8-1-1998

 

LUCIANO FAIONI

 

Iniziamo dalle questioni più semplici, intanto iniziare dalla logica? E poi soprattutto che cosa intendiamo dire quando parliamo di logica. Dunque che cosa intendiamo con logica perché l’altro giorno quando dissi a Roberto che avremmo parlato di logica, lui mi fece una domanda, quale logica? Domanda legittima, in effetti ce ne sono molte, così come ci sono molte estetiche, molte religioni, molte psicanalisi... e come mai avviene questo fenomeno? Se consideriamo il fatto che tutto ciò che risulta essere il frutto dell’opinione è sempre comunque per definizione opinabile, allora anche tutto ciò che è stato detto della logica grosso modo risulta altrettanto opinabile, e in effetti è così, con logica generalmente si intende un insieme di proposizioni che dovrebbero rendere conto di come si ragiona, quando si ragiona ovviamente e cioè quali sono i processi e quali sono corretti e quali no, individuare in definitiva un metodo il più preciso possibile perché possa consentire muovendo da una certa premessa di giungere a una conclusione che sia vera, più o meno necessariamente. Ora la logica contemporanea non si occupa tanto di stabilire la verità ma di trovare dei sistemi che siano il più possibile potenti cioè che giungano a una conclusione il più possibile vera rispetto alle premesse da cui parte e alle regole che utilizza. In effetti la logica non è altro che questo sistema che dovrebbe insegnare o comunque fornire gli strumenti per ragionare correttamente, e ragionare correttamente non è altro che concludere da alcuni principi in modo indubitabile, sicuro, così come fa un sillogismo per esempio, quello di Aristotele famoso: Tutti gli animali sono mortali, l’uomo è un animale ergo l’uomo dovrebbe essere mortale...il problema che la logica ha sempre incontrato da Aristotele in poi riguarda o ha riguardato in molti casi non tanto il sistema da utilizzare per procedere, quando nel trovare il punto di partenza che fosse sufficientemente affidabile, perché se il punto di partenza non è affidabile è chiaro che qualunque cosa ne seguirà sarà opinabile e allora la logica dice di questo se ne occupa la retorica, con i suoi entimemi, entimemi sono appunto sillogismi non necessari, eppure questo problema sussiste a tutt’oggi dopo migliaia di anni...come sapete per molti per esempio il principio certo da cui muovere per costruire delle proposizioni logiche si appoggia all’esperienza, altri alla percezione. Come sapete una volta non era proprio così era soltanto la deduzione almeno apparentemente l’unico criterio e la credenza, per Aristotele non è affatto l’esperienza o l’empiria alla quale i greci attribuivano pochissima stima ma ciò che è creduto dai più, questo è vero e quindi in definitiva, a fondamento di tutto il discorso logico molto rigoroso, molto preciso c’è una credenza più o meno popolare, cioè tutto l’impianto logico si regge su una credenza popolare, ha questo come suo fondamento poi è chiaro che partire da lì, i metodi per le inferenze cioè per procedere alle conclusioni sono i più svariati, alcui anche molto sofisticati fino alle ultime logiche quella paraconsistenti, quelle di Iaskonki, non tutti sanno cosa sono le logiche paraconsistenti, quindi in definitiva questa è l’intoppo che si è rilevato riflettendo sulla logica perché la domanda pure legittima circa quali sono gli elementi da cui muove per argomentare hanno condotto alla considerazione che tutti questi sistemi anche molto potenti oppure deboli ma molto ampi, non avevano altro che una credenza popolare oppure altra credenza popolare cioè che l’esperienza per esempio o la percezione siano così affidabili, così assolutamente certi da costituire un buon punto di partenza, d’altra parte si sono sempre chiesti tutti quanti da dove partire per compiere la deduzione, occorre pure muovere da qualche cosa anziché da nulla, e lì sono sorti i problemi ovviamente, quelli che indicavo prima, ora comporta il considerare che tutto l’impianto logico da Aristotele ad oggi è fondato su una credenza popolare, che è la struttura di quella che dice che se è il gatto nero che attraversa la strada allora succederà un malanno, la struttura è la stessa oppure d’altra parte tutti pensano questo quindi è vero questo, che è un’altra forma di credenza, di superstizione, cosa implica dunque tutto questo? Implica che tutto il sistema logico costruito da 2000 anni a questa parte è tutto totalmente falso? Potremmo anche dire questo se volessimo, ma non ci interessa dire una cosa del genere anche perché siamo ancora al di qua dallo stabilire questi criteri, come il vero e il falso, anche perché per poterlo fare necessitiamo di una struttura logica che ancora ci manca, parlare di vero o falso è un non senso, potremmo dire che non è affidabile cioè l’unico obiettivo che un buon ragionamento logico corretto raggiunge è quello di potere dire di avere utilizzato bene le procedure che ha stabilito di usare, solo questo, anche Wittgenstein giunge a una considerazione molto simile, cioè in altri termini ho giocato bene quel gioco secondo delle regole stabilite e mi sono mosso in modo preciso, non ho commesso errori, diciamola così e quindi sono giunto a che cosa? Nulla, nulla salvo come fanno alcuni attribuire alla comunicabilità di un ragionamento logico la sua utilizzabilità in ambito pratico ma forse non è esattamente questo il motivo che la logica occorre che si ponga. Come dire forse ha gli strumenti e ci sono le condizioni perché possa fare qualche cosa di più. Ora a questo punto si posta una questione di notevole portata e cioè cosa farsene della logica e se è possibile utilizzarla in qualche modo, quale? Dunque dicevo se fosse ancora utilizzabile questa struttura e poi cosa vuol dire utilizzare una struttura come questa? Dicevo prima che è ciò che consente di ragionare, così dicono almeno, ma tenendo conto delle cose dette poc’anzi la questione che si pone è perché una conclusione dovrebbe essere più legittimata a porsi di una qualunque altra, salvo ovviamente il gioco in cui è inserita, tenendo conto che il discorso che si cerca di fare è il più possibile ampio e quindi il meno possibile vincolato a elementi contingenti o gli accidenti, una cosa di questo genere impedisce di proseguire o di concludere alcunché in modo sicuro, in altri termini ancora tutto ciò che è stato indicato come logica, posto in questi termini diventa retorica nient’altro che retorica, la retorica in cui da una premessa qualunque quella che si ritiene più opportuno accogliere si conclude in un modo che più aggrada e vale a dire è sufficiente utilizzare giochi differenti per giungere a conclusioni differenti, allo stesso modo una figura retorica può essere utilizzata in modi diversi, non per questo uno si chiede se è più vera l’una o più vera l’altra, sono entrambe accoglibili cioè entrambe producono del senso, si dice che funzionano, ma la logica invece almeno teoricamente o meglio dalla logica ci si aspetta dell’altro e cioè che sia qualcosa di più o comunque di diverso dalla retorica tant’è che sono due termini diversi, saranno