12-1-1999
LUCIANO
FAIONI
SECONDA
SOFISTICA
GIOCHI
LINGUISTICI
Intervento
La
volta scorsa dicevamo dell’analista della parola e dei giochi linguistici,
avevamo definiti giochi linguistici un discorso. Un discorso come una sequenza
di elementi linguistici e pertanto un discorso e quindi un gioco linguistico
non è altro che una sequenza di elementi linguistici e pertanto elementi
connessi tra loro, in quanto elementi linguistici, inesorabilmente connessi tra
loro. Quindi potremmo dire che questo personaggio, l’analista della parola, è
definito dall’essere un gioco linguistico, dal non essere altro che un gioco
linguistico. La questione è che essendo un gioco linguistico non può non
considerare ciascun elemento che interviene, come ciò che lo circonda o come se
stesso, al pari di un gioco linguistico. In tutto questo si tratta di
considerare come, come si pone questo personaggio nei confronti del discorso
che si trova ad ascoltare, perché una persona che si rivolge a lui, chiedendo
per esempio di essere liberata dai suoi mali, tutte le volte accade, come si
diceva tempo fa formula una domanda paradossale, ché se fosse effettivamente
questo che vuole si sarebbe già liberato, come dire proprio perché è un gioco
linguistico non può non sapere che il gioco linguistico che viene proposto
comporta una regola, non solo una ma molte, tra queste una vieta di considerare
questo discorso, il discorso che fa il tizio, come un gioco linguistico, lo
vieta in modo tassativo e rigoroso, esattamente così come un gioco di carte che
vieta che una carta valga come qualunque altra, ché altrimenti non può giocare
e in effetti per lo stesso motivo esiste questa regola, che vieta di
considerare il suo discorso un gioco linguistico, ché se lo considerasse
smetterebbe di giocare, e invece questo (di smettere di giocare questo gioco)
non ha nessuna intenzione di farlo, questo è sicuramente l’intoppo maggiore che
può incontrarsi, intoppo, diciamo una questione, il fatto che questo gioco che
si ascolta comporti questa regola, che vieta di considerare il gioco che sta
facendo un gioco linguistico, la vieta tassativamente. Ora pertanto non si
tratta di accogliere il gioco del tizio in quanto tale, ciò che lui domanda non
ha nessuna importanza, cioè di essere liberato dal suo male, si trova piuttosto
a considerare che il gioco in atto, e ciò che occorre che l’analista della
parola faccia è qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che gli chiede il
tizio in questione, nulla, è come se si trovasse di fronte a un gioco rispetto
al quale si pone in una posizione particolare, l’analista, vale a dire come
colui che, mettiamola così provvisoriamente e poi preciseremo, non è
soddisfatto del gioco che si sta giocando e allora ne inserisce un altro,
questo sempre indipendentemente dalla richiesta che gli viene fatta, ché come
dicevo prima non ha nessuna importanza, e allora avviene questo che inserisce
all’interno del gioco che sta facendo il tizio un altro gioco. Come lo
inserisce? Chiaramente per fare giocare qualcuno occorre che questo qualcuno
occorre che sia attratto dal gioco, sia divertito, non posso insistere con
Roberto di giocare a poker se non ha nessuna voglia di giocare a poker, devo
fare in modo che il gioco del poker gli risulti divertente oppure farlo giocare
qualche cosa che a lui diverta per esempio gli scacchi (so che una volta mi
parlava…), che cosa interessa la persona? È qualcosa che è connesso con ciò che
enuncia come problema, connesso…ciò che apro una parentesi e poi la chiudo, un
tal Sigmund Freud aveva l’idea che la buona parte dei malanni delle persone
procedessero da qualcosa che lui indicava come questione sessuale, ora non
aveva torto se consideriamo il fatto che questo aspetto, per esempio non solo
comunque, questo aspetto interessa la più parte e sul perché non ci riguarda oggi
ma è una cosa che interessa, dico non soltanto ma ci sono altri aspetti che
interessano; ora si tratta di far giocare quella persona, il tizio, con gli
elementi di cui dispone e farla giocare con qualcosa con cui si diverta….come
si può venire a sapere ciò che lo diverte? Ora vi dicevo, come si reperisce ciò
che lo interessa? Non si tratta di reperirlo perché è già lui che lo dice, ciò
che lo interessa è ciò che lo preoccupa, ciò che lo angustia, però occorre
inserire un elemento a fianco a ciò che lo angustia e lo preoccupa che lo
diverta, questo elemento che lo diverte è quello con cui lo farete giocare. In
che senso giocare? Dicevo prima che occorre inserire all’interno del suo gioco
un altro gioco, non per il suo bene, il suo bene ci è assolutamente
indifferente ma perché non siamo soddisfatti di quel gioco (perché non siamo
soddisfatti) non siamo soddisfatti per definizione (perché?) è come se questa
persona volesse farci giocare un gioco che non ci interessa minimamente perché
è un gioco che non ha nessun interessa (sì però potrebbe anche essere un gioco
interessante) non è interessante perché è un gioco che comporta ed ha tra le
sue regole una regola fondamentale la quale impone che il gioco che si sta
facendo escluda che sia un gioco linguistico e siccome troviamo qualcosa di
divertente all’interno di qualcosa che sia un gioco linguistico, se no si
arresta immediatamente e quindi non giochiamo più e in effetti se non lo
poniamo come un gioco linguistico abbiamo due scelte o prendiamo atto “bene” e la
cosa è terminata oppure gli si sostituisce la sua religione con un’altra, una
cosa che avviene comunemente la psicanalisi fa questo. Nessuna tecnica o teoria
psicanalitica al giorno d’oggi è in condizioni di volgere il discorso che
ascolta in un gioco linguistico, nessuna lo può fare, ecco siccome dicevo non
siamo soddisfatti del gioco che si sta facendo dicevo ne inseriamo un altro,
utilizzando il modo che indicavo e all’interno di questo nuovo gioco cosa si fa
propriamente? Intanto occorre dire che se si instaura un gioco, in accezione
più corrente del termine cioè se si instaura qualcosa di ameno, di divertente,
già si è fatto un passo notevole dal momento che il tizio sarà più disposto ad
accogliere il fatto che è un gioco. Un gioco, vale a dire, qualcosa che ha
perso almeno in parte la gravità, la gravità di tutto ciò che è considerato non
essere gioco linguistico, per definizione una cosa greve, una cosa pesante,
massiccia, insidiosa…ma bisogna sempre tenere presente l’obiettivo che è quello
di volgere questo gioco che contiene questa regola in un altro che invece
contiene un’altra regola che è quella che esclude che ciò che si sta dicendo
possa essere altro da un gioco linguistico, la prima esclude che lo sia, la
seconda che possa non esserlo. La parte di cui accennavo prima cioè quella
dell’aspetto ludico della questione può risultare fondamentale, fondamentale
non soltanto per i fatti in atto per l’analista della parola ma anche rispetto
ad aspetti retorici che andiamo considerando connessi per esempio
all’intervento, conferenze e cose del genere, quando in alcune conferenze avevo
inserito questo aspetto dell’agone dialettico questo provocava in parte
l’aspetto ludico cioè di divertimento, di spettacolo e non è a caso che le
conferenze che faremo vadano in questa direzione, rispetto alla pratica
l’analista della parola occorre che intervenga qualcosa di molto simile, se non
addirittura la stessa cosa
Intervento:
riguardo all’intervento dell’analista mi chiedevo se nella pratica non si possa
intervenire come in un agone dialettico, con più interventi, con più
sottolineature….
Sì,
sì certo certamente, si può reperire questo aspetto perché vi accorgete
immediatamente che intorno ad una certa questione la persona si eccita, si
interessa (si irrigidisce!) (….) è possibile rilevare che rispetto ad un certo
elemento c’è un interesse molto vivo, molto vivace, la persona si attiva….(il
problema della questione è che si tratta di sostituire ad una metafisica
incontrollata una metafisica controllata….quando dobbiamo inserire all’interno
del sistema un nuovo gioco noi dobbiamo conoscere questo gioco…nel senso che
dobbiamo riuscire a trovare un gioco che riesca …noi dovremmo essere come un
Ippia con un sapere enciclopedico ..) ma il gioco che viene inserito in effetti
non è inventato da noi ovviamente è un aspetto del discorso del tizio….. ma è
come se lui fosse concentrato su un gioco particolare, adesso facciamo un
esempio banale del suo malessere, ora il gioco che noi inseriamo non è questo
cioè quello del suo malessere ma un gioco che è sempre connesso con il suo
discorso, con la sua storia ma che lo interessa, che poi è connesso comunque
con tutto ciò che lo riguarda ed è come se lo “costringessimo” fra virgolette a
giocare quel gioco anziché il suo, che è sempre suo poi, solo che è guidato, è
pilotato ed è pilotato in un modo particolare perché sembra che lo abbiamo
introdotto anche se è un suo gioco, siamo noi che lo manteniamo in piedi, lo
facciamo vivere. Ora per quanto riguarda la questione metafisica…il fatto che
si possa instaurare una apparente metafisica no, l’essenziale è che in ogni
caso questa metafisica possa essere demolita in qualunque momento, dicevo che
appare essenziale non tenere conto di ciò che chiede contrariamente a ciò che è
sempre stato pensato ma, per dirla così, andare dritti per la propria strada,
qualunque cosa lui chieda, la propria strada ha questo obiettivo, inserire un
gioco all’interno di un altro gioco in modo che questo risulti meno, come dire,
banale, diciamola così provvisoriamente, in teoria nient’altro che questo. Un
funzionamento che teoricamente potrebbe avere degli effetti sulla riuscita
almeno per un buon motivo che il tizio, questo è un aspetto retorico, è
continuamente a suo agio che ciò che si va facendo c’è qualcosa che lo riguarda
strettamente ché in effetti il gioco che lo costringi a giocare è un gioco che
lo riguarda, che lo diverte e quindi l’aspetto noto come captatio benevolentiæ
fa essere soddisfatti, e questo come dicevo può funzionare anche in una
conferenza dove la situazione non è così differente, nel caso della conferenza
non c’è una persona ma ce ne sono molte, questo può rendere le cose un pochino
più complesse però, però sappiamo che cosa generalmente attrae le persone e
quindi su questo è possibile giocare. Anche in un incontro le questioni che
ponevi tu la volta scorsa “gli uditori differenti” come utilizzare il fatto che
un uditorio sia fatto in un certo modo anziché in un altro e quindi come
utilizzare che una persona sia interessata particolarmente a una cosa anziché
ad un’altra, qui facevo prima questa parentesi, ciò che affermava Freud, che
lui si era accorto che una delle questioni che più interessava era la questione
sessuale, perché di questo tutti quanti si interessano in un modo o nell’altro,
è uno dei luoghi comuni più accreditati, dei più utilizzabili, come abbiamo
avuto una dimostrazione poc’anzi, dal vivo. Questo ma non soltanto questo
ovviamente anche altri, può accadere che una persona sia particolarmente
attratta da un dibattito, da un agone dialettico…allora si gioca questo gioco
(……….) sì, sì questo funziona però ha le sue controindicazioni perché appena lo
rifiuta c’è l’eventualità che se ne allontani e in ogni caso può essere
utilizzato non in questo aspetto ma in altro modo cioè il fatto che una
persona, il tizio, si trova a giocare un gioco che pensava di conoscere del
quale invece scopre nuove regole che gli consentono di giocare in modo molto
più divertente, da qui si instaura una novità che può essere sempre utilizzata
però tenendo conto che se si instaura questo rinvio a una sempre maggiore
mobilità poi è difficile tenere il ritmo, è come se uno fosse richiesto
ciascuna volta di sorprendere, alla tremillesima volta uno cessa di essere
sorpreso, però se una persona è sorpresa dal suo stesso discorso, pilotato
ovviamente, allora sì funziona (……) ecco però scusi se la interrompo un
istante, questo gioco che viene inserito al momento in cui viene inserito non
modifica quell’altro (mi chiedevo se si trattasse semplicemente di un gioco di
sostituzione o se si trattasse delle stesso gioco con la regoletta
“consapevolezza” che si tratta anche di un altro cioè di un gioco linguistico,
cioè la persona non cambia gioco linguistico …..per cui questo affiancamento di
un altro gioco non sia per giungere alla consapevolezza che comunque quello che
sta facendo non è altro che un gioco linguistico, lo stesso gioco) sì, sì
perché inizialmente il gioco del tizio non viene modificato semplicemente si
inserisce all’interno un altro gioco che vive una sua vita particolare (occorre
partire da un accoglimento del gioco linguistico) sì dicevo dei bambini ha
presente, i bambini, una tragedia terrificante, lacrime e urla…cosa accade?
Dipende dall’età ma …una caramella, la tragedia finisce a vantaggio della caramella…cosa
è avvenuto in questo caso? Una distrazione, è stato distratto, facevo l’esempio
su questa scia, una persona adulta con una depressione ed è schiacciata dai
suoi problemi, se si accorge che l’appartamento in cui abita sta andando a
fuoco i suoi problemi scompaiono, così come quando gioca a poker con gli amici
anche se è depresso in quel momento lo vedrete attivissimo, agitato e
preoccupatissimo per il gioco che sta facendo, la sua depressione è scomparsa,
ora non è che si tratti soltanto di distrarlo ovviamente ma utilizzare questa
figura retorica. È inutile stare lì all’interno del gioco che lui intende
giocare finché si rimane lì dentro non c’è via d’uscita, dicevo le vie sono
soltanto due o si converte a un’altra religione oppure si prende atto e non si
parla più, perché questo suo gioco se continua ad essere giocato continua ad
avere questa regola per potersi giocare e cioè quel gioco è fuori e quindi non
è un gioco linguistico e pertanto sarà assolutamente inaccessibile a meno che
non venga spostato su un’altra cosa la quale continua ad affermare che non è un
gioco linguistico, ecco perché dicevo il suo discorso, del tizio, rimane
assolutamente immutato come se non gli interessasse minimamente, semplicemente
si inserisce questo altro elemento, si inserisce “la caramella”, “la caramella
“ non è altro che il pilotarlo verso qualcosa che lo interessa ora può accadere
che non sia facilissimo in alcuni casi elementi che lo interessano ma laddove
si enuncia un totale disinteresse per le cose, il più delle volte è questo che
interessa, (il più totale disinteresse delle cose) precisamente e su questo è
possibile lavorare, poi mano a mano che procederemo vedremo anche i dettagli
magari delle descrizioni che possano servire da esempio. Una volta ottenuta questa
distrazione, una persona comincia a giocare questo altro gioco che noi andiamo
costruendo, perché questo nuovo gioco che inseriamo all’interno del suo è sì un
gioco che lui ha voglia di giocare ma stiamo costruendo noi, passo dopo passo,
fino al punto in cui questo gioco che stiamo costruendo, questo questione che
dobbiamo risolvere nel prosieguo, diventa talmente importante e fondamentale
che il gioco precedente scompare. Ora non è questo l’obiettivo che ci
interessa, che scompaia quell’altro gioco, non ci importa niente ma
semplicemente visto che stiamo chiacchierando con questa persona che la
conversazione non sia del tutto “annoiante” solo questo. (la difficoltà di
inserire un gioco è comunque più facile andare all’estremo delle sue
convinzioni cioè ….) lei ha fatto esattamente questa operazione in quel caso
ciò che divertiva la persona (……) dicendo questo gioco si reperisce dal
discorso dell’altro, notando l’interesse della persona, che cosa gli interessa,
in questo caso ha fatto esattamente ciò che stavo descrivendo (………) se
l’interlocutore è molto curioso (………) (sì però poi arrivato si è accorta di
questo vuoto ed è sempre questo il problema) questa curiosità potrebbe essere
per esempio l’innesco per una prosecuzione di conversazioni che mirino a esplorare
tutte le varie potenzialità del linguaggio, occorre imparare a farlo funzionare
il linguaggio, come si impara a fare funzionare il computer, uno usa un
programmino mentre il computer usa (la gente si trova sempre un vuoto enorme,
questo è così, questo è così…) sì ma le sensazioni che taluni hanno di fronte
un computer, il fatto che possa fare una quantità di cose, si spaventano come
se fosse (…..) infatti tutto ciò è un abbozzo della questione una direzione, si
tratta esattamente di reperire lungo questa direzione armi retoriche sempre più
potenti, tenendo conto che ciò abbiamo indicato come analista della parola è il
gioco linguistico nient’altro che questo e come tale fa funzionare il
linguaggio, trova il modo per farlo funzionare ciascuna volta e il trovare
questo modo è un operazione retorica. Potremmo dire che l’analista della parola
è il gioco linguistico che necessariamente trova il modo, qualunque cosa
incontri che sia un gioco linguistico, anziché una stupidata cioè qualunque
cosa che pensi di sé di non essere un gioco linguistico….(la complicità …) il
gioco di parola certo non può essere fermato in alcun modo…
21-1-1999
La
frase nominale, gli avverbi
Allora
questa sera voglio soffermare la vostra attenzione su un aspetto particolare e
cioè sull’uso retorico della frase nominale e dell’avverbio. Per frase nominale
si intende generalmente una frase, appunto si chiama frase e non proposizione,
una sequenza di elementi dove non compare il verbo, faccio un esempio: basta
con la criminalità! Questa è una frase nominale non c’è nessun verbo, ora l’uso
retorico della frase nominale, è una frase perché dicevo si distingue da una
proposizione perché la frase non è sottoponibile a un criterio verofunzionale.
Dice: basta con la criminalità! Vero o falso? Non ha senso mentre la
proposizione sì uno dice: è tempo che la criminalità sia arginata! Allora sì,
questo può essere esposto a un criterio verofunzionale…la frase nominale ha
delle virtù per il solo fatto, per il semplice fatto di non possedere il verbo,
il verbo nella frase nominale non è che sia sottinteso o non propriamente o non
sempre, in alcuni casi è proprio una costruzione differente e cioè una frase
messa al posto di un nome ha maggiore potere persuasivo perché non essendoci il
verbo e quindi non essendo sottoponibile a un criterio verofunzionale, cioè
alla domando vero/falso si impone come necessaria. Se io affermo: basta con la
criminalità (mi viene in mente una buffa cosa che poi riprenderemo rispetto
alla criminalità) ecco questo non è sottoponibile alla domanda vero o falso ciò
che affermo è una delle prerogative della frase nominale è di essere
atemporale, cioè vale sempre…mi raccontava Beatrice la storiella di questo
fatto buffo “hanno ammazzato un commerciante e immediatamente è partita la
caccia all’untore, un marocchino, un albanese a seconda dei casi, si è scoperto
che non erano extracomunitari ma italiani, delinquenza casereccia, allora tutta
la campagna contro gli extracomunitari non si è potuta più proseguire in questi
termini, perché non si è più potuta giovare di questo fatto della colpevolezza,
gli hanno sottratto questa meravigliosa occasione, allora interviene la frase
nominale e interviene in che modo? Se fossero stati gli albanesi allora dagli
agli albanesi, sono stati gli italiano magari anche di Milano, ecco allora cosa
si dice non fuori gli albanesi ma basta con la criminalità, allora questa frase
risulta assolutamente necessaria e lapidaria soprattutto e poi consente un
giro, perché basta con la criminalità, sì ma la criminalità oggi è gestita a
seconda del folclore dagli extracomunitari, quindi dicendo basta con la
criminalità comunque si colpiscono degli extracomunitari perché comunque sono
loro poi che non abbiamo ucciso il commerciante ecco questo particolare non ha
nessuna importanza dunque l’uso retorico della frase nominale che in qualche
modo cominciate già ad avvertire è questo potere affermare qualche cosa in modo
assoluto, perentorio e direi quasi sub specie et aeternitate, cioè in modo
atemporale, una cosa che sembra vera di per sé, se io dico basta con la
criminalità do per acquisito una criminalità che sia ormai prepotente e
strapotente, per cui è tempo di fermarla, tutto ciò che viene dato come
implicito non viene affatto messo in gioco ché non c’è la possibilità di porre
delle questioni intorno al fatto che ci sia o non ci sia, affermando basta la
criminalità implicito in modo categorico che la criminalità ha passato la
misura, in modo assolutamente perentorio. Ora nel discorso comune l’uso della
frase nominale che interviene spesso ha esattamente la stessa portata e cioè
costruire proposizioni in modo tale che non siano sottoponibili neanche a una
mia discussione eventualmente, dicendole funzionano implicitamente anche per me
come verità assoluta, se io dico: adesso basta con qualunque cosa è un’altra
frase nominale, dicendomelo immediatamente stabilisco che questa cosa rispetto
alla quale…che intendo affermare o arginare, è assolutamente intollerabile,
cioè non mi dico: è vero per esempio affermare che questa cosa è fastidiosa per
questo motivo, no, non mi dico una cosa del genere perché dicendolo mi impongo
quasi di metterlo alla prova cioè di verificarlo, ma se io dico che è ora di
smetterla con questa cosa ecco allora no, non consento nessuna messa in gioco di
una cosa del genere, la do come inesorabile, per esempio in una arringa se un
avvocato riesce a utilizzare in modo opportuno delle frasi nominali, in questo
senso ha un buon effetto sull’uditorio, perché impedisce l’accesso ad un
eventuale critica di quello che sta affermando, e impone un elemento in modo
così assolutamente quasi inesorabile e inevitabile che servirà poi a partire di
lì per costruire tutta una serie di cose, che invece potrebbero essere
assolutamente opinabili, ma se muovono dalla frase nominale no. Un uso
abbastanza simile possono o un risultato abbastanza simile possono ottenerlo
gli avverbi, affermando la tale persona non è potuta venire evidentemente aveva
altro da fare, l’utilizzo di questo “evidentemente” avverbio come sapete, ha una
funzione particolare che è quello di rafforzare ciò che vado dicendo e di nuovo
al pari della frase nominale impedire l’accesso ad un eventuale obiezione, di
qualunque messa in gioco della cosa evidentemente oppure ovviamente oppure
certamente, sono tutti avverbi, potete trovarne infiniti altri che hanno questa
funzione inseriti all’interno di una frase non soltanto la rafforzano, sono
avverbi, che hanno una funzione rafforzativa ma escludono la possibilità che
possa, che di nuovo la frase possa essere sottoposta a un criterio
verofunzionale e cioè si trasformi in proposizione. Se io dico “evidentemente
aveva altro da fare” quasi escludo la possibilità che uno dica ma perché?
Oppure possa fare un’altra domanda, se invece affermo aveva altro da fare “che
cosa, per quale motivo?” invece nel caso dell’uso dell’avverbio no, questo è
importante quando si ascolta un discorso, tanto la frase nominale tanto
l’avverbio utilizzato nei modi che andavo dicendovi, possono mostrarvi con
rapidità quali sono le cose per esempio in cui una persona crede, sono quelle a
cui in genere affianca un avverbio di tipo di quelli che vi accennavo, cioè
cose rispetto alle quali non intende che ci siano discussioni, oppure terminare
una frase con ovviamente, come dire è ovvio e quindi nessuno può avere l’ardire
di mettere in discussione una cosa ovvia, certo! Nell’uso del discorso retorico
questi elementi sono importanti ma sono importanti anche nella retorica del
proprio discorso, cioè nel modo in cui uno si trova a dire le cose senza accorgersene.
Utilizzando dunque questi elementi in questo modo o meglio ascoltando gli
elementi utilizzati in questo modo potete costruire come una sorta di mappa
delle cose che sono più credute o per meglio dire potete individuare quelle che
sono le credenze e le superstizioni che sono poste lì per evitare di
incontrarsi con questioni problematiche e quindi che potrebbero creare un
problema, questo non significa che laddove incontriate avverbi di tipo o una
frase nominale sia necessariamente così però può indicare una direzione
nell’ascolto per esempio, una direzione rispetto al discorso che si va
ascoltando, capita, ascoltate una persona che chiacchiera e ad un certo punto
vi accorgete che fa un largo uso di avverbi, ovviamente, sicuramente,
certamente ecc. , non è casuale che intervengano a volte questi avverbi,
possono essere comunque degli indicatori, in questo caso funzionare come una
sorta di shifters come direbbe Jakobson cioè quegli elementi che consentono di
indicare con precisione una direzione. Ci sono alcune persone vi sarà capitato
mille volte di incontrare quelle che mentre vi parlano vi chiedono
continuamente “no?” e uno rimane lì “ma non lo so?”(………………) (non solo
indicatori ma solo dei tic cioè un modo particolare di interloquire) (…..) sì è
come se avesse il sospetto che l’altro non possa essere d’accordo, c’è anche
nel dialetto piemontese un modo piuttosto bizzarro di dire le cose e cioè porre
un’affermazione anziché come affermazione come domanda, per esempio Cesare
direbbe sono stato a Milano, altri quei piemontesi di cui dicevo farebbero
questa affermazione “sono stato a Milano?” non so come faccio a sapere io non
c’ero, vengono avvolte queste affermazioni in una forma di domanda, in forma
interrogativa e non si capisce bene il motivo però è curioso che uno affermi
una cosa del genere e cioè una cosa che si sta affermando viene domandata
all’altro che non lo sa e del quale sta dicendo (quell’altro non può saperlo)
sì sono questi….(sono dei modi di dire…) i modi di dire possono essere molto importanti
in un discorso, possono essere dicevo degli chiffeters degli indicatori,
indicano che cosa in quel discorso fa problema per esempio, non necessariamente
non è che mostrino una certezza indicano un’eventualità niente più di questo
però una eventualità che è possibile tenere in conto per cominciare a
riflettere intorno alla retorica del discorso in termini più precisi, magari
riprenderemo qua e là dei brani che trattano di questo aspetto ma pensavo
all’uso della frase nominale che è molto curioso, per esempio, “zitti” è una
frase nominale, più breve ma hanno una notevolissima efficacia togliendo il
verbo nel discorso si impone una sorta di verità sub specie et aeternitate,
come dicevo prima, e soprattutto ci si sbarazza dell’aspetto proposizionale e quindi
dell’aspetto verofunzionale, non è più sottoponibile a un criterio
verofunzionale e quindi non è più possibile chiedere di rendere conto (…….)
esattamente sia nel linguaggio pubblicitario, sia negli spot politici, sono
molto utilizzati proprio per questa cogenza, questa costrizione quasi che
impongono ad ammettere tutto ciò che non viene detto (….) trasformare una frase
che non chiede di essere sottoposta a un criterio verofunzionale e quindi
sembra vera necessariamente (toglie responsabilità a chi enuncia questa
proposizione) sì certo, certo ci si sottrae della responsabilità di affermare
in prima persona di una certa cosa (….) sì dicendo “basta con i rossi o basta
con i neri” alludo a tutta una serie di cose che do per acquisite ma senza come
diceva giustamente Cesare assumermene la responsabilità è come se affermassi un
dato di fatto, che i rossi oppure i neri a seconda dei casi hanno passato la
misura e bisogna fermarli, come dire, tutti lo sanno e io ribadisco una cosa
ovvia (state zitti o zitti) si rivolge ad un uditorio invece lì no è come se
dicessi ciascuno di voi taccia ha un'altra funzione cioè come diceva
giustamente non ricordo più non è che sottintenda il verbo è proprio una
costruzione differente (uno non si espone) nella retorica del discorso di
ciascuno può intervenire o possono intervenire questi aspetti, ciascuno può
rilevarli rispetto al proprio discorso in modo particolare laddove si incontri
una questione che per un qualunque motivo si preferisce aggirare ecco che
allora ci si ripara o meglio ci si nasconde quasi dietro un motto, dietro una
frase nominale che sembra senza tempo e quindi sempre vera, perché uno può
pensare senza tempo può essere falsa e invece è sempre vera, perché esiste
(come il proverbio) sì il proverbio ha una struttura molto prossima anche se
non tutti hanno una frase nominale propriamente detta poi è chiaro che in
effetti possiamo anche allargare un po’ sulla scia di Benveniste, allargare la
definizione di frase nominale a proposizione più complessa come per esempio
"il bere fa male” questa secondo la grammatica più rigorosa non sarebbe
propriamente una frase nominale in quanto ha un verbo però, però in questo caso
è il bere che funziona come nome e quindi può ascriversi a una frase nominale
perché no? E Benveniste in definitiva si avvicina molto a questo aspetto nel
suo saggio sulla frase nominale, che vi suggerisco di andare a rileggere, e in
questo caso porre il bere come fosse un nome dà a questa frase “il bere ”
propriamente grammaticalmente sarebbe un sintagma composto da un articolo e da
un verbo, un sintagma nominale in questo caso, ponendolo come nome da a questo
sintagma una dignità che altrimenti non avrebbe e il nome in tutte le
grammatiche e in tutte le strutture del discorso non soltanto in quella occidentale
ha una priorità rispetto a qualunque altra elemento linguistico perché è ciò
che nomina, ciò che dà esistenza alle cose ciò che le fa esistere, uno vede un
aggeggio che non sa cosa sia “che cos’è?” e quindi chiede il nome “è Pinco
Pallo” a ecco! Poi comincia a chiedere come funziona ecc…intanto vuole sapere
come si chiama e questo non è marginale come dire che il nome è la cosa
principale quella dal quale poi si può predicare una qualunque cosa. Ponendo
dunque, ho fatto un esempio banalissimo “il bere fa male” cosa discutibilissima
ma se pongo il bere come nome darò a questo bere una valenza talmente
universale, talmente generale che induce o può indurre la più parte degli
uditori all’assenso, non soltanto perché è un luogo comune ma perché posto il discorso
sotto questa forma, cioè indicando ciò che si vuole far accogliere mettendolo
nella posizione di nome, è più facilmente accoglibile, se uno dice “bere grappa
….” Invece “il bere” più generale è come se questo “il bere” diventasse una
sorta di luogo, luogo facilmente riconoscibile da chiunque oppure correre è
pericoloso, non significa niente di per sé però in questo caso anche correre è
posto come nome nelal struttura della frase, questo per indicarvi come nella
frase nominale o meglio come la frase nominale abbia maggiore potenza
persuasiva di moltissime altre e come pertanto all’interno di un discorso posso
benissimo venire utilizzata una frase nominale per eliminare immediatamente una
questione spinosa, e quindi problematica rispetto al proprio discorso, lo
stesso come si diceva per gli avverbi, se io aggiungessi a quello che ho detto
lo stesso per gli avverbi evidentemente questa aggiunta di per sé non aggiunge
né toglie nulla teoricamente e invece no aggiunge questo evidentemente messo in
chiusura chiude la frase in modo tale per cui ciò che detto viene come
ricoperto di una sorta di evidenza generale pubblica ed è più difficile a
questo punto all'interlocutore che posso essere io ovviamente, io stesso, rende
più difficile l'eventuale messa in discussione, messa in gioco l’ulteriore
interrogazione di questa affermazione. (…) sì sì è come dire bada che non lo
puoi mettere in dubbio perché è fuori dubbio se lo fai vai contro il buon senso
comune, indubbiamente che è la stessa cosa, evidentemente sono tutte varianti,
utilizzate allo stesso scopo. Quindi questa piccola aggiunta “evidentemente” ha
una funzione retorica di rendere più difficile l’interlocutore l’accesso a una
eventuale obiezione. Come dicevo e torno a sottolineare anche quando sono io
tanto l’interlocutore quanto il locutore, cosa che può essere di qualche
interesse (…….) sì di una grande sicurezza di chi sta parlando, (…..) sì non
solo ma si può anche aggiungere che questo evidentemente posto in chiusura può
fare alludere, e questo è un altro uso retorico al fatto che il parlante abbia
una certezza assoluta di ciò che sta dicendo e quindi sia in condizioni di
sostenerlo per cui l’altro (….) o effettivamente, tutte queste forme …..sì
magari la volta prossima potremmo leggere o aggiungere qualche brano da
Benveniste perché mi sono accorto che si può riflettere ancora su questi
aspetti anche per quanto riguarda gli avverbi, so che sta uscendo un libro che
ha a che fare con questo l’uso dell’avverbio nella retorica certo! Quindi
potremmo vedere se dice qualcosa di interessante oppure no (è difficile darsi
delle convinzione dicendo per esempio basta con la criminalità….lo posso dire
ad un uditorio….ma con me ) sì viene indotta per esempio dai media se
attraverso una operazione ben congeniata, se si instilla nei cittadini,
l’albanese basta che un albanese ruba una mela si fanno venti pagine sui
quotidiani, contro la criminalità albanese che ormai dilaga e non si riesce più
ad arginare ecc. poi vede che è stata uccisa una persona, subito è l’albanese e
poi ….legge tutte queste cose ecco che messe in buon ordine…”basta con
l’albanese” (…..) era un albanese però poteva esserlo, peccato! (….) talvolta
accade di essere altrettanto sprovveduti rispetto al proprio discorso certo e
quindi non accorgersi di elementi che intervengono con la stessa funzione, non
ci si accorge perché queste frasi sono costruite apposta perché non ci si
accorga cioè è questo il loro utilizzo impedire l’accesso, impedire l’accesso
alla proposizione che quindi allude e invece è una frase, la frase non richiede
nessuna interrogazione, dicevamo tempo fa l’esempio della frase musicale, che
di per sé non è né vera e né falsa, sarà così o non sarà così….è una frase
musicale, per definizione non è sottopobile a un criterio del genere, la proposizione
sì e quindi se io riesco a volgere una proposizione che quindi chiede una
verifica in una frase che invece per definizione la esclude allora ho aggirato
la questione…(la persona che ha difficoltà con se stesso con la questione
razzista e se dovesse sostenere con se stesso il discorso del razzismo “basta
con la criminalità” esclude il confronto ….) (…..) vedete la frase nominale ha
questa prerogativa che è fuori dal tempo, quindi enuncia proprio enuncia perché
di fatto non afferma proprio niente, enuncia una qualche cosa che mostra uno
stato di fatto che è sempre in qualunque tempo, se c’è la criminalità, se
questa criminalità diventa una cosa del genere allora bisogna arginarla, ma
detta così cioè basta la criminalità di per sé, siccome non significa nulla può
significare qualunque cosa, può essere utilizzata in qualunque modo, ci si può
nascondere dietro una cosa del genere e in effetti io enunciando questo non
affermo assolutamente niente, dico una cosa così, (quindi il discorso prosegue
senza interrogazione) il problema che c’è una sovrapposizione fra questa frase
e il riconoscimento di uno stato di fatto delle cose, occorrerebbe dire basta
con la criminalità, bene se c’è criminalità, se questa criminalità è fatta in
un certo modo se….tutte cose da verificare certo ma così come dicevo non
significa niente perché non afferma niente la frase nominale non afferma nulla
enuncia una cosa, di per sé uno può accogliere o non accogliere ma non
significando niente non si pone neanche il problema dell’accoglimento è data
così…quindi è molto potente, ha questa virtù che sbarazza di ogni eventualità
di discussione perché non si afferma niente, torno a ribadire questo è
l’aspetto fondamentale, nella frase nominale non si afferma assolutamente nulla
e quindi non si è soggetti a nessuna domanda a nessuna inquisizione, a nessuna
obiezione, obiettargli che cosa se non ho affermato niente? (se scoppia un
tafferuglio sotto la finestra e uno urla basta con la criminalità, il soggetto
è lì) non è il soggetto è l’occasione, è lei stessa come soggetto non ha altri
soggetti fuori di sé (…..) quella è l’occasione per affermare una cosa che non
afferma niente “basta con la criminalità” e allora? Non vuol dire nulla ché non
sta affermando niente (…….) sì può essere plausibile il riferire questo detto
all’evento che sta accadendo, può essere plausibile ma non è riconducibile
necessariamente, perché lui come dicevo prima e torno a sottolineare, lui non
ha affermato niente, e quindi non è né riconducibile né opinabile niente è come
se suonasse quattro note con il clarinetto, che però non sono esattamente come
quattro note del clarinetto perché alludono ad uno stato di fatto che si pone
così nel nulla, è fuori tempo, in qualunque momento uno potrebbe dire basta con
la criminalità, da quando esistono gli umani non c’è problema, per cui è sempre
possibile, sono frasi che sono sempre possibili, vanno bene sempre perché non
hanno tempo, non hanno luogo e soprattutto non affermano niente. Ecco ma
l’aspetto che a noi interessa di più è connesso con la retorica del proprio
discorso, intendere eventualmente laddove o che cosa utilizza una costruzione
del genere per aggirare come dicevo la questione, è un esempio, molte cose
possono funzionare come una frase nominale anche senza esserlo letteralmente e
grammaticalmente. (…….)sì è sempre molto rassicurante questa frase è molto
rassicurante, dire che una certa cosa è sempre così in ogni tempo e in ogni
luogo la frase “basta con la criminalità” sarà sempre utilizzabile, andrà
sempre bene perché è una sorta di pass-partout (nel proprio discorso si accorge
che c’è una frase che risolve i problemi, e allora a quella frase si aggrappa e
non ci pensa neanche ) sì come anche quelle frasi dice tutte queste cose
e….puntini di sospensione, anche in questo caso è una frase nominale e anche
qui ci troviamo di fronte a una costruzione che allude a qualche cosa senza
affermarla, la frase nominale allude ma non afferma, è come quella che lancia
la pietra e poi nasconde la mano “tutte queste guerre cosa vuol dire?” che è
contento che ci siano una quantità di guerre in giro per il mondo? No indica
l’esistenza di queste cose e quindi allude al fatto che sia una cosa negativa
ma non lo afferma, allude in questo è una costruzione molto prossima a molti
proverbi, che alludono a una certa cosa ma non la affermano perché affermandola
si esporrebbero immediatamente alla necessità di sottoporre questa affermazione
a un criterio verofunzionale, se è così perché? (la frase relativa cioè quella
per esempio Caio dice che) questa è un’altra figura retorica “auctoritas” cioè
l’utilizzo di un autorità per affermare una certa cosa perché o non la si sa
sostenere o la si vuole rafforzare, come dice Aristotele….uno può rafforzare il
proprio discorso perché lo dico io ma lo dice anche Aristotele oppure sorvola
sul discorso (….) sì questo è un utilizzo che viene fatto spesso specialmente
in ambito “intellettuale” tra virgolette, vi faccio un esempio, muove spesso da
una citazione anche se non letterale, questo non ha importanza Heidegger afferma
che la verità è un disvelamento e quindi tutto ciò che viene inteso come vero
necessariamente prima era velato, ora io ho utilizzato qualcosa che dice
Heidegger in modo tale che venga dato per buono che sia vero ciò che Heidegger
afferma, perché non utilizzerei per rafforzare il mio discorso un qualcuno che
afferma un qualcosa di falso, ora a questo punto può in alcuni consessi
risultare difficile ribattere “be questo lo dice Heidegger ma non significa
niente” lo dice Heidegger e allora io dico un’altra cosa? Che è un altro
utilizzo a fianco dell’auctoritas, lo dice H. e quindi, oppure ancora più
subdola affermare come dice H. e quindi….CAMBIO CASSETTA la prima parte come
dice H. lascia intendere che è possibile mettere in discussione ciò che H. afferma
la seconda no, perché e quindi…cioè la protasi qui è al condizionale o meglio è
condizionata mentre l’apodosi è assolutamente apodittica, per dirla in termini
retorici, apodittico è l’enunciato che è necessariamente vero…(……) vedete! La
funzione più propria del luogo comune in accezione retorica del termine e cioè
di una proposizione che è data per acquisita perché è nell’uso comune dare per
acquisita e che serve per costruire un discorso e nella retorica il luogo
comune è questo il punto di partenza per costruire poi un discorso, punto di
partenza che si suppone riconosciuto almeno dai più, e nel proprio discorso,
certo, ciò che è riconosciuto perlopiù da me ciò in cui credo in effetti, che
viene utilizzata da me per costruire il mio discorso, per cui reperire il luogo
comune rispetto al mio discorso è intendere perché credo le cose che credo ( il
luogo comune è l’autorità) può essere il luogo comune certamente, sì, che
Aristotele sia un autorità è indubbio ma è diventato in molti casi un luogo
comune, oppure più ancora di Aristotele perché Aristotele si legge meno ad
esempio ciò che ha detto Freud, ma più ancora Gesù Cristo…..(……..) altro
aspetto della retorica è quello che prepara l’uditorio o l’uditore ad
accogliere ciò che si sta per dire, comunque non è una garanzia, infatti il
buon oratore è colui che prima di iniziare a dire le cose che intende dire e
delle quali vuole che altri siano persuasi dispone l’uditorio in un certo modo
in modo tale che sia pronto ad accogliere le cose che sta per dire, si apre la
strada per così dire…se riesca oppure questo è un altro discorso ma c’è una
serie di tecniche preparate a questo scopo…(….) se no la pubblicità sarebbe
sempre riuscita e invece non è così, si lancia un prodotto che vende moltissimo
poi utilizza la stessa cosa per un altro e non funziona più niente…(lei in
libreria parlava delle fantasie e dei luoghi comuni facendo una discriminazione
le fantasie sono infinite e i luoghi comune si possono ridurre a una decina
…..ho cercato di distinguere fra luogo comune che non può non essere una
fantasia e la fantasia non può non essere un luogo comune) ha già qualche idea
in proposito? Anzi usiamo una frase nominale “idee in proposito?” (….) la
distinzione fra fantasia e luogo comune (……) retoricamente il luogo comune è il
luogo in cui andare a pescare quegli elementi da cui incominciare a parlare,
retoricamente è questa la funzione del luogo comune e attiene alla prima parte
della retorica, l’inventio dei latini, dopo di che reperito questo elemento si
comincia a costruire intorno le cose, per dico “basta con la criminalità” luogo
comune a questo punto ci costruisco sopra tutta una montagna di cose…ora
fantasia che non è altro che un discorso, ma potremmo dire intanto che il luogo
comune è ciò che viene utilizzato per la costruzione di fantasie, mentre le
fantasie non vengono utilizzate per la costruzione del luogo comune in quanto
che il luogo comune è già dato, non è da costruire che se no perderebbe la sua
connotazione di luogo comune sarebbe un luogo incomune, personale poi può farsi
diventare luogo comune ma se è comune per definizione è già dato, è già dato da
altri che è l’utilizzo, altri mi dicono questo io so che ci credono, poi ci
costruisco sopra…ora di cosa è fatto il luogo comune certo è un discorso, una fantasia
(io non posso far esistere la fantasia se non partendo da un luogo comune)
qualcosa del genere comunque è da elaborare la questione ché è importante però
in prima istanza potremmo dire che il luogo comune è quella fantasia che per
definizione risulta già data, e dalla quale si muove per costruirne altre, (è
come se la fantasia per essere fantasia abbisognasse delle stesse regole che
rendono comune il luogo comune) alcune sì, sì certamente è chiaro, sì il luogo
comune nell’accezione più volgare del termine impone una regola cioè quella che
ciò che afferma non deve essere messo in discussione, anche in uso retorico
però viene creduto…(è fantasia perché pensa di essere libera dal luogo comune)
(…) non l’abbiamo mai definita la fantasia, dovremmo farlo un giorno o l’altro,
possiamo riflettere se c’è qualche cosa di interessante intorno alla fantasia
oppure no, (è interessante laddove si pone fantasia in contrapposizione al
reale) sì oppure se il termine fantasia può essere in toto sostituito da
discorso che è molto più appropriato e preciso, è da riflettere merita di
essere riflettuta bene ci vediamo giovedì prossimo
3-2-2000
Riprendiamo
la questione di giovedì scorso abbiamo detto come pensare, il pensiero non sia
nient’altro che inesorabilmente una sequenza di proposizioni ricorrenti e
connesse fra loro….denken, il pensiero, famoso il titolo Heidegger…pertanto
abbiamo detto del pensiero che qualunque considerazione si faccia, qualunque
conclusione si tragga o non si tragga, questo avviene inesorabilmente
attraverso questa struttura inferenziale determinata dalla struttura del
linguaggio, quindi parlare del pensiero è come parlare del linguaggio, il
pensiero non c’è fuori dal linguaggio, che è fatto della stessa cosa. Ora, mi
ripeto questa sera, non c’è pensiero fuori dal linguaggio e quindi
necessariamente chiunque si trova necessariamente preso nel pensiero, qualunque
cosa faccia pensa, inesorabilmente e questo pensiero, abbiamo detto, non è
altro che lo svolgersi del linguaggio con tutte le sue procedure e regole ma
questo pensiero che pensa qualcosa compreso, c’è l’eventualità che pensi se
stesso, da che cosa muove, chi lo muove, perché, come? Dunque che cosa lo muove
e da che cosa muove? Cominciamo da che cosa lo muove, qualunque cosa noi
diciamo a questo riguardo, qualunque cosa sia alludiamo già alla risposta alla
nostra domanda, a qualunque cosa alludiamo per rispondere alla nostra domanda
comunque utilizziamo uno strumento, un elemento linguistico, chiamiamolo mezzo
per il momento, e quindi abbiamo già risposto alla questione “cosa lo muove il
linguaggio?” e il linguaggio chi lo muove? se stesso lo muove, il linguaggio lo
avevamo accostato, quella volta famosa in cui Cesare era assente, al motore
immoto di Aristotele, sì il linguaggio è il motore immoto, in quanto muove e
non è mosso da niente, perché qualunque cosa che noi vogliamo dire che lo
muova, comunque lo riutilizzeremo necessariamente, per questo è un motore in
moto, volete chiamarlo dio? Chiamatelo dio, non ce ne importa assolutamente niente,
si può chiamarlo anche peppino…..va bene peppino, dunque il pensiero è questa
successione di inferenze, abbiamo visto da dove viene, viene da se stesso, da
nient’altro che da se stesso, uno volta che il linguaggio è instaurato non può
eliminarsi e procede all’infinito ma qualcuno potrebbe dire “la morte lo ferma”
una palla colossale, la morte non ferma assolutamente niente, non ha questo
potere, e perché non ce l’ha? perché per potere pensarsi la morte, comunque di
nuovo devo usare il linguaggio, e non ne veniamo fuori in nessun modo, senza
linguaggio non c’è morte, non solo non c’è ma non c’è mai stata e non ci sarà
mai, come qualunque altra cosa…dunque abbiamo visto da dove viene e vediamo
come prosegue per cui gli umani non possono non pensare, ciascuno non fa altro
che pensare, il pensiero è l’unica cosa che funziona full time, non c’è un solo
istante in cui non sia attivata, che non funzioni, e quindi ciascuno che lo
voglia o no pensa continuamente, perché gli umani si piccano di sapere pensare?
Se lei Cesare interpella chiunque le dirà che comunque sa pensare, cosa intende
dire con questo? che sa, da premesse date giungere a conclusioni che siano
coerenti e necessarie rispetto a quelle premesse, tuttavia non è esattamente
così, dal momento che lei stesso o chiunque altro, molti comunque, potrebbero
già dalle stesse premesse giungere a conclusioni diametralmente opposte, quindi
gli umani non sanno generalmente pensare, non sono in condizioni di farlo
perché non hanno gli strumenti per farlo, immaginano che la premessa sia
necessaria e a partire da qui costruiscono conclusioni che ritengono pertanto
necessarie, in che cosa noi possiamo intervenire rispetto a questa
superstizione? Il fatto che una persona immagini che la conclusione sia
corretta è una superstizione, al pari di qualunque altra di quella cioè che
afferma che se il gatto nero attraversa la strada allora succederà un malanno,
è esattamente la stessa struttura, ho tentato di dirlo moltissime volte, lo
dirò ancora non importa, ché qualunque cosa gli umani pensino in linea di
massima, dalla cosa più importante, alla cosa cui si attribuisce un valore
immenso, come la vita, la morte, la religione …fino alla cosa più banale, più
sciocca …ebbene tutte queste costruzioni, sono esattamente delle superstizioni,
né più né meno, gli unici che sono riusciti ad affrancarsi da questa sorta di
maledizione siamo noi, sì, ebbene sì…..allora possiamo affermare che qualunque
pensiero che non muova da ciò che abbiamo reperito come necessario, ha
inesorabilmente la struttura della superstizione, la quale struttura della
superstizione è così fatta, prende una premessa assolutamente arbitraria e la
pone come necessaria, e a questo punto conclude, come concluda non ha nessuna
importanza, ma conclude questa conclusione è una superstizione, esattamente
come quella del gatto nero che attraversa la strada, avevamo discusso di
superstizione a proposito di un testo non mi ricordo più quale, non importa
..perché la superstizione? Perché la superstizione dicemmo allora ha la struttura
dell’entimema e cioè cosa fa l’entimema? L’entimema è un sillogismo nel quale
uno degli elementi è sottaciuto, (non sott’aceto è differente bisogna
distinguere se non distinguiamo è un macello) uno dei tre elementi è
sottaciuto, generalmente la premessa maggiore, nel caso della superstizione
accade proprio così, la premessa maggiore è sottaciuta, cioè non compare,
perché non compare? Perché non è provabile in nessun modo, ora prendete un
discorso scientifico, quello che vi pare non ha importanza, e consideratelo con
attenzione, vi ricorderete che la premessa maggiore su cui tutto è costruito,
non è provabile, è un dato così dell’esperienza, la tradizione, l’ha suggerito
il medico, l’ha detto la mamma, queste sono le prove, (perché è sottaciuto?)
perché non può essere provata, ora se non fosse sottaciuto dovrebbe essere
inserito, inserendolo chiederebbe di essere provato, e non lo può fare,
sottacendolo si lascia la supposizione, si insinua che sia già stato provato e
quindi non abbia bisogno di prove esattamente come la superstizione, il gatto
nero che attraversa la strada, la premessa maggiore non viene mai detta, e cioè
il fatto che sia necessaria questa connessione tra il gatto nero e l’incidente,
e perché non viene detta? Perché non è sostenibile in nessun modo ma tacendo
funziona retoricamente ( la stessa cosa che funziona nell’induzione) sì in
parte, sì, sì ed è anche una funzione retorica (universalizzazione) come
dicevano i retori, Bossuè è uno di questi, quando date un ordine o parlate in
modo perentorio, deciso ecc... non dovete mai dare le motivazioni delle vostre
decisioni o determinazioni, perché se non le date c’è la possibilità che vi
credano, se le fornite andate a mettervi nei pasticci, perché poi non potete
provarlo, esattamente, e quindi retoricamente è un’operazione che viene fatta
sempre questa di non fornire mai motivazioni e la superstizione compie
esattamente lo stessa operazione non fornisce motivazioni valide per la
premessa maggiore la tace, tutti i discorsi sono costruiti esattamente così,
tutti tranne il nostro, dunque questo unico (se sottacio la premessa so che
questo implica una prova che non posso dare) può anche non saperlo, in genere
funziona così non è saputo proprio, non è saputo perché non si pone la
questione, il caso tipico è il discorso scientifico, infatti non si pone la
questione, non possono neanche porsela gli scienziati, non arriva neanche e se
arriva ne fuggono, perché comporterebbe che tutto ciò su cui appoggia tutta la
fisica, per esempio, è il calcolo numerico e il calcolo numerico non è
provabile come è noto, però, però funziona lo stesso, psichicamente, una cosa
del genere, perché si immagina che comunque ciò che la scienza prova
corrisponda a delle leggi che stanno da qualche parte fuori dal linguaggio (come
la questione dell’induzione nella scienza parte proprio dall’avere soppresso
l’assioma della regolarità dei fenomeni che è presa come assioma e quindi manca
la premessa maggiore) sì in che cosa noi facciamo un passo immenso rispetto a
quel testo? che anche questa proposizione che afferma che la “scienza muove
dall’induzione e quindi non è provabile” appartiene ad un gioco linguistico,
cioè questa stessa proposizione non è provabile, però chiaramente se noi
prendiamo il gioco che fa la scienza e ci atteniamo alle sue regole lo
sovvertiamo perché stando proprio alle sue regole, una delle quali,
fondamentale, è che ogni affermazione deve essere provata, può torcersi proprio
contro lo stesso discorso scientifico dicendo che l’assioma, la premessa
maggiore da cui parte il tutto non può essere provata e quindi crolla ogni cosa
così come nella superstizione, però la potenza del nostro discorso è che può
contrariamente a tutti gli altri applicarsi anche a se stesso, infatti non
stiamo affermando affatto delle verità, in quanto stiamo soltanto rilevando
delle regole di un gioco in particolare quello del discorso scientifico
nient’altro che questo al di fuori di queste regole ciò che stiamo affermando
non significa assolutamente niente, nulla ma all’interno di queste regole
rileviamo che il discorso scientifico data la sua struttura è una
superstizione, né più né meno così come qualunque altro discorso tranne questo,
perché questo no? (questa premessa maggiore viene inserita nella parola) esatto
esiste la premessa maggiore ed è provata in modo tale da non poter essere
negabile, qual è la prova che abbiamo fornito perché la premessa maggiore non
sia in nessun modo negabile? (nulla è fuori dalla parola) questa è
un’affermazione che segue….che tipo di prova abbiamo utilizzato? Allora che
parliamo a fare? Come è possibile fornire una prova? Qualunque prova si
fornisca ci sarà sempre una controprova che la nega, la prova che abbiamo
utilizzato, se sempre si può parlare di prova , comunque utilizziamo questo
termine, vediamo se ci piace oppure no, è differente, cioè non costruisce una
serie di proposizioni che muovono da un assioma e giungono ad una conclusione,
lui usa un altro sistema che è molto più potente e cioè afferma risolutamente
che qualunque altra via in nessun modo è praticabile cioè dimostra una cosa
negando la possibilità di qualunque altra via, nega la possibilità di qualunque
altra via mostrandola, come dire che se non accolgo questo e cioè, ecco
l’affermazione che nulla è fuori dalla parola, allora qualunque cosa io affermi
non è affermabile, per tutta una serie di passaggi che abbiamo fatto ma non è
che forniamo una prova propriamente affermiamo che neghiamo qualunque cosa si
opponga a questa affermazione in quanto insostenibile e quindi propriamente sì
non è propriamente una prova è una reductio ab absurdum, come volevano gli
antichi cioè riduciamo all’assurdo qualunque tesi contraria, come dire che
l’unica praticabile è questa, non ce ne sono altre non c’è niente da fare,
questa è la prova che fornite (…..) e quindi incappa in tutte le aporie della
scienza della filosofia della logica ecc…(è un comando) in questo caso sì,
abbiamo fornito una reductio ab absurdum, definitiva cioè qualunque altra
affermazione è assurda, assurda cioè non sostenibile, non sostenibile perché
autocontraddittoria, essendo autocontraddittoria non è praticabile, si elimina
da sé, do la risposta in modo tale che qualunque obiezione venga fatta questa
obiezione si elimini da sé, e se si elimina da sé, si elimina…..esattamente,
ora dunque dopo avere stabilito una cosa del genere allora pensare, pensare che
questa serie, questa stringa di proposizioni, questa successione di
proposizioni, coerenti fra loro a questo punto può muovere da qualche cosa che
non sia necessariamente arbitrario e quindi non abbia la struttura della
superstizione, ma sia necessaria, sia necessaria per la stessa necessità che
abbiamo rilevata, allora in fondo dei conti la persona ha due modi di pensare
l’uno che muove da premesse assolutamente arbitrarie e quindi non stanno in
piedi da nessuna parte, cioè negabile assolutamente negabile, dall’altra un
pensiero che muove da una premessa che in nessun modo posso negare, questa è la
differenza fra il pensiero così come l’abbiamo strutturato e il pensiero così
come avviene generalmente, abbiamo cercato di dire che il pensiero che viene
pensato generalmente anche dalle menti più attente ha esattamente al struttura
della superstizione e questo possiamo insistere, ma lo possiamo provare e come
tale non significa niente perché è comunque autocontraddittorio, intendo dire
questo, che qualunque pensiero si faccia che non muova dalla premessa che vi ho
indicata prima, questo pensiero è autocontraddittorio, cioè si nega da sé.
Potete provare a casa a fare esercizio in questo senso, costruite una
proposizione e poi la negate, ne costruite un’altra che la nega, altri miliardi
di volte abbiamo detto che nessuno penserebbe le cose che pensa se avesse la
certezza che la cosa che sta pensando è autocontraddittoria, cioè si nega da
sé, non la sosterrebbe più proprio per una struttura grammaticale che impedisce
che possa essere creduto vero ciò che si sa essere falso, che è poi una figura
retorica della procedura che afferma che A oppure non A, tertium non datur, se
si desse, il discorso cioè il linguaggio precipiterebbe nel nulla, non potrebbe
farsi, ora quindi parlando del pensiero e quindi anche di religione (non ci
sarebbe linguaggio se ci fosse A e non A, cioè non ci sarebbe neanche questa
affermazione la cosa non ci sarebbe, o meglio noi non possiamo pensare come
potrebbe essere se non funzionasse questa procedura del tertium non datur)
proprio così, cosa stavo dicendo, il pensiero religioso certo, certo, sì quindi
a questo punto possiamo rispondere alla domanda a cui abbiamo già risposto, cosa
muove ciascuno a parlare, cosa muove a fare, ciò che muove ciascuno sono le
conclusioni del suo discorso, quando una persona conclude una certa cosa,
quando per questa persona le conclusioni che ha raggiunto è vera allora lui si
muoverà in quella direzione, sempre per via di una questione grammaticale, che
ignora, ma il linguaggio funziona così e non c’è niente da fare che se è vera
quella allora tutte le altre sono false e quindi è in quella direzione che deve
andare, perché nessuno va nella direzione falsa? perché se è falsa è anche
autocontraddittoria, si nega da sé, potremmo indicare il falso qui come ciò che
è autocontraddittorio in modo molto kantiano, non abbiamo nulla contro Kant,
cos’è vero? diceva Kant “ciò che non è autocontraddittorio e in effetti il
linguaggio funziona così, ciò che non si autocontraddice risulta vero, cioè
praticabile, dunque dicevo ciò che muove gli umani sono le loro conclusioni ma
se questa conclusione è falsa chiaramente una persona si muoverà in una
direzione che non ha nessun interesse, solo che non se ne accorge ovviamente ma
se se ne accorgesse non lo farebbe, tutta la difficoltà che abbiamo incontrato
e che incontriamo rispetto al nostro discorso è fare in modo che qualcuno se ne
accorga non ce ne sono altre di difficoltà, se una persona se ne accorge poi
non può non praticare questa via perché le altre, non sono barrate, ma assumono
immediatamente un altro rilievo, noi possiamo anche leggere la bibbia come un
racconto che può essere divertente ma non come il testo, come il libro dei
libri, come il testo dove viene raccontata la verità assoluta, questo non lo
possiamo più fare, almeno io non lo posso fare neanche se lo volessi proprio
non mi viene, ma dicevo tutta la difficoltà e ciò su cui stiamo lavorando è
questo fare in modo che sia accessibile una cosa del genere, pare piuttosto
difficile, però la religione come si situa in tutto ciò? (rendere automatica la
proposizione nulla è fuori dalla parola è come dire integrarla nella parola,
nelle sue procedure, un po’ come il tertium non datur, anche retoricamente può
dirsi ma funziona logicamente e grammaticalmente, se è una procedura, diventa
non usufruibile come proposizione, ma una funzione cioè funziona) questa
proposizione che nulla è fuori dalla parola non è fuori dalla parola a sua
volta quindi non è fondabile ( rendere automatica) sì è questa la questione
come instaurare l’automatismo ? (perché fintanto che questa proposizione rimane
una regola e basta produce come dei campi semantici per cui può spostare la
questione….al momento che diventa automatica si elabora e basta) e allora ?
ecco ve ne pongo un’altra, un po’ di esercizio logico, un’altra questione, la
proposizione che afferma che nulla è fuori dalla parola è necessariamente nella
parola, e quindi non è fondabile e pertanto non può dirsi né vera né falsa e
quindi non è praticabile e quindi perché la pratichiamo? (è una regola) il
nostro gioco afferma che soltanto affermazioni necessarie possono essere
accolte (non può essere negata) CAMBIO CASSETTA tenendo conto di ciò che
abbiamo detto intorno alla religione non ci resta che affermare che o c’è il
discorso che stiamo facendo oppure c’è religione non ci sono vie di mezzo
pertanto qualunque discorso, dal discorso scientifico, al discorso quotidiano
se è posto nei termini che indicavo prima e cioè la superstizione quindi
strutturato come un entimema che non può mostrare l’assioma fondamentale e
soprattutto non lo può provare l’assioma da cui muove, questa è superstizione e
quindi non c’è pensiero, quindi faccio un equivalente fra superstizione e
religione tranquillamente, senza nessun problema, è questo il messaggio che
occorre che noi facciamo passare, nelle conferenze negli interventi, in varie
circostanze….o si pensa in questo modo o si è presi nel discorso religioso cioè
un discorso in cui qualunque cosa si affermi è assolutamente risibile
qualunque….visto che ormai gli strumenti che abbiamo sono talmente potenti da
consentirci di affrontare qualunque contraddittorio senza nessun problema
almeno così dovrebbe essere…..dicevo questo per un rilancio del nostro discorso
nelle conferenze soprattutto o pensate sia il caso che io prenda dei testi e li
distrugga……di Heidegger o di Vattimo ? (rendere risibili le verità) il credente
si trova a dire “a me non interessa che sia vero o sia falso io credo e basta”
ma non potrebbe credere se sapesse falso, per cui lui crede che sia vero (…….)
sì e quindi che cosa proponiamo in definitiva? un modo di pensare che non sia
necessariamente cretino per esempio ( sarebbe un titolo?) no è ciò che
proponiamo (………) qual è il titolo Sandro “dio non…(non è morto)” va bene ci
vediamo martedì
11-3-1999
corso s.s.
La
costruzione di un’argomentazione. La fede vs ragione
Boezio:
la disputa contro gli Universali
Severino
Boezio: disputa contra Universales, dei primi del 12000. Severino Boezio era un
filosofo medioevale, il quale sconfisse in una disputa tal Guglielmo di
Champeaux, filosofo anche lui, il quale aveva una cattedra di teologia, allora
la cultura passava attraverso la chiesa…Guglielmo di Champeaux sosteneva il
cosiddetto realismo e cioè il fatto che le cose esistono in quanto tali ed
esistono in quanto tali perché esistono nella mente di dio, nella mente di dio
ci sono le cose che voi potete riconoscere, utilizzare ecc. ora Boezio ha avuto
una disputa contro di lui sostenendo contro il realismo di Champeaux che allora
andava per la maggiore…e demolì in una famosa controversia la tesi di Guglielmo
di Champeaux, che era la tesi della Scolastica di allora, ora una parte del
testo (ché una parte è andata perduta) lo trovate recentemente su Internet…non
esiste al traduzione italiana né inglese per cui esiste solo in latino, è un
testo molto breve come avete visto, in cui dimostra l’impossibilità
dell’esistenza della realtà degli Universali cioè gli Universali non esistono
in realtà ma esistono soltanto come idea ed è stata la prima formulazione di
quello che poi è stato noto come nominalismo e cioè che le cose non esistono in
quanto reali in quanto materiali, ma esistono in quanto concetti. Alcuni
sostengono che è stato il primo passo poi per lo sviluppo della Linguistica o
comunque della Filosofia del Linguaggio, cioè le cose sono verba (parole) e non
sostanza, lui qui prova che non sono sostanza. Allora, dunque, riprendiamo la
questione di venerdì scorso che stiamo conducendo da qualche tempo, discorso
dal quale costruiremo poi le conferenze. Abbiamo visto giovedì scorso, vi ho
fatto un esempio, ho costruito meglio lo scheletro di una argomentazione pro e
contra la verità e lo scetticismo cioè come si costruisce un’argomentazione…ora
oggi ci dedicheremo proprio a quest’aspetto, invece giovedì prossimo vi ho dato
questo testo appositamente….ciascuno di voi lo legga e argomenti pro e contro
gli universali, come esercizio…ad esempio martedì 30.3. il temo è Fede o
Ragione? Per prima cosa in una discussione retorica, la prima cosa da fare
dunque è far passare nei confronti dell’uditorio una certa definizione, quella
che a voi sembra più opportuna chiaramente. Supponiamo che io voglia costruire
un’argomentazione a favore della Fede, ora la definizione che utilizzerò che
poi dia o non dia questo lo decido rispetto all’argomentazione ma che io dia o
non dia questa definizione comunque deve essere fatta in modo tale che il
pubblico la accetti, il pubblico in toto se è possibile, e che serva per la mia
argomentazione. Ora facciamo l’esempio della Fede, in che modo posso definire
la fede, in modo tale che un medio, un qualunque uditorio accolga questa
definizione? Occorre che la definizione sia la più ampia possibile più
generica, più la definizione è generica e meno si presta ad attacchi ad
obiezioni, più è vasta…dunque che cosa potrò dire della fede? Ovviamente una
definizione che sarà a vantaggio della mia argomentazione pro-fede. Intanto
dirò che al fede per esempio è ciò che consente, ha consentito agli umani di
vivere in modo più leggero, e cioè di sollevarsi di tutto ciò che costituisce
un peso, un peso insopportabile, intanto non potere rispondere a molte domande
e sono domande fondamentali che né la scienza né altre discipline hanno saputo
risolvere: chi sono gli umani? Da dove vengono? Perché? È un po’ la domanda
fondamentale della filosofia che poneva Heidegger “perché esiste qualcosa
anziché nulla?” cosa fa la fede in tutto ciò? La fede in tutto ciò fornisce una
soluzione che potrà non essere, logicamente o scientificamente sostenibile ma
fornisce una risposta utile, una risposta che come dicevo prima solleva dal
peso di domande che non hanno né possono avere risposta, consentendo agli umani
anziché disperarsi, di proseguire a vivere. In questo modo io ho inserito una
definizione ovviamente positiva di fede e cioè come un credere qualche cosa che
non essendo provabile tuttavia è utile al vivere comune. È ovvio che questa mia
definizione è opinabile però deve essere formulata in modo tale che presti il
fianco in modo minore possibile a obiezioni. L’argomentazione che vi ho portato
è molto debole e quindi deve essere rafforzata (è quasi un luogo comune) è un
luogo comune! Se una argomentazione deve essere accolta da un maggior numero di
persone occorre che sia un luogo comune, già Aristotele 2500 anni fa, aveva
suggerito, se il luogo non è comune, sarà un problema persuadere i più, dunque
dicevo essendo un’argomentazione molto debole deve essere rafforzata, come?
Come si rafforza una argomentazione che si sa essere debole? Possiamo
utilizzare intanto un’argomentazione al contrario e cioè mostrando come in
alcuni casi laddove la fede manca i popoli si dissolvono, si disgregano e come
invece la compattezza di una nazione è tanto più forte quanto più forte è la
fede. Ora la compattezza di una nazione che cosa produce? Produce civiltà
produce in buona parte e in molti casi benessere e ricchezza, più invece la
nazione scompattata e disgregata, più cioè le persone credono le cose più
disparate e più la nazione si disgrega e si impoverisce. Qui potete utilizzare
degli esempi, uno è la figura nota come “auctoritas” per esempio Weber, citare
Weber filosofo del 1800, il quale ha scritto un testo che si chiama “l’etica
protestante e lo spirito del capitalismo” il quale mostra con ottime
argomentazioni, come l’etica protestante sia stata e sia a tutt’oggi il
fondamento dello sviluppo economico della potenza economica dell’Occidente, poi
potete rifarvi anche a Hegel e come la sua “dottrina del diritto” abbia
costituito le fondamenta per la costruzione dell’impero della Germania e cioè
che cosa? La sua “dottrina del diritto” non è altro che un sistema di credenze
che non possono essere provate in nessun modo, dunque la fede in qualche cosa è
ciò che consente alle nazioni, ai popoli e quindi a ciascuno di costruire
insieme qualche cosa in modo tale che questo qualcosa costituisca poi il
benessere di tutti e cioè costituisca la ricchezza. Quali sono i popoli più
ricchi? Più potenti? Gli Stati Uniti. Cosa hanno scritto sulla loro banconota?
“…….” (crediamo in dio) non è casuale. Ecco dunque la fede e poi potete usare
altre figure retoriche
-
Intervento:
grazie al Cristianesimo i testi si sono salvati…
Volevo
arrivare anche a questo…adesso ci arriviamo, ma dicevo…pensate all’altro blocco
che è sempre stato contrapposto che è crollato, che è l’Unione Sovietica, si
può dire che aveva fede nell’ideologia ma possiamo verificare se fosse vera
fede, dal momento che la fede per essere tale deve richiedere la credenza in
qualche cosa di supremo, di superiore, di trascendente, ora il comunismo era
soltanto una ideologia politica, e non una fede, la fede è per definizione
religiosa in quanto attribuisce il proprio assenso incondizionato a qualcosa di
trascendente, il comunismo non è trascendente e dunque non è forse anche per
l’assenza di fede che è crollato? Quando è crollato l’impero Romano? Quando si
è disgregato! E perché si è disgregato? Come tutti, adesso, citate più o meno a
buon diritto da fonti storiche, quando la religiosità dei Romani è crollata,
crollando la religiosità dei Romani, è crollata, se ne è disgregata la
compattezza e l’Impero Romano si è dissolto. Che la fede costituisca l’elemento
aggregante questo è noto, tutte le persone si riconoscono in una fede quindi
fanno fronte comune a un pericolo, a una minaccia, a una difficoltà, e questa
fede di cui vi dicevo è quella stessa fede che ha consentito, come diceva prima
Luigi, la trasmissione del sapere. Tutto il sapere occidentale si fonda su
testi che sono stati tramandati da persone che avevano una grande fede, una
grande fede nella religione e quindi in tutto ciò che poteva sostenerla e
quindi anche i discorsi e quindi anche le opere ecc….ora è chiaro che cercate a
questo punto di prevenire, di prevenire le obiezioni e cioè quali sono le
obiezioni? (che già dovete avere in mente ovviamente) Tutti i disastri che ha
creato la fede. È vero che la religione ci ha tramandata buona parte di quello
che è rimasto del pensiero ma ha anche distrutto, ha anche massacrato ecc. le
più parti delle guerre sono state ad opera delle religioni…(…….) quindi dovete
essere pronti a parare obiezioni di questo tipo, cioè il fatto che la fede
abbia operato disastri. È vero, voi accogliete pure questa obiezione e
rilanciatela sul vostro interlocutore, sì la fede ha prodotto anche questo,
questo “anche” questa congiunzione sottolinea che tutto quello che avete detto
rimane fermo, ha prodotto dunque anche questo, ma quale civiltà fra tutte
quelle che ci sono, che ci sono state, non ha prodotto gli stessi scempi, gli
stessi massacri, ce ne fosse una che non l’ha fatto. Ora al pari di altre ha
commesso degli errori, la fede, la fede può commettere degli errori certo! Come
qualunque altra posizione però, però mentre le altre posizioni stentano a
potere verificare qualche cosa di positivo che sia durato nel tempo, la fede
invece no, non stenta affatto, è duemila anni che esiste il Cristianesimo, è
duemila anni di più, che esiste l’Ebraismo, da milleduecento, mille
trecento…che esiste l’Islamismo….quale altra forma di aggregazione sociale è
durata tanto? Nessuna. Questo miracolo di aggregazione, di unità dei popoli e
di intenti l’ha operato la fede e nient’altro che la fede. Ecco. Poi a questo
punto voi avete a questo modo eliminato due obiezioni fondamentali, che vengono
opposte alla fede, la prima l’abbiamo eliminata subito, già ammettendo che la
fede non è sostenibile, né logicamente, né scientificamente, è soltanto un
elemento che è utile alla sopravvivenza della specie (potete anche calcare la
mano) questo è dimostrato che da duemila anni o più alcuni popoli si
riconoscono in un’unica fede e rimangono aggregati, e poi avete eliminato
l’altra obiezione fondamentale che si fa alla fede e che abbia prodotto disastri,
accogliendola in parte, come errore possibile ma comunque in ogni caso comune a
qualunque altro tipo di formazioni, per cui l’altro non potrà dire: ecco voi
avete fatto questo e invece noi no, perché anche loro hanno fatto disastri….è
essenziale quando si costruisce un’argomentazione a favore di qualcosa, avere
ben presenti tutte le più forti e possibili obiezioni che vi possono essere
rivolte in modo da essere pronti già prima e non quando ve le fanno in modo da
non essere spiazzati, e anzi il modo più sottile e più efficace è quello di già
inserirle nella vostra argomentazione, in modo che l’altro eventuale obiettore
o interlocutore non abbia più queste armi che contava di utilizzare contro di
voi, perché per esempio Beatrice che armi utilizzerebbe contro
un’argomentazione a favore della fede? Cosa direbbe contro la fede per
dimostrarne le nefandezze, la inutilità e la follia?
intervento:
l’ignoranza che ha creato la religione
abbiamo
appena detto che grazie…. (ci sono delle opere che ci sono state tramandate
però la necessità di incanalare solo in una direzione indica la preclusione di
altre possibilità di pensiero) certo. Allora inseriamo anche questo elemento
all’interno dell’argomentazione e cioè che la fede ha escluso necessariamente
altre direzioni con la forza in alcuni casi certo. Come possiamo parare il
colpo a questa obiezione? Quando l’argomentazione è debole conviene sempre
accogliere l’obiezione e poi cercare di volgerla contro l’interlocutore, perché
se è debole questo già per definizione, significa che è difficile da sostenere,
un’argomentazione debolissima quella a favore della fede e quindi è preferibile
non sostenere che non è vero che è così ma accogliere questo e giustificarlo e
dopo averlo giustificato dire che anche in qualunque altra posizione se si va
bene a vedere si fa esattamente la stessa cosa. Dunque io inserirei questo
elemento lì dove si è inserito quello intorno alla cultura (quello che diceva
della conservazione della cultura) argomentando in questo modo; dicendo come si
diceva prima che la fede ha consentito l’esistenza di tutti quei testi che oggi
vengono letti che hanno costituito e costituiscono ancora oggi il fondamento
del sapere del discorso occidentale, pensate al testo di Aristotele, Platone ma
non soltanto, tutti i Presocratici, tutto questo è stato conservato dalla
chiesa e quindi ha mostrato amore per la cultura, ha mostrato amore per la
cultura anche laddove questa andava contro di loro, pensate che tutto ciò che
sappiamo di alcune correnti considerate eretiche nell’Alto Medioevo a cavallo
il primo e il secondo secolo, ci sono note oggi soltanto per le argomentazioni
di alcuni contro di loro. Per esempio Agostino, per esempio Giustino, e altri
…loro hanno studiato con estrema attenzione tutte le tesi avversarie e se oggi
sappiamo qualcosa di Eustorgio, di Eustachio di Nicomaco ecc. lo sappiamo
grazie a loro se no non sapremo più nulla, tutto sarebbe perso nel nulla. In
questo ovviamente nel sostenere una fede si combatte chiaramente una fede
avversaria esattamente così come avviene in un agone dialettico, si combatte la
tesi contraria, non è forse così che avviene anche nel discorso scientifico,
quando si sostiene una certa verità rispetto ad un’altra? la chiesa si dice ha
avuto il monopolio, può darsi, ma mai accogliere del tutto, sempre forse, può
darsi, sempre lasciare aperta una porta…(ma uno potrebbe dire che quando uno
vince rade al suolo …e invece meglio questo che il nulla….) ma adesso veniamo
al monopolio intellettuale, culturale della fede, cioè questa obiezione che
potrebbe essere forte in quanto ha incanalato tutti gli umani in una direzione,
ma supponiamo che sia così, come detto anche in dispute scientifiche avviene
una certa cosa, se un consesso di scienziati avvalora una certa tesi allora
questa sarà la verità scientifica a svantaggio di tutte le altre e poi pensate
ai monopoli…da sempre sono esistiti i monopoli non è certo un appannaggio della
fede, costruire monopoli ovunque gli umani hanno sempre cercato di
monopolizzare gli altri, ma vediamo se piuttosto la fede invece lascia una
maggiore libertà. In che modo lascia la libertà la fede? In questo modo
soprattutto che avendo fede in un dio, perché qui parliamo di fede, qualcosa di
trascendente, questo dio, supponiamo che io sostenga la fede cristiana, questo
dio professa che cosa? La pace, la fratellanza, l’amore e anche quindi la
tolleranza anche se ci sono stati momenti di intolleranza, possiamo anche
giustificarli utilizzando un argomentazione dei gesuiti, è vero la chiesa si è
opposta con la forza, ma doveva sopravvivere se non avesse fatto così non
sarebbe sopravvissuta, l’impero occidentale, tutto ciò che l’occidente ha ed è
oggi non sarebbe mai esistito. Tutta la potenza economica e il benessere di cui
oggi usufruite non sarebbe mai esistito, perché senza la fede non ci sarebbe
stato protestantesimo e come sostiene giustamente Weber, senza il
protestantesimo non ci sarebbe stato il capitalismo, senza il capitalismo non
ci sarebbe stata la ricchezza (andreste tutti a piedi per esempio, la buttate
così che va sempre bene). Dovete sempre tenere conto che rimangono
argomentazioni deboli e quindi tutto ciò che potete utilizzare a favore anche
se vi appare altrettanto debole, utilizzatelo, tante cose deboli insieme magari
fanno qualcosa di più robusto no? (debole mica tanto perché poi sono fatti
reali perché non si può non riconoscere che …) ecco sì, sì in effetti qui
l’utilizzo dei luoghi comuni è fondamentale, tanto più l’argomentazione è
debole, tanto più devono essere utilizzati luoghi comuni, a questo punto
risulta che la fede, quanto meno ha dei vantaggi, no? E già avete posto delle
basi, poi potete rafforzare l’argomento al contrario e cioè togliete la fede
potete fare un esempio per assurdo, togliete la fede, toglietela di colpo,
quanti sono i fedeli al giorno d’oggi? Sul pianeta ci sono sei miliardi di
persone, persona più persona meno, le persone che hanno fede sono all’incirca
intorno ai quattro miliardi, considerate un miliardo e mezzo fra cristiani e
mussulmani, poi ci sono gli ebrei, gli indù, i buddisti ce n’è un’ira di dio,
fra sette e settine. Chi tiene tutte queste persone? Voi sapete che esiste un
disagio, da sempre gli umani lo avvertono e ogni tanto sfocia in guerra ma che
cosa può tenere a freno cinque miliardi di persone, sono tanti, provate a
togliere la fede che cosa credono? Con che cosa le terrete a bada? Con che cosa
impedirete che vi taglino la gola alla prima occasione? Se cessassero di
credere alla prima occasione tutte le leggi verrebbero meno, il diritto uno dei
principi fondamentali su cui si regge qualunque civiltà, il diritto potrebbe
crollare…vi rendete conto che l’esistenza della fede, come si diceva all’inizio
non soltanto è utile alle persone ma c’è l’eventualità che si volga in
necessario, potete anche tirare in ballo la nobile menzogna e potete piegarla
dicendo che sì che è una menzogna ma che è a buon fine, posso anche mentire a
una persona se mentendo gli salvo la vita (bella figura retorica, paradossale,
ma è una bella figura retorica, d’effetto) in questo modo io faccio entrare la
possibilità della menzogna fornendole una dignità: è vero che ti ho mentito, ma
ti ho salvato la vita e quindi dando una utilità alla menzogna utilizzando
questa stupidissima figura retorica io in questo modo do una qualche dignità
anche alla nobile menzogna di Platone, fornendo questa dignità posso
utilizzarla a questo punto, come dire ha fatto bene o non ha fatto del tutto
male, perché questa nobile menzogna è servita a che cosa? Al progredire della
civiltà (è un luogo comune che si sente spessissimo….) a posta l’ho utilizzato
e quindi è necessario per che cosa? Perché la civiltà possa progredire, perché
sia quello che è oggi, certo ha dei difetti ed è sempre perfettibile, sempre
migliorabile, però, però ….se non ci fosse la vita sarebbe molto più dura, se
ogni volta che vi alzate la mattina dovreste pensare a cosa uccidere per
mangiare anche perché quello che voi uccidete cercherà di uccidere voi, per
esempio…può diventare pesante alla fine, alla fine della giornata è peggio che
stare otto ore in ufficio, vedete dunque la fede (……) vedete dunque come i
luoghi comuni possono essere piegati e utilizzati per costruire
un’argomentazione per quanto debolissima assolutamente insostenibile, mettendo
insieme tante piccole cose alla fine diventa credibile che è esattamente quello
che voi volevate ottenere, che sia credibile e cioè che le persone che
ascoltano dicano bene però la fede non è poi così negativa se non ci fosse CAMBIO CASSETTA allora visto che
Cesare è così contento di darmi questa incombenza chiederò a lui da dove
cominciare per sostenere invece l’assoluta necessità della ragione contro la
fede, quindi mostrare che la fede è assolutamente inutile oltreché dannosa e
sostenere invece la necessità assoluta della ragione e quindi la priorità
totale della ragione sulla fede…
Intervento:
comincerei dall’oscurantismo della cultura operato dalla religione
Cesare
attento, tenga sempre conto di ciò che ha detto l’interlocutore il quale ha già
fatto un lungo discorso riguardo alla cultura del mantenimento della cultura e
al fatto che se oggi esiste una cultura è perché c’è stata la fede, se no oggi
saremmo ancora a pascolare le capre…(quale cultura?) quella attuale, quella che
ha costruito tutto ciò che ha costruito, quella che ha prodotto la filosofia
che ha prodotto. I migliori pensatori, la linguistica, la logica, la tecnica,
la fisica, l’astrofisica, l’ingegneria genetica….dunque diceva? ( il libero
arbitrio…il suo pensiero logico, non per un atto di fede ma per un sistema) per
argomentare in questa direzione occorre avere le spalle solide, ecco in
argomentazioni tipo queste sempre o comunque è preferibile evitare di andare a
utilizzare argomentazioni logiche a meno che non siano assolutamente
indispensabili, per due motivi il primo è che risulta….in genere l’uditorio
medio ha poca dimestichezza con la logica e secondo che è pericoloso, le sue
argomentazioni possono essere facilmente rintuzzate da qualcuno che le chiede:
ma davvero lei ritiene che Tommaso non sia stato un logico formidabile? Ha letto
il “de Ente et essentia”? una delle migliori cose che siano mai state scritte
intorno alla logica, andarci cauti con queste affermazioni! (analogia fra fede
e mito e come il logos produzione tiene conto del mito/la fede richiama a un
ordine che però è instabile (esistono tante fedi) la ragione potrebbe essere
quella cosa che potrebbe compiere in modo totale quello che è sempre stato il
proposito della fede quello di unire, compattare mantenere unito il genere
umano) rischiano di essere un po’ deboli anche soltanto un buon teologo avrebbe
già delle obiezioni al fatto che la ragione non è ciò che segue la fede ma ciò
che la produce (….) la ragione non è ciò che segue la fede ma ciò che la
produce, ciò che produce la fede, gli umani sono giunti alla fede, alla
teologia, a dio proprio attraverso al ragione, basta pensare a tutti i Tomisti,
San Tommaso in testa (la fede (Vico) è l’aspetto poetico….) no però è una
questione questa i Padri della chiesa si sono posta ( i Padri della chiesa si
sono posti la questione di razionalizzare…..) con Tommaso no lui invece
riprendendo Aristotele, perché prima fino ad Agostino il testo fondamentale era
Platone poi invece con la traduzione in latino dei testi arabi di Aristotele si
giunge a conoscenza dei testi logici di Aristotele, sono letti ecco che a
questo punto Tommaso in testa ha fatto il procedimento contrario cioè la fede è
un prodotto della ragione, la ragione interrogando se stessa e la propria
origine giunge a riconoscere l’esistenza del trascendente e quindi dio è un
prodotto della ragione cioè gli uomini arrivano attraverso al ragione che è
stata fornita da dio ovviamente (tutto questo procedimento è messo in atto
dalla fede cioè è un circolo) sì certo Tommaso è partito dalla fede però si è
interrogato da dove venisse la fede mentre per Agostino c’era la fede e poi
eventualmente si giustificava la fede con la ragione invece Tommaso vuole
qualcosa di più robusto, vuole che sia la ragione a essere il fondamento come
dire la fede non giustifica la ragione ma è la ragione che costruisce la fede
cioè noi crediamo in dio non perché abbiamo una fede così ingenua ma perché
logicamente, logicamente non c’è altra soluzione e quindi è la ragione che
costruisce la fede, le famose cinque vie di Tommaso…
Intervento:
mi è difficile costruire un discorso che prescinda dalla fede parlando di
ragione
Perché
non si può fare? (donna di poca fede) (solo in contrapposizione a una fede può
giustificare la ragione) dovete utilizzare i luoghi comuni, in una discussione
retorica dovete utilizzare i luoghi comuni, dovete persuadere e cioè costruire
un discorso, per esempio quello a vantaggio della ragione che dimostri
l’assoluta necessità ( per combattere la fede però) sì, in questo caso sì
certo, ma non necessariamente come si diceva dipende da ciò che si desidera
fare o distruggere l'argomentazione a favore della fede oppure costruire un
argomento che stia a fianco altrettanto vero e altrettanto credibile,
altrettanto plausibile, e sostenibile certo se si vuole demolire la fede si può
fare (…..) (….) certo la fede connessa al terrore questo è fuor di dubbio però
non ha mai osteggiato la conoscenza anzi come abbiamo detto e ciò che l’ha
consentita, chiaro che sostenere la necessità assoluta della fede è una palla
colossale però come ho fatto un esempio (…..) è così che deve essere fatta
un’argomentazione intorno a un argomento debolissimo è chiaro che deve
inglobare tutte le obiezioni (…..) a posta si fa così, che sia difficile da
demolire (…..) io ho chiesto un soccorso a lei ma…(la fede è necessaria per
levarsi un peso, ma questo peso è esattamente ciò che necessita per mantenere
la fede) certo questo è un aspetto ma in fondo è un po’ la questione (occorre
che ci sia la paura per avere fede quindi occorre mantenere la paura perché ci
sia fede) anche questo si può combattere è un po’ la questione che pone qui
alla fine Boezio e cioè mostrando la non sussistenza della sostanza in quanto
tale rispetto al genere e alla specie mostra in definitiva che la ratio ha la
superiorità nei confronti della fede, della fede cieca sostenuta da Guglielmo
di Champeaux, che diceva che le cose sussistono perché dio lo vuole e lui ha
dimostrato invece che non è possibile la sussistenza in questo caso del genere
e della specie ma allo stesso modo si può ragionare intorno alle altre cose,
allo stesso modo può dirsene di qualunque altra cosa mostrando la non
sussistenza….giovedì vedremo se di dire intorno agli universali e poi
riprenderemo e valuteremo una questione che è tutt’altro che marginale, può
assumere anzi può essere un cavallo di battaglia formidabile il fatto che il
discorso che andiamo facendo renda inutili se non almeno obsolete tutte le cose
che sono state dette in precedenza, come dire rende vano tutto ciò che è stato
detto nei precedenti tremila anni e quindi non è più necessario leggere tutto
ciò che è stato letto prima. (una cosetta da nulla) c’è questa eventualità si
tratterrà di discuterne e ne discuteremo in termini molto precisi e
considerando di volta in volta in termini teorici molto rigorosi le cose che
andiamo dicendo, perché un’affermazione come quella che abbiamo fatta Cesare e
io non è indifferente, significa dare un colpo di spugna agli ultimi tremila
anni e ricominciare da capo….se è preso un bell’impegno….
