12-1-1999

LUCIANO FAIONI

 

SECONDA SOFISTICA

 

GIOCHI LINGUISTICI

 

Intervento

 

La volta scorsa dicevamo dell’analista della parola e dei giochi linguistici, avevamo definiti giochi linguistici un discorso. Un discorso come una sequenza di elementi linguistici e pertanto un discorso e quindi un gioco linguistico non è altro che una sequenza di elementi linguistici e pertanto elementi connessi tra loro, in quanto elementi linguistici, inesorabilmente connessi tra loro. Quindi potremmo dire che questo personaggio, l’analista della parola, è definito dall’essere un gioco linguistico, dal non essere altro che un gioco linguistico. La questione è che essendo un gioco linguistico non può non considerare ciascun elemento che interviene, come ciò che lo circonda o come se stesso, al pari di un gioco linguistico. In tutto questo si tratta di considerare come, come si pone questo personaggio nei confronti del discorso che si trova ad ascoltare, perché una persona che si rivolge a lui, chiedendo per esempio di essere liberata dai suoi mali, tutte le volte accade, come si diceva tempo fa formula una domanda paradossale, ché se fosse effettivamente questo che vuole si sarebbe già liberato, come dire proprio perché è un gioco linguistico non può non sapere che il gioco linguistico che viene proposto comporta una regola, non solo una ma molte, tra queste una vieta di considerare questo discorso, il discorso che fa il tizio, come un gioco linguistico, lo vieta in modo tassativo e rigoroso, esattamente così come un gioco di carte che vieta che una carta valga come qualunque altra, ché altrimenti non può giocare e in effetti per lo stesso motivo esiste questa regola, che vieta di considerare il suo discorso un gioco linguistico, ché se lo considerasse smetterebbe di giocare, e invece questo (di smettere di giocare questo gioco) non ha nessuna intenzione di farlo, questo è sicuramente l’intoppo maggiore che può incontrarsi, intoppo, diciamo una questione, il fatto che questo gioco che si ascolta comporti questa regola, che vieta di considerare il gioco che sta facendo un gioco linguistico, la vieta tassativamente. Ora pertanto non si tratta di accogliere il gioco del tizio in quanto tale, ciò che lui domanda non ha nessuna importanza, cioè di essere liberato dal suo male, si trova piuttosto a considerare che il gioco in atto, e ciò che occorre che l’analista della parola faccia è qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che gli chiede il tizio in questione, nulla, è come se si trovasse di fronte a un gioco rispetto al quale si pone in una posizione particolare, l’analista, vale a dire come colui che, mettiamola così provvisoriamente e poi preciseremo, non è soddisfatto del gioco che si sta giocando e allora ne inserisce un altro, questo sempre indipendentemente dalla richiesta che gli viene fatta, ché come dicevo prima non ha nessuna importanza, e allora avviene questo che inserisce all’interno del gioco che sta facendo il tizio un altro gioco. Come lo inserisce? Chiaramente per fare giocare qualcuno occorre che questo qualcuno occorre che sia attratto dal gioco, sia divertito, non posso insistere con Roberto di giocare a poker se non ha nessuna voglia di giocare a poker, devo fare in modo che il gioco del poker gli risulti divertente oppure farlo giocare qualche cosa che a lui diverta per esempio gli scacchi (so che una volta mi parlava…), che cosa interessa la persona? È qualcosa che è connesso con ciò che enuncia come problema, connesso…ciò che apro una parentesi e poi la chiudo, un tal Sigmund Freud aveva l’idea che la buona parte dei malanni delle persone procedessero da qualcosa che lui indicava come questione sessuale, ora non aveva torto se consideriamo il fatto che questo aspetto, per esempio non solo comunque, questo aspetto interessa la più parte e sul perché non ci riguarda oggi ma è una cosa che interessa, dico non soltanto ma ci sono altri aspetti che interessano; ora si tratta di far giocare quella persona, il tizio, con gli elementi di cui dispone e farla giocare con qualcosa con cui si diverta….come si può venire a sapere ciò che lo diverte? Ora vi dicevo, come si reperisce ciò che lo interessa? Non si tratta di reperirlo perché è già lui che lo dice, ciò che lo interessa è ciò che lo preoccupa, ciò che lo angustia, però occorre inserire un elemento a fianco a ciò che lo angustia e lo preoccupa che lo diverta, questo elemento che lo diverte è quello con cui lo farete giocare. In che senso giocare? Dicevo prima che occorre inserire all’interno del suo gioco un altro gioco, non per il suo bene, il suo bene ci è assolutamente indifferente ma perché non siamo soddisfatti di quel gioco (perché non siamo soddisfatti) non siamo soddisfatti per definizione (perché?) è come se questa persona volesse farci giocare un gioco che non ci interessa minimamente perché è un gioco che non ha nessun interessa (sì però potrebbe anche essere un gioco interessante) non è interessante perché è un gioco che comporta ed ha tra le sue regole una regola fondamentale la quale impone che il gioco che si sta facendo escluda che sia un gioco linguistico e siccome troviamo qualcosa di divertente all’interno di qualcosa che sia un gioco linguistico, se no si arresta immediatamente e quindi non giochiamo più e in effetti se non lo poniamo come un gioco linguistico abbiamo due scelte o prendiamo atto “bene” e la cosa è terminata oppure gli si sostituisce la sua religione con un’altra, una cosa che avviene comunemente la psicanalisi fa questo. Nessuna tecnica o teoria psicanalitica al giorno d’oggi è in condizioni di volgere il discorso che ascolta in un gioco linguistico, nessuna lo può fare, ecco siccome dicevo non siamo soddisfatti del gioco che si sta facendo dicevo ne inseriamo un altro, utilizzando il modo che indicavo e all’interno di questo nuovo gioco cosa si fa propriamente? Intanto occorre dire che se si instaura un gioco, in accezione più corrente del termine cioè se si instaura qualcosa di ameno, di divertente, già si è fatto un passo notevole dal momento che il tizio sarà più disposto ad accogliere il fatto che è un gioco. Un gioco, vale a dire, qualcosa che ha perso almeno in parte la gravità, la gravità di tutto ciò che è considerato non essere gioco linguistico, per definizione una cosa greve, una cosa pesante, massiccia, insidiosa…ma bisogna sempre tenere presente l’obiettivo che è quello di volgere questo gioco che contiene questa regola in un altro che invece contiene un’altra regola che è quella che esclude che ciò che si sta dicendo possa essere altro da un gioco linguistico, la prima esclude che lo sia, la seconda che possa non esserlo. La parte di cui accennavo prima cioè quella dell’aspetto ludico della questione può risultare fondamentale, fondamentale non soltanto per i fatti in atto per l’analista della parola ma anche rispetto ad aspetti retorici che andiamo considerando connessi per esempio all’intervento, conferenze e cose del genere, quando in alcune conferenze avevo inserito questo aspetto dell’agone dialettico questo provocava in parte l’aspetto ludico cioè di divertimento, di spettacolo e non è a caso che le conferenze che faremo vadano in questa direzione, rispetto alla pratica l’analista della parola occorre che intervenga qualcosa di molto simile, se non addirittura la stessa cosa

 

Intervento: riguardo all’intervento dell’analista mi chiedevo se nella pratica non si possa intervenire come in un agone dialettico, con più interventi, con più sottolineature….

 

Sì, sì certo certamente, si può reperire questo aspetto perché vi accorgete immediatamente che intorno ad una certa questione la persona si eccita, si interessa (si irrigidisce!) (….) è possibile rilevare che rispetto ad un certo elemento c’è un interesse molto vivo, molto vivace, la persona si attiva….(il problema della questione è che si tratta di sostituire ad una metafisica incontrollata una metafisica controllata….quando dobbiamo inserire all’interno del sistema un nuovo gioco noi dobbiamo conoscere questo gioco…nel senso che dobbiamo riuscire a trovare un gioco che riesca …noi dovremmo essere come un Ippia con un sapere enciclopedico ..) ma il gioco che viene inserito in effetti non è inventato da noi ovviamente è un aspetto del discorso del tizio….. ma è come se lui fosse concentrato su un gioco particolare, adesso facciamo un esempio banale del suo malessere, ora il gioco che noi inseriamo non è questo cioè quello del suo malessere ma un gioco che è sempre connesso con il suo discorso, con la sua storia ma che lo interessa, che poi è connesso comunque con tutto ciò che lo riguarda ed è come se lo “costringessimo” fra virgolette a giocare quel gioco anziché il suo, che è sempre suo poi, solo che è guidato, è pilotato ed è pilotato in un modo particolare perché sembra che lo abbiamo introdotto anche se è un suo gioco, siamo noi che lo manteniamo in piedi, lo facciamo vivere. Ora per quanto riguarda la questione metafisica…il fatto che si possa instaurare una apparente metafisica no, l’essenziale è che in ogni caso questa metafisica possa essere demolita in qualunque momento, dicevo che appare essenziale non tenere conto di ciò che chiede contrariamente a ciò che è sempre stato pensato ma, per dirla così, andare dritti per la propria strada, qualunque cosa lui chieda, la propria strada ha questo obiettivo, inserire un gioco all’interno di un altro gioco in modo che questo risulti meno, come dire, banale, diciamola così provvisoriamente, in teoria nient’altro che questo. Un funzionamento che teoricamente potrebbe avere degli effetti sulla riuscita almeno per un buon motivo che il tizio, questo è un aspetto retorico, è continuamente a suo agio che ciò che si va facendo c’è qualcosa che lo riguarda strettamente ché in effetti il gioco che lo costringi a giocare è un gioco che lo riguarda, che lo diverte e quindi l’aspetto noto come captatio benevolentiæ fa essere soddisfatti, e questo come dicevo può funzionare anche in una conferenza dove la situazione non è così differente, nel caso della conferenza non c’è una persona ma ce ne sono molte, questo può rendere le cose un pochino più complesse però, però sappiamo che cosa generalmente attrae le persone e quindi su questo è possibile giocare. Anche in un incontro le questioni che ponevi tu la volta scorsa “gli uditori differenti” come utilizzare il fatto che un uditorio sia fatto in un certo modo anziché in un altro e quindi come utilizzare che una persona sia interessata particolarmente a una cosa anziché ad un’altra, qui facevo prima questa parentesi, ciò che affermava Freud, che lui si era accorto che una delle questioni che più interessava era la questione sessuale, perché di questo tutti quanti si interessano in un modo o nell’altro, è uno dei luoghi comuni più accreditati, dei più utilizzabili, come abbiamo avuto una dimostrazione poc’anzi, dal vivo. Questo ma non soltanto questo ovviamente anche altri, può accadere che una persona sia particolarmente attratta da un dibattito, da un agone dialettico…allora si gioca questo gioco (……….) sì, sì questo funziona però ha le sue controindicazioni perché appena lo rifiuta c’è l’eventualità che se ne allontani e in ogni caso può essere utilizzato non in questo aspetto ma in altro modo cioè il fatto che una persona, il tizio, si trova a giocare un gioco che pensava di conoscere del quale invece scopre nuove regole che gli consentono di giocare in modo molto più divertente, da qui si instaura una novità che può essere sempre utilizzata però tenendo conto che se si instaura questo rinvio a una sempre maggiore mobilità poi è difficile tenere il ritmo, è come se uno fosse richiesto ciascuna volta di sorprendere, alla tremillesima volta uno cessa di essere sorpreso, però se una persona è sorpresa dal suo stesso discorso, pilotato ovviamente, allora sì funziona (……) ecco però scusi se la interrompo un istante, questo gioco che viene inserito al momento in cui viene inserito non modifica quell’altro (mi chiedevo se si trattasse semplicemente di un gioco di sostituzione o se si trattasse delle stesso gioco con la regoletta “consapevolezza” che si tratta anche di un altro cioè di un gioco linguistico, cioè la persona non cambia gioco linguistico …..per cui questo affiancamento di un altro gioco non sia per giungere alla consapevolezza che comunque quello che sta facendo non è altro che un gioco linguistico, lo stesso gioco) sì, sì perché inizialmente il gioco del tizio non viene modificato semplicemente si inserisce all’interno un altro gioco che vive una sua vita particolare (occorre partire da un accoglimento del gioco linguistico) sì dicevo dei bambini ha presente, i bambini, una tragedia terrificante, lacrime e urla…cosa accade? Dipende dall’età ma …una caramella, la tragedia finisce a vantaggio della caramella…cosa è avvenuto in questo caso? Una distrazione, è stato distratto, facevo l’esempio su questa scia, una persona adulta con una depressione ed è schiacciata dai suoi problemi, se si accorge che l’appartamento in cui abita sta andando a fuoco i suoi problemi scompaiono, così come quando gioca a poker con gli amici anche se è depresso in quel momento lo vedrete attivissimo, agitato e preoccupatissimo per il gioco che sta facendo, la sua depressione è scomparsa, ora non è che si tratti soltanto di distrarlo ovviamente ma utilizzare questa figura retorica. È inutile stare lì all’interno del gioco che lui intende giocare finché si rimane lì dentro non c’è via d’uscita, dicevo le vie sono soltanto due o si converte a un’altra religione oppure si prende atto e non si parla più, perché questo suo gioco se continua ad essere giocato continua ad avere questa regola per potersi giocare e cioè quel gioco è fuori e quindi non è un gioco linguistico e pertanto sarà assolutamente inaccessibile a meno che non venga spostato su un’altra cosa la quale continua ad affermare che non è un gioco linguistico, ecco perché dicevo il suo discorso, del tizio, rimane assolutamente immutato come se non gli interessasse minimamente, semplicemente si inserisce questo altro elemento, si inserisce “la caramella”, “la caramella “ non è altro che il pilotarlo verso qualcosa che lo interessa ora può accadere che non sia facilissimo in alcuni casi elementi che lo interessano ma laddove si enuncia un totale disinteresse per le cose, il più delle volte è questo che interessa, (il più totale disinteresse delle cose) precisamente e su questo è possibile lavorare, poi mano a mano che procederemo vedremo anche i dettagli magari delle descrizioni che possano servire da esempio. Una volta ottenuta questa distrazione, una persona comincia a giocare questo altro gioco che noi andiamo costruendo, perché questo nuovo gioco che inseriamo all’interno del suo è sì un gioco che lui ha voglia di giocare ma stiamo costruendo noi, passo dopo passo, fino al punto in cui questo gioco che stiamo costruendo, questo questione che dobbiamo risolvere nel prosieguo, diventa talmente importante e fondamentale che il gioco precedente scompare. Ora non è questo l’obiettivo che ci interessa, che scompaia quell’altro gioco, non ci importa niente ma semplicemente visto che stiamo chiacchierando con questa persona che la conversazione non sia del tutto “annoiante” solo questo. (la difficoltà di inserire un gioco è comunque più facile andare all’estremo delle sue convinzioni cioè ….) lei ha fatto esattamente questa operazione in quel caso ciò che divertiva la persona (……) dicendo questo gioco si reperisce dal discorso dell’altro, notando l’interesse della persona, che cosa gli interessa, in questo caso ha fatto esattamente ciò che stavo descrivendo (………) se l’interlocutore è molto curioso (………) (sì però poi arrivato si è accorta di questo vuoto ed è sempre questo il problema) questa curiosità potrebbe essere per esempio l’innesco per una prosecuzione di conversazioni che mirino a esplorare tutte le varie potenzialità del linguaggio, occorre imparare a farlo funzionare il linguaggio, come si impara a fare funzionare il computer, uno usa un programmino mentre il computer usa (la gente si trova sempre un vuoto enorme, questo è così, questo è così…) sì ma le sensazioni che taluni hanno di fronte un computer, il fatto che possa fare una quantità di cose, si spaventano come se fosse (…..) infatti tutto ciò è un abbozzo della questione una direzione, si tratta esattamente di reperire lungo questa direzione armi retoriche sempre più potenti, tenendo conto che ciò abbiamo indicato come analista della parola è il gioco linguistico nient’altro che questo e come tale fa funzionare il linguaggio, trova il modo per farlo funzionare ciascuna volta e il trovare questo modo è un operazione retorica. Potremmo dire che l’analista della parola è il gioco linguistico che necessariamente trova il modo, qualunque cosa incontri che sia un gioco linguistico, anziché una stupidata cioè qualunque cosa che pensi di sé di non essere un gioco linguistico….(la complicità …) il gioco di parola certo non può essere fermato in alcun modo…

 

 

21-1-1999

 

La frase nominale, gli avverbi

 

Allora questa sera voglio soffermare la vostra attenzione su un aspetto particolare e cioè sull’uso retorico della frase nominale e dell’avverbio. Per frase nominale si intende generalmente una frase, appunto si chiama frase e non proposizione, una sequenza di elementi dove non compare il verbo, faccio un esempio: basta con la criminalità! Questa è una frase nominale non c’è nessun verbo, ora l’uso retorico della frase nominale, è una frase perché dicevo si distingue da una proposizione perché la frase non è sottoponibile a un criterio verofunzionale. Dice: basta con la criminalità! Vero o falso? Non ha senso mentre la proposizione sì uno dice: è tempo che la criminalità sia arginata! Allora sì, questo può essere esposto a un criterio verofunzionale…la frase nominale ha delle virtù per il solo fatto, per il semplice fatto di non possedere il verbo, il verbo nella frase nominale non è che sia sottinteso o non propriamente o non sempre, in alcuni casi è proprio una costruzione differente e cioè una frase messa al posto di un nome ha maggiore potere persuasivo perché non essendoci il verbo e quindi non essendo sottoponibile a un criterio verofunzionale, cioè alla domando vero/falso si impone come necessaria. Se io affermo: basta con la criminalità (mi viene in mente una buffa cosa che poi riprenderemo rispetto alla criminalità) ecco questo non è sottoponibile alla domanda vero o falso ciò che affermo è una delle prerogative della frase nominale è di essere atemporale, cioè vale sempre…mi raccontava Beatrice la storiella di questo fatto buffo “hanno ammazzato un commerciante e immediatamente è partita la caccia all’untore, un marocchino, un albanese a seconda dei casi, si è scoperto che non erano extracomunitari ma italiani, delinquenza casereccia, allora tutta la campagna contro gli extracomunitari non si è potuta più proseguire in questi termini, perché non si è più potuta giovare di questo fatto della colpevolezza, gli hanno sottratto questa meravigliosa occasione, allora interviene la frase nominale e interviene in che modo? Se fossero stati gli albanesi allora dagli agli albanesi, sono stati gli italiano magari anche di Milano, ecco allora cosa si dice non fuori gli albanesi ma basta con la criminalità, allora questa frase risulta assolutamente necessaria e lapidaria soprattutto e poi consente un giro, perché basta con la criminalità, sì ma la criminalità oggi è gestita a seconda del folclore dagli extracomunitari, quindi dicendo basta con la criminalità comunque si colpiscono degli extracomunitari perché comunque sono loro poi che non abbiamo ucciso il commerciante ecco questo particolare non ha nessuna importanza dunque l’uso retorico della frase nominale che in qualche modo cominciate già ad avvertire è questo potere affermare qualche cosa in modo assoluto, perentorio e direi quasi sub specie et aeternitate, cioè in modo atemporale, una cosa che sembra vera di per sé, se io dico basta con la criminalità do per acquisito una criminalità che sia ormai prepotente e strapotente, per cui è tempo di fermarla, tutto ciò che viene dato come implicito non viene affatto messo in gioco ché non c’è la possibilità di porre delle questioni intorno al fatto che ci sia o non ci sia, affermando basta la criminalità implicito in modo categorico che la criminalità ha passato la misura, in modo assolutamente perentorio. Ora nel discorso comune l’uso della frase nominale che interviene spesso ha esattamente la stessa portata e cioè costruire proposizioni in modo tale che non siano sottoponibili neanche a una mia discussione eventualmente, dicendole funzionano implicitamente anche per me come verità assoluta, se io dico: adesso basta con qualunque cosa è un’altra frase nominale, dicendomelo immediatamente stabilisco che questa cosa rispetto alla quale…che intendo affermare o arginare, è assolutamente intollerabile, cioè non mi dico: è vero per esempio affermare che questa cosa è fastidiosa per questo motivo, no, non mi dico una cosa del genere perché dicendolo mi impongo quasi di metterlo alla prova cioè di verificarlo, ma se io dico che è ora di smetterla con questa cosa ecco allora no, non consento nessuna messa in gioco di una cosa del genere, la do come inesorabile, per esempio in una arringa se un avvocato riesce a utilizzare in modo opportuno delle frasi nominali, in questo senso ha un buon effetto sull’uditorio, perché impedisce l’accesso ad un eventuale critica di quello che sta affermando, e impone un elemento in modo così assolutamente quasi inesorabile e inevitabile che servirà poi a partire di lì per costruire tutta una serie di cose, che invece potrebbero essere assolutamente opinabili, ma se muovono dalla frase nominale no. Un uso abbastanza simile possono o un risultato abbastanza simile possono ottenerlo gli avverbi, affermando la tale persona non è potuta venire evidentemente aveva altro da fare, l’utilizzo di questo “evidentemente” avverbio come sapete, ha una funzione particolare che è quello di rafforzare ciò che vado dicendo e di nuovo al pari della frase nominale impedire l’accesso ad un eventuale obiezione, di qualunque messa in gioco della cosa evidentemente oppure ovviamente oppure certamente, sono tutti avverbi, potete trovarne infiniti altri che hanno questa funzione inseriti all’interno di una frase non soltanto la rafforzano, sono avverbi, che hanno una funzione rafforzativa ma escludono la possibilità che possa, che di nuovo la frase possa essere sottoposta a un criterio verofunzionale e cioè si trasformi in proposizione. Se io dico “evidentemente aveva altro da fare” quasi escludo la possibilità che uno dica ma perché? Oppure possa fare un’altra domanda, se invece affermo aveva altro da fare “che cosa, per quale motivo?” invece nel caso dell’uso dell’avverbio no, questo è importante quando si ascolta un discorso, tanto la frase nominale tanto l’avverbio utilizzato nei modi che andavo dicendovi, possono mostrarvi con rapidità quali sono le cose per esempio in cui una persona crede, sono quelle a cui in genere affianca un avverbio di tipo di quelli che vi accennavo, cioè cose rispetto alle quali non intende che ci siano discussioni, oppure terminare una frase con ovviamente, come dire è ovvio e quindi nessuno può avere l’ardire di mettere in discussione una cosa ovvia, certo! Nell’uso del discorso retorico questi elementi sono importanti ma sono importanti anche nella retorica del proprio discorso, cioè nel modo in cui uno si trova a dire le cose senza accorgersene. Utilizzando dunque questi elementi in questo modo o meglio ascoltando gli elementi utilizzati in questo modo potete costruire come una sorta di mappa delle cose che sono più credute o per meglio dire potete individuare quelle che sono le credenze e le superstizioni che sono poste lì per evitare di incontrarsi con questioni problematiche e quindi che potrebbero creare un problema, questo non significa che laddove incontriate avverbi di tipo o una frase nominale sia necessariamente così però può indicare una direzione nell’ascolto per esempio, una direzione rispetto al discorso che si va ascoltando, capita, ascoltate una persona che chiacchiera e ad un certo punto vi accorgete che fa un largo uso di avverbi, ovviamente, sicuramente, certamente ecc. , non è casuale che intervengano a volte questi avverbi, possono essere comunque degli indicatori, in questo caso funzionare come una sorta di shifters come direbbe Jakobson cioè quegli elementi che consentono di indicare con precisione una direzione. Ci sono alcune persone vi sarà capitato mille volte di incontrare quelle che mentre vi parlano vi chiedono continuamente “no?” e uno rimane lì “ma non lo so?”(………………) (non solo indicatori ma solo dei tic cioè un modo particolare di interloquire) (…..) sì è come se avesse il sospetto che l’altro non possa essere d’accordo, c’è anche nel dialetto piemontese un modo piuttosto bizzarro di dire le cose e cioè porre un’affermazione anziché come affermazione come domanda, per esempio Cesare direbbe sono stato a Milano, altri quei piemontesi di cui dicevo farebbero questa affermazione “sono stato a Milano?” non so come faccio a sapere io non c’ero, vengono avvolte queste affermazioni in una forma di domanda, in forma interrogativa e non si capisce bene il motivo però è curioso che uno affermi una cosa del genere e cioè una cosa che si sta affermando viene domandata all’altro che non lo sa e del quale sta dicendo (quell’altro non può saperlo) sì sono questi….(sono dei modi di dire…) i modi di dire possono essere molto importanti in un discorso, possono essere dicevo degli chiffeters degli indicatori, indicano che cosa in quel discorso fa problema per esempio, non necessariamente non è che mostrino una certezza indicano un’eventualità niente più di questo però una eventualità che è possibile tenere in conto per cominciare a riflettere intorno alla retorica del discorso in termini più precisi, magari riprenderemo qua e là dei brani che trattano di questo aspetto ma pensavo all’uso della frase nominale che è molto curioso, per esempio, “zitti” è una frase nominale, più breve ma hanno una notevolissima efficacia togliendo il verbo nel discorso si impone una sorta di verità sub specie et aeternitate, come dicevo prima, e soprattutto ci si sbarazza dell’aspetto proposizionale e quindi dell’aspetto verofunzionale, non è più sottoponibile a un criterio verofunzionale e quindi non è più possibile chiedere di rendere conto (…….) esattamente sia nel linguaggio pubblicitario, sia negli spot politici, sono molto utilizzati proprio per questa cogenza, questa costrizione quasi che impongono ad ammettere tutto ciò che non viene detto (….) trasformare una frase che non chiede di essere sottoposta a un criterio verofunzionale e quindi sembra vera necessariamente (toglie responsabilità a chi enuncia questa proposizione) sì certo, certo ci si sottrae della responsabilità di affermare in prima persona di una certa cosa (….) sì dicendo “basta con i rossi o basta con i neri” alludo a tutta una serie di cose che do per acquisite ma senza come diceva giustamente Cesare assumermene la responsabilità è come se affermassi un dato di fatto, che i rossi oppure i neri a seconda dei casi hanno passato la misura e bisogna fermarli, come dire, tutti lo sanno e io ribadisco una cosa ovvia (state zitti o zitti) si rivolge ad un uditorio invece lì no è come se dicessi ciascuno di voi taccia ha un'altra funzione cioè come diceva giustamente non ricordo più non è che sottintenda il verbo è proprio una costruzione differente (uno non si espone) nella retorica del discorso di ciascuno può intervenire o possono intervenire questi aspetti, ciascuno può rilevarli rispetto al proprio discorso in modo particolare laddove si incontri una questione che per un qualunque motivo si preferisce aggirare ecco che allora ci si ripara o meglio ci si nasconde quasi dietro un motto, dietro una frase nominale che sembra senza tempo e quindi sempre vera, perché uno può pensare senza tempo può essere falsa e invece è sempre vera, perché esiste (come il proverbio) sì il proverbio ha una struttura molto prossima anche se non tutti hanno una frase nominale propriamente detta poi è chiaro che in effetti possiamo anche allargare un po’ sulla scia di Benveniste, allargare la definizione di frase nominale a proposizione più complessa come per esempio "il bere fa male” questa secondo la grammatica più rigorosa non sarebbe propriamente una frase nominale in quanto ha un verbo però, però in questo caso è il bere che funziona come nome e quindi può ascriversi a una frase nominale perché no? E Benveniste in definitiva si avvicina molto a questo aspetto nel suo saggio sulla frase nominale, che vi suggerisco di andare a rileggere, e in questo caso porre il bere come fosse un nome dà a questa frase “il bere ” propriamente grammaticalmente sarebbe un sintagma composto da un articolo e da un verbo, un sintagma nominale in questo caso, ponendolo come nome da a questo sintagma una dignità che altrimenti non avrebbe e il nome in tutte le grammatiche e in tutte le strutture del discorso non soltanto in quella occidentale ha una priorità rispetto a qualunque altra elemento linguistico perché è ciò che nomina, ciò che dà esistenza alle cose ciò che le fa esistere, uno vede un aggeggio che non sa cosa sia “che cos’è?” e quindi chiede il nome “è Pinco Pallo” a ecco! Poi comincia a chiedere come funziona ecc…intanto vuole sapere come si chiama e questo non è marginale come dire che il nome è la cosa principale quella dal quale poi si può predicare una qualunque cosa. Ponendo dunque, ho fatto un esempio banalissimo “il bere fa male” cosa discutibilissima ma se pongo il bere come nome darò a questo bere una valenza talmente universale, talmente generale che induce o può indurre la più parte degli uditori all’assenso, non soltanto perché è un luogo comune ma perché posto il discorso sotto questa forma, cioè indicando ciò che si vuole far accogliere mettendolo nella posizione di nome, è più facilmente accoglibile, se uno dice “bere grappa ….” Invece “il bere” più generale è come se questo “il bere” diventasse una sorta di luogo, luogo facilmente riconoscibile da chiunque oppure correre è pericoloso, non significa niente di per sé però in questo caso anche correre è posto come nome nelal struttura della frase, questo per indicarvi come nella frase nominale o meglio come la frase nominale abbia maggiore potenza persuasiva di moltissime altre e come pertanto all’interno di un discorso posso benissimo venire utilizzata una frase nominale per eliminare immediatamente una questione spinosa, e quindi problematica rispetto al proprio discorso, lo stesso come si diceva per gli avverbi, se io aggiungessi a quello che ho detto lo stesso per gli avverbi evidentemente questa aggiunta di per sé non aggiunge né toglie nulla teoricamente e invece no aggiunge questo evidentemente messo in chiusura chiude la frase in modo tale per cui ciò che detto viene come ricoperto di una sorta di evidenza generale pubblica ed è più difficile a questo punto all'interlocutore che posso essere io ovviamente, io stesso, rende più difficile l'eventuale messa in discussione, messa in gioco l’ulteriore interrogazione di questa affermazione. (…) sì sì è come dire bada che non lo puoi mettere in dubbio perché è fuori dubbio se lo fai vai contro il buon senso comune, indubbiamente che è la stessa cosa, evidentemente sono tutte varianti, utilizzate allo stesso scopo. Quindi questa piccola aggiunta “evidentemente” ha una funzione retorica di rendere più difficile l’interlocutore l’accesso a una eventuale obiezione. Come dicevo e torno a sottolineare anche quando sono io tanto l’interlocutore quanto il locutore, cosa che può essere di qualche interesse (…….) sì di una grande sicurezza di chi sta parlando, (…..) sì non solo ma si può anche aggiungere che questo evidentemente posto in chiusura può fare alludere, e questo è un altro uso retorico al fatto che il parlante abbia una certezza assoluta di ciò che sta dicendo e quindi sia in condizioni di sostenerlo per cui l’altro (….) o effettivamente, tutte queste forme …..sì magari la volta prossima potremmo leggere o aggiungere qualche brano da Benveniste perché mi sono accorto che si può riflettere ancora su questi aspetti anche per quanto riguarda gli avverbi, so che sta uscendo un libro che ha a che fare con questo l’uso dell’avverbio nella retorica certo! Quindi potremmo vedere se dice qualcosa di interessante oppure no (è difficile darsi delle convinzione dicendo per esempio basta con la criminalità….lo posso dire ad un uditorio….ma con me ) sì viene indotta per esempio dai media se attraverso una operazione ben congeniata, se si instilla nei cittadini, l’albanese basta che un albanese ruba una mela si fanno venti pagine sui quotidiani, contro la criminalità albanese che ormai dilaga e non si riesce più ad arginare ecc. poi vede che è stata uccisa una persona, subito è l’albanese e poi ….legge tutte queste cose ecco che messe in buon ordine…”basta con l’albanese” (…..) era un albanese però poteva esserlo, peccato! (….) talvolta accade di essere altrettanto sprovveduti rispetto al proprio discorso certo e quindi non accorgersi di elementi che intervengono con la stessa funzione, non ci si accorge perché queste frasi sono costruite apposta perché non ci si accorga cioè è questo il loro utilizzo impedire l’accesso, impedire l’accesso alla proposizione che quindi allude e invece è una frase, la frase non richiede nessuna interrogazione, dicevamo tempo fa l’esempio della frase musicale, che di per sé non è né vera e né falsa, sarà così o non sarà così….è una frase musicale, per definizione non è sottopobile a un criterio del genere, la proposizione sì e quindi se io riesco a volgere una proposizione che quindi chiede una verifica in una frase che invece per definizione la esclude allora ho aggirato la questione…(la persona che ha difficoltà con se stesso con la questione razzista e se dovesse sostenere con se stesso il discorso del razzismo “basta con la criminalità” esclude il confronto ….) (…..) vedete la frase nominale ha questa prerogativa che è fuori dal tempo, quindi enuncia proprio enuncia perché di fatto non afferma proprio niente, enuncia una qualche cosa che mostra uno stato di fatto che è sempre in qualunque tempo, se c’è la criminalità, se questa criminalità diventa una cosa del genere allora bisogna arginarla, ma detta così cioè basta la criminalità di per sé, siccome non significa nulla può significare qualunque cosa, può essere utilizzata in qualunque modo, ci si può nascondere dietro una cosa del genere e in effetti io enunciando questo non affermo assolutamente niente, dico una cosa così, (quindi il discorso prosegue senza interrogazione) il problema che c’è una sovrapposizione fra questa frase e il riconoscimento di uno stato di fatto delle cose, occorrerebbe dire basta con la criminalità, bene se c’è criminalità, se questa criminalità è fatta in un certo modo se….tutte cose da verificare certo ma così come dicevo non significa niente perché non afferma niente la frase nominale non afferma nulla enuncia una cosa, di per sé uno può accogliere o non accogliere ma non significando niente non si pone neanche il problema dell’accoglimento è data così…quindi è molto potente, ha questa virtù che sbarazza di ogni eventualità di discussione perché non si afferma niente, torno a ribadire questo è l’aspetto fondamentale, nella frase nominale non si afferma assolutamente nulla e quindi non si è soggetti a nessuna domanda a nessuna inquisizione, a nessuna obiezione, obiettargli che cosa se non ho affermato niente? (se scoppia un tafferuglio sotto la finestra e uno urla basta con la criminalità, il soggetto è lì) non è il soggetto è l’occasione, è lei stessa come soggetto non ha altri soggetti fuori di sé (…..) quella è l’occasione per affermare una cosa che non afferma niente “basta con la criminalità” e allora? Non vuol dire nulla ché non sta affermando niente (…….) sì può essere plausibile il riferire questo detto all’evento che sta accadendo, può essere plausibile ma non è riconducibile necessariamente, perché lui come dicevo prima e torno a sottolineare, lui non ha affermato niente, e quindi non è né riconducibile né opinabile niente è come se suonasse quattro note con il clarinetto, che però non sono esattamente come quattro note del clarinetto perché alludono ad uno stato di fatto che si pone così nel nulla, è fuori tempo, in qualunque momento uno potrebbe dire basta con la criminalità, da quando esistono gli umani non c’è problema, per cui è sempre possibile, sono frasi che sono sempre possibili, vanno bene sempre perché non hanno tempo, non hanno luogo e soprattutto non affermano niente. Ecco ma l’aspetto che a noi interessa di più è connesso con la retorica del proprio discorso, intendere eventualmente laddove o che cosa utilizza una costruzione del genere per aggirare come dicevo la questione, è un esempio, molte cose possono funzionare come una frase nominale anche senza esserlo letteralmente e grammaticalmente. (…….)sì è sempre molto rassicurante questa frase è molto rassicurante, dire che una certa cosa è sempre così in ogni tempo e in ogni luogo la frase “basta con la criminalità” sarà sempre utilizzabile, andrà sempre bene perché è una sorta di pass-partout (nel proprio discorso si accorge che c’è una frase che risolve i problemi, e allora a quella frase si aggrappa e non ci pensa neanche ) sì come anche quelle frasi dice tutte queste cose e….puntini di sospensione, anche in questo caso è una frase nominale e anche qui ci troviamo di fronte a una costruzione che allude a qualche cosa senza affermarla, la frase nominale allude ma non afferma, è come quella che lancia la pietra e poi nasconde la mano “tutte queste guerre cosa vuol dire?” che è contento che ci siano una quantità di guerre in giro per il mondo? No indica l’esistenza di queste cose e quindi allude al fatto che sia una cosa negativa ma non lo afferma, allude in questo è una costruzione molto prossima a molti proverbi, che alludono a una certa cosa ma non la affermano perché affermandola si esporrebbero immediatamente alla necessità di sottoporre questa affermazione a un criterio verofunzionale, se è così perché? (la frase relativa cioè quella per esempio Caio dice che) questa è un’altra figura retorica “auctoritas” cioè l’utilizzo di un autorità per affermare una certa cosa perché o non la si sa sostenere o la si vuole rafforzare, come dice Aristotele….uno può rafforzare il proprio discorso perché lo dico io ma lo dice anche Aristotele oppure sorvola sul discorso (….) sì questo è un utilizzo che viene fatto spesso specialmente in ambito “intellettuale” tra virgolette, vi faccio un esempio, muove spesso da una citazione anche se non letterale, questo non ha importanza Heidegger afferma che la verità è un disvelamento e quindi tutto ciò che viene inteso come vero necessariamente prima era velato, ora io ho utilizzato qualcosa che dice Heidegger in modo tale che venga dato per buono che sia vero ciò che Heidegger afferma, perché non utilizzerei per rafforzare il mio discorso un qualcuno che afferma un qualcosa di falso, ora a questo punto può in alcuni consessi risultare difficile ribattere “be questo lo dice Heidegger ma non significa niente” lo dice Heidegger e allora io dico un’altra cosa? Che è un altro utilizzo a fianco dell’auctoritas, lo dice H. e quindi, oppure ancora più subdola affermare come dice H. e quindi….CAMBIO CASSETTA la prima parte come dice H. lascia intendere che è possibile mettere in discussione ciò che H. afferma la seconda no, perché e quindi…cioè la protasi qui è al condizionale o meglio è condizionata mentre l’apodosi è assolutamente apodittica, per dirla in termini retorici, apodittico è l’enunciato che è necessariamente vero…(……) vedete! La funzione più propria del luogo comune in accezione retorica del termine e cioè di una proposizione che è data per acquisita perché è nell’uso comune dare per acquisita e che serve per costruire un discorso e nella retorica il luogo comune è questo il punto di partenza per costruire poi un discorso, punto di partenza che si suppone riconosciuto almeno dai più, e nel proprio discorso, certo, ciò che è riconosciuto perlopiù da me ciò in cui credo in effetti, che viene utilizzata da me per costruire il mio discorso, per cui reperire il luogo comune rispetto al mio discorso è intendere perché credo le cose che credo ( il luogo comune è l’autorità) può essere il luogo comune certamente, sì, che Aristotele sia un autorità è indubbio ma è diventato in molti casi un luogo comune, oppure più ancora di Aristotele perché Aristotele si legge meno ad esempio ciò che ha detto Freud, ma più ancora Gesù Cristo…..(……..) altro aspetto della retorica è quello che prepara l’uditorio o l’uditore ad accogliere ciò che si sta per dire, comunque non è una garanzia, infatti il buon oratore è colui che prima di iniziare a dire le cose che intende dire e delle quali vuole che altri siano persuasi dispone l’uditorio in un certo modo in modo tale che sia pronto ad accogliere le cose che sta per dire, si apre la strada per così dire…se riesca oppure questo è un altro discorso ma c’è una serie di tecniche preparate a questo scopo…(….) se no la pubblicità sarebbe sempre riuscita e invece non è così, si lancia un prodotto che vende moltissimo poi utilizza la stessa cosa per un altro e non funziona più niente…(lei in libreria parlava delle fantasie e dei luoghi comuni facendo una discriminazione le fantasie sono infinite e i luoghi comune si possono ridurre a una decina …..ho cercato di distinguere fra luogo comune che non può non essere una fantasia e la fantasia non può non essere un luogo comune) ha già qualche idea in proposito? Anzi usiamo una frase nominale “idee in proposito?” (….) la distinzione fra fantasia e luogo comune (……) retoricamente il luogo comune è il luogo in cui andare a pescare quegli elementi da cui incominciare a parlare, retoricamente è questa la funzione del luogo comune e attiene alla prima parte della retorica, l’inventio dei latini, dopo di che reperito questo elemento si comincia a costruire intorno le cose, per dico “basta con la criminalità” luogo comune a questo punto ci costruisco sopra tutta una montagna di cose…ora fantasia che non è altro che un discorso, ma potremmo dire intanto che il luogo comune è ciò che viene utilizzato per la costruzione di fantasie, mentre le fantasie non vengono utilizzate per la costruzione del luogo comune in quanto che il luogo comune è già dato, non è da costruire che se no perderebbe la sua connotazione di luogo comune sarebbe un luogo incomune, personale poi può farsi diventare luogo comune ma se è comune per definizione è già dato, è già dato da altri che è l’utilizzo, altri mi dicono questo io so che ci credono, poi ci costruisco sopra…ora di cosa è fatto il luogo comune certo è un discorso, una fantasia (io non posso far esistere la fantasia se non partendo da un luogo comune) qualcosa del genere comunque è da elaborare la questione ché è importante però in prima istanza potremmo dire che il luogo comune è quella fantasia che per definizione risulta già data, e dalla quale si muove per costruirne altre, (è come se la fantasia per essere fantasia abbisognasse delle stesse regole che rendono comune il luogo comune) alcune sì, sì certamente è chiaro, sì il luogo comune nell’accezione più volgare del termine impone una regola cioè quella che ciò che afferma non deve essere messo in discussione, anche in uso retorico però viene creduto…(è fantasia perché pensa di essere libera dal luogo comune) (…) non l’abbiamo mai definita la fantasia, dovremmo farlo un giorno o l’altro, possiamo riflettere se c’è qualche cosa di interessante intorno alla fantasia oppure no, (è interessante laddove si pone fantasia in contrapposizione al reale) sì oppure se il termine fantasia può essere in toto sostituito da discorso che è molto più appropriato e preciso, è da riflettere merita di essere riflettuta bene ci vediamo giovedì prossimo

 

 

3-2-2000

 

Riprendiamo la questione di giovedì scorso abbiamo detto come pensare, il pensiero non sia nient’altro che inesorabilmente una sequenza di proposizioni ricorrenti e connesse fra loro….denken, il pensiero, famoso il titolo Heidegger…pertanto abbiamo detto del pensiero che qualunque considerazione si faccia, qualunque conclusione si tragga o non si tragga, questo avviene inesorabilmente attraverso questa struttura inferenziale determinata dalla struttura del linguaggio, quindi parlare del pensiero è come parlare del linguaggio, il pensiero non c’è fuori dal linguaggio, che è fatto della stessa cosa. Ora, mi ripeto questa sera, non c’è pensiero fuori dal linguaggio e quindi necessariamente chiunque si trova necessariamente preso nel pensiero, qualunque cosa faccia pensa, inesorabilmente e questo pensiero, abbiamo detto, non è altro che lo svolgersi del linguaggio con tutte le sue procedure e regole ma questo pensiero che pensa qualcosa compreso, c’è l’eventualità che pensi se stesso, da che cosa muove, chi lo muove, perché, come? Dunque che cosa lo muove e da che cosa muove? Cominciamo da che cosa lo muove, qualunque cosa noi diciamo a questo riguardo, qualunque cosa sia alludiamo già alla risposta alla nostra domanda, a qualunque cosa alludiamo per rispondere alla nostra domanda comunque utilizziamo uno strumento, un elemento linguistico, chiamiamolo mezzo per il momento, e quindi abbiamo già risposto alla questione “cosa lo muove il linguaggio?” e il linguaggio chi lo muove? se stesso lo muove, il linguaggio lo avevamo accostato, quella volta famosa in cui Cesare era assente, al motore immoto di Aristotele, sì il linguaggio è il motore immoto, in quanto muove e non è mosso da niente, perché qualunque cosa che noi vogliamo dire che lo muova, comunque lo riutilizzeremo necessariamente, per questo è un motore in moto, volete chiamarlo dio? Chiamatelo dio, non ce ne importa assolutamente niente, si può chiamarlo anche peppino…..va bene peppino, dunque il pensiero è questa successione di inferenze, abbiamo visto da dove viene, viene da se stesso, da nient’altro che da se stesso, uno volta che il linguaggio è instaurato non può eliminarsi e procede all’infinito ma qualcuno potrebbe dire “la morte lo ferma” una palla colossale, la morte non ferma assolutamente niente, non ha questo potere, e perché non ce l’ha? perché per potere pensarsi la morte, comunque di nuovo devo usare il linguaggio, e non ne veniamo fuori in nessun modo, senza linguaggio non c’è morte, non solo non c’è ma non c’è mai stata e non ci sarà mai, come qualunque altra cosa…dunque abbiamo visto da dove viene e vediamo come prosegue per cui gli umani non possono non pensare, ciascuno non fa altro che pensare, il pensiero è l’unica cosa che funziona full time, non c’è un solo istante in cui non sia attivata, che non funzioni, e quindi ciascuno che lo voglia o no pensa continuamente, perché gli umani si piccano di sapere pensare? Se lei Cesare interpella chiunque le dirà che comunque sa pensare, cosa intende dire con questo? che sa, da premesse date giungere a conclusioni che siano coerenti e necessarie rispetto a quelle premesse, tuttavia non è esattamente così, dal momento che lei stesso o chiunque altro, molti comunque, potrebbero già dalle stesse premesse giungere a conclusioni diametralmente opposte, quindi gli umani non sanno generalmente pensare, non sono in condizioni di farlo perché non hanno gli strumenti per farlo, immaginano che la premessa sia necessaria e a partire da qui costruiscono conclusioni che ritengono pertanto necessarie, in che cosa noi possiamo intervenire rispetto a questa superstizione? Il fatto che una persona immagini che la conclusione sia corretta è una superstizione, al pari di qualunque altra di quella cioè che afferma che se il gatto nero attraversa la strada allora succederà un malanno, è esattamente la stessa struttura, ho tentato di dirlo moltissime volte, lo dirò ancora non importa, ché qualunque cosa gli umani pensino in linea di massima, dalla cosa più importante, alla cosa cui si attribuisce un valore immenso, come la vita, la morte, la religione …fino alla cosa più banale, più sciocca …ebbene tutte queste costruzioni, sono esattamente delle superstizioni, né più né meno, gli unici che sono riusciti ad affrancarsi da questa sorta di maledizione siamo noi, sì, ebbene sì…..allora possiamo affermare che qualunque pensiero che non muova da ciò che abbiamo reperito come necessario, ha inesorabilmente la struttura della superstizione, la quale struttura della superstizione è così fatta, prende una premessa assolutamente arbitraria e la pone come necessaria, e a questo punto conclude, come concluda non ha nessuna importanza, ma conclude questa conclusione è una superstizione, esattamente come quella del gatto nero che attraversa la strada, avevamo discusso di superstizione a proposito di un testo non mi ricordo più quale, non importa ..perché la superstizione? Perché la superstizione dicemmo allora ha la struttura dell’entimema e cioè cosa fa l’entimema? L’entimema è un sillogismo nel quale uno degli elementi è sottaciuto, (non sott’aceto è differente bisogna distinguere se non distinguiamo è un macello) uno dei tre elementi è sottaciuto, generalmente la premessa maggiore, nel caso della superstizione accade proprio così, la premessa maggiore è sottaciuta, cioè non compare, perché non compare? Perché non è provabile in nessun modo, ora prendete un discorso scientifico, quello che vi pare non ha importanza, e consideratelo con attenzione, vi ricorderete che la premessa maggiore su cui tutto è costruito, non è provabile, è un dato così dell’esperienza, la tradizione, l’ha suggerito il medico, l’ha detto la mamma, queste sono le prove, (perché è sottaciuto?) perché non può essere provata, ora se non fosse sottaciuto dovrebbe essere inserito, inserendolo chiederebbe di essere provato, e non lo può fare, sottacendolo si lascia la supposizione, si insinua che sia già stato provato e quindi non abbia bisogno di prove esattamente come la superstizione, il gatto nero che attraversa la strada, la premessa maggiore non viene mai detta, e cioè il fatto che sia necessaria questa connessione tra il gatto nero e l’incidente, e perché non viene detta? Perché non è sostenibile in nessun modo ma tacendo funziona retoricamente ( la stessa cosa che funziona nell’induzione) sì in parte, sì, sì ed è anche una funzione retorica (universalizzazione) come dicevano i retori, Bossuè è uno di questi, quando date un ordine o parlate in modo perentorio, deciso ecc... non dovete mai dare le motivazioni delle vostre decisioni o determinazioni, perché se non le date c’è la possibilità che vi credano, se le fornite andate a mettervi nei pasticci, perché poi non potete provarlo, esattamente, e quindi retoricamente è un’operazione che viene fatta sempre questa di non fornire mai motivazioni e la superstizione compie esattamente lo stessa operazione non fornisce motivazioni valide per la premessa maggiore la tace, tutti i discorsi sono costruiti esattamente così, tutti tranne il nostro, dunque questo unico (se sottacio la premessa so che questo implica una prova che non posso dare) può anche non saperlo, in genere funziona così non è saputo proprio, non è saputo perché non si pone la questione, il caso tipico è il discorso scientifico, infatti non si pone la questione, non possono neanche porsela gli scienziati, non arriva neanche e se arriva ne fuggono, perché comporterebbe che tutto ciò su cui appoggia tutta la fisica, per esempio, è il calcolo numerico e il calcolo numerico non è provabile come è noto, però, però funziona lo stesso, psichicamente, una cosa del genere, perché si immagina che comunque ciò che la scienza prova corrisponda a delle leggi che stanno da qualche parte fuori dal linguaggio (come la questione dell’induzione nella scienza parte proprio dall’avere soppresso l’assioma della regolarità dei fenomeni che è presa come assioma e quindi manca la premessa maggiore) sì in che cosa noi facciamo un passo immenso rispetto a quel testo? che anche questa proposizione che afferma che la “scienza muove dall’induzione e quindi non è provabile” appartiene ad un gioco linguistico, cioè questa stessa proposizione non è provabile, però chiaramente se noi prendiamo il gioco che fa la scienza e ci atteniamo alle sue regole lo sovvertiamo perché stando proprio alle sue regole, una delle quali, fondamentale, è che ogni affermazione deve essere provata, può torcersi proprio contro lo stesso discorso scientifico dicendo che l’assioma, la premessa maggiore da cui parte il tutto non può essere provata e quindi crolla ogni cosa così come nella superstizione, però la potenza del nostro discorso è che può contrariamente a tutti gli altri applicarsi anche a se stesso, infatti non stiamo affermando affatto delle verità, in quanto stiamo soltanto rilevando delle regole di un gioco in particolare quello del discorso scientifico nient’altro che questo al di fuori di queste regole ciò che stiamo affermando non significa assolutamente niente, nulla ma all’interno di queste regole rileviamo che il discorso scientifico data la sua struttura è una superstizione, né più né meno così come qualunque altro discorso tranne questo, perché questo no? (questa premessa maggiore viene inserita nella parola) esatto esiste la premessa maggiore ed è provata in modo tale da non poter essere negabile, qual è la prova che abbiamo fornito perché la premessa maggiore non sia in nessun modo negabile? (nulla è fuori dalla parola) questa è un’affermazione che segue….che tipo di prova abbiamo utilizzato? Allora che parliamo a fare? Come è possibile fornire una prova? Qualunque prova si fornisca ci sarà sempre una controprova che la nega, la prova che abbiamo utilizzato, se sempre si può parlare di prova , comunque utilizziamo questo termine, vediamo se ci piace oppure no, è differente, cioè non costruisce una serie di proposizioni che muovono da un assioma e giungono ad una conclusione, lui usa un altro sistema che è molto più potente e cioè afferma risolutamente che qualunque altra via in nessun modo è praticabile cioè dimostra una cosa negando la possibilità di qualunque altra via, nega la possibilità di qualunque altra via mostrandola, come dire che se non accolgo questo e cioè, ecco l’affermazione che nulla è fuori dalla parola, allora qualunque cosa io affermi non è affermabile, per tutta una serie di passaggi che abbiamo fatto ma non è che forniamo una prova propriamente affermiamo che neghiamo qualunque cosa si opponga a questa affermazione in quanto insostenibile e quindi propriamente sì non è propriamente una prova è una reductio ab absurdum, come volevano gli antichi cioè riduciamo all’assurdo qualunque tesi contraria, come dire che l’unica praticabile è questa, non ce ne sono altre non c’è niente da fare, questa è la prova che fornite (…..) e quindi incappa in tutte le aporie della scienza della filosofia della logica ecc…(è un comando) in questo caso sì, abbiamo fornito una reductio ab absurdum, definitiva cioè qualunque altra affermazione è assurda, assurda cioè non sostenibile, non sostenibile perché autocontraddittoria, essendo autocontraddittoria non è praticabile, si elimina da sé, do la risposta in modo tale che qualunque obiezione venga fatta questa obiezione si elimini da sé, e se si elimina da sé, si elimina…..esattamente, ora dunque dopo avere stabilito una cosa del genere allora pensare, pensare che questa serie, questa stringa di proposizioni, questa successione di proposizioni, coerenti fra loro a questo punto può muovere da qualche cosa che non sia necessariamente arbitrario e quindi non abbia la struttura della superstizione, ma sia necessaria, sia necessaria per la stessa necessità che abbiamo rilevata, allora in fondo dei conti la persona ha due modi di pensare l’uno che muove da premesse assolutamente arbitrarie e quindi non stanno in piedi da nessuna parte, cioè negabile assolutamente negabile, dall’altra un pensiero che muove da una premessa che in nessun modo posso negare, questa è la differenza fra il pensiero così come l’abbiamo strutturato e il pensiero così come avviene generalmente, abbiamo cercato di dire che il pensiero che viene pensato generalmente anche dalle menti più attente ha esattamente al struttura della superstizione e questo possiamo insistere, ma lo possiamo provare e come tale non significa niente perché è comunque autocontraddittorio, intendo dire questo, che qualunque pensiero si faccia che non muova dalla premessa che vi ho indicata prima, questo pensiero è autocontraddittorio, cioè si nega da sé. Potete provare a casa a fare esercizio in questo senso, costruite una proposizione e poi la negate, ne costruite un’altra che la nega, altri miliardi di volte abbiamo detto che nessuno penserebbe le cose che pensa se avesse la certezza che la cosa che sta pensando è autocontraddittoria, cioè si nega da sé, non la sosterrebbe più proprio per una struttura grammaticale che impedisce che possa essere creduto vero ciò che si sa essere falso, che è poi una figura retorica della procedura che afferma che A oppure non A, tertium non datur, se si desse, il discorso cioè il linguaggio precipiterebbe nel nulla, non potrebbe farsi, ora quindi parlando del pensiero e quindi anche di religione (non ci sarebbe linguaggio se ci fosse A e non A, cioè non ci sarebbe neanche questa affermazione la cosa non ci sarebbe, o meglio noi non possiamo pensare come potrebbe essere se non funzionasse questa procedura del tertium non datur) proprio così, cosa stavo dicendo, il pensiero religioso certo, certo, sì quindi a questo punto possiamo rispondere alla domanda a cui abbiamo già risposto, cosa muove ciascuno a parlare, cosa muove a fare, ciò che muove ciascuno sono le conclusioni del suo discorso, quando una persona conclude una certa cosa, quando per questa persona le conclusioni che ha raggiunto è vera allora lui si muoverà in quella direzione, sempre per via di una questione grammaticale, che ignora, ma il linguaggio funziona così e non c’è niente da fare che se è vera quella allora tutte le altre sono false e quindi è in quella direzione che deve andare, perché nessuno va nella direzione falsa? perché se è falsa è anche autocontraddittoria, si nega da sé, potremmo indicare il falso qui come ciò che è autocontraddittorio in modo molto kantiano, non abbiamo nulla contro Kant, cos’è vero? diceva Kant “ciò che non è autocontraddittorio e in effetti il linguaggio funziona così, ciò che non si autocontraddice risulta vero, cioè praticabile, dunque dicevo ciò che muove gli umani sono le loro conclusioni ma se questa conclusione è falsa chiaramente una persona si muoverà in una direzione che non ha nessun interesse, solo che non se ne accorge ovviamente ma se se ne accorgesse non lo farebbe, tutta la difficoltà che abbiamo incontrato e che incontriamo rispetto al nostro discorso è fare in modo che qualcuno se ne accorga non ce ne sono altre di difficoltà, se una persona se ne accorge poi non può non praticare questa via perché le altre, non sono barrate, ma assumono immediatamente un altro rilievo, noi possiamo anche leggere la bibbia come un racconto che può essere divertente ma non come il testo, come il libro dei libri, come il testo dove viene raccontata la verità assoluta, questo non lo possiamo più fare, almeno io non lo posso fare neanche se lo volessi proprio non mi viene, ma dicevo tutta la difficoltà e ciò su cui stiamo lavorando è questo fare in modo che sia accessibile una cosa del genere, pare piuttosto difficile, però la religione come si situa in tutto ciò? (rendere automatica la proposizione nulla è fuori dalla parola è come dire integrarla nella parola, nelle sue procedure, un po’ come il tertium non datur, anche retoricamente può dirsi ma funziona logicamente e grammaticalmente, se è una procedura, diventa non usufruibile come proposizione, ma una funzione cioè funziona) questa proposizione che nulla è fuori dalla parola non è fuori dalla parola a sua volta quindi non è fondabile ( rendere automatica) sì è questa la questione come instaurare l’automatismo ? (perché fintanto che questa proposizione rimane una regola e basta produce come dei campi semantici per cui può spostare la questione….al momento che diventa automatica si elabora e basta) e allora ? ecco ve ne pongo un’altra, un po’ di esercizio logico, un’altra questione, la proposizione che afferma che nulla è fuori dalla parola è necessariamente nella parola, e quindi non è fondabile e pertanto non può dirsi né vera né falsa e quindi non è praticabile e quindi perché la pratichiamo? (è una regola) il nostro gioco afferma che soltanto affermazioni necessarie possono essere accolte (non può essere negata) CAMBIO CASSETTA tenendo conto di ciò che abbiamo detto intorno alla religione non ci resta che affermare che o c’è il discorso che stiamo facendo oppure c’è religione non ci sono vie di mezzo pertanto qualunque discorso, dal discorso scientifico, al discorso quotidiano se è posto nei termini che indicavo prima e cioè la superstizione quindi strutturato come un entimema che non può mostrare l’assioma fondamentale e soprattutto non lo può provare l’assioma da cui muove, questa è superstizione e quindi non c’è pensiero, quindi faccio un equivalente fra superstizione e religione tranquillamente, senza nessun problema, è questo il messaggio che occorre che noi facciamo passare, nelle conferenze negli interventi, in varie circostanze….o si pensa in questo modo o si è presi nel discorso religioso cioè un discorso in cui qualunque cosa si affermi è assolutamente risibile qualunque….visto che ormai gli strumenti che abbiamo sono talmente potenti da consentirci di affrontare qualunque contraddittorio senza nessun problema almeno così dovrebbe essere…..dicevo questo per un rilancio del nostro discorso nelle conferenze soprattutto o pensate sia il caso che io prenda dei testi e li distrugga……di Heidegger o di Vattimo ? (rendere risibili le verità) il credente si trova a dire “a me non interessa che sia vero o sia falso io credo e basta” ma non potrebbe credere se sapesse falso, per cui lui crede che sia vero (…….) sì e quindi che cosa proponiamo in definitiva? un modo di pensare che non sia necessariamente cretino per esempio ( sarebbe un titolo?) no è ciò che proponiamo (………) qual è il titolo Sandro “dio non…(non è morto)” va bene ci vediamo martedì

 

 

11-3-1999 corso s.s.

 

La costruzione di un’argomentazione. La fede vs ragione

Boezio: la disputa contro gli Universali

 

Severino Boezio: disputa contra Universales, dei primi del 12000. Severino Boezio era un filosofo medioevale, il quale sconfisse in una disputa tal Guglielmo di Champeaux, filosofo anche lui, il quale aveva una cattedra di teologia, allora la cultura passava attraverso la chiesa…Guglielmo di Champeaux sosteneva il cosiddetto realismo e cioè il fatto che le cose esistono in quanto tali ed esistono in quanto tali perché esistono nella mente di dio, nella mente di dio ci sono le cose che voi potete riconoscere, utilizzare ecc. ora Boezio ha avuto una disputa contro di lui sostenendo contro il realismo di Champeaux che allora andava per la maggiore…e demolì in una famosa controversia la tesi di Guglielmo di Champeaux, che era la tesi della Scolastica di allora, ora una parte del testo (ché una parte è andata perduta) lo trovate recentemente su Internet…non esiste al traduzione italiana né inglese per cui esiste solo in latino, è un testo molto breve come avete visto, in cui dimostra l’impossibilità dell’esistenza della realtà degli Universali cioè gli Universali non esistono in realtà ma esistono soltanto come idea ed è stata la prima formulazione di quello che poi è stato noto come nominalismo e cioè che le cose non esistono in quanto reali in quanto materiali, ma esistono in quanto concetti. Alcuni sostengono che è stato il primo passo poi per lo sviluppo della Linguistica o comunque della Filosofia del Linguaggio, cioè le cose sono verba (parole) e non sostanza, lui qui prova che non sono sostanza. Allora, dunque, riprendiamo la questione di venerdì scorso che stiamo conducendo da qualche tempo, discorso dal quale costruiremo poi le conferenze. Abbiamo visto giovedì scorso, vi ho fatto un esempio, ho costruito meglio lo scheletro di una argomentazione pro e contra la verità e lo scetticismo cioè come si costruisce un’argomentazione…ora oggi ci dedicheremo proprio a quest’aspetto, invece giovedì prossimo vi ho dato questo testo appositamente….ciascuno di voi lo legga e argomenti pro e contro gli universali, come esercizio…ad esempio martedì 30.3. il temo è Fede o Ragione? Per prima cosa in una discussione retorica, la prima cosa da fare dunque è far passare nei confronti dell’uditorio una certa definizione, quella che a voi sembra più opportuna chiaramente. Supponiamo che io voglia costruire un’argomentazione a favore della Fede, ora la definizione che utilizzerò che poi dia o non dia questo lo decido rispetto all’argomentazione ma che io dia o non dia questa definizione comunque deve essere fatta in modo tale che il pubblico la accetti, il pubblico in toto se è possibile, e che serva per la mia argomentazione. Ora facciamo l’esempio della Fede, in che modo posso definire la fede, in modo tale che un medio, un qualunque uditorio accolga questa definizione? Occorre che la definizione sia la più ampia possibile più generica, più la definizione è generica e meno si presta ad attacchi ad obiezioni, più è vasta…dunque che cosa potrò dire della fede? Ovviamente una definizione che sarà a vantaggio della mia argomentazione pro-fede. Intanto dirò che al fede per esempio è ciò che consente, ha consentito agli umani di vivere in modo più leggero, e cioè di sollevarsi di tutto ciò che costituisce un peso, un peso insopportabile, intanto non potere rispondere a molte domande e sono domande fondamentali che né la scienza né altre discipline hanno saputo risolvere: chi sono gli umani? Da dove vengono? Perché? È un po’ la domanda fondamentale della filosofia che poneva Heidegger “perché esiste qualcosa anziché nulla?” cosa fa la fede in tutto ciò? La fede in tutto ciò fornisce una soluzione che potrà non essere, logicamente o scientificamente sostenibile ma fornisce una risposta utile, una risposta che come dicevo prima solleva dal peso di domande che non hanno né possono avere risposta, consentendo agli umani anziché disperarsi, di proseguire a vivere. In questo modo io ho inserito una definizione ovviamente positiva di fede e cioè come un credere qualche cosa che non essendo provabile tuttavia è utile al vivere comune. È ovvio che questa mia definizione è opinabile però deve essere formulata in modo tale che presti il fianco in modo minore possibile a obiezioni. L’argomentazione che vi ho portato è molto debole e quindi deve essere rafforzata (è quasi un luogo comune) è un luogo comune! Se una argomentazione deve essere accolta da un maggior numero di persone occorre che sia un luogo comune, già Aristotele 2500 anni fa, aveva suggerito, se il luogo non è comune, sarà un problema persuadere i più, dunque dicevo essendo un’argomentazione molto debole deve essere rafforzata, come? Come si rafforza una argomentazione che si sa essere debole? Possiamo utilizzare intanto un’argomentazione al contrario e cioè mostrando come in alcuni casi laddove la fede manca i popoli si dissolvono, si disgregano e come invece la compattezza di una nazione è tanto più forte quanto più forte è la fede. Ora la compattezza di una nazione che cosa produce? Produce civiltà produce in buona parte e in molti casi benessere e ricchezza, più invece la nazione scompattata e disgregata, più cioè le persone credono le cose più disparate e più la nazione si disgrega e si impoverisce. Qui potete utilizzare degli esempi, uno è la figura nota come “auctoritas” per esempio Weber, citare Weber filosofo del 1800, il quale ha scritto un testo che si chiama “l’etica protestante e lo spirito del capitalismo” il quale mostra con ottime argomentazioni, come l’etica protestante sia stata e sia a tutt’oggi il fondamento dello sviluppo economico della potenza economica dell’Occidente, poi potete rifarvi anche a Hegel e come la sua “dottrina del diritto” abbia costituito le fondamenta per la costruzione dell’impero della Germania e cioè che cosa? La sua “dottrina del diritto” non è altro che un sistema di credenze che non possono essere provate in nessun modo, dunque la fede in qualche cosa è ciò che consente alle nazioni, ai popoli e quindi a ciascuno di costruire insieme qualche cosa in modo tale che questo qualcosa costituisca poi il benessere di tutti e cioè costituisca la ricchezza. Quali sono i popoli più ricchi? Più potenti? Gli Stati Uniti. Cosa hanno scritto sulla loro banconota? “…….” (crediamo in dio) non è casuale. Ecco dunque la fede e poi potete usare altre figure retoriche

 

-         Intervento: grazie al Cristianesimo i testi si sono salvati…

 

Volevo arrivare anche a questo…adesso ci arriviamo, ma dicevo…pensate all’altro blocco che è sempre stato contrapposto che è crollato, che è l’Unione Sovietica, si può dire che aveva fede nell’ideologia ma possiamo verificare se fosse vera fede, dal momento che la fede per essere tale deve richiedere la credenza in qualche cosa di supremo, di superiore, di trascendente, ora il comunismo era soltanto una ideologia politica, e non una fede, la fede è per definizione religiosa in quanto attribuisce il proprio assenso incondizionato a qualcosa di trascendente, il comunismo non è trascendente e dunque non è forse anche per l’assenza di fede che è crollato? Quando è crollato l’impero Romano? Quando si è disgregato! E perché si è disgregato? Come tutti, adesso, citate più o meno a buon diritto da fonti storiche, quando la religiosità dei Romani è crollata, crollando la religiosità dei Romani, è crollata, se ne è disgregata la compattezza e l’Impero Romano si è dissolto. Che la fede costituisca l’elemento aggregante questo è noto, tutte le persone si riconoscono in una fede quindi fanno fronte comune a un pericolo, a una minaccia, a una difficoltà, e questa fede di cui vi dicevo è quella stessa fede che ha consentito, come diceva prima Luigi, la trasmissione del sapere. Tutto il sapere occidentale si fonda su testi che sono stati tramandati da persone che avevano una grande fede, una grande fede nella religione e quindi in tutto ciò che poteva sostenerla e quindi anche i discorsi e quindi anche le opere ecc….ora è chiaro che cercate a questo punto di prevenire, di prevenire le obiezioni e cioè quali sono le obiezioni? (che già dovete avere in mente ovviamente) Tutti i disastri che ha creato la fede. È vero che la religione ci ha tramandata buona parte di quello che è rimasto del pensiero ma ha anche distrutto, ha anche massacrato ecc. le più parti delle guerre sono state ad opera delle religioni…(…….) quindi dovete essere pronti a parare obiezioni di questo tipo, cioè il fatto che la fede abbia operato disastri. È vero, voi accogliete pure questa obiezione e rilanciatela sul vostro interlocutore, sì la fede ha prodotto anche questo, questo “anche” questa congiunzione sottolinea che tutto quello che avete detto rimane fermo, ha prodotto dunque anche questo, ma quale civiltà fra tutte quelle che ci sono, che ci sono state, non ha prodotto gli stessi scempi, gli stessi massacri, ce ne fosse una che non l’ha fatto. Ora al pari di altre ha commesso degli errori, la fede, la fede può commettere degli errori certo! Come qualunque altra posizione però, però mentre le altre posizioni stentano a potere verificare qualche cosa di positivo che sia durato nel tempo, la fede invece no, non stenta affatto, è duemila anni che esiste il Cristianesimo, è duemila anni di più, che esiste l’Ebraismo, da milleduecento, mille trecento…che esiste l’Islamismo….quale altra forma di aggregazione sociale è durata tanto? Nessuna. Questo miracolo di aggregazione, di unità dei popoli e di intenti l’ha operato la fede e nient’altro che la fede. Ecco. Poi a questo punto voi avete a questo modo eliminato due obiezioni fondamentali, che vengono opposte alla fede, la prima l’abbiamo eliminata subito, già ammettendo che la fede non è sostenibile, né logicamente, né scientificamente, è soltanto un elemento che è utile alla sopravvivenza della specie (potete anche calcare la mano) questo è dimostrato che da duemila anni o più alcuni popoli si riconoscono in un’unica fede e rimangono aggregati, e poi avete eliminato l’altra obiezione fondamentale che si fa alla fede e che abbia prodotto disastri, accogliendola in parte, come errore possibile ma comunque in ogni caso comune a qualunque altro tipo di formazioni, per cui l’altro non potrà dire: ecco voi avete fatto questo e invece noi no, perché anche loro hanno fatto disastri….è essenziale quando si costruisce un’argomentazione a favore di qualcosa, avere ben presenti tutte le più forti e possibili obiezioni che vi possono essere rivolte in modo da essere pronti già prima e non quando ve le fanno in modo da non essere spiazzati, e anzi il modo più sottile e più efficace è quello di già inserirle nella vostra argomentazione, in modo che l’altro eventuale obiettore o interlocutore non abbia più queste armi che contava di utilizzare contro di voi, perché per esempio Beatrice che armi utilizzerebbe contro un’argomentazione a favore della fede? Cosa direbbe contro la fede per dimostrarne le nefandezze, la inutilità e la follia?

 

intervento: l’ignoranza che ha creato la religione

 

abbiamo appena detto che grazie…. (ci sono delle opere che ci sono state tramandate però la necessità di incanalare solo in una direzione indica la preclusione di altre possibilità di pensiero) certo. Allora inseriamo anche questo elemento all’interno dell’argomentazione e cioè che la fede ha escluso necessariamente altre direzioni con la forza in alcuni casi certo. Come possiamo parare il colpo a questa obiezione? Quando l’argomentazione è debole conviene sempre accogliere l’obiezione e poi cercare di volgerla contro l’interlocutore, perché se è debole questo già per definizione, significa che è difficile da sostenere, un’argomentazione debolissima quella a favore della fede e quindi è preferibile non sostenere che non è vero che è così ma accogliere questo e giustificarlo e dopo averlo giustificato dire che anche in qualunque altra posizione se si va bene a vedere si fa esattamente la stessa cosa. Dunque io inserirei questo elemento lì dove si è inserito quello intorno alla cultura (quello che diceva della conservazione della cultura) argomentando in questo modo; dicendo come si diceva prima che la fede ha consentito l’esistenza di tutti quei testi che oggi vengono letti che hanno costituito e costituiscono ancora oggi il fondamento del sapere del discorso occidentale, pensate al testo di Aristotele, Platone ma non soltanto, tutti i Presocratici, tutto questo è stato conservato dalla chiesa e quindi ha mostrato amore per la cultura, ha mostrato amore per la cultura anche laddove questa andava contro di loro, pensate che tutto ciò che sappiamo di alcune correnti considerate eretiche nell’Alto Medioevo a cavallo il primo e il secondo secolo, ci sono note oggi soltanto per le argomentazioni di alcuni contro di loro. Per esempio Agostino, per esempio Giustino, e altri …loro hanno studiato con estrema attenzione tutte le tesi avversarie e se oggi sappiamo qualcosa di Eustorgio, di Eustachio di Nicomaco ecc. lo sappiamo grazie a loro se no non sapremo più nulla, tutto sarebbe perso nel nulla. In questo ovviamente nel sostenere una fede si combatte chiaramente una fede avversaria esattamente così come avviene in un agone dialettico, si combatte la tesi contraria, non è forse così che avviene anche nel discorso scientifico, quando si sostiene una certa verità rispetto ad un’altra? la chiesa si dice ha avuto il monopolio, può darsi, ma mai accogliere del tutto, sempre forse, può darsi, sempre lasciare aperta una porta…(ma uno potrebbe dire che quando uno vince rade al suolo …e invece meglio questo che il nulla….) ma adesso veniamo al monopolio intellettuale, culturale della fede, cioè questa obiezione che potrebbe essere forte in quanto ha incanalato tutti gli umani in una direzione, ma supponiamo che sia così, come detto anche in dispute scientifiche avviene una certa cosa, se un consesso di scienziati avvalora una certa tesi allora questa sarà la verità scientifica a svantaggio di tutte le altre e poi pensate ai monopoli…da sempre sono esistiti i monopoli non è certo un appannaggio della fede, costruire monopoli ovunque gli umani hanno sempre cercato di monopolizzare gli altri, ma vediamo se piuttosto la fede invece lascia una maggiore libertà. In che modo lascia la libertà la fede? In questo modo soprattutto che avendo fede in un dio, perché qui parliamo di fede, qualcosa di trascendente, questo dio, supponiamo che io sostenga la fede cristiana, questo dio professa che cosa? La pace, la fratellanza, l’amore e anche quindi la tolleranza anche se ci sono stati momenti di intolleranza, possiamo anche giustificarli utilizzando un argomentazione dei gesuiti, è vero la chiesa si è opposta con la forza, ma doveva sopravvivere se non avesse fatto così non sarebbe sopravvissuta, l’impero occidentale, tutto ciò che l’occidente ha ed è oggi non sarebbe mai esistito. Tutta la potenza economica e il benessere di cui oggi usufruite non sarebbe mai esistito, perché senza la fede non ci sarebbe stato protestantesimo e come sostiene giustamente Weber, senza il protestantesimo non ci sarebbe stato il capitalismo, senza il capitalismo non ci sarebbe stata la ricchezza (andreste tutti a piedi per esempio, la buttate così che va sempre bene). Dovete sempre tenere conto che rimangono argomentazioni deboli e quindi tutto ciò che potete utilizzare a favore anche se vi appare altrettanto debole, utilizzatelo, tante cose deboli insieme magari fanno qualcosa di più robusto no? (debole mica tanto perché poi sono fatti reali perché non si può non riconoscere che …) ecco sì, sì in effetti qui l’utilizzo dei luoghi comuni è fondamentale, tanto più l’argomentazione è debole, tanto più devono essere utilizzati luoghi comuni, a questo punto risulta che la fede, quanto meno ha dei vantaggi, no? E già avete posto delle basi, poi potete rafforzare l’argomento al contrario e cioè togliete la fede potete fare un esempio per assurdo, togliete la fede, toglietela di colpo, quanti sono i fedeli al giorno d’oggi? Sul pianeta ci sono sei miliardi di persone, persona più persona meno, le persone che hanno fede sono all’incirca intorno ai quattro miliardi, considerate un miliardo e mezzo fra cristiani e mussulmani, poi ci sono gli ebrei, gli indù, i buddisti ce n’è un’ira di dio, fra sette e settine. Chi tiene tutte queste persone? Voi sapete che esiste un disagio, da sempre gli umani lo avvertono e ogni tanto sfocia in guerra ma che cosa può tenere a freno cinque miliardi di persone, sono tanti, provate a togliere la fede che cosa credono? Con che cosa le terrete a bada? Con che cosa impedirete che vi taglino la gola alla prima occasione? Se cessassero di credere alla prima occasione tutte le leggi verrebbero meno, il diritto uno dei principi fondamentali su cui si regge qualunque civiltà, il diritto potrebbe crollare…vi rendete conto che l’esistenza della fede, come si diceva all’inizio non soltanto è utile alle persone ma c’è l’eventualità che si volga in necessario, potete anche tirare in ballo la nobile menzogna e potete piegarla dicendo che sì che è una menzogna ma che è a buon fine, posso anche mentire a una persona se mentendo gli salvo la vita (bella figura retorica, paradossale, ma è una bella figura retorica, d’effetto) in questo modo io faccio entrare la possibilità della menzogna fornendole una dignità: è vero che ti ho mentito, ma ti ho salvato la vita e quindi dando una utilità alla menzogna utilizzando questa stupidissima figura retorica io in questo modo do una qualche dignità anche alla nobile menzogna di Platone, fornendo questa dignità posso utilizzarla a questo punto, come dire ha fatto bene o non ha fatto del tutto male, perché questa nobile menzogna è servita a che cosa? Al progredire della civiltà (è un luogo comune che si sente spessissimo….) a posta l’ho utilizzato e quindi è necessario per che cosa? Perché la civiltà possa progredire, perché sia quello che è oggi, certo ha dei difetti ed è sempre perfettibile, sempre migliorabile, però, però ….se non ci fosse la vita sarebbe molto più dura, se ogni volta che vi alzate la mattina dovreste pensare a cosa uccidere per mangiare anche perché quello che voi uccidete cercherà di uccidere voi, per esempio…può diventare pesante alla fine, alla fine della giornata è peggio che stare otto ore in ufficio, vedete dunque la fede (……) vedete dunque come i luoghi comuni possono essere piegati e utilizzati per costruire un’argomentazione per quanto debolissima assolutamente insostenibile, mettendo insieme tante piccole cose alla fine diventa credibile che è esattamente quello che voi volevate ottenere, che sia credibile e cioè che le persone che ascoltano dicano bene però la fede non è poi così negativa se non ci fosse             CAMBIO CASSETTA allora visto che Cesare è così contento di darmi questa incombenza chiederò a lui da dove cominciare per sostenere invece l’assoluta necessità della ragione contro la fede, quindi mostrare che la fede è assolutamente inutile oltreché dannosa e sostenere invece la necessità assoluta della ragione e quindi la priorità totale della ragione sulla fede…

 

Intervento: comincerei dall’oscurantismo della cultura operato dalla religione

 

Cesare attento, tenga sempre conto di ciò che ha detto l’interlocutore il quale ha già fatto un lungo discorso riguardo alla cultura del mantenimento della cultura e al fatto che se oggi esiste una cultura è perché c’è stata la fede, se no oggi saremmo ancora a pascolare le capre…(quale cultura?) quella attuale, quella che ha costruito tutto ciò che ha costruito, quella che ha prodotto la filosofia che ha prodotto. I migliori pensatori, la linguistica, la logica, la tecnica, la fisica, l’astrofisica, l’ingegneria genetica….dunque diceva? ( il libero arbitrio…il suo pensiero logico, non per un atto di fede ma per un sistema) per argomentare in questa direzione occorre avere le spalle solide, ecco in argomentazioni tipo queste sempre o comunque è preferibile evitare di andare a utilizzare argomentazioni logiche a meno che non siano assolutamente indispensabili, per due motivi il primo è che risulta….in genere l’uditorio medio ha poca dimestichezza con la logica e secondo che è pericoloso, le sue argomentazioni possono essere facilmente rintuzzate da qualcuno che le chiede: ma davvero lei ritiene che Tommaso non sia stato un logico formidabile? Ha letto il “de Ente et essentia”? una delle migliori cose che siano mai state scritte intorno alla logica, andarci cauti con queste affermazioni! (analogia fra fede e mito e come il logos produzione tiene conto del mito/la fede richiama a un ordine che però è instabile (esistono tante fedi) la ragione potrebbe essere quella cosa che potrebbe compiere in modo totale quello che è sempre stato il proposito della fede quello di unire, compattare mantenere unito il genere umano) rischiano di essere un po’ deboli anche soltanto un buon teologo avrebbe già delle obiezioni al fatto che la ragione non è ciò che segue la fede ma ciò che la produce (….) la ragione non è ciò che segue la fede ma ciò che la produce, ciò che produce la fede, gli umani sono giunti alla fede, alla teologia, a dio proprio attraverso al ragione, basta pensare a tutti i Tomisti, San Tommaso in testa (la fede (Vico) è l’aspetto poetico….) no però è una questione questa i Padri della chiesa si sono posta ( i Padri della chiesa si sono posti la questione di razionalizzare…..) con Tommaso no lui invece riprendendo Aristotele, perché prima fino ad Agostino il testo fondamentale era Platone poi invece con la traduzione in latino dei testi arabi di Aristotele si giunge a conoscenza dei testi logici di Aristotele, sono letti ecco che a questo punto Tommaso in testa ha fatto il procedimento contrario cioè la fede è un prodotto della ragione, la ragione interrogando se stessa e la propria origine giunge a riconoscere l’esistenza del trascendente e quindi dio è un prodotto della ragione cioè gli uomini arrivano attraverso al ragione che è stata fornita da dio ovviamente (tutto questo procedimento è messo in atto dalla fede cioè è un circolo) sì certo Tommaso è partito dalla fede però si è interrogato da dove venisse la fede mentre per Agostino c’era la fede e poi eventualmente si giustificava la fede con la ragione invece Tommaso vuole qualcosa di più robusto, vuole che sia la ragione a essere il fondamento come dire la fede non giustifica la ragione ma è la ragione che costruisce la fede cioè noi crediamo in dio non perché abbiamo una fede così ingenua ma perché logicamente, logicamente non c’è altra soluzione e quindi è la ragione che costruisce la fede, le famose cinque vie di Tommaso…

 

Intervento: mi è difficile costruire un discorso che prescinda dalla fede parlando di ragione

 

Perché non si può fare? (donna di poca fede) (solo in contrapposizione a una fede può giustificare la ragione) dovete utilizzare i luoghi comuni, in una discussione retorica dovete utilizzare i luoghi comuni, dovete persuadere e cioè costruire un discorso, per esempio quello a vantaggio della ragione che dimostri l’assoluta necessità ( per combattere la fede però) sì, in questo caso sì certo, ma non necessariamente come si diceva dipende da ciò che si desidera fare o distruggere l'argomentazione a favore della fede oppure costruire un argomento che stia a fianco altrettanto vero e altrettanto credibile, altrettanto plausibile, e sostenibile certo se si vuole demolire la fede si può fare (…..) (….) certo la fede connessa al terrore questo è fuor di dubbio però non ha mai osteggiato la conoscenza anzi come abbiamo detto e ciò che l’ha consentita, chiaro che sostenere la necessità assoluta della fede è una palla colossale però come ho fatto un esempio (…..) è così che deve essere fatta un’argomentazione intorno a un argomento debolissimo è chiaro che deve inglobare tutte le obiezioni (…..) a posta si fa così, che sia difficile da demolire (…..) io ho chiesto un soccorso a lei ma…(la fede è necessaria per levarsi un peso, ma questo peso è esattamente ciò che necessita per mantenere la fede) certo questo è un aspetto ma in fondo è un po’ la questione (occorre che ci sia la paura per avere fede quindi occorre mantenere la paura perché ci sia fede) anche questo si può combattere è un po’ la questione che pone qui alla fine Boezio e cioè mostrando la non sussistenza della sostanza in quanto tale rispetto al genere e alla specie mostra in definitiva che la ratio ha la superiorità nei confronti della fede, della fede cieca sostenuta da Guglielmo di Champeaux, che diceva che le cose sussistono perché dio lo vuole e lui ha dimostrato invece che non è possibile la sussistenza in questo caso del genere e della specie ma allo stesso modo si può ragionare intorno alle altre cose, allo stesso modo può dirsene di qualunque altra cosa mostrando la non sussistenza….giovedì vedremo se di dire intorno agli universali e poi riprenderemo e valuteremo una questione che è tutt’altro che marginale, può assumere anzi può essere un cavallo di battaglia formidabile il fatto che il discorso che andiamo facendo renda inutili se non almeno obsolete tutte le cose che sono state dette in precedenza, come dire rende vano tutto ciò che è stato detto nei precedenti tremila anni e quindi non è più necessario leggere tutto ciò che è stato letto prima. (una cosetta da nulla) c’è questa eventualità si tratterrà di discuterne e ne discuteremo in termini molto precisi e considerando di volta in volta in termini teorici molto rigorosi le cose che andiamo dicendo, perché un’affermazione come quella che abbiamo fatta Cesare e io non è indifferente, significa dare un colpo di spugna agli ultimi tremila anni e ricominciare da capo….se è preso un bell’impegno….