pure due cose diverse, e quindi ci si aspetta che faccia quelle operazioni che la retorica non fa e cioè di stabilire in modo che, almeno apparentemente definitivo la verità di una proposizione, in modo che questa proposizione non sia inevitabilmente e inesorabilmente arbitraria, e cioè si possa concludere sempre e inesorabilmente che è vero perché l’ho detto io e tanto basta, come criterio (ci vuole un criterio però) sì in questo caso il mio. Ora la questione posta in questi termini diventa molto difficile come dire volgere tutto ciò che è stato fatto dalla logica in retorica comporta che, o meglio comporta il rilancio della domanda iniziale e cioè da dove partire, è possibile partire da qualche cosa? O è tutto assolutamente arbitrario? Anche perché se lo fosse tutto sommato non sarebbe neanche nessun male, ma...perché cercare un punto da cui partire? A che scopo? Per avere qualcosa di saldo su cui appoggiarsi, in definitiva posta in questi termini non è altro che la ricerca di dio, possiamo chiamarla così, l’itinerario dell’anima a dio come voleva il buon Buonaventura, non quello del milione...un itinerario dell’anima a dio e cioè una ricerca dell’assoluto, su questo posso appoggiarmi e quindi tutto ciò che proseguirà e che procederà da qui sarà necessario, lo stesso Kant poi in definitiva inventando il giudizio analitico ha avviato un procedimento del genere con tutte le obiezioni che poi gli son state mosse, il giudizio analitico in effetti una delle sue prerogative principali è che non dice assolutamente niente e se il soggetto è implicito in ciò che si predica è sempre lì e da lì non usciamo occorre il giudizio sintetico ma il giudizio sintetico aggiunge un elemento che non è fondabile, eppure questo giudizio analitico quello di Kant ha un suo certo fascino, perché è l’unico in effetti essendo una tautologia che per dirla così in termini un po’ rozzi non sgarra, “A = A” ed allora dicono i più cosa ce ne facciamo? Domanda legittima anche questa, eppure, eppure è utilizzabile la tautologia, contrariamente a ciò che si pensa, e cioè è un’affermazione che in definitiva afferma sé stessa, perché intorno a questo ha sempre ruotato il problema della logica o è assolutamente rigorosa e allora non dice niente oppure dice qualcosa ma a questo punto non è più fondabile. Se volete anche il problema che ha incontrato Goedell rispetto alla fondabilità dell’aritmetica verteva sulla stessa questione, è una variante della stessa questione e cioè o l’aritmetica è incompleta in quanto togliamo un elemento oppure è autocontraddittoria, in effetti la richiesta che viene fatta sempre a ciascun elemento è quella di fondare sé stesso, un elemento interrogato che dice tu rispondi e dicci da dove vieni chi sei, chi ti sostiene, è chiaro che di fronte a una domanda del genere qualunque elemento deve rinviare ad altro, perché rinviando a sé stesso non risponde almeno apparentemente alla domanda, ed è una domanda fondamentale, rispondere a questa domanda esige che cosa? Che se vogliamo esclude l’eventualità che sia altro a rispondere di un elemento cioè un altro elemento che risponde di quest’altro, allora l’elemento è come se dovesse uscire fuori di sé per potersi rispondere, qui si aprirebbe tutto un discorso di notevoli proporzioni intorno alla struttura del discorso, che cosa si intende generalmente come bisogno di parlare ma di questo diremo più avanti, da dove viene, per il momento atteniamoci alla logica che già ce n’è abbastanza, dunque torniamo alla questione di prima che lo logica così come è posta è inutilizzabile, non serve a niente, cioè è posta come la retorica, assolutamente arbitraria ma fallisce il suo obiettivo. La stessa logica della scoperta scientifica di Popper, abbiamo detto in varie occasioni, risulta assolutamente risibile e facilmente confutabile. Il problema è questo che qualunque asserzione della logica risulta confutabile e questo è un problema per una proposizione logica, non per una proposizione retorica alla quale importa assolutamente nulla di essere confutata ma la proposizione logica invece sì, forse questa direi che è l’unica differenza che una proposizione se è logica si secca moltissimo di essere confutata, se è retorica non glene importa assolutamente nulla ma entrambe sono confutabili e questo dicevo questo è un problema notevole perché se una proposizione si pone come necessariamente vera e che risulta confutabile, siccome lo statuto di questa proposizione la sua dignità, consiste e risiede nell’essere vera, se noi togliamo di sotto questo sostegno, diventa nulla, assolutamente nulla. Ma che gioco ha giocato la logica fino ad oggi? Forse questa è una questione che merita di essere considerata, e di più s’è accorta del gioco che sta facendo oppure no? E ancora si è accorta che sta facendo un gioco? O pensa di descrivere qualche cosa che è fuori gioco, che è fuori dal gioco e quindi poter raggiungere prima o poi una verità come quella sub specie et aeternitate, definitiva, l’ultima, il famoso interpretante logico finale di cui parla Peirce, perché se è questo che va cercando è una contraddizione in termini, o una follia non lo troverà mai, assolutamente mai, ma questo direi per definizione cioè per una questione prettamente grammaticale. Perché il linguaggio è fatto in un modo tale per cui può sempre costruire a fianco di una proposizione un’altra proposizione, ciascun elemento essendo necessariamente un elemento linguistico è connesso ad altri elementi linguistici, questo fa sì che qualunque proposizione voglia stabilirsi come ultima incontrerà sempre un rinvio, un rilancio ad un’altra e quest’altra proposizione ancora. Faccio un esempio uno stabilisce una proposizione asserendo che questa è vera, voi chiedete perché e lui ve lo dice e voi continuate a chiedere perché, potete andare avanti all’infinito, nessuno potrà arrestarvi lungo questo domandare. È una cosa molto banale se portata alle estreme conseguenze e allora ecco che la logica si è limitata a dire semplicemente, arrogandosene di volta in volta il diritto, a quale punto occorre fermarsi, a quale punto si deve fermarsi. È chiaro che è una decisione di autorità che è poi riconducibile a ciò che dicevo prima e cioè questa proposizione è vera perché ho stabilito così. Dunque sembra che non ci sia scampo da una cosa del genere che ha portato poi alla costruzione di pensieri filosofici piuttosto noti, che partono dallo scetticismo fino a nichilismo, se nulla è vero o se nulla è, muoia Sansone con tutti i filistei, e allora come diceva il nostro amico se dio è morto tutto è permesso, solo che perché sia morto occorre che prima sia stato vivo, grammaticalmente suole dirsi così e questo ha avuto qualche implicazione, anche in questa proposizione, dunque dicevo che il punto in cui ci si trova è quello che già gli scettici antichi trovavano e dal quale non c’è uscita anche gli scettici più attuali come nei primi del 900 un certo Guido Rensi, è stato uno degli ultimi epigoni dello scetticismo italiano, che non ha di fatto nessuna possibile confutazione, generalmente gli scettici e fra gli scettici