18-3-1999
La
ragione
Dunque
giovedì scorso abbiamo detto della fede, qual è era l’argomentazione Cesare?
Intervento:
la fede è necessaria perché non ci sarebbe comunità ma caos… la fede come utile
non come dogma
E
invece adesso dobbiamo sostenere la ragione, sostenere la ragione della
ragione, una figura retorica nota come polittoto…come definirebbe Cesare la
ragione? (……..) è una facoltà di definire rapporti logici, questa è la
definizione più banale quella del dizionario “la facoltà di definire rapporti
logici” noi ci atteniamo alla definizione del dizionario quella più corrente,
quella più comune…ma se della fede abbiamo detto, sostenuto che riguarda
l’utile, cioè è necessaria la fede per un’utilità sociale, il fatto di giungere
a questa conclusione cioè che è un utile della società, comporta che cosa? Una
serie di considerazioni, e quindi una serie di passaggi in cui definisco i
rapporti logici, quindi io giungo a stabilire che la fede è necessaria
attraverso la ragione. E quindi per potere stabilire una cosa del genere è
necessario che io possegga la ragione. Ma non soltanto, adesso dobbiamo fare
l’elogio alla ragione, perché in effetti la fede, consideriamo le due posizioni
fondamentali, quella di Agostino e quella di Tommaso, Agostino neoplatonico
ritiene che la ragione segua alla fede, prima c’è una fede viene data da dio e
poi l’uomo attraverso la ragione la giustifica; invece Tommaso qualche secolo
dopo, che riprende Aristotele anziché Platone, riprendendo Aristotele punta ad
una logica, e quindi afferma che “no, non c’è prima la fede e poi la ratio,
prima la ragione attraverso la ragione arriviamo alla fede, però entrambe le
posizioni anche quella di Agostino, il quale afferma che prima c’è la fede o
stabiliamo che la fede è emanata da dio e quindi giungiamo a quella nozione di
fede assolutamente dogmatica, come diceva Cesare facilmente attaccabile
poi…oppure la fede di dio la accolgo, accolgo la fede e se la accolgo di nuovo
questo accoglimento avviene attraverso una serie di considerazioni e quindi
della ragione, dunque intanto abbiamo visto che la ragione appare necessaria
per poter accogliere la fede e quindi la precede, che è già un buon punto di
partenza ma vediamo quali altre virtù possiede la ragione, sopra la fede. La
fede intesa anche, utilizziamo anche questo aspetto, quello che abbiamo
sottolineato giovedì scorso cioè l’utilità, la fede afferma che è importante, è
utile che le persone credano qualcosa per tenerle insieme, già! Ma stanno
insieme per via della fede o per via della ragione? Intendo dire questo,
supponiamo che abbiano pure una fede ma questa fede che le tiene unite deve
essere mantenuta, deve essere creduta anche se con un uso e che cosa consente
un’operazione del genere? Cioè intendo dire questo, gli umani stanno insieme
perché attraverso il ragionamento giungono a concludere che occorre questo
aggeggio chiamato fede per stare insieme ma è ragione che li fa concludere in
questo modo non la fede, è la razio, la loro capacità, si diceva prima, di
stabilire connessioni, rapporti logici, fra le cose per cui se gli umani senza
fede si disgregano allora con la fede stanno insieme, e allora in questo caso
la fede non è altro che una sorta di artificio della ragione, artificio che la
ragione usa, una specie di nobile menzogna al pari di quella di Platone. Ma non
è soltanto questo che cosa distingue gli uomini dagli animali? Proprio questa
capacità di stabilire, ritenere, considerare, giudicare, rapporti logici, cosa
consente agli umani di progredire il loro pensiero e quindi la tecnica e
infinite altre cose, se non la ragione. La ragione è la stessa cosa che
consente agli umani di potersi definire tali, di potere anche definirsi
credenti, credere senza la ragione, non potrebbero definirsi né fedeli, né
credenti, né nessun altra cosa, tutto ciò che gli umani hanno costruito sia la
tecnica come il pensiero non è altro che il frutto di considerazioni, quindi di
connessioni logiche, “se questo allora quest’altro, ma quest’altro, dunque
quest’altro ancora” un funzionamento semplice ma necessario, perché gli umani
possano pensare qualunque cosa, possano per esempio decidere se credere una
cosa oppure no, solo la ragione glielo consente, ma veniamo più nello
specifico, all’utile, vediamo se è proprio così utile, come decido che qualcosa
è utile o più utile di qualcosa? In base a quale criterio? In base a quale
criterio stabilisco che gli umani sono più facilmente governabili o più
facilmente restano uniti se c’è un motivo, come lo so? Chi me l’ha detto, se lo
so, lo so attraverso il ragionamento, come so che questo ragionamento è
corretto? E non sgangherato? Come può accadere, uno giunge a una conclusione
assolutamente.. e se ci riflette un pochino si accorge che fa acqua da tutte le
parti, ma allora questa affermazione che gli umani se hanno fede stanno insieme
meglio o più uniti, è una affermazione che procede effettivamente da un
ragionamento, e quindi è la conclusione di un ragionamento corretto o è una
superstizione? Come so, torno ancora sulla questione che una cosa è utile o è
più utile di un’altra per saperlo occorre che sappia condurre un ragionamento
molto bene in modo che la mia conclusione risulti corretta e non squinternata,
per cui se affermo che la fede è utile devo sapere intanto che cosa è l’utile
oppure no? Occorre che lo sappia, come lo so? E come so che ciò che penso che
sia utile, la cosa migliore più efficace, più precisa, più coerente, come lo
so? Anziché come dicevo prima una superstizione qualunque? Come dire che “gli
umani se hanno fede vanno insieme meglio e più uniti” vale come “se attraversa
un gatto nero allora porta sfortuna” come lo so? Soltanto attraverso la razio
cioè il ragionamento giungo a concludere che una certa cosa è utile, anche
questa per esempio, ma se il ragionamento non è corretto questa conclusione
risulterà sgangherata, insostenibile, possiamo nella migliore delle ipotesi
rovesciare la questione sempre attenendoci all’utilità che non è affatto utile
può esserlo a qualcuno, può essere molto utile, utile per esempio a chi ha in
animo di governare e allora in assoluta malafede, in accezione peggiore del
termine, impone un’argomentazione del genere “che la fede è necessaria per
tenerci uniti contro il nemico” ma lui come lo ha saputo, come può sostenere
una cosa del genere? Logicamente? lo fa per un tornaconto “perché se tutti
stanno buoni, nessuno alza la testa, lui rimane seduto sul suo trono” e di lì
non si muove…e allora la ragione cosa fa? La ragione è quella che consente di
accorgersi di alcune cose come questa che riguarda la fede, non ha nessuna
utilità sociale ma rappresenta l’utile per qualcuno il quale ha tutto
l’interesse a fare in modo che invece che i più credano che sia una utilità
sociale, quindi la ragione consente di non credere una “palla” di simili
proporzioni, ma di cominciare a porsi delle questioni, cioè cominciare per esempio
a domandarsi ma è proprio così? E se sì perché? (Ad esempio) la ragione può
fare infinite cose oltre a questa, che già non è poco, per esempio, porsi in
modo meno ingenuo di fronte a una infinità di affermazioni, può insegnare a
metterle alla prova e cioè interrogarle queste affermazioni, anziché
bersele….ecco muovendo in questo modo consente ad una persona, non avendo la
necessità di credere qualunque cosa, di essere più libero, di poter giocare con
le cose senza crederci. Si può dire a vantaggio della ragione molte altre cose,
si può rendere il discorso retoricamente anche più pomposo, però l’essenziale
questo esercizio che stiamo facendo cioè costruire delle argomentazioni che
appaiono solide, che non lo sono affatto, l’abilità sta in questo costruire
argomentazioni che appaiono solide e invece sono costruite su niente….Cesare
deve costruire un’argomentazione a vantaggio della ragione, appunto dovete
contraddire tutto quello che ho detto (a vantaggio della fede allora?) lasciamo
stare queste questioni perché sosteneva Cesare che è più facile confutare una
posizione dogmatica? ( sì perché dogmatica perché viene posto un elemento fuori
dal linguaggio il che è difficile dimostralo) ma una posizione dogmatica è
quella che dice che non interessa se ciò che io credo è provabile oppure no, io
ci credo (ovviamente è arbitraria) ma non è mia intenzione farlo (non è logico
non ha una logica che lo sostiene) no, ma ci credo lo stesso, (ciascuna cosa la
costruiamo tramite il linguaggio) chi ci ha dato il linguaggio se non dio?
(…..) o viene dal nulla il linguaggio, può qualcosa venire dal nulla? (…….) è
la stessa che abbiamo posta prima rispetto a dio, quindi crederebbe nel
linguaggio, come credere in dio, che differenza fa? (io credo in ciò che sto
dicendo non importa chi mi abbia dato il linguaggio…) credo in dio non importa
se non lo posso provare (sì però è arbitrario al massimo) anche ciò che
sostiene lei, lei può stabilire da dove viene il linguaggio? No. (no, però ciò
che fa il linguaggio sì) io posso dire ciò che fa dio ma non posso dire da dove
viene, non posso provarlo, lei ha appena detto che non può provare che il
linguaggio venga da qualche parte, quindi viene dal nulla esattamente come io
non posso provare da dove viene dio, siamo pari perché la sua argomentazione è
migliore della mia? (l’ingiustizia di dio che fa morire un bambino innocente,
non si può usare contro la fede?) la questione è antica la questione del male,
dio può volere il male? Nel medioevo si sono dati un gran da fare intorno a
queste cose, perché dovevano rafforzare un fondamento logico del cristianesimo,
quindi la questione è questa perché esiste il male? E quindi dio lo vuole o dio
non ha creato il male e quindi non ha creato tutto oppure ha creato anche il
male, ma può creare il male lui che è il sommo bene? (….) la questione non era
semplice i migliori pensatori, tra cui Agostino, si sono dedicati a risolvere
questi quesiti, perché dovevano rispondere a queste persone che chiedevano “ma
dio se è sommo bene come può volere il male?” se non lo vuole c’è qualcosa che
gli sfugge e quindi non è perfetto, delle due l’una, è un po’ la questione che
ha trovato Godell nei suoi studi rispetto alla matematica, o è completa e
allora è contraddittoria oppure non è contraddittoria e allora è incompleta, il
teorema di Gödel….(io non voglio fondare nulla mi attengo solo agli strumenti
che mi dà la ragione, che mi dà il linguaggio e mi attengo a ciò che io sto
dicendo, senza pormi il problema …..però sono io che pongo la domanda da dove
viene il linguaggio perché il linguaggio non risponde sicuramente) perché non
risponde il linguaggio a questa domanda? (perché non risponde il linguaggio?)
fa tutto e questo no? (…..) perché si perde in un bicchiere d’acqua? Quando si
trova in condizioni del genere e cioè non riesce a cavarsi da un dilemma allora
lei sposti la questione ponendosi questa domanda “che cos’è una domanda?” “Che
cos’è una risposta?” Io dicevo prima, facendo le parti di un fondamentalista
“neppure il linguaggio sa rispondere a questa domanda da dove viene, cos’è una
domanda” “la domanda è una proposizione che attende un’altra proposizione” cioè
dicendo questo dico (la domanda è una proposizione che attende un’altra
proposizione) già sempre proposizioni sono e quindi la domanda non può che trovare
un’altra proposizione, il linguaggio non può rinviare che altro linguaggio,
cioè a se stesso, e dunque porsi la domanda “da dove viene il linguaggio” non
può uscire dal linguaggio per via del fatto che la risposta sarà una
proposizione e quindi un atto linguistico, per questo possiamo anche
considerare che questa domanda è un non senso, come se chiedesse al linguaggio
di rispondere in un modo che non è linguaggio, che non può fare, non può uscire
da se stesso, né gli umani possono uscire dal linguaggio e quindi chiedere al
linguaggio di rispondere non è insensato, lui lo fa ma con un’altra
proposizione, invece il fervente cattolico, (io in quella istanza
particolarissima, ché non sono un fervente cattolico) questo non lo può fare
cioè lui chiede al linguaggio di rispondere, (dio) e immagina che questa
risposta sì, chiaramente, se è una risposta è una proposizione ma venga da
qualche cosa che non è linguaggio e allora a questo punto sì, può porre la
questione di un elemento fuori dal linguaggio come sa che è sempre un elemento
fuori dal linguaggio? può concludere soltanto o decidere e bell’é fatto….tenere
conto tenere d’occhio la questione, soprattutto in un agone dialettico ad
esempio il caso limite dove c’è la necessità di questa abilità, tenere d’occhio
tutti gli elementi per poter trarre da qualunque elemento il massimo vantaggio
possibile…le cose che vi dicevo cioè che la mia fede è pari alla sua non è
esattamente così dal momento che lei si attiene soltanto a ciò che si dice e a
ciò che non può non dirsi, mentre io sostenendo la fede in dio mi attengo a ciò
che dico e a ciò che può non dirsi benissimo (…..) ma lei rilanci la questione
quando è possibile sempre rilanciare sull’interlocutore la stessa questione,
quando dice da dove viene questo o che cos’è questo? Che cosa vuol dire questo?
Da dove viene il “da dove viene” se non dal linguaggio? E ha risolto buona
parte del problema, come dire ha portato la cosa verso livelli di buon gioco a
proseguirla in modo più semplice, più efficace. (….) se si sta considerando se
si sta facendo discussioni che facciamo qui spesso teoretica allora non ha
interesse fare una cosa del genere, c’è interesse invece a riflettere su una
questione, nei suoi aspetti indagarla e poi esaminarla ma retoricamente invece
è la cosa migliore… a questo punto è l’altro che dovrà cavarsi d’impaccio o
comunque impegnarsi a trovare qualcosa. Così vede che ci sono buoni motivi per
sostenere la ragione. La questione dell’utile poi quale sono le sue prerogative
in base a quale criterio quello che stabilisco io oppure lo traggo da che cosa?
(lo traggo dal luogo comune…..) sì per qualunque argomentazione venga addotta a
vantaggio di questo è confutabile, è utile “la storia insegna…” la storia
insegna a massacrarci da sempre, questo mi autorizza ad estrarre la rivoltella
e a spararti in bocca, in nome della storia? No. Allora questa mettiamola da
parte e uno alla volta gli togli tutti gli argomenti (a essere solidali…..)
dunque la solidarietà (serve a fare fronte comune….) come potremmo definire la
solidarietà di primo acchito? CAMBIO CASSETTA (……) possiamo dire che è una
volontà, intanto, (…..) perché se non lo vuole (…..) la volontà di condividere
qualche cosa, che cosa esattamente? (il destino avverso se no perché dovrei
essere solidale, si può essere solidale anche in un piacere?) no la solidarietà
ha quasi sempre a che fare con la difficoltà, condividere la difficoltà altrui
cercando insieme con l’altro di risolvere il problema, solidarietà in accezione
più comune (solido) quindi diventare solidale, come la parola dice, far fronte
comune di fronte alla difficoltà, qui c’è la difficoltà. io sono con te e
l’affrontiamo insieme (……) chi saprebbe costruire un discorso contro la
solidarietà, declamandone la nefandezza, l’inutilità e la follia (……..) abbiamo
indicato la solidarietà in termini più generali, sono solidale solo con quelli
che la pensano come me, per esempio, la solidarietà è uno dei luoghi comuni
più…..(…………..) ma prendiamo questa nozione che diceva prima Elisabetta, del
cattolico fervente cattolico, la solidarietà è ciò a cui occorre tendere perché
non è altro che tendere una mano a colui che è in difficoltà, aiutarlo trarsi
d’impaccio, dobbiamo costruire un discorso che invece sostiene esattamente il
contrario, la solidarietà non è affatto questo e se anche fosse questo sarebbe
comunque una maledizione (……) non tanto condividere la sofferenza quanto
aiutare l’altro a superare…per esempio una vecchiettina che deve attraversare
la strada, un corso dove le macchine sfrecciano…è incerta non vede……è lì arriva
Cesare e vede...ora il gesto di solidarietà nei confronti della vecchiettina
cosa fa? prende la vecchiettina e la fa attraversare (…..) barzelletta dei boy
scout….come costruire un’argomentazione che giunge ad affermare che la
solidarietà è un malanno sociale? Si può fare intanto? È un luogo comune e come
tale deve essere confutato…intanto teniamo conto di una sorta di definizione
cioè condividere la difficoltà altrui nel senso di aiutarlo a risolvere un
problema, come potremmo cominciare (…….) dipende da che definizione facciamo
passare di solidarietà, è indispensabile quando si vuole provare una certa cosa
inserire una definizione di questa cosa che è utile a far la prova che vogliamo
svolgere e non solo deve essere utile ma deve essere accolta cioè fare in modo
che l’altro l’accolga, una volta che l’ha accolta poi andiamo avanti ma occorre
fargli accogliere qualche cosa che a noi serve per raggiungere una conclusione
che deve raggiungere quindi far rientrare nella definizione di solidarietà anche
questo aspetto perché no? Occorre che ci sia sempre una definizione più
generica possibile tanto che l’interlocutore non abbia nulla da eccepire, però
ci deve essere (……) condividere la difficoltà dell’altro, una bella
argomentazione su come sia dannosa la solidarietà…..interventi vari --- finita!
1-4-1999
IL
RICONOSCIMENTO
Si
discute sul sottotitolo per la conferenza del 13.4.1999 che sarà Amore e
Guerra. Si stava dicendo ultimamente di come si costruisce un discorso in
ambito retorico però c’è l’eventualità che intendendo come si costruisce
retoricamente un discorso ci fa intendere come si costruisce un qualunque
discorso, cioè come viene costruito da chiunque un suo discorso. Ricordate che
la retorica, la prima parte di questa divisione in cinque parti, la prima parte
riguarda l’inventio cioè trovare cose da dire. Ora in un discorso qualunque,
generalmente non si pone la questione della ricerca di qualche cosa da dire ma
è già dato il qualche cosa da dire, ha già una sua cosa nella quale crede, che
però non è una cosa qualunque viene tratta, esattamente così come suggerisce
Aristotele dal luogo comune o dal più accreditato. Nel discorso di ciascuno
qual è più accreditato? Quello che ritiene lui vero, ritiene necessario,
necessario al punto che non potrebbe essere altrimenti che così, dunque il
discorso viene costruito a partire da ciò che la persona crede vera, dal suo
luogo comune, che può anche essere diffuso però è ciò che funziona per lui,
senza che lui lo sappia, come il luogo comune cioè ciò che è inevitabile che
sia, su questo viene costruito il discorso. Ora c’è un’intenzione in un
discorso generalmente, nel discorso retorico l’intenzione è quella di
persuadere. Nel discorso corrente qual è l’intenzione? C’è l’eventualità che
sia sempre la stessa, cioè persuadere, però qui può intervenire un altro
elemento che è quello del persuadere se stesso, come dire rafforzare una
credenza, una superstizione, tutto ciò che si crede vero, perché
paradossalmente, paradossalmente fino ad un certo punto, ciò che la persona
crede non è così saldo è come se avesse sempre bisogno di essere confermato,
corroborato, rinforzato, condiviso, partecipato…..paradossalmente dicevo,
perché la persona crede le cose in cui crede, però ha sempre questa esigenza di
trovare qualche cosa che lo confermi quindi parrebbe fatto di pensare che la
sua sicurezza non è poi così salda, se ha bisogno continuamente di qualcosa o
di qualcuno che lo sostenga. Perché non è così salda? Perché questo luogo
comune che utilizza per avviare il discorso non è così forte? Che cosa alimenta
l’insicurezza di una persona? (perché poi si tratta di questo) in genere è
l’idea che ci sia l’eventualità che altri non condividano ciò che io sto
dicendo, e quindi di trovarmi fuori da un certo gruppo, si diceva dell’importanza
straordinaria che ha per molte persone immaginarsi all’interno di un gruppo,
fare parte del gruppo, di essere quindi schierati da una parte o dall’altra.
Ora dicevo il luogo comune è ciò da cui prende avvio il discorso, il luogo
comune della persona, quindi al momento stesso in cui la persona ha avviato il
suo discorso, voi avrete già con buona certezza una misura di ciò in cui crede,
certamente come il retore che reperisce quegli elementi che gli servono per
persuadere, la persona costruisce il discorso a partire da qualche cosa che a
lei pare vera, verosimile, credibile, una cosa quale immagina segua l’assenso
dell’interlocutore o se non c’è l’assenso comunque c’è un piano comune di
discussione, per esempio, un esempio banalissimo rispetto alla guerra attuale,
uno si aspetta che l’altro possa essere d’accordo oppure no, rispetto
all’intervento ma in ogni caso muove dall’idea che comunque l’altro propenderà
per l’una cosa o per l’altra, non per nessuna delle due, per esempio. Il luogo
comune ha questa funzione reperire l’assenso, costruire il discorso in modo
tale che l’assenso sia inevitabile, ci sia cioè un terreno comune, una credenza
comune, poi si potrà discutere sui dettagli, però il fondamento deve essere
comune, quindi quando ascoltate un discorso, qualunque esso sia, la partenza di
questo discorso, l’esordio come direbbero i retori vi dice immediatamente qual
è il luogo comune e qual è la cosa cui la persona che sta parlando crede.
Perché questo ha qualche importanza? In una analisi per esempio può essere
determinante sapere che cosa crede la persona e lo è dal momento che tutto ciò
che segue, segue a qualcosa in cui crede e quindi porterà con sé questa sorta
di impronta, tutte le sue conclusioni, tutte le cose cui giunge e qui anche eventuali
disagi, disturbi, fastidi, qualunque cosa sia…terrà conto della premessa, il
luogo comune da cui muove il suo discorso. Dicevamo tempo fa che lungo
l’analisi questo luogo comune viene messo in gioco, perché finché non è messo
in gioco questo luogo comune, il discorso non subirà nessuna variante, perché
data questa premessa seguono queste conclusioni. Ciò cui una persona
maggiormente tiene è che gli sia accreditato questo luogo comune, e cioè il
fatto di poter riconoscere nell’altro questo luogo comune che è assolutamente
fondamentale e potremmo dire così ciò attraverso cui gli umani si riconoscono,
si riconoscono facenti parte di un gruppo, di una specie ( anche se non sono
d’accordo, importante che io creda una cosa e l’altro un’altra cosa) esattamente,
cioè è importante avere un elemento in comune, cioè uno può essere del Milan e
l’altro della Juventus (però sempre calcio è) esatto. Ora questa questione del
riconoscimento appare essere fondamentale al punto che i retori, per ottenere
maggiore effetto dal loro discorso fanno in modo di essere riconosciuti
dall’uditorio, riconosciuti in quanto espongono gli stessi luoghi comuni e
l’uditore dice che anche lui è dei nostri (diciamo in modo un po’ semplice) e
quindi sarà più facile credere tutto ciò che dirà. Uno dei motivi per cui il
discorso che stiamo facendo incontra una difficoltà immensa a diffondersi è in
parte che le persone non si riconoscono, è il fatto che le persone non si
riconoscono in nessun modo, non c’è nessuna possibilità di riconoscimento.
Quando una persona si rivolge a voi per esempio per una analisi, chiede questo
riconoscimento, però in un’analisi il discorso è leggermente differente da un
evento pubblico come una conferenza, in quanto in un’analisi anche se non c’è
propriamente questo riconoscimento, però c’è l’occasione, i mezzi per potere
costruire qualche cosa che consenta alla persona di proseguire senza questo
riconoscimento, in una conferenza cioè in un evento pubblico questo è molto più
difficile, in effetti si tratterebbe e qui si può inserire un elemento che può
tornarci utile in pratica, se potessimo reperire degli elementi che possano
dare adito, quanto meno all’idea di una sorta di riconoscimento, probabilmente
ci sarebbe maggior seguito, forse non è così sicuro. È un po’ come quando le
persone, alcuni enunciati “non riesco a riconoscermi in ciò che si dice” ma
anche questo riconoscimento come se l’oratore non consentisse nulla al luogo
comune da qui la persona che ascolta è come se si sentisse non situata da
nessuna parte e non sentendosi situata da nessuna parte, la sensazione che può
accadere che provi è di assoluta solitudine e cioè manca il gruppo a cui far
riferimento e pertanto avverte una sensazione di disagio, di fastidio che in
molti casi può decidere l’allontanamento, per esempio, certo retoricamente
occorre fare esattamente così, porre le condizioni che ci sia questo
riconoscimento, la difficoltà in questo caso è produrre un riconoscimento nei
confronti di qualcosa che è esattamente il contrario. Che cosa offre il gruppo?
Che cosa offre il riconoscimento? Offre quella sicurezza, nell’assioma nel
luogo comune che altrimenti vacilla, dicevo prima che la persona pur muovendo
da un luogo comune, che crede, ciò nonostante cerca continuamente un appoggio,
cerca continuamente un sostegno, un avvallo, da parte di altri, ecco il
riconoscimento fornisce esattamente questo, avalla il luogo comune, a questo
punto la certezza della persona è solida, non ha più bisogno di rinforzarla, di
corroborarla e quindi è sicura, per cui ha fiducia. La sicurezza in ciò che si
pensa possedere la verità produce quello stesso effetto che produce la
religione, cioè il possesso di verità e cioè il sapere come stanno le cose, la
conseguenza immediata è una sorta di elezione, anche di superiorità se non
addirittura di arroganza, non teorica in questo caso, ma pratica, mi è capitato
di ascoltare una persona che crede fermamente in qualche dio, immagina che
questo qui ci sia, la quale diceva di sentirsi la persona eletta e privilegiata
perché ….esattamente come accade per gli ebrei che da sempre si considerano il
popolo eletto scelto da dio e quindi la persona che ha la fede, è la persona
che dio ha scelto. Questo comporta dicevo prima l’idea molto forte di possedere
la verità e quindi di essere immuni dall’errore, immuni dal dubbio, immuni
dall’eventualità di dovere pensare…(…) sì e ciascun discorso l’esordio cerca
esattamente questo, come dicevo cerca il consenso, cerca quindi la condizione
tale per cui non debba essere messo in gioco quello che pensa, a questo serve
il luogo comune, la religione in definitiva, un luogo comune generalizzato, a
sentirsi sicuri forti eletti da dio, che poi eletti dalla società, perché?
Perché io penso come la società vuole che si pensi o il gruppo, poi può essere
una mini società, può essere un gruppetto di persone, non ha nessuna importanza
però il funzionamento è lo stesso, sentirsi comunque l’eletto, la questione
ebraica sembra sempre attuale. Come dire “io sono nel giusto e quelli che
pensano come me sono nel giusto, ma io sono nel giusto perché quelli pensano
come me..” è tutto ….perché è così importante sentirsi eletti? Se prendiamo il
popolo ebraico che crede essere stato eletto da dio, comporta il fatto di
essere amato, se io eleggo una persona amo quella persona, nella vulgata.
L’essere amati dall’altro ha un effetto potremo dire terapeutico, in molti casi
comporta una sorta di certificazione di esistenza, se l’altro mi ama allora io
esisto, questo avviene anche in molti casi, nelle tradizioni del discorso
occidentale, cioè io esisto nella misura in cui l’altro mi ama, se cessasse di
amarmi è una catastrofe. Dunque la ricerca è di qualcuno che certifichi la mia
esistenza, come certifica la mia esistenza? La certifica certificando le cose
in cui credo, le quali vengono certificate, se per esempio, io esisto soltanto
se una persona mi ama, il fatto che mi ami che cosa vuol dire? Vuol dire che
apprezza quello che faccio e quindi mi stima, che accoglie quello che penso, se
dico solo cretinate non mi stimerebbe (quindi sono nel giusto) sì sono nel
giusto, cosa comporta una cosa del genere? Pensate a tutta la ricerca degli
umani da tremila anni a questa parte intorno alla verità, non è altro che
questo, la ricerca di qualche cosa che consenta alla fine di poter affermare “sono
nel giusto” vi rendete conto che non è una cosetta da poco. (oppure io servo a
qualcosa) sì queste sono varianti, certo. Ma questa ricerca di essere nel
giusto, di essere approvati, perché? Che funzione ha? Perché è così importante
non essere soli a pensare una certa cosa? (può comportare l’abbandono,
l’insicurezza, tutte queste patologie…questa nullità è proprio il senso della
vita) (di avere questa responsabilità di vivere) ecco forse è possibile portare
le cose ancora oltre e cioè portarle là da dove vengono e quindi alla struttura
del linguaggio. Dicevamo martedì della difficoltà di fronte alla
contraddizione, al paradosso, dell’impossibilità di proseguire se una cosa è
simultaneamente vera e falsa. La ricerca della verità non è altro che
l’esigenza di potere eliminare uno dei due corni del dilemma, soltanto a questa
condizione è possibile proseguire il discorso occidentale, devo sapere se ciò
che faccio è bene o meglio devo sapere se ciò che penso è giusto o sbagliato
perché se non lo so c’è l’eventualità che mi paralizzi, la questione portata
poi….(è come se io scomparissi) “devo sapere” dove sta l’errore perché dei due
corni, uno dei due è necessariamente falso, di questo c’è la necessità, di
essere confermati nel mio credo. Perché in caso contrario c’è la paralisi, c’è
l’arresto e quindi il malessere, il disagio in tutte le sue infinite forme,
dicevo tempo fa ognuno di voi sa bene l’effetto terapeutico di ogni religione
che risolve la contraddizione, eliminando uno dei due corni del dilemma, come il
male….è uscita adesso una edizione nuova di Tommaso sul male, non l’ho ancora
letto, ma vi suggerisco di leggere…(della Rusconi) ecco potremmo dire che il
male è un’invenzione necessaria per dissolvere il paradosso. Non è casuale che
fino ad oggi le lingue anglosassoni, quelli che là oltre il mare chiacchierano
questo idioma, chiamino ancora il paradosso il “monster” e l’eliminazione del
paradosso “monster……..” la cancellazione, l’eliminazione, lo sbarramento,
barratura, quindi il male il male è questo, è il corno del dilemma che deve
essere eliminato, quindi non c’è più dilemma, questo è il bene, questa è la
via, la via è la verità…..questo che vi sto dicendo in termini provvisori ma
man mano preciseremo, non è marginale…abbiamo in questo modo ricondotto a una
struttura linguistica l’etica, che non è poco…ma c’è l’eventualità che tutto
ciò che è stato detto intorno all’etica da Aristotele a…. non sia altro che il
tentativo di soluzione a un problema linguistico che tuttavia non ha soluzione
e infatti ancora oggi si ama scannarsi l’un l’altro in nome della verità,
rispondere a qualcuno che chiede da che parte si schiera se contro gli
americani o……(se da nessuna parte rimangono così) come fare riaffiorare il
mostro, cioè il paradosso, la contraddittorietà ( si vuole anche mantenere
questo mostro) questo è un altro discorso….dunque l’eliminazione del dilemma
attraverso l’identificazione del male, nessuno ha mai portato nei termini
linguistici la questione antica in effetti il paradosso non è altro che
l’impossibilità di proseguire, che poi con gli strumenti che possediamo
possiamo facilmente e rapidamente verificare, che se c’è un paradosso fra i più
comuni questo è per via di un assioma da cui si muove, se io muovo da un
assioma che afferma che una cosa è fuori dal linguaggio allora inesorabilmente
io mi troverò in un’infinità di paradossi, tutti i paradossi
dell’autoreferenzialità ovviamente però….il paradosso dell’autoreferenzialità è
quel paradosso che è formato in questo modo, e cioè dichiara, cerca questa impossibilità,
dopo di che, attribuisce a se stesso questa impossibilità, quindi si blocca si
paralizza, “vietato, vietare” il paradosso dell’autoreferenzialità , cioè
attribuisce a se stesso ciò stesso che vieta…è interessante questa questione
del terrore, potremmo quasi chiamarlo, del paradosso cioè dell'impossibilità a
proseguire…non è escluso che le religioni siano state inventate per questo,
occorrerà rifletterci, però perché no? Per eliminare questo terrore del
paradosso, del riscontro del paradosso e quindi dell’arresto….il così detto
nevrotico, psicotico fa un po’ il verso di una cosa del genere, catatonico,
resta lì, nell’impossibilità di muoversi c’è l’arresto e cioè l’impossibilità a
proseguire il discorso, questo è lo sbarramento, l’impossibilità di proseguire
a parlare…questo ci chiarisce molti elementi come si diceva prima a proseguire
questa elaborazione, adesso abbiamo appena accennato, perciò ci chiarisce molte
cose in quanto ci rende conto di che cosa in effetti gli umani temono, è
l’unica cosa che temono tutto il resto no, temono il paradosso fino alla morte,
di cui non sanno assolutamente nulla, però pensate anche alla morte, così come
avviene spesso nel discorso occidentale, ma non solo in qualsiasi discorso,
come l’altro corno della vita “morte/vita” già! Che cosa paralizza il fatto che
esistano entrambe, perché “io sono vivo ma c’è anche la morte” se ci fosse solo
la morte non ci sarebbe nessun problema, se non ci fosse cioè se non fosse
pensabile (allora la religione …) per risolvere…se allora….nella religione,
almeno la nostra, come è risolta? La morte è il male tant’è che per la
religione cristiana, cattolica, la morte è la morte dell’anima, cioè il male,
la vita è il bene ecc…cioè ha risolto l’antinomia…. CAMBIO CASSETTA
Vero
o falso, ecco, zero o uno, e d’altra parte non è casuale perché il linguaggio è
costruito per questo, per questo ce lo portiamo appresso, è costruito su questo
e senza questo…come dire e questo è l’elemento che lo fa funzionare, senza
questo non funziona, è il “suo limite” fra virgolette e il suo motore, (uno
deve sempre scegliere) il computer funziona esattamente come lei lo ha
descritto….(a immagine e somiglianza) così come dio ha fatto l’uomo (…..) anche
se l’aspetto non è che lo preoccupi….(forse andiamo a vedere il problema che
blocca) ho fatto questo breve accenno all’etica ma tutto ciò che è stato
costruito intorno all’etica cioè il discorso stabilisce ciò che è bene e ciò
che è male….e non ha tutti i torti il discorso comune in effetti di fronte al
paradosso si arresta, ciò che ci ha condotti, l’elaborazione a considerare che
l’unico arresto possibile può accadere è quello di negare l’esistenza del
linguaggio, che è ciò stesso che ci consente di fare qualunque cosa, a questo
punto effettivamente c’è l’arresto, per cui non parlo più e devo anche cessare
di pensare, in toto, pensare non lo posso fare, qualunque altra cosa sì è
totalmente indifferente, in effetti ciò che andavo illustrando in questi due
ultimi incontri in libreria, il compito dell’analista, quello di mostrare che
il paradosso in cui si trova non paralizza affatto, è un paradosso che è stato
costruito a partire da assiomi, da luoghi comuni, assolutamente gratuiti, ma
che se vengono accolti come necessari conducono a paradossi, conducono
all’arresto, al blocco totale (……) qui si tratta di un’altra questione che si
tratta di svolgere perché ciò che avviene in un analisi questo contraccolpo non
è così lontano da quello che accade a molte persone che ascoltano una
conferenza, la struttura non è dissimile, certo in analisi magari possono
esserci strumenti migliori per poterli affrontare, uno che viene lì per la
prima volta non ha nessuno strumento, è assolutamente sprovveduto di fronte a
una cosa del genere, sprovvisto di ogni mezzo, però …questo come diceva giustamente
Cesare, consente di andare ancora più nello specifico rispetto alla struttura
del linguaggio, la questione del vero o falso, è sì qualche cosa che fa
funzionare il discorso ma che se non si intende come funziona il linguaggio, lo
blocca, lo blocca oppure costringe…la costrizione di cui si diceva tempo fa o
di cui non ci si capacitava, perché, perché questa dichiarazione, questa
professione di idiozia, tutto sommato non è necessaria, il discorso religioso
non è altro che l’idiozia, cioè l’impossibilità o l’incapacità a pensare,
questo, questo ci consente di intendere molto meglio questa sorta di
costrizione. Posta la questione in questi termini certo la costrizione rimane
finché non c’è un intendimento molto preciso del funzionamento del linguaggio,
sembra la condizione, si tratta di verificare, adesso proseguiremo in termini
di elaborazione ma (………) questa è una questione non indifferente il fatto che
questo intoppo in cui gli umani vivono generalmente sia prodotto dall’ignoranza
rispetto alla struttura del linguaggio, c’è questa eventualità poi si tratterà
di verificare, di precisare, però così di primo acchito, parrebbe qualcosa del
genere, da qui viene sottolineato ulteriormente la funzione, la necessità
dell’analista della parola, come colui che in se permette la funzione del
linguaggio e perché
quindi ci si è trovati di fronte a questo
intoppo…(questi modi di dire “le parole danno corpo” anch’io non avrei mai
pensato che stesse in ciò che dico il corpo al quale le parole paiono
rimandare, questa è l’ultima delle cose cui si va a pensare come invece suppone
il discorso religioso che tutto sia da un’altra parte in attesa di soluzione)
nella mente di Dio! Il passo successivo da compiere e da intendere è come si
produce esattamente il paradosso oltre a riflettere come abbiamo detto questa
sera su tutto ciò che è considerato male dagli umani, è ciò che si produce come
effetto di una situazione paradossale, diventa bene quando uno dei due corni
del dilemma viene eliminato, tutto la posizione della religione è consistita in
questo (se non si sceglie si produce) la scelta o il permanere (……..) non è
ammissibile, non è pensabile (la guerra non è né bene né male, manca la
conclusione…….) sì e il luogo comune è il modo più diffuso per risolvere questi
paradossi….(……) sì è necessario come dicevamo prima se non si conosce la
struttura del linguaggio e allora effettivamente non conoscendo questo
l’eventualità del paradosso dà la paralisi ora la paralisi è l’impossibilità a
pensare, a parlare e quindi a esistere, senza tenere conto di come gli umani
fuggano come il peggior nemico, di qui la necessità della religione che risolve
il paradosso, come comunque il discorso lo risolve, lo risolve indicando il
male come l’altro corno del bene, oppure vero e falso (io riflettevo sull’uso
del termine riconoscimento…) Freud si avvicina avrebbe potuto fare un passo,
quando nell’ Io e l’ Es pone la domanda contraddittoria “come il padre ti è
dato essere, come il padre non devi essere” e da lì sorge la domanda….cioè lui
è arrivato molto vicino alla questione (……) la fase dello specchio Lacan (anche
Freud in Lutto e malinconia quando parla dell’oggetto perduto, cioè quando
l’interlocutore è perduto perché io lo uccido e quindi mi ritrovo io l’oggetto
interlocutore e io parlo ma non posso sentire e quindi parlare perché sono
morto…pare che …) la morte viene pensata generalmente che quando è morto non
pensa più e non parla più…(della morte se ne può parlare ma non si può viverla)
vivere la morte è un ossimoro (……) se ci sono io non c’è la morte se c’è la
morte non ci sono io (Epicuro) ma non per questo dopo di lui non si è più
temuta ma morte, poi è intervenuto il cristianesimo (è curioso come se cerco il
riconoscimento e ciò che cerco è di vedermi intervengano a corollario di questa
ricerca termini e quindi luoghi comuni come l’invidia, cioè il vedere
nell’altro qualcosa che io non ho non possiedo) l’invidia del pene ….(……) (il
riconoscimento tramite l’altro) Lacan aveva una fantasia del genere che il
bambino comincia a vedersi perché in braccio alla mamma passa davanti allo
specchio, vede la mamma, che lui conosce perché lui l’ha vista e invece lui non
si è mai visto, vede che lì c’è lui e allora se quella è la mamma allora lui è
il bambino (come il “fort da” di Freud) (il bisogno di reciprocità di dialogo)
un’identità comporta un corno del dilemma come dire io sono questo e non
l’altro, l’altro è per definizione sospetto….(sì però si ha bisogno dell’altro
per fare il proprio discorso)….(in analisi cioè questo rapporto con l’altro risalta)
questo è un addestramento (come avviene nel suicidio) talvolta avviene così se
io rappresento il male tolto il male resta il bene, l'omicidio il contrario
tolto il male resta il bene….il suicidio esistenziale di cui parla Camus anche
lì è la soluzione ad un paradosso irresolubile, lui lo dice in modo esplicito
anche senza formularlo in questi termini, quando dice il suicidio è l’unico
atto provvisto di senso in un esistenza che non riesce a produrne nessuno e
quindi qui c’è il senso, qui c’è la verità, di là c’è il falso io sono per la
verità e quindi mi uccido, ripetendo tutta la visione degli stoici, gli stoici
dicevano questo, ogni tanto qualcuno si infilava una spada per passare la
serata. Va bene abbiamo molto su cui lavorare
15-4-1999
CONTRARI
E CONTRADDITTORI
Allora
proseguiamo, dicevamo la volta scorsa e abbiamo proseguito su questioni
connesse sulle empasse che si incontrano nel discorso occidentale e che il
discorso religioso risolve. Risolve abbiamo detto inventando, imponendo una
direzione, indicando l’una come il bene e l’altra come il male. Funziona una
contraddizione, il paradosso non è altro che una contraddizione …può funzionare
in questo modo si prende una enunciazione universale “tutti sono così” e poi si
prende una contraddittoria “nessuno è così” (non ho capito) tutte/nessuna (non
intendo la distinzione fra contraria e contraddittoria) allora Aristotele che
poi i medioevali hanno ripreso…questo quadrato logico non l’ha fatto Aristotele
l’ha fatto un tale Pietro Ispano, medioevale, vescovo allora queste lettere che
vedete, qualche nozione di logica (quadrato logico) A E O I…La A è l’universale
affermativa “tutti gli animali sono mortali”; la E è la particolare affermativa
“qualche animale è mortale”; la I è contraddittoria della E; la O è la
contraddittoria alla A, quindi cosa fa? nega che “tutti gli animali sono
mortali” “nessun animale è mortale” cioè è una universale negativa. La I è la
particolare negativa “qualche animale non è mortale” ( la A tutti sono.
Qualcuno E. La O nessuno e la I qualcuno non è) poi hanno anche utilizzato
queste lettere per ricordarsi dei sillogismi per esempio (quello più famoso)
BARBARA che sono tre A, tre affermazioni universali, “tutti gli umani sono
mortali, Socrate è un umano, e quindi è mortale” quindi la contraria in questo
caso (di tutti gli uomini sono mortali) è “qualche uomo è mortale” la
contraddittoria è “nessun uomo è mortale”…l’universale affermativa, la
particolare affermativa, l’universale negativa, particolare negativa ora fra la
A e la E (tra l’universale affermativa e la particolare negativa) c’è un
rapporto di subalternanza, tant’è che se affermo che “tutti gli uomini sono
mortali” e se poi affermo (la particolare negativa) “qualche uomo non è
mortale” cosa succede? (……) perché ha qualche interesse il quadrato logico?
Perché ne ha avuto, oggi in effetti è un po’ desueto, perché è un modo per
considerare che se io faccio una affermazione universale (affermativa) cioè
pongo un assioma per esempio, la sua contraddittoria diventa esclusa logicamente
se io affermo che “tutti i serbi sono cattivi” sono naturalmente poi a
concludere che “nessun serbo è buono” sì perché se affermo la prima sono
costretto ad affermare la seconda. Qualunque cosa io affermi per la stessa
struttura del linguaggio, la sua contraddittoria è negata necessariamente
(nessun serbo è cattivo) il problema (perché parliamo di contraddittori e non
di contrari? anche quando io affermo un termine con questo escludo il suo
contrario) adesso ci arrivo…infatti la questione che sorge é che si pensa che
il contrario sia il contraddittorio, il che non è, perché il contrario di
un’affermazione che dice “che tutti i serbi sono cattivi” è “qualche serbo è
cattivo” mentre la contraddittoria è “nessun serbo è cattivo” per cui per amore
di coerenza gli umani sono indotti a pensare che e cioè che le cose stanno in
un certo modo, io sono convinto che le cose stanno in un certo modo allora il
pensiero contraddittorio deve essere eliminato però, però esclude anche il
contrario e cioè non posso affermare né che “tutti i serbi sono buoni” né che
“qualche serbo è buono” sono costretto ad accogliere che “nessun serbo è buono”
assolutamente. Come si forma un’idea, un pensiero? Si forma in questo modo, un
certo pensiero diventa dominante su altri, affermandosi questo necessariamente,
esclude tutti gli altri logicamente. Ora logicamente certo è così, io affermo A
e non posso affermare non A, la questione è che affermando A compio
un’operazione assolutamente arbitraria, e quindi tanto la contraddittoria quanto
la contraria sono assolutamente arbitrarie, e non necessarie (per via della
premessa) sì però se io mi trovo per una serie di circostanze ad affermare che
“tutti i serbi sono cattivi” poi è la stessa struttura del linguaggio che mi
impone di escludere che ci sia anche un solo serbo buono, perché logicamente
non è compatibile. È così che si pensa generalmente ci si crea un pensiero e
poi ci si muove logicamente a partire da quel pensiero, è chiaro che sia la
contraria che la contraddittoria parranno assolutamente escluse, impensabili.
Così si formano le credenze, le superstizioni, generalmente la universale
affermativa procede per induzione cioè io ho riscontrato che un certo numero di
persone o in un certo numero di casi è avvenuto una certa cosa, vera o falsa
che sia, non ha importanza, allora per induzione che va dal particolare al
generale (questa mattina è sorto il solo, l’altra mattina è sorto il sole
ancora l’altra mattina ecc…e quindi domani sorgerà il sole) questa è
l’induzione va dal particolare cioè dai casi singoli a generalizzare cioè ci
sarà sempre il sole…(……) allora tutte le convinzioni, tutte le credenze ecc…si
formano induttivamente anche perché non potrebbero formarsi deduttivamente,
come dire prendono una serie di casi e poi generalizzano, l’induzione è una
generalizzazione, la deduzione no, è il contrario, la deduzione in teoria non
dice nulla perché deduce da qualcosa di generale qualcosa che è implicito nella
premessa cioè trae dalla premessa qualcosa che è già lì, è questa è una delle
obiezioni che fecero intorno al 500 o 600 alla deduzione cioè che non aggiunge
nulla, semplicemente conferma quello che c’è già implicito, per cui ha spesso
la forma della tautologia (A=A) (io sono io) logicamente è una tautologia, poi
in retorica ha invece un’altra connotazione perché questi due io hanno
accezioni differenti, quando uno dice “io sono io” non è per confermare una
propria identità ma per sottolineare qualche altro aspetto e cioè io sono fatto
in questo modo per esempio, ho queste caratteristiche, perché nessuno dubita
che lui sia lui….mentre in logica la tautologia ha una sua funzione è una
affermazione che è sempre necessariamente vera, perché afferma di una cosa che
è se stessa, nient’altro che questo, sarebbe il principio di identità di Aristotele,
A=A. Il principio di identità esclude la contraddizione e una terza
eventualità, il terzo escluso, la contraddizione sarebbe logicamente: si nega
la proposizione A e non A. Si scrive NON (A e NON A) cioè non è vero che si
danno insieme A e NON A, il terzo escluso cosa dice? A oppure non A, o l’uno o
l’altro, non c’è nessuna terza possibilità (terzo escluso). Ma perché dicevo
che non si verifica in linea di massima che il pensiero proceda per deduzione?
quando procede allora è una petizione di principio il pensiero corrente, cioè
la forma che è così perché è così, “perché bisogna credere in qualcosa?”
“perché così”, anche se poi magari la risposta fa un giro in più, però arriva a
questo punto, è così perché è così, questa in retorica è la petizione di
principio, e cioè utilizza per spiegare qualcosa ciò stesso che deve essere
spiegato, e quindi generalmente non si utilizza la deduzione per formarsi
un’idea ma l’induzione e cioè in genere è avvenuto sempre così, la persona ha
sempre fatto così, e quindi farà così anche questa volta. L’induzione è
un’ipotesi fondamentalmente, anche affermare che domani mattina il sole sorgerà
è un’ipotesi non è una certezza, e quindi logicamente non è affidabile, non è
affidabile perché appunto è un’ipotesi mentre la deduzione no, non è
un’ipotesi, “tutti gli animali sono mortali, l’uomo è animale e quindi l’uomo è
mortale” non è un’ipotesi segue necessariamente, l’induzione no, non segue
necessariamente. L’induzione nella logica più stretta e più rigorosa non ha nessun
valore è soltanto un’ipotesi un “supponiamo che” non ha nessuna cogenza,
nessuna costrittività, ma “supponiamo”; ma l’universale affermativa, è un
problema stabilirla, che cosa risponde al requisito per cui tutte queste cose
siano questa cosa necessariamente? È stato il problema della logica di
Aristotele in prima istanza, che cosa può affermarsi in modo universale con
assoluta certezza? Perché le altre quanto meno, qualcosa è così, qualcosa non è
così, nulla è così, ma tutte queste cose sono “questo” è difficile…..(Aristotele
dice solo; partiamo da questa definizione) in effetti riflettendo in questi
anni l’unica affermazione universale affermativa che siamo giunti a considerare
è quella “tutti gli umani parlano” “gli umani in quanto parlanti parlano” qualunque
altra affermazione universale affermativa è risultata arbitraria e quindi non
sostenibile, in quanto è l’unica affermazione che procede da deduzione e quindi
necessaria, tutte le altre sono induzioni, ipotesi, l’ipotesi dice che può
essere così ma può anche non essere così….che cosa comporta il fatto che le
credenze siano supportate da un’induzione? Un elemento soprattutto, il fatto
che si attribuisce all’induzione una certezza che non ha, e quindi anziché
concludere forse è così, probabilmente è così o a me piace pensare che sia
così, si conclude necessariamente è così, e c’è una sovrapposizione non
marginale, tutte le certezze che vengono enunciate dagli umani hanno questa
forma, questa persona si è comportata un tot numero di volte in questo modo quindi
la prossima volta si comporterà così, senza tenere conto che logicamente questa
proposizione viola la logica stessa perché comporta una contrarietà, cioè io da
una affermazione particolare affermativa traggo un’universale affermativa, che
è esattamente la contraria e quindi logicamente il ragionamento non è corretto,
però accade spesso di pensare in questi termini “siccome 5 volte è successo
questo allora succederà sempre” in base a questa conclusione si muove
ovviamente, si agisce, ma è un modo di pensare piuttosto bizzarro, nonostante
sia molto frequente. Che relazione c’è tra una proposizione che afferma che “n”
volte una persona ha fatto in un certo modo e l’affermazione che invece dice
che farà sempre così” la prima è una particolare affermativa, la seconda una
universale affermativa ma se io muovo da una particolare affermativa mi trovo
esattamente in quella posizione di quell’altro famoso sillogismo il quale
afferma “Pietro e Paolo erano apostoli, gli apostoli sono dodici, Pietro e
Paolo sono dodici” “Pietro e Paolo sono apostoli” è una affermazione
particolare affermativi, non è affatto necessaria e da qualcosa di contingente
non posso dedurre una affermazione universale in nessun modo, però se pensate
bene questo è il modo in cui si ragiona generalmente, questa cosa è così
quindi….ora dicevamo prima con Cesare che una buona educazione linguistica e
quindi anche logica elimina la possibilità di pensare in modo così strampalato,
perché se ciascuno di fronte a un sillogismo come questo, si accorge che c’è
qualcosa che non funziona tuttavia non si accorge che quasi tutte le sue
conclusioni hanno la stessa struttura e quindi assolutamente risibile come
conclusione eppure… ma allora occorre riflettere sul come condurre sia la
nostra elaborazione e sia anche l’insegnamento che procede da questa
elaborazione, un insegnamento dunque intorno alla linguistica, cioè come
insegnare alle persone ad usare il linguaggio, insegnare come funziona, cosa fa
e cosa non fa e dove si arresta, si arresta laddove cerca di uscirne fuori, qui
si arresta, lì incappa nel paradosso e lì se non ci si accorge di questo si è
costretti a trovare una soluzione e cioè scegliere per il bene o per il male a
seconda dei casi. Dicevamo la volta scorsa che il discorso religioso procede dalla
necessità di eliminare il paradosso, ma perché vede un paradosso? Perché sempre
logicamente scambia una particolare affermativa per una universale affermativa,
“qualche serbo magari sarà cattivo” e invece no conferma “tutti i serbi sono
cattivi” facendo questo scambio è chiaro che qualunque cosa contrasti con la
universale affermativa è contraddittorio e quindi deve essere eliminato
necessariamente. Questo è un terrorismo logico, ideologico morale del discorso
religioso…..usa un quantificatore esistenziale cioè “per qualcuno vale questa
cosa” lo usa come un quantificatore universale per “tutti vale la stessa cosa”
. Sembra molto difficile pensare in modo diverso dalle affermative universali,
che affermano in modo categorico, totale, coprono tutto e gli umani pensano
così. Se talvolta accade che facciano qualche concessione poi di fatto non è
così…per nulla…come quando si dice ciascuno può pensare come gli pare, tanto i
più la pensano così, e quindi la verità è quella che dico io, tu continui a
sbagliare e ognuno è libero di sbagliare, no? Il motto che dice “ognuno è
libero di pensare quello che vuole” per ciascuno funziona “ciascuno è libero di
sbagliare” perché se pensa differentemente da come penso io, se il mio pensiero
è sorretto da affermazioni universali, allora qualunque cosa che non sia quello
allora è contrario e quindi è sbagliato, se questo è vero quell’altro è
necessariamente sbagliato….quindi la necessità di considerare che gli altri
sbagliano rispetto al modo di pensare è una necessità logica in un certo senso
e non può essere che altrimenti che così….(…..) esatto se no, non tornano i
conti, “se tutte le A hanno una proprietà P allora qualunque cosa che affermi
qualcosa di diverso è sbagliato” e il linguaggio funziona così effettivamente,
qualunque cosa neghi l’universale affermativa, la nega in toto. Da qui una
arroccamento sulle proprie posizioni, perché poste le cose in questi termini
una qualunque, un qualunque elemento che venga a minare un certo modo di
pensare, non mina soltanto un aspetto ma mina tutto, completamente, per cui si
intende come le persone non cedano rispetto alle proprie posizioni, perché
cedere di un millimetro fa cadere tutto e quindi abbiamo mostrato come
logicamente questo avvenga, perché un qualunque elemento che neghi una
universale affermativa la nega in toto, non può negarla in parte ché se io dico
che “tutte le A sono P” e se io affermo che “qualche A è P” nego la precedente
affermazione, la nego (….) una via della retorica è proprio questo di fare il
giro al contrario del quadrato logico, uno afferma “tutte le A sono P” allora
si comincia a mettere in gioco “qualche A è P” poi “qualche A non è P” fino ad
arrivare che “nessuna A è P” e si fatto un giro, però in effetti è meno dura
arrivare per gradi, ché se “tutte le A sono P” no “nessuna A è P” allora
“qualche A è P” “qualche A non è P” va meglio…..incominciare a insinuare
l’eventualità che non tutte le cose sono esattamente come si pensa che siano e
quindi accade sempre così “qualche volta accade sempre così” e qualche volta
non accade così, forse non accade mai così….(ancora tutti i serbi sono cattivi,
logicamente non lo può fare) non lo può fare, ma mettere in gioco questo
comporta la demolizione di tutto ciò che si crede….(………..) questa affermazione
che fa questa persona X , il parere di questa persona è vera o falsa questa
affermazione, dice “io penso così” bene ma pensi vero o pensi falso,
chiaramente pensa il vero o l’utile a seconda dei casi molte volte viene
scambiato l’utile come il vero, se ritiene che sia vero allora il discorso può
farsi (rispetto al vero) se è l’utile, il discorso utilitaristico è sempre
molto fragile, perché come dire avalla, retoricamente si può condurre a fare
avvallare qualunque bestialità “al serbo è utile ammazzare quello della Nato e quindi
va bene chi spara per primo”…(….) ma riflettevo come utilizzare la struttura
logica nell’insegnamento del linguaggio, come porre la questione (ancora una
volta), come cioè pretendere che una qualunque affermazione universale
logicamente è costretta a negare qualunque cosa le si opponga, a eliminarlo
proprio necessariamente per potere esistere….ché si pongono affermazioni
universali affermative? Per eliminare una situazione di paradosso (….) perché
se tutto è così allora non può essere altrimenti (non ci sono tentennamenti) sì
perché così le cose hanno un senso cioè hanno una direzione, la sola direzione
praticabile (……) ciò che noi stiamo facendo è combattere contro qualcosa di
straordinariamente forte e cioè un addestramento a non pensare, addestramento
che comincia con il latte ma in ogni caso con le elementari cioè con
l’istruzione canonica (…..) la scuola addestra a non pensare e quindi ciascuno
è addestrato in questo modo, non è nemmeno immaginabile che possa essere
altrimenti, cioè che si possa pensare. Il pensiero per la scuola, per
l’educazione generalmente è in buona parte l’apprendimento di una tecnica, ma
anche negli insegnamenti umanistici l’insegnamento è una tecnica e cioè una
conservazione di qualcosa che si suppone essere il sapere, una tecnica
conservativa, se voi leggete i testi che vengono prodotti per le università,
per esempio, sono o tecniche di conservazione oppure raffronto “x ha detto
così, però y ha detto cosà”….no anche nelle migliori delle ipotesi laddove c’è
qualche barlume di pensiero questo si arresta immediatamente nella ricerca
della universale affermativa che immediatamente arresta il discorso (……..) e
questo è l’ostacolo più grande, l’addestramento a non pensare, come se fosse
(comporta fatica pensare, per questo occorre di generalizzare) sì un passo
notevole l’abbiamo fatto intendendo come sorge, per quale motivo sorge il
discorso religioso, perché non è possibile non parlare e il paradosso arresta
il discorso, solo che ovviamente non avendo gli strumenti sufficienti per
intendere come funziona il linguaggio si suppone che qualunque affermazione una
volta che diventa universale trova nel suo contrario, nel suo contraddittorio
la paralisi, la questione è che noi abbiamo sbarazzato tutto il discorso
occidentale dall’idea che esistano affermazioni universali affermative, ma ne
esiste solo una ed è quella che impedisce di uscire dal linguaggio, solo
questo. Ora avendo sbarazzato dall’eventualità che possano darsi affermazioni
universali affermative veramente non abbiamo più la necessità della religione,
avremmo tolto questa necessità, di credere che ci sia qualcosa da difendere,
una affermazione da difendere, per proteggersi…perché il discorso non si
arresta, posso affermare una cosa e il suo contrario, abbiamo così risolto il problema
che si poneva Wittgenstein dicendo da qualche parte “verrà il giorno che ci si
possa sbarazzare della contraddizione” quel giorno è venuto ce ne siamo
sbarazzati, perché l’unica contraddizione che rimane è quella che in nessun
modo può togliersi, cioè quella che comporterebbe l’uscita dal linguaggio e
questo non può avvenire, ma effettivamente ci siamo sbarazzati della
contraddizione, del paradosso o meglio della paura della contraddizione del
paradosso, come ciò che impedisce di proseguire, no, non impedisce niente
perché se c’è paradosso è soltanto retorico e utilizzato come figura retorica,
si usa il paradosso nella retorica per mettere di fronte a qualcosa di
straniante ma logicamente non c’è nessun paradosso fuori da quello che abbiamo
illustrato, assolutamente nessuno per cui non c’è più la paura che il discorso
si fermi, che non sia più possibile proseguire e quindi non c’è più la
necessità della religione. Questo è quello che abbiamo fatto in questi mesi….e
non è poco…..(…..) questa necessità di credere in dio in effetti solleva ma si
rimane con la responsabilità che già altri avevano intravisto “tolto dio”
….(……) sono responsabile di ciò che dico…..(…..)
20-5-99
L’UTILIZZO
– LA RESPONSABILITA’
I
VALORI E LA COMPARAZIONE
Intervento:
i due desideri del gelato al cioccolato e dell’uccidere l’altro
…pertanto
la direzione in cui dobbiamo muovere è porre le cose in modo tale per cui non
possa di fatto farsi nessun altro gioco. Come interviene questo? Avviene al
momento in cui ci si accorge che ciascun altro gioco cessa di interessare,
perché, possiamo anche dirla così, la posta in gioco è troppo bassa. Come
dicevo martedì ma anche in altre occasioni, per lo stesso motivo per cui ho
cessato di giocare con i birilli, è che il gioco non interessa più, per lo
stesso motivo non è che un altro gioco valga meno o valga di più, è che non mi
interessa, cioè non ha nulla da offrire, annoia. Se io decidessi di dedicarmi
alla magia, la cosa mi annoierebbe a morte, perché non offre nulla cioè è un
gioco religioso, è come se allo stesso modo decidessi di dedicarmi “anima e
core” al cattolicesimo, e diventassi un fedelissimo di “comunione e
liberazione”……perché non avviene questa cosa? perché non mi interessa, non
perché valga di più o di meno, ma perché la posta in gioco in un discorso
religioso è nulla e quindi non muove nessun interrogazione, nessuna
elaborazione. Un gioco è interessante se muove un’elaborazione, cioè se
provoca, se provoca a pensare, se provoca a riflettere a considerare, a
elaborare, in caso contrario è un discorso religioso, quello che afferma che è
così e bell’é fatto, quindi direi che un punto di forza nel discorso in cui ci
troviamo è che muove e promuove una continua elaborazione e pertanto rilancia
continuamente la questione, la rilancia ma questo tra virgolette
“paradossalmente” perché usa che una mossa…(…..) era che questo discorso
proprio per la sua struttura impedisse una ulteriore elaborazione cioè come
fosse giunto a una sorta di colonne d’Ercole, oltre il quale punto non fosse possibile
andare. Si tratta di precisare che le cose non stanno affatto così, dal momento
che è l’unico discorso che consente di affrontare una qualunque cosa ed
elaborarla, qualunque cosa possa venire in mente, qualunque intoppo, qualunque
problema, qualunque questione che si incontra, lungo questo discorso è
l’oggetto di una considerazione e cioè la domanda che ci si pone di fronte ad
un elemento è questa “che cosa ha ancora da dire questo elemento, che cosa ha
ancora da muovere?”. Ciò che costituisce l’arresto è sempre inesorabilmente il
discorso religioso, è solo questo che può arrestarsi, nello stabilire,
nell’affermare che le cose stanno così, stanno così e in nessun altro modo.
Quindi detto questo, dobbiamo trovare il modo e, in parte lo abbiamo trovato,
perché il discorso che andiamo facendo si ponga come l’unico possibile. Quando
durante la riunione, l’assemblea dell’associazione, posi questa questione del
porre il discorso sul pianeta è perché mi rendevo conto perfettamente che
l’unica chanche che ha questo discorso è di imporsi attraverso la logica, non
può imporsi attraverso questioni di valori “vale di più” di comparazione “è
meglio questo, è meglio quest’altro” ma può porsi soltanto in questi termini
cioè le cose stanno in questo modo perché non è possibile considerare
altrimenti , questo è l’unico punto di forza, e molto potente, del discorso che
andiamo facendo e cioè non può essere altrimenti, non può essere altrimenti
perché qualunque cosa che si ponga altrimenti risulta negabile, risulta confutabile.
Ora come praticare tutto ciò che andiamo dicendo per altro da molto tempo?
(vista la difficoltà di molti di praticare un discorso come quello che
facciamo) Da una parte è vero è molto difficile, dall’altra invece potrebbe
essere molto semplice. Perché molto semplice? Perché molto difficile, ciascuno
trova molti motivi; perché molto semplice, anche nel praticare, taluni già
praticano, tal altri lo faranno, dicevo semplice anche rispetto alla pratica,
perché innanzi tutto sbarazza della necessità di doversi appellare a qualche
cosa, a una teoria superiore, a un codice…evita la necessità di dovere
confrontare ciò che si ascolta con qualche altra cosa, come avviene
generalmente in qualunque teoria psicanalitica, ma consente di ascoltare un
discorso e consente anche e soprattutto di porre la questione che già Freud
aveva intravista quella del tornaconto in modo molto più radicale, cioè a che
cosa mi serve questo, a che cosa serve una cosa del genere, io affermo che
tutti quanti ce l’hanno con me, a cosa serve una cosa del genere? In prima
istanza se si tratta del mio discorso a cosa mi serve? Cioè porre sempre in
prima istanza l’utilizzo di una proposizione, non tanto il perché sto dicendo
questo, ma a cosa mi sta servendo, cosa me ne faccio? E questo porta immediatamente
alla considerazione circa la funzione di una certa proposizione, qualunque essa
sia, se io, dicevo, sostengo che tutti ce l’hanno con me, mi chiedo a che cosa
mi serve questo e immediatamente di fronte a una proposizione del genere sorge
quell’altra proposizione che dice che se tutti ce l’hanno con me allora io
sono, intanto, al centro dell’attenzione, per esempio, e quindi a cosa serve? A
pensarmi, intanto al centro dell’attenzione di molti, e poi posso proseguire
che cosa mi serve pensarmi al centro dell’attenzione di molti? A non sentirmi
abbandonato, per esempio, e ad accorgersi anche come anche lungo una analisi
che la fantasia di persecuzione può non essere altro che un modo per non
sentirsi soli e in alcuni casi sentirsi soli comporta dei problemi, proseguendo
questo esempio, sentirsi soli non è altro che sentirsi responsabili in toto
delle proprie azioni e quindi del proprio discorso, perché l’altra questione su
cui occorre puntare sempre, sia nel discorso altrui che nel proprio, perché è
sempre la stessa questione, è la responsabilità. Il discorso occidentale è
fondato sull’assenza di responsabilità, rispetto al proprio discorso, come si
diceva rispetto alla comparazione tra le cose, è meglio questo o meglio
quest’altro, una volta che io ho stabilito che cosa è meglio, ecco che allora
io mi muoverò in quella direzione, mosso da una necessità superiore, in questo
caso è il meglio, può essere il meglio per me, per la società, per qualunque
cosa non ha importanza, essendo mosso da questa necessità superiore tutto ciò
che faccio non richiede che io ne sia responsabile nell’immediato perché io mi
muovo per un interesse superiore, è lui che mi muove e comanda, ma se io
immagino di essere mosso da un interesse superiore, e comunque mi chiedo, mi
pongo la domanda di prima e cioè “a cosa mi serve una cosa del genere?” ecco
che posso trovare con relativa facilità ciò che effettivamente mi sta muovendo
e non è che mi muova per l’interesse superiore ma l’interesse superiore mi
serve come giustificazione per fare ciò che sto facendo adesso, quindi direi
due cose sulle quali sto ponendo l’accento questa sera e cioè l’utilizzo,
l’utilizzo, una cosa che avevamo visto quando leggevamo Wittgentein,
l’importanza dell’utilizzo di una proposizione. Una proposizione è tale in
quanto è utilizzabile, ha un utilizzo, sapere individuare quale, ecco questo è
fondamentale. Un modo per radicalizzare alcune delle tesi di Wittgenstein,
anche interessanti, per altro suggerisco sempre la lettura, perché pone delle
questioni che a tutt’oggi meritano di essere considerate, nonostante che
rispetto a molte questioni siamo andati avanti; dunque dicevo due cose,
l’utilizzo di una proposizione, questo vale tanto per il proprio quanto per il
discorso altrui, perché il modo in cui lo si ascolta è assolutamente lo stesso,
lo si ascolta in quanto proposizione, poi che lo dica io e che lo dica un'altra
persona, non cambia niente, quindi l’utilizzo e la responsabilità, perché
l’utilizzo e la responsabilità sono come due facce della stessa medaglia, se io
mi domando qual è l’utilizzo che sta facendo una certa proposizione, a cosa mi
serve? Accolgo anche la responsabilità di ciò che sto dicendo, ovviamente e
viceversa, se accolgo la responsabilità di ciò che sto dicendo, mi domando a
cosa mi serve cosa sto dicendo, questo, dicevo, anche nella pratica e cioè
nell’ascolto di una persona che può rivolgersi a voi per i motivi più
disparati, generalmente sta male, ma può anche stare benissimo, Cesare sta
benissimo, mai stato meglio, però ecco se c’è per esempio una domanda mossa da
curiosità intellettuale tanto più, tanto più occorre insistere su questo
aspetto e cioè l’utilizzo della proposizione, a cosa servono? Una persona dice
una certa cosa, afferma una certa cosa, a cosa mi serve affermare questo? E non
c’è l’eventualità che non gli serva a niente, perché se afferma una qualunque
cosa c’è un motivo, i motivi non sono altro che le proposizioni che precedono
anche non dette che hanno costruito quello che si trova a dire in quella
circostanza, chiedersi a cosa serve una proposizione è richiamare altre
proposizioni e cioè produrre e provocare un rinvio come l’esempio che facevo
prima “tutti ce l’hanno con me”, se dico questo è perché ho un motivo e il
motivo è esattamente il suo utilizzo, nient’altro, quindi il motivo per cui si
dice una certa cosa, è il suo utilizzo, a che cosa mi serve? Procedendo in
questo modo è possibile, probabilmente anche abbreviare i tempi di un’analisi,
c’è questa eventualità, certo si tratta ciascuna volta in ciascun caso di
trovare il modo per porre le questioni in questi termini e cioè poter domandare
qual è l’utilizzo di quello che si sta facendo. Se voi ponete una questione del
genere a una persona che sta facendo la prima seduta probabilmente non
intenderà ciò che gli state chiedendo, ma forse dicevamo la volta scorsa o
quell’altra non ricordo più, occorre che quando un’analisi inizia, chi si pone
nella condizione di analista, ponga le condizione perché possa esserci analisi,
perché possa darsi questo percorso, ché non è così automatico. Porre le
condizioni perché ci sia analisi è porre le condizioni perché questa domanda
non solo possa farsi, ma sia la persona stessa a porsi in modo radicale e cioè
non possa non porsela che è esattamente ciò che fa un analista, che è colui che
non può non porsi questa domanda, “a che cosa mi serve ciò che sto dicendo,
qual è il suo utilizzo?”, dal momento che non c’è nessuna cosa che si dica che
vada da sé, cioè che vada senza un motivo, vale a dire senza un utilizzo, e il
motivo è questo che se si dice qualcosa è perché ha un utilizzo. Utilizzo è ciò
che muove, occorre certo dire ancora di più rispetto a questo dell’utilizzo
delle proposizioni, cosa distingue una proposizione da una preposizione? (le
preposizioni sono di /a /da/in / con /…..) i logici distinguono fra
proposizione e frase, la proposizione è una stringa di significanti che è
sottoponibile a un criterio vero/funzionale, la frase no. Perché la frase non è
né vera né falsa. Per esempio una esclamazione è una frase, “dio che botta che
ho preso” urtando contro uno spigolo, è una frase facevo tempo fa l’esempio,
della frase musicale che non è né vera né falsa, così tutte le interiezioni, le
imprecazioni, le esclamazioni ecc.…ma anche altre non sono sottoponibili a un
criterio verofunzionale, per i logici invece la proposizione è quella stringa
di significanti che ha questa prerogativa di affermare qualche cosa di vero e
quindi affermando che una certa cosa è vera afferma immediatamente che la
contraria è falsa, ma è sottoponibile a un criterio verofunzionale. Per esempio
tutti gli accendisigari sono neri, sto affermando una verità, ora è provabile?
posso provare che tutti gli accendini sono neri? qualcuno può provare invece
che questa affermazione è falsa cioè che non tutti gli accendini sono neri,
questa è una proposizione perché afferma qualcosa, qualcosa che è sottoponibile
a un criterio verofunzionale, cioè afferma che una certa cosa X è vera, questa
è la proposizione, la frase no, non afferma che una certa cosa sia vera (intervento
21.1.1999 - la frase nominale e gli avverbi-) sì per altro già allora posi
questa questione e cioè che le cose che andiamo dicendo hanno la struttura di
frase ancorché di proposizione, perché non sono sottoponibili a un criterio
verofunzionale, perché non affermano una verità sottoponibile a un criterio
verofunzionale, sono affermazioni che sono al di qua di qualunque criterio
verofunzionale, per esempio la frase che afferma che nulla è fuori dalla
parola, questa volta uso frase, non può essere a rigore di termini, di logica
anche così come abbiamo posta, dichiarata una proposizione, perché qualunque
criterio verofunzionale utilizzerà il linguaggio e quindi sarà al di là di ciò
che noi andiamo affermando, se io affermo che nulla è fuori dal linguaggio, per
potere costruire una proposizione cioè porla come una stringa di significanti
che afferma la verità di un elemento x, cioè qualcosa è fuori dalla parola,
occorre una struttura che è appunto il linguaggio, e quindi ciò che andiamo
dicendo non può essere dichiarato una proposizione perché ciò che afferma è al
di qua ancora di qualunque possibile proposizione, cioè di qualunque possibile
criterio verofunzionale quindi a rigore di termini ciò che andiamo affermando
sono frasi e non proposizioni….la frase di per sé non è negabile non ha nessun
senso negarla così come di fatto, la frase che abbiamo stabilito e cioè che non
c’è un elemento che possa essere fuori dal linguaggio, non può negarsi in
nessun modo, così come non può negarsi una frase musicale non ha nessun senso,
e questo è uno dei punti di forza, di tutto il discorso che andiamo facendo, il
fatto di costituirsi come frase necessaria e non come proposizione, potremmo
dirla così, (……) non è sottoponibile perché è al di qua di qualunque criterio
di verità pensabile, per costruire un criterio di verità occorre costruire una
struttura che è il linguaggio….chiusa questa parentesi torniamo alla questione
dell’utilizzo, dicevamo qualunque elemento ha un utilizzo, se si dice è perché
ha un utilizzo, se no non potrebbe dirsi, io dico adesso una parola che non ha
nessun senso, se io dico per esempio ”bum bara bum” questo elemento linguistico
che significato ha, che senso ha? Non ha nessun utilizzo! No? E allora perché
l’ho detto? Se non perché volevo dimostrare che è un elemento e quindi ha un
utilizzo e pertanto ….e pertanto è un elemento linguistico, e un elemento
linguistico è tale proprio perché ha un utilizzo, se non avesse di fatto un
utilizzo non sarebbe un elemento linguistico, poiché eravamo giunti a considerare
che ciò che non ha nessuna possibilità di essere utilizzato è ciò che afferma
che qualcosa è fuori dal linguaggio, questo non ha nessun utilizzo perché non
ha nessun rinvio, ché dovrebbe rinviare a qualcosa che è fuori dal linguaggio e
quindi non può rinviare a niente. Chiaro il concetto! (……) il discorso dei
valori è sempre religioso non si può mai uscire, sì perché il discorso dei
valori comporterebbe per la struttura del discorso in cui ci troviamo,
supponiamo che io affermi che come diceva lei ammazzare qualcuno è peggio che
buttare via una caramella, allora stabilisco una categoria di valori ma una
categoria di valori non può essere necessaria ed è inevitabilmente arbitraria,
poi uno può accettare chiaramente delle regole, così come è arbitrario
stabilire che quattro assi battono due sette, allora se voglio fare quel gioco
devo accogliere quelle regole se no, no. Se no ammazzare qualcuno o buttare via
la carta delle caramelle è esattamente la stessa cosa, così come accade in
alcune circostanze, dove anzi buttare via la caramella è molto più grave (…….)
qual è la connessione Cesare fra ciò che andiamo dicendo dell’utilizzo e il
discorso sui valori, capisaldi del discorso occidentale?
(…..)
ponendo il valore io pongo un elemento superiore, e quindi se una cosa ha un
valore supremo allora io mi muoverò o meglio ancora sarà questo valore supremo
a muovere e a dirigere le mie azioni e io sarò assolutamente privo di
responsabilità, che è lo stesso discorso che facevano gli ufficiali tedeschi al
processo di Norimberga “non sono io che ho ammazzato, ho ricevuto degli ordini”
e siccome il codice militare prevede che un ufficiale obbedisca necessariamente
agli ordini degli ufficiali superiori, se quelli ordinano di uccidere lui deve
uccidere, rispetto a un codice militare non erano sicuramente condannabili ma
siccome hanno vinto gli americani, li hanno condannati, però a rigori di
termini e di leggi i militari non erano punibili, perché hanno obbedito a degli
ordini superiori quindi per un valore superiore (che in quel caso erano gli
ordini degli ufficiali superiori) e quindi toglie ogni responsabilità, se io
credo nei valori questi valori sono ciò che mi muovono non sono io che li
uccido allora la domanda non si pone nemmeno “qual è l’utilizzo di ciò che sto
dicendo” l’utilizzo di ciò che sto dicendo, che sto facendo non è altro che il
raggiungimento o l’ottemperamento di un certo valore, ma non sono più io
l’artefice, io sono soltanto il tramite, l’esecutore di un valore supremo. Sì.