 

 

 

18-3-1999

 

La ragione

Dunque giovedì scorso abbiamo detto della fede, qual è era l’argomentazione Cesare?

 

Intervento: la fede è necessaria perché non ci sarebbe comunità ma caos… la fede come utile non come dogma

 

E invece adesso dobbiamo sostenere la ragione, sostenere la ragione della ragione, una figura retorica nota come polittoto…come definirebbe Cesare la ragione? (……..) è una facoltà di definire rapporti logici, questa è la definizione più banale quella del dizionario “la facoltà di definire rapporti logici” noi ci atteniamo alla definizione del dizionario quella più corrente, quella più comune…ma se della fede abbiamo detto, sostenuto che riguarda l’utile, cioè è necessaria la fede per un’utilità sociale, il fatto di giungere a questa conclusione cioè che è un utile della società, comporta che cosa? Una serie di considerazioni, e quindi una serie di passaggi in cui definisco i rapporti logici, quindi io giungo a stabilire che la fede è necessaria attraverso la ragione. E quindi per potere stabilire una cosa del genere è necessario che io possegga la ragione. Ma non soltanto, adesso dobbiamo fare l’elogio alla ragione, perché in effetti la fede, consideriamo le due posizioni fondamentali, quella di Agostino e quella di Tommaso, Agostino neoplatonico ritiene che la ragione segua alla fede, prima c’è una fede viene data da dio e poi l’uomo attraverso la ragione la giustifica; invece Tommaso qualche secolo dopo, che riprende Aristotele anziché Platone, riprendendo Aristotele punta ad una logica, e quindi afferma che “no, non c’è prima la fede e poi la ratio, prima la ragione attraverso la ragione arriviamo alla fede, però entrambe le posizioni anche quella di Agostino, il quale afferma che prima c’è la fede o stabiliamo che la fede è emanata da dio e quindi giungiamo a quella nozione di fede assolutamente dogmatica, come diceva Cesare facilmente attaccabile poi…oppure la fede di dio la accolgo, accolgo la fede e se la accolgo di nuovo questo accoglimento avviene attraverso una serie di considerazioni e quindi della ragione, dunque intanto abbiamo visto che la ragione appare necessaria per poter accogliere la fede e quindi la precede, che è già un buon punto di partenza ma vediamo quali altre virtù possiede la ragione, sopra la fede. La fede intesa anche, utilizziamo anche questo aspetto, quello che abbiamo sottolineato giovedì scorso cioè l’utilità, la fede afferma che è importante, è utile che le persone credano qualcosa per tenerle insieme, già! Ma stanno insieme per via della fede o per via della ragione? Intendo dire questo, supponiamo che abbiano pure una fede ma questa fede che le tiene unite deve essere mantenuta, deve essere creduta anche se con un uso e che cosa consente un’operazione del genere? Cioè intendo dire questo, gli umani stanno insieme perché attraverso il ragionamento giungono a concludere che occorre questo aggeggio chiamato fede per stare insieme ma è ragione che li fa concludere in questo modo non la fede, è la razio, la loro capacità, si diceva prima, di stabilire connessioni, rapporti logici, fra le cose per cui se gli umani senza fede si disgregano allora con la fede stanno insieme, e allora in questo caso la fede non è altro che una sorta di artificio della ragione, artificio che la ragione usa, una specie di nobile menzogna al pari di quella di Platone. Ma non è soltanto questo che cosa distingue gli uomini dagli animali? Proprio questa capacità di stabilire, ritenere, considerare, giudicare, rapporti logici, cosa consente agli umani di progredire il loro pensiero e quindi la tecnica e infinite altre cose, se non la ragione. La ragione è la stessa cosa che consente agli umani di potersi definire tali, di potere anche definirsi credenti, credere senza la ragione, non potrebbero definirsi né fedeli, né credenti, né nessun altra cosa, tutto ciò che gli umani hanno costruito sia la tecnica come il pensiero non è altro che il frutto di considerazioni, quindi di connessioni logiche, “se questo allora quest’altro, ma quest’altro, dunque quest’altro ancora” un funzionamento semplice ma necessario, perché gli umani possano pensare qualunque cosa, possano per esempio decidere se credere una cosa oppure no, solo la ragione glielo consente, ma veniamo più nello specifico, all’utile, vediamo se è proprio così utile, come decido che qualcosa è utile o più utile di qualcosa? In base a quale criterio? In base a quale criterio stabilisco che gli umani sono più facilmente governabili o più facilmente restano uniti se c’è un motivo, come lo so? Chi me l’ha detto, se lo so, lo so attraverso il ragionamento, come so che questo ragionamento è corretto? E non sgangherato? Come può accadere, uno giunge a una conclusione assolutamente.. e se ci riflette un pochino si accorge che fa acqua da tutte le parti, ma allora questa affermazione che gli umani se hanno fede stanno insieme meglio o più uniti, è una affermazione che procede effettivamente da un ragionamento, e quindi è la conclusione di un ragionamento corretto o è una superstizione? Come so, torno ancora sulla questione che una cosa è utile o è più utile di un’altra per saperlo occorre che sappia condurre un ragionamento molto bene in modo che la mia conclusione risulti corretta e non squinternata, per cui se affermo che la fede è utile devo sapere intanto che cosa è l’utile oppure no? Occorre che lo sappia, come lo so? E come so che ciò che penso che sia utile, la cosa migliore più efficace, più precisa, più coerente, come lo so? Anziché come dicevo prima una superstizione qualunque? Come dire che “gli umani se hanno fede vanno insieme meglio e più uniti” vale come “se attraversa un gatto nero allora porta sfortuna” come lo so? Soltanto attraverso la razio cioè il ragionamento giungo a concludere che una certa cosa è utile, anche questa per esempio, ma se il ragionamento non è corretto questa conclusione risulterà sgangherata, insostenibile, possiamo nella migliore delle ipotesi rovesciare la questione sempre attenendoci all’utilità che non è affatto utile può esserlo a qualcuno, può essere molto utile, utile per esempio a chi ha in animo di governare e allora in assoluta malafede, in accezione peggiore del termine, impone un’argomentazione del genere “che la fede è necessaria per tenerci uniti contro il nemico” ma lui come lo ha saputo, come può sostenere una cosa del genere? Logicamente? lo fa per un tornaconto “perché se tutti stanno buoni, nessuno alza la testa, lui rimane seduto sul suo trono” e di lì non si muove…e allora la ragione cosa fa? La ragione è quella che consente di accorgersi di alcune cose come questa che riguarda la fede, non ha nessuna utilità sociale ma rappresenta l’utile per qualcuno il quale ha tutto l’interesse a fare in modo che invece che i più credano che sia una utilità sociale, quindi la ragione consente di non credere una “palla” di simili proporzioni, ma di cominciare a porsi delle questioni, cioè cominciare per esempio a domandarsi ma è proprio così? E se sì perché? (Ad esempio) la ragione può fare infinite cose oltre a questa, che già non è poco, per esempio, porsi in modo meno ingenuo di fronte a una infinità di affermazioni, può insegnare a metterle alla prova e cioè interrogarle queste affermazioni, anziché bersele….ecco muovendo in questo modo consente ad una persona, non avendo la necessità di credere qualunque cosa, di essere più libero, di poter giocare con le cose senza crederci. Si può dire a vantaggio della ragione molte altre cose, si può rendere il discorso retoricamente anche più pomposo, però l’essenziale questo esercizio che stiamo facendo cioè costruire delle argomentazioni che appaiono solide, che non lo sono affatto, l’abilità sta in questo costruire argomentazioni che appaiono solide e invece sono costruite su niente….Cesare deve costruire un’argomentazione a vantaggio della ragione, appunto dovete contraddire tutto quello che ho detto (a vantaggio della fede allora?) lasciamo stare queste questioni perché sosteneva Cesare che è più facile confutare una posizione dogmatica? ( sì perché dogmatica perché viene posto un elemento fuori dal linguaggio il che è difficile dimostralo) ma una posizione dogmatica è quella che dice che non interessa se ciò che io credo è provabile oppure no, io ci credo (ovviamente è arbitraria) ma non è mia intenzione farlo (non è logico non ha una logica che lo sostiene) no, ma ci credo lo stesso, (ciascuna cosa la costruiamo tramite il linguaggio) chi ci ha dato il linguaggio se non dio? (…..) o viene dal nulla il linguaggio, può qualcosa venire dal nulla? (…….) è la stessa che abbiamo posta prima rispetto a dio, quindi crederebbe nel linguaggio, come credere in dio, che differenza fa? (io credo in ciò che sto dicendo non importa chi mi abbia dato il linguaggio…) credo in dio non importa se non lo posso provare (sì però è arbitrario al massimo) anche ciò che sostiene lei, lei può stabilire da dove viene il linguaggio? No. (no, però ciò che fa il linguaggio sì) io posso dire ciò che fa dio ma non posso dire da dove viene, non posso provarlo, lei ha appena detto che non può provare che il linguaggio venga da qualche parte, quindi viene dal nulla esattamente come io non posso provare da dove viene dio, siamo pari perché la sua argomentazione è migliore della mia? (l’ingiustizia di dio che fa morire un bambino innocente, non si può usare contro la fede?) la questione è antica la questione del male, dio può volere il male? Nel medioevo si sono dati un gran da fare intorno a queste cose, perché dovevano rafforzare un fondamento logico del cristianesimo, quindi la questione è questa perché esiste il male? E quindi dio lo vuole o dio non ha creato il male e quindi non ha creato tutto oppure ha creato anche il male, ma può creare il male lui che è il sommo bene? (….) la questione non era semplice i migliori pensatori, tra cui Agostino, si sono dedicati a risolvere questi quesiti, perché dovevano rispondere a queste persone che chiedevano “ma dio se è sommo bene come può volere il male?” se non lo vuole c’è qualcosa che gli sfugge e quindi non è perfetto, delle due l’una, è un po’ la questione che ha trovato Godell nei suoi studi rispetto alla matematica, o è completa e allora è contraddittoria oppure non è contraddittoria e allora è incompleta, il teorema di Gödel….(io non voglio fondare nulla mi attengo solo agli strumenti che mi dà la ragione, che mi dà il linguaggio e mi attengo a ciò che io sto dicendo, senza pormi il problema …..però sono io che pongo la domanda da dove viene il linguaggio perché il linguaggio non risponde sicuramente) perché non risponde il linguaggio a questa domanda? (perché non risponde il linguaggio?) fa tutto e questo no? (…..) perché si perde in un bicchiere d’acqua? Quando si trova in condizioni del genere e cioè non riesce a cavarsi da un dilemma allora lei sposti la questione ponendosi questa domanda “che cos’è una domanda?” “Che cos’è una risposta?” Io dicevo prima, facendo le parti di un fondamentalista “neppure il linguaggio sa rispondere a questa domanda da dove viene, cos’è una domanda” “la domanda è una proposizione che attende un’altra proposizione” cioè dicendo questo dico (la domanda è una proposizione che attende un’altra proposizione) già sempre proposizioni sono e quindi la domanda non può che trovare un’altra proposizione, il linguaggio non può rinviare che altro linguaggio, cioè a se stesso, e dunque porsi la domanda “da dove viene il linguaggio” non può uscire dal linguaggio per via del fatto che la risposta sarà una proposizione e quindi un atto linguistico, per questo possiamo anche considerare che questa domanda è un non senso, come se chiedesse al linguaggio di rispondere in un modo che non è linguaggio, che non può fare, non può uscire da se stesso, né gli umani possono uscire dal linguaggio e quindi chiedere al linguaggio di rispondere non è insensato, lui lo fa ma con un’altra proposizione, invece il fervente cattolico, (io in quella istanza particolarissima, ché non sono un fervente cattolico) questo non lo può fare cioè lui chiede al linguaggio di rispondere, (dio) e immagina che questa risposta sì, chiaramente, se è una risposta è una proposizione ma venga da qualche cosa che non è linguaggio e allora a questo punto sì, può porre la questione di un elemento fuori dal linguaggio come sa che è sempre un elemento fuori dal linguaggio? può concludere soltanto o decidere e bell’é fatto….tenere conto tenere d’occhio la questione, soprattutto in un agone dialettico ad esempio il caso limite dove c’è la necessità di questa abilità, tenere d’occhio tutti gli elementi per poter trarre da qualunque elemento il massimo vantaggio possibile…le cose che vi dicevo cioè che la mia fede è pari alla sua non è esattamente così dal momento che lei si attiene soltanto a ciò che si dice e a ciò che non può non dirsi, mentre io sostenendo la fede in dio mi attengo a ciò che dico e a ciò che può non dirsi benissimo (…..) ma lei rilanci la questione quando è possibile sempre rilanciare sull’interlocutore la stessa questione, quando dice da dove viene questo o che cos’è questo? Che cosa vuol dire questo? Da dove viene il “da dove viene” se non dal linguaggio? E ha risolto buona parte del problema, come dire ha portato la cosa verso livelli di buon gioco a proseguirla in modo più semplice, più efficace. (….) se si sta considerando se si sta facendo discussioni che facciamo qui spesso teoretica allora non ha interesse fare una cosa del genere, c’è interesse invece a riflettere su una questione, nei suoi aspetti indagarla e poi esaminarla ma retoricamente invece è la cosa migliore… a questo punto è l’altro che dovrà cavarsi d’impaccio o comunque impegnarsi a trovare qualcosa. Così vede che ci sono buoni motivi per sostenere la ragione. La questione dell’utile poi quale sono le sue prerogative in base a quale criterio quello che stabilisco io oppure lo traggo da che cosa? (lo traggo dal luogo comune…..) sì per qualunque argomentazione venga addotta a vantaggio di questo è confutabile, è utile “la storia insegna…” la storia insegna a massacrarci da sempre, questo mi autorizza ad estrarre la rivoltella e a spararti in bocca, in nome della storia? No. Allora questa mettiamola da parte e uno alla volta gli togli tutti gli argomenti (a essere solidali…..) dunque la solidarietà (serve a fare fronte comune….) come potremmo definire la solidarietà di primo acchito? CAMBIO CASSETTA (……) possiamo dire che è una volontà, intanto, (…..) perché se non lo vuole (…..) la volontà di condividere qualche cosa, che cosa esattamente? (il destino avverso se no perché dovrei essere solidale, si può essere solidale anche in un piacere?) no la solidarietà ha quasi sempre a che fare con la difficoltà, condividere la difficoltà altrui cercando insieme con l’altro di risolvere il problema, solidarietà in accezione più comune (solido) quindi diventare solidale, come la parola dice, far fronte comune di fronte alla difficoltà, qui c’è la difficoltà. io sono con te e l’affrontiamo insieme (……) chi saprebbe costruire un discorso contro la solidarietà, declamandone la nefandezza, l’inutilità e la follia (……..) abbiamo indicato la solidarietà in termini più generali, sono solidale solo con quelli che la pensano come me, per esempio, la solidarietà è uno dei luoghi comuni più…..(…………..) ma prendiamo questa nozione che diceva prima Elisabetta, del cattolico fervente cattolico, la solidarietà è ciò a cui occorre tendere perché non è altro che tendere una mano a colui che è in difficoltà, aiutarlo trarsi d’impaccio, dobbiamo costruire un discorso che invece sostiene esattamente il contrario, la solidarietà non è affatto questo e se anche fosse questo sarebbe comunque una maledizione (……) non tanto condividere la sofferenza quanto aiutare l’altro a superare…per esempio una vecchiettina che deve attraversare la strada, un corso dove le macchine sfrecciano…è incerta non vede……è lì arriva Cesare e vede...ora il gesto di solidarietà nei confronti della vecchiettina cosa fa? prende la vecchiettina e la fa attraversare (…..) barzelletta dei boy scout….come costruire un’argomentazione che giunge ad affermare che la solidarietà è un malanno sociale? Si può fare intanto? È un luogo comune e come tale deve essere confutato…intanto teniamo conto di una sorta di definizione cioè condividere la difficoltà altrui nel senso di aiutarlo a risolvere un problema, come potremmo cominciare (…….) dipende da che definizione facciamo passare di solidarietà, è indispensabile quando si vuole provare una certa cosa inserire una definizione di questa cosa che è utile a far la prova che vogliamo svolgere e non solo deve essere utile ma deve essere accolta cioè fare in modo che l’altro l’accolga, una volta che l’ha accolta poi andiamo avanti ma occorre fargli accogliere qualche cosa che a noi serve per raggiungere una conclusione che deve raggiungere quindi far rientrare nella definizione di solidarietà anche questo aspetto perché no? Occorre che ci sia sempre una definizione più generica possibile tanto che l’interlocutore non abbia nulla da eccepire, però ci deve essere (……) condividere la difficoltà dell’altro, una bella argomentazione su come sia dannosa la solidarietà…..interventi vari --- finita!

 

 

1-4-1999

IL RICONOSCIMENTO

 

Si discute sul sottotitolo per la conferenza del 13.4.1999 che sarà Amore e Guerra. Si stava dicendo ultimamente di come si costruisce un discorso in ambito retorico però c’è l’eventualità che intendendo come si costruisce retoricamente un discorso ci fa intendere come si costruisce un qualunque discorso, cioè come viene costruito da chiunque un suo discorso. Ricordate che la retorica, la prima parte di questa divisione in cinque parti, la prima parte riguarda l’inventio cioè trovare cose da dire. Ora in un discorso qualunque, generalmente non si pone la questione della ricerca di qualche cosa da dire ma è già dato il qualche cosa da dire, ha già una sua cosa nella quale crede, che però non è una cosa qualunque viene tratta, esattamente così come suggerisce Aristotele dal luogo comune o dal più accreditato. Nel discorso di ciascuno qual è più accreditato? Quello che ritiene lui vero, ritiene necessario, necessario al punto che non potrebbe essere altrimenti che così, dunque il discorso viene costruito a partire da ciò che la persona crede vera, dal suo luogo comune, che può anche essere diffuso però è ciò che funziona per lui, senza che lui lo sappia, come il luogo comune cioè ciò che è inevitabile che sia, su questo viene costruito il discorso. Ora c’è un’intenzione in un discorso generalmente, nel discorso retorico l’intenzione è quella di persuadere. Nel discorso corrente qual è l’intenzione? C’è l’eventualità che sia sempre la stessa, cioè persuadere, però qui può intervenire un altro elemento che è quello del persuadere se stesso, come dire rafforzare una credenza, una superstizione, tutto ciò che si crede vero, perché paradossalmente, paradossalmente fino ad un certo punto, ciò che la persona crede non è così saldo è come se avesse sempre bisogno di essere confermato, corroborato, rinforzato, condiviso, partecipato…..paradossalmente dicevo, perché la persona crede le cose in cui crede, però ha sempre questa esigenza di trovare qualche cosa che lo confermi quindi parrebbe fatto di pensare che la sua sicurezza non è poi così salda, se ha bisogno continuamente di qualcosa o di qualcuno che lo sostenga. Perché non è così salda? Perché questo luogo comune che utilizza per avviare il discorso non è così forte? Che cosa alimenta l’insicurezza di una persona? (perché poi si tratta di questo) in genere è l’idea che ci sia l’eventualità che altri non condividano ciò che io sto dicendo, e quindi di trovarmi fuori da un certo gruppo, si diceva dell’importanza straordinaria che ha per molte persone immaginarsi all’interno di un gruppo, fare parte del gruppo, di essere quindi schierati da una parte o dall’altra. Ora dicevo il luogo comune è ciò da cui prende avvio il discorso, il luogo comune della persona, quindi al momento stesso in cui la persona ha avviato il suo discorso, voi avrete già con buona certezza una misura di ciò in cui crede, certamente come il retore che reperisce quegli elementi che gli servono per persuadere, la persona costruisce il discorso a partire da qualche cosa che a lei pare vera, verosimile, credibile, una cosa quale immagina segua l’assenso dell’interlocutore o se non c’è l’assenso comunque c’è un piano comune di discussione, per esempio, un esempio banalissimo rispetto alla guerra attuale, uno si aspetta che l’altro possa essere d’accordo oppure no, rispetto all’intervento ma in ogni caso muove dall’idea che comunque l’altro propenderà per l’una cosa o per l’altra, non per nessuna delle due, per esempio. Il luogo comune ha questa funzione reperire l’assenso, costruire il discorso in modo tale che l’assenso sia inevitabile, ci sia cioè un terreno comune, una credenza comune, poi si potrà discutere sui dettagli, però il fondamento deve essere comune, quindi quando ascoltate un discorso, qualunque esso sia, la partenza di questo discorso, l’esordio come direbbero i retori vi dice immediatamente qual è il luogo comune e qual è la cosa cui la persona che sta parlando crede. Perché questo ha qualche importanza? In una analisi per esempio può essere determinante sapere che cosa crede la persona e lo è dal momento che tutto ciò che segue, segue a qualcosa in cui crede e quindi porterà con sé questa sorta di impronta, tutte le sue conclusioni, tutte le cose cui giunge e qui anche eventuali disagi, disturbi, fastidi, qualunque cosa sia…terrà conto della premessa, il luogo comune da cui muove il suo discorso. Dicevamo tempo fa che lungo l’analisi questo luogo comune viene messo in gioco, perché finché non è messo in gioco questo luogo comune, il discorso non subirà nessuna variante, perché data questa premessa seguono queste conclusioni. Ciò cui una persona maggiormente tiene è che gli sia accreditato questo luogo comune, e cioè il fatto di poter riconoscere nell’altro questo luogo comune che è assolutamente fondamentale e potremmo dire così ciò attraverso cui gli umani si riconoscono, si riconoscono facenti parte di un gruppo, di una specie ( anche se non sono d’accordo, importante che io creda una cosa e l’altro un’altra cosa) esattamente, cioè è importante avere un elemento in comune, cioè uno può essere del Milan e l’altro della Juventus (però sempre calcio è) esatto. Ora questa questione del riconoscimento appare essere fondamentale al punto che i retori, per ottenere maggiore effetto dal loro discorso fanno in modo di essere riconosciuti dall’uditorio, riconosciuti in quanto espongono gli stessi luoghi comuni e l’uditore dice che anche lui è dei nostri (diciamo in modo un po’ semplice) e quindi sarà più facile credere tutto ciò che dirà. Uno dei motivi per cui il discorso che stiamo facendo incontra una difficoltà immensa a diffondersi è in parte che le persone non si riconoscono, è il fatto che le persone non si riconoscono in nessun modo, non c’è nessuna possibilità di riconoscimento. Quando una persona si rivolge a voi per esempio per una analisi, chiede questo riconoscimento, però in un’analisi il discorso è leggermente differente da un evento pubblico come una conferenza, in quanto in un’analisi anche se non c’è propriamente questo riconoscimento, però c’è l’occasione, i mezzi per potere costruire qualche cosa che consenta alla persona di proseguire senza questo riconoscimento, in una conferenza cioè in un evento pubblico questo è molto più difficile, in effetti si tratterebbe e qui si può inserire un elemento che può tornarci utile in pratica, se potessimo reperire degli elementi che possano dare adito, quanto meno all’idea di una sorta di riconoscimento, probabilmente ci sarebbe maggior seguito, forse non è così sicuro. È un po’ come quando le persone, alcuni enunciati “non riesco a riconoscermi in ciò che si dice” ma anche questo riconoscimento come se l’oratore non consentisse nulla al luogo comune da qui la persona che ascolta è come se si sentisse non situata da nessuna parte e non sentendosi situata da nessuna parte, la sensazione che può accadere che provi è di assoluta solitudine e cioè manca il gruppo a cui far riferimento e pertanto avverte una sensazione di disagio, di fastidio che in molti casi può decidere l’allontanamento, per esempio, certo retoricamente occorre fare esattamente così, porre le condizioni che ci sia questo riconoscimento, la difficoltà in questo caso è produrre un riconoscimento nei confronti di qualcosa che è esattamente il contrario. Che cosa offre il gruppo? Che cosa offre il riconoscimento? Offre quella sicurezza, nell’assioma nel luogo comune che altrimenti vacilla, dicevo prima che la persona pur muovendo da un luogo comune, che crede, ciò nonostante cerca continuamente un appoggio, cerca continuamente un sostegno, un avvallo, da parte di altri, ecco il riconoscimento fornisce esattamente questo, avalla il luogo comune, a questo punto la certezza della persona è solida, non ha più bisogno di rinforzarla, di corroborarla e quindi è sicura, per cui ha fiducia. La sicurezza in ciò che si pensa possedere la verità produce quello stesso effetto che produce la religione, cioè il possesso di verità e cioè il sapere come stanno le cose, la conseguenza immediata è una sorta di elezione, anche di superiorità se non addirittura di arroganza, non teorica in questo caso, ma pratica, mi è capitato di ascoltare una persona che crede fermamente in qualche dio, immagina che questo qui ci sia, la quale diceva di sentirsi la persona eletta e privilegiata perché ….esattamente come accade per gli ebrei che da sempre si considerano il popolo eletto scelto da dio e quindi la persona che ha la fede, è la persona che dio ha scelto. Questo comporta dicevo prima l’idea molto forte di possedere la verità e quindi di essere immuni dall’errore, immuni dal dubbio, immuni dall’eventualità di dovere pensare…(…) sì e ciascun discorso l’esordio cerca esattamente questo, come dicevo cerca il consenso, cerca quindi la condizione tale per cui non debba essere messo in gioco quello che pensa, a questo serve il luogo comune, la religione in definitiva, un luogo comune generalizzato, a sentirsi sicuri forti eletti da dio, che poi eletti dalla società, perché? Perché io penso come la società vuole che si pensi o il gruppo, poi può essere una mini società, può essere un gruppetto di persone, non ha nessuna importanza però il funzionamento è lo stesso, sentirsi comunque l’eletto, la questione ebraica sembra sempre attuale. Come dire “io sono nel giusto e quelli che pensano come me sono nel giusto, ma io sono nel giusto perché quelli pensano come me..” è tutto ….perché è così importante sentirsi eletti? Se prendiamo il popolo ebraico che crede essere stato eletto da dio, comporta il fatto di essere amato, se io eleggo una persona amo quella persona, nella vulgata. L’essere amati dall’altro ha un effetto potremo dire terapeutico, in molti casi comporta una sorta di certificazione di esistenza, se l’altro mi ama allora io esisto, questo avviene anche in molti casi, nelle tradizioni del discorso occidentale, cioè io esisto nella misura in cui l’altro mi ama, se cessasse di amarmi è una catastrofe. Dunque la ricerca è di qualcuno che certifichi la mia esistenza, come certifica la mia esistenza? La certifica certificando le cose in cui credo, le quali vengono certificate, se per esempio, io esisto soltanto se una persona mi ama, il fatto che mi ami che cosa vuol dire? Vuol dire che apprezza quello che faccio e quindi mi stima, che accoglie quello che penso, se dico solo cretinate non mi stimerebbe (quindi sono nel giusto) sì sono nel giusto, cosa comporta una cosa del genere? Pensate a tutta la ricerca degli umani da tremila anni a questa parte intorno alla verità, non è altro che questo, la ricerca di qualche cosa che consenta alla fine di poter affermare “sono nel giusto” vi rendete conto che non è una cosetta da poco. (oppure io servo a qualcosa) sì queste sono varianti, certo. Ma questa ricerca di essere nel giusto, di essere approvati, perché? Che funzione ha? Perché è così importante non essere soli a pensare una certa cosa? (può comportare l’abbandono, l’insicurezza, tutte queste patologie…questa nullità è proprio il senso della vita) (di avere questa responsabilità di vivere) ecco forse è possibile portare le cose ancora oltre e cioè portarle là da dove vengono e quindi alla struttura del linguaggio. Dicevamo martedì della difficoltà di fronte alla contraddizione, al paradosso, dell’impossibilità di proseguire se una cosa è simultaneamente vera e falsa. La ricerca della verità non è altro che l’esigenza di potere eliminare uno dei due corni del dilemma, soltanto a questa condizione è possibile proseguire il discorso occidentale, devo sapere se ciò che faccio è bene o meglio devo sapere se ciò che penso è giusto o sbagliato perché se non lo so c’è l’eventualità che mi paralizzi, la questione portata poi….(è come se io scomparissi) “devo sapere” dove sta l’errore perché dei due corni, uno dei due è necessariamente falso, di questo c’è la necessità, di essere confermati nel mio credo. Perché in caso contrario c’è la paralisi, c’è l’arresto e quindi il malessere, il disagio in tutte le sue infinite forme, dicevo tempo fa ognuno di voi sa bene l’effetto terapeutico di ogni religione che risolve la contraddizione, eliminando uno dei due corni del dilemma, come il male….è uscita adesso una edizione nuova di Tommaso sul male, non l’ho ancora letto, ma vi suggerisco di leggere…(della Rusconi) ecco potremmo dire che il male è un’invenzione necessaria per dissolvere il paradosso. Non è casuale che fino ad oggi le lingue anglosassoni, quelli che là oltre il mare chiacchierano questo idioma, chiamino ancora il paradosso il “monster” e l’eliminazione del paradosso “monster……..” la cancellazione, l’eliminazione, lo sbarramento, barratura, quindi il male il male è questo, è il corno del dilemma che deve essere eliminato, quindi non c’è più dilemma, questo è il bene, questa è la via, la via è la verità…..questo che vi sto dicendo in termini provvisori ma man mano preciseremo, non è marginale…abbiamo in questo modo ricondotto a una struttura linguistica l’etica, che non è poco…ma c’è l’eventualità che tutto ciò che è stato detto intorno all’etica da Aristotele a…. non sia altro che il tentativo di soluzione a un problema linguistico che tuttavia non ha soluzione e infatti ancora oggi si ama scannarsi l’un l’altro in nome della verità, rispondere a qualcuno che chiede da che parte si schiera se contro gli americani o……(se da nessuna parte rimangono così) come fare riaffiorare il mostro, cioè il paradosso, la contraddittorietà ( si vuole anche mantenere questo mostro) questo è un altro discorso….dunque l’eliminazione del dilemma attraverso l’identificazione del male, nessuno ha mai portato nei termini linguistici la questione antica in effetti il paradosso non è altro che l’impossibilità di proseguire, che poi con gli strumenti che possediamo possiamo facilmente e rapidamente verificare, che se c’è un paradosso fra i più comuni questo è per via di un assioma da cui si muove, se io muovo da un assioma che afferma che una cosa è fuori dal linguaggio allora inesorabilmente io mi troverò in un’infinità di paradossi, tutti i paradossi dell’autoreferenzialità ovviamente però….il paradosso dell’autoreferenzialità è quel paradosso che è formato in questo modo, e cioè dichiara, cerca questa impossibilità, dopo di che, attribuisce a se stesso questa impossibilità, quindi si blocca si paralizza, “vietato, vietare” il paradosso dell’autoreferenzialità , cioè attribuisce a se stesso ciò stesso che vieta…è interessante questa questione del terrore, potremmo quasi chiamarlo, del paradosso cioè dell'impossibilità a proseguire…non è escluso che le religioni siano state inventate per questo, occorrerà rifletterci, però perché no? Per eliminare questo terrore del paradosso, del riscontro del paradosso e quindi dell’arresto….il così detto nevrotico, psicotico fa un po’ il verso di una cosa del genere, catatonico, resta lì, nell’impossibilità di muoversi c’è l’arresto e cioè l’impossibilità a proseguire il discorso, questo è lo sbarramento, l’impossibilità di proseguire a parlare…questo ci chiarisce molti elementi come si diceva prima a proseguire questa elaborazione, adesso abbiamo appena accennato, perciò ci chiarisce molte cose in quanto ci rende conto di che cosa in effetti gli umani temono, è l’unica cosa che temono tutto il resto no, temono il paradosso fino alla morte, di cui non sanno assolutamente nulla, però pensate anche alla morte, così come avviene spesso nel discorso occidentale, ma non solo in qualsiasi discorso, come l’altro corno della vita “morte/vita” già! Che cosa paralizza il fatto che esistano entrambe, perché “io sono vivo ma c’è anche la morte” se ci fosse solo la morte non ci sarebbe nessun problema, se non ci fosse cioè se non fosse pensabile (allora la religione …) per risolvere…se allora….nella religione, almeno la nostra, come è risolta? La morte è il male tant’è che per la religione cristiana, cattolica, la morte è la morte dell’anima, cioè il male, la vita è il bene ecc…cioè ha risolto l’antinomia….            CAMBIO CASSETTA

Vero o falso, ecco, zero o uno, e d’altra parte non è casuale perché il linguaggio è costruito per questo, per questo ce lo portiamo appresso, è costruito su questo e senza questo…come dire e questo è l’elemento che lo fa funzionare, senza questo non funziona, è il “suo limite” fra virgolette e il suo motore, (uno deve sempre scegliere) il computer funziona esattamente come lei lo ha descritto….(a immagine e somiglianza) così come dio ha fatto l’uomo (…..) anche se l’aspetto non è che lo preoccupi….(forse andiamo a vedere il problema che blocca) ho fatto questo breve accenno all’etica ma tutto ciò che è stato costruito intorno all’etica cioè il discorso stabilisce ciò che è bene e ciò che è male….e non ha tutti i torti il discorso comune in effetti di fronte al paradosso si arresta, ciò che ci ha condotti, l’elaborazione a considerare che l’unico arresto possibile può accadere è quello di negare l’esistenza del linguaggio, che è ciò stesso che ci consente di fare qualunque cosa, a questo punto effettivamente c’è l’arresto, per cui non parlo più e devo anche cessare di pensare, in toto, pensare non lo posso fare, qualunque altra cosa sì è totalmente indifferente, in effetti ciò che andavo illustrando in questi due ultimi incontri in libreria, il compito dell’analista, quello di mostrare che il paradosso in cui si trova non paralizza affatto, è un paradosso che è stato costruito a partire da assiomi, da luoghi comuni, assolutamente gratuiti, ma che se vengono accolti come necessari conducono a paradossi, conducono all’arresto, al blocco totale (……) qui si tratta di un’altra questione che si tratta di svolgere perché ciò che avviene in un analisi questo contraccolpo non è così lontano da quello che accade a molte persone che ascoltano una conferenza, la struttura non è dissimile, certo in analisi magari possono esserci strumenti migliori per poterli affrontare, uno che viene lì per la prima volta non ha nessuno strumento, è assolutamente sprovveduto di fronte a una cosa del genere, sprovvisto di ogni mezzo, però …questo come diceva giustamente Cesare, consente di andare ancora più nello specifico rispetto alla struttura del linguaggio, la questione del vero o falso, è sì qualche cosa che fa funzionare il discorso ma che se non si intende come funziona il linguaggio, lo blocca, lo blocca oppure costringe…la costrizione di cui si diceva tempo fa o di cui non ci si capacitava, perché, perché questa dichiarazione, questa professione di idiozia, tutto sommato non è necessaria, il discorso religioso non è altro che l’idiozia, cioè l’impossibilità o l’incapacità a pensare, questo, questo ci consente di intendere molto meglio questa sorta di costrizione. Posta la questione in questi termini certo la costrizione rimane finché non c’è un intendimento molto preciso del funzionamento del linguaggio, sembra la condizione, si tratta di verificare, adesso proseguiremo in termini di elaborazione ma (………) questa è una questione non indifferente il fatto che questo intoppo in cui gli umani vivono generalmente sia prodotto dall’ignoranza rispetto alla struttura del linguaggio, c’è questa eventualità poi si tratterà di verificare, di precisare, però così di primo acchito, parrebbe qualcosa del genere, da qui viene sottolineato ulteriormente la funzione, la necessità dell’analista della parola, come colui che in se permette la funzione del linguaggio e perché

 quindi ci si è trovati di fronte a questo intoppo…(questi modi di dire “le parole danno corpo” anch’io non avrei mai pensato che stesse in ciò che dico il corpo al quale le parole paiono rimandare, questa è l’ultima delle cose cui si va a pensare come invece suppone il discorso religioso che tutto sia da un’altra parte in attesa di soluzione) nella mente di Dio! Il passo successivo da compiere e da intendere è come si produce esattamente il paradosso oltre a riflettere come abbiamo detto questa sera su tutto ciò che è considerato male dagli umani, è ciò che si produce come effetto di una situazione paradossale, diventa bene quando uno dei due corni del dilemma viene eliminato, tutto la posizione della religione è consistita in questo (se non si sceglie si produce) la scelta o il permanere (……..) non è ammissibile, non è pensabile (la guerra non è né bene né male, manca la conclusione…….) sì e il luogo comune è il modo più diffuso per risolvere questi paradossi….(……) sì è necessario come dicevamo prima se non si conosce la struttura del linguaggio e allora effettivamente non conoscendo questo l’eventualità del paradosso dà la paralisi ora la paralisi è l’impossibilità a pensare, a parlare e quindi a esistere, senza tenere conto di come gli umani fuggano come il peggior nemico, di qui la necessità della religione che risolve il paradosso, come comunque il discorso lo risolve, lo risolve indicando il male come l’altro corno del bene, oppure vero e falso (io riflettevo sull’uso del termine riconoscimento…) Freud si avvicina avrebbe potuto fare un passo, quando nell’ Io e l’ Es pone la domanda contraddittoria “come il padre ti è dato essere, come il padre non devi essere” e da lì sorge la domanda….cioè lui è arrivato molto vicino alla questione (……) la fase dello specchio Lacan (anche Freud in Lutto e malinconia quando parla dell’oggetto perduto, cioè quando l’interlocutore è perduto perché io lo uccido e quindi mi ritrovo io l’oggetto interlocutore e io parlo ma non posso sentire e quindi parlare perché sono morto…pare che …) la morte viene pensata generalmente che quando è morto non pensa più e non parla più…(della morte se ne può parlare ma non si può viverla) vivere la morte è un ossimoro (……) se ci sono io non c’è la morte se c’è la morte non ci sono io (Epicuro) ma non per questo dopo di lui non si è più temuta ma morte, poi è intervenuto il cristianesimo (è curioso come se cerco il riconoscimento e ciò che cerco è di vedermi intervengano a corollario di questa ricerca termini e quindi luoghi comuni come l’invidia, cioè il vedere nell’altro qualcosa che io non ho non possiedo) l’invidia del pene ….(……) (il riconoscimento tramite l’altro) Lacan aveva una fantasia del genere che il bambino comincia a vedersi perché in braccio alla mamma passa davanti allo specchio, vede la mamma, che lui conosce perché lui l’ha vista e invece lui non si è mai visto, vede che lì c’è lui e allora se quella è la mamma allora lui è il bambino (come il “fort da” di Freud) (il bisogno di reciprocità di dialogo) un’identità comporta un corno del dilemma come dire io sono questo e non l’altro, l’altro è per definizione sospetto….(sì però si ha bisogno dell’altro per fare il proprio discorso)….(in analisi cioè questo rapporto con l’altro risalta) questo è un addestramento (come avviene nel suicidio) talvolta avviene così se io rappresento il male tolto il male resta il bene, l'omicidio il contrario tolto il male resta il bene….il suicidio esistenziale di cui parla Camus anche lì è la soluzione ad un paradosso irresolubile, lui lo dice in modo esplicito anche senza formularlo in questi termini, quando dice il suicidio è l’unico atto provvisto di senso in un esistenza che non riesce a produrne nessuno e quindi qui c’è il senso, qui c’è la verità, di là c’è il falso io sono per la verità e quindi mi uccido, ripetendo tutta la visione degli stoici, gli stoici dicevano questo, ogni tanto qualcuno si infilava una spada per passare la serata. Va bene abbiamo molto su cui lavorare

 

 

15-4-1999

 

CONTRARI E CONTRADDITTORI

 

Allora proseguiamo, dicevamo la volta scorsa e abbiamo proseguito su questioni connesse sulle empasse che si incontrano nel discorso occidentale e che il discorso religioso risolve. Risolve abbiamo detto inventando, imponendo una direzione, indicando l’una come il bene e l’altra come il male. Funziona una contraddizione, il paradosso non è altro che una contraddizione …può funzionare in questo modo si prende una enunciazione universale “tutti sono così” e poi si prende una contraddittoria “nessuno è così” (non ho capito) tutte/nessuna (non intendo la distinzione fra contraria e contraddittoria) allora Aristotele che poi i medioevali hanno ripreso…questo quadrato logico non l’ha fatto Aristotele l’ha fatto un tale Pietro Ispano, medioevale, vescovo allora queste lettere che vedete, qualche nozione di logica (quadrato logico) A E O I…La A è l’universale affermativa “tutti gli animali sono mortali”; la E è la particolare affermativa “qualche animale è mortale”; la I è contraddittoria della E; la O è la contraddittoria alla A, quindi cosa fa? nega che “tutti gli animali sono mortali” “nessun animale è mortale” cioè è una universale negativa. La I è la particolare negativa “qualche animale non è mortale” ( la A tutti sono. Qualcuno E. La O nessuno e la I qualcuno non è) poi hanno anche utilizzato queste lettere per ricordarsi dei sillogismi per esempio (quello più famoso) BARBARA che sono tre A, tre affermazioni universali, “tutti gli umani sono mortali, Socrate è un umano, e quindi è mortale” quindi la contraria in questo caso (di tutti gli uomini sono mortali) è “qualche uomo è mortale” la contraddittoria è “nessun uomo è mortale”…l’universale affermativa, la particolare affermativa, l’universale negativa, particolare negativa ora fra la A e la E (tra l’universale affermativa e la particolare negativa) c’è un rapporto di subalternanza, tant’è che se affermo che “tutti gli uomini sono mortali” e se poi affermo (la particolare negativa) “qualche uomo non è mortale” cosa succede? (……) perché ha qualche interesse il quadrato logico? Perché ne ha avuto, oggi in effetti è un po’ desueto, perché è un modo per considerare che se io faccio una affermazione universale (affermativa) cioè pongo un assioma per esempio, la sua contraddittoria diventa esclusa logicamente se io affermo che “tutti i serbi sono cattivi” sono naturalmente poi a concludere che “nessun serbo è buono” sì perché se affermo la prima sono costretto ad affermare la seconda. Qualunque cosa io affermi per la stessa struttura del linguaggio, la sua contraddittoria è negata necessariamente (nessun serbo è cattivo) il problema (perché parliamo di contraddittori e non di contrari? anche quando io affermo un termine con questo escludo il suo contrario) adesso ci arrivo…infatti la questione che sorge é che si pensa che il contrario sia il contraddittorio, il che non è, perché il contrario di un’affermazione che dice “che tutti i serbi sono cattivi” è “qualche serbo è cattivo” mentre la contraddittoria è “nessun serbo è cattivo” per cui per amore di coerenza gli umani sono indotti a pensare che e cioè che le cose stanno in un certo modo, io sono convinto che le cose stanno in un certo modo allora il pensiero contraddittorio deve essere eliminato però, però esclude anche il contrario e cioè non posso affermare né che “tutti i serbi sono buoni” né che “qualche serbo è buono” sono costretto ad accogliere che “nessun serbo è buono” assolutamente. Come si forma un’idea, un pensiero? Si forma in questo modo, un certo pensiero diventa dominante su altri, affermandosi questo necessariamente, esclude tutti gli altri logicamente. Ora logicamente certo è così, io affermo A e non posso affermare non A, la questione è che affermando A compio un’operazione assolutamente arbitraria, e quindi tanto la contraddittoria quanto la contraria sono assolutamente arbitrarie, e non necessarie (per via della premessa) sì però se io mi trovo per una serie di circostanze ad affermare che “tutti i serbi sono cattivi” poi è la stessa struttura del linguaggio che mi impone di escludere che ci sia anche un solo serbo buono, perché logicamente non è compatibile. È così che si pensa generalmente ci si crea un pensiero e poi ci si muove logicamente a partire da quel pensiero, è chiaro che sia la contraria che la contraddittoria parranno assolutamente escluse, impensabili. Così si formano le credenze, le superstizioni, generalmente la universale affermativa procede per induzione cioè io ho riscontrato che un certo numero di persone o in un certo numero di casi è avvenuto una certa cosa, vera o falsa che sia, non ha importanza, allora per induzione che va dal particolare al generale (questa mattina è sorto il solo, l’altra mattina è sorto il sole ancora l’altra mattina ecc…e quindi domani sorgerà il sole) questa è l’induzione va dal particolare cioè dai casi singoli a generalizzare cioè ci sarà sempre il sole…(……) allora tutte le convinzioni, tutte le credenze ecc…si formano induttivamente anche perché non potrebbero formarsi deduttivamente, come dire prendono una serie di casi e poi generalizzano, l’induzione è una generalizzazione, la deduzione no, è il contrario, la deduzione in teoria non dice nulla perché deduce da qualcosa di generale qualcosa che è implicito nella premessa cioè trae dalla premessa qualcosa che è già lì, è questa è una delle obiezioni che fecero intorno al 500 o 600 alla deduzione cioè che non aggiunge nulla, semplicemente conferma quello che c’è già implicito, per cui ha spesso la forma della tautologia (A=A) (io sono io) logicamente è una tautologia, poi in retorica ha invece un’altra connotazione perché questi due io hanno accezioni differenti, quando uno dice “io sono io” non è per confermare una propria identità ma per sottolineare qualche altro aspetto e cioè io sono fatto in questo modo per esempio, ho queste caratteristiche, perché nessuno dubita che lui sia lui….mentre in logica la tautologia ha una sua funzione è una affermazione che è sempre necessariamente vera, perché afferma di una cosa che è se stessa, nient’altro che questo, sarebbe il principio di identità di Aristotele, A=A. Il principio di identità esclude la contraddizione e una terza eventualità, il terzo escluso, la contraddizione sarebbe logicamente: si nega la proposizione A e non A. Si scrive NON (A e NON A) cioè non è vero che si danno insieme A e NON A, il terzo escluso cosa dice? A oppure non A, o l’uno o l’altro, non c’è nessuna terza possibilità (terzo escluso). Ma perché dicevo che non si verifica in linea di massima che il pensiero proceda per deduzione? quando procede allora è una petizione di principio il pensiero corrente, cioè la forma che è così perché è così, “perché bisogna credere in qualcosa?” “perché così”, anche se poi magari la risposta fa un giro in più, però arriva a questo punto, è così perché è così, questa in retorica è la petizione di principio, e cioè utilizza per spiegare qualcosa ciò stesso che deve essere spiegato, e quindi generalmente non si utilizza la deduzione per formarsi un’idea ma l’induzione e cioè in genere è avvenuto sempre così, la persona ha sempre fatto così, e quindi farà così anche questa volta. L’induzione è un’ipotesi fondamentalmente, anche affermare che domani mattina il sole sorgerà è un’ipotesi non è una certezza, e quindi logicamente non è affidabile, non è affidabile perché appunto è un’ipotesi mentre la deduzione no, non è un’ipotesi, “tutti gli animali sono mortali, l’uomo è animale e quindi l’uomo è mortale” non è un’ipotesi segue necessariamente, l’induzione no, non segue necessariamente. L’induzione nella logica più stretta e più rigorosa non ha nessun valore è soltanto un’ipotesi un “supponiamo che” non ha nessuna cogenza, nessuna costrittività, ma “supponiamo”; ma l’universale affermativa, è un problema stabilirla, che cosa risponde al requisito per cui tutte queste cose siano questa cosa necessariamente? È stato il problema della logica di Aristotele in prima istanza, che cosa può affermarsi in modo universale con assoluta certezza? Perché le altre quanto meno, qualcosa è così, qualcosa non è così, nulla è così, ma tutte queste cose sono “questo” è difficile…..(Aristotele dice solo; partiamo da questa definizione) in effetti riflettendo in questi anni l’unica affermazione universale affermativa che siamo giunti a considerare è quella “tutti gli umani parlano” “gli umani in quanto parlanti parlano” qualunque altra affermazione universale affermativa è risultata arbitraria e quindi non sostenibile, in quanto è l’unica affermazione che procede da deduzione e quindi necessaria, tutte le altre sono induzioni, ipotesi, l’ipotesi dice che può essere così ma può anche non essere così….che cosa comporta il fatto che le credenze siano supportate da un’induzione? Un elemento soprattutto, il fatto che si attribuisce all’induzione una certezza che non ha, e quindi anziché concludere forse è così, probabilmente è così o a me piace pensare che sia così, si conclude necessariamente è così, e c’è una sovrapposizione non marginale, tutte le certezze che vengono enunciate dagli umani hanno questa forma, questa persona si è comportata un tot numero di volte in questo modo quindi la prossima volta si comporterà così, senza tenere conto che logicamente questa proposizione viola la logica stessa perché comporta una contrarietà, cioè io da una affermazione particolare affermativa traggo un’universale affermativa, che è esattamente la contraria e quindi logicamente il ragionamento non è corretto, però accade spesso di pensare in questi termini “siccome 5 volte è successo questo allora succederà sempre” in base a questa conclusione si muove ovviamente, si agisce, ma è un modo di pensare piuttosto bizzarro, nonostante sia molto frequente. Che relazione c’è tra una proposizione che afferma che “n” volte una persona ha fatto in un certo modo e l’affermazione che invece dice che farà sempre così” la prima è una particolare affermativa, la seconda una universale affermativa ma se io muovo da una particolare affermativa mi trovo esattamente in quella posizione di quell’altro famoso sillogismo il quale afferma “Pietro e Paolo erano apostoli, gli apostoli sono dodici, Pietro e Paolo sono dodici” “Pietro e Paolo sono apostoli” è una affermazione particolare affermativi, non è affatto necessaria e da qualcosa di contingente non posso dedurre una affermazione universale in nessun modo, però se pensate bene questo è il modo in cui si ragiona generalmente, questa cosa è così quindi….ora dicevamo prima con Cesare che una buona educazione linguistica e quindi anche logica elimina la possibilità di pensare in modo così strampalato, perché se ciascuno di fronte a un sillogismo come questo, si accorge che c’è qualcosa che non funziona tuttavia non si accorge che quasi tutte le sue conclusioni hanno la stessa struttura e quindi assolutamente risibile come conclusione eppure… ma allora occorre riflettere sul come condurre sia la nostra elaborazione e sia anche l’insegnamento che procede da questa elaborazione, un insegnamento dunque intorno alla linguistica, cioè come insegnare alle persone ad usare il linguaggio, insegnare come funziona, cosa fa e cosa non fa e dove si arresta, si arresta laddove cerca di uscirne fuori, qui si arresta, lì incappa nel paradosso e lì se non ci si accorge di questo si è costretti a trovare una soluzione e cioè scegliere per il bene o per il male a seconda dei casi. Dicevamo la volta scorsa che il discorso religioso procede dalla necessità di eliminare il paradosso, ma perché vede un paradosso? Perché sempre logicamente scambia una particolare affermativa per una universale affermativa, “qualche serbo magari sarà cattivo” e invece no conferma “tutti i serbi sono cattivi” facendo questo scambio è chiaro che qualunque cosa contrasti con la universale affermativa è contraddittorio e quindi deve essere eliminato necessariamente. Questo è un terrorismo logico, ideologico morale del discorso religioso…..usa un quantificatore esistenziale cioè “per qualcuno vale questa cosa” lo usa come un quantificatore universale per “tutti vale la stessa cosa” . Sembra molto difficile pensare in modo diverso dalle affermative universali, che affermano in modo categorico, totale, coprono tutto e gli umani pensano così. Se talvolta accade che facciano qualche concessione poi di fatto non è così…per nulla…come quando si dice ciascuno può pensare come gli pare, tanto i più la pensano così, e quindi la verità è quella che dico io, tu continui a sbagliare e ognuno è libero di sbagliare, no? Il motto che dice “ognuno è libero di pensare quello che vuole” per ciascuno funziona “ciascuno è libero di sbagliare” perché se pensa differentemente da come penso io, se il mio pensiero è sorretto da affermazioni universali, allora qualunque cosa che non sia quello allora è contrario e quindi è sbagliato, se questo è vero quell’altro è necessariamente sbagliato….quindi la necessità di considerare che gli altri sbagliano rispetto al modo di pensare è una necessità logica in un certo senso e non può essere che altrimenti che così….(…..) esatto se no, non tornano i conti, “se tutte le A hanno una proprietà P allora qualunque cosa che affermi qualcosa di diverso è sbagliato” e il linguaggio funziona così effettivamente, qualunque cosa neghi l’universale affermativa, la nega in toto. Da qui una arroccamento sulle proprie posizioni, perché poste le cose in questi termini una qualunque, un qualunque elemento che venga a minare un certo modo di pensare, non mina soltanto un aspetto ma mina tutto, completamente, per cui si intende come le persone non cedano rispetto alle proprie posizioni, perché cedere di un millimetro fa cadere tutto e quindi abbiamo mostrato come logicamente questo avvenga, perché un qualunque elemento che neghi una universale affermativa la nega in toto, non può negarla in parte ché se io dico che “tutte le A sono P” e se io affermo che “qualche A è P” nego la precedente affermazione, la nego (….) una via della retorica è proprio questo di fare il giro al contrario del quadrato logico, uno afferma “tutte le A sono P” allora si comincia a mettere in gioco “qualche A è P” poi “qualche A non è P” fino ad arrivare che “nessuna A è P” e si fatto un giro, però in effetti è meno dura arrivare per gradi, ché se “tutte le A sono P” no “nessuna A è P” allora “qualche A è P” “qualche A non è P” va meglio…..incominciare a insinuare l’eventualità che non tutte le cose sono esattamente come si pensa che siano e quindi accade sempre così “qualche volta accade sempre così” e qualche volta non accade così, forse non accade mai così….(ancora tutti i serbi sono cattivi, logicamente non lo può fare) non lo può fare, ma mettere in gioco questo comporta la demolizione di tutto ciò che si crede….(………..) questa affermazione che fa questa persona X , il parere di questa persona è vera o falsa questa affermazione, dice “io penso così” bene ma pensi vero o pensi falso, chiaramente pensa il vero o l’utile a seconda dei casi molte volte viene scambiato l’utile come il vero, se ritiene che sia vero allora il discorso può farsi (rispetto al vero) se è l’utile, il discorso utilitaristico è sempre molto fragile, perché come dire avalla, retoricamente si può condurre a fare avvallare qualunque bestialità “al serbo è utile ammazzare quello della Nato e quindi va bene chi spara per primo”…(….) ma riflettevo come utilizzare la struttura logica nell’insegnamento del linguaggio, come porre la questione (ancora una volta), come cioè pretendere che una qualunque affermazione universale logicamente è costretta a negare qualunque cosa le si opponga, a eliminarlo proprio necessariamente per potere esistere….ché si pongono affermazioni universali affermative? Per eliminare una situazione di paradosso (….) perché se tutto è così allora non può essere altrimenti (non ci sono tentennamenti) sì perché così le cose hanno un senso cioè hanno una direzione, la sola direzione praticabile (……) ciò che noi stiamo facendo è combattere contro qualcosa di straordinariamente forte e cioè un addestramento a non pensare, addestramento che comincia con il latte ma in ogni caso con le elementari cioè con l’istruzione canonica (…..) la scuola addestra a non pensare e quindi ciascuno è addestrato in questo modo, non è nemmeno immaginabile che possa essere altrimenti, cioè che si possa pensare. Il pensiero per la scuola, per l’educazione generalmente è in buona parte l’apprendimento di una tecnica, ma anche negli insegnamenti umanistici l’insegnamento è una tecnica e cioè una conservazione di qualcosa che si suppone essere il sapere, una tecnica conservativa, se voi leggete i testi che vengono prodotti per le università, per esempio, sono o tecniche di conservazione oppure raffronto “x ha detto così, però y ha detto cosà”….no anche nelle migliori delle ipotesi laddove c’è qualche barlume di pensiero questo si arresta immediatamente nella ricerca della universale affermativa che immediatamente arresta il discorso (……..) e questo è l’ostacolo più grande, l’addestramento a non pensare, come se fosse (comporta fatica pensare, per questo occorre di generalizzare) sì un passo notevole l’abbiamo fatto intendendo come sorge, per quale motivo sorge il discorso religioso, perché non è possibile non parlare e il paradosso arresta il discorso, solo che ovviamente non avendo gli strumenti sufficienti per intendere come funziona il linguaggio si suppone che qualunque affermazione una volta che diventa universale trova nel suo contrario, nel suo contraddittorio la paralisi, la questione è che noi abbiamo sbarazzato tutto il discorso occidentale dall’idea che esistano affermazioni universali affermative, ma ne esiste solo una ed è quella che impedisce di uscire dal linguaggio, solo questo. Ora avendo sbarazzato dall’eventualità che possano darsi affermazioni universali affermative veramente non abbiamo più la necessità della religione, avremmo tolto questa necessità, di credere che ci sia qualcosa da difendere, una affermazione da difendere, per proteggersi…perché il discorso non si arresta, posso affermare una cosa e il suo contrario, abbiamo così risolto il problema che si poneva Wittgenstein dicendo da qualche parte “verrà il giorno che ci si possa sbarazzare della contraddizione” quel giorno è venuto ce ne siamo sbarazzati, perché l’unica contraddizione che rimane è quella che in nessun modo può togliersi, cioè quella che comporterebbe l’uscita dal linguaggio e questo non può avvenire, ma effettivamente ci siamo sbarazzati della contraddizione, del paradosso o meglio della paura della contraddizione del paradosso, come ciò che impedisce di proseguire, no, non impedisce niente perché se c’è paradosso è soltanto retorico e utilizzato come figura retorica, si usa il paradosso nella retorica per mettere di fronte a qualcosa di straniante ma logicamente non c’è nessun paradosso fuori da quello che abbiamo illustrato, assolutamente nessuno per cui non c’è più la paura che il discorso si fermi, che non sia più possibile proseguire e quindi non c’è più la necessità della religione. Questo è quello che abbiamo fatto in questi mesi….e non è poco…..(…..) questa necessità di credere in dio in effetti solleva ma si rimane con la responsabilità che già altri avevano intravisto “tolto dio” ….(……) sono responsabile di ciò che dico…..(…..)

 

 

20-5-99

 

L’UTILIZZO – LA RESPONSABILITA’

I VALORI E LA COMPARAZIONE

 

Intervento: i due desideri del gelato al cioccolato e dell’uccidere l’altro

 

…pertanto la direzione in cui dobbiamo muovere è porre le cose in modo tale per cui non possa di fatto farsi nessun altro gioco. Come interviene questo? Avviene al momento in cui ci si accorge che ciascun altro gioco cessa di interessare, perché, possiamo anche dirla così, la posta in gioco è troppo bassa. Come dicevo martedì ma anche in altre occasioni, per lo stesso motivo per cui ho cessato di giocare con i birilli, è che il gioco non interessa più, per lo stesso motivo non è che un altro gioco valga meno o valga di più, è che non mi interessa, cioè non ha nulla da offrire, annoia. Se io decidessi di dedicarmi alla magia, la cosa mi annoierebbe a morte, perché non offre nulla cioè è un gioco religioso, è come se allo stesso modo decidessi di dedicarmi “anima e core” al cattolicesimo, e diventassi un fedelissimo di “comunione e liberazione”……perché non avviene questa cosa? perché non mi interessa, non perché valga di più o di meno, ma perché la posta in gioco in un discorso religioso è nulla e quindi non muove nessun interrogazione, nessuna elaborazione. Un gioco è interessante se muove un’elaborazione, cioè se provoca, se provoca a pensare, se provoca a riflettere a considerare, a elaborare, in caso contrario è un discorso religioso, quello che afferma che è così e bell’é fatto, quindi direi che un punto di forza nel discorso in cui ci troviamo è che muove e promuove una continua elaborazione e pertanto rilancia continuamente la questione, la rilancia ma questo tra virgolette “paradossalmente” perché usa che una mossa…(…..) era che questo discorso proprio per la sua struttura impedisse una ulteriore elaborazione cioè come fosse giunto a una sorta di colonne d’Ercole, oltre il quale punto non fosse possibile andare. Si tratta di precisare che le cose non stanno affatto così, dal momento che è l’unico discorso che consente di affrontare una qualunque cosa ed elaborarla, qualunque cosa possa venire in mente, qualunque intoppo, qualunque problema, qualunque questione che si incontra, lungo questo discorso è l’oggetto di una considerazione e cioè la domanda che ci si pone di fronte ad un elemento è questa “che cosa ha ancora da dire questo elemento, che cosa ha ancora da muovere?”. Ciò che costituisce l’arresto è sempre inesorabilmente il discorso religioso, è solo questo che può arrestarsi, nello stabilire, nell’affermare che le cose stanno così, stanno così e in nessun altro modo. Quindi detto questo, dobbiamo trovare il modo e, in parte lo abbiamo trovato, perché il discorso che andiamo facendo si ponga come l’unico possibile. Quando durante la riunione, l’assemblea dell’associazione, posi questa questione del porre il discorso sul pianeta è perché mi rendevo conto perfettamente che l’unica chanche che ha questo discorso è di imporsi attraverso la logica, non può imporsi attraverso questioni di valori “vale di più” di comparazione “è meglio questo, è meglio quest’altro” ma può porsi soltanto in questi termini cioè le cose stanno in questo modo perché non è possibile considerare altrimenti , questo è l’unico punto di forza, e molto potente, del discorso che andiamo facendo e cioè non può essere altrimenti, non può essere altrimenti perché qualunque cosa che si ponga altrimenti risulta negabile, risulta confutabile. Ora come praticare tutto ciò che andiamo dicendo per altro da molto tempo? (vista la difficoltà di molti di praticare un discorso come quello che facciamo) Da una parte è vero è molto difficile, dall’altra invece potrebbe essere molto semplice. Perché molto semplice? Perché molto difficile, ciascuno trova molti motivi; perché molto semplice, anche nel praticare, taluni già praticano, tal altri lo faranno, dicevo semplice anche rispetto alla pratica, perché innanzi tutto sbarazza della necessità di doversi appellare a qualche cosa, a una teoria superiore, a un codice…evita la necessità di dovere confrontare ciò che si ascolta con qualche altra cosa, come avviene generalmente in qualunque teoria psicanalitica, ma consente di ascoltare un discorso e consente anche e soprattutto di porre la questione che già Freud aveva intravista quella del tornaconto in modo molto più radicale, cioè a che cosa mi serve questo, a che cosa serve una cosa del genere, io affermo che tutti quanti ce l’hanno con me, a cosa serve una cosa del genere? In prima istanza se si tratta del mio discorso a cosa mi serve? Cioè porre sempre in prima istanza l’utilizzo di una proposizione, non tanto il perché sto dicendo questo, ma a cosa mi sta servendo, cosa me ne faccio? E questo porta immediatamente alla considerazione circa la funzione di una certa proposizione, qualunque essa sia, se io, dicevo, sostengo che tutti ce l’hanno con me, mi chiedo a che cosa mi serve questo e immediatamente di fronte a una proposizione del genere sorge quell’altra proposizione che dice che se tutti ce l’hanno con me allora io sono, intanto, al centro dell’attenzione, per esempio, e quindi a cosa serve? A pensarmi, intanto al centro dell’attenzione di molti, e poi posso proseguire che cosa mi serve pensarmi al centro dell’attenzione di molti? A non sentirmi abbandonato, per esempio, e ad accorgersi anche come anche lungo una analisi che la fantasia di persecuzione può non essere altro che un modo per non sentirsi soli e in alcuni casi sentirsi soli comporta dei problemi, proseguendo questo esempio, sentirsi soli non è altro che sentirsi responsabili in toto delle proprie azioni e quindi del proprio discorso, perché l’altra questione su cui occorre puntare sempre, sia nel discorso altrui che nel proprio, perché è sempre la stessa questione, è la responsabilità. Il discorso occidentale è fondato sull’assenza di responsabilità, rispetto al proprio discorso, come si diceva rispetto alla comparazione tra le cose, è meglio questo o meglio quest’altro, una volta che io ho stabilito che cosa è meglio, ecco che allora io mi muoverò in quella direzione, mosso da una necessità superiore, in questo caso è il meglio, può essere il meglio per me, per la società, per qualunque cosa non ha importanza, essendo mosso da questa necessità superiore tutto ciò che faccio non richiede che io ne sia responsabile nell’immediato perché io mi muovo per un interesse superiore, è lui che mi muove e comanda, ma se io immagino di essere mosso da un interesse superiore, e comunque mi chiedo, mi pongo la domanda di prima e cioè “a cosa mi serve una cosa del genere?” ecco che posso trovare con relativa facilità ciò che effettivamente mi sta muovendo e non è che mi muova per l’interesse superiore ma l’interesse superiore mi serve come giustificazione per fare ciò che sto facendo adesso, quindi direi due cose sulle quali sto ponendo l’accento questa sera e cioè l’utilizzo, l’utilizzo, una cosa che avevamo visto quando leggevamo Wittgentein, l’importanza dell’utilizzo di una proposizione. Una proposizione è tale in quanto è utilizzabile, ha un utilizzo, sapere individuare quale, ecco questo è fondamentale. Un modo per radicalizzare alcune delle tesi di Wittgenstein, anche interessanti, per altro suggerisco sempre la lettura, perché pone delle questioni che a tutt’oggi meritano di essere considerate, nonostante che rispetto a molte questioni siamo andati avanti; dunque dicevo due cose, l’utilizzo di una proposizione, questo vale tanto per il proprio quanto per il discorso altrui, perché il modo in cui lo si ascolta è assolutamente lo stesso, lo si ascolta in quanto proposizione, poi che lo dica io e che lo dica un'altra persona, non cambia niente, quindi l’utilizzo e la responsabilità, perché l’utilizzo e la responsabilità sono come due facce della stessa medaglia, se io mi domando qual è l’utilizzo che sta facendo una certa proposizione, a cosa mi serve? Accolgo anche la responsabilità di ciò che sto dicendo, ovviamente e viceversa, se accolgo la responsabilità di ciò che sto dicendo, mi domando a cosa mi serve cosa sto dicendo, questo, dicevo, anche nella pratica e cioè nell’ascolto di una persona che può rivolgersi a voi per i motivi più disparati, generalmente sta male, ma può anche stare benissimo, Cesare sta benissimo, mai stato meglio, però ecco se c’è per esempio una domanda mossa da curiosità intellettuale tanto più, tanto più occorre insistere su questo aspetto e cioè l’utilizzo della proposizione, a cosa servono? Una persona dice una certa cosa, afferma una certa cosa, a cosa mi serve affermare questo? E non c’è l’eventualità che non gli serva a niente, perché se afferma una qualunque cosa c’è un motivo, i motivi non sono altro che le proposizioni che precedono anche non dette che hanno costruito quello che si trova a dire in quella circostanza, chiedersi a cosa serve una proposizione è richiamare altre proposizioni e cioè produrre e provocare un rinvio come l’esempio che facevo prima “tutti ce l’hanno con me”, se dico questo è perché ho un motivo e il motivo è esattamente il suo utilizzo, nient’altro, quindi il motivo per cui si dice una certa cosa, è il suo utilizzo, a che cosa mi serve? Procedendo in questo modo è possibile, probabilmente anche abbreviare i tempi di un’analisi, c’è questa eventualità, certo si tratta ciascuna volta in ciascun caso di trovare il modo per porre le questioni in questi termini e cioè poter domandare qual è l’utilizzo di quello che si sta facendo. Se voi ponete una questione del genere a una persona che sta facendo la prima seduta probabilmente non intenderà ciò che gli state chiedendo, ma forse dicevamo la volta scorsa o quell’altra non ricordo più, occorre che quando un’analisi inizia, chi si pone nella condizione di analista, ponga le condizione perché possa esserci analisi, perché possa darsi questo percorso, ché non è così automatico. Porre le condizioni perché ci sia analisi è porre le condizioni perché questa domanda non solo possa farsi, ma sia la persona stessa a porsi in modo radicale e cioè non possa non porsela che è esattamente ciò che fa un analista, che è colui che non può non porsi questa domanda, “a che cosa mi serve ciò che sto dicendo, qual è il suo utilizzo?”, dal momento che non c’è nessuna cosa che si dica che vada da sé, cioè che vada senza un motivo, vale a dire senza un utilizzo, e il motivo è questo che se si dice qualcosa è perché ha un utilizzo. Utilizzo è ciò che muove, occorre certo dire ancora di più rispetto a questo dell’utilizzo delle proposizioni, cosa distingue una proposizione da una preposizione? (le preposizioni sono di /a /da/in / con /…..) i logici distinguono fra proposizione e frase, la proposizione è una stringa di significanti che è sottoponibile a un criterio vero/funzionale, la frase no. Perché la frase non è né vera né falsa. Per esempio una esclamazione è una frase, “dio che botta che ho preso” urtando contro uno spigolo, è una frase facevo tempo fa l’esempio, della frase musicale che non è né vera né falsa, così tutte le interiezioni, le imprecazioni, le esclamazioni ecc.…ma anche altre non sono sottoponibili a un criterio verofunzionale, per i logici invece la proposizione è quella stringa di significanti che ha questa prerogativa di affermare qualche cosa di vero e quindi affermando che una certa cosa è vera afferma immediatamente che la contraria è falsa, ma è sottoponibile a un criterio verofunzionale. Per esempio tutti gli accendisigari sono neri, sto affermando una verità, ora è provabile? posso provare che tutti gli accendini sono neri? qualcuno può provare invece che questa affermazione è falsa cioè che non tutti gli accendini sono neri, questa è una proposizione perché afferma qualcosa, qualcosa che è sottoponibile a un criterio verofunzionale, cioè afferma che una certa cosa X è vera, questa è la proposizione, la frase no, non afferma che una certa cosa sia vera (intervento 21.1.1999 - la frase nominale e gli avverbi-) sì per altro già allora posi questa questione e cioè che le cose che andiamo dicendo hanno la struttura di frase ancorché di proposizione, perché non sono sottoponibili a un criterio verofunzionale, perché non affermano una verità sottoponibile a un criterio verofunzionale, sono affermazioni che sono al di qua di qualunque criterio verofunzionale, per esempio la frase che afferma che nulla è fuori dalla parola, questa volta uso frase, non può essere a rigore di termini, di logica anche così come abbiamo posta, dichiarata una proposizione, perché qualunque criterio verofunzionale utilizzerà il linguaggio e quindi sarà al di là di ciò che noi andiamo affermando, se io affermo che nulla è fuori dal linguaggio, per potere costruire una proposizione cioè porla come una stringa di significanti che afferma la verità di un elemento x, cioè qualcosa è fuori dalla parola, occorre una struttura che è appunto il linguaggio, e quindi ciò che andiamo dicendo non può essere dichiarato una proposizione perché ciò che afferma è al di qua ancora di qualunque possibile proposizione, cioè di qualunque possibile criterio verofunzionale quindi a rigore di termini ciò che andiamo affermando sono frasi e non proposizioni….la frase di per sé non è negabile non ha nessun senso negarla così come di fatto, la frase che abbiamo stabilito e cioè che non c’è un elemento che possa essere fuori dal linguaggio, non può negarsi in nessun modo, così come non può negarsi una frase musicale non ha nessun senso, e questo è uno dei punti di forza, di tutto il discorso che andiamo facendo, il fatto di costituirsi come frase necessaria e non come proposizione, potremmo dirla così, (……) non è sottoponibile perché è al di qua di qualunque criterio di verità pensabile, per costruire un criterio di verità occorre costruire una struttura che è il linguaggio….chiusa questa parentesi torniamo alla questione dell’utilizzo, dicevamo qualunque elemento ha un utilizzo, se si dice è perché ha un utilizzo, se no non potrebbe dirsi, io dico adesso una parola che non ha nessun senso, se io dico per esempio ”bum bara bum” questo elemento linguistico che significato ha, che senso ha? Non ha nessun utilizzo! No? E allora perché l’ho detto? Se non perché volevo dimostrare che è un elemento e quindi ha un utilizzo e pertanto ….e pertanto è un elemento linguistico, e un elemento linguistico è tale proprio perché ha un utilizzo, se non avesse di fatto un utilizzo non sarebbe un elemento linguistico, poiché eravamo giunti a considerare che ciò che non ha nessuna possibilità di essere utilizzato è ciò che afferma che qualcosa è fuori dal linguaggio, questo non ha nessun utilizzo perché non ha nessun rinvio, ché dovrebbe rinviare a qualcosa che è fuori dal linguaggio e quindi non può rinviare a niente. Chiaro il concetto! (……) il discorso dei valori è sempre religioso non si può mai uscire, sì perché il discorso dei valori comporterebbe per la struttura del discorso in cui ci troviamo, supponiamo che io affermi che come diceva lei ammazzare qualcuno è peggio che buttare via una caramella, allora stabilisco una categoria di valori ma una categoria di valori non può essere necessaria ed è inevitabilmente arbitraria, poi uno può accettare chiaramente delle regole, così come è arbitrario stabilire che quattro assi battono due sette, allora se voglio fare quel gioco devo accogliere quelle regole se no, no. Se no ammazzare qualcuno o buttare via la carta delle caramelle è esattamente la stessa cosa, così come accade in alcune circostanze, dove anzi buttare via la caramella è molto più grave (…….) qual è la connessione Cesare fra ciò che andiamo dicendo dell’utilizzo e il discorso sui valori, capisaldi del discorso occidentale?

(…..) ponendo il valore io pongo un elemento superiore, e quindi se una cosa ha un valore supremo allora io mi muoverò o meglio ancora sarà questo valore supremo a muovere e a dirigere le mie azioni e io sarò assolutamente privo di responsabilità, che è lo stesso discorso che facevano gli ufficiali tedeschi al processo di Norimberga “non sono io che ho ammazzato, ho ricevuto degli ordini” e siccome il codice militare prevede che un ufficiale obbedisca necessariamente agli ordini degli ufficiali superiori, se quelli ordinano di uccidere lui deve uccidere, rispetto a un codice militare non erano sicuramente condannabili ma siccome hanno vinto gli americani, li hanno condannati, però a rigori di termini e di leggi i militari non erano punibili, perché hanno obbedito a degli ordini superiori quindi per un valore superiore (che in quel caso erano gli ordini degli ufficiali superiori) e quindi toglie ogni responsabilità, se io credo nei valori questi valori sono ciò che mi muovono non sono io che li uccido allora la domanda non si pone nemmeno “qual è l’utilizzo di ciò che sto dicendo” l’utilizzo di ciò che sto dicendo, che sto facendo non è altro che il raggiungimento o l’ottemperamento di un certo valore, ma non sono più io l’artefice, io sono soltanto il tramite, l’esecutore di un valore supremo. Sì. (però non ho inteso la connessione tra i valori e…) perché se c’è questa domanda, questa domanda che l’analista della parola non può non porsi, cioè qual è l’utilizzo di ciò che sto facendo, ovviamente questo viene posto rispetto anche a un qualunque valore, “io credo che sia bene fare così” che utilizzo ha questa proposizione? Non si pone se questo è vero o falso, bene o male, ma qual è il suo utilizzo. L’analista della parola non si pone mai domande se è bene o male, né se è vero o falso, ma qual è l'utilizzo di una domanda, di una proposizione, solo questo. Nient’altro che questo e muovendo da questa interrogazione procede, sempre lungo questa via “qual è l’utilizzo” “cosa mi serve, cosa serve al mio discorso?” cosa che poi lo porta anche ad intendere l’economia del proprio discorso, cioè come si muove questo discorso, in quale direzione sta andando….e questo anche lungo un’elaborazione teorica non è che procede differentemente procede esattamente allo stesso modo, io compio una affermazione e l’unica questione che si pone è qual è il suo utilizzo all’interno per esempio del gioco che stiamo facendo nella “Seconda Sofistica” qual è l’utilizzo di una certa proposizione? È utilizzabile? Se sì, in che modo?(……) se sono affermazioni sono tali perché hanno un utilizzo e quindi mi chiedo per esempio qual è l’utilizzo di ciò che sto dicendo in questo momento e trovo che l’utilizzo in questo caso è potere aggiungere degli elementi tali che consentano di rendere ciò che andiamo facendo più solido e più persuasivo anche, poi ovviamente anche questo ha un utilizzo, questione che ci siamo già posti infinite altre volte, l’utilizzo è poi quello strutturale a ciascuna stringa di significante a ciascun atto linguistico, potremmo dire, quello di proseguire il linguaggio, continuare a dire, a parlare…

 

Intervento: Peirce sosteneva che l’utilizzo è quello di mantenere una credenza affermarla…il fissarsi della credenza….per quale motivo gli umani non vogliono essere responsabili….

