atto di parola” CAMBIO CASSETTA un atto di parola è qualcosa di compiuto, si parlava di ordine quindi di qualcosa che si utilizza comunque per trovare un senso, quindi l’atto di parola è qualcosa che è utilizzabile….se è utilizzabile…..) sicuramente molte persone farebbero delle obiezioni a una cosa del genere, noi dobbiamo reperire queste obiezioni (quelle che fan tutti da quando abbiamo cominciato) per esempio se uno dicesse una cosa del genere mi chiederei come lo sa? Come lo ha saputo e cosa gli risponderemmo Cesare? (senza la parola ciò che sa non esiste) questo sposta solo il problema perché continua a chiedere come lo sa? Da dove trae tanta certezza? (dalle affermazioni che fa) quindi può sostenere esattamente il contrario e quindi diventa automaticamente vero? (qualcosa a questo punto non sarebbe atto di parola) sì (a questo punto potremmo porre la questione di come so qualcosa) però se l’interlocutore è sufficientemente abile non si lascia prendere in questo tranello di trovarsi lui l’interrogato (però funziona) qualche volta sì e qualche altra no, può darsi alla buona sorte per cui si può comunque porre la questione però (se in effetti ciò che è fuori dal linguaggio è vero, ammesso e non concesso, è non conoscibile) è vero ma un abile interlocutore, dice è vero quello che dici ma non si può sapere quello che io affermo ma esattamente così come non possiamo sapere quello che tu affermi e a questo punto come la mettiamo? Diventa più duro (il fatto che io ponga ciò che è fuori dalla parola come inconoscibile è una petitio principi) non necessariamente può essere una considerazione non necessaria in quanto non ho modo di conoscerlo e quindi non posso che accogliere questa eventualità, non lo conosco per il momento, però un momento non è inconoscibile non lo posso affermare con certezza, perché la questione verteva su questo, perché io affermi che qualunque cosa sia un atto di parola, poi ho chiesto una contro argomentazione, Sandro ha cercato di girare la cosa, qualche cosa non è un atto di parola, ora se nel primo caso, l’altro può dirmi come lo sai? Se io non trovo delle buone argomentazioni l’altro dice la tua argomentazione vale tanto come la mia e cioè che non possiamo sapere se è vera la tua o la mia e neanche quello ceh afferma Sandro e cioè qualcosa non è un atto di parola come lo so? Non lo so, può la cosa bloccarsi su una sospensione di giudizio, incombe la spada di Damocle della sospensione di giudizio, ciò l’impossibilità di optare per l’una o per l’altra soluzione, dei buoni interlocutori sarebbero in condizioni di bloccarvi (sì però per fare questa affermazione adopera la parola come può fare a dire che non è un atto di parola? ) non è difficile obiettare a questo la parola è soltanto uno strumento che descrive delle condizioni, degli stati, descrivendo degli stati ci siamo trovati di fronte a degli stati che non possono essere decisi, semplicemente la sua obiezione non è valida deve trovarne una di più robusta (….) però per ora non mi avete detto nulla che mi dissuagga da questa posizione cioè io ho affermato che qualunque cosa è necessariamente un atto di parola e poi mi sono detto come lo so? Come faccio ad affermarlo con tanta certezza? Come faccio (a me veniva in mente questo modo cioè chiedermi a cosa mi serve, tutto quello che fai per esempio, che sia un atto linguistico?) l’altro rimanda immediatamente perché dovrebbe servire a qualcosa? E adesso, si ferma subito, oppure rinvia alla mia domanda che deve servire necessariamente a qualcosa lasciando stare tutte le nozioni di servire, di utilità, se no andiamo a finire in questioni difficili (cercavo ancora di giustificare sul perché giochiamo questo gioco) sì ma se abbiamo un interlocutore accanito…vi rendete conto che questo esercizio per quanto possa apparire banale non lo è del tutto alcune affermazioni che andiamo facendo da moltissimo tempo se poste di fronte a delle contro argomentazioni abbastanza scaltre rischiano di bloccare e quindi occorre come dicevo all’inizio fare ancora molto esercizio perché questo discorso sia padroneggiato in modo assoluto da ciascuno di noi e di fronte a qualunque obiezione dalla più scaltra alla più banale, perché delle volte è la più banale a lasciare senza parole….se io mi batto un martello sopra il dito sento male al dito e non è nella parola, per esempio, può dare un po’ di fastidio…..se non ci credi metti qua il dito….vedete è importante quelle che abbiamo cominciato a fare….quindi lavorare molto su questi concetti proprio quelli fondamentali, i pilastri di ciò che abbiamo inventato e trovare ….magari abbiamo delle argomentazioni anche molto efficaci, molto potenti ma molto lunghe, bisogna partire, fare giri e poi sì certo, bisogna riuscire ad accorciare questi giri perché l’interlocutore…adesso ti metti lì una settimana e mi stai a sentire per una settimana…..qualche cosa che almeno gli produca una curiosità per volere proseguire un discorso, però dobbiamo essere in condizione di rilanciare una qualunque obiezione anche con poche ma efficaci e torno a dire dalla più scaltra, sofisticata alla più banale e alla più stupida…mai pestato un dito con il martello, ogni volta che attacco qualcosa mi massacro …..è ovvio che un esercizio del genere è utilissimo anche per il gioco che abbiamo (forse) in animo di compiere e ciascuno di voi sa che per persuadere le masse occorrono parole molto semplici, non è che ci si possa mettere a fare disquisizioni complicatissime che richiedono molto attenzione molto studio e molta voglia di mettersi lì a lavorare, cose che la gente ha poca voglia di fare tanto più ultimamente (la mole di lavoro che abbiamo fatto spaventerebbe) forse non è tanto la mole di lavoro c’è gente che studia anche molto che legge anche molto, il pensiero che è diverso la capacità di utilizzare differentemente le informazioni (prima sottolineavo che si confonde lo strumento con l’obiettivo, l’obiettivo non è trovare una verità, l’obiettivo è che questa teoria deve servire a qualunque cosa che ciascuno che si trova impegnato può fare un discorso intorno all’economia, alla medicina, alla politica, al diritto ovviamente ecco il collegamento con il luogo comune è quello che si ascolta in analisi…….una delle questioni che si ascolta partendo dalla filosofia neanche dall’economia, è la questione del danaro, questione importante ma perché non arrivare a potere dire qualcosa utilizzando questo discorso…..) questo lo faremo, abbiamo detto all’inizio, quando il discorso che stia

 

 

25-5-2000

 

Le questioni su cui verte il lavoro…un lavoro che si può fare è andare a vedere tutte le cose che ho scritte andare a rivedere tutte le cose che non sono chiare, comunque le cose alle quali si ritiene si possano muovere obiezioni di qualunque tipo, questo può essere un modo, oppure riprendere tutte le obiezioni che sono state fatte in questi anni e riconsiderarle …uno segue un sistema…..Sandro le questioni importanti? (…..) stavo considerando per esempio la questione dell’esperienza, che tra l’altro viene posta come obiezione, uno ha esperienza di alcune cose e dopo che ne ha avuta esperienza allora la inserisce all’interno di una combinatoria linguistica, però è l’esperienza il primo movens, in seguito all’esperienza si formano proposizioni e questa potrebbe essere un’obiezione. ( il problema dell’esperienza lei lo intende relativo al luogo comune o relativo al discorso scientifico?) Sì e no, lo rimane anche sotto mutate vesti, rimane che comunque è sempre lo scienziato per così dire che ha esperienza di un certo fenomeno dopo di che ne elabora qualcosa, può avere esperienza anche di un calcolo matematico, però ci vuol sempre qualcuno che faccia questo calcolo, lo interpreti e dia a questo calcolo un senso e dopo che ha avuto esperienza di questo risultato, la certezza di questo risultato allora prosegue in questa direzione, anche se l’esperienza è generalmente connessa con almeno uno dei cinque sensi….dei quali come sapete il privilegiato è la vista: io vedo questa cosa, io vedo sorgere il sole; il fatto che lo veda non è necessariamente un atto linguistico, lo vedo, dopo che l’ho visto io associo questo evento ad altri elementi, di cui ho già avuto esperienza e formulo la nuova proposizione che afferma che la mattina sorge il sole; allora di fronte a questo è chiaro che sapremmo muovere delle obiezioni però dobbiamo sforzarci di trovare quelle proposizioni che siano immediate, immediatamente evidenti, rapide, snelle, veloci, intuitive, cosa che il nostro discorso non è in effetti, è tutt’altro che questo, è imponente, è duro, richiede molto studio, molta attenzione….(queste proposizioni sono proposizioni per qualcuno, dicevamo la volta scorsa, quindi dobbiamo presupporre questo qualcuno) e se sono io, dovrei presuppormi? (se questa proposizione è un atto linguistico per qualcuno) supponiamo che lo sia per me, devo presuppormi? (la questione del soggetto, questo soggetto pone la condizione perché qualcosa possa funzionare…..) però il fatto che io osservi che il sole sorge la mattina, sì sorge …supponiamo che accolga l’ipotesi che sorge perché ci sono io che lo vedo ma il fatto che lo veda per questa persona non è un atto linguistico, l’atto linguistico interviene dopo in seconda battuta quando io dopo averlo visto inserisco questo evento, di cui ho avuto esperienza, in una catena segnica, per cui è un atto linguistico, prima no è ancora fuori, può essere una eventuale obiezione alla quale bisogna trovare un modo snello però, immediato per rispondere, ad esempio cosa diremmo in tale questione? Noi stiamo facendo un certo tipo di discorso (obiettore) ci dice che l’esperienza è fuori dalla parola: quando vedo sorgere il sole, quando l’ho visto sorgere per la prima volta, per esempio, questo evento è stato qualche cosa sì, perché l’ho potuto inserire all’interno di una struttura linguistica, certo, però questo qualcosa che io ho inserito è qualcosa che io ho osservato, la quale cosa l’osservazione non è vincolata all’atto linguistico, non abbiamo detto che è sconnessa o no, abbiamo detto che non è vincolata quindi l’osservazione è un quid, che non è vincolato all’atto linguistico, io posso osservare qualunque cosa senza necessariamente questo vincolo, poi questo vincolo interviene laddove io questo evento voglia inserirlo in una catena che me lo significhi, dice : ma questo evento perché sia tale occorre che sappia che cos’è; non necessariamente, posso anche non sapere che cos’è e chiamarlo “un coso” finché non ho le parole giuste per esprimerlo lo chiamo “coso”….quindi quel coso non è ancora inserito in una catena segnica particolare è un coso che non so come situare però ne ho avuto esperienza e a questo punto Beatrice che cosa opporrebbe? (……) faccio un esempio dice questo tizio “io ho un bimbetto di due mesi una mattina è sorto il sole non sa nulla del sole, ha guardato qualcosa e questo qualcosa per lui c’è e sicuramente non è inserito in una catena linguistica, lo ho notato anche se non sa assolutamente che cos’è, ha avuto esperienza e tuttavia è qualche cosa di nuovo per lui, importante che cogliesse un evento, può anche essere un orologio lui non sa è un coso, però ha esperienza di qualche cosa, questo qualche cosa ci dice il nostro obiettore, e questa esperienza non è vincolata ad un atto linguistico, obiettiamo a questo ( se il sorgere del sole non fosse un atto linguistico…) sì però io sto sostenendo che è svincolato dalla cosa e questa argomentazione è una petizione di principio, sto dando per acquisito ciò stesso che si deve dimostrare, cioè che se non esiste l’atto di parola non esiste neanche il sole che sorge…è questo che dobbiamo dimostrare, non possiamo darlo come assunto per poi dimostrare…è una petizione di principio, l’interlocutore scaltro se ne avvede immediatamente, cioè questo è quello che dobbiamo provare non possiamo darlo per acquisito…dobbiamo trovare delle argomentazioni corpose, rapide snelle ( a me viene in mente quella del non senso, se non fosse utilizzabile dal parlante non sorgerebbe il sole, io non posso neanche immaginare…) petizione di principio, perché è questo che noi dobbiamo provare, non possiamo darlo allora? Cesare cosa direbbe d’acchito? (…) intanto dovete muovere da un principio fondamentale dunque primo) qual è il punto debole di un’argomentazione? Su che cosa si supporta per potere dire una cosa del genere? Qual è la condizione che lui ha per potere affermare questo? secondo) trovare sempre un contro esempio, se è possibile molto efficace, in questo caso il contro esempio non funziona però trovare sempre il punto debole di questa argomentazione, quale potrebbe essere? Se lui afferma che il suo bimbo di due mesi ha visto il sole, ha notato qualcosa pur non sapendo nulla di questo qualcosa e quindi questo qualcosa per il bimbetto è esistito fuori dal linguaggio, perché ancora non è nel linguaggio, quale potrebbe essere il punto debole di questa argomentazione? Provate a pensarci un istante (si sta attribuendo qualcosa al bambino, punto debole) anche, però non sto attribuendo ho visto che ha guardato con estrema attenzione nel momento in cui è sorto è stato attirato da un evento, da qualcosa che prima non c’era e questo qualcosa che osservo ( che cosa osserva?) un qualche cosa, certo non può definirlo perché non è nel linguaggio e quindi non ha gli strumenti per farlo però qualcosa lo ha attratto, ha attratto la sua attenzione e questo qualcosa, esiste o non esiste? Se ha attratto la sua attenzione esiste ma è fuori dalla parola e quindi esiste fuori dalla parola (…..) nessuno mi ha mai posto argomentazioni così ben articolate, devo fare tutto da me….certo la questione è molto complessa (è sempre la questione del qualcosa fuori dalla parola, basta che ci sia qualcosa fuori dalla parola ) perché lui questo opponente vi sta dicendo che qualcosa esiste fuori dalla parola, cosa obiettiamo a questa proposizione , qualcosa esiste fuori dalla parola? Quando vi si oppongono obiezioni, questo è un trucco, obiezioni che si basano sull’esperienza non restate sullo stesso campo, spostatevi, ottimo per altro esercizio retorico, non restate sullo stesso campo, cioè quando uno vi dice “due più due fa quattro” se rimane nello stesso campo dell’aritmetica, avrà sempre ragione quell’altro non c’è verso e quindi spostatevi, come dire che non raccogliete le regole di quel gioco perché è proprio questo ciò che voi dovete mettere in evidenza e quello è un gioco con delle regole ma se contestate quelle regole non c’è niente da fare come se giocando a poker uno ha quattro assi e l’altro due picche, le regole son quelle se accettate quelle regole non ci sono santi, ma quindi porre la vostra attenzione su qual è il gioco che sta giocando e cioè le regole, attenzione che fra l’altro è anche importante poi in analisi cioè qual è il gioco che si sta giocando, in questo caso una delle regole del gioco che sta giocando e che gli consentono di affermare questo è il pensiero che qualche cosa esista di per sé, questo è il punto della questione, se qualcosa esiste di per sé allora è vero il bambino può vedere …se non esiste di per sé ecco che allora l’argomentazione cambia perché a questo punto voi non obiettate più sul punto che il bambino veda o non veda qualche cosa o qualche cos’altro ma sulla possibilità stessa che sia possibile vedere qualcosa fuori dal linguaggio, quindi voi non dovete obiettare il fatto che il bambino vede oppure no, il bambino lo cancellate, non c’è nessun bambino…dunque qualcosa esiste di per sé, ecco che a questo punto le argomentazioni che abbiamo tratte a questo riguardo sono molte, ve le ricordate? ( è in base a questo qualcosa che è nato il nulla fuori dalla parola, e adesso l’atto linguistico) quindi se la sua argomentazione si sorregge sul fatto che qualcosa esista di per sé e quindi possa essere esperito al di fuori dell’atto linguistico allora è su questo che dovete lavorare, sul fatto che possa esistere qualcosa di per sé, e qui abbiamo detto varie cose certo dovremo ridirle in un altro modo però… e cioè il fatto che se qualcosa esiste fuori dalla parola allora per esempio questa è una delle argomentazioni che avevo proposto: o lo so per esperienza oppure per deduzione, vi ricordate? (…) quindi questa è una prima cosa di cui dovete tener conto, badare se nella risposta a un’obiezione vi conviene attenervi alle regole di quel gioco oppure no, in molti casi se voi vi attenete alle regole dello stesso gioco non avete vie di scampo, come nel gioco del poker….quindi spostare su un'altra cosa che se voi rimaneste per esempio nell’ambito dell’esperienza lì è dura perché in ogni caso sareste costretti a ricondurre l’argomentazione ad una questione che vi ho detta prima, perché se accogliete l’esperienza in sé poi non avete scampo, come dire che accogliendo l’esperienza in sé vuol dire che qualcosa esiste al di fuori della parola ed è possibile esperirlo al di fuori dell’atto linguistico, se accogliete questo già che poi non avrete molte armi (subito è in termini religiosi) poi altre obiezioni che ci sono state fatte (sono sempre quelle attorno alle sensazioni) martedì alla conferenza c’è la verità assoluta e quindi alcune di queste cose verranno poste: non esiste la verità assoluta! Questa per esempio, è una questione che viene posta anche da persone molto attente, sia nel campo della filosofia, della linguistica, della logica, la verità assoluta non esiste! Come potrebbe lei Cesare obiettare il contrario (…) adesso come ipotetico interlocutore sostengo questo mentre generalmente sostengo il contrario, visto che è argomento di martedì prossimo (perché io possa negarla devo averla pensata, al momento stesso che io l’ho pensata l’ho fatta esistere, esiste se non altro per essere negata) però un interlocutore scaltro direbbe “io ho detto che la verità assoluta non esiste, ma non come significante, non esiste in quanto non è provabile, un qualunque cosa esiste anche il famoso cerchio quadrato di M….il famoso logico, esiste o non esiste ma non è provabile la sua esistenza, rimarrà sempre un poligono con infiniti lati ma mai un cerchio per cui quando diciamo che esiste una certa cosa è perché possiamo provare la sua esistenza se no dobbiamo provare anche l’esistenza di dio, anche dio esiste CAMBIO CASSETTA (……sarebbe la prova) oppure è essa stessa, è essa stessa che dà di sé questa prova (oppure c’è qualcosa di più superiore ancora che è una….) certo la verità, lei stessa dovrebbe esibire questa prova senza ricorrere ad altro certo (dovrebbe essere causa sui) sì, sì nel frattempo….( gli chiederei se quello che sta dicendo è una sua affermazione, sta affermando che non esiste) no lui l’ha detto in seguito ad una argomentazione non è che l’ha detto così, non esiste in quanto è sempre possibile costruire una proposizione che neghi questa proposizione, per cui può essere provata vera e falsa a piacere e quindi anche la verità in quanto tale e assoluta non esiste, non è che lo dice così …è da un’argomentazione (volevo giocarla come una affermazione : stai affermando che la verità non esiste e visto che lo stai affermando, questo è vero o falso? ) attenzione a fare questi giochetti perché possono essere facilmente torti contro di voi e cioè questo altro applica esattamente la stessa cosa a quello che dice Beatrice e cioè che la verità assoluta esiste, è un’affermazione come qualunque altra, che ce ne facciamo niente! Intanto la prima cosa da farsi e chiedere che cosa intende con verità assoluta, la verità assoluta vi dirà probabilmente che è qualcosa che è necessariamente, non potrebbe non essere, se è attento, e supponiamo che abbia detto questo, dice qualunque cosa può non essere perché io posso costruire una proposizione che la nega e quindi non è più la verità (la questione della non negabilità, non la dimostrabilità e si torna al fatto che la proposizione non è negabile) e invece lui sostiene il contrario, Nella come potremmo provare la verità assoluta, in modo incontrovertibile, definitivo e inappellabile? (….) mi dimostri Nella l’esistenza della verità assoluta in modo incontrovertibile, indubitabile, innegabile e inappellabile, non solo che c’è ma che c’è necessariamente e non può non essere (la verità è per ognuno) no, se è per ognuno è relativa, non è più assoluta, non è soprattutto incontrovertibile perché quell’altro la controverte subito oppone la sua e bell’è fatto ( la verità assoluta o la verità che riguarda la proposizione che nulla è fuori dalla parola?) il nostro interlocutore non si pone questa questione, lui semplicemente nega quello che noi abbiamo affermato, cioè che esiste una verità assoluta (mentre noi affermiamo che esiste), (lui non ci sta chiedendo quale) questo tizio ci dice: la verità non c’è dal momento che io posso costruire una qualunque proposizione che neghi questa affermazione, (sempre costruendo una proposizione io lo posso fare e quindi la negazione di questa verità assoluta dice che sto parlando per dirlo) e allora ? badi bene, non sottovaluti l’interlocutore, (quindi questa è la verità assoluta) sto parlando di verità assoluta o di proposizioni? (sto affermando ) ma questa affermazione ha un referente, un quid che io chiamo verità assoluta, e quindi le mie parole non sono altro che l’espressione di un qualche cosa che o c’è oppure non c’è necessariamente, però il fatto che ne parli è soltanto l’utilizzo di uno strumento che mi permette di fare questa operazione ma questa operazione è fatta su cose che non sono necessariamente atti linguistici, però non era questo il contenzioso, non sottovalutate l’interlocutore (lei non ha mai affermato la verità assoluta) ho cambiato idea, ogni tanto mi prende così….martedì Nella avrà conferma che la verità assoluta non solo esiste ma deve necessariamente esistere e non può non esistere (….) deve valere sempre e in ogni caso (la verità assoluta è sempre che nulla è fuori dalla parola)

È troppo rapida Beatrice, nulla è fuori dalla parola, perché? (….) non trarre conclusioni. Dovete tenere conto di avere un interlocutore che è tosto che non vi lascia passare niente è qui che si fanno le ossa, si acquisisce veramente una capacità di argomentare, di rapidità di pensiero, in ben altra accezione che vi consentono di pensare le stesse cose in modo molto più semplice, più efficace, più rapido, come dicevamo la volta scorsa quando sarà sulla punta delle dita, quando sarà appunto acquisito, sì? (gli umani sono parlanti è questo non si può negare parlano e questa è una verità assoluta) sì anche parlare del cerchio quadrato, il cerchio quadrato esiste oppure no? se esiste, me ne faccia uno (sì però è sempre linguaggio) anche un cerchio quadrato? (sì) lo faccia! (posso farlo tramite il linguaggio) non può farlo sarà sempre ….quelle cose note alla matematica, sarà sempre un poligono con i lati che tende all’infinito ma sarà sempre un poligono, non ci sarà mai quel passaggio, è come quell’ aggeggio che si divide infinite volte, rimarrà sempre un poligono con un numero infinito ….(definizione di verità ciò che non può non essere a questo punto occorre chiedersi che cosa necessariamente deve essere, l’unica cosa che necessariamente deve essere è ciò stesso che mi permette di fare questa domanda) questo l’abbiamo detto. Chi saprebbe porre un’obiezione a questa affermazione? che cosa ha detto Sandro? (ho detto che bisogna definire la verità cioè che cosa necessariamente deve essere e che cosa deve necessariamente essere? Ciò stesso che mi permette di fare questa affermazione) è una buona obiezione…(che cosa è necessario?) ciò che mi consente di fare questa operazione, Sandro che è uomo d’onore afferma essere il linguaggio…la questione è perché solo il linguaggio e non altre cose, potrebbero esserci altre cose che me lo consentono? Per esempio, io sto parlando della verità, ho idea della verità, come abbiamo giustamente detto ciò che è e non può non essere, questa idea che ho, l’ha inventata il linguaggio? A partire da che? E se sì come? Perché? Da dove scappa fuori sta cosa? (li principio del terzo escluso) sì io ho detto che la verità è ciò che necessariamente è e va bene però questa idea di verità che ho, è sorta dal linguaggio si dice ma il linguaggio come se l’è inventato in base a che cosa? quindi la verità come qualunque altra cosa a questo punto, se non ha avuto esperienza di qualche cosa, per esempio, è un’invenzione del linguaggio poteva essere qualunque cosa, perché ha una certa funzione? Cioè in definitiva come e perché il linguaggio ha creato questa cosa, a che scopo? (il significante verità a che scopo?) il significante verità e anche il senso, non è solo il suono, perché il linguaggio avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Chi lo pilota? (senza la verità appunto non ci sarebbe linguaggio, non ci sarebbe differenza e ciascuna cosa sarebbe un’altra cosa) quindi senza verità non ci sarebbe linguaggio? Quindi la verità precede il linguaggio visto che ne è la condizione (io non posso immaginare a questo punto un linguaggio in cui non funzioni la verità) il fatto che lei non lo possa immaginare non è che significhi molto, può essere corta di immaginazione, potrei obiettare io (non ci sarebbe significazione) (è qualcosa della procedura), sì però bisogna sciogliersi in queste cose, sono farraginose, semplificare rendere immediato veloce, rapido immediatamente intuitivo, una cosa lì subito, già è così, l’esercizio che stiamo facendo è per giungere a questo (se non ci fosse la verità non funzionerebbe nulla ) e quindi l’obiettore nostro direbbe e quindi la verità precede il linguaggio e quindi ne è la condizione, di questo che si sta affermando e quindi se ne è la condizione, quindi è fuori dal linguaggio….uno a zero per il nostro interlocutore. Vedete che le cose che appaiono o che apparivano semplici, ovvie non lo sono affatto se come si usa dire oggi, se testate (questa argomentazione era molto solida) ha detto bene “era” si tratta di renderla più solida e molto più semplice, perché ogni volta si è costretti a fare tutta una serie di giri per arrivare dove vogliamo noi, questi giri vanno semplificati, possono essere eliminati, per rendere la cosa più veloce perché non ci interessa fare un lavoro, costringere e tenere il nostro interlocutore, tenerlo legato ad una seggiola ….qualcosa invece di molto veloce e immediato, però per potere fare questo occorre prima avere acquisito molto bene i termini della Seconda Sofistica e poi a questo punto si trovano le finiture e i metodi per sveltire il percorso, cosa che può avere molti sbocchi questo lavoro…..