per esempio gli accademici qualunque essi siano, si limita al fatto che gli uni non possono provare le cose che dicono mentre gli altri se applicano al loro discorso le stesse cose, le stesse critiche che applicano a tutti gli altri discorsi cadono nel famoso tropo del diallele, noto alla retorica come circolo vizioso. Come dire nulla è fondabile, nulla è certo quindi anche questa proposizione che lo afferma non è certa, varietà note da un paio di migliaia di anni e dunque anche questa via non ci porta da nessuna parte, e allora? Abbandonare il pensiero a sé stesso? E dedicarsi alla cultura dei fiori? Perché no? Oppure considerare che tutti questi modi di pensare sono dei giochi, in questo Ludvig Wittgenstein ha dato un contributo quanto meno ha aperto la strada, lui dopo molti altri ovviamente, però lui ha formalizzato in termini forse più precisi e consapevoli, oppure considerare, come dicevo, che si tratta di giochi, come il tre sette o il poker, con delle regole, per giocare quel gioco occorrono quelle regole, cioè occorre attenersi a quelle regole se no non si gioca, se io non mi attengo alle regole del poker non giocherò mai a poker, non c’è verso, posso provare ad applicare le regole degli scacchi giocando a poker, avete provato? Non riesce, io ho provato non c’è stato verso, allora dicevo che il considerare tutto questo come gioco linguistico cioè alla stregua di un gioco qualunque toglie tutta questo manto di serietà e di gravità di cui la logica spesso si è coperta e cioè quella dottrina, disciplina a seconda dei casi che si occupa proprio in ultima analisi, anzi si occupa proprio dell’ultima analisi di quella definitiva cioè di stabilire in modo certo inequivocabile che cosa è vero e che cosa no, perché di questo dovrebbe occuparsi, che poi ci riesca è un’altra questione e quindi a questo punto di nuovo la logica essendo un gioco fra gli altri possibili e perdendo quindi la prerogativa principale si riduce a che cosa? A niente, a un gioco di carte assolutamente inutilizzabile, certo uno lo può giocare come gioca qualsiasi altro gioco ma sapendo che è un gioco e quindi non porta a nulla, nulla di ciò che la logica intende, ché se io gioco a poker e mi attengo alle regole del poker e gioco meglio di Roberto magari gli vinco anche qualche soldino, e quindi ho ottenuto un risultato...però questa fantasia metafisica non ci aveva abbandonati e non ci ha abbandonati del tutto, la metafisica è una delle cose più interessanti che gli umani hanno costruito perché si è trattato di uno sforzo di proporzioni bibliche per dare una dignità logica, una verità assoluta a qualcosa che in nessun modo poteva averlo. Per millenni non ha fatto altro che arrampicarsi sui vetri ma con questa operazione ha prodotto delle cose notevoli, quando dicevamo l’altro giorno prendendo dal nostro amico stagirita, Aristotele, che ciò che lui diceva del motore immoto in effetti può applicarsi perfettamente a ciò che andiamo dicendo, la dicevamo grossa tuttavia in effetti è questo ciò a cui stiamo giungendo, dopo 2000 anni 2500 anzi, quanti ne abbiamo oggi? Il tempo passa. Siamo giunti alle stesse conclusioni anche se chiaramente 2500 anni ci hanno consentito un passettino in più non molto però...dunque pensate al motore in moto e cioè qualche cosa che muove, senza essere mosso da alcunché, senza essere mosso da altri che non sia se stesso, è stato dio ovviamente la prima pensata, ma siccome non siamo sufficientemente credenti, abbiamo considerato che ciò che muove senza essere mosso da altro all’infuori di sé forse è esattamente ciò che si andava cercando e ciò che da 2321 anni (si era eseguito un computo preciso nel frattempo), quasi 22....si cerca il motore immoto, abbiamo trovato dio? No. Dio è una figura retorica neanche delle migliori ce ne sono di più interessanti, abbiamo trovato di più e cioè un gioco il quale ha una struttura particolarissima e cioè indica quale necessariamente è la struttura di qualunque gioco possibile, allora ecco non tanto la domanda se qualcosa sia fondabile ma da dove viene questa domanda, e prima ancora che cosa la rende possibile, io mi sto domandando delle cose per esempio se un elemento un qualunque elemento risulti fondabile, oppure se l’essere è necessariamente oppure necessariamente non è, oppure se ho lasciato le sigarette in macchina, posso chiedermi qualunque cosa, ma il fatto che me lo chieda una qualunque cosa è sorprendente e allora ancora la domanda che cosa mi consente di chiedermi e come ciascuno di voi sa, la struttura individuata che risponde a questa domanda è il linguaggio, chiamiamo così visto che esiste questo significante ed in effetti l’abbiamo definita questa struttura nel modo più ampio possibile cioè esattamente appunto come ciò che mi consente di chiedermi che cos’è il linguaggio per esempio o qualunque altra cosa, cioè che mi consente di pormi una qualunque domanda. Allora dunque la domanda non è più la ricerca di qualcosa che sia fondabile ma rispetto al linguaggio, e nemmeno di qualcosa che sia dimostrabile o confutabile, non c’è cosa che non sia provabile o confutabile a piacere, ma che non la si possa negare, solo questo, non la si possa negare per una struttura particolarissima ma sempre del linguaggio il quale vieta (è fatto a quella maniera) vieta di affermare e negare simultaneamente la stessa cosa, il principio del terzo escluso, dunque non posso negare qualcosa negando il quale io negherei la possibilità stessa di negare alcunché, allora a questo punto la logica assume un altro aspetto, sbarazzata di tutto ciò che abbiamo attribuito alla retorica e cioè tutte le fantasie circa i sistemi più o meno arzigogolati per raggiungere la verità, intendere invece con logica unicamente quelle strutture senza le quali il linguaggio cessa di esistere, poi questi elementi che possiamo indicare con questo termine procedure, a me è piaciuto chiamarle così, potevamo anche chiamarle Peppino, solo che poi si creavano degli equivoci e diventava più difficile dopo di che comunicare, procedure nel senso che sono elementi che consentono ad altro di procedere, procedure linguistiche come per esempio i tre principi aristotelici, assolutamente innegabili, perché io non posso affermare A e non A simultaneamente, perché non lo posso fare? Perché per negare A devo già dare come acquisito che ci sia A, e già devo affermarla, quindi prima la affermo e poi la nego. Ora questa operazione, questo procedimento mi costringe per negare qualcosa di affermarla, allora sì certo posso negare la stessa cosa che affermo ma attraverso una variante e cioè una figura retorica, la figura retorica lo fa continuamente “ e non dico quanto sono bravo” chiunque presente capisce che intendo esattamente questo eppure l’ho negato, perché qualcosa vari, perché una figura retorica è una variante, e perché qualcosa vari, occorre che qualcosa non vari, allora diciamo che la logica si occupa o è definita diciamola così unicamente da ciò che nel linguaggio non varia cioè non può variare, salvo come dicevo prima la dissoluzione del linguaggio, non può variare CAMBIO CASSETTA