 

Ma potremmo dirla così, essere responsabili di ciò che si dice, in accezione che andiamo indicando non è altro che avere appreso la struttura del linguaggio, e quindi non potere non considerare che ciascun atto, di qualunque tipo sia, è un atto linguistico. Apprendere la struttura del linguaggio comporta anche che cosa? che ciascun atto linguistico è strutturalmente una frase poi può diventare anche una proposizione, all’interno di un gioco particolare, un gioco particolare stabilisce delle regole che sono quelle che stabiliranno poi il criterio vero funzionale. Ma l’idea, si faceva questa ipotesi tempo fa, ancora da discutere, da elaborare è che il timore fondamentale sia quello che di fronte a una struttura o una proposizione in questo caso, se provabile questa proposizione tanto vera quanto falsa, il discorso si arresti. Questo comporta la scivolata verso la struttura religiosa, cioè quella che risolve, toglie di mezzo questo pericolo, indicando come il bene da una parte e il male dall’altra, il vero da una parte e il falso da quell’altra, quindi una vera è l’altra è falsa, che è legittimo ma è legittimo soltanto all’interno soltanto della struttura del linguaggio, non delle proposizioni, cioè delle frasi, legittimo perché di fatto l’unica affermazione che può porsi in questi termini è quella che afferma che nulla è fuori dal linguaggio, in effetti la contraria non è sostenibile, perché dovrebbe appoggiarsi su qualcosa fuori dal linguaggio e non lo può trovare, visto che per trovarlo dovrebbe uscire dal linguaggio, e quindi ecco che sorge la religiosità, il modo per sbarazzarsi di questo pericolo che il linguaggio si fermi, e cioè la morte, la morte è sempre stata immaginata come l’impossibilità a parlare, a fare, a comunicare, e quindi il pericolo mortale è che il discorso si arresti. assumersi la responsabilità del proprio discorso è riproporre, reintrodurre la questione che il discorso religioso ha tentato di eliminare definitivamente, e in buona parte c’è riuscito, cioè reintroduce la paura che la proposizione possa essere ad un tempo vera e falsa, simultaneamente e quindi che il discorso si arresti, per cui se non c’è addestramento alla struttura del linguaggio, non c’è uscita dal discorso religioso, perché la paura è tale che impedirà comunque di uscirne dal discorso religioso, ci si tornerà inesorabilmente. Tutti i timori della perdita delle sensazioni, delle emozioni alludono alla morte, un discorso così freddo, arido è mortale ma la morte è la paura che si enuncia di fronte all’eventualità che il discorso si arresti, cioè se è così una cosa allora effettivamente, per alcuni, parecchi è simultaneamente vera e falsa, quindi sono bloccato, è la morte, ma stiamo considerando come consentire alle persone di pensare che la questione non solo non è in questi termini ma è esattamente il contrario, cioè che il discorso religioso è il discorso della morte, si costruisce su questa paura della morte, e si alimenta la paura della morte da sé, fino alle sue rappresentazioni, cioè toglie la morte perché chi è fedele cattolico quando morirà non morirà del tutto ma rimarrà finalmente in contemplazione di dio, catatonico per l’eternità, dicevamo tempo fa che invece il paradiso degli islamici è più interessante perché una volta morto lui, se muore facendo un atto eroico, settanta vergini sono a sua disposizione che è meglio che rimanere catatonici in contemplazione di una luce (…..varie) e invece le donne non sono menzionate nel paradiso di Hallah, si vede che non hanno accesso….(c’è sempre comunque lo stupro da qualche parte) sì sempre l’antica questione. Una volta “lessimo” quel mito antico delle Danaidi, (Detienne) (……..) …queste fanciulle, le Danaidi, che in seguito a qualche evento vengono raziate da dei predatori i quali abusano di loro, secondo la migliore tradizione, le Danaidi cosa fanno? nottetempo per vendicarsi dell’onta subita sgozzano gli stupratori, ora però narrano, questi erano i primi uomini e le prime donne, che una si commosse, si commosse e risparmiò l’uomo e da qui nacque la progenie. Questo per giustificare (………….) si può leggere è carino questo mito (varie) (…………) questo è il motivo per cui la sto raccontando, questo è il motivo per cui sta intervenendo quella frase (……..) ecco qual è l’uso di questo discorso che sta facendo? va bene buona notte!ok bd

 

 

 

27-5-1999

LA NEGAZIONE

LA COSTRUZIONE DI UN PENSIERO CHE NON PUO’ ACCOGLIERSI

LA DIPENDENZA- IL DESIDERIO E LA PAURA

ILLUSIONE E DELUSIONE

 

Ci sono considerazioni intanto rispetto a martedì?

 

-         Intervento: la questione della dipendenza dall’analisi

 

Come dicevo martedì la dipendenza è qualcosa che ciascuno a modo suo pratica, dipende da una infinità di cose, da quello che crede soprattutto, con tutte le sue certezze, le sue superstizioni, da questo dipende cioè la sua religiosità in definitiva, nessuno dipende da qualcuno, può dipendere se crede (…….) però va un po’ ascoltata questa cosa, questa paura di dipendere da qualcuno, funziona allo stesso modo, quando qualcuno dice all’altra persona che interessa “ho paura di innamorarmi di te” è la stessa cosa, direi che questo innamoramento è già in atto, c’è il desiderio che avvenga, però in qualche modo la negazione sottolinea, nessuno gli ha chiesto niente, da dove viene questa paura? Perché ha questa paura? Uno ha paura quando c’è pericolo, ma evidentemente sa già che le cose stanno così….e così la paura di dipendere dall’analista è, se volete intenderla come una sorta di ricerca di dipendere da qualcuno, l’analista in particolare, e uno che ha paura di dipendere dall’analista poi sicuramente, psichicamente dipenderà dall’analista (………..) infatti c’è una disposizione di qualcuno che abbia in animo di dipendere da qualcuno e allora ecco che l’analista va bene come qualunque altro (……………………..) sì questo è il risvolto lui ha bisogno di dipendere da qualcuno proprio per questo motivo, per questa paura, sono due facce della stessa questione, se io ho paura di stare da solo, di affrontare da solo le varie cose, allora voglio qualcuno che mi accudisca, però se non posso accogliere questa idea, di qualcuno che mi accudisca per varie motivi, allora lo capovolgo come timore “io temo che succeda questa cosa”. molto spesso quando uno teme una certa cosa questo timore viene dai suoi pensieri, lui costruisce una scena da cui dipende da qualcuno, dopo di che da una parte non può sbarazzarsene e dall’altra non può accoglierla, il compromesso è dire che lo teme…...io temo che (come dice il papone) “finirà il mondo” avete sentito no? (varie) Così uno dice “io temo che arriverà la fine del mondo” questa idea è funzionale al suo discorso, cioè la costruisce, costruisce l’idea della fine del mondo perché gli serve a qualche cosa dopo di che la usa, la usa temendola, perché non può dire “io desidero la fine del mondo” sarebbe come dire che questa fine del mondo mi è utile, questo pensiero mi è utile per qualche cosa, che cosa sia non ha nessuna importanza, non potendo accogliere l’utilità di questo pensiero non potendo nemmeno rinunciare “temo che accada” perché non c’è nessun motivo ( ………) sì viene costruito un pensiero ma non può accogliersi, non può accogliersi direttamente, no, perché mai dovrei temere una cosa del genere? Uno teme la fine del mondo per esempio, in questo modo ricattare altri oppure può sentirsi fra gli eletti che sanno che arriverà la fine del mondo, oppure ne approfitta per fare le cose che ha voglia di fare, qualunque cosa….(la negazione non toglie questi elementi) la negazione dice soltanto che non posso accogliere questo pensiero, non potendolo accogliere…(però lo fissa questo pensiero non potendolo accogliere, questi elementi non sono eliminati dalla negazione) Freud aveva intravisto la cosa a proposito della gelosia, per esempio, dei vari rovesciamenti in alcuni casi, un esempio di come funziona laddove c’è una componente omosessuale allora l’uomo è geloso della donna, teme che vada con un altro, cioè teme che lei faccia ciò che lui ha intenzione di fare, però questo desiderio non è ammesso, non è riconosciuto, da qui alcuni casi di gelosia assolutamente fuori dal mondo, senza nessun senso, però teme che lei faccia ciò che lui ha intenzione di fare ma che in nessun modo ammetterebbe mai, questo per spiegare un po’ come funziona il timore in alcuni casi, non è una legge però, in alcuni casi ha questa struttura (la droga……..) la considerazione che può farsi è che il discorso occidentale è uno psicofarmaco, perché in effetti ha tutte queste funzioni, cioè promette sempre il paradiso ed è fatto in modo tale per cui questa promessa che è il paradiso oppure la verità, il discorso filosofico per esempio può essere inteso come psicofarmaco, formidabile psicofarmaco perché di volta in volta illudendo, illudendosi soprattutto, di trovare la verità di trovare finalmente la risposta, alla domanda fondamentale fornisce esattamente ciò che fornisce lo psicofarmaco, cioè usa sorta di tranquillità siamo tranquilli perché comunque la verità si è trovata (i credenti) oppure la scienza sta lavorando per voi tanto poi arriva quello che cercate (lo psicofarmaco è l’indice dell’incapacità deve confermare la sua incapacità, il discorso filosofico invece afferma la sua superiorità in ordine al suo sapere) il discorso filosofico, quello più recente o ammette la sua incapacità di trovare la verità e allora diventa come il pensiero debole come una sorta di approssimazione (ma anche questa è una verità io non trovo la verità perché questa è la verità) però fornisce una risposta, fornisce qualche cosa che tranquillizza, abbiamo fatto l’impossibile ma la verità come dicono i filosofi non è reperibile e ciò che abbiamo trovato è quest’altra cosa, una sorta di adattamento, di aggiustamento a qualcosa comunque si suppone sia la verità, e fornisce una specie di quiete, che il pensiero si acquieti. La filosofia, paradossalmente anche se non era questo il suo intento fornisce una sorta di achetamento del pensiero, perché…anziché muovere dall’idea che ciascuna, qualunque cosa è un atto linguistico e quindi sempre in elaborazione, in atto, considera che una certa cosa non possa essere ulteriormente elaborata ma è ferma, ha raggiunto il suo obiettivo, così come lo psicofarmaco che in effetti favorisce la dipendenza dalla verità o da tutto ciò che comunque ruota intorno alla verità, gli umani dipendono dalla verità e questo è un prodotto del pensiero religioso, sia in accezione più bassa del termine e sia in accezione più ampia, la dipendenza dalla verità è una delle maggiori dipendenze degli umani da sempre, sapere che cosa è vero e che cosa è falso, o cosa è bene o casa è male, questa la dipendenza fondamentale, crede che ci sia la possibilità di distinguere e che non sia soltanto un gioco linguistico perché se no la cosa si fa complicata, se è un gioco linguistico allora sono responsabile, se io stabilisco che una cosa è bene occorre che prenda atto e perché per me è il bene, qual è il mio tornaconto (…….) in fondo anche Marx non è andato molto lontano……in definitiva poi la questione è così, per tenere buoni tutti quanti (…..) ha fatto un analisi del discorso occidentale per quanto riguarda l’aspetto economico ma non soltanto …qui lo psicofarmaco è qualcosa di fondamentale per il mantenimento del discorso occidentale, senza lo psicofarmaco crolla tutto e anche per questo motivo il discorso che stiamo promuovendo ha tanta difficoltà. Perché non si pone come psicofarmaco e cioè non promette la quiete, la tranquillità, l’istupidimento, dicevo martedì che il pensare non è soltanto la cosa più difficile ma anche la più pericolosa del pensiero occidentale (il discorso occidentale ti dà quello che vuoi basta che non pensi) funziona così in effetti se il discorso che stiamo facendo avesse alcune migliaia di persone che lo seguissero allora comincerebbero ad interessarsi le autorità (….) qualunque discorso che non si ponga come psicofarmaco è sospetto per definizione, mentre come dicevo il discorso filosofico essendo in buona parte uno psicofarmaco non crea nessun problema (……..) questo con le sue varianti, è il pensiero corrente, ha le sue credenze le sue superstizioni, tutto funziona regolarmente, tutto piano, tutto chiaro senza il “pensiero” ma pensiero in questa accezione perché ciascuno parla di pensiero però se si pone il pensiero come una ricerca irrinunciabile rispetto alle condizioni del pensiero stesso e quindi del linguaggio ecco che allora il discorso cambia, cambia e dicevamo tempo fa, molte persone vengono alle conferenze e si allontanano perché avvertono un disagio, un disagio rispetto alla eventualità di dovere pensare e quindi c’è un opzione verso lo psicofarmaco, cioè preferisco lo psicofarmaco, preferisco non sapere va bene così…certo è molto difficile mutare il modo di pensare in un modo come questo, (il corpo non è fuori dalla parola perché non cominciare a considerare per esempio questo “timore” del tumore per esempio come si considera un sintomo isterico) dicevamo forse giovedì scorso, quando parlavamo del nemico, sta dilagando qualunque cosa diventa il nemico anche il non potere andare alla cena, per esempio, qualunque cosa viene considerato un ostacolo (anche l’analisi se porta a non dover pensare più al tennis è un nemico) esattamente, infatti per molti funziona così (….) che cos’è il fastidio? (come un grande fasto, una festa) (come se il pensare è molesto) direi così che il fastidio riguarda qualche cosa che domanda ma che non ha risposta, una domanda a cui si dovrebbe rispondere ma che non trova nessuna risposta e allora infastidisce, il fastidio è una sensazione che si prova in seguito a qualcosa del genere, a qualcosa che continua a questionare domandare che produce inquietudine e allora interviene quella sensazione che è nota come fastidio e allora siamo proprio agli antipodi con il discorso che andiamo promuovendo e cioè la necessità di eliminare qualunque cosa, qualunque domanda che si ponga, che si imponga e della quale non si trova subito risposta, lo psicofarmaco è la risposta immediata, più rapida e chiaramente non risponde niente, però, però toglie in buona parte questo fastidio. La questione della domanda è fondamentale, qualcosa che interroga…..(………) questo costituisce un problema non indifferente, nel senso che se l’intenzione generalizzata è quella di eliminare ogni questione che si ponga, e trova un discorso che va esattamente in direzione opposta e cioè che “obbliga” per così dire a considerare questa domanda non tanto per rispondere quanto per intendere quale questione sta ponendo in atto, che poi non è altro dicevamo che l’utilizzo di un certo pensiero, di una certa cosa. (……..). come se riflettevo su un aspetto possiamo chiamarlo così “sociologico” il fatto che per esempio 30 anni fa una infinità di questioni erano svolte elaborate riflettute, considerate, ogni casa che si poneva poi c’è stata come una sorta di fallimento del pensiero, probabilmente c’è una illusione cioè che il pensiero potesse compiere certe operazioni che non ha potuto compiere, di delusione rispetto al 68, il pensiero ha fallito e quindi è inutile, in effetti se osservate un po’ l’umanità circostante vi accorgete abbastanza facilmente che il pensiero è bandito, come una cosa assolutamente inutile e non esiste più quasi in ambito filosofico, linguistico…ma in che senso ha fallito il pensiero, che cosa pensava? bisognerebbe considerare questo aspetto visto che il pensiero non può fallire visto che non ha nessuna illusione non è altro che una continua e irrinunciabile elaborazione di ciascun atto linguistico che interviene ma qual era l’illusione? (uno pensava che la grande maggioranza potesse capire e alla fine niente, solo schiavi) hai posto l’accento sulla questione centrale, in effetti il pensiero si illude quando immagina di potere mutare le persone, se invece non c’è assolutamente questa illusione perché il pensiero non è altro che una ricerca teorica fine a sé stessa, senza nessun obiettivo non ha in animo di cambiare il modo di pensare può farlo così per gioco, ma non è questo l’obiettivo, allora non fallisce, non fallisce perché non si aspetta che altri… non si aspetta nulla dal prossimo, così come ciascun analista della parola non si aspetta nulla dal prossimo…..stiamo ponendo la questione in termini radicali c’è l’eventualità che sia stato questo il fallimento la delusione rispetto a un’illusione che riguardava una cosa assolutamente non realizzabile…e allora ciascun pensiero che si ponga come obiettivo di mutare il pensiero del prossimo fallisce…per cui un aspetto dell’analista della parola non attendersi nulla dal prossimo, né che capisca né che non capisca, né che parta dal preconcetto che sono tutti cretini né che sono intelligenti, non ha nessuna importanza né il fatto che siano cretini, né che siano intelligenti, lui questo personaggio che andiamo inventando prosegue per la sua strada è ciò che non può non fare e cioè proseguire l’elaborazione teorica, poi se altri sono interessati a una cosa del genere bene, se no non importa non è questo che lo ferma perché non ha nessuna illusione a riguardo, nessuna illusione e perciò nessuna delusione, assolutamente nulla poi come dicevo può giocare con la retorica e magari vedere se ci sono degli effetti sul pubblico, sulle persone ma non è questo l’obiettivo, è un gioco, un gioco quale qualunque altro, in questo senso non trova nessuna delusione non si è mai illuso… l’idea di cambiare il mondo è ancora un risvolto dello strascico religioso, è il discorso religioso che ha questo obiettivo infatti un qualunque cattolico un qualunque islamico pensa che un giorno la sua fede trionferà se no, non funziona la sua fede, se non pensa questo, se è un vero fedele pensa necessariamente questo che un giorno tutti crederanno al vero dio, prima della fine del mondo, perché se no il tempo è scaduto (questo ci porta allora alla preda, non c’è più nessun legame fra gli umani…. È una regressione per me) però non è tanto questo che intendevo dire cioè che è una sorta di anarchia generalizzata no, ciascuno può fare dei giochi ma sapendo benissimo che ciò che sta facendo è un gioco, nient’altro che questo, poi sì ci sono delle regole della società che così come è costruita impone, alle quali occorre sottostare se no, come dice Luigi, ti schiacciano, però (………….) ecco non credere in ciò che si fa, può essere un aspetto importante, non credere non nel senso di prenderlo così sotto gamba, come una cretinata, non pensare che quella sia verità, cioè non cadere nella trappola del pensare religioso…voglio vedere se riesco a persuadere un uditorio di duecento persone, poi se ci riesco non cambia niente, come quando gioco a poker con gli amici e vinco non è che dopo…(questo discorso ti spaventa perché è il discorso che cancella le emozioni) (…………….) (le persone sono pericolose) sì questo è importante da elaborare, che non è un disinteresse ma un interesse ludico per le cose più serie, più importanti, e che qualunque cosa anche la più importante non è altro che un gioco, come il poker certo va fatta seriamente come quando gioco a poker ma sapendo benissimo che è un gioco…il problema è che ad un certo punto quello che rimane è il pensiero, gli altri stufano non interessano più….

 

 

 

3-6- 1999

 

La produzione del senso

L’oggetto misconosciuto produce sofferenza quello conosciuto il piacere

 

Allora stavo considerando in questi giorni che le cose che andiamo facendo evocano per qualche verso Rasoio di Occam, Guglielmo di Occam, filosofo medioevale del 14 ° secolo, altri poi hanno chiamato questo suo metodo il rasoio di Occam il quale consisteva nell’eliminare tutte le categorie inutili, cercando di semplificare il più possibile. Infatti il suo motto era: frustra, ……..cioè inutilmente si fanno un sacco di cose ciò che può essere fatto con poche…cioè è inutile complicare le cose quando possono essere semplici. Ciò che abbiamo fatto in questi anni è una sorta di rasoio di Occam anche se più sofisticato in effetti abbiamo tolto tutta una serie di cose che tutta la metafisica aveva costruito, inventato in questi secoli riducendo il tutto a una cosa di assolutamente essenziale, semplice e stringato, cioè unicamente come abbiamo visto in varie occasioni è ciò che risulta assolutamente necessario e a partire da questa considerazione cioè di ciò che risulta assolutamente necessario, riflettevo anche su la pratica analitica, la quale cosa fa? considera un discorso, un discorso che ascolta e applica, adesso usiamo questi termini, applica a quel tale discorso il rasoio di Occam, cioè consente la persona di potere sbarazzarsi di tutto ciò che ritenuto necessario ma necessario non, è accogliendo invece ciò che risulta necessario, questo comporta che la più parte dei discorsi, la quale totalità può essere ritenuta arbitraria, ritenuta arbitraria comporta la responsabilità delle affermazioni che si va facendo. Qui possiamo aprire un altro discorso a fianco che affiancherà quello precedente che riguarda la struttura del discorso religioso, il discorso religioso abbiamo detto in varie occasioni, fa esattamente il contrario di ciò che il rasoio di Occam e cioè moltiplica ciò che può essere semplificato, lo moltiplica immaginando che molte cose siano necessarie ma che in realtà non sono. Qualche settimana fa avevamo posto un elemento di qualche rilievo considerando che cosa supporta il discorso religioso, vi ricordate parlavamo del paradosso, la necessità del discorso, di fronte al timore, o una paura che il discorso si annulli, si annienti di fronte al paradosso di trovare una direzione, il discorso religioso fornisce la direzione, ma non soltanto il discorso religioso è il discorso della dipendenza, dipende in prima istanza dalla direzione che attende da altri possano fornire, ma soprattutto dipende dalle emozioni, questo aspetto è fondamentale nel discorso religioso, potrei dire che è fatto il discorso religioso di emozioni, emozioni che procedono ciascuna volta dalla considerazione che qualcosa mi fa soffrire. Parlo qui delle emozioni soprattutto in quanto sofferenza perché questo ha una portata molto più ampia delle emozioni prodotte dal piacere, anche rispetto al piacere c’è ancora da fare un discorso però… la sofferenza quindi il fatto che qualche cosa per esempio non funzioni, non vada oppure ci sia il persecutore. La sofferenza comporta una sorta di dipendenza perché molto semplicemente è l’altro oppure è la cosa che è causa della mia sofferenza, quindi io sono soggetto a questa cosa…(…..) allora vi dicevo che la sofferenza costituisce uno dei più notevoli elementi di dipendenza del discorso religioso, cioè si dipende da ciò che produce delle sensazioni molto forti, dicevo da qualche parte forse nelle “Procedure” non ricordo, facevo un discorso intorno alla sofferenza ecco perché prima facevo un accenno al piacere ma ciò che distingue il piacere dalla sofferenza non è altro che il riconoscimento dell’elemento che produce la sensazione oppure il suo misconoscimento, se viene riconosciuto allora si chiama piacere, se viene misconosciuto allora si chiama sofferenza, funziona così, in effetti se voi considerate bene la questione potete riflettere sul fatto che nel caso della sofferenza se la persona rileva, riscontra tale sofferenza potesse riconoscere che tale sofferenza è un atto linguistico prodotto dal suo discorso, allora la sofferenza cesserebbe di avere tutta la portata che ha ed è la stessa questione che talvolta viene posta da chi ci accusa di rovinare le emozioni. Quando si rovina le emozioni? Quando ciò che l’emozione produce è prodotta dal proprio discorso, e questo vale anche per il piacere, come dicevo piacere e sofferenza sono due facce, sono due questioni identiche…dicevo che ciò che le distingue è soltanto il fatto di poterle riconoscere oppure no ma se una persona che soffre che ne so, per una delusione un problema qualunque cosa potesse accogliere l’idea che questa sofferenza è una produzione del discorso in cui si trova perderebbe la sofferenza, perdendo la sofferenza la sua esistenza perderebbe una giustificazione. Qui occorre tornare alla questione della dipendenza, la sofferenza dicevo ha a che fare con la dipendenza, per cui io dipendo da ciò che mi fa soffrire, ne dipendo in quanto mi fornisce un motivo per esistere….questo motivo è tutt’altro che marginale nell’esistenza degli umani perché è ciò che religiosamente fornisce la direzione, non è altro che una direzione, il motivo della propria esistenza io vivo perché anche se non si formula in questi termini, io vivo perché c’è questa cosa che mi incombe, mi danneggia, che mi fa soffrire, dicevo non si formula in questi termini, si formula in altri termini, nei termini dell’eccitamento connesso con questa questione, il quale provoca appunto grosse emozioni, le quali sono palesate da una sorta di eccitazione. Il discorso religioso dunque viaggia strettamente connesso con le emozioni, ora si tratta di considerare se le emozioni, così come sono comunemente intese, attengono sempre e necessariamente alla struttura del discorso religioso oppure no? Direi che se costituiscono una direzione, se forniscono il motivo dell’esistenza allora sì, sicuramente, sono il fondamento della religiosità. La direzione dicevo è ricercata ed è ciò che gli umani in definitiva credono ciò che dà una direzione è ciò che instaura una dipendenza, perché se questa direzione è ciò che mi consente di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bene e ciò che è male ecc. allora c’è una dipendenza da questa direzione….una forte dipendenza ora gli umani non hanno tutti i torti a pensare a una dipendenza, se vogliamo proprio porre la questione della dipendenza possiamo dire che gli umani dipendono dal linguaggio e parafrasando il nostro amico Protagora che diceva che l’uomo è misura di tutte le cose, non tanto l’uomo che è l’effetto è ciò che dice ma è il linguaggio potremmo dire allora è misura di tutte le cose. Ciascuna cosa perché ci sia misura occorre che ci sia una struttura che consente di misurare, la struttura è il linguaggio, quindi il linguaggio è misura di tutte le cose, ecco allora la dipendenza se proprio vogliamo porla, è la dipendenza dal linguaggio che poi in effetti, può porsi anche come non senso perché così come è un non senso pensare di uscire dal linguaggio, c’è una dipendenza che è necessaria….non ha più nessun interesse parlare di dipendenza, ma rimane però il fatto che gli umani sono alla ricerca continua di qualcosa o di qualcuno da cui dipendere, perché qualcosa o qualcuno da cui dipendono fornisce loro la direzione, fornendo la direzione questa direzione è ciò che dà il senso all’esistenza o più propriamente il senso al discorso, al linguaggio, ma come mai questa necessità così esasperata che il discorso produca un senso? e qui torniamo alla questione di qualche settimana fa, senza questo senso prodotto da qualcosa che si suppone fuori dal linguaggio il linguaggio è come se implodesse, mostra che non esiste null’altro all’infuori dal linguaggio e quindi qualunque atto è necessariamente un atto linguistico, il che comporta immediatamente che tutto ciò che è creduto o pensato, fatto, immaginato ecc….si svuota, in una certa accezione diventa un non senso, questo comporta fantasmaticamente che la propria esistenza è un non senso, il famoso “horror vacui” degli antichi e quindi la paura, la paura che, dicevamo ancora, può essere eliminata soltanto attraverso una sorta di addestramento al linguaggio, al suo uso, al suo funzionamento, alla sua struttura, senza questo addestramento c’è l”horror vacui” cioè la paura che tutto ciò che si fa, si dice, si pensa, si crede, precipiti nel nulla. Questo precipitare nel nulla non è altro che la considerazione che tutto ciò che si dice, si pensa….non è altro che un atto linguistico, ora siccome gli umani si sono tenuti sempre fuori dal linguaggio, in un certo senso, nel senso che si sono tenuti fuori da una elaborazione intorno al linguaggio, forse fino da sempre, forse addirittura dai presocratici, sono stati addestrati a pensare che il linguaggio sia solo uno strumento, un qualcosa che è altro dal linguaggio, ciò che noi abbiamo fatto è ricondurre la questione nei suoi termini essenziali e cioè che questo altro dal linguaggio è il linguaggio ma è questo che per il pensiero occidentale risulta intollerabile, quindi il lavoro che dobbiamo fare è che è di una difficoltà di portata immane è addestrare al linguaggio. Forse una analisi inizia così …quando dicevo che perché ci sia analisi occorre ci siano le condizioni perché ci sia analisi se no non è niente, al punto in cui siamo potrebbero essere inserite attraverso una sorta di addestramento al linguaggio, all’uso del linguaggio che consiste propriamente nel fare notare come ciascuna volta ciò che sta dicendo e sta facendo è suscettibile di obiezioni per esempio, o suscettibile di altri elementi che possono intervenire e che quindi funziona un certo pensiero esattamente così come funziona il linguaggio, operazione tutt’altro che semplice però è ciò che occorre fare, dal momento che l’analisi del discorso religioso che mano a mano stiamo compiendo risulta sempre più imprescindibile e ciò con cui urtiamo da sempre è il discorso religioso, non ci sono altri ostacoli. Non ci sono altri ostacoli all’accoglimento, all’intendimento…questo è l’ostacolo il discorso religioso, non ce ne sono altri, il discorso religioso che è quello fatto delle forti emozioni, per cui “l’accusa” chiamiamola così fra virgolette che viene rivolta che il discorso che stiamo facendo elimina le emozioni, ha questa risposta, se le emozioni sono la condizione del discorso religioso, sì, se no, no. La questione è che le emozioni sono legate strettamente con il discorso religioso, almeno nel discorso occidentale, ma non soltanto e pertanto non c’è emozione apparentemente che non sia strettamente legata a una religiosità, quindi la necessità di una direzione quella per esempio che fornisce la sofferenza, dicevo che la sofferenza fornisce la direzione in quanto dà un senso, senso proprio letteralmente, un senso unico alternato ecco. Ciò che andiamo facendo invece toglie, togliendo questa direzione comporta immediatamente il terrore, da una parte il terrore e dall’altra una sorta di euforia, quindi qualunque direzione va bene, il che non è esattamente, perché non si tratta di stabilire né se va bene , né se va male. Interrogare ciascuna volta il senso, se una persona afferma che qualunque cosa va bene e quindi qualunque senso va bene, la sua operazione non ha nessun interesse, cioè non è questo che andiamo facendo, si tratta di ascoltare il senso che il discorso prende lungo un suo svolgersi e interrogarlo, solo a questa condizione è possibile continuare a giocare altrimenti non si gioca più: io gioco a poker ma qualunque carta vale qualunque cosa….sì può anche divertire qualcuno certo, ma è possibile giocare giochi più divertenti che hanno più chanche, certo più divertirsi a giocare con le birille ma può fare qualcosa di più… ma perché qualcosa di più interessante si insaturi occorre e sempre di più considero la cosa un addestramento al linguaggio, cioè insegnare letteralmente come funziona, ché se io non sa come funziona e come è strutturato non capirà mai nulla di quello che pensa né di quello che dice, ma in effetti se considerate bene non c’è nessuna disciplina che addestri all’uso del linguaggio…esistono soltanto dei corsi che danno una sorta di categorie sotto cui è sottoposto il linguaggio ma come funzioni di fatto e come ciascun pensiero sia struttura linguistica questo nessuno lo mostra e quindi fare in modo che questi corsi o le conferenze che andiamo a fare nel prossimo ciclo sia una sorta di scuola di linguaggio, se una persona non sa nulla del linguaggio, come funziona, le cose che andiamo dicendo non funzionano non dicono nulla perché la questione centrale di tutto ciò che facciamo sfugge e quindi risulta vano, inutile. Certo le persone che sono in analisi è differente, ma le persone che sono lì da poco tempo non hanno inteso un granché di ciò che andiamo facendo, perché non c’è un addestramento al linguaggio non sanno che cos’è né come funziona, rispetto al discorso religioso e la direzione qui ci sarebbe molto da dire da elaborare, dicevo che ciascuno è alla ricerca spasmodica di una dipendenza, dipendenza da qualcosa che gli fornisca il senso, la direzione che gli dica che cosa è bene e cosa è male, per esempio un cattolico credente deve sapere questa direzione indubbiamente e quindi questa direzione ha un senso, dà il senso alla propria esistenza. Cosa accadrebbe se questo senso venisse tolto? La questione fondamentale in tutto ciò è una credenza fondamentale antica ben saldamente consolidata, che dice che un senso c’è fuori dal linguaggio si tratta di trovarlo, se uno non l’ha ancora trovato deve trovarlo, ma c’è, perché senza questo senso è una catastrofe. E in effetti fantasmaticamente è una catastrofe perché se ciascuna cosa come il linguaggio comune potesse essere accolta unicamente come atto linguistico crollerebbe tutto, tutto ciò che esiste per gli umani da millenni si annullerebbe di colpo, è una questione che merita di essere riflettuta è come potere utilizzare questa richiesta continua degli umani di una direzione, come può essere utilizzata per volgere questo pensiero verso un’altra direzione che è verso il discorso che stiamo proponendo, questione interessante che riecheggia ciò che tempo fa indicavamo come ricerca retorica, noi sappiamo che gli umani cercano una direzione, un senso e anche laddove suppongono di averlo trovato lo cercano per lo più in effetti la ricerca dei padri di dio è una ricerca che siccome sanno che non basta da sola deve essere sempre in atto, dio va cercato da per tutto, se uno lo trova una volta per tutte non funziona più, quindi è una ricerca continua è la direzione del senso e quindi di qualcosa da cui dipendere e una delle cose da cui si dipende maggiormente è la sofferenza come dicevo all’inizio, da qui la ricerca continua della sofferenza, ciò che la produce la instaura, la consolida e la mantiene questo dice per quale motivo gli umani soffrono continuamente dal momento che nessuno li obbliga a farlo e nessuno glielo chiede, ciononostante soffrono. La sofferenza diventa quindi una sorta di “necessità” fra virgolette della quale abbiamo tratteggiato l’aspetto logico, retorico, e certo avevamo detto che la sofferenza dava un motivo alla propria esistenza però adesso abbiamo precisato. Ovviamente poiché il discorso che stiamo conducendo elimina la sofferenza allora viene eliminato il nostro discorso …quando le persone ci dicono così togliete le emozioni, ci stanno dicendo questo, così togliete la sofferenza, e senza la sofferenza noi non possiamo vivere e quindi ci abbandonano per andare da coloro che invece promettono grandi sofferenze oppure affermano che c’è la sofferenza ma che può essere tolta siccome nessuno ci crede, questa cosa funziona benissimo in quanto soddisfa due esigenze, la prima di affermare che la sofferenza c’è, la seconda che può essere tolta come si toglie un callo un dente guasto e quindi non sono io che desidero la sofferenza è questo l’intollerabile come dicevo già nelle procedure linguistiche….perché in effetti la cosa peggiore che la sofferenza possa incontrare è ed è (se voi dite a una persona che non sia un po’ addestrata rischiate una rissa) che la sofferenza è una produzione, come dire che la persona soffre desidera farlo, però questo comporta che cosa? comporta immediatamente che se la sofferenza è una mia produzione allora diventa un piacere e quindi perde la connotazione di direzione perché se viene dall’esterno e cioè qualcosa che mi capita tra capo e collo allora c’è una direzione che è fuori dal linguaggio e quindi non controllo, c’è una direzione se invece è prodotto dal mio discorso allora la direzione è prodotta dal mio discorso qualunque direzione è prodotta dal mio discorso e quindi non ho più una direzione se non quella che io produco, questo è ciò che riscontra l’analista della parola c’è che la direzione è prodotta di volta in volta dal proprio discorso, in questo senso non dipende più non ha più nulla da cui dipendere, non ha più la necessità di dipendere da qualcosa, però le emozioni, l’analista della parola si trova nella condizione terribile per gli umani di dover rinunciare alla sofferenza una condizione intollerabile, inaccettabile….(vieni marcato perché non soffri) si ma una obiezione del genere può farsi perché non c’è nessuna idea del linguaggio né come funziona e allora è chiaro se io penso che ci sia un elemento fuori dal linguaggio ecco che quello fornisce la direzione ed è fondamentale se lei non mi accoglie questa cosa fondamentale è uno squinternato è senza direzione e quindi è senza senso, ciò che dite è senza senso, questo pensano per lo più le persone ovviamente. Ma come potremmo rapidamente insegnare alle persone che cos’è il linguaggio e come funziona? (………)

 

 

10 GIUGNO 1999

 

Giovedì, Cesare, quale questione abbiamo lasciato in sospeso?

Intervento: della dipendenza, della sofferenza, della dipendenza dal discorso religioso

Già, lei cosa aggiunge in questa settimana di riflessioni Cesare?

Cesare: sopra queste cose?

Anche sotto.

Cesare: Mi sono soffermato sulla emozioni.

Voi sapete chi è Umberto Eco? Leggiamo due cosette di questo articolo così, anche per fare un esercizio di lettura. Allora, per esempio, ad un certo punto qui dice: la filosofia non si è dunque più posta il problema che affaticava Locke perché riconosciamo un cane come cane e lo chiamiamo cane diventando teoria vero funzionale del linguaggio occupandosi cioè delle funzioni di verità delle nostre frasi, ma non del perché conosciamo le cose e, tuttavia, lavorare sul linguaggio, come in realtà ha fatto molta filosofia del nostro secolo tanto che si è parlato di un “linguistic turn” di una svolta linguistica della filosofia, questa svolta linguistica ha prodotto risultati interessanti anche per le indagini sulla mente e, si badi, persino sul corpo, o almeno sul cervello. Perché bisogna ammettere che il rapporto tra il cervello e la mente è, anche perché sostiene che la mente non c'è ed esiste solo il cervello, questione scientifica molto seria. Noi possiamo lavorare sul cervello perché abbiamo una mente e lo stesso rapporto che c'è tra le gambe ed il camminare. Perché?

Già ad una cosa del genere si potrebbe domandare perché? Chi glielo ha detto?

 

Intervento..........................

 

Qui dice c'è lo stesso rapporto che c'è tra le gambe e camminare. "Le gambe sono un oggetto la cui funzione è il camminare e si ha un bel dire che il camminare non esiste ed esistono solo le gambe, camminare, al contrario, esiste, la gente cammina Se cominciamo a pensare il rapporto cervello - mente in questi termini recuperiamo il punto di vista di un personaggio che sacerdoti e cardinali stanno dimenticando eppure leggono su testi apocrifi, questo personaggio si chiama San Tommaso d'Aquino. Tommaso diceva una cosa rivoluzionaria che non viene quasi mai citata: "Il problema della conoscenza è trovare l'essenza delle cose, l'essenza del cavallo, dell'uomo ecc..." .Questo lo dicevano già gli stoici. "L’essenza sta nella definizione, la definizione di uomo è animale razionale mortale."

Affermare che l'essenza sta nella definizione è assolutamente arbitrario, io potrei dire che l'essenza sta da un'altra parte.

"Che cosa è dunque la definizione? È genere più differenza specifica. La differenza specifica è l'attributo che possiede solo quella determinata specie, la differenza specifica dell'uomo è la razionalità, cioè l'anima. San Tommaso allora deve chiedersi dov'è la razionalità? Come la vediamo? Con quale microscopio, se avesse avuto il microscopio, possiamo esplorarla? Ebbene la razionalità non la vediamo mai., ne inferiamo l'esistenza dal comportamento razionale, dal fatto che l'uomo parla e agisce in modo sensato. L'unico modo che abbiamo di osservare la mente è analizzare il linguaggio, ecco perché la svolta linguistica ha, in un certo senso, obbligato la filosofia a occuparsi del funzionamento della mente, quasi senza che i filosofi se ne accorgessero, fino al momento in cui, uno dei più grandi linguisti di questo secolo, Roman Jakobson, maestro di Chomsky scrive un saggio fondamentale in cui postula due tipi di linguaggio e due tipi di afasie.

Jakobson parte da una ipotesi linguistica, noi per parlare quindi per manifestare la razionalità, nostra differenza specifica lavoriamo da un lato sull'asse della selezione e dall'altro su quello della combinazione.

Personalmente sono interessato al problema della conoscenza che già Kant espresse in maniera geniale, l'uomo conosce il mondo imprimendovi una serie di scaffalature, di forme a priori che si sovrappongono agli stimoli chimici e fisici ecc.., quando si sale nella scala si arriva all'età mentale precostituita dall'intelligenza, della categorizzazione dei nomi da dare alle cose. I più giovani di noi assisteranno al trionfo dell'impresa che darà risposta alle domande più interessanti su come conoscere, su come conosciamo, in definitiva su chi siamo. È una scoperta degli ultimi anni che nel cervello esiste un certo numero di cellule nervose rimaste bambine, gli scienziati le chiamano cellule staminali, un modo complicato per dire che possono ancora moltiplicarsi e crescere: crescete e moltiplicatevi insomma. C'è chi sostiene che "sono lì per rimpiazzare cellule vecchie, si tratta di puro materiale edilizio che va rieducato e connesso e farcito di informazioni .....".

Questo invece è Galimberti il filosofo: "Mente e cervello": " la prima osservazione riguarda il nesso tra queste due figure, la seconda la leggera preoccupazione che lavorando sul cervello si tocchino per l'appunto zone nevralgiche".

Finché la scienza indagava il mondo tutti erano con lei plaudendo al progresso, quando la scienza ha cercato di essere fisica e diventare biologia e quindi ha cominciato a studiare non il mondo esterno ma l'uomo ecco che si sono preoccupati. Per quanto riguarda il rapporto tra mente e cervello mi pare che Chomsky abbia detto in sostanza tutto, prima di lui erano Husserl eccetera. "La scienza nasce attraverso la riduzione del corpo a organismo nonostante la regina di Svezia avvertisse Cartesio dicendogli: "guarda, io del corpo ho una nozione diversa da quella che stai descrivendo oggettivamente e organicisticamente"".....vediamo come conclude...."in conclusione non disponiamo ancora di un'etica all'altezza della scienza e gli scienziati si comportano secondo quella loro etica del fare indipendente dagli esiti e dalle responsabilità di ciò che accade, un'etica che male si concilia con la capacità nostra di metabolizzare le loro scoperte e inserirle in questo mondo umano, il problema mi sembra abbastanza serio..." sarebbe questa la conclusione a cui giunge “quando si cerca l'essenza delle cose”, per esempio, dice Umberto Eco: “il problema della conoscenza è trovare l'essenza delle cose" e io affermo che l'essenza delle cose è la loro definizione, tanto questa cosa che sto dicendo è assolutamente gratuita anche perché qualcuno potrebbe obiettare che la definizione non è l'essenza delle cose, la definizione dovrebbe cercare di avvicinarsi all'essenza che rimane altro per la definizione.

 

intervento

 

Esattamente, o la definizione è senza essenza che non ha, oppure se è una essenza e quindi occorre dare una definizione di essenza la quale essenza è la definizione e non ne veniamo più fuori, è la prima obiezione legittima. Poi vengono affermate, come tutte queste cose che vengono affermate qui con molta sicurezza, cose che sono assolutamente arbitrarie: "questa cosa è quest'altra", perché?

È chiaro che si è sempre cercato se si cerca tutt'oggi ed è il modo di pensare occidentale di fare come delle equazioni: A è uguale a B e se A è uguale a B e se B è uguale a C, allora A è uguale a C, però non è sempre così automatico; in effetti il nostro percorso è sorto proprio da queste domande cioè perché?, come lo so?.

Che il problema della conoscenza sia trovare l'essenza, perché? in base a quale criterio?, naturalmente devo avere già dato una definizione di conoscenza, dando una certa definizione di conoscenza io ho già vincolato la mia ricerca alla definizione che ho dato perché non è più sicuramente l'essenza.

Così come accade in ciascuna situazione quando io definisco in qualunque modo una certa cosa, questa definizione che ho dato vincolerà tutto l'operato in relazione a quella certa cosa; faccio un esempio molto banale: se io definisco gli slavi come uomini selvaggi e rissosi, questa definizione che ho dato vincolerà il modo in cui dirò in seguito degli slavi tutto ciò che io farò per gli slavi, sarò vincolato a questa definizione e questo avviene anche nel campo della scienza, badate bene, che sembra apparentemente non toccato da queste considerazioni morali, e invece non è così.

Qualunque discorso si faccia, qui per esempio parlano del corpo, però danno una certa definizione di corpo: un insieme di organi funzionali tra loro, ma potrebbe non essere solo questo; ciascuna volta quello che sfugge a questi personaggi da sempre è che ciò di cui stanno parlando è un gioco, un gioco linguistico, il quale gioco linguistico segue delle regole, per esempio una di queste è quella data dall'affermazione che il problema della conoscenza sia trovare l'essenza delle cose, questa la pongo come regola, allora se il problema della conoscenza è trovare l'essenza delle cose è chiaro che leggerò tutta la storia del pensiero e ciò che sta avvenendo adesso in questo modo convinto che il vero problema sia questo e che la soluzione di questo problema comporterà la soluzione di tutti i problemi.

Questa questione della definizione, questione che ho sfiorato martedì, vi ricordate? È fondamentale. In tutto il lavoro che abbiamo fatto quando compare una definizione viene sempre dichiarato, definiamo questo in questo modo rispetto al gioco che stiamo facendo perché sia utile rispetto al gioco che stiamo facendo ma al di là di questo non ha nessun valore. Ci serve per giocare. L'unica cosa che abbiamo stabilita è quella che non possiamo negare, tutto il resto sono definizioni per potere proseguire il gioco.

Ma, ciascuna volta le definizioni che utilizziamo non hanno nessun valore ontologico, sono giochi linguistici, così come affermare che 4 assi valgono più di due sette.

 

Intervento...............................

 

Possiamo dire, certo, la comunicazione in quanto tale è un atto linguistico, questo atto linguistico non è necessario in quanto tale, questo, che ci sia un atto linguistico sì ma questo no, quindi se non è necessario è arbitrario ed essendo una definizione è arbitraria, è arbitrario e quindi è una definizione, tutto sommato, generalmente qualunque cosa che sia una definizione è arbitraria, cioè definisce qualcosa.

Definire qualcosa è importante, è importante per proseguire il gioco, ma una volta che ho definita una certa cosa ho soltanto stabilito una nuova regola del gioco.

 

Intervento............................

 

Definire vuol dire stabilire i limiti. De finis, cioè partire dalla fine, dai confini letteralmente, finis in latino è confine.

 

Intervento.................................

 

È sempre la realtà il punto centrale, anche qui, apro una piccolissima parentesi al suo discorso, qui c'è Chomsky: "Noi possiamo soltanto provare a comprendere, ciò che rimane è il mondo con tutti i suoi aspetti problematici, meccanici, elettromagnetici, chimici ecc... Noi possiamo soltanto provare a comprendere questi fenomeni e cercare di unificarli a varie teorie che li descrivono, ma nulla di più." Cioè le cose sono lì e, in questo caso la struttura linguistica serve soltanto a comprendere questi fenomeni e quindi sono fuori dal linguaggio.

 

Intervento.............................

 

Sì, rimane l'idea, in questa operazione, di potere controllare, in definitiva, il meccanismo, ridurlo a una specie di macchina che in qualche modo è controllabile, infatti dicono "non ci resta che capire il suo funzionamento. Se invece la mente è un atto linguistico allora capire il funzionamento dell'atto linguistico comporta capire l'utilizza dell'atto linguistico e, capite immediatamente che la cosa si fa più complicata, perché non è più possibile a questo punto giungere alla comprensione del fenomeno immaginato fuori dal linguaggio con il linguaggio come strumento per capirlo.

Perché qui, lo strumento, e ciò che deve essere capito sono esattamente la stessa cosa, per cui s'instaura immediatamente un circolo vizioso che tanto spaventava Tommaso, visto che qualcuno l'ha citato, e che impedisce di potere stabilire con certezza che cosa è una certa cosa, al di fuori di dire che è un atto linguistico. Mentre l'idea della mente come macchina funziona in un certo modo e consente di immaginare e di pensare che le cose siano in un certo senso prevedibili e controllabili, soprattutto. Quindi, se la mente funziona in un certo modo e qualcuno dice certe cose è perché qualcosa non funziona nella sua mente. È come una macchina che ha un problema e può essere corretta ma il funzionamento giusto è questo. Qualunque cosa che si discosti è un “animalia” come diceva qualcuno, un dirigente della Tim.

 

Intervento..........................

 

Se la mente è strutturata in questo modo, cioè fuori dal linguaggio, allora è controllabile perché, col tempo, si potrà stabilirne il funzionamento corretto e, quindi, qualunque funzionamento anomalo deve essere corretto.

 

Intervento. La questione della mente è una questione che viene supposta, comunque, esistente di per sé.

La mente che funziona come un computer, per esempio.

La neuroscienza sta facendo dei passi da gigante, sta prendendo parecchio piede. Poter far passare tutto con una pastiglietta, questo si sta passando.

 

Qui Eco, per esempio, dice:" Il problema sta nella definizione, cioè, scusate, l'essenza sta nella definizione quindi è un atto linguistico no, la definizione, questa definizione è necessaria? Evidentemente no, possono darsene molte, e quindi anche la definizione è un atto arbitrario ma qui non ci arriva, non ci può arrivare, perché sovvertirebbe tutto. Mentre la mente, la realtà si suppone possa essere controllabile, è poi il problema che incontriamo continuamente se ciascun atto è un atto linguistico allora non c'è nulla fuori dal linguaggio quindi tutto quello che faccio, penso, immagino è solo un atto linguistico, ma se gli umani pensassero in questo modo come li si controlla? Se cessassero di credere non importa cosa l’importante è che credano, che abbiano una religione. Lo accennavo martedì, sarebbe una catastrofe se cessasse il discorso religioso, se cessassero di pensare che esiste la mente, che è fatta in un certo modo.....

 

Intervento.......................

 

Infatti nessuno si preoccupa del fatto che la scienza che nella vulgata sarebbe il discorso più serio, più attendibile, che cambino opinioni ogni dieci minuti. Non si preoccupa nessuno, allora com'è questa storia che ogni volta che si fa una teoria dopo ne interviene un altra. Perché è soltanto una conversione religiosa, non è più il Dio uno e trino ma è duplice, che ne so? L'importante è che ci sia.

 

Intervento............................

 

Mai sopravvalutare il prossimo, neanche sottovalutare, leggere semplicemente. C'è una ricerca che a un certo punto si arresta. In effetti è una cosa che sorprese anche me anni fa, una sorta di uovo di colombo, di una semplicità estrema.

 

Intervento: Lo stesso Greimas, uno che ha a che fare con il sesso continuamente, le costrizioni che la parole pone continuamente in atto ........

 

È una cosa che mi ha interrogato, possibile che in tremila anni nessuno ci avesse pensato... Il linguaggio, ciò che consente di costruire qualunque pensiero, il linguaggio funziona in modo inferenziale.

 

Intervento: E se fosse stato scoperto e non fosse stato reso noto? Perché ha una portata notevole. Diciamo che fa più piacere seguire il discorso religioso.

 

No, se questi personaggi avesse pensato una cosa del genere non se lo sarebbero tenuto per sé. Eppure questo sistema inferenziale è quello che consente di fare tutte le affermazioni, di qualunque tipo e non c'è uscita perché non c'è un altro modo da nessuna parte e quindi qualunque cosa si pensi è vincolata a questo sistema, quello del linguaggio dal quale dicevo non c'è uscita.

Tutta la filosofia intorno alla filosofia del linguaggio e di qualche interesse, da Wittgenstein ad altri, come avviene se non attraverso l'inferenza, bisogna tenere conto che ciò che si dice intorno al linguaggio viene detto attraverso il linguaggio. Cosa comporta questo? Ha dei risvolti, degli effetti oppure no? Evidentemente sì. Qualunque affermazione io faccia sarà sempre vincolata alla struttura che mi consente di farlo, necessariamente. E in che cosa consiste questo vincolo? Consiste nel fatto che primo non può uscire dal linguaggio e secondo che rimane un atto linguistico, in nessun modo può affermarsi che è fuori dal linguaggio.

L'uovo di colombo. Eppure...Gorgia: Se qualcosa fosse non sarebbe conoscibile, se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile. E poi tutte le antinomie, Zenone ecc.., praticamente mostravano il limite del linguaggio, già allora mostravano che non c'è uscita dal linguaggio. Una volta che si è dentro non si può più uscire.

Eppure qui come vedete, la questione non è neanche sfiorata, non è sfiorata perché toglie la religiosità, toglie l'illusione, da parte del discorso religioso, di potere giungere alla verità, in definitiva.

 

Intervento...................In effetti toglie tensione...........................

 

Intervento: l'essenza delle cose è un qualcosa che si può dire attraverso la definizione laddove il linguaggio è qualcosa che veicola, qualche cosa che rimane al di là del linguaggio.

 

Sì certo, uno strumento che serve per comprendere la verità.

 

Intervento..............................

 

Sì, per questo pensavo che è assolutamente necessario potere accogliere un discorso del genere, una sorta di addestramento al linguaggio, occorre fare questo passo, dal linguaggio come strumento al linguaggio come ciò per cui gli umani sono quello che sono. Senza questo passaggio non c'è la possibilità perché rimane comunque l'idea che sia uno strumento per un'altra cosa e invece è strumento per se stesso. Tenere conto che quando uno dice: "Noi possiamo soltanto provare a comprendere questi fenomeni..." questo è Chomsky che parla, un linguista, "Noi possiamo soltanto provare a comprendere questi fenomeni e le varie teorie che li descrivono ma nulla di più." Perché non si accorge di quello che sta dicendo? Perché non si accorge che sta dicendo, innanzi tutto? Perché ciò che sta facendo non è una descrizione di qualcosa che è fuori dal linguaggio, sono proposizioni che raccontano di altre proposizioni, dietro queste proposizioni non c'è nient'altro che altre proposizioni.

 

Intervento...........................

 

Anche queste sono proposizioni. Io posso dire che il linguaggio, che alcune strutture sono innate, posso dire che non lo so, posso dire che le ha messe Dio, è la stessa cosa. E quindi?

 

Intervento...........................

 

Anselmo d'Aosta che vivendo al fresco aveva le idee chiare.

 

Intervento: Dio esiste perché è pensabile. Io posso pensare che qualcosa sia fuori dalla parola, quindi ne posso anche essere convinta.

 

Certo.

 

Intervento........................

 

Sì. È una questione che avevamo sfiorato, ecco che mano a mano vengono fuori le cose di cui avevamo parlato. Il fatto che molti dicano: "allora è possibile giocare qualunque gioco" sì, allora è possibile giocare qualunque gioco ma se si è acquisito questa struttura di pensiero e, questo rimane sempre da sfondo, qualunque gioco io giochi non posso più non tenere conto di quest'altro e allora giocherò in un modo totalmente differente. Non potrà più, comunque, considerarsi come un gioco religioso.

 

Intervento.......................

 

Facendo da sfondo questo altro gioco che stiamo inventando, gli altri giochi sono dei giochetti, che cessano man mano di interessare.

 

Intervento..................................

 

Sì, l'idea che si perdano le emozioni, non si perde niente, assolutamente nulla, anzi, si può goderne meglio perché non ci sono a fianco tutta una serie di altre cose, di problemi, di agganci.

 

Intervento.............................

 

Jacques Lacan, psicanalista francese morto nell'ottantuno. È stato l'analista di Verdiglione, tra le altre cose il quale scrisse varie cose, anche un testo dove diceva che l'inconscio c'è e parla. qualcosa parla, ça parle. Una forma un po’ animistica, l'idea che qualcosa parli, il linguaggio parla, questo ça, questo qualcosa è assolutamente ridondante, il linguaggio, l'inconscio parla come qualunque altra cosa, se non parlasse non esisterebbe. Non è una gran trovata, lo è stata per i suoi tempi.

Dovremmo forse riprendere la questione della mente anche nelle conferenze, il mentalismo, lo spiritualismo scientifico che oggi, direbbe Mike Buongiorno, va' per la maggiore.

 

Intervento: In ciò che lei ha letto lo sfondo è sempre il medesimo, che ci sia sempre qualcosa da svelare.

 

Sì, cosa diceva il nostro amico Galileo? L'universo è scritto in un grande libro, un trattato di matematica , noi possiamo decodificarlo e così l'idea della mente , le leggi della mente e quindi sono scritte da qualche parte.

 

Intervento........

 

Tutto il giusnaturalismo ci è andato a nozze con queste storie qua.

 

Intervento: .............................

 

Ma se io, per esempio, Cesare, le dicessi che la forza di gravità esiste, lei come comincerebbe a porre qualche questione?

 

Intervento: Comincerei col dire, per prima cosa, che è un'espressione linguistica, cioè che il fatto di sostenere che la forza di gravità esiste, esiste in quanto io ne parlo e che l'ho definita in questa maniera...

 

Sì, però forse occorre fare qualche altro passaggio . Questa legge di gravità su cosa è sostenuta? Cosa la regge?

 

Intervento: sull'esperimento,

 

Sì, sull'osservazione e quindi alla domanda come lo so, la risposta è che l'ho visto, l'ho osservato. e quindi, a questo punto? Siamo già a buon punto. Dall'osservazione. Che criterio ha di validità? Ha un criterio logicamente inattaccabile oppure un criterio che logicamente non è sostenibile? Perché la questione per i logici sarebbe molto nebulosa, l'osservazione non è un criterio logico attendibile, uno può osservare qualunque cosa, il fatto che l'osservino in molti...tutti osservano che lasciando andare un oggetto questo cade. Sì, è vero, tutti osservano questo. E se fosse che questa osservazione, l'osservare stesso le cose fosse un luogo comune, per cui io do una certa attendibilità a qualcosa che vedo in un certo modo, ma la vedo in un certo modo perché sono stato addestrato a vederla in quel modo.

 

Intervento.........................

 

Nel Medioevo tutti pensavano di avere visto Dio o la Madonna. Il fenomeno era universale, nessuno lo metteva in dubbio ed era riproducibile perché si riproduceva continuamente, quindi soddisfaceva le regole dell'esperimento scientifico.

E se l'osservazione fosse una sorta di luogo comune per cui ciascuno è addestrato a pensare in un certo modo, a considerare l'osservazione una certa cosa. Per cui dico che una cosa lasciata cadere va giù, questo giù, in prima istanza, è un significante. Potremmo dire che qualunque cosa lasciata cadere non va né su né giù, né va da nessuna parte se non c'è qualcuno che l'afferma.

Allora torniamo alla questione dei luoghi comuni, di uno dei luoghi comuni più radicati, le cose esistono anche se io non ne parlo, no, le cose se non ne parlo non esistono in nessun modo, non hanno nessun modo di esistere perché non c'è nessuno per cui esistere, nessuno che possa affermare e dire che esistono, quindi esistono in che modo? La loro esistenza è relativa a che? Esiste di per sé o esiste perché ne parli? Se esiste di per sé, come? E qui rispondere a questa domanda è arduo. Ecco, la legge di gravità è un luogo comune accettato dai più, chiaramente, come l'amore, la morte e tutti questi grandi temi , ma fuori dall'atto linguistico sono assolutamente niente. Fuori dall'atto linguistico questo quadro né cade né sta in piedi perché fuori dall'atto linguistico la questione non può porsi in nessun modo.

 

Intervento........................................

 

E il calcolo matematico? È un gioco linguistico, si diceva che affermare che due più due fa quattro non è stabilire una legge di natura ma enunciare la regola di un certo gioco che è noto come calcolo numerico.

Fuori da questo calcolo numerico dire due più due fa quattro non significa assolutamente nulla. Quindi io faccio un calcolo come ha fatto Einstein, come hanno fatto altri e giungo a certe conclusioni poi, devo essere costretto a pensare che il calcolo numerico l'ha inventato Dio, infatti Einstein in quella famosa lettera afferma: "Dobbiamo pur ammettere che Dio non gioca ai dadi, perché se Dio giocasse ai dadi allora tutti quei calcoli numerici che abbiamo fatto sono niente se non abbiamo la certezza che quei calcoli numerici corrispondano alle leggi naturali, cioè che Dio non giochi ai dadi, ecco che torna la questione di prima.

 

Intervento....................

 

Qui un fisico saprebbe rispondere perché anche nello spazio esiste una legge di gravità, i corpi sono comunque attratti da quelli più grossi.

 

Intervento: Il fatto che ci sia una legge (come la legge di gravità, quella della relatività ecc...) crea già un incanalamento...

 

Sì, Anche se non è possibile in nessun modo esperire che l'energia sia uguale alla massa moltiplicato la luce al quadrato, non si può fare.

 

 

 

17-6-1999

 

Il gioco. La vittoria. La riuscita. La necessità di un gioco nuovo.

 

Questa sera vorrei riprendere una questione appena accennata martedì scorso intorno al gioco, questione che pare essere di notevole interesse, il gioco. Riflettevo intorno al gioco pensando a ciò che muove gli umani a fare qualunque cosa faccia, non ha nessuna importanza che cosa e consideravo che già nel luogo comune, l’aspetto principale del gioco è la riuscita, o la vittoria si chiama a seconda dei casi, ma direi piuttosto la riuscita, come dire che c’è sempre una sorta, ci atteniamo sempre al luogo comune da cui partiamo di solito, un qualche cosa con cui ci si confronta e da una serie di operazioni ci si aspetta una certa riuscita, ora questa riuscita varia dalle cose più banali a quelle più complicate, dalle più ridicole alle più serie, in ogni caso l’attesa della riuscita, riuscita che per qualche verso non è lontanissima da ciò che Austin chiamava la felicità dell’enunciato, cioè intendo con riuscita il soddisfare una aspettativa, per esempio, rispetto a questo accade…dicevo rispetto alle cose più disparate, uno compra una piantina che cresce, la piantina diventa grande…una persona per esempio vuole avere il dominio sul pianeta allora si muoverà in modo tale per cui il dominio di tutto sarà la riuscita, ma questa riuscita comporta sempre un rinvio, un rilancio. Riflettevo …pensate al luogo comune come sempre, pensate alle persone che hanno un potere economico notevolissimo, ora fanno ciò che fanno non tanto per i soldi che hanno a quintalate, né per il potere che ormai è quasi assoluto, ciò che muove è il gioco, l’idea di potere battere un altro, di vincere un altro, poi il vantaggio economico, politico, della riuscita di questa operazione magari è irrisorio, non ha nessuna importanza, un po’ come quando si gioca a poker con gli amici e la posta in gioco è diecimila lire.. vi faccio un esempio banale uno gioco a poker con gli amici e l’obiettivo non è certamente portare via diecimila lire all’amico, non è questo è ovvio ma è riuscire a batterlo, ecco perché le persone che hanno molto potere e molto denaro non proseguono la loro corsa per aumentare la ricchezza o il potere se non in funzione di una vincita, vincere su qualcuno che …l’avversario chiunque sia non ha importanza, l’avversario politico, economico ma vincere…..ora riflettevo sull’eventualità che ciò che muove gli umani a fare cosa fanno, qualunque cosa sia, sia l’eventualità o l’attesa della riuscita. Riuscire in qualche cosa cioè nel luogo comune è superare un ostacolo per esempio, qualunque esso sia è noto che gli umani si creano ostacoli per poterli superare, perché questa operazione? Che sembra non solo antica quanto è antico l’uomo ma addirittura per alcuni versi, appare quasi strutturale al suo discorso, non c’è chi sia esente da una cosa del genere, il confronto può essere, può essere confrontarsi con una questione teorica, confrontarsi con un rivale in amore, confrontarsi con una squadra di calcio, con qualunque cosa, però sembra come ci fosse “la necessità” mettiamola fra virgolette di avere un qualche cosa da superare, da vincere, da battere, perché? (per far sì che il presente non sia pregnante nella sua nullità) potrebbe non essere pregnante di nullità, ma mi chiedevo se ci fosse qualcosa di strutturale in questa riuscita che è così fortemente agognata, per ciascuno, qualunque cosa faccia, e pensavo alla struttura del linguaggio, in che modo o in che senso il linguaggio riesce e non può non riuscire? Nella produzione di proposizioni come si è detto in varie circostanze, che cosa produce il gioco o propriamente la riuscita del gioco? Una questione che forse tempo fa avevamo sfiorato, potremmo dirla così provvisoriamente che produce nuove proposizioni, proposizioni che non c’erano prima, se, torniamo al luogo comune, una gara, una partita, quello che gli pare, vince è soddisfatto, perché? Cosa è accaduto? Produce questa soddisfazione, sì certo si aspettava questo però, perché se lo aspettava? Viene quasi da pensare che il gioco, nell’accezione più ampia del termine, sia una sorta di esca o di pretesto, un pretesto per inventare e quindi per costruire nuovi giochi, nuove preposizioni. E riflettevo su questo fatto che apparentemente è molto banale, però perché una persona che vince è soddisfatta? (…..) dico perché è emozionante? (anziché no?) la questione forse può affrontarsi (….) ma c’è qualcosa in più ché appare qualcosa quasi di strutturale nel gioco, in effetti il gioco linguistico è assolutamente strutturale e abbiamo detto in varie occasioni che intendiamo gioco linguistico nient’altro che il prodursi di proposizioni connesse le une con le altre, è come se la riuscita in questo caso sia la produzione di una proposizione che non c’era prima, ma in che senso una vittoria è una nuova proposizione? Io posso dire che ho vinto a condizione che abbia vinto ovviamente però posso dire che ho perso a condizione che abbia perso, però la vittoria è cercata, la perdita no….la questione è complessa ma è molto importante se voi considerate che gli umani da sempre praticano questa attività del gioco in qualunque circostanza e pare essere ciò che li muove addirittura, c’è questa eventualità, che null’altro li muova, che sia in definitiva qualche cosa addirittura strutturale al linguaggio cioè se si instaura il linguaggio allora lì si instaura il gioco e gli umani sono presi da questo gioco cioè dalla necessità di confrontarsi con l’ostacolo, ma quale ostacolo? Il linguaggio perché mai? Potrebbe anche essere un ostacolo oltre essere chiaramente la condizione per potere pensare un qualunque ostacolo, in che modo è un ostacolo perché pone dei limiti intanto, pone dei limiti e produce anche una struttura che consente di accorgersi dei limiti, cosa fondamentale. I limiti che il linguaggio produce come sappiamo sono quelli che impediscono di uscirne, però bisogna riflettere bene su qual è la connessione tra la struttura del linguaggio e cioè il limite che impone, cioè l’impossibilità di uscirne e tutto ciò che invece è generalmente connesso con il gioco cioè con il superamento del limite, quindi l’ostacolo…. però il linguaggio non può se è pensato come limite, non può essere superato, quindi qualunque gioco sarebbe assolutamente inutile, un gioco inteso come superamento del limite e allora perché lo si fa? (…….) non sarebbe un limite sarebbe una necessità intrinseca al linguaggio (il superamento del limite) è il linguaggio che produce se stesso…..l’ostacolo non è creato in realtà se poniamo la questione in termini strutturali, l’ostacolo non è altro che la struttura del linguaggio, cioè i limiti che impone il linguaggio, l’impossibilità di uscirne, l’impossibilità di uscire dalle regole salvo fare un altro gioco per esempio, la necessità che ci siano regole, dicevamo le regole sono dei limiti, limitano certe mosse. Sì tra l’altro riuscire a intendere la questione del gioco forse consente di intendere la questione della soddisfazione, il piacere…(……….) adesso si parlava di limiti in termini più ampi, i limiti che il linguaggio impone attraverso le regole del gioco, ciascun atto linguistico è vincolato a delle regole, una di queste regole è che se voglio essere inteso dalle persone devo usare una certa struttura linguistica, devo chiamare questo accendino, questo sigaretta se no non gioco più o al poker devo attenermi a delle regole necessariamente, quindi sono questioni che vanno al di là del singolo e delle sue capacità…(la soddisfazione ha a che fare con l’infinito nel gioco, per esempio, da l’avvio a un’altra partita) (come se la sensazione implicasse la produzione di altre proposizioni, ma di quella non posso usufruire perché se no di quella non c’è soddisfazione. La soddisfazione è una sensazione e si pone come una regola di un gioco per cui se interviene un elemento questo elemento perché io ne possa godere o meglio se a questo elemento posso aggiungere un altro elemento è comunque come se ci fosse la necessità della soddisfazione, se no non pare esserci la necessità dell’aggiunta dell’elemento) la questione del gioco rende conto anche della necessità se io gioco è strutturale, la necessità del nemico, un nemico qui come figura retorica, ovviamente, come antagonista, antagonista può essere qualcuno, qualcosa, in ogni caso come dice giustamente Greimas qualunque cosa impedisca il raggiungimento dell’obiettivo, cioè del nemico, l’antagonista….sì ma è funzionale al gioco perché è ciò che consente la creazione della storia, come diceva Greimas senza l’antagonista qualcosa che impedisca non c’è gioco…(la partenza di una gara automobilistica e dell’imprevisto….) sì certo questo è funzionale, strutturale (…….) c’è qualche cosa in effetti di strutturale nel gioco, sì certo ha a che fare con il limite, con l’ostacolo, con l’eliminazione dell’ostacolo, però ci sfugge ancora qualcosa che è fondamentale cioè perché tutto questo è perseguito dagli umani anziché no (una cosa detta è già passata) e allora perché ha bisogno di un gioco nuovo? Qui c’è qualcosa di strutturale alla struttura del linguaggio, come se fosse insito nel suo funzionamento un elemento che impedisce il raggiungimento di qualche cosa e lì dobbiamo andare a cercare, una figura retorica ciò che consente il gioco, senza il nemico, senza l’antagonista il gioco non gioca (……..) chi crede per esempio in dio ha una aspettativa anche lì c’è l’antagonista che è il male e c’è la soddisfazione, c’è la riuscita, nel senso che immagina di soddisfare quello che è per esempio il desiderio di dio, la riuscita e la riuscita si intende come superamento dell’antagonista, dell’ostacolo qualunque esso sia. Una madre che alleva dei figli, l’antagonista, la non riuscita sarebbe non soddisfare le sue aspettative…(……..) sembra qualcosa di strutturale al linguaggio che poi viene rappresentato in vario modo, come se fosse il linguaggio l’antagonista, l’ostacolo.(……….) ciò che stiamo considerando è l’eventualità che questo sia strutturale e allora i nemici come figura retorica diventano qualcosa di strutturale al linguaggio, non può togliersi è come affermare l’assenza del linguaggio, si può dire ma non lo si può pensare, (la mancanza è la raffigurazione del nemico mancante e allora io posso camminare se non c’è il nemico, e proprio per questa mancanza in relazione al nemico posso riproporre le “stesse” cose, nel discorso) perché l’antagonista sembra la condizione per potere parlare, che poi rilevate nel quotidiano attraverso il ciò che non va? Che è sempre l’occasione mentre ciò che va non interessa, ciò che non va e quindi il male il nemico ecc, è l’occasione per parlare, così come giustamente dice Greimas è l’occasione per costruire una storia, cioè se come dicevo il principe azzurro si va a prendere la principessa e se ne vanno via insieme, e non c’è un drago e non c’è …..che storia è? Occorre qualcosa per potere parlare come se, per tornare alla struttura del linguaggio…che cosa occorre al linguaggio per potere parlare? Apparentemente nulla si riproduce da sé, si autoproduce, però non ha motore, come a dire produzione di nuove proposizioni ché una nuova proposizione aggiunge qualche cosa con cui confrontarsi, e confrontarsi è trovare qualche cosa che produce nuove proposizioni (…….) non possono non aggiungersi comunque, c’è qualcosa che ci sfugge in tutto ciò che comunque il linguaggio, la sua struttura producono continuamente proposizioni, non ci sarebbe bisogno in teoria di giocare in ogni caso non si può arrestare eppure sembra che gli umani non facciano altro da sempre che giocare, perché una bella questione! Che cosa li muove a compiere questa operazione? Oppure se è come stiamo dicendo che cosa hanno queste proposizioni nuove che il gioco produce rispetto alle altre, perché ciò che è nuovo interessa e ciò che è vecchio no? Rispondere in termini strutturale perché ciò che è vecchio non interessa e ciò che è nuovo sì, chi sa rispondere a questo quesito, sembra in effetti una banalità, uno si lamenta che non c’è mai nulla di nuovo, e allora? Perché il nuovo attrae? (…) certo c’è l’attesa di qualche altra cosa però, però perché questa altra cosa interessa, un’altra cosa insaputa interessa mentre ciò che è saputo no? La questione rimane sempre la stessa non si sposta dobbiamo cercare altrove, (……) c’è qualche cosa in certe proposizioni, però occorre che questo qualche cosa lo troviamo in termini strutturali, visto che almeno pare che il gioco sia assolutamente strutturale al linguaggio e cioè l’esistenza di qualcosa che fa da ostacolo per cui (questo nuovo che interessa comunque deve in qualche modo proseguire un certo discorso) non andiamo molto lontani, no l’invenzione di una nuova regola, sicuramente un limite crea una nuova regola, è come un primato un record (il raggiungimento di 100 km all’ora, la volta dopo i 110 km all’ora) c’è una nuova regola del gioco (…..) la nuova regola del gioco limita il gioco ancora di più, e quindi cosa fa? (….) perché una regola in più è un’altra limitazione…e il gioco funziona attraverso le regole cioè delle limitazioni in più, più limitato più funziona, quindi comincia un po’ a delinearsi anche se in termini così un po’ vaghi, dobbiamo precisare molto bene perché è una questione di estrema importanza, però giocano per stabilire nuovi limiti quindi nuove regole, anche quando giocano a poker, ha cinquantamila, ha vinto centomila, …..e non sono i soldi magari sono miliardari ma è un limite una nuova regola del gioco, come dire che il linguaggio per funzionare, e questo la pongo come questione, necessita di continue nuove regole del gioco, questo è da verificare perché se così fosse avremmo “scoperto” fra virgolette perché gli umani giocano. Ma è proprio così il linguaggio necessità di nuove regole continuamente per potere giocare? Perché non sono sufficienti quelle vecchie? Ma in prima istanza potremmo dire che una nuova regola del gioco consente di giocare un nuovo gioco perché anche se è quello vecchio aggiungendo una regola diventa nuovo, e quindi un gioco in più e quindi una proposizione in più, questo poi sembra essere la resa dei conti, l’obiettivo, la riuscita, come si diceva dall’inizio cioè la costruzione di nuove proposizioni, perché dunque nuove proposizioni e non quelle vecchie? Perché più ci sono proposizioni e più i giochi si moltiplicano e quindi più il linguaggio raggiunge il suo obiettivo che è la sua produzione, (mi pare una contraddizione) dove sta la contraddizione? (pare che dal limite non possa seguire una grande produzione se non una proposizione) quella che interessa a noi…..quella che attiene a quel gioco, perché uno vuole superare un record? Come dire adesso dovete giocare con questa nuova regola, c’è un gioco in più, c’è un gioco in più (la questione della soddisfazione) sì il suo antagonista in quel caso è il record precedente (………) l’obiettivo degli umani pare essere quello di produrre linguaggio e quindi nuove proposizioni e quindi cercano tutto ciò che consente questa operazione, nuove proposizioni che chiaramente si situino all’interno del gioco precedente il che in qualunque discorso non può darsi senza un gioco, cioè senza delle regole che condizionano quindi la costruzione di una nuova proposizione che funzioni cioè nuova proposizione che sia anche un gioco, sembra questo che muove il linguaggio e quindi gli umani, essendo presi dal linguaggio sono vincolati a questa struttura, come dire che si muovono e tutto ciò che fanno lo fanno per la costruzione di nuove proposizioni, cioè di nuove regole per giocare ma la nuova proposizione non è altro che una nuova regola per giocare, probabilmente o più propriamente la proposizione che dà soddisfazione è quella che aggiunge una nuova regola al gioco, quindi lo limita ulteriormente (………) sì certo così come avviene nelle gare, fissa un record e poi cerca di superarselo il suo record, ne interviene un altro che limita ancora la possibilità degli altri che è la sua ovviamente, più si è limitati e più il gioco è difficile e quindi è più difficile costruire nuove proposizioni (……) ha trovato un limite ma ne pone un altro. In che modo il linguaggio si crea un limite? Ponendosi delle regole se no non funzionerebbe, questo come se ciascuno lo sapesse, per giocare occorrono dei limiti, più ci sono limiti e più si gioca, e quindi più il linguaggio funziona che è appunto il suo obiettivo e quindi la sua riuscita, quindi paradossalmente più è limitato e più si gioca, meno è limitato e meno si gioca (…….) rispetto al funzionamento delle regole del gioco occorre precisare ché è fondamentale, abbiamo detto che esistono regole, è assolutamente essenziale non esiste gioco che non abbia regole e il gioco è dato dalle regole così come il gioco linguistico ovviamente…(la rappresentazione della variante) certo solo se ci sono regole si può giocare (……….) il maggior numero possibile di combinazioni che è anche ciò che consente agli umani di parlare, una persona meglio è addestrata e meglio riesce a fare combinazioni fra le varie cose quindi gioca meglio, a vederne ad accoglierne e quindi a utilizzarne….(sembra che il linguaggio possa dissolversi se non c’è questa spinta a nuove regole) sì produce continuamente nuove proposizioni e quindi regole per giocare se non facesse così effettivamente si dissolverebbe (……) però forse sono due aspetti della stessa questione….anche laddove una persona gioca e si attiene alle regole usate da sempre e vince comunque anche lì stabilisce una sua regola come dire io ho vinto e questa vincita però è da ripetere, difficilmente si accontenta della vincita è come se questa vincita stabilisse una regola, hai fatto questo gioco e hai vinto, adesso devi rifarlo e rivincere, e cioè come si diceva un'altra partita, come se creasse un’altra regola in un gioco che è personale, io gioco e son capace di vincere di nuovo? Ecco che allora anche in quel caso c’è una creazione di una regola che è mia personale che nessuno sa, però alla quale io mi attengo, io ho vinta una volta però sarò capace di vincerne un’altra oppure no? Che se vinco una volta sola poi non sono più capace di vincere, da poca soddisfazione (……..) ho creato una nuova regola con cui confrontarmi per poter vincere un’altra volta (……) se riusciamo a intendere la questione del gioco facciamo un passo avanti non indifferente (………) per questo io ponevo la questione in termini strutturali cercando di intendere come ogni gioco sia di fatto strutturale all’atto di parola e poi da lì, inteso questo intendere le varie forme, le varie figure, d’acchito appare il gioco assolutamente strutturale però ancora non lo abbiamo stabilito con assoluta certezza, appare essere così certo (…….) il gioco è interessante se uno può vincere se no….sì la cosa della potenza e dell’atto qualcosa che ancora non è ma può essere ….se intendiamo bene questo riusciamo a capire che cosa muove gli umani e perché,

 perché gli umani si muovono, perché fanno, perché esistono in un certo senso, perché acquistano, perché inventano, perché creano perché fanno tutte le cose che fanno non c’è nessun motivo e invece lo fanno, per gioco solo ed esclusivamente e nient’altro (lo scindere il gioco dalla soddisfazione è già un altro gioco, perché nel gioco è già implicita la soddisfazione) sì, sì l’avevamo accostata alla produzione di una nuova regola (per cui mantenere in piedi questa distinzione è mantenere l’oggetto ontologico) dobbiamo risolvere la questione perché è complessa perché così potremo rispondere alla domanda che chiede perché gli umani fanno tutto quello che fanno…..va bene buon lavoro a tutti…..Ok bd

 

 

 

24-6-1999

Il gioco di parola non è nient’altro che la messa in atto delle regole per cui esiste.