 

 

1-6-2000

 

(LETTURA DELLA PROPOSIZIONE 2.52 – SECONDA SOFISTICA)

 

…….COSA SI DEVE INTENDERE ALLORA CON SIGNIFICATO? L’invariante che mi consente di riflettere su questa nozione? Ma quale invariante se fosse invariante potrebbe essere identificata, ma abbiamo visto che non può perché non è possibile risalire al significato ultimo o primo…..

 

Intervento: la questione dell’invariante perché dovrebbe essere informativa? Cioè la questione dell’invariante che appartiene più alla struttura logica del discorso, è ciò che permette che ci siano delle varianti, figure retoriche ecc …l’invariante di per sé non è definibile, possiamo definirla come una procedura, è ciò che non varia quello che io posso riconoscere sono le varianti….

 

Sì, sì, è il principio di Aristotele, il principio di identità, potremmo chiamare la questione dell’invariante il principio di identità (il significato non può determinare l’invariante, se il significato lei lo pone come un aspetto procedurale…) e lì non dico che è un’invariante? (qui sembrerebbe negarlo perché dice “cosa si deve intendere con significato? L’invariante che mi consente di riflettere su questa nozione? Ma quale invariante se fosse invariante potrebbe essere identificata ma abbiamo visto che non può perché non è possibile risalire al significato ultimo ….) quindi l’invariante non è identificabile in quanto tale giusto? ( no lei dice che se fosse invariante potrebbe essere identificata, secondo me l’invariante non è identificabile non è riconoscibile) cosa si intende con identificabile? se io intendo come identica a sé……certo questo è un lavoro da farsi (riprendere Seconda Sofistica ) sì in effetti il significato non è altri che il principio di identità, per cui un elemento è necessariamente identico a sé per essere un elemento linguistico (un elemento interessante sul quale insistere, il fatto che nel linguaggio non ci siano che differenze è ripresa “in altri termini la parola è se stessa se e soltanto se è anche simultaneamente tutte le altre parole, se da tutte queste altre parole riceve anche il significato ma anche la possibilità che esista il significato” come dire che il significato esiste perché è inserito nel sistema, posso dire che esiste il significato perché ci sono i significati….come dire che il significato non è una parola ma per forza di cose deve ammettere tutto un sistema, tutto sommato il significato apre perché invece di definire) però se poniamo il significato nell’accezione di prima e cioè come identità a sé necessaria essendo un elemento linguistico, non è che apra propriamente è la condizione perché ci sia una apertura e allora in questo caso stiamo parlando del senso (….) no, certo che no, se la parola non fosse identica a sé non potrei parlare (….) ecco ha fatto bene a porre la questione perché tutto discussione intorno al senso e al significato va ripresa perché già allora non mi aveva soddisfatto…………(si veda anche Giochi Linguistici scritto dopo la Seconda Sofistica) ho posta la questione del significato come l’identità a sé dell’elemento linguistico, quindi come procedure, una qualunque altra definizione di significato non è assolutamente soddisfacente, la definizione radicale per questo ero giunto a considerare che non ha ma è un significato cioè è identico a sé. Questo è il suo significato essere identico a sé, tutto il resto lo avevo ascritto al senso. Forse si può rivedere tutta la questione perché mantenere sì questi termini Senso e Significato può essere utile perché ormai sono di uso corrente e più facilmente riconoscibili..(il significato è una procedura per giungere al senso?) non esattamente avevo inteso allora il significato coem la parte più inamovibile dell’elemento linguistico perché tutta la teoria intorno al significato da Aristotele fino ad Ogden e Richards, ha sempre cercato nel significato un senso, qual è il significato di una certa cosa? un rinvio, intendendola come rinvio intanto poi è difficile distinguerla dal senso, usando artifici assolutamente gratuiti e poi comunque è come se questo elemento non mostrasse la sua identità perché la sua identità dipendesse da un altro elemento, da qui poi tutta la filosofia linguistica in buona parte francese ha avuto il destro per compiere tutte le sue elucubrazioni sull’impossibilità per esempio di leggere il testo, in quanto il testo è sempre sfuggente o l’interpretazione è sempre diversa e quindi il testo non c’è, il testo non c’è cosa vuol dire? Allora siccome tutte le teorie intorno al significato erano insoddisfacenti allora ho cercato di stabilire che cosa potesse dirsi del significato secondo le regole della Seconda Sofistica non negabile, l’unica cosa che potesse dirsi, e giunsi a considerare che il significato non è altro che l’essere di ciascun elemento linguistico identico a sé, questo è il suo significato e quindi l’invariante, qualcosa che non varia, occorre che l’elemento non vari perché possa parlarsi, da un parte dicevamo che nella lingua non ci sono se non differenze ma queste differenze sono tali perché qualcosa non varia perché se no sono differenze rispetto a che cosa? le differenze intervengono in seconda battuta in quanto consentono di differire il differire di ciascun elemento che è identico a se da un altro e quindi far funzionare tutto il meccanismo. Ecco però il senso…il senso lo avevamo attribuito alla retorica cioè ai giochi alle regole linguistiche come ciò che si produce, cioè il significato non è altro che il principio di identità, l’elemento necessariamente identico a sé, il senso invece si produce dalla differenza, dal fatto che c’è una differenza da un altro e quindi si produce qualcosa, questo è differente dall’altro e quindi sorge un terzo elemento o una terza considerazione, quindi potremmo dire che il significato è la condizione questo in accezione che stiamo fornendo del senso, ma sono due cose molto diverse perché sì anche il senso….avevamo detto che il senso è una procedura o no? (sì) infatti, è necessario che ci sia il senso …..che ci sia il senso è inevitabile perché se il linguaggio funziona produce senso, cioè produce altre proposizioni da questo accostamento, da questa differenza…..ma un momento il non senso è comunque una figura retorica, cioè qualche cosa che non è immediatamente riconosciuto o che urta contro un senso precedente allora risulta un non senso però, però il senso se lo poniamo anche etimologicamente come direzione che il linguaggio prende allora parlare di non senso significa che questa direzione non è utilizzabile (sì un conto è parlare di non senso figura retorica e non senso come proposizione non utilizzabile) sì abbiamo distinto le procedure come ciò che fa funzionare il linguaggio, le regole come una serie di operatori che lo fanno girare, cioè che producono delle proposizioni, entrambe le cose sono necessarie, sono due facce del funzionamento del tutto, ora la questione è se il senso appartiene alle procedure oppure è una regola, entrambe sono necessarie, sia le procedure che le regole, però posto il senso come direzione, direzione che il discorso prende allora può essere anche lui posto nelle procedure perché no? C’è da riflettere bene sulla questione…(la questione del senso si pone più come effetto….quando si pone l’effetto di senso si parla della direzione) da precisare però se la direzione è già senso o se il senso è ciò di cui ci si accorge in seguito considerando la direzione, cioè se è un prodotto della direzione oppure se è la direzione, già questa sarebbe una questione (allora si tratta di distinguere perché io posso dire una serie di parole che non producono assolutamente nessun senso) però il fatto che le dica per un certo motivo, per esempio, per dimostrare che non hanno senso già questo è un senso, potremmo anche porla così, (si tratta allora di distinguere due aspetti…..) sì però non mi piace distinguere troppo perché poi si creano un sacco di cose spesso inutili, meglio usare il rasoio di Occam togliere tutto ciò che non serve, orpelli…..(intanto la direzione cos’è?) la successione degli elementi direi così di primo acchito …..un elemento è tale perché è inserito in una combinatoria e la successione di questi elementi è già quello che potremmo indicare come direzione, ciascun elemento è necessariamente connesso con un altro, quale non è detto, i quali elementi sono quelli che forniscono la direzione al discorso (posso accorgermi del senso come direzione in effetti questo è il lavoro che fa un analista e cioè far sì che emerga il senso, la direzione, dove sta andando, posso anche non accorgermene ) supponiamo che non me ne accorga (cosa mi fa pensare che il senso ci sia? Non è una supposizione a questo punto?) è una considerazione logica, necessaria che le parole i termini si accostano l’uno all’altro e vanno in una direzione qualunque essa sia non ha importanza quale però chiamiamo direzione, certo potremmo anche chiamarla in un altro modo, (questo serve all’ascolto è uno strumento, si tratterà di trovare quella via per la quale ci si può accorgere del senso) (senso e obiettivo, del senso uno può anche non accorgersi però l’obiettivo è il senso) l’obiettivo riguarda una intenzione, qualcosa che viene stabilito….in effetti il senso si produce comunque l’obiettivo potrebbe anche non esserci in un certo senso, la cosa si fa complicata perché dipende cosa si intende come obiettivo, se si intende l’intenzione, se si intende là dove il discorso va ciascuna di queste definizioni può diventare arbitraria, quindi assolutamente opinabile, occorre che troviamo invece un modo che non solo sia semplice ma sia anche inopinabile cioè necessario cioè che le definizioni che forniamo risultino necessarie e vedere a questo punto se mantenere senso e significato e a questo punto direi di sì, se no risulta un po’ un problema….( la questione dell’intenzione è molto utilizzata, l’intenzione sarebbe quella che darebbe il senso) bella questione (intanto distinguere il significato e il senso nei due aspetti logica e retorica) sul significato già siamo vicini nel senso che il significato non è altro che ciò che ciascun elemento linguistico è necessariamente quindi occorre che necessariamente sia se stesso cioè, cioè un elemento linguistico e qui (la questione dell’invariante e la variante) già lì non siamo sicuri che il senso attenga alla retorica (avevamo fatto questa distinzione perché se no poteva avvenire come è avvenuto per Anscombre e Ducrot che partivano dal senso naturale delle cose e cioè elementi linguistici che si combinano tra loro, cioè dei topos retorici e noi partendo dalla loro affermazione ci eravamo chiesti come avrebbero potuto affermare che tutto è un topo reorico, e quindi questa necessità di introdurre il senso come una procedura perché se no c’era una nascita del linguaggio) sì è il senso che risulta più difficile da definire (…) sì ma tutti hanno cercato di porre la questione in questi termini, il significato come qualcosa di fisso (ma nessuno era arrivato a dire che il senso è quello che parte da una premessa che funziona, il senso è il frutto di un sillogismo, da come per me funzionano degli elementi, da una premessa giungo a una conclusione, è una direzione logica) (come dire che il significato sarebbe una premessa non detta?) no il significato non è una premessa non detta, ha detto che il senso procede da una premessa non detta (……) il senso si produce ma possiamo dire che può non prodursi? (……) ci vuole qualcosa di più solido, partiamo di nuovo dal significato, tra gli altri elementi questo elemento non può non essere, ciò che non può non essere deve essere identico a se, anche perché possiamo provarlo? No, ma negarlo non è possibile comporta una contraddizione in termini, ci siamo? Perché questo non fosse assolutamente identico a se io non potrei costruire una proposizione che lo identifica e fin qui ci siamo CAMBIO CASSETTA una successione di elementi linguistici produce una sequenza, una successione, una stringa, questa stringa, supponiamo anche che ce ne siano solo due elementi, uno che ne produce un altro, questi due elementi che sono prodotti costituiscono appunto una stringa, una sequenza, una successione come preferite, e fin qui non fa una grinza vediamo se le grinze vengono dopo, il senso dunque come direzione, questi due elementi che si susseguono possiamo dire che producono una direzione? Possiamo dirlo in modo forte? Questo è già un punto che se trovassimo già qualcosa che ci consente effettivamente di affermare che è una direzione già avremo fatto un passettino avanti, perché questa sequenza potremmo dire che è casuale, non casuale il fatto che ci sia la sequenza ma quale elemento linguistico segue, potremmo dire che è casuale, più che casuale diremmo non necessario, quale sia l’elemento che segue ad un altro non è necessario però quello segue non un altro, quindi abbiamo di fronte una sequenza formata da due elementi, è necessario che sia una sequenza ma quale sia l’elemento per esempio non è necessario, però quello è, ora potremmo tirandola un po’ per i capelli, dire che ciascun elemento che segue il precedente ne costituisce il senso, sì è un po’ tirata per i capelli, (potremmo dire che il senso è ciò che stabilisce l’antecedente?) come farei questa è una regola del gioco? È una regola del gioco linguistico stabilire questo il senso, il senso sfrutta forse questa regola, se l’elemento successivo è la direzione che ha preso il primo in effetti potremmo anche affermare che il senso non è altro che l’elemento che segue l’antecedente, certo in accezione molto diversa da quella comune, però se riuscissimo ad affermare che il secondo elemento è la direzione del primo questa direzione potrebbe anche essere piuttosto solida, anche se posta così è poco utilizzabile, però potrebbe dare l’avvio a qualcosa di più utilizzabile, già l’utilizzabilità, spesso avevamo accostato il senso all’utilizzabilità di un elemento, la sua direzione è anche l’uso che ne viene fatto, (cosa si dice quando si parla di senso nel luogo comune…la mancanza di senso che viene enunciata, non è altro che enunciare una sorta di arresto) sì non si sa come utilizzare ciò che interviene (come se qualcosa non producesse altro) non sapendo come utilizzarla certo, (in una analisi, cos’è il senso del mio discorso si può utilizzare in due modi, o come una sorta di ritorno indietro cercando ..) può anche essere il non voler accogliere ciò che si produce in alcuni casi (però noi come abbiamo sempre posto l’analisi non come una sorta di ritorno ma come un permettere che si produca qualcosa, quindi il senso ha a che fare con un qualcosa che si produce in più) sì è vero ma ciò di cui stiamo disquisendo è se attribuire al senso una prerogativa di necessità oppure no, è necessario che ci sia oppure no già questo sarebbe un passo, bisogna procedere per gradi, in modo che ciascuna affermazione che segue l’altra mantenga lo stesso criterio di necessità, altrimenti parliamo di senso senza esattamente sapere di che cosa parliamo o per dare per acquisita una accezione di senso che non lo è affatto, è qui la difficoltà in una elaborazione teorica (il senso è il procedere del secondo elemento) se accogliamo per il momento questa ipotesi che il senso sia l’elemento successivo al precedente, allora diventa necessario, che io lo accolga oppure no, che lo avverta oppure no non cambia assolutamente niente, è necessario perché il linguaggio funzioni, però vi dicevo questa definizione per quanto appaia abbastanza solida non è utilizzabile in nessun modo, cioè utilizzabile nel senso nostro cioè per costruire quelle proposizioni che abbiamo in animo di costruire, perché di una cosa del genere uno non sa che cosa farsene, però può costituire un punto di partenza alla riflessione, il secondo elemento che segue è quello che dà una direzione, cioè il senso, sembra abbastanza robusta come definizione, però siamo lontanissimi da quella semplicità siamo opposti però prima occorre intanto cominciare a chiarirsi….troppe cose sono date per acquisite con troppa facilità non è così semplice la questione….intanto intendere con chiarezza cosa bisogna intendere con significato e con senso, questo è già un passo notevole dopo di che cominciamo a lavorarci su cioè ciò che il significato necessariamente è, ciò che il senso necessariamente è, cioè che cosa è necessariamente per poter utilizzare questo elemento. Vediamo per giovedì di risolvere questo problema intanto di porre in termini teorici, precisi e netti in modo da poter lavorarci…..”senso e denotazione” diceva Frege denotazione e significato la stessa cosa, come si distingue la denotazione dalla connotazione? La denotazione è tutto ciò che attribuisce, che caratterizza quel elemento, per cui quel elemento è quello che è, la connotazione è il senso cioè quello che io gli attribuisco, questo accendino…la denotazione è un aggeggio fatto in questo caso d’argento, di queste dimensioni, fatto per innescare una fiamma, la connotazione invece ciò che gli ho attribuito questo mi è stato regalato ecco quindi è un omaggio è poi ha una forma….questa è la connotazione…….abbiamo tutta la settimana per riflettere…

 

 

8-6-2000

 

SENSO E SIGNIFICATO N° 2

 

Dobbiamo riprendere la questione della volta scorsa prima di affrontare questa il senso e il significato. Ricordate che Freghe parlando di significato lo definisce praticamente come la definizione del dizionario, tutto ciò che è proprio di un certo elemento, ora che cosa è assolutamente proprio? Che cosa è necessario che appartenga ad un elemento linguistico per essere tale e dicevamo la volta scorsa il fatto di essere identico a sé e di non essere altri e questo è il significato, cioè quanto di più radicale possa dirsi di questo termine e pertanto ciò che Freghe indica di questo termine significato si sposta verso il senso, perché la definizione del dizionario atteniamoci a quella per esempio non è necessario che sia potrebbe essere un’altra, ciò che è necessario assolutamente che sia è che un elemento sia identico a sé, e che ci sia anche una definizione ma non quale senso, ma non è necessario che sia quello può essere un altro funziona lo stesso, sì perché è all’interno di un gioco, quindi è necessario che ci sia ma non è necessario che sia quello, mentre l’elemento linguistico cioè il significato è necessario che sia quello cioè che sia quello cioè che sia identico a sé, perché se fosse altro il linguaggio si dissolverebbe. Quindi del senso possiamo dire questo che è tutto ciò che si dice, che si dice di quel elemento, cioè che quel elemento identico a sé dice, e tutta la direzione che prende la catena, la combinatoria significante mostra questa elemento da qualunque altro è il senso, tutto ciò che se ne dice è il senso, tutto ciò che quindi è utilizzabile, che ha un uso rispetto a quel elemento, o anche come dicevamo il modo in cui viene usato, sono tutti modi in cui il senso si produce, però ecco a differenza di Frege intendiamo come dicevo prima la definizione del dizionario come il senso e non il significato (fondamentale) sì ché il significato occorre che sia qualcosa di necessario così il senso, infatti abbiamo detto che il senso è necessario, è necessario che ci sia una definizione che ci siano altri termini che specificano un elemento, è necessario che ci siano, così come il gioco è necessario che ci sia, ma quale è, è ciascuna volta arbitrario. È chiaro? Abbiamo sì riflettuto intorno a ciò che i linguisti ha detto e hanno sempre cercato qualche cosa che fosse più stabile possibile, perché il significato deve essere quello, ora se noi proseguiamo radicalizzando la cosa, che cosa possiamo accogliere come assolutamente necessario di quel termine, l’unica cosa che rimane dopo aver sfrondato di tutto ciò che sia risultato arbitrario, è rimasto che il significato sia identico a sé, nient’altro che questo è la condizione perché questo significato sia un elemento linguistico, tutto il resto appartiene al senso, questo seguendo proprio anche la teorizzazione linguistica, i linguisti hanno sempre cercato di stabilire qualcosa di certo, di necessario rispetto ad un termine, l’unica cosa che è assolutamente certa e necessaria di un termine è che sia identico a sé, ciò che occorre che necessariamente che sia, (il proprio di cui parlava Aristotele) certo il proprio è quello di essere identico a sé e che questo elemento tavolo sia identico a sé, e non differisca da sé a questo punto tutto ciò che noi diciamo del tavolo risulta il senso in quanto la definizioni che possiamo dare non sono necessarie, sono sempre comunque arbitrarie però ciò che è necessario è che ci sia una definizione (il significato è il proprio di quel termine perché quel termine sia identico a sé) sì ma non di quel oggetto che la parola indica, ho detto indica e non denota per creare confusione) non ciò che quella parola indica ma il proprio di quella stessa parola, (cioè che quella parola sia quello che è) e cioè se stessa, e non altre in questo modo abbiamo reso la nozione di significato e di senso necessari (…) sì è l’essere di quel termine di quel elemento identico a sé e non potere essere altri elementi perché abbiamo detto tante volte che in questo caso il linguaggio si dissolverebbe, così abbiamo reso anche il senso assolutamente necessario perché occorre che sia il senso, il senso non è altro che l’essere di questo elemento, identico a sé, se inserito in una combinazione linguistica, nient’altro che questo (il tavolo pertanto può avere mille aspetti) (messa così allarghiamo la definizione e tutto può essere tutto) infatti io ho detto che il senso è necessario ma non quale, infatti dire che è un piano sorretto da quattro gambe ….risulta straordinariamente arduo affermare che questa definizione che è quella del dizionario è necessaria (certo che il senso che do ad un elemento è arbitrario perché ne posso dare altre mille, però è necessario che sia quello il termine che produce tutte queste cose, perché se no comincia una profusione di cose) sì l’arbitrarietà del senso, quando dico arbitrario non intendo dire che è devoluto all’umore del singolo , è arbitrario in quanto riguarda, è specifico, attiene ad un gioco linguistico che sta facendo in quel momento, in questo senso arbitrario che se faccio un certo gioco allora questo qui è arbitrario ma non posso esimermene se voglio continuare a fare il mio gioco, arbitrario è importante molte persone hanno equivocato ….è necessario che sia perché se no quel gioco non avviene, per cui se nella lingua italiana voglio designare questo oggetto, dirò che è un tavolo (…….) se io faccio questo gioco che si chiama lingua italiana, per esempio, occorre che io mi attenga alle regole di questo gioco, questo aggeggio si chiama tavolo (e io usufruisco di questa definizione) se no non posso giocare, ciascuna volta che io faccio un gioco o mi attengo alle regole o non lo posso giocare, quindi non faccio niente se non gioco almeno un gioco non faccio niente, abbiamo visto che non è possibile non giocare almeno un gioco, anche per non volerlo giocare faccio un gioco con delle regole precise, stabilito questo dovevamo stabilire anche se poi lo riprenderemo passiamo alla questione che ha reperita Beatrice che è attigua, non è molto differente, leggiamo il passo incriminato, però tenete conto che arbitrario è sempre qualcosa che attiene, che è inserito all’interno di un gioco, nient’altro che questo, non che è il ghiribizzo del momento, perché è diverso

 

 

28-1-1999

 

 Intervento: mi domandavo se la Seconda Sofistica non fosse un paradigma di ragionamento

 

Sì è nato anche con questo obiettivo…(buona parte dei giochi linguistici seguendo quelle regole di ragionamento risultano evidenti, mi domandavo se appunto non dovessimo tenere conto di questo elemento nelle regole di formazione con i giochi con cui abbiamo a che fare) sì per la costruzione di giochi linguistici sì, sicuramente, però i giochi linguistici che ci accade di ascoltare perlopiù durante la giornata non sono costruiti in quel modo (d’accordo ma io propongo di costruirli) certo per costruirli allora occorre utilizzare quella struttura…(quindi si porrebbe poi la questione puramente retorica del primum cioè di ciò che viene prima rispetto ad altro e il gioco verrebbe che a rivestire la veste retorica del procedimento logico cui la Seconda Sofistica) sì esattamente certo, altro aspetto importante di cui occorre tenere conto è questo per quanto riguarda più l’ascolto di giochi linguistici che la costruzione di altre proposizione che seguiranno questo andamento e la possibilità di potere reperire le regole di un gioco linguistico che sono come dicevo menzionate implicitamente o esplicitamente dall’intenzione di quel discorso e dal suo obiettivo, queste sono le regole fondamentali per giocare, ché un gioco occorre che abbia un motivo, generalmente, e un obiettivo e quindi già avete due regole del gioco, da valutare, senza queste regole il gioco non potrebbe farsi, la questione è che occorre inserire come dicevo un altro gioco…delle altre regole e se il gioco non ha fra le sue regole le proposizioni necessarie è sempre possibile farlo, inserire delle altre regole…

 

Intervento: sì però se quello che ho detto è plausibile non è possibile inserire altre regole, così come non posso inserire delle regole all’interno della Seconda Sofistica.