(però non ho inteso la connessione tra i valori e…) perché se c’è questa
domanda, questa domanda che l’analista della parola non può non porsi, cioè
qual è l’utilizzo di ciò che sto facendo, ovviamente questo viene posto
rispetto anche a un qualunque valore, “io credo che sia bene fare così” che
utilizzo ha questa proposizione? Non si pone se questo è vero o falso, bene o
male, ma qual è il suo utilizzo. L’analista della parola non si pone mai
domande se è bene o male, né se è vero o falso, ma qual è l'utilizzo di una
domanda, di una proposizione, solo questo. Nient’altro che questo e muovendo da
questa interrogazione procede, sempre lungo questa via “qual è l’utilizzo”
“cosa mi serve, cosa serve al mio discorso?” cosa che poi lo porta anche ad
intendere l’economia del proprio discorso, cioè come si muove questo discorso,
in quale direzione sta andando….e questo anche lungo un’elaborazione teorica
non è che procede differentemente procede esattamente allo stesso modo, io
compio una affermazione e l’unica questione che si pone è qual è il suo
utilizzo all’interno per esempio del gioco che stiamo facendo nella “Seconda
Sofistica” qual è l’utilizzo di una certa proposizione? È utilizzabile? Se sì,
in che modo?(……) se sono affermazioni sono tali perché hanno un utilizzo e
quindi mi chiedo per esempio qual è l’utilizzo di ciò che sto dicendo in questo
momento e trovo che l’utilizzo in questo caso è potere aggiungere degli
elementi tali che consentano di rendere ciò che andiamo facendo più solido e
più persuasivo anche, poi ovviamente anche questo ha un utilizzo, questione che
ci siamo già posti infinite altre volte, l’utilizzo è poi quello strutturale a
ciascuna stringa di significante a ciascun atto linguistico, potremmo dire,
quello di proseguire il linguaggio, continuare a dire, a parlare…
Intervento:
Peirce sosteneva che l’utilizzo è quello di mantenere una credenza
affermarla…il fissarsi della credenza….per quale motivo gli umani non vogliono
essere responsabili….
Ma
potremmo dirla così, essere responsabili di ciò che si dice, in accezione che
andiamo indicando non è altro che avere appreso la struttura del linguaggio, e
quindi non potere non considerare che ciascun atto, di qualunque tipo sia, è un
atto linguistico. Apprendere la struttura del linguaggio comporta anche che
cosa? che ciascun atto linguistico è strutturalmente una frase poi può
diventare anche una proposizione, all’interno di un gioco particolare, un gioco
particolare stabilisce delle regole che sono quelle che stabiliranno poi il
criterio vero funzionale. Ma l’idea, si faceva questa ipotesi tempo fa, ancora
da discutere, da elaborare è che il timore fondamentale sia quello che di
fronte a una struttura o una proposizione in questo caso, se provabile questa
proposizione tanto vera quanto falsa, il discorso si arresti. Questo comporta
la scivolata verso la struttura religiosa, cioè quella che risolve, toglie di
mezzo questo pericolo, indicando come il bene da una parte e il male
dall’altra, il vero da una parte e il falso da quell’altra, quindi una vera è
l’altra è falsa, che è legittimo ma è legittimo soltanto all’interno soltanto
della struttura del linguaggio, non delle proposizioni, cioè delle frasi,
legittimo perché di fatto l’unica affermazione che può porsi in questi termini
è quella che afferma che nulla è fuori dal linguaggio, in effetti la contraria
non è sostenibile, perché dovrebbe appoggiarsi su qualcosa fuori dal linguaggio
e non lo può trovare, visto che per trovarlo dovrebbe uscire dal linguaggio, e
quindi ecco che sorge la religiosità, il modo per sbarazzarsi di questo
pericolo che il linguaggio si fermi, e cioè la morte, la morte è sempre stata
immaginata come l’impossibilità a parlare, a fare, a comunicare, e quindi il
pericolo mortale è che il discorso si arresti. assumersi la responsabilità del
proprio discorso è riproporre, reintrodurre la questione che il discorso
religioso ha tentato di eliminare definitivamente, e in buona parte c’è
riuscito, cioè reintroduce la paura che la proposizione possa essere ad un
tempo vera e falsa, simultaneamente e quindi che il discorso si arresti, per
cui se non c’è addestramento alla struttura del linguaggio, non c’è uscita dal
discorso religioso, perché la paura è tale che impedirà comunque di uscirne dal
discorso religioso, ci si tornerà inesorabilmente. Tutti i timori della perdita
delle sensazioni, delle emozioni alludono alla morte, un discorso così freddo,
arido è mortale ma la morte è la paura che si enuncia di fronte all’eventualità
che il discorso si arresti, cioè se è così una cosa allora effettivamente, per
alcuni, parecchi è simultaneamente vera e falsa, quindi sono bloccato, è la
morte, ma stiamo considerando come consentire alle persone di pensare che la
questione non solo non è in questi termini ma è esattamente il contrario, cioè
che il discorso religioso è il discorso della morte, si costruisce su questa
paura della morte, e si alimenta la paura della morte da sé, fino alle sue
rappresentazioni, cioè toglie la morte perché chi è fedele cattolico quando
morirà non morirà del tutto ma rimarrà finalmente in contemplazione di dio,
catatonico per l’eternità, dicevamo tempo fa che invece il paradiso degli
islamici è più interessante perché una volta morto lui, se muore facendo un
atto eroico, settanta vergini sono a sua disposizione che è meglio che rimanere
catatonici in contemplazione di una luce (…..varie) e invece le donne non sono
menzionate nel paradiso di Hallah, si vede che non hanno accesso….(c’è sempre
comunque lo stupro da qualche parte) sì sempre l’antica questione. Una volta
“lessimo” quel mito antico delle Danaidi, (Detienne) (……..) …queste fanciulle,
le Danaidi, che in seguito a qualche evento vengono raziate da dei predatori i
quali abusano di loro, secondo la migliore tradizione, le Danaidi cosa fanno?
nottetempo per vendicarsi dell’onta subita sgozzano gli stupratori, ora però
narrano, questi erano i primi uomini e le prime donne, che una si commosse, si
commosse e risparmiò l’uomo e da qui nacque la progenie. Questo per
giustificare (………….) si può leggere è carino questo mito (varie) (…………) questo
è il motivo per cui la sto raccontando, questo è il motivo per cui sta
intervenendo quella frase (……..) ecco qual è l’uso di questo discorso che sta
facendo? va bene buona notte!ok bd
27-5-1999
LA
NEGAZIONE
LA
COSTRUZIONE DI UN PENSIERO CHE NON PUO’ ACCOGLIERSI
LA
DIPENDENZA- IL DESIDERIO E LA PAURA
ILLUSIONE
E DELUSIONE
Ci sono considerazioni intanto rispetto a martedì?
-
Intervento:
la questione della dipendenza dall’analisi
Come
dicevo martedì la dipendenza è qualcosa che ciascuno a modo suo pratica, dipende
da una infinità di cose, da quello che crede soprattutto, con tutte le sue
certezze, le sue superstizioni, da questo dipende cioè la sua religiosità in
definitiva, nessuno dipende da qualcuno, può dipendere se crede (…….) però va
un po’ ascoltata questa cosa, questa paura di dipendere da qualcuno, funziona
allo stesso modo, quando qualcuno dice all’altra persona che interessa “ho
paura di innamorarmi di te” è la stessa cosa, direi che questo innamoramento è
già in atto, c’è il desiderio che avvenga, però in qualche modo la negazione
sottolinea, nessuno gli ha chiesto niente, da dove viene questa paura? Perché
ha questa paura? Uno ha paura quando c’è pericolo, ma evidentemente sa già che
le cose stanno così….e così la paura di dipendere dall’analista è, se volete
intenderla come una sorta di ricerca di dipendere da qualcuno, l’analista in
particolare, e uno che ha paura di dipendere dall’analista poi sicuramente,
psichicamente dipenderà dall’analista (………..) infatti c’è una disposizione di
qualcuno che abbia in animo di dipendere da qualcuno e allora ecco che
l’analista va bene come qualunque altro (……………………..) sì questo è il risvolto
lui ha bisogno di dipendere da qualcuno proprio per questo motivo, per questa
paura, sono due facce della stessa questione, se io ho paura di stare da solo,
di affrontare da solo le varie cose, allora voglio qualcuno che mi accudisca,
però se non posso accogliere questa idea, di qualcuno che mi accudisca per
varie motivi, allora lo capovolgo come timore “io temo che succeda questa
cosa”. molto spesso quando uno teme una certa cosa questo timore viene dai suoi
pensieri, lui costruisce una scena da cui dipende da qualcuno, dopo di che da
una parte non può sbarazzarsene e dall’altra non può accoglierla, il
compromesso è dire che lo teme…...io temo che (come dice il papone) “finirà il
mondo” avete sentito no? (varie) Così uno dice “io temo che arriverà la fine
del mondo” questa idea è funzionale al suo discorso, cioè la costruisce,
costruisce l’idea della fine del mondo perché gli serve a qualche cosa dopo di
che la usa, la usa temendola, perché non può dire “io desidero la fine del
mondo” sarebbe come dire che questa fine del mondo mi è utile, questo pensiero
mi è utile per qualche cosa, che cosa sia non ha nessuna importanza, non potendo
accogliere l’utilità di questo pensiero non potendo nemmeno rinunciare “temo
che accada” perché non c’è nessun motivo ( ………) sì viene costruito un pensiero
ma non può accogliersi, non può accogliersi direttamente, no, perché mai dovrei
temere una cosa del genere? Uno teme la fine del mondo per esempio, in questo
modo ricattare altri oppure può sentirsi fra gli eletti che sanno che arriverà
la fine del mondo, oppure ne approfitta per fare le cose che ha voglia di fare,
qualunque cosa….(la negazione non toglie questi elementi) la negazione dice
soltanto che non posso accogliere questo pensiero, non potendolo
accogliere…(però lo fissa questo pensiero non potendolo accogliere, questi
elementi non sono eliminati dalla negazione) Freud aveva intravisto la cosa a
proposito della gelosia, per esempio, dei vari rovesciamenti in alcuni casi, un
esempio di come funziona laddove c’è una componente omosessuale allora l’uomo è
geloso della donna, teme che vada con un altro, cioè teme che lei faccia ciò
che lui ha intenzione di fare, però questo desiderio non è ammesso, non è
riconosciuto, da qui alcuni casi di gelosia assolutamente fuori dal mondo,
senza nessun senso, però teme che lei faccia ciò che lui ha intenzione di fare
ma che in nessun modo ammetterebbe mai, questo per spiegare un po’ come
funziona il timore in alcuni casi, non è una legge però, in alcuni casi ha
questa struttura (la droga……..) la considerazione che può farsi è che il
discorso occidentale è uno psicofarmaco, perché in effetti ha tutte queste funzioni,
cioè promette sempre il paradiso ed è fatto in modo tale per cui questa
promessa che è il paradiso oppure la verità, il discorso filosofico per esempio
può essere inteso come psicofarmaco, formidabile psicofarmaco perché di volta
in volta illudendo, illudendosi soprattutto, di trovare la verità di trovare
finalmente la risposta, alla domanda fondamentale fornisce esattamente ciò che
fornisce lo psicofarmaco, cioè usa sorta di tranquillità siamo tranquilli
perché comunque la verità si è trovata (i credenti) oppure la scienza sta
lavorando per voi tanto poi arriva quello che cercate (lo psicofarmaco è
l’indice dell’incapacità deve confermare la sua incapacità, il discorso
filosofico invece afferma la sua superiorità in ordine al suo sapere) il discorso
filosofico, quello più recente o ammette la sua incapacità di trovare la verità
e allora diventa come il pensiero debole come una sorta di approssimazione (ma
anche questa è una verità io non trovo la verità perché questa è la verità)
però fornisce una risposta, fornisce qualche cosa che tranquillizza, abbiamo
fatto l’impossibile ma la verità come dicono i filosofi non è reperibile e ciò
che abbiamo trovato è quest’altra cosa, una sorta di adattamento, di
aggiustamento a qualcosa comunque si suppone sia la verità, e fornisce una
specie di quiete, che il pensiero si acquieti. La filosofia, paradossalmente
anche se non era questo il suo intento fornisce una sorta di achetamento del
pensiero, perché…anziché muovere dall’idea che ciascuna, qualunque cosa è un atto
linguistico e quindi sempre in elaborazione, in atto, considera che una certa
cosa non possa essere ulteriormente elaborata ma è ferma, ha raggiunto il suo
obiettivo, così come lo psicofarmaco che in effetti favorisce la dipendenza
dalla verità o da tutto ciò che comunque ruota intorno alla verità, gli umani
dipendono dalla verità e questo è un prodotto del pensiero religioso, sia in
accezione più bassa del termine e sia in accezione più ampia, la dipendenza
dalla verità è una delle maggiori dipendenze degli umani da sempre, sapere che
cosa è vero e che cosa è falso, o cosa è bene o casa è male, questa la
dipendenza fondamentale, crede che ci sia la possibilità di distinguere e che
non sia soltanto un gioco linguistico perché se no la cosa si fa complicata, se
è un gioco linguistico allora sono responsabile, se io stabilisco che una cosa
è bene occorre che prenda atto e perché per me è il bene, qual è il mio
tornaconto (…….) in fondo anche Marx non è andato molto lontano……in definitiva
poi la questione è così, per tenere buoni tutti quanti (…..) ha fatto un
analisi del discorso occidentale per quanto riguarda l’aspetto economico ma non
soltanto …qui lo psicofarmaco è qualcosa di fondamentale per il mantenimento
del discorso occidentale, senza lo psicofarmaco crolla tutto e anche per questo
motivo il discorso che stiamo promuovendo ha tanta difficoltà. Perché non si
pone come psicofarmaco e cioè non promette la quiete, la tranquillità,
l’istupidimento, dicevo martedì che il pensare non è soltanto la cosa più
difficile ma anche la più pericolosa del pensiero occidentale (il discorso
occidentale ti dà quello che vuoi basta che non pensi) funziona così in effetti
se il discorso che stiamo facendo avesse alcune migliaia di persone che lo
seguissero allora comincerebbero ad interessarsi le autorità (….) qualunque
discorso che non si ponga come psicofarmaco è sospetto per definizione, mentre
come dicevo il discorso filosofico essendo in buona parte uno psicofarmaco non
crea nessun problema (……..) questo con le sue varianti, è il pensiero corrente,
ha le sue credenze le sue superstizioni, tutto funziona regolarmente, tutto
piano, tutto chiaro senza il “pensiero” ma pensiero in questa accezione perché
ciascuno parla di pensiero però se si pone il pensiero come una ricerca
irrinunciabile rispetto alle condizioni del pensiero stesso e quindi del
linguaggio ecco che allora il discorso cambia, cambia e dicevamo tempo fa,
molte persone vengono alle conferenze e si allontanano perché avvertono un
disagio, un disagio rispetto alla eventualità di dovere pensare e quindi c’è un
opzione verso lo psicofarmaco, cioè preferisco lo psicofarmaco, preferisco non
sapere va bene così…certo è molto difficile mutare il modo di pensare in un
modo come questo, (il corpo non è fuori dalla parola perché non cominciare a
considerare per esempio questo “timore” del tumore per esempio come si
considera un sintomo isterico) dicevamo forse giovedì scorso, quando parlavamo
del nemico, sta dilagando qualunque cosa diventa il nemico anche il non potere
andare alla cena, per esempio, qualunque cosa viene considerato un ostacolo
(anche l’analisi se porta a non dover pensare più al tennis è un nemico)
esattamente, infatti per molti funziona così (….) che cos’è il fastidio? (come
un grande fasto, una festa) (come se il pensare è molesto) direi così che il
fastidio riguarda qualche cosa che domanda ma che non ha risposta, una domanda
a cui si dovrebbe rispondere ma che non trova nessuna risposta e allora
infastidisce, il fastidio è una sensazione che si prova in seguito a qualcosa
del genere, a qualcosa che continua a questionare domandare che produce
inquietudine e allora interviene quella sensazione che è nota come fastidio e
allora siamo proprio agli antipodi con il discorso che andiamo promuovendo e cioè la necessità di eliminare qualunque cosa,
qualunque domanda che si ponga, che si imponga e della quale non si trova
subito risposta, lo psicofarmaco è la risposta immediata, più rapida e
chiaramente non risponde niente, però, però toglie in buona parte questo
fastidio. La questione della domanda è fondamentale, qualcosa che
interroga…..(………) questo costituisce un problema non indifferente, nel senso
che se l’intenzione generalizzata è quella di eliminare ogni questione che si
ponga, e trova un discorso che va esattamente in direzione opposta e cioè che
“obbliga” per così dire a considerare questa domanda non tanto per rispondere
quanto per intendere quale questione sta ponendo in atto, che poi non è altro
dicevamo che l’utilizzo di un certo pensiero, di una certa cosa. (……..). come
se riflettevo su un aspetto possiamo chiamarlo così “sociologico” il fatto che
per esempio 30 anni fa una infinità di questioni erano svolte elaborate
riflettute, considerate, ogni casa che si poneva poi c’è stata come una sorta di
fallimento del pensiero, probabilmente c’è una illusione cioè che il pensiero
potesse compiere certe operazioni che non ha potuto compiere, di delusione
rispetto al 68, il pensiero ha fallito e quindi è inutile, in effetti se
osservate un po’ l’umanità circostante vi accorgete abbastanza facilmente che
il pensiero è bandito, come una cosa assolutamente inutile e non esiste più
quasi in ambito filosofico, linguistico…ma in che senso ha fallito il pensiero,
che cosa pensava? bisognerebbe considerare questo aspetto visto che il pensiero
non può fallire visto che non ha nessuna illusione non è altro che una continua
e irrinunciabile elaborazione di ciascun atto linguistico che interviene ma
qual era l’illusione? (uno pensava che la grande maggioranza potesse capire e
alla fine niente, solo schiavi) hai posto l’accento sulla questione centrale,
in effetti il pensiero si illude quando immagina di potere mutare le persone,
se invece non c’è assolutamente questa illusione perché il pensiero non è altro
che una ricerca teorica fine a sé stessa, senza nessun obiettivo non ha in
animo di cambiare il modo di pensare può farlo così per gioco, ma non è questo
l’obiettivo, allora non fallisce, non fallisce perché non si aspetta che altri…
non si aspetta nulla dal prossimo, così come ciascun analista della parola non
si aspetta nulla dal prossimo…..stiamo ponendo la questione in termini radicali
c’è l’eventualità che sia stato questo il fallimento la delusione rispetto a
un’illusione che riguardava una cosa assolutamente non realizzabile…e allora
ciascun pensiero che si ponga come obiettivo di mutare il pensiero del prossimo
fallisce…per cui un aspetto dell’analista della parola non attendersi nulla dal
prossimo, né che capisca né che non capisca, né che parta dal preconcetto che
sono tutti cretini né che sono intelligenti, non ha nessuna importanza né il
fatto che siano cretini, né che siano intelligenti, lui questo personaggio che
andiamo inventando prosegue per la sua strada è ciò che non può non fare e cioè
proseguire l’elaborazione teorica, poi se altri sono interessati a una cosa del
genere bene, se no non importa non è questo che lo ferma perché non ha nessuna
illusione a riguardo, nessuna illusione e perciò nessuna delusione,
assolutamente nulla poi come dicevo può giocare con la retorica e magari vedere
se ci sono degli effetti sul pubblico, sulle persone ma non è questo
l’obiettivo, è un gioco, un gioco quale qualunque altro, in questo senso non
trova nessuna delusione non si è mai illuso… l’idea di cambiare il mondo è ancora
un risvolto dello strascico religioso, è il discorso religioso che ha questo
obiettivo infatti un qualunque cattolico un qualunque islamico pensa che un
giorno la sua fede trionferà se no, non funziona la sua fede, se non pensa
questo, se è un vero fedele pensa necessariamente questo che un giorno tutti
crederanno al vero dio, prima della fine del mondo, perché se no il tempo è
scaduto (questo ci porta allora alla preda, non c’è più nessun legame fra gli
umani…. È una regressione per me) però non è tanto questo che intendevo dire
cioè che è una sorta di anarchia generalizzata no, ciascuno può fare dei giochi
ma sapendo benissimo che ciò che sta facendo è un gioco, nient’altro che
questo, poi sì ci sono delle regole della società che così come è costruita
impone, alle quali occorre sottostare se no, come dice Luigi, ti schiacciano,
però (………….) ecco non credere in ciò che si fa, può essere un aspetto
importante, non credere non nel senso di prenderlo così sotto gamba, come una
cretinata, non pensare che quella sia verità, cioè non cadere nella trappola
del pensare religioso…voglio vedere se riesco a persuadere un uditorio di
duecento persone, poi se ci riesco non cambia niente, come quando gioco a poker
con gli amici e vinco non è che dopo…(questo discorso ti spaventa perché è il
discorso che cancella le emozioni) (…………….) (le persone sono pericolose) sì
questo è importante da elaborare, che non è un disinteresse ma un interesse
ludico per le cose più serie, più importanti, e che qualunque cosa anche la più
importante non è altro che un gioco, come il poker certo va fatta seriamente
come quando gioco a poker ma sapendo benissimo che è un gioco…il problema è che
ad un certo punto quello che rimane è il pensiero, gli altri stufano non
interessano più….
3-6-
1999
La
produzione del senso
L’oggetto
misconosciuto produce sofferenza quello conosciuto il piacere
Allora
stavo considerando in questi giorni che le cose che andiamo facendo evocano per
qualche verso Rasoio di Occam, Guglielmo di Occam, filosofo medioevale del 14 °
secolo, altri poi hanno chiamato questo suo metodo il rasoio di Occam il quale
consisteva nell’eliminare tutte le categorie inutili, cercando di semplificare
il più possibile. Infatti il suo motto era: frustra, ……..cioè inutilmente si
fanno un sacco di cose ciò che può essere fatto con poche…cioè è inutile
complicare le cose quando possono essere semplici. Ciò che abbiamo fatto in
questi anni è una sorta di rasoio di Occam anche se più sofisticato in effetti
abbiamo tolto tutta una serie di cose che tutta la metafisica aveva costruito,
inventato in questi secoli riducendo il tutto a una cosa di assolutamente
essenziale, semplice e stringato, cioè unicamente come abbiamo visto in varie
occasioni è ciò che risulta assolutamente necessario e a partire da questa
considerazione cioè di ciò che risulta assolutamente necessario, riflettevo
anche su la pratica analitica, la quale cosa fa? considera un discorso, un
discorso che ascolta e applica, adesso usiamo questi termini, applica a quel
tale discorso il rasoio di Occam, cioè consente la persona di potere
sbarazzarsi di tutto ciò che ritenuto necessario ma necessario non, è
accogliendo invece ciò che risulta necessario, questo comporta che la più parte
dei discorsi, la quale totalità può essere ritenuta arbitraria, ritenuta
arbitraria comporta la responsabilità delle affermazioni che si va facendo. Qui
possiamo aprire un altro discorso a fianco che affiancherà quello precedente
che riguarda la struttura del discorso religioso, il discorso religioso abbiamo
detto in varie occasioni, fa esattamente il contrario di ciò che il rasoio di
Occam e cioè moltiplica ciò che può essere semplificato, lo moltiplica
immaginando che molte cose siano necessarie ma che in realtà non sono. Qualche
settimana fa avevamo posto un elemento di qualche rilievo considerando che cosa
supporta il discorso religioso, vi ricordate parlavamo del paradosso, la
necessità del discorso, di fronte al timore, o una paura che il discorso si
annulli, si annienti di fronte al paradosso di trovare una direzione, il
discorso religioso fornisce la direzione, ma non soltanto il discorso religioso
è il discorso della dipendenza, dipende in prima istanza dalla direzione che
attende da altri possano fornire, ma soprattutto dipende dalle emozioni, questo
aspetto è fondamentale nel discorso religioso, potrei dire che è fatto il
discorso religioso di emozioni, emozioni che procedono ciascuna volta dalla
considerazione che qualcosa mi fa soffrire. Parlo qui delle emozioni
soprattutto in quanto sofferenza perché questo ha una portata molto più ampia
delle emozioni prodotte dal piacere, anche rispetto al piacere c’è ancora da
fare un discorso però… la sofferenza quindi il fatto che qualche cosa per
esempio non funzioni, non vada oppure ci sia il persecutore. La sofferenza
comporta una sorta di dipendenza perché molto semplicemente è l’altro oppure è
la cosa che è causa della mia sofferenza, quindi io sono soggetto a questa
cosa…(…..) allora vi dicevo che la sofferenza costituisce uno dei più notevoli
elementi di dipendenza del discorso religioso, cioè si dipende da ciò che
produce delle sensazioni molto forti, dicevo da qualche parte forse nelle
“Procedure” non ricordo, facevo un discorso intorno alla sofferenza ecco perché
prima facevo un accenno al piacere ma ciò che distingue il piacere dalla
sofferenza non è altro che il riconoscimento dell’elemento che produce la
sensazione oppure il suo misconoscimento, se viene riconosciuto allora si
chiama piacere, se viene misconosciuto allora si chiama sofferenza, funziona
così, in effetti se voi considerate bene la questione potete riflettere sul
fatto che nel caso della sofferenza se la persona rileva, riscontra tale
sofferenza potesse riconoscere che tale sofferenza è un atto linguistico
prodotto dal suo discorso, allora la sofferenza cesserebbe di avere tutta la
portata che ha ed è la stessa questione che talvolta viene posta da chi ci
accusa di rovinare le emozioni. Quando si rovina le emozioni? Quando ciò che
l’emozione produce è prodotta dal proprio discorso, e questo vale anche per il
piacere, come dicevo piacere e sofferenza sono due facce, sono due questioni
identiche…dicevo che ciò che le distingue è soltanto il fatto di poterle
riconoscere oppure no ma se una persona che soffre che ne so, per una delusione
un problema qualunque cosa potesse accogliere l’idea che questa sofferenza è
una produzione del discorso in cui si trova perderebbe la sofferenza, perdendo
la sofferenza la sua esistenza perderebbe una giustificazione. Qui occorre
tornare alla questione della dipendenza, la sofferenza dicevo ha a che fare con
la dipendenza, per cui io dipendo da ciò che mi fa soffrire, ne dipendo in
quanto mi fornisce un motivo per esistere….questo motivo è tutt’altro che
marginale nell’esistenza degli umani perché è ciò che religiosamente fornisce
la direzione, non è altro che una direzione, il motivo della propria esistenza
io vivo perché anche se non si formula in questi termini, io vivo perché c’è
questa cosa che mi incombe, mi danneggia, che mi fa soffrire, dicevo non si
formula in questi termini, si formula in altri termini, nei termini
dell’eccitamento connesso con questa questione, il quale provoca appunto grosse
emozioni, le quali sono palesate da una sorta di eccitazione. Il discorso
religioso dunque viaggia strettamente connesso con le emozioni, ora si tratta
di considerare se le emozioni, così come sono comunemente intese, attengono
sempre e necessariamente alla struttura del discorso religioso oppure no? Direi
che se costituiscono una direzione, se forniscono il motivo dell’esistenza
allora sì, sicuramente, sono il fondamento della religiosità. La direzione
dicevo è ricercata ed è ciò che gli umani in definitiva credono ciò che dà una
direzione è ciò che instaura una dipendenza, perché se questa direzione è ciò
che mi consente di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bene e
ciò che è male ecc. allora c’è una dipendenza da questa direzione….una forte
dipendenza ora gli umani non hanno tutti i torti a pensare a una dipendenza, se
vogliamo proprio porre la questione della dipendenza possiamo dire che gli
umani dipendono dal linguaggio e parafrasando il nostro amico Protagora che
diceva che l’uomo è misura di tutte le cose, non tanto l’uomo che è l’effetto è
ciò che dice ma è il linguaggio potremmo dire allora è misura di tutte le cose.
Ciascuna cosa perché ci sia misura occorre che ci sia una struttura che
consente di misurare, la struttura è il linguaggio, quindi il linguaggio è
misura di tutte le cose, ecco allora la dipendenza se proprio vogliamo porla, è
la dipendenza dal linguaggio che poi in effetti, può porsi anche come non senso
perché così come è un non senso pensare di uscire dal linguaggio, c’è una
dipendenza che è necessaria….non ha più nessun interesse parlare di dipendenza,
ma rimane però il fatto che gli umani sono alla ricerca continua di qualcosa o
di qualcuno da cui dipendere, perché qualcosa o qualcuno da cui dipendono
fornisce loro la direzione, fornendo la direzione questa direzione è ciò che dà
il senso all’esistenza o più propriamente il senso al discorso, al linguaggio,
ma come mai questa necessità così esasperata che il discorso produca un senso?
e qui torniamo alla questione di qualche settimana fa, senza questo senso
prodotto da qualcosa che si suppone fuori dal linguaggio il linguaggio è come
se implodesse, mostra che non esiste null’altro all’infuori dal linguaggio e
quindi qualunque atto è necessariamente un atto linguistico, il che comporta
immediatamente che tutto ciò che è creduto o pensato, fatto, immaginato ecc….si
svuota, in una certa accezione diventa un non senso, questo comporta
fantasmaticamente che la propria esistenza è un non senso, il famoso “horror
vacui” degli antichi e quindi la paura, la paura che, dicevamo ancora, può
essere eliminata soltanto attraverso una sorta di addestramento al linguaggio,
al suo uso, al suo funzionamento, alla sua struttura, senza questo
addestramento c’è l”horror vacui” cioè la paura che tutto ciò che si fa, si
dice, si pensa, si crede, precipiti nel nulla. Questo precipitare nel nulla non
è altro che la considerazione che tutto ciò che si dice, si pensa….non è altro
che un atto linguistico, ora siccome gli umani si sono tenuti sempre fuori dal
linguaggio, in un certo senso, nel senso che si sono tenuti fuori da una
elaborazione intorno al linguaggio, forse fino da sempre, forse addirittura dai
presocratici, sono stati addestrati a pensare che il linguaggio sia solo uno
strumento, un qualcosa che è altro dal linguaggio, ciò che noi abbiamo fatto è
ricondurre la questione nei suoi termini essenziali e cioè che questo altro dal
linguaggio è il linguaggio ma è questo che per il pensiero occidentale risulta
intollerabile, quindi il lavoro che dobbiamo fare è che è di una difficoltà di
portata immane è addestrare al linguaggio. Forse una analisi inizia così
…quando dicevo che perché ci sia analisi occorre ci siano le condizioni perché
ci sia analisi se no non è niente, al punto in cui siamo potrebbero essere
inserite attraverso una sorta di addestramento al linguaggio, all’uso del
linguaggio che consiste propriamente nel fare notare come ciascuna volta ciò
che sta dicendo e sta facendo è suscettibile di obiezioni per esempio, o
suscettibile di altri elementi che possono intervenire e che quindi funziona un
certo pensiero esattamente così come funziona il linguaggio, operazione
tutt’altro che semplice però è ciò che occorre fare, dal momento che l’analisi
del discorso religioso che mano a mano stiamo compiendo risulta sempre più
imprescindibile e ciò con cui urtiamo da sempre è il discorso religioso, non ci
sono altri ostacoli. Non ci sono altri ostacoli all’accoglimento,
all’intendimento…questo è l’ostacolo il discorso religioso, non ce ne sono
altri, il discorso religioso che è quello fatto delle forti emozioni, per cui
“l’accusa” chiamiamola così fra virgolette che viene rivolta che il discorso
che stiamo facendo elimina le emozioni, ha questa risposta, se le emozioni sono
la condizione del discorso religioso, sì, se no, no. La questione è che le
emozioni sono legate strettamente con il discorso religioso, almeno nel
discorso occidentale, ma non soltanto e pertanto non c’è emozione
apparentemente che non sia strettamente legata a una religiosità, quindi la
necessità di una direzione quella per esempio che fornisce la sofferenza,
dicevo che la sofferenza fornisce la direzione in quanto dà un senso, senso
proprio letteralmente, un senso unico alternato ecco. Ciò che andiamo facendo
invece toglie, togliendo questa direzione comporta immediatamente il terrore,
da una parte il terrore e dall’altra una sorta di euforia, quindi qualunque
direzione va bene, il che non è esattamente, perché non si tratta di stabilire
né se va bene , né se va male. Interrogare ciascuna volta il senso, se una
persona afferma che qualunque cosa va bene e quindi qualunque senso va bene, la
sua operazione non ha nessun interesse, cioè non è questo che andiamo facendo,
si tratta di ascoltare il senso che il discorso prende lungo un suo svolgersi e
interrogarlo, solo a questa condizione è possibile continuare a giocare
altrimenti non si gioca più: io gioco a poker ma qualunque carta vale qualunque
cosa….sì può anche divertire qualcuno certo, ma è possibile giocare giochi più
divertenti che hanno più chanche, certo più divertirsi a giocare con le birille
ma può fare qualcosa di più… ma perché qualcosa di più interessante si insaturi
occorre e sempre di più considero la cosa un addestramento al linguaggio, cioè
insegnare letteralmente come funziona, ché se io non sa come funziona e come è
strutturato non capirà mai nulla di quello che pensa né di quello che dice, ma
in effetti se considerate bene non c’è nessuna disciplina che addestri all’uso
del linguaggio…esistono soltanto dei corsi che danno una sorta di categorie
sotto cui è sottoposto il linguaggio ma come funzioni di fatto e come ciascun
pensiero sia struttura linguistica questo nessuno lo mostra e quindi fare in
modo che questi corsi o le conferenze che andiamo a fare nel prossimo ciclo sia
una sorta di scuola di linguaggio, se una persona non sa nulla del linguaggio,
come funziona, le cose che andiamo dicendo non funzionano non dicono nulla
perché la questione centrale di tutto ciò che facciamo sfugge e quindi risulta
vano, inutile. Certo le persone che sono in analisi è differente, ma le persone
che sono lì da poco tempo non hanno inteso un granché di ciò che andiamo
facendo, perché non c’è un addestramento al linguaggio non sanno che cos’è né
come funziona, rispetto al discorso religioso e la direzione qui ci sarebbe
molto da dire da elaborare, dicevo che ciascuno è alla ricerca spasmodica di
una dipendenza, dipendenza da qualcosa che gli fornisca il senso, la direzione
che gli dica che cosa è bene e cosa è male, per esempio un cattolico credente
deve sapere questa direzione indubbiamente e quindi questa direzione ha un
senso, dà il senso alla propria esistenza. Cosa accadrebbe se questo senso
venisse tolto? La questione fondamentale in tutto ciò è una credenza
fondamentale antica ben saldamente consolidata, che dice che un senso c’è fuori
dal linguaggio si tratta di trovarlo, se uno non l’ha ancora trovato deve
trovarlo, ma c’è, perché senza questo senso è una catastrofe. E in effetti
fantasmaticamente è una catastrofe perché se ciascuna cosa come il linguaggio
comune potesse essere accolta unicamente come atto linguistico crollerebbe tutto,
tutto ciò che esiste per gli umani da millenni si annullerebbe di colpo, è una
questione che merita di essere riflettuta è come potere utilizzare questa
richiesta continua degli umani di una direzione, come può essere utilizzata per
volgere questo pensiero verso un’altra direzione che è verso il discorso che
stiamo proponendo, questione interessante che riecheggia ciò che tempo fa
indicavamo come ricerca retorica, noi sappiamo che gli umani cercano una
direzione, un senso e anche laddove suppongono di averlo trovato lo cercano per
lo più in effetti la ricerca dei padri di dio è una ricerca che siccome sanno
che non basta da sola deve essere sempre in atto, dio va cercato da per tutto,
se uno lo trova una volta per tutte non funziona più, quindi è una ricerca
continua è la direzione del senso e quindi di qualcosa da cui dipendere e una
delle cose da cui si dipende maggiormente è la sofferenza come dicevo
all’inizio, da qui la ricerca continua della sofferenza, ciò che la produce la
instaura, la consolida e la mantiene questo dice per quale motivo gli umani
soffrono continuamente dal momento che nessuno li obbliga a farlo e nessuno
glielo chiede, ciononostante soffrono. La sofferenza diventa quindi una sorta
di “necessità” fra virgolette della quale abbiamo tratteggiato l’aspetto
logico, retorico, e certo avevamo detto che la sofferenza dava un motivo alla
propria esistenza però adesso abbiamo precisato. Ovviamente poiché il discorso
che stiamo conducendo elimina la sofferenza allora viene eliminato il nostro
discorso …quando le persone ci dicono così togliete le emozioni, ci stanno
dicendo questo, così togliete la sofferenza, e senza la sofferenza noi non
possiamo vivere e quindi ci abbandonano per andare da coloro che invece
promettono grandi sofferenze oppure affermano che c’è la sofferenza ma che può
essere tolta siccome nessuno ci crede, questa cosa funziona benissimo in quanto
soddisfa due esigenze, la prima di affermare che la sofferenza c’è, la seconda
che può essere tolta come si toglie un callo un dente guasto e quindi non sono
io che desidero la sofferenza è questo l’intollerabile come dicevo già nelle
procedure linguistiche….perché in effetti la cosa peggiore che la sofferenza
possa incontrare è ed è (se voi dite a una persona che non sia un po’ addestrata
rischiate una rissa) che la sofferenza è una produzione, come dire che la
persona soffre desidera farlo, però questo comporta che cosa? comporta
immediatamente che se la sofferenza è una mia produzione allora diventa un
piacere e quindi perde la connotazione di direzione perché se viene
dall’esterno e cioè qualcosa che mi capita tra capo e collo allora c’è una
direzione che è fuori dal linguaggio e quindi non controllo, c’è una direzione
se invece è prodotto dal mio discorso allora la direzione è prodotta dal mio
discorso qualunque direzione è prodotta dal mio discorso e quindi non ho più
una direzione se non quella che io produco, questo è ciò che riscontra
l’analista della parola c’è che la direzione è prodotta di volta in volta dal
proprio discorso, in questo senso non dipende più non ha più nulla da cui
dipendere, non ha più la necessità di dipendere da qualcosa, però le emozioni,
l’analista della parola si trova nella condizione terribile per gli umani di
dover rinunciare alla sofferenza una condizione intollerabile,
inaccettabile….(vieni marcato perché non soffri) si ma una obiezione del genere
può farsi perché non c’è nessuna idea del linguaggio né come funziona e allora
è chiaro se io penso che ci sia un elemento fuori dal linguaggio ecco che
quello fornisce la direzione ed è fondamentale se lei non mi accoglie questa
cosa fondamentale è uno squinternato è senza direzione e quindi è senza senso,
ciò che dite è senza senso, questo pensano per lo più le persone ovviamente. Ma
come potremmo rapidamente insegnare alle persone che cos’è il linguaggio e come
funziona? (………)
10 GIUGNO 1999
Giovedì, Cesare, quale
questione abbiamo lasciato in sospeso?
Intervento: della
dipendenza, della sofferenza, della dipendenza dal discorso religioso
Già, lei cosa aggiunge
in questa settimana di riflessioni Cesare?
Cesare: sopra queste
cose?
Anche sotto.
Cesare: Mi sono
soffermato sulla emozioni.
Voi sapete chi è
Umberto Eco? Leggiamo due cosette di questo articolo così, anche per fare un
esercizio di lettura. Allora, per esempio, ad un certo punto qui dice: la
filosofia non si è dunque più posta il problema che affaticava Locke perché
riconosciamo un cane come cane e lo chiamiamo cane diventando teoria vero
funzionale del linguaggio occupandosi cioè delle funzioni di verità delle
nostre frasi, ma non del perché conosciamo le cose e, tuttavia, lavorare sul
linguaggio, come in realtà ha fatto molta filosofia del nostro secolo tanto che
si è parlato di un “linguistic turn” di una svolta linguistica della filosofia,
questa svolta linguistica ha prodotto risultati interessanti anche per le
indagini sulla mente e, si badi, persino sul corpo, o almeno sul cervello.
Perché bisogna ammettere che il rapporto tra il cervello e la mente è, anche
perché sostiene che la mente non c'è ed esiste solo il cervello, questione
scientifica molto seria. Noi possiamo lavorare sul cervello perché abbiamo una
mente e lo stesso rapporto che c'è tra le gambe ed il camminare. Perché?
Già ad una cosa del
genere si potrebbe domandare perché? Chi glielo ha detto?
Intervento..........................
Qui dice c'è lo stesso
rapporto che c'è tra le gambe e camminare. "Le gambe sono un oggetto la
cui funzione è il camminare e si ha un bel dire che il camminare non esiste ed
esistono solo le gambe, camminare, al contrario, esiste, la gente cammina Se
cominciamo a pensare il rapporto cervello - mente in questi termini recuperiamo
il punto di vista di un personaggio che sacerdoti e cardinali stanno
dimenticando eppure leggono su testi apocrifi, questo personaggio si chiama San
Tommaso d'Aquino. Tommaso diceva una cosa rivoluzionaria che non viene quasi
mai citata: "Il problema della conoscenza è trovare l'essenza delle cose,
l'essenza del cavallo, dell'uomo ecc..." .Questo lo dicevano già gli
stoici. "L’essenza sta nella definizione, la definizione di uomo è animale
razionale mortale."
Affermare che
l'essenza sta nella definizione è assolutamente arbitrario, io potrei dire che
l'essenza sta da un'altra parte.
"Che cosa è
dunque la definizione? È genere più differenza specifica. La differenza
specifica è l'attributo che possiede solo quella determinata specie, la
differenza specifica dell'uomo è la razionalità, cioè l'anima. San Tommaso
allora deve chiedersi dov'è la razionalità? Come la vediamo? Con quale
microscopio, se avesse avuto il microscopio, possiamo esplorarla? Ebbene la
razionalità non la vediamo mai., ne inferiamo l'esistenza dal comportamento
razionale, dal fatto che l'uomo parla e agisce in modo sensato. L'unico modo
che abbiamo di osservare la mente è analizzare il linguaggio, ecco perché la
svolta linguistica ha, in un certo senso, obbligato la filosofia a occuparsi
del funzionamento della mente, quasi senza che i filosofi se ne accorgessero,
fino al momento in cui, uno dei più grandi linguisti di questo secolo, Roman
Jakobson, maestro di Chomsky scrive un saggio fondamentale in cui postula due
tipi di linguaggio e due tipi di afasie.
Jakobson parte da una
ipotesi linguistica, noi per parlare quindi per manifestare la razionalità,
nostra differenza specifica lavoriamo da un lato sull'asse della selezione e
dall'altro su quello della combinazione.
Personalmente sono
interessato al problema della conoscenza che già Kant espresse in maniera
geniale, l'uomo conosce il mondo imprimendovi una serie di scaffalature, di
forme a priori che si sovrappongono agli stimoli chimici e fisici ecc.., quando
si sale nella scala si arriva all'età mentale precostituita dall'intelligenza,
della categorizzazione dei nomi da dare alle cose. I più giovani di noi assisteranno
al trionfo dell'impresa che darà risposta alle domande più interessanti su come
conoscere, su come conosciamo, in definitiva su chi siamo. È una scoperta degli
ultimi anni che nel cervello esiste un certo numero di cellule nervose rimaste
bambine, gli scienziati le chiamano cellule staminali, un modo complicato per
dire che possono ancora moltiplicarsi e crescere: crescete e moltiplicatevi
insomma. C'è chi sostiene che "sono lì per rimpiazzare cellule vecchie, si
tratta di puro materiale edilizio che va rieducato e connesso e farcito di
informazioni .....".
Questo invece è
Galimberti il filosofo: "Mente e cervello": " la prima
osservazione riguarda il nesso tra queste due figure, la seconda la leggera
preoccupazione che lavorando sul cervello si tocchino per l'appunto zone
nevralgiche".
Finché la scienza
indagava il mondo tutti erano con lei plaudendo al progresso, quando la scienza
ha cercato di essere fisica e diventare biologia e quindi ha cominciato a
studiare non il mondo esterno ma l'uomo ecco che si sono preoccupati. Per
quanto riguarda il rapporto tra mente e cervello mi pare che Chomsky abbia
detto in sostanza tutto, prima di lui erano Husserl eccetera. "La scienza
nasce attraverso la riduzione del corpo a organismo nonostante la regina di Svezia
avvertisse Cartesio dicendogli: "guarda, io del corpo ho una nozione
diversa da quella che stai descrivendo oggettivamente e
organicisticamente"".....vediamo come conclude...."in
conclusione non disponiamo ancora di un'etica all'altezza della scienza e gli
scienziati si comportano secondo quella loro etica del fare indipendente dagli
esiti e dalle responsabilità di ciò che accade, un'etica che male si concilia
con la capacità nostra di metabolizzare le loro scoperte e inserirle in questo
mondo umano, il problema mi sembra abbastanza serio..." sarebbe questa la
conclusione a cui giunge “quando si cerca l'essenza delle cose”, per esempio,
dice Umberto Eco: “il problema della conoscenza è trovare l'essenza delle
cose" e io affermo che l'essenza delle cose è la loro definizione, tanto
questa cosa che sto dicendo è assolutamente gratuita anche perché qualcuno
potrebbe obiettare che la definizione non è l'essenza delle cose, la
definizione dovrebbe cercare di avvicinarsi all'essenza che rimane altro per la
definizione.
intervento
Esattamente, o la
definizione è senza essenza che non ha, oppure se è una essenza e quindi
occorre dare una definizione di essenza la quale essenza è la definizione e non
ne veniamo più fuori, è la prima obiezione legittima. Poi vengono affermate,
come tutte queste cose che vengono affermate qui con molta sicurezza, cose che
sono assolutamente arbitrarie: "questa cosa è quest'altra", perché?
È chiaro che si è
sempre cercato se si cerca tutt'oggi ed è il modo di pensare occidentale di fare
come delle equazioni: A è uguale a B e se A è uguale a B e se B è uguale a C,
allora A è uguale a C, però non è sempre così automatico; in effetti il nostro
percorso è sorto proprio da queste domande cioè perché?, come lo so?.
Che il problema della
conoscenza sia trovare l'essenza, perché? in base a quale criterio?,
naturalmente devo avere già dato una definizione di conoscenza, dando una certa
definizione di conoscenza io ho già vincolato la mia ricerca alla definizione
che ho dato perché non è più sicuramente l'essenza.
Così come accade in
ciascuna situazione quando io definisco in qualunque modo una certa cosa,
questa definizione che ho dato vincolerà tutto l'operato in relazione a quella
certa cosa; faccio un esempio molto banale: se io definisco gli slavi come
uomini selvaggi e rissosi, questa definizione che ho dato vincolerà il modo in
cui dirò in seguito degli slavi tutto ciò che io farò per gli slavi, sarò
vincolato a questa definizione e questo avviene anche nel campo della scienza,
badate bene, che sembra apparentemente non toccato da queste considerazioni
morali, e invece non è così.
Qualunque discorso si
faccia, qui per esempio parlano del corpo, però danno una certa definizione di
corpo: un insieme di organi funzionali tra loro, ma potrebbe non essere solo
questo; ciascuna volta quello che sfugge a questi personaggi da sempre è che
ciò di cui stanno parlando è un gioco, un gioco linguistico, il quale gioco
linguistico segue delle regole, per esempio una di queste è quella data
dall'affermazione che il problema della conoscenza sia trovare l'essenza delle
cose, questa la pongo come regola, allora se il problema della conoscenza è
trovare l'essenza delle cose è chiaro che leggerò tutta la storia del pensiero
e ciò che sta avvenendo adesso in questo modo convinto che il vero problema sia
questo e che la soluzione di questo problema comporterà la soluzione di tutti i
problemi.
Questa questione della
definizione, questione che ho sfiorato martedì, vi ricordate? È fondamentale.
In tutto il lavoro che abbiamo fatto quando compare una definizione viene
sempre dichiarato, definiamo questo in questo modo rispetto al gioco che stiamo
facendo perché sia utile rispetto al gioco che stiamo facendo ma al di là di
questo non ha nessun valore. Ci serve per giocare. L'unica cosa che abbiamo
stabilita è quella che non possiamo negare, tutto il resto sono definizioni per
potere proseguire il gioco.
Ma, ciascuna volta le
definizioni che utilizziamo non hanno nessun valore ontologico, sono giochi
linguistici, così come affermare che 4 assi valgono più di due sette.
Intervento...............................
Possiamo dire, certo,
la comunicazione in quanto tale è un atto linguistico, questo atto linguistico
non è necessario in quanto tale, questo, che ci sia un atto linguistico sì ma
questo no, quindi se non è necessario è arbitrario ed essendo una definizione è
arbitraria, è arbitrario e quindi è una definizione, tutto sommato,
generalmente qualunque cosa che sia una definizione è arbitraria, cioè
definisce qualcosa.
Definire qualcosa è
importante, è importante per proseguire il gioco, ma una volta che ho definita
una certa cosa ho soltanto stabilito una nuova regola del gioco.
Intervento............................
Definire vuol dire
stabilire i limiti. De finis, cioè partire dalla fine, dai confini
letteralmente, finis in latino è confine.
Intervento.................................
È sempre la realtà il
punto centrale, anche qui, apro una piccolissima parentesi al suo discorso, qui
c'è Chomsky: "Noi possiamo soltanto provare a comprendere, ciò che rimane
è il mondo con tutti i suoi aspetti problematici, meccanici, elettromagnetici,
chimici ecc... Noi possiamo soltanto provare a comprendere questi fenomeni e
cercare di unificarli a varie teorie che li descrivono, ma nulla di più."
Cioè le cose sono lì e, in questo caso la struttura linguistica serve soltanto
a comprendere questi fenomeni e quindi sono fuori dal linguaggio.
Intervento.............................
Sì, rimane l'idea, in
questa operazione, di potere controllare, in definitiva, il meccanismo, ridurlo
a una specie di macchina che in qualche modo è controllabile, infatti dicono
"non ci resta che capire il suo funzionamento. Se invece la mente è un
atto linguistico allora capire il funzionamento dell'atto linguistico comporta
capire l'utilizza dell'atto linguistico e, capite immediatamente che la cosa si
fa più complicata, perché non è più possibile a questo punto giungere alla
comprensione del fenomeno immaginato fuori dal linguaggio con il linguaggio come
strumento per capirlo.
Perché qui, lo
strumento, e ciò che deve essere capito sono esattamente la stessa cosa, per
cui s'instaura immediatamente un circolo vizioso che tanto spaventava Tommaso,
visto che qualcuno l'ha citato, e che impedisce di potere stabilire con
certezza che cosa è una certa cosa, al di fuori di dire che è un atto
linguistico. Mentre l'idea della mente come macchina funziona in un certo modo
e consente di immaginare e di pensare che le cose siano in un certo senso
prevedibili e controllabili, soprattutto. Quindi, se la mente funziona in un
certo modo e qualcuno dice certe cose è perché qualcosa non funziona nella sua
mente. È come una macchina che ha un problema e può essere corretta ma il
funzionamento giusto è questo. Qualunque cosa che si discosti è un “animalia”
come diceva qualcuno, un dirigente della Tim.
Intervento..........................
Se la mente è
strutturata in questo modo, cioè fuori dal linguaggio, allora è controllabile
perché, col tempo, si potrà stabilirne il funzionamento corretto e, quindi,
qualunque funzionamento anomalo deve essere corretto.
Intervento. La
questione della mente è una questione che viene supposta, comunque, esistente
di per sé.
La mente che funziona
come un computer, per esempio.
La neuroscienza sta
facendo dei passi da gigante, sta prendendo parecchio piede. Poter far passare
tutto con una pastiglietta, questo si sta passando.
Qui Eco, per esempio,
dice:" Il problema sta nella definizione, cioè, scusate, l'essenza sta
nella definizione quindi è un atto linguistico no, la definizione, questa
definizione è necessaria? Evidentemente no, possono darsene molte, e quindi
anche la definizione è un atto arbitrario ma qui non ci arriva, non ci può
arrivare, perché sovvertirebbe tutto. Mentre la mente, la realtà si suppone
possa essere controllabile, è poi il problema che incontriamo continuamente se
ciascun atto è un atto linguistico allora non c'è nulla fuori dal linguaggio
quindi tutto quello che faccio, penso, immagino è solo un atto linguistico, ma
se gli umani pensassero in questo modo come li si controlla? Se cessassero di
credere non importa cosa l’importante è che credano, che abbiano una religione.
Lo accennavo martedì, sarebbe una catastrofe se cessasse il discorso religioso,
se cessassero di pensare che esiste la mente, che è fatta in un certo modo.....
Intervento.......................
Infatti nessuno si
preoccupa del fatto che la scienza che nella vulgata sarebbe il discorso più
serio, più attendibile, che cambino opinioni ogni dieci minuti. Non si
preoccupa nessuno, allora com'è questa storia che ogni volta che si fa una
teoria dopo ne interviene un altra. Perché è soltanto una conversione
religiosa, non è più il Dio uno e trino ma è duplice, che ne so? L'importante è
che ci sia.
Intervento............................
Mai sopravvalutare il
prossimo, neanche sottovalutare, leggere semplicemente. C'è una ricerca che a
un certo punto si arresta. In effetti è una cosa che sorprese anche me anni fa,
una sorta di uovo di colombo, di una semplicità estrema.
Intervento: Lo stesso
Greimas, uno che ha a che fare con il sesso continuamente, le costrizioni che
la parole pone continuamente in atto ........
È una cosa che mi ha
interrogato, possibile che in tremila anni nessuno ci avesse pensato... Il
linguaggio, ciò che consente di costruire qualunque pensiero, il linguaggio
funziona in modo inferenziale.
Intervento: E se fosse
stato scoperto e non fosse stato reso noto? Perché ha una portata notevole.
Diciamo che fa più piacere seguire il discorso religioso.
No, se questi
personaggi avesse pensato una cosa del genere non se lo sarebbero tenuto per
sé. Eppure questo sistema inferenziale è quello che consente di fare tutte le
affermazioni, di qualunque tipo e non c'è uscita perché non c'è un altro modo
da nessuna parte e quindi qualunque cosa si pensi è vincolata a questo sistema,
quello del linguaggio dal quale dicevo non c'è uscita.
Tutta la filosofia
intorno alla filosofia del linguaggio e di qualche interesse, da Wittgenstein
ad altri, come avviene se non attraverso l'inferenza, bisogna tenere conto che
ciò che si dice intorno al linguaggio viene detto attraverso il linguaggio.
Cosa comporta questo? Ha dei risvolti, degli effetti oppure no? Evidentemente
sì. Qualunque affermazione io faccia sarà sempre vincolata alla struttura che
mi consente di farlo, necessariamente. E in che cosa consiste questo vincolo?
Consiste nel fatto che primo non può uscire dal linguaggio e secondo che rimane
un atto linguistico, in nessun modo può affermarsi che è fuori dal linguaggio.
L'uovo di colombo.
Eppure...Gorgia: Se qualcosa fosse non sarebbe conoscibile, se fosse
conoscibile non sarebbe comunicabile. E poi tutte le antinomie, Zenone ecc..,
praticamente mostravano il limite del linguaggio, già allora mostravano che non
c'è uscita dal linguaggio. Una volta che si è dentro non si può più uscire.
Eppure qui come
vedete, la questione non è neanche sfiorata, non è sfiorata perché toglie la
religiosità, toglie l'illusione, da parte del discorso religioso, di potere
giungere alla verità, in definitiva.
Intervento...................In
effetti toglie tensione...........................
Intervento: l'essenza
delle cose è un qualcosa che si può dire attraverso la definizione laddove il
linguaggio è qualcosa che veicola, qualche cosa che rimane al di là del
linguaggio.
Sì certo, uno
strumento che serve per comprendere la verità.
Intervento..............................
Sì, per questo pensavo
che è assolutamente necessario potere accogliere un discorso del genere, una
sorta di addestramento al linguaggio, occorre fare questo passo, dal linguaggio
come strumento al linguaggio come ciò per cui gli umani sono quello che sono.
Senza questo passaggio non c'è la possibilità perché rimane comunque l'idea che
sia uno strumento per un'altra cosa e invece è strumento per se stesso. Tenere
conto che quando uno dice: "Noi possiamo soltanto provare a comprendere
questi fenomeni..." questo è Chomsky che parla, un linguista, "Noi
possiamo soltanto provare a comprendere questi fenomeni e le varie teorie che
li descrivono ma nulla di più." Perché non si accorge di quello che sta
dicendo? Perché non si accorge che sta dicendo, innanzi tutto? Perché ciò che
sta facendo non è una descrizione di qualcosa che è fuori dal linguaggio, sono
proposizioni che raccontano di altre proposizioni, dietro queste proposizioni
non c'è nient'altro che altre proposizioni.
Intervento...........................
Anche queste sono
proposizioni. Io posso dire che il linguaggio, che alcune strutture sono
innate, posso dire che non lo so, posso dire che le ha messe Dio, è la stessa
cosa. E quindi?
Intervento...........................
Anselmo d'Aosta che
vivendo al fresco aveva le idee chiare.
Intervento: Dio esiste
perché è pensabile. Io posso pensare che qualcosa sia fuori dalla parola,
quindi ne posso anche essere convinta.
Certo.
Intervento........................
Sì. È una questione
che avevamo sfiorato, ecco che mano a mano vengono fuori le cose di cui avevamo
parlato. Il fatto che molti dicano: "allora è possibile giocare qualunque
gioco" sì, allora è possibile giocare qualunque gioco ma se si è acquisito
questa struttura di pensiero e, questo rimane sempre da sfondo, qualunque gioco
io giochi non posso più non tenere conto di quest'altro e allora giocherò in un
modo totalmente differente. Non potrà più, comunque, considerarsi come un gioco
religioso.
Intervento.......................
Facendo da sfondo
questo altro gioco che stiamo inventando, gli altri giochi sono dei giochetti,
che cessano man mano di interessare.
Intervento..................................
Sì, l'idea che si
perdano le emozioni, non si perde niente, assolutamente nulla, anzi, si può
goderne meglio perché non ci sono a fianco tutta una serie di altre cose, di
problemi, di agganci.
Intervento.............................
Jacques Lacan,
psicanalista francese morto nell'ottantuno. È stato l'analista di Verdiglione,
tra le altre cose il quale scrisse varie cose, anche un testo dove diceva che
l'inconscio c'è e parla. qualcosa parla, ça parle. Una forma un po’ animistica,
l'idea che qualcosa parli, il linguaggio parla, questo ça, questo qualcosa è
assolutamente ridondante, il linguaggio, l'inconscio parla come qualunque altra
cosa, se non parlasse non esisterebbe. Non è una gran trovata, lo è stata per i
suoi tempi.
Dovremmo forse
riprendere la questione della mente anche nelle conferenze, il mentalismo, lo
spiritualismo scientifico che oggi, direbbe Mike Buongiorno, va' per la
maggiore.
Intervento: In ciò che
lei ha letto lo sfondo è sempre il medesimo, che ci sia sempre qualcosa da
svelare.
Sì, cosa diceva il
nostro amico Galileo? L'universo è scritto in un grande libro, un trattato di
matematica , noi possiamo decodificarlo e così l'idea della mente , le leggi
della mente e quindi sono scritte da qualche parte.
Intervento........
Tutto il
giusnaturalismo ci è andato a nozze con queste storie qua.
Intervento:
.............................
Ma se io, per esempio,
Cesare, le dicessi che la forza di gravità esiste, lei come comincerebbe a
porre qualche questione?
Intervento: Comincerei
col dire, per prima cosa, che è un'espressione linguistica, cioè che il fatto
di sostenere che la forza di gravità esiste, esiste in quanto io ne parlo e che
l'ho definita in questa maniera...
Sì, però forse occorre
fare qualche altro passaggio . Questa legge di gravità su cosa è sostenuta?
Cosa la regge?
Intervento:
sull'esperimento,
Sì, sull'osservazione
e quindi alla domanda come lo so, la risposta è che l'ho visto, l'ho osservato.
e quindi, a questo punto? Siamo già a buon punto. Dall'osservazione. Che
criterio ha di validità? Ha un criterio logicamente inattaccabile oppure un
criterio che logicamente non è sostenibile? Perché la questione per i logici
sarebbe molto nebulosa, l'osservazione non è un criterio logico attendibile,
uno può osservare qualunque cosa, il fatto che l'osservino in molti...tutti
osservano che lasciando andare un oggetto questo cade. Sì, è vero, tutti
osservano questo. E se fosse che questa osservazione, l'osservare stesso le cose
fosse un luogo comune, per cui io do una certa attendibilità a qualcosa che
vedo in un certo modo, ma la vedo in un certo modo perché sono stato addestrato
a vederla in quel modo.
Intervento.........................
Nel Medioevo tutti
pensavano di avere visto Dio o la Madonna. Il fenomeno era universale, nessuno
lo metteva in dubbio ed era riproducibile perché si riproduceva continuamente,
quindi soddisfaceva le regole dell'esperimento scientifico.
E se l'osservazione
fosse una sorta di luogo comune per cui ciascuno è addestrato a pensare in un
certo modo, a considerare l'osservazione una certa cosa. Per cui dico che una
cosa lasciata cadere va giù, questo giù, in prima istanza, è un significante.
Potremmo dire che qualunque cosa lasciata cadere non va né su né giù, né va da
nessuna parte se non c'è qualcuno che l'afferma.
Allora torniamo alla
questione dei luoghi comuni, di uno dei luoghi comuni più radicati, le cose
esistono anche se io non ne parlo, no, le cose se non ne parlo non esistono in
nessun modo, non hanno nessun modo di esistere perché non c'è nessuno per cui
esistere, nessuno che possa affermare e dire che esistono, quindi esistono in
che modo? La loro esistenza è relativa a che? Esiste di per sé o esiste perché
ne parli? Se esiste di per sé, come? E qui rispondere a questa domanda è arduo.
Ecco, la legge di gravità è un luogo comune accettato dai più, chiaramente,
come l'amore, la morte e tutti questi grandi temi , ma fuori dall'atto
linguistico sono assolutamente niente. Fuori dall'atto linguistico questo
quadro né cade né sta in piedi perché fuori dall'atto linguistico la questione
non può porsi in nessun modo.
Intervento........................................
E il calcolo
matematico? È un gioco linguistico, si diceva che affermare che due più due fa
quattro non è stabilire una legge di natura ma enunciare la regola di un certo
gioco che è noto come calcolo numerico.
Fuori da questo
calcolo numerico dire due più due fa quattro non significa assolutamente nulla.
Quindi io faccio un calcolo come ha fatto Einstein, come hanno fatto altri e
giungo a certe conclusioni poi, devo essere costretto a pensare che il calcolo
numerico l'ha inventato Dio, infatti Einstein in quella famosa lettera afferma:
"Dobbiamo pur ammettere che Dio non gioca ai dadi, perché se Dio giocasse
ai dadi allora tutti quei calcoli numerici che abbiamo fatto sono niente se non
abbiamo la certezza che quei calcoli numerici corrispondano alle leggi
naturali, cioè che Dio non giochi ai dadi, ecco che torna la questione di prima.
Intervento....................
Qui un fisico saprebbe
rispondere perché anche nello spazio esiste una legge di gravità, i corpi sono
comunque attratti da quelli più grossi.
Intervento: Il fatto
che ci sia una legge (come la legge di gravità, quella della relatività ecc...)
crea già un incanalamento...
Sì, Anche se non è
possibile in nessun modo esperire che l'energia sia uguale alla massa
moltiplicato la luce al quadrato, non si può fare.
17-6-1999
Il
gioco. La vittoria. La riuscita. La necessità di un gioco nuovo.
Questa
sera vorrei riprendere una questione appena accennata martedì scorso intorno al
gioco, questione che pare essere di notevole interesse, il gioco. Riflettevo
intorno al gioco pensando a ciò che muove gli umani a fare qualunque cosa
faccia, non ha nessuna importanza che cosa e consideravo che già nel luogo
comune, l’aspetto principale del gioco è la riuscita, o la vittoria si chiama a
seconda dei casi, ma direi piuttosto la riuscita, come dire che c’è sempre una
sorta, ci atteniamo sempre al luogo comune da cui partiamo di solito, un
qualche cosa con cui ci si confronta e da una serie di operazioni ci si aspetta
una certa riuscita, ora questa riuscita varia dalle cose più banali a quelle
più complicate, dalle più ridicole alle più serie, in ogni caso l’attesa della
riuscita, riuscita che per qualche verso non è lontanissima da ciò che Austin
chiamava la felicità dell’enunciato, cioè intendo con riuscita il soddisfare
una aspettativa, per esempio, rispetto a questo accade…dicevo rispetto alle
cose più disparate, uno compra una piantina che cresce, la piantina diventa
grande…una persona per esempio vuole avere il dominio sul pianeta allora si
muoverà in modo tale per cui il dominio di tutto sarà la riuscita, ma questa
riuscita comporta sempre un rinvio, un rilancio. Riflettevo …pensate al luogo
comune come sempre, pensate alle persone che hanno un potere economico
notevolissimo, ora fanno ciò che fanno non tanto per i soldi che hanno a
quintalate, né per il potere che ormai è quasi assoluto, ciò che muove è il
gioco, l’idea di potere battere un altro, di vincere un altro, poi il vantaggio
economico, politico, della riuscita di questa operazione magari è irrisorio,
non ha nessuna importanza, un po’ come quando si gioca a poker con gli amici e
la posta in gioco è diecimila lire.. vi faccio un esempio banale uno gioco a
poker con gli amici e l’obiettivo non è certamente portare via diecimila lire
all’amico, non è questo è ovvio ma è riuscire a batterlo, ecco perché le
persone che hanno molto potere e molto denaro non proseguono la loro corsa per
aumentare la ricchezza o il potere se non in funzione di una vincita, vincere
su qualcuno che …l’avversario chiunque sia non ha importanza, l’avversario
politico, economico ma vincere…..ora riflettevo sull’eventualità che ciò che
muove gli umani a fare cosa fanno, qualunque cosa sia, sia l’eventualità o
l’attesa della riuscita. Riuscire in qualche cosa cioè nel luogo comune è
superare un ostacolo per esempio, qualunque esso sia è noto che gli umani si
creano ostacoli per poterli superare, perché questa operazione? Che sembra non
solo antica quanto è antico l’uomo ma addirittura per alcuni versi, appare
quasi strutturale al suo discorso, non c’è chi sia esente da una cosa del
genere, il confronto può essere, può essere confrontarsi con una questione
teorica, confrontarsi con un rivale in amore, confrontarsi con una squadra di
calcio, con qualunque cosa, però sembra come ci fosse “la necessità” mettiamola
fra virgolette di avere un qualche cosa da superare, da vincere, da battere,
perché? (per far sì che il presente non sia pregnante nella sua nullità)
potrebbe non essere pregnante di nullità, ma mi chiedevo se ci fosse qualcosa
di strutturale in questa riuscita che è così fortemente agognata, per ciascuno,
qualunque cosa faccia, e pensavo alla struttura del linguaggio, in che modo o
in che senso il linguaggio riesce e non può non riuscire? Nella produzione di
proposizioni come si è detto in varie circostanze, che cosa produce il gioco o
propriamente la riuscita del gioco? Una questione che forse tempo fa avevamo
sfiorato, potremmo dirla così provvisoriamente che produce nuove proposizioni,
proposizioni che non c’erano prima, se, torniamo al luogo comune, una gara, una
partita, quello che gli pare, vince è soddisfatto, perché? Cosa è accaduto?
Produce questa soddisfazione, sì certo si aspettava questo però, perché se lo
aspettava? Viene quasi da pensare che il gioco, nell’accezione più ampia del
termine, sia una sorta di esca o di pretesto, un pretesto per inventare e
quindi per costruire nuovi giochi, nuove preposizioni. E riflettevo su questo
fatto che apparentemente è molto banale, però perché una persona che vince è
soddisfatta? (…..) dico perché è emozionante? (anziché no?) la questione forse
può affrontarsi (….) ma c’è qualcosa in più ché appare qualcosa quasi di
strutturale nel gioco, in effetti il gioco linguistico è assolutamente
strutturale e abbiamo detto in varie occasioni che intendiamo gioco linguistico
nient’altro che il prodursi di proposizioni connesse le une con le altre, è
come se la riuscita in questo caso sia la produzione di una proposizione che
non c’era prima, ma in che senso una vittoria è una nuova proposizione? Io
posso dire che ho vinto a condizione che abbia vinto ovviamente però posso dire
che ho perso a condizione che abbia perso, però la vittoria è cercata, la
perdita no….la questione è complessa ma è molto importante se voi considerate
che gli umani da sempre praticano questa attività del gioco in qualunque
circostanza e pare essere ciò che li muove addirittura, c’è questa eventualità,
che null’altro li muova, che sia in definitiva qualche cosa addirittura
strutturale al linguaggio cioè se si instaura il linguaggio allora lì si
instaura il gioco e gli umani sono presi da questo gioco cioè dalla necessità
di confrontarsi con l’ostacolo, ma quale ostacolo? Il linguaggio perché mai?
Potrebbe anche essere un ostacolo oltre essere chiaramente la condizione per
potere pensare un qualunque ostacolo, in che modo è un ostacolo perché pone dei
limiti intanto, pone dei limiti e produce anche una struttura che consente di
accorgersi dei limiti, cosa fondamentale. I limiti che il linguaggio produce
come sappiamo sono quelli che impediscono di uscirne, però bisogna riflettere
bene su qual è la connessione tra la struttura del linguaggio e cioè il limite
che impone, cioè l’impossibilità di uscirne e tutto ciò che invece è
generalmente connesso con il gioco cioè con il superamento del limite, quindi
l’ostacolo…. però il linguaggio non può se è pensato come limite, non può
essere superato, quindi qualunque gioco sarebbe assolutamente inutile, un gioco
inteso come superamento del limite e allora perché lo si fa? (…….) non sarebbe
un limite sarebbe una necessità intrinseca al linguaggio (il superamento del
limite) è il linguaggio che produce se stesso…..l’ostacolo non è creato in
realtà se poniamo la questione in termini strutturali, l’ostacolo non è altro
che la struttura del linguaggio, cioè i limiti che impone il linguaggio,
l’impossibilità di uscirne, l’impossibilità di uscire dalle regole salvo fare
un altro gioco per esempio, la necessità che ci siano regole, dicevamo le
regole sono dei limiti, limitano certe mosse. Sì tra l’altro riuscire a
intendere la questione del gioco forse consente di intendere la questione della
soddisfazione, il piacere…(……….) adesso si parlava di limiti in termini più
ampi, i limiti che il linguaggio impone attraverso le regole del gioco, ciascun
atto linguistico è vincolato a delle regole, una di queste regole è che se voglio
essere inteso dalle persone devo usare una certa struttura linguistica, devo
chiamare questo accendino, questo sigaretta se no non gioco più o al poker devo
attenermi a delle regole necessariamente, quindi sono questioni che vanno al di
là del singolo e delle sue capacità…(la soddisfazione ha a che fare con
l’infinito nel gioco, per esempio, da l’avvio a un’altra partita) (come se la
sensazione implicasse la produzione di altre proposizioni, ma di quella non
posso usufruire perché se no di quella non c’è soddisfazione. La soddisfazione
è una sensazione e si pone come una regola di un gioco per cui se interviene un
elemento questo elemento perché io ne possa godere o meglio se a questo
elemento posso aggiungere un altro elemento è comunque come se ci fosse la
necessità della soddisfazione, se no non pare esserci la necessità
dell’aggiunta dell’elemento) la questione del gioco rende conto anche della
necessità se io gioco è strutturale, la necessità del nemico, un nemico qui
come figura retorica, ovviamente, come antagonista, antagonista può essere
qualcuno, qualcosa, in ogni caso come dice giustamente Greimas qualunque cosa
impedisca il raggiungimento dell’obiettivo, cioè del nemico, l’antagonista….sì
ma è funzionale al gioco perché è ciò che consente la creazione della storia,
come diceva Greimas senza l’antagonista qualcosa che impedisca non c’è
gioco…(la partenza di una gara automobilistica e dell’imprevisto….) sì certo
questo è funzionale, strutturale (…….) c’è qualche cosa in effetti di
strutturale nel gioco, sì certo ha a che fare con il limite, con l’ostacolo,
con l’eliminazione dell’ostacolo, però ci sfugge ancora qualcosa che è
fondamentale cioè perché tutto questo è perseguito dagli umani anziché no (una
cosa detta è già passata) e allora perché ha bisogno di un gioco nuovo? Qui c’è
qualcosa di strutturale alla struttura del linguaggio, come se fosse insito nel
suo funzionamento un elemento che impedisce il raggiungimento di qualche cosa e
lì dobbiamo andare a cercare, una figura retorica ciò che consente il gioco,
senza il nemico, senza l’antagonista il gioco non gioca (……..) chi crede per
esempio in dio ha una aspettativa anche lì c’è l’antagonista che è il male e
c’è la soddisfazione, c’è la riuscita, nel senso che immagina di soddisfare
quello che è per esempio il desiderio di dio, la riuscita e la riuscita si
intende come superamento dell’antagonista, dell’ostacolo qualunque esso sia.
Una madre che alleva dei figli, l’antagonista, la non riuscita sarebbe non
soddisfare le sue aspettative…(……..) sembra qualcosa di strutturale al
linguaggio che poi viene rappresentato in vario modo, come se fosse il
linguaggio l’antagonista, l’ostacolo.(……….) ciò che stiamo considerando è
l’eventualità che questo sia strutturale e allora i nemici come figura retorica
diventano qualcosa di strutturale al linguaggio, non può togliersi è come
affermare l’assenza del linguaggio, si può dire ma non lo si può pensare, (la
mancanza è la raffigurazione del nemico mancante e allora io posso camminare se
non c’è il nemico, e proprio per questa mancanza in relazione al nemico posso
riproporre le “stesse” cose, nel discorso) perché l’antagonista sembra la
condizione per potere parlare, che poi rilevate nel quotidiano attraverso il
ciò che non va? Che è sempre l’occasione mentre ciò che va non interessa, ciò
che non va e quindi il male il nemico ecc, è l’occasione per parlare, così come
giustamente dice Greimas è l’occasione per costruire una storia, cioè se come
dicevo il principe azzurro si va a prendere la principessa e se ne vanno via
insieme, e non c’è un drago e non c’è …..che storia è? Occorre qualcosa per
potere parlare come se, per tornare alla struttura del linguaggio…che cosa
occorre al linguaggio per potere parlare? Apparentemente nulla si riproduce da
sé, si autoproduce, però non ha motore, come a dire produzione di nuove
proposizioni ché una nuova proposizione aggiunge qualche cosa con cui
confrontarsi, e confrontarsi è trovare qualche cosa che produce nuove
proposizioni (…….) non possono non aggiungersi comunque, c’è qualcosa che ci
sfugge in tutto ciò che comunque il linguaggio, la sua struttura producono
continuamente proposizioni, non ci sarebbe bisogno in teoria di giocare in ogni
caso non si può arrestare eppure sembra che gli umani non facciano altro da
sempre che giocare, perché una bella questione! Che cosa li muove a compiere
questa operazione? Oppure se è come stiamo dicendo che cosa hanno queste
proposizioni nuove che il gioco produce rispetto alle altre, perché ciò che è
nuovo interessa e ciò che è vecchio no? Rispondere in termini strutturale
perché ciò che è vecchio non interessa e ciò che è nuovo sì, chi sa rispondere
a questo quesito, sembra in effetti una banalità, uno si lamenta che non c’è
mai nulla di nuovo, e allora? Perché il nuovo attrae? (…) certo c’è l’attesa di
qualche altra cosa però, però perché questa altra cosa interessa, un’altra cosa
insaputa interessa mentre ciò che è saputo no? La questione rimane sempre la
stessa non si sposta dobbiamo cercare altrove, (……) c’è qualche cosa in certe
proposizioni, però occorre che questo qualche cosa lo troviamo in termini
strutturali, visto che almeno pare che il gioco sia assolutamente strutturale
al linguaggio e cioè l’esistenza di qualcosa che fa da ostacolo per cui (questo
nuovo che interessa comunque deve in qualche modo proseguire un certo discorso)
non andiamo molto lontani, no l’invenzione di una nuova regola, sicuramente un
limite crea una nuova regola, è come un primato un record (il raggiungimento di
100 km all’ora, la volta dopo i 110 km all’ora) c’è una nuova regola del gioco
(…..) la nuova regola del gioco limita il gioco ancora di più, e quindi cosa
fa? (….) perché una regola in più è un’altra limitazione…e il gioco funziona
attraverso le regole cioè delle limitazioni in più, più limitato più funziona,
quindi comincia un po’ a delinearsi anche se in termini così un po’ vaghi,
dobbiamo precisare molto bene perché è una questione di estrema importanza,
però giocano per stabilire nuovi limiti quindi nuove regole, anche quando
giocano a poker, ha cinquantamila, ha vinto centomila, …..e non sono i soldi
magari sono miliardari ma è un limite una nuova regola del gioco, come dire che
il linguaggio per funzionare, e questo la pongo come questione, necessita di
continue nuove regole del gioco, questo è da verificare perché se così fosse
avremmo “scoperto” fra virgolette perché gli umani giocano. Ma è proprio così
il linguaggio necessità di nuove regole continuamente per potere giocare?
Perché non sono sufficienti quelle vecchie? Ma in prima istanza potremmo dire
che una nuova regola del gioco consente di giocare un nuovo gioco perché anche
se è quello vecchio aggiungendo una regola diventa nuovo, e quindi un gioco in
più e quindi una proposizione in più, questo poi sembra essere la resa dei
conti, l’obiettivo, la riuscita, come si diceva dall’inizio cioè la costruzione
di nuove proposizioni, perché dunque nuove proposizioni e non quelle vecchie?
Perché più ci sono proposizioni e più i giochi si moltiplicano e quindi più il
linguaggio raggiunge il suo obiettivo che è la sua produzione, (mi pare una
contraddizione) dove sta la contraddizione? (pare che dal limite non possa
seguire una grande produzione se non una proposizione) quella che interessa a
noi…..quella che attiene a quel gioco, perché uno vuole superare un record?
Come dire adesso dovete giocare con questa nuova regola, c’è un gioco in più,
c’è un gioco in più (la questione della soddisfazione) sì il suo antagonista in
quel caso è il record precedente (………) l’obiettivo degli umani pare essere
quello di produrre linguaggio e quindi nuove proposizioni e quindi cercano
tutto ciò che consente questa operazione, nuove proposizioni che chiaramente si
situino all’interno del gioco precedente il che in qualunque discorso non può
darsi senza un gioco, cioè senza delle regole che condizionano quindi la
costruzione di una nuova proposizione che funzioni cioè nuova proposizione che
sia anche un gioco, sembra questo che muove il linguaggio e quindi gli umani,
essendo presi dal linguaggio sono vincolati a questa struttura, come dire che
si muovono e tutto ciò che fanno lo fanno per la costruzione di nuove
proposizioni, cioè di nuove regole per giocare ma la nuova proposizione non è
altro che una nuova regola per giocare, probabilmente o più propriamente la
proposizione che dà soddisfazione è quella che aggiunge una nuova regola al
gioco, quindi lo limita ulteriormente (………) sì certo così come avviene nelle
gare, fissa un record e poi cerca di superarselo il suo record, ne interviene
un altro che limita ancora la possibilità degli altri che è la sua ovviamente,
più si è limitati e più il gioco è difficile e quindi è più difficile costruire
nuove proposizioni (……) ha trovato un limite ma ne pone un altro. In che modo
il linguaggio si crea un limite? Ponendosi delle regole se no non
funzionerebbe, questo come se ciascuno lo sapesse, per giocare occorrono dei
limiti, più ci sono limiti e più si gioca, e quindi più il linguaggio funziona
che è appunto il suo obiettivo e quindi la sua riuscita, quindi paradossalmente
più è limitato e più si gioca, meno è limitato e meno si gioca (…….) rispetto
al funzionamento delle regole del gioco occorre precisare ché è fondamentale,
abbiamo detto che esistono regole, è assolutamente essenziale non esiste gioco
che non abbia regole e il gioco è dato dalle regole così come il gioco
linguistico ovviamente…(la rappresentazione della variante) certo solo se ci
sono regole si può giocare (……….) il maggior numero possibile di combinazioni
che è anche ciò che consente agli umani di parlare, una persona meglio è
addestrata e meglio riesce a fare combinazioni fra le varie cose quindi gioca
meglio, a vederne ad accoglierne e quindi a utilizzarne….(sembra che il
linguaggio possa dissolversi se non c’è questa spinta a nuove regole) sì
produce continuamente nuove proposizioni e quindi regole per giocare se non
facesse così effettivamente si dissolverebbe (……) però forse sono due aspetti
della stessa questione….anche laddove una persona gioca e si attiene alle
regole usate da sempre e vince comunque anche lì stabilisce una sua regola come
dire io ho vinto e questa vincita però è da ripetere, difficilmente si
accontenta della vincita è come se questa vincita stabilisse una regola, hai
fatto questo gioco e hai vinto, adesso devi rifarlo e rivincere, e cioè come si
diceva un'altra partita, come se creasse un’altra regola in un gioco che è
personale, io gioco e son capace di vincere di nuovo? Ecco che allora anche in
quel caso c’è una creazione di una regola che è mia personale che nessuno sa,
però alla quale io mi attengo, io ho vinta una volta però sarò capace di
vincerne un’altra oppure no? Che se vinco una volta sola poi non sono più
capace di vincere, da poca soddisfazione (……..) ho creato una nuova regola con
cui confrontarmi per poter vincere un’altra volta (……) se riusciamo a intendere
la questione del gioco facciamo un passo avanti non indifferente (………) per
questo io ponevo la questione in termini strutturali cercando di intendere come
ogni gioco sia di fatto strutturale all’atto di parola e poi da lì, inteso
questo intendere le varie forme, le varie figure, d’acchito appare il gioco
assolutamente strutturale però ancora non lo abbiamo stabilito con assoluta
certezza, appare essere così certo (…….) il gioco è interessante se uno può
vincere se no….sì la cosa della potenza e dell’atto qualcosa che ancora non è
ma può essere ….se intendiamo bene questo riusciamo a capire che cosa muove gli
umani e perché,
perché gli umani si muovono, perché fanno,
perché esistono in un certo senso, perché acquistano, perché inventano, perché
creano perché fanno tutte le cose che fanno non c’è nessun motivo e invece lo
fanno, per gioco solo ed esclusivamente e nient’altro (lo scindere il gioco
dalla soddisfazione è già un altro gioco, perché nel gioco è già implicita la
soddisfazione) sì, sì l’avevamo accostata alla produzione di una nuova regola
(per cui mantenere in piedi questa distinzione è mantenere l’oggetto
ontologico) dobbiamo risolvere la questione perché è complessa perché così
potremo rispondere alla domanda che chiede perché gli umani fanno tutto quello
che fanno…..va bene buon lavoro a tutti…..Ok bd
24-6-1999
Il
gioco di parola non è nient’altro che la messa in atto delle regole per cui
esiste.