Il gioco è la messa in atto delle regole per cui esiste

Linguaggio la formazione di proposizioni di esclusione di combinazioni

 

Interventi sul come proseguire la pubblicità sul discorso in cui ci troviamo.

 

Allora dicevamo la volta scorsa del gioco, che cos’è il gioco? intanto per rispondere a questo quesito cominciamo dal dizionario etimologico, per esempio il Zanichelli che è un buon dizionario.

Gioco: ogni esercizio compiuto da fanciulli o adulti per ricreazione, divertimento o sviluppo di qualità fisiche o intellettuali, attività agonistiche, competizioni. (queste definizione risultano un po’ ideologiche che il gioco sia soltanto l’aspetto ricreativo, una forte connotazione ideologica) gioco etimo letteralmente gioco di parola, facezia

Ioco gioco di parola e ludum che invece e gioco di azione….derivati ecc…

 

 

Quindi rispetto al gioco non troviamo nulla che abbia qualche interesse tranne questo riferimento etimologico che indica nel gioco il gioco di parola che distingue dal ludo, che sarebbe il gioco d’azione, l’aspetto ludico, quindi come sempre accade il dizionario non ci è utile in nessun modo, quindi dobbiamo inventare una nuova definizione (……) sì abbiamo visto anche altri per esempio il Devoto, intendono l’attività scherzosa, ricreativa, svolta. Gioco però come gioco di parole è il modo in cui le parole giocano, ma perché ci sia gioco cosa che sfugge ai dizionari, ed è la condizione fondamentale, che ci siano delle regole, quindi il gioco non è nient’altro che la messa in atto delle regole per cui esiste, questa è la definizione più esatta di gioco che possa formularsi, la messa in atto delle regole, che lo fanno esistere, questo è importante perché sbarazza tutto ciò che riguarda l’utilità ricreativa, di nessun interesse la questione dell’utilità ricreativa, o il divertimento. Posta la questione in questi termini, cioè del gioco come messa in atto delle regole per cui esiste, è chiaro che qualunque cosa è mossa da regole, anche l’esempio che faceva il devoto giochi d’acqua. I giochi d’acqua cosa sono? La messa in atto delle regole di cui è fatto questo gioco, cioè una serie di operazioni, in qualunque circostanza, questa definizione è applicabile ed è la più generale e non risulta negabile in nessun modo, perché se si toglie questo al gioco il gioco cessa di esistere, non è più niente se non si attiene alle regole di cui è fatto, non abbastanza perché il dizionario non ne fa menzione, dunque la questione del gioco va posta nei termini proprio così, preciso da qui occorre cominciare a costruire un’argomentazione intorno al gioco e cioè mostrare come ciascun atto o meglio in ciascun atto vi sia del gioco, gioco linguistico, perché se, come abbiamo detto il gioco non sia altro che al messa in atto di queste regole, c’è come si diceva tempo fa c’è una sorta di gioco che costituisce la struttura su cui si basa necessariamente qualunque altro tipo di gioco, questo tipo di gioco di cui stiamo parlando è il gioco linguistico, poiché ciascun gioco necessita di regole e poiché qualunque regola si costruisca è costruita attraverso una struttura che è quella linguistica, in quanto il gioco essendo costituito da regole di esclusione, è costituito da implicazioni, se questo allora no, se c’è quest’altro allora sì, come il computer, se vai di qui sì, se vai di là no, sì-no/ buono- cattivo ed essendo ancora le regole inferenziali una procedura linguistica, ne segue inesorabilmente che per costruire una qualunque regola è necessario il linguaggio, da cui segue ancora necessariamente che qualunque gioco ha come condizione il linguaggio, questo è il tipo di argomentazione che potete fare per mostrare come qualunque gioco, di qualunque tipo e per qualunque motivo lo si faccia questa ha come condizione il linguaggio. Avendo come condizione il linguaggio, qui possiamo utilizzare argomentazioni già svolte, questo qualunque gioco di cui si tratta terrà conto delle condizioni che lo fanno esistere? Oppure no? Necessariamente, visto che esiste attraverso queste condizioni, per cui qualunque gioco si inventi o si faccia, questo gioco necessariamente è vincolato alla struttura del linguaggio, come è vincolato? È vincolato dalle procedure ed è vincolato dal fatto che qualunque regola è costruita attraverso un sistema inferenziale, di esclusione e attraverso l’implicazione soprattutto, se A allora B oppure se A allora non B. Ma dobbiamo ancora precisare una questione a questo quesito, qualunque cosa accade è un gioco linguistico? cosa risponderebbe d’acchito? (d’acchito risponderei di sì perché per qualunque cosa io dica si danno delle regole) e qualunque cosa io faccia? (…..) io sposto questo posacenere e lo metto lì, è un gioco linguistico? perché? Adesso lo sposto (qualsiasi movimento è un atto linguistico non può non esserlo) saprebbe provarlo? Oppure lo dà come principio primo? (….) ha letta la Seconda Sofistica? Perché lì ci sono delle indicazioni per rispondere a questo quesito (deve essere una affermazione e quindi dico che è un gioco linguistico non è detto che sia un gioco linguistico, se io non lo voglio giocare, non lo voglio accogliere) allora c’è, almeno un gioco che non è un gioco linguistico.             CAMBIO CASSETTA ciascuna affermazione bisogna provarla in modo inconfutabile, se no sembra quasi uno slogan, può dunque una qualunque cosa essere fuori dal linguaggio? Accordiamo per il momento che la risposta sia no, abbiamo provato in un paio di circostanze e non lo rifaremo in questo momento se no perdiamo tutta la nottata, se qualunque cosa è linguaggio allora se parlo di gioco linguistico mi riferisco ovviamente al giocare delle parole, al giocare delle parole mosse dalle regole, che abbiamo visto in altre circostanze essere necessarie, strutturali all’atto di parola, senza regole non funziona e ciò che si attiene alle regole e anzi ciò che mette in atto le regole e le pone in essere si chiama esattamente gioco, che è quella serie di operazioni determinate da regole, così l’abbiamo definito ora qualunque gioco si giochi, questo gioco è determinato da regole, e queste regole sono in prima istanza regole linguistiche e senza queste nessun gioco potrebbe farsi. Per questo parlare di un gioco che non è linguistico, è come dire che esiste un gioco che non ha come condizione il linguaggio per potersi fare, è mosso da regole che sono fuori dal linguaggio, quali? (regole fuori dal linguaggio, soltanto dio può dare queste regole) no, posso farlo anch’io e meglio di lui, solo che facendolo costruisco un discorso che non è negabile, non negabile perché ponendo una qualunque cosa fuori dal linguaggio questa non è sostenibile, non è né sostenibile né non sostenibile, se non è nel linguaggio, ora detto questo ci resta da compiere un altro passo cioè quello di porre una distinzione tra (se c’è) tra il gioco inteso in accezione strutturale come gioco linguistico e i vari giochi che possono crearsi dal nulla, io posso rivoltare un gioco di qualunque tipo, far rotolare questo posacenere fino a laggiù, le regole le do io per esempio deve essere lanciato con due dita della mano sinistra, e a 17 cm dal suolo, e senza rincorsa cioè di regole uno può inventarsene quante ne vuole, basta che metta delle limitazioni, basta limitare le possibilità di movimento (basta che io sappia che sono regole, no basta che tu dica di saperlo ma che tu lo dica e il fatto che tu lo dici sia implicito……..)

 una regola tuttavia che è ignorata da tutti non è nulla, (se io gioco da solo) non è ignorato da te, c’è almeno una persona per cui questa regola è tale se no, occorre che ci sia una persona per cui questa regola valga, almeno uno se non c’è almeno quella questa regola non c’è, non c’è niente (……..) senza limite non c’è gioco perché il limite è la regola, che limita una serie di possibili movimenti, azioni, numeri, (anche la poesia è un gioco, perché il parlare è un gioco) saprebbe dirmi perché? (…….) il fatto che se io le chiedo cortesemente di darmi una sigaretta io escludo altre cose, per esempio le chiedo quanti anni ha l’elefante, perché lo esclusa? Perché le regole mi impongono di escludere certe combinazioni linguistiche, così come il poker esclude altre combinazioni di carte, già. (che io parli di una cosa esclude che io parli di un’altra cosa) brava esattamente funziona così. Il linguaggio già De Saussure, notava che nel linguaggio non vi sono se non differenze, non ha torto perché il linguaggio non è altro che una serie di regole di costruzione e di esclusione, questo nient’altro che questo, regole di esclusione e di costruzione, formazioni di proposizioni di esclusione di combinazioni, questa è la definizione di linguaggio la più precisa che abbia mai trovato, e quindi è questo che lo accosta al gioco, che fa del linguaggio un gioco in atto perché è una continua esclusione e questa esclusione è data da regole di esclusione, per cui se dico domani ci vediamo alle sette non sto dicendo che oggi è stata una bella giornata, dico un’altra cosa perché? Ci sono delle regole di esclusione che mi fanno escludere la seconda proposizione, come inservibile per l’uso che io ne voglio fare, e se voglio che ci vediamo domani alle cinque, se dico che oggi è una bella giornata, domani non ci vediamo alle cinque. Regole di esclusione dunque, la regola è un’esclusione. Come utilizzare tutto questo nell’ambito del discorso che stiamo facendo e anche in ambito retorico, costruire un discorso un’argomentazione molto semplice intorno al gioco perché a partire dal gioco forse è possibile compiere quell’operazione di cui diceva Cesare e cioè cominciare passo dopo passo a fornire strumenti per addestrare le persone ad accorgersi in atto che esiste il linguaggio, primo passo, (il gioco è qualcosa di separato che fa l’uomo quando parla) vedete anche così di sguincio (sarebbe il passaggio laterale tangente ad un oggetto) definizione dal Devoto di sguincio: dal toscano conformazione obliqua, conformazione ad angolo ottuso di una struttura murale….allora utilizzare la definizione intorno al gioco, forse mostrare ciascun atto all’interno di un gioco può risultare più semplice e più efficace, forse però bisogna valutare, il punto essenziale era reperire una definizione il più possibile precisa di gioco e soprattutto non negabile, così come facciamo spesso creiamo la definizione che non può negarsi se no, questo termine non può più essere utilizzato, se neghiamo che il gioco sia l’esecuzione in atto di regole, non possiamo utilizzare il gioco e dimostrare come il gioco sia un gioco linguistico strutturalmente, questo è stato l’aspetto primario, poi vediamo se è possibile utilizzare un’argomentazione del genere, per ciò che si diceva, è da verificare, l’altra volta ci chiedevamo perché gli umani giocano, abbiamo risposto perché non possono non farlo, è la risposta più sensata, non possono non farlo per lo stesso motivo per cui non possono non parlare, non possono non pensare, non possono cioè trovarsi fuori dal linguaggio, il quale è costruito in modo tale per cui ciascun significante è connesso a ciascun altro, da regole di esclusione e di formazione….(la competizione perché non si fermi il gioco) sì solo che ciò che sfugge è che si tratta di un gioco linguistico e che è per una struttura linguistica che questo avviene, come diceva Elisabetta è assetato di potere, sta ponendo in atto un gioco e lo sta compiendo per il solo piacere di giocare, dicevamo che gli importa fino ad un certo punto né del potere né del denaro ma soltanto per battere l’avversario …sono sfide ….è una sfida ciascuna volta, contro altri (lunedì ci siamo interrogati sul termine gioco ) (perifrasi – peri intorno, para – quasi quindi la perifrasi fa un giro di parole, la parafrasi dice altre cose, cioè usa un altro discorso, un analogia, l’analogia è una parafrasi, l’allegoria una perifrasi) (un’affermazione che mi sono trovata a fare che nel gioco è contenuto il piacere, perché se io uso gioco, qualsiasi gioco io possa fare, comunque è implicito è inerente il piacere) implicito vuol dire che è implicato necessariamente, mentre inerente non è implicato necessariamente ma accidentalmente ( è un po’ la questione del proprio, ciò che fa del gioco il gioco per cui io mi trovo a parlare del gioco questo implica il piacere) l’aspetto ludico sì, occorre che nelle conferenze ci sia non solo il gioco ma anche il ludo, cioè l’aspetto movente, divertissement, (perché non va da sé che si parli di gioco e non di un qualsiasi altro termine) (potremmo aver inventato anche un altro termine) (se usiamo questa parola come l’abbiamo imparata, parlando io non posso escludere il piacere) se con piacere intendiamo ciò che abbiamo definito tempo fa rispetto al linguaggio, definimmo il piacere se non vado errato come il raggiungimento dell’obiettivo del linguaggio, il quale obiettivo è la sua prosecuzione, non è nient’altro che questo….(per questo noi giochiamo sempre giochi nuovi…..) perché, adesso le pongo un quesito, perché i bimbi in tenera età, adesso non so se le sarà capitato, chiedono che venga loro raccontato una certa storia infinite volte e deve essere sempre esattamente la stessa e si accorgono immediatamente se si inseriscono delle varianti, la ripetizione apparentemente dell’identico, ed è palesemente un gioco, perché? Un esempio questa del bimbo, ce ne sono moltissimi come la messa, il rito che si compie sempre immutabile. Sì (come una cadenza) è un quesito che le pongo per giovedì prossimo lei verrà qua e risolverà il problema. Va bene grazie e buona notte!

 

 

1-7-1999

 

CONNOTAZIONE DI GIOCO E DI LUDO (LUDO DIVERTIMENTO- GIOCO NON IMPLICITO IL DIVERTIMENTO)

COSA COMPORTA L’ASSENZA DI FINALIZZAZIONE?

LA SODDISFAZIONE IN TERMINI STRUTTURALI È LA FUNZIONE DEL LINGUAGGIO CHE RIPRODUCE SE STESSO

IL VIVERE È UNA DECISIONE NON È UN FATTO NATURALE

IL PIACERE RAGGIUNGIMENTO OBIETTIVO DEL LINGUAGGIO CHE è RIPRODURRE SE STESSO QUINDI PROSEGUIRE

 

Necessariamente il gioco è gioco linguistico, il gioco è un gioco linguistico, e come il linguaggio sia la condizione per potere produrre qualunque gioco, ma abbiamo dato una definizione di gioco molto precisa: il gioco non è altro che un attuarsi di regole di formazione e di esclusione, per cui in teoria parlare di gioco linguistico è ridondante, il gioco è necessariamente linguistico, parlare di gioco è parlare di linguaggio, appaiono la stessa cosa. Dicevamo della regola che è fondamentale, ciò che definisce il gioco. Cos’è una regola esattamente, da dove viene questa parola? (Rigula) esatto un bastoncino lineare, la cui radice indica appunto il movimento in linea retta. Già, quindi ciò che dà la direzione, la direzione che prende il discorso. La questione dei giochi pare essere di estremo interesse in ciò che stiamo facendo, anche la considerazione che il linguaggio e il gioco possano essere la stessa cosa, si tratta di verificare però così come l’abbiamo posta in effetti non sembra ci sia nessuna differenza fra gioco e linguaggio, parlare di gioco e parlare di linguaggio potrebbe essere la stessa cosa, come dire che il linguaggio è un gioco e un gioco è il linguaggio, naturalmente poi nell’uso corrente questi due significanti hanno assunto connotazioni diverse e quindi connotazioni differenti, anche se come abbiamo visto l’altra volta originariamente il gioco era gioco di parola, poi abbiamo distinto fra gioco e ludo, che invece ha una connotazione differente cioè quella di divertimento, mentre nel gioco no, non c’è implicito il divertimento, il gioco è appunto il porsi in atto di regole di esclusione e di formazione. (Di formazione?) sì, anche se effettivamente sono due cose differenti o sono due aspetti della stessa cosa, la regola di esclusione e di formazione? Potrebbero essere la stessa cosa, escludendo impone unicamente una direzione (escludendone altre) e quindi, impone la formazione unicamente come la direzione che designa, (potrebbe anche parlarsi della questione della relazione, la regola pone in relazione qualcosa con qualcos’altro e quindi esclude altre relazioni) sì dicendo che la regola è una regola di esclusione cioè esclude dei passaggi certo, esclude anche delle connessioni, delle implicazioni e quindi delle relazioni, (……) allora si diceva qualunque cosa gli umani facciano comunque è un gioco, gioco in accezione che stiamo indicando, e che non possono non giocare. La volta scorsa avevamo posto il quesito un po’ bizzarro, a proposito del gioco e del fatto che ciascuna volta si cerca nuove regole e quindi nuove restrizioni, mentre si diceva i bambini cercano la ripetizione dell’identico, così come avviene nella chiesa cattolica, la messa è identica da quando è stata inventata, però in quel caso si tratta di controllo e c’è un aspetto che merita di essere considerato e cioè il controllo sul gioco e cioè che cosa vuol dire? Vuol dire che si esclude la possibilità di una variante se io conosco perfettamente un gioco, questo in buona parte perde il suo interesse a meno che non intervengano altri elementi, buona parte perde il suo interesse, come dire che il controllo totale su un gioco lo depaupera, lo svilisce eppure da duemila anni c’è questo rito della messa. Come si struttura un gioco del genere? (non soddisfa, non è il fine) sì invece soddisfa il desiderio di dio il quale vuole che ogni domenica “farete questo in memoria di me” la comunione quella storia antica…(non ha raggiunto la sua perfezione) no, certo, forse questo non incide tanto nella questione, una ripetizione del gioco, che in effetti soddisfa l’esigenza di ottemperare la sua volontà, in questo deve essere assolutamente identico, perché la posta in gioco in questo caso è soddisfare il desiderio di dio, il quale è soddisfatto solo da questo, perché apparentemente non è fine a se stesso, come ciascun gioco, è finalizzato alla volontà di dio, mentre nel bambino forse interviene un altro aspetto, che è quello del controllo del gioco, cioè mette in atto qualche cosa che gli umani perseguono, per poi abbandonare appena l’hanno raggiunto, appena raggiunto la padronanza del gioco ecco che allora ne domanda un altro, ma finché non l’ha raggiunta, lo deve giocare, deve fare esercizio, farsela ripetere per essere sicuro che sia la stessa, quando l’ha appreso ne chiede un altro esattamente come avviene per lo più….ma in che modo una elaborazione intorno al gioco può esserci utile per fare quest’altro gioco che è il diffondere un discorso, per esempio, quello che andiamo facendo? Cioè fare in modo che le persone possano accorgersi dell’aspetto giocoso della loro esistenza, questo è difficile è difficile anche per una sorta di addestramento a pensare il gioco come il ludo, come un aspetto ludico il quale si opporrebbe invece all’aspetto feriale e quindi sofferto, di sofferenza. Ciò che attrae nell’aspetto feriale è la sofferenza come è noto perché si pensa che produca emozioni più forti del gioco, (l’aspetto ludico non è finalizzato mentre invece l’aspetto feriale è finalizzato) esatto infatti volevo arrivare proprio lì, il fatto che il sacrificio è per un domani migliore, oggi soffriamo e poi c’è il paradiso, dopo….adesso…..cosa comporta l’assenza di finalizzazione nel luogo comune? (assenza di finalizzazione comporta accogliere le varianti, la finalizzazione si rivela come rituale nel senso che deve fare un certo percorso…) sì il fare per….finalizzare qualunque cosa ha a che fare con l’idea che ciò che sta facendo abbia un senso, che sia fatto per un senso ultimo, e qui c’è tutto l’aspetto escatologico, il fine ultimo delle cose e quindi la religione…l’ultima parola dicevamo tempo fa a proposito del discorso religioso, e del fatto che “risulta necessario” tra virgolette nel pensare comune, riguarda proprio questo, l’idea che senza un qualche cosa per cui o senza la direzione che questa stabilisce nel discorso, questo si vanifichi, si annulli , si annulla e quindi non c’è più la parola, se la parola non è finalizzata è niente, e senza la parola c’è la morte, la religione salva dalla paura della morte, come è sempre stato, solo dalla paura che il discorso si fermi, si fermi perché non ha più una direzione, non ha più il senso appunto, è la fine. Mano a mano che si procede ci si rende conto che la distanza immane che ci separa dal discorso comune e da come il discorso comune sia ….forse una delle cose più inquietanti rispetto a ciò che andiamo facendo e che allontana molte persone fra le altre cose è l’idea che tutto ciò non abbia un fine, forse qualcuno lo disse ma che fine ha questo? Dove volete arrivare? A cosa serve? Qual è il fine? Cioè qual è l’ultima parola verso cui si dirige? Qual è il suo senso? Forse ci sono delle cose da dire intorno alla struttura del discorso religioso, come struttura del senso o della sua psicotizzazione ( dell’utilità) sì, perché non è possibile pensare altrimenti? Cosa lo impedisce? Perché ciascuno è continuamente volto verso il senso delle cose, il fine delle cose? Curioso. (stavo pensando che Freud è partito male perché è medico) sì uno può partire male e arrivare bene (…..) ma non è soltanto il fatto che sia stato stabilito ad un certo punto la regola di una cosa del genere se permane è perché qualcosa funziona (……..) in effetti questo discorso, paradossalmente, ha una sorta di immediato, anche se è mediato dal linguaggio, il linguaggio non è più finalizzato, si diceva l’idea che il linguaggio possa arrestarsi, la sorgente del discorso religioso, in effetti questa è la paura, la paura della morte è una figura di questo, se muoio non vedo più, non parlo più, non provo più le emozioni, (la morte è la fine per definizione) la fine del discorso, la fine della parola, c’è qualcosa qui che ancora ci sfugge, forse proseguire lungo la via dell’elaborazione al gioco può darci qualche elemento in più considerando che gli umani non fanno altro che giocare ininterrottamente (gioco competitivo pare più divertente del gioco di parola che è serissimo) il fatto che giochino ininterrottamente ha dei risvolti cioè il fatto che qualunque cosa faccia in effetti è finalizzata al gioco, forse qui sta l’inghippo, se voi riflettete bene, qualunque gioco, potremmo anche pensarlo come finalizzato, un gioco è finalizzato alla vincita, o alla soddisfazione, se uno fa un solitario anche qui c’è quasi sempre una vincita lui vincerà contro se stesso, anche nel gioco della messa c’è una vincita se io seguo la messa, vinco la benevolenza di dio. Proviamo a riflettere se c’è qualcosa di strutturale nella finalizzazione dei giochi, il fatto che un gioco sia finalizzato alla soddisfazione per esempio…forse il termine finalizzazione qui è fuorviante però possiamo utilizzarlo per il momento poi vedremo, a che cosa punta il gioco? Alla soddisfazione. E la soddisfazione? Stavo considerando se c’è qualcosa di strutturale nella soddisfazione ma possiamo chiamarla così, chiusura del gioco, la soddisfazione è la conclusione del gioco? Potrebbe esserlo anche se uno perde, quando il gioco è concluso? Certo il fatto di essersi attenuti alle regole conduce alla conclusione del gioco, il quale non può non avere una conclusione, esattamente come un discorso, un discorso è concluso, chiaramente questa conclusione non chiude ma rilancia così come il termine del gioco apre a un altro gioco, tuttavia continua a sfuggirci qualche cosa , cosa ci sfugge? (io vedo solo analogie, qualcosa che fuoriesce e resta vuoto ma deve riempirsi di nuovo e quindi il questo è come quello) dicevamo tempo fa che c’è una soddisfazione nel linguaggio però che cosa intendiamo con soddisfazione? Che cosa è soddisfatto? Ciò che è soddisfatto è ciò che ha adempiuto la sua funzione, e quando il linguaggio adempie alla sua funzione? Quando riproduce se stesso. Quindi è soddisfatto della sua autoriproduzione. La mia soddisfazione ponendola in termini strutturali non è altro che il porsi in atto della funzione del linguaggio la quale è riprodurre se stessa, quindi è soddisfatto se si riproduce, non può non riprodursi e quindi non può non essere soddisfatto. Ora si tratta di elaborare il passaggio che conduce da questo aspetto strutturale del discorso, della parola, del linguaggio, al discorso religioso, che invece immagina la soddisfazione in un altro modo, non la considera strutturale, perché ponendo la questione in questi termini, come dire che attenendosi a questo discorso che andiamo facendo non è possibile non essere soddisfatti. Il discorso religioso che cosa fa invece? Come e dove pone la soddisfazione? (nella riproduzione dell’identico) forse c’è qualcosa in più perché pare essere posta in relazione al senso ultimo, una cosa è soddisfatta se soddisfa le condizioni dettate dal senso continuo delle cose poste lì per questo scopo e questo renderebbe conto del fatto che le cose hanno un’importanza (dicevo) se finalizzate a qualcosa, se no, non hanno nessun valore (delimitare un senso) CAMBIO CASSETTA però bisogna riflettere ancora e meglio sulla finalizzazione del gioco, il fatto che ciascun gioco è finalizzato alla soddisfazione cioè al porsi in essere, atto della sua funzione, che è quella di giungere ad un certo punto (….) (gioco fine a se stesso e quindi alla sua produzione, finalizzato ad altro cioè a qualcosa fuori dalla parola, il gioco fine a se stesso da maggiore soddisfazione il gioco, finalizzato è quello per cui occorre il sacrificio per poterlo raggiungere) sì prendiamo il luogo comune più comune, “lavoro (dice uno) lavoro per mantenermi, quindi il lavoro che faccio è per la mia sussistenza” questo è un discorso piuttosto diffuso, troverete pochi che vi diranno che lavorano per il puro piacere di farlo, non sono tantissimi, la più parte lo fa per mantenersi, obiettivo legittimo ma questo fine appare un fine importante, il fatto che mantenersi non è necessario nel senso che la propria esistenza non è affatto necessaria, se io decido di mantenerla, la mia esistenza, non è una cosa “naturale” mettiamola così adesso usiamo questi termini, un po’ bizzarri, è una decisione, “io decido in questo senso” se io considero invece la mia esistenza necessaria questa è finalizzata in qualche modo nella fantasia, però, finalizzata a che cosa? al mio piacere, al mio divertimento. No non mi soddisfa questa cosa, no c’è qualcosa che sfugge in tutto questo, come se stessimo girando in tondo intorno a qualcosa, qualcosa però di importante che riguarda il gioco, certo se uno considera l’esistenza degli umani necessaria allora è necessario mantenere la questione di prima, comporterebbe qualche variante invece pensare che la propria esistenza non è affatto necessaria, la si mantiene per il piacere per il gusto di fare alcune cose, comporterebbe qualche variante, o sarebbe immediatamente la stessa cosa? Cesare che cosa direbbe così di primo acchito? (se non fosse necessaria ci sarebbe la morte) può essere, però non la porrei in questi termini, vede, poniamola così in termini retorici nel senso che se la mia esistenza non è necessaria e quindi io decido di tenerla in piedi, questa decisione che io prendo è una mia responsabilità, non è che la mantengo perché deve essere così, può non essere affatto così, come dire che io sono responsabile del fatto che mantengo la mia esistenza attiva, attivata e non la disattivo. (però se io non la accettassi, se io la ritenessi non necessaria?) non possiamo fare niente, non la ponevo in termini di alternativa ma proprio in termini strutturali, di decisione (una variante del discorso che facciamo adesso….mi sono trovata ad immaginare che una notizia non facesse notizia, è quasi inimaginabile non tenere conto di uno spettacolo che interviene, mi interrogo sul mondo che mi avrebbe circondata se questa notizia non fosse più stata una notizia se la morte intervenisse nel discorso come un qualsiasi altro accidente che possa capitare, tra l’altro uno dei più prevedibili) da quando Aristotele ha stabilito che tutti gli umani sono mortali (cioè si può immaginare ma ci si ritrae da questa connessione, perché è una connessione immaginare che la morte sia la cosa più….) potrebbe portare alla sinistra connessione con il discorso dei cinici, e in parte degli stoici, la vita non ha un senso e quindi io la tolgo, me la tolgo, non ha un senso ma non ha un senso neanche la morte, e questo ci allontana immediatamente da la posizione stoica, però forse può essere importante una cosa del genere e cioè il fatto che il vivere è una decisione, non è un fatto naturale, quindi la vita perde tutta la sacralità, tutta….certo i più timorosi potrebbero dire che tutto questo è una catastrofe (al momento che cade l’emozione legata a una storia, a una tragedia, qualsiasi cosa cada, cade questa impalcatura, questa costruzione …il resto è completamente libero di circolare, di andare dove vuole) come se considerassi la mia stessa esistenza effetto di un discorso e nient’altro che questo, quindi certo il fatto che io esista è strettamente legato al discorso e come il discorso è un gioco, come la stessa esistenza, la stessa vita. Può essere arduo considerare in questi termini (quello che ripropone l’olocausto, se non interessasse più non ci sarebbe neanche più la paura dell’olocausto) (la responsabilità per esempio fra gioco e lavoro quello che si cerca di fare è di togliere il gioco, cioè qualcosa non è più gioco, ma se qualcosa non è più gioco non sono più responsabile, è come se la finalizzazione togliesse la responsabilità, per cui da qualcosa io dipendo, subisco la direzione, nel gioco fine a se stesso io sono responsabile) sì certo toglie la responsabilità il fine, come riuscire a costruire questo discorso ponendolo in termini strutturali? Non negabili, la prima parte c’è….sì la responsabilità è sicuramente un aspetto importante, bisogna intendere perché gli umani cercano l’assenza di responsabilità, potrebbe essere ciò che si diceva tempo fa rispetto al discorso religioso, dire che se non c’è la responsabilità allora il discorso prosegue, il discorso religioso garantisce il senso e quindi il fine e quindi il fatto che il discorso possa proseguire, se ha un fine. Certo ha un fine comunque ma il fine è se stesso, sta qui lo scivolamento. Sta qui solo che è una montagna di proporzioni bibliche (se c’è il fine automaticamente c’è l’ordine) sì certo segue (il discorso religioso non può ammettere che le cose abbiano un senso, non può ammettere che il gioco sia fine a se stesso) quale direzione propone di elaborazione (………) ma in parte la questione si dissolve da sé, in quanto nessuna finalizzazione non è provabile in nessun modo, è sempre necessariamente gratuita.

 

 

1 Luglio 1999

 

La volta scorsa abbiamo visto come necessariamente il gioco è gioco linguistico, e come il linguaggio sia la condizione per potere produrre qualunque gioco. Avevamo anche dato la definizione di gioco molto precisa. Chi se la ricorda?

 

Intervento...............................

 

Sì, il gioco non è altro che l'attuarsi di regole di formazione e di esclusione, nient'altro che questo. Per cui, in teoria, parlare di gioco linguistico è ridondante, perché il gioco è necessariamente linguistico, parlare del gioco è parlare del linguaggio. Appaiono la stessa cosa.

Dicevamo della regola che è fondamentale, ciò che definisce il gioco. Cos'è una regola fondamentalmente? Da dove viene questa parola?

 

Intervento...........................

 

Sì, esatto. Un bastoncino lineare. Sì, la cui radice greca appunto indica il movimento in linea retta, quindi ciò che dà la direzione. Direzione che prende il discorso. La questione dei giochi pare essere di estremo interesse in ciò che stiamo facendo, anche la considerazione che il linguaggio ed il gioco possano essere la stessa cosa. Si tratta di verificare, però così come li abbiamo posti, in effetti, non sembra che ci sia nessuna differenza fra gioco e linguaggio, Parlare del gioco e parlare del linguaggio potrebbe essere la stessa cosa.

Dire che il gioco è il linguaggio e il linguaggio è il gioco. Naturalmente poi nell'uso comune questi due significanti hanno assunto connotazioni diverse e quindi denotazioni differenti, anche se, come abbiamo visto l'altra volta, il gioco originariamente era il gioco di parola, infatti abbiamo distinto tra il gioco ed il ludo che ha invece una connotazione differente cioè quella di divertimento, mentre nel gioco no, non c'è implicito il divertimento. Il gioco non è appunto altro che il porsi in atto di regole di esclusione e di formazione. Anche se, effettivamente, sono due cose differenti o sono due aspetti della stessa cosa? La regola di esclusione e di formazione, potrebbero essere la stessa cosa, escludendo impone unicamente una direzione escludendone altre e, quindi, impone la formazione unicamente con la direzione che designa.

 

Intervento: La regola pone in relazione qualcosa con qualcos'altro, quindi esclude altre relazioni.

 

Sì, dicendo che la regola è dell'esclusione esclude dei passaggi, esclude quindi necessariamente delle connessioni, delle implicazioni, quindi delle relazioni.

 

Intervento........................

 

Allora si diceva che qualunque cosa gli umani facciano o non facciano comunque è un gioco. Gioco nell'accezione che andiamo indicando, e che non possono non giocare. La volta scorsa abbiamo posto un quesito un po' bizzarro a proposito del gioco, a proposito del fatto che ciascuna volta si muove cercando nuove regole, altre costrizioni mentre, si diceva, i bambini chiedono la ripetizione dell'identico così come avviene anche nella chiesa cattolica, per esempio, la messa è identica da duemila anni, da quando è stata inventata.

In quel caso si tratta di un controllo, c'è un aspetto che forse merita di essere considerato e cioè il controllo sul gioco. Cosa vuol dire? Vuol dire che si esclude la possibilità di una variante. Se io conosco perfettamente un gioco questo gioco in buona parte perde di interesse a meno che non intervengano altri elementi però in buona parte perde il suo interesse.

Come dire che il controllo totale sul gioco lo depaupera in qualche modo, lo svilisce. Eppure da duemila anni c'è questo rito della messa sempre identica. Perché? Come si struttura un gioco del genere?

 

Intervento: Però un gioco non è finito in sé. Il fine del gioco è qualcosa a cui nessuno è ancora arrivato.

 

C'è la soddisfazione del desiderio di Dio, che è qualcosa che lui vuole, che ogni domenica si ripete: "Farete questo in mio ricordo".

 

Intervento: Sì, però non ha raggiunto la perfezione, non è ancora arrivato a Dio.

 

No, certo ma forse questo non include tanto nella questione della ripetizione del gioco che soddisfa l'esigenza di ottemperare ad una sua volontà. In questo deve essere assolutamente identico, perchè la posta in gioco in questo caso è soddisfare il desiderio di Dio il quale è soddisfatto solo da questo. Perché apparentemente non fine a sé stesso come ciascun gioco, è finalizzato alla volontà di Dio.

Mentre nel bambino interviene un altro aspetto che è quello del controllo del gioco, cioè mette in atto qualcosa che gli umani perseguono per poi abbandonare non appena l'hanno raggiunto così come fanno i bambini.

Appena raggiunta la padronanza del gioco ecco che allora ne domanda un altro, ma finché non l'ha raggiunta deve fare esercizio, farselo ripetere per essere sicuro che sia lo stesso, quando l'ha appreso ne chiede un altro, come avviene per tutti gli umani.

Ma, in che modo l'elaborazione intorno al gioco può esserci utile per fare quest'altro gioco che è il diffondere quello che andiamo facendo? Cioè che le persone possano accorgersi dell'aspetto giocoso della loro esistenza. Questo è difficile. Difficile anche per una sorta di addestramento a pensare il gioco come un aspetto ludico il quale si opporrebbe invece ad un aspetto feriale e quindi sofferto dell'esistenza. Ciò che attrae nell'aspetto feriale è la sofferenza, com'è noto, perché si pensa che produca emozioni più forti del gioco, generalmente.

 

Intervento: Il gioco non è finalizzato mentre la questione feriale, il lavoro per esempio, è finalizzato.

 

Il fatto che il sacrificio è per un domani migliore, oggi va così ma poi c'è il paradiso Elisabetta soffre ma poi andrà in Paradiso.

 

Intervento: come se l'assenza di finalizzazione rendesse tutto leggero mentre finalizzando...

 

Ecco, cosa comporta l'assenza di finalizzazione?

 

Intervento: L'assenza di finalizzazione significa anche accogliere la variante, perché in effetti l'assenza di finalizzazione non impone una direzione. La finalizzazione, la messa da seguire come una specie di rito liturgico, si evidenzia come rituale, deve rispettare un certo percorso in cui non possono accadere delle varianti.

 

Finalizzare qualunque cosa ha a che fare con l'idea che ciò che si sta facendo abbia un senso, sia fatto per un senso ultimo e qui c'è tutto l'aspetto escatologico del fine ultimo delle cose e quindi della religione, l'ultima parola. Dicevamo tempo fa a proposito del discorso religioso e del fatto che risulti necessario fra virgolette nel pensare comune riguarda proprio questo: l'idea che senza la direzione prestabilita del discorso questo si vanifichi, si annulli e quindi non c'è più la parola, se la parola non è finalizzata è niente e senza la parola è la morte. La religione salva dalla paura della morte, cioè dalla paura che il discorso si fermi, si fermi perché non ha più una direzione, non ha più il senso a quel punto, cioè il fine.

Mano a mano che si procede ci si accorge della distanza immane che ci separa dal discorso comune.

Forse una delle cose più inquietanti rispetto alle cose che andiamo facendo e che allontana ovviamente molte persone è l'idea che tutto ciò non abbia un fine come abbiamo già detto in altre occasioni, anzi forse qualcuno lo disse esplicitamente "che senso ha tutto questo? Dove volete arrivare, a cosa serve, qual'è il fine?" Forse ci sono ancora delle cose da dire intorno alla struttura del discorso religioso, come struttura del senso o della sua psicotizzazione.

 

Intervento; Forse dovremmo parlare dell'utilizzazione di tutto questo.

 

Perché non è possibile pensare altrimenti? Cosa lo impedisce? Perché ciascuno è continuamente volto verso il senso delle cose, il fine delle cose? È curioso.

 

Intervento....................................

 

Ma non è soltanto il fatto che sia stato stabilito ad un certo punto da qualche malevolo una cosa del genere, se permane è perchè funziona.

 

Intervento: Come dicevamo l'altra volta dà la sensazione di essere come degli animali, la questione del togliere le emozioni conduce a qualcosa di irriconoscibile.

 

Sì, in effetti, porta ad una sorta di immediatezza, paradossalmente, il linguaggio non è più finalizzato.

Si diceva dell'idea che il linguaggio possa arrestarsi, come sorgente del discorso religioso, in effetti questa è la paura, la paura della morte, la figura, se muoio non vedo più, non parlo più, non provo più emozioni.

 

Intervento: La morte è la fine per definizione.

 

La fine del discorso, la fine della parola. C'è qualcosa che ancora ci sfugge. Forse proseguire però lungo la via dell'elaborazione intorno al gioco può darci qualche elemento in più, considerando che gli umani non fanno altro che giocare, ininterrottamente

 

Intervento: Sembra però che il gioco di parola per gli umani, paradossalmente, sia serissimo.

 

Il fatto che giochino ininterrottamente ha dei risvolti, cioè il fatto che qualunque cosa faccia è finalizzata al gioco, forse è qui che sta l'inghippo. Se voi riflettete bene, potremmo pensare qualunque gioco come finalizzato, il gioco è finalizzato, alla rivincita o alla soddisfazione. Se uno fa un solitario ha la rivincita contro se stesso, però è sempre una vincita, anche nel gioco della messa c'è una vincita, se io seguo la messa vinco la benevolenza degli dei, del Dio in questo caso diciamo.

Proviamo a riflettere se c'è qualcosa di strutturale nella finalizzazione del gioco, cioè del fatto che il gioco sia finalizzato a che cosa? Alla soddisfazione, in prima istanza. Forse il termine finalizzazione è qui un po’ fuorviante però possiamo utilizzarlo per il momento, poi vedremo.

A cosa punta il gioco? Alla soddisfazione. E la soddisfazione?

 

Intervento: La soddisfazione ha in se questo elemento della fine.

 

Stavo considerando se ha in se qualcosa di strutturale la soddisfazione, adesso usiamo questi termini, ma che propriamente nella realtà, possiamo chiamarla così, la conclusione del gioco. La soddisfazione è la conclusione del gioco? Potrebbe esserlo, anche se uno perde. Quando il gioco è concluso?

 

Intervento: La regola stavo pensando. Giocando ci sarà un vincitore ed un perdente ma è la regola che stabilisce questo.

 

Certo, il fatto si essersi attenuti alle regole conduce alla conclusione del gioco, il quale non può non avere una conclusione, esattamente come un discorso, un discorso viene concluso, generalmente questa conclusione non chiude ma rilancia, così come il termine del gioco apre ad un altro gioco. Continua a sfuggirci qualcosa, cosa?

 

Intervento ..............................

 

Intervento: Però potrebbe anche essere il fatto che si raggiunge il piacere e, d'accordo, un gioco è concluso. Tu ne puoi giocare un altro ed ovviamente non è lo stesso gioco, con le parole puoi giocare lo stesso gioco però per avere una conclusione più felice, più soddisfacente.

 

Intervento: c'è sempre un più soddisfacente.

 

Si diceva già tempo fa che c'è una soddisfazione nel linguaggio però cosa intendiamo con soddisfazione? Che cosa è soddisfatto? Ciò che è soddisfatto è ciò che ha adempiuto alla sua funzione. Quando il linguaggio adempie alla sua funzione? Quando riproduce se stesso, quindi è soddisfatto dalla sua autoriproduzione, quindi la soddisfazione ponendola in termini strutturali non è altro che il porsi in atto della funzione del linguaggio che poi è riprodurre se stesso, quindi è soddisfatto se si riproduce. Non può non riprodursi quindi non può non essere soddisfatto.

Ora si tratta di elaborare il passaggio che conduce questo aspetto strutturale del linguaggio dalla parola al linguaggio al discorso religioso che invece immagina la soddisfazione in un altro modo, non la considera strutturale. Perché porre la questione in questi termini vuol dire che attenendosi a questo discorso che andiamo facendo non è possibile non essere soddisfatti.

 

Intervento: è insito nel parlare.

 

Sì. Il discorso religioso che cosa fa invece? Come e dove pone la soddisfazione?

 

Intervento..............................

 

Forse c'è qualcosa in più perché pare essere posto in relazione al senso ultimo. Una cosa è soddisfatta se soddisfa le condizioni dettate dal senso ultimo delle cose. Le cose hanno importanza se finalizzate a qualcosa sennò non hanno nessun valore.

 

Intervento: Finalizzate però significa anche porre un fine, un confine. Si tratta effettivamente di limitare, le cose hanno un senso ultimo, ma qual'è il compito di un senso ultimo? Quello di limitare, di dare una direzione. Sì. C'è una sorta di divisione fra ciò che deve essere prevedibile, cioè ciò che è finalizzato e, invece, l'imprevedibile lasciato al ludo, al gioco nel senso ludico.

 

Intervento: il razionale e l'irrazionale. Le solite due questioni

 

Sì però bisogna riflettere ancora meglio sulla questione della finalizzazione del gioco. Il fatto che ciascun gioco è necessariamente finalizzato alla soddisfazione, cioè al porsi in essere della sua funzione, che è quella di giungere ad un certo punto.

 

Intervento: Ad esempio una riforma qualunque essa possa essere cioè come limite come fine, tutto ciò che produce per questo fine è qualcosa che ha già un senso in sé, perché tutto questo operare, questo dire che è finalizzato per ottenere quel fine è già preposto prima di argomentare tutte le cose, la discussione intorno alla riforma del sistema pensionistico italiano, per esempio, Il fine c'è allora tutto questo argomentare che si fa ha un senso perché è stato stabilito un fine.

Questo argomentare ha un fine secondo il luogo comune.

 

Intervento: Quando qualcosa non è finalizzato si dice che è fine a se stesso, un gioco fine a se stesso , come dire che invece ciò che non è fine a se stesso è finalizzato ad altro, per esempio la questione che esista qualcosa fuori dal linguaggio che è finalizzato ad altro, nel modo che l'intendiamo noi è finalizzato a sè stesso.

 

Intervento: sì, però quello più accattivante per il luogo comune è quello finalizzato.

 

Intervento: No, no. È quello per cui la persona si sacrifica.

 

Sì, prendiamo il luogo comune più comune. Lavoro per mantenermi, quindi il lavoro che faccio alla Banca lo faccio per la mia sussistenza. Questo è un discorso piuttosto diffuso. Troverete pochi, tutto sommato, che lavorano per il puro piacere di farlo, non sono tantissimi, la più parte lo fa per mangiare, obbiettivo legittimo, ma questo fine appare un fine importante. Il fatto è che mantenersi non è necessario, nel senso che la propria esistenza non è affatto necessaria. Se io decido di mantenerla non è una cosa naturale, mettiamola così adesso usiamo questi termini, è una decisione, bisogna decidere in questo senso. Se considero invece la mia esistenza necessaria allora questa è finalizzata in qualche modo nella mia fantasia. Finalizzata a che cosa? Al mio piacere, al mio divertimento. No, non mi soddisfa, c'è qualche cosa che disturba, è come se stessimo girando intorno a qualcosa, qualcosa però di importante che riguarda il gioco.

Certo se uno immagina l'esistenza degli umani necessaria allora si pone come necessario il mantenerla e siamo alla questione di prima. Comporterebbe qualche variante invece pensare che la propria esistenza non sia affatto necessaria? La si mantiene per il piacere, per il gusto di fare alcune cose, comporterebbe qualche variante? Sarebbe esattamente la stessa cosa. Cesare, cosa direbbe così d'acchito?

 

Intervento: Diciamo che se non fosse necessaria ci sarebbe la morte.

 

Può darsi, però non la porrei in questi termini. La ponevo in termini retorici, nel senso che se la mia esistenza non è necessaria e, quindi, io decido di tenerla in piedi questa decisione che io prendo è di mia responsabilità, non è che la mantengo perché deve essere così, non deve essere affatto così. Come dire che io sono responsabile del fatto che io mantengo la mia esistenza attivata, e non la disattivo.

 

Intervento: però se io non la accettassi? La ritenessi non necessaria?

 

Sono affari miei. Adesso non la ponevo in termini alternativi ma strutturali, di decisione.

 

Intervento: ho sentito una notizia questa al telegiornale riguardo ad una cabina di una funivia che è caduta, ci sono venti morti, Mi sono chiesta che mondo sarebbe quello in cui questa notizia non fosse più una notizia, se la morte intervenisse nel discorso come qualsiasi altro accidente accadibile.

 

Tra l'altro il più prevedibile.

 

Intervento: pare quasi un mondo in cui è possibile immaginare la morte ma da cui ci si ritrae, ci si ritrae dalla connessione.

 

Potrebbe portare ad un discorso come quello dei cinici ed in parte quello degli stoici, la vita non ha alcun senso e, quindi, io la tolgo. Ma non ha un senso neanche la morte e questo allontana immediatamente dalla posizione stoica. Però forse può essere importante una cosa del genere, il fatto che dipenda da una mia decisone la mia esistenza, non è un fatto naturale, quindi la vita perde tutta la sacralità.

Certo i più timorosi potrebbero intravedere in tutto questo una catastrofe.

 

Intervento: Sì perché il gioco dà illusione. intento m'illudo di vincere, il gioco fa sentire qualche cosa

 

Intervento...........................

 

Come se considerassi la mia stessa esistenza un effetto del discorso, nient'altro che questo. Quindi certo, il fatto che io esista è esattamente legato al discorso e come il discorso è un gioco la stessa esistenza. Può essere arduo considerarla in questi termini.

 

Intervento...................................

 

Intervento..........................................

 

Bisogna riuscire a costruire tutto questo discorso ponendolo in termini strutturali. La prima parte c'è.

Sì la responsabilità è sicuramente un aspetto importante anche se bisogna intendere bene perché cerchino l'assenza di responsabilità. Potrebbe essere ciò che si diceva tempo fa rispetto al discorso religioso, se non c'è responsabilità allora il discorso procede.

 

Intervento........................

 

Sì, certo però il discorso religioso garantisce il senso e, quindi, il fine e, quindi, il fatto che il discorso possa proseguire se ha un fine. Certo, ha un fine comunque, il fine è se stesso, da qui lo scivolamento.

È tutto qui solo che è una montagna di proporzioni bibliche.

 

Intervento: È un po' come il discorso religioso che non può ammettere che le cose non abbiano un senso. Non può ammettere che il gioco sia fine a se stesso. Ci deve essere pure un senso.

 

Quale direzione propone Sandro? Quale direzione di elaborazione?

 

Intervento: mi viene più semplice in questo momento porla in termini non strutturali.

 

In parte la questione si risolve da sè in quanto qualunque finalizzazione non è provabile in nessun modo, è sempre necessariamente gratuita.

 

Intervento: Probabilmente anche la finalizzazione è un gioco fine a se stesso.

 

Però fare un discorso così ad una persona che non ha nessuna informazione circa le cose che andiamo dicendo resta paralizzata, ammutolita, non sa cosa obiettare ma non è affatto persuasa neanche convinta. C'è come una sorta di sbarramento, non si riesce neanche a pensare una cosa del genere.

 

Intervento: la stessa costruzione che ha permesso la costruzione di questo Dio. Questo Dio che fa tutto e che deresponsabilizza.

 

La direzione in cui andare è questa: la deresponsabilizzazione segue alla necessità che qualcosa stabilisca un senso ultimo delle cose e che il discorso non muoia e che non muoia nemmeno io, ma direi di più perché il discorso non muoia. Però di fatto non può morire in nessun modo e, quindi, come mai un pensiero del genere? E lì il fondamento di tutto il pensiero occidentale, nasce di lì.

 

Intervento...............................

 

Va bene, ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

 

 

8-7-1999

 

La scrittura di un testo sui giochi linguistici

Costruire la premessa che non sia negabile

La premessa non negabile è fatta di regole che escludono che il gioco non possa non essere un gioco linguistico

Premessa: le regole che costruiscono il gioco non possono non essere che regole linguistiche, regole che non sono altro che istruzioni, dicono in quale direzione andare e in quale no, una regola non è altro che una istruzione di esclusione cioè dice che cosa è escluso, che cosa quindi non è utilizzabile per quel gioco.

Mostrare che il linguaggio può costruire tutti i giochi solo un gioco che lo escluda non può costruire o meglio può affermare che è costruibile ma questa affermazione è negabile, cioè è formulabile, infatti lo stiamo dicendo ma non è praticabile perché questo gioco non è giocabile, è autocontraddittorio.

Un gioco è una combinazione di elementi messa in piedi da regole di esclusione

Ciò che impedisce di poter accorgersi che è un gioco è non avere gli strumenti per potere reperire le regole

Considerare soprattutto questo gioco linguistico, questo gioco teorico e che le conclusioni a cui giunge non occorre crederle ma attenercisi per poter continuare a giocare questo gioco

Il gioco è fine a sé stesso, questa è la sua finalità

Il fatto che sia fine a sé stesso comporta l’obiettivo, l’obiettivo è la sua soddisfazione, la soddisfazione è ciò che soddisfa il linguaggio, ciò che soddisfa il linguaggio è la sua prosecuzione per cui la sua insoddisfazione è strutturalmente impedita

L’insoddisfazione interviene laddove sia cercata la soddisfazione in qualcosa fuori dal linguaggio, perché l’oggetto non risponde alle aspettative del linguaggio che è quella di riprodurre sé stesso

 

Siamo al punto in cui occorre scrivere un testo intorno ai giochi linguistici, dal momento che la Seconda Sofistica si occupa propriamente degli atti linguistici, dell’atto linguistico in sé. Dei giochi linguistici avevo cominciato a scrivere in quello scritto che avevo chiamato procedure, che è tutto da rivedere, da riconsiderare, uno scritto sui giochi linguistici, tenendo conto che ciò che c’è in circolazione è abbastanza ridicolo. Come si comincia a scrivere un testo così fatto? Da dove si comincia? Da una definizione intanto. Abbiamo detto tante volte che quando si legge un testo questo testo muove da una considerazione e poi da lì procede. Però questa considerazione il più delle volte risulta assolutamente risibile e non sostenibile, quindi si tratta di muovere da una considerazione che risulti invece non negabile, più che una definizione direi una considerazione. Se io affermo che un gioco linguistico non è altro che la messa in atto delle regole di cui è fatto, dico qualcosa di arbitrario o di necessario? È una questione che merita di essere discussa nella Seconda Sofistica muovo da una considerazione necessaria, e cioè che qualunque cosa faccia questo è un atto linguistico, faccia o non faccia. Questa definizione di gioco linguistico è altrettanto necessaria? Oppure no? Questa è una questione molto importante, dal momento che è da questa che poi muoveremo per l’elaborazione di un testo sul gioco. Naturalmente dicendo che è la messa in atto di regole di cui è fatto, dobbiamo fornire una nozione rispetto a ciò che intendiamo con regola. Come ci si muove in questi casi, intanto direi, porre l’accento sul fatto che il gioco è necessariamente linguistico, come abbiamo fatto l’altra volta o la precedente, mostrando che un gioco è necessariamente un gioco linguistico e quindi perché sia un gioco occorre che ci siano delle regole, necessariamente, queste regole al pari non possono che essere regole linguistiche, regole quindi che non sono altro che delle istruzioni, dicono in quale direzione andare e in quale no, una regola non è altro che una istruzione di esclusione cioè dice che cosa è escluso, che cosa quindi non è utilizzabile per quel gioco. A questo punto abbiamo costruito una “premessa” tra virgolette, sufficientemente robusta e difficilmente negabile, da cui cominciare a muovere per l’elaborazione intorno al gioco linguistico. Dovremo inizialmente e sicuramente muovere da questioni teoriche cioè mostrare quali giochi il linguaggio può costruire e quali no, mostrando come il linguaggio possa costruire qualunque gioco, tranne un gioco che lo escluda, cioè che escluda il linguaggio, qualunque gioco può farsi tranne quello. Questo direi che è la regola fondamentale del gioco linguistico che appunto può fare qualunque costruzione ma un gioco che prevede l’esclusione del linguaggio non è giocabile, come dire che può formularsi certo, lo stiamo dicendo, ma non è praticabile non è giocabile, è autocontraddittorio. Quando noi dicevamo del paradosso, il paradosso è una proposizione che non è giocabile all’interno di quel gioco, viene esclusa, non è praticabile e quindi non può farsi quel gioco semplicemente, può enunciarsi ma non farsi perché una volta enunciato si arresta, è autobloccante, quindi una discussione intorno alla struttura del gioco linguistico, è chiaro che è un modo per approcciare molte cose affermate nella Seconda Sofistica in modo più soft pure inserendo delle questioni teoriche chiaramente, a questo punto fornito un impianto teorico solido, si può passare a considerare la struttura dei vari giochi che il linguaggio può costruire e come di fatto qualunque cosa il linguaggio costruisca e tutto ciò che è costruito necessariamente dal linguaggio sia un gioco, sia un gioco, vale a dire una combinazione di elementi messa in piedi da regole di esclusione. Qui si affronta un aspetto più retorico, perché potremmo fare degli esempi, anche i giochi che sono ritenuti più reali, più lontano dal gioco, di fatto sono dei giochi che hanno delle regole, ciò che impedisce di accorgersi che sono dei giochi è non avere gli strumenti per potere reperirne le regole. L’altra volta dicevo della propria sussistenza, che ciascuno badi alla propria sussistenza è un luogo comune è assolutamente condiviso, è uno dei luoghi comuni più accreditato tuttavia la sussistenza di ciascuno non è necessaria, la vita potremmo dire non è necessaria, è assolutamente arbitraria, il fatto di considerarla necessaria è tale all’interno di un certo gioco che ha delle regole, quali regole? Una di queste è quella che stabilisce che la vita è sacra, ad esempio, in particolare la propria, è cioè il bene supremo, per potere stabilire una cosa del genere occorre che all’interno di questo gioco ci siano delle regole che stabiliscono una scala di valori. Una volta stabilite queste regole si gioca questo gioco. Qualcuno potrebbe domandare chi ha inventato questi giochi? Parrebbe nessuno. Quindi il fatto di chiamarli giochi sposta soltanto la questione ma di fatto tutto rimane immutato? non esattamente, non si tratta di stabilire chi è ha inventato questi giochi, ma di considerare che non possono essere altro che giochi, è questa la questione centrale, se abbandoniamo questo ci troviamo esposti a ogni obiezione, questo aspetto deve essere più consolidato se mai fosse possibile, in ogni caso sempre ribadito, non è possibile che sia altrimenti, cioè qualunque atto è necessariamente un atto linguistico e insistere sul fatto che non è possibile provare il contrario, in nessun modo. Incominciare a porre la questione come un gioco, può essere di qualche utilità dicevamo l’altra volta, forse muovendo dal considerare in prima istanza che anche questo è un gioco, quello che stiamo facendo, questo gioco teorico, mostrando per esempio che ciò cui giunge, cioè le conclusioni cui giunge non costituiscono qualcosa a cui occorra credere ma semplicemente qualcosa cui occorre attenersi per poter continuare a fare questo gioco, per poterlo praticare, forse facendo questo esempio e mostrando come è costruito questo gioco e come quindi di fatto ciò cui giunge non è né credibile né non credibile ma è semplicemente ciò che consente di proseguire il gioco, forse è possibile avvicinare le persone a pensare che oltre a questo forse anche altri giochi hanno la stessa struttura. Altra questione cui occorre tenere conto nello scritto sui giochi è la sua finalità, il gioco è fine a sé stesso. L’abbiamo detto in varie occasioni, né possiamo dire altrimenti, il fatto che sia fine a se stesso però comporta che ci sia un obiettivo, e l’obiettivo è la soddisfazione, la soddisfazione non è altro che ciò che soddisfa il linguaggio, e ciò che soddisfa il linguaggio è il suo proseguimento. Per cui dicevamo che ponendo la questione in questi termini la sua insoddisfazione è strutturalmente impedita. Perché ci sia insoddisfazione è necessario che la soddisfazione sia cercata in qualche cosa fuori dal linguaggio, solo a questa condizione è possibile incontrare insoddisfazione, solo a questa condizione ci si accorge che l'oggetto non risponde alle aspettative, cioè a quelle del linguaggio cioè a quelle di produrre sé stesso, se l’oggetto è immaginato fuori dal linguaggio non può continuare a produrre se stesso, perché è prodotto così “sub specie et aeternitate”, perché esiste in natura, non può produrre nient’altro che se stesso, quindi ecco che la condizione del linguaggio non è soddisfatta, da qui l’insoddisfazione inesorabile in questi frangenti. Come si diceva le ricerche ininterrotte che diano soddisfazione risulta vana perché ciascun oggetto è chiamato a rispondere cioè dare soddisfazione, ma cessa di darla al momento in cui si chiede effettivamente di produrre della soddisfazione e cioè di produrre altro linguaggio, se considerato identico a sé e fuori dal linguaggio non lo può fare, perché solo il linguaggio può produrre altro linguaggio, e quindi una persona che persegue questo obiettivo è inesorabilmente insoddisfatta, forse una considerazione del genere potrebbe aprire a delle riflessioni intorno alla depressione, all’isteria. Il problema che così come è strutturato il discorso del luogo comune, chiamiamolo così, per distinguerlo da quello che stiamo facendo, che invece è molto incomune non nel senso che è diffuso ma non comune, il discorso comune è vincolato alla necessità di pensare che il linguaggio sia soltanto uno strumento e quindi la realtà sia fuori dal linguaggio, una volta stabilito questo principio la insoddisfazione è inesorabile assolutamente inesorabile cioè, è solo questione di tempo ma prima o poi accade…questa può essere adesso detta così in termini molto ampi molto sommari, ma può avere qualche effetto sul pubblico, mostrare che la condizione dell’insoddisfazione è la struttura del pensiero comune quello che immagina che qualcosa sia fuori dal linguaggio. Pensare questo si è condannati all’insoddisfazione, quindi fare degli esempi di giochi linguistici cominciando da quelli che sono ritenuti dei giochi, come quello che stiamo facendo, mostrando che è un gioco e mostrando che mano a mano che altri giochi che invece non sono ritenuti tali hanno la stessa struttura, pertanto sono giochi linguistici con tutto ciò che comporta e dovremo specificare che cosa comporta. In prima istanza comporta l’impossibilità di credere che un elemento sia fuori dal linguaggio, ad esempio, e che in definitiva qualunque cosa io faccia oppure non faccia è strutturato esattamente come un gioco poiché è un gioco ed essendo un gioco ha delle regole, ha un obiettivo e nient’altro. Ecco questo è la traccia di uno scritto intorno ai giochi linguistici che noi scriveremo qui, come la Seconda Sofistica, forse più accessibile, per taluni la Seconda Sofistica diventa un po’ ardua, per taluni….(…….) passo dopo passo dobbiamo condurre l’uditore a dovere constatare che qualunque cosa si trovi a fare ha la stessa struttura e che quindi è un gioco linguistico….elementi da aggiungere? Ho appena costruita la trama adesso bisogna costruire l’ordito. Rileggere alcune cose intorno ai giochi linguistici, prendere un testo e discutere per vedere se abbiamo lasciato qualcosa in disparte che invece era importante….sempre più vado considerando che la questione è importante (il difficile è non credere di avere scoperto l’unica verità e quindi la struttura religiosa permane perché è un’attesa della soddisfazione di un elemento che non è dato nella parola) sì parlando di giochi è chiaro che si parla anche di utilizzo, in un gioco sono utilizzabili quegli elementi stabiliti dalle regole, per esempio molte persone non capiscono nulla di ciò che andiamo dicendo, perché le proposizioni che andiamo dicendo non sono utilizzabili, non sono utilizzabili perché non hanno nessun rinvio o più propriamente rinviano a qualcosa che è bloccato, se la realtà è una certa cosa allora questo esclude, esclude le proposizioni che noi andiamo dicendo, e quindi l’accesso è negato, ecco perché una teoria dei giochi può forse sbloccare una cosa del genere, inserendo delle nozioni precise sul gioco (per non rimanere sommersi dalla ricchezza della parola) sì potremmo organizzare in questi incontri… leggere testi e parlarne…..leggere questi testi e traendo tutto ciò che può essere tratto intorno al gioco linguistico, fare una ricerca specifica leggendoli quindi in quel modo…..non è semplicissimo nemmeno l’approccio dalla via del gioco, c’è un forte impatto rispetto ad un gioco all’idea che le cose siano un gioco linguistico, per esempio l’idea per una donna che l’amore materno sia un gioco linguistico, costituisce un impatto non indifferente al quale si ribella fortemente (……) sì per questo occorre fornire degli strumenti se no, non hanno accesso (…..) vada a dire a una madre che la sua maternità è una costruzione linguistica (…..) di fronte sì di fronte all’argomentazione intorno al linguaggio, agli atti linguistici, nessuno ha nulla da obiettare però quando si tratta di mettere in atto una cosa del genere c’è il blocco totale (è la questione della realtà, stavo pensando intorno al racconto che fa che si fa per esempio in una analisi) può farsi anche questo muovere da un autore classico e poi utilizzando i suoi termini piegarli ad avviare il discorso che stiamo facendo, sì retoricamente è un’operazione che ha un qualche vantaggio utilizzerebbe l’auctoritas, noi surrettiziamente introduciamo facendo passare per affermazioni (delle varie auctoritates) affermazioni che invece appartengono al nostro discorso, però apparentemente sono affermazioni dette da un’autorità (è un passaggio non obbligato ma agevola) (la ricerca di un senso si pone in maniera differente quando questo senso lo si pone come già esistente laddove si incomincia ad interrogarsi sull’obiettivo, il senso che cos’è? Ciò che si sposta verso l’obiettivo) (….) gli obiettivi della psicanalisi dovrebbe essere il titolo generale di una serie di incontri….scrivendo storie, volgendo storie tipo quelle che raccontava Freud, raccontandole come faceva Greimas, Bremond, Todorov, cioè come la struttura di un racconto con il protagonista, gli attanti, l’antagonista ecc…(….) sì non perché ci interessino particolarmente queste storie ma (i casi clinici di Freud) ma perché sono ormai di dominio pubblico e quindi possono essere utilizzati come esca, metterla come una favola ma descritta in modo preciso quale ne è la struttura, un esca per poi poter affrontare altri discorsi, inventare una storia di anoressia, o di depressione, (giungere al paradosso di vincere il padre a condizione di essere incapace) non si danno interpretazioni psicanalitiche ma una costruzione retorica di racconto …..bene ci vediamo giovedì prossimo. ok bd

 

 

 

15 Luglio 1999

 

Allora, avete riflettuto intorno alle cose di cui si è parlato giovedì scorso?

Almeno sulle conferenze da avviare a ottobre, sui temi in generale, su come organizzarle.

Sono orientato, almeno per il momento, a farle un po' come avevamo detto giovedì, cioè a fare dei casi clinici anche di Freud eventualmente oppure ad inventarne e poi fare un'analisi linguistica, un'analisi del racconto. Qui dovrò andarmi a rivedere alcune cose di Greimas e di Bremont. Questo più o meno come orientamento generale. Quindi nessuno ha riflettuto sulle conferenze.

 

Intervento: raccontare una storia di depressione, per esempio.

 

Qual è il contrario di racconto?

 

Intervento..........................

 

Per esempio una pubblicazione scientifica, un manuale tecnico che descrive delle macchine o delle parti delle macchine, è un racconto oppure non è così?

 

Intervento...........................

 

Vediamo se riusciamo a provare che qualunque forma, qualunque costruzione del linguaggio è, necessariamente un racconto. Dunque racconto: "raccontare nel senso di dire, narrare. Fine del racconto, il conto in effetti è il dire . Riferire parole specificatamente a voce. Il Devoto dice: “racconto: elemento che serve a mettere in collegamento due parti”. Racconto come trasmissione orale di fatti veri o inventati nel loro svolgimento cronologico. Racconto: esposizione parlata o scritta.

I dizionari sono così, non dicono assolutamente nulla.

Proviamo a considerare attentamente la questione. Allora cosa occorre che sia un racconto necessariamente? Come dicono tutti i dizionari è un'esposizione di parole. Un'esposizione di parole che segue un certo andamento, quale? ce ne sono molti. Può essere una successione cronologica, può essere inventato, deve comunque sicuramente avere un nesso un filo logico. Occorre che siano parti connesse tra loro.

Quindi è una sequenza di proposizioni connesse tra loro però, dice ancora, occorre che siano eventi infatti poi reali o inventati non ha importanza, occorre che sia una successione di eventi. E poi c'è nel racconto tutto quello che ci ha insegnato Aristotele. Sapendo che un racconto è necessariamente una sequenza di proposizioni che descrivono eventi connessi tra loro, vediamo se anche altre cose rispondono a questi requisiti. Anche il discorso è indubbiamente una sequenza di proposizioni, il discorso descrive qualcosa oppure no? Chi sa fare un esempio di discorso che non descrive nulla? Un discorso che non descrive.

 

Intervento..........................

 

In questo caso la descrizione è questo racconto. Dunque è difficile fare un discorso che non descriva qualcosa. E cosa descrive?

 

Intervento: cosa vuol dire descrive?

 

Letteralmente? È ciò che ritaglia dallo scrivere qualcosa, de scrivere, altri invece dicono scrivere intorno. Nel primo caso ha una funzione delimitativa, il secondo è il de latino, proposizione che indica intorno a. Quindi, lo scrivere intorno a qualcosa, potremmo accogliere questa definizione. Perché se faccio questo discorso che potrà parere un po' bizzarro ma se riusciamo a stabilire una posizione attraverso la quale troviamo il modo di stabilire che ogni atto linguistico è un racconto questo può esserci molto utile nelle conferenze prossime venture. Perché potrebbe addirittura costituire l'esordio degli incontri.

Mostrare che qualunque cosa si dica questa è necessariamente un racconto, questo occorre farlo, fare questa operazione alla quale abbiamo cominciato ad approcciarci.

 

Intervento................................

 

Sì, il primo ostacolo da superare è nella definizione fornita di racconto, c'è una descrizione di eventi in successione tra loro, successione e coerenza. Un discorso abbiamo detto che descrive, descrive sempre e necessariamente eventi? Che cos'è un evento? Contrariamente a ciò che avviene, avvenire o accadere è la stessa cosa, ha lo stesso senso. Ad venire, ciò che viene incontro, accadere ciò che accade incontro.

 

Intervento..............................

 

Sì, questo si c'è sicuramente, però si tratta di vedere se il racconto è un particolare gioco linguistico differente dal discorso. Il racconto si fa attraverso il discorso, però può essere un caso particolare, non generalizzabile, se è generalizzabile allora non possiamo affermare che il discorso è un racconto, se invece è generalizzabile allora possiamo dirlo. Se e soltanto se.

 

Intervento.............................

 

Allora, Beatrice rispondiamo a questo quesito, qualunque discorso si faccia è necessariamente una descrizione di una successione di eventi oppure no? Questo si può risolvere facendo l'esempio di un discorso che non è una descrizione di eventi in successione fra loro.

 

Intervento.................................

 

Avete mai considerato quella inferenza nota come implicazione? Quella che dice se A allora B. Nell'implicazione si dà un elemento dal quale se ne ricava un altro, l'abbiamo visto in svariate occasioni una qualunque regola è esattamente questo. Se accade questo allora devi fare quest'altro, se hai 4 assi allora puoi andare tranquillo. Allora un qualunque discorso necessita di regole per farsi, anche dire Sputnik segue una regola determinata che è quella di costruire una proposizione che non abbia apparentemente molto senso. Dunque un qualunque discorso è necessariamente fatto di regole come abbiamo visto in svariate circostanze e la regola , abbiamo appena detto, è un'implicazione, se questo allora quest'altro, se questo allora segue quest'altro. Segue nel senso che è implicato, non è necessariamente una sequenza temporale, ma sappiate che molti racconti non seguono necessariamente una successione rigorosamente temporale. Allora può un qualunque discorso non essere necessariamente una successione di eventi, posti tra loro in una successione temporale? No, non può. Non può perché se così avvenisse il discorso non utilizzerebbe implicazioni, non utilizzando implicazioni non utilizzerebbe regole che sono le implicazioni, quindi non sarebbe un discorso. Se è un discorso è necessariamente fatto di regole e quindi di successioni, di regole d'implicazione che sono delle successioni. Che cosa si succede nelle regole? Eventi. Qualunque affermazione è un evento, un accadimento. Ora, proviamo a fare l'esempio più terribile, quello che diceva Luigi del manuale tecnico. Viene descritto il funzionamento della macchina. Che cosa avviene in questo manuale? Be, ci sono delle premesse, prima le definizioni, con questo s'intende questo ecc...e si definiscono i vari aggeggi, dopodiché spiegano, generalmente avviene così, il funzionamento in relazione, prima il funzionamento di ciascun elemento e secondariamente poi come funziona in relazione agli altri. Come dire che se attaccate la scheda madre al processore e se si verificano le condizioni che abbiamo previste la macchina funziona.

 

 

Intervento......................................

 

A questo punto direi che siamo a buon punto quanto meno nel fornire una direzione, ciò che dobbiamo affermare in modo assolutamente inconfutabile è che qualunque discorso è necessariamente un racconto, mostrando, come abbiamo fatto, che cosa non può non essere un racconto, e che cosa necessariamente è un discorso, mettendo insieme le due cose verificando che il discorso ha esattamente la stessa struttura di una qualunque definizione si dia di racconto che sia necessaria. Cioè con necessaria intendiamo la definizione di un elemento che forma ciò che non può non dirsi e che non dicendolo non è più utilizzabile. Se indichiamo con racconto un discorso composto di proposizioni che descrivono in successione parole coerenti, se non usiamo più questa definizione non possiamo più utilizzare il significante racconto.

Ma, se come appare d'acchito che ciascun racconto o meglio, ciascun discorso è un racconto questo ha delle implicazioni notevolissime. Pensate ad una teoria scientifica, una delle più note, quella della gravità, è la descrizione di una legge fisica, pochi sarebbero disposti a considerare la legge di gravità come un racconto, e se lo fosse?

Perché il racconto, in effetti, al racconto è accostata una definizione che lo avvicina al fantasioso e, in un certo senso, è così, perché si distingua una teoria fisica, che so, quella dei quanti, dal racconto. Una cosa descrive, l'altra mette in sè una successione di eventi. Certo, si può raccontare la legge dei quanti ma la teoria dei quanti in quanto tale, non è un racconto, così almeno dicono.

Affermare che un qualunque discorso è un racconto comporta che qualunque discorso è un gioco come lo è un racconto. È facile intendere che un racconto è un gioco linguistico, quando dimostrate che qualunque discorso che si fa è un racconto può apparire più semplice intendere come un qualunque discorso sia un gioco linguistico.

Il racconto, oltre a tutto, come avviene a volte, pone l'accento su qualcosa di fantasioso, non necessariamente, uno può anche raccontare la propria vita, però è sempre come se lasciasse un certo margine alla fantasia, invece una teoria scientifica non lo fa.

Si suppone che il racconto muova da eventi che descrive che non necessariamente debbano essere provabili, mentre la teoria scientifica, sì. Però la teoria scientifica muove da elementi che, se condotti alle estreme conseguenze, non sono provabili certamente come un racconto. In effetti è curioso che, per esempio, il dizionario non indichi una teoria scientifica come un racconto, perché?

A questo punto, possiamo considerare le eventuali obiezioni, possono farsi in una comunicazione del genere.

 

Intervento..............................

 

Sì, nel racconto ci sono le connessioni che sono stabilite dalle regole.

 

Intervento: è come se il racconto avesse il compito di evidenziare.

 

Sì, è indubbio che il racconto pone l'accento sulle regole del gioco che si va giocando.

 

Intervento................................

 

Sì, però c'è un altro aspetto da sottolineare. Mostrando che ogni discorso è necessariamente un racconto e mostrando che il racconto necessita di personaggi e di elementi che comunque intervengono in una certa successione e disposizione allora c'è l'eventualità che certi elementi siano costruiti in modo tale per il racconto anziché il contrario, anziché il racconto. Come dire che anziché raccontare la mia vita e fare un'operazione in cui descrivo degli eventi questi eventi sono costruiti al fine di costruire un racconto e cioè come se l'obbiettivo fosse il racconto e non gli eventi singoli definiti. I quali eventi, in effetti, possono anche modificarsi in funzione della struttura del racconto.

Vuol dire che ciò che avviene nel linguaggio è fine a se stesso, questa è la considerazione ultima, anziché essere fine a qualcosa che è fuori dal linguaggio. Questo ha delle implicazioni inesorabili e cadono se si considera che il linguaggio è fine a se stesso, così come andiamo considerando da qualche tempo in qua e cioè che nel racconto non si tratta di descrivere eventi ma di costruire le cose che si servono di elementi ma questi elementi sono in funzione del racconto, della sua struttura e non viceversa, che cambia parecchio. Però è una questione ancora da considerare.

Tenendo conto degli elementi che sono necessari perché ci sia un racconto e cioè gli elementi che Aristotele ha descritto . C'è la descrizione di uno stato iniziale poi di uno stato che occorre raggiungere, di ciò che lo impedisce e degli elementi per evitare questi impedimenti. Che io racconti le mie vicissitudini degli ultimi anni o che descriva come si costruisce un computer la struttura è la stessa.

C'è il mezzo da cui si parte, c'è un obbiettivo da raggiungere, ci sono le difficoltà da superare e i mezzi per farlo. Però è quello che sto tentando di fare: il capovolgimento. Ne discuteremo ancora ma che vede il racconto come fine a se stesso e non come strumento di descrizione di eventi, che è lui che pilota gli eventi e che li costruisce, potrebbe essere.

 

Intervento: un racconto ha una fine ed un inizio. Lei dice le cose sono fatte per stare dentro al racconto, per poter raccontare il racconto.

 

Sì, però devo andare a vedere qualcosa, per vedere se ci viene in mente qualche altra cosa intorno al racconto, soprattutto sulla struttura, veramente di che cosa necessita un racconto, quali sono le condizioni perché possa darsi. C'è l'eventualità che gli eventi di chi racconta siano le condizioni della sua esistenza quindi il racconto per potere darsi necessita di elementi che pertanto si costruisce.

Faccio un esempio, vediamo se mi riesce, se io voglio raccontarvi una cosa che mi è accaduta e di una certa importanza occorre che c'inserisca anche qualche cosa che la renda difficile, se non c'è la invento, se c'è la rinforzo, in modo che il racconto sia completo cioè io ho fatto questa cosa però per farlo ho dovuto superare questi ostacoli.

 

Intervento..........................

 

Sì, certo, le emozioni sono il risultato d'impedimenti

 

Intervento: Sì, però se uno parte da un'impronta ideologica ecco che allora tutte le cose che dice hanno un'altra impronta, ovviamente.

 

Sì, adesso stavo pensando come struttura, come scheletro proprio del racconto poi chiaramente a seconda degli obbiettivi, ci possono essere infinite varianti. Un racconto ideologico dà per acquisiti certi elementi e qualche requisiti che altri elementi siano d'ostacolo.

 

Intervento: Diciamo che può essere importante in senso analitico. Come avviene anche un racconto anche in analisi.

 

Sì, rimane funzionale al discorso, il fatto che comunque c'è una scelta.

 

Intervento: Certamente anche nel dire, anche nell'azione, cioè nel come costruisco un destino

A me viene in mente l'esempio che ha indicato Freud, nel brevissimo saggio delinquenti per senso di colpa.

Uccido, quindi mi sono mosso dal mio dire, io sono colpevole quindi è vero

 

Una sola cosa rimane da precisare cioè che il racconto sia assolutamente necessario. In questo è strutturale al linguaggio, cioè che il linguaggio costruisca continuamente racconti. Se manteniamo questo e precisiamo altre due o tre cosette abbiamo risolto il problema. E, come dicevo questo può esserci molto utile per esempio se intendiamo farlo nel modo in cui si diceva, casi clinici raccontati, sotto forma di analisi del racconto, mostrando come la necessità di alcune funzioni all'interno del racconto modifichi lo stesso racconto. Un po' come avviene in fisica, diceva Heisenberg si era accorto che quando si andava ad indagare alcuni processi molto sofisticati il fatto di osservarli modificasse questi stessi eventi. Il famoso principio di determinazione di Heisenberg, fisico tedesco., morto.

E lo stesso possiamo considerare se la esigenza di produrre un racconto unifichi degli eventi, o più che modificarli li costruisca questi eventi. Dopo di che, quando avremo inteso alla perfezione tutto questo potremo considerare questo in connessione con ciò che stiamo facendo intorno alla seconda sofistica.

 

Intervento: Un racconto può modificare gli eventi per il fatto stesso che se io parlo della Bosnia è un racconto, ognuno dice la sua, si sono dette tante cose .

 

Sì certo sarebbe la morale questa, ti racconto una storia così impari la lezione.

 

Intervento.

 

Si, raccontano i loro errori così gli altri possono sbagliare meglio, possono anche inventarne degli altri.

Sì, bene possiamo fermarci qui perché le questioni che abbiamo avviate questa sera sono importanti.

 

Interventi: È che rimane il primo dubbio cioè il discorso è un racconto?