 

Un momento …puoi inserire delle regole in quanto le proposizioni di cui sono fatte le regole di un qualunque gioco linguistico non sono necessarie, sono assolutamente arbitrarie e quindi puoi inserirne altre (abbiamo detto se io prendo un discorso e lo costruisco come ho costruito la S.S…) in quel caso certo (se lo costruisco in questo modo non posso più inserire delle varianti per cui per esempio il fatto che due più due fa quattro sarebbe non negabile) se si accolgono le regole del calcolo numerico no, (anche se non si accolgono perché il fatto che nulla è fuori dal linguaggio non è negabile in nessun modo, seguendo le regole della S.S. ottengo un gioco che è uguale alla S.S. ) la costruzione di un gioco linguistico, perché funzioni il modo che tu indichi occorre che sia costruito da proposizioni

 necessarie cioè non negabili, come abbiamo visto, ora l’affermazione di una proposizione concernente una regola del calcolo numerico è negabile, è negabile in quanto puoi assumere altre regole e costruire strutture differenti (sì però è possibilissimo costruire altre proposizioni ma allo stesso modo non negabili) no, no perché qualunque premessa tu ponga alla costruzione di una serie di proposizioni che costruiranno le regole del tuo calcolo numerico, queste premesse risultano sempre gratuite cioè arbitrarie e quindi negabili (se sono riuscito a farlo con un ontologia riuscirò a farlo con il…..) ma sei riuscito sì in parte, ci sono delle cose adesso non ho qui il testo…parleremo anche di questo ci sono delle cose cioè la possibilità di costruire una infinita serie di proposizioni non negabili, non è così semplice, in quanto puoi riuscire in questa operazione…occorre provare (adesso facciamo l’esempio del calcolo numerico) che le regole che tu inventi per il calcolo numerico sono necessarie per potere proseguire a parlare, e questo può diventare difficile, non sono necessarie puoi farlo anche senza e in questo risultano negabili (sì ma a quel punto la parola cesserebbe di essere l’elemento portante del discorso e l’elemento portante del discorso verrebbe ad essere altro e venendo essere altro….se io metto l’essere elemento portante a quel punto la parola non è più perché è l’ente a quel punto posso dimostrare che la mia costruzione è necessaria per produrre altri giochi) ecco infatti tu hai posto l’ente come condizione però a questo punto qualcuno potrebbe chiederti di definirlo e come lo definisci l’ente perché risulti assolutamente necessario? Qualunque modo in cui tu lo definisca questa definizione sarà fatta comunque di altre cose e non solo l’ente e ritorni alla questione della parola, all’atto linguistico il quale risulta essere, lui, sì necessario, l’ente è un significante a cui puoi attribuire un significato ma ….(io posso dire che la parola è un ente a cui posso attribuire un’essenza) tu aggiungi alla parola che è la condizione per potere fare qualunque cosa un altro attributo, questo lo puoi fare puoi dire che la parola è qualunque cosa, certo,

 

il punto che mi interessa un gioco perché sia gioco occorre che funzioni ma che abbia delle regole che permettano la sua esecuzione quindi se uno si attiene al gioco del calcolo numerico non può forzare queste regole, se no uso qualsiasi elemento e tutto va bene) anche nel calcolo numerico gente come Gödel ha inserito degli elementi certo che hanno variato le regole del gioco (quindi hanno variato la struttura dopo di che dei passaggi non erano più utilizzabili….la domanda è come evitare dei giri….) è chiaro che in qualunque gioco se inserisco altre regole lo modifico cioè non è più esattamente lo stesso (qui l’operazione che intendeva Roberto era proprio quella di codificare un primo elemento renderlo identico a sé e da quel momento in poi giocare con quel elemento per cui cambiare il significante e giocare con quel significante senza accorgersi che in quel modo andava cambiava il gioco perché se una parola vale l’altra cioè lui credeva di poter fare lo stesso gioco con degli altri termini, non accorgendosi che l’unico modo che noi abbiamo individuato possibile è quello di giocare con il linguaggio perché con l’ente già non si poteva più fare, perché a quel punto l’affermazione diventava arbitraria e non più negabile. Non si accorgeva della regola linguistica che infrangeva) sì anche lui aveva equivocato sulla questione dell’arbitrarietà intendendola appunto come la possibilità di sostituire il senso se è arbitrario allora posso sostituirlo con qualunque altro, e non è esattamente così perché se il senso è inserito all’interno di un gioco non lo posso variare cioè lo posso variare ma varia il gioco, per cui se anziché di linguaggio parlo di ente, allora se equivale alla stessa cosa allora posso parlare anche di biscotti alla crema, però non è più possibile a questo punto proseguire il gioco, non è più possibile perché qualsiasi elemento potrebbe essere scambiato con qualunque altro e quindi non c’è la possibilità di fare quel gioco, allora facevo l’esempio, come se giocando a poker una qualunque carta valesse qualunque altra, dice è arbitrario e quindi anziché il sette di picche io lo faccio valere l’asso di quadri o di cuori (……) come dire che il senso è necessario che ci sia in questo caso non è altro che l’uso che ne viene fatto di volta ma perché ci sia un uso di un elemento occorre che questo sia all’interno di un gioco, se è fuori da un gioco non ha nessun uso, è niente (quando si parlava di arbitrario perché il gioco di Roberto era senza sbocco rispetto al gioco che facciamo perché comunque si trovava a fare delle considerazioni che erano assolutamente negabili, quindi arbitrario in un certo senso può anche essere inteso in questo modo, cioè il produrre qualcosa che non è non negabile, mentre invece parlavamo della verità assoluta nella Seconda Sofistica si pone come un qualcosa di non negabile cioè di non arbitrario ma di necessario, è vero che arbitrario in quanto attiene ciascuna volta ad un gioco linguistico però arbitrario comunque in quanto non è non negabile è sempre confutabile una qualunque costruzione) (all’interno di un gioco però questa arbitrarietà diventa necessaria) diventa indispensabile, indispensabile che io parlando di un tavolo dica tavolo non posso farne a meno ma risulta comunque non necessario, ma indispensabile, mi trovo qui a distinguere per non fare confusione, intendo con necessario unicamente ciò che non può non essere (c’era un problema rispetto alla parola per Roberto, come dire da dove parto? lui diceva che era necessario qualunque cosa io mettessi all’inizio, a questo punto la costruzione diventa necessaria, non è vero….) (la questione delle regole, per esempio la verità assoluta, nell’ultima conferenza “qualsiasi cosa è un atto linguistico” occorre che renda inutilizzabile la sua contraria, perché è inutilizzabile la prova) perché è inutilizzabile? (….) perché fa simultaneamente due operazioni cioè affermare e negare una certa cosa, nega e afferma contemporaneamente la stessa cosa, per questo non è utilizzabile (è un po’ come un più o un meno di un calcolo numerico) non esattamente, no nella logica il principio del terzo escluso o afferma una cosa o la nega non posso fare entrambe le cose se faccio entrambe le cose non è più utilizzabile questa cosa, per questo motivo perché sto affermando e negando la stessa cosa, come abbiamo visto mille volte posso farlo in ambito retorico, ma proprio perché c’è un elemento che è identico a sé ed ecco che ritorniamo alla questione di prima del significato, di cui necessariamente dobbiamo dire che è un elemento che occorre che sia identico a sé, e se è identico a sé perché il linguaggio funzioni non posso affermarlo e negarlo simultaneamente, come dire che è differente da sé e se è differente da sé il linguaggio cessa di esistere (è un po’ come una figura retorica, che è una variante e mantiene la propria significanza….) non può variare proprio in nessun modo, è una variante proprio perché c’è qualcosa che non varia che è il significato (che rimane identico) infatti il paradosso nella retorica è praticabile, è praticato nella logica no, non è possibile non significa niente, non è utilizzabile in nessun modo, perché se lo utilizzassi allora il linguaggio si dissolverebbe, cesserei di affermare qualunque cosa anche questa cosa che sto dicendo, questa è una pietra angolare uno dei cardini di tutto il discorso che sto facendo, si regge in effetti è molto robusta questa teorizzazione (è necessario che io dica non quello che io dico…laddove si trova la verità assoluta non c’è contraria quindi si rende inutilizzabile la contraria come dire da quella parte il discorso non può andare, manca il file, non si può più considerare quella via a questo punto la struttura cambia il discorso, si variano le procedure e quindi si parla in un altro modo….a cosa serve? mi pare per questa via si possa eliminare….) sì però se ci interroga in modo preciso e anche rigoroso è anche più facile trovare una risposta all’interrogazione, se ci si interroga in modo confuso e un po’ arruffato poi non ci si raccapezza più (mi sto interrogando sull’utilizzo delle questioni) abbiamo chiarito intanto l’oggetto della questione, l’utilizzo delle proposizioni ( ….) perché è importante l’utilizzo di proposizioni che non hanno possibilità di gioco? Cosa vuol dire? (….) vedo che c’è qualche….subentra un problema del genere quando non si riesce ad esporre in un modo chiaro anche un problema, anche se una cosa è un problema è necessario trovare un modo preciso di esporla se no non si troverà mai una risposta è impossibile CAMBIO CASSETTA (…..) tanto la questione verteva intorno all’utilizzabilità della proposizione, qual è la domanda esattamente, questo è il tema più che la domanda, la domanda può essere a quali condizioni la proposizione è utilizzabile, per esempio, o che cosa impedisce l’utilizzo di una proposizione, per variare il più possibile, però occorre una domanda più precisa (che cosa impedisce nel caso della verità assoluta cosa impedisce l’utilizzo della sua contraria, il fatto che è auocontraddittoria…se questa proposizione “qualsiasi cosa è un atto di parola” si inserisce si evita l’utilizzo di quelle proposizioni che sono autocontraddittorie (si eliminano giri di discorso che non dicono nulla) …. rendere inutilizzabile le proposizioni autocontradditorie significa smantellare un apparato, intaccare la struttura occidentale le sue fondamento) il discorso che abbiamo inventato impedisce di giocare a rimpiattino con il linguaggio nascondersi dietro …(far entrare nella struttura questa proposizione..) sì è difficile inserire questa proposizione necessaria nel discorso occidentale certo, stiamo lavorando per questo

 

 

15-6-2000

 

PARADOSSO: PER NEGARE UNA CERTA COSA è COSTRETTO AD AFFERMARLA

 

Le riflessioni settimanali

 

Intervento: la verità produce una sola direzione…..per cui non è utilizzabile la sua contraria

 

Un momento non è che la verità faccia tutte queste cose è che questa proposizione che ha questa caratteristica di non poter essere negata la abbiamo chiamata verità (la simultaneità fra il vero e il falso) no, non possono darsi, in una procedura linguistica non possono darsi… (perché non è utilizzabile la contraria?) perché è paradossale (è paradossale perché è come se avvenissero due operazioni simultaneamente, il negare e l’affermare….è un paradosso) sì perché per negare una certa cosa è costretto ad affermarla, in questo senso è paradossale, per negare il linguaggio è costretto ad affermare il linguaggio cioè ad essere utilizzato ….

 

Intervento: è sempre una combinatoria a tre il significato, il senso e le regole, queste procedure sono necessaria per poter parlare

 

Sì però potremmo dire che il significato sta alle procedure come il senso sta alle regole, se dovessimo fare una proporzione, in quanto il senso si produce sì come effetto di una catena linguistica in quanto ci sono delle regole, il significato è tale in quanto ci sono delle procedure, una di queste è quella che definisce ciascun elemento come identico a sé, necessariamente, il significato non è altro che l’essere di un elemento identico a sé, poi il senso è ciò che si produce certo, la direzione che prendono i singoli elementi quando si combinano fra loro, si combinano fra loro in un modo particolare che è quello stabilito dalle regole, non è che ci sono tre elementi rimangono necessarie le procedure e le regole di formazione, il significato attiene alle procedure e il senso alle regole, abbiamo distinto vedremo poi se mantenere questa distinzione oppure o no se è utile a scopo didattico oppure no è da valutare, però certo il senso si produce in quanto questi elementi sono connessi fra loro in base a delle regole, regole di formazione perché vediamo se possiamo costruire meglio….le procedure sono soltanto delle regole di esclusione? Non necessariamente per esempio il principio di identità non è una regola di esclusione, ciascun elemento è identico a sé (ma questa operazione del significato di un elemento identico a sé, questo identico a sé, interviene in prima battuta o interviene come rinvio, per cui intervenendo un termine questo termine è identico a sé e quindi entra a far parte del gioco linguistico cioè è un elemento linguistico) ma non porrei tanto così a scansioni non è che è identico a sé e quindi entra a far parte ….c’è una simultaneità è un elemento linguistico in quanto fa parte, non è che è un elemento linguistico e allora dopo fa parte, fa parte e quindi è un elemento linguistico (….) se interviene una combinatoria è già un elemento linguistico non è che deve decidere prima se lo è o non lo è (…..) (ritengo che una parte interessante sia quella in cui nella Seconda Sofistica parla del nome e del nominato….mi chiedevo se la questione del senso e del significato non sia una questione parallela a quella del senso e del significato……nella Seconda Sofistica si esclude qualsiasi riferimento alla sostanza, quindi qualunque riferimento al fatto che il nome sia un qualcosa per esprimere qualche cos’altro che con il nome non ha nulla a che fare) sì questo è il limite della linguistica già De Saussurre se pensate ai Corsi di linguistica Generale quando descrive il segno come referente ultimo c’era l’alberello in quanto tale, poi il concetto, la forma acustica…sì quindi il nominato cioè l’albero anche in De Saussurre è qualcosa fuori dalla parola, quindi ampliare questo aspetto del nominato, riprendere la disputa sugli universali (nella Poetica è qualcosa come una sorta di parentesi e invece è fondamentale…) può essere come un punto di partenza…è l’intoppo di tutta la linguistica che comunque ha sempre come referente ultimo un oggetto che è considerato fuori dal linguaggio per poter garantire tutto il sistema, se no si sarebbero accorti che anche quello è nel linguaggio è che quindi nulla è fuori dalla parola …sì in effetti è solo una questione grammaticale trattata in modo troppo veloce…(diventa un’obiezione tremenda a tutto ciò che dice la linguistica)

 

3. POETICA

3.1 Quanto affermato nelle sezioni precedenti ci induce a considerare quanto avviene parlando in un modo particolare, e cioè tenendo conto del fatto che qualunque cosa dica, questa ha degli effetti su ciò che seguirà, e ciò che seguirà avrà effetti su ciò che tutto questo produce, cioè me che parlo. Supponiamo che io dica x, questa x che ho detta produrrà effetti in ciò che seguirà la x, ma in che modo? Da quanto detto in precedenza non potrà non tenere conto della proposizione che dice x, dunque x sarà ciò che la proposizione che la dice, dice. x sarà ciò che p dirà che x è.

3.2 Abbiamo introdotta una questione nuova rispetto a quanto detto in precedenza, e cioè me che parlo come effetto di ciò che dico. Che cosa so di me? Tutto ciò che so è ciò che posso dire. E le sensazioni che avverto? La gioia, la paura, la fame e l’infinità di altre cose che avverto? Tutto questo può dirsi che esiste soltanto nella parola? Se teniamo conto di quanto detto nelle ultime proposizioni intorno alla retorica dovremmo dire di si. Consideriamo per esempio la gioia, se non posso dirne, nel senso che è fuori dalla parola, è "gioia"? Se non posso dirlo non è "gioia" né nessun’altra cosa. Lo stesso vale per ciò che posso intendere con "provare" la gioia. Che cos’è provare qualcosa fuori dalla parola? È nulla, perché fuori dalla parola non c’è nessun "provare", ma nel senso che non c’è il significante "provare"? E se non c’è il significante "provare" allora non posso provare nulla? Parrebbe. Per quanto bizzarra possa apparire la questione non abbiamo altro modo di affrontarla, sempre tenendo conto che ci siamo rifiutati fin dall’inizio di compiere atti di fede, grazie ai quali possiamo invece affermare che fuori dalla parola provo qualunque cosa e il suo contrario. Ciò che non posso non accogliere è soltanto che qualunque cosa avverta, provi o esperisca, non posso saperne nulla fuori dalla parola non potendone dire nulla e che, pertanto, è nulla.

3.3 Tutto ciò potrebbe sembrare una questione squisitamente nominalista, poiché l’uso delle virgolette allude all’utilizzo di un termine in quanto termine, in quanto elemento linguistico, mentre lo stesso termine, senza virgolette, dovrebbe indicare la cosa che è detta dal termine e nella nostra riflessione non abbiamo tenuto conto di questa differenza, utilizzando indifferentemente un termine e il suo nome. Ma esiste davvero questa differenza? Consideriamo se è sostenibile la proposizione che la afferma.

3.4 Dunque che cosa distingue il nome e il nominato, può il nominato essere fuori dalla parola? Non sarebbe né il nominato né qualunque altra cosa, sarebbe nulla. Si dice che "mangiare" non sia un verbo performativo, cioè non fa ciò che dice, nel senso che non mi sfamo dicendo che mangio, dunque il nome non è il nominato, se con "nominato" intendo ciò che mi sfama. La questione è posta in modo tale da ingannare, richiamando il "ciò che mi sfama" come qualcosa di assolutamente indubitabile. Ma consideriamola più attentamente. Posso dire "mangio" fuori dalla parola? Di nuovo stiamo utilizzando le virgolette, ma questa volta affrontiamo la questione in termini più radicali. Togliamo le virgolette: posso dire che mangio fuori dalla parola? Se si, che cosa dico dicendo questo? Nulla evidentemente, perché abbiamo detto di essere fuori dalla parola e quindi non posso dire nulla. Dunque non dico nulla. Però mi sfamo, potremmo dire di rimando. Ma lo sfamarmi è di nuovo un significante, se dico qualcosa, se no non dico nulla e siamo daccapo.

3.5 Consideriamo ancora il nome e il nominato. Il nome è il nome di qualcosa o è il nome di nulla? Se è il nome di nulla è nulla, se è il nome di qualcosa questo qualcosa sarà il nominato. Parrebbe, in questi termini, che non possa parlarsi di nome senza il nominato non essendo il nominato senza nome nulla neppure lui, poiché per essere nominato deve essere, per definizione, nominato da un nome, senza il quale non è nominato. Allora la distinzione fra nome e nominato è grammaticale anziché ontologica, non esiste il nome fuori dalla parola e quindi fuori dalla struttura linguistica che mi consente di parlarne, lo stesso vale per il nominato, evidentemente. La disputa intorno agli universali ha tentato, di volta in volta, di attribuire l’esistenza di qualcosa al suo nome o alla cosa stessa, ponendo sia in un caso che nell’altro il nome o il nominato fuori dall’atto linguistico, come ipostasi tra loro contrapposte. Non è pensabile il nome senza il nominato perché le procedure linguistiche me lo vietano. Tutto qui.

3.6 Considerando le nozioni di nome e di nominato abbiamo sfiorata la questione estetica, cioè chiedendoci se ciò che sento sia, oppure no, fuori dalla parola. Abbiamo affermato che ciò che sento lo sento perché inserito nella struttura linguistica e abbiamo visto che non potrebbe essere altrimenti, perché in caso contrario non sarebbe nulla e nemmeno potremmo porre la questione se sia oppure no nella parola. Non abbiamo inteso liquidare la questione estetica in queste poche battute, ma semplicemente ne abbiamo considerato soltanto l’aspetto che ci interessa per affrontare la questione poetica.

3.7 Torniamo dunque a quanto detto in apertura, e cioè a ciò che si produce parlando, ai suoi effetti. Abbiamo affermato che io che sto dicendo sono l’effetto di ciò che dico. In che modo? Dobbiamo tenere conto di tutto ciò che abbiamo detto in precedenza per potere proseguire in termini precisi e senza aggiungere nulla che non sia strettamente necessario affermare. Allora diciamo che "io" è in prima istanza un significante, un elemento linguistico che ha una funzione grammaticale precisa, indica il parlante, cioè me in questo caso. Cosa vuol dire che indica il parlante? Che il parlante può dire o pensare di essere tale solo parlando? Evidentemente si, e considerare questo comporta considerare l’io come un operatore deittico, un operatore linguistico che indica la direzione del discorso, indica cioè, di volta in volta, in quale direzione sto procedendo. L’"io" di cui stiamo parlando indica che la direzione di ciò che sto dicendo riporta necessariamente alla, o alle proposizioni che hanno consentito di dire ciò che si sta dicendo. In altri termini impone al discorso il rinvio a ciò che sta costruendo ciò che si sta dicendo.

3.8 Ponendo l’"io" come istanza grammaticale, più precisamente come operatore deittico, abbiamo sbarazzato l’io da ogni attribuzione ontologica o psicologistica, dicendo soltanto che è un operatore che consente di svolgere delle operazioni linguistiche. Il fatto che questo operatore consenta l’operazione suddetta, e cioè imporre al discorso il rinvio a ciò che sta costruendo ciò che si sta dicendo, può comportate la costruzione di un altro elemento, e cioè quello che afferma che ciò che costruisce ciò che si sta dicendo non è un elemento linguistico ma ciò che costruisce anche il linguaggio, facendosene in questo modo padrone, e pertanto immaginandosi fuori dalla parola. Si tratta allora di tenere conto che tutto questo pensiero non potrebbe avvenire senza una struttura linguistica che me lo consenta o, per dirla altrimenti, che non posso uscire dal linguaggio in nessun modo. Tenuto conto di questo il pensiero suddetto cessa di potere essere creduto fuori dalla parola e può riprendere a interrogare senza essere costretto a compiere atti di fede nei confronti di ciò che la parola costruisce.

3.9 Questione importante questa, perché è in buona parte intorno a questo che gioca il discorso occidentale, immaginando il linguaggio come lo strumento di chi lo usa senza pensare che questo "chi" sia lui stesso un effetto dell’uso del linguaggio che sta "usando". Non considerare questo è l’unico modo per potere pensarsi l’autore del linguaggio, e pensare l’io come soggetto ontologico.

3.10 Allora dicendo "io" dico soltanto che le parole che sto dicendo sono le stesse per cui esisto? Parrebbe, se io sono l’effetto di ciò che si sta dicendo nel discorso in cui mi trovo, allora occorrerà considerare con una certa attenzione questo discorso dal momento che, letteralmente, mi costituisce. Dunque se dovessi pensare a che cosa il linguaggio fa esattamente, dovrei rispondere che mi costituisce.

3.11 Ma cosa stiamo dicendo, dicendo questo? Che non esisterei se non parlassi, se fossi fuori dalla parola? Certamente anche questo, ma non solo. Ciò a cui ci stiamo avvicinando è la considerazione che parlando mi costruisco. Parlando. Riprendiamo una proposizione formulata poco più sopra tratta dalla considerazioni precedenti fatte intorno alla retorica, dove abbiamo affermato quanto segue: "Supponiamo che io dica x, questa x che ho detta produrrà effetti in ciò che seguirà la x, ma in che modo? \ ...\ non potrà non tenere conto della proposizione che dice x, dunque x sarà ciò che la proposizione che la dice, dice. x sarà ciò che p dirà che x è". Ci troviamo di fronte a qualcosa di sorprendente: se dico qualcosa, questo qualcosa non soltanto costruisce ciò che segue, ma costruisce anche me in quanto sono ciò che si sta dicendo nel discorso che si va facendo. Potrebbe apparire che in tutto ciò io non abbia nessuna autonomia, come una sorta di burattino nelle mani della parola, ma tra me e la parola, che differenza c’è?

3.12 Se non c’è differenza (considereremo in seguito la nozione di differenza) allora, effettivamente, la questione non ha nessun senso cioè non posso pormi la questione senza incontrare un rinvio all’infinito, ma se c’è differenza in che cosa consiste? Come mi distinguerò da ciò che dico? Attraverso quale criterio che non comporti necessariamente una struttura linguistica rinviandomi di conseguenza e immediatamente alla considerazione inevitabile che soltanto attraverso ciò che dico posso distinguermi da qualunque cosa, così come posso anche pensare di non distinguermi, ma torneremmo al punto di partenza. Pare che ci troviamo costretti a considerare che, ciò che sono, non possa distinguersi da ciò che sto dicendo.

3.13 Non c’è alcun dubbio che tutte le proposizioni che siamo andati dicendo siano sofismi. Un sofisma è, in questo senso, la formulazione di una proposizione che non può essere negata perché la sua negazione comporterebbe immediatamente la negazione della stessa possibilità di negare alcunché. Un sofisma ha pertanto questo carattere di costrizione poiché si avvale solo e unicamente delle regole e delle procedure linguistiche, che non possono essere negate se si sta parlando. Detto questo, proseguiamo.

3.14 Qualunque cosa io dica, se tengo conto di quanto siamo andati affermando nelle pagine precedenti è necessariamente un sofisma oppure no? Se io dico qualcosa e pongo ciò che dico nella parola, ne considererò gli effetti nelle parole che seguiranno, e ciò che sto dicendo sarà "significato" soltanto da ciò che dice ciò che sto dicendo, dalla proposizione in cui è inserito ciò che sto dicendo. Pertanto non avrò alcun riferimento fuori dalla parola per potere stabilire, per esempio, se ciò che sto dicendo sia giusto oppure no, se sia vero oppure no. Allora ciò che dico rimarrà sospeso a ciò che si sta dicendo, a ciò che sto facendo dicendo ciò che dico. Rimanendo sospeso in tale maniera mi costringerà a confrontarmi con ciò che ho dinanzi, se questo non è garantito da nulla che sia fuori dalla parola. Ma confrontarmi con ciò che sto dicendo comporta immediatamente che consideri la proposizione in cui mi trovo, e pertanto l’accoglierla come ciò che mi costituisce. Costituzione non eterna, ovviamente, è sufficiente che la proposizione si trasformi in un’altra, cosa che non può non avvenire, perché io sia assolutamente differente da ciò che la proposizione precedente aveva imposto.

3.15 Perché non può non avvenire che una proposizione si trasformi in un’altra? Riprendiamo una proposizione fatta in precedenza, precisamente al punto 1.46, lì abbiamo affermato che "… dicendo p faccio qualcosa, e cioè dico p. Può un elemento linguistico non essere in una struttura linguistica? Evidentemente no, se è in una struttura linguistica è perché a questo elemento è connesso un altro elemento, se non lo fosse sarebbe isolato, cioè fuori dalla struttura linguistica, ma se fosse fuori dalla struttura linguistica non sarebbe un elemento linguistico. Allora, se p è un elemento linguistico, allora "se p allora q", cioè un altro elemento linguistico". Allora, una qualunque proposizione p che afferma x, comporterà un’altra proposizione q a cui la proposizione p che afferma x rimanda, e dalla quale è rinviata, nel senso che la proposizione q sarà il significato della proposizione p, essendone il significato dirà ciò che p è, facendo esistere p in quanto p.

3.16 Dunque qualunque proposizione dica questa, dicendosi, farà qualcosa che non è più la proposizione p ma sarà la proposizione q, perché è attraverso la proposizione q (che è il significato della proposizione p) che io posso conoscere la proposizione p, cioè posso dirla. In altri termini, dicendo p dico già necessariamente q, cioè non posso isolare p da q. Tenendo conto di quanto affermato nella proposizione 2.51, dobbiamo precisare che l’atto illocutorio, che abbiamo indicato come la proposizione p1, si pone come significato di p (ciò che p fa dicendosi), ma p1 non può non rinviare a un’altra proposizione, q appunto, perché p1 non esiste fuori dalla parola, ma rinvia a un’altra proposizione per cui esiste. Per questo abbiamo affermato che ciascuna proposizione, dicendosi, non è più la stessa proposizione ma si trasforma nello stesso dirsi in un’altra proposizione.