Il
gioco è la messa in atto delle regole per cui esiste
Linguaggio
la formazione di proposizioni di esclusione di combinazioni
Interventi
sul come proseguire la pubblicità sul discorso in cui ci troviamo.
Allora
dicevamo la volta scorsa del gioco, che cos’è il gioco? intanto per rispondere
a questo quesito cominciamo dal dizionario etimologico, per esempio il
Zanichelli che è un buon dizionario.
Gioco:
ogni esercizio compiuto da fanciulli o adulti per ricreazione, divertimento o
sviluppo di qualità fisiche o intellettuali, attività agonistiche,
competizioni. (queste definizione risultano un po’ ideologiche che il gioco sia
soltanto l’aspetto ricreativo, una forte connotazione ideologica) gioco etimo
letteralmente gioco di parola, facezia
Ioco
gioco di parola e ludum che invece e gioco di azione….derivati ecc…
Quindi
rispetto al gioco non troviamo nulla che abbia qualche interesse tranne questo
riferimento etimologico che indica nel gioco il gioco di parola che distingue
dal ludo, che sarebbe il gioco d’azione, l’aspetto ludico, quindi come sempre
accade il dizionario non ci è utile in nessun modo, quindi dobbiamo inventare
una nuova definizione (……) sì abbiamo visto anche altri per esempio il Devoto,
intendono l’attività scherzosa, ricreativa, svolta. Gioco però come gioco di
parole è il modo in cui le parole giocano, ma perché ci sia gioco cosa che
sfugge ai dizionari, ed è la condizione fondamentale, che ci siano delle
regole, quindi il gioco non è nient’altro che la messa in atto delle regole per
cui esiste, questa è la definizione più esatta di gioco che possa formularsi,
la messa in atto delle regole, che lo fanno esistere, questo è importante
perché sbarazza tutto ciò che riguarda l’utilità ricreativa, di nessun
interesse la questione dell’utilità ricreativa, o il divertimento. Posta la
questione in questi termini, cioè del gioco come messa in atto delle regole per
cui esiste, è chiaro che qualunque cosa è mossa da regole, anche l’esempio che
faceva il devoto giochi d’acqua. I giochi d’acqua cosa sono? La messa in atto
delle regole di cui è fatto questo gioco, cioè una serie di operazioni, in
qualunque circostanza, questa definizione è applicabile ed è la più generale e
non risulta negabile in nessun modo, perché se si toglie questo al gioco il
gioco cessa di esistere, non è più niente se non si attiene alle regole di cui
è fatto, non abbastanza perché il dizionario non ne fa menzione, dunque la
questione del gioco va posta nei termini proprio così, preciso da qui occorre
cominciare a costruire un’argomentazione intorno al gioco e cioè mostrare come
ciascun atto o meglio in ciascun atto vi sia del gioco, gioco linguistico,
perché se, come abbiamo detto il gioco non sia altro che al messa in atto di
queste regole, c’è come si diceva tempo fa c’è una sorta di gioco che
costituisce la struttura su cui si basa necessariamente qualunque altro tipo di
gioco, questo tipo di gioco di cui stiamo parlando è il gioco linguistico,
poiché ciascun gioco necessita di regole e poiché qualunque regola si
costruisca è costruita attraverso una struttura che è quella linguistica, in
quanto il gioco essendo costituito da regole di esclusione, è costituito da
implicazioni, se questo allora no, se c’è quest’altro allora sì, come il
computer, se vai di qui sì, se vai di là no, sì-no/ buono- cattivo ed essendo
ancora le regole inferenziali una procedura linguistica, ne segue
inesorabilmente che per costruire una qualunque regola è necessario il
linguaggio, da cui segue ancora necessariamente che qualunque gioco ha come
condizione il linguaggio, questo è il tipo di argomentazione che potete fare
per mostrare come qualunque gioco, di qualunque tipo e per qualunque motivo lo
si faccia questa ha come condizione il linguaggio. Avendo come condizione il
linguaggio, qui possiamo utilizzare argomentazioni già svolte, questo qualunque
gioco di cui si tratta terrà conto delle condizioni che lo fanno esistere?
Oppure no? Necessariamente, visto che esiste attraverso queste condizioni, per
cui qualunque gioco si inventi o si faccia, questo gioco necessariamente è
vincolato alla struttura del linguaggio, come è vincolato? È vincolato dalle
procedure ed è vincolato dal fatto che qualunque regola è costruita attraverso
un sistema inferenziale, di esclusione e attraverso l’implicazione soprattutto,
se A allora B oppure se A allora non B. Ma dobbiamo ancora precisare una questione
a questo quesito, qualunque cosa accade è un gioco linguistico? cosa
risponderebbe d’acchito? (d’acchito risponderei di sì perché per qualunque cosa
io dica si danno delle regole) e qualunque cosa io faccia? (…..) io sposto
questo posacenere e lo metto lì, è un gioco linguistico? perché? Adesso lo
sposto (qualsiasi movimento è un atto linguistico non può non esserlo) saprebbe
provarlo? Oppure lo dà come principio primo? (….) ha letta la Seconda
Sofistica? Perché lì ci sono delle indicazioni per rispondere a questo quesito
(deve essere una affermazione e quindi dico che è un gioco linguistico non è
detto che sia un gioco linguistico, se io non lo voglio giocare, non lo voglio
accogliere) allora c’è, almeno un gioco che non è un gioco linguistico. CAMBIO CASSETTA ciascuna
affermazione bisogna provarla in modo inconfutabile, se no sembra quasi uno
slogan, può dunque una qualunque cosa essere fuori dal linguaggio? Accordiamo
per il momento che la risposta sia no, abbiamo provato in un paio di circostanze
e non lo rifaremo in questo momento se no perdiamo tutta la nottata, se
qualunque cosa è linguaggio allora se parlo di gioco linguistico mi riferisco
ovviamente al giocare delle parole, al giocare delle parole mosse dalle regole,
che abbiamo visto in altre circostanze essere necessarie, strutturali all’atto
di parola, senza regole non funziona e ciò che si attiene alle regole e anzi
ciò che mette in atto le regole e le pone in essere si chiama esattamente
gioco, che è quella serie di operazioni determinate da regole, così l’abbiamo
definito ora qualunque gioco si giochi, questo gioco è determinato da regole, e
queste regole sono in prima istanza regole linguistiche e senza queste nessun
gioco potrebbe farsi. Per questo parlare di un gioco che non è linguistico, è
come dire che esiste un gioco che non ha come condizione il linguaggio per
potersi fare, è mosso da regole che sono fuori dal linguaggio, quali? (regole
fuori dal linguaggio, soltanto dio può dare queste regole) no, posso farlo
anch’io e meglio di lui, solo che facendolo costruisco un discorso che non è
negabile, non negabile perché ponendo una qualunque cosa fuori dal linguaggio
questa non è sostenibile, non è né sostenibile né non sostenibile, se non è nel
linguaggio, ora detto questo ci resta da compiere un altro passo cioè quello di
porre una distinzione tra (se c’è) tra il gioco inteso in accezione strutturale
come gioco linguistico e i vari giochi che possono crearsi dal nulla, io posso
rivoltare un gioco di qualunque tipo, far rotolare questo posacenere fino a
laggiù, le regole le do io per esempio deve essere lanciato con due dita della
mano sinistra, e a 17 cm dal suolo, e senza rincorsa cioè di regole uno può
inventarsene quante ne vuole, basta che metta delle limitazioni, basta limitare
le possibilità di movimento (basta che io sappia che sono regole, no basta che
tu dica di saperlo ma che tu lo dica e il fatto che tu lo dici sia
implicito……..)
una regola tuttavia che è ignorata da tutti
non è nulla, (se io gioco da solo) non è ignorato da te, c’è almeno una persona
per cui questa regola è tale se no, occorre che ci sia una persona per cui
questa regola valga, almeno uno se non c’è almeno quella questa regola non c’è,
non c’è niente (……..) senza limite non c’è gioco perché il limite è la regola,
che limita una serie di possibili movimenti, azioni, numeri, (anche la poesia è
un gioco, perché il parlare è un gioco) saprebbe dirmi perché? (…….) il fatto
che se io le chiedo cortesemente di darmi una sigaretta io escludo altre cose,
per esempio le chiedo quanti anni ha l’elefante, perché lo esclusa? Perché le
regole mi impongono di escludere certe combinazioni linguistiche, così come il
poker esclude altre combinazioni di carte, già. (che io parli di una cosa
esclude che io parli di un’altra cosa) brava esattamente funziona così. Il
linguaggio già De Saussure, notava che nel linguaggio non vi sono se non
differenze, non ha torto perché il linguaggio non è altro che una serie di
regole di costruzione e di esclusione, questo nient’altro che questo, regole di
esclusione e di costruzione, formazioni di proposizioni di esclusione di
combinazioni, questa è la definizione di linguaggio la più precisa che abbia
mai trovato, e quindi è questo che lo accosta al gioco, che fa del linguaggio
un gioco in atto perché è una continua esclusione e questa esclusione è data da
regole di esclusione, per cui se dico domani ci vediamo alle sette non sto
dicendo che oggi è stata una bella giornata, dico un’altra cosa perché? Ci sono
delle regole di esclusione che mi fanno escludere la seconda proposizione, come
inservibile per l’uso che io ne voglio fare, e se voglio che ci vediamo domani
alle cinque, se dico che oggi è una bella giornata, domani non ci vediamo alle
cinque. Regole di esclusione dunque, la regola è un’esclusione. Come utilizzare
tutto questo nell’ambito del discorso che stiamo facendo e anche in ambito
retorico, costruire un discorso un’argomentazione molto semplice intorno al
gioco perché a partire dal gioco forse è possibile compiere quell’operazione di
cui diceva Cesare e cioè cominciare passo dopo passo a fornire strumenti per
addestrare le persone ad accorgersi in atto che esiste il linguaggio, primo
passo, (il gioco è qualcosa di separato che fa l’uomo quando parla) vedete
anche così di sguincio (sarebbe il passaggio laterale tangente ad un oggetto)
definizione dal Devoto di sguincio: dal toscano conformazione obliqua,
conformazione ad angolo ottuso di una struttura murale….allora utilizzare la
definizione intorno al gioco, forse mostrare ciascun atto all’interno di un
gioco può risultare più semplice e più efficace, forse però bisogna valutare,
il punto essenziale era reperire una definizione il più possibile precisa di
gioco e soprattutto non negabile, così come facciamo spesso creiamo la
definizione che non può negarsi se no, questo termine non può più essere
utilizzato, se neghiamo che il gioco sia l’esecuzione in atto di regole, non
possiamo utilizzare il gioco e dimostrare come il gioco sia un gioco
linguistico strutturalmente, questo è stato l’aspetto primario, poi vediamo se
è possibile utilizzare un’argomentazione del genere, per ciò che si diceva, è
da verificare, l’altra volta ci chiedevamo perché gli umani giocano, abbiamo
risposto perché non possono non farlo, è la risposta più sensata, non possono
non farlo per lo stesso motivo per cui non possono non parlare, non possono non
pensare, non possono cioè trovarsi fuori dal linguaggio, il quale è costruito
in modo tale per cui ciascun significante è connesso a ciascun altro, da regole
di esclusione e di formazione….(la competizione perché non si fermi il gioco)
sì solo che ciò che sfugge è che si tratta di un gioco linguistico e che è per
una struttura linguistica che questo avviene, come diceva Elisabetta è assetato
di potere, sta ponendo in atto un gioco e lo sta compiendo per il solo piacere
di giocare, dicevamo che gli importa fino ad un certo punto né del potere né
del denaro ma soltanto per battere l’avversario …sono sfide ….è una sfida
ciascuna volta, contro altri (lunedì ci siamo interrogati sul termine gioco )
(perifrasi – peri intorno, para – quasi quindi la perifrasi fa un giro di
parole, la parafrasi dice altre cose, cioè usa un altro discorso, un analogia,
l’analogia è una parafrasi, l’allegoria una perifrasi) (un’affermazione che mi
sono trovata a fare che nel gioco è contenuto il piacere, perché se io uso
gioco, qualsiasi gioco io possa fare, comunque è implicito è inerente il
piacere) implicito vuol dire che è implicato necessariamente, mentre inerente
non è implicato necessariamente ma accidentalmente ( è un po’ la questione del
proprio, ciò che fa del gioco il gioco per cui io mi trovo a parlare del gioco
questo implica il piacere) l’aspetto ludico sì, occorre che nelle conferenze ci
sia non solo il gioco ma anche il ludo, cioè l’aspetto movente, divertissement,
(perché non va da sé che si parli di gioco e non di un qualsiasi altro termine)
(potremmo aver inventato anche un altro termine) (se usiamo questa parola come
l’abbiamo imparata, parlando io non posso escludere il piacere) se con piacere
intendiamo ciò che abbiamo definito tempo fa rispetto al linguaggio, definimmo
il piacere se non vado errato come il raggiungimento dell’obiettivo del
linguaggio, il quale obiettivo è la sua prosecuzione, non è nient’altro che
questo….(per questo noi giochiamo sempre giochi nuovi…..) perché, adesso le
pongo un quesito, perché i bimbi in tenera età, adesso non so se le sarà
capitato, chiedono che venga loro raccontato una certa storia infinite volte e
deve essere sempre esattamente la stessa e si accorgono immediatamente se si
inseriscono delle varianti, la ripetizione apparentemente dell’identico, ed è
palesemente un gioco, perché? Un esempio questa del bimbo, ce ne sono
moltissimi come la messa, il rito che si compie sempre immutabile. Sì (come una
cadenza) è un quesito che le pongo per giovedì prossimo lei verrà qua e
risolverà il problema. Va bene grazie e buona notte!
1-7-1999
CONNOTAZIONE
DI GIOCO E DI LUDO (LUDO DIVERTIMENTO- GIOCO NON IMPLICITO IL DIVERTIMENTO)
COSA
COMPORTA L’ASSENZA DI FINALIZZAZIONE?
LA
SODDISFAZIONE IN TERMINI STRUTTURALI È LA FUNZIONE DEL LINGUAGGIO CHE RIPRODUCE
SE STESSO
IL
VIVERE È UNA DECISIONE NON È UN FATTO NATURALE
IL
PIACERE RAGGIUNGIMENTO OBIETTIVO DEL LINGUAGGIO CHE è RIPRODURRE SE STESSO
QUINDI PROSEGUIRE
Necessariamente
il gioco è gioco linguistico, il gioco è un gioco linguistico, e come il
linguaggio sia la condizione per potere produrre qualunque gioco, ma abbiamo
dato una definizione di gioco molto precisa: il gioco non è altro che un
attuarsi di regole di formazione e di esclusione, per cui in teoria parlare di
gioco linguistico è ridondante, il gioco è necessariamente linguistico, parlare
di gioco è parlare di linguaggio, appaiono la stessa cosa. Dicevamo della
regola che è fondamentale, ciò che definisce il gioco. Cos’è una regola
esattamente, da dove viene questa parola? (Rigula) esatto un bastoncino
lineare, la cui radice indica appunto il movimento in linea retta. Già, quindi
ciò che dà la direzione, la direzione che prende il discorso. La questione dei
giochi pare essere di estremo interesse in ciò che stiamo facendo, anche la
considerazione che il linguaggio e il gioco possano essere la stessa cosa, si
tratta di verificare però così come l’abbiamo posta in effetti non sembra ci
sia nessuna differenza fra gioco e linguaggio, parlare di gioco e parlare di
linguaggio potrebbe essere la stessa cosa, come dire che il linguaggio è un
gioco e un gioco è il linguaggio, naturalmente poi nell’uso corrente questi due
significanti hanno assunto connotazioni diverse e quindi connotazioni
differenti, anche se come abbiamo visto l’altra volta originariamente il gioco
era gioco di parola, poi abbiamo distinto fra gioco e ludo, che invece ha una
connotazione differente cioè quella di divertimento, mentre nel gioco no, non
c’è implicito il divertimento, il gioco è appunto il porsi in atto di regole di
esclusione e di formazione. (Di formazione?) sì, anche se effettivamente sono
due cose differenti o sono due aspetti della stessa cosa, la regola di
esclusione e di formazione? Potrebbero essere la stessa cosa, escludendo impone
unicamente una direzione (escludendone altre) e quindi, impone la formazione
unicamente come la direzione che designa, (potrebbe anche parlarsi della
questione della relazione, la regola pone in relazione qualcosa con
qualcos’altro e quindi esclude altre relazioni) sì dicendo che la regola è una
regola di esclusione cioè esclude dei passaggi certo, esclude anche delle
connessioni, delle implicazioni e quindi delle relazioni, (……) allora si diceva
qualunque cosa gli umani facciano comunque è un gioco, gioco in accezione che
stiamo indicando, e che non possono non giocare. La volta scorsa avevamo posto
il quesito un po’ bizzarro, a proposito del gioco e del fatto che ciascuna
volta si cerca nuove regole e quindi nuove restrizioni, mentre si diceva i
bambini cercano la ripetizione dell’identico, così come avviene nella chiesa
cattolica, la messa è identica da quando è stata inventata, però in quel caso
si tratta di controllo e c’è un aspetto che merita di essere considerato e cioè
il controllo sul gioco e cioè che cosa vuol dire? Vuol dire che si esclude la
possibilità di una variante se io conosco perfettamente un gioco, questo in
buona parte perde il suo interesse a meno che non intervengano altri elementi,
buona parte perde il suo interesse, come dire che il controllo totale su un
gioco lo depaupera, lo svilisce eppure da duemila anni c’è questo rito della
messa. Come si struttura un gioco del genere? (non soddisfa, non è il fine) sì
invece soddisfa il desiderio di dio il quale vuole che ogni domenica “farete
questo in memoria di me” la comunione quella storia antica…(non ha raggiunto la
sua perfezione) no, certo, forse questo non incide tanto nella questione, una
ripetizione del gioco, che in effetti soddisfa l’esigenza di ottemperare la sua
volontà, in questo deve essere assolutamente identico, perché la posta in gioco
in questo caso è soddisfare il desiderio di dio, il quale è soddisfatto solo da
questo, perché apparentemente non è fine a se stesso, come ciascun gioco, è
finalizzato alla volontà di dio, mentre nel bambino forse interviene un altro
aspetto, che è quello del controllo del gioco, cioè mette in atto qualche cosa
che gli umani perseguono, per poi abbandonare appena l’hanno raggiunto, appena raggiunto
la padronanza del gioco ecco che allora ne domanda un altro, ma finché non l’ha
raggiunta, lo deve giocare, deve fare esercizio, farsela ripetere per essere
sicuro che sia la stessa, quando l’ha appreso ne chiede un altro esattamente
come avviene per lo più….ma in che modo una elaborazione intorno al gioco può
esserci utile per fare quest’altro gioco che è il diffondere un discorso, per
esempio, quello che andiamo facendo? Cioè fare in modo che le persone possano
accorgersi dell’aspetto giocoso della loro esistenza, questo è difficile è
difficile anche per una sorta di addestramento a pensare il gioco come il ludo,
come un aspetto ludico il quale si opporrebbe invece all’aspetto feriale e
quindi sofferto, di sofferenza. Ciò che attrae nell’aspetto feriale è la
sofferenza come è noto perché si pensa che produca emozioni più forti del
gioco, (l’aspetto ludico non è finalizzato mentre invece l’aspetto feriale è
finalizzato) esatto infatti volevo arrivare proprio lì, il fatto che il
sacrificio è per un domani migliore, oggi soffriamo e poi c’è il paradiso,
dopo….adesso…..cosa comporta l’assenza di finalizzazione nel luogo comune?
(assenza di finalizzazione comporta accogliere le varianti, la finalizzazione
si rivela come rituale nel senso che deve fare un certo percorso…) sì il fare
per….finalizzare qualunque cosa ha a che fare con l’idea che ciò che sta
facendo abbia un senso, che sia fatto per un senso ultimo, e qui c’è tutto
l’aspetto escatologico, il fine ultimo delle cose e quindi la religione…l’ultima
parola dicevamo tempo fa a proposito del discorso religioso, e del fatto che
“risulta necessario” tra virgolette nel pensare comune, riguarda proprio
questo, l’idea che senza un qualche cosa per cui o senza la direzione che
questa stabilisce nel discorso, questo si vanifichi, si annulli , si annulla e
quindi non c’è più la parola, se la parola non è finalizzata è niente, e senza
la parola c’è la morte, la religione salva dalla paura della morte, come è
sempre stato, solo dalla paura che il discorso si fermi, si fermi perché non ha
più una direzione, non ha più il senso appunto, è la fine. Mano a mano che si
procede ci si rende conto che la distanza immane che ci separa dal discorso
comune e da come il discorso comune sia ….forse una delle cose più inquietanti
rispetto a ciò che andiamo facendo e che allontana molte persone fra le altre
cose è l’idea che tutto ciò non abbia un fine, forse qualcuno lo disse ma che
fine ha questo? Dove volete arrivare? A cosa serve? Qual è il fine? Cioè qual è
l’ultima parola verso cui si dirige? Qual è il suo senso? Forse ci sono delle
cose da dire intorno alla struttura del discorso religioso, come struttura del
senso o della sua psicotizzazione ( dell’utilità) sì, perché non è possibile
pensare altrimenti? Cosa lo impedisce? Perché ciascuno è continuamente volto
verso il senso delle cose, il fine delle cose? Curioso. (stavo pensando che
Freud è partito male perché è medico) sì uno può partire male e arrivare bene
(…..) ma non è soltanto il fatto che sia stato stabilito ad un certo punto la
regola di una cosa del genere se permane è perché qualcosa funziona (……..) in
effetti questo discorso, paradossalmente, ha una sorta di immediato, anche se è
mediato dal linguaggio, il linguaggio non è più finalizzato, si diceva l’idea
che il linguaggio possa arrestarsi, la sorgente del discorso religioso, in
effetti questa è la paura, la paura della morte è una figura di questo, se
muoio non vedo più, non parlo più, non provo più le emozioni, (la morte è la
fine per definizione) la fine del discorso, la fine della parola, c’è qualcosa
qui che ancora ci sfugge, forse proseguire lungo la via dell’elaborazione al
gioco può darci qualche elemento in più considerando che gli umani non fanno
altro che giocare ininterrottamente (gioco competitivo pare più divertente del
gioco di parola che è serissimo) il fatto che giochino ininterrottamente ha dei
risvolti cioè il fatto che qualunque cosa faccia in effetti è finalizzata al
gioco, forse qui sta l’inghippo, se voi riflettete bene, qualunque gioco, potremmo
anche pensarlo come finalizzato, un gioco è finalizzato alla vincita, o alla
soddisfazione, se uno fa un solitario anche qui c’è quasi sempre una vincita
lui vincerà contro se stesso, anche nel gioco della messa c’è una vincita se io
seguo la messa, vinco la benevolenza di dio. Proviamo a riflettere se c’è
qualcosa di strutturale nella finalizzazione dei giochi, il fatto che un gioco
sia finalizzato alla soddisfazione per esempio…forse il termine finalizzazione
qui è fuorviante però possiamo utilizzarlo per il momento poi vedremo, a che
cosa punta il gioco? Alla soddisfazione. E la soddisfazione? Stavo considerando
se c’è qualcosa di strutturale nella soddisfazione ma possiamo chiamarla così,
chiusura del gioco, la soddisfazione è la conclusione del gioco? Potrebbe
esserlo anche se uno perde, quando il gioco è concluso? Certo il fatto di
essersi attenuti alle regole conduce alla conclusione del gioco, il quale non
può non avere una conclusione, esattamente come un discorso, un discorso è
concluso, chiaramente questa conclusione non chiude ma rilancia così come il
termine del gioco apre a un altro gioco, tuttavia continua a sfuggirci qualche
cosa , cosa ci sfugge? (io vedo solo analogie, qualcosa che fuoriesce e resta
vuoto ma deve riempirsi di nuovo e quindi il questo è come quello) dicevamo
tempo fa che c’è una soddisfazione nel linguaggio però che cosa intendiamo con
soddisfazione? Che cosa è soddisfatto? Ciò che è soddisfatto è ciò che ha
adempiuto la sua funzione, e quando il linguaggio adempie alla sua funzione?
Quando riproduce se stesso. Quindi è soddisfatto della sua autoriproduzione. La
mia soddisfazione ponendola in termini strutturali non è altro che il porsi in
atto della funzione del linguaggio la quale è riprodurre se stessa, quindi è
soddisfatto se si riproduce, non può non riprodursi e quindi non può non essere
soddisfatto. Ora si tratta di elaborare il passaggio che conduce da questo
aspetto strutturale del discorso, della parola, del linguaggio, al discorso
religioso, che invece immagina la soddisfazione in un altro modo, non la
considera strutturale, perché ponendo la questione in questi termini, come dire
che attenendosi a questo discorso che andiamo facendo non è possibile non
essere soddisfatti. Il discorso religioso che cosa fa invece? Come e dove pone
la soddisfazione? (nella riproduzione dell’identico) forse c’è qualcosa in più
perché pare essere posta in relazione al senso ultimo, una cosa è soddisfatta
se soddisfa le condizioni dettate dal senso continuo delle cose poste lì per questo
scopo e questo renderebbe conto del fatto che le cose hanno un’importanza
(dicevo) se finalizzate a qualcosa, se no, non hanno nessun valore (delimitare
un senso) CAMBIO CASSETTA però bisogna riflettere ancora e meglio sulla
finalizzazione del gioco, il fatto che ciascun gioco è finalizzato alla
soddisfazione cioè al porsi in essere, atto della sua funzione, che è quella di
giungere ad un certo punto (….) (gioco fine a se stesso e quindi alla sua
produzione, finalizzato ad altro cioè a qualcosa fuori dalla parola, il gioco
fine a se stesso da maggiore soddisfazione il gioco, finalizzato è quello per
cui occorre il sacrificio per poterlo raggiungere) sì prendiamo il luogo comune
più comune, “lavoro (dice uno) lavoro per mantenermi, quindi il lavoro che faccio
è per la mia sussistenza” questo è un discorso piuttosto diffuso, troverete
pochi che vi diranno che lavorano per il puro piacere di farlo, non sono
tantissimi, la più parte lo fa per mantenersi, obiettivo legittimo ma questo
fine appare un fine importante, il fatto che mantenersi non è necessario nel
senso che la propria esistenza non è affatto necessaria, se io decido di
mantenerla, la mia esistenza, non è una cosa “naturale” mettiamola così adesso
usiamo questi termini, un po’ bizzarri, è una decisione, “io decido in questo
senso” se io considero invece la mia esistenza necessaria questa è finalizzata
in qualche modo nella fantasia, però, finalizzata a che cosa? al mio piacere,
al mio divertimento. No non mi soddisfa questa cosa, no c’è qualcosa che sfugge
in tutto questo, come se stessimo girando in tondo intorno a qualcosa, qualcosa
però di importante che riguarda il gioco, certo se uno considera l’esistenza
degli umani necessaria allora è necessario mantenere la questione di prima,
comporterebbe qualche variante invece pensare che la propria esistenza non è
affatto necessaria, la si mantiene per il piacere per il gusto di fare alcune
cose, comporterebbe qualche variante, o sarebbe immediatamente la stessa cosa?
Cesare che cosa direbbe così di primo acchito? (se non fosse necessaria ci
sarebbe la morte) può essere, però non la porrei in questi termini, vede,
poniamola così in termini retorici nel senso che se la mia esistenza non è
necessaria e quindi io decido di tenerla in piedi, questa decisione che io
prendo è una mia responsabilità, non è che la mantengo perché deve essere così,
può non essere affatto così, come dire che io sono responsabile del fatto che
mantengo la mia esistenza attiva, attivata e non la disattivo. (però se io non
la accettassi, se io la ritenessi non necessaria?) non possiamo fare niente,
non la ponevo in termini di alternativa ma proprio in termini strutturali, di
decisione (una variante del discorso che facciamo adesso….mi sono trovata ad
immaginare che una notizia non facesse notizia, è quasi inimaginabile non
tenere conto di uno spettacolo che interviene, mi interrogo sul mondo che mi
avrebbe circondata se questa notizia non fosse più stata una notizia se la
morte intervenisse nel discorso come un qualsiasi altro accidente che possa
capitare, tra l’altro uno dei più prevedibili) da quando Aristotele ha
stabilito che tutti gli umani sono mortali (cioè si può immaginare ma ci si
ritrae da questa connessione, perché è una connessione immaginare che la morte
sia la cosa più….) potrebbe portare alla sinistra connessione con il discorso
dei cinici, e in parte degli stoici, la vita non ha un senso e quindi io la
tolgo, me la tolgo, non ha un senso ma non ha un senso neanche la morte, e
questo ci allontana immediatamente da la posizione stoica, però forse può
essere importante una cosa del genere e cioè il fatto che il vivere è una
decisione, non è un fatto naturale, quindi la vita perde tutta la sacralità,
tutta….certo i più timorosi potrebbero dire che tutto questo è una catastrofe (al
momento che cade l’emozione legata a una storia, a una tragedia, qualsiasi cosa
cada, cade questa impalcatura, questa costruzione …il resto è completamente
libero di circolare, di andare dove vuole) come se considerassi la mia stessa
esistenza effetto di un discorso e nient’altro che questo, quindi certo il
fatto che io esista è strettamente legato al discorso e come il discorso è un
gioco, come la stessa esistenza, la stessa vita. Può essere arduo considerare
in questi termini (quello che ripropone l’olocausto, se non interessasse più
non ci sarebbe neanche più la paura dell’olocausto) (la responsabilità per
esempio fra gioco e lavoro quello che si cerca di fare è di togliere il gioco,
cioè qualcosa non è più gioco, ma se qualcosa non è più gioco non sono più
responsabile, è come se la finalizzazione togliesse la responsabilità, per cui
da qualcosa io dipendo, subisco la direzione, nel gioco fine a se stesso io
sono responsabile) sì certo toglie la responsabilità il fine, come riuscire a
costruire questo discorso ponendolo in termini strutturali? Non negabili, la
prima parte c’è….sì la responsabilità è sicuramente un aspetto importante,
bisogna intendere perché gli umani cercano l’assenza di responsabilità,
potrebbe essere ciò che si diceva tempo fa rispetto al discorso religioso, dire
che se non c’è la responsabilità allora il discorso prosegue, il discorso
religioso garantisce il senso e quindi il fine e quindi il fatto che il
discorso possa proseguire, se ha un fine. Certo ha un fine comunque ma il fine
è se stesso, sta qui lo scivolamento. Sta qui solo che è una montagna di
proporzioni bibliche (se c’è il fine automaticamente c’è l’ordine) sì certo
segue (il discorso religioso non può ammettere che le cose abbiano un senso,
non può ammettere che il gioco sia fine a se stesso) quale direzione propone di
elaborazione (………) ma in parte la questione si dissolve da sé, in quanto
nessuna finalizzazione non è provabile in nessun modo, è sempre necessariamente
gratuita.
1 Luglio 1999
La volta scorsa
abbiamo visto come necessariamente il gioco è gioco linguistico, e come il
linguaggio sia la condizione per potere produrre qualunque gioco. Avevamo anche
dato la definizione di gioco molto precisa. Chi se la ricorda?
Intervento...............................
Sì, il gioco non è
altro che l'attuarsi di regole di formazione e di esclusione, nient'altro che
questo. Per cui, in teoria, parlare di gioco linguistico è ridondante, perché
il gioco è necessariamente linguistico, parlare del gioco è parlare del
linguaggio. Appaiono la stessa cosa.
Dicevamo della regola
che è fondamentale, ciò che definisce il gioco. Cos'è una regola
fondamentalmente? Da dove viene questa parola?
Intervento...........................
Sì, esatto. Un
bastoncino lineare. Sì, la cui radice greca appunto indica il movimento in
linea retta, quindi ciò che dà la direzione. Direzione che prende il discorso.
La questione dei giochi pare essere di estremo interesse in ciò che stiamo
facendo, anche la considerazione che il linguaggio ed il gioco possano essere
la stessa cosa. Si tratta di verificare, però così come li abbiamo posti, in
effetti, non sembra che ci sia nessuna differenza fra gioco e linguaggio,
Parlare del gioco e parlare del linguaggio potrebbe essere la stessa cosa.
Dire che il gioco è il
linguaggio e il linguaggio è il gioco. Naturalmente poi nell'uso comune questi
due significanti hanno assunto connotazioni diverse e quindi denotazioni
differenti, anche se, come abbiamo visto l'altra volta, il gioco
originariamente era il gioco di parola, infatti abbiamo distinto tra il gioco
ed il ludo che ha invece una connotazione differente cioè quella di
divertimento, mentre nel gioco no, non c'è implicito il divertimento. Il gioco
non è appunto altro che il porsi in atto di regole di esclusione e di
formazione. Anche se, effettivamente, sono due cose differenti o sono due
aspetti della stessa cosa? La regola di esclusione e di formazione, potrebbero
essere la stessa cosa, escludendo impone unicamente una direzione escludendone
altre e, quindi, impone la formazione unicamente con la direzione che designa.
Intervento: La regola
pone in relazione qualcosa con qualcos'altro, quindi esclude altre relazioni.
Sì, dicendo che la
regola è dell'esclusione esclude dei passaggi, esclude quindi necessariamente
delle connessioni, delle implicazioni, quindi delle relazioni.
Intervento........................
Allora si diceva che
qualunque cosa gli umani facciano o non facciano comunque è un gioco. Gioco
nell'accezione che andiamo indicando, e che non possono non giocare. La volta
scorsa abbiamo posto un quesito un po' bizzarro a proposito del gioco, a
proposito del fatto che ciascuna volta si muove cercando nuove regole, altre
costrizioni mentre, si diceva, i bambini chiedono la ripetizione dell'identico
così come avviene anche nella chiesa cattolica, per esempio, la messa è
identica da duemila anni, da quando è stata inventata.
In quel caso si tratta
di un controllo, c'è un aspetto che forse merita di essere considerato e cioè
il controllo sul gioco. Cosa vuol dire? Vuol dire che si esclude la possibilità
di una variante. Se io conosco perfettamente un gioco questo gioco in buona
parte perde di interesse a meno che non intervengano altri elementi però in
buona parte perde il suo interesse.
Come dire che il controllo
totale sul gioco lo depaupera in qualche modo, lo svilisce. Eppure da duemila
anni c'è questo rito della messa sempre identica. Perché? Come si struttura un
gioco del genere?
Intervento: Però un
gioco non è finito in sé. Il fine del gioco è qualcosa a cui nessuno è ancora
arrivato.
C'è la soddisfazione
del desiderio di Dio, che è qualcosa che lui vuole, che ogni domenica si
ripete: "Farete questo in mio ricordo".
Intervento: Sì, però
non ha raggiunto la perfezione, non è ancora arrivato a Dio.
No, certo ma forse
questo non include tanto nella questione della ripetizione del gioco che
soddisfa l'esigenza di ottemperare ad una sua volontà. In questo deve essere
assolutamente identico, perchè la posta in gioco in questo caso è soddisfare il
desiderio di Dio il quale è soddisfatto solo da questo. Perché apparentemente
non fine a sé stesso come ciascun gioco, è finalizzato alla volontà di Dio.
Mentre nel bambino
interviene un altro aspetto che è quello del controllo del gioco, cioè mette in
atto qualcosa che gli umani perseguono per poi abbandonare non appena l'hanno
raggiunto così come fanno i bambini.
Appena raggiunta la
padronanza del gioco ecco che allora ne domanda un altro, ma finché non l'ha
raggiunta deve fare esercizio, farselo ripetere per essere sicuro che sia lo
stesso, quando l'ha appreso ne chiede un altro, come avviene per tutti gli
umani.
Ma, in che modo
l'elaborazione intorno al gioco può esserci utile per fare quest'altro gioco
che è il diffondere quello che andiamo facendo? Cioè che le persone possano
accorgersi dell'aspetto giocoso della loro esistenza. Questo è difficile.
Difficile anche per una sorta di addestramento a pensare il gioco come un
aspetto ludico il quale si opporrebbe invece ad un aspetto feriale e quindi
sofferto dell'esistenza. Ciò che attrae nell'aspetto feriale è la sofferenza,
com'è noto, perché si pensa che produca emozioni più forti del gioco,
generalmente.
Intervento: Il gioco
non è finalizzato mentre la questione feriale, il lavoro per esempio, è
finalizzato.
Il fatto che il
sacrificio è per un domani migliore, oggi va così ma poi c'è il paradiso
Elisabetta soffre ma poi andrà in Paradiso.
Intervento: come se
l'assenza di finalizzazione rendesse tutto leggero mentre finalizzando...
Ecco, cosa comporta
l'assenza di finalizzazione?
Intervento: L'assenza
di finalizzazione significa anche accogliere la variante, perché in effetti
l'assenza di finalizzazione non impone una direzione. La finalizzazione, la
messa da seguire come una specie di rito liturgico, si evidenzia come rituale,
deve rispettare un certo percorso in cui non possono accadere delle varianti.
Finalizzare qualunque
cosa ha a che fare con l'idea che ciò che si sta facendo abbia un senso, sia
fatto per un senso ultimo e qui c'è tutto l'aspetto escatologico del fine
ultimo delle cose e quindi della religione, l'ultima parola. Dicevamo tempo fa
a proposito del discorso religioso e del fatto che risulti necessario fra
virgolette nel pensare comune riguarda proprio questo: l'idea che senza la
direzione prestabilita del discorso questo si vanifichi, si annulli e quindi
non c'è più la parola, se la parola non è finalizzata è niente e senza la
parola è la morte. La religione salva dalla paura della morte, cioè dalla paura
che il discorso si fermi, si fermi perché non ha più una direzione, non ha più
il senso a quel punto, cioè il fine.
Mano a mano che si
procede ci si accorge della distanza immane che ci separa dal discorso comune.
Forse una delle cose
più inquietanti rispetto alle cose che andiamo facendo e che allontana
ovviamente molte persone è l'idea che tutto ciò non abbia un fine come abbiamo
già detto in altre occasioni, anzi forse qualcuno lo disse esplicitamente
"che senso ha tutto questo? Dove volete arrivare, a cosa serve, qual'è il
fine?" Forse ci sono ancora delle cose da dire intorno alla struttura del
discorso religioso, come struttura del senso o della sua psicotizzazione.
Intervento; Forse
dovremmo parlare dell'utilizzazione di tutto questo.
Perché non è possibile
pensare altrimenti? Cosa lo impedisce? Perché ciascuno è continuamente volto
verso il senso delle cose, il fine delle cose? È curioso.
Intervento....................................
Ma non è soltanto il
fatto che sia stato stabilito ad un certo punto da qualche malevolo una cosa
del genere, se permane è perchè funziona.
Intervento: Come
dicevamo l'altra volta dà la sensazione di essere come degli animali, la
questione del togliere le emozioni conduce a qualcosa di irriconoscibile.
Sì, in effetti, porta
ad una sorta di immediatezza, paradossalmente, il linguaggio non è più
finalizzato.
Si diceva dell'idea
che il linguaggio possa arrestarsi, come sorgente del discorso religioso, in
effetti questa è la paura, la paura della morte, la figura, se muoio non vedo
più, non parlo più, non provo più emozioni.
Intervento: La morte è
la fine per definizione.
La fine del discorso,
la fine della parola. C'è qualcosa che ancora ci sfugge. Forse proseguire però
lungo la via dell'elaborazione intorno al gioco può darci qualche elemento in
più, considerando che gli umani non fanno altro che giocare, ininterrottamente
Intervento: Sembra
però che il gioco di parola per gli umani, paradossalmente, sia serissimo.
Il fatto che giochino
ininterrottamente ha dei risvolti, cioè il fatto che qualunque cosa faccia è
finalizzata al gioco, forse è qui che sta l'inghippo. Se voi riflettete bene,
potremmo pensare qualunque gioco come finalizzato, il gioco è finalizzato, alla
rivincita o alla soddisfazione. Se uno fa un solitario ha la rivincita contro
se stesso, però è sempre una vincita, anche nel gioco della messa c'è una
vincita, se io seguo la messa vinco la benevolenza degli dei, del Dio in questo
caso diciamo.
Proviamo a riflettere
se c'è qualcosa di strutturale nella finalizzazione del gioco, cioè del fatto
che il gioco sia finalizzato a che cosa? Alla soddisfazione, in prima istanza.
Forse il termine finalizzazione è qui un po’ fuorviante però possiamo
utilizzarlo per il momento, poi vedremo.
A cosa punta il gioco?
Alla soddisfazione. E la soddisfazione?
Intervento: La
soddisfazione ha in se questo elemento della fine.
Stavo considerando se
ha in se qualcosa di strutturale la soddisfazione, adesso usiamo questi
termini, ma che propriamente nella realtà, possiamo chiamarla così, la
conclusione del gioco. La soddisfazione è la conclusione del gioco? Potrebbe
esserlo, anche se uno perde. Quando il gioco è concluso?
Intervento: La regola
stavo pensando. Giocando ci sarà un vincitore ed un perdente ma è la regola che
stabilisce questo.
Certo, il fatto si essersi
attenuti alle regole conduce alla conclusione del gioco, il quale non può non
avere una conclusione, esattamente come un discorso, un discorso viene
concluso, generalmente questa conclusione non chiude ma rilancia, così come il
termine del gioco apre ad un altro gioco. Continua a sfuggirci qualcosa, cosa?
Intervento
..............................
Intervento: Però
potrebbe anche essere il fatto che si raggiunge il piacere e, d'accordo, un
gioco è concluso. Tu ne puoi giocare un altro ed ovviamente non è lo stesso
gioco, con le parole puoi giocare lo stesso gioco però per avere una
conclusione più felice, più soddisfacente.
Intervento: c'è sempre
un più soddisfacente.
Si diceva già tempo fa
che c'è una soddisfazione nel linguaggio però cosa intendiamo con
soddisfazione? Che cosa è soddisfatto? Ciò che è soddisfatto è ciò che ha
adempiuto alla sua funzione. Quando il linguaggio adempie alla sua funzione?
Quando riproduce se stesso, quindi è soddisfatto dalla sua autoriproduzione,
quindi la soddisfazione ponendola in termini strutturali non è altro che il
porsi in atto della funzione del linguaggio che poi è riprodurre se stesso,
quindi è soddisfatto se si riproduce. Non può non riprodursi quindi non può non
essere soddisfatto.
Ora si tratta di
elaborare il passaggio che conduce questo aspetto strutturale del linguaggio
dalla parola al linguaggio al discorso religioso che invece immagina la
soddisfazione in un altro modo, non la considera strutturale. Perché porre la
questione in questi termini vuol dire che attenendosi a questo discorso che
andiamo facendo non è possibile non essere soddisfatti.
Intervento: è insito
nel parlare.
Sì. Il discorso
religioso che cosa fa invece? Come e dove pone la soddisfazione?
Intervento..............................
Forse c'è qualcosa in
più perché pare essere posto in relazione al senso ultimo. Una cosa è
soddisfatta se soddisfa le condizioni dettate dal senso ultimo delle cose. Le
cose hanno importanza se finalizzate a qualcosa sennò non hanno nessun valore.
Intervento:
Finalizzate però significa anche porre un fine, un confine. Si tratta
effettivamente di limitare, le cose hanno un senso ultimo, ma qual'è il compito
di un senso ultimo? Quello di limitare, di dare una direzione. Sì. C'è una
sorta di divisione fra ciò che deve essere prevedibile, cioè ciò che è
finalizzato e, invece, l'imprevedibile lasciato al ludo, al gioco nel senso
ludico.
Intervento: il
razionale e l'irrazionale. Le solite due questioni
Sì però bisogna
riflettere ancora meglio sulla questione della finalizzazione del gioco. Il
fatto che ciascun gioco è necessariamente finalizzato alla soddisfazione, cioè
al porsi in essere della sua funzione, che è quella di giungere ad un certo
punto.
Intervento: Ad esempio
una riforma qualunque essa possa essere cioè come limite come fine, tutto ciò
che produce per questo fine è qualcosa che ha già un senso in sé, perché tutto
questo operare, questo dire che è finalizzato per ottenere quel fine è già
preposto prima di argomentare tutte le cose, la discussione intorno alla
riforma del sistema pensionistico italiano, per esempio, Il fine c'è allora
tutto questo argomentare che si fa ha un senso perché è stato stabilito un
fine.
Questo argomentare ha
un fine secondo il luogo comune.
Intervento: Quando
qualcosa non è finalizzato si dice che è fine a se stesso, un gioco fine a se
stesso , come dire che invece ciò che non è fine a se stesso è finalizzato ad
altro, per esempio la questione che esista qualcosa fuori dal linguaggio che è
finalizzato ad altro, nel modo che l'intendiamo noi è finalizzato a sè stesso.
Intervento: sì, però
quello più accattivante per il luogo comune è quello finalizzato.
Intervento: No, no. È
quello per cui la persona si sacrifica.
Sì, prendiamo il luogo
comune più comune. Lavoro per mantenermi, quindi il lavoro che faccio alla
Banca lo faccio per la mia sussistenza. Questo è un discorso piuttosto diffuso.
Troverete pochi, tutto sommato, che lavorano per il puro piacere di farlo, non
sono tantissimi, la più parte lo fa per mangiare, obbiettivo legittimo, ma
questo fine appare un fine importante. Il fatto è che mantenersi non è
necessario, nel senso che la propria esistenza non è affatto necessaria. Se io
decido di mantenerla non è una cosa naturale, mettiamola così adesso usiamo
questi termini, è una decisione, bisogna decidere in questo senso. Se considero
invece la mia esistenza necessaria allora questa è finalizzata in qualche modo
nella mia fantasia. Finalizzata a che cosa? Al mio piacere, al mio
divertimento. No, non mi soddisfa, c'è qualche cosa che disturba, è come se
stessimo girando intorno a qualcosa, qualcosa però di importante che riguarda
il gioco.
Certo se uno immagina
l'esistenza degli umani necessaria allora si pone come necessario il mantenerla
e siamo alla questione di prima. Comporterebbe qualche variante invece pensare
che la propria esistenza non sia affatto necessaria? La si mantiene per il
piacere, per il gusto di fare alcune cose, comporterebbe qualche variante?
Sarebbe esattamente la stessa cosa. Cesare, cosa direbbe così d'acchito?
Intervento: Diciamo
che se non fosse necessaria ci sarebbe la morte.
Può darsi, però non la
porrei in questi termini. La ponevo in termini retorici, nel senso che se la
mia esistenza non è necessaria e, quindi, io decido di tenerla in piedi questa
decisione che io prendo è di mia responsabilità, non è che la mantengo perché
deve essere così, non deve essere affatto così. Come dire che io sono
responsabile del fatto che io mantengo la mia esistenza attivata, e non la
disattivo.
Intervento: però se io
non la accettassi? La ritenessi non necessaria?
Sono affari miei.
Adesso non la ponevo in termini alternativi ma strutturali, di decisione.
Intervento: ho sentito
una notizia questa al telegiornale riguardo ad una cabina di una funivia che è caduta,
ci sono venti morti, Mi sono chiesta che mondo sarebbe quello in cui questa
notizia non fosse più una notizia, se la morte intervenisse nel discorso come
qualsiasi altro accidente accadibile.
Tra l'altro il più
prevedibile.
Intervento: pare quasi
un mondo in cui è possibile immaginare la morte ma da cui ci si ritrae, ci si
ritrae dalla connessione.
Potrebbe portare ad un
discorso come quello dei cinici ed in parte quello degli stoici, la vita non ha
alcun senso e, quindi, io la tolgo. Ma non ha un senso neanche la morte e
questo allontana immediatamente dalla posizione stoica. Però forse può essere
importante una cosa del genere, il fatto che dipenda da una mia decisone la mia
esistenza, non è un fatto naturale, quindi la vita perde tutta la sacralità.
Certo i più timorosi
potrebbero intravedere in tutto questo una catastrofe.
Intervento: Sì perché
il gioco dà illusione. intento m'illudo di vincere, il gioco fa sentire qualche
cosa
Intervento...........................
Come se considerassi
la mia stessa esistenza un effetto del discorso, nient'altro che questo. Quindi
certo, il fatto che io esista è esattamente legato al discorso e come il
discorso è un gioco la stessa esistenza. Può essere arduo considerarla in
questi termini.
Intervento...................................
Intervento..........................................
Bisogna riuscire a
costruire tutto questo discorso ponendolo in termini strutturali. La prima
parte c'è.
Sì la responsabilità è
sicuramente un aspetto importante anche se bisogna intendere bene perché
cerchino l'assenza di responsabilità. Potrebbe essere ciò che si diceva tempo
fa rispetto al discorso religioso, se non c'è responsabilità allora il discorso
procede.
Intervento........................
Sì, certo però il discorso
religioso garantisce il senso e, quindi, il fine e, quindi, il fatto che il
discorso possa proseguire se ha un fine. Certo, ha un fine comunque, il fine è
se stesso, da qui lo scivolamento.
È tutto qui solo che è
una montagna di proporzioni bibliche.
Intervento: È un po'
come il discorso religioso che non può ammettere che le cose non abbiano un
senso. Non può ammettere che il gioco sia fine a se stesso. Ci deve essere pure
un senso.
Quale direzione
propone Sandro? Quale direzione di elaborazione?
Intervento: mi viene
più semplice in questo momento porla in termini non strutturali.
In parte la questione
si risolve da sè in quanto qualunque finalizzazione non è provabile in nessun
modo, è sempre necessariamente gratuita.
Intervento:
Probabilmente anche la finalizzazione è un gioco fine a se stesso.
Però fare un discorso
così ad una persona che non ha nessuna informazione circa le cose che andiamo
dicendo resta paralizzata, ammutolita, non sa cosa obiettare ma non è affatto
persuasa neanche convinta. C'è come una sorta di sbarramento, non si riesce
neanche a pensare una cosa del genere.
Intervento: la stessa
costruzione che ha permesso la costruzione di questo Dio. Questo Dio che fa
tutto e che deresponsabilizza.
La direzione in cui
andare è questa: la deresponsabilizzazione segue alla necessità che qualcosa
stabilisca un senso ultimo delle cose e che il discorso non muoia e che non
muoia nemmeno io, ma direi di più perché il discorso non muoia. Però di fatto
non può morire in nessun modo e, quindi, come mai un pensiero del genere? E lì
il fondamento di tutto il pensiero occidentale, nasce di lì.
Intervento...............................
Va bene, ci vediamo
giovedì prossimo.
8-7-1999
La
scrittura di un testo sui giochi linguistici
Costruire
la premessa che non sia negabile
La
premessa non negabile è fatta di regole che escludono che il gioco non possa
non essere un gioco linguistico
Premessa:
le regole che costruiscono il gioco non possono non essere che regole
linguistiche, regole che non sono altro che istruzioni, dicono in quale
direzione andare e in quale no, una regola non è altro che una istruzione di
esclusione cioè dice che cosa è escluso, che cosa quindi non è utilizzabile per
quel gioco.
Mostrare
che il linguaggio può costruire tutti i giochi solo un gioco che lo escluda non
può costruire o meglio può affermare che è costruibile ma questa affermazione è
negabile, cioè è formulabile, infatti lo stiamo dicendo ma non è praticabile
perché questo gioco non è giocabile, è autocontraddittorio.
Un
gioco è una combinazione di elementi messa in piedi da regole di esclusione
Ciò
che impedisce di poter accorgersi che è un gioco è non avere gli strumenti per
potere reperire le regole
Considerare
soprattutto questo gioco linguistico, questo gioco teorico e che le conclusioni
a cui giunge non occorre crederle ma attenercisi per poter continuare a giocare
questo gioco
Il
gioco è fine a sé stesso, questa è la sua finalità
Il
fatto che sia fine a sé stesso comporta l’obiettivo, l’obiettivo è la sua
soddisfazione, la soddisfazione è ciò che soddisfa il linguaggio, ciò che
soddisfa il linguaggio è la sua prosecuzione per cui la sua insoddisfazione è
strutturalmente impedita
L’insoddisfazione
interviene laddove sia cercata la soddisfazione in qualcosa fuori dal
linguaggio, perché l’oggetto non risponde alle aspettative del linguaggio che è
quella di riprodurre sé stesso
Siamo
al punto in cui occorre scrivere un testo intorno ai giochi linguistici, dal
momento che la Seconda Sofistica si occupa propriamente degli atti linguistici,
dell’atto linguistico in sé. Dei giochi linguistici avevo cominciato a scrivere
in quello scritto che avevo chiamato procedure, che è tutto da rivedere, da
riconsiderare, uno scritto sui giochi linguistici, tenendo conto che ciò che c’è
in circolazione è abbastanza ridicolo. Come si comincia a scrivere un testo
così fatto? Da dove si comincia? Da una definizione intanto. Abbiamo detto
tante volte che quando si legge un testo questo testo muove da una
considerazione e poi da lì procede. Però questa considerazione il più delle
volte risulta assolutamente risibile e non sostenibile, quindi si tratta di
muovere da una considerazione che risulti invece non negabile, più che una
definizione direi una considerazione. Se io affermo che un gioco linguistico
non è altro che la messa in atto delle regole di cui è fatto, dico qualcosa di
arbitrario o di necessario? È una questione che merita di essere discussa nella
Seconda Sofistica muovo da una considerazione necessaria, e cioè che qualunque
cosa faccia questo è un atto linguistico, faccia o non faccia. Questa
definizione di gioco linguistico è altrettanto necessaria? Oppure no? Questa è
una questione molto importante, dal momento che è da questa che poi muoveremo
per l’elaborazione di un testo sul gioco. Naturalmente dicendo che è la messa
in atto di regole di cui è fatto, dobbiamo fornire una nozione rispetto a ciò
che intendiamo con regola. Come ci si muove in questi casi, intanto direi,
porre l’accento sul fatto che il gioco è necessariamente linguistico, come
abbiamo fatto l’altra volta o la precedente, mostrando che un gioco è
necessariamente un gioco linguistico e quindi perché sia un gioco occorre che
ci siano delle regole, necessariamente, queste regole al pari non possono che
essere regole linguistiche, regole quindi che non sono altro che delle
istruzioni, dicono in quale direzione andare e in quale no, una regola non è
altro che una istruzione di esclusione cioè dice che cosa è escluso, che cosa
quindi non è utilizzabile per quel gioco. A questo punto abbiamo costruito una
“premessa” tra virgolette, sufficientemente robusta e difficilmente negabile,
da cui cominciare a muovere per l’elaborazione intorno al gioco linguistico.
Dovremo inizialmente e sicuramente muovere da questioni teoriche cioè mostrare
quali giochi il linguaggio può costruire e quali no, mostrando come il
linguaggio possa costruire qualunque gioco, tranne un gioco che lo escluda,
cioè che escluda il linguaggio, qualunque gioco può farsi tranne quello. Questo
direi che è la regola fondamentale del gioco linguistico che appunto può fare
qualunque costruzione ma un gioco che prevede l’esclusione del linguaggio non è
giocabile, come dire che può formularsi certo, lo stiamo dicendo, ma non è
praticabile non è giocabile, è autocontraddittorio. Quando noi dicevamo del
paradosso, il paradosso è una proposizione che non è giocabile all’interno di
quel gioco, viene esclusa, non è praticabile e quindi non può farsi quel gioco
semplicemente, può enunciarsi ma non farsi perché una volta enunciato si
arresta, è autobloccante, quindi una discussione intorno alla struttura del
gioco linguistico, è chiaro che è un modo per approcciare molte cose affermate
nella Seconda Sofistica in modo più soft pure inserendo delle questioni
teoriche chiaramente, a questo punto fornito un impianto teorico solido, si può
passare a considerare la struttura dei vari giochi che il linguaggio può
costruire e come di fatto qualunque cosa il linguaggio costruisca e tutto ciò
che è costruito necessariamente dal linguaggio sia un gioco, sia un gioco, vale
a dire una combinazione di elementi messa in piedi da regole di esclusione. Qui
si affronta un aspetto più retorico, perché potremmo fare degli esempi, anche i
giochi che sono ritenuti più reali, più lontano dal gioco, di fatto sono dei
giochi che hanno delle regole, ciò che impedisce di accorgersi che sono dei
giochi è non avere gli strumenti per potere reperirne le regole. L’altra volta
dicevo della propria sussistenza, che ciascuno badi alla propria sussistenza è
un luogo comune è assolutamente condiviso, è uno dei luoghi comuni più
accreditato tuttavia la sussistenza di ciascuno non è necessaria, la vita
potremmo dire non è necessaria, è assolutamente arbitraria, il fatto di
considerarla necessaria è tale all’interno di un certo gioco che ha delle
regole, quali regole? Una di queste è quella che stabilisce che la vita è
sacra, ad esempio, in particolare la propria, è cioè il bene supremo, per
potere stabilire una cosa del genere occorre che all’interno di questo gioco ci
siano delle regole che stabiliscono una scala di valori. Una volta stabilite
queste regole si gioca questo gioco. Qualcuno potrebbe domandare chi ha
inventato questi giochi? Parrebbe nessuno. Quindi il fatto di chiamarli giochi
sposta soltanto la questione ma di fatto tutto rimane immutato? non
esattamente, non si tratta di stabilire chi è ha inventato questi giochi, ma di
considerare che non possono essere altro che giochi, è questa la questione
centrale, se abbandoniamo questo ci troviamo esposti a ogni obiezione, questo
aspetto deve essere più consolidato se mai fosse possibile, in ogni caso sempre
ribadito, non è possibile che sia altrimenti, cioè qualunque atto è
necessariamente un atto linguistico e insistere sul fatto che non è possibile
provare il contrario, in nessun modo. Incominciare a porre la questione come un
gioco, può essere di qualche utilità dicevamo l’altra volta, forse muovendo dal
considerare in prima istanza che anche questo è un gioco, quello che stiamo
facendo, questo gioco teorico, mostrando per esempio che ciò cui giunge, cioè
le conclusioni cui giunge non costituiscono qualcosa a cui occorra credere ma
semplicemente qualcosa cui occorre attenersi per poter continuare a fare questo
gioco, per poterlo praticare, forse facendo questo esempio e mostrando come è
costruito questo gioco e come quindi di fatto ciò cui giunge non è né credibile
né non credibile ma è semplicemente ciò che consente di proseguire il gioco,
forse è possibile avvicinare le persone a pensare che oltre a questo forse
anche altri giochi hanno la stessa struttura. Altra questione cui occorre
tenere conto nello scritto sui giochi è la sua finalità, il gioco è fine a sé
stesso. L’abbiamo detto in varie occasioni, né possiamo dire altrimenti, il
fatto che sia fine a se stesso però comporta che ci sia un obiettivo, e
l’obiettivo è la soddisfazione, la soddisfazione non è altro che ciò che
soddisfa il linguaggio, e ciò che soddisfa il linguaggio è il suo
proseguimento. Per cui dicevamo che ponendo la questione in questi termini la
sua insoddisfazione è strutturalmente impedita. Perché ci sia insoddisfazione è
necessario che la soddisfazione sia cercata in qualche cosa fuori dal
linguaggio, solo a questa condizione è possibile incontrare insoddisfazione,
solo a questa condizione ci si accorge che l'oggetto non risponde alle
aspettative, cioè a quelle del linguaggio cioè a quelle di produrre sé stesso,
se l’oggetto è immaginato fuori dal linguaggio non può continuare a produrre se
stesso, perché è prodotto così “sub specie et aeternitate”, perché esiste in
natura, non può produrre nient’altro che se stesso, quindi ecco che la
condizione del linguaggio non è soddisfatta, da qui l’insoddisfazione
inesorabile in questi frangenti. Come si diceva le ricerche ininterrotte che
diano soddisfazione risulta vana perché ciascun oggetto è chiamato a rispondere
cioè dare soddisfazione, ma cessa di darla al momento in cui si chiede
effettivamente di produrre della soddisfazione e cioè di produrre altro
linguaggio, se considerato identico a sé e fuori dal linguaggio non lo può
fare, perché solo il linguaggio può produrre altro linguaggio, e quindi una
persona che persegue questo obiettivo è inesorabilmente insoddisfatta, forse
una considerazione del genere potrebbe aprire a delle riflessioni intorno alla
depressione, all’isteria. Il problema che così come è strutturato il discorso
del luogo comune, chiamiamolo così, per distinguerlo da quello che stiamo
facendo, che invece è molto incomune non nel senso che è diffuso ma non comune,
il discorso comune è vincolato alla necessità di pensare che il linguaggio sia
soltanto uno strumento e quindi la realtà sia fuori dal linguaggio, una volta
stabilito questo principio la insoddisfazione è inesorabile assolutamente
inesorabile cioè, è solo questione di tempo ma prima o poi accade…questa può
essere adesso detta così in termini molto ampi molto sommari, ma può avere
qualche effetto sul pubblico, mostrare che la condizione dell’insoddisfazione è
la struttura del pensiero comune quello che immagina che qualcosa sia fuori dal
linguaggio. Pensare questo si è condannati all’insoddisfazione, quindi fare
degli esempi di giochi linguistici cominciando da quelli che sono ritenuti dei
giochi, come quello che stiamo facendo, mostrando che è un gioco e mostrando
che mano a mano che altri giochi che invece non sono ritenuti tali hanno la
stessa struttura, pertanto sono giochi linguistici con tutto ciò che comporta e
dovremo specificare che cosa comporta. In prima istanza comporta
l’impossibilità di credere che un elemento sia fuori dal linguaggio, ad
esempio, e che in definitiva qualunque cosa io faccia oppure non faccia è
strutturato esattamente come un gioco poiché è un gioco ed essendo un gioco ha
delle regole, ha un obiettivo e nient’altro. Ecco questo è la traccia di uno
scritto intorno ai giochi linguistici che noi scriveremo qui, come la Seconda
Sofistica, forse più accessibile, per taluni la Seconda Sofistica diventa un
po’ ardua, per taluni….(…….) passo dopo passo dobbiamo condurre l’uditore a
dovere constatare che qualunque cosa si trovi a fare ha la stessa struttura e
che quindi è un gioco linguistico….elementi da aggiungere? Ho appena costruita
la trama adesso bisogna costruire l’ordito. Rileggere alcune cose intorno ai
giochi linguistici, prendere un testo e discutere per vedere se abbiamo
lasciato qualcosa in disparte che invece era importante….sempre più vado
considerando che la questione è importante (il difficile è non credere di avere
scoperto l’unica verità e quindi la struttura religiosa permane perché è un’attesa
della soddisfazione di un elemento che non è dato nella parola) sì parlando di
giochi è chiaro che si parla anche di utilizzo, in un gioco sono utilizzabili
quegli elementi stabiliti dalle regole, per esempio molte persone non capiscono
nulla di ciò che andiamo dicendo, perché le proposizioni che andiamo dicendo
non sono utilizzabili, non sono utilizzabili perché non hanno nessun rinvio o
più propriamente rinviano a qualcosa che è bloccato, se la realtà è una certa
cosa allora questo esclude, esclude le proposizioni che noi andiamo dicendo, e
quindi l’accesso è negato, ecco perché una teoria dei giochi può forse
sbloccare una cosa del genere, inserendo delle nozioni precise sul gioco (per
non rimanere sommersi dalla ricchezza della parola) sì potremmo organizzare in
questi incontri… leggere testi e parlarne…..leggere questi testi e traendo
tutto ciò che può essere tratto intorno al gioco linguistico, fare una ricerca
specifica leggendoli quindi in quel modo…..non è semplicissimo nemmeno
l’approccio dalla via del gioco, c’è un forte impatto rispetto ad un gioco
all’idea che le cose siano un gioco linguistico, per esempio l’idea per una
donna che l’amore materno sia un gioco linguistico, costituisce un impatto non
indifferente al quale si ribella fortemente (……) sì per questo occorre fornire
degli strumenti se no, non hanno accesso (…..) vada a dire a una madre che la
sua maternità è una costruzione linguistica (…..) di fronte sì di fronte
all’argomentazione intorno al linguaggio, agli atti linguistici, nessuno ha
nulla da obiettare però quando si tratta di mettere in atto una cosa del genere
c’è il blocco totale (è la questione della realtà, stavo pensando intorno al
racconto che fa che si fa per esempio in una analisi) può farsi anche questo
muovere da un autore classico e poi utilizzando i suoi termini piegarli ad
avviare il discorso che stiamo facendo, sì retoricamente è un’operazione che ha
un qualche vantaggio utilizzerebbe l’auctoritas, noi surrettiziamente
introduciamo facendo passare per affermazioni (delle varie auctoritates)
affermazioni che invece appartengono al nostro discorso, però apparentemente
sono affermazioni dette da un’autorità (è un passaggio non obbligato ma
agevola) (la ricerca di un senso si pone in maniera differente quando questo
senso lo si pone come già esistente laddove si incomincia ad interrogarsi
sull’obiettivo, il senso che cos’è? Ciò che si sposta verso l’obiettivo) (….)
gli obiettivi della psicanalisi dovrebbe essere il titolo generale di una serie
di incontri….scrivendo storie, volgendo storie tipo quelle che raccontava
Freud, raccontandole come faceva Greimas, Bremond, Todorov, cioè come la
struttura di un racconto con il protagonista, gli attanti, l’antagonista
ecc…(….) sì non perché ci interessino particolarmente queste storie ma (i casi
clinici di Freud) ma perché sono ormai di dominio pubblico e quindi possono
essere utilizzati come esca, metterla come una favola ma descritta in modo
preciso quale ne è la struttura, un esca per poi poter affrontare altri
discorsi, inventare una storia di anoressia, o di depressione, (giungere al
paradosso di vincere il padre a condizione di essere incapace) non si danno
interpretazioni psicanalitiche ma una costruzione retorica di racconto …..bene
ci vediamo giovedì prossimo. ok bd
15 Luglio 1999
Allora, avete
riflettuto intorno alle cose di cui si è parlato giovedì scorso?
Almeno sulle
conferenze da avviare a ottobre, sui temi in generale, su come organizzarle.
Sono orientato, almeno
per il momento, a farle un po' come avevamo detto giovedì, cioè a fare dei casi
clinici anche di Freud eventualmente oppure ad inventarne e poi fare un'analisi
linguistica, un'analisi del racconto. Qui dovrò andarmi a rivedere alcune cose
di Greimas e di Bremont. Questo più o meno come orientamento generale. Quindi
nessuno ha riflettuto sulle conferenze.
Intervento: raccontare
una storia di depressione, per esempio.
Qual è il contrario di
racconto?
Intervento..........................
Per esempio una
pubblicazione scientifica, un manuale tecnico che descrive delle macchine o
delle parti delle macchine, è un racconto oppure non è così?
Intervento...........................
Vediamo se riusciamo a
provare che qualunque forma, qualunque costruzione del linguaggio è,
necessariamente un racconto. Dunque racconto: "raccontare nel senso di
dire, narrare. Fine del racconto, il conto in effetti è il dire . Riferire
parole specificatamente a voce. Il Devoto dice: “racconto: elemento che serve a
mettere in collegamento due parti”. Racconto come trasmissione orale di fatti
veri o inventati nel loro svolgimento cronologico. Racconto: esposizione
parlata o scritta.
I dizionari sono così,
non dicono assolutamente nulla.
Proviamo a considerare
attentamente la questione. Allora cosa occorre che sia un racconto necessariamente?
Come dicono tutti i dizionari è un'esposizione di parole. Un'esposizione di
parole che segue un certo andamento, quale? ce ne sono molti. Può essere una
successione cronologica, può essere inventato, deve comunque sicuramente avere
un nesso un filo logico. Occorre che siano parti connesse tra loro.
Quindi è una sequenza
di proposizioni connesse tra loro però, dice ancora, occorre che siano eventi
infatti poi reali o inventati non ha importanza, occorre che sia una
successione di eventi. E poi c'è nel racconto tutto quello che ci ha insegnato
Aristotele. Sapendo che un racconto è necessariamente una sequenza di
proposizioni che descrivono eventi connessi tra loro, vediamo se anche altre
cose rispondono a questi requisiti. Anche il discorso è indubbiamente una
sequenza di proposizioni, il discorso descrive qualcosa oppure no? Chi sa fare
un esempio di discorso che non descrive nulla? Un discorso che non descrive.
Intervento..........................
In questo caso la
descrizione è questo racconto. Dunque è difficile fare un discorso che non
descriva qualcosa. E cosa descrive?
Intervento: cosa vuol
dire descrive?
Letteralmente? È ciò
che ritaglia dallo scrivere qualcosa, de scrivere, altri invece dicono scrivere
intorno. Nel primo caso ha una funzione delimitativa, il secondo è il de
latino, proposizione che indica intorno a. Quindi, lo scrivere intorno a
qualcosa, potremmo accogliere questa definizione. Perché se faccio questo
discorso che potrà parere un po' bizzarro ma se riusciamo a stabilire una
posizione attraverso la quale troviamo il modo di stabilire che ogni atto
linguistico è un racconto questo può esserci molto utile nelle conferenze
prossime venture. Perché potrebbe addirittura costituire l'esordio degli
incontri.
Mostrare che qualunque
cosa si dica questa è necessariamente un racconto, questo occorre farlo, fare
questa operazione alla quale abbiamo cominciato ad approcciarci.
Intervento................................
Sì, il primo ostacolo
da superare è nella definizione fornita di racconto, c'è una descrizione di
eventi in successione tra loro, successione e coerenza. Un discorso abbiamo
detto che descrive, descrive sempre e necessariamente eventi? Che cos'è un
evento? Contrariamente a ciò che avviene, avvenire o accadere è la stessa cosa,
ha lo stesso senso. Ad venire, ciò che viene incontro, accadere ciò che accade
incontro.
Intervento..............................
Sì, questo si c'è
sicuramente, però si tratta di vedere se il racconto è un particolare gioco
linguistico differente dal discorso. Il racconto si fa attraverso il discorso,
però può essere un caso particolare, non generalizzabile, se è generalizzabile
allora non possiamo affermare che il discorso è un racconto, se invece è
generalizzabile allora possiamo dirlo. Se e soltanto se.
Intervento.............................
Allora, Beatrice
rispondiamo a questo quesito, qualunque discorso si faccia è necessariamente
una descrizione di una successione di eventi oppure no? Questo si può risolvere
facendo l'esempio di un discorso che non è una descrizione di eventi in
successione fra loro.
Intervento.................................
Avete mai considerato
quella inferenza nota come implicazione? Quella che dice se A allora B.
Nell'implicazione si dà un elemento dal quale se ne ricava un altro, l'abbiamo
visto in svariate occasioni una qualunque regola è esattamente questo. Se
accade questo allora devi fare quest'altro, se hai 4 assi allora puoi andare
tranquillo. Allora un qualunque discorso necessita di regole per farsi, anche dire
Sputnik segue una regola determinata che è quella di costruire una proposizione
che non abbia apparentemente molto senso. Dunque un qualunque discorso è
necessariamente fatto di regole come abbiamo visto in svariate circostanze e la
regola , abbiamo appena detto, è un'implicazione, se questo allora quest'altro,
se questo allora segue quest'altro. Segue nel senso che è implicato, non è
necessariamente una sequenza temporale, ma sappiate che molti racconti non
seguono necessariamente una successione rigorosamente temporale. Allora può un
qualunque discorso non essere necessariamente una successione di eventi, posti
tra loro in una successione temporale? No, non può. Non può perché se così
avvenisse il discorso non utilizzerebbe implicazioni, non utilizzando
implicazioni non utilizzerebbe regole che sono le implicazioni, quindi non
sarebbe un discorso. Se è un discorso è necessariamente fatto di regole e
quindi di successioni, di regole d'implicazione che sono delle successioni. Che
cosa si succede nelle regole? Eventi. Qualunque affermazione è un evento, un
accadimento. Ora, proviamo a fare l'esempio più terribile, quello che diceva
Luigi del manuale tecnico. Viene descritto il funzionamento della macchina. Che
cosa avviene in questo manuale? Be, ci sono delle premesse, prima le
definizioni, con questo s'intende questo ecc...e si definiscono i vari aggeggi,
dopodiché spiegano, generalmente avviene così, il funzionamento in relazione,
prima il funzionamento di ciascun elemento e secondariamente poi come funziona
in relazione agli altri. Come dire che se attaccate la scheda madre al
processore e se si verificano le condizioni che abbiamo previste la macchina
funziona.
Intervento......................................
A questo punto direi
che siamo a buon punto quanto meno nel fornire una direzione, ciò che dobbiamo
affermare in modo assolutamente inconfutabile è che qualunque discorso è
necessariamente un racconto, mostrando, come abbiamo fatto, che cosa non può
non essere un racconto, e che cosa necessariamente è un discorso, mettendo
insieme le due cose verificando che il discorso ha esattamente la stessa
struttura di una qualunque definizione si dia di racconto che sia necessaria.
Cioè con necessaria intendiamo la definizione di un elemento che forma ciò che non
può non dirsi e che non dicendolo non è più utilizzabile. Se indichiamo con
racconto un discorso composto di proposizioni che descrivono in successione
parole coerenti, se non usiamo più questa definizione non possiamo più
utilizzare il significante racconto.
Ma, se come appare
d'acchito che ciascun racconto o meglio, ciascun discorso è un racconto questo
ha delle implicazioni notevolissime. Pensate ad una teoria scientifica, una
delle più note, quella della gravità, è la descrizione di una legge fisica,
pochi sarebbero disposti a considerare la legge di gravità come un racconto, e
se lo fosse?
Perché il racconto, in
effetti, al racconto è accostata una definizione che lo avvicina al fantasioso
e, in un certo senso, è così, perché si distingua una teoria fisica, che so,
quella dei quanti, dal racconto. Una cosa descrive, l'altra mette in sè una
successione di eventi. Certo, si può raccontare la legge dei quanti ma la
teoria dei quanti in quanto tale, non è un racconto, così almeno dicono.
Affermare che un
qualunque discorso è un racconto comporta che qualunque discorso è un gioco
come lo è un racconto. È facile intendere che un racconto è un gioco
linguistico, quando dimostrate che qualunque discorso che si fa è un racconto
può apparire più semplice intendere come un qualunque discorso sia un gioco
linguistico.
Il racconto, oltre a
tutto, come avviene a volte, pone l'accento su qualcosa di fantasioso, non
necessariamente, uno può anche raccontare la propria vita, però è sempre come
se lasciasse un certo margine alla fantasia, invece una teoria scientifica non
lo fa.
Si suppone che il
racconto muova da eventi che descrive che non necessariamente debbano essere
provabili, mentre la teoria scientifica, sì. Però la teoria scientifica muove
da elementi che, se condotti alle estreme conseguenze, non sono provabili
certamente come un racconto. In effetti è curioso che, per esempio, il
dizionario non indichi una teoria scientifica come un racconto, perché?
A questo punto,
possiamo considerare le eventuali obiezioni, possono farsi in una comunicazione
del genere.
Intervento..............................
Sì, nel racconto ci
sono le connessioni che sono stabilite dalle regole.
Intervento: è come se
il racconto avesse il compito di evidenziare.
Sì, è indubbio che il
racconto pone l'accento sulle regole del gioco che si va giocando.
Intervento................................
Sì, però c'è un altro
aspetto da sottolineare. Mostrando che ogni discorso è necessariamente un
racconto e mostrando che il racconto necessita di personaggi e di elementi che
comunque intervengono in una certa successione e disposizione allora c'è
l'eventualità che certi elementi siano costruiti in modo tale per il racconto
anziché il contrario, anziché il racconto. Come dire che anziché raccontare la
mia vita e fare un'operazione in cui descrivo degli eventi questi eventi sono
costruiti al fine di costruire un racconto e cioè come se l'obbiettivo fosse il
racconto e non gli eventi singoli definiti. I quali eventi, in effetti, possono
anche modificarsi in funzione della struttura del racconto.
Vuol dire che ciò che
avviene nel linguaggio è fine a se stesso, questa è la considerazione ultima,
anziché essere fine a qualcosa che è fuori dal linguaggio. Questo ha delle
implicazioni inesorabili e cadono se si considera che il linguaggio è fine a se
stesso, così come andiamo considerando da qualche tempo in qua e cioè che nel
racconto non si tratta di descrivere eventi ma di costruire le cose che si
servono di elementi ma questi elementi sono in funzione del racconto, della sua
struttura e non viceversa, che cambia parecchio. Però è una questione ancora da
considerare.
Tenendo conto degli
elementi che sono necessari perché ci sia un racconto e cioè gli elementi che
Aristotele ha descritto . C'è la descrizione di uno stato iniziale poi di uno
stato che occorre raggiungere, di ciò che lo impedisce e degli elementi per
evitare questi impedimenti. Che io racconti le mie vicissitudini degli ultimi
anni o che descriva come si costruisce un computer la struttura è la stessa.
C'è il mezzo da cui si
parte, c'è un obbiettivo da raggiungere, ci sono le difficoltà da superare e i
mezzi per farlo. Però è quello che sto tentando di fare: il capovolgimento. Ne
discuteremo ancora ma che vede il racconto come fine a se stesso e non come
strumento di descrizione di eventi, che è lui che pilota gli eventi e che li
costruisce, potrebbe essere.
Intervento: un
racconto ha una fine ed un inizio. Lei dice le cose sono fatte per stare dentro
al racconto, per poter raccontare il racconto.
Sì, però devo andare a
vedere qualcosa, per vedere se ci viene in mente qualche altra cosa intorno al
racconto, soprattutto sulla struttura, veramente di che cosa necessita un
racconto, quali sono le condizioni perché possa darsi. C'è l'eventualità che
gli eventi di chi racconta siano le condizioni della sua esistenza quindi il
racconto per potere darsi necessita di elementi che pertanto si costruisce.
Faccio un esempio,
vediamo se mi riesce, se io voglio raccontarvi una cosa che mi è accaduta e di
una certa importanza occorre che c'inserisca anche qualche cosa che la renda
difficile, se non c'è la invento, se c'è la rinforzo, in modo che il racconto
sia completo cioè io ho fatto questa cosa però per farlo ho dovuto superare
questi ostacoli.
Intervento..........................
Sì, certo, le emozioni
sono il risultato d'impedimenti
Intervento: Sì, però
se uno parte da un'impronta ideologica ecco che allora tutte le cose che dice
hanno un'altra impronta, ovviamente.
Sì, adesso stavo
pensando come struttura, come scheletro proprio del racconto poi chiaramente a
seconda degli obbiettivi, ci possono essere infinite varianti. Un racconto
ideologico dà per acquisiti certi elementi e qualche requisiti che altri
elementi siano d'ostacolo.
Intervento: Diciamo
che può essere importante in senso analitico. Come avviene anche un racconto
anche in analisi.
Sì, rimane funzionale
al discorso, il fatto che comunque c'è una scelta.
Intervento: Certamente
anche nel dire, anche nell'azione, cioè nel come costruisco un destino
A me viene in mente
l'esempio che ha indicato Freud, nel brevissimo saggio delinquenti per senso di
colpa.
Uccido, quindi mi sono
mosso dal mio dire, io sono colpevole quindi è vero
Una sola cosa rimane
da precisare cioè che il racconto sia assolutamente necessario. In questo è
strutturale al linguaggio, cioè che il linguaggio costruisca continuamente
racconti. Se manteniamo questo e precisiamo altre due o tre cosette abbiamo
risolto il problema. E, come dicevo questo può esserci molto utile per esempio
se intendiamo farlo nel modo in cui si diceva, casi clinici raccontati, sotto
forma di analisi del racconto, mostrando come la necessità di alcune funzioni
all'interno del racconto modifichi lo stesso racconto. Un po' come avviene in
fisica, diceva Heisenberg si era accorto che quando si andava ad indagare
alcuni processi molto sofisticati il fatto di osservarli modificasse questi
stessi eventi. Il famoso principio di determinazione di Heisenberg, fisico
tedesco., morto.
E lo stesso possiamo
considerare se la esigenza di produrre un racconto unifichi degli eventi, o più
che modificarli li costruisca questi eventi. Dopo di che, quando avremo inteso
alla perfezione tutto questo potremo considerare questo in connessione con ciò
che stiamo facendo intorno alla seconda sofistica.
Intervento: Un
racconto può modificare gli eventi per il fatto stesso che se io parlo della
Bosnia è un racconto, ognuno dice la sua, si sono dette tante cose .
Sì certo sarebbe la
morale questa, ti racconto una storia così impari la lezione.