dunque procedure che non possono essere eliminate, non possono essere tolte, se l’elemento è identico a sé io posso dire che è differente da sé, ma se non ci fosse un qualche cosa che io affermo come identico a sé, ciascun elemento fosse necessariamente altro da sé, come affermano alcune filosofie francesi, i francesi amano i paradossi, prendete Lacan per esempio che afferma che ciascun elemento è altro da sé, come lo sa? Come fa ad affermare che qualcosa è altro da sé se non ci fosse un sé di assolutamente identico, per stabilire che è altro, allora la sua affermazione è un non senso, cioè non dice assolutamente niente, ha un senso se e soltanto se quell’elemento è identico a sé, allora posso affermare che è altro da sé. Ma allora una logica fatta a questa maniera cosa ci consente di fare? Intanto ci consente di considerare come è fatto il linguaggio e intanto quali sono gli elementi che non possono togliersi e cioè che intervengono come invarianti o potremmo dire che non sono negabili è la stessa cosa, e quindi costringere a una riflessione intorno al linguaggio ma non soltanto questo, perché porre la logica in questi termini, torniamo al punto da cui siamo partiti, costringe per così dire a considerare ciascun’altra logica come una variante rispetto a questi e quindi come una figura retorica. L’unico che almeno fino ad un certo punto ha cercato di rimanere entro ambito prettamente linguistico come è noto è stato Aristotele, fino ad un certo punto, e in effetti gli Analitici primi e in parte anche gli Analitici secondi sono una analisi o una descrizione se non altro delle procedure linguistiche e in effetti in buona parte risultano non utilizzabili, perché la logica posta in questi termini risulta non utilizzabile, cioè non è possibile ragionare in questi termini, ciò che si intende con ragionamento generalmente è retorica non è logica, nulla a che fare, la logica così come la stiamo definendo, non posso ragionare in questi termini, cioè attenendomi alla logica così come la stiamo definendo, perché le procedure linguistiche cioè tutti gli elementi che intervengono come invarianti, tutto ciò che non è possibile negare, non porta da nessuna parte, semplicemente si afferma, ecco perché Kant non aveva tutti i torti o meglio più che Kant i suoi obiettori, l’affermare che un giudizio analitico non conduce da nessuna parte cioè si afferma e bell’è fatto, ma il fatto di affermarsi in questo caso, non nel caso del giudizio kantiano, ha invece delle implicazioni, perché se io affermo che per esempio “nulla è fuori dalla parola”, già con questo compio un’affermazione retorica ma ciò che dico risulta non negabile, cioè risulta non eliminabile in altri termini ancora, è un pensiero questo che mano a mano si va formulando che ha questa prerogativa, quella di non essere eliminabile, sempre....stazionano sulla memoria, si piazzano lì, puoi resettare tutto il sistema e quelli non si muovono, puoi buttare via tutto o quasi, perché non è eliminabile cioè qualunque discorso possa farsi queste considerazioni rimangono, ora è chiaro che l’obiezione che è stata rivolta anche in questo caso è la non utilizzabilità di un sistema del genere, cioè che è innegabile ma detto questo non si va da nessuna parte, ma non è così, perché si va e anche molto veloci, però questo riguarderà poi l’aspetto retorico, rimaniamo ancora in ambito logico, questo ci occuperà ancora un certo numero di incontri, a questo punto parrebbe che la logica effettivamente avesse esaurito la sua ammissione stabilire il limite, il limite del pensabile, ciò che Aristotele chiamava motore in moto, il linguaggio come l’unico, posto in questi termini, come l’unico elemento che muove ciascuna cosa ed è mosso unicamente da sé, potremmo dire che Aristotele non aveva torto, anche se, come si diceva prima lui pensava in modi un po’ differenti, però la questione l’ha posta, dunque avremmo trovato in altri termini ancora ciò che gli umani da 2500 anni cercano inutilmente, detta così sembra un po’...trovato quell’elemento che generalmente è stato inteso con dio, con l’assoluto, tutto ciò a cui si è attribuita la prerogativa di essere come dire? La battuta di arresto, le colonne d’Ercole, oltre il quale non è possibile andare e in effetti, così pare, che queste proposizioni stabilite in questo modo costituiscano il limite, il limite del pensabile, il limite in quanto dal linguaggio non è possibile uscirne e queste proposizioni non fanno altro che descrivere la funzione del linguaggio, e quindi si pongono come le ultime possibili, che sembra quasi una condanna posta così, una condanna in quanto non c’è uscita dal linguaggio ma però che risulta non necessario è che questo sia posto come una condanna. Allora dunque la logica abbiamo visto che posta in questi termini non fornisce un corretto modo di ragionare, che invece fornisce la retorica, neanche nel caso dell’autocontraddizione, questa struttura che andiamo man mano elaborando consente in effetti qualunque cosa, qualunque cosa e il suo contrario, è come se per usare una figura, se fosse l’hardware ciò che consente a vari sistemi, vari programmi di funzionare ma di per sé non fa assolutamente niente: se levi tutto il software al tuo computer...qualunque comando tu gli dici continua a dirti proposizione non identificata, o qualcosa del genere, mancano dati, cioè non sa rispondere certamente, se tu ti attenessi a questa struttura di pensiero, di fronte a una qualunque affermazione o proposizione, frase ecc, rimarresti esattamente lì come il computer, dire e allora? Morirai fra dieci minuti, stessa reazione e allora? Perché manca il software cioè manca tutto ciò che consente a questo aggeggio di funzionare, però è essenziale porre questa distinzione che abbiamo posta tra logica e retorica in termini così un po’ rozzi, l’hardware e il software, perché tutto ciò che viene generalmente attribuito o spacciato in molti casi come sistema per il corretto ragionare risulta assolutamente folle, una follia, pensare che un pensiero di ragionare sia più corretto di un altro in assoluto e che un sistema possa essere meglio di un altro, sono proposizioni che non hanno nessun senso, e quindi comincia intanto da sbarazzare dalla necessità di cercare per esempio la verità, prima, ultima o mezzana che sia, la verità che cos’è? Ciò che io voglio che sia ovviamente non può essere altrimenti in ogni caso ha un suo uso grammaticale ovviamente perché se io parlo di verità ciascuno a modo suo intende qualche cosa e comunque molto distante da un bue muschiato, o da un piatto di spaghetti, perché intende una certa