3.17 Se sono l’effetto delle cose che dico, cioè delle proposizioni che intervengono nel mio discorso, c’è l’eventualità che mi trasformi allo stesso modo? Perché non dovrebbe accadere? E cosa vuol dire che mi trasformo parlando? Si tratta di considerare che ciascuna volta che mi trovo a parlare (o a pensare), ciò che si produce dalle mie parole costituisca il solo elemento che mi consente di pensare che esisto, e non ne ho altri, per cui non ho nessun altro modo di pensarmi in altro modo, e pertanto mi trovo a pensare di essere esattamente nei termini in cui sto parlando. Questo, e soltanto questo "so" di essere: ciò che sto dicendo, che lo sappia oppure no, che lo voglia oppure no.

3.18 Questo ci conduce a pensare che non sono "io" a produrre il discorso, dicendo ciò che voglio dire, ma che mi sto producendo insieme con il discorso. Non che sia parlato dal linguaggio, ma parlando esisto, e esisto parlando. Ciò che "voglio" non è altro che ciò che la proposizione che mi costituisce mi impone all’esistenza, cioè ciò che non posso non considerare in quanto ciò che mi chiama a dire. A continuare a dire.

3.19 Affrontando la questione poetica, cioè ciò che si produce nell’atto di parola, abbiamo incontrate alcune questioni alle quali abbiamo risposto dicendo ciò che non possiamo non dire. In altri termini, ciò che non posso non sapere è che sto parlando, è la sola cosa di cui posso dire con assoluta certezza perché, come abbiamo indicato in più occasioni, non posso negarla in nessun modo. Quando Wittgenstein si pone l’interrogazione circa la certezza affronta le questioni essenziali della parola. Scrive dunque Wittgenstein: "Se volessi mettere in dubbio che questa è la mia mano, come potrei fare a meno di dubitare che la parola "mano" abbia un qualsiasi significato? Sembra dunque che questo lo sappia di sicuro. Ma per meglio dire. Il fatto che io usi senza alcuno scrupolo la parola "mano" e tutte le restanti parole della mia proposizione; si, il fatto che non appena volessi anche solo provarmi a dubitarne mi troverei di fronte al nulla, mostra che l’assenza del dubbio fa parte dell’essenza del gioco linguistico, che la domanda "Come faccio a sapere che..." tira per le lunghe il gioco linguistico, o addirittura lo toglie via". Sta dicendo qui una cosa che ci interessa, e cioè che se non accolgo il gioco linguistico (se non gioco il gioco del linguaggio), allora non c’è nulla. Ma non soltanto, aggiunge infatti che porsi delle domande intorno al perché del gioco linguistico riporta inevitabilmente al gioco linguistico che non posso non accogliere nel momento stesso in cui mi pongo queste domande.

3.20 Perché non dubito che questa sia una mano? Perché dubitarne non mi direbbe assolutamente niente, è come se mi mettessi a giocare un altro gioco per il quale è prevista un’altra grammatica, non quella in cui mi trovo, non quella che sto utilizzando, per questo non mi direbbe assolutamente niente. Se incominciassi a dubitare di chiamarmi Luciano allora dovrei incominciare a dubitare di ogni cosa, e allora non ci sarebbe più assolutamente nulla di cui dubitare, e lo stesso dubitare del fatto che mi chiamo in un certo modo a questo punto non avrebbe più nessun senso, perché non ci sarebbe più nulla di sicuro rispetto a cui dubitare.

3.21 Ciò di cui non posso dubitare è il gioco linguistico. Non posso dubitarne perché il linguaggio stesso me lo vieta dicendomi che non posso dubitare di parlare nel momento stesso in cui parlo. Perché è un divieto? Che cosa intendiamo con "divieto"? Una procedura grammaticale si pone, in un certo senso, come un comando che dice ciò che devo fare per potere proseguire, e pertanto impedisce quelle proposizioni che arresterebbero la parola. Se per esempio affermassi che A è vera e simultaneamente che A è falsa, allora sarebbe come se arrestassi la direzione del discorso, il senso, e mi troverei di fronte all’impossibilità di prendere una direzione, e ciò che dico non avrebbe, letteralmente, nessun "senso". Non essendoci direzione, "senso", come proseguire, in quale direzione? Il divieto di cui si diceva consiste soltanto nell’impedire che la parola si arresti affermando di se stessa di non essere se stessa, che è la forma della contraddizione di cui abbiamo detto nelle sezioni precedenti. La contraddizione dice appunto che la proposizione in questione non può formularsi se si intende proseguire a parlare. Ma è possibile non intendere proseguire a parlare? Se mi dico di non proseguire, già dicendolo sto proseguendo e quindi sono daccapo. E se smetto di parlare? Questa intenzione è formulabile soltanto all’interno di procedure linguistiche senza le quali non potrei in nessun modo formulare questa intenzione. E se sto tacendo? Fuori dalla parola non posso sapere se sto tacendo o se sto parlando dunque, di nuovo, la questione non esisterebbe perché non potrebbe dirsi e se non potesse dirsi non potrei saperne nulla. Ciò di cui non posso sapere nulla è nulla, perché non può darsi né nel pensiero né altrove.

3.22 La questione poetica di cui stiamo parlando testimonia propriamente questo, che se c’è produzione allora si stanno seguendo le regole linguistiche, perché in caso contrario non ci sarebbe nessuna produzione. Posta nei termini di produzione linguistica, la poetica pare essere strutturale all’atto di parola, cioè se c’è atto di parola allora c’è poetica.

3.23 Da quanto detto sembra porsi necessariamente questo, che le parole si producano per via delle procedure linguistiche e che io pertanto sia l’effetto di procedure linguistiche. Potrebbe essere altrimenti? No, se dicendo "io" sono già inserito in procedure linguistiche che stanno operando nel mio dire "io" e che, sole, mi consentono di fare tutto questo.

3.24 Ma dicendo che sono l’effetto delle procedure linguistiche del mio discorso non dico ancora che, in qualche modo, sarebbe possibile per me distinguermi da quello che dico? Ma come potrebbe avvenire? Abbiamo già incontrata tale difficoltà, si tratta ora di intendere che cosa comporta questa impossibilità di distinguermi da ciò che dico. È facilmente avvertibile la portata di tale affermazione: lo scardinamento più radicale della possibilità di potere proseguire a pensare nei termini stabiliti dal discorso religioso. Intendiamo con discorso religioso qualunque discorso che creda di sé di essere garantito o di potere essere garantito da qualcosa posta fuori dalla parola, e cioè dio, l’armonia cosmica, le leggi della natura o qualunque altra cosa piaccia pensare.

3.25 Stiamo considerando in queste pagine la possibilità che si dia l’eventualità di cessare di pensare in termini religiosi, e cioè nei termini per cui è credibile l’esistenza di un criterio di verità, qualunque esso sia, tale che mi consenta di pensare di dire il vero oppure il falso, con tutto ciò che questo comporta. E che cosa comporta? Qualcosa di straordinariamente rilevante, vale a dire il mio modo di pensare e quindi di fare, di decidere, di credere e un’infinità di altre cose di non minore importanza.

3.26 Che cosa produce un criterio di verità che si supponga garantito nei termini che abbiamo indicati prima? La possibilità di credere, in prima istanza. Cosa non da poco se si considera che tutto ciò che ciascuno fa tiene conto di ciò che crede. Né potrebbe essere altrimenti, se crede. Consideriamo ora più attentamente il credere, avvalendoci ancora una volta di alcune riflessioni di Wittgenstein. Scrive nel saggio Della certezza, nella proposizione 103 e seguenti: "E se ora dicessi: è mia incrollabile convinzione che, ecc., anche nel nostro caso questo significa che alla convinzione non sono arrivato consapevolmente, attraverso giri di pensiero ben definiti, ma che essa è ancorata in tutte le mie domande e in tutte le mie risposte, in modo tale che non posso toccarla. \ .\ Tutti i controlli, tutte le conferme e le confutazioni di un’assunzione, hanno luogo già all’interno di un sistema. E precisamente, questo sistema non è un punto di partenza più o meno arbitrario, o più o meno dubbio, di tutte le nostre argomentazioni, ma appartiene all’essenza di quello che noi chiamiamo argomentazione. Il sistema non è tanto il punto di partenza, quanto piuttosto l’elemento vitale dell’argomentazione. \ .\ Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè impara, ad esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede, si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno. \ .\ Si vuol dire: tutte le mie esperienze mostrano che è così. Ma come fanno? A sua volta, infatti, quella proposizione, che mostrano, fa parte di una loro particolare interpretazione. \ .\ Un bambino potrebbe dire a un altro: io so che la Terra esiste già da molte centinaia di anni, e questo vorrebbe dire: io l’ho imparato. \ .\ La difficoltà consiste nel riuscire a vedere l’infondatezza della nostra credenza." Dice dunque Wittgenstein che la difficoltà consiste nel non riuscire a vedere l’infondatezza della nostra credenza. Cosa impedisce di vederla? Lo ha detto prima, ciò che metto in atto per vederla è, per così dire, fatto dello stesso materiale. Vale a dire che è quel sistema di credenze, proposizioni, immagini, tutto ciò che in definitiva costituisce il mio modo di pensare che mi impedisce di distinguere fra ciò che credo e le cose che incontro, ciò che credo non è soltanto una cosa determinata, precisa, ciò che credo fa parte del modo in cui penso, è il modo stesso che ho di pensare, la mia grammatica.

3.27 Dunque, è questo che produce un criterio di verità, ciò che penso essere la realtà che mi circonda? Parrebbe. Che differenza c’è fra ciò che credo che la realtà sia e ciò che so che la realtà sia? Nessuna. Ciò che so è ciò che credo che sia perché non posso credere vero ciò che so non essere vero, la struttura del linguaggio me lo vieta. Se accolgo la regola grammaticale connessa con la nozione di vero non posso credere vero ciò che so essere falso. E se non accogliessi questa regola allora non potrei pensare al "vero", se non l’accogliessi allora starei giocando un altro gioco. Posso inserire delle varianti nel gioco linguistico, e ce ne siamo occupati nella sezione dedicata alla retorica, ma sono varianti rispetto a regole e procedure che, sole, mi consentono la formulazione delle varianti. Pertanto, il non accoglimento delle procedure linguistiche necessita delle procedure linguistiche non soltanto per potere farsi, ma anche per potere pensarsi.

3.28 Da tutto quanto detto si configura una nozione di poetica particolare, una nozione che indica prevalentemente quanto si produce dal porsi in atto delle procedure linguistiche, cioè dalla parola, e che abbiamo indicata appunto come l’attuarsi delle procedure linguistiche. Tutto questo potrebbe apparire lontano da ciò che la letteratura spesso intende con discorso poetico, ma forse non è proprio così. Se intendiamo con discorso poetico il porsi della parola a confronto con sé, con ciò che produce, con tutto ciò che fa esistere, allora quanto detto fino a questo punto risulta una riflessione che non può non farsi, in quanto segue necessariamente da quanto affermato in precedenza, vale a dire che se gli umani in quanto parlanti parlano, allora fanno necessariamente qualcosa parlando, e la poetica si occupa propriamente di questo qualcosa che, come abbiamo visto, è tutt’altro che marginale, perché decide di ciò che gli umani generalmente chiamano il loro destino, pensando forse di essere mossi da qualcosa di più di quello che dicono.

3.29 Eppure, quanto siamo andati considerando non ci lascia la possibilità di pensare altrimenti, e pertanto ci costringe anche a fare e a agire nella direzione che il nostro discorso ha mano a mano acquistata, portandoci sempre più lontani dal pensiero religioso e costringendoci al confronto, inevitabile a questo punto, con ciò che si fa parlando e soprattutto con ciò che "si diviene" parlando. Abbiamo anche considerate le obiezioni circa l’avere posto il linguaggio come una sorta di padrone assoluto, obiezione di nessun interesse dal momento che per farsi necessita della stessa condizione che intende denunciare, e cioè l’esistenza del linguaggio come condizione per potere fare o pensare qualunque cosa, anche un ingenua obiezione.

3.30 Non resta a questo punto che affrontare la questione più interessante che possa trarsi da quanto considerato fino ad ora. Appena accennata in precedenza, riguarda le implicazioni nel fare, nell’agire, poiché come abbiamo appena detto sono ciò che non posso non pensare, mi muovo necessariamente in quella direzione, non posso non tenerne conto, che lo voglia oppure no, che lo sappia oppure no. Esattamente così come non posso credere vero ciò che so essere falso. Qui non si tratta più di questo ovviamente, ma la struttura linguistica è la stessa, i divieti gli stessi, le procedure le stesse, soltanto non posso più fare come se non sapessi di essere mosso da ciò che dico, ciascun istante, in ciascuna condizione perché ciò che non posso non accogliere diventa parte integrante della mia grammatica. A tutto questo diamo il nome di "politica".

 

 

(copiato da Internet le proposizioni lette sono dalla 30.1 alla 30.5)

 

Qualche obiezione? (intanto Lei dice non è pensabile il nome senza il nominato perché le procedure me lo vietano, quali?) sì lì la conclusione in effetti si perde in buona parte del discorso che ho fatto, in effetti sono legati questi due termini nome e nominato da un vincolo che è grammaticale in quanto l’uno, il nome non è altri che un elemento che viene utilizzato retoricamente al fine di distinguere un elemento linguistico da un altro ora è ovvio che il nome indica come dicevo prima un elemento linguistico, lo distingue da un altro pertanto il nominato è un elemento linguistico, però anche qui si possono aggiungere altri elementi, ciò che io nomino, che indico possiamo anche dire che non può essere fuori dalla parola, per una questione che abbiamo già detta in precedenza però qui era più sottile la questione, in quanto io ho inserito adesso un elemento e cioè il fatto che il nome ha un unico utilizzo e cioè quello di distinguere un elemento da un altro, non una cosa da un’altra, e cioè apre alla funzione di esclusione, serve ad impedire che lo stesso termine sia applicato a infinite altre cose (il significato serve ad escludere un elemento sia un altro) il nome non è il significato, il significato non dovete immaginarlo come un qualche cosa che definisce qualche altra cosa (è una pedina per giocare) è qualcosa che dice questa è una pedina per giocare, la pedina che serve per giocare è qualche cosa che riguarda la retorica, il significato dice soltanto questa è una pedina che serve per giocare, quale gioco? Quale pedina? Una pedina del gioco è un elemento linguistico, che è identico a sé, se fosse differente da sé non sarebbe un elemento linguistico e non sarebbe una pedina del gioco e quindi non sarebbe giocabile in nessun modo, quindi non si saprebbe giocabile in nessun gioco, quindi non si saprebbe nulla di lei….in effetti proprio rispetto alla pedina per esempio, il significato non è altro che ciò che dice che quella cosa lì è, un elemento del gioco, quindi è possibile giocare con questo aggeggio (è qualcosa che la qualifica come RE) è ancora al di qua è una pedina quindi può essere utilizzata in qualche gioco, quale? Dice solo che questo è un elemento linguistico quindi può essere utilizzabile, (il passaggio ulteriore per cui questa è una pedina del gioco e quindi è un elemento linguistico) al momento in cui si pone la questione di questa trasformazione quella pedina è già un elemento linguistico, non è pensabile altrimenti, né di compiere questa operazione e neanche la pedina è pensabile, al momento in cui si pone questa questione è perché è già un elemento linguistico, tenere conto che quando dico io decido questo, questo io che decide è la struttura linguistica, la struttura linguistica che inserisce ad un certo punto, può produrre anche un nuovo elemento linguistico, un elemento che prima non esisteva, per esempio duemila anni fa nessuno parlava hardware, non esisteva questa cosa il linguaggio l’ha introdotto l’ha fatto diventare un elemento linguistico, duemila anni fa non esisteva, e quindi non era una pedina del gioco, non esisteva non era neanche pensabile, se qualcuno l’avesse posta ecco allora si sarebbe pensato di domandare che cos’è? Che cosa non è? Sarebbe a quel punto diventata una pedina del gioco ma finché non esiste perché nessuno la pone non c’è (…..) solo il linguaggio che crea pedine per giocare nuovi elementi per giocare, molte cose che ciascuno dice o pensa magari non le ha mai pensate, e il linguaggio gliele ha costruite, e allora le pensa e a quel punto sono elementi linguistici indubbiamente, ma se non ci sono non può neanche porsi la domanda se sono elementi linguistici o no, perché se pone un elemento linguistico e io dico questo non è un elemento linguistico, come lo so? Cioè se già ne parlo è un elemento linguistico, indubbiamente, quindi domandarsi se è o non è un elemento linguistico, è un non senso, cioè non può neanche porsi la questione, come domandarsi esiste qualcosa fuori dalla parola? È la stessa questione….perché se c’è allora è un elemento linguistico necessariamente, se non c’è non si può porre nessun problema né contro né a favore CAMBIO CASSETTA (bisogna insistere sulla questione della grammatica, delle regole grammaticali, poi il salto da impedire qualunque formulazione ontologica, cioè renderla un non senso molto evidente….) sì per esempio l’esempio che faccio io accendino, accendino è il nome di questo aggeggio, questo aggeggio è il nominato, e lì ho posto una associazione molto stretta tra il nome e il nominato cioè dico se c’è il nome “accendino” è perché c’è il nominato, infatti un nome che non nomina nulla, è una contraddizione in termini? Sì, grammaticalmente sì, il nome è necessariamente nome di qualcosa e quindi è nome di questo aggeggio qua, ma questo aggeggio qui che ho in mano adesso, essendo il nominato, potrebbe pensarsi fuori dal linguaggio, generalmente si pensa così, (perché si pensa così? Perché si immagina fuori dal linguaggio) perché generalmente le cose si immaginano fuori dal linguaggio. (anche il nome allora?) no il nome è un atto di parola, in quanto è sovrapposizione di fonemi ecc…(anche il nominato dico una parola però aggiungo qualcosa e aggiungo qualcosa a questo nome) sì però queste persone dicono sì questo lo chiamiamo nominato, però in realtà è un aggeggio, nel senso che anche se non lo chiamo nominato e non lo chiamo accendino, lui esiste comunque (è la questione della realtà) noi invece abbiamo detto che questo aggeggio non esiste comunque, esiste in quanto nominato, cioè esiste in quanto c’è un nome accendino che lo nomina e allora se c’è un aggeggio che non ha ancora un nome, questo esiste? (domanda) (di fronte ad un individuo della Nuova Zelanda) sempre uomo è, anche se non si è mai visto prima, è già nominato prima ancora di vederlo, no immaginiamo qualche cosa anche se non si è mai visto prima è già nominato prima ancora di vederlo, no, immaginiamo qualche cosa ……(…..) possiamo fare l’esempio di qualcosa che nessuno ha mai potuto toccare ma che tuttavia può servire da esempio, la stella Vega, nessuno l’ha mai toccata, mai vista personalmente se non tramite strumenti, o calcoli, prima che venisse nomata fra le stelle esisteva oppure no? C’era o non c’era? La questione badate bene può sembrarvi stupida ma non lo è, perché? Posta la domanda in questi termini è posta male, cioè dovete domandarvi che cosa mi sto chiedendo questa domanda, cosa mi sto domandando esattamente? E a quali condizioni io posso farmi questa domanda? Posso domandarmi tremila anni fa esisteva la stella Vega quando nessuno sapeva della sua esistenza? Però e qui è il punto la stella Vega è vecchia milioni di anni, quindi ai tempi di Cesare ai tempi di Cesare la stella Vega c’era ma non sapevano che ci fosse, ma anche l’America senza andare ….è molto più tangibile, esisteva, esisteva il continente nord americano?……di nuovo bisogna chiedersi cosa ci si sta chiedendo in questo modo, già Wittgenstein poneva la questione e se vi domandate questo cioè che cosa vi state domandando, vi accorgete che la domanda posta in questo modo non vi porta da nessuna parte, tuttavia dobbiamo trovare il modo per rispondere ad una domanda del genere….(la forza di gravità) qui è un po’ diverso perché tutti si accorgevano che le cose cadevano e invece l’America ai tempi di Colombo, non si pensava neanche che esistesse.…hanno dovuto svelarla. Domanda su come obiettare che qualcosa è fuori dalla parola, cioè è un atto linguistico

 

 

-         Intervento: Wittgenstein direbbe come faccio a saperlo?

 

Si possono trovare delle cose ma qualcosa di più semplice senza fare dei giri molto lunghi anche perché “come lo sai? L’altro potrebbe dire lo so perché ci sono delle parole che vengono accolte come tali, il fatto di avere trovato una popolazione la quale affermava di esistere da molto tempo…..questa è già una bella prova, se ha trovato un vecchiettino questo esisteva prima di Colombo quindi l’America esisteva prima che Colombo arrivasse, quindi il nominato esiste anche senza il nome

 

Intervento: come dire che il nominato può esistere senza il nome….questa è la questione

 

Sì esattamente….(quando il nominato è nominato?)

 

La questione è posta un po’ male perché le cose prima di essere un nominate non erano ancora un nominato, erano un qualche cosa, erano un continente senza nome, un continente che stava lì, in attesa che Cristoforo Colombo arrivasse….però la questione come dice giustamente Sandro è fondamentale perché tutta la questione è fondata su questo e quindi trovare obiezioni molto potenti ma anche molto semplici….

 

 

22-6-2000

 

 