 

Sì, dobbiamo lavorarci ancora. Parrebbe d'acchito, però in effetti potrebbe non essere così automatico e poi l'altra questione se il racconto è necessario, se fa parte del linguaggio cioè se il linguaggio non può non costruire questa costruzione che si chiama racconto. Certo se riusciamo a provare che ciascun discorso è necessariamente un racconto, la questione è più semplice, però forse anche non riuscendoci possiamo aggirare la questione, forse. Bene, ci fermiamo qui questa sera. Ci vediamo giovedì prossimo, però riflettete.

 

 

 

22 luglio 1999

 

 

Dicevo, l'eventualità che non si racconti per descrivere ma si descriva qualcosa per raccontarlo, ponendo l'accento sul raccontare come ciò che appare, in prima istanza, necessario. Abbiamo posto la questione, ora si tratta di verificare, potrebbe anche non essere. Dunque, come si procede? Si procede così: si prende il racconto e si dice del racconto ciò che in nessun modo può negarsi, come abbiamo cominciato a fare la volta scorsa, e cioè affermare che il racconto non è altro che una sequenza di proposizioni connesse fra loro, abbiamo visto che il dizionario non ci è stato di nessun aiuto, quindi possiamo dire una serie di proposizioni connesse fra loro e basta.

 

Intervento: Poi c'era la questione delle regole e delle implicazioni. Implicazioni come regole.

 

Sì, certo. Il fatto che le proposizioni siano connesse tra loro comporta che, essendo proposizioni siano inserite all'interno di un gioco linguistico e, pertanto, vincolate a delle regole, necessariamente e quindi sono proposizioni connesse fra loro e vincolate da regole.

Le regole a cui sono vincolate sono innanzi tutto quelle del linguaggio, però c'è l'eventualità che ci siano anche regole specifiche del racconto. Quali sono le regole eventualmente specifiche di un racconto? Quelle che connettono le proposizioni fra loro in un modo particolare, ossia consequenziale, perché uno può enunciare una serie di proposizioni slegate fra loro, completamente slegate fra loro, questo generalmente non si chiama un racconto, anche se taluni contemporanei quasi hanno utilizzato questa apparentemente slegata così come forma di rottura.

 

Intervento: Joyce? Come tecnica

 

Sì, certo, come tecnica narrativa e quindi... il fatto che siano necessariamente connesse fra loro da un dato tipo di connessioni non è vincolante, sono comunque connesse fra loro, non possono non esserlo, però non c'è un tipo particolare di connessione che sia specifico del racconto. Possiamo dire che quel tipo di racconto ha quel tipo di connessione, quell'altro un altra, a me interessa il racconto in linea di massima, non un particolare tipo di racconto.

Quindi, se diciamo che il racconto non è altro che una sequenza di proposizioni connesse fra loro non descriviamo nient'altro che il funzionamento del linguaggio. Funzionamento del linguaggio che, a questo punto è nel racconto, ciò che stiamo dicendo è che ciascuna volta che si parla si racconta, inesorabilmente.

 

Intervento: cioè necessariamente

 

Sì. Chiaramente avendo definito il racconto in questo modo qualunque cosa si dica è necessariamente una serie di proposizioni connesse fra loro, non può essere altrimenti. Poi quale sia il tipo di connessione a noi non interessa, a noi interessa la connessione. Quindi, a questo punto, possiamo dire che il linguaggio o, meglio, il racconto non è altri che il linguaggio stesso. Quindi l'analisi del racconto è l'analisi del linguaggio, cioè delle proposizioni che intervengono, occorrono letteralmente cioè intervengono a costruire questa sequenza. Più propriamente, se vogliamo specificare ancora, potremmo dire che il racconto è una particolare sequenza del linguaggio. Una sequenza che ha un inizio ed una fine, esattamente come un discorso. Una sequenza, un segmento individuabile. Ora, dobbiamo considerare la questione posta la svolta scorsa cioè se effettivamente si descrivono le cose, cioè si parla delle cose allo scopo di raccontare e non al contrario. La questione è notevole, perché se riusciamo a mostrare che effettivamente la cosa funziona in questo modo è un argomento in più che fa intendere, una volta di più, l'atto linguistico e che in seconda istanza c'è ancora l'atto linguistico e così via. Che non c'è null'altro che questo.

Se io racconto qualcosa per descrivere un oggetto allora il racconto è in funzione della descrizione, se descrivo qualcosa, per definizione. Non posso non descrivere nulla, lo raccontano le regole del linguaggio. Così come non posso parlare di nulla, se parlo, parlo di qualcosa necessariamente, è una contraddizione di termini dire di parlare di nulla.

 

Intervento: Qualcuno ci riesce...

 

Questa è un'altra questione. Dunque, se descrivo qualcosa questo qualcosa o è un atto linguistico o è fuori dal linguaggio. Dimostrare che è fuori dal linguaggio è arduo. Non ci resta che accogliere, saltando tutta una serie di passaggi, che ciò che io voglio descrivere è un atto linguistico. Quale è il fine di un atto linguistico? Abbiamo visto che l'unico fine che possiamo attribuire all'atto linguistico è quello di produrre se stesso, quindi l'atto linguistico della descrizione di questo aggeggio ha come fine il produrre se stesso, nient'altro che questo e quindi dire che la descrizione dell'accendino non è nient'altro che un pretesto per produrre un altro atto linguistico.

A questo punto possiamo dire che la descrizione, un racconto che racconta qualcosa ha come obbiettivo finale la produzione di atti linguistici, gli atti linguistici connessi tra loro sono esattamente il racconto quindi, la finalità di un racconto è produrre un racconto.

Questo così, per dirla in termini un po' schematici, però cosa comporta questo dal lato pratico? Il fatto che ciascuna volta in cui dico qualcosa, che racconto, che parlo, qualunque cosa faccia, il fine di ciò che sto facendo è la produzione di atti linguistici e, pare, non possa trovare nessuna altra finalità, la produzione di atti linguistici fine a se stessa cioè fine alla produzione di atti linguistici.

Come dire, in altri termini ancora, che non posso fare nient'altro durante tutto il corso della mia vita finita o infinita che sia, che produrre atti linguistici.

Se ciascuna cosa che io dica, faccia, pensi, esegua è un atto linguistico a questo punto l'effetto immediato del tenere conto di una cosa del genere è che ciò che sta avvenendo ciò che sto facendo, meglio ciò che sta avvenendo non ha nessun altro referente all'infuori di sè. Cosa vuol dire questo? Che non si riferisce a null'altro al mondo nè fuori dal mondo che sia altro da sé. Se io descrivo a qualcuno per esempio che ne so come è fatto questo accendino allora glielo descrivo.

Pare che questo mio operare sia rivolta alla descrizione di un oggetto e che quindi il referente ultimo sia l'oggetto, il referente proprio come nella accezione antica del termine come ciò a cui ci si riporta, letteralmente re-fero. Che sia questo oggetto ma, questo oggetto noto più come accendisigari, fuori dal linguaggio né esiste né non esiste, quindi il definirlo non è altro che compiere altri atti linguistici. Ora quindi io posso ovviamente descrivere questo accendino, anche in modo più dettagliato, se voglio ma, non avrò fatto null'altro che attenermi a delle regole di un gioco che prevede un certo numero di regole per la costruzione di atti linguistici, e quindi ho fatto un gioco particolare il cui scopo è la produzione di atti linguistici.

Però chi me lo chiede vuole effettivamente sapere come è fatto questo accendino? Qui siamo un po' nel campo della logica più stretta e cerchiamo l'aspetto più retorico, quello dell'intenzione. Abbiamo accennato una volta mi sembra?

 

Intervento: L'intenzione non è altro che la produzione di altri atti linguistici.

 

Che cos'è un'intenzione, Elisabetta? Etimologicamente l'intendere.

 

Intervento: Tendere dentro.

 

Sì, intendere in qualcosa, verso qualcosa, dentro qualcosa, certo. Quindi l'intenzione anche l'intensione, usata dai logici, l'intensione e l'estensione, l'intenzione è l'atto del muoversi verso una direzione precisa, ma quale? Perché uno può tendere in tantissime direzioni, tuttavia quando c'è un'intenzione questa muove da una serie di proposizioni che possono essere le più disparate, questo accendino mi piace e voglio sapere com'è fatto perché, eventualmente, ne compero uno, per dire una banalità. Ora uno potrebbe domandarsi perché vuol comprarsi un accendino come questo, per esempio, visto che questa è la sua intenzione. Qualunque cosa la persona adduca come motivazione per compiere un'operazione del genere sarà comunque la conclusione di una serie d'inferenze, perché ho una particolare predilezione per gli aggeggi in argento, perché è uno status symbol, perché ecc... perché ce l'aveva mio nonno, e allora? Un po' così come avviene nell'itinerario analitico, questa domanda, anche se non si formula così "e allora?", cosa muove quello che stai dicendo, cioè a che pro stai parlando, verso che cosa stai andando? Tutto questo allude alla produzione di altri atti linguistici che vengono connessi alla proposizione che afferma voglio comprare questo accendino. Se uno risponde perché ce l'aveva mio nonno non è propriamente una risposta o come tale non è intesa, è soltanto qualcosa che è adiacente e chiaramente uno può andare avanti all'infinito, perché ce l'aveva mio nonno quindi perché questo se no quest'altro e via all'infinito, come dire che può rispondere ad una qualunque domanda all'infinito. Un po' come mimano i bambini quando fanno il gioco del perché, e un po' anche il gioco della filosofia solo che portato alle estreme conseguenze, e in effetti il cosiddetto gioco dei perché non ha fine. Così come i filosofi si sono accorti che già Sesto Empirico, figura nota come tropo del diallele, non è altro che un rinvio infinito da una cosa all'altra, se A allora B, se B allora C eccetera e se fosse vivo sarebbe ancora lì , Sesto Empirico, ad andare avanti.

Quindi il motivo non è reperibile, perché ciascuno rinvia ad un altro. Cosa ci suggerisce una cosa del genere? Due le questioni: una perché le persone generalmente si fermano al primo o al secondo? Esempio: perché ti piace questo accendino? Perché ce l'aveva mio nonno. Chiuso.

L'altra questione invece che cosa comporta l'impossibilità di definire in termini precisi i motivi, visto che non c'è possibilità d'arresto. Ma il fatto che generalmente le persone si arrestino al primo o al secondo può essere indotto a poca pratica con la struttura del linguaggio, per questo dicevo tempo fa che occorre, per approcciarsi al discorso che stiamo facendo, un certo addestramento al funzionamento del linguaggio. Una persona è indotta a pensare che gli piace l'accendino perché ce l'aveva il nonno questo è più che sufficiente , non si pone la fatidica domanda e allora?

In effetti se pensate a tutto l'addestramento che avviene in un incidente ma non soltanto è fatto per costruire un pensiero, a domanda c'è la risposta. Adesso, ultimamente qualcuno comincia ad accorgersi che forse la questione non è così semplice. Certo, all'interno di alcuni giochi è previsto che la risposta sia una, ma questa risposta che è una non è la risposta definitiva in assoluto, è soltanto la risposta prevista da quel gioco. Se io gioco a poker e ho quattro assi e Luigi ha due sette, se andiamo a vedere non ci sono altre possibilità, io ho quattro assi, lui due sette e vinco io, la risposta è quella e non ce ne può essere un'altra, perché stabilita dalla regola del gioco.

La questione è che il linguaggio in quanto tale non stabilisce una regola, ciascun gioco la stabilisce, anche se altri giochi più tecnici, che ne so se io voglio sistemare il computer devo attenermi a certe regole del gioco, il fatto di proseguire all'infinito con le domande non mi consente di fare quel gioco. Tommaso, santo per alcuni, aveva inteso che non è possibile parlare in questo modo, cioè ponendo questioni all'infinito, perché non è possibile parlare se non all'interno di un gioco che vincola ciò che si dice a delle regole precise, solo che lui l'aveva posta non come regola per giocare ma come una legge universale, un'ipostasi. Ipostasi è un termine che viene usato in filosofia di derivazione greca, ipo stasi cioè ciò che sta sotto, letteralmente ciò che giace sotto. Un'ipostasi e quindi come una necessità assoluta, no, è soltanto una regola del gioco.

Anche questo è un elemento notevole di cui occorre tenere conto, cioè del fatto che si utilizza il linguaggio ma il fatto che lo si utilizzi in un certo modo e perché ciascuna volta si sta applicando un gioco particolare il quale vincola a certe riposte, vincola a certe mosse.

Quindi, se uno mi dice voglio questo accendino perché ce l'aveva mio nonno, può anche starmi bene però se cambiamo gioco ed instauriamo un altro gioco che è noto come gioco del linguaggio, quello che avviene in analisi, ecco che allora questa risposta non è sufficiente. Non è sufficiente perché importa non tanto sapere perché è interessato a questo accendino ma quali proposizioni vengono costruite da questa intenzione, questo è ciò che importa. Perché occorre che una persona si accorga ad un certo punto che ciò che fa o che non fa non ha altro fine se non quello di produrre proposizioni, e così affermare che voglio comprare questo accendino non è altro che il pretesto per la costruzione di proposizioni, l'accendino in quanto tale non esiste, non è mai esistito e soltanto un elemento all'interno delle proposizioni che innesca altre proposizioni. e così, quando l'avrà comprato o non l'avrà comprato allo stesso modo, questo produrrà altre proposizioni che avranno degli altri effetti.

 

Intervento: Io devo cercare le proposizioni che mi hanno condotto a dire perché ce l'aveva mio nonno, in analisi?

 

Non si troveranno mai queste proposizioni ma si troveranno altre proposizioni che vengono costruite, non è possibile andare a ritroso, non è possibile nel senso che non è possibile reperire, per esempio pensiamo a Freud, a quelle proposizioni che hanno costruito certe nevrosi, per esempio. Che cosa garantisce che quella proposizione è quella di vent'anni fa? È un'altra proposizione, ha a che fare non ha a che fare? E comunque una proposizione adiacente, che si pone a fianco, che costruisce un altro discorso. Se io voglio sapere perché che ne so, ho una carenza affettiva, perché la mamma mi ha tolto la marmellata quand'ero piccolo, io posso dire perché la mamma ha fatto questo ma lo sto dicendo ora, adesso, con tutto ciò che questo comporta, ciò che è accaduto allora non esiste più, esistono altre proposizioni che vengono costruite a partite da proposizioni che comunque non sono quelle di allora, per questo non è possibile un ritorno a ritroso, si può solo procedere in una direzione che va avanti, diciamola così

 

Intervento......................

 

Sì, andando avanti è chiaro che non si trova la risposta ma si trovano altre proposizioni, Non rispondono perché non sono quelle di allora, non c'è una sorta di catarsi come voleva certa psicanalisi, se uno recupera quella scene traumatiche le rivive le abreagisce come dicono gli psicanalisti e se ne fa una ragione, in definitiva. Ma non è così, non si può tornare indietro, non è possibile. Per cui costruisci, letteralmente inventi una spiegazione. La stessa spiegazione che mi dà un tizio al quale io chiedo perché vuole questo accendino e mi risponde perché ce l'aveva mio nonno non è il perché vuole questo accendino è un'invenzione, è quello che si è inventato ma a che pro? Per costruire delle proposizioni.

 

Intervento: per potere proseguire.

 

Sì. Per rispondere ad un'altra proposizione che lui incontra e che gli domanda perché vuoi questo accendino. Che cos'è una risposta? È un altro rinvio, nient'altro che questo, cioè un elemento che rinvia ad un altro, cioè trova un rinvio, trova il modo per proseguire. Una domanda non è altro che una proposizione che, apparentemente, non ha rinvio e allora si cerca disperatamente quell'altra proposizione che ne costituisca il rinvio per proseguire. Ciascuno avverte quando c'è una domanda a cui non sa rispondere una sorta di fastidio, chiamiamolo così, perché è come se di lì non potesse andare avanti, questo è il fastidio, appena infatti trova ecco allora il sollievo, allora posso proseguire.

 

Intervento: Come quando non ti vengono le parole quando t'interrogano a scuola.

 

Sì, è la stessa questione di quando si risolve un problema di qualunque tipo sia, pratico, teorico. Quello che si cerca per riprodurre una condizione che è strutturale al linguaggio, che in effetti una delle questioni rimasta in sospeso e che dobbiamo affrontare è perché gli umani cercano continuamente l'ostacolo da superare, a proposito del gioco.

La questione del gioco che abbiamo approcciato e che è ancora lontana dall'essere intesa, tuttavia, tuttavia c'è l'eventualità che ciò che stiamo dicendo intorno al racconto abbia a che fare con la questione del gioco. Può essere che il gioco strutturale al linguaggio sia proprio il racconto. E che ciascun gioco che si fa, dal gioco in borsa al tresette, al gioco dell'oca, alla roulette russa siano praticamente dei racconti. In qualche modo si è sfiorata la questione tempo fa, la struttura del racconto, il racconto ha la struttura del gioco o viceversa, poi possiamo dire che il gioco, in effetti, non è altro che il racconto e che il racconto è il gioco. Cos'è un gioco? È un racconto. Con tutti gli elementi, c'è l'attore, posso essere io o chi altri, c'è un antagonista che mi impedisce, può essere qualcuno o qualcosa, c'è un obbiettivo da raggiungere, c'è tutta la struttura pari pari di un racconto.

 

Intervento: E mentre si svolge il gioco si svolge il racconto del gioco.

 

Sì.

 

Intervento: Mi chiedevo se sia possibile distinguere fra racconto e storia, per esempio, laddove si suppone il racconto di qualcosa che interessa, il racconto è una storia no? Raccontare il tramonto del sole, la difficoltà è scindere il racconto del tramonto dal racconto di una storia.

 

Qualunque cosa ha questa struttura. Prendiamo due storie emblematiche. L'una la Divina Commedia, un racconto molto nobile, bello, l'altro un manuale di programmazione per computer, siamo ai due poli opposti. Ora considerate bene la struttura. Vengono forniti degli strumenti per intendere ciò di cui si tratta. Nell'un caso una descrizione dell'ambiente, il panorama, i personaggi, "Mi trovai in una selva oscura che la diritta via era smarrita". Qui dà un'informazione, dove si trova, quanti anni ha, che sta lì a fare e qual è l'intendimento. Adesso prendete un manuale di programmazione, vi dice quali sono gli strumenti che verranno utilizzati anche a cosa servono e come utilizzarli per raggiungere cosa? Lo scopo finale che è costruire un programma. Lo scopo finale della Divina Commedia è raggiungere la visione. Quindi c'è la descrizione degli strumenti per compiere questo cammino, qualunque esso sia, c'è la descrizione dell'obbiettivo, in alcuni casi è già implicito, se uno compra un manuale di programmazione non è sicuramente per imparare a fare la bourghignonne, non troverà le istruzioni adatte.

 

Intervento..........................

 

Nella struttura del racconto, cioè ciò che è necessario per un racconto, quindi la descrizione di un ambiente, nel manuale di programmazione magari la descrizione di un ambiente operativo, quindi c'è un ambiente operativo, anche Dante descrive il suo ambiente operativo, è una selva oscura ci sono vari animali che gli rompono le scatole, incontra una guida a nome Virgilio che gli darà delle indicazioni, che potrebbero essere il glossario del manuale d'informatica, c'è l'individuazione molto precisa dell'obbiettivo e ci sono degli ostacoli; gli ostacoli per Dante sono la lontra ecc. sono i vizi capitali, sono di volta in volta Caron dimonio, sono questo e quell'altro, ci sono degli ostacoli anche lì, non è che arriva subito in taxi in Paradiso, deve passare una serie di perigli. E così nel manuale d'informatica ci sono i pericoli fra virgolette, i possibili errori di compilazione di un programma, intoppi che possono verificarsi e che devono essere superati. La struttura è esattamente la stessa, sia che io racconti un viaggio catartico dall'inferno al paradiso sia che io legga un manuale di programmazione. Dico così perché Beatrice è un'abile programmatrice.

Questo per mostrarvi la struttura di un racconto, qualunque cosa voi diciate, facciate, siate ha questa struttura. Se io descrivo ad un amico, siamo in montagna o al mare, sono le sette di sera il sole cala verso l'orizzonte, scende nell'acqua...quando ero piccolo pensavo che il sole scendesse dentro l'acqua del mare e si spegnesse.

Anche lì c'è una descrizione, intanto vi mostro che certe volte basta solo indicare l'ambiente in cui siamo, infatti non gli dico guarda che montagne bellissime che ci sono all'orizzonte, poi c'è un obbiettivo da raggiungere che è quello, per esempio, di consentire a lui di godere di tutte le sfumature di colore che io vedo e che magari lui non vede e poi ci sono gli ostacoli da superare, per esempio il fatto che non riesca a vedere una certa cosa e allora io gliela faccio vedere, in effetti la mia descrizione sarebbe superflua se sapessi che lui vede esattamente le cose come le vedo io. Ci sono sempre comunque ciascuna volta , in qualunque racconto , in qualunque atto linguistico, possiamo dirla in termini più difficili, incontrate sempre la stessa struttura. E cioè c'è un ambiente che dovete descrivere, un riferimento a qualche cosa, ci sono gli ostacoli da superare per ottenere un certo risultato, esattamente la struttura del gioco, nè più nè meno.

Quindi, con questo, possiamo giungere a concludere che il gioco e l'atto linguistico hanno la stessa struttura e che pertanto l'atto linguistico è gioco e viceversa, inesorabilmente.

Obiezioni? Potete provare a considerare ascoltando qualcuno provando a cogliere questi tre elementi: la descrizione dell'ambiente in cui si opererà, quali sono gli strumenti, quali gli ostacoli e quale l'obbiettivo, li trovate sempre, in qualunque circostanza.

 

Intervento: Anche nel discorso analitico è così, quando si descrive un intoppo, il nevrotico è sempre lì intoppato.

 

Nel discorso analitico l'ostacolo è il non intendimento, cioè non accorgersi che ciò che si sta facendo è la produzione di atti linguistici. L'obbiettivo è il fatto che se ne accorga.

 

Intervento: Si fa interessante. Forse per le conferenze è meglio, penso che sia più comprensibile, più chiaro.

 

Se viene da voi uno o una e vi dice: "Hai saputo cosa è successo al tizio?" può succedere almeno una volta nella vita che qualcuno vi dica: "Hai saputo cosa è successo " ecc. ecc. Anche in questo caso c'è la stessa struttura. La persona vi dirà intanto il riferimento in questo caso la persona, qual è la situazione, l'ostacolo qual è. O l'ostacolo viene descritto a proposito della persona di cui si parla come qualcosa che è stato superato o che era da superare e comunque è ancora da superare oppure potete intendere l'ostacolo come la difficoltà nel raccontare una cosa del genere e cioè la difficoltà consiste nel condurre il racconto in modo tale che voi lo recepiate nel modo corretto. L'obbiettivo è rendervi partecipi del grandioso avvenimento, oppure no a seconda dei casi. Non sempre, non necessariamente sono eventi di grande interesse.

 

Intervento: quello che va di moda in questi giorni è: hai sentito che è morto John John Kennedy? E anche del Paradiso, la settimana scorsa i Gesuiti con l'Inferno, oggi il Papa con il Paradiso, ha detto che c'è il Paradiso.

 

Ecco, diceva Elisabetta che può essere una conferenza condotta in un modo simile, sì, potrebbe essere.

 

Intervento: Sì, così per me è molto più chiaro.

 

Sì, in effetti, descrivere un caso clinico in questi termini mostrandone la struttura, prima l'ossatura, poi come si muovono i vari personaggi, qual'è il loro intendimento, a che pro fanno una certa cosa.

 

Intervento: Anzi, io direi che è indispensabile, altrimenti l'argomento è sfuggente, invece così va bene. In questo modo interessa e, quindi, ci si avvicina.

 

Sì, dicevo o riprendere i casi clinici di Freud, i più classici, oppure costruirne proprio, come s'inventa un racconto. Quali sono i casi clinici di Freud, Elisabetta?

 

Intervento: Il caso Schreber, il caso di Dora, l'uomo dei lupi, il piccolo Hans, l'uomo dei topi.

 

Poi ce n'è un altro, un sesto caso quello del Presidente Wilson che però non si trova in circolazione. Non c'è così come non ci sono gli scritti sulla cocaina. Freud era un appassionato di cocaina, quindi ha scritto un saggio. Si trova perché l'ha pubblicato Spirali e poi altri, dopo ma non è stato inserito nel Corpus Freudiano perché non è bene sentire Freud che scrive che la cocaina fa benissimo e che ne consiglia l'uso a tutti quanti. Che non dà assuefazione e che anzi lui ne ha tratto un sacco di benefici. E per questo motivo hanno preferito la Boringhieri che è una casa molto per bene.

 

Intervento: Anche quei piccoli casi che lui inseriva nei saggi sull'isteria sono semplicissimi però ognuno di essi è un racconto.

 

Non è affatto escluso che alcuni dei suoi scritti siano stati epurati, bisognerebbe avere i manoscritti però sono custoditi gelosamente dalla Fondazione Freud che è in Germania o addirittura a Londra. C'è anche l'eventualità che negli scritti sulla cocaina fosse andato giù pesantino e quindi che non sia stato reputato adatto alla pubblicazione per il pubblico italiano che è un po' come dire, delicato.

Però per la questione di prima si possono prendere i casi di Freud, farne un'analisi che non è mai stata fatta, considerarli sotto l'aspetto del racconto inteso in questa accezione, naturalmente anche avvalendoci di alcune categorie che magari hanno utilizzato Greimas e altri.

 

Intervento........................

 

Sì, infatti Freud può essere utilizzato tantissimo proprio per i luoghi comuni.

 

Intervento: Anche il più piccolo film.

 

Sì, adesso Freud lo mettono anche dentro i maccheroni.

 

Intervento: Proprio anche come trauma, per l'interpretazione.

 

Eppure lui, il fondatore della psicanalisi, non solo era un forte consumatore di cocaina ma ne era anche un promotore, allora si trovava in farmacia.

Giovedì prossimo vediamo di precisare questa connessione fra racconto e gioco, potrebbe promettere notevoli sbocchi. Ci vediamo giovedì.

 

 

 

29 Luglio 1999

 

Dobbiamo verificare se, come andiamo dicendo, tutto ciò che avviene sul pianeta avvenga con il solo scopo di raccontare qualcosa.

Dicevo l'altra volta tutto ciò che ciascuno fa, pensa, immagina, sogna spera e dispera non abbia nessun altro obbiettivo se non quello di proseguire il suo racconto.

La questione è interessante, pone in effetti in prima istanza un elemento che può essere di notevole dirompenza perché elimina qualunque obbiettivo, dalla felicità altrui alla propria, tutto questo cessa di avere un valore. Come se diventasse nulla, cioè diventasse quello che probabilmente è e cioè una figura retorica all'interno di un racconto. Dunque raccontare, dicevamo, è esporre, esporre che cosa? Dei fatti? Forse più propriamente esporre delle fantasie cioè delle altre costruzioni, o più propriamente ancora esporre delle fantasie. Le fantasie non sono altro che una serie di proposizioni che vengono costruite dal discorso, ma in ogni caso potremmo dire ancora più semplicemente che raccontare è dire, dire qualunque cosa.

Nel racconto, come sappiamo l'abbiamo visto la volta scorsa, c'è un elemento da cui si parte per giungere ad una conclusione. La conclusione è importante nel racconto, quando qualcuno chiede ma dove vuoi andare a parare con tutte queste storie vuole la conclusione a tutti gli effetti, la conclusione allude all'utilizzo del racconto. Un racconto ha sempre una conclusione, cioè ha un utilizzo per un altro racconto. Prendete ad esempio, faccio un esempio molto banale, la morale nelle fiabe ha un utilizzo per un altro racconto, serve perché se io so che i cattivi saranno puniti e i buoni saranno premiati allora il racconto che seguirà terrà conto di questo aspetto, e quindi il racconto successivo sarà costruito a partire da questa morale, i cattivi saranno puniti con l'inferno ed i buoni andranno in paradiso.

Dunque, il fatto che un racconto abbia una conclusione qualunque essa sia e perché occorre che essa sia utilizzabile per altri racconti, esattamente come ciascuna proposizione occorre che sia utilizzabile da altre proposizioni, se non è utilizzabile è un problema, non serve a niente e non entra a far parte di nessun gioco.

 

Intervento: però potrebbe essere il racconto religioso.

 

Io sto usando termini molto generali in cui rientra anche il racconto religioso, anche lui ha una sua morale ed è utilizzabile perché se io so che c'è l'inferno e il paradiso allora i racconti che io farò terranno conto di questo aspetto.

Tenuto conto del fatto che qualunque racconto ha una conclusione, questa conclusione non è altro che la possibilità di essere utilizzata da altri racconti, possiamo valutare che anche il gioco ha una conclusione che ha questo obbiettivo: il poter essere utilizzata per altri giochi. Provate a riflettere ad un qualunque gioco, qualunque gioco ha una conclusione, la fine di una partita. Questo fine della partita, questa conclusione, proviamo a considerare se ha un valore unicamente perché utilizzabile in altri giochi o in altre partite. Un gioco che è concluso che cosa lascia dietro di sé? Una serie di mosse, di operazioni, queste operazioni possono aver condotto alla vittoria o alla sconfitta, al piacere o al dispiacere, a seconda dei casi, ma ciascuna volta le operazioni che si sono compiute saranno tenute in conto nella partita successiva. Per essere ripetute, se si è vinto, per essere modificate se si è perso.

Pensate ad un gioco che può essere giocato una volta sola e mai più. Potrebbe essere interessante? In effetti una delle prerogative del gioco è la sua ripetitività. Perché deve essere ripetibile? Perché ciascuna partita, o meglio, la conclusione di ciascuna partita va a segnare, dunque a costruire la partita successiva.

Qualcuno terrà conto, che so , che ha fatto degli errori giocando a poker e quindi cerca di non commetterli più, per esempio. Un gioco che può essere giocato una volta sola e mai più non può essere giocato, in effetti non ha nessun interesse, perché non si può acquisire nulla, non può essere ripetuto. Lo stesso motivo per cui non interessano i giochi di puro azzardo, che ne so, vince chi tira su la carta più alta, questo generalmente è l'inizio di un gioco per stabilire chi può cominciare ma il gioco fine a se stesso è una stupidaggine. Perché non lascia nulla al giocatore e infatti non viene giocato, non ha nessun interesse.

Come dire che un aspetto importante del gioco così come del racconto è la sua ripetitibilità, è il fatto che ciascuna partita, come ciascun racconto, apre ad un'altra partita o ad un altro racconto.

Viene da domandarsi se si racconta, per esempio un racconto, perché ci sia un altro racconto. Potrebbe essere. Potrebbe darsi un racconto perché non ci sia più nessun altro racconto? Difficile. Quale è il bello di un racconto, Cesare?

 

Intervento: Il bello di un racconto sta nei rinvii, le connessioni che sono costruite.

 

Quando si legge un romanzo, per esempio, mentre lo si legge si costruisce una specie di scena, se lei e io leggiamo lo stesso romanzo non è detto che costruiamo la stessa scena , che ci immaginiamo un paesaggio o una stanza che è descritta allo stesso modo, come dire che leggendo il romanzo se ne costruisce letteralmente un altro da ciò che si legge, quindi il racconto nel momento stesso in cui si racconta è un altro racconto, costruisce più propriamente un altro racconto. Come se ogni volta che si racconta si costruisce un altro racconto. A partire da questo testo che ciascuno legge, ascolta come gli pare, ci sono dei personaggi, ad uno un personaggio è simpaticissimo ad un altro è inviso. Vuol dire che si sono costruiti due racconti diversi.

Se l'obbiettivo del racconto è quello di fare provare emozioni, fare rivivere le stesse cose che vivono i protagonisti del racconto, allora effettivamente il racconto ha la funzione di costruire un altro racconto che è quello che ciascuno gli costruisce sopra. Perché uno scrive un racconto? Perché si diverte facendolo, in genere avviene così.

 

Intervento: oppure è l'obbiettivo a cui vuole arrivare.

 

Sì, ma che sia quello l'obbiettivo è indifferente. Scrivere un racconto è qualcosa che piace perché diverte mentre lo si fa. Cioè mentre io narro la storia dei vari protagonisti eccetera, io mi vivo queste cose, oppure immagino le emozioni che possono dare ad altri, cioè costruisco un altro racconto, come se scrivendo un racconto man mano che lo scrivo a fianco c'è sempre un altro racconto che si costruisce. Come dire che scrivo questo racconto per costruirne un altro che può essere le scene che io immagino oppure ciò che io immagino che altri possano provare leggendo le cose che vado scrivendo, c'è sempre, comunque, un altro racconto, quindi scrivo questo racconto perché possa darsi quest'altro racconto.

Ma è sempre così? Cioè si racconta per poter far esistere un altro racconto? Ci sono situazioni in cui non è così. A chi viene in mente una situazione in cui non è così?

Vediamo un po', un racconto che non rinvia a nessun altro racconto.

 

Intervento................................

 

È un racconto che non innesca nulla, come se non rinviasse a niente. Questo altro racconto che si scrive mentre si racconta, che si scrive nel senso che si produce nel momento in cui si racconta il racconto in effetti è il rinvio, così come quando uno dice una qualunque cosa questo qualcosa rinvia ad altre proposizioni, necessariamente. Quindi un racconto che non produce un altro racconto, non rinvia ad un altro racconto è una contraddizione in termini perché vuol dire che non produce nulla, come fa a non produrre nulla? Necessariamente produce qualcosa e, quindi, qualunque racconto produce un altro racconto. Esattamente così come dicevamo che qualunque parola produce un alta parola. Però ciò che a noi sta interessando non è soltanto stabilire che ciascun racconto produce un altro racconto, ciò che a noi interessa è potere affermare in modo categorico che un qualunque racconto non solo produce un altro racconto ma non ha nessun altro obbiettivo all'infuori di questo. Questo è il passo che dobbiamo compiere. Potremmo prendere la cosa più semplicemente affermando che qualunque altro racconto si produca a partire dal primo è inevitabile è che qualunque cosa un racconto produca, qualunque sia il motivo per cui si racconta questo è comunque un altro racconto. Io scrivo perché la casa editrice mi ha commissionato una novella di trenta cartelle e mi dà due milioni ogni volta che ne faccio una, quindi della novella che scrivo non me ne importa nulla, m'interessa l'assegno circolare, ma anche in questo caso la scrittura del racconto al di là del fatto che comunque non è casuale è inserita all'interno di un altro racconto che è quello dove c'è lui che deve guadagnare due milioni e che con quei soldi se ne va due settimane da qualche parte, mentre scrive questa novella pensa già che incasserà quei soldi ecc. Non c'è attività umana che non sia un racconto che produce un altro racconto, se esistesse sarebbe una contraddizione di termini e sarebbe fuori dal linguaggio. Pare una prerogativa del linguaggio quella di costruire proposizioni, una certa configurazione che è quella del racconto per produrre altri racconti, come dire che un racconto produce un altro racconto e questo è il suo obbiettivo, e così via all’infinito. Ma non c'è nessun altro obbiettivo, cioè il fatto di andarmene due settimane da qualche parte con i due milioni incassati dalla casa editrice non è un obbiettivo? Certo, ma di che cosa è fatto? Di pensieri, di immagini, una serie di costruzioni, di pensieri, di proposizioni più o meno credute.

 

Intervento: C'è anche l'ostacolo. Perché se io scrivo un racconto che non piace non prendo i due milioni e non vado da nessuna parte.

 

Chiaro, c'è sempre l'ostacolo. Sì, potremmo dire che non c'è attività umana che non sia un racconto, bisogna ancora precisare che non c'è attività umana che sia altro da un racconto. Per intendere bene questo possiamo considerare qualunque finalità, qualunque obbiettivo anche il più nobile e tra i più bassi che gli umani si pongono e considerare se questi sono un racconto oppure no.

Allora, una meta un obbiettivo che non sia un racconto, provate a trovarne uno. Per esempio la prosecuzione della specie, è un obbiettivo. Il fatto che la specie umana prosegua anziché arrestarsi. Taluni lo considerano un obbiettivo nobile, la procreazione, mediamente è considerata un nobile obbiettivo per cui tutto ciò che attiene a questo ha un che di sacro, di degno. Provate a riflettere bene, perché una persona deve giungere a una conclusione del genere, tale per cui la specie deve proseguire? Potremmo così, sfacciatamente porci la questione che cosa gliene cale?

 

Intervento: Però la questione dell'azione nobile è un po' arbitraria.

 

Sì, certo mi attenevo al luogo comune, generalmente si pensa così. Perché, dunque, la vita della specie umana deve proseguire? Perché tutto si fa perché possa proseguire. Chi ha stabilito questo? Provate a riflettere bene. Se ci riflettete cominciate a trovare una serie sterminata di fantasie, come definirebbe ad esempio, Elisabetta, una fantasia, se non come un racconto? Dunque questa cosa è sostenuta da dei racconti i quali sono sostenuti da altri racconti e alla fine che c'è se non un altro racconto? Qualunque obbiettivo gli umani si pongano è inesorabilmente un racconto sostenuto da altri racconti.

Qualunque obbiettivo, dunque anche il più nobile, è sostenuto da un racconto. Possono essere più o meno articolati, più o meno interessanti ma sono racconti e cioè una sequenza di proposizioni coerenti tra loro e connesse tra loro, così abbiamo definito la cosa. Sostenere che il proseguimento della specie umana è un obbiettivo più nobile di un qualunque altro è sostenibile da altri racconti, i quali racconti sono sostenuti da altri racconti e alla fine di tutto c'è un altro racconto. Quindi è una decisione, io decido che è così. Perché? Per niente. Questa è la questione. Perché ho deciso così? Per niente, assolutamente niente. Questa è la solitudine in cui si trova l'analista della parola, qualunque sua decisione è per niente. Non ha nessun obbiettivo ha solo un racconto il quale è per niente o, più propriamente, per se stesso.

Perché se ciascun racconto rinvia necessariamente ad un altro e così all'infinito allora non ci resta che ciascun racconto non ha nessun altro obbiettivo se non un altro racconto. Esattamente ciò che volevamo stabilire, nessun altro obbiettivo. Tutti i nobili intenti, i nobili propositi hanno come obbiettivo semplicemente la costruzione di un altro racconto. Perché? Per un altro racconto e avanti all'infinito. Questo dà un ulteriore colpo a tutto il discorso occidentale e rende il discorso che stiamo facendo ancora più arduo e più devastante.

Tuttavia è difficile giungere a conclusioni differenti, si prosegue in termini rigorosi. In effetti poi, se considerate attentamente, ciò che cambia non è la vostra condotta, le cose che fate, continuate a fare le stesse cose, però con una particolarità, l'avevamo già acquisita e cioè che qualunque cosa si faccia è assolutamente fine a se stessa. Fine a se stessa in quanto qualunque obbiettivo si ponga è fine a se stesso, ciascun elemento è fine a se stesso come ciascun racconto, non posso costruire nulla che sia realizzabile a qualcosa che è fuori dalla parola. Questo comporta sì, certo, una libertà notevole, ma una sempre maggiore solitudine, possiamo chiamarla così, solitudine che consiste nello stare da soli, ovviamente. Ma la distanza immensa da tutto ciò che è creduto dai più, che è seguito e perseguito, questa distanza immensa è irreversibile. E quindi allora qualcuno potrebbe chiedersi ma allora che si vive a fare? La questione può essere presa in vari modi, il modo più appropriato sarebbe quello di porre un'altra questione fondamentale e cioè perché ci si pone questa domanda? Che è più interessante. Perché la risposta a questa domanda comporta il fatto che vivere debba avere necessariamente uno scopo e, quindi, parte da un pregiudizio, che qualunque cosa debba avere uno scopo. Naturalmente è possibile credere una cosa del genere se e soltanto se non ci si è mai posti domande intorno a che cosa sia un obbiettivo o un fine, cosa lo sostenga.

Dirsi, la mia vita non ha nessuno scopo non ha nessun senso. O, come accade spesso, siccome non sono utile a nessuno allora...

E come se io leggessi una fiaba e prendessi ciò che viene raccontato in questa fiaba come ciò a cui io dovessi attenermi scrupolosamente, per cui non vado nel bosco perché c'è il lupo cattivo e poi incontro l'orco e quindi non vado in giro per il mondo, è esattamente la stessa struttura, cioè io credo un racconto che si è prodotto a partire da vari elementi e mi attengo a questo racconto, perché il fine di questo racconto non è produrre un altro racconto ma stabilire una morale e definire qualcosa che è fuori dal linguaggio.

Se il Papa affermasse che, dopo aver affermato che l'inferno c’è ma non si vede, che ciò che ha detto è soltanto perché così, perché questo è consentito di pensare, chiaramente non sarebbe più credibile. E qui torniamo a ciò che dicevamo due settimane fa intorno al fatto della descrittività, la possibilità di descrivere qualcosa; generalmente il racconto è immaginato descrivere delle cose e il suo fine è appunto la descrizione di queste cose, stabilire, per esempio, come stanno le cose e non la costruzione di un altro racconto il quale ha come fine la descrizione di un altro racconto che, altrimenti, questa descrizione non ha nessuna portata. E qui sta la distanza tra il discorso che stiamo facendo e il discorso occidentale, il quale racconta per descrivere, cioè per stabilire come stanno le cose. Il modo in cui lo stiamo ponendo il racconto non ha nessun altro fine che se stesso e se descrive le cose non descrive uno stato di fatto, semplicemente costruisce proposizioni sapendo di volta in volta qual'è il gioco che sta giocando. Se Beatrice mi chiede se dentro questa sigaretta c'è tabacco oppure nitroglicerina che al contatto con la fiamma esplode rispondo che c'è tabacco, all'interno del gioco che stiamo facendo questa è la risposta che attiene, che funziona in questo gioco.

Due cose, quindi: sapere quali sono le regole del gioco che si sta facendo e sapere che il gioco è fine a se stesso, questo è quanto abbiamo costruito in questi anni, che pare, all'interno del discorso occidentale, assolutamente devastante. Così come il discorso scientifico, l'abbiamo detto varie volte, il discorso filosofico, muove da assiomi, da principi che non può provare, a partire da quelli costruisce tutta una serie di cose che non significano niente. La filosofia non può descrivere uno stato di fatto delle cose, non può descrivere che cos'è l'essere, che cos'è l'esistenza, cosa è e cosa non è, non lo può fare perché questo è un gioco qualunque e fuori da queste regole del gioco quello che sto dicendo non significa assolutamente niente.

Il gioco del discorso occidentale, dovere credere necessariamente per non piombare in ciò che è avvertito come il nulla, lo dicevamo qualche tempo fa, di come e perché sorge il discorso religioso, il quale garantisce che il discorso prosegua come se di fronte al paradosso, all'antinomia del linguaggio fosse l'unica salvezza perché altrimenti qualunque cosa va bene quindi nulla ha più senso. Questa è una questione che dobbiamo riprendere, perché è molto importante. Perché il discorso religioso? Ce lo siamo chiesti per anni, come mai gli umani credono una cosa del genere. È la paura della morte, è la stessa cosa, è la paura del discorso che si arresta. Ma perché non possono pensare che il discorso prosegue lo stesso? E qui abbiamo introdotto un elemento che riguarda la struttura del discorso. In ogni caso dicevamo che per intendere ciò che andiamo dicendo occorre illustrare il funzionamento del linguaggio. Ora i casi sono due: o nessuno ci è mai arrivato o è stato costruito questo discorso occidentale perché è l'unico modo in cui è possibile tenere il controllo sul prossimo. Oppure entrambe le cose, di fatto la struttura del linguaggio così come lo abbiamo elaborato in questi ultimi anni non si trova da nessuna parte illustrato in questo modo.

C'è l'eventualità che nessuno ci sia arrivato.

 

Intervento.....................................

 

Sì, però la domanda che mi ponevo si volgeva a qualcosa di più antico, come è avvenuto che sia sorto il discorso religioso? Perché si è pensato che senza una direzione precisa il discorso potesse arrestarsi e, in effetti, se non si giunge attraverso una riflessione intorno al linguaggio che non giunga al punto in cui siamo giunti noi, probabilmente è inevitabile pensare questo. Che se non c'è una direzione, così come può avvenire nel caso dei paradossi, allora il discorso si arresta.

 

Intervento:...............................

 

Se io dicessi così, con un hápax legómenon, l’hápax legómenon è un elemento che interviene una volta sola, che la sensazione è l'ultima mossa di un gioco qualunque esso sia. Dicendo che è l'ultima mossa di un gioco ovviamente non mi riferisco ad un gioco con le carte o con gli scacchi, anche ma non soltanto. Anche all'interno di un gioco come il poker possono inserirsi altri giochi. Ciascuna volta l'ultima mossa di quel gioco è la sensazione, adesso lo dico così poi lo preciseremo in seguito. Vedremo se è proprio esattamente così o no.

Il problema del discorso occidentale è il fatto che i rinvii sono infiniti, infatti una buona parte anche dei teologi, Tommaso in prima fila, era terrorizzato da questa eventualità, se c’è il rinvio all'infinito non è possibile stabilire nulla, non è possibile credere a nulla, quindi non è possibile costruire nessuna religione. E questa è stata la spada di Damocle del discorso occidentale. Del discorso occidentale così come è costruito, esige che una cosa, per poter essere affermata in modo assoluto sia necessaria, che sia necessario che sia, uno può sempre chiedere perché? E lì, diventa dura.

 

Intervento: Così come non si può rispondere ad un bambino che chiede perché, ad un certo punto infastidisce. Si può andare avanti tutta la vita, non c'è la risposta.

 

La questione è che ciascun gioco ha una risposta ovviamente che è fornita dalle regole per cui esiste, il problema del discorso occidentale è che questi giochi non sono considerati tali, le regole del gioco sono considerate, in molti casi, delle regole naturali, da qui sorgono problemi di proporzioni bibliche. Che se fosse così allora la risposta alla domanda perché dovrebbe essere una risposta definitiva e invece no. È la maledizione del discorso occidentale, non avendo inteso la struttura del linguaggio e condannato a correre dietro alla sua struttura, come il gatto che corre dietro la sua coda, non va da nessuna parte e continua a girare in tondo.

 

Intervento: Pensavo alla sensazione, cercavo di definirla.

 

Ciascuna volta in cui qualcuno ha una buona idea prova una sensazione piacevole. Però c'è l'eventualità che sia connessa con il chiudersi di un gioco, però dobbiamo pensarci bene.

 

Intervento...............................

 

La sensazione, generalmente, è definita come uno stato d'animo che varia, una variazione avvertita di stato d'animo, una percezione. Una percezione di freddo è ascritta alla percettività fisica. In linea di massima è accorgersi di una variazione di uno stato percettivo.

 

Intervento: Sì, però io lo chiamo freddo, sento qualcosa che posso chiamare freddo. Predico di questo qualcosa che sta avvenendo: freddo.

 

Intervento: Nel discorso che stiamo facendo dovrebbe essere abolita la sensazione. In un certo qual modo, sapendo che è parola, non si dovrebbe neanche arrivare alla sensazione, ad uno stato d'animo diverso.

 

Quando io trovo un pensiero o risolvo un quesito che mi sono posto provo una sensazione piacevole che è fatta appunto di questa conclusione di un gioco che è in atto. So bene che si tratta di un atto linguistico, un atto linguistico può essere piacevole. In effetti anche il luogo comune definisce la sensazione in modo simile cioè questo cambiamento vuol dire che non è più quello di prima cioè qualcosa si è concluso, ne comincia un altro. Sì, così va meglio, forse è questa la direzione.

Ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

 

5 AGOSTO 1999

 

Volevo parlarvi di questo testo che non dice molto di più di quanto già forse non sappiate però volevo fermare l'attenzione questa sera su un aspetto particolare dell'argomentazione cioè le fallacie. Sarebbero le fallacie gli errori di ragionamento, gli errori logici. L'entimema è un sillogismo particolare in cui manca una delle due premesse, o la premessa maggiore o quella minore.

 

Intervento: Il paralogismo?

 

Il paralogismo è un'argomentazione quasi logica. Dunque, vediamo se qui ci dice qualche cosa che può interessarci, perché una fallacia in un ragionamento conduce ad una conclusione diciamo insostenibile. Questo c'interessa perché, generalmente ciò che una persona conclude nei suoi ragionamenti è ciò che piloterà la sua condotta, che se conclude una certa cosa questa la ritiene vera ed essendo vera si muoverà di conseguenza, necessariamente. Dunque, qui c'è la fallacia d'ambiguità, la fallacia d'argomento d'autorità, argomenti che si attengono ai sentimenti, argomentum ad ignorantiam, a petitio principii, fallacia di posizione, fallacia d'illusione, fallacia di ignorantiam elenchi, fallacia del non sequitur, fallacie statistiche ecc... Ecco la lista di fallacie.

Allora, l'ambiguità, dice qui, è una delle principali fonti di ragionamenti fallaci, diciamo che un termine è ambiguo se ha più di un significato. Se per esempio dico: "John ha un cuore buono", non è chiaro se intendo che John ha un cuore generoso o se intendo che ha un cuore forte. Termine ambiguo, cioè buono, e quindi ambiguo perché può essere interpretato in almeno due modi. Fa un piccolo esempio qui. Tutti gli uomini sono fratelli in una fraternità condivisa, tutti i fratelli di confraternita sono studenti universitari, tutti gli uomini sono studenti universitari. Qui abbiamo una fallacia di ambiguità: diciamo tutti gli uomini sono fratelli in una fraternità condivisa intendiamo dire che non ci sono differenze fondamentali tra gli uomini, riguardo al loro statuto di esseri umani ecc... Ma quando diciamo tutti i fratelli in una confraternita sono studenti universitari intendiamo che ogni singolo membro di una confraternita è uno studente universitario. Questa, che sembra una banalità, ed in effetti è da considerarsi tale, pone l'accento su una questione che abbiamo già discusso in varie occasioni, e cioè sul fatto che accade di utilizzare nel discorso, anche nel discorso fra se e se, dei termini di cui non è chiaro il senso, per cui vengono usati in modo ambiguo. Cosa comporta questo? Comporta che utilizzando uno di questi termini all'interno di un qualunque ragionamento questo termine potrà assumere diversi sensi a seconda dell'intenzione di ciò che si vuole provare. Questo ha degli effetti nell'argomentazione, l'effetto principale è quello di fare concludere molto rapidamente laddove invece occorrerebbe riflettere molto meglio. Come dire che ciascuna volta in cui si ragiona intorno a qualche cosa occorrerebbe avere almeno un'idea di ciò di cui si sta parlando. Cioè, per esempio, non si è in condizioni di definire cosa si sta dicendo, ciononostante si usa quel termine tranquillamente in moltissime volte, e allora può sorgere la questione; quando interviene quel termine di cosa sto parlando esattamente? C'è l'eventualità che non sappia ciò di cui sto parlando e questo si ripercuote immediatamente su tutte le conclusioni che traggo, che saranno generalmente piuttosto squinternate.

Perché le conclusioni muovono da premesse che non sono note.

 

Intervento: Come se fossero date per scontate.

 

Sì. Qualcosa che si suppone di sapere, come diceva Agostino, "Quando nessuno mi chiede che cos'è il tempo lo so, quando me lo chiedono non lo so più", finché non ci penso immagino di sapere di cosa si tratta, appena ci penso ecco che sorgono i problemi. Un po' la stessa cosa che trovate quando dei pensieri provate a scriverli, è un'operazione questa per cui i versi, come direbbero alcuni francesi, di disambiguamento, perché ciò che vi appare chiaro, se provate a scriverlo, vi appare straordinariamente confuso. Non è casuale perché, chiaramente, trovandosi a mettere per iscritto dei pensieri certe connessioni, certe implicazioni o derivazioni devono essere esplicitate, mentre il pensiero può non farlo.

Per questo anche è un ottimo esercizio provare a scrivere delle cose, ci si accorge immediatamente di che cosa non è chiaro.

Qui dice: l'argomentazione che ne risulta non è valida perché la confraternita è una parola usata con due sensi differenti e l'argomentazione è ambigua ed anche il termine fraternità. La fallacia prodotta quando l'inferenza non è valida perché una singola parola può essere usata in due sensi differenti si chiama equivocità, ma il secondo tipo di fallacia è basato sull'ambiguità quando è ambiguo l'intero enunciato e non qualche singola parola. Può accadere, anzi, che nessuna parola sia ambigua e tuttavia lo sia l'intero enunciato a causa della sua struttura grammaticale. Tale ambiguità si chiama anfibolo o anfibologia cioè un'ambiguità della proposizione. La leggenda dice che l'oracolo di Delfi nell'antica Grecia non sbagliava mai, però la ragione della sua infallibilità era che le sue predizioni erano formulate sotto forma di anfibolo, ovvero che devono essere interpretate almeno in due modi diversi. Di conseguenza se si verifica uno dei due eventi la predizione dell'oracolo poteva essere giudicata esatta.

Come se io dicessi domani o pioverà o non pioverà, uno dei due andrà bene per forza, quindi avrò comunque ragione.

Si racconta che durante il conflitto fra i Greci ed i Persiani il comandante greco avesse chiesto all'oracolo quale delle due fazioni avrebbe alla fine vinto. L'oracolo rispose: "Apollo dice che i Greci ed i Persiani si sottometteranno. Non era chiaro se i Greci avrebbero battuto i Persiani. In altra occasione quando Ciro il Grande progettava la guerra contro un certo Re quando rispose alla sua domanda su chi avrebbe vinto dicendo: "Vive ancora il re che Ciro deporrà" . Si può notare che gli antiboli dipendono dalla costruzione di un enunciato, l'ambiguità non è dovuta al fatto che le parole possono essere interpretate in due sensi, piuttosto il fatto che non comprendiamo il significato dell'enunciato nel suo complesso. Due tipi molto diffusi di anfiboli sono dovuti:

a) participi non connessi

b) uso inesatto del segno di negazione nel discorso ordinario.

Si ha l'errore grammaticale noto come participio non connesso quando non si connette un nome alla locuzione participiale che lo precede, ad esempio avrei commesso questo errore se avessi scritto la frase precedente nel modo seguente commettendo l'errore noto come participio non connesso una locuzione si presenta priva di connessione.

In effetti è ambiguo, non si capisce. Sembra che sia la locuzione ad avere commesso l'errore piuttosto che la persona che ha usato la locuzione.

Non dipende da alcune scorrettezze grammaticali gli errori formali del ragionamento, dipendono invece dal contesto in cui l'espressione viene pronunciata. Il contesto sembra suggerire che l'espressione abbia un particolare significato, ma in realtà esso potrebbe anche non averlo affatto, cosicché l'enunciato indurrebbe in chi lo ascolta o chi lo legge ad errore, tali fallacie sono note come fallacie contestuali.

Prendiamone in considerazione qualcuna, una delle più diffuse è la fallacia di senso. Supponiamo che io dica: "il 28% degli abitanti di Birmingham ha i denti cariati". Prima di rendersi conto del senso di questa considerazione bisognerebbe paragonare Birmingham con città delle medesime dimensioni per vedere se essa ha una percentuale alta o bassa di persone con disturbi ai denti. Gli annunci pubblicitari commettono spessissimo la fallacia di senso. Non è raro vedere uno slogan come: "il 62% del medici fumatori fuma Marlboro", per esempio. Ciò induce all'errore perché non dice quanti dottori non fumano nè dice che fumano solo Marlboro. Potrebbe anche essere che molti medici fumatori fumino qualche altra marca più frequentemente delle Marlboro, anche se potrebbero provare queste ultime e se decidessero cambiare.

Cosa dire, dunque, delle fallacie, dell'ambiguità? Per quanto ci interessa, ovviamente. Considerate un discorso comune, uno qualunque.

 

Intervento: Io non ho capito la connessione con il discorso di Austin.

 

Sì, non raggiunge l'obbiettivo.

 

Intervento. Ma la felicità di un enunciato, come posso stabilire qual'è l'obbiettivo se ...

 

In questo caso vuol dire che il 62% di persone fumano Marlboro o no, quell'altro del 28% di abitanti dai denti cariati, cioè questa statistica è fatta per un motivo no? Per allarmare per esempio ma, se in tutto il resto delle città del mondo anziché il 28 il 70% ha i denti cariati allora questa indagine non ha raggiunto l'obbiettivo cioè non mostra che il 28% è una percentuale alta, bassa ecc...

In effetti dicevo, potete notare in molti discorsi delle affermazioni che vengono fatte con determinazione e soprattutto con leggerezza in cui si afferma che la maggior parte delle persone fa così, è una cosa molto banale, però un'affermazione del genere è fortemente ambigua. La maggior parte, quanti? La maggior parte qui, ma qui non c'è mica niente, la maggior parte rispetto a che? E di nuovo la questione che io accennavo prima della definizione. Se una persona decidesse in un certo modo perché afferma ma la maggior parte delle persone usa fare così. È un enunciato abbastanza comune no?, tuttavia potete notare immediatamente due aspetti: primo, che l'enunciato è assolutamente gratuito, non significa assolutamente niente perché non ha nessun riferimento, nessun parametro; secondo, che se enunciato in questo modo come se volesse porre questa affermazione che viene fatta che è assolutamente irrilevante come invece una cosa assoluta.

Ora la persona che pronuncia una cosa del genere sa che non è assolutizzabile la sua affermazione almeno il più delle volte, ciò nondimeno compie questa affermazione. Allora qui interviene un altro elemento e cioè la necessità che un'affermazione del genere si inserisca in un discorso per confermare qualcosa in cui lui crede. Come dire che io credo che le persone debbano fare così e come me molte altre lo fanno. Solo che per dare più forza alla sua argomentazione dice la maggior parte delle persone fanno così. È falso. Però, dicendo questo, anche se è falso, è come se corroborasse la sua superstizione, come se enunciasse una proposizione assolutamente vera, la verità sub specie æternitate. Tutti fanno così, quindi, anch'io. Cosa comporta una cosa del genere nel discorso di ciascuno? Comporta che, spesso, le affermazioni che vengono compiute nel proprio discorso pur non essendo in nessun modo sostenibili vengono rafforzate da una sorta di superstizione, cioè da un'altra proposizione che dovrebbe corroborare la prima ma che, a sua volta, è assolutamente insostenibile. Bisogna vestirsi con la maglia di lana. Perché? Perché tutti fanno così. Succede di ascoltare queste cose ma a noi interessa la struttura di un'argomentazione del genere. Non tanto per la questione della maglia di lana, ma perché coinvolge, come dicevo, una notevole quantità di affermazioni che vengono fatte direttamente o indirettamente le quali pilotano quotidianamente la vostra condotta.

Dunque, la fallacia, in questo caso, consiste nel immaginare che una certa proposizione che io faccio sia in qualche modo, che io magari non conosco appieno, supportata da buone argomentazioni che io non conosco. Questa sorta di argomentazione piuttosto strampalata la trovate spessissimo invece nel luogo comune, nel discorso corrente, soprattutto per quanto riguarda affermazioni connesse con la scienza e affermazioni connesse con la religione. Le cose stanno così, io non lo so perché ma qualcuno lo sa. Altri sanno perché, io no. Questa sarebbe la fallacia d'autorità però anche d'ambiguità, perché in effetti ciò che affermo a proposito di un'asserzione scientifica, è fortemente ambiguo perché io non so nemmeno di cosa sto parlando. Ciò nonostante lo affermo con assoluta fermezza. Il fumo fa male. Come lo sa? Lo dice la scienza. E allora? Tu sai cosa dice la scienza esattamente? No. Però mi fido di quello che dice la scienza. Senza sapere assolutamente nulla di ciò che viene affermato da qualcuno, senza sapere in base a quale criterio, ciò nonostante, come sapete molto bene, questa è una delle affermazioni più diffuse e tra le più accreditate, ultimamente. Gli igienisti, i salutisti ecc... Nessuno di loro saprebbe dire perché, esattamente, il fumo fa male, o in che modo è stato verificato che dovrebbe provocare il cancro.

In effetti, invece proprio coloro che sarebbero preposti a studi di questo tipo di fatto vanno molto più cauti, prima di fare questa affermazione.

Invece l'igienista non ha nessun dubbio sul fatto che possa far male, senza sapere assolutamente perché. Dunque quando lui afferma una cosa del genere dovremmo affermare che non sa di cosa sta parlando. Ma, al di là di questa direzione ce ne sono un'infinità dove potete rilevarli, naturalmente il maggior interesse in questa operazione è nel proprio discorso che funziona assolutamente allo stesso modo, e cioè le proposizioni che affermano con assoluta convinzione una certa cosa di cui la verità non si sa assolutamente. Questo se considerate che le cose che si affermano con tanta determinazione sono quelle su cui si costruisce il modo in cui si pensa, quindi la propria condotta vi rendete conto immediatamente che non è questione da poco. Gli umani si muovono così come pensano. Se pensano in questo modo si muoveranno in questo modo. E una persona che può avere detto che..., può arrivare a proibire il fumo perché convinta che faccia male senza assolutamente sapere nulla di tutto questo, questa è la portata che pone una cosa del genere. Ma, rispetto al proprio discorso voi troverete, se vi soffermate, se avete voglia di farlo, alle cose in cui credete di fronte alla stessa perplessità, provate a interrogarvi, interrogarvi rigorosamente. C'è l'eventualità che vi troviate a un certo punto, di fronte a qualcosa che ignorate totalmente e che, invece, sta a fondamento di ciò che credete. Questione curiosa questa che abbiamo già sottolineato in varie circostanze, però esiste un certo numero di argomentazioni che incorrono nella fallacia detta merita di essere considerata con molta attenzione.

Potremmo indicarla come una fallacia. Potremmo addirittura sostenere che tutto il discorso occidentale è sostenuto da fallacie. Quale è la fallacia fondamentale? Quella che suppone che esista qualcosa fuori dal linguaggio, per esempio, questa è la fallacia principale. Quali sono le fallacie che si attengono ai sentimenti?

Esiste un certo numero di argomentazioni che incorrono nella fallacia di tentare di stabilire che un dato asserto è vero o falso richiamandosi ai sentimenti che la gente prova nei suoi confronti, e quindi se dico: "il mondo è piatto", e voi mettete in dubbio la mia asserzione potrei tentare di replicare dicendo: "tutti ci credono". Come risposta implicherebbe una fallacia perché non si può provare che il mondo sia piatto o no facendo appello alle credenze della maggioranza ma caso mai mi viene in mente di prove fornite dalla geografia. Ci sono numerosi casi, fra cui quelli citati, in cui le credenze delle maggioranze si sono rivelate false. L'appello alla compassione e all'emozione che è una variante della connessione sopra citata viene chiamato momentum ad misericordiam. Un avvocato che suggerisce che l'accusato non può aver commesso un crimine perché ha moglie e sei figli sta impiegando l'argomentum ad misericordiam. Le sue responsabilità familiari sono irrilevanti rispetto alla sua colpevolezza, sebbene possano essere importanti per decidere come punirlo.

 

Argomentum ad ignorantiam. Un tipo di argomentazione molto diffuso basato sulla fallacia è la cosiddetta "argomentazione fondata sull'ignoranza": qui la fallacia consiste nel sostenere che alcuni asserti sono necessariamente veri perché non vi sono prove in contrario. L'argomentazione fondata sull'ignoranza appare plausibile perché imita un tipo di argomentazione legittimo. Si potrebbe (lecitamente) sostenere che una certa idea è vera perché abbiamo una serie di elementi importanti, ognuno dei quali implica che l'idea sia vera e nessuno dei quali fa pensare che sia falsa. Quindi si potrebbe sostenere che, in determinate condizioni, l'asserto "l'acqua bolle a 100° Celsius" è vero perché ogni volta che abbiamo tentato di bollire l'acqua, in determinate condizioni, il punto di ebollizione è stato di 100°; inoltre non abbiamo avuto esempi contrari. Ora, l'argomentazione fondata sull'ignoranza, che sembra simile a questa, implica che un certo asserto sia vero semplicemente perché non abbiamo l'evidenza del contrario. Ma ciò è fallace, perché non basta, per provare che un'idea sia vera, mostrare che non esistono elementi contrari; dobbiamo anche dimostrare che abbiamo elementi concreti a suo favore. Altrimenti potremmo dimostrare che i draghi, gli elfi e i serpenti di mare e gli unicorni esistono, poiché non abbiamo alcuna prova in contrario.

Nelle dispute religiose si usa spesso l'argomentazione fondata sull'ignoranza; c'è chi afferma che "Dio esiste" è vero perché non abbiamo nessuna prova che non esista. Ma se è questa la materia di prova, non è certo conclusiva, per le ragioni che abbiamo indicato.

Qui ci sarebbe anche la petitio principi. Ciò nonostante, questa è una questione più complessa di quanto qui descritto, è possibile affermare vera una proposizione perché non è possibile provare falsa la contraria? Non è possibile, tuttavia, esiste una prova molto potente, che muove da una cosa simile: prendete la proposizione che afferma che non è possibile uscire dal linguaggio, se voi avete letto un paio di cose della seconda sofistica, trovate che non è provata un'affermazione del genere, semplicemente è affermato che negarla comporta una reductio ad absurdum, una riduzione all'assurdo. Negare che nulla è fuori dalla parola comporta un assurdo, cioè ad una contraddizione in termini perché per negarlo devo usare la parola.

Ora questa da taluni viene interpretata, anche come i logici, rimane tuttavia l'unica, la più potente, perché qualunque altra prova io ingegnassi di trovare questa prova richiederebbe un'ulteriore prova, nel senso che se io provo una certa cosa, ovviamente, ho utilizzato un certo criterio, come so che questo criterio è vero? Ci vuole una prova che dimostri che questo criterio è vero e così via all'infinito. Quindi una qualunque prova che si fondi, una prova affermativa, chiamiamola così, inesorabilmente cade nella regressio all'infinito, no? Mentre, una reductio ad absurdum, no. Perché riduce all'assurdo la prova contraria. Per la verità non è sostenibile in nessun modo, e quindi, se non A è necessariamente falso, per un criterio logico noto già ad Aristotele che non è altro che una procedura linguistica, allora A è necessariamente vero.

 

Intervento.....................................

 

Sì, certo, però ponendo la questione in questi termini è abbastanza solida. Mosè è ispirato da Dio, come fai a saperlo? Perché lo dice la Bibbia, ma come fai a sapere che la Bibbia è affidabile? Perché è stata scritta da Mosè che è ispirato da Dio, questa che vi sembra una stupidaggine è un tipo di argomentazioni più diffuse. E cioè, sarebbe la petitio principi. Cioè l'utilizzo, per provare una certa cosa, di ciò stesso che deve essere provato. Se voi, per gioco, vi soffermate ad ascoltare delle argomentazioni di varie persone, vi accorgete con facilità che buona parte delle loro argomentazioni hanno questa struttura. Cioè adducono come prova ciò stesso che devono provare.

 

Intervento.................................

 

Qui è smaccata la cosa ma certe volte è più sottile, cioè si fa entrare nell'argomentazione che deve provare una certa cosa surrettiziamente l'elemento che deve essere provato, in modo quasi che non ci si accorga.

La fallacia di composizione: questa fallacia presume che sia vero per il tutto ciò che si asserisce esser vero per una parte. Appare plausibile, perché somiglia ad un argomento induttivo valido. I due esempi che seguono mettono in evidenza la differenza tra la fallacia di composizione e un argomento induttivo valido.

 

a) John O'Brian è irlandese e bellicoso; di conseguenza, l'Irlanda è bellicosa.

 

b) John O'Brian è irlandese e bellicoso; di conseguenza, gli irlandesi sono bellicosi.

 

in effetti la seconda è un'induzione, mentre affermare che l'Irlanda è bellicosa non significa nulla.

Anche l'induzione, pur essendo una delle prove del discorso scientifico, logicamente non è accettabile.

Eppure l'induzione è la prova per antonomasia, direi.

La logica induttiva, quindi, non si occupa delle inferenze valide, ma delle inferenze che risultano probabili, se si assume la verità di alcune proposizioni sulle quali esse sono basate.

La questione è che queste verità su cui sono basate, queste asserzioni induttive procedono da altrettante induzioni e pertanto, lasciano il tempo che trovano, anche se di fatto si utilizza continuamente la situazione induttiva. Per esempio, quando fa il programma per il giorno dopo.

Poi c'è l'argomento d'autorità, certo l'abbiamo detto varie volte, ipse dixit, lo dice Aristotele, quindi... però può essere utilizzato anche argomentando, per esempio, il progetto che abbiamo di conferenze per il prossimo inverno utilizza l'auctoritas, cioè utilizzare Freud perché avvicina di più le persone ecc... è utilizzare l'auctoritas.

L'argomentum ad hominem, una delle fallacie più difficili da mettere in evidenza, nonché delle più diffuse, è il cosiddetto "argomentum ad hominem". Con questo termine s'intende un'argomentazione diretta contro una persona piuttosto che contro ciò che una persona dice, allo scopo di dimostrare che ciò che dice non può esser vero. La politica ci fornisce molti esempi di argomentum ad hominem. Supponiamo che un deputato democratico sostenga che è estremamente importante abolire o limitare gli esperimenti atomici, perché è possibile che i loro effetti a lungo termine avvelenino l'atmosfera. Un repubblicano conservatore potrebbe replicare dicendo:" Oh, beh, non potete certo credere a ciò che dice, è un democratico di sinistra e voi sapete bene che quelli cercano sempre di controllare la spesa militare". Il repubblicano ha diretto la sua argomentazione contro l'uomo; ha tentato di confutare gli argomenti del democratico sottolineando che quest'ultimo appartiene al partito avversario. Ma una simile confutazione è basata su una fallacia, poiché il modo adeguato di argomentare consisterebbe nel citare dei fatti che dimostrino che il democratico ha torto: vale a dire, che non è probabile che gli esperimenti atomici avvelenino l'atmosfera.

 

Intervento......................................

 

Sì, ma questo è utilizzato nell'ambito politico ininterrottamente, anche perché è molto più semplice, più rapido, mettersi a provare delle cose comporterebbe trovare chi esegue la perizia e comunque rimarrebbe sempre discutibile. Mentre una cosa del genere, dire che siccome è comunista allora ecco che afferma questo, non richiede nessuna prova.

 

Intervento.................................

 

Non c'è periodo storico in cui non sia stato utilizzato l'argomentum ad hominem, è più facile e più semplice soprattutto per screditare di fronte al popolo.

Se una persona vuole risanare la moralità del paese e io trovo che è un pedofilo, gestisce una casa di tolleranza, che ecc... allora le sue argomentazioni a proposito della moralizzazione del paese cominceranno ad essere messe in discussione.

 

Intervento: però, contemporaneamente, non fa anche leva sui sentimenti?

 

Sì, come avete notato in molti casi c'è un'intersezione, soprattutto poi nel discorso corrente ne intervengono a bizzeffe. All'interno di una fallacia ne trovate altre due, all'interno di queste due altre tre.

 

Intervento.............................

 

E invece dell'ignoratio elenchi? Questa fallacia, nota anche come "conclusione non pertinente", consiste in un'argomentazione in cui si parte per provare qualcosa e invece si prova qualcos'altro. Per esempio, se io tento di provare che la lega calcio francese ha giocatori migliori di quella italiana, ma stabilisco invece che la lega calcio francese è più ricca di quella italiana, ho commesso la fallacia della conclusione non pertinente. Infatti, anche se fosse vero che la lega calcio francese è più ricca di quella italiana, non per questo ne consegue che le leghe più ricche abbiano giocatori migliori di quelle più povere. In un'ignoratio elenchi succede che si crede di provare P (la lega calcio francese ha giocatori migliori) quando in effetti si sta provando R, quindi si giunge a una conclusione che non è pertinente rispetto a quella che si sta cercando di provare.

 

Intervento:.......................................

 

A volte sì, a volte invece uno parte per la tangente. Taluni abili riescono a fare in modo che l'interlocutore che vuole provare lì, giungono invece, attraverso interferenze e deviazioni a provare tutto, in modo che quando hanno finito le loro argomentazioni possono dire: "Beh, ora lo devi provare anche tu" e talvolta non è neanche difficile accorgersene.

La fallacia del non sequitur: Quasi ogni fallacia implica, per un aspetto o per l'altro, un non sequitur. La locuzione "non sequitur" significa "non ne consegue". La fallacia dell'ignoratio elenchi che abbiamo discusso nel paragrafo precedente implica un certo tipo di non sequitur. Dal fatto che la lega calcio ecc...

Sì, certo, la questione dell'analisi, in effetti accade che c'è una voglia di trovare una certa cosa e lo si induce invece a trovarne un'altra. Uno vuole provare che è abbandonato da Dio e dagli uomini e invece lo si conduce a provare che è lui che vuole abbandonare gli uomini, per esempio. Questo avviene, ora in analisi certo questa operazione ha la funzione di mostrare un altro aspetto che interviene nell'argomentazione. L'intento non è quello di soverchiare l'altro dialetticamente, a noi questo non importa, però dimostrare che, perlomeno lo si è detto anche in altre circostanze che dalle stesse premesse è possibile giungere a infinite conclusioni e non necessariamente a quella.

Perché si compiono le fallacie? Questa è una questione interessante, forse più interessante ancora dell'elenco delle possibili fallacie, questo è un elenco, tra l'altro, molto parziale, sono molte di più. Perché avviene di commettere delle fallacie, cioè degli errori di argomentazione, di ragionamento, errori di logica?

Beh, in molti casi per ignoranza della logica, in altri perché l'argomentare in termini precisi comporterebbe giungere a conclusioni che non s'intende ammettere.

 

Intervento: questo è il caso dell'analisi.

 

Sì, certo. Come nell'eristica, dove si dimostra qualche cosa al solo scopo di battere l'argomentazione avversaria. C'è un articoletto da qualche parte che parla dell'eristica, l'eristica è appunto l'arte di provare vero o falso qualunque cosa indifferentemente. Della quale eristica ho sottolineato in più occasioni importanti, è importante per potere fare questa operazione. In quanto a fare questa operazione risulta sempre più difficile poi trovarsi a credere a una qualunque cosa, ma e soprattutto quelle che, quelle affermazioni che appartengono al proprio discorso, quelle su cui è costruito il proprio modo di pensare, è come se, a un certo punto, non ci fosse più nessuna opinione, cioè non si pensasse più niente, ma non si pensasse più niente in una accezione particolare, non è che si arresta il pensiero. Non si formula più nessuna forma di giudizio, per un motivo molto semplice che non interessa. Perché qualunque giudizio io formuli rispetto a una certa cosa io stesso ho gli strumenti e i mezzi per provare esattamente il contrario. Non ha più importanza se una cosa è bene o male, è esattamente ciò che io voglio che sia e mi assumo la responsabilità totale delle mie decisioni. Dunque le fallacie, ecco il primo aspetto m'interessava che è quello dell'ignorantiam, della logica e quindi della procedura delle regole del linguaggio. M'interessa perché abbiamo detto l'ultima volta che per intendere appieno il discorso che stiamo facendo occorre una sorta di addestramento alla struttura del linguaggio. Sapere come funziona, che cos'è il linguaggio. Se questo si ignora è inesorabile cadere in continue fallacie logiche, cioè giungere a conclusioni che sono assolutamente squinternate, così come accade di ascoltare continuamente.

Perché manca la cognizione della logica e cioè di come si costruisce un'argomentazione logica. Il modello classico dell'argomentazione comune è il famoso sillogismo degli Apostoli: Pietro e Paolo sono Apostoli, gli Apostoli sono dodici, Pietro e Paolo sono dodici. L'entimema è un sillogismo in cui uno dei tre elementi è sottaciuto.

Invece in questo caso la questione è molto più sottile, perché è falso questo sillogismo? Perché Pietro e Paolo non sono dodici? L'inghippo c'è, ovviamente, come ognuno può rilevare immediatamente l'assurdità della conclusione anche se magari non sa dire perché esattamente è errata questa conclusione. Perché affermare che Pietro e Paolo sono Apostoli risulta un accidente, nella premessa maggiore c'è un accidente, cosa avviene se io metto nella premessa maggiore un accidente? Che Pietro e Paolo siano Apostoli non è affatto necessario, mentre gli Apostoli sono dodici ma è anche fuori dubbio che Pietro e Paolo siano Apostoli, solo che non essendo necessario che Pietro e Paolo siano Apostoli da una premessa non necessaria logicamente non può trarsi una conclusione necessaria. La conclusione sarà, nella migliore delle ipotesi, contingente, se non falsa come in questo caso. Dato che da una premessa maggiore non necessaria non possono trarsi conclusioni necessarie da cosa procede? Si potrebbe fare l'esempio, quello classico, tutti gli animali sono mortali, l'uomo è un animale, l'uomo è mortale.

 

Intervento............................

 

Se fosse "tutti i pietri e paoli sono apostoli" allora sarebbe necessario che Pietro e Paolo fossero dodici, se io affermo tutti, ma se uso un quantificatore esistenziale cioè se ci sono due che si chiamano Pietro e Paolo, come dire che Pietro e Paolo sono, che ne so, sono neri, quel tizio è nero quindi il nero è Pietro e Paolo. Occorre che la maggiore sia il quantificatore universale, tutti come tutte le x e le y. Ora per mettere in luce un'argomentazione qualunque, perché giunge a concludere in modo falso? Perché suppone che ciò che sta affermando sia necessario, tutti, tutte le x sono così, non questo, tutti questi, come tutti gli animali sono mortali. Un'argomentazione viene posta come premessa maggiore, un'affermazione che si vuole, si suppone essere universale ma non lo è. Da qui la fallacia della confusione. Ora, è molto facile rilevare una cosa del genere accorgendosi immediatamente che l'assioma, la premessa maggiore da cui muove tutta l'argomentazione non è necessaria. Ed è proprio la stessa cosa che si fa durante l'itinerario analitico, accorgersi che tutto ciò su cui si è costruita la propria esistenza, questa premessa maggiore non è necessaria ma assolutamente arbitraria.

Ho fatto questa conversazione intorno alla fallacia e la riprenderemo in varie occasioni perché è molto importante accorgersi della non sostenibilità delle proprie argomentazioni, dei propri giudizi. Non sono sostenibili perché la premessa maggiore, perché il sillogismo da cui muovono non è necessario, è soltanto una mia decisione, per non dire che a me piace così. Potete volgere qualunque giudizio che interviene nel vostro discorso in modo più appropriato nell'affermazione non è così ma a me piace così. Mi piace pensare così ma formulato in questi termini immediatamente impone la domanda perché? A questo punto interviene un secondo elemento e cioè a che scopo mi piace una cosa del genere? E l'analisi è questo.

Comunque leggetelo, è una cosa molto soft, però è una rinfrescatina ad alcune delle questioni logiche. Se volete leggere un certo numero di fallacie non facili da rilevare c'è un libricino edito da mille lire. Carroll era un matematico, quello che scrisse "Alice nel paese delle meraviglie" ha fatto tutta una serie di argomentazioni dove non è sempre facile trovare la fallacia nella sua argomentazione.

E poi trovare le fallacie nelle argomentazioni che ascoltate in giro. Che talvolta quelle che ascoltate in giro sono molto facili da reperire. Va bene ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

19 Agosto 1999

 

Abbiamo detto che ci occuperemo dei casi clinici, cosa non semplicissima al punto in cui siamo, non semplicissima riprenderla in termini di qualche interesse; però l'altra questione su cui merita riflettere è questa: trattare il caso clinico in termini molto semplici è sicuramente più proficuo per quanto riguarda il pubblico, l'interesse del pubblico.