cosa? Ma perché generalmente con verità si intende ciò che è necessariamente, ciò che non può non essere, ciò che è necessario, ma se noi intendiamo in questo modo verità allora l’unica proposizione che possiamo dire che è necessariamente vera è che non c’è uscita dal linguaggio, ad esempio, allora questa risulta necessaria, perché la sua contraria non può essere formulata, salvo affermare esattamente ciò che sta negando. Però non sappiamo se ci interessa utilizzare in questo modo questo significante verità, è più interessante utilizzarlo come shifter come operatore deittico, un indicatore indica ciò che in ciascun momento nel mio discorso assume una priorità rispetto ad altro, per esempio, ma non soltanto, è chiaro che la nozione di verità posta in questi termini, differisce notevolmente da ciò che è comunemente inteso, e comunque la si voglia pensare generalmente è posta in questi termini ciò che necessariamente è....il linguaggio è quella struttura che ci consente di affermare che è vero oppure che è falso...dire che una cosa è vera oppure che è falsa avviene, si tratta e ciò che andiamo dicendo intorno alla logica è ciò che ci consente di giungere a questa considerazione di tenere conto che queste affermazioni avvengono all’interno in un gioco e cioè sono supportate da alcune regole precise, esattamente come se dico che avendo quattro assi vinco a poker Roberto che invece ha due jek, questa proposizione è vera e dicendo che è vera affermo un qualcosa...sì la questione centrale è stata inizialmente e in questo abbiamo ripreso un po’, ecco perché la Seconda Sofistica, il gesto dei Sofisti, cioè di sbarazzare almeno in parte da ciò che viene ritenuto essere necessario e cioè per esempio che qualcosa di vero, che è assolutamente vero da qualche parte ci sia, lo stesso Popper continua a pensarlo, il discorso scientifico e anche logico, voi prendete un qualunque manuale i manuali non servono a niente, ma un testo di Frege, di Russell lo stesso Wittgenstein ad un certo punto se voi leggete distrattamente vi accorgete che si fermano, si fermano di fronte alla necessità che prima o poi incontrano di fondare ciò che stanno dicendo da qualche parte, perché curiosamente nessuno di loro potrebbe mai ammettere che tutto ciò che sta dicendo è assolutamente arbitrario, è niente, zero, come se raccontasse la favola di Cappuccetto Rosso, nessuno di loro sarebbe disposto ad ammettere una cosa del genere, questo è ciò che distingue il logico da uno che racconta le fiabe, uno che racconta le fiabe non si preoccupa, invece il logico sì, tant’è che cerca disperatamente di fondare ciò che afferma e questo a noi interessa, noi plurale maiestatis, a me interessa in particolare, perché è ciò con cui ho a che fare quotidianamente nel lavoro, e cioè con certezze, con sicurezze che non sono strutturate in modo differente certezza logica, anzi in molti casi sono anche più salde, ma da dove viene questa necessità di certezza, di avere un riferimento ultimo finale, può essere dio, può essere la morte, può essere la verità, può essere chi più ne ha più ne metta, da dove viene, che senso ha una ricerca di questo tipo, che la logica in buona parte o con ciò che si è comunemente inteso con logica è responsabile di tutta una serie di superstizioni, ponendosi come un metodo e tra l’altro fra i più accreditati, per la ricerca della verità ha già dato come implicito e acquisito che questa sia, necessariamente sia e possa reperirsi. È curioso dicevo prima, voi leggete un testo di logica, torno a sottolineare non un manuale, quello non serve a nulla, vi accorgete che fra le righe sempre necessariamente oppure inizialmente le prime battute, sono sempre importanti le prime righe di un libro, lì trovate generalmente ciò che viene dato per acquisito su cui si fonda tutto e che in linea di massima dopo la prima riga non viene più citato, ne trattato anche perché se venisse fatto, creerebbe qualche problema, come dire diamo per acquisito che è così quindi...è da lì parte e va avanti per 750 pagine ma da lì, da cui parte che voi trovate, anche come dicevo nei testi di logica piuttosto problematico in molti casi anche affermazioni di una ingenuità sconcertante, anche in testi di logica considerati autorevoli, affermazioni di fronte alle quali viene da domandare ma come lo sai, chi ha detto una cosa del genere? Ed è data per acquisita, che è un modo di procedere che non è insolito ed è esattamente quello che ciascuno utilizza nel proprio ragionamento, ecco perché siamo partiti proprio dalla logica quella corrente, perché effettivamente nella sua definizione ci ha indicato la via da cui muovere, cioè la logica indica il modo di ragionare corretto quando si ragiona correttamente, è in effetti mostra che cosa? Ciò che i più credono che sia corretto, ciò che i più credono che sia necessario e questo è fondamentale saperlo, tutto il discorso occidentale è fondato su questo, su quelle ingenuità da cui muovono i testi di logica, dico di logica perché generalmente sono i più seri, proprio nell’accezione positiva del termine cioè compiono un’analisi molto attenta, molto rigorosa, però, però muovono da premesse per usare un eufemismo discutibili. Come fa ciascuno e non se ne accorge esattamente come chi ha scritto il testo di logica, non se ne accorge perché porsi di fronte a una cosa del genere è arduo e generalmente senza via di uscita, noi l’abbiamo trovata attraverso una sorta di come dire? Di eliminazione, ché inizialmente sono andata avanti per eliminazione di tutto ciò che risultava assolutamente arbitrario, continuando a domandarmi un po’per gioco e un po’ no, se mai potesse stabilirsi qualcosa di totalmente arbitrario, se sì allora va be allora possiamo partire da qualunque cosa e il suo contrario, non c’è problema, partiamo dall’esperienza, partiamo dalla sensazione, dalla percezione, pariamo da dio, perché no? Che differenza fa? E? come se a questo punto ci trovassimo davanti a una cosa nuova, dove non c’è più nessun soccorso da parte né degli antichi né dei moderni, cosa che per un verso è favorevole per l’altro no. È favorevole indubbiamente perché comporta il rendersi conto di muoversi in un ambito sconosciuto e quindi fare qualche cosa che con buona probabilità non è stato fatto prima, sfavorevole perché mancano i riferimenti, cioè non c’è più nessun riferimento cioè a chi? Dove mi oriento? Gli unici riferimenti sono gli elementi che sono stabiliti e cioè le regole del gioco che si è stabilito di fare, nient’altro che questo, ma a chi ci appelliamo? A Frege? A Russell? A Wittgenstein? Grice...Davidson...sono logici