Dovevamo risolvere quel problemino e cioè se l’America esisteva prima di Colombo, cosa dice Sandro esisteva oppure no? (che esiste il nominato senza il nome) e quindi, ché da qualche parte nella Seconda Sofistica o non so avevo posta la questione dell’esistenza, a quali condizioni è possibile dire che qualcosa esiste oppure no, prima ancora che esista prima o dopo questa cosa, (non può esistere l’America fuori da una struttura linguistica) perché no? (la stessa esistenza se fosse fuori dalla struttura linguistica non esisterebbe, non essendo possibile usufruire di proposizioni che descrivono qualsiasi cosa…..) Beatrice saprebbe descrivere un reattore nucleare? (Beatrice non potrebbe descrivere un reattore nucleare…) e quindi non esiste? (certo che il motore nucleare esiste) anche se non si conoscono le parole per descriverlo tuttavia esiste (certo) come certo? (perché le proposizioni che descrivono un reattore nucleare sono state costruite e quindi utilizzabili in qualche modo da chi vuole giocare quel gioco, il gioco del fisico non lo conosco ma non per questo posso escludere, _ l’esclusione del gioco che non posso giocare pare un non sapere che non mi riguarda--- non voglio che si facciano altri giochi al di fuori di quelli che io so giocare, un po’ come dire allora queste proposizione che io ho imparate, che uso sull’America….) nella discussione che abbiamo fatto giovedì scorso c’era già la chiave per intendere, dicevo che il nostro obiettore diceva che l’America esisteva prima che Colombo la scoprisse e che pertanto il nominato può esistere senza il nome che lo definisca, ora io ho posto una domanda visto che facevo sia l’obiettore che…e cioè come lo sa? E lui ha risposto “che lo sa perché ha testimonianza di persone che erano lì” cioè tutte testimonianze che io non ho accolto, la testimonianza di una persona che era viva, era lì che racconta la sua infanzia, parrebbe ovvio che costituisca una prova….ora a questo punto però il nostro stesso obiettore ci ha posto una questioen che a noi interessa, ha fra le righe fatto intendere che rispetto ad un certo gioco queste regole sono accolte, perché vedete lui essendo anche un retore ho posto la questione in modo tale da fare in modo che sia difficile trovare…insinuando delle prove che in realtà non lo sono, avreste dovuto avere tutti gli strumenti….(riflettevo su questa cosa: una volta scoperta l’America, questa è intervenuta come una sorta di variante nel gioco linguistico, ha una funzione come di figura retorica nel senso che è intervenuta come variante a modificare il gioco e da quel momento è come se fosse esistita da sempre, cioè è come se fosse pervenuta a variare un gioco linguistico e da quel momento le Americhe sono sempre esistite) certo però questa faccenda è ancora al di qua di queste considerazioni perché ciò che il nostro obiettore ha voluto provare che esiste il nominato senza il nome, ha addotto anche delle prove, testimoniare che il nominato cioè l’America esisteva prima che Colombo la nomasse, che poi non l’ha nomata neanche lui…(però Faioni uno non è tenuto ad essere a conoscenza di tutti i giochi linguistici….) il nostro obiettore sta cercando di dimostrarvi che non è un gioco linguistico (…) no, lui dice che l’America esisteva prima che Colombo la scoprisse perché ha trovato lì degli abitanti i quali hanno detto a modo loro che campano da molti anni ed è nato lì…..non sono sorte per miracolo quando le tre caravelle….esistevano da prima da molti secoli, quindi l’America esisteva ma nessuno sapeva che esistesse ma lei esisteva ne abbiamo le prove (qui non si va nel religioso dicendo questo perché l’America esiste ovviamente nella parola) lei taglia corto Cesare di ad un obiettore dice che le sue parole non significano niente lui ha delle prove, lei che cosa ha in mano? (io posso dare atto che l’America esisteva prima d’accordo, ma non è la cosa in sé è un gioco…) ma noi dobbiamo fare in modo a far considerare che il nostro obiettore giunga a questo, mancano un po’ di passaggi è come se lei gli dicesse “tutto è nella parola e quindi anche l’America” quell’altro di fronte a una cosa del genere le chiede come lo sa? Come fa ad essere così sicuro? Vede queste testimonianze che il nostro amico ci porta a suo favore in realtà possono essere smontate, senza neanche molta difficoltà perché lui ha dato per acquisito qualcosa che acquisito non è, cioè il vecchietto che dice io abito qui… e il vecchietto come lo sa? E allora voi dovete obiettare questo che le cose non sono così semplici perché lo stesso problema è ribaltato sul nativo, e lui come lo sa? Come so qualcosa ecco che a questo punto la questione viene volta a vostro favore, come so qualcosa? Come so di sapere? (come posso distinguere quello che so da quello che ho imparato?) no. Come posso affermare con certezza che ciò che so corrisponde a qualche cosa che è fuori da ciò che io dico? vedete il vecchietto che sta lì può dare delle prove che sono le stesse che il nostro obiettore ha cercato di somministrarci, perché c’era mio papà, mio nonno tutti e allora e via di seguito, a questo punto sono utili le argomentazioni di cui parlava Wittgenstein, tutto sommato è sempre la questione “come so che questa è la mia mano?” come so che sono nato qui? Come so che sono un essere vivente? Ora questo sapere da che cosa procede? Procede da proposizioni, da percezioni o da quali altre acquisizioni? Avevo detto che ci sono solo due modi per acquisire, l’esperienza e la deduzione, esperienza che poi si ascrive alla percezione…quindi esperienza e deduzione e su questo avevamo detto….a questo punto voi avete strumenti per potere affermare che ciò che so, lo so perché esiste il linguaggio, se non esistesse non potrei sapere nulla, non potendo sapere nulla non potrei pormi la domanda se l’America è esistita prima oppure dopo, né questa né qualunque altra il problema non potrebbe porsi in nessun modo, a questo punto messo alle strette potrebbe dire ma le cose esistono e sono fuori dal linguaggio, di nuovo voi incalzate “come lo sapete” e sciorinate le prove che abbiamo dato e che sono molto forti a questo punto lui è costretto ad ammettere, se è intelligente, che in effetti fuori dal linguaggio non può esistere nulla, e che pertanto domandarsi se l’America esisteva prima o dopo di Cesare fuori da un certo gioco di cui a questo punto abbiamo individuato alcune regole, non significa niente, non significa niente neanche la domanda se oggi esiste, non significa assolutamente niente (…..) sì, sì tenete sempre conto che queste due domande che io vi ho poste spesso solo due, di fronte all’interlocutore la prima “potrebbe essere esattamente il contrario? Oppure potrebbe essere tutt’altro?” se vi risponde di sì, allora quello che afferma non significa niente, perché io posso affermare il contrario e lui necessariamente deve dire che è così, e cioè il contrario di quello che lui ha affermato, oppure se dice di no, “come lo sa? , queste due domande e in questo ordine e troverete le cose molto più semplici. Dice “potrebbe essere in tutt’altro modo?” “come lo sai? Quali prove puoi addurre? A questo punto se lui adduce delle prove ecco che a questo punto avete in mano la situazione (cioè portare lui non il contrario) a questo punto voi portate l’interlocutore a confrontarsi con la questione della prova e quindi ciò determina una prova ciò che la prova e avete buon gioco a mostrare che qualunque prova in ogni caso ne richiede un’altra, necessariamente…dice “no, non ne richiede un’altra perché a questo punto viene accolta questa come prova” ma allora poiché viene accolta è una regola del gioco, non è necessario che si accolga, se lui ammette che è una regola avete il gioco ancora più facile, se è una regola questa allora sono regole anche le altre….come dire sono giochi linguistici….ecco, chiaro adesso? (mi sono letto l’eristica dove lei pone la gioia e il dolore….) sì apposta ho utilizzato questi termini così diffusi, almeno apparentemente nella vulgata lontani dal linguaggio, in quanto sentimenti che hanno sede nell’anima, nel cuore….( ero più propenso a dimostrare io la cosa e invece è più giusto portare lui alla prova) questo retoricamente è importante perché mette l’altro nella condizione di dover provare lui quello che dice, è molto più difficile, sì può farlo anche lei però è più complicato (con quale criterio dici questo tu adoperi il linguaggio….) si può fare ma richiede da parte dell’altro molta disponibilità molta pazienza e una certa dose di intelligenza e non sempre tutte queste virtù si trovano assieme….(….) queste due domande tenetele sempre a mente “potrebbe essere il contrario?” se risponde no, chiedete come lo sa. È una domanda che lo costringe a fornire le prove, perché non può sottrarsi a questa domanda (lui può dire io l’ho imparato) (se dicesse io l’ho imparato avrebbe risolto in parte il problema) ma dipende avrebbe imparato da fonti attendibili (…) voi non avete mai incontrato retori abile, perché vi direbbe se io chiedo ad una persona lei è vivo, io ritengo attendibile questa risposta e allora? Lo ritengo un valido criterio di prova. A questo punto che facciamo? Lui in questo modo chiaramente ha fatto intendere che cosa? che le prove che gli forniscono gli umani intorno alle cose hanno la stessa cogenza e costrittività della prova che vi ha appena menzionato cioè chiede “lei Cesare è vivo?” bene io questo lo accolgo come criterio di prova, ne avete di migliori? Domanda sprezzante. (deve utilizzarlo) certamente però questo gli serve per dire che le prove che lui ha sono attendibili come questa che abbiamo noi….potrebbe essere difficile obiettargli qualcosa perché se è abile sarà lui incalzarvi con le domande e fare in modo da non essere mai lui nella posizione di domandata, questa è una abilità retorica, se lui vi chiedesse se avete delle prove migliori da fornire cosa gli risponderete? Perché è questo che vi sta chiedendo (ma noi stavamo cercando di costruire proposizioni non negabili e lui è riuscito a capovolgere la questione) esatto supponiamo che sia andata così che sia riuscito a capovolgere la questione e adesso che facciamo? Avete di fronte questo tizio che aspetta una risposta e il vostro silenzio conforma che il suo criterio di prova è più che sufficiente….vi dirà se è valido questo criterio di prova visto che non sapete portarne nessun altro ecco allora come so che questa è la mia mano? E a questo punto voi non potete più obiettare niente, perché vi ha disorientati, voi vi lasciate disorientare con estrema facilità….(la mia esistenza esiste in quanto posso dire che io esisto) già questo (io posso rispondere in quanto siamo parlanti) certo (il criterio di esistenza è nel linguaggio) Cesare ha intravisto che questa domanda se Cesare è vivo oppure no, è una domanda capestro o in questo caso più propriamente una petizione di principio cioè tenta di dare per acquisito ciò stesso che deve essere provato cioè l’esistenza fuori della parola….e allora Cesare avrebbe obiettato in questa circostanza che pur essendo questa domanda una petizione di principio e quindi di nessun interesse ciononostante risponderà ma non alla domanda se è vivo oppure no, bensì utilizzando ciò stesso che il retore ha domandato come dire “so che sono vivo perché il linguaggio me lo consente di sapere, e mi consente di costruire anche questo significante vivo, senza il linguaggio che mi consente di compiere questa operazione io non potrei rispondere, tu non avresti potuto fare la domanda, la questione non si sarebbe mai potuta porre” come vedete torniamo sempre alla questione fondamentale però vista da angolature diverse e occorre saperla sfruttare in qualunque situazione tenendo conto della situazione che si sta ponendo in quel momento….non tacere attoniti ma attaccare subito, la petizione di principio è un bel modo di porre le domande perché se l’altro risponde come si vuole l’altro ha già ammesso ciò stesso che si deve dimostrare, però bisogna essere abili (….) perché ciò che era in ballo era il fatto che qualche cosa, l’esistenza per esempio, fosse fuori dalla parola e quindi cercava la dimostrazione, dicendo di sì, Cesare in qualche modo accoglie la petizione di principio e dimostra ciò stesso che invece occorreva dimostrare (…) dopo che lei ha risposto sì posso dirlo, che esisto come posso dire qualunque cosa, cosa potrebbe obiettare? (…..) lui potrebbe domandare se senza il linguaggio potrebbe esistere anche senza poterlo dire, però a questo punto torniamo alla questione precedente….sempre queste due domande dovete tenere presente sia da rivolgere all’altro, sia da porre a maggior ragione a voi stessi, quando qualcosa vi questiona “potrebbe essere il contrario? (c’è anche questa possibilità che lui non si accorga di questo gioco?) il gioco che sta facendo è un gioco logico se lui è messo alle strette non può che accogliere la tesi fin lì avanzata, se non ha nulla da avanzare (però il retore è messo molto alle strette) sì. Sì certo è più difficile deve cercare qualche escamotage però a questo punto la questione è posta in termini molto precisi, per poter essere scantonata….cioè insistendo su alcuni aspetti “se mi do una martellata” per tornare agli esempio che apposta abbiamo fatti “se al mio cane do un calcio guaisce” abbiamo già visto questa storia, perché guaisce il mio cane? (perché posso dire che guaisce, se non potessi dirlo non guairebbe, però guaisce se non lo dico?) in questo caso lo sta chiedendo lei….certo …..non abbiamo detto cose nuove ma l’intento è di poterle usare con molta rapidità, i retori sono scaltri in modo da avere un minimo elemento ma non bisogna fornirlo…(……) sì anche se uno dicesse la realtà per esempio da quando gli umani esistono è ciò che cade sotto i sensi, ora un senso pare non avere a che fare molto con il linguaggio, uno sente un odore così come un cane segue una traccia, cosa obiettiamo Cesare? (….) ricordate sempre le due domande che vi ho poste “potrebbe essere in tutt’altro modo?” e se sì come lo so? (l’odore è qualcosa in quanto è un significante?) certo, è un elemento linguistico (…….) ciascun elemento che interviene comporta una variazione, questa è la vecchia definizione di struttura, se si varia un elemento variano tutti gli altri (un elemento entra nella struttura e diventa acquisito.…non si può eliminare perché è entrato nella struttura…) sì adesso provate ad applicare due domande a questa argomentazione, per esempio applicatela alla definizione di struttura, un insieme di elementi tale per cui se varia un elemento variano tutti gli altri, e allora cosa dovete chiedervi? Potrebbe essere altrimenti? (devo inventare una cosa di questo genere il fatto è che è difficile compiere questa operazione l’inventare l’altrimenti) (non può essere il contrario) e allora passiamo alla seconda domanda “come lo sa?” (ciascun significante non esiste di per sé) questo non significa ancora che varia (….) ma questi due rimangono gli stessi? (possiamo anche dire di sì) questa è una bella questione sì il terzo modifica i due precedenti, potrebbe non essere così automatico ma almeno non così semplice da trovare (perché deve variare la struttura? È un gioco nuovo che io faccio) questa è la questione che ci stiamo ponendo, variano gli elementi, varia la struttura, varia il gioco? Se varia qualcosa, anche perché dovremo intenderci con molta precisione, rispetto a questo termine variare…..sì perché se io intendo con variare una certa cosa e Cesare ne intende un’altra ognuno segue….quando possiamo sapere che qualcosa è variato? Bene il compitino da svolgere per giovedì prossimo…

 

 

6-7-2000

 

Intervento:

 

La procedura sono quegli elementi di cui è fatto il linguaggio

La struttura indica il modo in cui i vari elementi sono connessi fra loro

 

Intervento: è chiaro che se cambiano gli elementi è chiaro che cambia la struttura, il modo di pensare

 

Sì, in buona parte sì, certo, cambia la struttura cioè cambiano le connessione fra gli elementi quindi il modo di pensare che è fatto di queste connessioni ma come? Questa è la questione fondamentalissima….come varia? perché dicevamo la persona può cambiare totalmente il suo modo di pensare, pur rimanendo fortissimamente religiosa, cambia la religione…se un cattolico si converte all’islamismo, cambia il suo modo di pensare non pensa più che dio sia fatto in un certo modo ..cambia il suo modo di pensare, il suo modo di comportarsi è diverso (non intacca la struttura) non ha intaccato la struttura religiosa certo, però la questione che a noi interessa è sì un cambiamento, però inserendo degli elementi tali per cui è la struttura religiosa che non può più sussistere, e dicendo questo abbiamo detto che non può più sussistere tutto il discorso occidentale…è vero che può cambiare il modo di pensare in effetti può cambiare religione ma l’impianto religioso rimane, mentre a noi interessa che sia proprio questo a dissolversi e questo è difficile…(cambiano i giochi) certo uno non è più della Juventus ma del Milan

 

Intervento: inserendo delle regole che restringano il gioco rendendo inutilizzabili delle proposizioni che continuando a intervenire nel discorso, non danno modo al dirsi di altro e quindi al porsi in atto di nuove regole…agire sul linguaggio portando delle variazioni all’interno della grammatica per esempio sopprimendo un modo di un verbo (è un modo religioso di porsi la questione e forse la fantasia di potenza)…si parlava di rendere procedurale la proposizione “qualsiasi cosa è un atto linguistico” come il principio di non contraddizione, del terzo escluso ecc…l’interrogazione riguarda come può variare il modo di parlare cercando nel funzionamento della struttura linguistica con i suoi verbi, avverbi, nomi

 

Intervento: la procedura….cambia prima la struttura

 

La procedura non è il modo di parlare….è un insieme di elementi che rendono il linguaggio quello che è, qualcosa di più strutturale. Le procedure sono quegli elementi senza i quali il linguaggio cessa di esistere (può cambiare la procedura , io posso dire altre parole) no le procedure sono soltanto ciò che consente al linguaggio di funzionare, quindi non può variare se variasse il linguaggio cesserebbe di funzionare (però potrei dire cose diverse ) la procedure come dicevo non può mutare, se mutasse per definizione il linguaggio cesserebbe di esistere e quindi non varia è proprio l’invariante, poi a fianco le procedure c’è l’aspetto retorico, cioè tutto ciò che si costruisce, che il linguaggio costruisce, è necessario che ci sia questo aspetto, la costruzione senza la quale il linguaggio non esisterebbe, e poi a questo punto il linguaggio può mettere insieme le cose in infiniti modi, ecco che allora si produce la struttura cioè il modo in cui le cose si connettono tra loro, possono essere connesse in un modo e allora si produce una certa struttura e quindi un modo di pensare, si connette in un altro si produce un'altra struttura e quindi un altro modo di pensare, però il linguaggio consente il funzionamento del tutto. Cambiando la struttura come dicevo cambia il modo di pensare, però come abbiamo detto prima non è un qualunque cambiamento che a noi interessa, non è se quel elemento diventa un altro elemento allora abbiamo ottenuto chissà quale risultato, no, il cambiamento cui noi alludiamo è un cambiamento radicale, quello per cui ci si accorge che qualunque affermazione è arbitraria cioè non costringe al consenso, il fatto che io dia oppure no il mio consenso è una mia responsabilità, questo è uno dei pilastri del nostro discorso. Tutto questo come si diceva bisogno trovare il modo, lo stiamo cercando, perché possa avvenire all’interno del discorso un cambiamento del genere, cioè possa avvenire questo che la persona possa accorgersi che la sua affermazione è arbitraria e quindi se ne assuma la responsabilità cioè non possa esimersi dal considerare che ha affermato così perché gli piace così, gli “piace” fra virgolette, perché questa affermazione è sorretta da altre superstizioni, credenze, tutto un sacco di storie. Questo in genere non avviene, cioè questo discorso si inserisca all’interno di un altro e lo modifichi, spesso perché non se ne avverte la portata, e cioè il fatto che effettivamente se potessi considerare ciascuna affermazione come arbitraria e quindi come se ne fossi assolutamente responsabile, sarebbe differente ma non si avverte la portata, spesso si considera questo discorso una dissertazione linguistica al pari di altre. Per modificare la struttura pare che sia necessario, così come lo è al pari in una analisi, intendiamoci bene, che la persona lo voglia fare, un po’ come in analisi, se uno non vuole, ci si può mettere lì per tutta la vita, non succederà assolutamente niente. Cosa vuol dire che lo voglia fare? Che ci sia una disponibilità da parte sua ad accogliere delle proposizioni, degli elementi, che possono andare contro alle cose in cui crede o addirittura urtarle, per questo spesso è una situazione di disagio, spesso non sempre, ad indurre una persona ad avviare una analisi, quando cioè non è più in condizioni da solo di andare avanti, allora sì è disposta a qualunque cosa, come quando uno ha un grande mal di denti è disposta a farselo togliere, se no è molto difficile. Ciò non di meno questa difficoltà è ciò che ci sta spronando a lavorare in questa direzione, tanto è che abbiamo deciso di considerare tutte le varie obiezioni che possono farsi perché queste obiezioni per quanto banali che possano essere mostrano perché le persone non accolgono una cosa del genere. Il fatto che se una persona ci obbietta che il famoso sordomuto, il cagnolino.…anche se noi obiettiamo in modo molto rigoroso e ineccepibile comunque risultiamo come direbbe Perelman convincenti ma non persuasivi, la persona dice sarà così ma cosa c’entra? Perché è come se qualcosa non facesse presa, non si agganciasse al suo discorso, trovare questo elemento che aggancia è già molto difficile trovarlo rispetto al singolo, rispetto ai molti è straordinariamente arduo però hai visto mai? Anche rispetto al singolo lungo una analisi bisogna trovare questo aggancio per cui ciò che si dice, che l’analista dice trova un elemento tale nel discorso dell’altro che lo costringe a fare qualcosa di più, ad interrogarsi, a porre le questioni in altri termini, è già molto difficile con il singolo. Cos’è che consente in una analisi all’analizzante di accogliere le parole dell’analista? Son tutte cose che in una conferenza non ci sono, il fatto che la persona molto spesso all’analista abbia demandato la sua vita in molti casi, quindi una fiducia ceca, assoluta, poi l’autorità, la sua stessa esistenza in molti casi, poi l’autorità in una conferenza c’è in parte, sono queste cose per lo più inizialmente ovvio, che giocano a favore dell’analisi, anche perché qualunque discorso il più interessante, il più elaborato, posto in una prima seduta non sortirebbe assolutamente nulla….in una conferenza non ci sono, nessuno in una conferenza demanda a me la sua salvezza, la salute, no, per nulla, non essendoci questo il discorso non fa presa….faccio un esempio, una certa cosa fa presa per il credente quando una certa cosa la dice il papa, può essere la più grande cretinata del mondo però l’ha detto il Papa quindi, non c’è il dubbio, potrebbe non potrebbe no, se l’ha detto lui è così, la stessa cosa funziona per molti rispetto alla scienza, l’ha detto il tizio oppure lo dice la scienza e quindi è così, l’autoritas funziona a tutt’oggi in modo molto forte, oppure è così perché l’ha detto Maurizio Costanzo, se lo dice lui, il televisione, lo dice il giornale (sui giornali ovunque c’è una risposta a ciascuna cosa) come essere felici in quindici minuti (togliere la responsabilità) noi sappiamo che gli umani vanno in quella direzione già da sempre, da quando esistono cioè di sbarazzarsi di ogni responsabilità, il lavoro che stiamo facendo è invece mettergliela addosso, vi rendete conto che c’è qualche problema noi proponiamo alle persone esattamente ciò che le persone non vogliono avere (….) e qual è l’apoteosi dell’assenza di responsabilità? La credenza nella realtà, nella realtà delle cose questo è il colmo della responsabilizzazione cioè le cose stanno così, la realtà è questa, io posso intervenire ma non posso far nulla la realtà è questa….noi abbiamo tentato di rendere questo pensare logicamente impossibile, ma non funziona, non funziona perché per lo più è una cosa incredibile, impossibile alla quale si continua a credere cioè alla realtà contro ogni logica, uno può anche seguire il discorso, però alla fine non è possibile non sa bene perché ma continua a dire non è possibile, è questo ciò contro cui ci scontriamo. Questa che è il colmo della religiosità, della fede nella realtà delle cose, e anche quando è messa in dubbio comunque questa realtà fa sempre da sfondo, sempre nella fisica e anche nella filosofia la questione della realtà, nella filosofia del linguaggio, la questione della realtà viene messa in discussione tuttavia rimane sempre come sfondo perché se si toglie quella allora sono responsabile di ciò che dico, e di ciò che mi circonda, sembra essere una cosa intollerabile, inaccettabile, inverosimile, una cosa come una follia, anche se nessuno sa dire perché esattamente, fornisce quella specie di schermo sotto il quale ciascuno si nasconde, sarebbe molto più semplice e molto più logico, uno è responsabile di ciò che afferma, e anche di ciò che vede, non andrebbe contro nessuna logica, sarebbe assolutamente coerente, non sarebbe autocontraddittorio, ciononostante continua a dire no, non è possibile, perché? Perché no. Non ha un’argomentazione, ad un certo punto una persona tronca se si trova nella mala parata e non vuole più sentirne parlare, per questo l’esempio che feci nell’ultima conferenza, un discorso che aggira guardate gli ostacoli in modo da portare la persona stessa a queste conclusioni è indicativo di una via che è possibile percorrere, anche se non semplice ovviamente, una persona segue fino ad un certo punto e pare che abbia inteso fino al punto in cui si tratta di mettere in atto una cosa del genere CAMBIO CASSETTA (…..) pare impossibile per i più una cosa del genere contro ogni logica perché possiamo con facilità dimostrare l’assoluta logicità di una cosa del genere. Che cos’è che rende così non praticabile la responsabilità, perché una persona è così spaventata e la rifugge con tanta foga (c’è una sovrapposizione fra responsabilità e colpa….una paura di far del male a questo punto, come se l’agire nel discorso comportasse un pericolo, una colpa…dei sincretismi funzionano nel discorso per cui agisce e patisce….al momento in cui uno si trova a considerare che perché sia qualcosa ne devo dire, a questo punto il proprio modo di dire deve per forza subire una variazione il proprio modo di dire…) perché se una formulazione non mi costringe all’assenso allora se io glielo do questo assenso (la difficoltà è quella dell’assenso, dell’affermazione mentre avviene una negazione senza contare che la negazione è un’affermazione in prima istanza…quindi a quel punto la strada è completamente aperta …) certo la responsabilità è un aspetto importante e determinante, almeno così come lo stiamo ponendo, tutto muove in direzione opposta cioè toglie la responsabilità di qualunque cosa ciò che dobbiamo intendere è perché una persona desidera sbarazzarsi della responsabilità, si vede continuamente non è colpa mia….perché? si teme la rappresaglia? In molti casi no, oppure ( la questione dell’inconscio che fa agire) io non volevo ma inconsciamente (…) sì c’è qualche cosa in tutto ciò che deve assumere un po’ la paura della rappresaglia, se io sono responsabile allora se la prendono con me, bisogna che riflettiamo sulla questione della colpa, sulla sovrapposizione che molto spesso avviene perché forse la questione è più importante di come potesse apparire di primo acchito, in effetti non si intende perché la persona rifiuti assolutamente la responsabilità in linea di massima se non quando è positiva, che bella cosa! in questo caso che cosa fa la responsabilità? Si ingrazia il prossimo, in caso contrario teme la rappresaglia, il danno….non è escluso che molti si allontanino per questo motivo, inconsapevolmente, non credo che arrivino a tante considerazioni però se sono responsabile allora non posso più addossare la colpa al tizio o al caio. Sì c’è qualcosa di importante almeno retoricamente (….) la paura di essere giudicati, che cosa pensa la gente? C’è qualcosa di importante che muove gli umani…occorre lavorare su questo sulla colpa, forse ha altri risvolti ancora (nel saggio di Freud quello che afferma che la colpa è inventata per un bisogno… non è stato accolto questo parlare nel discorso, non è diventato un luogo comune come tanti altri, per esempio il complesso edipico) è stato accolto tutto ciò che si è riusciti a edulcorare di Freud e soprattutto è stata accolta la posizione junghiana, perfettamente confacente a qualunque istituzione, forse abbiamo trovato il modo di elaborare la responsabilità in modo più efficace, è come se avessimo intravisto qualcosa, ché è questo che spaventa, che se ciascun atto è un atto di parola, non posso in nessun modo dire che è colpa di qualcuno ma sono io quello che dico, e qui sorge una paura (sempre una paura di morte) nessuno sa che cosa sia la morte, non lo so se sia paura di morte è qualche cosa che gli umani affermano di non volere….ci devo pensare bene buona notte

 

 

13-7-2000

 

Allora su cosa avete riflettuto in questi giorni in modo che possiamo affrontare la questione?