Dicevamo tempo fa che le persone sono interessate agli affari altrui, e il caso clinico è un modo di occuparsi degli affari altrui e, pertanto, se l'intendimento è quello di accogliere il maggior numero di persone sicuramente questa è la via più efficace. Descrivere, in definitiva, una serie di fantasie in cui ciascuno possa identificarsi è una questione fondamentale.

In questo modo otteniamo, molto probabilmente un consenso di pubblico. Però ciò su cui occorre riflettere, su cui vi invito a riflettere, è il passo successivo e cioè fare in modo che le persone che ascoltano una cosa del genere siano indotte a fare uno sforzo in più, e cioè incominciare a considerare la questione del linguaggio che già nel titolo è presente, psicanalisi, caso clinico e scienza della parola.

Al punto in cui siamo le acquisizioni che abbiamo sono molte, essendo molte consentono di spaziare in una gamma notevole. l'idea che avevo in questi giorni è, in prima approssimazione, di incominciare nelle conferenze a esporre una serie di fantasie, cioè esporre come si pensa generalmente. In fondo ciò che ha fatto Freud per i suoi casi clinici non è altro che raccontare quello che le persone pensano generalmente; quando diceva che ciascuno pensa che le cose che racconta siano le uniche al mondo, irripetibili, mai sentite prima, e invece sono le cose che pensano altri cinque o sei miliardi di persone. Quindi un racconto delle fantasie più diffuse. Poi ciò che attrae molto le persone è il fornire degli strumenti in modo da poter riconoscere, per esempio, delle strutture del discorso.

Tempo fa si diceva che una cosa che attrae moltissimo le persone è potere acquisire rapidamente un qualche cosa che permetta loro di trarre nuove acquisizioni. Riflettevo su questo: una persona che, per esempio, è in analisi e acquisisce le prime nozioni di psicanalisi immediatamente cerca di riconoscere nell'altro la particolare struttura di discorso: questo è ossessivo, questo è paranoico ecc.; possiamo fornirgli queste indicazioni in modo che si divertano a fare tali operazioni. Non porta molto lontano in questi termini, posta in altri termini invece la questione delle varie strutture del discorso può essere ripresa e una cosa del genere può essere fatta in una seconda tranche di conferenze.

Dicevo che può essere ripresa in modo interessante in quanto le strutture del discorso forniscono una prima indicazione sulle cose che abbiamo dette l'altra volta, sulle varie superstizioni, le varie cose in cui una persona crede, i suoi tic, come dire che fornisce una direzione.

Se voi capite che una persona si trova in un discorso ossessivo allora sapete già, grosso modo, le cose in cui crederà, i suoi tic, le cose che più lo spaventano. Si tratta di volgere tutto questo in una sorta di utilità clinica.

Ciò che è stato fatto fino ad ora nella psicanalisi non è altro che, per esempio rispetto al discorso ossessivo, individuare degli aspetti e dire che cosa non va del discorso, però sulla questione del come intervenire rispetto al discorso ossessivo, trovate ben poco. Ci sono molte descrizioni circa i tic però sul come intervenire rispetto a quella struttura la letteratura fa acqua. Invece è ciò che esporremo, perché la nosografia che ci è stata tramandata da Freud in buona parte mostra, come vi dicevo, le cose più manifeste, ma anche quelle cui la persona si attiene e si atterrà con maggiore tenacia: per esempio prendete una struttura come quella del discorso paranoico, appare descrittivamente facile da individuare, ma quando vi trovate di fronte all'eventualità in cui vi troverete a intervenire rispetto alla struttura del discorso paranoico e fare in modo che questa struttura sia consapevole e partecipi del gioco linguistico ecco che diventa complicato.

In altri termini ancora, ciò che la nosografia di Freud ci ha tramandato, non è altro che una lista dei luoghi comuni ai quali questi discorsi si attengono e dai quali, in nessun modo, vogliono allontanarsi, sono le cose a cui credono fermamente e dalle quali sarà molto difficile smuoverli.

Ecco perché, dicevo, è importante riprendere la struttura dei discorsi, le strutture dei discorsi prese proprio così, come una serie, un listaggio di luoghi comuni più accreditati a seconda dei discorsi, a seconda delle varie persone.

I luoghi comuni più accreditati cioè le cose alle quali la persona non rinuncia per nulla al mondo. Per esempio, nel discorso isterico rinunciare all'idea di essere il portatore della verità per conto terzi è una cosa che non se ne parla proprio di rinunciare. Perché una cosa del genere? Perché rispetto ad alcuni luoghi comuni non c'è nessuna intenzione di rinunciare, cosa hanno questi luoghi comuni, perché l'isteria non può rinunciare ad un'operazione del genere? Qui, certo, intervengono ben altre mozioni che abbiamo elaborate in questi anni cioè, per esempio, la considerazione da parte dell'isterico che rinunciare a questa operazione equivalga tout court a rinunciare alla propria esistenza, la quale ha questo unico obbiettivo, una missione, così come il discorso paranoico ha come missione quella d'insegnare al prossimo quale è la verità ecc.

Sono missioni così come il missionario che parte per l'Uganda per convertire gli ugandesi, uguale.

 

Intervento: Per l'ossessivo è quella d'impararla.

 

Direi che la missione del discorso ossessivo è quella di mostrare, attraverso il proprio sacrificio, qual è la verità,. In ogni discorso c'è la questione della verità, l'ossessivo è come se dovesse dare un'immagine di quello che dovrebbe essere il modello, per esempio, notate nel discorso ossessivo il modo che ha di porsi di fronte a qualunque problema che può avere con altri, nella relazione con altri, vedrete che la sua condotta è tale per cui cerca di insegnare all'altro che il modo corretto di fare è la sua condotta, come dire: tu dovresti comportarti come faccio io, solo che, nel discorso ossessivo, viene mostrato attraverso la condotta mite, remissiva ecc., nel discorso paranoico viene mostrato attraverso l'imposizione, tu sei un cretino, io t'insegno, nel discorso isterico è la verità per conto terzi che viene tramandata, io conosco la verità, non ne sono responsabile però so che si fa così.

C'è sempre e comunque la questione della verità, vale a dire potere affermare con certezza qualche cosa che debba essere necessaria.

A questo punto, certo, possono essere inserite una serie di considerazioni che abbiamo fatte rispetto al necessario e alla verità. I vari discorsi si possono distinguere a seconda di cosa interviene come necessario, quale è la superstizione circa la verità.

Ma ciascun discorso non può rinunciare alla sua missione perché la sua missione è il manifestarsi stesso della verità e alla verità gli umani non rinunciano, perché non rinunciano? Per il discorso religioso, perché rinunciare alla verità e quindi al discorso religioso è rinunciare alla possibilità di evitare l'arresto della parola, quindi la morte, la paura della morte non è altro che questo, la paura che il discorso si fermi, che non possa proseguire

È un'astuzia questa del discorso ossessivo di mostrarsi remissivo, bisognoso d'informazioni e di essere addestrato perché mostra in questo modo come si deve fare.

 

Intervento: cerca sempre di fregare il padrone.

 

Intervento: è la dimostrazione dell'incapacità dell'altro

 

Esatto, l'altro non è stato capace d'imparare la lezione, è la punizione così come negli altri discorsi. Però in ciascun discorso appare determinante la questione della verità, del modo di definirla al fine di trasmetterla, d'insegnarla al prossimo.

 

Intervento: come si colloca allora il discorso dell'insicurezza, dell'incertezza, in questa posizione di conoscere o di avere la verità?

 

Ma, potremmo porre l'incertezza come figura retorica. L'incertezza può intervenire in vari modi, proviamo a considerare degli esempi dai vari discorsi. Nel discorso paranoico l'incertezza è la paura che l'altro sia più forte, più forte in genere psichicamente e cioè sappia di più e, quindi, non possa mettere in atto la sua operazione.

In questo caso non è che c'è una rinuncia al porre in atto tale operazione, è soltanto parcheggiata da qualche parte in attesa di potere avere armi sufficienti per potere distruggere il maestro. Quell'enunciato famoso "impara dal tuo maestro e poi uccidilo", mi pare sia orientale, ha una struttura paranoica. L'ideale è riuscire a carpire all'altro qualche cosa in modo da mettersi al suo posto e quindi essere lui secondo tutta una serie di fantasie di cui l’ultima, diceva Verdiglione, è l'idea di essere l'unica donna.

 

Intervento...............................

 

Sì, la fantasia del discorso paranoico è porsi come l'unica donna, quella tutta, quella che non ha più mancanze, è un po' porsi come Dio, almeno questo è l'obbiettivo finale.

L'incertezza, che nel discorso paranoico è abbastanza assente, la trovate spesso sotto questa forma, l'incertezza di fronte a colui che ancora deve essere raggiunto, mentre tutti gli altri non esistono. Il discorso ossessivo invece fa dell'incertezza un altro uso, la esibisce. Mentre il discorso paranoico non la esibisce, la tiene per sé nell'attesa di potere sbarazzarsi di quello che ritiene essere superiore, il discorso ossessivo fa dell'incertezza un'arma perché l'altro si esponga, “io non so, dimmi tu che sai” è un enunciato tipico del discorso ossessivo. Naturalmente l'altro esponendosi si trova in una posizione di svantaggio, perché il discorso ossessivo non si è esposto, quell'altro sì, e quindi si trova nella posizione di chi ha facile gioco generalmente, per esempio nel confutare delle cose, dicendo che non è così, che ha sbagliato, ma non si assume mai la responsabilità di ciò che afferma, e l’indecisione che utilizza muove da questo, dall'impossibilità, fra virgolette, di assumersi la responsabilità, aspetta sempre che sia l'altro a mostrarsi.

Talvolta dà un po' sui nervi il discorso ossessivo perché chiede come si deve fare, e se glielo si dice non va bene. È una caratteristica del discorso ossessivo.

 

Intervento: Io pensavo che il paranoico, in senso lato, dà in testa all'altro che ritiene superiore perché l'altro gli può impedire di finire il proprio discorso e, quindi, dire l'ultima parola. Non penso che sia una eliminazione dell'altro per altri scopi, ma è d'impedimento al proprio discorso, impedisce di dire l'ultima parola, quindi, impedisce la nevrosi.

 

Sì, è la questione religiosa della verità. Se c'è qualcuno che minaccia la mia verità ecco che devo farlo fuori, o perlomeno devo stare buono fino al momento in cui... Abbastanza emblematico del discorso paranoico è la figura di quello che con i potenti si fa zerbino e con i deboli gradasso.

Però, la questione centrale che si tratterà di considerare più attentamente è quella della verità rispetto al linguaggio, cioè di possedere l'ultima parola. Perché è così importante questo aspetto? Ché se questo aspetto dovesse comparire per qualche motivo, ci sono buone probabilità che queste figure del discorso si dissolvano non avendo più motivo di esistere, con tutti i malesseri, tutti gli acciacchi, tutte le lamentele che questi comportano.

La necessità, dunque, di imporre una verità, a seconda dei vari modi.

 

Intervento: Tutti i discorsi, anche quello schizofrenico.

 

Tutti i discorsi cercano d'imporre la verità in cui credono. Affermare una cosa del genere, cioè la verità in cui si crede, è fondamentale, ne va, dicevo prima della propria esistenza, questo in ciascun discorso. Ed è qui, è su questa questione che si basa un'analisi, il fatto di riuscire a fare in modo che questa necessità d'imporre la verità cessi. Veramente attraverso tutta una serie di passaggi. Possono anche essere lunghissimi questi passaggi, oppure no, a seconda dei casi ma, come sapete bene, mai avere fretta in analisi, è la cosa peggiore.

Potremmo costruire una sorta di percorso in cui voi vi trovate di fronte ad una serie di enunciazioni che riguardano le cose in cui una persona crede. Voi avete di fronte un ossessivo e sapete che la questione centrale per lui è quella di imporre la verità a cui crede. Solo che, essendo ossessivo, negherà di sapere qual é la verità e lo chiederà a voi. Voi gli dite qual é, chiaramente per poi dire che non è quella ovviamente. Come se in questo frangente facesse una caricatura del discorso isterico. Tutto ciò che sapete è che cerca d'imporre la sua verità, ma in cosa consiste la verità nel discorso ossessivo? In ciascun discorso la questione della verità è questione che va valutata attentamente, non è che l'isterico, il paranoico, l'ossessivo ecc. sappiano con precisione di cosa si tratta, la verità non è altro che ciò che dicono, semplicemente. E quindi nel discorso ossessivo la verità consiste nel fatto che l'altro non la conosce, e cioè la verità non è nient'altro che questo, è altro da ciò che altri dicono, semplicemente. È sempre altro da ciò che viene detto dagli altri, però è sfuggente.

È interessante nel discorso ossessivo la questione della verità, ché è come se fosse camuffata, come se fosse sempre nascosta dietro qualche altra cosa. Qualunque cosa diciate non sarà mai quella o farà finta di accoglierla soltanto per ingannarvi.

 

Intervento...............................

 

Prendete i tic del discorso ossessivo, continua all'infinito a ripetere le stesse cose, divide continuamente le cose, la pignoleria dell'ossessivo è diventata proverbiale, fa i distinguo. Dividere le cose e ripetere all'infinito queste divisioni, anche le cose più classiche come tornare a vedere se ha spento il gas, controllare mille volte se ha preso le chiavi di casa, tornare indietro per vedere se ha spento il motore ecc. è un modo per dividere qualche cosa cioè, come dire, puntualizzare, frammentare, parcellizzare. Cerca la verità in questa continua frammentazione, nella divisione. Divide et impera, diceva Tommaso che, quanto a nevrosi ossessiva la sapeva lunga. La verità sta in questo, nella divisione delle cose, alla fine di questa infinita divisione delle cose ci sarà la verità.

 

Intervento: Ma questa divisione non serve ad impedire, in un certo senso, che ci possa essere una sorta di infezione tra una cosa e l'altra?

 

Sì, come l'enunciato: "isolare e rendere avvenuto", poi la contaminazione è sempre lì, per questo occorre tenere le cose separate, distinte.

 

Intervento.............................

 

Potremmo dire che il decostruttivismo è una fantasia ossessiva.

 

Intervento: Come gioca la fantasia di distruzione in un discorso di questo genere?

 

La distruzione riguarda sempre la verità dell'altro, di ciò che l'altro afferma che deve essere distrutto, mentre invece nel discorso paranoico non c'è la distruzione del discorso dell'altro perché non c'è niente da distruggere, semplicemente non c'è il discorso, anzi bisogna mettergliene uno, quello ossessivo invece no, in quello ossessivo l'altro ha il discorso, deve esporlo in modo che io possa distruggerlo. C'è l'eventualità che il discorso sulle infezioni sia un'altra figura che procede dalla necessità di dividere, di parcellizzare, perché uno si chiede come mai, a che scopo, tenendo conto che l'obbiettivo di ciascun discorso è sempre quello di mettere le mani sulla verità e cioè sul controllo del discorso in modo che non finisca per poterlo proseguire.

 

Intervento.......................................

 

È utile verificare come interviene nel discorso la sessualità, ma la sessualità non è fuori dalla parola, come tale subisce le sue vicissitudini.

 

Intervento: Laddove interviene lo stupore e ci si accorge di tutta una serie di fantasie che riguardano l'essere sorpresi ecc. e riportano a delle figure che possono non essere che quelle di uno stupro per esempio, no? O cose di questo genere.....

 

La sessualità in questa fantasia è fuori dalla parola, come dire che la ricerca del piacere sessuale non è affatto disgiunto dalla riuscita dell'atto linguistico. La paura è importante che la possiamo confrontare rispetto alla questione religiosa, per cui io so che è un discorso religioso e quindi tutta una serie infinita di altri discorsi e non ho più paura che il discorso si fermi, non ci può essere nessun modo, nessuna altra paura. Che si fermi ciò stesso che consente agli umani di esistere, il linguaggio.

Se il linguaggio cessa cessano di esistere anche gli umani nello stesso momento, quindi è la sola paura che ci possa essere con cognizione di causa. Il discorso religioso è una risposta alla paura che il discorso si fermi, se non si ferma è perché noi sappiamo qual é la verità e quindi che cosa consente al discorso di proseguire, Dio, è lui che consente al discorso di proseguire, se no si arresta per via dei paradossi che già spaventavano gli antichi, di fronte al paradosso vedevano la morte. Di fronte all'eventualità che qualunque cosa sia simultaneamente vera e falsa. Non c'è più la possibilità di affermare alcunché, la possibilità di stabilire nulla, di fare nulla. Io faccio una certa cosa, perché? È simultaneamente vera e falsa, non ho nessuna indicazione quindi non faccio più niente, non esisto più. È il modo di rispondere a questa paura. Che sembra in effetti strutturale al linguaggio questa sorta di paura, non a caso dicevo che occorre un addestramento rispetto al linguaggio al suo funzionamento per poterne uscire altrimenti non c'è modo.

Non c'è nessun modo perché considerato i discorsi che vengono fatti anche da logici, linguisti non escono da questa struttura.

I vari discorsi che stiamo considerando, le figure le quali figure cercano di porre rimedio costruendo una loro religiosità, sempre per questo motivo. Se voi vi rendete conto del perché una persona è ossessiva e già avete una direzione precisa. Il fatto di sapere che crede in una verità che può essere reperita che alla fine ci sarà, ci sarà quando sono terminate tutte queste infinite operazioni ed è il motivo per cui continua a fare tutte queste operazioni, perché alla fine ci sarà la verità. La verità è quell'elemento che gli consentirà di essere sicuro e il linguaggio non finirà, e quindi è sicuro che tutto possa proseguire, che esista, che lui stesso potrà continuare ad esistere. Però un ossessivo non sa tutto questo, continua a ripetere all'infinito sempre le stesse cose, perché le ripete? Perché qualcosa lo costringe a farlo e ciò che lo costringe a farlo sono le cose in cui crede, il fatto di non sapere mai se ha compiuto una certa operazione, non essere sicuro, cosa vuol dire non essere sicuro? Io affermo che ho fatto quell'operazione, e ma non è la verità, perché la verità non si dà così, si dà attraverso una serie infinita di divisioni, quindi non può essere questa, devo dividere questa affermazione in un'altra che dice per esempio che non è sicuro e devo andare a controllare. Una divisione continua, sfibrante. E, qui, dovete sempre tenere conto che questa struttura è quella che il discorso ossessivo deve mantenere, la sua economia è che deve mantenere questa struttura e quindi non la abbandonerà, è in buona parte il motivo per cui molte persone che ascoltano ciò che andiamo facendo si allontanano. Si allontanano perché devono mantenere questa struttura, mentre tutta la psicanalisi consente loro di mantenerla con qualche variante così come il discorso scientifico mantiene una certa religiosità, anche qui con qualche variante però la religiosità viene mantenuta e cioè che ci sia la religiosità, che ci sia la verità e cioè che ci sia la possibilità che il discorso prosegua, tutto qui. L'addestramento al linguaggio è un addestramento a potere accorgersi che comunque prosegue, che non può fermarsi in nessun modo, e a questo punto che il discorso ossessivo come qualunque altro, cessa. Non dipende più dal reperimento della verità il proseguimento del discorso e quindi della propria esistenza e di tutto su cui si fonda.

Queste considerazioni potete trarle da considerazioni molto banali intorno a dispute teoriche, per esempio, quando uno vince sull'altro? Quando riesce a mettere l'altro in contraddizione perché se si contraddice, per esempio ho letto un paio di articoletti, uno di Cacciari su un Enciclica e la risposta di un teologo, i quali entrambi cercano il primo di far cadere il Papa in contraddizione come dire che afferma delle cose che vanno contro ciò che sostiene la Chiesa, l'altro invece cosa fa? Esattamente la stessa operazione ma di segno opposto cioè fa in modo di far cadere Cacciari in qualche contraddizione. Allora vi rendete conto dell'importanza della contraddizione, non soltanto nelle discussioni filosofiche ma nel discorso di tutti i giorni. La necessità di non contraddirsi, che il discorso sia coerente con sè stesso, con le premesse e questo vi mostra quanto sia importante per qualsiasi discorso in qualunque campo la questione della verità. La verità non è altro che l'ultima considerazione a partire da una serie di assiomi dopo aver condotto un procedimento corretto, questa è la verità. E, quindi, anche il discorso ossessivo segue la stessa via e gli strumenti che utilizza sono gli stessi, cercare di fare cadere l'altro in contraddizione o mostrare che in un certo discorso c'è una contraddizione, nient'altro che questo. A questo punto saprà che la verità non è lì, quindi è altrove.

 

Intervento: questo è un po' comune a tutti.

 

Comune a qualunque discorso. Si, quello che noi abbiamo trattato come un gioco, come uno dei tanti giochi, quello di tipo eristico, è vero, è falso ecc...

Nel discorso comune, invece, risulta fondante e fondamentale, risulta qualcosa su cui ciascuno fonda la propria esistenza, anche se generalmente non lo ammette. Anche l'ossessivo, anche l'isterico, anche lo schizofrenico o il paranoico mostreranno o esibiranno, o faranno valere, anche con la forza, le loro argomentazioni, per quanto a voi possano apparire squinternati, ma se la sostengono è perché immaginano che siano coerenti, se nq non potrebbero farlo, cioè immaginano che sia la verità anche se dissimulata sotto varie forme e aspetti.

Sempre più andiamo considerando che se non riusciamo ad addestrare all'uso del linguaggio sarà difficile che le persone possano seguire un discorso di questo genere, almeno, comunque, fornire delle indicazioni.

Iniziare dalle fantasie è un modo per iniziare a indurre qualcuno a riflettere sul fatto che alcune cose possono essere fantasie, intanto cominciando a riconoscerle sugli altri, che è la cosa più semplice. Crede delle cose strane, questa persona e pretende pure che siano vere, è il primo passo, accorgersi che esistono delle fantasie. Il secondo passo è mostrare che cosa sostiene una certa fantasia, il terzo è trovare che cosa sostiene le cose dopo avere considerato che lo sono, perché prima di considerare quali sono gli elementi che sostengono delle fantasie occorre avere già colta l'eventualità che si tratti di fantasia. L'uso di questo significante fantasia potrebbe essere fuorviante, in effetti, viene generalmente contrapposto alla verità, ma, in questo ambito in cui ci muoviamo è così, è contrapposta alla verità, è il primo passo. C'è la verità c'è la contraddizione, bene allora questa cosa non è la verità ma è una fantasia, ora, a questo punto possiamo incominciare a chiedere qual è la verità? Però inizialmente l'opposizione è questa, in termini contrapposti. Da qui, non sempre le persone che da poco si sono avvicinate alla psicoanalisi nell’accezione che sono tue fantasie, sono tue fantasie e quindi devi rifletterci.

Noi faremo come se ci esistessero le fantasie e queste fossero contrapposte alla realtà. Ché se io parlo di persona di una fantasia in qualche modo riesce a avvicinarsi alla questione. Se io parlo di stringhe di significanti sarà più complicato. Questa è soltanto una stringa di significanti non sortisce un grande effetto, perché non riesce a situare questa cosa da nessuna parte cioè non riesce ad utilizzarla, invece la fantasia sì perché è avvezzo a considerare questa contrapposizione fantasia contro realtà, la realtà sono le cose come sono, la fantasia invece è una deformazione che non si attiene alla realtà ma combina elementi fra loro in modo tale che la realtà la esclude. Una descrizione intorno alle fantasie avvince. Mi sono accorto che a un certo punto, così per gioco, mi sono messo a fare questa operazione e c'è sempre una grande attenzione, ognuno cerca di riconoscere nell'altro, nel vicino quella struttura di cui si sta parlando.

In effetti non ha assolutamente nessun utilizzo una cosa del genere, invece interessa. Incominciare ad individuare la struttura dell'altro può essere importante contrariamente a quanto abbiamo detto tempo fa, però possono essere riprese come una sorta di indicatori, in quanto mostrano ciò a cui la persona non vuole rinunciare e quindi ciò che opporrà nell'analisi.

Per esempio, se cogliete in una persona la struttura del discorso ossessivo, saprete immediatamente che se direte a questa persona che cosa deve fare o come stanno le cose, cioè rispondere alle sue domande ciò che farà è dire che non è così, anzi, considerare che se è tutto lì ciò che avete da dirgli non è un gran che, questo già vi induce a evitare di cadere in questa trappola. Rinviare sempre alla persona la sua domanda, come sapete già. L'analisi non è altro che tenere conto delle cose che per lui sono di fondamentale importanza perché ne va della sua verità, di quella che lui ritiene essere tale e cioè le sue parole. Anche nell'ossessivo, per quanto affermi qualche incertezza, le cose che lui dice per lui sono la verità, di questo bisogna tenerne conto. Se invece cadete in questa sorta di trappola che vi tende, anche voi crederete che le cose che lui afferma sono dubbiose e incerte se ne avrà a male perché aspetta da voi la verità, per poter dire che non è così, ma se l'aspetta. Se non la fornite, o se siete d'accordo con lui nell'affermare che le sue posizioni sono dubbie e discutibili allora le affermerà con risolutezza.

 

Intervento: Non va mai bene niente.

 

No, perché l'altro deve essere combattuto comunque. C'è l'eventualità che a questo punto possiamo trovare effettivamente un modo molto più efficace. Ci sono alcune cose, alcuni percorsi che inducono a pensare che qualche cosa sta funzionando in un altro modo, si tratta di formalizzare qualcosa che è ancora un po' vaga. Bisogna trovare il modo di formalizzare ciò che avviene in seduta senza che ci sia una connotazione precisa di ciò che si fa durante un intervento, però, effettivamente molto più efficace, come se si andasse più sul sicuro e si va più sul sicuro proprio perché c'è una maggiore attenzione a ciò che la persona dice, c'è una maggiore attenzione in quanto si tiene in maggior conto tutto ciò che funziona come religione nel suo discorso, si sa perché la religione è costruita.

Non è escluso che possiamo giungere anche abbastanza rapidamente a scrivere una sorta di manuale piuttosto efficace su come sbarazzare dalle superstizioni.

Questo potrebbe essere un lavoro di qualche interesse. Teoricamente è possibile anche se è chiaro che ciascun discorso ha delle variabili che sono infinite, tuttavia la cosa che risulta incrollabile è una sola, la sua verità in senso personalissimo e il modo in cui la costruisce, la difende, questo è ciò che definisce la struttura del discorso quindi si muoverà sempre allo stesso modo e per cui avrà sempre questo obbiettivo e cercherà sempre di raggiungerlo ecco, la strategia è sempre la stessa, le tattiche possono cambiare, no?. La strategia non è altro che l'insieme delle procedure che consentono di giungere alla conclusione del gioco, questa è la strategia, la tattica è quella che consente il raggiungimento di ciascun obbiettivo. Ora questo, la tattica è differente, certamente, ma la strategia è la stessa, è quella che definisce ciascun discorso. Le tattiche possono essere anche molto simili ma la strategia no. Il modo in cui crede la verità e la verità in cui crede è differente. Il modo in cui l'isteria crede alla verità è differente dal modo di credere del paranoico, ma prendete due paranoici e crederanno allo stesso modo, è questo che fa pensare che sia possibile una sorta di formalizzazione dell'intervento. Che poi la tattica è irrilevante, la tattica è soltanto un indicatore, un elemento che serve all'analista per mostrare la strategia, cioè rilevare un aspetto tattico è un modo per raccogliere dal parlante qual è la strategia in atto, cioè il fatto che creda religiosamente alla Madonna sotto forma di verità.

E, quest'aspetto dell'analisi del discorso fa parte della seconda tranche, cioè analizzare il discorso in termini linguistici è il passaggio, è il trait d'union, prima l'aspetto più folcloristico e quello dove si considerano gli aspetti più precisi e determinanti, come se le conferenze che prepariamo per il prossimo inverno fossero anche un modello di analisi.

Effettivamente se, durante questo inverno, ci sarà qualcuno che vorrà darmi una mano nell'ambito di ciò che stiamo facendo, ben venga. Va bene, ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

2 SETTEMBRE 1999

 

C'è qualcuno che vuol dire qualcosa intorno a ciò che sta leggendo, a ciò che sta riflettendo, considerando a vario tipo e vario motivo?

 

Intervento: Ho una domanda. Noi abbiamo parlato della verità in due discorsi, il discorso ossessivo e nel discorso paranoico specificatamente. Sto leggendo Todorov e parla a lungo del discorso schizofrenico e di quali sono le peculiarità di questo discorso. Mi pare che non ci sia una ricerca della verità ma, per esempio, una ricerca ritmica, cose di questo genere, non costruisce qualcosa intorno alla determinazione della verità. Questa è la cosa su cui mi sto interrogando.

 

Mi è sfuggita la questione.

 

Intervento: La questione è la differenza che lui fa tra il discorso paranoico e quello schizofrenico, dice che il discorso paranoico trova continuamente il referente mentre per il discorso schizofrenico è ciascuna cosa che dice, quasi che quel senso che il discorso paranoico conosce, sa per il discorso schizofrenico la definizione può essere questa laddove questo referente nel discorso paranoico è immediatamente trovato per come si pone il discorso, per il discorso schizofrenico distrugge continuamente per il modo, le figure che intervengono, le figure retoriche di cui è fatto. Distrugge questo senso perché non c'è referente che tenga, è tutto intrecciato, è tutto slegato, ma questo a cosa serve? Serve, se uno si pone domande in questo modo per distruggere quel referente che, per esempio, se voglio porre un'antitesi a questo discorso che è il discorso paranoico, laddove il discorso paranoico trova il referente il discorso schizofrenico distrugge il referente con il modo in cui si comporta, diciamo così. È facile concludere, se così vogliamo concludere, che il discorso paranoico ha bisogno della verità per esempio si parlava della stupidità dell'altro. Il discorso schizofrenico, se lo voglio contrapporre chiaramente, questa verità non la vuole e già ce l'ha la verità. Non è necessario contrapporre un discorso ad un altro però...

 

L'interrogazione era intorno al discorso schizofrenico e a che cos'è peculiare del discorso schizofrenico. Di come si situa la verità nel discorso schizofrenico, visto che abbiamo inteso distinguere i vari discorsi a seconda del modo in cui interviene il necessario. Dicevo qual è la superstizione? Nel discorso schizofrenico la superstizione è che le parole siano autoreferenziali. Nel senso che tutto ciò che si dice è ciò che viene detto. Se io parlo dell'orologio, queste mie parole sono l'orologio. L'intoppo nel discorso schizofrenico è che immagina che le parole siano il referente in senso ontologico, cioè siano la cosa di cui si sta parlando.

è questo il modo del discorso schizofrenico di porre la questione della verità, cioè è vero tutto ciò che si dice ma, per il solo fatto che essendo parole queste parole sono le cose. Se parlo dell'accendino le mie parole sono l'accendino. Questo, quando si psicotizza il discorso schizofrenico, è molto difficile da svolgere, perché non c'è più nessun elemento di aggancio, in quanto qualunque cosa che si dica questo elemento è la cosa che descrive, per esempio, e non essendoci un referente esterno alla parola è molto difficile trovare un aggancio. Le parole sono come chiuse in se stesse. Ciascuna parola è una certa cosa. Però, si tratta anche qui di porre una condizione fondamentale nell'analisi, a questo riguardo riprenderemo un aspetto che è essenziale, cioè l'analisi non è altro che un itinerario che insegna come si fa a pensare, nient'altro che questo.

Finché l'analizzante non ha inteso questo, sarà molto difficile che l'analisi abbia degli effetti.

Molte persone che avviano un'analisi, in effetti, pensano in modo un po' strampalato, come se il linguaggio fosse uno strumento, con tutto ciò che questo comporta.

Vale a dire questi vari tic di cui stiamo dicendo, quello del discorso schizofrenico. Le parole non sono delle cose né non lo sono; rappresentano, ovviamente, ciò che consente agli umani di dirsi tali, cioè quella struttura che consente di pensare, di vivere, di fare qualunque cosa, di far esistere qualunque cosa.

È questo su cui occorre puntare nell'analisi. Senza questo non capita nulla, non cambia il modo di pensare.

Un po' come avviene, come è avvenuto storicamente nei cambi di governi, rivoluzioni ecc. però finché il modo di pensare rimane lo stesso non potrà in nessun modo cambiare. E così l'analisi se non avviene una variazione rispetto al modo in cui si pensa. Questa variazione avviene attraverso un addestramento al linguaggio. Una persona magari smette di fare una certa cosa e, purtroppo si accorge che ha paura di quell'altra, funziona come nell'ipnosi, nella suggestione. Credo che sia così, quindi, va bene così. Credo che ci sia un Dio che dopo la morte mi salverà quindi, sono tranquillo, più o meno, poi, c'è sempre qualche contraccolpo nella vita.

Dicevo la volta scorsa delle figure, quattro figure principalmente: l'isterico, l'ossessivo, il paranoico, lo schizofrenico, perché rispetto al progetto che abbiamo in animo, cioè di trovare degli algoritmi che siano in condizione di dissolvere queste superstizioni, può essere importante avere le idee precise sui discorsi in quanto indicano quali sono le paure e cioè le superstizioni, che cosa viene creduto, per lo più.

Questo è essenziale, perché è questo che si tratta da una parte, di sostenere, e, sostenendolo, dall'altra parte di dissolverlo. Questa è una cosa che può apparire paradossale ma, in realtà, in analisi occorre sostenere questa paura, cioè sostenere la superstizione. Viene sostenuta perché è lo strumento più potente che avete a vostro favore. Perché è un elemento che maggiormente importa ed interessa alla persona, e, quindi, va tenuta in seria considerazione, però è anche ciò stesso che occorrerà eliminare.

Non perché si debba eliminare la paura in quanto tale ma perché è connessa ad una superstizione. Questa superstizione è ciò che impedisce alla persona di pensare, questo è il motivo fondamentale.

 

Intervento: cosa intende con "ciò che sostiene la paura?"

 

Come dire, è presa sul serio. Fare in modo che la persona che sta raccontando la paura, abbia l'impressione che la sua paura è presa molto seriamente, è creduta. Se ha l'impressione che non crediate alla sua paura, possono crearsi dei problemi. Perché è la cosa più importante, quella. È la sua stessa esistenza.

Quindi prenderla seriamente, non che dobbiate crederci, ovviamente. Faccio un esempio banalissimo, uno ha paura del buio no? È inutile stare a dire che non c'è nulla da aver paura, non c'è nessun pericolo, invece considerare i pericoli che ci sono nel buio, che ne so? Quelli che lui immagina, che lui suppone. E insistere molto su quest'aspetto, mettere molta attenzione su questo.

La paura è un elemento fondamentale presso gli umani. Senza la paura o senza il senso di colpa non funziona niente. Occorre mantenere in ciascuno stato, come ciascun governo sa, la paura, il senso della paura. È una cosa irrinunciabile, è la superstizione per antonomasia, quella proprio fondamentale, quella fondante gli atti e i pensieri.

Se riuscite a sapere di che cosa ha paura una persona avrete già molti elementi. E, il discorso che si faceva intorno ai quattro discorsi principali è importante perché mostra quali sono le paure nei vari discorsi e cioè quali sono le varie superstizioni, per esempio, nel discorso ossessivo la paura è che ci sia la rottura, ci sia qualcosa che lo costringa a esporsi, a mostrarsi in prima persona, questa è la paura fondamentale, come se a questo dovesse succedere un dissolvimento. Una prerogativa del discorso ossessivo è quella di cercare sempre l'accomodamento, sempre di ricucire, sempre di sistemare, mai di rottura, esattamente il contrario del discorso isterico che invece fa della rottura la sua bandiera. Deve sempre rompere tutto con tutti. Quindi, facendo questo esempio, in questo caso la paura è del confronto, di qualcosa che costringa ad esporsi, cioè esporre i propri desideri, il proprio pensiero. E, allora, in che modo utilizzare una cosa del genere? Si tratta, in prima istanza, di, dicevo prima, utilizzare, fra virgolette, tale paura.

In che modo nel discorso ossessivo? Portando questa paura, facendo in modo che questa persona si trovi a parlare di questa paura fino al punto in cui si trova di fronte a qualcosa che teme maggiormente.

Facendo parlare una persona intorno alla paura accade che ciò che teme di più affiori, cioè ci si trovi proprio di fronte. In questo caso l'esporsi, mostrare il proprio desiderio, mostrarsi desideranti, cioè mostrare il desiderio in atto. A questo punto ciò che occorre che questo faccia è portare la paura, come si diceva, alle estreme conseguenze. Cioè, non soltanto la accoglie ma la porta alle estreme conseguenze. Se il discorso ossessivo teme esporsi come rottura in quanto è foriera di responsabilità, se uno rompe con una persona deve, quanto meno, dire perché, per come e quindi esporre tutta una serie di desideri.

Quindi portare alle estreme conseguenze non è altro che fare il verso, in questo senso a questa paura, facendo in modo che nel raccontare le proprie paure, queste paure si manifestino, e cioè si accorga, ad un certo punto, che nel raccontare stesso di queste paure, incomincia a porsi. Comincia ad esporre il proprio desiderio, le proprie fantasie, i propri pensieri.

E lo fa perché, essendo ciò che più teme è ciò che più lo attrae. Per questo è fondamentale intendere molto bene le paure, non soltanto quali sono ma qual è la struttura di ciò che più teme e che desidera che si verifichi. Per esempio, il discorso ossessivo teme moltissimo la rottura, con tutto ciò che questo comporta e quindi dovere rispondere, dovere fare, dovere dire ecc...ma, al tempo stesso, la desidera fortemente come fantasia, tutte le sue fantasie, in effetti, sono fantasie di rotture, che però non si pongono mai in atto. Porle in atto comporta la necessità di assumersi la responsabilità di ciò che si dice, di ciò che si fa.

Ecco, dunque, dicevo che essendo ciò che più si desidera attrae fortissimamente e, quindi, è ciò che vincola la persona al discorso che state facendo, come se non potesse sottrarsi.

Per questo vi dicevo all'inizio che è un alleato formidabile la paura perché è anche, al tempo stesso, ciò che attrae. Se si riesce a compiere questa operazione sarà difficile che la persona abbandoni l'analisi, perché trova lì in ciò che dice qualcosa che esercita un'attrazione fatale.

La stessa cosa in altri discorsi. Individuare che cosa spaventa, qual è, quindi, il luogo comune più accreditato perché questo è anche ciò che attrae, sarà ciò che consentirà alla persona di proseguire l'analisi, e non riesce più a sganciarsi talmente è attratto da una cosa del genere.

Ora, trovare un algoritmo che consenta di mettere in opera un'operazione del genere è cosa assai complessa.

Come deve funzionare? Proviamo a considerare la cosa. Come occorre che funzioni un algoritmo? Cos'è un algoritmo?

 

Intervento: L'algoritmo è una formula.

 

È una formulazione che indica qual è la modalità attraverso la quale si può raggiungere un certo risultato, può essere anche una formula. E noi stiamo cercando qualcosa del genere.

Come deve essere fatto? Occorre, intanto, che attragga. Sì, deve attrarre. Deve, cioè, esercitare quell'attrazione che esercita la paura. Voi sapete la paura esercita un'attrazione fortissima molto superiore ad infinite altre cose che appaiono più piacevoli agli umani, ma che non attraggono quanto la paura. Deve essere dunque attraente, ma devo utilizzare la paura? Non necessariamente.

Ciò nonostante, se volete che qualche cosa sia fortemente attraente occorre utilizzare la paura. Forse si tratta di riflettere sul come utilizzarla.

Per esempio, la paura, nel discorso ossessivo, è che qualcosa possa costringere a esporsi, quindi un algoritmo di questo genere deve muovere una paura del genere. Ché da una parte è vero, sì, che è sfuggita questa eventualità, però attrae, attrae nella misura in cui si pensa che rimanga in atti ma non in potenza, Già Freud aveva colto questo aspetto particolare del discorso ossessivo, cioè che occorre che tutto rimanga in atto ma mai in potenza.

Quindi, ecco, una delle prerogative occorre che sia questa. Ché per attrarre deve sì mostrare la paura ma mantenerla in potenza.

Quindi, come fare? Qualcuno ha un'idea brillante a questo proposito? Come costruire una proposizione visto che un algoritmo non è altro che una proposizione che operi questa sorta di racconto, cioè che attragga mostrando la paura ma in potenza. Beh!, consideriamo intanto una serie di proposizioni, poi vediamo se possiamo ridurle a una.

Torniamo a fare un esempio, tratto dalla clinica: il discorso ossessivo compie generalmente una sorta di denuncia delle cose che non vanno. In queste cose che non vanno, o meglio in questa denuncia, che cosa c'è esattamente? C'è un'indicazione di qualche cosa che occorrerebbe rompere, spezzare, ma, al tempo stesso, c'è il timore di fare. Quindi, questa serie di proposizioni occorre che tengano la denuncia in atto ma l'agire in potenza. Perché le prime proposizioni sono quelle che funzionano da vincolo, vincolano la persona a ciò che dice, quindi, perché vada in una direzione di una accentuazione, sì accentuare ciò che la persona dice; non soltanto porre l'accento, ma caricare d'ulteriore senso, questo in ciascun discorso, non soltanto nel discorso ossessivo. Caricare di senso. Questa operazione è molto importante se tenete conto che le persone fanno continuamente affermazioni di cui sanno molto poco, non per ignoranza nel senso che non conoscono i termini della questione ma, l'ignoranza riguardo alla struttura del linguaggio, cioè ciò che stanno facendo effettivamente. Quindi, dare senso e accentuare queste affermazioni è incominciare l'operazione di portare l'elemento alle estreme conseguenze di cui si diceva, tenendo conto che l'obbiettivo è quello di insegnare come funziona il linguaggio. Caricando di senso un elemento, una persona è come costretta a difenderlo, a difendere un suo pensiero, come difenderlo? Beh!, trovando le ragioni, solo che mentre generalmente quest'operazione avviene in modo molto superficiale e frammentario, può trovarsi di fronte alla necessità di farlo in modo rigoroso, incontrando qui, a questo punto, notevole difficoltà. Queste difficoltà sono utilissime. Dicevo di accentuare di senso, per esempio, una denuncia di cose che non vanno, come se fossero molte di più le cose che non vanno, ma non solo. Caricandolo di senso è come se diventassero più importanti di quanto la persona stessa immaginava. Questo la costringe a pensarci ulteriormente, cioè esporre questi suoi pensieri alla parola.

Questo è valido per tutti i discorsi, chiaramente, anche se stiamo parlando del discorso ossessivo.

 

Intervento................................

 

Sì, caricare il senso è caricare d'importanza, rendere la cosa molto più importante di quanto immaginava che fosse, al punto tale che non può più non confrontarsi con questa cosa. La paura si mantiene se e soltanto se non si sa che cosa è fatta, sennò non è più paura, può essere preoccupazione se la cosa incombe, ma qualche cosa che comunque muove in modo tale per cui ciò che incombe scompare, no? Cioè, vedo un camion che viene verso di me e mi scanso per esempio.

Ora siamo molto lontani ovviamente dall'algoritmo, però occorre cominciare a lavorare in questo senso, cioè trovare la direzione, intanto, da seguire, e una direzione può essere questa: incominciare a caricare di senso gli enunciati delle affermazioni in modo che non possano più passare in secondo piano, in secondo ordine, essere dati così come acquisiti.

Anche per il discorso isterico potete fare la stessa operazione. Il discorso isterico dove c'è la superstizione e la paura è che il suo agire o le cose da fare le cose che giustificano la sua esistenza possono cessare, possono fermarsi e, quindi, ritrovarsi nella eventualità che non ci sia nessuno di cui occuparsi, nulla che la costringa a fare. Questo è la catastrofe per il discorso isterico, in effetti laddove questo si verifica avviene una depressione fino alla psicosi. Di qui la rincorsa folle a qualunque cosa che le dia da fare.

In questo caso utilizzare la paura nel discorso isterico è aumentare la paura di rimanere senza che qualcosa la costringa a fare; fino al punto in cui è costretto questo discorso a confrontarsi con questa costrizione. Non è un'operazione semplicissima ovviamente, però è già una traccia. Nel discorso isterico, sì, mostrare il colmo del suo terrore, cioè che possa esserci l'eventualità che non ci sia nessuno o alcunché che abbia bisogno di lei. Ovviamente ponendo la questione in modo che sia questa costrizione ad essere posta in gioco. Perché per ogni discorso si tratta sempre di una costrizione; l'isteria è costretta a cercare qualcosa che dia un motivo alla sua esistenza, cioè che la costringa a fare; il discorso ossessivo è costretto a cercare sempre un accomodamento, a cercare una mediazione; il discorso paranoico è costretto a fare in modo che l'altro capisca qual'è la verità ecc...

C'è qualcosa a cui non può sottrarsi e, in effetti anche il discorso isterico è più attratto da ciò che più teme.

 

Intervento: Nei discorsi isterico, ossessivo e paranoico ho l'impressione che sia indispensabile l'altro altrimenti il gioco non riesce, mentre nel discorso schizofrenico no, se ho capito bene.

 

Sì, solo che nel discorso schizofrenico l'altro è una parola, non è mai un qualcosa o qualcuno, rimane una parola. Questo può comportare una sorta di isolamento assoluto come avviene in alcuni casi di schizofrenia, di psicosi schizofrenica. Un isolamento inaccessibile, con la difficoltà di entrare in contatto, perché non esiste l'altro, né altre cose, esistono solo le parole in cui tutto è fatto ma, queste parole sono delle cose, non sono atti linguistici e quindi fatti di regole, di procedure ecc. Sono tutte queste cose.

 

Intervento...............................

 

In alcuni casi può funzionare questa procedura, in altri casi, no. Però c'è qualcosa della struttura di cui diceva che è simile. Caricare di senso, possiamo anche intenderlo in questa sezione ma, di fatto le cose che teme sono peggiori di quanto immagina. Ma, chiaramente, nel compiere questa operazione, bisogna sempre tenere conto che l'obbiettivo è quello di fare in modo che questa paura di cui si tratta giunga là da dove viene, cioè il linguaggio, che è una costruzione di simili proposizioni e, dicevo, se lei compie questa operazione è possibile che la persona smetta di avere paura però ciò che ha sostenuto tale paura permane.

È un po' come può avvenire sotto ipnosi, la paura scompare, può scomparire, però la struttura che l'ha prodotta permane e, quindi, si produrrà un'altra paura.

 

Intervento..........................

 

Per cui può fare quest'operazione però tenendo sempre conto che non basta che la persona, così, giunga a porre in ridicolo le cose che teme, ma che giunga a porre in gioco il timore stesso; perché uno può smettere di avere paura di una certa cosa perché si rende conto che l'ha costruita lui, poi, però, ha paura di quest'altro...

La paura stessa deve cessare. Il discorso ossessivo ha paura di esporsi, come se esponendosi dovesse succedere chissà che cosa, poi in effetti questo avviene che per qualche motivo veramente si espone c'è un moto giubilatorio perché si è accorto che non è successo niente.

 

Intervento..........................

 

Però la paura permane, e la volta successiva è daccapo. non è cambiato nulla. Togliere il timore è togliere ciò che attrae, come si diceva prima. Una persona continua ad avere paure di vario genere perché ne è attratto.

Possono intervenire varie fantasie, a seconda del discorso. Fantasie di stupro, per esempio, di essere violentato. Perché l'altro spesso è temuto? Ma, temuto in vari modi, è un timore così, indistinto, indefinibile. L'altro è una figura, la figura che mette in atto tutte le varie paure, in alcuni casi la fantasia di stupro, teme di essere oggetto di stupro. Occorre svolgere questa paura, intendere che cosa attrae intorno ad una fantasia del genere. E ciò che attrae non a nulla a che fare con lo stupro in quanto tale, è la figura, un modo in cui si configurano tutta una serie di cose. Come uno che ha paura di essere ucciso, ma dice che ogni tanto c'è una persona che esce di casa e viene uccisa perché c'è una sparatoria o una pallottola vagante, è vero, però generalmente uno quando esce di casa non comincia a strisciare contro i muri col giubbetto antiproiettile, non lo fa pur sapendo che c'è questa eventualità, è un'eventualità che lo preoccupa, così come l'eventualità che un asteroide piombi sul pianeta e lo spacchi in due. Può succedere, però nessuno organizza la sua giornata tenendo conto di queste eventualità.

Occorre lavorare molto sulle paure in un'analisi, non tanto per togliere la paura in quanto tale, ma perché sono le cose che indicano in modo molto chiaro in alcuni casi, le cose che sono credute più fortemente e fermamente, e quindi l'aspetto più religioso di un discorso, cioè ciò a cui la persona è più attaccata, anche se magari viene da voi dicendo che vuole sbarazzarsi di questa paura e non ha neanche torto, tuttavia è la cosa a cui è più fortemente attaccato.

Molte analisi s'interrompono proprio perché c'è l'eventualità, a un certo punto, che questa paura si dissolva.

Elisabetta cosa succede, come mai così assorta?

 

Intervento: È così, succede proprio così.

 

Se sapete quali sono le paure di una persona, sapete le cose in cui crede.

 

Intervento: Sì, perché se uno ha paura di essere rapinato ovviamente il suo modo di pensare è quello di avere tanta polizia intorno ecc...

 

Certo, comporta tutta una serie di cose, ovviamente. Ciò che vi dicevo è noto ad alcuni che governano, notissimo, come si fa a fare in modo che la cittadinanza tutta, come un sol uomo, invochi uno stato di polizia? Semplicissimo. Prendete un po' di scagnozzi, strafatti di crack o di qualunque altra cosa, mettete loro in mano un Kalaschnikoff e li mandate in giro ad uccidere le persone, che so? Una mamma col bambino in braccio, un vecchietto, un po' di tutti no? L'operaio che va a lavorare poi il professionista in modo che tutte le categorie si sentano minacciate... dopo di che questi scagnozzi devono essere eliminati, perché essendo persone poco affidabili sono pericolosi e, quindi, li trovano poi in un fossato con una pallottola in testa, a questo punto la cittadinanza tutta invocherà lo stato di polizia. Naturalmente ad un governo non è che serva che ci siano le camionette ad ogni angolo, non gliene importa assolutamente nulla, però è il primo passo per giustificare, come dicevo, qualunque altra cosa. Semplice no?

Ora, non tutti i governi mettono in atto una cosa del genere, molti lo fanno. O lo fanno magari in modo più soft no? Alcune stragi pare siano state fatte per questo motivo, la famosa strage di Bologna, sembra che avesse questo obbiettivo.

Poi, anche lì, occorrerebbero persone per fare una cosa del genere e molto determinate. Gente alla Luttwak, se questo è l'obbiettivo occorre farlo in modo preciso, no? Come vi ho illustrato poc'anzi. In modo che la popolazione sia terrorizzata, sarà sottomessa e disposta a qualunque cosa.

Questo per dirvi quanto è importante la paura e quanto una persona che ha paura di una certa cosa fa e pensa cose che sono assolutamente incredibili per altre, mentre per lui sono assolutamente normali. Così come una persona che ha subito in famiglia dei lutti e a causa di questi sconsiderati va in giro a sparare è assolutamente normale, ovvio e necessario che ci sia uno stato di polizia. Ma, il discorso che a noi interessa è invece che la persona che ha le sue paure si comporta esattamente allo stesso modo nei confronti delle proprie paure. Esattamente allo stesso modo. Quindi tutto ciò che pensa, costruisce, immagina, fa è pilotato da questa paure, cioè dalle cose in cui crede.

 

Intervento: Si parlava con Beatrice di aumenti, perché aumenta tutto. Anche questo fa parte di un certo gioco. Così la gente che lavora sarà sempre più oberata di spese.

 

Però, adesso l'aspetto che più ci interessa è come funziona rispetto al proprio discorso, la paura e intendere come tali paure mi costringano a muovermi, ossia a pensare e a fare e a muoversi e a prendere decisioni che sono pilotate da questa paura, questo è fondamentale da intendere. Bene, ci fermiamo qui.

 

 

 

23 Settembre 1999

 

La tecnica e la fantasia. Dicevamo la volta scorsa della fantasia che abbiamo definito come lo svolgersi incessante del discorso. Però, adesso occorre precisare alcune cose.

Ci sono degli aspetti rispetto al discorso come sapete bene, che abbiamo indicato come struttura religiosa. La struttura religiosa può essere pensata come una sorta di programma, un programma non è altro che una serie di comandi obbligati, di inferenze, per cui se questo allora quest'altro. Il programma del computer funziona così, cioè si dà un comando allora lui fa questo e nient'altro che quello, in genere.

Dove questi passaggi sono pensati come necessari, cioè non potersene dare altri. Ciò che distingue il discorso religioso da un discorso non religioso è che quello non religioso non considera questi passaggi come necessari, ma riconosce in ciascuno di questi passaggi l'assoluta arbitrarietà, o, in ogni caso, l'attenersi ad una regola del gioco, nient'altro che questo.

 

Intervento: È un elemento.

 

Sì. Fuori dal discorso che stiamo facendo qualunque altro discorso mostra un aspetto religioso, non c'è verso. Ora dicevo, in qualunque discorso religioso, cioè qualunque discorso di fuori da quello che stiamo facendo è un discorso programmato in un certo modo. Come dire che per esempio nel discorso ossessivo di fronte ad un certo input si comporterà sempre allo stesso modo. Comporterà nel senso che farà le stessi cose, ovviamente, ma siccome crede una certa cosa se questa cosa viene minata per esempio, lui si muoverà contro ciò che lo minaccia.

Questo comporta che tutto ciò che il discorso ossessivo pensa, costruisce ecc., è come pilotato. Non può uscire dal suo programma. Perché non può farlo? Perché non immagina che sia un programma. Immagina, semplicemente, che sia la realtà delle cose, che sia nell'ordine naturale delle cose. Oppure che ci sia un malfunzionamento. In effetti, talvolta, le persone all'inizio di un'analisi pensano ad una cosa del genere, ad una sorta di malfunzionamento.

Il malfunzionamento corrisponderebbe alla sensazione che qualcosa non va come lui vorrebbe che andasse, questo è il malfunzionamento. Esattamente così come si definisce qualcuno che disubbidisce, quando si disubbidisce? Quando non fa le cose che io voglio che faccia. Questa sorta di malfunzionamento dicevo, è avvertito come una sorta di cattivo adattamento, o più genericamente come il non riuscire a fare le cose che si vorrebbero fare. Questa definizione che può apparire molto banale pone l'accento invece su un aspetto importante. L'abbiamo detto varie volte della responsabilità. Voglio fare questa cosa ma non riesco. Perché no? Visto che nessuno l'impedisce fallo. Apparentemente parrebbe così, però poi non avviene così. Come intendere questo impedimento? Intendiamoci bene, il fatto che ci sia un impedimento non è questione né primaria né secondaria rispetto all'intenzione di fare una certa cosa, anche l'intenzione di fare quella certa cosa non va così da sé. Ma, lungo l'analisi può accadere che si ponga questa questione. Questa che vuole fare e il problema che è impedita oppure lo desidera perché è impedita? Cioè le due cose avvengono simultaneamente, non potrebbe darsi l'una senza l'altra. Se non fosse impedita la farebbe? Naturalmente no. C'è una produzione continua d'impedimenti, questa cosa deve rimanere impedita. Può essere pensata solo in quanto impedita. Se no non potrebbe pensarla.

Se una certa cosa per potere pensarsi deve essere impedita allora questo può incominciare a far riflettere. Riflettere in questo senso: perché una certa cosa per essere pensata deve essere impedita? A che scopo? A che cosa serve questa struttura? La risposta a questa domanda non è difficile. Un'intenzione impedita cosa fa esattamente? In prima istanza accusa il responsabile, qualcosa o qualcuno. Accusando o trovando il responsabile di questo impedimento, cioè trovando l'elemento fuori dalla parola, la persona si toglie la responsabilità, in prima istanza, cioè io farei se potessi...

C'è sempre il responsabile esterno, può essere qualcuno o qualcosa, all'interno di questo qualcosa c'è anche la malattia, anche mentale. O un'angoscia, una paura, qualunque cosa.

C'è dell'altro. Il potere pensare una cosa solo se è impedita, ha, ovviamente, la funzione di mantenere questa cosa in potenza, il che ha una funzione particolare che ciascuno di voi reperisce immediatamente, cioè mantenere questa cosa come una sorta di ideale. Come dire, se questa cosa si verificasse allora, finalmente, sarei felice. Stiamo procedendo per piccoli passi. Sarei felice quindi tutto funzionerebbe, non funziona perché c'è questo impedimento, perché, per esempio, non riesco a fare una certa cosa, se riuscissi sarei l'uomo più felice del mondo, qualcosa del genere.

Ma, tutta questa struttura, come avete inteso, mira a mantenere una condizione d'immobilità, ovviamente. Come se, almeno così appare d'acchito, non dovesse essere felice, perché nessuno gli impedisce di fare ciò che desidera, in modo da rimanere in una condizione d'insoddisfazione. A chi giova l'insoddisfazione? Oltre che a piangersi addosso? L'insoddisfazione è una sorta di condizione dove c'è la percezione di qualche cosa che potrebbe rendere felici ma questo non è possibile. Ora, la felicità qui è immaginata come l'assenza di insoddisfazione, così avviene generalmente, la condizione in cui si cessa di stare male per qualcosa. Ma, tuttavia parlare d'insoddisfazione è anche porre l'accento su una condizione in cui la persona è in attesa, rimane in attesa. O comunque auspica che questa insoddisfazione sia assente, il che non è, ovviamente, perché potrebbe farla cessare in qualsiasi momento.

Di cosa è fatta l'insoddisfazione? C'è l'attesa, attesa che questa cessi, e questo è un aspetto notevole dell'insoddisfazione, l'attesa. Ma è fatta anche di sensazioni. Di sofferenze. Come potremmo definire la sofferenza?

 

Intervento: Un qualcosa che non si è raggiunto, un impedimento.

 

Sì, una volta forse avevamo detto che c'è una sensazione di qualcosa che manca e l'attribuzione a questo qualcosa, è una sorta di carattere di necessità, quindi manca una certa cosa e questa cosa è necessaria, potremmo indicare così la sofferenza. In termini molto generali.

 

Intervento...............................

 

Sì. È da considerare questo aspetto, che è di troppo ed eccede rispetto a qualcosa che si considera in equilibrio, per esempio, in questo senso viene a mancare l'equilibrio. Certo, un eccesso di qualche cosa può creare sofferenza.

 

Intervento...........................................

 

Certo, sì.

 

Intervento: dove il pensiero interviene come un disturbo.

 

Sì, dicevo, l'assenza di qualcosa che è ritenuta necessaria. Il pensiero, per i più, non è ritenuto affatto necessario, ma, anzi, soprattutto in questo momento, un malanno che sorge a creare problemi. Quindi la mancanza di qualche cosa che difetta rispetto a una sorta di equilibrio che, praticamente s'immagina, no? Poi, che sia per eccesso o per difetto questo può avvenire certo.

Molti eccessi sono dannosi, anche l'eccesso di calore, se Cesare lo mettiamo, per esempio, a cinquemila gradi, se ne ha a male.

Ma, tornando alla questione di cui si diceva e cioè dell'insoddisfazione che, tra l'altro è una questione molto diffusa, la cui funzione, come stiamo intravedendo è quella di mantenere la condizione di mancanza. Viene da domandarsi come mai gli umani amino mantenere questa condizione?

 

Intervento..............................

 

Entrambe le cose, l'insoddisfazione e la mancanza. Qualcosa che non c'è, che manca all'equilibrio che s'immagina. La questione in tutto ciò, su cui merita riflettere, è molto semplice, e cioè che l'enunciazione del disagio, della sofferenza, dell'insoddisfazione, di qualunque altra cosa di per sè non enuncia assolutamente niente, non ha nessun referente. È soltanto una serie di proposizioni le quali costruiscono una sorta di condizione dove la persona afferma un qualche cosa e questo qualche cosa è la sofferenza e questa sofferenza produce emozioni, cioè produce repentini cambi di condizione, produce differenze. Anche una sofferenza a lungo protratta produce una differenza come bene sa chi soffre molto. Differenza da che? Da chi sta bene e che stando bene non conosce i drammi e le tragedie. Come il Vangelo insegna, più soffrirete più saprete, in tutta la tradizione cristiana il sapere è fatto precedere dalla sofferenza. Perché Cristo ha diritto, può parlare e dire la verità?

 

Intervento: Perché ha sofferto.

 

Esattamente. Se fosse stato in discoteca tutta la serata invece che stare sul Golgota non avrebbe avuto la stessa credibilità. Una persona che molto ha patito, molto ha sofferto, è più attendibile. Ma

 

Intervento: Ma è disgiunta la colpa dalla responsabilità.

 

Beh!, qui occorre precisare, addossarsi la colpa per chi lo fa è sempre una questione di merito, anche se lamenta questo peso. Portare la croce, cioè cosa ha fatto Gesù Cristo? Si è fatto carico di tutti i peccati, lui è diventato il peccatore per eccellenza.

Assumendosi questo carico cosa fa? Soffre, ovviamente, non è che ne gioisce, anche se non potrebbe neanche gioirne, in teoria, però secondo la religione cristiana e, quindi, secondo il discorso occidentale, soffre. Soffre per gli altri. È la stessa cosa che accade alla persona che molto soffre di reperire questa fantasia, di soffrire per gli altri. Gli altri stanno bene mentre io soffro. Vedi di non soffrire, e già, e se non soffro come mi distinguo? Come mi differenzio dal volgo? Questa è la sofferenza che è stata poi nobilitata dalla Chiesa per tutta una serie di motivi. E fortemente presente nel discorso occidentale, al punto che, come dicevo prima, una persona che molto ha sofferto è non solo più attendibile ma tenuta in maggiore considerazione per chi invece si è dedicato ai bagordi per tutta la vita.

 

Intervento: Anche giudicato male.

 

Generalmente sì, certo. Cosa fece Francesco? Il santo di Gubbio. Abbandonò la vita di sollazzi e di scelleratezze per vestirsi di cilicio ed andare in giro a piedi scalzi sotto la neve.

 

Intervento.......................................

 

Esatto, chi non ha provato non può sapere, no? Chi non ha provato a darsi una martellata sui denti non può sapere che fa male. Quindi solo io so, è un privilegio, è molto cristianamente, la condizione della sofferenza.

Quindi io ho sofferto e nessuno può capire la mia sofferenza.

Cominciate, chiaramente, ad intendere qual è la portata della sofferenza nel discorso occidentale e perché sia anche così perseguita con determinazione, con ostinazione in molti casi.

Non dovete pensare alla sofferenza come ad uno stato d'animo nefando, nefasto, triste, no. È, il più delle volte, un'arma di seduzione. Io non so voi quando eravate piccoli cosa facevate, una delle tecniche seduttive era quella di mostrarsi, verso i quindici, sedici anni, sempre molto tristi, molto pensierosi, molto tenebrosi, no? Questo aveva un fascino particolare, naturalmente si stava benissimo, non stava succedendo niente e si era felici come pasque però di questa maschera, magari con il dolce vita nero alto...E, allora, si metteva in atto questa sceneggiata, come dire la sofferenza seduce. E, quindi, cominciare a pensare ad una persona che soffre in un modo diverso, tenendo conto che in alcuni casi può apparire sacrilega la cosa, tuttavia c'è questa eventualità. Dopo avere considerato molto attentamente che la sofferenza non è necessaria di per sè, dopo avere considerato che pertanto è una produzione del discorso, quindi qualcosa che una persona crea a suo uso e consumo, adesso stiamo cominciando a considerare il perché, quale è il vantaggio. Difficilmente una persona soffrirebbe se non ne traesse un vantaggio. Parlo di sofferenza per distinguerla dal dolore, se mi cade un sasso su un piede proverei dolore non sofferenza. Potremmo così per uso didattico distinguere la sofferenza dal dolore, indicando con sofferenza il mantenimento di un pensiero, di un discorso che non ha più nessun motivo di essere.

 

Intervento..................................

 

Sì, però adesso io li distinguo giusto per non sovrapporre il mattone che mi casca su un piede dalla sofferenza che è una condizione dell'anima proseguita nel tempo, però. Mentre il dolore del mattone che cade sul piede cessa, la sofferenza viene coltivata.

 

Intervento........................................

 

Questo fa un po' pensare a due questioni importanti: l'una è l'utilizzo della sofferenza, perché il discorso occidentale mantiene questa questione. La persona che soffre è, per definizione, bisognosa. Quindi mantenere uno stato, una sofferenza significa mantenere la persona in stato di bisogno che ci sia qualcuno che faccia da padrone, che governi il tutto, che se tutti stanno bene allora ecco che c'è l'emergenza. L'altra è, invece, una considerazione più tecnica rispetto all'analisi. Mentre tutti i bravi psicanalisti fanno di fronte ad una persona che soffre tante sedute per togliergli la sofferenza, riuscendo talvolta perché fanno esattamente una conversione, cioè convertono da una religione all'altra. E, allora, tu devi smettere di soffrire perché adesso credi in quest'altra cosa, e, quindi, non soffri più perché pensi che i mali del mondo siano questi ma perché sono questi altri.

In effetti un'analisi non funziona se non si arriva ad una conversione religiosa, ché togliere la sofferenza ad una persona è togliergli ciò per cui gode per lo più, è ciò attraverso cui immagina di essere diverso da tutti gli altri. Cosa a cui non rinuncia per nessun motivo. In effetti talune psicanalisi sono interrotte anche, in alcuni casi, per questo motivo, cioè sbarazzare di qualche cosa senza mettere un'altra religione. Se si sbarazza senza la religione la persona si smarrisce e se ne va.

Quindi, come dicevamo qualche volta fa, non si tratta affatto di togliere la sofferenza, la sofferenza è qualcosa che aiuta, anche lungo l'analisi, mantenerla. L'analista non fa nulla né per mantenerla né per toglierla, ma la sofferenza di cui si tratta non è il male. L'analista della parola sa benissimo che non c'è il male di cui sbarazzarsi e che una persona che dice di soffrire non ha nulla di differente da una persona che dice di star bene, che dice che ha paura del buio è la stessa cosa. Dice soltanto qualche cosa che il suo discorso ha costruito, nient'altro che questo, non c'è nessun referente. È una proposizione che non ha nessun referente.

Quindi l'analista non ha né da togliere né da mantenere. Soltanto che considerare la portata religiosa di questa affermazione, quindi l'analista sa di avere a che fare con una persona profondamente religiosa e, quindi, programmata in un certo modo. Se dice una certa cosa allora si muoverà in un certo modo.

Qual'è l'utilità di sapere questo? Per riprendere una questione che abbiamo accennato tempo fa, della strategia e della tattica, potremmo dire che in analisi la strategia è questa: c'è un discorso, un discorso religioso, quindi programmato in un certo modo. Intendere come è programmato prima cosa, cioè quali sono le inferenze fisse, quelle necessarie, le cose in cui crede. Poi, mettere alla prova questa sorta di, chiamiamolo programma, come si mette alla prova? Lo si fa funzionare forzandolo, come una macchina. Come si fa metterla alla prova? La si forza. In questo caso come si forza il discorso? Portandolo alle estreme conseguenze. Solo che questa è una macchina particolare che forzandola salta, sempre, necessariamente. È come portare il motorino 50 a ventimila giri, brucia, chiaramente. E così il discorso, è come se bruciasse, salta. Salta perché questo programma è costruito su assiomi che, per il programma stesso, devono essere assolutamente fondati, è come se il programma esigesse questi fondamenti, ma che non ci sono. Quindi, è sufficiente far ricorso al programma esso stesso, e questo avviene in analisi, come dicevo prima, portando il discorso alle estreme conseguenze e, quindi, prendendolo molto seriamente.

Fare quasi il verso e anche, in alcuni casi, un'operazione retorica questa, prendere le premesse dell'avversario e mostrare le conclusioni assolutamente compatibili e assolutamente opposte a quelle che voleva far vedere, però non è necessariamente questa la via.

Prendere talmente alla lettere il discorso fino a far dimostrare la cosa perché la persona non fa questa operazione, se lo facesse non potrebbe più sostenerlo, non lo può fare. È come se dicesse la mia cinquecento può arrivare a trentamila giri, va bene fallo e brucia, inesorabilmente. È questo che si tratta di fare, far bruciare il motorino. In questo caso mandare in loop il discorso non è altro che ritorcerlo contro sé stesso e, quindi, portandolo alle estreme conseguenze imporgli di mostrare i suoi fondamenti. Imporglielo, letteralmente. Operazione difficilissima da fare. Perché di fronte al prendere sul serio il suo discorso la persona fugge, immediatamente. Cioè fugge, si sconcerta, non capisce cosa sta succedendo, eppure non fate nient'altro che prendere alla lettera quello che sta affermando. Come dire, accogliere le regole del suo gioco e portarle alle estreme conseguenze. Il fatto che la persona non lo faccia è questo il problema, è solo questo. Noi, in quanto analisti della parola dobbiamo compiere questo miracolo, fare in modo che lo faccia, che se lo fa, non può credere più ad una parola di quello che dice. Non può più credere che sia una cosa necessaria., ma considerarlo come inesorabilmente gratuito, non più credibile. Lo dico perché mi piace dire così e me ne assumo la completa responsabilità.

 

Intervento...................................

 

Esattamente. Tutto questo per cominciare a porre le condizioni per affrontare in termini interessanti la scommessa. Poi ci vorrà del tempo per trovare le proposizioni algoritmiche. Richiede tempi di elaborazione molto lunghi. Anche perché la questione del discorso religioso è continuamente e costantemente presente come interferenza anche nell'elaborazione teorica. Ci vuole niente a sconfinare.

Ecco potete prendere la seconda sofistica come una sorta di procedimento che dovrebbe consentire il proseguire teorico senza cadute di questo tipo, senza affermazioni che non stanno da nessuna parte. Ma fare in modo che, ecco la famosa assiomatizzazione che abbiamo compiuto nella seconda sofistica, come fondamento della matematizzazione che dobbiamo fare, il discorso, in termini più tecnici. L’assiomatizzazione che consente di confrontare qualunque affermazione si produca con un sistema sufficientemente potente da valutare se questa affermazione data per certa e non lo è affatto oppure, effettivamente non è negabile in nessun modo.

È un criterio. Bisogna sempre tenere conto che la sofferenza è l'arma di seduzione più potente. Molte fanciulle lo sanno benissimo, le fanciulle sono più attente, e non c'è trucco o maquillage o lifting che valga un mostrarsi bisognosa dell'uomo, in questo caso. Per esercitare il fascino.

 

Intervento. È l'unica arma che ci avete lasciato...

 

Ecco. Ed un'arma che funziona sempre, la persona che soffre ottiene sempre l'interesse e la partecipazione e la comprensione.

 

Intervento: Proprio come il bimbo che piange, sono tutti lì vicino a lui.

 

Esatto. Non capita mai che una persona soffra moltissimo e l'altro dica :"Non me ne frega niente". Farebbe la parte della persona disumana.

 

Intervento: Stavo pensando alla questione dell'insoddisfazione che è anche molto interessante.

 

Sì, sembrano tutti insoddisfatti.

 

Intervento: Esatto. Stavo pensando proprio a questo perché l'altra volta ne abbiamo parlato. A parte il fatto che come, per esempio, di fronte all'insoddisfazione, l'insoddisfazione potrebbe funzionare in due modi. Da una parte potrebbe essere ciò che stimola anche una reazione come si diceva anche un po' rispetto alla questione della paura, cioè alla paura c'è qualcuno che reagisce, che cerca diciamo di utilizzare la cosa per togliersi da un pasticcio o da una cosa del genere, c'è chi di fronte alla paura si paralizza, la questione dell'insoddisfazione non è molto differente. Ha a che fare con la questione dell'impedimento. Perché, parlavamo l'altra volta dell'invidia, l'invidia è qualche cosa che ha che fare, appunto, non con qualche cosa che si invidia, ma con l'atteggiamento, cioè con l'atteggiamento nel senso di chi, per esempio, si sente impedito, come dire che s'invidia colui che non si lascia impedire da ciò che impedisce altri, per esempio. La questione della giustizia poi, tra l'altro, ha a che fare con questo. Quindi, ha a che fare con la questione dell'impedimento, con questo mantenere l'impedimento. Forse più che mantenere l'insoddisfazione, mantenere l'impedimento. Cioè l'insoddisfazione è la constatazione dell'impedimento.

L'invidia è sempre la sofferenza, in un certo senso. Manca qualcosa che altri hanno, in questo senso. Stavo pensando all'impedimento, se la questione dell'insoddisfazione abbia più a che fare con il mantenimento dell'impedimento, l'insoddisfazione è l'annunciazione dell'impedimento.

 

Sì, certo.

 

Intervento: Il fatto che l'insoddisfazione sia la cosa più comune, come dicevamo prima, fa pensare che la questione dell'impedimento sia proprio nel discorso.

 

E questo ha anche a che fare con il gioco, più impedimenti ci sono più il gioco è interessante. E quindi, più io sto facendo un gioco difficile, guardatemi come sono bravo, più ostacoli ci sono più soffro.

 

In un parola più sono teso e meglio è, per arrivare a...

 

Sì. Che chi fa il gioco più difficile, anche questo, suscita l'ammirazione di tutti.

 

Intervento......................................

 

Forse si distingue colui che non riconosce gli impedimenti come validi, e, quindi, non riconosce la sua particolarità dei suoi impedimenti, della sua sofferenza.

 

Intervento: La sofferenza è sempre un omaggio a Dio, in qualche maniera. Anche in questo caso.

 

Certo, sì. Bisogna riflettere molto su questi luoghi comuni.

 

Intervento....................................

 

Sì, certamente. Una persona che soffre pretende di essere riconosciuta.

 

Intervento: Per questo dicevo che è un omaggio a Dio perché in questo modo si fa riconoscere.

 

Sì.

 

Intervento......................................

 

Intervento.......................................

 

Sì, è una delle questioni che vanno prese alla lettera. Uno che vuole essere come tutti. Come tutti chi?

Sì, va presa alla lettera altrimenti c'è solo la conversione, un'altra religione. Nessuno è disposto ad ammettere che s'impedisce, se si pone domande intorno a questa questione, ha già fatto passi avanti. Gli impedimenti sono irreali, e se non ci fossero sarebbe la persona più felice del mondo.

Questo è già, quasi, un punto di arrivo.

 

Intervento: Come se fosse un modo di esistere.

 

Sì. Bene, abbiamo delle belle questioni su cui lavorare.

Dovremmo pensare a diffondere i volantini. Buona sera, ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

30 Settembre 1999

 

Allora, c'è qualcuno che sta leggendo qualcosa e ha voglia di dare testimonianza della sua lettura? Delle questioni che ha incontrato di qualunque genere, oppure nessuno non sta leggendo nulla?

 

Intervento: Io sto leggendo un saggio di Schopenhauer. È quello dei fondamenti della morale. Mi ha incuriosito un pensatore, un filosofo che si trova a parlare, a criticare Kant per l'imperativo categorico e si trova a fare delle affermazioni.

 

C'è una questione tratta da Schopenhauer, che può essere di qualche interesse? Oppure nessuna?

 

Intervento: Poche questioni.

 

Poche quali?

 

Intervento: una questione di qualche interesse può essere il modo in cui si siede. Ad un certo punto sembra trovare l'uovo di colombo in tutta questa questione e si mette a parlare di quella che è la questione dell'identificazione. Pone la questione parlando di questi grandi affetti che sono la pietà, la compassione dandoli come, esattamente allo stesso modo lui ha criticato in Kant, primordiali. Quello che m'interroga sempre in queste questioni e, dal quale io non riesco ad uscire come diventasse un circolo vizioso, la questione che si pone è questa: come è possibile che tu addebiti, senza intendere quali sono altre questioni che sarebbero state più importanti, cioè del modo in cui costruisce letteralmente quello che andava di costruire cioè questo imperativo categorico, lascia perdere questa questione di cui parla e non fa altro che, ed è qui che io cado nel circolo vizioso, laddove lui parla della compassione, della pietà fino ad arrivare a delle cose pazzesche accostandole all'animale o cose di questo genere, mettendole fuori dalla parola tutto sommato, no?

Ora, la difficoltà a questo punto di portare avanti la lettura di un saggio di questo genere per me diventa grandissima, e questo uomo, immediatamente, non lo so ascoltare più. Schopenhauer, dove si pone nei confronti di un Hegel parla, indica quali sono i modi di trarre delle questioni, per esempio calca sillogisticamente delle affermazioni di Hegel e, in qualche modo le mostra un po' come dei sillogismi, dei parasillogismi come quello di Pietro e Paolo e poi di fronte alla pietà ed alla compassione e all'identificazione, per lui sono così, fuori dalla parola, eppure nel mondo si vede periodicamente che ci sono i buoni e i cattivi, quelli che hanno pietà e quelli che non ce l'hanno. Quello che m'interroga, forse questo fa parte del mio discorso, io a quel punto mi chiudo e non ho più voglia di continuare. Eppure negli ultimi capitoli dove lui continua a inventare, a sostenere queste passioni, questi modi di dire tutto sommato, che non hanno un referente, lì la sua perspicacia quasi si arrampica sui vetri pur di sostenere una cosa di questo genere. È l'esatto opposto di quello che si trova quando parla dell'egoismo.

 

Cesare sta leggendo qualcosa?

 

Intervento: Leggevo qua e là sulla seconda sofistica.

 

Elisabetta, sta leggendo qualcosa?

 

Intervento: Io ho letto Carotenuto.

 

Qualche considerazione?

 

Intervento: Mi è stato quasi impossibile leggerlo. È religiosissimo ed è anche scritto molto male.

 

Sandro, sta leggendo qualcosa?

 

Intervento: Sto facendo una ricerca sulla nevrosi ossessiva. Sto leggendo tutti i saggi di Freud, in modo specifico sulla memoria ossessiva. Mi sto dilettando con "La retorica delle puttane". È uscita, tra le altre cose, una filosofia di Marconi.

 

Sì, Marconi cosa risponde, in questo caso?

 

Intervento: Non risponde. Nel senso che lui fa una sorta di analisi di quello che ne pensano gli altri

 

Quello che pensano gli altri lo sappiamo.

 

Intervento: Ma, in effetti è una questione che rimane poi, come dire, una sorta di enigma. È un po' come dire: qui ci si arresta, di fronte a questa sorta di mistero, è un po' come dire che è una sorta di mistero religioso.

 

Quindi rimane un mistero e non si sa , insomma.

 

Intervento..........................

 

Devo prendere un libro di Heidegger e poi uno di Marconi, ma non quello, "La competenza linguistica".

Quali obiezioni potremmo fare a Marconi, così d'acchito?

 

Intervento...

 

Intervento: Perché ci capiamo, perché si comunica?

 

Sì, lui riprende questa antica questione per cui, molto i francesi, soprattutto, dell'impossibilità della comunicazione. Dicono che non c'è possibilità di comunicare, e adducono anche delle motivazioni. Però lui dice, beh, allora se non è possibile comunicare come avviene che funzioni?

 

Intervento...