Intervento.
Si, raccontano i loro
errori così gli altri possono sbagliare meglio, possono anche inventarne degli
altri.
Sì, bene possiamo
fermarci qui perché le questioni che abbiamo avviate questa sera sono
importanti.
Interventi: È che
rimane il primo dubbio cioè il discorso è un racconto?
Sì, dobbiamo lavorarci
ancora. Parrebbe d'acchito, però in effetti potrebbe non essere così automatico
e poi l'altra questione se il racconto è necessario, se fa parte del linguaggio
cioè se il linguaggio non può non costruire questa costruzione che si chiama
racconto. Certo se riusciamo a provare che ciascun discorso è necessariamente
un racconto, la questione è più semplice, però forse anche non riuscendoci
possiamo aggirare la questione, forse. Bene, ci fermiamo qui questa sera. Ci
vediamo giovedì prossimo, però riflettete.
22 luglio 1999
Dicevo, l'eventualità
che non si racconti per descrivere ma si descriva qualcosa per raccontarlo,
ponendo l'accento sul raccontare come ciò che appare, in prima istanza,
necessario. Abbiamo posto la questione, ora si tratta di verificare, potrebbe
anche non essere. Dunque, come si procede? Si procede così: si prende il
racconto e si dice del racconto ciò che in nessun modo può negarsi, come
abbiamo cominciato a fare la volta scorsa, e cioè affermare che il racconto non
è altro che una sequenza di proposizioni connesse fra loro, abbiamo visto che
il dizionario non ci è stato di nessun aiuto, quindi possiamo dire una serie di
proposizioni connesse fra loro e basta.
Intervento: Poi c'era
la questione delle regole e delle implicazioni. Implicazioni come regole.
Sì, certo. Il fatto
che le proposizioni siano connesse tra loro comporta che, essendo proposizioni
siano inserite all'interno di un gioco linguistico e, pertanto, vincolate a
delle regole, necessariamente e quindi sono proposizioni connesse fra loro e
vincolate da regole.
Le regole a cui sono
vincolate sono innanzi tutto quelle del linguaggio, però c'è l'eventualità che
ci siano anche regole specifiche del racconto. Quali sono le regole
eventualmente specifiche di un racconto? Quelle che connettono le proposizioni
fra loro in un modo particolare, ossia consequenziale, perché uno può enunciare
una serie di proposizioni slegate fra loro, completamente slegate fra loro,
questo generalmente non si chiama un racconto, anche se taluni contemporanei
quasi hanno utilizzato questa apparentemente slegata così come forma di
rottura.
Intervento: Joyce?
Come tecnica
Sì, certo, come
tecnica narrativa e quindi... il fatto che siano necessariamente connesse fra
loro da un dato tipo di connessioni non è vincolante, sono comunque connesse
fra loro, non possono non esserlo, però non c'è un tipo particolare di
connessione che sia specifico del racconto. Possiamo dire che quel tipo di
racconto ha quel tipo di connessione, quell'altro un altra, a me interessa il
racconto in linea di massima, non un particolare tipo di racconto.
Quindi, se diciamo che
il racconto non è altro che una sequenza di proposizioni connesse fra loro non
descriviamo nient'altro che il funzionamento del linguaggio. Funzionamento del
linguaggio che, a questo punto è nel racconto, ciò che stiamo dicendo è che
ciascuna volta che si parla si racconta, inesorabilmente.
Intervento: cioè
necessariamente
Sì. Chiaramente avendo
definito il racconto in questo modo qualunque cosa si dica è necessariamente
una serie di proposizioni connesse fra loro, non può essere altrimenti. Poi
quale sia il tipo di connessione a noi non interessa, a noi interessa la connessione.
Quindi, a questo punto, possiamo dire che il linguaggio o, meglio, il racconto
non è altri che il linguaggio stesso. Quindi l'analisi del racconto è l'analisi
del linguaggio, cioè delle proposizioni che intervengono, occorrono
letteralmente cioè intervengono a costruire questa sequenza. Più propriamente,
se vogliamo specificare ancora, potremmo dire che il racconto è una particolare
sequenza del linguaggio. Una sequenza che ha un inizio ed una fine, esattamente
come un discorso. Una sequenza, un segmento individuabile. Ora, dobbiamo
considerare la questione posta la svolta scorsa cioè se effettivamente si
descrivono le cose, cioè si parla delle cose allo scopo di raccontare e non al
contrario. La questione è notevole, perché se riusciamo a mostrare che
effettivamente la cosa funziona in questo modo è un argomento in più che fa
intendere, una volta di più, l'atto linguistico e che in seconda istanza c'è
ancora l'atto linguistico e così via. Che non c'è null'altro che questo.
Se io racconto
qualcosa per descrivere un oggetto allora il racconto è in funzione della
descrizione, se descrivo qualcosa, per definizione. Non posso non descrivere
nulla, lo raccontano le regole del linguaggio. Così come non posso parlare di
nulla, se parlo, parlo di qualcosa necessariamente, è una contraddizione di
termini dire di parlare di nulla.
Intervento: Qualcuno
ci riesce...
Questa è un'altra
questione. Dunque, se descrivo qualcosa questo qualcosa o è un atto linguistico
o è fuori dal linguaggio. Dimostrare che è fuori dal linguaggio è arduo. Non ci
resta che accogliere, saltando tutta una serie di passaggi, che ciò che io
voglio descrivere è un atto linguistico. Quale è il fine di un atto
linguistico? Abbiamo visto che l'unico fine che possiamo attribuire all'atto
linguistico è quello di produrre se stesso, quindi l'atto linguistico della
descrizione di questo aggeggio ha come fine il produrre se stesso, nient'altro
che questo e quindi dire che la descrizione dell'accendino non è nient'altro
che un pretesto per produrre un altro atto linguistico.
A questo punto
possiamo dire che la descrizione, un racconto che racconta qualcosa ha come
obbiettivo finale la produzione di atti linguistici, gli atti linguistici
connessi tra loro sono esattamente il racconto quindi, la finalità di un
racconto è produrre un racconto.
Questo così, per dirla
in termini un po' schematici, però cosa comporta questo dal lato pratico? Il
fatto che ciascuna volta in cui dico qualcosa, che racconto, che parlo,
qualunque cosa faccia, il fine di ciò che sto facendo è la produzione di atti
linguistici e, pare, non possa trovare nessuna altra finalità, la produzione di
atti linguistici fine a se stessa cioè fine alla produzione di atti
linguistici.
Come dire, in altri
termini ancora, che non posso fare nient'altro durante tutto il corso della mia
vita finita o infinita che sia, che produrre atti linguistici.
Se ciascuna cosa che
io dica, faccia, pensi, esegua è un atto linguistico a questo punto l'effetto
immediato del tenere conto di una cosa del genere è che ciò che sta avvenendo
ciò che sto facendo, meglio ciò che sta avvenendo non ha nessun altro referente
all'infuori di sè. Cosa vuol dire questo? Che non si riferisce a null'altro al
mondo nè fuori dal mondo che sia altro da sé. Se io descrivo a qualcuno per
esempio che ne so come è fatto questo accendino allora glielo descrivo.
Pare che questo mio
operare sia rivolta alla descrizione di un oggetto e che quindi il referente
ultimo sia l'oggetto, il referente proprio come nella accezione antica del
termine come ciò a cui ci si riporta, letteralmente re-fero. Che sia questo
oggetto ma, questo oggetto noto più come accendisigari, fuori dal linguaggio né
esiste né non esiste, quindi il definirlo non è altro che compiere altri atti
linguistici. Ora quindi io posso ovviamente descrivere questo accendino, anche
in modo più dettagliato, se voglio ma, non avrò fatto null'altro che attenermi
a delle regole di un gioco che prevede un certo numero di regole per la
costruzione di atti linguistici, e quindi ho fatto un gioco particolare il cui
scopo è la produzione di atti linguistici.
Però chi me lo chiede
vuole effettivamente sapere come è fatto questo accendino? Qui siamo un po' nel
campo della logica più stretta e cerchiamo l'aspetto più retorico, quello
dell'intenzione. Abbiamo accennato una volta mi sembra?
Intervento:
L'intenzione non è altro che la produzione di altri atti linguistici.
Che cos'è
un'intenzione, Elisabetta? Etimologicamente l'intendere.
Intervento: Tendere
dentro.
Sì, intendere in
qualcosa, verso qualcosa, dentro qualcosa, certo. Quindi l'intenzione anche
l'intensione, usata dai logici, l'intensione e l'estensione, l'intenzione è
l'atto del muoversi verso una direzione precisa, ma quale? Perché uno può
tendere in tantissime direzioni, tuttavia quando c'è un'intenzione questa muove
da una serie di proposizioni che possono essere le più disparate, questo
accendino mi piace e voglio sapere com'è fatto perché, eventualmente, ne
compero uno, per dire una banalità. Ora uno potrebbe domandarsi perché vuol comprarsi
un accendino come questo, per esempio, visto che questa è la sua intenzione.
Qualunque cosa la persona adduca come motivazione per compiere un'operazione
del genere sarà comunque la conclusione di una serie d'inferenze, perché ho una
particolare predilezione per gli aggeggi in argento, perché è uno status
symbol, perché ecc... perché ce l'aveva mio nonno, e allora? Un po' così come
avviene nell'itinerario analitico, questa domanda, anche se non si formula così
"e allora?", cosa muove quello che stai dicendo, cioè a che pro stai
parlando, verso che cosa stai andando? Tutto questo allude alla produzione di
altri atti linguistici che vengono connessi alla proposizione che afferma
voglio comprare questo accendino. Se uno risponde perché ce l'aveva mio nonno
non è propriamente una risposta o come tale non è intesa, è soltanto qualcosa
che è adiacente e chiaramente uno può andare avanti all'infinito, perché ce
l'aveva mio nonno quindi perché questo se no quest'altro e via all'infinito,
come dire che può rispondere ad una qualunque domanda all'infinito. Un po' come
mimano i bambini quando fanno il gioco del perché, e un po' anche il gioco
della filosofia solo che portato alle estreme conseguenze, e in effetti il
cosiddetto gioco dei perché non ha fine. Così come i filosofi si sono accorti
che già Sesto Empirico, figura nota come tropo del diallele, non è altro che un
rinvio infinito da una cosa all'altra, se A allora B, se B allora C eccetera e
se fosse vivo sarebbe ancora lì , Sesto Empirico, ad andare avanti.
Quindi il motivo non è
reperibile, perché ciascuno rinvia ad un altro. Cosa ci suggerisce una cosa del
genere? Due le questioni: una perché le persone generalmente si fermano al
primo o al secondo? Esempio: perché ti piace questo accendino? Perché ce l'aveva
mio nonno. Chiuso.
L'altra questione
invece che cosa comporta l'impossibilità di definire in termini precisi i
motivi, visto che non c'è possibilità d'arresto. Ma il fatto che generalmente
le persone si arrestino al primo o al secondo può essere indotto a poca pratica
con la struttura del linguaggio, per questo dicevo tempo fa che occorre, per
approcciarsi al discorso che stiamo facendo, un certo addestramento al
funzionamento del linguaggio. Una persona è indotta a pensare che gli piace
l'accendino perché ce l'aveva il nonno questo è più che sufficiente , non si
pone la fatidica domanda e allora?
In effetti se pensate
a tutto l'addestramento che avviene in un incidente ma non soltanto è fatto per
costruire un pensiero, a domanda c'è la risposta. Adesso, ultimamente qualcuno
comincia ad accorgersi che forse la questione non è così semplice. Certo,
all'interno di alcuni giochi è previsto che la risposta sia una, ma questa
risposta che è una non è la risposta definitiva in assoluto, è soltanto la risposta
prevista da quel gioco. Se io gioco a poker e ho quattro assi e Luigi ha due
sette, se andiamo a vedere non ci sono altre possibilità, io ho quattro assi,
lui due sette e vinco io, la risposta è quella e non ce ne può essere un'altra,
perché stabilita dalla regola del gioco.
La questione è che il
linguaggio in quanto tale non stabilisce una regola, ciascun gioco la
stabilisce, anche se altri giochi più tecnici, che ne so se io voglio sistemare
il computer devo attenermi a certe regole del gioco, il fatto di proseguire
all'infinito con le domande non mi consente di fare quel gioco. Tommaso, santo
per alcuni, aveva inteso che non è possibile parlare in questo modo, cioè
ponendo questioni all'infinito, perché non è possibile parlare se non
all'interno di un gioco che vincola ciò che si dice a delle regole precise,
solo che lui l'aveva posta non come regola per giocare ma come una legge
universale, un'ipostasi. Ipostasi è un termine che viene usato in filosofia di
derivazione greca, ipo stasi cioè ciò che sta sotto, letteralmente ciò che
giace sotto. Un'ipostasi e quindi come una necessità assoluta, no, è soltanto
una regola del gioco.
Anche questo è un
elemento notevole di cui occorre tenere conto, cioè del fatto che si utilizza
il linguaggio ma il fatto che lo si utilizzi in un certo modo e perché ciascuna
volta si sta applicando un gioco particolare il quale vincola a certe riposte,
vincola a certe mosse.
Quindi, se uno mi dice
voglio questo accendino perché ce l'aveva mio nonno, può anche starmi bene però
se cambiamo gioco ed instauriamo un altro gioco che è noto come gioco del
linguaggio, quello che avviene in analisi, ecco che allora questa risposta non
è sufficiente. Non è sufficiente perché importa non tanto sapere perché è
interessato a questo accendino ma quali proposizioni vengono costruite da
questa intenzione, questo è ciò che importa. Perché occorre che una persona si
accorga ad un certo punto che ciò che fa o che non fa non ha altro fine se non
quello di produrre proposizioni, e così affermare che voglio comprare questo
accendino non è altro che il pretesto per la costruzione di proposizioni,
l'accendino in quanto tale non esiste, non è mai esistito e soltanto un
elemento all'interno delle proposizioni che innesca altre proposizioni. e così,
quando l'avrà comprato o non l'avrà comprato allo stesso modo, questo produrrà
altre proposizioni che avranno degli altri effetti.
Intervento: Io devo
cercare le proposizioni che mi hanno condotto a dire perché ce l'aveva mio
nonno, in analisi?
Non si troveranno mai
queste proposizioni ma si troveranno altre proposizioni che vengono costruite,
non è possibile andare a ritroso, non è possibile nel senso che non è possibile
reperire, per esempio pensiamo a Freud, a quelle proposizioni che hanno
costruito certe nevrosi, per esempio. Che cosa garantisce che quella
proposizione è quella di vent'anni fa? È un'altra proposizione, ha a che fare
non ha a che fare? E comunque una proposizione adiacente, che si pone a fianco,
che costruisce un altro discorso. Se io voglio sapere perché che ne so, ho una
carenza affettiva, perché la mamma mi ha tolto la marmellata quand'ero piccolo,
io posso dire perché la mamma ha fatto questo ma lo sto dicendo ora, adesso,
con tutto ciò che questo comporta, ciò che è accaduto allora non esiste più,
esistono altre proposizioni che vengono costruite a partite da proposizioni che
comunque non sono quelle di allora, per questo non è possibile un ritorno a
ritroso, si può solo procedere in una direzione che va avanti, diciamola così
Intervento......................
Sì, andando avanti è
chiaro che non si trova la risposta ma si trovano altre proposizioni, Non
rispondono perché non sono quelle di allora, non c'è una sorta di catarsi come
voleva certa psicanalisi, se uno recupera quella scene traumatiche le rivive le
abreagisce come dicono gli psicanalisti e se ne fa una ragione, in definitiva.
Ma non è così, non si può tornare indietro, non è possibile. Per cui
costruisci, letteralmente inventi una spiegazione. La stessa spiegazione che mi
dà un tizio al quale io chiedo perché vuole questo accendino e mi risponde
perché ce l'aveva mio nonno non è il perché vuole questo accendino è
un'invenzione, è quello che si è inventato ma a che pro? Per costruire delle
proposizioni.
Intervento: per potere
proseguire.
Sì. Per rispondere ad
un'altra proposizione che lui incontra e che gli domanda perché vuoi questo
accendino. Che cos'è una risposta? È un altro rinvio, nient'altro che questo,
cioè un elemento che rinvia ad un altro, cioè trova un rinvio, trova il modo
per proseguire. Una domanda non è altro che una proposizione che,
apparentemente, non ha rinvio e allora si cerca disperatamente quell'altra
proposizione che ne costituisca il rinvio per proseguire. Ciascuno avverte
quando c'è una domanda a cui non sa rispondere una sorta di fastidio,
chiamiamolo così, perché è come se di lì non potesse andare avanti, questo è il
fastidio, appena infatti trova ecco allora il sollievo, allora posso
proseguire.
Intervento: Come
quando non ti vengono le parole quando t'interrogano a scuola.
Sì, è la stessa
questione di quando si risolve un problema di qualunque tipo sia, pratico,
teorico. Quello che si cerca per riprodurre una condizione che è strutturale al
linguaggio, che in effetti una delle questioni rimasta in sospeso e che
dobbiamo affrontare è perché gli umani cercano continuamente l'ostacolo da
superare, a proposito del gioco.
La questione del gioco
che abbiamo approcciato e che è ancora lontana dall'essere intesa, tuttavia,
tuttavia c'è l'eventualità che ciò che stiamo dicendo intorno al racconto abbia
a che fare con la questione del gioco. Può essere che il gioco strutturale al
linguaggio sia proprio il racconto. E che ciascun gioco che si fa, dal gioco in
borsa al tresette, al gioco dell'oca, alla roulette russa siano praticamente
dei racconti. In qualche modo si è sfiorata la questione tempo fa, la struttura
del racconto, il racconto ha la struttura del gioco o viceversa, poi possiamo
dire che il gioco, in effetti, non è altro che il racconto e che il racconto è
il gioco. Cos'è un gioco? È un racconto. Con tutti gli elementi, c'è l'attore,
posso essere io o chi altri, c'è un antagonista che mi impedisce, può essere
qualcuno o qualcosa, c'è un obbiettivo da raggiungere, c'è tutta la struttura
pari pari di un racconto.
Intervento: E mentre
si svolge il gioco si svolge il racconto del gioco.
Sì.
Intervento: Mi
chiedevo se sia possibile distinguere fra racconto e storia, per esempio,
laddove si suppone il racconto di qualcosa che interessa, il racconto è una storia
no? Raccontare il tramonto del sole, la difficoltà è scindere il racconto del
tramonto dal racconto di una storia.
Qualunque cosa ha
questa struttura. Prendiamo due storie emblematiche. L'una la Divina Commedia,
un racconto molto nobile, bello, l'altro un manuale di programmazione per
computer, siamo ai due poli opposti. Ora considerate bene la struttura. Vengono
forniti degli strumenti per intendere ciò di cui si tratta. Nell'un caso una
descrizione dell'ambiente, il panorama, i personaggi, "Mi trovai in una
selva oscura che la diritta via era smarrita". Qui dà un'informazione,
dove si trova, quanti anni ha, che sta lì a fare e qual è l'intendimento.
Adesso prendete un manuale di programmazione, vi dice quali sono gli strumenti
che verranno utilizzati anche a cosa servono e come utilizzarli per raggiungere
cosa? Lo scopo finale che è costruire un programma. Lo scopo finale della
Divina Commedia è raggiungere la visione. Quindi c'è la descrizione degli
strumenti per compiere questo cammino, qualunque esso sia, c'è la descrizione
dell'obbiettivo, in alcuni casi è già implicito, se uno compra un manuale di
programmazione non è sicuramente per imparare a fare la bourghignonne, non
troverà le istruzioni adatte.
Intervento..........................
Nella struttura del
racconto, cioè ciò che è necessario per un racconto, quindi la descrizione di
un ambiente, nel manuale di programmazione magari la descrizione di un ambiente
operativo, quindi c'è un ambiente operativo, anche Dante descrive il suo
ambiente operativo, è una selva oscura ci sono vari animali che gli rompono le
scatole, incontra una guida a nome Virgilio che gli darà delle indicazioni, che
potrebbero essere il glossario del manuale d'informatica, c'è l'individuazione
molto precisa dell'obbiettivo e ci sono degli ostacoli; gli ostacoli per Dante
sono la lontra ecc. sono i vizi capitali, sono di volta in volta Caron dimonio,
sono questo e quell'altro, ci sono degli ostacoli anche lì, non è che arriva
subito in taxi in Paradiso, deve passare una serie di perigli. E così nel
manuale d'informatica ci sono i pericoli fra virgolette, i possibili errori di
compilazione di un programma, intoppi che possono verificarsi e che devono
essere superati. La struttura è esattamente la stessa, sia che io racconti un viaggio
catartico dall'inferno al paradiso sia che io legga un manuale di
programmazione. Dico così perché Beatrice è un'abile programmatrice.
Questo per mostrarvi
la struttura di un racconto, qualunque cosa voi diciate, facciate, siate ha
questa struttura. Se io descrivo ad un amico, siamo in montagna o al mare, sono
le sette di sera il sole cala verso l'orizzonte, scende nell'acqua...quando ero
piccolo pensavo che il sole scendesse dentro l'acqua del mare e si spegnesse.
Anche lì c'è una
descrizione, intanto vi mostro che certe volte basta solo indicare l'ambiente
in cui siamo, infatti non gli dico guarda che montagne bellissime che ci sono
all'orizzonte, poi c'è un obbiettivo da raggiungere che è quello, per esempio,
di consentire a lui di godere di tutte le sfumature di colore che io vedo e che
magari lui non vede e poi ci sono gli ostacoli da superare, per esempio il
fatto che non riesca a vedere una certa cosa e allora io gliela faccio vedere,
in effetti la mia descrizione sarebbe superflua se sapessi che lui vede
esattamente le cose come le vedo io. Ci sono sempre comunque ciascuna volta ,
in qualunque racconto , in qualunque atto linguistico, possiamo dirla in
termini più difficili, incontrate sempre la stessa struttura. E cioè c'è un
ambiente che dovete descrivere, un riferimento a qualche cosa, ci sono gli
ostacoli da superare per ottenere un certo risultato, esattamente la struttura
del gioco, nè più nè meno.
Quindi, con questo,
possiamo giungere a concludere che il gioco e l'atto linguistico hanno la
stessa struttura e che pertanto l'atto linguistico è gioco e viceversa,
inesorabilmente.
Obiezioni? Potete
provare a considerare ascoltando qualcuno provando a cogliere questi tre
elementi: la descrizione dell'ambiente in cui si opererà, quali sono gli strumenti,
quali gli ostacoli e quale l'obbiettivo, li trovate sempre, in qualunque
circostanza.
Intervento: Anche nel
discorso analitico è così, quando si descrive un intoppo, il nevrotico è sempre
lì intoppato.
Nel discorso analitico
l'ostacolo è il non intendimento, cioè non accorgersi che ciò che si sta
facendo è la produzione di atti linguistici. L'obbiettivo è il fatto che se ne
accorga.
Intervento: Si fa
interessante. Forse per le conferenze è meglio, penso che sia più
comprensibile, più chiaro.
Se viene da voi uno o
una e vi dice: "Hai saputo cosa è successo al tizio?" può succedere
almeno una volta nella vita che qualcuno vi dica: "Hai saputo cosa è
successo " ecc. ecc. Anche in questo caso c'è la stessa struttura. La
persona vi dirà intanto il riferimento in questo caso la persona, qual è la
situazione, l'ostacolo qual è. O l'ostacolo viene descritto a proposito della
persona di cui si parla come qualcosa che è stato superato o che era da
superare e comunque è ancora da superare oppure potete intendere l'ostacolo
come la difficoltà nel raccontare una cosa del genere e cioè la difficoltà
consiste nel condurre il racconto in modo tale che voi lo recepiate nel modo
corretto. L'obbiettivo è rendervi partecipi del grandioso avvenimento, oppure
no a seconda dei casi. Non sempre, non necessariamente sono eventi di grande
interesse.
Intervento: quello che
va di moda in questi giorni è: hai sentito che è morto John John Kennedy? E
anche del Paradiso, la settimana scorsa i Gesuiti con l'Inferno, oggi il Papa
con il Paradiso, ha detto che c'è il Paradiso.
Ecco, diceva
Elisabetta che può essere una conferenza condotta in un modo simile, sì,
potrebbe essere.
Intervento: Sì, così
per me è molto più chiaro.
Sì, in effetti,
descrivere un caso clinico in questi termini mostrandone la struttura, prima
l'ossatura, poi come si muovono i vari personaggi, qual'è il loro intendimento,
a che pro fanno una certa cosa.
Intervento: Anzi, io
direi che è indispensabile, altrimenti l'argomento è sfuggente, invece così va
bene. In questo modo interessa e, quindi, ci si avvicina.
Sì, dicevo o
riprendere i casi clinici di Freud, i più classici, oppure costruirne proprio,
come s'inventa un racconto. Quali sono i casi clinici di Freud, Elisabetta?
Intervento: Il caso
Schreber, il caso di Dora, l'uomo dei lupi, il piccolo Hans, l'uomo dei topi.
Poi ce n'è un altro,
un sesto caso quello del Presidente Wilson che però non si trova in
circolazione. Non c'è così come non ci sono gli scritti sulla cocaina. Freud
era un appassionato di cocaina, quindi ha scritto un saggio. Si trova perché
l'ha pubblicato Spirali e poi altri, dopo ma non è stato inserito nel Corpus
Freudiano perché non è bene sentire Freud che scrive che la cocaina fa
benissimo e che ne consiglia l'uso a tutti quanti. Che non dà assuefazione e
che anzi lui ne ha tratto un sacco di benefici. E per questo motivo hanno
preferito la Boringhieri che è una casa molto per bene.
Intervento: Anche quei
piccoli casi che lui inseriva nei saggi sull'isteria sono semplicissimi però ognuno
di essi è un racconto.
Non è affatto escluso
che alcuni dei suoi scritti siano stati epurati, bisognerebbe avere i
manoscritti però sono custoditi gelosamente dalla Fondazione Freud che è in
Germania o addirittura a Londra. C'è anche l'eventualità che negli scritti
sulla cocaina fosse andato giù pesantino e quindi che non sia stato reputato
adatto alla pubblicazione per il pubblico italiano che è un po' come dire,
delicato.
Però per la questione
di prima si possono prendere i casi di Freud, farne un'analisi che non è mai
stata fatta, considerarli sotto l'aspetto del racconto inteso in questa
accezione, naturalmente anche avvalendoci di alcune categorie che magari hanno
utilizzato Greimas e altri.
Intervento........................
Sì, infatti Freud può
essere utilizzato tantissimo proprio per i luoghi comuni.
Intervento: Anche il
più piccolo film.
Sì, adesso Freud lo
mettono anche dentro i maccheroni.
Intervento: Proprio
anche come trauma, per l'interpretazione.
Eppure lui, il
fondatore della psicanalisi, non solo era un forte consumatore di cocaina ma ne
era anche un promotore, allora si trovava in farmacia.
Giovedì prossimo
vediamo di precisare questa connessione fra racconto e gioco, potrebbe
promettere notevoli sbocchi. Ci vediamo giovedì.
29 Luglio 1999
Dobbiamo verificare
se, come andiamo dicendo, tutto ciò che avviene sul pianeta avvenga con il solo
scopo di raccontare qualcosa.
Dicevo l'altra volta
tutto ciò che ciascuno fa, pensa, immagina, sogna spera e dispera non abbia
nessun altro obbiettivo se non quello di proseguire il suo racconto.
La questione è
interessante, pone in effetti in prima istanza un elemento che può essere di
notevole dirompenza perché elimina qualunque obbiettivo, dalla felicità altrui
alla propria, tutto questo cessa di avere un valore. Come se diventasse nulla,
cioè diventasse quello che probabilmente è e cioè una figura retorica
all'interno di un racconto. Dunque raccontare, dicevamo, è esporre, esporre che
cosa? Dei fatti? Forse più propriamente esporre delle fantasie cioè delle altre
costruzioni, o più propriamente ancora esporre delle fantasie. Le fantasie non
sono altro che una serie di proposizioni che vengono costruite dal discorso, ma
in ogni caso potremmo dire ancora più semplicemente che raccontare è dire, dire
qualunque cosa.
Nel racconto, come
sappiamo l'abbiamo visto la volta scorsa, c'è un elemento da cui si parte per
giungere ad una conclusione. La conclusione è importante nel racconto, quando
qualcuno chiede ma dove vuoi andare a parare con tutte queste storie vuole la
conclusione a tutti gli effetti, la conclusione allude all'utilizzo del
racconto. Un racconto ha sempre una conclusione, cioè ha un utilizzo per un
altro racconto. Prendete ad esempio, faccio un esempio molto banale, la morale
nelle fiabe ha un utilizzo per un altro racconto, serve perché se io so che i
cattivi saranno puniti e i buoni saranno premiati allora il racconto che
seguirà terrà conto di questo aspetto, e quindi il racconto successivo sarà
costruito a partire da questa morale, i cattivi saranno puniti con l'inferno ed
i buoni andranno in paradiso.
Dunque, il fatto che
un racconto abbia una conclusione qualunque essa sia e perché occorre che essa
sia utilizzabile per altri racconti, esattamente come ciascuna proposizione
occorre che sia utilizzabile da altre proposizioni, se non è utilizzabile è un
problema, non serve a niente e non entra a far parte di nessun gioco.
Intervento: però
potrebbe essere il racconto religioso.
Io sto usando termini
molto generali in cui rientra anche il racconto religioso, anche lui ha una sua
morale ed è utilizzabile perché se io so che c'è l'inferno e il paradiso allora
i racconti che io farò terranno conto di questo aspetto.
Tenuto conto del fatto
che qualunque racconto ha una conclusione, questa conclusione non è altro che
la possibilità di essere utilizzata da altri racconti, possiamo valutare che
anche il gioco ha una conclusione che ha questo obbiettivo: il poter essere
utilizzata per altri giochi. Provate a riflettere ad un qualunque gioco, qualunque
gioco ha una conclusione, la fine di una partita. Questo fine della partita,
questa conclusione, proviamo a considerare se ha un valore unicamente perché
utilizzabile in altri giochi o in altre partite. Un gioco che è concluso che
cosa lascia dietro di sé? Una serie di mosse, di operazioni, queste operazioni
possono aver condotto alla vittoria o alla sconfitta, al piacere o al
dispiacere, a seconda dei casi, ma ciascuna volta le operazioni che si sono
compiute saranno tenute in conto nella partita successiva. Per essere ripetute,
se si è vinto, per essere modificate se si è perso.
Pensate ad un gioco
che può essere giocato una volta sola e mai più. Potrebbe essere interessante?
In effetti una delle prerogative del gioco è la sua ripetitività. Perché deve
essere ripetibile? Perché ciascuna partita, o meglio, la conclusione di
ciascuna partita va a segnare, dunque a costruire la partita successiva.
Qualcuno terrà conto,
che so , che ha fatto degli errori giocando a poker e quindi cerca di non
commetterli più, per esempio. Un gioco che può essere giocato una volta sola e
mai più non può essere giocato, in effetti non ha nessun interesse, perché non
si può acquisire nulla, non può essere ripetuto. Lo stesso motivo per cui non
interessano i giochi di puro azzardo, che ne so, vince chi tira su la carta più
alta, questo generalmente è l'inizio di un gioco per stabilire chi può
cominciare ma il gioco fine a se stesso è una stupidaggine. Perché non lascia
nulla al giocatore e infatti non viene giocato, non ha nessun interesse.
Come dire che un
aspetto importante del gioco così come del racconto è la sua ripetitibilità, è
il fatto che ciascuna partita, come ciascun racconto, apre ad un'altra partita
o ad un altro racconto.
Viene da domandarsi se
si racconta, per esempio un racconto, perché ci sia un altro racconto. Potrebbe
essere. Potrebbe darsi un racconto perché non ci sia più nessun altro racconto?
Difficile. Quale è il bello di un racconto, Cesare?
Intervento: Il bello
di un racconto sta nei rinvii, le connessioni che sono costruite.
Quando si legge un
romanzo, per esempio, mentre lo si legge si costruisce una specie di scena, se
lei e io leggiamo lo stesso romanzo non è detto che costruiamo la stessa scena
, che ci immaginiamo un paesaggio o una stanza che è descritta allo stesso
modo, come dire che leggendo il romanzo se ne costruisce letteralmente un altro
da ciò che si legge, quindi il racconto nel momento stesso in cui si racconta è
un altro racconto, costruisce più propriamente un altro racconto. Come se ogni
volta che si racconta si costruisce un altro racconto. A partire da questo
testo che ciascuno legge, ascolta come gli pare, ci sono dei personaggi, ad uno
un personaggio è simpaticissimo ad un altro è inviso. Vuol dire che si sono
costruiti due racconti diversi.
Se l'obbiettivo del
racconto è quello di fare provare emozioni, fare rivivere le stesse cose che
vivono i protagonisti del racconto, allora effettivamente il racconto ha la
funzione di costruire un altro racconto che è quello che ciascuno gli
costruisce sopra. Perché uno scrive un racconto? Perché si diverte facendolo,
in genere avviene così.
Intervento: oppure è
l'obbiettivo a cui vuole arrivare.
Sì, ma che sia quello
l'obbiettivo è indifferente. Scrivere un racconto è qualcosa che piace perché
diverte mentre lo si fa. Cioè mentre io narro la storia dei vari protagonisti
eccetera, io mi vivo queste cose, oppure immagino le emozioni che possono dare
ad altri, cioè costruisco un altro racconto, come se scrivendo un racconto man
mano che lo scrivo a fianco c'è sempre un altro racconto che si costruisce.
Come dire che scrivo questo racconto per costruirne un altro che può essere le
scene che io immagino oppure ciò che io immagino che altri possano provare
leggendo le cose che vado scrivendo, c'è sempre, comunque, un altro racconto,
quindi scrivo questo racconto perché possa darsi quest'altro racconto.
Ma è sempre così? Cioè
si racconta per poter far esistere un altro racconto? Ci sono situazioni in cui
non è così. A chi viene in mente una situazione in cui non è così?
Vediamo un po', un
racconto che non rinvia a nessun altro racconto.
Intervento................................
È un racconto che non
innesca nulla, come se non rinviasse a niente. Questo altro racconto che si
scrive mentre si racconta, che si scrive nel senso che si produce nel momento
in cui si racconta il racconto in effetti è il rinvio, così come quando uno
dice una qualunque cosa questo qualcosa rinvia ad altre proposizioni,
necessariamente. Quindi un racconto che non produce un altro racconto, non
rinvia ad un altro racconto è una contraddizione in termini perché vuol dire
che non produce nulla, come fa a non produrre nulla? Necessariamente produce
qualcosa e, quindi, qualunque racconto produce un altro racconto. Esattamente
così come dicevamo che qualunque parola produce un alta parola. Però ciò che a
noi sta interessando non è soltanto stabilire che ciascun racconto produce un
altro racconto, ciò che a noi interessa è potere affermare in modo categorico
che un qualunque racconto non solo produce un altro racconto ma non ha nessun
altro obbiettivo all'infuori di questo. Questo è il passo che dobbiamo
compiere. Potremmo prendere la cosa più semplicemente affermando che qualunque
altro racconto si produca a partire dal primo è inevitabile è che qualunque
cosa un racconto produca, qualunque sia il motivo per cui si racconta questo è
comunque un altro racconto. Io scrivo perché la casa editrice mi ha
commissionato una novella di trenta cartelle e mi dà due milioni ogni volta che
ne faccio una, quindi della novella che scrivo non me ne importa nulla,
m'interessa l'assegno circolare, ma anche in questo caso la scrittura del
racconto al di là del fatto che comunque non è casuale è inserita all'interno
di un altro racconto che è quello dove c'è lui che deve guadagnare due milioni
e che con quei soldi se ne va due settimane da qualche parte, mentre scrive
questa novella pensa già che incasserà quei soldi ecc. Non c'è attività umana
che non sia un racconto che produce un altro racconto, se esistesse sarebbe una
contraddizione di termini e sarebbe fuori dal linguaggio. Pare una prerogativa
del linguaggio quella di costruire proposizioni, una certa configurazione che è
quella del racconto per produrre altri racconti, come dire che un racconto
produce un altro racconto e questo è il suo obbiettivo, e così via
all’infinito. Ma non c'è nessun altro obbiettivo, cioè il fatto di andarmene
due settimane da qualche parte con i due milioni incassati dalla casa editrice
non è un obbiettivo? Certo, ma di che cosa è fatto? Di pensieri, di immagini,
una serie di costruzioni, di pensieri, di proposizioni più o meno credute.
Intervento: C'è anche
l'ostacolo. Perché se io scrivo un racconto che non piace non prendo i due
milioni e non vado da nessuna parte.
Chiaro, c'è sempre
l'ostacolo. Sì, potremmo dire che non c'è attività umana che non sia un
racconto, bisogna ancora precisare che non c'è attività umana che sia altro da
un racconto. Per intendere bene questo possiamo considerare qualunque finalità,
qualunque obbiettivo anche il più nobile e tra i più bassi che gli umani si
pongono e considerare se questi sono un racconto oppure no.
Allora, una meta un
obbiettivo che non sia un racconto, provate a trovarne uno. Per esempio la
prosecuzione della specie, è un obbiettivo. Il fatto che la specie umana
prosegua anziché arrestarsi. Taluni lo considerano un obbiettivo nobile, la
procreazione, mediamente è considerata un nobile obbiettivo per cui tutto ciò
che attiene a questo ha un che di sacro, di degno. Provate a riflettere bene,
perché una persona deve giungere a una conclusione del genere, tale per cui la
specie deve proseguire? Potremmo così, sfacciatamente porci la questione che
cosa gliene cale?
Intervento: Però la
questione dell'azione nobile è un po' arbitraria.
Sì, certo mi attenevo
al luogo comune, generalmente si pensa così. Perché, dunque, la vita della
specie umana deve proseguire? Perché tutto si fa perché possa proseguire. Chi
ha stabilito questo? Provate a riflettere bene. Se ci riflettete cominciate a
trovare una serie sterminata di fantasie, come definirebbe ad esempio,
Elisabetta, una fantasia, se non come un racconto? Dunque questa cosa è
sostenuta da dei racconti i quali sono sostenuti da altri racconti e alla fine
che c'è se non un altro racconto? Qualunque obbiettivo gli umani si pongano è
inesorabilmente un racconto sostenuto da altri racconti.
Qualunque obbiettivo,
dunque anche il più nobile, è sostenuto da un racconto. Possono essere più o
meno articolati, più o meno interessanti ma sono racconti e cioè una sequenza
di proposizioni coerenti tra loro e connesse tra loro, così abbiamo definito la
cosa. Sostenere che il proseguimento della specie umana è un obbiettivo più
nobile di un qualunque altro è sostenibile da altri racconti, i quali racconti
sono sostenuti da altri racconti e alla fine di tutto c'è un altro racconto.
Quindi è una decisione, io decido che è così. Perché? Per niente. Questa è la
questione. Perché ho deciso così? Per niente, assolutamente niente. Questa è la
solitudine in cui si trova l'analista della parola, qualunque sua decisione è
per niente. Non ha nessun obbiettivo ha solo un racconto il quale è per niente
o, più propriamente, per se stesso.
Perché se ciascun
racconto rinvia necessariamente ad un altro e così all'infinito allora non ci
resta che ciascun racconto non ha nessun altro obbiettivo se non un altro
racconto. Esattamente ciò che volevamo stabilire, nessun altro obbiettivo.
Tutti i nobili intenti, i nobili propositi hanno come obbiettivo semplicemente
la costruzione di un altro racconto. Perché? Per un altro racconto e avanti
all'infinito. Questo dà un ulteriore colpo a tutto il discorso occidentale e
rende il discorso che stiamo facendo ancora più arduo e più devastante.
Tuttavia è difficile
giungere a conclusioni differenti, si prosegue in termini rigorosi. In effetti
poi, se considerate attentamente, ciò che cambia non è la vostra condotta, le
cose che fate, continuate a fare le stesse cose, però con una particolarità,
l'avevamo già acquisita e cioè che qualunque cosa si faccia è assolutamente
fine a se stessa. Fine a se stessa in quanto qualunque obbiettivo si ponga è
fine a se stesso, ciascun elemento è fine a se stesso come ciascun racconto,
non posso costruire nulla che sia realizzabile a qualcosa che è fuori dalla
parola. Questo comporta sì, certo, una libertà notevole, ma una sempre maggiore
solitudine, possiamo chiamarla così, solitudine che consiste nello stare da
soli, ovviamente. Ma la distanza immensa da tutto ciò che è creduto dai più,
che è seguito e perseguito, questa distanza immensa è irreversibile. E quindi
allora qualcuno potrebbe chiedersi ma allora che si vive a fare? La questione
può essere presa in vari modi, il modo più appropriato sarebbe quello di porre
un'altra questione fondamentale e cioè perché ci si pone questa domanda? Che è
più interessante. Perché la risposta a questa domanda comporta il fatto che
vivere debba avere necessariamente uno scopo e, quindi, parte da un
pregiudizio, che qualunque cosa debba avere uno scopo. Naturalmente è possibile
credere una cosa del genere se e soltanto se non ci si è mai posti domande
intorno a che cosa sia un obbiettivo o un fine, cosa lo sostenga.
Dirsi, la mia vita non
ha nessuno scopo non ha nessun senso. O, come accade spesso, siccome non sono utile
a nessuno allora...
E come se io leggessi
una fiaba e prendessi ciò che viene raccontato in questa fiaba come ciò a cui
io dovessi attenermi scrupolosamente, per cui non vado nel bosco perché c'è il
lupo cattivo e poi incontro l'orco e quindi non vado in giro per il mondo, è
esattamente la stessa struttura, cioè io credo un racconto che si è prodotto a
partire da vari elementi e mi attengo a questo racconto, perché il fine di
questo racconto non è produrre un altro racconto ma stabilire una morale e definire
qualcosa che è fuori dal linguaggio.
Se il Papa affermasse
che, dopo aver affermato che l'inferno c’è ma non si vede, che ciò che ha detto
è soltanto perché così, perché questo è consentito di pensare, chiaramente non
sarebbe più credibile. E qui torniamo a ciò che dicevamo due settimane fa
intorno al fatto della descrittività, la possibilità di descrivere qualcosa;
generalmente il racconto è immaginato descrivere delle cose e il suo fine è
appunto la descrizione di queste cose, stabilire, per esempio, come stanno le
cose e non la costruzione di un altro racconto il quale ha come fine la
descrizione di un altro racconto che, altrimenti, questa descrizione non ha
nessuna portata. E qui sta la distanza tra il discorso che stiamo facendo e il
discorso occidentale, il quale racconta per descrivere, cioè per stabilire come
stanno le cose. Il modo in cui lo stiamo ponendo il racconto non ha nessun
altro fine che se stesso e se descrive le cose non descrive uno stato di fatto,
semplicemente costruisce proposizioni sapendo di volta in volta qual'è il gioco
che sta giocando. Se Beatrice mi chiede se dentro questa sigaretta c'è tabacco
oppure nitroglicerina che al contatto con la fiamma esplode rispondo che c'è
tabacco, all'interno del gioco che stiamo facendo questa è la risposta che
attiene, che funziona in questo gioco.
Due cose, quindi:
sapere quali sono le regole del gioco che si sta facendo e sapere che il gioco
è fine a se stesso, questo è quanto abbiamo costruito in questi anni, che pare,
all'interno del discorso occidentale, assolutamente devastante. Così come il
discorso scientifico, l'abbiamo detto varie volte, il discorso filosofico,
muove da assiomi, da principi che non può provare, a partire da quelli
costruisce tutta una serie di cose che non significano niente. La filosofia non
può descrivere uno stato di fatto delle cose, non può descrivere che cos'è
l'essere, che cos'è l'esistenza, cosa è e cosa non è, non lo può fare perché
questo è un gioco qualunque e fuori da queste regole del gioco quello che sto
dicendo non significa assolutamente niente.
Il gioco del discorso
occidentale, dovere credere necessariamente per non piombare in ciò che è
avvertito come il nulla, lo dicevamo qualche tempo fa, di come e perché sorge
il discorso religioso, il quale garantisce che il discorso prosegua come se di
fronte al paradosso, all'antinomia del linguaggio fosse l'unica salvezza perché
altrimenti qualunque cosa va bene quindi nulla ha più senso. Questa è una
questione che dobbiamo riprendere, perché è molto importante. Perché il
discorso religioso? Ce lo siamo chiesti per anni, come mai gli umani credono
una cosa del genere. È la paura della morte, è la stessa cosa, è la paura del
discorso che si arresta. Ma perché non possono pensare che il discorso prosegue
lo stesso? E qui abbiamo introdotto un elemento che riguarda la struttura del
discorso. In ogni caso dicevamo che per intendere ciò che andiamo dicendo
occorre illustrare il funzionamento del linguaggio. Ora i casi sono due: o
nessuno ci è mai arrivato o è stato costruito questo discorso occidentale
perché è l'unico modo in cui è possibile tenere il controllo sul prossimo.
Oppure entrambe le cose, di fatto la struttura del linguaggio così come lo
abbiamo elaborato in questi ultimi anni non si trova da nessuna parte
illustrato in questo modo.
C'è l'eventualità che
nessuno ci sia arrivato.
Intervento.....................................
Sì, però la domanda
che mi ponevo si volgeva a qualcosa di più antico, come è avvenuto che sia
sorto il discorso religioso? Perché si è pensato che senza una direzione
precisa il discorso potesse arrestarsi e, in effetti, se non si giunge
attraverso una riflessione intorno al linguaggio che non giunga al punto in cui
siamo giunti noi, probabilmente è inevitabile pensare questo. Che se non c'è
una direzione, così come può avvenire nel caso dei paradossi, allora il
discorso si arresta.
Intervento:...............................
Se io dicessi così,
con un hápax legómenon, l’hápax legómenon è un elemento che interviene una
volta sola, che la sensazione è l'ultima mossa di un gioco qualunque esso sia.
Dicendo che è l'ultima mossa di un gioco ovviamente non mi riferisco ad un
gioco con le carte o con gli scacchi, anche ma non soltanto. Anche all'interno
di un gioco come il poker possono inserirsi altri giochi. Ciascuna volta
l'ultima mossa di quel gioco è la sensazione, adesso lo dico così poi lo
preciseremo in seguito. Vedremo se è proprio esattamente così o no.
Il problema del
discorso occidentale è il fatto che i rinvii sono infiniti, infatti una buona
parte anche dei teologi, Tommaso in prima fila, era terrorizzato da questa
eventualità, se c’è il rinvio all'infinito non è possibile stabilire nulla, non
è possibile credere a nulla, quindi non è possibile costruire nessuna religione.
E questa è stata la spada di Damocle del discorso occidentale. Del discorso
occidentale così come è costruito, esige che una cosa, per poter essere
affermata in modo assoluto sia necessaria, che sia necessario che sia, uno può
sempre chiedere perché? E lì, diventa dura.
Intervento: Così come
non si può rispondere ad un bambino che chiede perché, ad un certo punto
infastidisce. Si può andare avanti tutta la vita, non c'è la risposta.
La questione è che
ciascun gioco ha una risposta ovviamente che è fornita dalle regole per cui
esiste, il problema del discorso occidentale è che questi giochi non sono
considerati tali, le regole del gioco sono considerate, in molti casi, delle
regole naturali, da qui sorgono problemi di proporzioni bibliche. Che se fosse così
allora la risposta alla domanda perché dovrebbe essere una risposta definitiva
e invece no. È la maledizione del discorso occidentale, non avendo inteso la
struttura del linguaggio e condannato a correre dietro alla sua struttura, come
il gatto che corre dietro la sua coda, non va da nessuna parte e continua a
girare in tondo.
Intervento: Pensavo
alla sensazione, cercavo di definirla.
Ciascuna volta in cui
qualcuno ha una buona idea prova una sensazione piacevole. Però c'è
l'eventualità che sia connessa con il chiudersi di un gioco, però dobbiamo
pensarci bene.
Intervento...............................
La sensazione,
generalmente, è definita come uno stato d'animo che varia, una variazione
avvertita di stato d'animo, una percezione. Una percezione di freddo è ascritta
alla percettività fisica. In linea di massima è accorgersi di una variazione di
uno stato percettivo.
Intervento: Sì, però
io lo chiamo freddo, sento qualcosa che posso chiamare freddo. Predico di
questo qualcosa che sta avvenendo: freddo.
Intervento: Nel
discorso che stiamo facendo dovrebbe essere abolita la sensazione. In un certo
qual modo, sapendo che è parola, non si dovrebbe neanche arrivare alla
sensazione, ad uno stato d'animo diverso.
Quando io trovo un
pensiero o risolvo un quesito che mi sono posto provo una sensazione piacevole
che è fatta appunto di questa conclusione di un gioco che è in atto. So bene
che si tratta di un atto linguistico, un atto linguistico può essere piacevole.
In effetti anche il luogo comune definisce la sensazione in modo simile cioè
questo cambiamento vuol dire che non è più quello di prima cioè qualcosa si è
concluso, ne comincia un altro. Sì, così va meglio, forse è questa la
direzione.
Ci vediamo giovedì
prossimo.
5
AGOSTO 1999
Volevo
parlarvi di questo testo che non dice molto di più di quanto già forse non
sappiate però volevo fermare l'attenzione questa sera su un aspetto particolare
dell'argomentazione cioè le fallacie. Sarebbero le fallacie gli errori di
ragionamento, gli errori logici. L'entimema è un sillogismo particolare in cui
manca una delle due premesse, o la premessa maggiore o quella minore.
Intervento:
Il paralogismo?
Il
paralogismo è un'argomentazione quasi logica. Dunque, vediamo se qui ci dice
qualche cosa che può interessarci, perché una fallacia in un ragionamento
conduce ad una conclusione diciamo insostenibile. Questo c'interessa perché,
generalmente ciò che una persona conclude nei suoi ragionamenti è ciò che
piloterà la sua condotta, che se conclude una certa cosa questa la ritiene vera
ed essendo vera si muoverà di conseguenza, necessariamente. Dunque, qui c'è la
fallacia d'ambiguità, la fallacia d'argomento d'autorità, argomenti che si
attengono ai sentimenti, argomentum ad ignorantiam, a petitio principii,
fallacia di posizione, fallacia d'illusione, fallacia di ignorantiam elenchi,
fallacia del non sequitur, fallacie statistiche ecc... Ecco la lista di
fallacie.
Allora,
l'ambiguità, dice qui, è una delle principali fonti di ragionamenti fallaci,
diciamo che un termine è ambiguo se ha più di un significato. Se per esempio
dico: "John ha un cuore buono", non è chiaro se intendo che John ha
un cuore generoso o se intendo che ha un cuore forte. Termine ambiguo, cioè
buono, e quindi ambiguo perché può essere interpretato in almeno due modi. Fa
un piccolo esempio qui. Tutti gli uomini sono fratelli in una fraternità
condivisa, tutti i fratelli di confraternita sono studenti universitari, tutti
gli uomini sono studenti universitari. Qui abbiamo una fallacia di ambiguità:
diciamo tutti gli uomini sono fratelli in una fraternità condivisa intendiamo
dire che non ci sono differenze fondamentali tra gli uomini, riguardo al loro
statuto di esseri umani ecc... Ma quando diciamo tutti i fratelli in una
confraternita sono studenti universitari intendiamo che ogni singolo membro di
una confraternita è uno studente universitario. Questa, che sembra una
banalità, ed in effetti è da considerarsi tale, pone l'accento su una questione
che abbiamo già discusso in varie occasioni, e cioè sul fatto che accade di
utilizzare nel discorso, anche nel discorso fra se e se, dei termini di cui non
è chiaro il senso, per cui vengono usati in modo ambiguo. Cosa comporta questo?
Comporta che utilizzando uno di questi termini all'interno di un qualunque ragionamento
questo termine potrà assumere diversi sensi a seconda dell'intenzione di ciò
che si vuole provare. Questo ha degli effetti nell'argomentazione, l'effetto
principale è quello di fare concludere molto rapidamente laddove invece
occorrerebbe riflettere molto meglio. Come dire che ciascuna volta in cui si
ragiona intorno a qualche cosa occorrerebbe avere almeno un'idea di ciò di cui
si sta parlando. Cioè, per esempio, non si è in condizioni di definire cosa si
sta dicendo, ciononostante si usa quel termine tranquillamente in moltissime
volte, e allora può sorgere la questione; quando interviene quel termine di
cosa sto parlando esattamente? C'è l'eventualità che non sappia ciò di cui sto
parlando e questo si ripercuote immediatamente su tutte le conclusioni che
traggo, che saranno generalmente piuttosto squinternate.
Perché
le conclusioni muovono da premesse che non sono note.
Intervento:
Come se fossero date per scontate.
Sì.
Qualcosa che si suppone di sapere, come diceva Agostino, "Quando nessuno
mi chiede che cos'è il tempo lo so, quando me lo chiedono non lo so più",
finché non ci penso immagino di sapere di cosa si tratta, appena ci penso ecco
che sorgono i problemi. Un po' la stessa cosa che trovate quando dei pensieri
provate a scriverli, è un'operazione questa per cui i versi, come direbbero
alcuni francesi, di disambiguamento, perché ciò che vi appare chiaro, se
provate a scriverlo, vi appare straordinariamente confuso. Non è casuale
perché, chiaramente, trovandosi a mettere per iscritto dei pensieri certe
connessioni, certe implicazioni o derivazioni devono essere esplicitate, mentre
il pensiero può non farlo.
Per
questo anche è un ottimo esercizio provare a scrivere delle cose, ci si accorge
immediatamente di che cosa non è chiaro.
Qui
dice: l'argomentazione che ne risulta non è valida perché la confraternita è
una parola usata con due sensi differenti e l'argomentazione è ambigua ed anche
il termine fraternità. La fallacia prodotta quando l'inferenza non è valida
perché una singola parola può essere usata in due sensi differenti si chiama
equivocità, ma il secondo tipo di fallacia è basato sull'ambiguità quando è
ambiguo l'intero enunciato e non qualche singola parola. Può accadere, anzi,
che nessuna parola sia ambigua e tuttavia lo sia l'intero enunciato a causa
della sua struttura grammaticale. Tale ambiguità si chiama anfibolo o
anfibologia cioè un'ambiguità della proposizione. La leggenda dice che
l'oracolo di Delfi nell'antica Grecia non sbagliava mai, però la ragione della
sua infallibilità era che le sue predizioni erano formulate sotto forma di
anfibolo, ovvero che devono essere interpretate almeno in due modi diversi. Di
conseguenza se si verifica uno dei due eventi la predizione dell'oracolo poteva
essere giudicata esatta.
Come
se io dicessi domani o pioverà o non pioverà, uno dei due andrà bene per forza,
quindi avrò comunque ragione.
Si
racconta che durante il conflitto fra i Greci ed i Persiani il comandante greco
avesse chiesto all'oracolo quale delle due fazioni avrebbe alla fine vinto.
L'oracolo rispose: "Apollo dice che i Greci ed i Persiani si
sottometteranno. Non era chiaro se i Greci avrebbero battuto i Persiani. In
altra occasione quando Ciro il Grande progettava la guerra contro un certo Re
quando rispose alla sua domanda su chi avrebbe vinto dicendo: "Vive ancora
il re che Ciro deporrà" . Si può notare che gli antiboli dipendono dalla
costruzione di un enunciato, l'ambiguità non è dovuta al fatto che le parole
possono essere interpretate in due sensi, piuttosto il fatto che non
comprendiamo il significato dell'enunciato nel suo complesso. Due tipi molto
diffusi di anfiboli sono dovuti:
a)
participi non connessi
b)
uso inesatto del segno di negazione nel discorso ordinario.
Si
ha l'errore grammaticale noto come participio non connesso quando non si
connette un nome alla locuzione participiale che lo precede, ad esempio avrei
commesso questo errore se avessi scritto la frase precedente nel modo seguente
commettendo l'errore noto come participio non connesso una locuzione si presenta
priva di connessione.
In
effetti è ambiguo, non si capisce. Sembra che sia la locuzione ad avere
commesso l'errore piuttosto che la persona che ha usato la locuzione.
Non
dipende da alcune scorrettezze grammaticali gli errori formali del
ragionamento, dipendono invece dal contesto in cui l'espressione viene
pronunciata. Il contesto sembra suggerire che l'espressione abbia un
particolare significato, ma in realtà esso potrebbe anche non averlo affatto,
cosicché l'enunciato indurrebbe in chi lo ascolta o chi lo legge ad errore,
tali fallacie sono note come fallacie contestuali.
Prendiamone
in considerazione qualcuna, una delle più diffuse è la fallacia di senso.
Supponiamo che io dica: "il 28% degli abitanti di Birmingham ha i denti
cariati". Prima di rendersi conto del senso di questa considerazione
bisognerebbe paragonare Birmingham con città delle medesime dimensioni per
vedere se essa ha una percentuale alta o bassa di persone con disturbi ai
denti. Gli annunci pubblicitari commettono spessissimo la fallacia di senso.
Non è raro vedere uno slogan come: "il 62% del medici fumatori fuma
Marlboro", per esempio. Ciò induce all'errore perché non dice quanti
dottori non fumano nè dice che fumano solo Marlboro. Potrebbe anche essere che
molti medici fumatori fumino qualche altra marca più frequentemente delle
Marlboro, anche se potrebbero provare queste ultime e se decidessero cambiare.
Cosa
dire, dunque, delle fallacie, dell'ambiguità? Per quanto ci interessa,
ovviamente. Considerate un discorso comune, uno qualunque.
Intervento:
Io non ho capito la connessione con il discorso di Austin.
Sì,
non raggiunge l'obbiettivo.
Intervento.
Ma la felicità di un enunciato, come posso stabilire qual'è l'obbiettivo se ...
In
questo caso vuol dire che il 62% di persone fumano Marlboro o no, quell'altro
del 28% di abitanti dai denti cariati, cioè questa statistica è fatta per un
motivo no? Per allarmare per esempio ma, se in tutto il resto delle città del
mondo anziché il 28 il 70% ha i denti cariati allora questa indagine non ha
raggiunto l'obbiettivo cioè non mostra che il 28% è una percentuale alta, bassa
ecc...
In
effetti dicevo, potete notare in molti discorsi delle affermazioni che vengono
fatte con determinazione e soprattutto con leggerezza in cui si afferma che la
maggior parte delle persone fa così, è una cosa molto banale, però
un'affermazione del genere è fortemente ambigua. La maggior parte, quanti? La
maggior parte qui, ma qui non c'è mica niente, la maggior parte rispetto a che?
E di nuovo la questione che io accennavo prima della definizione. Se una
persona decidesse in un certo modo perché afferma ma la maggior parte delle
persone usa fare così. È un enunciato abbastanza comune no?, tuttavia potete
notare immediatamente due aspetti: primo, che l'enunciato è assolutamente
gratuito, non significa assolutamente niente perché non ha nessun riferimento,
nessun parametro; secondo, che se enunciato in questo modo come se volesse
porre questa affermazione che viene fatta che è assolutamente irrilevante come
invece una cosa assoluta.
Ora
la persona che pronuncia una cosa del genere sa che non è assolutizzabile la
sua affermazione almeno il più delle volte, ciò nondimeno compie questa
affermazione. Allora qui interviene un altro elemento e cioè la necessità che
un'affermazione del genere si inserisca in un discorso per confermare qualcosa
in cui lui crede. Come dire che io credo che le persone debbano fare così e
come me molte altre lo fanno. Solo che per dare più forza alla sua
argomentazione dice la maggior parte delle persone fanno così. È falso. Però,
dicendo questo, anche se è falso, è come se corroborasse la sua superstizione,
come se enunciasse una proposizione assolutamente vera, la verità sub specie
æternitate. Tutti fanno così, quindi, anch'io. Cosa comporta una cosa del
genere nel discorso di ciascuno? Comporta che, spesso, le affermazioni che
vengono compiute nel proprio discorso pur non essendo in nessun modo
sostenibili vengono rafforzate da una sorta di superstizione, cioè da un'altra
proposizione che dovrebbe corroborare la prima ma che, a sua volta, è
assolutamente insostenibile. Bisogna vestirsi con la maglia di lana. Perché?
Perché tutti fanno così. Succede di ascoltare queste cose ma a noi interessa la
struttura di un'argomentazione del genere. Non tanto per la questione della
maglia di lana, ma perché coinvolge, come dicevo, una notevole quantità di
affermazioni che vengono fatte direttamente o indirettamente le quali pilotano
quotidianamente la vostra condotta.
Dunque,
la fallacia, in questo caso, consiste nel immaginare che una certa proposizione
che io faccio sia in qualche modo, che io magari non conosco appieno,
supportata da buone argomentazioni che io non conosco. Questa sorta di
argomentazione piuttosto strampalata la trovate spessissimo invece nel luogo
comune, nel discorso corrente, soprattutto per quanto riguarda affermazioni
connesse con la scienza e affermazioni connesse con la religione. Le cose
stanno così, io non lo so perché ma qualcuno lo sa. Altri sanno perché, io no.
Questa sarebbe la fallacia d'autorità però anche d'ambiguità, perché in effetti
ciò che affermo a proposito di un'asserzione scientifica, è fortemente ambiguo
perché io non so nemmeno di cosa sto parlando. Ciò nonostante lo affermo con
assoluta fermezza. Il fumo fa male. Come lo sa? Lo dice la scienza. E allora?
Tu sai cosa dice la scienza esattamente? No. Però mi fido di quello che dice la
scienza. Senza sapere assolutamente nulla di ciò che viene affermato da
qualcuno, senza sapere in base a quale criterio, ciò nonostante, come sapete
molto bene, questa è una delle affermazioni più diffuse e tra le più
accreditate, ultimamente. Gli igienisti, i salutisti ecc... Nessuno di loro
saprebbe dire perché, esattamente, il fumo fa male, o in che modo è stato
verificato che dovrebbe provocare il cancro.
In
effetti, invece proprio coloro che sarebbero preposti a studi di questo tipo di
fatto vanno molto più cauti, prima di fare questa affermazione.
Invece
l'igienista non ha nessun dubbio sul fatto che possa far male, senza sapere
assolutamente perché. Dunque quando lui afferma una cosa del genere dovremmo
affermare che non sa di cosa sta parlando. Ma, al di là di questa direzione ce
ne sono un'infinità dove potete rilevarli, naturalmente il maggior interesse in
questa operazione è nel proprio discorso che funziona assolutamente allo stesso
modo, e cioè le proposizioni che affermano con assoluta convinzione una certa
cosa di cui la verità non si sa assolutamente. Questo se considerate che le
cose che si affermano con tanta determinazione sono quelle su cui si costruisce
il modo in cui si pensa, quindi la propria condotta vi rendete conto
immediatamente che non è questione da poco. Gli umani si muovono così come
pensano. Se pensano in questo modo si muoveranno in questo modo. E una persona
che può avere detto che..., può arrivare a proibire il fumo perché convinta che
faccia male senza assolutamente sapere nulla di tutto questo, questa è la
portata che pone una cosa del genere. Ma, rispetto al proprio discorso voi
troverete, se vi soffermate, se avete voglia di farlo, alle cose in cui credete
di fronte alla stessa perplessità, provate a interrogarvi, interrogarvi
rigorosamente. C'è l'eventualità che vi troviate a un certo punto, di fronte a
qualcosa che ignorate totalmente e che, invece, sta a fondamento di ciò che
credete. Questione curiosa questa che abbiamo già sottolineato in varie
circostanze, però esiste un certo numero di argomentazioni che incorrono nella
fallacia detta merita di essere considerata con molta attenzione.
Potremmo
indicarla come una fallacia. Potremmo addirittura sostenere che tutto il
discorso occidentale è sostenuto da fallacie. Quale è la fallacia fondamentale?
Quella che suppone che esista qualcosa fuori dal linguaggio, per esempio,
questa è la fallacia principale. Quali sono le fallacie che si attengono ai
sentimenti?
Esiste
un certo numero di argomentazioni che incorrono nella fallacia di tentare di
stabilire che un dato asserto è vero o falso richiamandosi ai sentimenti che la
gente prova nei suoi confronti, e quindi se dico: "il mondo è
piatto", e voi mettete in dubbio la mia asserzione potrei tentare di
replicare dicendo: "tutti ci credono". Come risposta implicherebbe
una fallacia perché non si può provare che il mondo sia piatto o no facendo
appello alle credenze della maggioranza ma caso mai mi viene in mente di prove
fornite dalla geografia. Ci sono numerosi casi, fra cui quelli citati, in cui
le credenze delle maggioranze si sono rivelate false. L'appello alla
compassione e all'emozione che è una variante della connessione sopra citata
viene chiamato momentum ad misericordiam. Un avvocato che suggerisce che
l'accusato non può aver commesso un crimine perché ha moglie e sei figli sta
impiegando l'argomentum ad misericordiam. Le sue responsabilità familiari sono
irrilevanti rispetto alla sua colpevolezza, sebbene possano essere importanti
per decidere come punirlo.
Argomentum
ad ignorantiam. Un tipo di argomentazione molto diffuso basato sulla fallacia è
la cosiddetta "argomentazione fondata sull'ignoranza": qui la fallacia
consiste nel sostenere che alcuni asserti sono necessariamente veri perché non
vi sono prove in contrario. L'argomentazione fondata sull'ignoranza appare
plausibile perché imita un tipo di argomentazione legittimo. Si potrebbe
(lecitamente) sostenere che una certa idea è vera perché abbiamo una serie di
elementi importanti, ognuno dei quali implica che l'idea sia vera e nessuno dei
quali fa pensare che sia falsa. Quindi si potrebbe sostenere che, in
determinate condizioni, l'asserto "l'acqua bolle a 100° Celsius" è
vero perché ogni volta che abbiamo tentato di bollire l'acqua, in determinate
condizioni, il punto di ebollizione è stato di 100°; inoltre non abbiamo avuto
esempi contrari. Ora, l'argomentazione fondata sull'ignoranza, che sembra simile
a questa, implica che un certo asserto sia vero semplicemente perché non
abbiamo l'evidenza del contrario. Ma ciò è fallace, perché non basta, per
provare che un'idea sia vera, mostrare che non esistono elementi contrari;
dobbiamo anche dimostrare che abbiamo elementi concreti a suo favore.
Altrimenti potremmo dimostrare che i draghi, gli elfi e i serpenti di mare e
gli unicorni esistono, poiché non abbiamo alcuna prova in contrario.
Nelle
dispute religiose si usa spesso l'argomentazione fondata sull'ignoranza; c'è
chi afferma che "Dio esiste" è vero perché non abbiamo nessuna prova
che non esista. Ma se è questa la materia di prova, non è certo conclusiva, per
le ragioni che abbiamo indicato.
Qui
ci sarebbe anche la petitio principi. Ciò nonostante, questa è una questione
più complessa di quanto qui descritto, è possibile affermare vera una
proposizione perché non è possibile provare falsa la contraria? Non è
possibile, tuttavia, esiste una prova molto potente, che muove da una cosa
simile: prendete la proposizione che afferma che non è possibile uscire dal
linguaggio, se voi avete letto un paio di cose della seconda sofistica, trovate
che non è provata un'affermazione del genere, semplicemente è affermato che
negarla comporta una reductio ad absurdum, una riduzione all'assurdo. Negare
che nulla è fuori dalla parola comporta un assurdo, cioè ad una contraddizione
in termini perché per negarlo devo usare la parola.
Ora
questa da taluni viene interpretata, anche come i logici, rimane tuttavia
l'unica, la più potente, perché qualunque altra prova io ingegnassi di trovare
questa prova richiederebbe un'ulteriore prova, nel senso che se io provo una
certa cosa, ovviamente, ho utilizzato un certo criterio, come so che questo
criterio è vero? Ci vuole una prova che dimostri che questo criterio è vero e
così via all'infinito. Quindi una qualunque prova che si fondi, una prova
affermativa, chiamiamola così, inesorabilmente cade nella regressio
all'infinito, no? Mentre, una reductio ad absurdum, no. Perché riduce
all'assurdo la prova contraria. Per la verità non è sostenibile in nessun modo,
e quindi, se non A è necessariamente falso, per un criterio logico noto già ad
Aristotele che non è altro che una procedura linguistica, allora A è
necessariamente vero.
Intervento.....................................
Sì,
certo, però ponendo la questione in questi termini è abbastanza solida. Mosè è
ispirato da Dio, come fai a saperlo? Perché lo dice la Bibbia, ma come fai a
sapere che la Bibbia è affidabile? Perché è stata scritta da Mosè che è
ispirato da Dio, questa che vi sembra una stupidaggine è un tipo di
argomentazioni più diffuse. E cioè, sarebbe la petitio principi. Cioè
l'utilizzo, per provare una certa cosa, di ciò stesso che deve essere provato.
Se voi, per gioco, vi soffermate ad ascoltare delle argomentazioni di varie
persone, vi accorgete con facilità che buona parte delle loro argomentazioni
hanno questa struttura. Cioè adducono come prova ciò stesso che devono provare.
Intervento.................................
Qui
è smaccata la cosa ma certe volte è più sottile, cioè si fa entrare
nell'argomentazione che deve provare una certa cosa surrettiziamente l'elemento
che deve essere provato, in modo quasi che non ci si accorga.
La
fallacia di composizione: questa fallacia presume che sia vero per il tutto ciò
che si asserisce esser vero per una parte. Appare plausibile, perché somiglia
ad un argomento induttivo valido. I due esempi che seguono mettono in evidenza
la differenza tra la fallacia di composizione e un argomento induttivo valido.
a)
John O'Brian è irlandese e bellicoso; di conseguenza, l'Irlanda è bellicosa.
b)
John O'Brian è irlandese e bellicoso; di conseguenza, gli irlandesi sono
bellicosi.
in
effetti la seconda è un'induzione, mentre affermare che l'Irlanda è bellicosa
non significa nulla.
Anche
l'induzione, pur essendo una delle prove del discorso scientifico, logicamente
non è accettabile.
Eppure
l'induzione è la prova per antonomasia, direi.
La
logica induttiva, quindi, non si occupa delle inferenze valide, ma delle
inferenze che risultano probabili, se si assume la verità di alcune
proposizioni sulle quali esse sono basate.
La
questione è che queste verità su cui sono basate, queste asserzioni induttive
procedono da altrettante induzioni e pertanto, lasciano il tempo che trovano,
anche se di fatto si utilizza continuamente la situazione induttiva. Per
esempio, quando fa il programma per il giorno dopo.
Poi
c'è l'argomento d'autorità, certo l'abbiamo detto varie volte, ipse dixit, lo
dice Aristotele, quindi... però può essere utilizzato anche argomentando, per
esempio, il progetto che abbiamo di conferenze per il prossimo inverno utilizza
l'auctoritas, cioè utilizzare Freud perché avvicina di più le persone ecc... è
utilizzare l'auctoritas.
L'argomentum
ad hominem, una delle fallacie più difficili da mettere in evidenza, nonché
delle più diffuse, è il cosiddetto "argomentum ad hominem". Con
questo termine s'intende un'argomentazione diretta contro una persona piuttosto
che contro ciò che una persona dice, allo scopo di dimostrare che ciò che dice
non può esser vero. La politica ci fornisce molti esempi di argomentum ad
hominem. Supponiamo che un deputato democratico sostenga che è estremamente
importante abolire o limitare gli esperimenti atomici, perché è possibile che i
loro effetti a lungo termine avvelenino l'atmosfera. Un repubblicano
conservatore potrebbe replicare dicendo:" Oh, beh, non potete certo
credere a ciò che dice, è un democratico di sinistra e voi sapete bene che
quelli cercano sempre di controllare la spesa militare". Il repubblicano
ha diretto la sua argomentazione contro l'uomo; ha tentato di confutare gli
argomenti del democratico sottolineando che quest'ultimo appartiene al partito
avversario. Ma una simile confutazione è basata su una fallacia, poiché il modo
adeguato di argomentare consisterebbe nel citare dei fatti che dimostrino che
il democratico ha torto: vale a dire, che non è probabile che gli esperimenti
atomici avvelenino l'atmosfera.
Intervento......................................
Sì,
ma questo è utilizzato nell'ambito politico ininterrottamente, anche perché è
molto più semplice, più rapido, mettersi a provare delle cose comporterebbe
trovare chi esegue la perizia e comunque rimarrebbe sempre discutibile. Mentre
una cosa del genere, dire che siccome è comunista allora ecco che afferma
questo, non richiede nessuna prova.
Intervento.................................
Non
c'è periodo storico in cui non sia stato utilizzato l'argomentum ad hominem, è
più facile e più semplice soprattutto per screditare di fronte al popolo.
Se
una persona vuole risanare la moralità del paese e io trovo che è un pedofilo,
gestisce una casa di tolleranza, che ecc... allora le sue argomentazioni a
proposito della moralizzazione del paese cominceranno ad essere messe in
discussione.
Intervento:
però, contemporaneamente, non fa anche leva sui sentimenti?
Sì,
come avete notato in molti casi c'è un'intersezione, soprattutto poi nel
discorso corrente ne intervengono a bizzeffe. All'interno di una fallacia ne
trovate altre due, all'interno di queste due altre tre.
Intervento.............................
E
invece dell'ignoratio elenchi? Questa fallacia, nota anche come
"conclusione non pertinente", consiste in un'argomentazione in cui si
parte per provare qualcosa e invece si prova qualcos'altro. Per esempio, se io
tento di provare che la lega calcio francese ha giocatori migliori di quella
italiana, ma stabilisco invece che la lega calcio francese è più ricca di
quella italiana, ho commesso la fallacia della conclusione non pertinente.
Infatti, anche se fosse vero che la lega calcio francese è più ricca di quella
italiana, non per questo ne consegue che le leghe più ricche abbiano giocatori
migliori di quelle più povere. In un'ignoratio elenchi succede che si crede di
provare P (la lega calcio francese ha giocatori migliori) quando in effetti si
sta provando R, quindi si giunge a una conclusione che non è pertinente
rispetto a quella che si sta cercando di provare.
Intervento:.......................................
A
volte sì, a volte invece uno parte per la tangente. Taluni abili riescono a
fare in modo che l'interlocutore che vuole provare lì, giungono invece,
attraverso interferenze e deviazioni a provare tutto, in modo che quando hanno
finito le loro argomentazioni possono dire: "Beh, ora lo devi provare
anche tu" e talvolta non è neanche difficile accorgersene.
La
fallacia del non sequitur: Quasi ogni fallacia implica, per un aspetto o per
l'altro, un non sequitur. La locuzione "non sequitur" significa
"non ne consegue". La fallacia dell'ignoratio elenchi che abbiamo
discusso nel paragrafo precedente implica un certo tipo di non sequitur. Dal
fatto che la lega calcio ecc...
Sì,
certo, la questione dell'analisi, in effetti accade che c'è una voglia di
trovare una certa cosa e lo si induce invece a trovarne un'altra. Uno vuole
provare che è abbandonato da Dio e dagli uomini e invece lo si conduce a
provare che è lui che vuole abbandonare gli uomini, per esempio. Questo
avviene, ora in analisi certo questa operazione ha la funzione di mostrare un
altro aspetto che interviene nell'argomentazione. L'intento non è quello di
soverchiare l'altro dialetticamente, a noi questo non importa, però dimostrare
che, perlomeno lo si è detto anche in altre circostanze che dalle stesse
premesse è possibile giungere a infinite conclusioni e non necessariamente a
quella.
Perché
si compiono le fallacie? Questa è una questione interessante, forse più
interessante ancora dell'elenco delle possibili fallacie, questo è un elenco,
tra l'altro, molto parziale, sono molte di più. Perché avviene di commettere
delle fallacie, cioè degli errori di argomentazione, di ragionamento, errori di
logica?
Beh,
in molti casi per ignoranza della logica, in altri perché l'argomentare in
termini precisi comporterebbe giungere a conclusioni che non s'intende
ammettere.
Intervento:
questo è il caso dell'analisi.
Sì,
certo. Come nell'eristica, dove si dimostra qualche cosa al solo scopo di
battere l'argomentazione avversaria. C'è un articoletto da qualche parte che
parla dell'eristica, l'eristica è appunto l'arte di provare vero o falso
qualunque cosa indifferentemente. Della quale eristica ho sottolineato in più
occasioni importanti, è importante per potere fare questa operazione. In quanto
a fare questa operazione risulta sempre più difficile poi trovarsi a credere a
una qualunque cosa, ma e soprattutto quelle che, quelle affermazioni che
appartengono al proprio discorso, quelle su cui è costruito il proprio modo di
pensare, è come se, a un certo punto, non ci fosse più nessuna opinione, cioè
non si pensasse più niente, ma non si pensasse più niente in una accezione
particolare, non è che si arresta il pensiero. Non si formula più nessuna forma
di giudizio, per un motivo molto semplice che non interessa. Perché qualunque
giudizio io formuli rispetto a una certa cosa io stesso ho gli strumenti e i
mezzi per provare esattamente il contrario. Non ha più importanza se una cosa è
bene o male, è esattamente ciò che io voglio che sia e mi assumo la
responsabilità totale delle mie decisioni. Dunque le fallacie, ecco il primo
aspetto m'interessava che è quello dell'ignorantiam, della logica e quindi
della procedura delle regole del linguaggio. M'interessa perché abbiamo detto
l'ultima volta che per intendere appieno il discorso che stiamo facendo occorre
una sorta di addestramento alla struttura del linguaggio. Sapere come funziona,
che cos'è il linguaggio. Se questo si ignora è inesorabile cadere in continue
fallacie logiche, cioè giungere a conclusioni che sono assolutamente
squinternate, così come accade di ascoltare continuamente.
Perché
manca la cognizione della logica e cioè di come si costruisce un'argomentazione
logica. Il modello classico dell'argomentazione comune è il famoso sillogismo
degli Apostoli: Pietro e Paolo sono Apostoli, gli Apostoli sono dodici, Pietro
e Paolo sono dodici. L'entimema è un sillogismo in cui uno dei tre elementi è
sottaciuto.
Invece
in questo caso la questione è molto più sottile, perché è falso questo
sillogismo? Perché Pietro e Paolo non sono dodici? L'inghippo c'è, ovviamente,
come ognuno può rilevare immediatamente l'assurdità della conclusione anche se
magari non sa dire perché esattamente è errata questa conclusione. Perché
affermare che Pietro e Paolo sono Apostoli risulta un accidente, nella premessa
maggiore c'è un accidente, cosa avviene se io metto nella premessa maggiore un
accidente? Che Pietro e Paolo siano Apostoli non è affatto necessario, mentre
gli Apostoli sono dodici ma è anche fuori dubbio che Pietro e Paolo siano Apostoli,
solo che non essendo necessario che Pietro e Paolo siano Apostoli da una
premessa non necessaria logicamente non può trarsi una conclusione necessaria.
La conclusione sarà, nella migliore delle ipotesi, contingente, se non falsa
come in questo caso. Dato che da una premessa maggiore non necessaria non
possono trarsi conclusioni necessarie da cosa procede? Si potrebbe fare
l'esempio, quello classico, tutti gli animali sono mortali, l'uomo è un
animale, l'uomo è mortale.
Intervento............................
Se
fosse "tutti i pietri e paoli sono apostoli" allora sarebbe
necessario che Pietro e Paolo fossero dodici, se io affermo tutti, ma se uso un
quantificatore esistenziale cioè se ci sono due che si chiamano Pietro e Paolo,
come dire che Pietro e Paolo sono, che ne so, sono neri, quel tizio è nero
quindi il nero è Pietro e Paolo. Occorre che la maggiore sia il quantificatore
universale, tutti come tutte le x e le y. Ora per mettere in luce
un'argomentazione qualunque, perché giunge a concludere in modo falso? Perché
suppone che ciò che sta affermando sia necessario, tutti, tutte le x sono così,
non questo, tutti questi, come tutti gli animali sono mortali.
Un'argomentazione viene posta come premessa maggiore, un'affermazione che si
vuole, si suppone essere universale ma non lo è. Da qui la fallacia della
confusione. Ora, è molto facile rilevare una cosa del genere accorgendosi
immediatamente che l'assioma, la premessa maggiore da cui muove tutta
l'argomentazione non è necessaria. Ed è proprio la stessa cosa che si fa
durante l'itinerario analitico, accorgersi che tutto ciò su cui si è costruita
la propria esistenza, questa premessa maggiore non è necessaria ma
assolutamente arbitraria.
Ho
fatto questa conversazione intorno alla fallacia e la riprenderemo in varie
occasioni perché è molto importante accorgersi della non sostenibilità delle
proprie argomentazioni, dei propri giudizi. Non sono sostenibili perché la
premessa maggiore, perché il sillogismo da cui muovono non è necessario, è
soltanto una mia decisione, per non dire che a me piace così. Potete volgere
qualunque giudizio che interviene nel vostro discorso in modo più appropriato
nell'affermazione non è così ma a me piace così. Mi piace pensare così ma
formulato in questi termini immediatamente impone la domanda perché? A questo
punto interviene un secondo elemento e cioè a che scopo mi piace una cosa del
genere? E l'analisi è questo.
Comunque
leggetelo, è una cosa molto soft, però è una rinfrescatina ad alcune delle
questioni logiche. Se volete leggere un certo numero di fallacie non facili da
rilevare c'è un libricino edito da mille lire. Carroll era un matematico,
quello che scrisse "Alice nel paese delle meraviglie" ha fatto tutta
una serie di argomentazioni dove non è sempre facile trovare la fallacia nella
sua argomentazione.
E
poi trovare le fallacie nelle argomentazioni che ascoltate in giro. Che
talvolta quelle che ascoltate in giro sono molto facili da reperire. Va bene ci
vediamo giovedì prossimo.