 

Intervento: cosa blocca gli umani? La questione della responsabilità

 

Intervento: la fusione fra responsabilità e colpa

 

Sì, sì in effetti non è pensabile che la responsabilità sia del linguaggio, che ciascuno sia l’effetto del linguaggio, (…)

Beatrice ha riflettuto sulla questione della colpa? (….) non aveva mica torto Freud senza senso di colpa non si governa (il senso di colpa autorizza a pensare una economia del discorso) certo dà una direzione il senso di colpa, questo è male e quindi quello è bene (giusto, sbagliato, vero, falso…..se non c’è la colpa non c’è la necessità di abbandonare ciò che fa vivere) sì il linguaggio pare strutturato in modo tale di impedire l’accesso a sé stesso, cioè da impedire che possa riconoscersi che cosa sta funzionando. Tempo fa facevo una sorta di metafora, è come se il discorso occidentale, il discorso comune, il discorso di chiunque fosse una sorta di virus informatico che impedisce l’accesso al sistema operativo, il sistema operativo è il linguaggio. Ciò che abbiamo fatto in questi anni è costruire un antivirus cioè consentire l’accesso al sistema operativo. Come funziona una cosa del genere? Come si può impedire l’accesso ad un sistema in modo così perfetto, così funzionante, così efficace? Il sistema che si adotta e che si è adottato è dire che non esiste il sistema operativo, non esiste, non che non esiste il linguaggio, ma esiste in quanto strumento, in quanto ciò che consente altro, in effetti è un sistema efficace, per impedire l’accesso a qualche cosa fare in modo che l’altro pensi che questo qualche cosa non esista. Impedire l’accesso al sistema operativo avviene in parte attraverso questo sistema cioè far credere che il linguaggio non esista se non come strumento, porta anche altri effetti, la costruzione, o meglio ancora la possibilità di costruire un sistema religioso. Che cos’è un sistema religioso? È un sistema in cui è necessario credere in qualcosa non importa che cosa, questo è assolutamente marginale ma credere in qualche cosa e cioè che qualche cosa sia necessariamente e che questo qualche cosa non sia il linguaggio, perché come abbiamo visto non c’è accesso al sistema operativo quindi la domanda legittima “da dove vengono le cose?” necessita di un’altra risposta e quindi del discorso religioso. Il discorso religioso potrebbe essere quella sorta di, per riprendere la metafora di prima di virus che ha questa funzione, ed è la condizione questa che non ci sia accesso al sistema operativo perché possa esistere un pensiero religioso, se no non è possibile, non c’è niente da fare. (tanti si sono avvicinati al sistema operativo) il sistema operativo, già porlo come sistema operativo è un passo oltre, sì del linguaggio se ne sono occupati moltissimi, certo senza però accorgersi che era il sistema operativo, è stato considerato comunque come una cosa fra le altre, non quella che consentiva loro in quel momento di compiere quella operazione, perché anche costoro non hanno avuto accesso al sistema operativo, qualcosa lo ha impedito. Eppure è molto semplice ma questo passaggio che appare semplice in effetti, inesorabile, comportando la dissoluzione del discorso religioso, comporta un certo numero di implicazioni, però adesso questo non ci interessa, ci interessa invece come funziona il virus in questo caso, come è possibile non accedere al sistema operativo, ho accennato prima al fatto di renderlo non esistente, però non basta è un buon modo certo molto efficace, occorre una minaccia, vedete qualunque forma di religione ha la struttura di una minaccia, cioè se non segui questo allora fai male, una forma di religione si struttura come una minaccia, cioè se non fai così allora farai male, le pene, le colpe… però se non si fa questo si è nell’errore, nel male ecc.…..come se l’accesso al sistema operativo fosse stato barrato da una minaccia, che esiste da sempre, un guaio a chi ci si avvicina, in effetti già tempo fa riflettendo su come alcuni personaggi fra cui lo steso Wittgenstein non sia stato in condizioni di compiere quel passo che pareva vicino ma non si è fatto e già allora sembrava che incombesse qualcosa di terribile come se si trattasse di varcare le colonne di Ercole, almeno nella mitologia c’era qualcosa del genere, sfidare gli dei o qualcosa del genere, come dire che accogliendo, riconoscendo il sistema operativo, si toglie necessariamente ogni potere a chi suppone di averlo, non c’è più nessuno che possa arrogarsi il diritto di possedere la volontà, la ragione, qualunque cosa sia, in definitiva si toglie la possibilità di governare, di comandare, ecco la minaccia, ora perché si sia formata una cosa del genere poco ci interessa, quello che ci interessa è ciò che sta funzionando, ci interessa considerare ciò che sta accadendo adesso, qui, non ciò che è accaduto miliardi di anni fa, non ero neanche nato tutto sommato….dunque ciò che sta accadendo ora e questo ciò che sta accadendo ciascuno di voi lo riscontra direi nel quotidiano appena inizia ad accennare una questione del genere c’è immediatamente come ciascuno di voi sa un tirarsi indietro istantaneo, come dire non è possibile, già nelle stesse conferenze si avvertiva una cosa del genere, sì tutto interessante, logico ma non è possibile che sia così, come se, adesso stiamo dicendo di una eventuale fantasia, come se accogliendo una cosa del genere si fosse costretti a distruggere tutto, in effetti questo è anche accaduto di ascoltarlo cioè non c’è più niente, lo stato il governo, l’amore filiale, paterno, materno…una sorta di abisso, di nulla, spesso ha scatenato l’orror vacui e in effetti ciò che la cosiddetta civiltà ha operato in questi ultimi duemila anni è questo: fare paura ai bambini, è questo che ha fatto soprattutto, ed è riuscito, ai bambini si sa non è difficile fare paura, basta fare bu, si spaventano, gli adulti un po’ meno ma far paura ai bambini è inculcare una sorta di minaccia, se lasci la via succederanno una serie di cose, però questo funziona grammaticalmente nella sintassi, nella grammatica della educazione, in questo senso che la struttura sintattica e grammaticale del discorso con cui si educa ciascun bambino è come ciascuno di voi sa improntato alla minaccia che è sicuramente un sistema molto efficace per far apprendere alcune cose anzi uno dei più efficaci, è chiaro che tenendo conto del discorso che stiamo facendo, lo stesso sistema educativo potrebbe essere modificato, i bambini vengono addestrati all’obbedienza (…) cioè addestrati a credere. Qual è il sistema operativo nel discorso occidentale? Cosa è inteso come tale? Aristotele già disse “quanto di meglio gli umani hanno saputo fare, è l’istituzione delle leggi” nel discorso occidentale il sistema operativo sono le leggi, sì perché? “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare” la legge ha una portata fondamentalissima nel discorso occidentale perché è il fondamento anche Aristotele lo sapeva benissimo, e dopo di lui tutti gli altri, rendendo la legge come sistema operativo cosa accade? accade che ciò che ha consentito la formulazione delle leggi e cioè il linguaggio, scompare, se dovesse mai ricomparire allora tutto il discorso intorno alle leggi dovrebbe rifarsi, rifacendosi tutto il discorso intorno alle leggi le leggi crollerebbero, crollando le leggi crolla lo stato, il governo, crollano le istituzioni, crolla tutto quanto…a cascata….inserire un antivirus all’interno di questo virus che impedisce l’accesso al sistema operativo è sicuramente la cosa Più SOVVERSIVA CHE MAI SIA STATA PENSATA perché toglie alle leggi ogni valore ogni dignità riconducendole al ghiribizzo del momento, imposto dai più….se voi considerate la questione in questi termini e cioè come una sorta di virus, tutto il discorso occidentale, forse trovate anche il modo per affrontarlo in altri termini, provate a pensarlo come un programma impazzito, adesso continuo questa metafora informatica, che non riconosce più il suo sistema operativo, è chiaro che combina un sacco di macelli, crea cose strane abnormi come le superstizioni, le credenze, che non stanno né in cielo né in terra, e son tutto il sistema di credenze di superstizioni ecc… questo sistema impazzito in che modo può essere bloccato? bloccato intendo costretto a riconoscere un sistema operativo, come quando un certo programma non vede ciò che dovrebbe vedere, non vede un file, nel caso di Beatrice era diverso perché era Beatrice che non vedeva…come si fa con il computer si costringe a vedere ciò che non si riesce a fare, come si costringe a vedere? Riscrivendo delle stringhe per file che mancano o che sono andati a male o che sono deteriorati, mancano degli elementi, questo accade nel discorso occidentale mancano degli elementi, delle stringhe, molte volte quando si inchioda un computer è sufficiente aggiungere una stringa, con una certa sintassi ovviamente, e tutto ritorna a funzionare, rivede tutto, le periferiche tutto quanto, mancava quella stringa, faccio l’esempio lo stesso del computer perché non è che gli umani pensino come il computer è il contrario, i computer sono stati costruiti in questo modo, con la stessa struttura, ma è al discorso occidentale che per questo programma impazzito mancano delle stringhe, queste stringhe devono fargli riconoscere il sistema operativo CAMBIO CASETTA il problema è che questo programma impazzito è costruito in modo tale che delle nuove stringhe che possono inserirsi vengono distrutte, ha una sorta di autoprotezione, ci sono alcuni programmi fatti in questo modo che impediscono….se uno va a modificarlo, lui si ripristina (….) ricostruisce la stringa che è stata modificata (….) viene sovrascritto esattamente….naturalmente occorre a questo punto e gli akers lo sanno bene, andare a modificare un certo numero di stringhe, in modo tale che questo stesso programma sia impedito ad autoripararsi, occorre che noi intendiamo che cos’è che consente al discorso occidentale di autoripararsi. Questo programmino che gli consente di autoripararsi generalmente è noto come paura, con tutto ciò che comporta e quindi la minaccia, la colpa, tutte queste storie qua, è questo che gli consente di ripararsi, cioè di togliere immediatamente delle stringhe che potrebbero dargli l’accesso al sistema operativo (la colpa, la paura sono un discorso all’interno di un discorso) certamente come all’interno di un programma che ha la funzione di autoripararsi laddove c’è stato un mal funzionamento, una persona che incomincia a pensare che il linguaggio sia il sistema operativo potete considerarla rispetto al discorso occidentale come un mal funzionamento. Prendo questa metafora perché è abbastanza semplice perché rende l’idea, ovviamente è una metafora, quindi lavorare su ciò che consente a questo sistema di autoripararsi, Freud come dicevo all’inizio l’aveva intuito, giustamente come diceva Sandro funziona anche nel singolo e non soltanto a livello pubblico, sociale, il senso di colpa, il senso di colpa ripara un sistema danneggiato, rimette le cose a posto, l’aveva intuito Freud, tolto il senso di colpa non si rimette più a posto niente e succede un macello, a questo punto il sistema non è più in condizione di autoripararsi, e possiamo inserire delle stringhe….stavo pensando in questi giorni il sistema occidentale ha questo sistema di autoriparazione, pensate a moltissime persone che ci hanno frequentate, molto interessate, hanno accolto certe cose e ad un certo punto è come se avessero ripristinato il discorso precedente, qualcosa interviene e ripristina il discorso precedente, quindi c’è un sistema di autoprotezione, in informatica si chiama f……muro di fuoco che impedisce l’accesso per esempio a intromissioni di hackers o queste cose, forse anche in meccanica c’è….uno sbarramento che quando intravede il pericolo ripristina e il senso di colpa è uno di questi elementi, sicuramente uno dei più efficaci, il senso di colpa poi con tutte le sue infinite varianti ovviamente “ma allora se faccio così vuol dire che non vuoi più bene alla mamma e allora sei….” Infinite oppure “tutto quello che ho fatto non significa niente” potete prendere una infinità di cose….se ne possono dire a bizzeffe…queste proposizioni funzionano come un f: muro di fuoco che ripristina il sistema precedente e cioè ripara la stringa danneggiata (…..) sì esatto, è un bel programma il discorso occidentale è programmato bene, non so chi sia il programmatore però….un bel lavoro (….) che è poi ciò che si tratta di fare in una analisi, sbarazzare del senso di colpa (la funzione di quei verbi come identificazione, immedesimazione….quando c’è colpa quando io mi identifico con l’altro entro nell’altro e di qui subisco la colpa cioè il mio agire diviene un subire) potremmo al posto di colpa usare la paura questo termine forse è più semplice ( perché ci sia paura, colpa, capacità o incapacità deve avvenire quel processo di immedesimazione per cui da quel punto posso provare queste emozioni, intervengono quelle stringhe note come emozioni, cioè giudizi di bene o di male, non ci sarebbe questa struttura se il linguaggio non permettesse sincretismi tra un io e un tu per cui quando provo pena per una persona? Quando io mi immagino di essere quella persona per cui a quel punto provo, interviene il discorso della pena, così gran parte delle altre emozioni, sensazioni) e quindi? ( non mi accorgo che sono io che parlo e che produco un discorso per cui la persona che parla con me non è capace per esempio, si trova in pericolo, per esempio, subisce una situazione umiliante, che la umilia….Freud si è dilungato a parlare dell’identificazione come il luogo da cui io uccido l’altro ma questo altro che uccido continua il mio discorso, per cui se ho ucciso l’altro non può parlare perché so che è morto, da qui la incapacità di parola, del dire, perché un morto non può parlare, non può dire e se il sapere funziona per una questione grammaticale gli è barrato il dire, e questa uccisione può avvenire al momento in cui mi universalizzo cioè gli altri diventano tutti uguali a me a quel punto interviene giocoforza la colpa, la paura è un passaggio successivo, si tratta di sopravvivenza, e quindi la deresponsabilizzazione…..questi pronomi parlano non permettono di accorgersi delle affermazioni che faccio parlando…questi verbi che permettono il continuo spostamento del discorso, d’altra parte se non ci fosse differenza per cui un termine è quel termine non ci sarebbe parola…cosa vuol dire identificarsi con l’altro vuol dire enunciare le proprie credenze e le proprie superstizioni) se uno chiede a una persona “perché si sente in colpa? “ perché per esempio ho fatto qualcosa che ha danneggiato una persona che mi è cara, allora perché l’hai danneggiata? può rispondere “l’ho fatto senza volere” senza volere, cosa vuol dire fare qualcosa senza volere? Chi agisce quando faccio qualcosa ma non voglio? Chi agisce al posto mio? Qui è stata inventata la psicanalisi, l’inconscio, però a questo punto si può giocare sul fatto che una persona abbia fatto qualcosa senza volere, il fatto di chi l’ha fatta, chi l’ha mosso? Certo è un primo modo molto rozzo per approcciare la questione del senso di colpa, non si tratta in effetti di sapere se voleva farlo né se non voleva farlo, ma del perché si sente in colpa, cioè perché afferma che non voleva farlo, indipendentemente dal fatto che volesse farlo oppure no, non interessa, così dicevamo questa sera con Beatrice tempo fa si diceva se una persona dice in analisi una certa cosa è quella e vuol dire quello, potrebbe non essere così automatico, provate a considerare che ciò che sta dicendo non significhi niente, niente a questo punto, una volta si diceva qualunque cosa che dice l’analizzante è l’unica cosa di cui si dispone, e se noi disponessimo soltanto del fatto che sta parlando? Nient’altro che questo e cioè che sta utilizzando questo sistema, a questo punto il che cosa dice perde buona parte del suo rilievo, certo può essere utilizzato è ovvio, ma forse si perde quella idea cara fino ad alcuni anni fa che se ha detto quello allora pensava quello, non è così automatico, non sapremo mai che cosa stesse pensando, ha pronunciato una stringa di elementi, bisogna ritrovarne il senso? Sì e no. Sì perché in questo modo la persona prosegue a parlare, no, perché quando lo trova non sa cosa farsene, non lo utilizza. Come dire che se una persona dice una certa cosa non è che questa abbia chissà quale valore di per sé, potrebbe anche non averne nessuno, importa il fatto che sta dicendo qualche cosa, non importa che cosa e reperire un senso è soltanto un modo perché prosegua a parlare, visto che almeno in quel momento solo proseguendo a parlare c’è l’eventualità di accorgersi di ciò che sta funzionando in ciò che dice, cioè il linguaggio…questo può avere dei risvolti nella cosiddetta tecnica analitica non indifferenti. Abbiamo detto già da tanto tempo una persona in analisi dice una certa cosa, io posso interpretarla in tre miliardi di modi, non è quello il problema ma supponiamo che sia la persona anch’essa ad interpretarla cioè a dare un senso a ciò che ha detto, questo cosa ci dice esattamente? Se io immagino che sia questa la sua verità o quello che stava pensando, c’è l’eventualità che compia una sorta di atto di fede, visto che non lo so, “quella persona ha detto questo e quindi….” (quando si dice in quel discorso era presente il male ma è chi l’ascolta che dà il senso, non chi la dice) il tale che dice ho sognato una donna ma non era mia madre, sì dicevamo espone la questione della madre, sì? Ha pronunciato il significante madre, certo, è così automatico che quello che pensa lui, penso io? Potrebbe non esserlo, potrebbe anche non porsi affatto la questione della madre, a questo punto sic stantibus rebus, ciò che dice l’analizzante, il suo cosiddetto contenuto, non ha più nessun rilievo salvo l’opportunità di fare in modo che prosegua a dire, ma che stia parlando del papà che l’ha violentata da piccola oppure il fatto che non gli è venuto bene il punto e croce, è esattamente la stessa cosa….c’è questa eventualità dobbiamo rifletterci ancora molto bene, però come dire non significano niente né l’una cosa , né l’altra e occorre che sia così anche per la persona, che non significhi niente (questo è il punto d’arrivo dell’analisi) sì, però sto dicendo dei passaggi in modo da poterci arrivare meglio (se si inseriscono molto prima allora si può dire cosa si vuole, come quando si diceva allora tutto è parola e quindi…) certo però in seguito alle cose che vi ho detto questa sera, va riconsiderata questa questione molto attentamente, perché è vero può indurre a questo moto giubilatorio, sì risolvendo questo problema facciamo un bel passo avanti, questo consente di chiarire molte cose in effetti giungere a considerare che quello che si dice non significa nulla, significa soltanto intendere che non costringe all’assenso, è complessa la cosa però giovedì prossimo, credo che lo risolveremo (non costringe all’assenso ma non costringe alla negazione soprattutto perché se io non arrivo ad assentire alla cosa è ovvio che la nego e a quel punto non c’è linguaggio cioè non si parla, se io nego cioè dico non è così è chiaro che non la elaboro, perché non entra nel discorso, perché non la ammetto) sì è un po’ più complicato però questa è la direzione, va bene proseguiamo giovedì prossimo …

 

 

20-7-2000

 

Intervento: stavo riflettendo sulla sovrapposizione fra la colpa e la responsabilità, in altri termini sto parlando della paura, questo programma che si inserisce all’interno del discorso per cui non c’è possibilità di accedere all’operatività del linguaggio, per cui l’oggetto opera…..questa metafora non è una metafora

 

Poi c’è un’altra questione prima, dell’arbitrarietà, che forse è addirittura precedente alla responsabilità, cosa è arbitrario e cosa è necessario? Sì perché spesso e soprattutto in questi ultimi anni molti hanno considerato questa arbitrarietà come fare a seconda del ghiribizzo del momento, e quindi appunto una qualunque cosa vale una qualunque altra….che però bisogna risolvere. Avete riflettuto intorno a questo o no?

 

-         Intervento: si diceva appunto che tutto può essere arbitrario ma non questo discorso…..

 

Non tutto è arbitrario perché qualcosa è necessario che ci sia anche per poter stabilire che qualcosa è arbitrario (perché se si parte che tutto è parola ovviamente pone un fondamento questo discorso che fa sì che stiamo parlando adesso…..però l’arbitrarietà è ciò che dice, ciò che fa……) sì in effetti non c’è la necessità che si dia un gioco anziché un altro, ma all’interno di quel gioco risulta indispensabile l’esistenza di regole, ora tali regole occorre distinguere, perché è necessario che ci siano ma non è necessario che siano quelle, è necessario che ci siano delle regole però, ma una volta che ci sono delle regole, qualunque esse siano, queste risultano indispensabili per giocare un certo gioco, ora queste regole che come dicevo essere indispensabili, per giocare un gioco sono quelle che costruiscono il gioco, a questo punto se io per esempio dicessi posso fare questa cosa o posso fare quest’altra tanto è tutto arbitrario, cosa sto dicendo con questo? sto dicendo che qualunque cosa io faccia avrà lo stesso valore, qualunque esso sia, e quindi posso giocare un gioco oppure un altro a seconda di ciò che mi aggrada, posso giocare il gioco della Seconda Sofistica oppure credere nei tarocchi, tutto questo ha lo stesso valore, come dire che se ci sono elementi arbitrari, questi hanno lo stesso valore, però senza riflettere su che cosa si stia intendendo con valore o dicendo che è la stessa cosa… questione che è molto complessa e si incentra sul fatto che se io affermo una cosa oppure un’altra , per esempio se io dico che faccio il gioco della Seconda Sofistica oppure dei tarocchi è la stessa cosa, io posso affermare una cosa del genere in base a delle regole che governano il gioco che sto facendo, ora se io non conosco queste regole che mi fanno affermare una cosa del genere, quello che affermo è nulla, è assolutamente niente non ha nessun senso….il discorso che stiamo proponendo impone per così dire ciascuna volta un confronto, un accoglimento delle regole che stanno operando, quindi il gioco che sto facendo, come dire che se ci si attiene al gioco che stiamo facendo, una formulazione come questa cioè a fare il gioco della Seconda Sofistica o qualunque altro è lo stesso, deve tenere conto di quali regole consentono questa affermazione, la quale di per sé non significa niente, è chiaro che avevamo detto noi stessi molte volte che non è che il gioco della Seconda Sofistica sia di per sé qualcosa che ha ancora una volta di per sé un valore particolare, è soltanto quel gioco che consente di intendere come funzionano gli altri, ed è quello che consente un maggior rilancio e quindi un maggiore interesse, però abbiamo detto noi stessi un sacco di volte che non è che per decreto divino sia meglio o peggio di qualunque altro, la questione è che se uno vuole giocare un altro gioco, lo fa non c’è nessuna controindicazione, se uno vuole giocare… che ne so? Il gioco della paranoia può farlo, non c’è nessun problema è ovvio che se è attratto da questo discorso della paranoia allora è assente il discorso che stiamo facendo, perché se è presente allora è impossibile che sia attratto dal discorso della paranoia. Che cosa attrae? Attrae ciò che diverte, mettiamola pure in termini molto spicci e ovviamente diverte qualche cosa che ha dei rilanci, ha delle nuove proposizioni ma se queste nuove proposizioni non risultano affatto nuove nel discorso che andiamo facendo, questo discorso cessa di interessare, allo stesso modo come ciascuno di noi ha cessato di giocare con le bambole o con i soldatini, non è più possibile, se questo discorso che andiamo facendo si instaura, si installa nel proprio discorso, non c’è più la possibilità, neppure di porre la questione, se sia meglio fare un gioco oppure un altro, ciascuno può fare ovviamente e fa quotidianamente mille giochi ma questo che andiamo facendo rimane da sfondo e impedisce di essere attratti da qualunque fesseria. Cos’è una fesseria? È una cosa che si propina come vera senza poterlo provare. È come se Cesare fosse attratto dal giocare con i soldatini e tutto il giorno giocasse con i soldatini, ormai Cesare è adulto e ha perso interesse per una cosa del genere, cerca qualche cosa di più interessante che gli dia maggiore apertura, maggiore emozione anche, ché ovviamente non lo emoziona giocare con i soldatini, ma vediamo di porre la questione in termini più precisi…. Riprendiamo questa proposizione “se tutto è arbitrario allora qualunque cosa va bene” innanzi tutto non tutto è arbitrario, una proposizione non lo è, quindi non tutto è arbitrario e questo non tutto che è arbitrario deve la sua esistenza a questo elemento che arbitrario non è, però poniamolo pure in questo altro modo, rispetto alle proposizioni arbitrarie fra queste arbitrarie allora l’una vale l’altra, come utilizzare questa proposizione? Sembra quasi un’assenza di regole… le regole quelle che fanno esistere il gioco che cosa fanno? Cesare? Limitano l’arbitrarietà, hanno questo compito, dire che le proposizioni sono arbitrarie e allora l’una vale l’altra è come quella proposizione che dice se dio è morto allora tutto è possibile, cioè se non ci sono più regole allora posso fare qualunque cosa, ecco perché gli umani cercano le leggi, il limite…….dunque dicevo esistono delle regole quelle che consentono di parlare, che consentono anche di decidere, che consentono anche di decidere una proposizione del genere, quindi che cosa rimane arbitrario? Vedete questa proposizione chiamiamola X, che afferma che se tutte le proposizione sono arbitrarie una vale l’altra, questa proposizione X essendo equivalente a quella di Nietzsche, lamenta l’esistenza oppure un moto giubilatorio per l’inesistenza di regole, però, però si fonda su una sorta di onnipotenza che il linguaggio consente, come dire io sono padrone del linguaggio, anziché essere un effetto del linguaggio cioè questo io che sta dicendo “sono padrone del linguaggio” è una parola, se è nella parola qualunque proposizione, qualunque affermazione è soggetta a delle regole che sono quelle che costruiscono il gioco, per cui dicendo che io posso dire, fare qualunque cosa, mi attengo a delle regole ben precise per cui non posso fare qualunque cosa……questa onnipotenza di cui vi dicevo che talvolta il discorso che stiamo promuovendo ha ingenerato, può accadere ma solo se considera il linguaggio come qualcosa che essendo fuori di me io posso controllare, se non lo posso controllare in quanto io sono il linguaggio, sono fatto del linguaggio, già non posso dire allora posso fare questo, posso fare quello, perché io che sto dicendo questo sono all’interno del linguaggio e quindi in una combinatoria linguistica inserita all’interno di un gioco che segue delle regole ben precise, quando si dice “allora posso fare una cosa oppure un’altra” occorre chiedere chi è il soggetto di questo posso, “io” io esisto fuori dal linguaggio? No, dunque essendo nel linguaggio, potremmo dirla così sono un elemento linguistico, e come tale connesso con altri elementi linguistici, la cui affermazione che posso fare una cosa oppure l’altra non è altro che una proposizione costruita dal linguaggio in base a delle regole dei giochi che mi sto trovando a fare in quel momento, al di fuori di questo, questa proposizione non significa assolutamente niente, nulla e in questo modo abbiamo dato un avvio all’elaborazione intorno a questa questione come vi dicevo è tutt’altro che semplice e molto importante, però già posta in questo modo si avvicina a miglior intendimento, la questione centrale della proposizione X annosa è il fatto che il soggetto non è fuori dal linguaggio che sta immaginando di potere gestire. È come uno che immaginasse di stare fermo e di tirare indietro il mare. Cosa sta pensando Cesare?