 

Intervento: magari c’è da qualche parte qualcuno che pensa delle cose simili

 

Dalle cose che sono reperibili no...diciamo che i riferimenti di cui disponiamo per esempio nel campo dell’editoria o oggi anche di internet...no, non c’è nessuno che si avvicini a una cosa del genere e questo come vi dicevo crea anche qualche problema, perché l’appello alle auctoritates, sempre “ipse dixit” qui “ipse dixit” niente, eppure… eppure come dicevo ci si trova di fronte a qualcosa di assolutamente nuovo e che offre una possibilità di indagine di ricerca sterminata. Io in genere ho la sensazione di essere a un millesimo del lavoro che occorre fare in questo senso, forse con millesimo mi sono allargato, perché le implicazioni, le connessioni che possono trarsi sono sterminate, anche se il primo impatto è quello dell’arresto, come dire? Oltre a questo non è possibile andare e quindi ci fermiamo ma non è così come dicevo all’inizio, questo impatto che si ha procede come mi sono reso conto in molti casi, dal sovrapporre il sistema di pensiero occidentale a questo modo di pensare allora c’è l’impatto, allora c’è il blocco totale, in effetti...ed è una questione bizzarra di cui poi parleremo, che ha coinvolto anche molti che si sono allontanati proprio per via di questo, questo impatto in alcuni casi molto violento, con successivo smarrimento e tutta una serie di operazioni, se ci sono delle questioni?