19
Agosto 1999
Abbiamo
detto che ci occuperemo dei casi clinici, cosa non semplicissima al punto in
cui siamo, non semplicissima riprenderla in termini di qualche interesse; però
l'altra questione su cui merita riflettere è questa: trattare il caso clinico
in termini molto semplici è sicuramente più proficuo per quanto riguarda il
pubblico, l'interesse del pubblico.
Dicevamo
tempo fa che le persone sono interessate agli affari altrui, e il caso clinico
è un modo di occuparsi degli affari altrui e, pertanto, se l'intendimento è
quello di accogliere il maggior numero di persone sicuramente questa è la via
più efficace. Descrivere, in definitiva, una serie di fantasie in cui ciascuno
possa identificarsi è una questione fondamentale.
In
questo modo otteniamo, molto probabilmente un consenso di pubblico. Però ciò su
cui occorre riflettere, su cui vi invito a riflettere, è il passo successivo e
cioè fare in modo che le persone che ascoltano una cosa del genere siano
indotte a fare uno sforzo in più, e cioè incominciare a considerare la
questione del linguaggio che già nel titolo è presente, psicanalisi, caso
clinico e scienza della parola.
Al
punto in cui siamo le acquisizioni che abbiamo sono molte, essendo molte
consentono di spaziare in una gamma notevole. l'idea che avevo in questi giorni
è, in prima approssimazione, di incominciare nelle conferenze a esporre una
serie di fantasie, cioè esporre come si pensa generalmente. In fondo ciò che ha
fatto Freud per i suoi casi clinici non è altro che raccontare quello che le
persone pensano generalmente; quando diceva che ciascuno pensa che le cose che
racconta siano le uniche al mondo, irripetibili, mai sentite prima, e invece
sono le cose che pensano altri cinque o sei miliardi di persone. Quindi un
racconto delle fantasie più diffuse. Poi ciò che attrae molto le persone è il
fornire degli strumenti in modo da poter riconoscere, per esempio, delle
strutture del discorso.
Tempo
fa si diceva che una cosa che attrae moltissimo le persone è potere acquisire
rapidamente un qualche cosa che permetta loro di trarre nuove acquisizioni.
Riflettevo su questo: una persona che, per esempio, è in analisi e acquisisce
le prime nozioni di psicanalisi immediatamente cerca di riconoscere nell'altro
la particolare struttura di discorso: questo è ossessivo, questo è paranoico ecc.;
possiamo fornirgli queste indicazioni in modo che si divertano a fare tali
operazioni. Non porta molto lontano in questi termini, posta in altri termini
invece la questione delle varie strutture del discorso può essere ripresa e una
cosa del genere può essere fatta in una seconda tranche di conferenze.
Dicevo
che può essere ripresa in modo interessante in quanto le strutture del discorso
forniscono una prima indicazione sulle cose che abbiamo dette l'altra volta,
sulle varie superstizioni, le varie cose in cui una persona crede, i suoi tic,
come dire che fornisce una direzione.
Se
voi capite che una persona si trova in un discorso ossessivo allora sapete già,
grosso modo, le cose in cui crederà, i suoi tic, le cose che più lo spaventano.
Si tratta di volgere tutto questo in una sorta di utilità clinica.
Ciò
che è stato fatto fino ad ora nella psicanalisi non è altro che, per esempio
rispetto al discorso ossessivo, individuare degli aspetti e dire che cosa non
va del discorso, però sulla questione del come intervenire rispetto al discorso
ossessivo, trovate ben poco. Ci sono molte descrizioni circa i tic però sul
come intervenire rispetto a quella struttura la letteratura fa acqua. Invece è
ciò che esporremo, perché la nosografia che ci è stata tramandata da Freud in
buona parte mostra, come vi dicevo, le cose più manifeste, ma anche quelle cui
la persona si attiene e si atterrà con maggiore tenacia: per esempio prendete
una struttura come quella del discorso paranoico, appare descrittivamente
facile da individuare, ma quando vi trovate di fronte all'eventualità in cui vi
troverete a intervenire rispetto alla struttura del discorso paranoico e fare
in modo che questa struttura sia consapevole e partecipi del gioco linguistico
ecco che diventa complicato.
In
altri termini ancora, ciò che la nosografia di Freud ci ha tramandato, non è
altro che una lista dei luoghi comuni ai quali questi discorsi si attengono e
dai quali, in nessun modo, vogliono allontanarsi, sono le cose a cui credono
fermamente e dalle quali sarà molto difficile smuoverli.
Ecco
perché, dicevo, è importante riprendere la struttura dei discorsi, le strutture
dei discorsi prese proprio così, come una serie, un listaggio di luoghi comuni
più accreditati a seconda dei discorsi, a seconda delle varie persone.
I
luoghi comuni più accreditati cioè le cose alle quali la persona non rinuncia
per nulla al mondo. Per esempio, nel discorso isterico rinunciare all'idea di
essere il portatore della verità per conto terzi è una cosa che non se ne parla
proprio di rinunciare. Perché una cosa del genere? Perché rispetto ad alcuni
luoghi comuni non c'è nessuna intenzione di rinunciare, cosa hanno questi
luoghi comuni, perché l'isteria non può rinunciare ad un'operazione del genere?
Qui, certo, intervengono ben altre mozioni che abbiamo elaborate in questi anni
cioè, per esempio, la considerazione da parte dell'isterico che rinunciare a
questa operazione equivalga tout court a rinunciare alla propria esistenza, la
quale ha questo unico obbiettivo, una missione, così come il discorso paranoico
ha come missione quella d'insegnare al prossimo quale è la verità ecc.
Sono
missioni così come il missionario che parte per l'Uganda per convertire gli
ugandesi, uguale.
Intervento: Per l'ossessivo è quella d'impararla.
Direi
che la missione del discorso ossessivo è quella di mostrare, attraverso il
proprio sacrificio, qual è la verità,. In ogni discorso c'è la questione della
verità, l'ossessivo è come se dovesse dare un'immagine di quello che dovrebbe
essere il modello, per esempio, notate nel discorso ossessivo il modo che ha di
porsi di fronte a qualunque problema che può avere con altri, nella relazione
con altri, vedrete che la sua condotta è tale per cui cerca di insegnare
all'altro che il modo corretto di fare è la sua condotta, come dire: tu
dovresti comportarti come faccio io, solo che, nel discorso ossessivo, viene
mostrato attraverso la condotta mite, remissiva ecc., nel discorso paranoico
viene mostrato attraverso l'imposizione, tu sei un cretino, io t'insegno, nel
discorso isterico è la verità per conto terzi che viene tramandata, io conosco
la verità, non ne sono responsabile però so che si fa così.
C'è
sempre e comunque la questione della verità, vale a dire potere affermare con
certezza qualche cosa che debba essere necessaria.
A
questo punto, certo, possono essere inserite una serie di considerazioni che
abbiamo fatte rispetto al necessario e alla verità. I vari discorsi si possono
distinguere a seconda di cosa interviene come necessario, quale è la superstizione
circa la verità.
Ma
ciascun discorso non può rinunciare alla sua missione perché la sua missione è
il manifestarsi stesso della verità e alla verità gli umani non rinunciano,
perché non rinunciano? Per il discorso religioso, perché rinunciare alla verità
e quindi al discorso religioso è rinunciare alla possibilità di evitare
l'arresto della parola, quindi la morte, la paura della morte non è altro che
questo, la paura che il discorso si fermi, che non possa proseguire
È
un'astuzia questa del discorso ossessivo di mostrarsi remissivo, bisognoso
d'informazioni e di essere addestrato perché mostra in questo modo come si deve
fare.
Intervento: cerca sempre di fregare il padrone.
Intervento: è la dimostrazione dell'incapacità
dell'altro
Esatto,
l'altro non è stato capace d'imparare la lezione, è la punizione così come
negli altri discorsi. Però in ciascun discorso appare determinante la questione
della verità, del modo di definirla al fine di trasmetterla, d'insegnarla al
prossimo.
Intervento:
come si colloca allora il discorso dell'insicurezza, dell'incertezza, in questa
posizione di conoscere o di avere la verità?
Ma,
potremmo porre l'incertezza come figura retorica. L'incertezza può intervenire
in vari modi, proviamo a considerare degli esempi dai vari discorsi. Nel
discorso paranoico l'incertezza è la paura che l'altro sia più forte, più forte
in genere psichicamente e cioè sappia di più e, quindi, non possa mettere in
atto la sua operazione.
In
questo caso non è che c'è una rinuncia al porre in atto tale operazione, è
soltanto parcheggiata da qualche parte in attesa di potere avere armi
sufficienti per potere distruggere il maestro. Quell'enunciato famoso
"impara dal tuo maestro e poi uccidilo", mi pare sia orientale, ha
una struttura paranoica. L'ideale è riuscire a carpire all'altro qualche cosa
in modo da mettersi al suo posto e quindi essere lui secondo tutta una serie di
fantasie di cui l’ultima, diceva Verdiglione, è l'idea di essere l'unica donna.
Intervento...............................
Sì,
la fantasia del discorso paranoico è porsi come l'unica donna, quella tutta,
quella che non ha più mancanze, è un po' porsi come Dio, almeno questo è
l'obbiettivo finale.
L'incertezza,
che nel discorso paranoico è abbastanza assente, la trovate spesso sotto questa
forma, l'incertezza di fronte a colui che ancora deve essere raggiunto, mentre
tutti gli altri non esistono. Il discorso ossessivo invece fa dell'incertezza
un altro uso, la esibisce. Mentre il discorso paranoico non la esibisce, la
tiene per sé nell'attesa di potere sbarazzarsi di quello che ritiene essere
superiore, il discorso ossessivo fa dell'incertezza un'arma perché l'altro si
esponga, “io non so, dimmi tu che sai” è un enunciato tipico del discorso
ossessivo. Naturalmente l'altro esponendosi si trova in una posizione di
svantaggio, perché il discorso ossessivo non si è esposto, quell'altro sì, e
quindi si trova nella posizione di chi ha facile gioco generalmente, per
esempio nel confutare delle cose, dicendo che non è così, che ha sbagliato, ma
non si assume mai la responsabilità di ciò che afferma, e l’indecisione che
utilizza muove da questo, dall'impossibilità, fra virgolette, di assumersi la
responsabilità, aspetta sempre che sia l'altro a mostrarsi.
Talvolta
dà un po' sui nervi il discorso ossessivo perché chiede come si deve fare, e se
glielo si dice non va bene. È una caratteristica del discorso ossessivo.
Intervento:
Io pensavo che il paranoico, in senso lato, dà in testa all'altro che ritiene
superiore perché l'altro gli può impedire di finire il proprio discorso e,
quindi, dire l'ultima parola. Non penso che sia una eliminazione dell'altro per
altri scopi, ma è d'impedimento al proprio discorso, impedisce di dire l'ultima
parola, quindi, impedisce la nevrosi.
Sì,
è la questione religiosa della verità. Se c'è qualcuno che minaccia la mia
verità ecco che devo farlo fuori, o perlomeno devo stare buono fino al momento
in cui... Abbastanza emblematico del discorso paranoico è la figura di quello
che con i potenti si fa zerbino e con i deboli gradasso.
Però,
la questione centrale che si tratterà di considerare più attentamente è quella
della verità rispetto al linguaggio, cioè di possedere l'ultima parola. Perché
è così importante questo aspetto? Ché se questo aspetto dovesse comparire per qualche
motivo, ci sono buone probabilità che queste figure del discorso si dissolvano
non avendo più motivo di esistere, con tutti i malesseri, tutti gli acciacchi,
tutte le lamentele che questi comportano.
La
necessità, dunque, di imporre una verità, a seconda dei vari modi.
Intervento: Tutti i discorsi, anche quello
schizofrenico.
Tutti
i discorsi cercano d'imporre la verità in cui credono. Affermare una cosa del
genere, cioè la verità in cui si crede, è fondamentale, ne va, dicevo prima
della propria esistenza, questo in ciascun discorso. Ed è qui, è su questa
questione che si basa un'analisi, il fatto di riuscire a fare in modo che
questa necessità d'imporre la verità cessi. Veramente attraverso tutta una
serie di passaggi. Possono anche essere lunghissimi questi passaggi, oppure no,
a seconda dei casi ma, come sapete bene, mai avere fretta in analisi, è la cosa
peggiore.
Potremmo
costruire una sorta di percorso in cui voi vi trovate di fronte ad una serie di
enunciazioni che riguardano le cose in cui una persona crede. Voi avete di
fronte un ossessivo e sapete che la questione centrale per lui è quella di
imporre la verità a cui crede. Solo che, essendo ossessivo, negherà di sapere
qual é la verità e lo chiederà a voi. Voi gli dite qual é, chiaramente per poi
dire che non è quella ovviamente. Come se in questo frangente facesse una
caricatura del discorso isterico. Tutto ciò che sapete è che cerca d'imporre la
sua verità, ma in cosa consiste la verità nel discorso ossessivo? In ciascun
discorso la questione della verità è questione che va valutata attentamente,
non è che l'isterico, il paranoico, l'ossessivo ecc. sappiano con precisione di
cosa si tratta, la verità non è altro che ciò che dicono, semplicemente. E
quindi nel discorso ossessivo la verità consiste nel fatto che l'altro non la
conosce, e cioè la verità non è nient'altro che questo, è altro da ciò che
altri dicono, semplicemente. È sempre altro da ciò che viene detto dagli altri,
però è sfuggente.
È
interessante nel discorso ossessivo la questione della verità, ché è come se
fosse camuffata, come se fosse sempre nascosta dietro qualche altra cosa.
Qualunque cosa diciate non sarà mai quella o farà finta di accoglierla soltanto
per ingannarvi.
Intervento...............................
Prendete
i tic del discorso ossessivo, continua all'infinito a ripetere le stesse cose,
divide continuamente le cose, la pignoleria dell'ossessivo è diventata
proverbiale, fa i distinguo. Dividere le cose e ripetere all'infinito queste
divisioni, anche le cose più classiche come tornare a vedere se ha spento il
gas, controllare mille volte se ha preso le chiavi di casa, tornare indietro
per vedere se ha spento il motore ecc. è un modo per dividere qualche cosa
cioè, come dire, puntualizzare, frammentare, parcellizzare. Cerca la verità in
questa continua frammentazione, nella divisione. Divide et impera, diceva
Tommaso che, quanto a nevrosi ossessiva la sapeva lunga. La verità sta in
questo, nella divisione delle cose, alla fine di questa infinita divisione
delle cose ci sarà la verità.
Intervento:
Ma questa divisione non serve ad impedire, in un certo senso, che ci possa
essere una sorta di infezione tra una cosa e l'altra?
Sì,
come l'enunciato: "isolare e rendere avvenuto", poi la contaminazione
è sempre lì, per questo occorre tenere le cose separate, distinte.
Intervento.............................
Potremmo
dire che il decostruttivismo è una fantasia ossessiva.
Intervento:
Come gioca la fantasia di distruzione in un discorso di questo genere?
La
distruzione riguarda sempre la verità dell'altro, di ciò che l'altro afferma
che deve essere distrutto, mentre invece nel discorso paranoico non c'è la
distruzione del discorso dell'altro perché non c'è niente da distruggere,
semplicemente non c'è il discorso, anzi bisogna mettergliene uno, quello
ossessivo invece no, in quello ossessivo l'altro ha il discorso, deve esporlo
in modo che io possa distruggerlo. C'è l'eventualità che il discorso sulle
infezioni sia un'altra figura che procede dalla necessità di dividere, di
parcellizzare, perché uno si chiede come mai, a che scopo, tenendo conto che
l'obbiettivo di ciascun discorso è sempre quello di mettere le mani sulla
verità e cioè sul controllo del discorso in modo che non finisca per poterlo
proseguire.
Intervento.......................................
È
utile verificare come interviene nel discorso la sessualità, ma la sessualità
non è fuori dalla parola, come tale subisce le sue vicissitudini.
Intervento:
Laddove interviene lo stupore e ci si accorge di tutta una serie di fantasie
che riguardano l'essere sorpresi ecc. e riportano a delle figure che possono
non essere che quelle di uno stupro per esempio, no? O cose di questo
genere.....
La
sessualità in questa fantasia è fuori dalla parola, come dire che la ricerca
del piacere sessuale non è affatto disgiunto dalla riuscita dell'atto
linguistico. La paura è importante che la possiamo confrontare rispetto alla
questione religiosa, per cui io so che è un discorso religioso e quindi tutta
una serie infinita di altri discorsi e non ho più paura che il discorso si
fermi, non ci può essere nessun modo, nessuna altra paura. Che si fermi ciò
stesso che consente agli umani di esistere, il linguaggio.
Se
il linguaggio cessa cessano di esistere anche gli umani nello stesso momento,
quindi è la sola paura che ci possa essere con cognizione di causa. Il discorso
religioso è una risposta alla paura che il discorso si fermi, se non si ferma è
perché noi sappiamo qual é la verità e quindi che cosa consente al discorso di
proseguire, Dio, è lui che consente al discorso di proseguire, se no si arresta
per via dei paradossi che già spaventavano gli antichi, di fronte al paradosso
vedevano la morte. Di fronte all'eventualità che qualunque cosa sia
simultaneamente vera e falsa. Non c'è più la possibilità di affermare alcunché,
la possibilità di stabilire nulla, di fare nulla. Io faccio una certa cosa,
perché? È simultaneamente vera e falsa, non ho nessuna indicazione quindi non
faccio più niente, non esisto più. È il modo di rispondere a questa paura. Che
sembra in effetti strutturale al linguaggio questa sorta di paura, non a caso
dicevo che occorre un addestramento rispetto al linguaggio al suo funzionamento
per poterne uscire altrimenti non c'è modo.
Non
c'è nessun modo perché considerato i discorsi che vengono fatti anche da
logici, linguisti non escono da questa struttura.
I
vari discorsi che stiamo considerando, le figure le quali figure cercano di
porre rimedio costruendo una loro religiosità, sempre per questo motivo. Se voi
vi rendete conto del perché una persona è ossessiva e già avete una direzione
precisa. Il fatto di sapere che crede in una verità che può essere reperita che
alla fine ci sarà, ci sarà quando sono terminate tutte queste infinite
operazioni ed è il motivo per cui continua a fare tutte queste operazioni,
perché alla fine ci sarà la verità. La verità è quell'elemento che gli
consentirà di essere sicuro e il linguaggio non finirà, e quindi è sicuro che
tutto possa proseguire, che esista, che lui stesso potrà continuare ad
esistere. Però un ossessivo non sa tutto questo, continua a ripetere
all'infinito sempre le stesse cose, perché le ripete? Perché qualcosa lo
costringe a farlo e ciò che lo costringe a farlo sono le cose in cui crede, il
fatto di non sapere mai se ha compiuto una certa operazione, non essere sicuro,
cosa vuol dire non essere sicuro? Io affermo che ho fatto quell'operazione, e
ma non è la verità, perché la verità non si dà così, si dà attraverso una serie
infinita di divisioni, quindi non può essere questa, devo dividere questa
affermazione in un'altra che dice per esempio che non è sicuro e devo andare a
controllare. Una divisione continua, sfibrante. E, qui, dovete sempre tenere
conto che questa struttura è quella che il discorso ossessivo deve mantenere,
la sua economia è che deve mantenere questa struttura e quindi non la
abbandonerà, è in buona parte il motivo per cui molte persone che ascoltano ciò
che andiamo facendo si allontanano. Si allontanano perché devono mantenere
questa struttura, mentre tutta la psicanalisi consente loro di mantenerla con
qualche variante così come il discorso scientifico mantiene una certa
religiosità, anche qui con qualche variante però la religiosità viene mantenuta
e cioè che ci sia la religiosità, che ci sia la verità e cioè che ci sia la
possibilità che il discorso prosegua, tutto qui. L'addestramento al linguaggio
è un addestramento a potere accorgersi che comunque prosegue, che non può
fermarsi in nessun modo, e a questo punto che il discorso ossessivo come qualunque
altro, cessa. Non dipende più dal reperimento della verità il proseguimento del
discorso e quindi della propria esistenza e di tutto su cui si fonda.
Queste
considerazioni potete trarle da considerazioni molto banali intorno a dispute
teoriche, per esempio, quando uno vince sull'altro? Quando riesce a mettere
l'altro in contraddizione perché se si contraddice, per esempio ho letto un
paio di articoletti, uno di Cacciari su un Enciclica e la risposta di un
teologo, i quali entrambi cercano il primo di far cadere il Papa in
contraddizione come dire che afferma delle cose che vanno contro ciò che
sostiene la Chiesa, l'altro invece cosa fa? Esattamente la stessa operazione ma
di segno opposto cioè fa in modo di far cadere Cacciari in qualche
contraddizione. Allora vi rendete conto dell'importanza della contraddizione,
non soltanto nelle discussioni filosofiche ma nel discorso di tutti i giorni.
La necessità di non contraddirsi, che il discorso sia coerente con sè stesso,
con le premesse e questo vi mostra quanto sia importante per qualsiasi discorso
in qualunque campo la questione della verità. La verità non è altro che
l'ultima considerazione a partire da una serie di assiomi dopo aver condotto un
procedimento corretto, questa è la verità. E, quindi, anche il discorso
ossessivo segue la stessa via e gli strumenti che utilizza sono gli stessi,
cercare di fare cadere l'altro in contraddizione o mostrare che in un certo
discorso c'è una contraddizione, nient'altro che questo. A questo punto saprà
che la verità non è lì, quindi è altrove.
Intervento: questo è un po' comune a tutti.
Comune
a qualunque discorso. Si, quello che noi abbiamo trattato come un gioco, come
uno dei tanti giochi, quello di tipo eristico, è vero, è falso ecc...
Nel
discorso comune, invece, risulta fondante e fondamentale, risulta qualcosa su
cui ciascuno fonda la propria esistenza, anche se generalmente non lo ammette.
Anche l'ossessivo, anche l'isterico, anche lo schizofrenico o il paranoico
mostreranno o esibiranno, o faranno valere, anche con la forza, le loro
argomentazioni, per quanto a voi possano apparire squinternati, ma se la
sostengono è perché immaginano che siano coerenti, se nq non potrebbero farlo,
cioè immaginano che sia la verità anche se dissimulata sotto varie forme e aspetti.
Sempre
più andiamo considerando che se non riusciamo ad addestrare all'uso del
linguaggio sarà difficile che le persone possano seguire un discorso di questo
genere, almeno, comunque, fornire delle indicazioni.
Iniziare
dalle fantasie è un modo per iniziare a indurre qualcuno a riflettere sul fatto
che alcune cose possono essere fantasie, intanto cominciando a riconoscerle
sugli altri, che è la cosa più semplice. Crede delle cose strane, questa
persona e pretende pure che siano vere, è il primo passo, accorgersi che
esistono delle fantasie. Il secondo passo è mostrare che cosa sostiene una
certa fantasia, il terzo è trovare che cosa sostiene le cose dopo avere
considerato che lo sono, perché prima di considerare quali sono gli elementi
che sostengono delle fantasie occorre avere già colta l'eventualità che si
tratti di fantasia. L'uso di questo significante fantasia potrebbe essere
fuorviante, in effetti, viene generalmente contrapposto alla verità, ma, in
questo ambito in cui ci muoviamo è così, è contrapposta alla verità, è il primo
passo. C'è la verità c'è la contraddizione, bene allora questa cosa non è la
verità ma è una fantasia, ora, a questo punto possiamo incominciare a chiedere
qual è la verità? Però inizialmente l'opposizione è questa, in termini
contrapposti. Da qui, non sempre le persone che da poco si sono avvicinate alla
psicoanalisi nell’accezione che sono tue fantasie, sono tue fantasie e quindi
devi rifletterci.
Noi
faremo come se ci esistessero le fantasie e queste fossero contrapposte alla
realtà. Ché se io parlo di persona di una fantasia in qualche modo riesce a
avvicinarsi alla questione. Se io parlo di stringhe di significanti sarà più
complicato. Questa è soltanto una stringa di significanti non sortisce un
grande effetto, perché non riesce a situare questa cosa da nessuna parte cioè
non riesce ad utilizzarla, invece la fantasia sì perché è avvezzo a considerare
questa contrapposizione fantasia contro realtà, la realtà sono le cose come
sono, la fantasia invece è una deformazione che non si attiene alla realtà ma
combina elementi fra loro in modo tale che la realtà la esclude. Una
descrizione intorno alle fantasie avvince. Mi sono accorto che a un certo
punto, così per gioco, mi sono messo a fare questa operazione e c'è sempre una
grande attenzione, ognuno cerca di riconoscere nell'altro, nel vicino quella
struttura di cui si sta parlando.
In
effetti non ha assolutamente nessun utilizzo una cosa del genere, invece
interessa. Incominciare ad individuare la struttura dell'altro può essere
importante contrariamente a quanto abbiamo detto tempo fa, però possono essere
riprese come una sorta di indicatori, in quanto mostrano ciò a cui la persona
non vuole rinunciare e quindi ciò che opporrà nell'analisi.
Per
esempio, se cogliete in una persona la struttura del discorso ossessivo,
saprete immediatamente che se direte a questa persona che cosa deve fare o come
stanno le cose, cioè rispondere alle sue domande ciò che farà è dire che non è
così, anzi, considerare che se è tutto lì ciò che avete da dirgli non è un gran
che, questo già vi induce a evitare di cadere in questa trappola. Rinviare
sempre alla persona la sua domanda, come sapete già. L'analisi non è altro che
tenere conto delle cose che per lui sono di fondamentale importanza perché ne va
della sua verità, di quella che lui ritiene essere tale e cioè le sue parole.
Anche nell'ossessivo, per quanto affermi qualche incertezza, le cose che lui
dice per lui sono la verità, di questo bisogna tenerne conto. Se invece cadete
in questa sorta di trappola che vi tende, anche voi crederete che le cose che
lui afferma sono dubbiose e incerte se ne avrà a male perché aspetta da voi la
verità, per poter dire che non è così, ma se l'aspetta. Se non la fornite, o se
siete d'accordo con lui nell'affermare che le sue posizioni sono dubbie e
discutibili allora le affermerà con risolutezza.
Intervento: Non va mai bene niente.
No,
perché l'altro deve essere combattuto comunque. C'è l'eventualità che a questo
punto possiamo trovare effettivamente un modo molto più efficace. Ci sono
alcune cose, alcuni percorsi che inducono a pensare che qualche cosa sta
funzionando in un altro modo, si tratta di formalizzare qualcosa che è ancora
un po' vaga. Bisogna trovare il modo di formalizzare ciò che avviene in seduta
senza che ci sia una connotazione precisa di ciò che si fa durante un
intervento, però, effettivamente molto più efficace, come se si andasse più sul
sicuro e si va più sul sicuro proprio perché c'è una maggiore attenzione a ciò
che la persona dice, c'è una maggiore attenzione in quanto si tiene in maggior
conto tutto ciò che funziona come religione nel suo discorso, si sa perché la
religione è costruita.
Non
è escluso che possiamo giungere anche abbastanza rapidamente a scrivere una
sorta di manuale piuttosto efficace su come sbarazzare dalle superstizioni.
Questo
potrebbe essere un lavoro di qualche interesse. Teoricamente è possibile anche
se è chiaro che ciascun discorso ha delle variabili che sono infinite, tuttavia
la cosa che risulta incrollabile è una sola, la sua verità in senso
personalissimo e il modo in cui la costruisce, la difende, questo è ciò che
definisce la struttura del discorso quindi si muoverà sempre allo stesso modo e
per cui avrà sempre questo obbiettivo e cercherà sempre di raggiungerlo ecco,
la strategia è sempre la stessa, le tattiche possono cambiare, no?. La
strategia non è altro che l'insieme delle procedure che consentono di giungere
alla conclusione del gioco, questa è la strategia, la tattica è quella che
consente il raggiungimento di ciascun obbiettivo. Ora questo, la tattica è
differente, certamente, ma la strategia è la stessa, è quella che definisce
ciascun discorso. Le tattiche possono essere anche molto simili ma la strategia
no. Il modo in cui crede la verità e la verità in cui crede è differente. Il
modo in cui l'isteria crede alla verità è differente dal modo di credere del
paranoico, ma prendete due paranoici e crederanno allo stesso modo, è questo
che fa pensare che sia possibile una sorta di formalizzazione dell'intervento.
Che poi la tattica è irrilevante, la tattica è soltanto un indicatore, un
elemento che serve all'analista per mostrare la strategia, cioè rilevare un
aspetto tattico è un modo per raccogliere dal parlante qual è la strategia in
atto, cioè il fatto che creda religiosamente alla Madonna sotto forma di
verità.
E,
quest'aspetto dell'analisi del discorso fa parte della seconda tranche, cioè
analizzare il discorso in termini linguistici è il passaggio, è il trait
d'union, prima l'aspetto più folcloristico e quello dove si considerano gli
aspetti più precisi e determinanti, come se le conferenze che prepariamo per il
prossimo inverno fossero anche un modello di analisi.
Effettivamente
se, durante questo inverno, ci sarà qualcuno che vorrà darmi una mano nell'ambito
di ciò che stiamo facendo, ben venga. Va bene, ci vediamo giovedì prossimo.
2
SETTEMBRE 1999
C'è
qualcuno che vuol dire qualcosa intorno a ciò che sta leggendo, a ciò che sta
riflettendo, considerando a vario tipo e vario motivo?
Intervento:
Ho una domanda. Noi abbiamo parlato della verità in due discorsi, il discorso
ossessivo e nel discorso paranoico specificatamente. Sto leggendo Todorov e
parla a lungo del discorso schizofrenico e di quali sono le peculiarità di
questo discorso. Mi pare che non ci sia una ricerca della verità ma, per
esempio, una ricerca ritmica, cose di questo genere, non costruisce qualcosa
intorno alla determinazione della verità. Questa è la cosa su cui mi sto
interrogando.
Mi
è sfuggita la questione.
Intervento:
La questione è la differenza che lui fa tra il discorso paranoico e quello
schizofrenico, dice che il discorso paranoico trova continuamente il referente
mentre per il discorso schizofrenico è ciascuna cosa che dice, quasi che quel
senso che il discorso paranoico conosce, sa per il discorso schizofrenico la
definizione può essere questa laddove questo referente nel discorso paranoico è
immediatamente trovato per come si pone il discorso, per il discorso
schizofrenico distrugge continuamente per il modo, le figure che intervengono,
le figure retoriche di cui è fatto. Distrugge questo senso perché non c'è
referente che tenga, è tutto intrecciato, è tutto slegato, ma questo a cosa
serve? Serve, se uno si pone domande in questo modo per distruggere quel
referente che, per esempio, se voglio porre un'antitesi a questo discorso che è
il discorso paranoico, laddove il discorso paranoico trova il referente il
discorso schizofrenico distrugge il referente con il modo in cui si comporta,
diciamo così. È facile concludere, se così vogliamo concludere, che il discorso
paranoico ha bisogno della verità per esempio si parlava della stupidità
dell'altro. Il discorso schizofrenico, se lo voglio contrapporre chiaramente,
questa verità non la vuole e già ce l'ha la verità. Non è necessario
contrapporre un discorso ad un altro però...
L'interrogazione
era intorno al discorso schizofrenico e a che cos'è peculiare del discorso
schizofrenico. Di come si situa la verità nel discorso schizofrenico, visto che
abbiamo inteso distinguere i vari discorsi a seconda del modo in cui interviene
il necessario. Dicevo qual è la superstizione? Nel discorso schizofrenico la
superstizione è che le parole siano autoreferenziali. Nel senso che tutto ciò
che si dice è ciò che viene detto. Se io parlo dell'orologio, queste mie parole
sono l'orologio. L'intoppo nel discorso schizofrenico è che immagina che le
parole siano il referente in senso ontologico, cioè siano la cosa di cui si sta
parlando.
è
questo il modo del discorso schizofrenico di porre la questione della verità,
cioè è vero tutto ciò che si dice ma, per il solo fatto che essendo parole
queste parole sono le cose. Se parlo dell'accendino le mie parole sono
l'accendino. Questo, quando si psicotizza il discorso schizofrenico, è molto
difficile da svolgere, perché non c'è più nessun elemento di aggancio, in
quanto qualunque cosa che si dica questo elemento è la cosa che descrive, per
esempio, e non essendoci un referente esterno alla parola è molto difficile
trovare un aggancio. Le parole sono come chiuse in se stesse. Ciascuna parola è
una certa cosa. Però, si tratta anche qui di porre una condizione fondamentale
nell'analisi, a questo riguardo riprenderemo un aspetto che è essenziale, cioè
l'analisi non è altro che un itinerario che insegna come si fa a pensare,
nient'altro che questo.
Finché
l'analizzante non ha inteso questo, sarà molto difficile che l'analisi abbia
degli effetti.
Molte
persone che avviano un'analisi, in effetti, pensano in modo un po' strampalato,
come se il linguaggio fosse uno strumento, con tutto ciò che questo comporta.
Vale
a dire questi vari tic di cui stiamo dicendo, quello del discorso
schizofrenico. Le parole non sono delle cose né non lo sono; rappresentano,
ovviamente, ciò che consente agli umani di dirsi tali, cioè quella struttura
che consente di pensare, di vivere, di fare qualunque cosa, di far esistere
qualunque cosa.
È
questo su cui occorre puntare nell'analisi. Senza questo non capita nulla, non
cambia il modo di pensare.
Un
po' come avviene, come è avvenuto storicamente nei cambi di governi,
rivoluzioni ecc. però finché il modo di pensare rimane lo stesso non potrà in
nessun modo cambiare. E così l'analisi se non avviene una variazione rispetto
al modo in cui si pensa. Questa variazione avviene attraverso un addestramento
al linguaggio. Una persona magari smette di fare una certa cosa e, purtroppo si
accorge che ha paura di quell'altra, funziona come nell'ipnosi, nella
suggestione. Credo che sia così, quindi, va bene così. Credo che ci sia un Dio
che dopo la morte mi salverà quindi, sono tranquillo, più o meno, poi, c'è
sempre qualche contraccolpo nella vita.
Dicevo
la volta scorsa delle figure, quattro figure principalmente: l'isterico,
l'ossessivo, il paranoico, lo schizofrenico, perché rispetto al progetto che abbiamo
in animo, cioè di trovare degli algoritmi che siano in condizione di dissolvere
queste superstizioni, può essere importante avere le idee precise sui discorsi
in quanto indicano quali sono le paure e cioè le superstizioni, che cosa viene
creduto, per lo più.
Questo
è essenziale, perché è questo che si tratta da una parte, di sostenere, e,
sostenendolo, dall'altra parte di dissolverlo. Questa è una cosa che può
apparire paradossale ma, in realtà, in analisi occorre sostenere questa paura,
cioè sostenere la superstizione. Viene sostenuta perché è lo strumento più
potente che avete a vostro favore. Perché è un elemento che maggiormente
importa ed interessa alla persona, e, quindi, va tenuta in seria
considerazione, però è anche ciò stesso che occorrerà eliminare.
Non
perché si debba eliminare la paura in quanto tale ma perché è connessa ad una
superstizione. Questa superstizione è ciò che impedisce alla persona di
pensare, questo è il motivo fondamentale.
Intervento:
cosa intende con "ciò che sostiene la paura?"
Come
dire, è presa sul serio. Fare in modo che la persona che sta raccontando la
paura, abbia l'impressione che la sua paura è presa molto seriamente, è
creduta. Se ha l'impressione che non crediate alla sua paura, possono crearsi
dei problemi. Perché è la cosa più importante, quella. È la sua stessa
esistenza.
Quindi
prenderla seriamente, non che dobbiate crederci, ovviamente. Faccio un esempio
banalissimo, uno ha paura del buio no? È inutile stare a dire che non c'è nulla
da aver paura, non c'è nessun pericolo, invece considerare i pericoli che ci
sono nel buio, che ne so? Quelli che lui immagina, che lui suppone. E insistere
molto su quest'aspetto, mettere molta attenzione su questo.
La
paura è un elemento fondamentale presso gli umani. Senza la paura o senza il
senso di colpa non funziona niente. Occorre mantenere in ciascuno stato, come
ciascun governo sa, la paura, il senso della paura. È una cosa irrinunciabile,
è la superstizione per antonomasia, quella proprio fondamentale, quella fondante
gli atti e i pensieri.
Se
riuscite a sapere di che cosa ha paura una persona avrete già molti elementi.
E, il discorso che si faceva intorno ai quattro discorsi principali è
importante perché mostra quali sono le paure nei vari discorsi e cioè quali sono
le varie superstizioni, per esempio, nel discorso ossessivo la paura è che ci
sia la rottura, ci sia qualcosa che lo costringa a esporsi, a mostrarsi in
prima persona, questa è la paura fondamentale, come se a questo dovesse
succedere un dissolvimento. Una prerogativa del discorso ossessivo è quella di
cercare sempre l'accomodamento, sempre di ricucire, sempre di sistemare, mai di
rottura, esattamente il contrario del discorso isterico che invece fa della
rottura la sua bandiera. Deve sempre rompere tutto con tutti. Quindi, facendo
questo esempio, in questo caso la paura è del confronto, di qualcosa che
costringa ad esporsi, cioè esporre i propri desideri, il proprio pensiero. E,
allora, in che modo utilizzare una cosa del genere? Si tratta, in prima istanza,
di, dicevo prima, utilizzare, fra virgolette, tale paura.
In
che modo nel discorso ossessivo? Portando questa paura, facendo in modo che
questa persona si trovi a parlare di questa paura fino al punto in cui si trova
di fronte a qualcosa che teme maggiormente.
Facendo
parlare una persona intorno alla paura accade che ciò che teme di più affiori,
cioè ci si trovi proprio di fronte. In questo caso l'esporsi, mostrare il
proprio desiderio, mostrarsi desideranti, cioè mostrare il desiderio in atto. A
questo punto ciò che occorre che questo faccia è portare la paura, come si
diceva, alle estreme conseguenze. Cioè, non soltanto la accoglie ma la porta
alle estreme conseguenze. Se il discorso ossessivo teme esporsi come rottura in
quanto è foriera di responsabilità, se uno rompe con una persona deve, quanto
meno, dire perché, per come e quindi esporre tutta una serie di desideri.
Quindi
portare alle estreme conseguenze non è altro che fare il verso, in questo senso
a questa paura, facendo in modo che nel raccontare le proprie paure, queste
paure si manifestino, e cioè si accorga, ad un certo punto, che nel raccontare
stesso di queste paure, incomincia a porsi. Comincia ad esporre il proprio
desiderio, le proprie fantasie, i propri pensieri.
E
lo fa perché, essendo ciò che più teme è ciò che più lo attrae. Per questo è
fondamentale intendere molto bene le paure, non soltanto quali sono ma qual è
la struttura di ciò che più teme e che desidera che si verifichi. Per esempio,
il discorso ossessivo teme moltissimo la rottura, con tutto ciò che questo
comporta e quindi dovere rispondere, dovere fare, dovere dire ecc...ma, al
tempo stesso, la desidera fortemente come fantasia, tutte le sue fantasie, in
effetti, sono fantasie di rotture, che però non si pongono mai in atto. Porle
in atto comporta la necessità di assumersi la responsabilità di ciò che si
dice, di ciò che si fa.
Ecco,
dunque, dicevo che essendo ciò che più si desidera attrae fortissimamente e,
quindi, è ciò che vincola la persona al discorso che state facendo, come se non
potesse sottrarsi.
Per
questo vi dicevo all'inizio che è un alleato formidabile la paura perché è
anche, al tempo stesso, ciò che attrae. Se si riesce a compiere questa
operazione sarà difficile che la persona abbandoni l'analisi, perché trova lì
in ciò che dice qualcosa che esercita un'attrazione fatale.
La
stessa cosa in altri discorsi. Individuare che cosa spaventa, qual è, quindi,
il luogo comune più accreditato perché questo è anche ciò che attrae, sarà ciò
che consentirà alla persona di proseguire l'analisi, e non riesce più a
sganciarsi talmente è attratto da una cosa del genere.
Ora,
trovare un algoritmo che consenta di mettere in opera un'operazione del genere
è cosa assai complessa.
Come
deve funzionare? Proviamo a considerare la cosa. Come occorre che funzioni un
algoritmo? Cos'è un algoritmo?
Intervento:
L'algoritmo è una formula.
È
una formulazione che indica qual è la modalità attraverso la quale si può
raggiungere un certo risultato, può essere anche una formula. E noi stiamo
cercando qualcosa del genere.
Come
deve essere fatto? Occorre, intanto, che attragga. Sì, deve attrarre. Deve,
cioè, esercitare quell'attrazione che esercita la paura. Voi sapete la paura
esercita un'attrazione fortissima molto superiore ad infinite altre cose che
appaiono più piacevoli agli umani, ma che non attraggono quanto la paura. Deve
essere dunque attraente, ma devo utilizzare la paura? Non necessariamente.
Ciò
nonostante, se volete che qualche cosa sia fortemente attraente occorre
utilizzare la paura. Forse si tratta di riflettere sul come utilizzarla.
Per
esempio, la paura, nel discorso ossessivo, è che qualcosa possa costringere a
esporsi, quindi un algoritmo di questo genere deve muovere una paura del
genere. Ché da una parte è vero, sì, che è sfuggita questa eventualità, però
attrae, attrae nella misura in cui si pensa che rimanga in atti ma non in
potenza, Già Freud aveva colto questo aspetto particolare del discorso
ossessivo, cioè che occorre che tutto rimanga in atto ma mai in potenza.
Quindi,
ecco, una delle prerogative occorre che sia questa. Ché per attrarre deve sì
mostrare la paura ma mantenerla in potenza.
Quindi,
come fare? Qualcuno ha un'idea brillante a questo proposito? Come costruire una
proposizione visto che un algoritmo non è altro che una proposizione che operi
questa sorta di racconto, cioè che attragga mostrando la paura ma in potenza.
Beh!, consideriamo intanto una serie di proposizioni, poi vediamo se possiamo
ridurle a una.
Torniamo
a fare un esempio, tratto dalla clinica: il discorso ossessivo compie
generalmente una sorta di denuncia delle cose che non vanno. In queste cose che
non vanno, o meglio in questa denuncia, che cosa c'è esattamente? C'è
un'indicazione di qualche cosa che occorrerebbe rompere, spezzare, ma, al tempo
stesso, c'è il timore di fare. Quindi, questa serie di proposizioni occorre che
tengano la denuncia in atto ma l'agire in potenza. Perché le prime proposizioni
sono quelle che funzionano da vincolo, vincolano la persona a ciò che dice,
quindi, perché vada in una direzione di una accentuazione, sì accentuare ciò
che la persona dice; non soltanto porre l'accento, ma caricare d'ulteriore
senso, questo in ciascun discorso, non soltanto nel discorso ossessivo.
Caricare di senso. Questa operazione è molto importante se tenete conto che le
persone fanno continuamente affermazioni di cui sanno molto poco, non per
ignoranza nel senso che non conoscono i termini della questione ma, l'ignoranza
riguardo alla struttura del linguaggio, cioè ciò che stanno facendo
effettivamente. Quindi, dare senso e accentuare queste affermazioni è
incominciare l'operazione di portare l'elemento alle estreme conseguenze di cui
si diceva, tenendo conto che l'obbiettivo è quello di insegnare come funziona
il linguaggio. Caricando di senso un elemento, una persona è come costretta a
difenderlo, a difendere un suo pensiero, come difenderlo? Beh!, trovando le
ragioni, solo che mentre generalmente quest'operazione avviene in modo molto
superficiale e frammentario, può trovarsi di fronte alla necessità di farlo in
modo rigoroso, incontrando qui, a questo punto, notevole difficoltà. Queste
difficoltà sono utilissime. Dicevo di accentuare di senso, per esempio, una
denuncia di cose che non vanno, come se fossero molte di più le cose che non
vanno, ma non solo. Caricandolo di senso è come se diventassero più importanti
di quanto la persona stessa immaginava. Questo la costringe a pensarci
ulteriormente, cioè esporre questi suoi pensieri alla parola.
Questo
è valido per tutti i discorsi, chiaramente, anche se stiamo parlando del
discorso ossessivo.
Intervento................................
Sì,
caricare il senso è caricare d'importanza, rendere la cosa molto più importante
di quanto immaginava che fosse, al punto tale che non può più non confrontarsi
con questa cosa. La paura si mantiene se e soltanto se non si sa che cosa è
fatta, sennò non è più paura, può essere preoccupazione se la cosa incombe, ma
qualche cosa che comunque muove in modo tale per cui ciò che incombe scompare,
no? Cioè, vedo un camion che viene verso di me e mi scanso per esempio.
Ora
siamo molto lontani ovviamente dall'algoritmo, però occorre cominciare a
lavorare in questo senso, cioè trovare la direzione, intanto, da seguire, e una
direzione può essere questa: incominciare a caricare di senso gli enunciati
delle affermazioni in modo che non possano più passare in secondo piano, in
secondo ordine, essere dati così come acquisiti.
Anche
per il discorso isterico potete fare la stessa operazione. Il discorso isterico
dove c'è la superstizione e la paura è che il suo agire o le cose da fare le
cose che giustificano la sua esistenza possono cessare, possono fermarsi e,
quindi, ritrovarsi nella eventualità che non ci sia nessuno di cui occuparsi,
nulla che la costringa a fare. Questo è la catastrofe per il discorso isterico,
in effetti laddove questo si verifica avviene una depressione fino alla
psicosi. Di qui la rincorsa folle a qualunque cosa che le dia da fare.
In
questo caso utilizzare la paura nel discorso isterico è aumentare la paura di
rimanere senza che qualcosa la costringa a fare; fino al punto in cui è
costretto questo discorso a confrontarsi con questa costrizione. Non è
un'operazione semplicissima ovviamente, però è già una traccia. Nel discorso
isterico, sì, mostrare il colmo del suo terrore, cioè che possa esserci
l'eventualità che non ci sia nessuno o alcunché che abbia bisogno di lei.
Ovviamente ponendo la questione in modo che sia questa costrizione ad essere
posta in gioco. Perché per ogni discorso si tratta sempre di una costrizione;
l'isteria è costretta a cercare qualcosa che dia un motivo alla sua esistenza,
cioè che la costringa a fare; il discorso ossessivo è costretto a cercare
sempre un accomodamento, a cercare una mediazione; il discorso paranoico è costretto
a fare in modo che l'altro capisca qual'è la verità ecc...
C'è
qualcosa a cui non può sottrarsi e, in effetti anche il discorso isterico è più
attratto da ciò che più teme.
Intervento:
Nei discorsi isterico, ossessivo e paranoico ho l'impressione che sia
indispensabile l'altro altrimenti il gioco non riesce, mentre nel discorso
schizofrenico no, se ho capito bene.
Sì,
solo che nel discorso schizofrenico l'altro è una parola, non è mai un qualcosa
o qualcuno, rimane una parola. Questo può comportare una sorta di isolamento
assoluto come avviene in alcuni casi di schizofrenia, di psicosi schizofrenica.
Un isolamento inaccessibile, con la difficoltà di entrare in contatto, perché
non esiste l'altro, né altre cose, esistono solo le parole in cui tutto è fatto
ma, queste parole sono delle cose, non sono atti linguistici e quindi fatti di
regole, di procedure ecc. Sono tutte queste cose.
Intervento...............................
In
alcuni casi può funzionare questa procedura, in altri casi, no. Però c'è
qualcosa della struttura di cui diceva che è simile. Caricare di senso,
possiamo anche intenderlo in questa sezione ma, di fatto le cose che teme sono
peggiori di quanto immagina. Ma, chiaramente, nel compiere questa operazione,
bisogna sempre tenere conto che l'obbiettivo è quello di fare in modo che
questa paura di cui si tratta giunga là da dove viene, cioè il linguaggio, che
è una costruzione di simili proposizioni e, dicevo, se lei compie questa
operazione è possibile che la persona smetta di avere paura però ciò che ha
sostenuto tale paura permane.
È
un po' come può avvenire sotto ipnosi, la paura scompare, può scomparire, però
la struttura che l'ha prodotta permane e, quindi, si produrrà un'altra paura.
Intervento..........................
Per
cui può fare quest'operazione però tenendo sempre conto che non basta che la
persona, così, giunga a porre in ridicolo le cose che teme, ma che giunga a
porre in gioco il timore stesso; perché uno può smettere di avere paura di una
certa cosa perché si rende conto che l'ha costruita lui, poi, però, ha paura di
quest'altro...
La
paura stessa deve cessare. Il discorso ossessivo ha paura di esporsi, come se
esponendosi dovesse succedere chissà che cosa, poi in effetti questo avviene
che per qualche motivo veramente si espone c'è un moto giubilatorio perché si è
accorto che non è successo niente.
Intervento..........................
Però
la paura permane, e la volta successiva è daccapo. non è cambiato nulla.
Togliere il timore è togliere ciò che attrae, come si diceva prima. Una persona
continua ad avere paure di vario genere perché ne è attratto.
Possono
intervenire varie fantasie, a seconda del discorso. Fantasie di stupro, per
esempio, di essere violentato. Perché l'altro spesso è temuto? Ma, temuto in
vari modi, è un timore così, indistinto, indefinibile. L'altro è una figura, la
figura che mette in atto tutte le varie paure, in alcuni casi la fantasia di
stupro, teme di essere oggetto di stupro. Occorre svolgere questa paura,
intendere che cosa attrae intorno ad una fantasia del genere. E ciò che attrae
non a nulla a che fare con lo stupro in quanto tale, è la figura, un modo in
cui si configurano tutta una serie di cose. Come uno che ha paura di essere
ucciso, ma dice che ogni tanto c'è una persona che esce di casa e viene uccisa
perché c'è una sparatoria o una pallottola vagante, è vero, però generalmente
uno quando esce di casa non comincia a strisciare contro i muri col giubbetto
antiproiettile, non lo fa pur sapendo che c'è questa eventualità, è un'eventualità
che lo preoccupa, così come l'eventualità che un asteroide piombi sul pianeta e
lo spacchi in due. Può succedere, però nessuno organizza la sua giornata
tenendo conto di queste eventualità.
Occorre
lavorare molto sulle paure in un'analisi, non tanto per togliere la paura in
quanto tale, ma perché sono le cose che indicano in modo molto chiaro in alcuni
casi, le cose che sono credute più fortemente e fermamente, e quindi l'aspetto
più religioso di un discorso, cioè ciò a cui la persona è più attaccata, anche
se magari viene da voi dicendo che vuole sbarazzarsi di questa paura e non ha
neanche torto, tuttavia è la cosa a cui è più fortemente attaccato.
Molte
analisi s'interrompono proprio perché c'è l'eventualità, a un certo punto, che
questa paura si dissolva.
Elisabetta
cosa succede, come mai così assorta?
Intervento:
È così, succede proprio così.
Se
sapete quali sono le paure di una persona, sapete le cose in cui crede.
Intervento:
Sì, perché se uno ha paura di essere rapinato ovviamente il suo modo di pensare
è quello di avere tanta polizia intorno ecc...
Certo,
comporta tutta una serie di cose, ovviamente. Ciò che vi dicevo è noto ad
alcuni che governano, notissimo, come si fa a fare in modo che la cittadinanza
tutta, come un sol uomo, invochi uno stato di polizia? Semplicissimo. Prendete
un po' di scagnozzi, strafatti di crack o di qualunque altra cosa, mettete loro
in mano un Kalaschnikoff e li mandate in giro ad uccidere le persone, che so?
Una mamma col bambino in braccio, un vecchietto, un po' di tutti no? L'operaio
che va a lavorare poi il professionista in modo che tutte le categorie si
sentano minacciate... dopo di che questi scagnozzi devono essere eliminati,
perché essendo persone poco affidabili sono pericolosi e, quindi, li trovano poi
in un fossato con una pallottola in testa, a questo punto la cittadinanza tutta
invocherà lo stato di polizia. Naturalmente ad un governo non è che serva che
ci siano le camionette ad ogni angolo, non gliene importa assolutamente nulla,
però è il primo passo per giustificare, come dicevo, qualunque altra cosa.
Semplice no?
Ora,
non tutti i governi mettono in atto una cosa del genere, molti lo fanno. O lo
fanno magari in modo più soft no? Alcune stragi pare siano state fatte per
questo motivo, la famosa strage di Bologna, sembra che avesse questo
obbiettivo.
Poi,
anche lì, occorrerebbero persone per fare una cosa del genere e molto
determinate. Gente alla Luttwak, se questo è l'obbiettivo occorre farlo in modo
preciso, no? Come vi ho illustrato poc'anzi. In modo che la popolazione sia
terrorizzata, sarà sottomessa e disposta a qualunque cosa.
Questo
per dirvi quanto è importante la paura e quanto una persona che ha paura di una
certa cosa fa e pensa cose che sono assolutamente incredibili per altre, mentre
per lui sono assolutamente normali. Così come una persona che ha subito in
famiglia dei lutti e a causa di questi sconsiderati va in giro a sparare è
assolutamente normale, ovvio e necessario che ci sia uno stato di polizia. Ma,
il discorso che a noi interessa è invece che la persona che ha le sue paure si
comporta esattamente allo stesso modo nei confronti delle proprie paure.
Esattamente allo stesso modo. Quindi tutto ciò che pensa, costruisce, immagina,
fa è pilotato da questa paure, cioè dalle cose in cui crede.
Intervento:
Si parlava con Beatrice di aumenti, perché aumenta tutto. Anche questo fa parte
di un certo gioco. Così la gente che lavora sarà sempre più oberata di spese.
Però, adesso
l'aspetto che più ci interessa è come funziona rispetto al proprio discorso, la
paura e intendere come tali paure mi costringano a muovermi, ossia a pensare e
a fare e a muoversi e a prendere decisioni che sono pilotate da questa paura,
questo è fondamentale da intendere. Bene, ci fermiamo qui.
23 Settembre 1999
La tecnica e la
fantasia. Dicevamo la volta scorsa della fantasia che abbiamo definito come lo
svolgersi incessante del discorso. Però, adesso occorre precisare alcune cose.
Ci sono degli aspetti
rispetto al discorso come sapete bene, che abbiamo indicato come struttura
religiosa. La struttura religiosa può essere pensata come una sorta di
programma, un programma non è altro che una serie di comandi obbligati, di
inferenze, per cui se questo allora quest'altro. Il programma del computer
funziona così, cioè si dà un comando allora lui fa questo e nient'altro che
quello, in genere.
Dove questi passaggi
sono pensati come necessari, cioè non potersene dare altri. Ciò che distingue
il discorso religioso da un discorso non religioso è che quello non religioso
non considera questi passaggi come necessari, ma riconosce in ciascuno di
questi passaggi l'assoluta arbitrarietà, o, in ogni caso, l'attenersi ad una
regola del gioco, nient'altro che questo.
Intervento: È un
elemento.
Sì. Fuori dal discorso
che stiamo facendo qualunque altro discorso mostra un aspetto religioso, non
c'è verso. Ora dicevo, in qualunque discorso religioso, cioè qualunque discorso
di fuori da quello che stiamo facendo è un discorso programmato in un certo
modo. Come dire che per esempio nel discorso ossessivo di fronte ad un certo
input si comporterà sempre allo stesso modo. Comporterà nel senso che farà le
stessi cose, ovviamente, ma siccome crede una certa cosa se questa cosa viene
minata per esempio, lui si muoverà contro ciò che lo minaccia.
Questo comporta che
tutto ciò che il discorso ossessivo pensa, costruisce ecc., è come pilotato.
Non può uscire dal suo programma. Perché non può farlo? Perché non immagina che
sia un programma. Immagina, semplicemente, che sia la realtà delle cose, che
sia nell'ordine naturale delle cose. Oppure che ci sia un malfunzionamento. In
effetti, talvolta, le persone all'inizio di un'analisi pensano ad una cosa del
genere, ad una sorta di malfunzionamento.
Il malfunzionamento
corrisponderebbe alla sensazione che qualcosa non va come lui vorrebbe che
andasse, questo è il malfunzionamento. Esattamente così come si definisce
qualcuno che disubbidisce, quando si disubbidisce? Quando non fa le cose che io
voglio che faccia. Questa sorta di malfunzionamento dicevo, è avvertito come
una sorta di cattivo adattamento, o più genericamente come il non riuscire a
fare le cose che si vorrebbero fare. Questa definizione che può apparire molto
banale pone l'accento invece su un aspetto importante. L'abbiamo detto varie volte
della responsabilità. Voglio fare questa cosa ma non riesco. Perché no? Visto
che nessuno l'impedisce fallo. Apparentemente parrebbe così, però poi non
avviene così. Come intendere questo impedimento? Intendiamoci bene, il fatto
che ci sia un impedimento non è questione né primaria né secondaria rispetto
all'intenzione di fare una certa cosa, anche l'intenzione di fare quella certa
cosa non va così da sé. Ma, lungo l'analisi può accadere che si ponga questa
questione. Questa che vuole fare e il problema che è impedita oppure lo
desidera perché è impedita? Cioè le due cose avvengono simultaneamente, non
potrebbe darsi l'una senza l'altra. Se non fosse impedita la farebbe?
Naturalmente no. C'è una produzione continua d'impedimenti, questa cosa deve
rimanere impedita. Può essere pensata solo in quanto impedita. Se no non
potrebbe pensarla.
Se una certa cosa per
potere pensarsi deve essere impedita allora questo può incominciare a far
riflettere. Riflettere in questo senso: perché una certa cosa per essere
pensata deve essere impedita? A che scopo? A che cosa serve questa struttura?
La risposta a questa domanda non è difficile. Un'intenzione impedita cosa fa
esattamente? In prima istanza accusa il responsabile, qualcosa o qualcuno.
Accusando o trovando il responsabile di questo impedimento, cioè trovando
l'elemento fuori dalla parola, la persona si toglie la responsabilità, in prima
istanza, cioè io farei se potessi...
C'è sempre il
responsabile esterno, può essere qualcuno o qualcosa, all'interno di questo qualcosa
c'è anche la malattia, anche mentale. O un'angoscia, una paura, qualunque cosa.
C'è dell'altro. Il
potere pensare una cosa solo se è impedita, ha, ovviamente, la funzione di
mantenere questa cosa in potenza, il che ha una funzione particolare che
ciascuno di voi reperisce immediatamente, cioè mantenere questa cosa come una
sorta di ideale. Come dire, se questa cosa si verificasse allora, finalmente,
sarei felice. Stiamo procedendo per piccoli passi. Sarei felice quindi tutto
funzionerebbe, non funziona perché c'è questo impedimento, perché, per esempio,
non riesco a fare una certa cosa, se riuscissi sarei l'uomo più felice del
mondo, qualcosa del genere.
Ma, tutta questa
struttura, come avete inteso, mira a mantenere una condizione d'immobilità, ovviamente.
Come se, almeno così appare d'acchito, non dovesse essere felice, perché
nessuno gli impedisce di fare ciò che desidera, in modo da rimanere in una
condizione d'insoddisfazione. A chi giova l'insoddisfazione? Oltre che a
piangersi addosso? L'insoddisfazione è una sorta di condizione dove c'è la
percezione di qualche cosa che potrebbe rendere felici ma questo non è
possibile. Ora, la felicità qui è immaginata come l'assenza di insoddisfazione,
così avviene generalmente, la condizione in cui si cessa di stare male per
qualcosa. Ma, tuttavia parlare d'insoddisfazione è anche porre l'accento su una
condizione in cui la persona è in attesa, rimane in attesa. O comunque auspica
che questa insoddisfazione sia assente, il che non è, ovviamente, perché potrebbe
farla cessare in qualsiasi momento.
Di cosa è fatta
l'insoddisfazione? C'è l'attesa, attesa che questa cessi, e questo è un aspetto
notevole dell'insoddisfazione, l'attesa. Ma è fatta anche di sensazioni. Di
sofferenze. Come potremmo definire la sofferenza?
Intervento: Un
qualcosa che non si è raggiunto, un impedimento.
Sì, una volta forse
avevamo detto che c'è una sensazione di qualcosa che manca e l'attribuzione a
questo qualcosa, è una sorta di carattere di necessità, quindi manca una certa
cosa e questa cosa è necessaria, potremmo indicare così la sofferenza. In
termini molto generali.
Intervento...............................
Sì. È da considerare
questo aspetto, che è di troppo ed eccede rispetto a qualcosa che si considera
in equilibrio, per esempio, in questo senso viene a mancare l'equilibrio.
Certo, un eccesso di qualche cosa può creare sofferenza.
Intervento...........................................
Certo, sì.
Intervento: dove il
pensiero interviene come un disturbo.
Sì, dicevo, l'assenza
di qualcosa che è ritenuta necessaria. Il pensiero, per i più, non è ritenuto
affatto necessario, ma, anzi, soprattutto in questo momento, un malanno che
sorge a creare problemi. Quindi la mancanza di qualche cosa che difetta
rispetto a una sorta di equilibrio che, praticamente s'immagina, no? Poi, che
sia per eccesso o per difetto questo può avvenire certo.
Molti eccessi sono
dannosi, anche l'eccesso di calore, se Cesare lo mettiamo, per esempio, a
cinquemila gradi, se ne ha a male.
Ma, tornando alla
questione di cui si diceva e cioè dell'insoddisfazione che, tra l'altro è una
questione molto diffusa, la cui funzione, come stiamo intravedendo è quella di
mantenere la condizione di mancanza. Viene da domandarsi come mai gli umani
amino mantenere questa condizione?
Intervento..............................
Entrambe le cose,
l'insoddisfazione e la mancanza. Qualcosa che non c'è, che manca all'equilibrio
che s'immagina. La questione in tutto ciò, su cui merita riflettere, è molto
semplice, e cioè che l'enunciazione del disagio, della sofferenza,
dell'insoddisfazione, di qualunque altra cosa di per sè non enuncia
assolutamente niente, non ha nessun referente. È soltanto una serie di
proposizioni le quali costruiscono una sorta di condizione dove la persona
afferma un qualche cosa e questo qualche cosa è la sofferenza e questa
sofferenza produce emozioni, cioè produce repentini cambi di condizione,
produce differenze. Anche una sofferenza a lungo protratta produce una
differenza come bene sa chi soffre molto. Differenza da che? Da chi sta bene e
che stando bene non conosce i drammi e le tragedie. Come il Vangelo insegna,
più soffrirete più saprete, in tutta la tradizione cristiana il sapere è fatto
precedere dalla sofferenza. Perché Cristo ha diritto, può parlare e dire la
verità?
Intervento: Perché ha
sofferto.
Esattamente. Se fosse
stato in discoteca tutta la serata invece che stare sul Golgota non avrebbe
avuto la stessa credibilità. Una persona che molto ha patito, molto ha
sofferto, è più attendibile. Ma
Intervento: Ma è
disgiunta la colpa dalla responsabilità.
Beh!, qui occorre
precisare, addossarsi la colpa per chi lo fa è sempre una questione di merito,
anche se lamenta questo peso. Portare la croce, cioè cosa ha fatto Gesù Cristo?
Si è fatto carico di tutti i peccati, lui è diventato il peccatore per
eccellenza.
Assumendosi questo
carico cosa fa? Soffre, ovviamente, non è che ne gioisce, anche se non potrebbe
neanche gioirne, in teoria, però secondo la religione cristiana e, quindi,
secondo il discorso occidentale, soffre. Soffre per gli altri. È la stessa cosa
che accade alla persona che molto soffre di reperire questa fantasia, di
soffrire per gli altri. Gli altri stanno bene mentre io soffro. Vedi di non
soffrire, e già, e se non soffro come mi distinguo? Come mi differenzio dal
volgo? Questa è la sofferenza che è stata poi nobilitata dalla Chiesa per tutta
una serie di motivi. E fortemente presente nel discorso occidentale, al punto
che, come dicevo prima, una persona che molto ha sofferto è non solo più
attendibile ma tenuta in maggiore considerazione per chi invece si è dedicato
ai bagordi per tutta la vita.
Intervento: Anche
giudicato male.
Generalmente sì,
certo. Cosa fece Francesco? Il santo di Gubbio. Abbandonò la vita di sollazzi e
di scelleratezze per vestirsi di cilicio ed andare in giro a piedi scalzi sotto
la neve.
Intervento.......................................
Esatto, chi non ha
provato non può sapere, no? Chi non ha provato a darsi una martellata sui denti
non può sapere che fa male. Quindi solo io so, è un privilegio, è molto
cristianamente, la condizione della sofferenza.
Quindi io ho sofferto
e nessuno può capire la mia sofferenza.
Cominciate,
chiaramente, ad intendere qual è la portata della sofferenza nel discorso
occidentale e perché sia anche così perseguita con determinazione, con
ostinazione in molti casi.
Non dovete pensare
alla sofferenza come ad uno stato d'animo nefando, nefasto, triste, no. È, il
più delle volte, un'arma di seduzione. Io non so voi quando eravate piccoli
cosa facevate, una delle tecniche seduttive era quella di mostrarsi, verso i
quindici, sedici anni, sempre molto tristi, molto pensierosi, molto tenebrosi,
no? Questo aveva un fascino particolare, naturalmente si stava benissimo, non
stava succedendo niente e si era felici come pasque però di questa maschera,
magari con il dolce vita nero alto...E, allora, si metteva in atto questa
sceneggiata, come dire la sofferenza seduce. E, quindi, cominciare a pensare ad
una persona che soffre in un modo diverso, tenendo conto che in alcuni casi può
apparire sacrilega la cosa, tuttavia c'è questa eventualità. Dopo avere
considerato molto attentamente che la sofferenza non è necessaria di per sè,
dopo avere considerato che pertanto è una produzione del discorso, quindi
qualcosa che una persona crea a suo uso e consumo, adesso stiamo cominciando a
considerare il perché, quale è il vantaggio. Difficilmente una persona
soffrirebbe se non ne traesse un vantaggio. Parlo di sofferenza per
distinguerla dal dolore, se mi cade un sasso su un piede proverei dolore non
sofferenza. Potremmo così per uso didattico distinguere la sofferenza dal
dolore, indicando con sofferenza il mantenimento di un pensiero, di un discorso
che non ha più nessun motivo di essere.
Intervento..................................
Sì, però adesso io li
distinguo giusto per non sovrapporre il mattone che mi casca su un piede dalla
sofferenza che è una condizione dell'anima proseguita nel tempo, però. Mentre
il dolore del mattone che cade sul piede cessa, la sofferenza viene coltivata.
Intervento........................................
Questo fa un po'
pensare a due questioni importanti: l'una è l'utilizzo della sofferenza, perché
il discorso occidentale mantiene questa questione. La persona che soffre è, per
definizione, bisognosa. Quindi mantenere uno stato, una sofferenza significa
mantenere la persona in stato di bisogno che ci sia qualcuno che faccia da
padrone, che governi il tutto, che se tutti stanno bene allora ecco che c'è
l'emergenza. L'altra è, invece, una considerazione più tecnica rispetto
all'analisi. Mentre tutti i bravi psicanalisti fanno di fronte ad una persona
che soffre tante sedute per togliergli la sofferenza, riuscendo talvolta perché
fanno esattamente una conversione, cioè convertono da una religione all'altra.
E, allora, tu devi smettere di soffrire perché adesso credi in quest'altra
cosa, e, quindi, non soffri più perché pensi che i mali del mondo siano questi
ma perché sono questi altri.
In effetti un'analisi
non funziona se non si arriva ad una conversione religiosa, ché togliere la
sofferenza ad una persona è togliergli ciò per cui gode per lo più, è ciò
attraverso cui immagina di essere diverso da tutti gli altri. Cosa a cui non
rinuncia per nessun motivo. In effetti talune psicanalisi sono interrotte
anche, in alcuni casi, per questo motivo, cioè sbarazzare di qualche cosa senza
mettere un'altra religione. Se si sbarazza senza la religione la persona si
smarrisce e se ne va.
Quindi, come dicevamo
qualche volta fa, non si tratta affatto di togliere la sofferenza, la
sofferenza è qualcosa che aiuta, anche lungo l'analisi, mantenerla. L'analista
non fa nulla né per mantenerla né per toglierla, ma la sofferenza di cui si
tratta non è il male. L'analista della parola sa benissimo che non c'è il male
di cui sbarazzarsi e che una persona che dice di soffrire non ha nulla di
differente da una persona che dice di star bene, che dice che ha paura del buio
è la stessa cosa. Dice soltanto qualche cosa che il suo discorso ha costruito,
nient'altro che questo, non c'è nessun referente. È una proposizione che non ha
nessun referente.
Quindi l'analista non
ha né da togliere né da mantenere. Soltanto che considerare la portata
religiosa di questa affermazione, quindi l'analista sa di avere a che fare con
una persona profondamente religiosa e, quindi, programmata in un certo modo. Se
dice una certa cosa allora si muoverà in un certo modo.
Qual'è l'utilità di
sapere questo? Per riprendere una questione che abbiamo accennato tempo fa,
della strategia e della tattica, potremmo dire che in analisi la strategia è
questa: c'è un discorso, un discorso religioso, quindi programmato in un certo
modo. Intendere come è programmato prima cosa, cioè quali sono le inferenze
fisse, quelle necessarie, le cose in cui crede. Poi, mettere alla prova questa
sorta di, chiamiamolo programma, come si mette alla prova? Lo si fa funzionare
forzandolo, come una macchina. Come si fa metterla alla prova? La si forza. In
questo caso come si forza il discorso? Portandolo alle estreme conseguenze.
Solo che questa è una macchina particolare che forzandola salta, sempre,
necessariamente. È come portare il motorino 50 a ventimila giri, brucia,
chiaramente. E così il discorso, è come se bruciasse, salta. Salta perché
questo programma è costruito su assiomi che, per il programma stesso, devono
essere assolutamente fondati, è come se il programma esigesse questi
fondamenti, ma che non ci sono. Quindi, è sufficiente far ricorso al programma
esso stesso, e questo avviene in analisi, come dicevo prima, portando il
discorso alle estreme conseguenze e, quindi, prendendolo molto seriamente.
Fare quasi il verso e
anche, in alcuni casi, un'operazione retorica questa, prendere le premesse
dell'avversario e mostrare le conclusioni assolutamente compatibili e
assolutamente opposte a quelle che voleva far vedere, però non è
necessariamente questa la via.
Prendere talmente alla
lettere il discorso fino a far dimostrare la cosa perché la persona non fa
questa operazione, se lo facesse non potrebbe più sostenerlo, non lo può fare.
È come se dicesse la mia cinquecento può arrivare a trentamila giri, va bene
fallo e brucia, inesorabilmente. È questo che si tratta di fare, far bruciare
il motorino. In questo caso mandare in loop il discorso non è altro che
ritorcerlo contro sé stesso e, quindi, portandolo alle estreme conseguenze
imporgli di mostrare i suoi fondamenti. Imporglielo, letteralmente. Operazione
difficilissima da fare. Perché di fronte al prendere sul serio il suo discorso
la persona fugge, immediatamente. Cioè fugge, si sconcerta, non capisce cosa
sta succedendo, eppure non fate nient'altro che prendere alla lettera quello
che sta affermando. Come dire, accogliere le regole del suo gioco e portarle
alle estreme conseguenze. Il fatto che la persona non lo faccia è questo il
problema, è solo questo. Noi, in quanto analisti della parola dobbiamo compiere
questo miracolo, fare in modo che lo faccia, che se lo fa, non può credere più
ad una parola di quello che dice. Non può più credere che sia una cosa
necessaria., ma considerarlo come inesorabilmente gratuito, non più credibile.
Lo dico perché mi piace dire così e me ne assumo la completa responsabilità.
Intervento...................................
Esattamente. Tutto
questo per cominciare a porre le condizioni per affrontare in termini
interessanti la scommessa. Poi ci vorrà del tempo per trovare le proposizioni
algoritmiche. Richiede tempi di elaborazione molto lunghi. Anche perché la
questione del discorso religioso è continuamente e costantemente presente come
interferenza anche nell'elaborazione teorica. Ci vuole niente a sconfinare.
Ecco potete prendere
la seconda sofistica come una sorta di procedimento che dovrebbe consentire il
proseguire teorico senza cadute di questo tipo, senza affermazioni che non
stanno da nessuna parte. Ma fare in modo che, ecco la famosa assiomatizzazione
che abbiamo compiuto nella seconda sofistica, come fondamento della
matematizzazione che dobbiamo fare, il discorso, in termini più tecnici.
L’assiomatizzazione che consente di confrontare qualunque affermazione si
produca con un sistema sufficientemente potente da valutare se questa
affermazione data per certa e non lo è affatto oppure, effettivamente non è
negabile in nessun modo.
È un criterio. Bisogna
sempre tenere conto che la sofferenza è l'arma di seduzione più potente. Molte
fanciulle lo sanno benissimo, le fanciulle sono più attente, e non c'è trucco o
maquillage o lifting che valga un mostrarsi bisognosa dell'uomo, in questo
caso. Per esercitare il fascino.
Intervento. È l'unica
arma che ci avete lasciato...
Ecco. Ed un'arma che
funziona sempre, la persona che soffre ottiene sempre l'interesse e la
partecipazione e la comprensione.
Intervento: Proprio
come il bimbo che piange, sono tutti lì vicino a lui.
Esatto. Non capita mai
che una persona soffra moltissimo e l'altro dica :"Non me ne frega
niente". Farebbe la parte della persona disumana.
Intervento: Stavo
pensando alla questione dell'insoddisfazione che è anche molto interessante.
Sì, sembrano tutti
insoddisfatti.
Intervento: Esatto.
Stavo pensando proprio a questo perché l'altra volta ne abbiamo parlato. A
parte il fatto che come, per esempio, di fronte all'insoddisfazione,
l'insoddisfazione potrebbe funzionare in due modi. Da una parte potrebbe essere
ciò che stimola anche una reazione come si diceva anche un po' rispetto alla
questione della paura, cioè alla paura c'è qualcuno che reagisce, che cerca
diciamo di utilizzare la cosa per togliersi da un pasticcio o da una cosa del
genere, c'è chi di fronte alla paura si paralizza, la questione
dell'insoddisfazione non è molto differente. Ha a che fare con la questione
dell'impedimento. Perché, parlavamo l'altra volta dell'invidia, l'invidia è
qualche cosa che ha che fare, appunto, non con qualche cosa che si invidia, ma
con l'atteggiamento, cioè con l'atteggiamento nel senso di chi, per esempio, si
sente impedito, come dire che s'invidia colui che non si lascia impedire da ciò
che impedisce altri, per esempio. La questione della giustizia poi, tra l'altro,
ha a che fare con questo. Quindi, ha a che fare con la questione
dell'impedimento, con questo mantenere l'impedimento. Forse più che mantenere
l'insoddisfazione, mantenere l'impedimento. Cioè l'insoddisfazione è la
constatazione dell'impedimento.
L'invidia è sempre la
sofferenza, in un certo senso. Manca qualcosa che altri hanno, in questo senso.
Stavo pensando all'impedimento, se la questione dell'insoddisfazione abbia più
a che fare con il mantenimento dell'impedimento, l'insoddisfazione è l'annunciazione
dell'impedimento.
Sì, certo.
Intervento: Il fatto
che l'insoddisfazione sia la cosa più comune, come dicevamo prima, fa pensare
che la questione dell'impedimento sia proprio nel discorso.
E questo ha anche a
che fare con il gioco, più impedimenti ci sono più il gioco è interessante. E
quindi, più io sto facendo un gioco difficile, guardatemi come sono bravo, più
ostacoli ci sono più soffro.
In un parola più sono
teso e meglio è, per arrivare a...
Sì. Che chi fa il
gioco più difficile, anche questo, suscita l'ammirazione di tutti.
Intervento......................................
Forse si distingue
colui che non riconosce gli impedimenti come validi, e, quindi, non riconosce
la sua particolarità dei suoi impedimenti, della sua sofferenza.
Intervento: La
sofferenza è sempre un omaggio a Dio, in qualche maniera. Anche in questo caso.
Certo, sì. Bisogna
riflettere molto su questi luoghi comuni.
Intervento....................................
Sì, certamente. Una
persona che soffre pretende di essere riconosciuta.
Intervento: Per questo
dicevo che è un omaggio a Dio perché in questo modo si fa riconoscere.
Sì.
Intervento......................................
Intervento.......................................
Sì, è una delle
questioni che vanno prese alla lettera. Uno che vuole essere come tutti. Come
tutti chi?
Sì, va presa alla
lettera altrimenti c'è solo la conversione, un'altra religione. Nessuno è
disposto ad ammettere che s'impedisce, se si pone domande intorno a questa
questione, ha già fatto passi avanti. Gli impedimenti sono irreali, e se non ci
fossero sarebbe la persona più felice del mondo.
Questo è già, quasi,
un punto di arrivo.
Intervento: Come se
fosse un modo di esistere.
Sì. Bene, abbiamo
delle belle questioni su cui lavorare.
Dovremmo pensare a
diffondere i volantini. Buona sera, ci vediamo giovedì prossimo.
30
Settembre 1999
Allora,
c'è qualcuno che sta leggendo qualcosa e ha voglia di dare testimonianza della
sua lettura? Delle questioni che ha incontrato di qualunque genere, oppure
nessuno non sta leggendo nulla?
Intervento:
Io sto leggendo un saggio di Schopenhauer. È quello dei fondamenti della
morale. Mi ha incuriosito un pensatore, un filosofo che si trova a parlare, a
criticare Kant per l'imperativo categorico e si trova a fare delle
affermazioni.
C'è
una questione tratta da Schopenhauer, che può essere di qualche interesse?
Oppure nessuna?
Intervento:
Poche questioni.
Poche
quali?
Intervento:
una questione di qualche interesse può essere il modo in cui si siede. Ad un
certo punto sembra trovare l'uovo di colombo in tutta questa questione e si
mette a parlare di quella che è la questione dell'identificazione. Pone la
questione parlando di questi grandi affetti che sono la pietà, la compassione
dandoli come, esattamente allo stesso modo lui ha criticato in Kant,
primordiali. Quello che m'interroga sempre in queste questioni e, dal quale io
non riesco ad uscire come diventasse un circolo vizioso, la questione che si
pone è questa: come è possibile che tu addebiti, senza intendere quali sono
altre questioni che sarebbero state più importanti, cioè del modo in cui
costruisce letteralmente quello che andava di costruire cioè questo imperativo
categorico, lascia perdere questa questione di cui parla e non fa altro che, ed
è qui che io cado nel circolo vizioso, laddove lui parla della compassione,
della pietà fino ad arrivare a delle cose pazzesche accostandole all'animale o
cose di questo genere, mettendole fuori dalla parola tutto sommato, no?
Ora,
la difficoltà a questo punto di portare avanti la lettura di un saggio di
questo genere per me diventa grandissima, e questo uomo, immediatamente, non lo
so ascoltare più. Schopenhauer, dove si pone nei confronti di un Hegel parla,
indica quali sono i modi di trarre delle questioni, per esempio calca
sillogisticamente delle affermazioni di Hegel e, in qualche modo le mostra un
po' come dei sillogismi, dei parasillogismi come quello di Pietro e Paolo e poi
di fronte alla pietà ed alla compassione e all'identificazione, per lui sono
così, fuori dalla parola, eppure nel mondo si vede periodicamente che ci sono i
buoni e i cattivi, quelli che hanno pietà e quelli che non ce l'hanno. Quello
che m'interroga, forse questo fa parte del mio discorso, io a quel punto mi
chiudo e non ho più voglia di continuare. Eppure negli ultimi capitoli dove lui
continua a inventare, a sostenere queste passioni, questi modi di dire tutto
sommato, che non hanno un referente, lì la sua perspicacia quasi si arrampica
sui vetri pur di sostenere una cosa di questo genere. È l'esatto opposto di
quello che si trova quando parla dell'egoismo.
Cesare
sta leggendo qualcosa?
Intervento:
Leggevo qua e là sulla seconda sofistica.
Elisabetta,
sta leggendo qualcosa?
Intervento:
Io ho letto Carotenuto.
Qualche
considerazione?
Intervento:
Mi è stato quasi impossibile leggerlo. È religiosissimo ed è anche scritto
molto male.
Sandro,
sta leggendo qualcosa?
Intervento:
Sto facendo una ricerca sulla nevrosi ossessiva. Sto leggendo tutti i saggi di
Freud, in modo specifico sulla memoria ossessiva. Mi sto dilettando con
"La retorica delle puttane". È uscita, tra le altre cose, una
filosofia di Marconi.
Sì,
Marconi cosa risponde, in questo caso?
Intervento:
Non risponde. Nel senso che lui fa una sorta di analisi di quello che ne
pensano gli altri
Quello
che pensano gli altri lo sappiamo.
Intervento:
Ma, in effetti è una questione che rimane poi, come dire, una sorta di enigma.
È un po' come dire: qui ci si arresta, di fronte a questa sorta di mistero, è
un po' come dire che è una sorta di mistero religioso.
Quindi
rimane un mistero e non si sa , insomma.
Intervento..........................
Devo
prendere un libro di Heidegger e poi uno di Marconi, ma non quello, "La
competenza linguistica".
Quali
obiezioni potremmo fare a Marconi, così d'acchito?
Intervento...
Intervento:
Perché ci capiamo, perché si comunica?
Sì,
lui riprende questa antica questione per cui, molto i francesi, soprattutto,
dell'impossibilità della comunicazione. Dicono che non c'è possibilità di
comunicare, e adducono anche delle motivazioni. Però lui dice, beh, allora se
non è possibile comunicare come avviene che funzioni?
Intervento...