 

Intervento: è chiaro che ogni gioco ha delle regole che limitano l’arbitrarietà del gioco, però la scelta è arbitraria del gioco che voglio fare, cioè io posso fare infiniti giochi

 

Per essere facilitato, Cesare, lei tolga il soggetto io, e usi il linguaggio come soggetto, le sarà più semplice. Allora sostituisca al “io posso” “il linguaggio può fare” (il linguaggio può fare tantissimi giochi… infiniti, e il gioco ha le sue regole) giocare un linguaggio qualunque? Può fare un gioco qualunque? (posso fare un gioco qualunque) tolga posso, un gioco qualunque? (il linguaggio non può fare un gioco qualunque) perché no? (il linguaggio può fare il gioco che se ne dice, che dice) può costruire delle proposizioni e delle regole che inseriscano queste proposizioni all’interno del gioco e quindi può costruire qualunque gioco, sì non fare qualunque gioco…per esempio non può fare un gioco autocontraddittorio, il famoso paradosso, non lo può fare, può costruire giochi cioè costruire delle proposizioni ed inserire queste proposizioni all’interno di regole che ne limitano le mosse, costruendo dei meccanismi che sono noti come giochi, ché questo “io posso” è molto fuorviante dà l’impressione di potere (essere il padrone del linguaggio) sì, dimenticando che si è presi in una combinatoria linguistica che è fatta di linguaggio, io senza linguaggio non sarei mai esistito, posso dire io ma sempre tenendo conto che questo io che dice è un atto linguistico che sta proponendo e costruendo altri atti linguistici. Quando si dice io posso costruire tutti gli atti linguistici che voglio bisogna chiedersi che cosa sta dicendo con questo esattamente, dire che sì il linguaggio può costruire un numero sterminato di giochi in questo senso, è infinito, cioè è un sistema chiuso però con un numero infinito di mosse possibili, è chiuso perché non può uscire da se stesso. Può costruire e costruisce un numero sterminato di giochi, però questo “può” fare un gioco al posto di un altro chi lo decide? se non l’atto linguistico che si sta facendo in quel momento, è l’atto linguistico che diciamo “decide” fra virgolette o che impone la direzione. Che cosa muove il linguaggio? Abbiamo detto se stesso, si tratterrà di questo è un lavoro ancora da fare, intendere come il linguaggio muove se stesso, come prende una direzione alcuni linguisti si sono avvicinati, anche la psicanalisi per alcuni versi, attraverso associazioni, paronomasie, le famose associazioni libere di Freud….le associazioni non sono altro che un rinvio ad un'altra cosa mosso da regole di un certo gioco che si stanno facendo che si può assolutamente ignorare, però questo gioco impone quella mossa, così come se ho quattro assi in mano, il poker mi impone di mettere giù i quattro assi, e prendere il piatto perché il gioco è fatto così, non metto l’unico sette che ho…..e questo è tutto un lavoro da fare che non esiste da nessuna parte se voi cercate né esiste né nei semiologi, né nei filosofi del linguaggio, né nei linguisti né nei logici né negli psicanalisti….che cosa all’interno del linguaggio muove l’atto linguistico in una certa direzione anziché in un’altra, perché una certa associazione anziché un’altra, perché se io vedo una certa cosa mi viene in mente una certa cosa anziché un’altra, tutte queste cose in parte la linguistica, in parte la psicanalisi le hanno accennate ma sempre in termini molto vaghi e insoddisfacenti, cioè come il linguaggio regola se stesso, per dirla in termini precisi (non potrebbe essere la questione pragmatica del linguaggio?) restiamo all’interno del come il linguaggio regola se stesso, la questione pragmatica è sempre all’interno del linguaggio, se io dico che mi conviene più una certa cosa anziché un’altra sono sempre all’interno del linguaggio, è il linguaggio che mi sta muovendo per così dire, che mi impone quella direzione che io posso chiamare pragmatica, certamente però in questo caso specifico non ci agevolerebbe, perché che sia per motivi di interesse personale per una certa cosa, che sia un ricordo che si impone, che sia un’assonanza, in ogni caso c’è un qualche cosa che è come se regolasse il linguaggio, è un’autoregolazione che poi ciò che lo regola non sono che altre proposizioni ovviamente (già dai tempi della Semantica Strutturale, Greimas….) sì tutti quelli che hanno lavorato intorno al senso hanno cercato qualcosa del genere…(laddove si può vedere la paranomasia….anche Freud parlava di rumori, di campi semantici, di rumori più che di campi semantici, come se il rumore fosse al di fuori dell’atto linguistico ) sì c’è un senso ovviamente parlando, però perché va in quella direzione? (noi andiamo molto oltre ad una affermazione di questo genere e a questo punto non ci interessa più) come se una certa proposizione fosse attratta da un’altra, adesso detto così in un modo molto rozzo però qualcosa la attrae, tanto che in alcuni casi ogni volta che si presenta una certa proposizione se ne presenta un’altra, come nel discorso nevrotico, nel discorso psicotico, ogni volta che dice una certa cosa ecco che …ogni volta che si presenta un topo, ha paura non è che una volta il topo, una volta il leone, una volta una pecora, una volta una capra, no, sempre il topo….come dire che una certa proposizione, un certo numero di proposizioni sono attratte da altre o come dicevamo tempo fa è come se fossero programmate per andare in una certa direzione ma che cosa all’interno del linguaggio o del programma potere dire…ecco questo è ciò che ci sta interrogando, questione sempre più complicata (io mi sono sempre fermata, ascoltando il mio discorso….intervenendo una proposizione e intervenendo la proposizione successiva, ho distrutto in qualche modo il gioco della ricerca, il proseguire per vedere cosa ne viene fuori perché mi sono trovata come a tacciare….come dire il mio discorso si trae per questa paronomasia…. Cioè concludendo che era una paranomasia, interviene un giudizio successivo che dice ho inventato questa successione, mi sono anche divertita ma chissà quanti elementi ho escluso senza accorgermi che ho continuato a parlare, ma decidendo dell’arbitrarietà di quella connessione e quindi quella connessione era possibile ma non necessaria…..) dire che l’altro elemento è arbitrario non è altro che dire che è un elemento linguistico che non necessita di costringere all’assenso, non è costretta a dire “allora è così” dire che è arbitrario significa solo questo (è così o non è così è una regola che permette l’arbitrarietà) non è né così né non è così è un’altra proposizione che si aggiunge (ciascuna volta che si sofferma e intervengono altri elementi è come se intervenisse questa ricerca della verità, è il discorso occidentale che interviene come tappo ) quando interviene una proposizione io dico che non è questo, già in questo modo alludo ad una scala di valori di verità, “ma non è questo cosa?” perché non la accolgo? Non è necessario né accoglierla né non accoglierla ovviamente, è una proposizione che il linguaggio ha prodotto e io non ho nessun altro elemento oltre il li linguaggio se non quello che sto dicendo, quindi eliminarlo a vantaggio di un altro che non significa esattamente nulla come il precedente, sottolinea invece l’attribuzione di un valore, questo non vale e quindi se non vale posso sbarazzarmene, ma non vale neanche il successivo allo stesso modo CAMBIO CASSETTA una scala di valori ferrea ben precisa che si vuole fissare (…..) chi fissa una cosa e non l’altra allora perché quell’altra? Perché gli piace di più? Qualunque cosa sia ciò che gli piace di più vale di più, quindi abbiamo già in questo caso che una cosa vale l’altra è una contraddizione in termini se poi scelgo quell’altra, perché se sono una certa cosa, perché ne cerco un’altra? Che comunque sarà la stessa cosa, a che scopo? (sembra un paradosso) esattamente…come dire tutti i pacchetti di sigarette sono uguali però io vado a prenderne un pacchetto a Vladivostok, perché? Evidentemente se vado a prendere quello che sta là, non sono tutti uguali….Cesare cosa sta pensando? (cosa muove verso una proposizione o verso un’altra…) la questione sì può porsi ….un elemento come sappiamo ha un rinvio necessariamente quello che stiamo considerando è che alcuni elementi hanno dei rinvii preferenziali Topo-paura anziché entusiasmo- fame- sogno….ecc. no, sempre paura mai la fame, invece uno vede una bella bistecca alla voronoff fame, invece il topo non fa questo effetto, c’è questo rinvio che diciamo preferenziale….come si forma una preferenzialità? Ad un certo punto ad una proposizione ne segue un’altra, a noi interessa come si forma, che cosa acconsente, che cosa costruisce all’interno del linguaggio questa preferenzialità che cosa nel linguaggio acconsente una cosa del genere? Forse in questo modo va posta la questione in modo un po’ più preciso….buona notte a tutti

 

 

27-7-2000

 

Intervento: la questione del come si trae il discorso….Freud quando parla del rebus

 

Il rebus è un gioco, un gioco che consiste nel sostituire delle lettere a delle scene, a delle immagini…cosa hanno a che fare queste scene e queste immagini col il discorso? (….) sì per questo ha parlato di rebus, perché si è parlato di rebus, si perché Beatrice ha parlato di rebus? (laddove si interroga del come si trae il proprio discorso e questo discorso si trae cioè a una proposizione ne segue un’altra, che continuano un certo discorso e quindi è come se seguisse per “concetti”, per cui una cosa è un’altra cosa….) sì, c’è qualche traccia di vero in tutto ciò, però il discorso da farsi è ancora al di qua perché non ci dice ancora nulla, di cosa lo muove, possiamo dire che in alcuni casi si muove in un modo simile, ma perché? (il discorso occidentale è pronto al rispondere al “come” appare) che cosa trascina il discorso in una direzione anziché un’altra, il discorso di chiunque? La risposta è semplice, l’abbiamo data un sacco di volte, il credere ciò che è ritenuto vero, cioè quelle proposizioni che sono ritenute vere e cioè extralinguistiche, (però se intervengono delle immagini sono immagini ritenute vere) le immagini sono proposizioni, quelle proposizioni ritenute vere, la proposizione ritenuta vera è una proposizione ritenuta fuori dal linguaggio e quindi identica a sé che costringe all’assenso, la verità in accezione più bieca, ora tutte le proposizioni che soddisfano a questa condizione cioè sono ritenute vere, sono quelle verso cui il discorso va, in effetti anche il discorso che stiamo facendo muove in questo modo e chiaramente ci sono delle differenze perché le proposizioni non sono ritenute vere ma hanno un’altra caratteristica e cioè sono non negabili o costringono ad un assenso ma logicamente, però anche qui il funzionamento è lo stesso cioè queste proposizioni, ritenute vere hanno questa funzione trascinano il discorso in quella direzione, quindi il discorso funziona così, va nella direzione che è imposta al discorso dalle proposizioni che hanno questa caratteristica. Ora dicevamo qualche tempo fa che occorre che nel discorso ci siano delle proposizioni simili tant’è che, dicemmo tempo fa, non ricordo quando, che la verità ha funzione in questi casi di shifters, qualcosa che dà una direzione, (quindi questo concettualmente sarebbe la direzione simile) sì, non è che sia possibile farne a meno, il linguaggio funziona così, dicevamo prima con Cesare che è il linguaggio che pilota se stesso, non c’è nient’altro e quindi il linguaggio si governa da sé, ma per funzionare necessita di qualche cosa che gli dia una direzione, questo qualcosa che gli dia una direzione di volta in volta sono o le proposizioni credute vere o quelle utili al raggiungimento di un certo fine (anche quelle ritenute vere sono utili al raggiungimento di un qualche fine) però nel primo caso sono ritenute vere, nel secondo no, io posso utilizzare una proposizione per ottenere un certo fine senza che queste proposizioni siano vere, dunque il linguaggio è fatto anche di questi elementi, quegli elementi che sono indispensabili per consentire al linguaggio di muoversi in una direzione anziché un’altra e pertanto ciò che muove il discorso occidentale sono alcuni elementi fondamentali, ritenuti veri e incontrollabili, uno fra questi per esempio che sia necessario credere qualcosa, che esista un bene, un giusto, tutti i luoghi comuni del discorso occidentale, ecco perché il discorso va in quella direzione, perché queste proposizioni funzionano all’interno del discorso come vere, funzionano da chiffeters, danno al discorso quella direzione, cos’hanno di differente queste proposizioni ritenute vere da quelle che stiamo utilizzando? Soprattutto il fatto che nel discorso occidentale queste proposizioni essendo credute vere impongono una direzione, il nostro discorso no, non la impongono, la indicano, ciascuno di noi è assolutamente libero di prendere una direzione oppure no, il discorso occidentale no, perché se è vero è costrittivo, non c’è scelta, cioè non può prendere un’altra direzione, non c’è, come si diceva la volta scorsa non c’è nessuna responsabilità, se è così allora non posso far altro che constatare che è così e quindi non posso che far altro che constatare che è così, il discorso che stiamo facendo ciascuno è sempre responsabile della decisione e della scelta che opera in ciascun istante, questa è la differenza fondamentale, dunque dicevo è questo ciò che muove il discorso ed è strutturale a questo punto direi quasi che ci sia una verità come shifter, la verità un elemento che funziona in questo modo, che dà la direzione al discorso, il discorso necessita di una direzione, nel senso che per esempio non può prendere due direzioni opposte, abbiamo detto molte volte, può farlo retoricamente ma perché c’è una direzione che si impone comunque e l’altra fa da dirimpettaio, come dicevo questa necessità fa parte del discorso, ora come possiamo utilizzare una cosa del genere? Perché noi ci si chiedeva come funzionava il discorso e perché prende una piega anziché un’altra per intendere come intervenire propriamente, ora dicevo questo in termini molto generali, poi ciascuno, il singolo ha delle vie preferenziali pur mantenendosi all’interno di queste grandi direttrici, comunque ha delle vie preferenziali, queste vie preferenziali sono mosse da altri elementi creduti veri che si vanno a innestare all’interno di queste grandi direttrici, uno crede che quelli con i capelli biondi siano più buoni di quelli con i capelli neri, qualcosa lo ha mosso a credere una cosa del genere, qualcosa che ha visto, che ha sentito, che ha immaginato però questa proposizione funziona all’interno del suo discorso come un indicatore, uno shifter, le nevrosi, le psicosi non sono altro che i modi per intendere quali sono le credenze all’interno delle quali funziona il discorso di ciascuno, a questo punto possiamo riprendere un discorso di qualche tempo fa e cioè la metafora dei vari programmi, una proposizione creduta vera dà l’input per costringere ad andare in quella direzione come un programma, ora sembrerebbe che l’unica via a questo punto sia quella di fare in modo che cessi di essere creduta vera, che potrebbe anche essere, l’unico modo per interrompere questo programma, però è nella più parte dei casi molto difficile compiere questa operazione dicevamo che questo sistema non accetta che facilmente la propria verità venga eliminata, come dire che il discorso si rifiuta di accogliere delle proposizioni che minacciano il suo proseguimento, togliere una di queste verità è come togliere la direzione, togliere la direzione è come se il discorso non potesse più procedere, da qui qualche difficoltà di taluni ad accogliere certe proposizioni che poi viene detto nei modi più svariati non ho più sentimenti, sono da solo, non riesco ad utilizzare, non posso utilizzare (rebus) però di fatto sembra che il linguaggio si autoprotegga eliminando tutto ciò che gli impedisce di proseguire e proposizioni come queste vengono considerate all’interno del discorso occidentale come proposizioni che hanno questa caratteristica e quindi vengono eliminate, per questo la più parte delle persone ascolta ciò che diciamo ma non si ferma nulla, pur dimostrando l’assoluta necessità logica di ciò che andiamo affermando ciò nonostante scivola via cioè non lascia niente, questo sistema autodifensivo per dirla così (blocca) Cosa sta pensando Cesare dica? (…..) si tratta a questo punto di inserire un elemento quello che consente di verificare, più che constatare che il discorso non si fermerà anzi mostrare prima ancora che questo pensiero possa farsi, questa sensazione, considerazione che in questo modo anzi il pensiero viene accelerato, non fermato, questa potrebbe essere una via, come dire bloccare il sistema autodifensivo prima che possa entrare in azione quindi facendo funzionare quel discorso è molto probabile che detta in modo più preciso e teoricamente più corretto, mostrare molto chiaramente di cosa si tratta, mostrare a cosa serve…..(….) si fare in modo che si installi perché se no, tutto questo sistema autodifensivo le annulla, come corpi estranei (…..) il sistema autodifensivo del discorso occidentale generalmente è espresso dalla proposizione che chiede “cosa mi serve?” “cosa me ne faccio?” “che utilità ha?” in questo modo elimina tutto ciò che non è funzionale al discorso occidentale, ché il discorso occidentale è fatto in modo da accogliere solo ciò che gli è funzionale, ciò che non è funzionale al suo discorso viene eliminato, il discorso che andiamo facendo non è funzionale al discorso occidentale e pertanto viene eliminato (però per renderlo funzionale al discorso occidentale in qualche modo rendere la stessa proposizione funzionale e cioè rispondere alla domanda a che cosa mi serve?) il problema è che non può essere funzionale al discorso occidentale in nessun modo, ma per piegare questa domanda fare in modo da far intravedere un’altra utilità che può sì echeggiare nel discorso occidentale ma porta molto oltre, chiaramente facendo leva su ciò che nel discorso occidentale è maggiormente tenuto in considerazione, cioè la capacità qualunque essa sia, rendere ciascuno come dicono più capace e meglio capace (questa credenza nella capacità è ciò che permette questo scivolamento a cosa mi rende capace, qui si apre una voragine perché è ciò che permette l’attesa della capacità e se io attendo….è la questione dell’attesa) sì stiamo considerando sempre le stesse questioni in un certo senso, stiamo percorrendo vari giri in modo da trovare un aspetto migliore, certo considerando continuamente sempre la stessa questione, che ad un certo punto già da tempo è irrinunciabile (tolta questa apertura tra la non capacità e la capacità ci sia soltanto la prova al non sono capace) (sembra ci sia un referente a cui ci si attiene per esempio del sapere) sì la retorica ci insegna da un paio di milioni di anni che è preferibile non attaccare di petto la verità altrui ma utilizzarla per provare la propria, un po’ come ho accennato all’ultima conferenza ….affrontare la verità altrui volgendola a proprio favore, il problema nel discorso che stiamo facendo è che ad un certo punto non è possibile non accorgersi dell’impatto che c’è anche se viene fatto in modo così morbido, ché se l’avversario lo si piega attraverso la ragione ce se ne fa un nemico, nove volte su dieci che si sentirà umiliato, battuto e quindi ci si fa un nemico come abbiamo fatto in questi ultimi dieci anni, ora se invece dobbiamo farci degli amici bisogna andare in un’altra direzione in un modo più “morbido” ma tra virgolette, più morbido ma non necessariamente un po’ come dicevo prima, nell’ultima conferenza cercare di far giungere la persona stessa a quelle conclusioni a cui noi vogliamo che giunga, senza imporgli nulla o senza dargli l’impressione che questo avvenga. Chi è sufficientemente abile a fare una cosa del genere? (è una questione di capacità) che occorre acquisire perché non abbiamo tempo da perdere (….) che se la persona giunge lei a questa conclusione immagina che sia una sua vittoria il frutto rigoglioso del suo ragionamento e quindi si dà una grande pacca sulle spalle e dice “guarda come sono stato bravo” (….) se ne ha a male, giustamente se vado lì e faccio la figura del cretino me ne sto a casa e guardo Pippo Baudo (….) possiamo prendere un testo e smontarlo dobbiamo valutare se questo può tornarci utile oppure no di questo si tratta magari sì, bisogna rifletterci e in effetti le conferenze che faremo se le faremo, penso di sì, avranno questo andamento puntando sempre di più allo stile di questa conferenza in modo che alla fine le persone siano convinte di essere riuscite ad avere delle pensate straordinarie “guarda come sono stato bravo” attrarre in modo efficace, studiare bene le singole argomentazioni una ad una (in un analisi dove si tratta di una singola persona) per un verso dicevamo tempo fa è più semplice, per l’altro è più complesso (una persona deve fare dei passaggi) però quando si fa quel passo si è da soli in un certo senso, non lo può fare l’altro al suo posto, così come quando si pensa si è da soli, non si può pensare in compagnia (si deve confrontare con quella questione ) però il discorso che stiamo facendo è ancora al di qua, bisogna porre le condizioni perché le persone possano cominciare a porsi questioni di questo genere, se non hanno nessuno strumento non fanno niente (per potere porre l’altro…. riguarda l’incapacità) occorre esser capaci….abbiamo fatto un sacco di esercizi di retorica in questi ultimi anni, sempre tenendo conto anche dell’aspetto teorico, bisogna proseguire le cose che abbiamo detto questa sera danno già una direzione del come un discorso pilota se stesso e attraverso quali vie quali elementi gli consentono prendere una direzione cioè quegli elementi veri o creduti tali, nel nostro discorso sono quegli elementi che sono non negabili, forniscono una costrizione logica e che non può essere altrimenti, il linguaggio è fatto così non c’è via d’uscita, però anche il nostro discorso funziona così, sono quegli elementi che danno la direzione e quindi consentono al discorso di proseguire…..

 

 

3-8-2000

 