 

 

15 gennaio 1998

 

 

LOGICA

 

Iniziamo ponendoci una questione antica e cioè se esista qualche cosa prima della conoscenza o fuori della conoscenza. È una questione su cui il pensiero degli umani si è soffermato spesso. In definitiva, è una domanda fondamentalmente religiosa che chiede se esiste dio oppure no. La questione è riconducibile ad una considerazione molto banale, cioè “deve esserci pur qualcosa”. Ci troviamo così ad avere tra le mani una questione molto difficile da trattare: “Da dove vengono le cose?”. È una domanda fondamentale della filosofia, vale a dire: “perché esiste qualcosa anziché nulla?”. Posta così sembra una domanda quasi inutile, insensata e invece per M. Heidegger e per molti altri prima di lui ha avuto una certa portata, in quanto è una variante della domanda riguardante il perché delle cose e la loro provenienza: sono due aspetti della stessa questione. Partiamo dunque da questo. Intanto occorre, prima di rispondere, iniziare a riflettere su che cosa chieda esattamente questa domanda e se mai stia chiedendo qualcosa. Essenzialmente, chiede qual è il punto da cui occorre partire. Se io, come Heidegger, affermo o mi chiedo “perché qualcosa anziché nulla?” do già per acquisito che esista qualcosa e quindi do già per scontate una quantità notevole di cose. Si potrebbe porla anche in un altro modo, chiedendoci prima di tutto che cosa consente di porre questa domanda e poi, stabilito questo, all’interno di ciò che consente di porre questa domanda: “Che senso ha?”. Perché l’unico senso che può trarsi da questa domanda, lo possiamo trarre unicamente da ciò che ci consente di farne, visto che è il ciò stesso che ci consente anche di parlare di senso (questione non marginale).Il quesito posto in merito alla provenienza delle cose esiste da sempre, almeno da quando c’è traccia del pensiero; in definitiva, immagina che necessariamente debba esserci un punto di partenza e che cioè ci sia una prima parola. In seguito, questo pensiero è stato fatto proprio dalla religione: “In principio era il verbo”, Dio creava le cose pronunciandole. Si cerca quindi di trovare l’elemento che da solo può garantire non soltanto di sé, e di tutto ciò che ne segue, ma anche dell’esistenza delle cose. Questo elemento però non può essere cercato all’interno di questa struttura particolare che è il linguaggio ma fuori da esso, perché se fosse all’interno allora ci si porrebbe nuovamente la questione: “da dove viene il linguaggio?”. Ma visto che chiede dov’è che si trova l’elemento fuori dalla parola, abbiamo considerato che, posta in questi termini, la domanda non porta da nessuna parte perché ci sbarra l’accesso, ci impedisce di uscire dal linguaggio. In qualche modo questa domanda permane, ci si continua a chiedere da dove provengono le cose che diciamo, da dove vengono i pensieri, le parole. Certo, la risposta potrebbe essere: dal linguaggio, ma in quale modo lo fa? In un certo senso abbiamo già risposto a questa domanda considerando il linguaggio una struttura, intendendo come struttura un insieme di elementi tali per cui non si dà un elemento che sia isolato dagli altri, che non sia in connessione con gli altri. Però, se ciascun elemento, in quanto elemento linguistico e non potrebbe essere altrimenti, è necessariamente connesso a ciascun altro elemento, allora a questo punto, ciascuna parola che io mi trovo a dire è ovviamente connessa ad altre parole in quanto anch’essa si trova all’interno di una struttura linguistica. Perché una parola sia tale occorre che ci sia qualcuno per cui lo è oppure no? La parola, quindi, è tale se qualcuno la ascolta. In altri termini, intendo che vi sia almeno uno per cui la parola sia tale. È chiaro che in prima istanza è qualcuno che la dice questa parola, per il quale questa parola è tale; senza questo ritorno, senza questo ascolto, potrebbe essere difficile stabilire che sia una parola. Qui si apre una questione che potrebbe riservarci delle notevoli sorprese e che potremmo indicare con la questione relativa all’interlocutore, all’interlocuzione o all’ascolto e cioè alla necessità dell’ascolto. In questa accezione, l’ascolto non può non essere; se non fosse, la parola cesserebbe di esistere, cesserebbe di essere quello che è.

Ma che cosa comporta l’ascolto? A questo punto sorgono almeno tre domande. La prima: io dico qualcosa, ma ciò che ascolto è ciò che ho detto oppure no? Infatti, non è così automatico che sia la stessa cosa. La seconda: con quale criterio potrò rispondere a questa domanda? La terza: chi mi garantirà del criterio che sto utilizzando? Questo è il minimo di domande che occorre porsi prima di affrontare una qualunque questione. Penso che per rispondere correttamente alla prima domanda mi occorra un criterio d’identità. Quale potrei utilizzare? Potrei scegliere fra alcuni. Potrei, ad esempio come ha fatto De Saussure, scegliere un criterio fonetico ma a questo punto mi troverei ad avere degli ulteriori problemi, perché non posso trovare un ulteriore criterio che mi garantisca che lo stesso suono è stato utilizzato in entrambe i casi e quindi la parola è già diversa. Ma se io stabilisco che è lo stessa, chi potrà negarlo? Nessuno, quindi se io utilizzo un criterio (il mio) al posto di un altro, nessuno potrà negare che è falso. Si potrebbe dire che quest’ultimo criterio è meno valido del primo, considerato che il primo, tutto sommato, non ha nessuna garanzia e non ha nessuna garanzia neanche il secondo, perciò sono ad armi pari. Allora, torno alla prima domanda aggiungendo però un elemento e cioè chiedendomi ulteriormente che cosa sto chiedendo chiedendomi questo e perché mi chiedo una cosa del genere? Perché dovrebbe essere importante stabilire che la parola che ascolto è esattamente quella che ho detta? Se ci riflettete bene, in effetti, potrebbe anche non essere una cosa determinante a meno che all’interno del discorso cosiddetto occidentale io non mi trovi costretto invece ad affermare una cosa del genere, costretto perché, affermando il contrario tolgo ogni possibilità di potere affermare in modo decisivo e stabile alcunché. Se ciascuna volta che dico una cosa, questa mi ritorna differente, rispetto ad una struttura cosiffatta come quella del discorso occidentale che esige che a ciascun elemento corrisponda necessariamente un significato, allora tutto ciò che tiene in piedi il discorso occidentale, potrebbe vacillare, questo aldilà di regole utilizzate per la “comunicazione”. Rimane che, prendendo la cosa in termini molto precisi, non c’è modo in effetti di stabilire o di provare che ciò che ascolto sia esattamente ciò che ho detto. Il fatto di non poter provare una cosa del genere, provoca indubbiamente degli effetti. Il primo fra questi è la necessità, se voglio che sia così, di doverci credere e quindi un atto di fede. Poi, in definitiva, ciascuno sa in qualche modo, o comunque ne riscontra gli effetti, che non è esattamente così e cioè che ciò che ascolta non è esattamente ciò che ha detto. Io dico una parola, una qualunque, ma che cosa avviene dicendo questa parola? Avviene una produzione, una produzione se non altro sonora, perché produco un suono, ma non uno qualunque; è un suono che ha degli effetti particolari in quanto è riconosciuto come elemento di una struttura linguistica e quindi immediatamente si aggancia ad altri elementi. È possibile allora che io dica una parola senza che questa si agganci ad altri elementi? Parrebbe di no, perché se questo fosse possibile, allora in quel caso avrei pronunciato un elemento sganciato dalla catena linguistica; isolato. Però, a questo punto, se quest’elemento è sganciato dalla catena linguistica, risulta arduo considerarlo un elemento linguistico; in questo caso, sarebbe nulla e quindi non avrei detto nulla. Se dico qualcosa, allora questo qualcosa è un elemento linguistico, che a sua volta è connesso ad altri elementi linguistici, quindi non posso dirlo senza che sia agganciato ad altri elementi linguistici. In questo senso, pronunciando questa parola, immediatamente ciò che ascolto è una connessione di elementi (quanti e quali non ha nessuna importanza), ma ascolto una connessione cioè ciò che mi ritorna è una connessione, un insieme di elementi agganciati fra loro (come non ci interessa perché per la logica questo è del tutto irrilevante).