 

Come avviene, Cesare? Si ricorda quando parlavamo degli scettici, gli scettici confutavano le stesse cose. Li riprendemmo forse proprio l'estate scorsa a proposito del dibattito intorno ad analisti e continentali e a questo riguardo feci proprio un intervento. Una parte affermava che non c'era comunicazione, per esempio uno scettico dice che è impossibile comunicare, dal momento che qualunque cosa tu dica, dicono gli scettici, non ha in alcun modo la possibilità di intendere ciò che l'altro ha capito. Quindi non puoi mai avere la certezza che il discorso sia recepito dall'altro allo stesso modo. Non è un gran che come argomentazione, tuttavia se, ribattevano alcuni a questi scettici, non potete nemmeno opporvi all'argomentazione, visto che non avete capito nulla di ciò che è stato detto. Se ponete un'obiezione la ponete a che cosa? A qualche cosa che avete inteso, dunque la comunicazione è possibile. Allora ecco che alcuni tra i quali Marconi che sono da annoverare tra gli analitici di scuola sassone, devono a questo punto tenere conto della possibilità della comunicazione, come è possibile la comunicazione? Marconi si arresta sul mistero glorioso, nel senso che non sa dare nessuna motivazione di come avvenga una cosa del genere. Lei, Cesare, saprebbe darne una?

 

Intervento...

 

Sì, c'è una questione che poneva Wittgenstein che merita di essere presa in considerazione, quando uno si pone una domanda di questo tipo sulla comunicazione, che cosa si sta chiedendo esattamente? È possibile che cosa, esattamente? A questo punto, dipenderà da ciò che intendiamo con comunicazione ciò che risponderemo. Ora, dal momento che questa definizione di comunicazione non può essere stabilita in modo definitivo come l'ultima parola, allora rimarrà comunque questa definizione che daremo di comunicazione, arbitraria. Non soltanto arbitraria, ma funzionale all'uso che ne faremo. Allora se io intendo comunicazione in un certo modo, la comunicazione allora non è possibile. È sufficiente che io la intenda in un altro modo allora sarà necessaria, cioè dipenderà dalle regole del gioco in cui è inserito questo termine, non c'è nessun mistero né gaudioso né misterioso, ma semplicemente un differente uso dello stesso termine. Questo uso è consentito, sono consentite una serie di variazioni nell'ambito di un campo semantico.

 

Intervento:...

 

Potremmo definirla così: la trasmissione di informazioni e di elementi consentita da un sistema operativo. Esattamente come avviene nel computer. C'è un sistema operativo che consente la costruzione.

 

Intervento:…

 

Avviene in un modo che non è molto dissimile dal modo in cui avviene che digitando un tasto sulla tastiera di un computer questo scrive A anziché B o C. Il sistema è semplice, in un certo senso.

C'è un sistema che è noto come linguaggio, il quale è tenuto insieme da delle regole. Queste regole, a seconda di giochi differenti, impongono delle implicazioni. Ora, se io dico un certo significante, questo significante, se l'ho detto all'interno di un certo gioco, ha una certa applicazione; se detto all'interno di un altro gioco, ha un'applicazione differente. Perché siano possibili questi giochi occorre che il termine abbia significato, cioè che sia, come si diceva da qualche parte, un elemento linguistico, occorre che ci sia questo. E un elemento linguistico è tale in quanto ha un rinvio, necessariamente. Ora, fra i rinvii possibili, ciascuna lingua si avvantaggia di alcuni.

 

Intervento...

 

Se io stabilisco una regola all'interno di un gioco linguistico che fa un costruttore edile, la casa ha un certo significato. Per la massaia è un altro. Poi il dizionario riporta un significato ancora differente, è una costruzione fatta in un certo modo fatta per un determinato uso. Questo potrebbe essere, come dire, un significato che consente tutte le variazioni, però deve esserci un significato perché possano esserci delle variazioni. Questo significato è dato forse da quello che loro stanno cercando, cioè il significato dato dall'uso linguistico più generico. È chiaro che in una comunicazione se io parlo di casa, nel senso che io voglio andare a casa, l'altro intende che cosa sto dicendo, e lo intende perché sa quale è il significato di casa e sa quale è il gioco in cui è inserito in questo momento, per cui il fatto che io voglia andare a casa può significare che sono stanco o che ho voglia di andarmene di lì o altre cose, le quali tuttavia sono possibili perché questa persona che ho di fronte conosce il significato del termine casa, e da lì può intendere tutte le possibili variazioni che intervengono in questo caso.

Si tratta esattamente di stabilire cos'è questo significato fornito dal dizionario cui ciascuno si attiene per potere poi costruire infinite varianti. E questa è una questione, ovviamente. L'affrontammo tempo fa quando affrontammo una questione adiacente a questa e cioè se fosse possibile parlando, scambiare un qualunque termine con qualunque altro. Ci rendemmo conto allora che questa operazione impedirebbe l'utilizzo del linguaggio. Occorre che ciascun elemento linguistico abbia una specificità semantica per potere essere usato; in caso contrario il discorso stesso non potrebbe farsi. Pensi a una lingua in cui ciascun elemento che interviene significa qualunque altro. Non è utilizzabile questo sistema. Occorre che ciascun elemento escluda, lo dicevamo tempo fa riprendendo De Saussure, la questione dell'inferenza. In effetti il linguaggio non è altro che un sistema di procedure per la costruzione delle proposizioni e per l'esclusione di altre. Il fatto che non sia possibile l'utilizzo di qualunque termine posto al posto di qualunque, indica che questo ha, come dicevo delle esclusioni; cioè usando casa io escludo una serie di altri elementi, la escludo dal suo significato.

Questi altri elementi possono intervenire laddove utilizzo questo significante come figura retorica. Tuttavia, ciascuna figura retorica che è una variante necessita di un elemento che non varia.

Questo elemento che non varia è il significato di ciascun termine; il significato di ciascun termine è dato dall'esclusione di altri. Tutto ciò che è escluso da questo termine è il significato, da che cosa è fornito questo? Boh, dal suo uso, ovviamente, non c'è nessun Dio che abbia stabilito che casa sia una costruzione adibita ad abitazione più o meno permanente. Tuttavia, questo uso è fondamentale, la lingua è fatta di questo, del suo uso.

 

Intervento...

 

Questa è una ricerca che per Wittgenstein non avrebbe nessun senso

 

Intervento...

 

Sì, sì. Se la si cerca fuori dal suo uso, allora si cerca il suo significato ultimo, definitivo, e questo, ovviamente, sfugge, non è reperibile in nessun modo. Perché è soltanto l'uso che fornisce il senso. Da qui, poi abbiamo ripreso e inventato la teoria dei giochi.

L'uso, cioè la regola linguistica nel quale è inserita.

E, poi, ovviamente c'è una regola che consente l'uso del linguaggio, ed è una regola che, potremmo dirla così provvisoriamente, attraversa ogni altra regola, che è quella che dà a ciascun elemento che interviene la prerogativa di essere un elemento linguistico. Per essere un elemento linguistico occorre che sia connesso ad altri elementi ed avere una sua specificità, deve escludere, cioè, necessariamente altri.

Su questa esclusione è costruita tutta la lingua. Così come avviene anche nel gioco numerico, ciascun numero esclude necessariamente gli altri, non sarebbe possibile fare nessun conteggio se ciascun numero significasse qualunque altro. E così ciascuna lettera. Se la A può voler dire anche B, E, D, non è possibile costruire nulla.

E, quindi, sono regole di esclusione.

 

Intervento...

 

Supponiamo, per esempio, che io definisca comunicazione in questo modo: come il reagire da parte dell'interlocutore a ciò che io affermo, in modo coerente a ciò che io affermo. Dove con coerente s'intende questo: l'utilizzo dei significanti in risposta ai miei, che si avvale delle stesse regole. Per cui con casa intende come me in un certo senso, con cane un animale fatto in un certo modo ecc....A questo punto sarebbe difficile argomentare l'impossibilità della comunicazione. Dal momento che la persona risponde a qualcosa che io affermo in modo coerente nel modo che vi ho detto perché utilizza la stessa regola del gioco. Come avviene che sia possibile giocare a poker? Perché si applicano delle regole. Sì, applicare le regole non è altro che seguire una serie di procedure. Qualcuno potrebbe obiettare, come fanno taluni, ma come è possibile imparare queste regole? Sarebbe impossibile imparare queste regole del gioco, la stessa domanda che si fa Wittgenstein, come imparo a parlare? Però questa domanda prevede un momento in cui non ci sia la parola, diciamo che non ci sia il linguaggio. Allora si tratta di una trasformazione dal punto in cui non c'è il linguaggio al punto in cui c'è il linguaggio.

Prendiamo la fase in cui non c'è il linguaggio. Con che cosa so di questa fase in cui non c'è il linguaggio? Già, è la stessa questione che si pone taluno chiedendosi come potrebbe essere senza il linguaggio. Come può farsi questa domanda? Non potendo uscire dal linguaggio porsi la domanda "Come apprendo il linguaggio?" non è di nessun interesse. Non può farsi, è una contraddizione in termini. Può farsi, ma non può portare da nessuna parte, così come la domanda “Come Š nato il linguaggio?” o "Come penserei se non avessi il linguaggio?"

 

Intervento: Quel tizio che ha detto Sandro, è in contraddizione perché comunque come funziona la comunicazione, lui ha già un input comunicativo con le persone.

 

Sì, sì, ma lui sostiene che ci sia la comunicazione. Non sa come né perché però rileva che c'è contrariamente a taluni continentali che invece affermano il contrario, che la comunicazione non è possibile.

 

Intervento: La dà come implicita questa definizione, tutto sommato.

 

Sì, sì. È semplicemente così, un dato empirico. Stiamo comunicando, quindi, c'è comunicazione. È sempre molto pericoloso. Esistiamo quindi, qualcuno ci ha creati. Si vede immediatamente il risvolto che la cosa può portare.

 

Intervento: Gli altri che dicono che non c'è comunicazione, come lo dicono?

 

Quale giustificazione adducono? Sì. Ma, chiaramente anche loro utilizzano la definizione di comunicazione come la precedente, cioè come una trasmissione di dati , d'informazione, comunque di elementi da una persona all'altra. Ora, questa trasmissione dovrebbe avvenire. Pertanto, secondo loro, comporta una variazione nel testo, una sorta di traduzione. Ciò che io dico, anche in questo momento, tutto ciò che io affermo è inserito all'interno di una combinazione, il significante, che appartiene al mio discorso e non al vostro e, pertanto, ciò che io sto dicendo ha un senso particolare nel mio discorso, che non è riproducibile nel vostro. Qualunque cosa io dica è inserita in una combinazione significante il mio discorso e come tale assolutamente particolare. Non è traducibile perché una traduzione, qualunque traduzione voi facciate, comporterà un inserimento di questi elementi all'interno di un'altra stringa di significati che è vostra e non mia. Cambiando la stringa significante, la combinatoria in cui sono inseriti questi elementi cambia il senso. Pertanto ciò che io dico non può essere capito da voi in nessun modo.

 

Intervento...

 

Questa formulazione così continentale è piuttosto ingenua, ripresa in parte dagli scettici e, ovviamente, non tiene conto delle obiezioni più semplici che possono farsi. La prima è quella che ho fatto all'inizio, e, cioè, l'affermare ciò che affermano i continentali dell'impossibilità della comunicazione è possibile perché hanno saputo che altri invece sostengono la possibilità della comunicazione. E come l'hanno saputo se la comunicazione non è possibile? Obiezione legittima. Qualcosa hanno saputo; se sì, come? Visto che rispondono l'hanno saputo, come? Questa è la domanda che si faceva Marconi, e qui entriamo nel mistero gaudioso.

Però è una questione sicuramente importante che forse dovremmo renderla molto chiara, molto semplice.

 

Intervento: Scusi, Faioni, chi è Marconi?

 

Un filosofo del linguaggio.

Un'altra questione è questa del dizionario. Ciascun elemento linguistico esclude necessariamente degli altri. Però quali altri deve escludere? Qui sarebbe anche possibile discuterne. Un elemento linguistico è tale in quanto esclude altri elementi. Però quali deve escludere? Questa è una questione.

 

Intervento

 

E, ma è proprio quello che stiamo cercando, ma prima di perderlo bisogna trovarlo.

 

Intervento: Io dico acqua, così facendo escludo tutto quello che può non rendere chiara questa mia affermazione.

 

Sì, tuttavia potrebbero esserci dei termini discutibili, no?

 

Intervento...

 

Beh, si potrebbe anche dire il contrario. Diminuendo le regole di esclusione si aumenta l'utilizzo di ciascun elemento, invece di essere utilizzato solo in due casi, può essere utilizzato in cinque.

 

Intervento...

 

Le regole di esclusione sono dettate dall'uso del termine, e l'uso è una cosa molto soggettiva, molto varia, piuttosto impalpabile.

 

Intervento...

 

Bisogna che ci sia il significato del cane, certo. Si tratta di formalizzare questo uso.

 

Intervento...

 

È una questione da risolvere. Giovedì prossimo vi darò la risposta precisa e dettagliata. Abbiamo detto che il linguaggio è fatto di regole di esclusione, cioè il significato di un termine è tale perché ne esclude altri. Si tratta d'intendere, cosa che è molto vaga e, appunto, bisogna vedere quanto. Si tratta di trovare un'argomentazione che renda questa affermazione che il linguaggio non è nulla se non differenze molto più precisa. Se no di per sé può anche non significare nulla. Si può obiettare quanto, quali? Se non sai precisare non significa niente.

Uno può tirare la lingua sino a far significare che acqua vuol dire fuoco, volendo.

 

Intervento: Se uno dice: ho tirato il cane della pistola e ho tirato il cane che porto a passeggio.

 

Nel primo caso è una metafora. Cioè nel primo caso utilizza un termine per estensione, per condensazione. Il cane della pistola si chiama così perché anticamente i primi cani, i primi aggeggi avevano quella forma, come la testa di un cane. Però, come abbiamo detto mille volte, è possibile una figura retorica perché c'è un elemento che non varia.

Il cane è fatto in un certo modo, per cui si è pensato di chiamare cane il martelletto che picchia sul percussore, il quale picchia sulla cartuccia, esplode la prima carica esplode la seconda ecc.

 

Intervento: Conferma la prima frase del libro: Se tutto cambia non c'è traduzione e nemmeno se nulla cambia.

 

Sì, perché, lo stiamo dicendo, se una parola cambia in qualunque altra non c'è possibilità di parola. Però, quando si entra nel dettaglio la questione diventa molto più complicata. È questo problema che va risolto.

 

 

 

Giovedì 14 ottobre 1999

 

Discorso paranoico (2)

 

Quella che facciamo qui ogni giovedì è una riflessione più approfondita; martedì scorso abbiamo fatto una chiacchierata intorno al discorso paranoico, una sorta di fotografia dei tics del discorso paranoico, i luoghi comuni a cui si attiene.

Uno fra questi, fondamentale, è quello di immaginarsi al centro dell’interesse del mondo intero. Proviamo a muovere da questa fantasia di essere al centro del mondo, e quindi la poniamo come una sorta di principio, di superstizione, di credenza. Di fronte a un’asserzione del genere, anche se non fa direttamente un’affermazione così impegnativa, occorre porsi in un modo particolare. Abbiamo detto altre volte che non si tratta di spiegare che non è esattamente così ma condurre la fantasia alle estreme conseguenze. Nel caso della struttura paranoica, se voi chiedete “Perché?” ... qui occorre aprire una parentesi perché in effetti non si pone mai un enunciato del genere, questo si trae, non è posto mai in questi termini, è sempre in altri termini, per esempio, “Loro sono così!”, “Tutti fanno questo!” o “Nessuno mi capisce!”. Questo è ciò che ascoltate, il “loro” nel discorso paranoico è una figura fondamentale. Se è questo che si pone come enunciazione, tra le righe c’è evidentemente, se tutti quanti ce l’hanno con me è chiaro che io sono al centro dell’interesse di tutti quanti. La fantasia di persecuzione è una figura che serve a mantenere questa credenza di essere al centro dell’interesse, non ha molte altre funzioni. Essere quindi al centro del mondo, però siccome l’enunciazione è quell’altra, cioè “Tutti ce l’hanno con me!” o “Nessuno mi capisce!, ecc.... (Anche l’essere amati ...) No, nel discorso paranoico no, non è amato da tutti perché non gli interessa, perché se tutti sono cretini essere amati da dei cretini non è una cosa di grande interesse ...

Si tratta, per quanto riguarda l’aspetto tecnico, di muovere in primo luogo da alcune questioni che possono porsi anche sotto forma di domande. Se, per esempio, loro ce l’hanno con me, il portare questa fantasia alle estreme conseguenza comporta il prenderla alla lettera, il prenderla sul serio, quindi se ce l’hanno con me avranno dei buoni dei buoni motivi. Quali? Perché ce l’hanno tutti con me? La risposta più comune nel discorso paranoico è questa: ce l’hanno con me perché non mi capiscono: Ora, il “non mi capiscono” è nel discorso paranoico è uguale al fatto che costoro sono dei cretini: se io sono intelligente e loro sono dei cretini è ovvio che non andiamo d’accordo. Dunque, sono persone che non capiscono, ma che cosa non capiscono? Non capiscono me: Dovete sempre fare il verso della fantasia, qualunque essa sia. Che cosa non capiscono di me? Qui, a questo punto, lungo una conversazione analitica, accade che una persona si trovi suo malgrado costretta a considerare il fatto che non capiscono come lui è fatto, quali sono le sue fantasie. A questo punto, già la questione si pone in termini più precisi e anche più imbarazzanti per il discorso paranoico, come dire che “sono cretini perché non capiscono le mie fantasie”. Certamente c’è un passaggio intermedio, non capiscono me perché io ho ragione e loro no, però a questo punto è chiaro che utilizzerete anche il gioco di mettere alle strette la struttura del discorso: ragione su che cosa, e perché? Può indubbiamente diventare difficile per una struttura di discorso che è fondata su fantasie fornire motivazioni così potenti da mostrare al mondo intero che lui ha ragione e gli altri no, è arduo, dirlo è un conto, provarlo è arduo. Come dire, io sono il più bravo di tutti; va bene, vediamo... Il discorso paranoico crede tutte queste cose perché non le prende sul serio, può crederci se e soltanto se non ci crede seriamente, se non le porta alle estreme conseguenze, altrimenti non ce la fa più, crolla tutto.

Come fare in modo che non fugga dall’analisi? È semplice. Noi sappiamo che cosa attrae il discorso paranoico, da che cosa è fortemente attratto. È straordinariamente attratto dall’intelligenza, dall’intelligenza logica, raziocinante, deduttiva. Ha una difficoltà con la logica, non riesce al paranoico di ragionare facilmente in termini rigorosi e deduttivi. La logica è esattamente il contrario della struttura paranoica, la quale, dovendo pensare continuamente di avere ragione, non può utilizzare un sistema logico-deduttivo perché la distruggerebbe in quattro e quattr’otto, si autodistruggerebbe. Teme la logica però, siccome la teme, ne è attratta perché avverte che è qualcosa che manca, manca al suo impianto per essere a prova di bomba. È questo il motivo per cui è fortemente attratta da questo tipo di logica. Ora, facendo mostra di questo tipo di intelligenza logico-deduttiva, la paranoia non mollerà, è con questo che la tenete saldamente.

È importante sapere che cosa attrae un discorso, da che cosa è fortemente attratto, perché è l’arma più forte per mantenere una persona in analisi e quindi di avere l’occasione di arrivare a un punto in cui è in condizione di intendere il proprio discorso.

Occorre che da una parte si mantenga da parte vostra come analisti un atteggiamento fortemente logico-deduttivo, dall’altra ovviamente fare in modo che questo sistema possa partecipare del discorso paranoico, perché è l’unico elemento che può scardinarlo, sempre chiaramente tenendolo a freno utilizzando la logica, che la paranoia teme fortissimamente. Quello che vi aiuta in questo caso è che se non altro il paranoico cercherà di carpire i vostri segreti e quindi vi starà a sentire, perché altrimenti difficilmente sta a sentire l’altro dato che lo ritiene un cretino, non sta a perdere tempo. A questo punto, il discorso paranoico comincia a considerare la questione logica nel suo discorso, anche se in modo molto marginale, però se incomincia a funzionare questo allora la costruzione di nuovi deliri diventerà più difficile. Il discorso paranoico passa da un delirio all’altro, costruisce una sua visione del mondo che ad un certo punto muta di colpo, ce n’è un’altra e quella precedente non esiste più. E non può esistere per una questione logica, se esistesse sarebbe in contraddizione ma il discorso paranoico non può contraddirsi mai, mai ammetterà una contraddizione. (Ricerca disperatamente un’assoluta coerenza ...) Esatto, è proprio così, e noi gliela forniamo, molto di più di quanto lui voglia tanto che ad un certo punto la sua paranoia gli esploderà in mano.

C’è l’eventualità che se ci riflettiamo bene riusciremo a costruire una sorta di algoritmi in condizione di scardinare qualunque discorso. Questi algoritmi non sono altro che degli schemi di calcolo del discorso che possono non pilotarlo ma rendere il discorso assolutamente limpido, in qualunque istante. C’è l’eventualità che gli umani abbiano cercato da tremila anni a questa parte qualcosa del genere, perché può dare fantasmaticamente una sensazione di onnipotenza e che non riuscendoci abbiano ovviato a questa impotenza inventando dio. Questi algoritmi sono delle procedure di calcolo che consentono al discorso di potersi manifestare con estrema facilità e chiarezza in qualunque momento, come dire che uno sa immediatamente quello che sta dicendo, per quale motivo, che cosa muove a dire una certa cosa, come dire ancora, conoscere esattamente quali sono le regole del gioco che si stanno giocando. Ora, produrre tali algoritmi è come dire mettere chiunque nelle condizioni di potere fare questo molto rapidamente. Questo, come dicevo, non comporta un pilotare il discorso ma averne in ogni istante presente la struttura. Ora, che cosa cercano da sempre gli umani? La verità, l’essere, con tutte le varianti, il bene assoluto, ecc. Che cosa sono questi? Pensate al Faust di Goethe, lui vende l’anima al diavolo per avere la conoscenza assoluta, anche se poi non la ottiene. Ma la conoscenza assoluta di che cosa? Il sapere di che cosa è fatto? È fatto di linguaggio, dei suoi algoritmi, del suo funzionamento, è questo che gli umani hanno sempre cercato, senza però saperlo. È emblematica la vicenda del Faust, come quelli di tutti i filosofi, hanno cercato sempre questo, cioè che cosa fa funzionare tutto, il motore immoto per dirla in altri termini. Non riuscendo in questa operazione hanno inventato dio.

Per esempio, rispetto a quanto stiamo dicendo stasera intorno al discorso paranoico, per costruire un algoritmo occorre muovere da un elemento sicuro. Ora, a noi non interessa se la paranoia muova necessariamente dalla certezza di “avere sempre ragione, non ci interessa, però possiamo stabilire di chiamare paranoia tutto ciò che ha questa prerogativa. In questo modo aggiriamo tutto un problema ontologica, la chiamiamo così in via descrittiva, possiamo anche chiamarla “Pippo”. Dunque, un discorso fatto in questo lo chiamiamo “paranoia”, se muove da una credenza come questa, se crede questo può necessariamente credere alcune cose? Questo è fondamentale, perché se parte da un certo principio e poi può pensare qualunque altra cosa diventa un problema. Che cosa non può non pensare? Intanto, di non avere ragione, per definizione. È chiaro che occorre stabilire che esiste un discorso che muova necessariamente da questo assioma, però diciamo che abbiamo aggirato il problema dicendo che se muove da questo assioma lo chiamiamo paranoia e se muove da questo assioma intanto esclude il contrario, cioè l’eventualità di non avere ragione. Quindi sappiamo che esclude il contrario, e questo in che modo ci giova? Ci giova in quanto insieme con tutto ciò che è contrario c’è tutto ciò che deriva dal contrario. Questo ci consente di costruire una prima direttrice,. Possiamo dire che una definizione del discorso paranoico necessariamente esclude tutto ciò che nega il fatto di avere ragione. Si tratta poi di precisare meglio questo assioma fondamentale, detto così rimane un po’ ambiguo, però forse possiamo riuscirci e cioè costruire tutta una serie di proposizioni a partire da un assioma che risulta necessario - questo “necessario” poniamolo per il momento retoricamente - , cioè costruire una serie di proposizioni che denotano tutto ciò che non può non essere nel discorso paranoico. Ora qui può ovviamente sorgere una questione logica riguardo alla necessità, è tuttavia un problema logico aggirabile. Qualcuno potrebbe obiettarci che non è detto che la paranoia muova da questo assioma. Qui naturalmente l’obiezione è facilmente rintuzzabile, la paranoia non esiste in natura, è un sistema descrittivo quello che usiamo, diamo un certo nome a un discorso che muove da un certo assioma. Ci avvaliamo chiaramente del luogo comune, cioè quello che afferma che da quando Freud ha inventato la psicanalisi con paranoia si intende questo.

Intervento: .........

Sì, certo. Io ho detto dell’avere ragione ma in modo assolutamente provvisorio, si tratta poi di trovare l’elemento che possa poi essere inserito di fatto in un algoritmo e questo non può esserlo, è troppo vago, troppo impreciso, per cui si tratta che cosa è effettivamente irrinunciabile nel discorso paranoico, cioè quell’elemento che troviamo sempre necessariamente in questa struttura. Questo elemento lo dobbiamo trarre dai luoghi comuni del discorso paranoico, cioè quel luogo comune senza il quale non è più paranoia. Questo dobbiamo trovare.

Interventi vari.

Quanto avete detto è molto interessante. Ciò che fa paura, sì. In effetti, ciascuna struttura di discorso si pone come un rimedio. Che cosa spaventa? L’unica cosa che può spaventare è il linguaggio. La differenza fra ciascuna struttura di discorso può consistere in che cosa il linguaggio fa paura: per esempio, nel discorso paranoico è l’aspetto logico, cioè teme quale aspetto del linguaggio può distruggerlo, distruggere un’argomentazione. Questo nel discorso paranoico, nel discorso isterico no, se ne fa un baffo della logica. Quindi, potrebbero essere rimedi alla distruzione che il linguaggio opera rispetto a qualunque asserzione, sappiamo da molto tempo che il linguaggio può distruggere qualunque asserzione, perché è fatto così, può costruire e distruggere qualunque cosa.

Intervento: ...

È vero quello che dice, però è il modo con cui fa questo che lo definisce, lo specifico è il modo con cui pone in atto tutto questo.

Intervento:

La contraddizione è la maledizione del discorso paranoico, mai contraddirsi, un rigore che deve essere fino alla morte, piuttosto la morte.

Quello che più teme del linguaggio è questo aspetto, la logica, la teme e ne è al tempo stesso fortemente attratto. Questo potrebbe essere un primo mattoncino di una costruzione di algoritmi.

Intervento: ...

Freud ha rilevato spesso la questione dell’omosessualità nelle fantasie paranoiche. Freud lo pone come timore perché contraddice qualcosa che per il discorso paranoico deve essere assolutamente saldo come qualunque altra cosa e siccome nel discorso occidentale la sessualità ha una portata non indifferente questo risulta molto rilevante.

Non so se porrei come fondante la questione dell’omosessualità come fondante del discorso paranoico, è un aspetto, potrebbe essere uno degli elementi che interviene necessariamente nel discorso paranoico. Come il discorso paranoico teme qualunque proposizione che contraddice ciò che crede, quindi anche questa.

Intervento: ...

Nella paranoia più che dell’omosessualità patente si tratta della paura dell’omosessualità, il paranoico teme fortissimamente di passare per omosessuale al punto da fare, come accede, di fare la rappresentazione del macho, quello virile.

Intervento: ...

L’omosessuale patente non è necessariamente paranoico, spesso è ossessivo.

Intervento: ...

La questione può essere: come pone riparo al linguaggio? Questa forse può essere una direzione.

 

 

Giovedì 28 ottobre 1999

 

Discorso paranoico.

Discorso isterico (introduzione).

 

Nella tecnica analitica la questione essenziale, per quanto riguarda ciascun discorso, consiste nel portare alle estreme conseguenze il luogo comune che sorregge tale discorso. La questione centrale è sempre la stessa, varia ovviamente il luogo comune su cui si sorregge e il modo di portarlo alle estreme conseguenze, ma l’algoritmo fondamentale è questo, potremmo dirla così in modo approssimativo, ciò che consente al luogo comune di esistere deve essere distrutto, fatto esplodere. Esplodendo che cosa fa? Esplodendo questo luogo comune si dissolve in proposizioni, questa esplosione produce altre proposizioni che, finché permane il luogo comune, non sono consentite, non hanno accesso. Non è che debba avere accesso a delle proposizioni particolari, occorre che un discorso possa avere accesso ad altre proposizioni, qualunque esse siano, il problema è questo, perché ha accesso a molte proposizioni ma non a tutte, alcune no. Alcune sono impedite dal luogo comune, il quale luogo comune ha la funzione appunto di impedire alcune proposizioni. Alcune proposizioni non hanno e finché non avranno accesso non c’è niente da fare, continua a girare in tondo. Ma tenete conto che è possibile intervenire se e soltanto se c’è una domanda di analisi, cioè se la persona ha deciso di mettere in gioco il proprio discorso, sennò non potrete fare assolutamente niente. Potrete chiaramente ascoltare ma l’intervento non è possibile. Ciò che avevamo in animo tempo fa di fare era di porre le condizioni perché delle persone potessero giungere a una decisione del genere. Le condizioni si pongono attraverso delle conversazioni ma l’intervento fuori dell’analisi non solo non hanno alcun effetto ma in molti casi allontanano la persona. Questo è un punto centrale, occorre sempre averlo presente. Le conferenze sono l’occasione per porre le condizioni perché qualcuno possa prendere questa decisione.

Dicevo, dunque, che la questione fondamentale è portare alle estreme conseguenze qualunque assioma, qualunque luogo comune. I vari discorsi di cui stiamo dicendo non sono altro che dei luoghi comuni, il discorso ossessivo si attiene a un luogo comune, il discorso paranoico a un altro, ecc. Dobbiamo intendere come fare esplodere ciascuno di questi assiomi, di questi luoghi comuni, tenendo conto che il luogo comune è fatto tale per mantenersi, per rimanere assolutamente immutato, questa è la sua funzione, che nulla si modifichi, che nulla cambi. E quindi si tratta di inserire degli elementi perché non possa non cambiare. Rispetto al discorso paranoico abbiamo detto che l’arma migliore da utilizzare è quella della logica, come se si trattasse ciascuna volta di costringere il discorso paranoico alla logica, quindi a confrontarsi con ciò che più minaccia la stessa struttura. Quindi, ancora, intervenire in modo massiccio, nel senso di intervenire spesso, ponendo continue obiezioni agli asserti che produce il discorso paranoico. Inoltre, non è affatto una buona idea il supporre che chi si trova in una struttura di discorso paranoico riesca ad ascoltare meglio chi si trova nello stesso discorso, assolutamente no.

Intervento: ...

Vediamo se è possibile costruire una sorta di tecnica. Tempo fa avevo detto che nei confronti del discorso paranoico occorre mostrare una certa superiorità, cioè mai accondiscendere sullo stesso piano. Il paranoico tenta questa operazione, non soltanto lui, condurre la persona che avverte come superiore a qualcosa di eliminabile, pertanto mai recedere da questa posizione. Tutto questo però senza ostentare distanza, mantenere quindi un tono affabile ma facendo la caricatura in alcuni casi, se occorre, anche della superiorità - non che l’analista creda a una cosa del genere ovviamente, è una caricatura – in modo da mantenere il discorso paranoico sempre sulla corda. Cosa vuol dire “tenere sulla corda”? Vuol dire che non gli si dà mai il destro per potere pensare di avere sotto controllo l’altro, non deve avere mai questa impressione, perché se comincia ad avere questa impressione parte con un altro delirio e questo complica le cose, talvolta anche in modo irreversibile, cioè la persona non riesce più ad ascoltare il proprio discorso: se pensa di avere raggiunto la verità allora è finita.

Intervento: ...

Vi faccio un esempio, quello del paranoico proprio d.o.c. Si trova, per esempio, di fronte a una persona che ha molto potere politico ed è interessato. Si farà un tappetino di fronte a questa persona. Appena questa persona perde il potere politico, o comunque se ai suoi occhi perde questo potere politico, questa persona diventa niente, diventa l’ultima persona di questo mondo da trattare come una pezza da piedi.

Intervento: ...

Il discorso paranoico cerca di demolire la persona appena può, soprattutto quella che ritiene più importante. È un lavoro minuzioso, metodico, sistematico, per fare in modo che l’altro cada, finché raggiunge il suo obiettivo, può anche non raggiungerlo mai, il che sarebbe preferibile. Non è che però resta nel frattempo in attesa, lavora, si dà molto da fare in questo senso.

Intervento: ...

Questo potrebbe essere il terzo incontro. Il primo la narrazione, il racconto; il secondo, la tecnica e il terzo la tecnica in atto. Si prende l’assioma principale da cui parte e dal quale procedono altre proposizioni; poi, queste proposizioni si modificano, diventano altre cose, queste cose modificate sono un’altra proposizione ancora, la quale proposizione ritorna al punto di partenza e dissolve questo assioma fondamentale.

Interventi vari: ...

Il discorso paranoico può di primo acchito mostrare aspetti di quello ossessivo ma non lo è. Il dubbio che può enunciare il paranoico è funzionale alla conferma di una sua certezza, nel discorso ossessivo invece non accade. Il discorso ossessivo è caratterizzato da questa impossibilità a decidere, impossibilità a prendere una decisione e quindi agire sulla base della decisione presa. Il discorso paranoico è invece assolutamente sicuro.

Intervento: ...

È vero che il discorso isterico crea un dio per abbatterlo ma la questione è che, mentre nel discorso paranoico l’abbattimento dell’altro è funzionale per diventare dio, nel discorso isterico no, il discorso isterico deve dimostrare paradossalmente che dio non esiste, e che quindi qualunque persona si ponga al posto di dio non sarà all’altezza, sarà sempre un’altra cosa, sempre un altro dio, la verità sta sempre da un’altra parte. Per questo Lacan era affascinato dal discorso isterico che a modo suo indica che dio non c’è, chiunque cerchi di mettersi al posto di dio sarà sconfitto, non sarà dio. Quindi, compie incessantemente questa operazione, con tutti i suoi tic. L’assioma fondamentale è questo, che non c’è dio, non c’è la verità, ma non c’è in quanto non la si trova, non è praticabile, però c’è. L’isteria si fa portavoce della verità che ignora assolutamente, mentre il discorso ossessivo sa perfettamente qual è, l’isteria non sa cosa sia né dove sia, sa soltanto che c’è. L’isteria indica “guardate che questa non è la verità, la verità è un’altra”, “quale?”, ”non lo so, ma non è questa”. L’enunciato dell’isteria è “non è questo”, mentre il discorso paranoico dice “è questo”.

Il discorso isterico non vuole sapere della logica ma in modo differente, cioè è generalmente incapace di condurre un’argomentazione logica, quindi qualunque argomentazione logica venga proposta è assolutamente incomprensibile, non capisce nulla, non sa nemmeno di che cosa si sta parlando. C’è un rifiuto assoluto e questo segue al fatto che, mossa l’isteria dall’idea che la verità esista da qualche parte e di cui lei si fa portavoce anche se la ignora, l’eventualità che qualcuno ponga in discussione anche solo il fatto che ci sia da qualche parte crea uno smarrimento. Il discorso isterico giustifica la propria esistenza con la necessità di dovere muoversi per questa verità che lei ignora. Ma c’è sempre qualche cosa che la muove, qualche cosa che in quel momento è assolutamente necessario, vero, incontrovertibile ma soprattutto urgentissimo. Può essere qualunque cosa, dalla più cretina alla più nobile, non ha nessuna importanza, però deve essere ciascuna volta travolta da questa cosa che mostra che è una verità alla quale occorre obbedire, lei e tutti quanti, tutti debbono obbedire a questa verità. Quindi, la questione è che è pilotata da questa idea di verità rispetto alla quale non recede per nulla al mondo, così come il discorso paranoico non recede dall’idea di possedere questa verità. L’isteria non può recedere di fronte all’idea di essere portavoce di qualcosa che occorre fare, infatti trova sempre qualcuno di cui occuparsi e farsi immediatamente carico del desiderio dell’altro.

Come portare alle estreme conseguenze le fantasie nel caso del discorso isterico? Indubbiamente questa verità assoluta di cui si fa portavoce è ciò su cui occorre che l’analista faccia leva, perché se di che non c’è penserà, non come nel caso del discorso paranoico che siete stupido ma certamente che non avete capito. L’intervento punta a dissolvere la necessità di essere sempre travolta da questa verità, che è poi ciò che il discorso isterico accusa continuamente, la fretta, il dover correre, ecc. È buffa perché è come se fosse sempre assente, travolta da questo pensiero che urge e a cui deve sottostare, soddisfare immediatamente. L’urgenza che enuncia è ciò che deve essere dissolta. L’idea che qualcosa o qualcuno abbia bisogno di lei. Con il discorso isterico non occorre mostrarsi né distanti né superiori, ci pensa già lei, l’isteria, a mettervi in una posizione di superiorità. In questo caso potete giocare questa maschera della familiarità ed eventualmente una certa bonaria severità. Con il discorso isterico funziona, si sente capito, importante, ecc.

Intervento: ...

Sa soltanto che c’è questa verità, è questo sapere che deve essere messo in gioco, anche passando attraverso il suo manifestarsi, cioè il fatto che l’isteria è costretta a indicare come una missione, a indicare che c’è la verità.

 

 

 

4 novembre 1999

 

Bene, allora dobbiamo parlare della questione isterica. In che modo questiona l'isteria. La volta scorsa abbiamo accennato ad alcuni fatti forse più tipici, forse più folcloristici del discorso isterico.

Sì. Che cosa specifica la struttura del discorso isterico? Innanzi tutto un'idea. L'idea, forse vi abbiamo accennato la volta scorsa è che qualche cosa debba essere necessariamente fatta. Questo è uno dei fondamenti del discorso isterico. Che cosa non ha importanza, ma una certa cosa, una cosa x deve essere fatta, a qualunque costo immediatamente.

Il non farla produce, nel discorso isterico un disagio fortissimo e subentra, oltre ad una grandissima agitazione ed eccitazione, anche la sensazione di inutilità, nonostante questa cosa che occorre assolutamente fare possa essere assolutamente inutile, ad esempio, non ha nessuna importanza che sia utile o no, per il discorso isterico diventa uno scopo, in quel momento, della sua esistenza.

Allora, dunque, una qualunque cosa x deve essere fatta immediatamente, ma deve essere fatta perché è come se questa cosa x chiamasse il discorso isterico, cioè avvertisse questa sorta di chiamata o di necessità. Diciamo che, a differenza del discorso paranoico, non afferma la verità ma enuncia una verità che non le appartiene.

Questa verità che non le appartiene riguarda questa cosa x che imperativamente ordina che si faccia qualche cosa. Di fronte a quest'ordine che l'isteria avverte è costretta naturalmente a, non solo farlo, ma che tutti sappiano e partecipino di questa cosa. Perché questo? Intanto perché è costretta a immaginare che ci sia qualcosa che ordini di essere soddisfatta? In primo luogo potremmo considerare che questo è uno dei modi per cui l'isteria a differenza di altre strutture del discorso immagina che il discorso prosegua. Tenendo conto che, ciascuno dei discorsi che stiamo affrontando si costruisce sulla paura, chiamiamola così, che la parola si fermi. Ora, il discorso isterico teme questo in modo particolare.

Nel discorso isterico il linguaggio, mentre il discorso paranoico se ne fa padrone, il discorso isterico lo serve, per così dire. Lavora per conto terzi. La verità sta lì e io devo diffonderla, però non mi appartiene, mi costringe a fare, lo avverte in effetti quasi come una sorta d'imposizione. Cioè, non posso non fare, sono sempre affannatissimi come se corressero dietro a qualcosa, a che cosa? Ad un imperativo.

Sottrarsi a questa cosa comporterebbe sottrarsi al soddisfacimento che avverte come un desiderio altro e l'esistenza di questo altro è ciò che consente di vivere, cioè immagina che sia ciò che le consente di vivere, ma soprattutto, consente al discorso di sopravvivere.

Sì, il desiderio dell'altro è fondamentale nel discorso isterico, è una figura cardine, anche in altri discorsi, ma nel discorso isterico necessita di conoscere il desiderio dell'altro non come il discorso ossessivo, in modo da potere desiderare attraverso l'altro, no, il discorso isterico non desidera attraverso l'altro, il discorso isterico desidera in prima persona, ma deve sapere che cosa l'altro vuole laddove mette il desiderio dell'altro al posto di una necessità, al posto di quella cosa x di fronte alla quale deve assolutamente muovere.

Il desiderio dell'altro, nel discorso isterico è importante, perché spesso è una di queste cose x che mette al posto di questo imperativo, allora l'altro vuole questo allora io devo fare assolutamente questo.

Per esempio, che ne so, tipico caso: a lui gli piacciono i tagliolini al salmone, nei prossimi quaranta anni tagliolini al salmone. Saranno buoni, è vero, ma dopo quarant'anni stufano un po'.

 

Intervento...

 

Perché il discorso ossessivo desidera attraverso l'altro, l'isteria no, non desidera mai attraverso l'altro, l'isteria si espone sempre, subito, non ama i mezzi termini, è sempre in prima fila.

Quindi questo caso è abbastanza frequente perché le persone domandano, quindi mostrano dei desideri a meno che non siano particolarmente tenaci nel discorso ossessivo se non, in qualche modo, mostrano un desiderio. L'isteria immediatamente trasforma questo desiderio dell'altro, può anche essere una presenza, immediatamente diventa un imperativo categorico, devo fare così, assolutamente. Ma, questo può essere qualunque cosa, può essere, che ne so, una cosa da mettere in ordine, devo mettere via quest'accendino, ecco, questa cosa può diventare un imperativo assoluto, per cui deve assolutamente, magari c'è una persona che sta morendo, però prima deve mettere via questa cosa.

È interessante riflettere sulla natura di questo imperativo, visto che nessuno le chiede niente, però parte in quarta, ha bisogno di essere domandata, l'isteria, chiaramente poi si lamenta subito perché non ha tempo di fare queste cose, ma la necessità di essere domandata ha un risvolto, cioè finché è domandata da qualcuno quel qualcuno la desidera se c'è un desiderio di qualcuno nei suoi confronti allora c'è qualcosa per cui muoversi, per cui esistere. Questo è tipico nel discorso isterico. Laddove avverta che nessuno la desideri c'è la depressione, è molto frequente la depressione nel discorso isterico.

Gli psichiatri chiamano questo con ciclotimia, che è come dire: lunatico.

 

Spesso sono raffigurazioni messe in atto dal discorso isterico, perché una persona che passa dalla depressione più profonda allo stato maniacale più eccitato, lo stato maniacale più eccitato è difficile trovarlo in un'altra struttura del discorso che non sia nel discorso isterico. Difficilmente troverete, anche il discorso paranoico può essere eccitato ma, non in modo così forte, così esagitato, questo è tipico dell'isteria. Tipico dell'isteria quando avverte che non c'è un desiderio, non c'è un qualche cosa che la desideri, può essere anche qualche cosa, non necessariamente qualcuno, qualcosa che desideri nel senso di: ecco questo accendino deve essere messo a posto, questo è un esempio di qualche cosa che la desideri e quindi immediatamente deve precipitarsi.

Quando questo non c'è o gli sembra che non ci sia, piomba nella depressione. Immediatamente la sua vita non ha più nessuno scopo, nessun senso, perché non c'è nessun accendino da mettere a posto.

 

Intervento...

 

Fino ad un certo punto, perché, ha fatto bene a porre la questione perché stavo per arrivarci, prende il desiderio dell'altro e lo manovra. Cioè è necessario che qualcuno la desideri, il punto in cui avverte il desiderio dell'altro, immediatamente se ne appropria. Non per prenderne il posto come fa il discorso paranoico ma per dirigerlo, per manovrarlo. Per farne una cosa sua. Tempo fa si diceva che uno dei luoghi comuni del discorso isterico è che crea un Dio per abbatterlo, nel senso che prende il desiderio dell'altro e, immediatamente, svuota l'alto, l'altro diventa soltanto il supporto di un desiderio che lei utilizza per controllarlo, nel controllarlo, nel discorso isterico, non è altro che avere un qualche cosa per cui fare.

E, poi, chiaramente se l'altro si crede lui padrone del suo desiderio allora l'isteria non gioca più, perché deve mantenere questo suo possesso sul desiderio dell'altro. Controllandolo immagina che ci sia sempre un qualche cosa che desidera e, quindi, qualcosa da fare, perché questo è fondamentale, che ci sia qualcosa da fare, non c'è niente da fare. Se l'altro si rimpadronisce del proprio desiderio lo sottrae all'isteria e all'isteria questo non va giù.

Lo prende immediatamente come un abbandono, L'isteria non ha problemi ad abbandonare, contrariamente al discorso ossessivo che può metterci molti anni prima di decidersi a lasciare una persona, il discorso isterico ci mette pochi minuti.

 

Intervento….

 

Però, dicevamo che ciascun discorso è costruito sulla necessità di porre argine alla paura che il discorso possa arrestarsi, quindi, il discorso isterico si arresta se non c'è nulla che la desidera, cioè che desiderando la costringa, come dire che il discorso in questo caso, mentre il discorso si fa padrone, il discorso isterico invece non è padrone, lo serve ma nel senso che lo controlla, il desiderio e, quindi, il linguaggio, mettiamola così, provvisoriamente, il linguaggio c'è e governa tutto, io non ho controllo sul linguaggio ma so come funziona e faccio in modo che gli altri lo sappiano. Il discorso paranoico dice: io sono padrone del linguaggio, nell'isteria no, non c'è mai questa questione, non è padrone di qualche cosa.

Il linguaggio, pertanto, prosegue se si manifesta sotto forma di desiderio nei suoi confronti.

Quindi, se non c'è questo desiderio nei suoi confronti il linguaggio si ferma e immediatamente, piomba la depressione più nera. Infatti moltissimi casi di depressione riguardano il discorso isterico.

Gli psichiatri ignorano questo, ma l'isteria è facile alla depressione. La fanciulla che era qua l'altra sera si trova evidentemente in un discorso isterico e, non a caso, parlava di depressione.

Perché hanno sempre bisogno che qualcosa la sostenga, la tenga sulla corda, è tenuta su soltanto da questo.

 

Intervento: dalla paura dell'inutilità.

 

Intervento: come se non ci fosse mai riposo.

 

Sì, in effetti il discorso isterico è provvisto di grande ottimismo, va sempre tutto bene, fino al punto in cui va tutto male. Tutto bene, tutto prosegue regolarmente, però è tenuta letteralmente in piedi da questa idea che ci sia qualcosa che desidera, qualcosa da fare, ha questo imperativo senza il quale è il nulla. Il discorso isterico non è in condizioni da solo di esistere, necessita dell'altro. Come nel discorso paranoico ma la funzione dell'altro è differente. Nel discorso isterico l'altro ha la funzione del desiderante, nel discorso paranoico no, è colui che deve essere addestrato, educato.

Al quale si devono spiegare come stanno le cose.

 

Intervento: Per entrambe queste strutture l'altro è necessario?

 

Sì, assolutamente. Ha una funzione essenziale in quanto è come se fosse portatore di un aspetto che è quello che consente al linguaggio di proseguire. Il discorso paranoico prosegue se c'è qualcuno a cui dirlo, il discorso isterico prosegue se c'è qualcuno che, desiderandolo, lo fa proseguire.

Possiamo anche parlare di una questione che riguarda le donne che è la maternità, nel discorso isterico. Perché l'idea che ci sia un neonato che ha bisogno di tutto, quindi desidera, e in più c'è tutto un apparato statale e istituzionale che lo supporta, fornisce al discorso isterico una carica e una giustificazione all'esistenza formidabile.

 

Intervento...

 

Sì, si sente soprattutto utile quando c'è o qualcosa o qualcuno, in questo caso, che ha bisogno di lei. Che desidera tutto e, quindi, lei ha sempre da fare, e quindi la sua esistenza è giustificata.

In molti casi il discorso isterico produce figli per questo motivo, non sempre, ma spesso.

 

Intervento: C'è anche quel proverbio che dice "Non rimandare a domani le cose che puoi fare oggi", così uno non si annoia, no?

 

Sì, secondo il luogo comune che diceva Cesare ci sono delle persone che si lamentano perché hanno mille cose da fare, se non ci fossero sarebbe una tragedia. Però questa lamentela è tipica di tutti i discorsi è un modo in cui non si accoglie la responsabilità, il fatto che ho necessità di questo.

Il non accogliere questa responsabilità si annuncia con "devo farlo, poverina me".

 

Intervento: Si annuncia come un peso.

 

Sì, perché se potesse accogliersi questa responsabilità già il discorso cambierebbe, non sono queste cose che mi s'impongono ma sono io che ho bisogno di loro, e, allora già, c'è il contraccolpo.

Per anticipare qualcosa sulla tecnica psicanalitica nel discorso isterico che cosa vuole l'isteria? Si diceva una volta, si leggevano diverse cose sia di Lacan sia di Verdiglione, il discorso isterico vuole l'impossibile, perché vuole l'impossibile? Questo è tratto dal fatto che qualunque cosa voglia e ottenga, ciò che ha ottenuto cessa di desiderare e, quindi, immediatamente deve avere un'altra cosa che costituisca un altro imperativo per muoversi.

Vuole l'impossibile, quindi, è esattamente ciò che si diceva tempo fa, cioè portare alle estreme conseguenze la struttura del discorso, nel caso del discorso isterico questo è impossibile, bisogna fornirglielo in modo tale che rimanga impossibile, mai possibile.

Che cosa è impossibile nel discorso isterico? Il discorso dell'altro, il desiderio dell'altro. Il desiderio dell'altro che deve essere sempre presente, sempre pressante, quindi, col discorso isterico occorre che voi, nella posizione di analisti, domandiate, esigiate, continuamente, praticamente ininterrottamente, senza tregua.

Ma esigiate cose che, chiaramente, sono utili al percorso, ma esigere in questo caso che cosa, soprattutto? Visto che il discorso isterico immagina di dire una verità che non le appartiene, e dalla quale lei è esente, perché si fa solo portavoce, allora imporre anche, in modo differente dal discorso paranoico, il rigore, al discorso isterico, ma non attraverso una questione logica, ma nella condotta. Il discorso isterico, almeno nel luogo comune, è piuttosto sconclusionato, casinista.

Tutto arruffato, sempre tutto esagitato, imporre il rigore assolutamente. Anche perché questo costituisce una sorta di argine a questo suo inarrestabile, questa cascata inarrestabile di cose da fare continue, il rigore estremo, nella condotta. Il discorso isterico la logica non sa neanche cosa sia, per cui muovere in termini logici nel discorso isterico, a meno che non ci sia un percorso, altrimenti non capisce neanche di che cosa state parlando.

 

Intervento...

 

Rigore nella condotta, cioè imporre delle condizioni precise, imporre delle cose da fare, imporre, che ne so per esempio, delle letture, imporre di fare certe cose e seguire certi corsi, certe cose, no? Come dire fare la caricatura del verso del discorso, no? Il discorso isterico immagina di essere schiacciata sempre da imperativi, che poi non esistono, noi glieli forniamo.

 

Intervento: Fare il suo gioco, insomma.

 

Sì, portandolo alle estreme conseguenze, cioè facendo in modo che sia sempre e comunque in difetto, perché se io dico a una persona di leggere sarà sempre comunque in difetto no? perché di cose da leggere ce ne sono sempre dei miliardi, è buon gioco no? dire "Ma allora non ha letto questo"...

Chiaramente questo all'interno di un'analisi, torno a dire e non mi stancherò mai di ripetere, fuori dall'analisi questo non serve assolutamente a niente. Al massimo ve la inimicate.

Sì, invece, lungo l'itinerario analitico, la persona è in altre condizioni e, quindi, dovete sfruttare questo modo, no? Perché finché si sente domandata avverte che primo: è importante, perché qualcuno la desidera, desidera qualcosa da lei; secondo, le cose che incomincia a fare ovviamente già sono importanti, è importante cominciare a leggere, cominciare a occuparsi di alcune cose, comincia a muovere anche l'intelligenza. Quanto vi dicevo serve per i primi passi di un'analisi, poi chiaramente la cosa mano a mano prende piede, non c'è più la necessità di star lì a fare delle rappresentazioni, però quello che necessita nel discorso isterico inizialmente è questo, che facciate la caricatura della sua struttura, e cioè un imperativo ma impossibile da soddisfare, perché voi desiderate sempre di più.

 

Intervento: Cos'è che muove nel discorso isterico oltre al disagio dell'inutilità?

 

La depressione, nove volte su dieci. Più o meno marcata, in genere è questo. Sì, depressione anche se non ha ancora raggiunto livelli alti, però la sensazione di essere inutile, di non avere scopo, di non trovare motivo, questo.

Quindi, l'intervento dell'analista nel discorso isterico occorre che sia non massiccio come nel discorso paranoico ma, questo sempre per i primi passi dell'analisi ovviamente, perché mano a mano che l'analisi si evolve le condizioni mutano ovviamente, il percorso analitico si svolge sempre più come conversazione intellettuale, visto che è un percorso intellettuale, però prima che diventi una cosa del genere, ecco allora lì intervenire poco e poi attenersi sempre a un atteggiamento sempre molto rigoroso, talvolta sfiora anche quasi la severità, ma sfiora senza raggiungerla mai. La necessità del discorso isterico di avvertire che l'altro non è soddisfatto, no? Se l'altro non è mai soddisfatto, mentre negli altri discorsi c'è l'abbandono, il discorso isterico no, insiste, non molla.

Deve controllare questo desiderio, deve farlo suo quindi soddisfarlo. E, quindi, fare in modo che si senta sempre un passo al di qua e in ogni caso fare sentire sempre una vicinanza. Ecco, il discorso isterico ha bisogno di sentire vicinanza, non quella distanza di cui parlavo per il discorso ossessivo, rigore non distanza, tenendo conto che si tratta di indicazioni un po' empiriche, però..

 

Intervento: Le figure retoriche che intervengono nel discorso dell'anoressia, quali sono? Si attengono al discorso isterico? Una anoressica si trova nel discorso isterico o ossessivo o che?

 

L'anoressia generalmente sembra ossessiva, che poi volge in paranoia. Un caso d'isteria in cui sia subentrata l'anoressia non l'ho mai riscontrato, Mi pare difficile che un discorso isterico possa diventare anoressico. Non lo escludo però mi sembra poco portato.

Il discorso isterico è troppo occupato col desiderio dell'altro, dal soddisfare il desiderio dell'altro. Ci vuole per l'anoressia un discorso che sia più chiuso in sè, un discorso dove si rappresenti il rifiuto questo è tipico del discorso ossessivo, la rappresentazione del rifiuto, l'isteria non rappresenta mai il rifiuto, non sa neanche cosa voglia dire. l'isterica aggredisce però aggredisce con impeto mentre il discorso paranoico aggredisce con ferocia; il discorso isterico no, magari fa più danni, però senza accorgersene. Il discorso ossessivo è più programmato. Il paranoico non fa nulla senza avere un piano prima, mentre il discorso isterico un piano non sa neanche cosa sia. È improvvisato perché qualunque cosa accade è come se, diciamola così, fosse alla ricerca dell'imperativo del momento. Quindi non può programmare niente perché può cambiare da un momento all'altro. Non programma nulla, questa è un'altra differenza fondamentale tra il discorso isterico e quello paranoico. Il paranoico programma tutto, studia giorno dopo giorno, Il discorso isterico vorrebbe ma non riesce, pensa un sacco di cose tutte contrastanti una con l'altra.

 

Intervento...

 

L'isteria è troppo attenta al desiderio dell'altro per potere programmare qualcosa. Perché programmare qualcosa vuol dire pensare: "Adesso faccio questo". Il discorso isterico no, si mette subito al posto dell'altro, fa subito un grande macello, cioè immagina cosa pensa lui o lei, non ha una programmazione.

 

Intervento: Mi viene in mente Freud, l'isteria di conversione, dove c'è questa conversione in un male fisico si evita la depressione. È il sintomo che parla da solo, che blocca la cosa. L'isteria che porta la depressione in analisi è un'isteria d'angoscia, un malessere tutto cerebrale...

Sono due percorsi da distinguere.

 

Sì, dicendo che rappresenta un desiderio dell'altro diciamo anche che lo può rappresentare fisicamente allora in questo caso ci sono una sorta di paralisi isteriche, andavano più di moda il secolo scorso, adesso un po' meno, queste rappresentazioni sono quelle che faceva Charcot alla Salpetrière. Oppure rappresenta l'assenza del desiderio dell'altro attraverso la depressione e se invece il desiderio dell'altro è presente, allora lo rappresenta attraverso una sorta di insoddisfacibilità del desiderio. Lo mette in atto non riuscendo a concludere niente, il desiderio è sempre insoddisfacibile, non riesce mai a soddisfare questo desiderio e lo rappresenta in questo modo, lo rappresenta nel rincorrere sempre qualche cosa

 

Intervento: Quindi sempre d'impotenza si tratta

 

Sì. Anche il discorso paranoico denuncia l'impotenza, ogni tanto si trova il contraccolpo che è violento.

 

Intervento: Quindi nell'isteria di conversione è abbastanza facile intendere qual'è la fantasia.

 

È interessante questo. Anche quando c'è la depressione il discorso isterico è comunque una sorta di rappresentazione del fatto per esempio che, nel caso di una fanciulla, che l'altro non la desidera più e mette in scena questa cosa l'assenza di desiderio, allora io non sono niente, non desidero niente solo perché l'altro non la desidera o immagina che non la desideri più. Deve sempre comunque mettere in scena questa rappresentazione, comunque sia.

 

Intervento...

 

Sì, il discorso ossessivo si vieta il desiderio, vietandosi il desiderio si vieta qualunque cosa. È tutto vietato. Il discorso ossessivo si vieta, si vieta qualunque cosa fino al punto di rappresentare il rifiuto da parte dell'altro.

 

Intervento...

 

Sì il discorso ossessivo non può desiderare, costringe l'altro a desiderare, o meglio a costringerlo a desiderare. Lo costringe a fare le cose che lui desidera ma che si vieta. Allora se l'altro lo costringe, allora sono costretto...Mentre l'isteria non costringe l'altro, costringe lei. Ma il discorso isterico come ciascun altro discorso è interessante, perché sono raccolte di luoghi comuni, sono summe di tutti i luoghi comuni del discorso occidentale; tutte le superstizioni nei vari discorsi le trovate tutte, più o meno assemblati, Tutto ciò che gli umani si sono costruiti per arginare il linguaggio, per supporre di potere controllare, È una costruzione incredibile, per niente, assolutamente per niente.

 

Intervento...

 

Sì, sì. I tic sono fondamentali nell'isteria di conversione, cioè rappresenta qualcosa che si è desiderato da lei e che non è riuscita in qualche modo a soddisfare, è rimasta una traccia, conserva una traccia. Spesso sul corpo dell'isteria ci sono tracce.

 

Intervento: È importante il corpo nell'isteria, tutto sommato.

 

Sì, si pensava che fosse una prerogativa femminile, mentre no, l'isteria come ciascun discorso...

 

Intervento...

 

Così come è stata descritta la figura di Cristo è una figura isterica, il Dio è una figura paranoica. Però la figura di Cristo è una figura isterica, infatti l'enenciato "Prendete e mangiate questo è il mio corpo" è tipica del discorso isterico. E poi anche lui parla in nome del Padre, mica sono io che.. no è Lui.

 

Intervento...

 

Ma lì è difficile perché in effetti si oscilla fra lui quando parla per sè, quando parla per il padre. Quando parla per il padre dice io sono la via, la verità, la vita, io sono...allora è molto più prossimo al discorso paranoico, è difficile in questo caso perché oscillano le due persone, però la sua figura è un po' come i mistici no? I mistici si trovano nel discorso isterico. S. Teresa d'Avila, S. Giovanni della Croce...

 

Intervento...

 

Sì, la questione del corpo nel discorso isterico è fondamentale, per gli aspetti che abbiamo discusso.

 

Intervento: ci avviciniamo alla questione dell'omosessualità nei vari discorsi...

 

Sì, certo.

 

Intervento...

 

Sì, parlo di un caso che mi è capitato sull'isteria, non di conversione ma di angoscia.

Ci vediamo martedì, buonanotte.

 

 

 

11 Novembre 1999

 

 

Il discorso isterico desidera in prima persona. Il discorso ossessivo desidera facendo in modo che sia l'altro a costringerlo a desiderare qualcosa.

 

Intervento: Ecco, il desiderio dell'altro in questi due discorsi. Perché, per esempio, emerge anche in analisi, questa questione dell'essere desiderato è essenziale, no? Si tratta o di provocarlo in qualche maniera, c'è anche l'aspetto della seduzione, è importante perché in questo modo si provoca il desiderio dell'altro, quindi questa necessità dell'altro che desidera.

È più sul versante del discorso ossessivo o su quello del discorso isterico? Perché Freud poneva l'essere amato più verso il discorso ossessivo. C'è qualcosa per cui è il desiderio dell'altro che funziona, il proprio desiderio non interviene mai. Come se il proprio desiderio fosse il desiderio dell'altro.

 

Non interviene mai in nessun discorso, c'è sempre un problema rispetto alla responsabilità. Il discorso isterico, il desiderio, sì, è suo certo, è lei che desidera, ma perché c'è questo altro elemento che la costringe e che bisogna soddisfare. Quindi lei desidera, compie questa cosa che deve essere compiuta.

Assolutamente. Mentre il discorso ossessivo non si espone mai, è un altro modo per non esporsi. Anche il discorso isterico, se volete, non si espone. Agisce sempre per conto di questa altra cosa che s'impone, che lei deve fare assolutamente. Infatti in analisi occorre che giunga a considerare che è lei che lo vuole. Rispetto a ciascun discorso l'analisi giunge a questa istanza, cioè l'accoglimento del proprio desiderio, la responsabilità di ciò che si dice.

Però, certamente il discorso ossessivo passa attraverso invece, è sempre una costrizione anche qui, è l'altro che deve costringermi a fare ciò che io voglio fare.

E faccio in modo che lo faccia, stando in attesa che l'altro si muova, muovendosi mi costringerà a fare questa cosa. Adesso schematizzo molto, ma è sempre, come dire, una sorta d'imposizione che nel discorso isterico viene da qualche cosa che lei avverte che deve essere fatta assolutamente, e nel discorso ossessivo, invece, la aspetta dall'altro, è in attesa.

Il discorso ossessivo provoca perché l'altro costringa, il discorso isterico non provoca nulla perché la costruzione c'è già, è già presente, nel discorso ossessivo, no.

Nel discorso isterico è già tutto presente, vive nel presente. Il discorso ossessivo più nel futuro.

 

Intervento...

 

Provoca perché l'altro reagisca e costringendolo a fare delle cose. Ma è una provocazione molto diversa quella del discorso isterico da quella del discorso ossessivo., badate bene, totalmente diversa.

Il discorso isterico provoca di petto proprio, apertamente e senza mezzi termini.

 

Intervento...

 

Il discorso ossessivo no, non affronta mai di petto, sempre per vie traverse.

 

Intervento: L'astuzia.

 

S, esatto. Mentre il discorso isterico no.

 

Intervento...

 

Mentre questo è totalmente assente nel discorso isterico. Il discorso ossessivo fa in modo che l'altro lo costringa. In questo modo rimane coperto, difficilmente si scopre il discorso ossessivo, è sempre ben protetto. Il discorso isterico la prima cosa che fa è esporsi. Infatti ve ne accorgete quando c'è una persona che si trova nel discorso isterico perché si mette in mostra, subito. Il discorso ossessivo esattamente il contrario, fa in modo di non essere osservato. Vedete il caso tipico tra un isterico ed un ossessivo. L'isterica si mostrerà in tutti i modi, tutti quelli che conosce, farà in modo che proprio non possiate non vederla, la fanciulla del discorso ossessivo, invece, la vedrete in un angolino che cerca di non essere vista. Ve ne accorgete subito.

 

Intervento...

 

Sì, certamente. Adesso parlavo dell'aspetto seduttivo nei confronti dell'altro.

 

Intervento: Se questa seduzione raggiunge un risultato...

 

Sì. Nel discorso ossessivo? Il discorso ossessivo, beh, allora si fa...dipende dalla reazione dell'altro. Perché se l'altro lo aggredisce allora si fa piccolo, piccolo, se l'altro si fa piccolo allora cerca di ridurlo a nulla. Perché l'altro è sempre una figura problematica, e deve comunque essere eliminato. Se voi considerate tutti i discorsi, ciascuno a modo suo, cerca la distruzione dell'altro. Perché è sempre l'altro depositario, in un modo o nell'altro. A seconda del tipo di discorso, il proprio desiderio, abbiamo visto anche nel discorso paranoico la funzione fondamentale che ha l'altro in quanto colui che, essendo da addestrare, mantiene in vita le paranoie, senza questo la paranoia cessa di esistere. E, quindi, il suo desiderio, quello dell'altro nel discorso paranoico deve essere educato, tu devi fare le cose che io so che per te sono buone, no? Quindi va addomesticato. È sempre una sorta di eliminazione dell'altro che, dicevo, è una figura complessa nei vari discorsi. Perché, da una parte, è lui che supporta il desiderio, dall'altra, supportandolo, è un pericolo. Deve essere comunque sempre controllato, perché è come se gli si mettesse nelle mani la propria esistenza. I modi differenti di compiere questa operazione stabiliscono la differenza nei vari discorsi.

Ma da una parte deve essere eliminato, dall'altro sostenuto. Questo è sempre un grosso problema nei confronti dell'altro nei vari discorsi.

Nel discorso isterico è depositario di questa necessità esterna sempre estrema, sempre impellente, sempre necessaria. Nel discorso ossessivo non è altro che la proiezione del proprio desiderio, io non posso desiderare, faccio in modo che sia lui a desiderare per me o a costringermi a fare questa cosa, per cui se la faccio non è più perché la voglio io ma la vuole lui.

 

Intervento: Come se dovesse ricevere un'autorizzazione.

 

Sì. Il discorso isterico dice voglio, il discorso ossessivo dice posso? Anzi, più propriamente, il discorso isterico dice: DEVO, il discorso paranoico dice: VOGLIO.

 

Intervento: Perché fare tutte queste proiezioni sull'altro? Che scopo hanno?

 

Perché se non lo facessi allora tutto ciò che io dico mi appartiene, tutto ciò che è intorno a me mi appartiene. Appartenendomi non ha altro referente all'infuori di me, quindi a quello che dico, cioè si trova davanti alla questione linguistica. Dico delle cose di cui sono responsabile. Ora, questa responsabilità è ciò che il discorso occidentale ha cercato di eliminare. Uno dei motivi è che soltanto attraverso questa eliminazione è possibile governare, per esempio, e, quindi, se una cosa del genere cessasse di esistere tutto il sistema occidentale crollerebbe, dovrebbe essere ricostruito altrimenti.

 

Intervento: Ma perché fa così paura una cosa del genere, tutto sommato?

 

Perché se sono io responsabile di quello che dico allora sono solo con il mio discorso, e non posso più fondarmi su tutto ciò che il discorso occidentale può. Tutte le cose in cui credo, i miei tic, le mie superstizioni subito precipitano nel nulla. È lo stesso motivo per cui le persone credono, per cui esiste il discorso religioso. Perché se tutto crolla, tutto precipita il discorso si ferma, la parola si ferma e io muoio. È costruito perché il discorso possa proseguire in questa superstizione che afferma che se non c'è qualcuno che dirige , che controlla il discorso si arresta.

 

Intervento...

 

La supposizione che esiste qualcosa fuori dal linguaggio è autocontraddittoria. Se è autocontraddittoria comporta che da una parte bisogna mantenerlo e dall'altra che si distrugga. Per raffigurare questa sorta di autocontraddittorietà.

Freud la descrive nel saggio "L'IO e l’Es", e anche e soprattutto nella psicologia delle masse. La funzione del capo. È emblematico quello scritto per intendere come funziona qualunque stato, qualunque governo. Da una parte, il governante capo deve essere inseguito finché non commette il primo errore, dove viene ucciso.

 

Intervento...

 

Gli umani hanno soltanto un unico riferimento di cui dispongono e che è la parola, quindi la cosa che possono naturalmente temere, se gli è consentito di farlo, è che la parola cessi. È l'unica cosa di cui dispongono. Questa è l'unica paura che possono avere, ma possono nel senso che è l'unica della quale abbiano qualche strumento.

E, quindi, la paura è che il discorso si fermi. Non è che muore perché il discorso si ferma, ma la morte non è altro che l'arresto del discorso, non è raffigurabile in nessun altro modo. E cioè la paura di non potere più parlare, la parola non c'è più. Questa è la morte, l'unico modo di potere pensarla, attraverso il linguaggio. Tutto è stato costruito per evitare che il discorso, la parola si fermi.

Tutte questa figure. Ora, sì, certo la parola non si ferma, in ogni caso, però se gli umani non avessero questa paura non sarebbero governabili, molto probabilmente. O non nella misura in cui questo avviene.

L'abbiamo detto anche tempo fa se facesse presa su vasta scala il discorso che stiamo facendo l'ordinamento sociale precipiterebbe, non sarebbe più sostenuto. Si sostiene su questo, sul fatto che qualcuno si fa garante del fatto che la parola non finirà mai. E, tutto si tiene in piedi molto probabilmente su questa paura. Tolta questa paura...

Una persona non è più governabile.

È previsto benissimo, senza la paura non si governa. Senza il senso di colpa e tutti gli annessi e connessi. È una questione di cui si può anche tenere conto nella pratica analitica. Tenere conto cioè che la paura che una persona enuncia, esprime, manifesta, è la paura che il discorso si fermi. Se voi pensate bene, gli umani vivono del e nel linguaggio, non possono fare altrimenti. Quindi tutto ciò di cui dispongono è una costruzione del linguaggio.

Fuori dal linguaggio non c'è niente. Pertanto l'unica paura che possono avere è di essere fuori dal linguaggio. La morte non è che questo: l'assenza di parola. Non possono, come dicevo prima avere paura di nient'altro.

La paura della morte è una costruzione consentita dalla struttura linguistica che consente di pensare la morte, ma viene pensata attraverso l'unico strumento che gli umani posseggono, cioè il linguaggio.

Quindi è l'assenza del linguaggio che raffigura la morte.

 

Intervento...

 

La genialata della chiesa quale è stata? Di tutte le chiese d'oriente e occidente? Voi morite tranquillamente, ma la parola continua, perché continuerete a parlare con Dio e con i santi. E questo in tutte le religioni. Tutte sono fondate su questo, la morte non fa cessare la parola. Non posso evitarla nel cagnolino, o si trova con le famose sessanta vergini...

 

Intervento...

 

No, nessuno si pone la domanda in questi termini.

 

Intervento...

 

A quel punto, lei, Cesare, può domandare, e allora? Supponiamo che sia come dici tu, e allora che succede?

 

Intervento...

 

Come dire che un'analisi riesce laddove s'installa la certezza inesorabile che la parola non si fermerà, in nessun modo. Che non c'è nulla al mondo che la possa fermare. A questo punto cessa di avere qualunque paura. Chiaramente occorre esplorare tutte le varie fantasie che rivestono una cosa del genere.

Però occorre che giunga a questo, cessare di aver paura che la parola si fermi. A questo punto cessa anche la paura della morte, e di qualunque altra cosa.

Per questo il discorso che facciamo è il più sovversivo che mai sia stato inventato, anche le più feroci rivoluzioni ristabiliscono sempre ciò che hanno distrutto, per una questione psichica, sempre Freud descrive bene in Totem e Tabù. Il senso di colpa per aver ammazzato. Io ho una persona che detesto a morte, prendo la rivoltella e gli sparo in testa. Dopo, questa persona cessa di essere un nemico e diventa un santo, comunque una persona che va rispettata, È un luogo comune che dice che i morti diventano migliori, Ecco, questo è il motivo per cui anche le rivoluzioni più feroci, dopo la rivoluzione più feroce segue un periodo di restaurazione, sempre.

La restaurazione perché si deve espiare questo crimine che si è compiuto, invece in questo caso no; non c'è nessun senso di colpa, nulla da espiare.

Quello che fa la nevrosi, la grande rivoluzione, cioè cerca sempre qualche cosa, un rivolgimento definitivo, in modo che la vita cambi finalmente.

 

Intervento...

 

A volte basta uno schiaffo. A me è successo una volta. Era la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ho fatto questo perché mi sembrava il sistema più spiccio, però ha funzionato, nel senso che ha fatto da argine nel momento in cui non c'era più nessun punto di tenuta. Intanto la violenza del gesto e, poi, un po' come avviene per i bambini, no? Si psicotizzano molto frequentemente, molto facilmente.

 

Intervento: Come nello shock, spesso uno schiaffo è utilissimo ad interrompere uno stato emotivo.

 

Perché costituisce da una parte un argine a questa caduta senza freni, dall'altra c'è il contatto fisico che in alcuni casi funziona e dall'altra ancora il fatto che con questo gesto la persona è interessata a me, non è solo e abbandonato. Il contatto fisico rimarca questo aspetto. È un modo per far sentire la presenza, in casi proprio di psicotizzazione, adesso non è che sia una legge, mi è successo una volta e basta, però...

Sono luoghi comuni e come tali vanno presi, ovviamente. Il fatto che in alcuni casi ci sia una richiesta, occorre che ci sia l'interesse da parte di qualcuno, devo sentire che ci sono per qualcuno, in qualunque modo e a qualunque costo, anche in quel modo lì, va bene.

 

Intervento: In questo caso sembra una richiesta.

 

Sì, sì. È una cosa del genere. È quasi come se la persona chiedesse di essere fermata.

 

Intervento: Ci sono dei casi in cui lo schiaffo non serve assolutamente a nulla. Parlavo di una psicosi descrittivamente dove già Freud diceva che non c'è possibilità di contatto con una persona così.

 

Occorre il modo per instaurare un contatto.

 

Intervento: Ma la persona dello schiaffo era una nevrotica normale o che?

 

Sì, sì. Era una psicotizzazione dove qualunque intervento era assolutamente inutile, era partita in quarta. Proprio si vedeva che non riusciva più a fermarsi, a contenersi.

La questione della psicosi è ancora tutta da affrontare, perché in alcuni casi non c'è nessun aggancio possibile e lì bisognerebbe inventare qualcosa, ma non è facile. Perché è come, una struttura molto simile in alcuni casi di psicosi, al fondamentalista cattolico, non vede e non sente ragioni, è assolutamente inaccessibile, per quell'aspetto. Lo psicotico estende poi a buona parte della sua esistenza, forse c'è qualche cosa che lascia da parte e su quello bisogna lavorare, ma come il fondamentalista è assolutamente inattaccabile, non c'è verso. È la stessa struttura.

 

Intervento: Io ricordo un paranoico che stava delle ore davanti ad un muro a fissarlo e non c'era modo di smuoverlo. Qualche argomento c'era dove si diceva ma tu non hai mantenuto la tua parola d'onore di fronte a quella cosa l allora s'incrinava un momento, poi subito a fissare.

 

Allora abbiamo dato questo titolo che non ricordo più, le sante e le streghe e il sottotitolo è tecnica analitica nel discorso isterico.

Bene ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

LUCIANO FAIONI

 

La necessità dell'altro

La prima parte dell'incontro è rispetto alle conferenze sul come proseguono e quali siano i modi per continuare, trovare il modo, indica per ciascuno i modi, per esempio, Faioni espone una volta al mese e ciascuno degli altri interviene facendo una "sua" conferenza, un "suo" intervento

 

 

Narcisismo....(risa) la persona che riesce ad attrarre con il suo lavoro e il suo operato non è generalmente la persona che si occupa di sapere che cosa gli altri vogliono, per dirla in termini un po' rozzi, non gliene frega assolutamente niente, ecco, ma procede lungo la sua strada, non senza difficoltà ovviamente non si cura di sapere che cosa gli altri vogliono e quindi che incontri la loro desiderata, in effetti così come state facendo voi, mi sono trovato a riflettere e ho considerato questo la ricchezza di cui disponiamo è il discorso che abbiamo inventato, prima questione, la seconda questione cercare come abbiamo cercato di fare, percorrere tutte lo esiste, con me no, che funzione ha questo altro? O altri, tutte le elaborazioni che ha fornito Freud e poi in seguito Lacan sono assolutamente inadeguate, tutto ciò che afferma Lacan è negabile, potremmo invece costruire qualcosa che invece al pari di ciò che abbiamo iniziato a dire nella Seconda Sofistica, sia sempre assolutamente non negabile? (pensavo al fatto dell'altro come interlocutore, là ciò che si dice è un limite, è come se la cosa potesse in qualche modo essere delimitata) sì certo perché però non potremmo delimitarla noi? (perché è solo al momento che è delimitata che ha una direzione) sì certo però perché questo non posso farlo io? Cioè in che modo l'altro compie questa operazione? E perché escluderebbe che possa farlo io, ammesso che lo escluda... Credo che la cosa vada affrontata nei termini di ciò che è strutturale all'atto di parola, riprendendo antiche questioni che possono ancora mostrare degli aspetti e dei risvolti ( in un'analisi va tutto bene fin quando si pensa, fin quando si immagina, un conto è la fantasia e un conto è la realtà ma la realtà è quando interviene l'altro, quella è la realtà non è le cose ma è quando non c'è più soliloquio, ma una sorta di controllo della parola nel soliloquio, intervenendo l'interlocutore dialogo) (......) la questione va presa in termini molto precisi, porsi la domanda che abbiamo posto cioè che "esistano e che ci siano altri" è necessario oppure no? Poi chiaramente occorre precisare che cosa si intende con questi altri, la questione può apparire straordinariamente difficile o straordinariamente semplice, dal momento che l'altro comunque è una costruzione del linguaggio, non potrebbe essere altrimenti, ma questa costruzione fa parte di una procedura? Oppure no? Questo intendo quando chiedo se è necessario oppure no? Che tipo di produzione è? Certo l'altro può anche essere una costruzione volta a fare in modo che le mie parole trovino da altrove una conferma che abbia una stabilità, una identità che non trovo per esempio (pensavo ai tre principi di Aristotele ....il principio di identità non c'è se non c'è qualcosa rispetto al quale ci sia identità, per il principio di non contraddizione c'è sempre qualcosa che interviene come altro e che può contraddire, il terzo escluso non c'è altro dell'altro) va affrontata da qualche altra parte la questione (.....) (il costruire l'altro con il quale poi diciamo pare un paradosso) però la questione da cui siamo partiti è come mai gli umani avvertono questa necessità di esternare il pensiero necessariamente? In qualunque modo sia la parola, la scrittura in qualche modo, però questo avviene forse bisogna riflettere sulla struttura di questo altro, ché sì è una costruzione del linguaggio ma sembra avere una funzione particolare (strutturale) non lo so se è strutturale, perché è strutturale? ( ......) (perché l'umano dovrebbe essere così autosufficiente?) perché no? (per esempio per fare un figlio ci deve essere l'altro, ci vogliono due) (questa è una cosa che non possiamo non sapere per fare, è una costruzione del linguaggio, sarebbe un non senso questo se la parola avesse costruito in un altro modo e di questo tiene conto il nostro discorso ed entra a far parte della parola, come si sia costruito questo sapere possiamo costruirne) si tratta di una necessità psichica cioè il fatto di avere necessità di dire un pensiero, uno può avere, usare una infinità di cose per molti motivi ma questo poco importa, stavo cercando qualcosa di strutturale, e se è strutturale attiene alla struttura del linguaggio che è l'unico elemento che consente di pensare (....) Cesare? (il comunicare ....) il dire per che cos'è? Cosa potremmo dire a questo punto che risulti necessario, se ci muoviamo lungo questa linea è per qualcosa indubbiamente per sé e null'altro, il fatto che sia per qualcosa necessariamente in quanto rinvia ad altro comporta che ci sia qualche cos'altro e non qualcuno certamente, almeno per il momento, per qualcosa, cioè un altro significante per esempio.....sì stavo per dire che l'altro sia un significante ma andiamo poco lontani eppure è importante questa questione, riuscire di intendere questa ci consentirà di intendere perché, facendo i vari passaggi, perché gli umani soffrono? perché nessuno glielo ha chiesto, soffrono come se qualcuno glielo chiedesse (......) poi a quel punto la matassa si dipana, il bandolo, l'altro (si parlava dell'ostacolo non so se questo può servire) sì è no, perché ciascuno di questi aspetti può essere benissimo svolto all'interno del pensiero, senza necessità di altri (.......) va bene risolveremo questa questione giovedì

 

 

 

26 Novembre 1999

 

Cosa dite di queste conferenze? Osservazioni?