Cosa abbiamo detto? (si diceva che il nostro discorso non è funzionale al discorso occidentale, si parlava della direzione del discorso) Tenere conto quando si parla con la gente, Cesare mi ha parlato di una conversazione che possiamo riprendere con gli amici e ha avuto grosse difficoltà in questa conversazione e in effetti quando si parla con persone che sono prese nel discorso occidentale, è esattamente come parlare con uno psicotico e cioè con un a persona non ha nessun accesso ad altri pensieri al di fuori di quelli in cui si trova, qualunque altro pensiero non è accolto e non può essere accolto in quanto soltanto il suo è quello vero e quindi qualunque altro essendo necessariamente falso se è vero il suo, starlo a sentire non è altro che una perdita di tempo cioè non c’è l’eventualità che possa eventualmente essere vero perché ci sarebbe l’eventualità che allora il proprio potrebbe essere falso. (cioè neanche ascolta) no e quindi occorre tenere conto di questo aspetto cioè come parlare con uno psicotico, ciascuno parlando con una persona psicotica non si aspetta che l’altro intenda e faccia grosse elucubrazioni ecc.….la stessa cosa dovreste pensare quando chiacchierate con una qualunque persona, questa persona che sia una persona colta, erudita oppure no, non cambia assolutamente niente può essere un nobile della letteratura o un ingegnere nucleare, un battilastra, o un bancario….è la stessa cosa, è un discorso psicotico, laddove il suo pensiero viene messo in discussione la reazione è psicotica, quindi inaccessibile, si infastidisce e il fastidio funziona da sbarramento per qualunque argomentazione, per cui non c’è più nessun modo di fargli intendere alcunché….(volevo accennare che sto leggendo il discorso “sopra i costumi degli italiani” dove parla proprio di questo) detto questo Cesare su cosa verteva quella discussione? Vediamo se riprendendo alcuni termini trarre qualche giovamento (verteva sulla disciplina, non c’è più pugno di ferro….vengono accolti extracomunitari….la limitazione della libertà non ci poteva più muovere e quindi invocavano l’uomo forte, la pensa di morte) lei cosa ha obiettato? (poco perché non lasciano il tempo per argomentare, se non ci fosse la televisione non ci sarebbero queste cose la paura del diverso, bisogna vedere come questa notizia viene data che crea questa psicosi…..se io fossi il proprietario di una televisione potrei creare una psicosi dicendo che tutti i cittadini del vaticano sono assassini, io creo una psicosi, la veridicità di questa non può essere provata) se lei avesse una televisione e attaccasse il vaticano sarebbe destinato a chiudere comunque (potrei creare psicosi pur non essendo vere) ma generalmente viene sempre utilizzato un qualche episodio poi chiaramente se alcuni hanno bisogno di un governo forte per fare alcuni accordi economici, allora possono fare in modo che i delinquenti sbarchino in Italia per esempio sotto gli occhi di tutti (questi diceva che bisogna essere tutelati dalla stato) esattamente ciò che si diceva trent’anni fa rispetto ai meridionali, quando vennero su a lavorare alla fine (è un sistema questo che serve per l’integrazione, allora se io dico che tutti gli albanesi sono delinquenti e siccome degli albanesi ne ho bisogno, tutto il sistema economico ne ha bisogno perché per esempio le pensioni verranno pagate dagli albanesi…..adesso hanno bisogno di questi extracomunitari e in questo modo posso essere messi sotto controllo in modo totale e quindi è una sorta di integrazione cioè si rende molto più veloce l’entrata nel sociale di questi. ……la questione del monopolio dello stato sul fumo) sì perché nel discorso occidentale il paradosso non è ammesso, per cui se c’è un paradosso deve essere eliminato, curioso eppure tutto il discorso occidentale è fatto di paradossi (non ci si accorge del paradosso e la direzione del discorso non cambia, allora è colpa dell’extracomunitario e paradossi che funzionano… sto riflettendo sulla direzione del discorso, di fronte a una questione di ciò che mi piace queste proposizioni sono legate e non se ne può usufruire in altro modo quasi che ci fosse la credenza che se se ne usufruisce il piacere svanisce……la questione del fastidio e del piacere sono le facce di una stessa medaglia ….la direzione del discorso è data da ciò che io credo…) il piacere non è un’entità a se stante fuori dal linguaggio, quando si parla di piacere occorre intanto riuscire ad intendere cosa si sta dicendo (la sigaretta nuoce gravemente alla salute, come fare a eliminare questa proposizione? Cioè poter fumare senza porsi il problema che nuoce alla salute, cioè non mi pongo il problema perché mi piace ma nuoce alla salute cioè è vero che nuoce alla salute, in questo caso fumo perché nuocia alla salute) tutto ciò che porta alla morte occorre eliminarlo ora la vita è ciò che porta la morte sicura, quindi occorre eliminarla……vai avanti tu che vengo io (però ciò che occorre eliminare è il bene e il male che comporta la sigaretta) sì in effetti come diceva Sandro non è tanto il fatto che ci siano grossi interessi per le multinazionali del tabacco ma il fatto che le persone credano ma è perché? è questo che ci interessa, cioè che credano che la sigaretta faccia male (a proposito di questo ciascuno deve trovare una giustificazione al proprio disagio e quindi gli extracomunitari, la sigaretta e tutte queste cose che fanno parte di una sorta di male condivisibile è in un certo senso qualche cosa di cui in un certo senso non sono più responsabile, ma l’idea di partenza è che il male giustifica il proprio disagio e a questo punto è qualche cosa che non mi riguarda più perché mi libera ) sì la colpa è dell’altro eliminando l’altro elimino il disagio, (però l’idea di fondo è di rispondere a questo fastidio, rispondere a questa domanda in questo modo perché questo modo di rispondere riguarda tantissime cose, l’idea di essere persuasi da una cosa piuttosto che da un’altra è un po’ come diceva Leopardi gli uomini sono attratti dalle illusioni, è inutile a stare a dire il vero) sì è un po’ la posizione di Averroé, la doppia verità (questo bisogno di cui credere è qualche cosa che comunque tiene a bada, il linguaggio a questo punto diventa comune, cioè è uno strumento che mi permette di costruire qualunque cosa ma un qualche cosa che è vero) sì, il discorso psicotico o se preferite il discorso occidentale, è acerrimo nemico del paradosso, perché il discorso psicotico non scherza con le parole, le prende molto sul serio perché ciascuna parola o a ciascuna parola, meglio, corrisponde una cosa che parola non è e quindi scherzare con le parole è come mettere in gioco la realtà, la realtà delle cose, quella realtà delle cose che è stata una delle invenzioni più formidabili degli umani per togliersi di dosso la responsabilità di ciò che fanno, la realtà toglie la responsabilità per se è la realtà non posso far niente, ora giocare con le parole come fa il paradosso, dicevo è intollerabile nel discorso occidentale, nel discorso psicotico perché se preso alla lettera il paradosso elimina o quanto meno mette in gioco la realtà, mette in gioco la realtà e ciascuno immediatamente si sente solo e abbandonato e soprattutto responsabile di sé, senza più supporto e quindi a questo punto il proprio disagio occorre che se lo gestisca e non avrebbe più senso attribuirlo all’albanese o al finlandese o al tailandese o alla svizzero……tutti extracomunitari “il papa a pulire i vetri” fuori tutti…..dunque dicevo questo aborrire il paradosso come una minaccia fra i peggiori, il paradosso viene accolto generalmente come un modo per divertirsi, i vari paradossi che facevano B. Russell o altri venivano accolti così sorridendo così come dire le cose comunque non stanno così, lui mostra il paradosso l’aspetto un po’ buffo della realtà ma la realtà è quella per questo non scherza con le parole, nel discorso psicotico come dicevo prima le parole sono una cosa seria, con cui non si gioca, noi invece giocando con le parole costituiamo una minaccia e come ciascuno di voi ha avvertito in vario modo, perché fin che si gioca è un conto però non si può andare oltre un certo punto, non si può giocare con la realtà, gioca con i fanti e lascia stare i santi, quindi altra cosa di cui tenere conto che non soltanto ci troviamo di fronte ad un discorso psicotico, marcatamente e schiettamente psicotico ma che il discorso psicotico aborre il paradosso, aborre tutto ciò che è il gioco linguistico, lo aborre necessariamente, questa è un’altra cosa di cui occorre tenere conto nel lavoro che stiamo facendo, nella costruzione di proposizioni che possano più facilmente approcciare il prossimo, questa è un’altra cosa di cui dobbiamo tenere conto nella costruzione di proposizioni, ora può essere utilizzato chiaramente il paradosso però come? Come generalmente fa la retorica, come un modo allegro per incominciare a mettere un piccolo mattoncino, è chiaro che poi il paradosso non può fermarsi lì occorre proseguire, uno formulazione come quella che dicevo prima “la vita come l’unica cosa che porta necessariamente la morte e quindi deve essere eliminata” può apparire una formulazione paradossale ma nessuno la prenderebbe sul serio appunto perché non si scherza con le parole, nel senso che possiamo anche dire che è possibile scherzare con le parole ma come dicevo prima fino ad un certo punto se questo gioco si protrae oltre un certo punto allora no, non posso, perché se giustamente una persona vuole eliminare tutto ciò che minaccia la sua salute, la sua vita cioè tutto ciò che potrebbe farlo morire, la vita è sicuramente ciò che lo farà morire, come sapevano bene gli stoici infatti gli stoici di tanto in tanto si suicidavano, secondo l’uso dei romani….puntavano la spada contro il petto e si buttavano contro un muro, ora non usa più…. Sì non era una legge ma molti usavano tra i romani soprattutto tra i militari era considerato un modo onorevole, un po’ come i giapponesi….Beatrice cosa pensa di queste cose che andiamo dicendo? La considerazione cioè di colui che si trova nel discorso occidentale è uno psicotico per esempio (che non occorre fare il verso allo psicotico, è difficile entrare nel suo discorso) sì, si diceva tempo fa che gli psicotici non consentono il transfert, quindi non c’è la possibilità di entrare in contatto, così come Cesare ha esperito (lo psicotico comunque aborre la leggerezza, ne è attratto ne è affascinato perché è quella cosa che per lui è impedita proprio, quindi quella è la via in un certo senso fra amici per esempio) è chiaro questa è una questione retorica poter utilizzare questa leggerezza (la leggerezza è qualcosa che ha a che fare con un carisma, è carismatica la leggerezza, non la superficialità….e lo psicotico ha la necessità di avvertire del carisma…..leggevo il testo di Freud “la psicologia delle masse e analisi dell’io” la figura del capo, lui dice che anche un’idea funziona come capo, ecco l’idea in termini di astrazione capace di formare le masse ma anche non intesa in senso così estremo)la rivoluzione per esempio, nel sessantotto funzionava così come idea, come ideale ( occorre che questo disagio si rappresenti, sembra un imperativo, occorre che ci sia un’idea che funzioni, è chiaro che si tratta della figura del capo, è un’idea che tiene insieme…la questione invece di questa assenza di idea funziona allo stesso modo di come durante la battaglia viene ucciso un capo, si crea il panico, perché? Se anche oltre l’uccisione del capo non è cambiato nulla si è trasformato tutto quanto…come dire ciascun elemento di questo esercito si sente immediatamente solo……questo paura della solitudine, nel modo in cui se ne parlava, l’idea di essere soli ha a che fare con la responsabilità, però in che modo, in che termini? Perché di fronte alla propria responsabilità può provocare in un caso il panico….se non panico possiamo chiamarlo disagio insopportabile) (la figura del referente) a vostro parere noi dovremmo combattere una cosa del genere o utilizzarla? (sarebbe affascinante utilizzarla, come in un’analisi, inizialmente funziona così cioè da lì funziona un discorso, la figura dell’analista come referente e da lì compiere un certo discorso, immaginare invece di combatterla) in effetti mentre lei diceva Sandro pensavo agli ultimi cinque o sei anni dell’associazione in effetti prima della Seconda Sofistica avveniva una cosa del genere, in qualche modo io funzionavo rispetto alla teoria come capo carismatico, ad un certo punto ho fornito ad altri degli elementi che invece non avevano, strumenti critici molto robusti e poi sempre più potenti come dire che ad un certo punto ciascuno si è trovato come incaricato ad essere lui responsabile di ciò che andava accadendo e questo ha disseminato il panico esattamente come descrive Freud, poi i tic sono sempre gli stessi, se il capo non c’è per vari motivo, che fa l’esercito? (era anche funzionale a ciò che diceva Verdiglione) la teoria di Verdiglione era costruita in un certo modo per cui fosse praticamente incomprensibile (ma c’era un particolare che era comprensibilissimo, quello del parricidio, e secondo me ha funzionato moltissimo questa rappresentazione) sì riusciva a convogliare il senso di colpa in un’unica direzione (questa storiella) invece fornendo tutti questi strumenti che abbiamo forniti, o perlomeno inteso in questo discorso, però ciò che è stato avvertito o quantomeno orecchiato era proprio questo che non c’era un capo ciascuno era libero di muoversi….scomparsi tutti quindi mi stavo chiedendo se ciò che lei andava dicendo fosse anche una indicazione per l’Associazione, per la ripresa che faremo ad ottobre, puntare direttamente ad una cosa del genere cioè pormi in questa posizione cioè creare dei seguaci, ci si può provare visto che facciamo un miliardo e mezzo di giochi perché no? (penso che la cosa peggiore per chi voglia persuadere ma massa è promettere la libertà) sì perché non ci sia mai, è po’ come il paradiso è sempre là (come dire siate i miei schiavi) è un modo certo per poter ritrovare altre condizioni perché poi chiaramente arriverà il giorno della liberazione in cui le persone dovranno necessariamente accorgersi che non è proprio esattamente così, provando questa altra volta a fornire strumenti diversi in modo che possano reggere l’impatto (mi dà l’impressione che sia una fantasia più che giocare un gioco) per quanto riguarda Beatrice? (per quanto riguarda Beatrice non posso parlare delle fantasie di altri) quale fantasia? (di potenza) “erit sicut dei” (distruggere) distruggere non ci interessa, però se attraverso questa via un po’ come talvolta accade, non sempre fortunatamente ma talvolta accade lungo l’analisi di sostenere per qualche tempo questo ruolo giusto perché la persona possa acquisire degli elementi e quindi cominciare a pensare, perché se la persona che viene in analisi ha l’assoluta necessità di un appoggio, glielo si leva, questa persona interrompe l’analisi e quindi non ci sarà nessuna opportunità per questa persona di intendere alcunché, inutile dire io non sono né il suo tutore, né il nonno….all’inizio dell’analisi è quello che cerca….(difficile lo svincolo) sì questa è la parte più difficile ….per fare questo ci vuole una certa scenografia, avete presente la chiesa, una associazione così va bene per la ricerca intellettuale ma non giova al carisma, bisogna pensare il modo a questo punto non a conferenze ma ad una serie di eventi (…..)

 

 

 10-8-2000

 

Intervento: io ho letto un libro sul razzismo. Come è nato il razzismo….questo modo di parlare è rimasto inalterato da Caino e Abele, la realtà rimane, il nocciolo rimane inalterato

 

Sì a noi interessa sapere come mai una cosa del genere, perché la realtà come la religione è così potente da sempre, come se il linguaggio non solo consentisse questa costruzione ma consentisse questa produzione di proposizioni che recitano che esiste qualcosa fuori dal linguaggio, per cui la realtà è l’elemento extra linguistico per antonomasia. Il linguaggio fa questa cosa consentendo di parlare costruisce proposizioni che hanno la forma retorica dell’ipotiposi, cioè di quella proposizione che sembra essere ciò che descrive, fa essere ciò che descrive, il linguaggio funziona in buona parte così per cui attraverso un raggiro per così dire impone al parlante che ciò che dice sia questa altra proposizione che sarebbe il referente però non gli consente di porlo come proposizione e questo perché in effetti, dicevamo anche tempo fa, perché se non si intende come funziona il linguaggio non se ne viene fuori in nessun modo, qualunque proposizione essendo una sorta di ipotiposi non è che appare ma è ciò che descrive, da qui la sovraposizione, è ciò che descrive cioè si impone come qualche cosa, non potendo tenere conto del linguaggio che la sta costruendo, è come se si costruisse da sé o meglio è come se fosse costruita da sé da qui le religioni….immaginano che qualcuno ad un certo punto abbia costruito da sé….dio il settimo giorno…..poi in altri termini il problema è solo questo di non potere accorgersi di ciò che sta facendo il linguaggio e quindi di non potere considerare che le proposizioni che il linguaggio costruisce si costruiscono invece da sé, che il linguaggio descriva altre cose che non potendo pensare che è il linguaggio che le costruisce, quindi si son costruite da sé manca questo elemento che è il linguaggio che le ha costruite, per arrivare a questo occorre appunto intendere come funziona e considerare che qualunque cosa accada questo è necessariamente un atto linguistico e non può essere altrimenti, però questo passo non è marginale lì è la differenza fra il discorso che stiamo facendo e il discorso occidentale, l’uno, il discorso che stiamo facendo avverte che qualunque proposizione è costruita dal linguaggio senza il quale non ci sarebbe assolutamente niente, l’altra invece immagina che le cose non siano costruite dal linguaggio ma, poi lì ciascuno ci mette del suo, costruite da dio oppure la natura….(d’altra parte il razzismo esiste come termine e con questo dobbiamo fare i conti) come dire che se qualcosa esiste è perché esiste il linguaggio, questo per dirla tutta, se esiste qualcosa allora necessariamente esiste il linguaggio, questo potrebbe essere un assioma fondamentale nel discorso che stiamo facendo, che sbarazza di tutta una serie di questioni, ché gli umani da sempre si chiedono perché esiste qualcosa anziché il nulla? Il nostro amico Martino Heidegger…perché c’è il linguaggio ad Heidegger è sfuggito questo fatto…questa risposta che forniamo e cioè perché esiste il linguaggio è come se eliminasse in un sol colpo tutta la filosofia, che non è altro che una ricerca intorno al perché esiste qualcosa e perché esiste in un certo modo, molte volte, esiste qualcosa perché esiste il linguaggio se no non esisterebbe niente, Beatrice potrebbe provare questa affermazione in modo irrefutabile? “Esiste qualcosa perché esiste il linguaggio” , forniamo una prova grandissima, una prova cioè un percorso tale per cui lungo questo percorso si giunge a una proposizione che non è negabile …..lo faccia Cesare allora…(…..) a quali condizioni possiamo affermare che X esiste ? (…) occorre che esista l’esistenza oppure no? (l’esistenza esiste?) no l’esistenza in sé, però affermare che l’esistenza esiste è già una petizione di principio (….) però questa domanda in effetti “l’esistenza esiste?” in effetti è una petizione di principio dal momento che intendiamo con esistenza il fatto che qualche cosa possa darsi, ma il fatto che possa darsi cioè possa esistere la questione può porsi in questi termini è incondizionato oppure no? Ché se è incondizionato cioè si dà indipendentemente da chiunque che possa affermare che c’è allora a questo punto che cosa accade? accade qualche cosa che si nega da sola, cioè io affermo che una certa cosa esiste fuori di me o di chiunque ma posso questo soltanto con uno scriteriato atto di fede dal momento che non sto affermando nulla indipendentemente da qualunque altra cosa (da me che lo dico per esempio) certo, e quindi non affermo niente affermo un atto di fede “io credo questo” posso credere qualunque cosa però, però non porta molto lontano e quindi necessariamente l’esistenza non esiste di per sé esiste per conto terzi, qualcosa occorre che la ponga in essere e questo qualcosa è ovviamente ciò che la descrive, il fatto che l’esistenza sia qualcosa per qualcuno, cioè sia un segno si diceva tempo fa, perché sia un segno occorre che sia all’interno di una struttura tale per cui questo qualcuno riconosce qualcosa e lo fa esistere, questa struttura la chiamiamo linguaggio, visto che è il suo termine più appropriato e pertanto, come dicevo, se qualcosa esiste è perché c’è il linguaggio, però anche qui uno potrebbe dire qualcosa esiste perché c’è il linguaggio allora se io affermo che qualcosa esiste perché c’è il linguaggio, di nuovo faccio in modo subdolo faccio rientrare l’esistenza prima del linguaggio cioè il linguaggio esiste come dire che è dipendente dal fatto di esistere, il che non è propriamente dal momento che qualcosa esiste in quanto ciascuno si trova nel linguaggio è ovvio che il linguaggio possiamo anche dire che esiste in quanto acconsente a questo significante di essere, è lui che lo pone, l’esistenza segue al linguaggio inesorabilmente , ora dire che se qualcosa esiste è perché c’è il linguaggio, per farla breve, è un altro modo per indicare quel passo che prima, cui prima accennavo e cioè quel passo che il discorso occidentale non fa e cioè immagina che dicendo qualche cosa, questo qualche cosa esista di per sé, mentre se qualche cosa che io descrivo esiste è perché esiste il linguaggio, non tanto perché lo descrivo potrei anche non descriverlo esiste comunque all’interno del linguaggio , se esiste, esiste nel linguaggio non ha altra scelta, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo stia descrivendo oppure no, esiste nel linguaggio come elemento che il linguaggio può in qualunque istante porre ma più propriamente ancora esiste in quanto esiste una struttura che consente di apparire in qualche modo, qualunque oggetto sia questo è già preso nel linguaggio, ora quando parliamo di pensare, pensare abbiamo detto un sacco di volte, è compiere una serie di inferenze per giungere a una conclusione che darà una direzione a ciò che seguirà, pensare è come dire cercare una direzione, in altri termini e la verità all’interno del discorso è uno degli chiffetters che consentono una direzione anziché un’altra. Ciò che andiamo proponendo è un pensiero che anticipa l’ipotiposi, come se adesso lo dico così, questo pensiero fosse più veloce di ciò che accade, perché ciò che accade è già inserito all’interno del linguaggio dal pensiero, più veloce, è una sorta di metafora, però non consente a un qualunque evento che si pone come una ipotiposi, cioè quasi un qualunque evento, non gli consente dicevo (di non porsi come una ipotiposi) stavo dicendo un’altra cosa…..stavo dicendo che questa velocità di pensiero impedisce all’ipotiposi di porsi come elemento non costruito dal linguaggio, perché questo pensiero è già arrivato a porlo come una figura, un elemento linguistico, è un altro modo però di descrivere ciò che stiamo facendo, come dire che pensiamo troppo veloci perché qualche cosa possa essere creduta, possiamo anche dire così (cioè non tenendo conto di ciò che si pensa?) no, pensare troppo veloci vuol dire che qualunque cosa accada al momento in cui accada già prima questo elemento è stato elaborato in quanto è inserito nella catena linguistica, quindi non può non essere un elemento linguistico, (…) sì questo pensiero si svolge attraverso il linguaggio è ovvio (stavo pensando alla questione della velocità, stavo pensando a cosa impedisce la velocità….dal momento che questo qualche cosa non deve garantire nulla….) non garantisce nulla quando il pensiero è veloce (….la S.S ha affrontata questa questione non solo quello che dico ma quello che dirò cioè questo è un atto linguistico, è implicita la questione) l’altra volta parlavamo della psicosi come la struttura del discorso occidentale, in effetti nel discorso psicotico avviene qualcosa del genere cioè un elemento viene posto fuori dal linguaggio e si scontra contro questo paradosso che attraverso il linguaggio deve mantenerlo fuori dal linguaggio, succede qualche problema ogni tanto (attraverso il linguaggio deve mantenerlo fuori dal linguaggio) sì non può chiosare il linguaggio ovviamente per dimostrarsi che questo elemento è fuori dal linguaggio, questo elemento fuori dal linguaggio e quindi inaccessibile, il discorso psicotico è quello che cerca di negare quell’assioma che vi ho posto prima e cioè che qualunque cosa esista o meglio se esiste qualcosa è perché c’è il linguaggio, il discorso psicotico cerca o immagina di avere provato il contrario, qualcosa esiste ma non è linguaggio, si dà un gran d’affare per provare questo (riprende le stesse cose per provare questo) (perché al di fuori di questo non potesse più parlare, non potesse più pensare) è importante questo aspetto cioè il discorso occidentale come discorso psicotico, ché effettivamente non ha accesso a pensieri che possano mettere in gioco la sua certezza, certezza incrollabile nel fatto che esista qualcosa fuori dal linguaggio, questione è questa ed è la forma più potente di religione, la realtà come religione e poi le varie sette più o meno ufficiale non ha nessuna importanza ma ciascuna di queste si fonda su una religione molto più strutturata che è la religione della realtà, la realtà come religione, credere nella realtà, è la condizione per potere poi credere dei, poi dee, credere che esista una realtà e che questa realtà non sia nel linguaggio o non sia linguaggio….è la religione fondamentale sulla quale si ergono poi tutte le religioni, vivono di questo. (la realtà è il linguaggio) sì certo nessuno ce lo vieta ma parlando del discorso occidentale, all’interno del discorso occidentale la realtà è esattamente il contrario è ciò che è fuori dal linguaggio, se il discorso occidentale potesse porsi, tenendo conto che la realtà è, l’unica realtà di cui è possibile parlare è il linguaggio, cesserebbe di esistere (se qualcosa esiste questo è il linguaggio) quindi giustamente la realtà e quindi il linguaggio, (dà per supposto che se qualcosa esiste è il linguaggio e quindi la realtà ma realtà come effetto del linguaggio…è come se la realtà fosse condizionata dal linguaggio ma non fosse linguaggio, per questa dicevo se la realtà è linguaggio per cui la realtà non è un effetto del linguaggio e quindi comunque può essere pensata fuori dal linguaggio) no la realtà è in prima istanza un elemento linguistico, un atto di parola e come tale a questo significante può essere attribuito qualunque cosa, certo, possiamo utilizzare anche questa formulazione affermare che la realtà è il linguaggio, il linguaggio è la realtà (più che altro non tanto per prenderlo come assioma) come assioma sarebbe problematico (per insinuare qualche cosa nel discorso che si sta facendo, io non lo vedo come un principio ma lo vedo come una affermazione, come un’istigazione a pensare…) però se si accoglie il fatto che sia costruita dal linguaggio allora è costruita da una struttura che è mobile e che varia continuamente e quindi non ha nessun referente all’infuori del linguaggio che la descrive, posso descriverla in un modo o in un altro non ha nessuna importanza, sì forse potrebbe anche comparire una obiezione del genere però se uno riflette anche solo un istante può considerare le implicazioni di una cosa del genere, tant’è che la più parte delle persone si oppone a una cosa del genere proprio perché ne avvertono le implicazioni e cosa comporta una cosa del genere e quindi la negano strenuamente. Cesare cosa pensa così assorto? (…..) che la realtà …alcuni filosofi la chiamano la “datità” cioè il darsi delle cose, queste cose, la dottrina dell’emanazione antichissima, queste cose ci sono ed esistendo si danno alla percezione, cosa obiettare ad una cosa del genere Cesare? Che le cose ci sono fuori dal linguaggio e si danno anche al linguaggio che le rappresenta in un modo più o meno corretto, in un modo…in effetti una delle discussioni d egli anni 60/70 è il fatto dell’ambiguità del linguaggio nel descrivere l’oggetto, c’è ma il linguaggio lo descrive ambiguamente e quindi no riesce mai a raggiungerlo questo già Kant, questione antica l’oggetto rimane indescrivibile, perché il linguaggio è una struttura che (lascia l’oggetto usufruibile…) sì teoria che ha portato alla teoria dell’oggetto come punto vuoto, che già Verdiglione la poneva in connessione con il linguaggio, però questa è la strada c’è questo oggetto comunque mentre ciò che andiamo dicendo è un po’ differente, affermando che se qualcosa esiste allora necessariamente esiste perché c’è il linguaggio allora anche la questione dell’oggetto, il punto diventano discorsi che lasciano il tempo che trovano, io posso chiamare l’oggetto, punto vuoto punto pieno quello che mi pare, perché non c’è da qualche parte un referente che dice che cos’è esattamente l’oggetto e cosa esattamente occorre che sia e quindi posso descriverlo come mi aggrada meglio, (è un gioco retorico) esattamente CAMBIO CASSETTA io dovrei stare zitto e porre obiezioni alle vostre argomentazioni ma non avviene….(riflettevo sul linguaggio che fa esistere la cosa) non solo ci sarebbe nulla ma non ci sarebbe il nulla (non ci sarebbe neanche “il linguaggio” come qualcosa che esiste all’interno di una struttura, anche il linguaggio è qualcosa che chiamiamo linguaggio che utilizziamo per inserire elementi per continuare a dire….) Cesare mi prende il Devoto e legga la definizione di superstizione: L’insieme di credenze o pratiche rituali proprie di società e ambienti culturalmente arretrati fondati su presupposti magici e motivi non razionali. In fatto di religione e di credenza pratica che sia in disaccordo con la fede professata e ne alteri l’equilibrio interno…..- quindi una serie di proposizioni non fondate sulla ragione, credute vere ma non fondate sulla ragione….(…..) ora qual è il discorso che costruisce proposizioni non fondate sulla ragione ma su connessioni emotive o su premesse comunque infondabili che è la definizione di superstizione? Il discorso occidentale, cioè qualunque discorso che non muova da questo assioma o da questi due assiomi che poi sono la faccia delle stessa medaglia cioè che qualunque cosa si dia questa è necessariamente un atto di parola oppure se qualcosa esiste, esiste perché c’è il linguaggio, allora questo discorso è necessariamente superstizioso, perché è fondato da argomenti che non può provare in nessun modo e dato che questa passa come definizione di superstizione allora il discorso occidentale è la superstizione…questo può utilizzarsi, cioè ciascuna cosa una persona pensi questa è superstizione, ciascuno pensa alla superstizione come al gatto nero però ….si può riprendere e forse può essere utile in ambito retorico per persuadere non per convincere ma per persuadere, pensare che se qualcosa esiste questo esiste all’infuori dal linguaggio è il fondamento della superstizione (….) la superstizione come appunto abbiamo detto è una stringa di proposizioni credute vere ma fondate non su ratio ma su connessioni emotive, quello che pare, tutto il discorso occidentale è fondato su questa superstizione, cioè come vedete il discorso occidentale è la superstizione né più né meno, sono cose già dette ma stiamo riprendendo delle questioni per trovare un loro utilizzo in ambito retorico anche perché dobbiamo cominciare a pensare a come muoverci nell’autunno prossimo venturo….il discorso occidentale, psicosi, superstizione…possiamo utilizzarli?