Come
avviene, Cesare? Si ricorda quando parlavamo degli scettici, gli scettici
confutavano le stesse cose. Li riprendemmo forse proprio l'estate scorsa a
proposito del dibattito intorno ad analisti e continentali e a questo riguardo
feci proprio un intervento. Una parte affermava che non c'era comunicazione,
per esempio uno scettico dice che è impossibile comunicare, dal momento che
qualunque cosa tu dica, dicono gli scettici, non ha in alcun modo la
possibilità di intendere ciò che l'altro ha capito. Quindi non puoi mai avere
la certezza che il discorso sia recepito dall'altro allo stesso modo. Non è un
gran che come argomentazione, tuttavia se, ribattevano alcuni a questi
scettici, non potete nemmeno opporvi all'argomentazione, visto che non avete
capito nulla di ciò che è stato detto. Se ponete un'obiezione la ponete a che
cosa? A qualche cosa che avete inteso, dunque la comunicazione è possibile.
Allora ecco che alcuni tra i quali Marconi che sono da annoverare tra gli
analitici di scuola sassone, devono a questo punto tenere conto della
possibilità della comunicazione, come è possibile la comunicazione? Marconi si
arresta sul mistero glorioso, nel senso che non sa dare nessuna motivazione di
come avvenga una cosa del genere. Lei, Cesare, saprebbe darne una?
Intervento...
Sì,
c'è una questione che poneva Wittgenstein che merita di essere presa in
considerazione, quando uno si pone una domanda di questo tipo sulla
comunicazione, che cosa si sta chiedendo esattamente? È possibile che cosa,
esattamente? A questo punto, dipenderà da ciò che intendiamo con comunicazione
ciò che risponderemo. Ora, dal momento che questa definizione di comunicazione
non può essere stabilita in modo definitivo come l'ultima parola, allora
rimarrà comunque questa definizione che daremo di comunicazione, arbitraria.
Non soltanto arbitraria, ma funzionale all'uso che ne faremo. Allora se io
intendo comunicazione in un certo modo, la comunicazione allora non è
possibile. È sufficiente che io la intenda in un altro modo allora sarà
necessaria, cioè dipenderà dalle regole del gioco in cui è inserito questo
termine, non c'è nessun mistero né gaudioso né misterioso, ma semplicemente un
differente uso dello stesso termine. Questo uso è consentito, sono consentite
una serie di variazioni nell'ambito di un campo semantico.
Intervento:...
Potremmo
definirla così: la trasmissione di informazioni e di elementi consentita da un
sistema operativo. Esattamente come avviene nel computer. C'è un sistema
operativo che consente la costruzione.
Intervento:…
Avviene
in un modo che non è molto dissimile dal modo in cui avviene che digitando un
tasto sulla tastiera di un computer questo scrive A anziché B o C. Il sistema è
semplice, in un certo senso.
C'è
un sistema che è noto come linguaggio, il quale è tenuto insieme da delle
regole. Queste regole, a seconda di giochi differenti, impongono delle implicazioni.
Ora, se io dico un certo significante, questo significante, se l'ho detto
all'interno di un certo gioco, ha una certa applicazione; se detto all'interno
di un altro gioco, ha un'applicazione differente. Perché siano possibili questi
giochi occorre che il termine abbia significato, cioè che sia, come si diceva
da qualche parte, un elemento linguistico, occorre che ci sia questo. E un
elemento linguistico è tale in quanto ha un rinvio, necessariamente. Ora, fra i
rinvii possibili, ciascuna lingua si avvantaggia di alcuni.
Intervento...
Se
io stabilisco una regola all'interno di un gioco linguistico che fa un
costruttore edile, la casa ha un certo significato. Per la massaia è un altro.
Poi il dizionario riporta un significato ancora differente, è una costruzione
fatta in un certo modo fatta per un determinato uso. Questo potrebbe essere,
come dire, un significato che consente tutte le variazioni, però deve esserci
un significato perché possano esserci delle variazioni. Questo significato è
dato forse da quello che loro stanno cercando, cioè il significato dato
dall'uso linguistico più generico. È chiaro che in una comunicazione se io
parlo di casa, nel senso che io voglio andare a casa, l'altro intende che cosa
sto dicendo, e lo intende perché sa quale è il significato di casa e sa quale è
il gioco in cui è inserito in questo momento, per cui il fatto che io voglia
andare a casa può significare che sono stanco o che ho voglia di andarmene di
lì o altre cose, le quali tuttavia sono possibili perché questa persona che ho
di fronte conosce il significato del termine casa, e da lì può intendere tutte
le possibili variazioni che intervengono in questo caso.
Si
tratta esattamente di stabilire cos'è questo significato fornito dal dizionario
cui ciascuno si attiene per potere poi costruire infinite varianti. E questa è
una questione, ovviamente. L'affrontammo tempo fa quando affrontammo una
questione adiacente a questa e cioè se fosse possibile parlando, scambiare un
qualunque termine con qualunque altro. Ci rendemmo conto allora che questa
operazione impedirebbe l'utilizzo del linguaggio. Occorre che ciascun elemento
linguistico abbia una specificità semantica per potere essere usato; in caso
contrario il discorso stesso non potrebbe farsi. Pensi a una lingua in cui
ciascun elemento che interviene significa qualunque altro. Non è utilizzabile
questo sistema. Occorre che ciascun elemento escluda, lo dicevamo tempo fa
riprendendo De Saussure, la questione dell'inferenza. In effetti il linguaggio
non è altro che un sistema di procedure per la costruzione delle proposizioni e
per l'esclusione di altre. Il fatto che non sia possibile l'utilizzo di
qualunque termine posto al posto di qualunque, indica che questo ha, come
dicevo delle esclusioni; cioè usando casa io escludo una serie di altri
elementi, la escludo dal suo significato.
Questi
altri elementi possono intervenire laddove utilizzo questo significante come
figura retorica. Tuttavia, ciascuna figura retorica che è una variante
necessita di un elemento che non varia.
Questo
elemento che non varia è il significato di ciascun termine; il significato di
ciascun termine è dato dall'esclusione di altri. Tutto ciò che è escluso da
questo termine è il significato, da che cosa è fornito questo? Boh, dal suo
uso, ovviamente, non c'è nessun Dio che abbia stabilito che casa sia una
costruzione adibita ad abitazione più o meno permanente. Tuttavia, questo uso è
fondamentale, la lingua è fatta di questo, del suo uso.
Intervento...
Questa
è una ricerca che per Wittgenstein non avrebbe nessun senso
Intervento...
Sì,
sì. Se la si cerca fuori dal suo uso, allora si cerca il suo significato
ultimo, definitivo, e questo, ovviamente, sfugge, non è reperibile in nessun
modo. Perché è soltanto l'uso che fornisce il senso. Da qui, poi abbiamo
ripreso e inventato la teoria dei giochi.
L'uso,
cioè la regola linguistica nel quale è inserita.
E,
poi, ovviamente c'è una regola che consente l'uso del linguaggio, ed è una
regola che, potremmo dirla così provvisoriamente, attraversa ogni altra regola,
che è quella che dà a ciascun elemento che interviene la prerogativa di essere
un elemento linguistico. Per essere un elemento linguistico occorre che sia
connesso ad altri elementi ed avere una sua specificità, deve escludere, cioè,
necessariamente altri.
Su
questa esclusione è costruita tutta la lingua. Così come avviene anche nel
gioco numerico, ciascun numero esclude necessariamente gli altri, non sarebbe
possibile fare nessun conteggio se ciascun numero significasse qualunque altro.
E così ciascuna lettera. Se la A può voler dire anche B, E, D, non è possibile
costruire nulla.
E,
quindi, sono regole di esclusione.
Intervento...
Supponiamo,
per esempio, che io definisca comunicazione in questo modo: come il reagire da
parte dell'interlocutore a ciò che io affermo, in modo coerente a ciò che io
affermo. Dove con coerente s'intende questo: l'utilizzo dei significanti in
risposta ai miei, che si avvale delle stesse regole. Per cui con casa intende
come me in un certo senso, con cane un animale fatto in un certo modo ecc....A
questo punto sarebbe difficile argomentare l'impossibilità della comunicazione.
Dal momento che la persona risponde a qualcosa che io affermo in modo coerente
nel modo che vi ho detto perché utilizza la stessa regola del gioco. Come
avviene che sia possibile giocare a poker? Perché si applicano delle regole.
Sì, applicare le regole non è altro che seguire una serie di procedure.
Qualcuno potrebbe obiettare, come fanno taluni, ma come è possibile imparare
queste regole? Sarebbe impossibile imparare queste regole del gioco, la stessa
domanda che si fa Wittgenstein, come imparo a parlare? Però questa domanda
prevede un momento in cui non ci sia la parola, diciamo che non ci sia il
linguaggio. Allora si tratta di una trasformazione dal punto in cui non c'è il
linguaggio al punto in cui c'è il linguaggio.
Prendiamo
la fase in cui non c'è il linguaggio. Con che cosa so di questa fase in cui non
c'è il linguaggio? Già, è la stessa questione che si pone taluno chiedendosi
come potrebbe essere senza il linguaggio. Come può farsi questa domanda? Non
potendo uscire dal linguaggio porsi la domanda "Come apprendo il
linguaggio?" non è di nessun interesse. Non può farsi, è una
contraddizione in termini. Può farsi, ma non può portare da nessuna parte, così
come la domanda “Come Š nato il linguaggio?” o "Come penserei se non
avessi il linguaggio?"
Intervento:
Quel tizio che ha detto Sandro, è in contraddizione perché comunque come
funziona la comunicazione, lui ha già un input comunicativo con le persone.
Sì,
sì, ma lui sostiene che ci sia la comunicazione. Non sa come né perché però
rileva che c'è contrariamente a taluni continentali che invece affermano il
contrario, che la comunicazione non è possibile.
Intervento:
La dà come implicita questa definizione, tutto sommato.
Sì,
sì. È semplicemente così, un dato empirico. Stiamo comunicando, quindi, c'è
comunicazione. È sempre molto pericoloso. Esistiamo quindi, qualcuno ci ha
creati. Si vede immediatamente il risvolto che la cosa può portare.
Intervento:
Gli altri che dicono che non c'è comunicazione, come lo dicono?
Quale
giustificazione adducono? Sì. Ma, chiaramente anche loro utilizzano la
definizione di comunicazione come la precedente, cioè come una trasmissione di
dati , d'informazione, comunque di elementi da una persona all'altra. Ora,
questa trasmissione dovrebbe avvenire. Pertanto, secondo loro, comporta una
variazione nel testo, una sorta di traduzione. Ciò che io dico, anche in questo
momento, tutto ciò che io affermo è inserito all'interno di una combinazione,
il significante, che appartiene al mio discorso e non al vostro e, pertanto,
ciò che io sto dicendo ha un senso particolare nel mio discorso, che non è
riproducibile nel vostro. Qualunque cosa io dica è inserita in una combinazione
significante il mio discorso e come tale assolutamente particolare. Non è
traducibile perché una traduzione, qualunque traduzione voi facciate,
comporterà un inserimento di questi elementi all'interno di un'altra stringa di
significati che è vostra e non mia. Cambiando la stringa significante, la
combinatoria in cui sono inseriti questi elementi cambia il senso. Pertanto ciò
che io dico non può essere capito da voi in nessun modo.
Intervento...
Questa
formulazione così continentale è piuttosto ingenua, ripresa in parte dagli
scettici e, ovviamente, non tiene conto delle obiezioni più semplici che
possono farsi. La prima è quella che ho fatto all'inizio, e, cioè, l'affermare
ciò che affermano i continentali dell'impossibilità della comunicazione è possibile
perché hanno saputo che altri invece sostengono la possibilità della
comunicazione. E come l'hanno saputo se la comunicazione non è possibile?
Obiezione legittima. Qualcosa hanno saputo; se sì, come? Visto che rispondono
l'hanno saputo, come? Questa è la domanda che si faceva Marconi, e qui entriamo
nel mistero gaudioso.
Però
è una questione sicuramente importante che forse dovremmo renderla molto
chiara, molto semplice.
Intervento:
Scusi, Faioni, chi è Marconi?
Un
filosofo del linguaggio.
Un'altra
questione è questa del dizionario. Ciascun elemento linguistico esclude
necessariamente degli altri. Però quali altri deve escludere? Qui sarebbe anche
possibile discuterne. Un elemento linguistico è tale in quanto esclude altri
elementi. Però quali deve escludere? Questa è una questione.
Intervento
E,
ma è proprio quello che stiamo cercando, ma prima di perderlo bisogna trovarlo.
Intervento:
Io dico acqua, così facendo escludo tutto quello che può non rendere chiara
questa mia affermazione.
Sì,
tuttavia potrebbero esserci dei termini discutibili, no?
Intervento...
Beh,
si potrebbe anche dire il contrario. Diminuendo le regole di esclusione si
aumenta l'utilizzo di ciascun elemento, invece di essere utilizzato solo in due
casi, può essere utilizzato in cinque.
Intervento...
Le
regole di esclusione sono dettate dall'uso del termine, e l'uso è una cosa
molto soggettiva, molto varia, piuttosto impalpabile.
Intervento...
Bisogna
che ci sia il significato del cane, certo. Si tratta di formalizzare questo
uso.
Intervento...
È
una questione da risolvere. Giovedì prossimo vi darò la risposta precisa e
dettagliata. Abbiamo detto che il linguaggio è fatto di regole di esclusione,
cioè il significato di un termine è tale perché ne esclude altri. Si tratta d'intendere,
cosa che è molto vaga e, appunto, bisogna vedere quanto. Si tratta di trovare
un'argomentazione che renda questa affermazione che il linguaggio non è nulla
se non differenze molto più precisa. Se no di per sé può anche non significare
nulla. Si può obiettare quanto, quali? Se non sai precisare non significa
niente.
Uno
può tirare la lingua sino a far significare che acqua vuol dire fuoco, volendo.
Intervento: Se
uno dice: ho tirato il cane della pistola e ho tirato il cane che porto a
passeggio.
Nel
primo caso è una metafora. Cioè nel primo caso utilizza un termine per
estensione, per condensazione. Il cane della pistola si chiama così perché
anticamente i primi cani, i primi aggeggi avevano quella forma, come la testa
di un cane. Però, come abbiamo detto mille volte, è possibile una figura
retorica perché c'è un elemento che non varia.
Il
cane è fatto in un certo modo, per cui si è pensato di chiamare cane il
martelletto che picchia sul percussore, il quale picchia sulla cartuccia,
esplode la prima carica esplode la seconda ecc.
Intervento:
Conferma la prima frase del libro: Se tutto cambia non c'è traduzione e nemmeno
se nulla cambia.
Sì,
perché, lo stiamo dicendo, se una parola cambia in qualunque altra non c'è
possibilità di parola. Però, quando si entra nel dettaglio la questione diventa
molto più complicata. È questo problema che va risolto.
Discorso
paranoico (2)
Quella
che facciamo qui ogni giovedì è una riflessione più approfondita; martedì
scorso abbiamo fatto una chiacchierata intorno al discorso paranoico, una sorta
di fotografia dei tics del discorso paranoico, i luoghi comuni a cui si
attiene.
Uno
fra questi, fondamentale, è quello di immaginarsi al centro dell’interesse del
mondo intero. Proviamo a muovere da questa fantasia di essere al centro del
mondo, e quindi la poniamo come una sorta di principio, di superstizione, di
credenza. Di fronte a un’asserzione del genere, anche se non fa direttamente
un’affermazione così impegnativa, occorre porsi in un modo particolare. Abbiamo
detto altre volte che non si tratta di spiegare che non è esattamente così ma
condurre la fantasia alle estreme conseguenze. Nel caso della struttura
paranoica, se voi chiedete “Perché?” ... qui occorre aprire una parentesi perché
in effetti non si pone mai un enunciato del genere, questo si trae, non è posto
mai in questi termini, è sempre in altri termini, per esempio, “Loro sono
così!”, “Tutti fanno questo!” o “Nessuno mi capisce!”. Questo è ciò che
ascoltate, il “loro” nel discorso paranoico è una figura fondamentale. Se è
questo che si pone come enunciazione, tra le righe c’è evidentemente, se tutti
quanti ce l’hanno con me è chiaro che io sono al centro dell’interesse di tutti
quanti. La fantasia di persecuzione è una figura che serve a mantenere questa
credenza di essere al centro dell’interesse, non ha molte altre funzioni.
Essere quindi al centro del mondo, però siccome l’enunciazione è quell’altra,
cioè “Tutti ce l’hanno con me!” o “Nessuno mi capisce!, ecc.... (Anche l’essere
amati ...) No, nel discorso paranoico no, non è amato da tutti perché non gli
interessa, perché se tutti sono cretini essere amati da dei cretini non è una
cosa di grande interesse ...
Si
tratta, per quanto riguarda l’aspetto tecnico, di muovere in primo luogo da
alcune questioni che possono porsi anche sotto forma di domande. Se, per
esempio, loro ce l’hanno con me, il portare questa fantasia alle estreme
conseguenza comporta il prenderla alla lettera, il prenderla sul serio, quindi
se ce l’hanno con me avranno dei buoni dei buoni motivi. Quali? Perché ce
l’hanno tutti con me? La risposta più comune nel discorso paranoico è questa:
ce l’hanno con me perché non mi capiscono: Ora, il “non mi capiscono” è nel
discorso paranoico è uguale al fatto che costoro sono dei cretini: se io sono
intelligente e loro sono dei cretini è ovvio che non andiamo d’accordo. Dunque,
sono persone che non capiscono, ma che cosa non capiscono? Non capiscono me:
Dovete sempre fare il verso della fantasia, qualunque essa sia. Che cosa non
capiscono di me? Qui, a questo punto, lungo una conversazione analitica, accade
che una persona si trovi suo malgrado costretta a considerare il fatto che non
capiscono come lui è fatto, quali sono le sue fantasie. A questo punto, già la
questione si pone in termini più precisi e anche più imbarazzanti per il
discorso paranoico, come dire che “sono cretini perché non capiscono le mie
fantasie”. Certamente c’è un passaggio intermedio, non capiscono me perché io
ho ragione e loro no, però a questo punto è chiaro che utilizzerete anche il
gioco di mettere alle strette la struttura del discorso: ragione su che cosa, e
perché? Può indubbiamente diventare difficile per una struttura di discorso che
è fondata su fantasie fornire motivazioni così potenti da mostrare al mondo
intero che lui ha ragione e gli altri no, è arduo, dirlo è un conto, provarlo è
arduo. Come dire, io sono il più bravo di tutti; va bene, vediamo... Il
discorso paranoico crede tutte queste cose perché non le prende sul serio, può
crederci se e soltanto se non ci crede seriamente, se non le porta alle estreme
conseguenze, altrimenti non ce la fa più, crolla tutto.
Come
fare in modo che non fugga dall’analisi? È semplice. Noi sappiamo che cosa
attrae il discorso paranoico, da che cosa è fortemente attratto. È
straordinariamente attratto dall’intelligenza, dall’intelligenza logica,
raziocinante, deduttiva. Ha una difficoltà con la logica, non riesce al
paranoico di ragionare facilmente in termini rigorosi e deduttivi. La logica è
esattamente il contrario della struttura paranoica, la quale, dovendo pensare
continuamente di avere ragione, non può utilizzare un sistema logico-deduttivo
perché la distruggerebbe in quattro e quattr’otto, si autodistruggerebbe. Teme
la logica però, siccome la teme, ne è attratta perché avverte che è qualcosa
che manca, manca al suo impianto per essere a prova di bomba. È questo il
motivo per cui è fortemente attratta da questo tipo di logica. Ora, facendo
mostra di questo tipo di intelligenza logico-deduttiva, la paranoia non
mollerà, è con questo che la tenete saldamente.
È
importante sapere che cosa attrae un discorso, da che cosa è fortemente
attratto, perché è l’arma più forte per mantenere una persona in analisi e
quindi di avere l’occasione di arrivare a un punto in cui è in condizione di
intendere il proprio discorso.
Occorre
che da una parte si mantenga da parte vostra come analisti un atteggiamento
fortemente logico-deduttivo, dall’altra ovviamente fare in modo che questo
sistema possa partecipare del discorso paranoico, perché è l’unico elemento che
può scardinarlo, sempre chiaramente tenendolo a freno utilizzando la logica,
che la paranoia teme fortissimamente. Quello che vi aiuta in questo caso è che
se non altro il paranoico cercherà di carpire i vostri segreti e quindi vi
starà a sentire, perché altrimenti difficilmente sta a sentire l’altro dato che
lo ritiene un cretino, non sta a perdere tempo. A questo punto, il discorso
paranoico comincia a considerare la questione logica nel suo discorso, anche se
in modo molto marginale, però se incomincia a funzionare questo allora la
costruzione di nuovi deliri diventerà più difficile. Il discorso paranoico
passa da un delirio all’altro, costruisce una sua visione del mondo che ad un
certo punto muta di colpo, ce n’è un’altra e quella precedente non esiste più.
E non può esistere per una questione logica, se esistesse sarebbe in
contraddizione ma il discorso paranoico non può contraddirsi mai, mai ammetterà
una contraddizione. (Ricerca disperatamente un’assoluta coerenza ...) Esatto, è
proprio così, e noi gliela forniamo, molto di più di quanto lui voglia tanto
che ad un certo punto la sua paranoia gli esploderà in mano.
C’è
l’eventualità che se ci riflettiamo bene riusciremo a costruire una sorta di
algoritmi in condizione di scardinare qualunque discorso. Questi algoritmi non
sono altro che degli schemi di calcolo del discorso che possono non pilotarlo
ma rendere il discorso assolutamente limpido, in qualunque istante. C’è
l’eventualità che gli umani abbiano cercato da tremila anni a questa parte
qualcosa del genere, perché può dare fantasmaticamente una sensazione di
onnipotenza e che non riuscendoci abbiano ovviato a questa impotenza inventando
dio. Questi algoritmi sono delle procedure di calcolo che consentono al
discorso di potersi manifestare con estrema facilità e chiarezza in qualunque
momento, come dire che uno sa immediatamente quello che sta dicendo, per quale
motivo, che cosa muove a dire una certa cosa, come dire ancora, conoscere
esattamente quali sono le regole del gioco che si stanno giocando. Ora,
produrre tali algoritmi è come dire mettere chiunque nelle condizioni di potere
fare questo molto rapidamente. Questo, come dicevo, non comporta un pilotare il
discorso ma averne in ogni istante presente la struttura. Ora, che cosa cercano
da sempre gli umani? La verità, l’essere, con tutte le varianti, il bene
assoluto, ecc. Che cosa sono questi? Pensate al Faust di Goethe, lui vende
l’anima al diavolo per avere la conoscenza assoluta, anche se poi non la ottiene.
Ma la conoscenza assoluta di che cosa? Il sapere di che cosa è fatto? È fatto
di linguaggio, dei suoi algoritmi, del suo funzionamento, è questo che gli
umani hanno sempre cercato, senza però saperlo. È emblematica la vicenda del
Faust, come quelli di tutti i filosofi, hanno cercato sempre questo, cioè che
cosa fa funzionare tutto, il motore immoto per dirla in altri termini. Non
riuscendo in questa operazione hanno inventato dio.
Per
esempio, rispetto a quanto stiamo dicendo stasera intorno al discorso
paranoico, per costruire un algoritmo occorre muovere da un elemento sicuro.
Ora, a noi non interessa se la paranoia muova necessariamente dalla certezza di
“avere sempre ragione, non ci interessa, però possiamo stabilire di chiamare
paranoia tutto ciò che ha questa prerogativa. In questo modo aggiriamo tutto un
problema ontologica, la chiamiamo così in via descrittiva, possiamo anche
chiamarla “Pippo”. Dunque, un discorso fatto in questo lo chiamiamo “paranoia”,
se muove da una credenza come questa, se crede questo può necessariamente
credere alcune cose? Questo è fondamentale, perché se parte da un certo
principio e poi può pensare qualunque altra cosa diventa un problema. Che cosa
non può non pensare? Intanto, di non avere ragione, per definizione. È chiaro
che occorre stabilire che esiste un discorso che muova necessariamente da
questo assioma, però diciamo che abbiamo aggirato il problema dicendo che se
muove da questo assioma lo chiamiamo paranoia e se muove da questo assioma
intanto esclude il contrario, cioè l’eventualità di non avere ragione. Quindi
sappiamo che esclude il contrario, e questo in che modo ci giova? Ci giova in
quanto insieme con tutto ciò che è contrario c’è tutto ciò che deriva dal
contrario. Questo ci consente di costruire una prima direttrice,. Possiamo dire
che una definizione del discorso paranoico necessariamente esclude tutto ciò
che nega il fatto di avere ragione. Si tratta poi di precisare meglio questo
assioma fondamentale, detto così rimane un po’ ambiguo, però forse possiamo
riuscirci e cioè costruire tutta una serie di proposizioni a partire da un
assioma che risulta necessario - questo “necessario” poniamolo per il momento
retoricamente - , cioè costruire una serie di proposizioni che denotano tutto
ciò che non può non essere nel discorso paranoico. Ora qui può ovviamente
sorgere una questione logica riguardo alla necessità, è tuttavia un problema
logico aggirabile. Qualcuno potrebbe obiettarci che non è detto che la paranoia
muova da questo assioma. Qui naturalmente l’obiezione è facilmente
rintuzzabile, la paranoia non esiste in natura, è un sistema descrittivo quello
che usiamo, diamo un certo nome a un discorso che muove da un certo assioma. Ci
avvaliamo chiaramente del luogo comune, cioè quello che afferma che da quando
Freud ha inventato la psicanalisi con paranoia si intende questo.
Intervento:
.........
Sì,
certo. Io ho detto dell’avere ragione ma in modo assolutamente provvisorio, si
tratta poi di trovare l’elemento che possa poi essere inserito di fatto in un algoritmo
e questo non può esserlo, è troppo vago, troppo impreciso, per cui si tratta
che cosa è effettivamente irrinunciabile nel discorso paranoico, cioè
quell’elemento che troviamo sempre necessariamente in questa struttura. Questo
elemento lo dobbiamo trarre dai luoghi comuni del discorso paranoico, cioè quel
luogo comune senza il quale non è più paranoia. Questo dobbiamo trovare.
Interventi
vari.
Quanto
avete detto è molto interessante. Ciò che fa paura, sì. In effetti, ciascuna
struttura di discorso si pone come un rimedio. Che cosa spaventa? L’unica cosa
che può spaventare è il linguaggio. La differenza fra ciascuna struttura di
discorso può consistere in che cosa il linguaggio fa paura: per esempio, nel
discorso paranoico è l’aspetto logico, cioè teme quale aspetto del linguaggio
può distruggerlo, distruggere un’argomentazione. Questo nel discorso paranoico,
nel discorso isterico no, se ne fa un baffo della logica. Quindi, potrebbero
essere rimedi alla distruzione che il linguaggio opera rispetto a qualunque
asserzione, sappiamo da molto tempo che il linguaggio può distruggere qualunque
asserzione, perché è fatto così, può costruire e distruggere qualunque cosa.
Intervento:
...
È
vero quello che dice, però è il modo con cui fa questo che lo definisce, lo
specifico è il modo con cui pone in atto tutto questo.
Intervento:
La
contraddizione è la maledizione del discorso paranoico, mai contraddirsi, un
rigore che deve essere fino alla morte, piuttosto la morte.
Quello
che più teme del linguaggio è questo aspetto, la logica, la teme e ne è al
tempo stesso fortemente attratto. Questo potrebbe essere un primo mattoncino di
una costruzione di algoritmi.
Intervento:
...
Freud
ha rilevato spesso la questione dell’omosessualità nelle fantasie paranoiche.
Freud lo pone come timore perché contraddice qualcosa che per il discorso
paranoico deve essere assolutamente saldo come qualunque altra cosa e siccome
nel discorso occidentale la sessualità ha una portata non indifferente questo
risulta molto rilevante.
Non
so se porrei come fondante la questione dell’omosessualità come fondante del
discorso paranoico, è un aspetto, potrebbe essere uno degli elementi che
interviene necessariamente nel discorso paranoico. Come il discorso paranoico
teme qualunque proposizione che contraddice ciò che crede, quindi anche questa.
Intervento:
...
Nella
paranoia più che dell’omosessualità patente si tratta della paura
dell’omosessualità, il paranoico teme fortissimamente di passare per
omosessuale al punto da fare, come accede, di fare la rappresentazione del
macho, quello virile.
Intervento:
...
L’omosessuale
patente non è necessariamente paranoico, spesso è ossessivo.
Intervento:
...
La
questione può essere: come pone riparo al linguaggio? Questa forse può essere
una direzione.
Discorso
paranoico.
Discorso
isterico (introduzione).
Nella
tecnica analitica la questione essenziale, per quanto riguarda ciascun
discorso, consiste nel portare alle estreme conseguenze il luogo comune che
sorregge tale discorso. La questione centrale è sempre la stessa, varia
ovviamente il luogo comune su cui si sorregge e il modo di portarlo alle
estreme conseguenze, ma l’algoritmo fondamentale è questo, potremmo dirla così
in modo approssimativo, ciò che consente al luogo comune di esistere deve
essere distrutto, fatto esplodere. Esplodendo che cosa fa? Esplodendo questo
luogo comune si dissolve in proposizioni, questa esplosione produce altre
proposizioni che, finché permane il luogo comune, non sono consentite, non
hanno accesso. Non è che debba avere accesso a delle proposizioni particolari,
occorre che un discorso possa avere accesso ad altre proposizioni, qualunque
esse siano, il problema è questo, perché ha accesso a molte proposizioni ma non
a tutte, alcune no. Alcune sono impedite dal luogo comune, il quale luogo
comune ha la funzione appunto di impedire alcune proposizioni. Alcune
proposizioni non hanno e finché non avranno accesso non c’è niente da fare,
continua a girare in tondo. Ma tenete conto che è possibile intervenire se e
soltanto se c’è una domanda di analisi, cioè se la persona ha deciso di mettere
in gioco il proprio discorso, sennò non potrete fare assolutamente niente.
Potrete chiaramente ascoltare ma l’intervento non è possibile. Ciò che avevamo
in animo tempo fa di fare era di porre le condizioni perché delle persone
potessero giungere a una decisione del genere. Le condizioni si pongono
attraverso delle conversazioni ma l’intervento fuori dell’analisi non solo non
hanno alcun effetto ma in molti casi allontanano la persona. Questo è un punto
centrale, occorre sempre averlo presente. Le conferenze sono l’occasione per
porre le condizioni perché qualcuno possa prendere questa decisione.
Dicevo,
dunque, che la questione fondamentale è portare alle estreme conseguenze
qualunque assioma, qualunque luogo comune. I vari discorsi di cui stiamo
dicendo non sono altro che dei luoghi comuni, il discorso ossessivo si attiene
a un luogo comune, il discorso paranoico a un altro, ecc. Dobbiamo intendere
come fare esplodere ciascuno di questi assiomi, di questi luoghi comuni,
tenendo conto che il luogo comune è fatto tale per mantenersi, per rimanere
assolutamente immutato, questa è la sua funzione, che nulla si modifichi, che
nulla cambi. E quindi si tratta di inserire degli elementi perché non possa non
cambiare. Rispetto al discorso paranoico abbiamo detto che l’arma migliore da
utilizzare è quella della logica, come se si trattasse ciascuna volta di
costringere il discorso paranoico alla logica, quindi a confrontarsi con ciò che
più minaccia la stessa struttura. Quindi, ancora, intervenire in modo
massiccio, nel senso di intervenire spesso, ponendo continue obiezioni agli
asserti che produce il discorso paranoico. Inoltre, non è affatto una buona
idea il supporre che chi si trova in una struttura di discorso paranoico riesca
ad ascoltare meglio chi si trova nello stesso discorso, assolutamente no.
Intervento:
...
Vediamo
se è possibile costruire una sorta di tecnica. Tempo fa avevo detto che nei
confronti del discorso paranoico occorre mostrare una certa superiorità, cioè
mai accondiscendere sullo stesso piano. Il paranoico tenta questa operazione,
non soltanto lui, condurre la persona che avverte come superiore a qualcosa di
eliminabile, pertanto mai recedere da questa posizione. Tutto questo però senza
ostentare distanza, mantenere quindi un tono affabile ma facendo la caricatura
in alcuni casi, se occorre, anche della superiorità - non che l’analista creda
a una cosa del genere ovviamente, è una caricatura – in modo da mantenere il
discorso paranoico sempre sulla corda. Cosa vuol dire “tenere sulla corda”?
Vuol dire che non gli si dà mai il destro per potere pensare di avere sotto
controllo l’altro, non deve avere mai questa impressione, perché se comincia ad
avere questa impressione parte con un altro delirio e questo complica le cose,
talvolta anche in modo irreversibile, cioè la persona non riesce più ad
ascoltare il proprio discorso: se pensa di avere raggiunto la verità allora è
finita.
Intervento:
...
Vi
faccio un esempio, quello del paranoico proprio d.o.c. Si trova, per esempio,
di fronte a una persona che ha molto potere politico ed è interessato. Si farà
un tappetino di fronte a questa persona. Appena questa persona perde il potere
politico, o comunque se ai suoi occhi perde questo potere politico, questa
persona diventa niente, diventa l’ultima persona di questo mondo da trattare
come una pezza da piedi.
Intervento:
...
Il
discorso paranoico cerca di demolire la persona appena può, soprattutto quella
che ritiene più importante. È un lavoro minuzioso, metodico, sistematico, per
fare in modo che l’altro cada, finché raggiunge il suo obiettivo, può anche non
raggiungerlo mai, il che sarebbe preferibile. Non è che però resta nel
frattempo in attesa, lavora, si dà molto da fare in questo senso.
Intervento:
...
Questo
potrebbe essere il terzo incontro. Il primo la narrazione, il racconto; il
secondo, la tecnica e il terzo la tecnica in atto. Si prende l’assioma
principale da cui parte e dal quale procedono altre proposizioni; poi, queste
proposizioni si modificano, diventano altre cose, queste cose modificate sono
un’altra proposizione ancora, la quale proposizione ritorna al punto di
partenza e dissolve questo assioma fondamentale.
Interventi
vari: ...
Il
discorso paranoico può di primo acchito mostrare aspetti di quello ossessivo ma
non lo è. Il dubbio che può enunciare il paranoico è funzionale alla conferma
di una sua certezza, nel discorso ossessivo invece non accade. Il discorso
ossessivo è caratterizzato da questa impossibilità a decidere, impossibilità a
prendere una decisione e quindi agire sulla base della decisione presa. Il
discorso paranoico è invece assolutamente sicuro.
Intervento:
...
È
vero che il discorso isterico crea un dio per abbatterlo ma la questione è che,
mentre nel discorso paranoico l’abbattimento dell’altro è funzionale per
diventare dio, nel discorso isterico no, il discorso isterico deve dimostrare
paradossalmente che dio non esiste, e che quindi qualunque persona si ponga al
posto di dio non sarà all’altezza, sarà sempre un’altra cosa, sempre un altro
dio, la verità sta sempre da un’altra parte. Per questo Lacan era affascinato
dal discorso isterico che a modo suo indica che dio non c’è, chiunque cerchi di
mettersi al posto di dio sarà sconfitto, non sarà dio. Quindi, compie
incessantemente questa operazione, con tutti i suoi tic. L’assioma fondamentale
è questo, che non c’è dio, non c’è la verità, ma non c’è in quanto non la si
trova, non è praticabile, però c’è. L’isteria si fa portavoce della verità che
ignora assolutamente, mentre il discorso ossessivo sa perfettamente qual è,
l’isteria non sa cosa sia né dove sia, sa soltanto che c’è. L’isteria indica
“guardate che questa non è la verità, la verità è un’altra”, “quale?”, ”non lo
so, ma non è questa”. L’enunciato dell’isteria è “non è questo”, mentre il
discorso paranoico dice “è questo”.
Il
discorso isterico non vuole sapere della logica ma in modo differente, cioè è
generalmente incapace di condurre un’argomentazione logica, quindi qualunque
argomentazione logica venga proposta è assolutamente incomprensibile, non
capisce nulla, non sa nemmeno di che cosa si sta parlando. C’è un rifiuto
assoluto e questo segue al fatto che, mossa l’isteria dall’idea che la verità
esista da qualche parte e di cui lei si fa portavoce anche se la ignora,
l’eventualità che qualcuno ponga in discussione anche solo il fatto che ci sia
da qualche parte crea uno smarrimento. Il discorso isterico giustifica la
propria esistenza con la necessità di dovere muoversi per questa verità che lei
ignora. Ma c’è sempre qualche cosa che la muove, qualche cosa che in quel
momento è assolutamente necessario, vero, incontrovertibile ma soprattutto
urgentissimo. Può essere qualunque cosa, dalla più cretina alla più nobile, non
ha nessuna importanza, però deve essere ciascuna volta travolta da questa cosa
che mostra che è una verità alla quale occorre obbedire, lei e tutti quanti,
tutti debbono obbedire a questa verità. Quindi, la questione è che è pilotata
da questa idea di verità rispetto alla quale non recede per nulla al mondo,
così come il discorso paranoico non recede dall’idea di possedere questa
verità. L’isteria non può recedere di fronte all’idea di essere portavoce di
qualcosa che occorre fare, infatti trova sempre qualcuno di cui occuparsi e
farsi immediatamente carico del desiderio dell’altro.
Come
portare alle estreme conseguenze le fantasie nel caso del discorso isterico?
Indubbiamente questa verità assoluta di cui si fa portavoce è ciò su cui
occorre che l’analista faccia leva, perché se di che non c’è penserà, non come
nel caso del discorso paranoico che siete stupido ma certamente che non avete
capito. L’intervento punta a dissolvere la necessità di essere sempre travolta
da questa verità, che è poi ciò che il discorso isterico accusa continuamente,
la fretta, il dover correre, ecc. È buffa perché è come se fosse sempre
assente, travolta da questo pensiero che urge e a cui deve sottostare,
soddisfare immediatamente. L’urgenza che enuncia è ciò che deve essere
dissolta. L’idea che qualcosa o qualcuno abbia bisogno di lei. Con il discorso
isterico non occorre mostrarsi né distanti né superiori, ci pensa già lei,
l’isteria, a mettervi in una posizione di superiorità. In questo caso potete
giocare questa maschera della familiarità ed eventualmente una certa bonaria
severità. Con il discorso isterico funziona, si sente capito, importante, ecc.
Intervento:
...
Sa
soltanto che c’è questa verità, è questo sapere che deve essere messo in gioco,
anche passando attraverso il suo manifestarsi, cioè il fatto che l’isteria è
costretta a indicare come una missione, a indicare che c’è la verità.
4 novembre 1999
Bene, allora dobbiamo
parlare della questione isterica. In che modo questiona l'isteria. La volta
scorsa abbiamo accennato ad alcuni fatti forse più tipici, forse più
folcloristici del discorso isterico.
Sì. Che cosa specifica
la struttura del discorso isterico? Innanzi tutto un'idea. L'idea, forse vi
abbiamo accennato la volta scorsa è che qualche cosa debba essere
necessariamente fatta. Questo è uno dei fondamenti del discorso isterico. Che
cosa non ha importanza, ma una certa cosa, una cosa x deve essere fatta, a
qualunque costo immediatamente.
Il non farla produce,
nel discorso isterico un disagio fortissimo e subentra, oltre ad una
grandissima agitazione ed eccitazione, anche la sensazione di inutilità,
nonostante questa cosa che occorre assolutamente fare possa essere
assolutamente inutile, ad esempio, non ha nessuna importanza che sia utile o
no, per il discorso isterico diventa uno scopo, in quel momento, della sua
esistenza.
Allora, dunque, una
qualunque cosa x deve essere fatta immediatamente, ma deve essere fatta perché
è come se questa cosa x chiamasse il discorso isterico, cioè avvertisse questa
sorta di chiamata o di necessità. Diciamo che, a differenza del discorso
paranoico, non afferma la verità ma enuncia una verità che non le appartiene.
Questa verità che non
le appartiene riguarda questa cosa x che imperativamente ordina che si faccia
qualche cosa. Di fronte a quest'ordine che l'isteria avverte è costretta
naturalmente a, non solo farlo, ma che tutti sappiano e partecipino di questa
cosa. Perché questo? Intanto perché è costretta a immaginare che ci sia
qualcosa che ordini di essere soddisfatta? In primo luogo potremmo considerare
che questo è uno dei modi per cui l'isteria a differenza di altre strutture del
discorso immagina che il discorso prosegua. Tenendo conto che, ciascuno dei
discorsi che stiamo affrontando si costruisce sulla paura, chiamiamola così,
che la parola si fermi. Ora, il discorso isterico teme questo in modo
particolare.
Nel discorso isterico
il linguaggio, mentre il discorso paranoico se ne fa padrone, il discorso
isterico lo serve, per così dire. Lavora per conto terzi. La verità sta lì e io
devo diffonderla, però non mi appartiene, mi costringe a fare, lo avverte in
effetti quasi come una sorta d'imposizione. Cioè, non posso non fare, sono
sempre affannatissimi come se corressero dietro a qualcosa, a che cosa? Ad un
imperativo.
Sottrarsi a questa cosa
comporterebbe sottrarsi al soddisfacimento che avverte come un desiderio altro
e l'esistenza di questo altro è ciò che consente di vivere, cioè immagina che
sia ciò che le consente di vivere, ma soprattutto, consente al discorso di
sopravvivere.
Sì, il desiderio
dell'altro è fondamentale nel discorso isterico, è una figura cardine, anche in
altri discorsi, ma nel discorso isterico necessita di conoscere il desiderio
dell'altro non come il discorso ossessivo, in modo da potere desiderare
attraverso l'altro, no, il discorso isterico non desidera attraverso l'altro,
il discorso isterico desidera in prima persona, ma deve sapere che cosa l'altro
vuole laddove mette il desiderio dell'altro al posto di una necessità, al posto
di quella cosa x di fronte alla quale deve assolutamente muovere.
Il desiderio
dell'altro, nel discorso isterico è importante, perché spesso è una di queste
cose x che mette al posto di questo imperativo, allora l'altro vuole questo
allora io devo fare assolutamente questo.
Per esempio, che ne
so, tipico caso: a lui gli piacciono i tagliolini al salmone, nei prossimi
quaranta anni tagliolini al salmone. Saranno buoni, è vero, ma dopo
quarant'anni stufano un po'.
Intervento...
Perché il discorso
ossessivo desidera attraverso l'altro, l'isteria no, non desidera mai
attraverso l'altro, l'isteria si espone sempre, subito, non ama i mezzi
termini, è sempre in prima fila.
Quindi questo caso è
abbastanza frequente perché le persone domandano, quindi mostrano dei desideri
a meno che non siano particolarmente tenaci nel discorso ossessivo se non, in
qualche modo, mostrano un desiderio. L'isteria immediatamente trasforma questo
desiderio dell'altro, può anche essere una presenza, immediatamente diventa un
imperativo categorico, devo fare così, assolutamente. Ma, questo può essere
qualunque cosa, può essere, che ne so, una cosa da mettere in ordine, devo
mettere via quest'accendino, ecco, questa cosa può diventare un imperativo
assoluto, per cui deve assolutamente, magari c'è una persona che sta morendo,
però prima deve mettere via questa cosa.
È interessante
riflettere sulla natura di questo imperativo, visto che nessuno le chiede
niente, però parte in quarta, ha bisogno di essere domandata, l'isteria,
chiaramente poi si lamenta subito perché non ha tempo di fare queste cose, ma
la necessità di essere domandata ha un risvolto, cioè finché è domandata da
qualcuno quel qualcuno la desidera se c'è un desiderio di qualcuno nei suoi
confronti allora c'è qualcosa per cui muoversi, per cui esistere. Questo è tipico
nel discorso isterico. Laddove avverta che nessuno la desideri c'è la
depressione, è molto frequente la depressione nel discorso isterico.
Gli psichiatri
chiamano questo con ciclotimia, che è come dire: lunatico.
Spesso sono
raffigurazioni messe in atto dal discorso isterico, perché una persona che
passa dalla depressione più profonda allo stato maniacale più eccitato, lo
stato maniacale più eccitato è difficile trovarlo in un'altra struttura del
discorso che non sia nel discorso isterico. Difficilmente troverete, anche il
discorso paranoico può essere eccitato ma, non in modo così forte, così
esagitato, questo è tipico dell'isteria. Tipico dell'isteria quando avverte che
non c'è un desiderio, non c'è un qualche cosa che la desideri, può essere anche
qualche cosa, non necessariamente qualcuno, qualcosa che desideri nel senso di:
ecco questo accendino deve essere messo a posto, questo è un esempio di qualche
cosa che la desideri e quindi immediatamente deve precipitarsi.
Quando questo non c'è
o gli sembra che non ci sia, piomba nella depressione. Immediatamente la sua
vita non ha più nessuno scopo, nessun senso, perché non c'è nessun accendino da
mettere a posto.
Intervento...
Fino ad un certo
punto, perché, ha fatto bene a porre la questione perché stavo per arrivarci,
prende il desiderio dell'altro e lo manovra. Cioè è necessario che qualcuno la
desideri, il punto in cui avverte il desiderio dell'altro, immediatamente se ne
appropria. Non per prenderne il posto come fa il discorso paranoico ma per dirigerlo,
per manovrarlo. Per farne una cosa sua. Tempo fa si diceva che uno dei luoghi
comuni del discorso isterico è che crea un Dio per abbatterlo, nel senso che
prende il desiderio dell'altro e, immediatamente, svuota l'alto, l'altro
diventa soltanto il supporto di un desiderio che lei utilizza per controllarlo,
nel controllarlo, nel discorso isterico, non è altro che avere un qualche cosa
per cui fare.
E, poi, chiaramente se
l'altro si crede lui padrone del suo desiderio allora l'isteria non gioca più,
perché deve mantenere questo suo possesso sul desiderio dell'altro.
Controllandolo immagina che ci sia sempre un qualche cosa che desidera e,
quindi, qualcosa da fare, perché questo è fondamentale, che ci sia qualcosa da
fare, non c'è niente da fare. Se l'altro si rimpadronisce del proprio desiderio
lo sottrae all'isteria e all'isteria questo non va giù.
Lo prende
immediatamente come un abbandono, L'isteria non ha problemi ad abbandonare,
contrariamente al discorso ossessivo che può metterci molti anni prima di
decidersi a lasciare una persona, il discorso isterico ci mette pochi minuti.
Intervento….
Però, dicevamo che
ciascun discorso è costruito sulla necessità di porre argine alla paura che il
discorso possa arrestarsi, quindi, il discorso isterico si arresta se non c'è
nulla che la desidera, cioè che desiderando la costringa, come dire che il
discorso in questo caso, mentre il discorso si fa padrone, il discorso isterico
invece non è padrone, lo serve ma nel senso che lo controlla, il desiderio e, quindi,
il linguaggio, mettiamola così, provvisoriamente, il linguaggio c'è e governa
tutto, io non ho controllo sul linguaggio ma so come funziona e faccio in modo
che gli altri lo sappiano. Il discorso paranoico dice: io sono padrone del
linguaggio, nell'isteria no, non c'è mai questa questione, non è padrone di
qualche cosa.
Il linguaggio,
pertanto, prosegue se si manifesta sotto forma di desiderio nei suoi confronti.
Quindi, se non c'è
questo desiderio nei suoi confronti il linguaggio si ferma e immediatamente,
piomba la depressione più nera. Infatti moltissimi casi di depressione
riguardano il discorso isterico.
Gli psichiatri
ignorano questo, ma l'isteria è facile alla depressione. La fanciulla che era
qua l'altra sera si trova evidentemente in un discorso isterico e, non a caso,
parlava di depressione.
Perché hanno sempre
bisogno che qualcosa la sostenga, la tenga sulla corda, è tenuta su soltanto da
questo.
Intervento: dalla
paura dell'inutilità.
Intervento: come se
non ci fosse mai riposo.
Sì, in effetti il
discorso isterico è provvisto di grande ottimismo, va sempre tutto bene, fino
al punto in cui va tutto male. Tutto bene, tutto prosegue regolarmente, però è
tenuta letteralmente in piedi da questa idea che ci sia qualcosa che desidera,
qualcosa da fare, ha questo imperativo senza il quale è il nulla. Il discorso
isterico non è in condizioni da solo di esistere, necessita dell'altro. Come
nel discorso paranoico ma la funzione dell'altro è differente. Nel discorso
isterico l'altro ha la funzione del desiderante, nel discorso paranoico no, è
colui che deve essere addestrato, educato.
Al quale si devono
spiegare come stanno le cose.
Intervento: Per
entrambe queste strutture l'altro è necessario?
Sì, assolutamente. Ha
una funzione essenziale in quanto è come se fosse portatore di un aspetto che è
quello che consente al linguaggio di proseguire. Il discorso paranoico prosegue
se c'è qualcuno a cui dirlo, il discorso isterico prosegue se c'è qualcuno che,
desiderandolo, lo fa proseguire.
Possiamo anche parlare
di una questione che riguarda le donne che è la maternità, nel discorso
isterico. Perché l'idea che ci sia un neonato che ha bisogno di tutto, quindi
desidera, e in più c'è tutto un apparato statale e istituzionale che lo
supporta, fornisce al discorso isterico una carica e una giustificazione
all'esistenza formidabile.
Intervento...
Sì, si sente
soprattutto utile quando c'è o qualcosa o qualcuno, in questo caso, che ha
bisogno di lei. Che desidera tutto e, quindi, lei ha sempre da fare, e quindi la
sua esistenza è giustificata.
In molti casi il
discorso isterico produce figli per questo motivo, non sempre, ma spesso.
Intervento: C'è anche
quel proverbio che dice "Non rimandare a domani le cose che puoi fare
oggi", così uno non si annoia, no?
Sì, secondo il luogo
comune che diceva Cesare ci sono delle persone che si lamentano perché hanno
mille cose da fare, se non ci fossero sarebbe una tragedia. Però questa
lamentela è tipica di tutti i discorsi è un modo in cui non si accoglie la
responsabilità, il fatto che ho necessità di questo.
Il non accogliere
questa responsabilità si annuncia con "devo farlo, poverina me".
Intervento: Si
annuncia come un peso.
Sì, perché se potesse
accogliersi questa responsabilità già il discorso cambierebbe, non sono queste
cose che mi s'impongono ma sono io che ho bisogno di loro, e, allora già, c'è
il contraccolpo.
Per anticipare
qualcosa sulla tecnica psicanalitica nel discorso isterico che cosa vuole
l'isteria? Si diceva una volta, si leggevano diverse cose sia di Lacan sia di
Verdiglione, il discorso isterico vuole l'impossibile, perché vuole
l'impossibile? Questo è tratto dal fatto che qualunque cosa voglia e ottenga,
ciò che ha ottenuto cessa di desiderare e, quindi, immediatamente deve avere
un'altra cosa che costituisca un altro imperativo per muoversi.
Vuole l'impossibile,
quindi, è esattamente ciò che si diceva tempo fa, cioè portare alle estreme
conseguenze la struttura del discorso, nel caso del discorso isterico questo è
impossibile, bisogna fornirglielo in modo tale che rimanga impossibile, mai
possibile.
Che cosa è impossibile
nel discorso isterico? Il discorso dell'altro, il desiderio dell'altro. Il
desiderio dell'altro che deve essere sempre presente, sempre pressante, quindi,
col discorso isterico occorre che voi, nella posizione di analisti, domandiate,
esigiate, continuamente, praticamente ininterrottamente, senza tregua.
Ma esigiate cose che,
chiaramente, sono utili al percorso, ma esigere in questo caso che cosa,
soprattutto? Visto che il discorso isterico immagina di dire una verità che non
le appartiene, e dalla quale lei è esente, perché si fa solo portavoce, allora
imporre anche, in modo differente dal discorso paranoico, il rigore, al
discorso isterico, ma non attraverso una questione logica, ma nella condotta.
Il discorso isterico, almeno nel luogo comune, è piuttosto sconclusionato,
casinista.
Tutto arruffato,
sempre tutto esagitato, imporre il rigore assolutamente. Anche perché questo
costituisce una sorta di argine a questo suo inarrestabile, questa cascata
inarrestabile di cose da fare continue, il rigore estremo, nella condotta. Il
discorso isterico la logica non sa neanche cosa sia, per cui muovere in termini
logici nel discorso isterico, a meno che non ci sia un percorso, altrimenti non
capisce neanche di che cosa state parlando.
Intervento...
Rigore nella condotta,
cioè imporre delle condizioni precise, imporre delle cose da fare, imporre, che
ne so per esempio, delle letture, imporre di fare certe cose e seguire certi
corsi, certe cose, no? Come dire fare la caricatura del verso del discorso, no?
Il discorso isterico immagina di essere schiacciata sempre da imperativi, che
poi non esistono, noi glieli forniamo.
Intervento: Fare il
suo gioco, insomma.
Sì, portandolo alle
estreme conseguenze, cioè facendo in modo che sia sempre e comunque in difetto,
perché se io dico a una persona di leggere sarà sempre comunque in difetto no?
perché di cose da leggere ce ne sono sempre dei miliardi, è buon gioco no? dire
"Ma allora non ha letto questo"...
Chiaramente questo
all'interno di un'analisi, torno a dire e non mi stancherò mai di ripetere,
fuori dall'analisi questo non serve assolutamente a niente. Al massimo ve la
inimicate.
Sì, invece, lungo
l'itinerario analitico, la persona è in altre condizioni e, quindi, dovete
sfruttare questo modo, no? Perché finché si sente domandata avverte che primo:
è importante, perché qualcuno la desidera, desidera qualcosa da lei; secondo,
le cose che incomincia a fare ovviamente già sono importanti, è importante cominciare
a leggere, cominciare a occuparsi di alcune cose, comincia a muovere anche
l'intelligenza. Quanto vi dicevo serve per i primi passi di un'analisi, poi
chiaramente la cosa mano a mano prende piede, non c'è più la necessità di star
lì a fare delle rappresentazioni, però quello che necessita nel discorso
isterico inizialmente è questo, che facciate la caricatura della sua struttura,
e cioè un imperativo ma impossibile da soddisfare, perché voi desiderate sempre
di più.
Intervento: Cos'è che
muove nel discorso isterico oltre al disagio dell'inutilità?
La depressione, nove
volte su dieci. Più o meno marcata, in genere è questo. Sì, depressione anche
se non ha ancora raggiunto livelli alti, però la sensazione di essere inutile,
di non avere scopo, di non trovare motivo, questo.
Quindi, l'intervento
dell'analista nel discorso isterico occorre che sia non massiccio come nel
discorso paranoico ma, questo sempre per i primi passi dell'analisi ovviamente,
perché mano a mano che l'analisi si evolve le condizioni mutano ovviamente, il
percorso analitico si svolge sempre più come conversazione intellettuale, visto
che è un percorso intellettuale, però prima che diventi una cosa del genere,
ecco allora lì intervenire poco e poi attenersi sempre a un atteggiamento
sempre molto rigoroso, talvolta sfiora anche quasi la severità, ma sfiora senza
raggiungerla mai. La necessità del discorso isterico di avvertire che l'altro
non è soddisfatto, no? Se l'altro non è mai soddisfatto, mentre negli altri
discorsi c'è l'abbandono, il discorso isterico no, insiste, non molla.
Deve controllare
questo desiderio, deve farlo suo quindi soddisfarlo. E, quindi, fare in modo
che si senta sempre un passo al di qua e in ogni caso fare sentire sempre una
vicinanza. Ecco, il discorso isterico ha bisogno di sentire vicinanza, non
quella distanza di cui parlavo per il discorso ossessivo, rigore non distanza,
tenendo conto che si tratta di indicazioni un po' empiriche, però..
Intervento: Le figure
retoriche che intervengono nel discorso dell'anoressia, quali sono? Si
attengono al discorso isterico? Una anoressica si trova nel discorso isterico o
ossessivo o che?
L'anoressia
generalmente sembra ossessiva, che poi volge in paranoia. Un caso d'isteria in
cui sia subentrata l'anoressia non l'ho mai riscontrato, Mi pare difficile che
un discorso isterico possa diventare anoressico. Non lo escludo però mi sembra
poco portato.
Il discorso isterico è
troppo occupato col desiderio dell'altro, dal soddisfare il desiderio
dell'altro. Ci vuole per l'anoressia un discorso che sia più chiuso in sè, un
discorso dove si rappresenti il rifiuto questo è tipico del discorso ossessivo,
la rappresentazione del rifiuto, l'isteria non rappresenta mai il rifiuto, non
sa neanche cosa voglia dire. l'isterica aggredisce però aggredisce con impeto
mentre il discorso paranoico aggredisce con ferocia; il discorso isterico no,
magari fa più danni, però senza accorgersene. Il discorso ossessivo è più
programmato. Il paranoico non fa nulla senza avere un piano prima, mentre il
discorso isterico un piano non sa neanche cosa sia. È improvvisato perché
qualunque cosa accade è come se, diciamola così, fosse alla ricerca
dell'imperativo del momento. Quindi non può programmare niente perché può
cambiare da un momento all'altro. Non programma nulla, questa è un'altra
differenza fondamentale tra il discorso isterico e quello paranoico. Il
paranoico programma tutto, studia giorno dopo giorno, Il discorso isterico
vorrebbe ma non riesce, pensa un sacco di cose tutte contrastanti una con l'altra.
Intervento...
L'isteria è troppo
attenta al desiderio dell'altro per potere programmare qualcosa. Perché
programmare qualcosa vuol dire pensare: "Adesso faccio questo". Il
discorso isterico no, si mette subito al posto dell'altro, fa subito un grande
macello, cioè immagina cosa pensa lui o lei, non ha una programmazione.
Intervento: Mi viene
in mente Freud, l'isteria di conversione, dove c'è questa conversione in un
male fisico si evita la depressione. È il sintomo che parla da solo, che blocca
la cosa. L'isteria che porta la depressione in analisi è un'isteria d'angoscia,
un malessere tutto cerebrale...
Sono due percorsi da
distinguere.
Sì, dicendo che
rappresenta un desiderio dell'altro diciamo anche che lo può rappresentare
fisicamente allora in questo caso ci sono una sorta di paralisi isteriche,
andavano più di moda il secolo scorso, adesso un po' meno, queste
rappresentazioni sono quelle che faceva Charcot alla Salpetrière. Oppure
rappresenta l'assenza del desiderio dell'altro attraverso la depressione e se
invece il desiderio dell'altro è presente, allora lo rappresenta attraverso una
sorta di insoddisfacibilità del desiderio. Lo mette in atto non riuscendo a
concludere niente, il desiderio è sempre insoddisfacibile, non riesce mai a
soddisfare questo desiderio e lo rappresenta in questo modo, lo rappresenta nel
rincorrere sempre qualche cosa
Intervento: Quindi
sempre d'impotenza si tratta
Sì. Anche il discorso
paranoico denuncia l'impotenza, ogni tanto si trova il contraccolpo che è
violento.
Intervento: Quindi
nell'isteria di conversione è abbastanza facile intendere qual'è la fantasia.
È interessante questo.
Anche quando c'è la depressione il discorso isterico è comunque una sorta di
rappresentazione del fatto per esempio che, nel caso di una fanciulla, che
l'altro non la desidera più e mette in scena questa cosa l'assenza di
desiderio, allora io non sono niente, non desidero niente solo perché l'altro
non la desidera o immagina che non la desideri più. Deve sempre comunque
mettere in scena questa rappresentazione, comunque sia.
Intervento...
Sì, il discorso
ossessivo si vieta il desiderio, vietandosi il desiderio si vieta qualunque
cosa. È tutto vietato. Il discorso ossessivo si vieta, si vieta qualunque cosa
fino al punto di rappresentare il rifiuto da parte dell'altro.
Intervento...
Sì il discorso
ossessivo non può desiderare, costringe l'altro a desiderare, o meglio a
costringerlo a desiderare. Lo costringe a fare le cose che lui desidera ma che
si vieta. Allora se l'altro lo costringe, allora sono costretto...Mentre
l'isteria non costringe l'altro, costringe lei. Ma il discorso isterico come
ciascun altro discorso è interessante, perché sono raccolte di luoghi comuni,
sono summe di tutti i luoghi comuni del discorso occidentale; tutte le
superstizioni nei vari discorsi le trovate tutte, più o meno assemblati, Tutto
ciò che gli umani si sono costruiti per arginare il linguaggio, per supporre di
potere controllare, È una costruzione incredibile, per niente, assolutamente
per niente.
Intervento...
Sì, sì. I tic sono
fondamentali nell'isteria di conversione, cioè rappresenta qualcosa che si è
desiderato da lei e che non è riuscita in qualche modo a soddisfare, è rimasta
una traccia, conserva una traccia. Spesso sul corpo dell'isteria ci sono
tracce.
Intervento: È
importante il corpo nell'isteria, tutto sommato.
Sì, si pensava che
fosse una prerogativa femminile, mentre no, l'isteria come ciascun discorso...
Intervento...
Così come è stata
descritta la figura di Cristo è una figura isterica, il Dio è una figura
paranoica. Però la figura di Cristo è una figura isterica, infatti l'enenciato
"Prendete e mangiate questo è il mio corpo" è tipica del discorso
isterico. E poi anche lui parla in nome del Padre, mica sono io che.. no è Lui.
Intervento...
Ma lì è difficile
perché in effetti si oscilla fra lui quando parla per sè, quando parla per il
padre. Quando parla per il padre dice io sono la via, la verità, la vita, io
sono...allora è molto più prossimo al discorso paranoico, è difficile in questo
caso perché oscillano le due persone, però la sua figura è un po' come i
mistici no? I mistici si trovano nel discorso isterico. S. Teresa d'Avila, S.
Giovanni della Croce...
Intervento...
Sì, la questione del
corpo nel discorso isterico è fondamentale, per gli aspetti che abbiamo
discusso.
Intervento: ci
avviciniamo alla questione dell'omosessualità nei vari discorsi...
Sì, certo.
Intervento...
Sì, parlo di un caso
che mi è capitato sull'isteria, non di conversione ma di angoscia.
Ci vediamo martedì,
buonanotte.
11 Novembre 1999
Il discorso isterico
desidera in prima persona. Il discorso ossessivo desidera facendo in modo che
sia l'altro a costringerlo a desiderare qualcosa.
Intervento: Ecco, il
desiderio dell'altro in questi due discorsi. Perché, per esempio, emerge anche
in analisi, questa questione dell'essere desiderato è essenziale, no? Si tratta
o di provocarlo in qualche maniera, c'è anche l'aspetto della seduzione, è
importante perché in questo modo si provoca il desiderio dell'altro, quindi
questa necessità dell'altro che desidera.
È più sul versante del
discorso ossessivo o su quello del discorso isterico? Perché Freud poneva
l'essere amato più verso il discorso ossessivo. C'è qualcosa per cui è il
desiderio dell'altro che funziona, il proprio desiderio non interviene mai.
Come se il proprio desiderio fosse il desiderio dell'altro.
Non interviene mai in
nessun discorso, c'è sempre un problema rispetto alla responsabilità. Il
discorso isterico, il desiderio, sì, è suo certo, è lei che desidera, ma perché
c'è questo altro elemento che la costringe e che bisogna soddisfare. Quindi lei
desidera, compie questa cosa che deve essere compiuta.
Assolutamente. Mentre
il discorso ossessivo non si espone mai, è un altro modo per non esporsi. Anche
il discorso isterico, se volete, non si espone. Agisce sempre per conto di
questa altra cosa che s'impone, che lei deve fare assolutamente. Infatti in
analisi occorre che giunga a considerare che è lei che lo vuole. Rispetto a
ciascun discorso l'analisi giunge a questa istanza, cioè l'accoglimento del
proprio desiderio, la responsabilità di ciò che si dice.
Però, certamente il
discorso ossessivo passa attraverso invece, è sempre una costrizione anche qui,
è l'altro che deve costringermi a fare ciò che io voglio fare.
E faccio in modo che
lo faccia, stando in attesa che l'altro si muova, muovendosi mi costringerà a
fare questa cosa. Adesso schematizzo molto, ma è sempre, come dire, una sorta
d'imposizione che nel discorso isterico viene da qualche cosa che lei avverte
che deve essere fatta assolutamente, e nel discorso ossessivo, invece, la
aspetta dall'altro, è in attesa.
Il discorso ossessivo
provoca perché l'altro costringa, il discorso isterico non provoca nulla perché
la costruzione c'è già, è già presente, nel discorso ossessivo, no.
Nel discorso isterico
è già tutto presente, vive nel presente. Il discorso ossessivo più nel futuro.
Intervento...
Provoca perché l'altro
reagisca e costringendolo a fare delle cose. Ma è una provocazione molto
diversa quella del discorso isterico da quella del discorso ossessivo., badate
bene, totalmente diversa.
Il discorso isterico
provoca di petto proprio, apertamente e senza mezzi termini.
Intervento...
Il discorso ossessivo
no, non affronta mai di petto, sempre per vie traverse.
Intervento: L'astuzia.
S, esatto. Mentre il
discorso isterico no.
Intervento...
Mentre questo è
totalmente assente nel discorso isterico. Il discorso ossessivo fa in modo che
l'altro lo costringa. In questo modo rimane coperto, difficilmente si scopre il
discorso ossessivo, è sempre ben protetto. Il discorso isterico la prima cosa
che fa è esporsi. Infatti ve ne accorgete quando c'è una persona che si trova
nel discorso isterico perché si mette in mostra, subito. Il discorso ossessivo
esattamente il contrario, fa in modo di non essere osservato. Vedete il caso
tipico tra un isterico ed un ossessivo. L'isterica si mostrerà in tutti i modi,
tutti quelli che conosce, farà in modo che proprio non possiate non vederla, la
fanciulla del discorso ossessivo, invece, la vedrete in un angolino che cerca
di non essere vista. Ve ne accorgete subito.
Intervento...
Sì, certamente. Adesso
parlavo dell'aspetto seduttivo nei confronti dell'altro.
Intervento: Se questa
seduzione raggiunge un risultato...
Sì. Nel discorso
ossessivo? Il discorso ossessivo, beh, allora si fa...dipende dalla reazione
dell'altro. Perché se l'altro lo aggredisce allora si fa piccolo, piccolo, se
l'altro si fa piccolo allora cerca di ridurlo a nulla. Perché l'altro è sempre
una figura problematica, e deve comunque essere eliminato. Se voi considerate
tutti i discorsi, ciascuno a modo suo, cerca la distruzione dell'altro. Perché
è sempre l'altro depositario, in un modo o nell'altro. A seconda del tipo di
discorso, il proprio desiderio, abbiamo visto anche nel discorso paranoico la
funzione fondamentale che ha l'altro in quanto colui che, essendo da
addestrare, mantiene in vita le paranoie, senza questo la paranoia cessa di
esistere. E, quindi, il suo desiderio, quello dell'altro nel discorso paranoico
deve essere educato, tu devi fare le cose che io so che per te sono buone, no?
Quindi va addomesticato. È sempre una sorta di eliminazione dell'altro che,
dicevo, è una figura complessa nei vari discorsi. Perché, da una parte, è lui
che supporta il desiderio, dall'altra, supportandolo, è un pericolo. Deve
essere comunque sempre controllato, perché è come se gli si mettesse nelle mani
la propria esistenza. I modi differenti di compiere questa operazione
stabiliscono la differenza nei vari discorsi.
Ma da una parte deve
essere eliminato, dall'altro sostenuto. Questo è sempre un grosso problema nei
confronti dell'altro nei vari discorsi.
Nel discorso isterico
è depositario di questa necessità esterna sempre estrema, sempre impellente,
sempre necessaria. Nel discorso ossessivo non è altro che la proiezione del
proprio desiderio, io non posso desiderare, faccio in modo che sia lui a
desiderare per me o a costringermi a fare questa cosa, per cui se la faccio non
è più perché la voglio io ma la vuole lui.
Intervento: Come se
dovesse ricevere un'autorizzazione.
Sì. Il discorso
isterico dice voglio, il discorso ossessivo dice posso? Anzi, più propriamente,
il discorso isterico dice: DEVO, il discorso paranoico dice: VOGLIO.
Intervento: Perché
fare tutte queste proiezioni sull'altro? Che scopo hanno?
Perché se non lo
facessi allora tutto ciò che io dico mi appartiene, tutto ciò che è intorno a
me mi appartiene. Appartenendomi non ha altro referente all'infuori di me,
quindi a quello che dico, cioè si trova davanti alla questione linguistica.
Dico delle cose di cui sono responsabile. Ora, questa responsabilità è ciò che
il discorso occidentale ha cercato di eliminare. Uno dei motivi è che soltanto
attraverso questa eliminazione è possibile governare, per esempio, e, quindi,
se una cosa del genere cessasse di esistere tutto il sistema occidentale
crollerebbe, dovrebbe essere ricostruito altrimenti.
Intervento: Ma perché
fa così paura una cosa del genere, tutto sommato?
Perché se sono io
responsabile di quello che dico allora sono solo con il mio discorso, e non
posso più fondarmi su tutto ciò che il discorso occidentale può. Tutte le cose
in cui credo, i miei tic, le mie superstizioni subito precipitano nel nulla. È
lo stesso motivo per cui le persone credono, per cui esiste il discorso
religioso. Perché se tutto crolla, tutto precipita il discorso si ferma, la
parola si ferma e io muoio. È costruito perché il discorso possa proseguire in
questa superstizione che afferma che se non c'è qualcuno che dirige , che
controlla il discorso si arresta.
Intervento...
La supposizione che
esiste qualcosa fuori dal linguaggio è autocontraddittoria. Se è
autocontraddittoria comporta che da una parte bisogna mantenerlo e dall'altra
che si distrugga. Per raffigurare questa sorta di autocontraddittorietà.
Freud la descrive nel
saggio "L'IO e l’Es", e anche e soprattutto nella psicologia delle
masse. La funzione del capo. È emblematico quello scritto per intendere come
funziona qualunque stato, qualunque governo. Da una parte, il governante capo
deve essere inseguito finché non commette il primo errore, dove viene ucciso.
Intervento...
Gli umani hanno
soltanto un unico riferimento di cui dispongono e che è la parola, quindi la
cosa che possono naturalmente temere, se gli è consentito di farlo, è che la
parola cessi. È l'unica cosa di cui dispongono. Questa è l'unica paura che
possono avere, ma possono nel senso che è l'unica della quale abbiano qualche
strumento.
E, quindi, la paura è
che il discorso si fermi. Non è che muore perché il discorso si ferma, ma la
morte non è altro che l'arresto del discorso, non è raffigurabile in nessun
altro modo. E cioè la paura di non potere più parlare, la parola non c'è più.
Questa è la morte, l'unico modo di potere pensarla, attraverso il linguaggio.
Tutto è stato costruito per evitare che il discorso, la parola si fermi.
Tutte questa figure.
Ora, sì, certo la parola non si ferma, in ogni caso, però se gli umani non
avessero questa paura non sarebbero governabili, molto probabilmente. O non
nella misura in cui questo avviene.
L'abbiamo detto anche
tempo fa se facesse presa su vasta scala il discorso che stiamo facendo
l'ordinamento sociale precipiterebbe, non sarebbe più sostenuto. Si sostiene su
questo, sul fatto che qualcuno si fa garante del fatto che la parola non finirà
mai. E, tutto si tiene in piedi molto probabilmente su questa paura. Tolta
questa paura...
Una persona non è più
governabile.
È previsto benissimo,
senza la paura non si governa. Senza il senso di colpa e tutti gli annessi e
connessi. È una questione di cui si può anche tenere conto nella pratica
analitica. Tenere conto cioè che la paura che una persona enuncia, esprime,
manifesta, è la paura che il discorso si fermi. Se voi pensate bene, gli umani
vivono del e nel linguaggio, non possono fare altrimenti. Quindi tutto ciò di
cui dispongono è una costruzione del linguaggio.
Fuori dal linguaggio
non c'è niente. Pertanto l'unica paura che possono avere è di essere fuori dal
linguaggio. La morte non è che questo: l'assenza di parola. Non possono, come
dicevo prima avere paura di nient'altro.
La paura della morte è
una costruzione consentita dalla struttura linguistica che consente di pensare
la morte, ma viene pensata attraverso l'unico strumento che gli umani
posseggono, cioè il linguaggio.
Quindi è l'assenza del
linguaggio che raffigura la morte.
Intervento...
La genialata della
chiesa quale è stata? Di tutte le chiese d'oriente e occidente? Voi morite
tranquillamente, ma la parola continua, perché continuerete a parlare con Dio e
con i santi. E questo in tutte le religioni. Tutte sono fondate su questo, la
morte non fa cessare la parola. Non posso evitarla nel cagnolino, o si trova
con le famose sessanta vergini...
Intervento...
No, nessuno si pone la
domanda in questi termini.
Intervento...
A quel punto, lei,
Cesare, può domandare, e allora? Supponiamo che sia come dici tu, e allora che
succede?
Intervento...
Come dire che
un'analisi riesce laddove s'installa la certezza inesorabile che la parola non
si fermerà, in nessun modo. Che non c'è nulla al mondo che la possa fermare. A
questo punto cessa di avere qualunque paura. Chiaramente occorre esplorare
tutte le varie fantasie che rivestono una cosa del genere.
Però occorre che
giunga a questo, cessare di aver paura che la parola si fermi. A questo punto
cessa anche la paura della morte, e di qualunque altra cosa.
Per questo il discorso
che facciamo è il più sovversivo che mai sia stato inventato, anche le più
feroci rivoluzioni ristabiliscono sempre ciò che hanno distrutto, per una
questione psichica, sempre Freud descrive bene in Totem e Tabù. Il senso di
colpa per aver ammazzato. Io ho una persona che detesto a morte, prendo la
rivoltella e gli sparo in testa. Dopo, questa persona cessa di essere un nemico
e diventa un santo, comunque una persona che va rispettata, È un luogo comune
che dice che i morti diventano migliori, Ecco, questo è il motivo per cui anche
le rivoluzioni più feroci, dopo la rivoluzione più feroce segue un periodo di
restaurazione, sempre.
La restaurazione
perché si deve espiare questo crimine che si è compiuto, invece in questo caso
no; non c'è nessun senso di colpa, nulla da espiare.
Quello che fa la
nevrosi, la grande rivoluzione, cioè cerca sempre qualche cosa, un rivolgimento
definitivo, in modo che la vita cambi finalmente.
Intervento...
A volte basta uno
schiaffo. A me è successo una volta. Era la cosa migliore che potessi fare in
quel momento. Ho fatto questo perché mi sembrava il sistema più spiccio, però ha
funzionato, nel senso che ha fatto da argine nel momento in cui non c'era più
nessun punto di tenuta. Intanto la violenza del gesto e, poi, un po' come
avviene per i bambini, no? Si psicotizzano molto frequentemente, molto
facilmente.
Intervento: Come nello
shock, spesso uno schiaffo è utilissimo ad interrompere uno stato emotivo.
Perché costituisce da
una parte un argine a questa caduta senza freni, dall'altra c'è il contatto
fisico che in alcuni casi funziona e dall'altra ancora il fatto che con questo
gesto la persona è interessata a me, non è solo e abbandonato. Il contatto
fisico rimarca questo aspetto. È un modo per far sentire la presenza, in casi
proprio di psicotizzazione, adesso non è che sia una legge, mi è successo una
volta e basta, però...
Sono luoghi comuni e
come tali vanno presi, ovviamente. Il fatto che in alcuni casi ci sia una
richiesta, occorre che ci sia l'interesse da parte di qualcuno, devo sentire
che ci sono per qualcuno, in qualunque modo e a qualunque costo, anche in quel
modo lì, va bene.
Intervento: In questo
caso sembra una richiesta.
Sì, sì. È una cosa del
genere. È quasi come se la persona chiedesse di essere fermata.
Intervento: Ci sono
dei casi in cui lo schiaffo non serve assolutamente a nulla. Parlavo di una
psicosi descrittivamente dove già Freud diceva che non c'è possibilità di
contatto con una persona così.
Occorre il modo per
instaurare un contatto.
Intervento: Ma la
persona dello schiaffo era una nevrotica normale o che?
Sì, sì. Era una
psicotizzazione dove qualunque intervento era assolutamente inutile, era
partita in quarta. Proprio si vedeva che non riusciva più a fermarsi, a
contenersi.
La questione della
psicosi è ancora tutta da affrontare, perché in alcuni casi non c'è nessun
aggancio possibile e lì bisognerebbe inventare qualcosa, ma non è facile.
Perché è come, una struttura molto simile in alcuni casi di psicosi, al
fondamentalista cattolico, non vede e non sente ragioni, è assolutamente
inaccessibile, per quell'aspetto. Lo psicotico estende poi a buona parte della
sua esistenza, forse c'è qualche cosa che lascia da parte e su quello bisogna
lavorare, ma come il fondamentalista è assolutamente inattaccabile, non c'è
verso. È la stessa struttura.
Intervento: Io ricordo
un paranoico che stava delle ore davanti ad un muro a fissarlo e non c'era modo
di smuoverlo. Qualche argomento c'era dove si diceva ma tu non hai mantenuto la
tua parola d'onore di fronte a quella cosa l allora s'incrinava un momento,
poi subito a fissare.
Allora abbiamo dato
questo titolo che non ricordo più, le sante e le streghe e il sottotitolo è
tecnica analitica nel discorso isterico.
Bene ci vediamo
giovedì prossimo.
LUCIANO FAIONI
La necessità dell'altro
La prima parte dell'incontro è rispetto alle conferenze sul come
proseguono e quali siano i modi per continuare, trovare il modo, indica per
ciascuno i modi, per esempio, Faioni espone una volta al mese e ciascuno degli
altri interviene facendo una "sua" conferenza, un "suo"
intervento
Narcisismo....(risa) la persona che riesce ad attrarre con il suo
lavoro e il suo operato non è generalmente la persona che si occupa di sapere
che cosa gli altri vogliono, per dirla in termini un po' rozzi, non gliene
frega assolutamente niente, ecco, ma procede lungo la sua strada, non senza difficoltà
ovviamente non si cura di sapere che cosa gli altri vogliono e quindi che
incontri la loro desiderata, in effetti così come state facendo voi, mi sono
trovato a riflettere e ho considerato questo la ricchezza di cui disponiamo è
il discorso che abbiamo inventato, prima questione, la seconda questione
cercare come abbiamo cercato di fare, percorrere tutte lo esiste, con me no,
che funzione ha questo altro? O altri, tutte le elaborazioni che ha fornito
Freud e poi in seguito Lacan sono assolutamente inadeguate, tutto ciò che
afferma Lacan è negabile, potremmo invece costruire qualcosa che invece al pari
di ciò che abbiamo iniziato a dire nella Seconda Sofistica, sia sempre
assolutamente non negabile? (pensavo al fatto dell'altro come interlocutore, là
ciò che si dice è un limite, è come se la cosa potesse in qualche modo essere
delimitata) sì certo perché però non potremmo delimitarla noi? (perché è solo
al momento che è delimitata che ha una direzione) sì certo però perché questo
non posso farlo io? Cioè in che modo l'altro compie questa operazione? E perché
escluderebbe che possa farlo io, ammesso che lo escluda... Credo che la cosa
vada affrontata nei termini di ciò che è strutturale all'atto di parola,
riprendendo antiche questioni che possono ancora mostrare degli aspetti e dei
risvolti ( in un'analisi va tutto bene fin quando si pensa, fin quando si
immagina, un conto è la fantasia e un conto è la realtà ma la realtà è quando
interviene l'altro, quella è la realtà non è le cose ma è quando non c'è più
soliloquio, ma una sorta di controllo della parola nel soliloquio, intervenendo
l'interlocutore dialogo) (......) la questione va presa in termini molto
precisi, porsi la domanda che abbiamo posto cioè che "esistano e che ci
siano altri" è necessario oppure no? Poi chiaramente occorre precisare che
cosa si intende con questi altri, la questione può apparire straordinariamente
difficile o straordinariamente semplice, dal momento che l'altro comunque è una
costruzione del linguaggio, non potrebbe essere altrimenti, ma questa
costruzione fa parte di una procedura? Oppure no? Questo intendo quando chiedo
se è necessario oppure no? Che tipo di produzione è? Certo l'altro può anche
essere una costruzione volta a fare in modo che le mie parole trovino da altrove
una conferma che abbia una stabilità, una identità che non trovo per esempio
(pensavo ai tre principi di Aristotele ....il principio di identità non c'è se
non c'è qualcosa rispetto al quale ci sia identità, per il principio di non
contraddizione c'è sempre qualcosa che interviene come altro e che può
contraddire, il terzo escluso non c'è altro dell'altro) va affrontata da
qualche altra parte la questione (.....) (il costruire l'altro con il quale poi
diciamo pare un paradosso) però la questione da cui siamo partiti è come mai
gli umani avvertono questa necessità di esternare il pensiero necessariamente?
In qualunque modo sia la parola, la scrittura in qualche modo, però questo
avviene forse bisogna riflettere sulla struttura di questo altro, ché sì è una
costruzione del linguaggio ma sembra avere una funzione particolare
(strutturale) non lo so se è strutturale, perché è strutturale? ( ......)