 

Intervento...

 

E se io facessi una conferenza al mese anziché due? In modo da organizzare quella conferenza in modo più massiccio.

 

Intervento: Ma, in modo più massiccio per la diffusione?

 

Manteniamo ogni quindici giorni però io la faccio una volta al mese.

 

Intervento...

 

La persona che riesce ad attrarre col suo lavoro ed operato, non è generalmente la persona che si occupa di sapere che cosa gli altri vogliono. Per dirla in termini un po' rozzi potremmo dire che non gliene frega assolutamente niente. Ma procede lungo la sua strada, non senza difficoltà, ovviamente, ma non si cura di sapere cosa gli altri vogliono e, quindi, di andare incontro ai loro desideri.

In effetti, mi sono trovato a riflettere in questi giorni.

Ho considerato questo: la ricchezza di cui disponiamo è il discorso che abbiamo incontrato, prima questione. Seconda questione: cercare di percorrere tutte le vie perché no? Di cercare cosa soddisfa il prossimo veramente non ci ha condotti molto lontani, questa esperienza recentissima ne è in qualche modo la testimonianza.

Non sappiamo che cosa la gente vuole, non ci interessa. Ciò che è stata, per un verso, la fortuna di questo discorso, è stato non il cercare di persuadere altri, ma di esporre ciò che andavamo facendo indipendentemente dal fatto che questo potesse essere accolto oppure no. La questione della clinica di cui ci stiamo occupando può essere raccontata in termini differenti, e cioè non tanto ripetendo i luoghi comuni ma tentando un'elaborazione teorica intorno a questo, per esempio intorno alla sofferenza e riflettere sul fatto che gli umani soffrono e chiedendosi perché visto che nessuno li costringe, e allora cominciando a considerare che la sofferenza è qualcosa che è cercata, che è desiderata, per quale motivo?

Perché evidentemente provoca piacere. Provocando piacere, ciò nonostante viene annunciato come ciò che non è desiderato. Però è cercato invece al pari di ciò che è desiderato. Quindi, come già abbiamo detto, per esempio, la differenza sostanziale è che una certa cosa è definita come ricercata, piacevole e l'altra è contraria.

Se voi considerate, in effetti, che cosa gli umani cercano generalmente? Abbiamo detto che l'unica cosa che possono cercare, che possono ottenere è che il discorso non si fermi, ma come?

Se io, facciamo un esempio, supponiamo che io enunci di non essere amato, allora ci si accorge che mi trovo a fare di tutto per non esserlo pur continuando a dire che non sono amato.

In altri termini, ciò che io ottengo, ciascuna volta è di non essere amato e, quindi, questo è esattamente ciò che volevo. Cosa m'impedisce di accorgermi che è esattamente questo che mi prefiggo? L'analisi punta a questo, a fare in modo che una persona si accorga di quello che sta facendo, nient'altro che questo, tuttavia qualcosa lo impedisce.

E, nel momento in cui se ne accorge, consta che di fatto sta ottenendo ciò che vuole e, quindi, può incominciare a domandarsi perché lo vuole, perché vuole non essere amato.

E qui subentra un altro elemento d'importanza fondamentale e cioè, per quale motivo gli umani amano cercare cose che affermano di non volere, per quale demone? Uno non vuole essere amato, benissimo, non è mica un problema. Perché, invece, continua a dire, invece, che è una maledizione, che lui vorrebbe ecc...

Perché non ama soffrire? Non è esattamente questo, moltissimi soffrono, per esempio, facendo cose che gli piacciono fare, pensate agli sport estremi ecc..

Non è tanto questo, c'è qualche cosa, come se una certa ammissione dovesse comportare un cambiamento. Allora si tratta di considerare un altro dettaglio: abbiamo detto proseguire il discorso: come gli umani lo proseguono, generalmente? C'è un assioma, questo assioma ha la funzione di costruire proposizioni intorno alle quali si costruisce tutta la propria esistenza, come se la propria esistenza fosse in funzione di questo assioma. In questo modo ciò che costruisco deve essere costruito tenendo conto di questo, perché l'unica cosa importante, ed è importante perché mi consente di esistere. Supponiamo che io affermi di non essere amato, tutti credono una cosa del genere. Perché questo è importante anziché non avere nessuna importanza? È importante perché intorno a questo io ho costruito, o meglio questo è il pilastro, una proposizione su cui ho costruito tutte altre. Avendo costruito tutte le altre questo pilastro risulta essenziale per il proseguimento di qualunque cosa e, in effetti, è come se fosse il motore, il produttore di tutte le proposizioni. Se io ritengo di non essere amato qualunque discorso io faccia ad un certo punto mi ritroverò a parlare di questo. È come se fosse l'elemento che produce, che costruisce proposizioni. Altri elementi no, non ne producono, quindi intervengono e si spengono, questo no, questo può produrre all'infinito. Pensate alle passioni, non amorose, passioni in generale, per esempio il calcio. Ecco, anche lì c'è qualche cosa che si costruisce, potrebbe essere una scena, una scena di combattimento, di lotta, che è costruita in un certo modo e che il calcio assolve perfettamente.

Ora diventa quindi l'elemento determinante e portante di tutta l'esistenza. Tutto il resto è costruito a fianco, intorno all'elemento portante perché è quello che consente di costruire infinite proposizioni.

Ora, poi, non avviene esattamente così per tutta una serie di motivi, ma l'idea è questa.

Certamente ci sono altre questioni intorno a questo, per esempio perché mai negare di volere essere abbandonati? Qui sorge un altro elemento, l'interlocutore. Abbiamo detto un sacco di volte che l'interlocutore può essere anche ciascuno che parla, io parlo e l'interlocutore sono io, un soliloquio, ma non ha la stessa efficacia.

Come mai? La domanda è apparentemente banale, cui però non è facilissimo rispondere, perché? Il più delle volte è necessaria la presenza dell'altro. Cioè può esserci il soliloquio però poi, il più delle volte sfocia nel dialogo. Qui c'è qualcosa di molto importante che non ho mai considerato, invece sarebbe il caso di cominciare a farlo.

Cominciando a porsi delle domande così come stiamo facendo. È necessario che si dia un altro interlocutore che sia altro da me? Oppure no? O è sufficiente che ci sia io? È una questione alla quale occorrerà rispondere. Se dovesse risultare necessaria la presenza dell'interlocutore, intendo con interlocutore l'altro, questo renderebbe conto della necessità degli umani di dire all'altro la cosa che per loro è importante, come se soltanto rivolgendosi all'altro si esistesse.

Però qui si spalanca una quantità enorme di questioni, fino al banalissimo perché? Che funzione ha questo altro? Tutta l'elaborazione che ha fornito Freud, e poi Lacan ecc... è inadeguata, è troppo religiosa.

 

Intervento: Si spiega con la questione fantasmatica...

 

Tutto ciò che afferma Lacan è negabile, potremmo invece costruire qualcosa che al pari di ciò che abbiamo iniziato a dire con la Seconda Sofistica risulti assolutamente innegabile?

 

Intervento: Pensavo al fatto che, per esempio, l'altro come interlocutore dà ciò che si dice un limite, cioè come se la cosa potesse essere in qualche modo delimitata.

 

Sì, ma perché deve essere limitata

 

Intervento: Perché è solo nel momento in cui è delimitata ha una direzione.

 

Sì, s questo è corretto, ma perché questo non posso farlo io? Cioè in che modo l'altro compie questa operazione e perché escluderebbe che possa compierla io? La cosa va affrontata nei termini di ciò che è strutturale alla parola, riprendendo delle antiche questioni che possono ancora mostrare dei risvolti.

 

Intervento...

 

Intervento...

 

È una questione che va posta in termini più precisi: che l'altro ci sia è necessario oppure no? Poi, chiaramente bisogna precisare che cosa s'intende con questi altri. Viene da dire che o è straordinariamente difficile o straordinariamente facile.

Dal momento che l'altro, comunque, è una costruzione del linguaggio, ma questa costruzione fa parte di una procedura oppure no? È questo che intendo con necessario, oppure no? Che tipo di produzione? Certo l'altro può anche essere una produzione volta a fare in modo che le mie parole trovino da altrove una conferma e una stabilità, un'identità che trovo.

 

Intervento...

 

Intervento...

 

Sì, però la questione da cui siamo partiti è come mai si debba esternare necessariamente, in qualunque modo, la scrittura, la parola, la lettura, però questo avviene. Però bisogna riflettere su questo altro che sì, è una costruzione del linguaggio ma...deve avere una funzione particolare.

 

Intervento...

 

Si parla della necessità psichica, cioè il fatto della necessità di dire un pensiero che uno può utilizzare un'infinità di cose, ma... Stiamo cercando qualcosa di strutturale e, se è strutturale, attiene alla struttura del linguaggio che è l'unico elemento che consente di pensare.

 

Intervento...

 

Intervento: Il comunicare ha a che fare con tutto ciò?

 

Il dire, per che cos'è? Cosa potremmo dire a questo punto che risulti necessario, visto che ci muoviamo lungo questa linea? È per qualcosa, indubbiamente, per sè. Il fatto che sia per qualcosa, necessariamente, in quanto rinvia ad altro comporta che ci sia qualchecos'altro, cioè un altro significante, per esempio. Manca qualcosa, eppure è importante, riuscire ad intendere questo ci consentirà di sapere perché e poi tutti i vari passaggi per sapere perché gli umani soffrono, nessuno gliel'ha chiesto, Soffrono come se qualcuno glielo chiedesse.

 

Intervento...

 

Sì, sì, certo. Poi a quel punto la matassa si dipana.

 

Intervento: Una volta si parlava dell'ostacolo, ci vuole l'ostacolo per rendere le cose più...

 

Sì e no, perché ciascuno di questi aspetti può benissimo essere svolto in termini del pensiero, la necessità di altri.

 

Intervento: Dicevo che l'ostacolo può anche semplicemente venire pensato.

 

Fa sempre parte delle regole del gioco.

 

Intervento: Sì, ma ha sempre la stessa funzione, perché l'altro può anche non essere qualcuno.

 

C'è qualcosa che sfugge.

 

Intervento: È la questione del limite, una questione d'isolabilità. Qualche cosa che faccia da contenitore, che contenga. Cioè l'altro ha questa funzione di stabilire un limite, ma è un limite di cui si fa tesoro in qualche maniera.

 

Vedremo per giovedì prossimo di trovare una buona soluzione, non negabile.

 

Va bene, ci vediamo giovedì prossimo.

 

 

 

2-12-1999

LUCIANO FAIONI

 

Avevamo precisato un po’ di tempo fa che è strutturale all’atto di parola, il fatto che ci sia un rinvio, cioè che un elemento essendo un elemento linguistico è necessariamente connesso con un altro elemento linguistico e quindi ha un rinvio. Ora potremmo dire che ciascun elemento linguistico ha necessariamente un destinatario e il destinatario è l’altro elemento linguistico a cui rinvia , questo per quanto riguarda l’aspetto logico, abbastanza semplice; per quanto riguarda l’aspetto retorico potremmo dire che un discorso, ciascun discorso ha come destinatario un altro discorso, ora in effetti ci siamo persi in un bicchiere d’acqua giovedì scorso, perché chi è l’altro l’altra persona, quando si chiacchiera? È un altro discorso, o comunque è un discorso in prima istanza. (….)… e allora dicevo che il discorso ha come destinatario un altro discorso, ora cosa avviene? avviene che ciascun discorso muovendo verso un altro discorso e questo secondo verso un terzo e così via all’infinito, innesca quel processo di infinitizzazione del discorso che abbiamo perseguito fino a constare che in effetti non c’è l’arresto della parola, però se voi tenete conto del fatto che la più parte delle persone che abitano questo pianeta non sanno molto di questo discorso allora di fronte all’infinitizzazione del discorso si smarriscono, occorre porre un argine al proprio discorso, chi pone l’argine? Quel discorso che non è mio, che non mi appartiene e che è pensato così generalmente, soltanto potendolo pensare come un discorso che non mi appartiene può porre un freno, un argine al discorso che penso mi appartenga. Ora il discorso che fa un’altra persona comunque è un discorso che nella misura in cui mi coinvolge mi appartiene in quanto ascolto dei significanti che hanno una certa funzione all’interno del mio discorso, una funzione particolare e non altro, tant’è che ascoltando una persona che parla, ciascuno di noi, può accadere che ascolti cose differenti, però il destinatario qui non è nient’altro che un altro discorso che si produce e che però retoricamente è immaginato essere prodotto da un’altra persona, quindi se tenete conto che quest’altra persona è un altro discorso, semplicemente, io mi trovo di fonte a un altro discorso e basta. Questo altro discorso come funziona? Funziona in questo modo, io ho la necessità, il discorso occidentale… di porre un argine al mio discorso, cioè di fermarlo, trovare la soluzione, trovare la certezza per esempio, comunque una battuta di arresto, perché non posso farlo da solo? Perché se lo faccio da solo accade ciò che è accaduto a noi e cioè di incontrare una sorta di infinitizzazione della parola, e quindi non lo posso fare, però posso immaginare che l’altro che si trova di fronte per esempio produca un discorso che costituisce, lui, sì la battuta di arresto, ché non mi appartiene più quindi non rischia questo processo, esattamente, come nel percorso che abbiamo compiuto in questi anni, se noi avessimo accolto una qualunque teoria che ci veniva offerta, prendendola per buona, avremmo fatto esattamente questa operazione, non ci saremmo incontrati con l’infinitizzazione del discorso ma il discorso si sarebbe arrestato su questa teoria, invece non abbiamo fatto così e abbiamo perseguito la via ben più ardua, quella dell’assenza di limite al rinvio. Da qui allora la necessità per molti, per i più di avere l’interlocutore, di avere l’interlocutore in qualcuno che è altro da me. Ora dire altro da me può comportare qualche problema ma nel discorso occidentale non comporta nessun problema, perché l’altro comunque è immaginato fuori dalla parola, quindi è un altro discorso che avviene fuori dal mio, che non è fuori dalla parola ma è comunque fuori dal mio discorso e da lì può fermare il mio o può dare un senso al mio, perché il mio non può darselo da solo perché incappa in questa infinitizzazione. E quindi religiosamente io prendo il discorso dell’altro e sono costretto in alcuni casi letteralmente a prenderlo come verità, come se non avessi altra scelta. Questo comporta che cosa? che se procediamo dritti come siluri il discorso che stiamo facendo dobbiamo necessariamente concludere che non è necessario parlare con altri. Perché non abbiamo questa necessità come dire che il discorso che ciascuno di noi produce è autosufficiente, ora non c’è una necessità logica, poi è chiaro che se mi servono le sigarette vado dal tabaccaio a comprarle ma non è di questo che sto parlando, non ho una necessità psichica di parlare con altri, questa è la cosa fondamentale, perché il discorso in cui mi trovo ha tutto ciò che occorre per proseguire, il fatto che non ci sia necessità non esclude chiaramente che lo si fa, tant’è che lo stiamo facendo, perché è una cosa che può provocare del piacere indubbiamente ma non è necessario, questa è la conclusione cui inesorabilmente si giunge, e probabilmente occorre giungere anche a questo cioè al punto in cui il proprio discorso è assolutamente sufficiente. Forse quelli che da più tempo seguono quello che stiamo dicendo si ricorderanno che (….) andavo dicendo della questione affettiva che è preferibile non avere bisogno dell’altro per potere avere a che fare con l’altro in modo più interessante, ecco forse era già in nuce la questione cioè occorre, molto probabilmente, comunque ci rifletteremo ancora, che io non abbia nessun bisogno di parlare con l’altro perché possa farlo in modo più interessante laddove questa accada, e allora la necessità dell’altro, sempre seguendo questo percorso che stiamo facendo questa sera, è una necessità religiosa, la necessità di avere qualcuno con cui parlare e di avere la necessità di qualcuno che mi rinvii il messaggio in forma “capovolta” o raddrizzata, che sia, poco importa, era Lacan che diceva che ciascuno riceve il proprio discorso dall’altro in forma invertita, e aveva fatto tutto un gioco con i vasetti di fiori, tutta una cosa incredibile (cosa vuol dire Faioni un messaggio dall’altro in forma invertita?) intanto l’altro per Lacan è un riferimento all’altra scena di cui parla Freud, l’altra scena è comunque sempre presente parlando, questo già in Freud, poi la cosa è stata amplificata da Lacan (la questione dello specchio) come dire c’è dell’altro il riconoscimento (come dire io parlo con l’altro e mi riconosco) forma invertita perché facendo questo giochetto dei vasetti, per un gioco di specchi, uno è capovolto ma si vede diritto e allora lui è giunto a considerare che questo messaggio che si invia all’altro lo si riceve dall’altro però capovolto, nel senso che (come se lo specchio in cui io posso vedermi , mi rimandasse da quello che io vedo quello che io dico) sì è un’immagine speculare, possiamo dirla così, per cui dicevo l’altro in quanto tale è chiaramente una figura retorica e questo ci pone a una distanza infinita sia da Lacan che da Freud, che da Verdiglione, dove l’altro invece è considerato una figura fondamentale e fondante nel discorso….l’altro è necessario nel discorso religioso a meno che io ponga l’altro come il destinatario ma nell’accezione che abbiamo intesa prima e allora risulta inesorabile che per ciascun significante ci sia un rinvio a un altro significante, però ponendolo in termini logici allora è necessario che esista un destinatario, però parlare di destinatario come altro, già comporta molto probabilmente un passaggio alla questione retorica, altro come il depositario per esempio come accennavo prima del sapere e della verità e questo non è affatto necessario, mentre per Lacan lo è. Logicamente come vedete la questione è molto semplice se un elemento è un elemento linguistico è necessariamente connesso con altri elementi linguistici quindi è per che cosa ciascun significante? È per un altro significante, per il significante a cui rinvia, è la stessa questione che ci ponemmo tempo fa, perché parlare? Perché si parla in effetti? perché si è nel linguaggio, è una questione che non ha nessun senso, dal momento in cui si è nel linguaggio il linguaggio funziona in questo modo e soltanto in questo e cioè funziona attraverso una serie di rinvii e di connessioni tra un elemento ed un altro in un certo modo per cui si costruiscono proposizioni, per esempio, quindi il destinatario della parola è un’altra parola, come abbiamo detto in varie circostanze e non potrebbe essere altrimenti. Già dire che è qualcuno è già un arbitrio cioè “qualcuno” interviene retoricamente come una figura, allora se lo poniamo come figura retorica va bene certo, ma sapendo tuttavia molto bene che questo qualcuno di cui sto parlando è una figura retorica costruita da procedure linguistiche, su una procedura necessaria che è quella del destinatario, necessariamente la parola ha un destinatario che è un’altra parola, ma se è necessario che sia un’altra parola non è necessario che sia qualcuno, questa è l’unica necessità, la questione fondamentale (in questo modo saltiamo a piè pari la questioni in cui ci siamo impegolati giovedì dell’interlocutore, del solipsismo ….perché se giochiamo questo gioco e ci troviamo a fare delle affermazioni e ci accorgiamo delle affermazioni che facciamo arriviamo all’infinitizzazione dei giochi….anche Wittgenstein con la questione del solipsismo non mi pare che riesca ad uscire perché posso sempre dire che posso inventarmi tutto il locutore, l’interlocutore, ma sono sempre solo con la mia storia) sì lui mutua questo termine da Jakobson , tra l’altro tutta una questione del genere sbarazza totalmente e inderogabilmente da tutto l’aspetto folcloristico della solitudine, non esiste più ( un po’ come la poesia, il “tramonto” come si diceva , quell’altro ha questa funzione io posso usufruirne…) certo, certo può essere piacevole, ma io so che non è necessario, non soltanto lo so, ma pratico questa non necessità, che non è sufficiente io posso accoglierlo ma se non c’è non succede assolutamente niente, forse è anche questo che in effetti mi ha condotto a inventare la Seconda Sofistica, mi sono accorto che non c’era più nulla che potesse servirmi per proseguire l’elaborazione teorica, quindi occorreva che facessi da me, chiaramente utilizzando una quantità enorme di informazioni però a questo punto era lo stesso mio discorso che si interrogava, prima ho trovato un metodo abbastanza potente in modo che consentisse al discorso di non cascare in qualche religione di sorta, dopo di che è andato avanti benissimo da solo, non ha più avuto bisogno di altri cioè il discorso in effetti è stato autosufficiente, perché la parola è autosufficiente, non ha bisogno di niente altro per funzionare….se non di se stessa (sembrerebbe un paradosso il bisogno dell’altro che si incontra nel discorso….) parrebbe se c’è questa necessità c’è qualche aggancio religioso (l’altra persona , non bastante) (ponendola in questo modo in cui la stiamo ponendo non porta a nessuna esclusione dell’altro, non viene neanche più in mente di parlare di bisogno, uno parla e non esclude assolutamente l’altro. Proprio la domanda stessa che dice “allora l’altro non mi abbisogna più?” non interviene più nel discorso, non è più praticata perché non ha senso) (…..) questo che stiamo facendo può diventare l’unico gioco che in effetti costituisca l’interesse poi chiaramente uno può fare mille altre cose ma è come se rimanessero secondarie e questo può accadere dal momento che in effetti è un gioco che gioca con le condizioni di tutti gli altri giochi, questo non toglie che io possa giocare a poker con gli amici ma in ogni caso rimane comunque sempre questo gioco come sfondo, contrariamente al poker che invece non fa da sfondo a niente, posso giocarlo un paio d’ore e poi è finita lì (questo gioco nostro che fa da sfondo a qualsiasi altro per cui è la condizione per giocare qualsiasi altro gioco, ma occorre che si instaurino quelle regole che rendono tale questo gioco – basta leggere la Seconda Sofistica - che sono lì dentro contenute – logicamente come posso dire che questo gioco fa da sfondo ) la parola che esercita maggiore attrazione, i significanti più ricchi sono lì e quindi qualunque altro gioco in ogni caso si differisce anche se in quel momento non lo gioco direttamente però si riferisce comunque a questo altro gioco, come il gioco che dà maggiore possibilità, cioè chance (io dicevo che questo gioco è sempre presente come dire che laddove si pone qualsiasi significante per cui io ne possa usufruire e questo significante giocandolo occorre che questa struttura che si è immessa nel discorso funzioni, cioè funzionino le regole esattamente come quando gioco a dama e mi trovo una pedina bianca me la mangio) se ha la pedina nera (cioè la regola del gioco si impone immediatamente a meno che io non sia fuori di testa e non stia seguendo il gioco….questo gioco è effettuale laddove io dico qualcosa questo qualcosa che dico è tenuto in conto da ciò che seguirà) basta dire che ha effetto retroattivo per cui non si accavalla niente (è difficile fare qualcosa dicendo, laddove delle procedure in atto paiono contraddire quello che poi si produce) quello che precede ha un effetto retroattivo su quello che segue ma potremmo provarla una cosa del genere? Potremmo provarlo? (no ma pare figurare una cosa del genere) e questo potrebbe essere una buona questione provare a dimostrare una cosa del genere in modo non negabile che un elemento che precede abbia un effetto retroattivo su quello che segue, retroattivo in quello che segue, Cesare provi questo….(la difficoltà che si incontra e quando ci si prova a descrivere una operazione di questo genere, ciò che dico figura questa retroattività, per via della grammatica della sintassi del linguaggio, per esempio i verbi, dà le direzioni al discorso per cui se dico che ho dimenticato qualcosa lo sto dicendo adesso e quello che io ho dimenticato si produce e si costruisce adesso, è una direzione contraria al senso del verbo, cioè se parlo di costruzione e produzione, è completamente spostata in avanti la questione, come se il senso dei verbi si contraddicesse, e difficilmente se non gioco questo gioco posso tenerne conto, perché tutto nel linguaggio coopera nella sua grammatica al paradosso) la questione è bella però è più complicata (il discorso ne tiene conto ) questa affermazione così…occorrerebbe riflettere bene “il discorso tiene conto” perché e se sì, come? (certamente quello che dico è “tiene conto”) bisogna anche immaginare di avere di fronte un sofista, un logico matematico, e un linguista minimo! (ecco queste sono delle altre regole, quindi da questa proposizione il mio discorso parte e arriva, laddove si compia quel giro laddove io posso affermare che il mio discorso ne tiene conto, laddove la mia ricerca si ponga nei termini religiosi per cui cerco quell’elemento che mi conduca alla “soddisfazione” della questione, dia un senso alla questione per cui io trovo anche quell’ elemento di cui il mio discorso tiene conto, questo serve a confermare la mia teoria, che il mio discorso ne tiene conto, però è soltanto questa affermazione, questo gioco che io sto facendo in questo momento che permette questo gioco del “tenerne conto” quindi della mia ricerca per cui posso dire che il mio discorso ne tiene conto…laddove ….) in effetti non c’è nulla al mondo che possa garantirci che un elemento tiene conto di un altro (però posso trovarlo) sì non è questo il problema, il problema è provarlo, se no non si può fare ma pensate quando giocate a poker con gli amici (…..) cosa garantisce che fra l’asso di cuori e il sette di picche ci sia una connessione tale per cui se ho l’asso di cuori….mentre se ho solo un sette di picche non vado da nessuna parte, c’è una connessione stabilita dalla regola del gioco, son soltanto le regole del gioco che dicono, che stabiliscono che se ho quattro assi Cambio cassetta ……(la regola del gioco che mi permette di giocare a poker fa parte di questo gioco, come faccio a non enucleare la regola del gioco e quindi a compiere un percorso religioso se non affermando quello che io vado affermando…la regola del gioco salda) come salda? Se non lo fosse non si potrebbe giocare, se non fosse saldo il fatto che quattro assi battono due jek (rischia lei questa regola di diventare ferma immobile) come può avvenire? cioè certo avviene continuamente nel discorso occidentale ma all’interno del discorso che stiamo facendo perché c’è questo rischio? Non c’è nessuna possibilità poi che avvenga al di fuori di questo gioco non solo avviene ma è la prassi comune, considerare la regola del gioco come una legge divina….(nella S.S. si dice che ciascun elemento è una produzione e una procedura, perché sia possibile l’infinitizzazione dei giochi e quindi il discorso mai fermo occorre che non solo l’elemento sia una produzione del discorso ma allo stesso modo che sia una procedura e quindi mi riferivo alle regole come elementi fermi che servono per giocare) no assolutamente che il discorso pone per giocare certamente (ma come questi elementi regole non seguono la dissoluzione del….) discorso occidentale? (no anche del gioco che andiamo facendo noi, la regola è ciò che permette il gioco, se si dissolve la regola…) si dissolvono anche le procedure certo (come avviene che queste regole funzionino? Permangano?) perché permanga una regola anziché dissolversi in altre regole? (………) qual è per esempio la regola che si è fissata? (la regola che si è fissata è che nulla è fuori da quello che dico per cui ciascuna cosa che mi trovo ad affermare è presa nel discorso e posso confutarla e quindi proseguire il discorso, non c’è più nulla che abbia un valore più grande di un altro) che “nulla sia fuori dalla parola” può anche prendersi come regola però di fatto è una necessità logica alla quale non è possibile sottrarsi in nessun modo, si è tentato in tutti i modi ma non se ne viene fuori, occorre ammettere che nulla è fuori dalla parola. Sì in effetti qualcosa si è fermato, si è fermato questa considerazione….(questa considerazione…..è una procedura e una regola) esattamente ciò che in nessun modo può essere evitato se si parla e siccome siamo costretti a parlare non abbiamo alternativa, l’unica cosa che abbiamo posta come inevitabile, sono delle procedure di cui è fatta questa cosa…forse un piccolo passettino l’abbiamo fatto, la questione dell’altro forse è un pochino più semplice (…..) che non richiede la fede, che non richiede l’assenso ché è una questione logica (come se fosse quella questione a lato da cui si era partiti e cioè che è sempre presente il gioco che stiamo facendo, questa proposizione è come se fosse l’antecedente di qui parto e poi tutto quanto accade) è l’unica cosa di cui non posso negare ( è come se fosse un referente possiamo metterla così) (….) sì l’utilizzo il procedere lungo la teoresi è una funzione ricorsiva per cui ogni volta si torna al punto di partenza per verificare quello successivo) sì ciò che abbiamo detto questa sera che l’altro è una figura retorica, una delle figure retoriche consentono di proseguire il discorso ma non è quella che consente al discorso di proseguire il che è molto differente (si perché il discorso può proseguire con i tramonti con qualunque cosa…) con il gelato come mai non aggiunge? certo sono figure retoriche che avvengono perché il discorso prosegua ma non sono necessarie al suo proseguimento (l’economia della lingua, non è nient’altro che una grande fantasia) e qui può essere impiantato tutta una serie di fantasie su cui è costruita qualunque istituzione, la necessità dell’altro quindi ho bisogno che ci sia qualcuno, quindi ho bisogno ecc. però si regge su questa menzogna….ok bd

 

 

 

16-12-1999

 

L’altro come destinatario si diceva….ciascuna parola ha un destinatario ha ed è un destinatario, da qui parrebbe l’importanza che si dà alla parola e all’altro, quando parla l’altro e alle sue considerazioni….che quindi questa sovrapposizione che avviene rende conto del fatto che l’altro sia così importante ma abbiamo visto che non è affatto necessario strutturalmente, necessario che ci sia non l’altro ma altri come interlocutori, la parola non ha bisogno che ci sia qualcun altro, la parola dicevamo non necessita di nulla, in quanto la struttura di cui è fatta è autosufficiente, tuttavia c’è una questione che merita di essere considerata. Da moltissimo tempo abbiamo detto che parlare fra sé e sé e parlare ad altri, sono cose differenti, più spesso una persona pensa delle cose però poi quando si tratta di dirle intervengono difficoltà, abbiamo detto un miliardo di volte, il famoso Agostino quando uno mi chiede cos’è il tempo….come se la parola espressa avesse delle virtù differenti, che io pensi semplicemente o che verbalizzi comunque sono proposizioni, però per secoli ci hanno detto che non è la stessa cosa….e che soltanto parlando alcune cose si chiariscono si spiegano ecc. ….c’è l’eventualità che per secoli abbiano raccontato un sacco di balle, può accadere che sia differente pensare dal parlare e che anche Agostino si sia trovato in difficoltà dice “quando nessuno mi chiede cos’è il tempo lo so….” Non è vero, non lo sa, non è che non lo sa perché nessuno glielo chiede, non lo sa proprio, non lo sa se glielo chiedono né se non glielo chiedono, non lo sa comunque, la questione è che parlando, cioè verbalizzando, usiamo questi termini per intenderci, sono costretto perché l’altro intenda a inserire dei passaggi che invece pensando fra me e me posso evitare perché non ho da chiarirlo all’altro, per cui accade che pensando fra me e me salti tutta una serie di passaggi che risultano problematici e giungono rapidamente alla conclusione che se pure mi sembra plausibile invece è squinternata e allora non è la questione che parlare sia differente oppure sia più complicato ecc…è che uno non sa pensare, se non sa pensare ecco che allora pensando salterà tutta una serie di passaggi o li darà per acquisiti mentre non lo sono affatto, ma se è in condizione di pensare tutti questi passaggi anche pensando fra sé e sé ci sono e quindi non è né più facile né più difficile, sono esattamente la stessa cosa, quindi è una sciocchezza dire che se nessuno me lo chiede lo so, non è vero, non lo sa! Questione non indifferente anche perché in una pratica analitica una persona è costretta a parlare, costretta fra virgolette, si è detto per anni….dunque una persona parla perché finché pensa non possiamo controllare il suo pensiero ma la sua parola sì, nel senso che ci rendiamo conto di quello che sta dicendo e ci rendiamo conto che sta saltando dei passaggi o sta combinando dei pasticci, dei pasticci fra le varie inferenze ecco che allora facciamo in modo che cominci a pensare in un modo un po’ diverso ed ad accorgersi che alcuni passaggi non sono affatto legittimi, questo è il motivo per cui occorre parlare se no l’analista non sente, se pensa non sente, nella telepatia ancora non siamo specializzati…solo per questo per potere intendere tutti i passaggi scombinati che la persona mette in atto e intervenire e l’obiettivo è che in effetti pensi così come parla, allo stesso modo cioè senza saltare passaggi e proseguire in modo assolutamente rigoroso. Cosa che generalmente pensando non si fa, non lo si fa neanche quando si parla il più delle volte per cui l’unica differenza è questa, non ce ne sono altre. È stato detto che in analisi occorre la parola perché la voce, perché…..non significa niente, non c’entra nulla, uno può pensare esattamente come parla con lo stesso rigore e con la stessa precisione, occorre che lo sappia fare non c’entra niente la voce…..esattamente come avviene quando pensa, non c’è nessuna differenza, uno sa pensare, sa parlare…(L’uditorio…) questa è un’altra questione, per quanto attiene all’interlocutore può essere determinante io non vado a dire a un carabiniere che è un cretino anche se lo penso, perché l’uditorio in questo caso è determinante per ciò che io dico, però il discorso è differente tenere conto dell’uditorio, qui tenere conto della questione del discorso fra sé e sé e del discorso invece verbalizzato, per secoli si è pensato che fossero cose assolutamente diverse, invece no, non lo sono affatto (….) l’uditorio interviene in altro modo, altre questioni intervengono a questo punto, cosa dice Sandro? (la questione dell’uditorio non è che non ci sia un uditorio almeno immaginato) no uno può pensare le cose immaginando di avere come uditorio ho detto spesse volte un logico matematico, un linguista e un sofista e quindi c’è l’uditorio e magari anche più interessante di uno reale (questo comporta far intervenire già un’immagine quella del linguista ecc..) un’immagine ….non sono argomentazioni….( quando si pensa quasi senza rendersi conto di pensare, quando si pensa continuamente, come interviene in questo caso l’uditorio?) intende cosa pensa, in ogni caso il pensare sono proposizioni che si snodano e che sono per altre proposizioni è qualcosa che si vuole raggiungere o costruire una scena o qualunque cosa….uno si trova a pensare così senza accorgersi, così come accade di parlare, la più parte delle persone non si accorge affatto che parla e ciascuna proposizione segue un andamento come se ci fosse comunque una direzione che poi è data man mano dalle proposizioni che intervengono, l’uditorio (è un altro modo per dire altro) sì, sì però uno si aspetta quasi dalle proposizioni che seguono la conferma di quelle che precedono, in questo caso sono altre proposizioni che hanno questa funzione. Questo è forse l’aspetto più interessante che abbiamo detto questa sera il fatto che l’analisi comporta che la persona parli per potere intendere quali connessioni, quali inferenze sono da considerare meglio, diciamola così, se una persona è in condizioni di pensare in effetti non cambia nulla che esponga oppure che pensi, non è né più facile né più difficile, è la stessa cosa, sì (l’analista è chi non può non accorgersi di come sta giocando la sua parola in ciascun istante ma come accade che le regole a volte funzionino e a volte non funzioni?) cos’è che distrae in quel caso? C’è qualcosa che attrae di più , è come un gioco che si immagina più divertente (però credo che tutti tengano conto di ciò che dicono….ciascuno ha sempre in mente l’obiettivo) non sempre e necessariamente, come dicono in veneto le “ciacole” uno comincia a chiacchierare di qua e di là, sì potremmo dire che l’obiettivo è la soddisfazione, per esempio parlar male di questo o di quell’altro certo, non è una costruzione mirato (non mirata ma sanno che stanno parlando) nel senso che sì se glielo chiede dicono che “sì stanno parlando” però non tengono conto, quando dico che non si tiene conto del fatto che si sta parlando, non significa non soltanto il non accorgersi effettivamente che sta producendo un discorso ecc…. che se uno glielo chiede dice “sì sto parlando” ma intendo dire il rendersi conto di ciò che si sta producendo con la parola e soprattutto ciò che si sta dicendo è una produzione linguistica nient’altro che questo (…….) quando io dico del rendersi conto di ciò che si dice intendo ascoltare il proprio discorso e quindi tenere conto del gioco che si sta facendo, del gioco che è in atto con tutte le sue regole ecc…una persona se non è proprio fuori di testa si rende conto, sa che sta parlando, Beatrice diceva di fare in modo che una persona possa accorgersi di quello che dice anziché questi momenti di smarrimento, uno si smarrisce, però come avviene questo smarrimento? Tenendo conto di ciò che si diceva all’interno di una elaborazione come stiamo facendo una persona sia più attratta da un altro gioco, che distrae cioè svia, per cui anziché pensare che ciò che sto dicendo è mosso da certe regole che posso individuare che non porta a nulla se non a compiere ciò che le regole dettano (l’elemento che distrae laddove interviene una elaborazione teorica, un’elaborazione teorica di ciò che produce e si produce parlando) generalmente è sempre un elemento religioso (laddove già funziona il gioco e interviene questo elemento, parlo di elementi certamente linguistici però che sono legati in un certo modo per cui le regole del gioco funzionano, quelle della S.S. , tanto continuamente si sa che si sta giocando un certo gioco e quindi il proprio discorso è pronto ad intervenire e quindi a immettere in questo elemento che sta intervenendo | un ossessione | pronto ad aggiungere elementi, però questo elemento ossessivo è difficile smuoverlo) sì cosa lo fa permanere? (è come se l’ossessione si incuneasse nel discorso che vado facendo, non trovo modo di sconnettere delle proposizioni per cui questo elemento è quello che è) ma cosa impedisce che queste connessioni possano svincolarsi? (cosa impedisce io non lo intendo, l’unica cosa che viene in mente è cosa mi serve questa confusione, questo pasticcio continuo, che in linea di massima funziona benissimo e non ha bisogno di ossessioni, a cosa mi serve? e qui intervengono altre ossessioni) è un disastro, Cesare si incuneano altre ossessioni? Però c’è una questione, bisogna andarla a cercare però c’è, la questione che si pone soprattutto in una analisi, sembra che una persona non intenda assolutamente ciò che si sta dicendo, come se ciò che si dice fosse agganciato ad un'altra cosa che impedisce di intendere ciò che si sta dicendo per esempio, perché questa cosa è sempre presente (esatto questo elemento si sovrappone ad altri elementi) allora in questo caso non c’è che da affrontare questo elemento che sovrasta ogni altra cosa anche perché se no si gira in tondo, e cosa succede in alcune strutture di discorso che questo elemento che sovrasta quando viene affrontato, è a sua volta sovrastato da un altro e così via all’infinito…(sparisce) allora qui se ci si mette a correre dietro all’uno e all’altro non si viene fuori, e allora occorre riflettere su questo meccanismo per cui si pone una questione al momento in cui la questione viene affrontata cosa succede che un altro elemento la sovrasta e si impone e allora talvolta può accadere di essere tratti in inganno e quindi considerare questo altro elemento, però appena si considera questo elemento ne interviene un altro che si sovrappone, è tipico del discorso schizofrenico, quindi si tratta di intendere questo meccanismo e per cui non è possibile….come una sorta di fuoco di sbarramento, qualunque questione di un certo rilievo che si imponga immediatamente viene schermata, esplode, si letteralmente esplode in infinite altre, per cui non è possibile considerarla si dissolve, ma si dissolve non nel senso che scompare la questione, che è risolta tutt’altro semplicemente (come una bomba che fa tanti proiettili) e allora qui la questione della tecnica analitica non è semplice però si tratta in molti casi di alla continua frammentazione della questione, dipende dalle circostanze, di fermare, di bloccare la seduta in modo che ci sia, questo non subito chiaramente non alla prima seduta….come dire che l’intervento dell’analista gioca o compie quella operazione che il discorso dell’analizzante non riesce a compiere, cioè fermare questo processo che viene arrestato in questo caso dal termine della seduta. Ora non solo questo ovviamente però questo è un modo e poi dipende dalla situazione, in altri casi è possibile insistere sul dettaglio impedendo alla persona di frammentarsi, riconducendola continuamente alla questione da cui si è distolta, però è da verificare e considerare ciascuna volta perché questa seconda operazione può risultare inutile in alcuni casi, perché la frammentazione è talmente rapida, talmente insistente che non conduce da nessuna parte, allora in quel caso è preferibile interrompere la seduta e fermare su quella questione, non è semplice l’analisi del discorso schizofrenico (può ripetere la frammentazione) faccia conto di porre una questione, immagini che io le chieda intorno a questa questione e quindi la inviti a elaborarla, al momento stesso in cui glielo chiedo questa questione viene spiazzata da un’altra, immediatamente oppure questa questione CAMBIO CASSETTA allora immediatamente questa questione della mamma che ha tolto la marmellata si scopone in mamma, tolto, marmellata e anche latte a volte, ciascuna di queste a sua volta, può essere scomposta in infinite altre, ora si rende conto che in un sistema del genere è difficile intendere qualche cosa, perché è una frammentazione continua, oppure viene la questione schiacciata da un’altra sovrapposta allora si impone quest’altra, allora affrontiamo quest’altra e un’altra si impone e così via all’infinito (come se non tenesse conto di questa proposizione da cui parte la domanda) no perché si dissolve, non vorrei fosse confuso il dissolversi ….si scompone, si frammenta in miriadi di cose, come una specie di fuoco di artificio ogni fuoco si frammenta in infiniti altri, o le bombe a grappoli…(interviene per esempio la mamma è cattiva perché non mi lascia mangiare la marmellata, e interviene un desiderio di morte per la mamma che non mi lascia mangiare la marmellata, a quel punto la proposizione non dice più nulla e il discorso continua con la marmellata che è di ribes…) è chiaro che sta qui la difficoltà dell’analisi del discorso schizofrenico cioè porre le cose in modo tale per cui si rompa le scatole il discorso schizofrenico, per cui sia possibile ad un certo punto considerare la questione e svolgerla anziché girare (è chiaro che questa persona non si rende conto che il suo peccato di morte nei confronti della mamma rimane lì perché se va a pensare alla marmellata…..) Freud parlava del famoso inconscio a cielo aperto perché molte questioni vengono enunciate per cui parrebbe come in alcuni casi il discorso isterico che una persona enunci proprio la questione di cui si tratta, questione che la enuncia ma finisce lì non va oltre (non sa affrontare quello?) potremmo anche così però è un’impossibilità è il discorso stesso (…) è come se questo discorso fosse continuamente trascinato da un significante che accade, ne accade uno e viene immediatamente sedotto da questo significante poi si compone un altro significante e di questi uno qualunque, poi non è mai uno qualunque però c’è una connessione però questa connessione bisogna costruirla (bisogna costruirla, ma il discorso si frammenta proprio perché non sa costruirla perché è sempre implicito il divieto morale, il peccato per cui non posso costruire la connessione ) infatti non c’è moltissimo senso di colpa nel discorso schizofrenico per breve tempo poi è subito distratto da un’altra cosa (scompare ma è sempre presente) (ma è questo scomparire che è sempre presente che non intendo) scompare perché di colpo è attratto da un altro elemento, però la questione ovviamente rimane per cui magari fa un lungo giro e poi ritorna lì, però la difficoltà sta costruire un discorso dove la questione di cui si tratta possa essere affrontata, è solo questa la difficoltà del discorso schizofrenico e non è poco, quando si parla della psicotizzazione del discorso schizofrenico la difficoltà di entrare in connessione con questo discorso perché sembra assolutamente inaccessibile, dipende da questo che è sedotto dalle sue parole e non c’è nient’altro, vive di queste parole….(come se avesse imparato a distogliersi così) è un modo…(questa sofferenza o questo senso di colpa crea il discorso schizofrenico / questa esplosione dei significanti pare funzionale e questa deviazione continua serve a continuare il suo piacere) le è mai capitato un discorso schizofrenico in analisi?

(no solo isterico, che è sempre molto produttivo) anche il discorso schizofrenico non è parco (la produzione del discorso isterico è una produzione continua e mira sempre a questo ad averlo sempre presente come se sapesse cos’è ma di cui non può intendere il senso, e questa produzione proprio per non affrontarlo, non si fa fermare no, è inarrestabile non si ferma per niente) è peggio che un buldozzer ( a cosa serve? ) c’è una questione non marginale, abbiamo spesso detto che il discorso compie certe operazioni per un certo motivo, siamo sicuri che sia proprio così? È una domanda che sto ponendo cioè attribuiamo al discorso una intenzione, può anche essere ma la questione non è così semplice, non va così da sé, non è così automatico, (l’intenzione è sempre quella di trovare un rimedio a questa cosa) mi sto chiedendo se esiste un’intenzione nel discorso, forse sì, però sul momento non mi pare così automatico, merita di essere riflettuta la questione anche se abbiamo sempre detto che c’è una intenzione nel discorso come se si trattasse di qualche cosa che lo muove lo pilota, non lo so ancora lo pongo come questione in modo che ci riflettiamo, però, però mi sorge qualche dubbio (la bomba distrugge qualcosa che è ammassato) bè? (per quanto tanti siano ma sempre quelli sono gli elementi non ce ne sono moltissimi) e allora ? (l’elemento che si aggiunge è un corpuscolo estraneo di cui non so parlare) c’è qualche cosa può darsi che mi venga in mente qualcosa di terribile (come la mette Freud l’intenzione è del rimedio, ma non c’è nulla da rimediare, l’intenzione è successiva alla produzione, è un po’ come se si dovesse dare un’intenzione alla produzione ma la produzione di per sé non comporta intenzione) esatto (……) però rimane l’idea che sia un tentativo di qualche cosa, se non lo fosse, lo pongo come questione (perché ciò che possiamo chiamare disagio è in tentativo di rimediare a qualcosa) è questo su cui sto riflettendo, (io faccio prima ancora rispetto a questo cioè che la produzione non ha alcun nesso con il tentativo di guarigione, non c’è nulla da cui guarire è successivamente questo quando si vuole giustificare la produzione ed è allora che si enuncia l’intenzione come dire che devo giustificare la produzione, la produzione di per sé non ha intenzione) mi chiedo se queste siano invenzioni della psicanalisi (forse è un’invenzione della persona stessa, l’isteria gira in tondo per cercare qualche cosa che la costringa a fare ciò che sta facendo, cioè come dire che cos’è che mi sta obbligando a fare ciò che sto facendo? Come se cercasse il motore di ciò che sta facendo? Perché non lo trova? Se lo cercasse lo troverebbe ed è letteralmente una sua invenzione, cioè se parliamo in termini strutturali non c’è motore, il motore lo posso inventare…) (se no che senso aveva fare tutto quello che Aristotele ha fatto, ho inventato il motore immoto perché ci sia produzione) c’è qualche cosa come se mi suonasse male proprio rispetto all’intenzione, certo è difficile venirne fuori perché l’intenzione spiega un sacco di cose, perché tutta una serie di comportamenti…..ci penso va bene, occorre rifletterci un momento perché può essere che ci sia qualcosa di notevole in tutto ciò (sbarazzarci del motivo economico) (anche quella questione del desiderio come strutturale) ma così come avevamo posto il desiderio come il tendere della parola verso un’altra, posta in questi termini non comporta nessun intoppo, certo…però considerare la questione dell’intenzione può far accorgere che la questione è un’altra ( l’intenzione ha a che fare con un antecedente in questo caso….la questione del prima …ciò che trova non è mai quello che sta prima ma quello che sta dopo, per far proseguire il discorso) (può anche essere il verso del discorso, a volte uno si trova in un discorso e per vari motivi si accorge di non saperlo affrontare e via dicendo e devia come il discorso schizofrenico) no, no. Questo è un artificio retorico la difficoltà …sposta su una questione che gli è più consona, è pilotata proprio, ha difficoltà su un argomento e fa in modo che la direzione verta su un altro……va bene adesso ci penso e martedì vi dico se dobbiamo mantenere questa cosa oppure no. Buona notte. Bd ok

 

 

 

30-12-1999

 

Nessuna questione? Allora proseguiamo il discorso intorno alla direzione del discorso, dicevamo che non è sostenibile il fatto che un pensiero, un discorso sia pilotato da altro se non ciò stesso che ne è la condizione, quindi dal linguaggio in definitiva e ponevamo delle obiezioni a buona parte della teoria psicanalitica, laddove questa afferma che una persona fa una certa cosa perché c’è una tale fantasia, però tale fantasia in che cosa consiste? Di questo la letteratura psicanalitica si è poco occupata pur cercando l’origine di una fantasia…un fantasia l’abbiamo detto mille volte non è altro che una serie di proposizioni che vanno in una certa direzione, attenendoci al discorso che facevamo la volta scorsa, questo discorso è mosso dalle stesse condizioni di cui è fatto e quindi intanto dalle procedure e dalle regole ovviamente e poi da ciò che le regole a mano a mano che si costruiscono impongono al discorso, voglio dire che ciò che il discorso costruisce viene adoperato, dal discorso stesso, legittimamente come un punto da cui partire per dire altro, il discorso funziona così: uno afferma delle cose e da queste cose che ha affermato ne afferma altre e così via….il fatto che alcune cose vengano affermate comporta, affermate e fermate proprio nel discorso, comporta che il discorso le acquisisca come necessarie al proseguimento e fin qui non ha neanche torto, però necessarie al proseguimento del discorso, non necessarie e basta, perché intendendole come necessarie e cioè come ineluttabili (affermanti la verità) sì, comporta appunto l’idea che queste cose non siano altro che l’espressione di qualche cosa che necessariamente è e non possa non essere, qualcosa fuori dalla parola, mentre sono cose necessarie al proseguimento del discorso, questo comporta che una fantasia, una qualunque fantasia non sia altro che un elemento che è messo lì perché il discorso prosegua come un qualunque altro elemento, cioè a che scopo serve una certa affermazione? a fare proseguire il discorso, a che scopo serve una certa negazione? A fare proseguire il discorso, questa è la finalità di qualunque cosa si affermi, e logicamente non possiamo affermare nient’altro che questo, poi all’interno di questa struttura retorica la persona afferma un certo numero di cose e immaginando che siano necessarie di per sé allora immagina che ne conseguano altre necessità, è così che si costruisce una superstizione, perché immagina che una certa cosa sia necessaria di per sé, è necessario che i genitori amino i figli, per esempio, è una cosa naturale così è sempre stato e deve essere così, va bene, allora a partire da questa proposizione io ne costruisco altre le quali seguiranno sempre fantasmaticamente necessariamente all’assioma e quindi se credo quello credo anche questo. La questione fondamentale in un analisi è giungere a potere considerare che qualunque discorso si stia facendo, l’unico scopo di questo discorso è quello di proseguire il linguaggio, proseguire la parola nient’altro che questo. Cosa comporta una cosa del genere? Che non possiamo più affermare che la persona dice delle cose perché ha avuto un trauma infantile, no dice queste cose soltanto per proseguire a parlare, poi la volta scorsa ci eravamo fermati sulla domanda “perché queste cose anziché altre?” e avevamo cominciato a dire che l’assioma da cui muove non è esattamente identico per tutti, facevamo l’esempio “io credo in dio” per ciascuna persona questo si configura in modo assolutamente specifico, per cui di fatto una qualunque affermazione che venga fatta segue logicamente a quelle precedenti, né potrebbe essere altrimenti. Ora non è che questo consenta poi di potere prevedere l’andamento di un discorso se non in linee molto generali (segue logicamente significa che è un elemento che si aggiunge oppure una conclusione che trae il discorso?) non si escludono certo in genere sì è la conclusione che trae, dice questo allora quest’altro, se i genitori devono amare i figli allora tutto quello che diranno sarà per il mio bene, quindi se lo dicono per il mio bene allora è così e che devo fare così per esempio, o qualunque altra cosa, però ci sono varie implicazioni in una cosa del genere che inducono anche a una riflessione intorno alla tecnica psicanalitica, la persona afferma certe cose, si tratta allora di intendere a che cosa sono connesse queste cose, cioè costruire una storia intorno a questa affermazione oppure, oppure fare in modo che constati che ciò che sta dicendo non ha nessuna altra funzione se non proseguire il linguaggio, certo può anche costruire una storia però a questo punto questa storia che costruisce che funzione ha? Ma…..aggiungere altri elementi sì, certo ma a che scopo? domanda legittima a meno che questo non abbia appunto l’utilità di condurre la persona a constatare che tutto ciò che dice non ha nessun altra funzione se non proseguire il discorso, il fatto che voglia soffrire, che voglia stare bene, stare male, tutto questo non significa assolutamente niente, che il discorso prosegua non implica come, cioè non ha nessuna importanza, ciascuno pone le cose in modo tale perché il discorso prosegua, il come può essere assolutamente marginale e irrilevante, una persona prosegue il discorso cercando la sofferenza….(ciò implica delle cose, se una persona prosegue il discorso cercando la sofferenza perché è l’unica cosa che sa dire e fare però chiaramente lasciarla fare certo ma occorre che si accorga poi, perché se no questa è una prova per rigettare il percorso che sta facendo) chiaro, sì stavo riflettendo su una questione differente cioè rispetto proprio alla tecnica analitica cioè se sia preferibile, come dire? fare in modo che intenda da dove viene questa sofferenza, una questione oppure baypassare semplicemente la questione e puntare direttamente alla considerazione che questa sofferenza non è nient’altro che la necessità di proseguire il discorso, che poi si chiami sofferenza, gioia, piacere, entusiasmo che differenza fa? sto portando le cose un po’ alle estreme conseguenze, ma dovete cominciare a pensare che la sofferenza, il piacere, la gioia, l’entusiasmo di per sé non sono assolutamente niente, sono soltanto delle enunciazioni, delle enunciazioni che servono al linguaggio per proseguire, che non hanno nessuna valenza, nessun valore, nessuna portata, assolutamente nessuna, come se uno dicesse “domani devo andare a Milano, oppure domani devo andare a Pavia” va bene. Incominciare a pensare in termini molto radicali ciò andiamo facendo, una persona che enuncia di soffrire terribilmente non sta dicendo nulla di fatto se non qualcosa che le consente di proseguire il discorso che naturalmente non è né bene né male, che non è niente, dice di soffrire tantissimo, cosa vuol dire questa cosa? non vuol dire nulla salvo che è un modo come un altro, né più né meno perché il discorso prosegua. È tenendo conto di questi aspetti che, sto ancora ponendo come questione, mi stavo domandando se sia il caso oppure no di per esempio reperire “le fonti” tra virgolette di una fantasia oppure se è assolutamente marginale. Diceva Beatrice occorre che una persona si accorga …certo, ma è costruendo altre storie a fianco a questa che si accorge oppure no? Oppure, è una questione che dovremmo elaborare perché è difficile dare una risposta così d’acchito, è una questione, oppure trovare, reperire una tecnica, perché no? Che possa consentire di considerare che a null’altro serve se non a proseguire il discorso, ora è chiaro che per una qualunque persona approcciare una cosa del genere è piuttosto arduo, anzi arduissimo, direi è assolutamente inaccoglibile e allora in questo caso potrebbe anche farsi un’operazione del genere cioè utilizzare questa serie di racconti che una persona fa lungo un’analisi, qualunque essi siano non ha nessuna importanza per ottenere e raggiungere lo scopo di cui dicevo prima, cioè ciascuna volta prendere il discorso e per esempio mostrare che altri discorsi ancora possono costruirsi e poi infiniti altri, però questo non giunge e non consente di intendere ciò che andiamo dicendo, occorre che noi troviamo e solo noi possiamo farlo, un modo, una tecnica, è una questione antica però è sempre presente in qualche modo, una tecnica che consenta a una persona che lo voglia fare ovviamente, perché questa è la condizione fondamentale se non lo vuole fare non c’è verso, come un integralista gli si può dire qualunque cosa non mi interessa io continuo a credere quello che mi pare, a questo punto pochi strumenti abbiamo, però muoviamo dalla supposizione che la persona intenda elaborare e svolgere il proprio discorso, trovare una costruzione che consenta di inserire questo elemento all’interno del suo discorso e cioè che sta parlando soltanto perché il discorso prosegua e non c’è nient’altro nel mondo e né fuori, è dura, è dura perché è togliere l’aspetto religioso, e questo l’abbiamo detto un sacco di volte che nella più parte dei casi è quasi impossibile perché gli umani sembrano fatti di questo…però come costruire una cosa del genere? Come inventarla vi rendete conto che una persona può prendere l’altra considerare tutta una serie di aspetti ma l’altra persona si rivolge talvolta a voi non per questioni teoriche ma perché ha gli acciacchi e quindi non vuole sentire nient’altro se non parlare dei suoi acciacchi, come dire che mettersi lì a fare disquisizioni teoriche può essere controproducente, l’altra volta dicevamo di portare alle estreme conseguenze questi acciacchi, certo, ma ….non è così semplice…continuiamo a ruotare intorno a qualche cosa che continua a sfuggire, probabilmente è la questione centrale in tutto ciò che andiamo facendo, tutto ciò che gli umani hanno cercato negli ultimi duemila anni, per questo è abbastanza difficile trovarlo, però dobbiamo trovarlo, questa è la scommessa fondamentale, trovarla comporta dare a tutto ciò che abbiamo detto in questi ultimi anni, questa possibilità a chiunque lo voglia di potersi praticare, vediamo un po’ cosa comporta che qualunque cosa si dica non ha nessun altro scopo se non il proseguimento del linguaggio? Naturalmente la perdita dei valori che gli umani danno alle cose, alle parole ecc… e quindi a sé e quindi dire che io non sono altro che una stringa di significanti, non sono e non sono stato e non sarò nient’altro che questo….perché gli umani non amano essere considerati stringhe di significanti? Questa è già una questione che potrebbe cominciare ad avvicinarsi al problema, perché dunque infastidisce così tanto? Perché è importante che ciascuno ritenga di sé di essere importante per qualcuno soprattutto e per sé in seconda battuta? Perché gli umani temono più di ogni altra cosa di non essere considerati, stimati, apprezzati, amati ecc. ecc... perché? Sembra un po’ questa la questione ad un certo punto, cosa succede se un umano non può pensarsi tale? Cioè sappiamo cosa succede gli viene la depressione, gli vengono un sacco di acciacchi, si avvilisce ecc…ecc….però perché? Cosa funziona? Cosa costringe uno a dovere pensare di sé di essere importante per qualcuno? Fino a tutte le costruzioni faraoniche delle religioni, l’istinto materno e tutte queste cose….l’istinto materno non è altro che il desiderio fortissimo di avere qualcuno che ha necessità assoluta di me, è fatto di questo chiaramente, cioè essere necessario per qualcuno….ma a che scopo? Perché se voi considerate ciò che andiamo dicendo effettivamente sembra viaggiare in una direzione assolutamente opposta a questo e cioè toglie tutto ciò che per gli umani è motivo di esistenza, tant’è che molti dicono adesso non servo più a nessuno, a cosa serve la mia vita? Questione, sì luoghi comuni, sono banali certo, però sono quelli su cui gli umani ….o di cui vivono….e quindi dobbiamo intendere molto bene una cosa del genere per potere proseguire, tenendo sempre conto che tutte queste operazioni servono unicamente a fare proseguire il linguaggio, però perché in questa direzione? Che tende invece almeno così idealmente a farlo arrestare, come se raggiunto un certo obiettivo tutto il resto non avesse più senso, come se quasi il discorso si arrestasse sull’ultima questione, sulle cose più importanti e cioè per potere pensarsi importanti e avere tutti questi valori di cui gli umani si servono generalmente è necessario che esista qualcosa fuori dalla parola, assolutamente necessario, ecco la condizione (e soffermarsi sull’ io come costruzione di se stessi, perché a volte si delega sempre all’altro questa operazione….sono stimato, amato….senza il mondo esterno cioè io sono bastante, cioè io parlo…la consapevolezza di sé…..) ma la questione è un po’ complessa perché posta in questi termini potrebbe anche evocare strutture ontologiche quelle dell’io in quanto tale, io non è altro che un’istanza grammaticale e serve al linguaggio per costruirsi ma così come una qualunque istanza grammaticale, teoria grammaticale in questo caso non ha un referente. Quando lei dice io, di fatto usa una categoria grammaticale che consente la costruzione di un certo discorso ma non ha nessun referente, questo è fondamentale, mentre nel pensiero comune l’io ha un referente, chiaramente questo referente è autoreferente in quanto io non può essere infinite sono le cose….che io penso, che io avverto, che io credo, che io….ecc…. che io faccio e via dicendo e quindi ripeto all’infinito questa istanza grammaticale, che non ha nessun altro scopo che se non fare funzionare il discorso cioè differenziare dei discorsi da altri, e cioè potremmo chiamarlo un operatore deittico, cioè quegli elementi che servono a indicare la direzione che prende un discorso, se io dico “sto fumando” è diverso che dire “Cesare sta fumando, tu stai fumando ecc…” un elemento che come tale serve a stabilire delle differenze in modo tale che il linguaggio possa funzionare, però torno a dire non ha nessun referente all’infuori di sé, cioè non si riferisce a niente e quindi l’io differisce dall’altro perché sono differenti le categorie grammaticali, che hanno funzioni differenti all’interno del discorso, per cui lo fanno funzionare in modo diverso, così come il prima e dopo, categorie grammaticali che servono a distinguere delle proposizioni da altre, se queste categorie grammaticali non esistessero il linguaggio non potrebbe funzionare, però il linguaggio comune in effetti suppone invece che l’io sia una categoria ontologica cioè corrisponda a qualcosa, abbia un referente fuori dalla categoria grammaticale e questo referente non sia nella parola, questa è la condizione, come dire io esisto anche fuori dal linguaggio (dio esisto fuori dal linguaggio) però la questione che sta affrontando è molto complessa, ci va qualche tempo per intendersi anche perché non c’è nulla, se voi andate a cercare nella letteratura non trovate assolutamente niente, quindi la questione è per esempio, perché gli umani vogliono essere importanti, o si credono tali (o non si credono tali. È la stessa storia) sì con tutte le infinite varianti….ipotesi, considerazioni? (…………..) Cesare qualche pensiero? (portare le persone a fare domande e nelle risposte inserire elementi) ha idea di come porre in atto questa cosa? (…..) però lei sta riflettendo su un obiettivo non sul mezzo per raggiungere…sì lei giustamente dice muovere l’interesse, la curiosità intellettuale e quindi porre le condizioni perché cominci a svolgere in un certo modo il suo discorso, certo, però è il modo, cioè come portare alla curiosità….esatto, ché risulta non semplice, tenendo conto della forte religiosità che c’è nel discorso. Sì come avete notato dicevamo prima la questione della tecnica che è molto difficile perché è come dire che ciò che stiamo ponendo è esattamente il contrario di ciò che afferma il discorso occidentale, il discorso religioso (……) sì difatti cosa diceva Cesare adesso lo utilizzeremo anche nelle conferenze in modo …..parleremo del discorso ossessivo un paio di volte e poi approcciando il discorso schizofrenico comincio a porre questioni teoriche e riprendere quindi conferenze che vertono intorno al discorso che stiamo facendo. Forse la cosa che più incuriosisce è un discorso nuovo, più che fare cose intorno a questioni cliniche che sembrano non essere di grande interesse ultimamente…..invece fare un discorso diverso potrebbe incuriosire così come ha funzionato in effetti le persone si sono avvicinate quando facevamo conferenze più teoriche, lo stesso Cesare, Roberto, Vera ….si sono avvicinate proprio per questo motivo cioè hanno avvertito che c’era qualcosa di insolito e che li ha incuriositi forse proprio su questo…la nostra risorsa è il nostro discorso è inutile che andiamo a cercare chissà dove, su quello dobbiamo puntare sempre e poi chiaramente di fianco la questione della tecnica poi si tratta di porre in atto ciò che andiamo dicendo laddove ci sia una specifica domanda d’analisi, molte volte di guarigione, ho male qui “mi guarisca”, non è un bel modo di partire ma il più delle volte avviene così….e di questo occorre tenere conto. Nell’ultima conferenza quando dissi che è sorprendente il fatto che le persone non inizino l’analisi enunciando come problema il fatto di credere…..non era tanto una butade…in effetti è questa la questione e cioè ciò che si tratta di svolgere in un’analisi è la religiosità della persona, il fatto che creda in dio o qualunque altra cosa, questo nient’altro che questo….come se la risposta a tutte le domande che vi pone l’analizzante “perché sto male, perché così?” “perché credo in dio” adesso adotto questa formulazione….ma la risposta è quella… e con questa occorre confrontarsi….l’analisi quindi non è altro che un percorso in cui si svolge e si intende e si dissolve la struttura religiosa, nient’altro che questo, quindi ciò che dicevamo prima perché le persone vogliono essere importanti direi che segue necessariamente a una struttura religiosa in cui si trovano, se c’è la struttura religiosa allora necessariamente la persona vuole essere importante, perché crede che esista qualcosa fuori dalla parola e quindi a questo qualcosa fuori dalla parola vuole aggrapparsi, vuole agganciarsi in quanto verità assoluta per esempio o qualunque altra cosa del genere e quindi essere importanti per qualcuno e vuole essere confermato in questa verità. Già. E in effetti forse accennavamo già la volta scorsa questo nuovo anno che si apre lo dedicheremo alla religione, non alla religione in quanto tale ma alla struttura, come funziona, tutto ciò che dobbiamo sapere che occorre che sappiamo della struttura del discorso religioso, tutto, perché è questo che si oppone….il nostro discorso spezza la struttura del discorso religioso e la rende impossibile, non fa nient’altro che questo ma questo lo fa e quindi dobbiamo lavorare molto sulla struttura del discorso religioso e riprendere anche cose che abbiamo detto “perché la religione” abbiamo cominciato a dire delle cose abbastanza precise ma non ancora a sufficienza, bisogna andare ancora oltre perché lì sta la chiave di volta di tutto il discorso occidentale e quindi ciò che si oppone da parte di chiunque altro, tutte le obiezioni che ci vengono rivolte sono obiezioni che muovono dal discorso religioso….quindi reperire la religiosità in ciò che sta avvenendo, adesso il papone …

 

 

 

LA RAGIONE

 

Giovedì scorso abbiamo detto della fede. Quale era l'argomentazione, Cesare, se la ricorda?

 

Intervento. era che la fede è inattaccabile ma necessaria.

 

Sì, la fede non come dogma ma come utilità. Invece adesso dobbiamo sostenere la ragione, sostenere le ragioni della ragione. È una figura retorica nota come poliptoto. Come definirebbe, Cesare, la ragione?

 

Intervento.................................

 

È una capacità, una facoltà di definire rapporti logici, questa è la definizione, è banale, quella del dizionario. Noi ci atteniamo al dizionario.

Se della fede abbiamo detto, sostenuto che riguarda l'utile, cioè è necessaria la fede per un'utilità sociale.

Il fatto di giungere a questa conclusione, cioè che è utile per la società comporta che cosa? Beh, una serie di considerazioni e quindi una serie di passaggi con cui definisco i rapporti logici, quindi io giungo a stabilire che la fede è necessaria attraverso la ragione, e quindi per potere stabilire una cosa del genere è necessario che io possa usare la logica.

Perché, in effetti, la fede, consideriamo le due posizioni: quella di Agostino e quella di Tommaso. Agostino, neoplatonico, ritiene che la ragione segua la fede, quindi è una fede che viene data all'uomo da Dio e poi attraverso la ragione la giustifica. Invece Tommaso, qualche secolo dopo, riprende Aristotele, riprendendo Aristotele punta alla logica. Prima la ragione poi, attraverso la ragione arriviamo alla fede. Però, entrambe le posizioni, anche quella di Agostino, il quale dice che prima c'è la fede o stabiliamo che la fede è emanata da Dio e quindi giungiamo a quella nozione di fede assolutamente dogmatica, oppure io l'accolgo la fede e se l'accolgo, di nuovo, questo avviene attraverso una serie di considerazioni, quindi attraverso la ragione. Dunque, tanto abbiamo visto che la ragione appare necessaria, dicevo, per accogliere la fede, quindi la precede. È già un buon punto ma vediamo quali altre virtù possiede la ragione, sopra la fede.

La fede intesa anche, utilizziamo soltanto questo aspetto, quello che abbiamo accennato giovedì scorso, afferma che è importante, è utile per le persone credere in qualcosa per tenerle insieme. Ma stanno insieme per via della fede o per via della ragione? Intendo dire questo: supponiamo che abbiano pure la fede, ma questa fede che li tiene uniti deve essere mantenuta, deve essere creduta. Anche se per un uso, che cosa consente un'operazione del genere? È la ragione che mi permette di concludere un ragionamento del genere, non la fede, è la ratio.

Si diceva prima di stabilire la connessione, i rapporti logici con le cose. Chi disse: "gli umani senza fede si disgregano", allora ecco la fede per stare insieme. E allora in questo caso la fede non è altro che una sorta di artificio della ragione, una specie di nobile menzogna, quale quella di Platone.

Ma non è soltanto questo, che cosa distingue gli uomini dagli animali? Proprio questa capacità di stabilire , considerare, giudicare. Cosa consente agli umani di progredire? La ragione è quella stessa cosa che consente agli umani di potersi definire tali, di potere anche definirsi credenti, senza la ragione non potrebbero definirsi né credenti, né non credenti, né altro.

Tutto ciò che gli umani hanno costruito sulla tecnica di pensiero non è altro che il frutto di considerazioni, quindi di connessioni logiche. Se questo allora quest'altro e dunque quest'altro ancora. Un funzionamento semplice ma necessario perché gli umani possano pensare qualunque cosa. Possono, ad esempio, decidere se credere in qualcosa oppure no. Ma vediamo più nello specifico: come decido se qualcosa è utile o più utile di un'altra cosa? In base a quale criterio? In base a quale criterio stabilisco che gli umani sono più facilmente governabili o più facilmente restano uniti se credono? Come lo so? Se lo so, lo so attraverso il ragionamento, come so se questo ragionamento è corretto e non sgangherato? Può accadere. Uno giunge a una conclusione e poi continuando si accorge che non funziona, che fa acqua da tutte le parti. Ma allora, questa affermazione che gli umani se hanno fede stanno insieme, è un'affermazione che procede effettivamente da un ragionamento quindi è la conclusione di un ragionamento corretto o è una superstizione? Come so, torno di nuovo sulla questione, che una cosa è utile o più utile di un'altra? Per saperlo, occorre che io sappia condurre un ragionamento molto bene, in modo che la mia conclusione risulti corretta, non squinternata, e, quindi, se affermo che la fede è utile devo sapere, intanto, che cosa è utile, come lo so? Anziché come dicevo prima una superstizione voluta? Dire che se gli umani hanno fede stanno insieme e uniti vale quanto dire se attraversa un gatto nero allora porta sfortuna.

Soltanto attraverso la ratio, il ragionamento giungo a concludere che una cosa è utile, ma se il ragionamento non è corretto questa conclusione risulterà sgangherata, insostenibile. Possiamo, nella migliore delle ipotesi, rovesciare la questione sempre attenendoci all'utilità perché non è affatto utile, può esserlo a qualcuno.

Per esempio, a chi deve governare e allora, in assoluta malafede, impone un'argomentazione del genere, che la fede è necessarie per tenerci uniti. Come può sostenere una cosa del genere, logicamente? Lo fa con un tornaconto. Tutti stanno buoni, nessuno alza la testa e io resto seduto sul mio trono.

E allora la ragione cosa fa? Cosa fa lei invece a questo punto? La ragione, invece, è quella che consente di accorgersi che alcune cose come questa che riguarda la fede, non ha nessuna utilità sociale, ma rappresenta l'utile per alcuni, invece in genere si crede che sia per l'utilità sociale. La ragione consente di non credere ad una cosa del genere, ma d'incominciare a porsi delle questioni, cominciare per esempio a domandarsi ma è proprio così? E se sì, perché? La ragione può fare infinite cose oltre a questa, per esempio porsi in modo meno ingenuo contro un'infinità di affermazioni, può insegnare a metterle alla prova queste affermazioni anziché bersele. Ecco, muovendo in questo modo si consente alla persona, non avendo la necessità di credere, di muoversi in un altro modo, ad essere più libero, di poter giocare con le cose senza perdersi. A vantaggio delle cose si può rendere il discorso retoricamente anche più pomposo, però l'essenziale è l'esercizio che stiamo facendo nel costruire delle argomentazioni che appaiono solide, che non lo sono affatto. Costruzioni che appaiono solide ed invece sono costruite su niente.

 

Intervento..........................

 

Ciò che ho detto è a vantaggio della ragione.

 

Intervento......................

 

Perché, Cesare, sosteneva che è più facile dare una posizione dogmatica?

 

Cesare: Perché nel dogma un elemento viene posto fuori dal linguaggio.

 

Ma la posizione dogmatica è quella cui non interessa se ciò che io credo è probabile o no. Io ci credo.

 

Intervento..........................

 

Credo in Dio , non importa se lo posso provare.

 

Intervento.........................

 

Anche ciò che sostiene lei, lei può stabilire da dove viene il linguaggio?

 

Intervento..............................

 

 

 

Io posso dire che viene da Dio ma non posso provarlo. Lei ha appena detto che non può stabilire che il linguaggio viene da qualche parte, quindi viene dal nulla , esattamente così come io non posso provare da dove viene Dio.

 

Intervento.............................

 

Dio l'ha voluto con sé e, quindi magnanimamente, gli ha risparmiato una vita infame, di stenti di sofferenze e di tutte le magagne a cui gli umani sono sottoposti e adesso è lì in Paradiso, al cospetto di Dio.

 

Intervento...............................

 

La questione è la questione del male. Dio può volere il male? Nel Medioevo si sono dati un gran da fare intorno a queste cose, perché dovevano rafforzare un fondamento logico, quindi le questioni erano queste, perché esiste il male? Quindi Dio lo vuole. O Dio non ha creato il male e quindi crolla tutto, o Dio ha creato il male.

Ma può creare il male lui che è sommo bene?

 

Intervento.................................

 

La questione non è semplice. I migliori pensatori, fra cui Agostino, si sono dedicati a risolvere questi quesiti, perché dovevano rispondere alle persone che chiedevano, non a Dio, se è sommo bene come può volere il male? Se uno vuole c'è qualcosa che gli sfugge, quindi non è perfetto. Un po' la questione che si è posta con la matematica, o è completa e allora si canta vittoria oppure non è contraddittoria e allora non è completa. Il teorema di

Intervento...........................

 

Cesare, si perde in un bicchiere d'acqua. Quando ci sono domande di questo tipo, cioè quando non riesce a cavarsi da un dilemma, allora lei sposti la questione, ponendosi questa domanda: che cos'è una domanda? Come dicevo prima, facendo le parti del fondamentalista, oppure il linguaggio sa rispondere a questa domanda, da dove viene? Una domanda è una proposizione che attende un'altra proposizione. Già, sempre proposizioni sono e quindi la domanda non può che trovare un'altra proposizione, il linguaggio non può che rinviare ad altro linguaggio, cioè a se stesso. Dunque, porsi la domanda da dove viene il linguaggio, uno può uscire dal linguaggio per dire il fatto che risposta sarà una proposizione e quindi un atto linguistico. Per questo possiamo anche considerare che questa domanda è un nonsenso, come se io chiedessi al linguaggio di rispondere in un modo che non è linguaggio, può uscire da sè stesso, gli umani possono uscire dal linguaggio, e quindi chiedere al linguaggio di rispondere non è insensato, lo fa ma con un'altra proposizione. Invece, il fervente cattolico questo non lo può fare. Lui chiede al linguaggio di rispondere e immagina questa risposta come qualcosa che non è linguaggio, e allora a questo punto può porre la questione, l'elemento fuori dal linguaggio. Bisogna tenere conto, tenere d'occhio la questione, per avere questa abilità bisogna tenere conto di tutti gli elementi, bisogna trarre da qualunque elemento il massimo vantaggio traibile.

 

Intervento..........................

 

Quando è possibile sempre rilanciare sull'interlocutore la questione. Se qualcuno chiede da dove viene questo o quest'altro si risponde con "da dove viene il da dove viene se non dal linguaggio? Ha già risolto, in buona parte il problema, ha portato la cosa, come un gioco, a diventare più semplice.

 

Intervento........................

 

Retoricamente è la cosa migliore, aiuta a cavarsi d'impaccio. Per cui, vedete, ci sono buoni motivi per sostenere la ragione.

 

Intervento..............................

 

Qualunque argomentazione detta a vantaggio di questo lei può ribaltarla, ad esempio si dice "la storia insegna", la storia insegna a massacrarci, questo mi autorizza ad estrarre una rivoltella e a spararle in bocca? In nome della storia?

 

Intervento...............................

 

La solidarietà, come potremmo definire la solidarietà?

 

Intervento..............................

Bisogna dire che è una volontà, intanto, perché se uno non vuole non lo fa. Condividere qualcosa, ma cosa esattamente?

Intervento: il destino avverso.

 

No, la solidarietà ha sempre a che fare con la difficoltà.

 

Intervento...........................

Il condividere le difficoltà altrui cercando, insieme con l'altro, di risolverle. Un fronte comune alle difficoltà.

Intervento........................

Chi saprebbe costruire un discorso contro la solidarietà? Mostrandone la nefandezza, l'inutilità.

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Intervento...................................

Abbiamo indicato con solidarietà il termine usato come luogo comune. Sono solidale solo con quelli che la pensano come me. È uno dei luoghi comuni più accreditati.

Intervento...............................

Adesso dobbiamo costruire un discorso contro la solidarietà, che dica che la solidarietà non è affatto quanto detto prima, e se anche fosse, sarebbe comunque un'apparenza.

Intervento............................

Non è tanto condividere la sofferenza quanto aiutare l'altro . Per esempio una vecchietta che attraversa la strada dove le macchine sfrecciano fortissimo, è incerta non sa se passare o no e arriva Cesare che l'aiuta ad attraversare la strada, ecco un gesto di solidarietà.

Intervento.......................

Come cominciare a costruire una comunicazione di questo tipo, che giunge ad affermare che la solidarietà è nefasta? Come potremmo cominciare?

 

Intervento............................

 

Dipende dalla nozione di solidarietà che facciamo passare. L'ho detto tante volte, quando si vuole provare una certa cosa si deve inserire una definizione di questa cosa che è utile alla prova che vogliamo svolgere, non solo deve essere utile ma deve essere accolta, bisogna fare in modo che l'altro la accolga, poi si va avanti, ma occorre fargli accogliere qualche cosa che non serve per giungere alla conclusione che vogliamo. Quindi, se riuscissimo a far entrare nella nozione di solidarietà anche questo aspetto, perché no?

Bisogna sempre fare in modo che l'ascoltatore non trovi nulla da eccepire.

Condividere la difficoltà dell'altro significa automaticamente anche farsi carico. La difficoltà emotiva, ad esempio, più si è vicino e più vi è conforto, nella difficoltà materiale si dà una mano.

Interventi vari..........................

Va bene, ci vediamo giovedì prossimo.