(perché l'umano dovrebbe essere così autosufficiente?) perché no? (per esempio
per fare un figlio ci deve essere l'altro, ci vogliono due) (questa è una cosa
che non possiamo non sapere per fare, è una costruzione del linguaggio, sarebbe
un non senso questo se la parola avesse costruito in un altro modo e di questo
tiene conto il nostro discorso ed entra a far parte della parola, come si sia
costruito questo sapere possiamo costruirne) si tratta di una necessità
psichica cioè il fatto di avere necessità di dire un pensiero, uno può avere,
usare una infinità di cose per molti motivi ma questo poco importa, stavo cercando
qualcosa di strutturale, e se è strutturale attiene alla struttura del
linguaggio che è l'unico elemento che consente di pensare (....) Cesare? (il
comunicare ....) il dire per che cos'è? Cosa potremmo dire a questo punto che
risulti necessario, se ci muoviamo lungo questa linea è per qualcosa
indubbiamente per sé e null'altro, il fatto che sia per qualcosa
necessariamente in quanto rinvia ad altro comporta che ci sia qualche cos'altro
e non qualcuno certamente, almeno per il momento, per qualcosa, cioè un altro
significante per esempio.....sì stavo per dire che l'altro sia un significante
ma andiamo poco lontani eppure è importante questa questione, riuscire di
intendere questa ci consentirà di intendere perché, facendo i vari passaggi,
perché gli umani soffrono? perché nessuno glielo ha chiesto, soffrono come se
qualcuno glielo chiedesse (......) poi a quel punto la matassa si dipana, il
bandolo, l'altro (si parlava dell'ostacolo non so se questo può servire) sì è
no, perché ciascuno di questi aspetti può essere benissimo svolto all'interno
del pensiero, senza necessità di altri (.......) va bene risolveremo questa
questione giovedì
26 Novembre 1999
Cosa dite di queste
conferenze? Osservazioni?
Intervento...
E se io facessi una
conferenza al mese anziché due? In modo da organizzare quella conferenza in
modo più massiccio.
Intervento: Ma, in
modo più massiccio per la diffusione?
Manteniamo ogni
quindici giorni però io la faccio una volta al mese.
Intervento...
La persona che riesce
ad attrarre col suo lavoro ed operato, non è generalmente la persona che si
occupa di sapere che cosa gli altri vogliono. Per dirla in termini un po' rozzi
potremmo dire che non gliene frega assolutamente niente. Ma procede lungo la
sua strada, non senza difficoltà, ovviamente, ma non si cura di sapere cosa gli
altri vogliono e, quindi, di andare incontro ai loro desideri.
In effetti, mi sono
trovato a riflettere in questi giorni.
Ho considerato questo:
la ricchezza di cui disponiamo è il discorso che abbiamo incontrato, prima
questione. Seconda questione: cercare di percorrere tutte le vie perché no? Di
cercare cosa soddisfa il prossimo veramente non ci ha condotti molto lontani,
questa esperienza recentissima ne è in qualche modo la testimonianza.
Non sappiamo che cosa
la gente vuole, non ci interessa. Ciò che è stata, per un verso, la fortuna di
questo discorso, è stato non il cercare di persuadere altri, ma di esporre ciò
che andavamo facendo indipendentemente dal fatto che questo potesse essere
accolto oppure no. La questione della clinica di cui ci stiamo occupando può
essere raccontata in termini differenti, e cioè non tanto ripetendo i luoghi
comuni ma tentando un'elaborazione teorica intorno a questo, per esempio
intorno alla sofferenza e riflettere sul fatto che gli umani soffrono e
chiedendosi perché visto che nessuno li costringe, e allora cominciando a
considerare che la sofferenza è qualcosa che è cercata, che è desiderata, per
quale motivo?
Perché evidentemente
provoca piacere. Provocando piacere, ciò nonostante viene annunciato come ciò
che non è desiderato. Però è cercato invece al pari di ciò che è desiderato.
Quindi, come già abbiamo detto, per esempio, la differenza sostanziale è che
una certa cosa è definita come ricercata, piacevole e l'altra è contraria.
Se voi considerate, in
effetti, che cosa gli umani cercano generalmente? Abbiamo detto che l'unica
cosa che possono cercare, che possono ottenere è che il discorso non si fermi,
ma come?
Se io, facciamo un
esempio, supponiamo che io enunci di non essere amato, allora ci si accorge che
mi trovo a fare di tutto per non esserlo pur continuando a dire che non sono
amato.
In altri termini, ciò
che io ottengo, ciascuna volta è di non essere amato e, quindi, questo è
esattamente ciò che volevo. Cosa m'impedisce di accorgermi che è esattamente
questo che mi prefiggo? L'analisi punta a questo, a fare in modo che una
persona si accorga di quello che sta facendo, nient'altro che questo, tuttavia
qualcosa lo impedisce.
E, nel momento in cui
se ne accorge, consta che di fatto sta ottenendo ciò che vuole e, quindi, può
incominciare a domandarsi perché lo vuole, perché vuole non essere amato.
E qui subentra un
altro elemento d'importanza fondamentale e cioè, per quale motivo gli umani
amano cercare cose che affermano di non volere, per quale demone? Uno non vuole
essere amato, benissimo, non è mica un problema. Perché, invece, continua a
dire, invece, che è una maledizione, che lui vorrebbe ecc...
Perché non ama
soffrire? Non è esattamente questo, moltissimi soffrono, per esempio, facendo
cose che gli piacciono fare, pensate agli sport estremi ecc..
Non è tanto questo,
c'è qualche cosa, come se una certa ammissione dovesse comportare un
cambiamento. Allora si tratta di considerare un altro dettaglio: abbiamo detto
proseguire il discorso: come gli umani lo proseguono, generalmente? C'è un
assioma, questo assioma ha la funzione di costruire proposizioni intorno alle
quali si costruisce tutta la propria esistenza, come se la propria esistenza
fosse in funzione di questo assioma. In questo modo ciò che costruisco deve
essere costruito tenendo conto di questo, perché l'unica cosa importante, ed è
importante perché mi consente di esistere. Supponiamo che io affermi di non
essere amato, tutti credono una cosa del genere. Perché questo è importante
anziché non avere nessuna importanza? È importante perché intorno a questo io
ho costruito, o meglio questo è il pilastro, una proposizione su cui ho
costruito tutte altre. Avendo costruito tutte le altre questo pilastro risulta
essenziale per il proseguimento di qualunque cosa e, in effetti, è come se
fosse il motore, il produttore di tutte le proposizioni. Se io ritengo di non
essere amato qualunque discorso io faccia ad un certo punto mi ritroverò a
parlare di questo. È come se fosse l'elemento che produce, che costruisce
proposizioni. Altri elementi no, non ne producono, quindi intervengono e si
spengono, questo no, questo può produrre all'infinito. Pensate alle passioni,
non amorose, passioni in generale, per esempio il calcio. Ecco, anche lì c'è
qualche cosa che si costruisce, potrebbe essere una scena, una scena di
combattimento, di lotta, che è costruita in un certo modo e che il calcio
assolve perfettamente.
Ora diventa quindi
l'elemento determinante e portante di tutta l'esistenza. Tutto il resto è
costruito a fianco, intorno all'elemento portante perché è quello che consente
di costruire infinite proposizioni.
Ora, poi, non avviene
esattamente così per tutta una serie di motivi, ma l'idea è questa.
Certamente ci sono
altre questioni intorno a questo, per esempio perché mai negare di volere
essere abbandonati? Qui sorge un altro elemento, l'interlocutore. Abbiamo detto
un sacco di volte che l'interlocutore può essere anche ciascuno che parla, io
parlo e l'interlocutore sono io, un soliloquio, ma non ha la stessa efficacia.
Come mai? La domanda è
apparentemente banale, cui però non è facilissimo rispondere, perché? Il più
delle volte è necessaria la presenza dell'altro. Cioè può esserci il soliloquio
però poi, il più delle volte sfocia nel dialogo. Qui c'è qualcosa di molto
importante che non ho mai considerato, invece sarebbe il caso di cominciare a
farlo.
Cominciando a porsi
delle domande così come stiamo facendo. È necessario che si dia un altro
interlocutore che sia altro da me? Oppure no? O è sufficiente che ci sia io? È
una questione alla quale occorrerà rispondere. Se dovesse risultare necessaria
la presenza dell'interlocutore, intendo con interlocutore l'altro, questo
renderebbe conto della necessità degli umani di dire all'altro la cosa che per
loro è importante, come se soltanto rivolgendosi all'altro si esistesse.
Però qui si spalanca
una quantità enorme di questioni, fino al banalissimo perché? Che funzione ha
questo altro? Tutta l'elaborazione che ha fornito Freud, e poi Lacan ecc... è
inadeguata, è troppo religiosa.
Intervento: Si spiega
con la questione fantasmatica...
Tutto ciò che afferma
Lacan è negabile, potremmo invece costruire qualcosa che al pari di ciò che
abbiamo iniziato a dire con la Seconda Sofistica risulti assolutamente
innegabile?
Intervento: Pensavo al
fatto che, per esempio, l'altro come interlocutore dà ciò che si dice un
limite, cioè come se la cosa potesse essere in qualche modo delimitata.
Sì, ma perché deve
essere limitata
Intervento: Perché è
solo nel momento in cui è delimitata ha una direzione.
Sì, s questo è
corretto, ma perché questo non posso farlo io? Cioè in che modo l'altro compie
questa operazione e perché escluderebbe che possa compierla io? La cosa va
affrontata nei termini di ciò che è strutturale alla parola, riprendendo delle
antiche questioni che possono ancora mostrare dei risvolti.
Intervento...
Intervento...
È una questione che va
posta in termini più precisi: che l'altro ci sia è necessario oppure no? Poi,
chiaramente bisogna precisare che cosa s'intende con questi altri. Viene da
dire che o è straordinariamente difficile o straordinariamente facile.
Dal momento che
l'altro, comunque, è una costruzione del linguaggio, ma questa costruzione fa
parte di una procedura oppure no? È questo che intendo con necessario, oppure
no? Che tipo di produzione? Certo l'altro può anche essere una produzione volta
a fare in modo che le mie parole trovino da altrove una conferma e una
stabilità, un'identità che trovo.
Intervento...
Intervento...
Sì, però la questione
da cui siamo partiti è come mai si debba esternare necessariamente, in
qualunque modo, la scrittura, la parola, la lettura, però questo avviene. Però
bisogna riflettere su questo altro che sì, è una costruzione del linguaggio
ma...deve avere una funzione particolare.
Intervento...
Si parla della
necessità psichica, cioè il fatto della necessità di dire un pensiero che uno
può utilizzare un'infinità di cose, ma... Stiamo cercando qualcosa di
strutturale e, se è strutturale, attiene alla struttura del linguaggio che è
l'unico elemento che consente di pensare.
Intervento...
Intervento: Il
comunicare ha a che fare con tutto ciò?
Il dire, per che
cos'è? Cosa potremmo dire a questo punto che risulti necessario, visto che ci muoviamo
lungo questa linea? È per qualcosa, indubbiamente, per sè. Il fatto che sia per
qualcosa, necessariamente, in quanto rinvia ad altro comporta che ci sia
qualchecos'altro, cioè un altro significante, per esempio. Manca qualcosa,
eppure è importante, riuscire ad intendere questo ci consentirà di sapere
perché e poi tutti i vari passaggi per sapere perché gli umani soffrono,
nessuno gliel'ha chiesto, Soffrono come se qualcuno glielo chiedesse.
Intervento...
Sì, sì, certo. Poi a
quel punto la matassa si dipana.
Intervento: Una volta
si parlava dell'ostacolo, ci vuole l'ostacolo per rendere le cose più...
Sì e no, perché
ciascuno di questi aspetti può benissimo essere svolto in termini del pensiero,
la necessità di altri.
Intervento: Dicevo che
l'ostacolo può anche semplicemente venire pensato.
Fa sempre parte delle
regole del gioco.
Intervento: Sì, ma ha
sempre la stessa funzione, perché l'altro può anche non essere qualcuno.
C'è qualcosa che
sfugge.
Intervento: È la
questione del limite, una questione d'isolabilità. Qualche cosa che faccia da
contenitore, che contenga. Cioè l'altro ha questa funzione di stabilire un
limite, ma è un limite di cui si fa tesoro in qualche maniera.
Vedremo per giovedì
prossimo di trovare una buona soluzione, non negabile.
Va bene, ci vediamo
giovedì prossimo.
2-12-1999
Avevamo
precisato un po’ di tempo fa che è strutturale all’atto di parola, il fatto che
ci sia un rinvio, cioè che un elemento essendo un elemento linguistico è
necessariamente connesso con un altro elemento linguistico e quindi ha un
rinvio. Ora potremmo dire che ciascun elemento linguistico ha necessariamente
un destinatario e il destinatario è l’altro elemento linguistico a cui rinvia ,
questo per quanto riguarda l’aspetto logico, abbastanza semplice; per quanto
riguarda l’aspetto retorico potremmo dire che un discorso, ciascun discorso ha
come destinatario un altro discorso, ora in effetti ci siamo persi in un
bicchiere d’acqua giovedì scorso, perché chi è l’altro l’altra persona, quando
si chiacchiera? È un altro discorso, o comunque è un discorso in prima istanza.
(….)… e allora dicevo che il discorso ha come destinatario un altro discorso,
ora cosa avviene? avviene che ciascun discorso muovendo verso un altro discorso
e questo secondo verso un terzo e così via all’infinito, innesca quel processo
di infinitizzazione del discorso che abbiamo perseguito fino a constare che in
effetti non c’è l’arresto della parola, però se voi tenete conto del fatto che
la più parte delle persone che abitano questo pianeta non sanno molto di questo
discorso allora di fronte all’infinitizzazione del discorso si smarriscono,
occorre porre un argine al proprio discorso, chi pone l’argine? Quel discorso
che non è mio, che non mi appartiene e che è pensato così generalmente,
soltanto potendolo pensare come un discorso che non mi appartiene può porre un
freno, un argine al discorso che penso mi appartenga. Ora il discorso che fa
un’altra persona comunque è un discorso che nella misura in cui mi coinvolge mi
appartiene in quanto ascolto dei significanti che hanno una certa funzione
all’interno del mio discorso, una funzione particolare e non altro, tant’è che
ascoltando una persona che parla, ciascuno di noi, può accadere che ascolti
cose differenti, però il destinatario qui non è nient’altro che un altro
discorso che si produce e che però retoricamente è immaginato essere prodotto
da un’altra persona, quindi se tenete conto che quest’altra persona è un altro
discorso, semplicemente, io mi trovo di fonte a un altro discorso e basta.
Questo altro discorso come funziona? Funziona in questo modo, io ho la
necessità, il discorso occidentale… di porre un argine al mio discorso, cioè di
fermarlo, trovare la soluzione, trovare la certezza per esempio, comunque una battuta
di arresto, perché non posso farlo da solo? Perché se lo faccio da solo accade
ciò che è accaduto a noi e cioè di incontrare una sorta di infinitizzazione
della parola, e quindi non lo posso fare, però posso immaginare che l’altro che
si trova di fronte per esempio produca un discorso che costituisce, lui, sì la
battuta di arresto, ché non mi appartiene più quindi non rischia questo
processo, esattamente, come nel percorso che abbiamo compiuto in questi anni,
se noi avessimo accolto una qualunque teoria che ci veniva offerta, prendendola
per buona, avremmo fatto esattamente questa operazione, non ci saremmo
incontrati con l’infinitizzazione del discorso ma il discorso si sarebbe
arrestato su questa teoria, invece non abbiamo fatto così e abbiamo perseguito
la via ben più ardua, quella dell’assenza di limite al rinvio. Da qui allora la
necessità per molti, per i più di avere l’interlocutore, di avere
l’interlocutore in qualcuno che è altro da me. Ora dire altro da me può
comportare qualche problema ma nel discorso occidentale non comporta nessun
problema, perché l’altro comunque è immaginato fuori dalla parola, quindi è un
altro discorso che avviene fuori dal mio, che non è fuori dalla parola ma è
comunque fuori dal mio discorso e da lì può fermare il mio o può dare un senso
al mio, perché il mio non può darselo da solo perché incappa in questa
infinitizzazione. E quindi religiosamente io prendo il discorso dell’altro e
sono costretto in alcuni casi letteralmente a prenderlo come verità, come se
non avessi altra scelta. Questo comporta che cosa? che se procediamo dritti
come siluri il discorso che stiamo facendo dobbiamo necessariamente concludere
che non è necessario parlare con altri. Perché non abbiamo questa necessità
come dire che il discorso che ciascuno di noi produce è autosufficiente, ora
non c’è una necessità logica, poi è chiaro che se mi servono le sigarette vado
dal tabaccaio a comprarle ma non è di questo che sto parlando, non ho una
necessità psichica di parlare con altri, questa è la cosa fondamentale, perché
il discorso in cui mi trovo ha tutto ciò che occorre per proseguire, il fatto
che non ci sia necessità non esclude chiaramente che lo si fa, tant’è che lo
stiamo facendo, perché è una cosa che può provocare del piacere indubbiamente
ma non è necessario, questa è la conclusione cui inesorabilmente si giunge, e
probabilmente occorre giungere anche a questo cioè al punto in cui il proprio
discorso è assolutamente sufficiente. Forse quelli che da più tempo seguono
quello che stiamo dicendo si ricorderanno che (….) andavo dicendo della
questione affettiva che è preferibile non avere bisogno dell’altro per potere
avere a che fare con l’altro in modo più interessante, ecco forse era già in
nuce la questione cioè occorre, molto probabilmente, comunque ci rifletteremo
ancora, che io non abbia nessun bisogno di parlare con l’altro perché possa
farlo in modo più interessante laddove questa accada, e allora la necessità
dell’altro, sempre seguendo questo percorso che stiamo facendo questa sera, è
una necessità religiosa, la necessità di avere qualcuno con cui parlare e di
avere la necessità di qualcuno che mi rinvii il messaggio in forma “capovolta”
o raddrizzata, che sia, poco importa, era Lacan che diceva che ciascuno riceve
il proprio discorso dall’altro in forma invertita, e aveva fatto tutto un gioco
con i vasetti di fiori, tutta una cosa incredibile (cosa vuol dire Faioni un
messaggio dall’altro in forma invertita?) intanto l’altro per Lacan è un
riferimento all’altra scena di cui parla Freud, l’altra scena è comunque sempre
presente parlando, questo già in Freud, poi la cosa è stata amplificata da
Lacan (la questione dello specchio) come dire c’è dell’altro il riconoscimento
(come dire io parlo con l’altro e mi riconosco) forma invertita perché facendo
questo giochetto dei vasetti, per un gioco di specchi, uno è capovolto ma si
vede diritto e allora lui è giunto a considerare che questo messaggio che si
invia all’altro lo si riceve dall’altro però capovolto, nel senso che (come se
lo specchio in cui io posso vedermi , mi rimandasse da quello che io vedo
quello che io dico) sì è un’immagine speculare, possiamo dirla così, per cui
dicevo l’altro in quanto tale è chiaramente una figura retorica e questo ci
pone a una distanza infinita sia da Lacan che da Freud, che da Verdiglione,
dove l’altro invece è considerato una figura fondamentale e fondante nel
discorso….l’altro è necessario nel discorso religioso a meno che io ponga
l’altro come il destinatario ma nell’accezione che abbiamo intesa prima e
allora risulta inesorabile che per ciascun significante ci sia un rinvio a un
altro significante, però ponendolo in termini logici allora è necessario che
esista un destinatario, però parlare di destinatario come altro, già comporta
molto probabilmente un passaggio alla questione retorica, altro come il
depositario per esempio come accennavo prima del sapere e della verità e questo
non è affatto necessario, mentre per Lacan lo è. Logicamente come vedete la
questione è molto semplice se un elemento è un elemento linguistico è
necessariamente connesso con altri elementi linguistici quindi è per che cosa
ciascun significante? È per un altro significante, per il significante a cui
rinvia, è la stessa questione che ci ponemmo tempo fa, perché parlare? Perché
si parla in effetti? perché si è nel linguaggio, è una questione che non ha
nessun senso, dal momento in cui si è nel linguaggio il linguaggio funziona in
questo modo e soltanto in questo e cioè funziona attraverso una serie di rinvii
e di connessioni tra un elemento ed un altro in un certo modo per cui si
costruiscono proposizioni, per esempio, quindi il destinatario della parola è
un’altra parola, come abbiamo detto in varie circostanze e non potrebbe essere
altrimenti. Già dire che è qualcuno è già un arbitrio cioè “qualcuno”
interviene retoricamente come una figura, allora se lo poniamo come figura
retorica va bene certo, ma sapendo tuttavia molto bene che questo qualcuno di
cui sto parlando è una figura retorica costruita da procedure linguistiche, su
una procedura necessaria che è quella del destinatario, necessariamente la
parola ha un destinatario che è un’altra parola, ma se è necessario che sia
un’altra parola non è necessario che sia qualcuno, questa è l’unica necessità,
la questione fondamentale (in questo modo saltiamo a piè pari la questioni in
cui ci siamo impegolati giovedì dell’interlocutore, del solipsismo ….perché se
giochiamo questo gioco e ci troviamo a fare delle affermazioni e ci accorgiamo
delle affermazioni che facciamo arriviamo all’infinitizzazione dei
giochi….anche Wittgenstein con la questione del solipsismo non mi pare che
riesca ad uscire perché posso sempre dire che posso inventarmi tutto il
locutore, l’interlocutore, ma sono sempre solo con la mia storia) sì lui mutua
questo termine da Jakobson , tra l’altro tutta una questione del genere
sbarazza totalmente e inderogabilmente da tutto l’aspetto folcloristico della
solitudine, non esiste più ( un po’ come la poesia, il “tramonto” come si
diceva , quell’altro ha questa funzione io posso usufruirne…) certo, certo può
essere piacevole, ma io so che non è necessario, non soltanto lo so, ma pratico
questa non necessità, che non è sufficiente io posso accoglierlo ma se non c’è
non succede assolutamente niente, forse è anche questo che in effetti mi ha
condotto a inventare la Seconda Sofistica, mi sono accorto che non c’era più
nulla che potesse servirmi per proseguire l’elaborazione teorica, quindi
occorreva che facessi da me, chiaramente utilizzando una quantità enorme di
informazioni però a questo punto era lo stesso mio discorso che si interrogava,
prima ho trovato un metodo abbastanza potente in modo che consentisse al
discorso di non cascare in qualche religione di sorta, dopo di che è andato
avanti benissimo da solo, non ha più avuto bisogno di altri cioè il discorso in
effetti è stato autosufficiente, perché la parola è autosufficiente, non ha
bisogno di niente altro per funzionare….se non di se stessa (sembrerebbe un
paradosso il bisogno dell’altro che si incontra nel discorso….) parrebbe se c’è
questa necessità c’è qualche aggancio religioso (l’altra persona , non
bastante) (ponendola in questo modo in cui la stiamo ponendo non porta a
nessuna esclusione dell’altro, non viene neanche più in mente di parlare di
bisogno, uno parla e non esclude assolutamente l’altro. Proprio la domanda
stessa che dice “allora l’altro non mi abbisogna più?” non interviene più nel
discorso, non è più praticata perché non ha senso) (…..) questo che stiamo
facendo può diventare l’unico gioco che in effetti costituisca l’interesse poi
chiaramente uno può fare mille altre cose ma è come se rimanessero secondarie e
questo può accadere dal momento che in effetti è un gioco che gioca con le
condizioni di tutti gli altri giochi, questo non toglie che io possa giocare a
poker con gli amici ma in ogni caso rimane comunque sempre questo gioco come
sfondo, contrariamente al poker che invece non fa da sfondo a niente, posso
giocarlo un paio d’ore e poi è finita lì (questo gioco nostro che fa da sfondo
a qualsiasi altro per cui è la condizione per giocare qualsiasi altro gioco, ma
occorre che si instaurino quelle regole che rendono tale questo gioco – basta
leggere la Seconda Sofistica - che sono lì dentro contenute – logicamente come
posso dire che questo gioco fa da sfondo ) la parola che esercita maggiore
attrazione, i significanti più ricchi sono lì e quindi qualunque altro gioco in
ogni caso si differisce anche se in quel momento non lo gioco direttamente però
si riferisce comunque a questo altro gioco, come il gioco che dà maggiore
possibilità, cioè chance (io dicevo che questo gioco è sempre presente come
dire che laddove si pone qualsiasi significante per cui io ne possa usufruire e
questo significante giocandolo occorre che questa struttura che si è immessa
nel discorso funzioni, cioè funzionino le regole esattamente come quando gioco
a dama e mi trovo una pedina bianca me la mangio) se ha la pedina nera (cioè la
regola del gioco si impone immediatamente a meno che io non sia fuori di testa
e non stia seguendo il gioco….questo gioco è effettuale laddove io dico
qualcosa questo qualcosa che dico è tenuto in conto da ciò che seguirà) basta
dire che ha effetto retroattivo per cui non si accavalla niente (è difficile
fare qualcosa dicendo, laddove delle procedure in atto paiono contraddire
quello che poi si produce) quello che precede ha un effetto retroattivo su
quello che segue ma potremmo provarla una cosa del genere? Potremmo provarlo?
(no ma pare figurare una cosa del genere) e questo potrebbe essere una buona
questione provare a dimostrare una cosa del genere in modo non negabile che un
elemento che precede abbia un effetto retroattivo su quello che segue,
retroattivo in quello che segue, Cesare provi questo….(la difficoltà che si
incontra e quando ci si prova a descrivere una operazione di questo genere, ciò
che dico figura questa retroattività, per via della grammatica della sintassi
del linguaggio, per esempio i verbi, dà le direzioni al discorso per cui se
dico che ho dimenticato qualcosa lo sto dicendo adesso e quello che io ho
dimenticato si produce e si costruisce adesso, è una direzione contraria al
senso del verbo, cioè se parlo di costruzione e produzione, è completamente
spostata in avanti la questione, come se il senso dei verbi si contraddicesse,
e difficilmente se non gioco questo gioco posso tenerne conto, perché tutto nel
linguaggio coopera nella sua grammatica al paradosso) la questione è bella però
è più complicata (il discorso ne tiene conto ) questa affermazione
così…occorrerebbe riflettere bene “il discorso tiene conto” perché e se sì,
come? (certamente quello che dico è “tiene conto”) bisogna anche immaginare di
avere di fronte un sofista, un logico matematico, e un linguista minimo! (ecco
queste sono delle altre regole, quindi da questa proposizione il mio discorso
parte e arriva, laddove si compia quel giro laddove io posso affermare che il
mio discorso ne tiene conto, laddove la mia ricerca si ponga nei termini
religiosi per cui cerco quell’elemento che mi conduca alla “soddisfazione”
della questione, dia un senso alla questione per cui io trovo anche quell’
elemento di cui il mio discorso tiene conto, questo serve a confermare la mia
teoria, che il mio discorso ne tiene conto, però è soltanto questa
affermazione, questo gioco che io sto facendo in questo momento che permette
questo gioco del “tenerne conto” quindi della mia ricerca per cui posso dire
che il mio discorso ne tiene conto…laddove ….) in effetti non c’è nulla al
mondo che possa garantirci che un elemento tiene conto di un altro (però posso
trovarlo) sì non è questo il problema, il problema è provarlo, se no non si può
fare ma pensate quando giocate a poker con gli amici (…..) cosa garantisce che
fra l’asso di cuori e il sette di picche ci sia una connessione tale per cui se
ho l’asso di cuori….mentre se ho solo un sette di picche non vado da nessuna
parte, c’è una connessione stabilita dalla regola del gioco, son soltanto le
regole del gioco che dicono, che stabiliscono che se ho quattro assi Cambio
cassetta ……(la regola del gioco che mi permette di giocare a poker fa parte di
questo gioco, come faccio a non enucleare la regola del gioco e quindi a
compiere un percorso religioso se non affermando quello che io vado
affermando…la regola del gioco salda) come salda? Se non lo fosse non si
potrebbe giocare, se non fosse saldo il fatto che quattro assi battono due jek
(rischia lei questa regola di diventare ferma immobile) come può avvenire? cioè
certo avviene continuamente nel discorso occidentale ma all’interno del
discorso che stiamo facendo perché c’è questo rischio? Non c’è nessuna
possibilità poi che avvenga al di fuori di questo gioco non solo avviene ma è
la prassi comune, considerare la regola del gioco come una legge divina….(nella
S.S. si dice che ciascun elemento è una produzione e una procedura, perché sia
possibile l’infinitizzazione dei giochi e quindi il discorso mai fermo occorre
che non solo l’elemento sia una produzione del discorso ma allo stesso modo che
sia una procedura e quindi mi riferivo alle regole come elementi fermi che
servono per giocare) no assolutamente che il discorso pone per giocare
certamente (ma come questi elementi regole non seguono la dissoluzione del….)
discorso occidentale? (no anche del gioco che andiamo facendo noi, la regola è
ciò che permette il gioco, se si dissolve la regola…) si dissolvono anche le
procedure certo (come avviene che queste regole funzionino? Permangano?) perché
permanga una regola anziché dissolversi in altre regole? (………) qual è per
esempio la regola che si è fissata? (la regola che si è fissata è che nulla è
fuori da quello che dico per cui ciascuna cosa che mi trovo ad affermare è
presa nel discorso e posso confutarla e quindi proseguire il discorso, non c’è
più nulla che abbia un valore più grande di un altro) che “nulla sia fuori
dalla parola” può anche prendersi come regola però di fatto è una necessità
logica alla quale non è possibile sottrarsi in nessun modo, si è tentato in
tutti i modi ma non se ne viene fuori, occorre ammettere che nulla è fuori
dalla parola. Sì in effetti qualcosa si è fermato, si è fermato questa
considerazione….(questa considerazione…..è una procedura e una regola)
esattamente ciò che in nessun modo può essere evitato se si parla e siccome
siamo costretti a parlare non abbiamo alternativa, l’unica cosa che abbiamo posta
come inevitabile, sono delle procedure di cui è fatta questa cosa…forse un
piccolo passettino l’abbiamo fatto, la questione dell’altro forse è un pochino
più semplice (…..) che non richiede la fede, che non richiede l’assenso ché è
una questione logica (come se fosse quella questione a lato da cui si era
partiti e cioè che è sempre presente il gioco che stiamo facendo, questa
proposizione è come se fosse l’antecedente di qui parto e poi tutto quanto
accade) è l’unica cosa di cui non posso negare ( è come se fosse un referente
possiamo metterla così) (….) sì l’utilizzo il procedere lungo la teoresi è una
funzione ricorsiva per cui ogni volta si torna al punto di partenza per
verificare quello successivo) sì ciò che abbiamo detto questa sera che l’altro è
una figura retorica, una delle figure retoriche consentono di proseguire il
discorso ma non è quella che consente al discorso di proseguire il che è molto
differente (si perché il discorso può proseguire con i tramonti con qualunque
cosa…) con il gelato come mai non aggiunge? certo sono figure retoriche che
avvengono perché il discorso prosegua ma non sono necessarie al suo
proseguimento (l’economia della lingua, non è nient’altro che una grande
fantasia) e qui può essere impiantato tutta una serie di fantasie su cui è
costruita qualunque istituzione, la necessità dell’altro quindi ho bisogno che
ci sia qualcuno, quindi ho bisogno ecc. però si regge su questa menzogna….ok bd
16-12-1999
L’altro come
destinatario si diceva….ciascuna parola ha un destinatario ha ed è un
destinatario, da qui parrebbe l’importanza che si dà alla parola e all’altro,
quando parla l’altro e alle sue considerazioni….che quindi questa
sovrapposizione che avviene rende conto del fatto che l’altro sia così
importante ma abbiamo visto che non è affatto necessario strutturalmente,
necessario che ci sia non l’altro ma altri come interlocutori, la parola non ha
bisogno che ci sia qualcun altro, la parola dicevamo non necessita di nulla, in
quanto la struttura di cui è fatta è autosufficiente, tuttavia c’è una
questione che merita di essere considerata. Da moltissimo tempo abbiamo detto
che parlare fra sé e sé e parlare ad altri, sono cose differenti, più spesso
una persona pensa delle cose però poi quando si tratta di dirle intervengono difficoltà,
abbiamo detto un miliardo di volte, il famoso Agostino quando uno mi chiede
cos’è il tempo….come se la parola espressa avesse delle virtù differenti, che
io pensi semplicemente o che verbalizzi comunque sono proposizioni, però per
secoli ci hanno detto che non è la stessa cosa….e che soltanto parlando alcune
cose si chiariscono si spiegano ecc. ….c’è l’eventualità che per secoli abbiano
raccontato un sacco di balle, può accadere che sia differente pensare dal
parlare e che anche Agostino si sia trovato in difficoltà dice “quando nessuno
mi chiede cos’è il tempo lo so….” Non è vero, non lo sa, non è che non lo sa
perché nessuno glielo chiede, non lo sa proprio, non lo sa se glielo chiedono
né se non glielo chiedono, non lo sa comunque, la questione è che parlando,
cioè verbalizzando, usiamo questi termini per intenderci, sono costretto perché
l’altro intenda a inserire dei passaggi che invece pensando fra me e me posso
evitare perché non ho da chiarirlo all’altro, per cui accade che pensando fra me
e me salti tutta una serie di passaggi che risultano problematici e giungono
rapidamente alla conclusione che se pure mi sembra plausibile invece è
squinternata e allora non è la questione che parlare sia differente oppure sia
più complicato ecc…è che uno non sa pensare, se non sa pensare ecco che allora
pensando salterà tutta una serie di passaggi o li darà per acquisiti mentre non
lo sono affatto, ma se è in condizione di pensare tutti questi passaggi anche
pensando fra sé e sé ci sono e quindi non è né più facile né più difficile,
sono esattamente la stessa cosa, quindi è una sciocchezza dire che se nessuno
me lo chiede lo so, non è vero, non lo sa! Questione non indifferente anche
perché in una pratica analitica una persona è costretta a parlare, costretta
fra virgolette, si è detto per anni….dunque una persona parla perché finché
pensa non possiamo controllare il suo pensiero ma la sua parola sì, nel senso
che ci rendiamo conto di quello che sta dicendo e ci rendiamo conto che sta
saltando dei passaggi o sta combinando dei pasticci, dei pasticci fra le varie
inferenze ecco che allora facciamo in modo che cominci a pensare in un modo un
po’ diverso ed ad accorgersi che alcuni passaggi non sono affatto legittimi,
questo è il motivo per cui occorre parlare se no l’analista non sente, se pensa
non sente, nella telepatia ancora non siamo specializzati…solo per questo per
potere intendere tutti i passaggi scombinati che la persona mette in atto e
intervenire e l’obiettivo è che in effetti pensi così come parla, allo stesso
modo cioè senza saltare passaggi e proseguire in modo assolutamente rigoroso.
Cosa che generalmente pensando non si fa, non lo si fa neanche quando si parla
il più delle volte per cui l’unica differenza è questa, non ce ne sono altre. È
stato detto che in analisi occorre la parola perché la voce, perché…..non
significa niente, non c’entra nulla, uno può pensare esattamente come parla con
lo stesso rigore e con la stessa precisione, occorre che lo sappia fare non
c’entra niente la voce…..esattamente come avviene quando pensa, non c’è nessuna
differenza, uno sa pensare, sa parlare…(L’uditorio…) questa è un’altra
questione, per quanto attiene all’interlocutore può essere determinante io non
vado a dire a un carabiniere che è un cretino anche se lo penso, perché
l’uditorio in questo caso è determinante per ciò che io dico, però il discorso
è differente tenere conto dell’uditorio, qui tenere conto della questione del
discorso fra sé e sé e del discorso invece verbalizzato, per secoli si è
pensato che fossero cose assolutamente diverse, invece no, non lo sono affatto
(….) l’uditorio interviene in altro modo, altre questioni intervengono a questo
punto, cosa dice Sandro? (la questione dell’uditorio non è che non ci sia un
uditorio almeno immaginato) no uno può pensare le cose immaginando di avere
come uditorio ho detto spesse volte un logico matematico, un linguista e un
sofista e quindi c’è l’uditorio e magari anche più interessante di uno reale
(questo comporta far intervenire già un’immagine quella del linguista ecc..)
un’immagine ….non sono argomentazioni….( quando si pensa quasi senza rendersi
conto di pensare, quando si pensa continuamente, come interviene in questo caso
l’uditorio?) intende cosa pensa, in ogni caso il pensare sono proposizioni che
si snodano e che sono per altre proposizioni è qualcosa che si vuole
raggiungere o costruire una scena o qualunque cosa….uno si trova a pensare così
senza accorgersi, così come accade di parlare, la più parte delle persone non
si accorge affatto che parla e ciascuna proposizione segue un andamento come se
ci fosse comunque una direzione che poi è data man mano dalle proposizioni che
intervengono, l’uditorio (è un altro modo per dire altro) sì, sì però uno si
aspetta quasi dalle proposizioni che seguono la conferma di quelle che
precedono, in questo caso sono altre proposizioni che hanno questa funzione.
Questo è forse l’aspetto più interessante che abbiamo detto questa sera il
fatto che l’analisi comporta che la persona parli per potere intendere quali
connessioni, quali inferenze sono da considerare meglio, diciamola così, se una
persona è in condizioni di pensare in effetti non cambia nulla che esponga
oppure che pensi, non è né più facile né più difficile, è la stessa cosa, sì
(l’analista è chi non può non accorgersi di come sta giocando la sua parola in
ciascun istante ma come accade che le regole a volte funzionino e a volte non
funzioni?) cos’è che distrae in quel caso? C’è qualcosa che attrae di più , è
come un gioco che si immagina più divertente (però credo che tutti tengano
conto di ciò che dicono….ciascuno ha sempre in mente l’obiettivo) non sempre e
necessariamente, come dicono in veneto le “ciacole” uno comincia a
chiacchierare di qua e di là, sì potremmo dire che l’obiettivo è la
soddisfazione, per esempio parlar male di questo o di quell’altro certo, non è
una costruzione mirato (non mirata ma sanno che stanno parlando) nel senso che
sì se glielo chiede dicono che “sì stanno parlando” però non tengono conto,
quando dico che non si tiene conto del fatto che si sta parlando, non significa
non soltanto il non accorgersi effettivamente che sta producendo un discorso
ecc…. che se uno glielo chiede dice “sì sto parlando” ma intendo dire il
rendersi conto di ciò che si sta producendo con la parola e soprattutto ciò che
si sta dicendo è una produzione linguistica nient’altro che questo (…….) quando
io dico del rendersi conto di ciò che si dice intendo ascoltare il proprio
discorso e quindi tenere conto del gioco che si sta facendo, del gioco che è in
atto con tutte le sue regole ecc…una persona se non è proprio fuori di testa si
rende conto, sa che sta parlando, Beatrice diceva di fare in modo che una
persona possa accorgersi di quello che dice anziché questi momenti di
smarrimento, uno si smarrisce, però come avviene questo smarrimento? Tenendo
conto di ciò che si diceva all’interno di una elaborazione come stiamo facendo
una persona sia più attratta da un altro gioco, che distrae cioè svia, per cui
anziché pensare che ciò che sto dicendo è mosso da certe regole che posso
individuare che non porta a nulla se non a compiere ciò che le regole dettano
(l’elemento che distrae laddove interviene una elaborazione teorica,
un’elaborazione teorica di ciò che produce e si produce parlando) generalmente
è sempre un elemento religioso (laddove già funziona il gioco e interviene
questo elemento, parlo di elementi certamente linguistici però che sono legati
in un certo modo per cui le regole del gioco funzionano, quelle della S.S. ,
tanto continuamente si sa che si sta giocando un certo gioco e quindi il
proprio discorso è pronto ad intervenire e quindi a immettere in questo
elemento che sta intervenendo | un ossessione | pronto ad aggiungere elementi,
però questo elemento ossessivo è difficile smuoverlo) sì cosa lo fa permanere?
(è come se l’ossessione si incuneasse nel discorso che vado facendo, non trovo
modo di sconnettere delle proposizioni per cui questo elemento è quello che è)
ma cosa impedisce che queste connessioni possano svincolarsi? (cosa impedisce
io non lo intendo, l’unica cosa che viene in mente è cosa mi serve questa
confusione, questo pasticcio continuo, che in linea di massima funziona
benissimo e non ha bisogno di ossessioni, a cosa mi serve? e qui intervengono
altre ossessioni) è un disastro, Cesare si incuneano altre ossessioni? Però c’è
una questione, bisogna andarla a cercare però c’è, la questione che si pone
soprattutto in una analisi, sembra che una persona non intenda assolutamente
ciò che si sta dicendo, come se ciò che si dice fosse agganciato ad un'altra
cosa che impedisce di intendere ciò che si sta dicendo per esempio, perché
questa cosa è sempre presente (esatto questo elemento si sovrappone ad altri
elementi) allora in questo caso non c’è che da affrontare questo elemento che
sovrasta ogni altra cosa anche perché se no si gira in tondo, e cosa succede in
alcune strutture di discorso che questo elemento che sovrasta quando viene
affrontato, è a sua volta sovrastato da un altro e così via
all’infinito…(sparisce) allora qui se ci si mette a correre dietro all’uno e
all’altro non si viene fuori, e allora occorre riflettere su questo meccanismo
per cui si pone una questione al momento in cui la questione viene affrontata
cosa succede che un altro elemento la sovrasta e si impone e allora talvolta può
accadere di essere tratti in inganno e quindi considerare questo altro
elemento, però appena si considera questo elemento ne interviene un altro che
si sovrappone, è tipico del discorso schizofrenico, quindi si tratta di
intendere questo meccanismo e per cui non è possibile….come una sorta di fuoco
di sbarramento, qualunque questione di un certo rilievo che si imponga
immediatamente viene schermata, esplode, si letteralmente esplode in infinite
altre, per cui non è possibile considerarla si dissolve, ma si dissolve non nel
senso che scompare la questione, che è risolta tutt’altro semplicemente (come
una bomba che fa tanti proiettili) e allora qui la questione della tecnica
analitica non è semplice però si tratta in molti casi di alla continua
frammentazione della questione, dipende dalle circostanze, di fermare, di
bloccare la seduta in modo che ci sia, questo non subito chiaramente non alla
prima seduta….come dire che l’intervento dell’analista gioca o compie quella
operazione che il discorso dell’analizzante non riesce a compiere, cioè fermare
questo processo che viene arrestato in questo caso dal termine della seduta.
Ora non solo questo ovviamente però questo è un modo e poi dipende dalla
situazione, in altri casi è possibile insistere sul dettaglio impedendo alla
persona di frammentarsi, riconducendola continuamente alla questione da cui si
è distolta, però è da verificare e considerare ciascuna volta perché questa
seconda operazione può risultare inutile in alcuni casi, perché la
frammentazione è talmente rapida, talmente insistente che non conduce da
nessuna parte, allora in quel caso è preferibile interrompere la seduta e
fermare su quella questione, non è semplice l’analisi del discorso
schizofrenico (può ripetere la frammentazione) faccia conto di porre una
questione, immagini che io le chieda intorno a questa questione e quindi la
inviti a elaborarla, al momento stesso in cui glielo chiedo questa questione
viene spiazzata da un’altra, immediatamente oppure questa questione CAMBIO
CASSETTA allora immediatamente questa questione della mamma che ha tolto la
marmellata si scopone in mamma, tolto, marmellata e anche latte a volte,
ciascuna di queste a sua volta, può essere scomposta in infinite altre, ora si
rende conto che in un sistema del genere è difficile intendere qualche cosa,
perché è una frammentazione continua, oppure viene la questione schiacciata da
un’altra sovrapposta allora si impone quest’altra, allora affrontiamo
quest’altra e un’altra si impone e così via all’infinito (come se non tenesse conto
di questa proposizione da cui parte la domanda) no perché si dissolve, non
vorrei fosse confuso il dissolversi ….si scompone, si frammenta in miriadi di
cose, come una specie di fuoco di artificio ogni fuoco si frammenta in infiniti
altri, o le bombe a grappoli…(interviene per esempio la mamma è cattiva perché
non mi lascia mangiare la marmellata, e interviene un desiderio di morte per la
mamma che non mi lascia mangiare la marmellata, a quel punto la proposizione
non dice più nulla e il discorso continua con la marmellata che è di ribes…) è
chiaro che sta qui la difficoltà dell’analisi del discorso schizofrenico cioè
porre le cose in modo tale per cui si rompa le scatole il discorso
schizofrenico, per cui sia possibile ad un certo punto considerare la questione
e svolgerla anziché girare (è chiaro che questa persona non si rende conto che
il suo peccato di morte nei confronti della mamma rimane lì perché se va a
pensare alla marmellata…..) Freud parlava del famoso inconscio a cielo aperto
perché molte questioni vengono enunciate per cui parrebbe come in alcuni casi
il discorso isterico che una persona enunci proprio la questione di cui si
tratta, questione che la enuncia ma finisce lì non va oltre (non sa affrontare
quello?) potremmo anche così però è un’impossibilità è il discorso stesso (…) è
come se questo discorso fosse continuamente trascinato da un significante che
accade, ne accade uno e viene immediatamente sedotto da questo significante poi
si compone un altro significante e di questi uno qualunque, poi non è mai uno
qualunque però c’è una connessione però questa connessione bisogna costruirla
(bisogna costruirla, ma il discorso si frammenta proprio perché non sa
costruirla perché è sempre implicito il divieto morale, il peccato per cui non
posso costruire la connessione ) infatti non c’è moltissimo senso di colpa nel
discorso schizofrenico per breve tempo poi è subito distratto da un’altra cosa
(scompare ma è sempre presente) (ma è questo scomparire che è sempre presente
che non intendo) scompare perché di colpo è attratto da un altro elemento, però
la questione ovviamente rimane per cui magari fa un lungo giro e poi ritorna
lì, però la difficoltà sta costruire un discorso dove la questione di cui si
tratta possa essere affrontata, è solo questa la difficoltà del discorso
schizofrenico e non è poco, quando si parla della psicotizzazione del discorso
schizofrenico la difficoltà di entrare in connessione con questo discorso
perché sembra assolutamente inaccessibile, dipende da questo che è sedotto dalle
sue parole e non c’è nient’altro, vive di queste parole….(come se avesse
imparato a distogliersi così) è un modo…(questa sofferenza o questo senso di
colpa crea il discorso schizofrenico / questa esplosione dei significanti pare
funzionale e questa deviazione continua serve a continuare il suo piacere) le è
mai capitato un discorso schizofrenico in analisi?
(no solo
isterico, che è sempre molto produttivo) anche il discorso schizofrenico non è
parco (la produzione del discorso isterico è una produzione continua e mira
sempre a questo ad averlo sempre presente come se sapesse cos’è ma di cui non
può intendere il senso, e questa produzione proprio per non affrontarlo, non si
fa fermare no, è inarrestabile non si ferma per niente) è peggio che un
buldozzer ( a cosa serve? ) c’è una questione non marginale, abbiamo spesso
detto che il discorso compie certe operazioni per un certo motivo, siamo sicuri
che sia proprio così? È una domanda che sto ponendo cioè attribuiamo al
discorso una intenzione, può anche essere ma la questione non è così semplice,
non va così da sé, non è così automatico, (l’intenzione è sempre quella di
trovare un rimedio a questa cosa) mi sto chiedendo se esiste un’intenzione nel
discorso, forse sì, però sul momento non mi pare così automatico, merita di
essere riflettuta la questione anche se abbiamo sempre detto che c’è una
intenzione nel discorso come se si trattasse di qualche cosa che lo muove lo
pilota, non lo so ancora lo pongo come questione in modo che ci riflettiamo,
però, però mi sorge qualche dubbio (la bomba distrugge qualcosa che è
ammassato) bè? (per quanto tanti siano ma sempre quelli sono gli elementi non
ce ne sono moltissimi) e allora ? (l’elemento che si aggiunge è un corpuscolo
estraneo di cui non so parlare) c’è qualche cosa può darsi che mi venga in
mente qualcosa di terribile (come la mette Freud l’intenzione è del rimedio, ma
non c’è nulla da rimediare, l’intenzione è successiva alla produzione, è un po’
come se si dovesse dare un’intenzione alla produzione ma la produzione di per
sé non comporta intenzione) esatto (……) però rimane l’idea che sia un tentativo
di qualche cosa, se non lo fosse, lo pongo come questione (perché ciò che
possiamo chiamare disagio è in tentativo di rimediare a qualcosa) è questo su
cui sto riflettendo, (io faccio prima ancora rispetto a questo cioè che la
produzione non ha alcun nesso con il tentativo di guarigione, non c’è nulla da
cui guarire è successivamente questo quando si vuole giustificare la produzione
ed è allora che si enuncia l’intenzione come dire che devo giustificare la
produzione, la produzione di per sé non ha intenzione) mi chiedo se queste
siano invenzioni della psicanalisi (forse è un’invenzione della persona stessa,
l’isteria gira in tondo per cercare qualche cosa che la costringa a fare ciò
che sta facendo, cioè come dire che cos’è che mi sta obbligando a fare ciò che
sto facendo? Come se cercasse il motore di ciò che sta facendo? Perché non lo
trova? Se lo cercasse lo troverebbe ed è letteralmente una sua invenzione, cioè
se parliamo in termini strutturali non c’è motore, il motore lo posso
inventare…) (se no che senso aveva fare tutto quello che Aristotele ha fatto,
ho inventato il motore immoto perché ci sia produzione) c’è qualche cosa come
se mi suonasse male proprio rispetto all’intenzione, certo è difficile venirne
fuori perché l’intenzione spiega un sacco di cose, perché tutta una serie di
comportamenti…..ci penso va bene, occorre rifletterci un momento perché può
essere che ci sia qualcosa di notevole in tutto ciò (sbarazzarci del motivo
economico) (anche quella questione del desiderio come strutturale) ma così come
avevamo posto il desiderio come il tendere della parola verso un’altra, posta
in questi termini non comporta nessun intoppo, certo…però considerare la questione
dell’intenzione può far accorgere che la questione è un’altra ( l’intenzione ha
a che fare con un antecedente in questo caso….la questione del prima …ciò che
trova non è mai quello che sta prima ma quello che sta dopo, per far proseguire
il discorso) (può anche essere il verso del discorso, a volte uno si trova in
un discorso e per vari motivi si accorge di non saperlo affrontare e via
dicendo e devia come il discorso schizofrenico) no, no. Questo è un artificio
retorico la difficoltà …sposta su una questione che gli è più consona, è
pilotata proprio, ha difficoltà su un argomento e fa in modo che la direzione
verta su un altro……va bene adesso ci penso e martedì vi dico se dobbiamo
mantenere questa cosa oppure no. Buona notte. Bd ok
30-12-1999
Nessuna
questione? Allora proseguiamo il discorso intorno alla direzione del discorso,
dicevamo che non è sostenibile il fatto che un pensiero, un discorso sia
pilotato da altro se non ciò stesso che ne è la condizione, quindi dal
linguaggio in definitiva e ponevamo delle obiezioni a buona parte della teoria
psicanalitica, laddove questa afferma che una persona fa una certa cosa perché
c’è una tale fantasia, però tale fantasia in che cosa consiste? Di questo la
letteratura psicanalitica si è poco occupata pur cercando l’origine di una
fantasia…un fantasia l’abbiamo detto mille volte non è altro che una serie di
proposizioni che vanno in una certa direzione, attenendoci al discorso che
facevamo la volta scorsa, questo discorso è mosso dalle stesse condizioni di cui
è fatto e quindi intanto dalle procedure e dalle regole ovviamente e poi da ciò
che le regole a mano a mano che si costruiscono impongono al discorso, voglio
dire che ciò che il discorso costruisce viene adoperato, dal discorso stesso,
legittimamente come un punto da cui partire per dire altro, il discorso
funziona così: uno afferma delle cose e da queste cose che ha affermato ne
afferma altre e così via….il fatto che alcune cose vengano affermate comporta,
affermate e fermate proprio nel discorso, comporta che il discorso le
acquisisca come necessarie al proseguimento e fin qui non ha neanche torto,
però necessarie al proseguimento del discorso, non necessarie e basta, perché
intendendole come necessarie e cioè come ineluttabili (affermanti la verità) sì,
comporta appunto l’idea che queste cose non siano altro che l’espressione di
qualche cosa che necessariamente è e non possa non essere, qualcosa fuori dalla
parola, mentre sono cose necessarie al proseguimento del discorso, questo
comporta che una fantasia, una qualunque fantasia non sia altro che un elemento
che è messo lì perché il discorso prosegua come un qualunque altro elemento,
cioè a che scopo serve una certa affermazione? a fare proseguire il discorso, a
che scopo serve una certa negazione? A fare proseguire il discorso, questa è la
finalità di qualunque cosa si affermi, e logicamente non possiamo affermare
nient’altro che questo, poi all’interno di questa struttura retorica la persona
afferma un certo numero di cose e immaginando che siano necessarie di per sé
allora immagina che ne conseguano altre necessità, è così che si costruisce una
superstizione, perché immagina che una certa cosa sia necessaria di per sé, è
necessario che i genitori amino i figli, per esempio, è una cosa naturale così
è sempre stato e deve essere così, va bene, allora a partire da questa
proposizione io ne costruisco altre le quali seguiranno sempre
fantasmaticamente necessariamente all’assioma e quindi se credo quello credo
anche questo. La questione fondamentale in un analisi è giungere a potere
considerare che qualunque discorso si stia facendo, l’unico scopo di questo
discorso è quello di proseguire il linguaggio, proseguire la parola nient’altro
che questo. Cosa comporta una cosa del genere? Che non possiamo più affermare
che la persona dice delle cose perché ha avuto un trauma infantile, no dice
queste cose soltanto per proseguire a parlare, poi la volta scorsa ci eravamo
fermati sulla domanda “perché queste cose anziché altre?” e avevamo cominciato
a dire che l’assioma da cui muove non è esattamente identico per tutti,
facevamo l’esempio “io credo in dio” per ciascuna persona questo si configura
in modo assolutamente specifico, per cui di fatto una qualunque affermazione
che venga fatta segue logicamente a quelle precedenti, né potrebbe essere
altrimenti. Ora non è che questo consenta poi di potere prevedere l’andamento
di un discorso se non in linee molto generali (segue logicamente significa che
è un elemento che si aggiunge oppure una conclusione che trae il discorso?) non
si escludono certo in genere sì è la conclusione che trae, dice questo allora
quest’altro, se i genitori devono amare i figli allora tutto quello che diranno
sarà per il mio bene, quindi se lo dicono per il mio bene allora è così e che
devo fare così per esempio, o qualunque altra cosa, però ci sono varie
implicazioni in una cosa del genere che inducono anche a una riflessione
intorno alla tecnica psicanalitica, la persona afferma certe cose, si tratta
allora di intendere a che cosa sono connesse queste cose, cioè costruire una
storia intorno a questa affermazione oppure, oppure fare in modo che constati
che ciò che sta dicendo non ha nessuna altra funzione se non proseguire il
linguaggio, certo può anche costruire una storia però a questo punto questa storia
che costruisce che funzione ha? Ma…..aggiungere altri elementi sì, certo ma a
che scopo? domanda legittima a meno che questo non abbia appunto l’utilità di
condurre la persona a constatare che tutto ciò che dice non ha nessun altra
funzione se non proseguire il discorso, il fatto che voglia soffrire, che
voglia stare bene, stare male, tutto questo non significa assolutamente niente,
che il discorso prosegua non implica come, cioè non ha nessuna importanza,
ciascuno pone le cose in modo tale perché il discorso prosegua, il come può
essere assolutamente marginale e irrilevante, una persona prosegue il discorso
cercando la sofferenza….(ciò implica delle cose, se una persona prosegue il
discorso cercando la sofferenza perché è l’unica cosa che sa dire e fare però
chiaramente lasciarla fare certo ma occorre che si accorga poi, perché se no
questa è una prova per rigettare il percorso che sta facendo) chiaro, sì stavo
riflettendo su una questione differente cioè rispetto proprio alla tecnica
analitica cioè se sia preferibile, come dire? fare in modo che intenda da dove
viene questa sofferenza, una questione oppure baypassare semplicemente la
questione e puntare direttamente alla considerazione che questa sofferenza non
è nient’altro che la necessità di proseguire il discorso, che poi si chiami
sofferenza, gioia, piacere, entusiasmo che differenza fa? sto portando le cose
un po’ alle estreme conseguenze, ma dovete cominciare a pensare che la
sofferenza, il piacere, la gioia, l’entusiasmo di per sé non sono assolutamente
niente, sono soltanto delle enunciazioni, delle enunciazioni che servono al
linguaggio per proseguire, che non hanno nessuna valenza, nessun valore,
nessuna portata, assolutamente nessuna, come se uno dicesse “domani devo andare
a Milano, oppure domani devo andare a Pavia” va bene. Incominciare a pensare in
termini molto radicali ciò andiamo facendo, una persona che enuncia di soffrire
terribilmente non sta dicendo nulla di fatto se non qualcosa che le consente di
proseguire il discorso che naturalmente non è né bene né male, che non è
niente, dice di soffrire tantissimo, cosa vuol dire questa cosa? non vuol dire
nulla salvo che è un modo come un altro, né più né meno perché il discorso
prosegua. È tenendo conto di questi aspetti che, sto ancora ponendo come
questione, mi stavo domandando se sia il caso oppure no di per esempio reperire
“le fonti” tra virgolette di una fantasia oppure se è assolutamente marginale.
Diceva Beatrice occorre che una persona si accorga …certo, ma è costruendo
altre storie a fianco a questa che si accorge oppure no? Oppure, è una
questione che dovremmo elaborare perché è difficile dare una risposta così
d’acchito, è una questione, oppure trovare, reperire una tecnica, perché no?
Che possa consentire di considerare che a null’altro serve se non a proseguire
il discorso, ora è chiaro che per una qualunque persona approcciare una cosa
del genere è piuttosto arduo, anzi arduissimo, direi è assolutamente
inaccoglibile e allora in questo caso potrebbe anche farsi un’operazione del
genere cioè utilizzare questa serie di racconti che una persona fa lungo
un’analisi, qualunque essi siano non ha nessuna importanza per ottenere e
raggiungere lo scopo di cui dicevo prima, cioè ciascuna volta prendere il
discorso e per esempio mostrare che altri discorsi ancora possono costruirsi e
poi infiniti altri, però questo non giunge e non consente di intendere ciò che
andiamo dicendo, occorre che noi troviamo e solo noi possiamo farlo, un modo,
una tecnica, è una questione antica però è sempre presente in qualche modo, una
tecnica che consenta a una persona che lo voglia fare ovviamente, perché questa
è la condizione fondamentale se non lo vuole fare non c’è verso, come un
integralista gli si può dire qualunque cosa non mi interessa io continuo a credere
quello che mi pare, a questo punto pochi strumenti abbiamo, però muoviamo dalla
supposizione che la persona intenda elaborare e svolgere il proprio discorso,
trovare una costruzione che consenta di inserire questo elemento all’interno
del suo discorso e cioè che sta parlando soltanto perché il discorso prosegua e
non c’è nient’altro nel mondo e né fuori, è dura, è dura perché è togliere
l’aspetto religioso, e questo l’abbiamo detto un sacco di volte che nella più
parte dei casi è quasi impossibile perché gli umani sembrano fatti di
questo…però come costruire una cosa del genere? Come inventarla vi rendete
conto che una persona può prendere l’altra considerare tutta una serie di
aspetti ma l’altra persona si rivolge talvolta a voi non per questioni teoriche
ma perché ha gli acciacchi e quindi non vuole sentire nient’altro se non
parlare dei suoi acciacchi, come dire che mettersi lì a fare disquisizioni
teoriche può essere controproducente, l’altra volta dicevamo di portare alle
estreme conseguenze questi acciacchi, certo, ma ….non è così
semplice…continuiamo a ruotare intorno a qualche cosa che continua a sfuggire,
probabilmente è la questione centrale in tutto ciò che andiamo facendo, tutto
ciò che gli umani hanno cercato negli ultimi duemila anni, per questo è
abbastanza difficile trovarlo, però dobbiamo trovarlo, questa è la scommessa
fondamentale, trovarla comporta dare a tutto ciò che abbiamo detto in questi
ultimi anni, questa possibilità a chiunque lo voglia di potersi praticare,
vediamo un po’ cosa comporta che qualunque cosa si dica non ha nessun altro
scopo se non il proseguimento del linguaggio? Naturalmente la perdita dei
valori che gli umani danno alle cose, alle parole ecc… e quindi a sé e quindi
dire che io non sono altro che una stringa di significanti, non sono e non sono
stato e non sarò nient’altro che questo….perché gli umani non amano essere
considerati stringhe di significanti? Questa è già una questione che potrebbe
cominciare ad avvicinarsi al problema, perché dunque infastidisce così tanto?
Perché è importante che ciascuno ritenga di sé di essere importante per
qualcuno soprattutto e per sé in seconda battuta? Perché gli umani temono più
di ogni altra cosa di non essere considerati, stimati, apprezzati, amati ecc.
ecc... perché? Sembra un po’ questa la questione ad un certo punto, cosa
succede se un umano non può pensarsi tale? Cioè sappiamo cosa succede gli viene
la depressione, gli vengono un sacco di acciacchi, si avvilisce ecc…ecc….però
perché? Cosa funziona? Cosa costringe uno a dovere pensare di sé di essere
importante per qualcuno? Fino a tutte le costruzioni faraoniche delle
religioni, l’istinto materno e tutte queste cose….l’istinto materno non è altro
che il desiderio fortissimo di avere qualcuno che ha necessità assoluta di me,
è fatto di questo chiaramente, cioè essere necessario per qualcuno….ma a che
scopo? Perché se voi considerate ciò che andiamo dicendo effettivamente sembra
viaggiare in una direzione assolutamente opposta a questo e cioè toglie tutto
ciò che per gli umani è motivo di esistenza, tant’è che molti dicono adesso non
servo più a nessuno, a cosa serve la mia vita? Questione, sì luoghi comuni,
sono banali certo, però sono quelli su cui gli umani ….o di cui vivono….e
quindi dobbiamo intendere molto bene una cosa del genere per potere proseguire,
tenendo sempre conto che tutte queste operazioni servono unicamente a fare
proseguire il linguaggio, però perché in questa direzione? Che tende invece
almeno così idealmente a farlo arrestare, come se raggiunto un certo obiettivo
tutto il resto non avesse più senso, come se quasi il discorso si arrestasse
sull’ultima questione, sulle cose più importanti e cioè per potere pensarsi
importanti e avere tutti questi valori di cui gli umani si servono generalmente
è necessario che esista qualcosa fuori dalla parola, assolutamente necessario,
ecco la condizione (e soffermarsi sull’ io come costruzione di se stessi,
perché a volte si delega sempre all’altro questa operazione….sono stimato,
amato….senza il mondo esterno cioè io sono bastante, cioè io parlo…la
consapevolezza di sé…..) ma la questione è un po’ complessa perché posta in
questi termini potrebbe anche evocare strutture ontologiche quelle dell’io in
quanto tale, io non è altro che un’istanza grammaticale e serve al linguaggio
per costruirsi ma così come una qualunque istanza grammaticale, teoria
grammaticale in questo caso non ha un referente. Quando lei dice io, di fatto
usa una categoria grammaticale che consente la costruzione di un certo discorso
ma non ha nessun referente, questo è fondamentale, mentre nel pensiero comune
l’io ha un referente, chiaramente questo referente è autoreferente in quanto io
non può essere infinite sono le cose….che io penso, che io avverto, che io
credo, che io….ecc…. che io faccio e via dicendo e quindi ripeto all’infinito
questa istanza grammaticale, che non ha nessun altro scopo che se non fare
funzionare il discorso cioè differenziare dei discorsi da altri, e cioè
potremmo chiamarlo un operatore deittico, cioè quegli elementi che servono a indicare
la direzione che prende un discorso, se io dico “sto fumando” è diverso che
dire “Cesare sta fumando, tu stai fumando ecc…” un elemento che come tale serve
a stabilire delle differenze in modo tale che il linguaggio possa funzionare,
però torno a dire non ha nessun referente all’infuori di sé, cioè non si
riferisce a niente e quindi l’io differisce dall’altro perché sono differenti
le categorie grammaticali, che hanno funzioni differenti all’interno del
discorso, per cui lo fanno funzionare in modo diverso, così come il prima e
dopo, categorie grammaticali che servono a distinguere delle proposizioni da
altre, se queste categorie grammaticali non esistessero il linguaggio non
potrebbe funzionare, però il linguaggio comune in effetti suppone invece che
l’io sia una categoria ontologica cioè corrisponda a qualcosa, abbia un
referente fuori dalla categoria grammaticale e questo referente non sia nella
parola, questa è la condizione, come dire io esisto anche fuori dal linguaggio
(dio esisto fuori dal linguaggio) però la questione che sta affrontando è molto
complessa, ci va qualche tempo per intendersi anche perché non c’è nulla, se
voi andate a cercare nella letteratura non trovate assolutamente niente, quindi
la questione è per esempio, perché gli umani vogliono essere importanti, o si
credono tali (o non si credono tali. È la stessa storia) sì con tutte le
infinite varianti….ipotesi, considerazioni? (…………..) Cesare qualche pensiero?
(portare le persone a fare domande e nelle risposte inserire elementi) ha idea
di come porre in atto questa cosa? (…..) però lei sta riflettendo su un
obiettivo non sul mezzo per raggiungere…sì lei giustamente dice muovere
l’interesse, la curiosità intellettuale e quindi porre le condizioni perché
cominci a svolgere in un certo modo il suo discorso, certo, però è il modo,
cioè come portare alla curiosità….esatto, ché risulta non semplice, tenendo
conto della forte religiosità che c’è nel discorso. Sì come avete notato
dicevamo prima la questione della tecnica che è molto difficile perché è come
dire che ciò che stiamo ponendo è esattamente il contrario di ciò che afferma
il discorso occidentale, il discorso religioso (……) sì difatti cosa diceva
Cesare adesso lo utilizzeremo anche nelle conferenze in modo …..parleremo del
discorso ossessivo un paio di volte e poi approcciando il discorso
schizofrenico comincio a porre questioni teoriche e riprendere quindi
conferenze che vertono intorno al discorso che stiamo facendo. Forse la cosa
che più incuriosisce è un discorso nuovo, più che fare cose intorno a questioni
cliniche che sembrano non essere di grande interesse ultimamente…..invece fare
un discorso diverso potrebbe incuriosire così come ha funzionato in effetti le
persone si sono avvicinate quando facevamo conferenze più teoriche, lo stesso
Cesare, Roberto, Vera ….si sono avvicinate proprio per questo motivo cioè hanno
avvertito che c’era qualcosa di insolito e che li ha incuriositi forse proprio
su questo…la nostra risorsa è il nostro discorso è inutile che andiamo a
cercare chissà dove, su quello dobbiamo puntare sempre e poi chiaramente di
fianco la questione della tecnica poi si tratta di porre in atto ciò che
andiamo dicendo laddove ci sia una specifica domanda d’analisi, molte volte di
guarigione, ho male qui “mi guarisca”, non è un bel modo di partire ma il più
delle volte avviene così….e di questo occorre tenere conto. Nell’ultima
conferenza quando dissi che è sorprendente il fatto che le persone non inizino
l’analisi enunciando come problema il fatto di credere…..non era tanto una
butade…in effetti è questa la questione e cioè ciò che si tratta di svolgere in
un’analisi è la religiosità della persona, il fatto che creda in dio o
qualunque altra cosa, questo nient’altro che questo….come se la risposta a
tutte le domande che vi pone l’analizzante “perché sto male, perché così?”
“perché credo in dio” adesso adotto questa formulazione….ma la risposta è
quella… e con questa occorre confrontarsi….l’analisi quindi non è altro che un
percorso in cui si svolge e si intende e si dissolve la struttura religiosa,
nient’altro che questo, quindi ciò che dicevamo prima perché le persone
vogliono essere importanti direi che segue necessariamente a una struttura
religiosa in cui si trovano, se c’è la struttura religiosa allora necessariamente
la persona vuole essere importante, perché crede che esista qualcosa fuori
dalla parola e quindi a questo qualcosa fuori dalla parola vuole aggrapparsi,
vuole agganciarsi in quanto verità assoluta per esempio o qualunque altra cosa
del genere e quindi essere importanti per qualcuno e vuole essere confermato in
questa verità. Già. E in effetti forse accennavamo già la volta scorsa questo
nuovo anno che si apre lo dedicheremo alla religione, non alla religione in
quanto tale ma alla struttura, come funziona, tutto ciò che dobbiamo sapere che
occorre che sappiamo della struttura del discorso religioso, tutto, perché è
questo che si oppone….il nostro discorso spezza la struttura del discorso
religioso e la rende impossibile, non fa nient’altro che questo ma questo lo fa
e quindi dobbiamo lavorare molto sulla struttura del discorso religioso e
riprendere anche cose che abbiamo detto “perché la religione” abbiamo
cominciato a dire delle cose abbastanza precise ma non ancora a sufficienza,
bisogna andare ancora oltre perché lì sta la chiave di volta di tutto il
discorso occidentale e quindi ciò che si oppone da parte di chiunque altro,
tutte le obiezioni che ci vengono rivolte sono obiezioni che muovono dal
discorso religioso….quindi reperire la religiosità in ciò che sta avvenendo,
adesso il papone …
LA RAGIONE
Giovedì scorso abbiamo
detto della fede. Quale era l'argomentazione, Cesare, se la ricorda?
Intervento. era che la
fede è inattaccabile ma necessaria.
Sì, la fede non come
dogma ma come utilità. Invece adesso dobbiamo sostenere la ragione, sostenere
le ragioni della ragione. È una figura retorica nota come poliptoto. Come
definirebbe, Cesare, la ragione?
Intervento.................................
È una capacità, una
facoltà di definire rapporti logici, questa è la definizione, è banale, quella
del dizionario. Noi ci atteniamo al dizionario.
Se della fede abbiamo
detto, sostenuto che riguarda l'utile, cioè è necessaria la fede per un'utilità
sociale.
Il fatto di giungere a
questa conclusione, cioè che è utile per la società comporta che cosa? Beh, una
serie di considerazioni e quindi una serie di passaggi con cui definisco i
rapporti logici, quindi io giungo a stabilire che la fede è necessaria
attraverso la ragione, e quindi per potere stabilire una cosa del genere è
necessario che io possa usare la logica.
Perché, in effetti, la
fede, consideriamo le due posizioni: quella di Agostino e quella di Tommaso.
Agostino, neoplatonico, ritiene che la ragione segua la fede, quindi è una fede
che viene data all'uomo da Dio e poi attraverso la ragione la giustifica.
Invece Tommaso, qualche secolo dopo, riprende Aristotele, riprendendo
Aristotele punta alla logica. Prima la ragione poi, attraverso la ragione
arriviamo alla fede. Però, entrambe le posizioni, anche quella di Agostino, il
quale dice che prima c'è la fede o stabiliamo che la fede è emanata da Dio e
quindi giungiamo a quella nozione di fede assolutamente dogmatica, oppure io
l'accolgo la fede e se l'accolgo, di nuovo, questo avviene attraverso una serie
di considerazioni, quindi attraverso la ragione. Dunque, tanto abbiamo visto
che la ragione appare necessaria, dicevo, per accogliere la fede, quindi la
precede. È già un buon punto ma vediamo quali altre virtù possiede la ragione,
sopra la fede.
La fede intesa anche,
utilizziamo soltanto questo aspetto, quello che abbiamo accennato giovedì
scorso, afferma che è importante, è utile per le persone credere in qualcosa
per tenerle insieme. Ma stanno insieme per via della fede o per via della
ragione? Intendo dire questo: supponiamo che abbiano pure la fede, ma questa
fede che li tiene uniti deve essere mantenuta, deve essere creduta. Anche se
per un uso, che cosa consente un'operazione del genere? È la ragione che mi
permette di concludere un ragionamento del genere, non la fede, è la ratio.
Si diceva prima di
stabilire la connessione, i rapporti logici con le cose. Chi disse: "gli
umani senza fede si disgregano", allora ecco la fede per stare insieme. E
allora in questo caso la fede non è altro che una sorta di artificio della
ragione, una specie di nobile menzogna, quale quella di Platone.
Ma non è soltanto
questo, che cosa distingue gli uomini dagli animali? Proprio questa capacità di
stabilire , considerare, giudicare. Cosa consente agli umani di progredire? La
ragione è quella stessa cosa che consente agli umani di potersi definire tali,
di potere anche definirsi credenti, senza la ragione non potrebbero definirsi
né credenti, né non credenti, né altro.
Tutto ciò che gli
umani hanno costruito sulla tecnica di pensiero non è altro che il frutto di
considerazioni, quindi di connessioni logiche. Se questo allora quest'altro e
dunque quest'altro ancora. Un funzionamento semplice ma necessario perché gli
umani possano pensare qualunque cosa. Possono, ad esempio, decidere se credere
in qualcosa oppure no. Ma vediamo più nello specifico: come decido se qualcosa
è utile o più utile di un'altra cosa? In base a quale criterio? In base a quale
criterio stabilisco che gli umani sono più facilmente governabili o più facilmente
restano uniti se credono? Come lo so? Se lo so, lo so attraverso il
ragionamento, come so se questo ragionamento è corretto e non sgangherato? Può
accadere. Uno giunge a una conclusione e poi continuando si accorge che non
funziona, che fa acqua da tutte le parti. Ma allora, questa affermazione che
gli umani se hanno fede stanno insieme, è un'affermazione che procede
effettivamente da un ragionamento quindi è la conclusione di un ragionamento
corretto o è una superstizione? Come so, torno di nuovo sulla questione, che
una cosa è utile o più utile di un'altra? Per saperlo, occorre che io sappia
condurre un ragionamento molto bene, in modo che la mia conclusione risulti
corretta, non squinternata, e, quindi, se affermo che la fede è utile devo sapere,
intanto, che cosa è utile, come lo so? Anziché come dicevo prima una
superstizione voluta? Dire che se gli umani hanno fede stanno insieme e uniti
vale quanto dire se attraversa un gatto nero allora porta sfortuna.
Soltanto attraverso la
ratio, il ragionamento giungo a concludere che una cosa è utile, ma se il
ragionamento non è corretto questa conclusione risulterà sgangherata,
insostenibile. Possiamo, nella migliore delle ipotesi, rovesciare la questione
sempre attenendoci all'utilità perché non è affatto utile, può esserlo a
qualcuno.
Per esempio, a chi
deve governare e allora, in assoluta malafede, impone un'argomentazione del
genere, che la fede è necessarie per tenerci uniti. Come può sostenere una cosa
del genere, logicamente? Lo fa con un tornaconto. Tutti stanno buoni, nessuno
alza la testa e io resto seduto sul mio trono.
E allora la ragione
cosa fa? Cosa fa lei invece a questo punto? La ragione, invece, è quella che
consente di accorgersi che alcune cose come questa che riguarda la fede, non ha
nessuna utilità sociale, ma rappresenta l'utile per alcuni, invece in genere si
crede che sia per l'utilità sociale. La ragione consente di non credere ad una
cosa del genere, ma d'incominciare a porsi delle questioni, cominciare per
esempio a domandarsi ma è proprio così? E se sì, perché? La ragione può fare
infinite cose oltre a questa, per esempio porsi in modo meno ingenuo contro
un'infinità di affermazioni, può insegnare a metterle alla prova queste
affermazioni anziché bersele. Ecco, muovendo in questo modo si consente alla
persona, non avendo la necessità di credere, di muoversi in un altro modo, ad
essere più libero, di poter giocare con le cose senza perdersi. A vantaggio
delle cose si può rendere il discorso retoricamente anche più pomposo, però l'essenziale
è l'esercizio che stiamo facendo nel costruire delle argomentazioni che
appaiono solide, che non lo sono affatto. Costruzioni che appaiono solide ed
invece sono costruite su niente.
Intervento..........................
Ciò che ho detto è a
vantaggio della ragione.
Intervento......................
Perché, Cesare,
sosteneva che è più facile dare una posizione dogmatica?
Cesare: Perché nel
dogma un elemento viene posto fuori dal linguaggio.
Ma la posizione
dogmatica è quella cui non interessa se ciò che io credo è probabile o no. Io
ci credo.
Intervento..........................
Credo in Dio , non
importa se lo posso provare.
Intervento.........................
Anche ciò che sostiene
lei, lei può stabilire da dove viene il linguaggio?
Intervento..............................
Io posso dire che
viene da Dio ma non posso provarlo. Lei ha appena detto che non può stabilire
che il linguaggio viene da qualche parte, quindi viene dal nulla , esattamente
così come io non posso provare da dove viene Dio.
Intervento.............................
Dio l'ha voluto con sé
e, quindi magnanimamente, gli ha risparmiato una vita infame, di stenti di
sofferenze e di tutte le magagne a cui gli umani sono sottoposti e adesso è lì
in Paradiso, al cospetto di Dio.
Intervento...............................
La questione è la
questione del male. Dio può volere il male? Nel Medioevo si sono dati un gran
da fare intorno a queste cose, perché dovevano rafforzare un fondamento logico,
quindi le questioni erano queste, perché esiste il male? Quindi Dio lo vuole. O
Dio non ha creato il male e quindi crolla tutto, o Dio ha creato il male.
Ma può creare il male
lui che è sommo bene?
Intervento.................................
La questione non è
semplice. I migliori pensatori, fra cui Agostino, si sono dedicati a risolvere
questi quesiti, perché dovevano rispondere alle persone che chiedevano, non a
Dio, se è sommo bene come può volere il male? Se uno vuole c'è qualcosa che gli
sfugge, quindi non è perfetto. Un po' la questione che si è posta con la
matematica, o è completa e allora si canta vittoria oppure non è
contraddittoria e allora non è completa. Il teorema di
Intervento...........................
Cesare, si perde in un
bicchiere d'acqua. Quando ci sono domande di questo tipo, cioè quando non
riesce a cavarsi da un dilemma, allora lei sposti la questione, ponendosi
questa domanda: che cos'è una domanda? Come dicevo prima, facendo le parti del
fondamentalista, oppure il linguaggio sa rispondere a questa domanda, da dove
viene? Una domanda è una proposizione che attende un'altra proposizione. Già,
sempre proposizioni sono e quindi la domanda non può che trovare un'altra
proposizione, il linguaggio non può che rinviare ad altro linguaggio, cioè a se
stesso. Dunque, porsi la domanda da dove viene il linguaggio, uno può uscire
dal linguaggio per dire il fatto che risposta sarà una proposizione e quindi un
atto linguistico. Per questo possiamo anche considerare che questa domanda è un
nonsenso, come se io chiedessi al linguaggio di rispondere in un modo che non è
linguaggio, può uscire da sè stesso, gli umani possono uscire dal linguaggio, e
quindi chiedere al linguaggio di rispondere non è insensato, lo fa ma con
un'altra proposizione. Invece, il fervente cattolico questo non lo può fare.
Lui chiede al linguaggio di rispondere e immagina questa risposta come qualcosa
che non è linguaggio, e allora a questo punto può porre la questione,
l'elemento fuori dal linguaggio. Bisogna tenere conto, tenere d'occhio la
questione, per avere questa abilità bisogna tenere conto di tutti gli elementi,
bisogna trarre da qualunque elemento il massimo vantaggio traibile.
Intervento..........................
Quando è possibile
sempre rilanciare sull'interlocutore la questione. Se qualcuno chiede da dove
viene questo o quest'altro si risponde con "da dove viene il da dove viene
se non dal linguaggio? Ha già risolto, in buona parte il problema, ha portato
la cosa, come un gioco, a diventare più semplice.
Intervento........................
Retoricamente è la
cosa migliore, aiuta a cavarsi d'impaccio. Per cui, vedete, ci sono buoni
motivi per sostenere la ragione.
Intervento..............................
Qualunque
argomentazione detta a vantaggio di questo lei può ribaltarla, ad esempio si
dice "la storia insegna", la storia insegna a massacrarci, questo mi
autorizza ad estrarre una rivoltella e a spararle in bocca? In nome della
storia?
Intervento...............................
La solidarietà, come
potremmo definire la solidarietà?
Intervento..............................
Bisogna dire che è una
volontà, intanto, perché se uno non vuole non lo fa. Condividere qualcosa, ma
cosa esattamente?
Intervento: il destino
avverso.
No, la solidarietà ha
sempre a che fare con la difficoltà.
Intervento...........................
Il condividere le
difficoltà altrui cercando, insieme con l'altro, di risolverle. Un fronte
comune alle difficoltà.
Intervento........................
Chi saprebbe costruire
un discorso contro la solidarietà? Mostrandone la nefandezza, l'inutilità.
.
Intervento...................................
Abbiamo indicato con
solidarietà il termine usato come luogo comune. Sono solidale solo con quelli
che la pensano come me. È uno dei luoghi comuni più accreditati.
Intervento...............................
Adesso dobbiamo
costruire un discorso contro la solidarietà, che dica che la solidarietà non è
affatto quanto detto prima, e se anche fosse, sarebbe comunque un'apparenza.
Intervento............................
Non è tanto
condividere la sofferenza quanto aiutare l'altro . Per esempio una vecchietta
che attraversa la strada dove le macchine sfrecciano fortissimo, è incerta non
sa se passare o no e arriva Cesare che l'aiuta ad attraversare la strada, ecco
un gesto di solidarietà.
Intervento.......................
Come cominciare a
costruire una comunicazione di questo tipo, che giunge ad affermare che la
solidarietà è nefasta? Come potremmo cominciare?
Intervento............................
Dipende
dalla nozione di solidarietà che facciamo passare. L'ho detto tante volte,
quando si vuole provare una certa cosa si deve inserire una definizione di
questa cosa che è utile alla prova che vogliamo svolgere, non solo deve essere
utile ma deve essere accolta, bisogna fare in modo che l'altro la accolga, poi
si va avanti, ma occorre fargli accogliere qualche cosa che non serve per
giungere alla conclusione che vogliamo. Quindi, se riuscissimo a far entrare
nella nozione di solidarietà anche questo aspetto, perché no?
Bisogna
sempre fare in modo che l'ascoltatore non trovi nulla da eccepire.
Condividere
la difficoltà dell'altro significa automaticamente anche farsi carico. La
difficoltà emotiva, ad esempio, più si è vicino e più vi è conforto, nella
difficoltà materiale si dà una mano.
Interventi
vari..........................
Va
bene, ci vediamo giovedì prossimo.