Torniamo così alla domanda iniziale che chiedeva se ciò che ascolto è esattamente ciò che dico. A questo punto, la questione che dobbiamo porci è se questa domanda ha un senso oppure no. C’è l’eventualità che la risposta più appropriata sia la seconda e cioè no, non ha nessun senso. Non ha un senso in quanto non c’è un utilizzo possibile di questa domanda e non c’è, sempre in ambito prettamente logico, ovviamente, un utilizzo possibile perché non c’è nessuna risposta. Ciascuna risposta risulta assolutamente arbitraria. Posso soltanto dire che ciò che ascolto necessariamente è connesso con altri elementi. Questo è possibile, ma dire che sia lo stesso oppure no è una di quella domande che, a questo punto, non ha nessun senso. Non ha nessun senso perché non c’è la possibilità di stabilire un criterio che a questo punto sia assoluto, perché deve rispondere a questo requisito, altrimenti uno vale l’altro. E allora a questo punto incominciamo a constatare, se consideriamo la questione in un ambito prettamente logico, che alcune domande non hanno un senso, cioè non sono utilizzabili in nessun modo; letteralmente, non hanno una direzione, non vanno da nessuna parte, è come un cartello stradale bianco, è inutilizzabile, non dice niente.

Dunque, abbiamo visto che alcune domande hanno questa prerogativa, di essere dei nonsensi logicamente e sottolineo sempre logicamente, perché retoricamente è tutto un altro discorso, retoricamente hanno un senso eccome, ma logicamente no.

Qual è l’intoppo in cui si cade con estrema facilità? È la sovrapposizione tra ciò che è logico e ciò che è retorico. È una sovrapposizione che ha degli effetti nefandi, per quanto riguarda la possibilità di proseguire l’elaborazione. Perché accade per lo più che tutto ciò che si afferma di assolutamente arbitrario si cerchi, sovrapponendolo alla logica, di renderlo assolutamente necessario? Tutta la disquisizione ad esempio intorno all’essere, tanto per dire uno dei temi più cari ai filosofi, muove dalla considerazione che l’essere, o chi per esso, necessariamente sia e che cioè la proposizione che afferma, per esempio, che “l’essere” è sia una proposizione necessaria. Nessuno di costoro, come abbiamo detto in altre occasioni sarebbe disposto ad ammettere che una proposizione come questa è assolutamente arbitraria del pari di quella che afferma che qualunque cosa è, e che cioè logicamente una proposizione come questa non ha nessun senso, non significa assolutamente niente né il suo contrario ovviamente. Se si scambiano però le due cose, ecco che allora ci si scervella per cercare di trovare una ulteriore proposizione a conferma della prima. Come dire, una perdita di tempo che è stata colossale e rischia di esserlo ancora, è quella di cercare delle proposizioni che diano una necessità logica ad affermazioni retoriche. È uno sforzo immane oltre che inutile, perché non potranno mai, rimarranno delle proposizioni arbitrarie e quindi necessariamente confutabili e in ogni caso sempre negabili. Eppure, da 2500 anni, l’operazione straordinaria è stata questa, cioè cercare di stabilire come necessario ciò che necessario non è, in nessun modo né potrebbe stabilirsi mai per nessun motivo.

Da qui il pensiero filosofico, dalle origini ai giorni nostri. Possiamo salvare Gorgia, forse Zenone, Protagora, Aristotele in parte. Poi, per quanto riguarda ciò che ne è seguito, si dovrebbero leggere i filosofi, dalle origini fino ai giorni nostri, per constatare e considerare come si siano dati un d’affare formidabile, inventando delle costruzioni straordinarie, per poi provare, in definitiva, sempre l’esistenza di dio, sotto varie forme, varie guise, e cioè giustificare una proposizione che affermi che esiste qualcosa fuori dal linguaggio. Ciascuna volta è lì che va a parare. Ora si tratta di riflettere sul perché mai gli umani abbiano perso così tanto tempo dietro ad una cosa del genere, senza considerare immediatamente che tutto ciò non conduce da nessuna parte (come già Gorgia fece). Però qui si aprirebbe tutta una grande parentesi intorno alla questione religiosa, perché un discorso che tenti questa sovrapposizione è, per definizione, un discorso religioso. Sovrapposizione tra la logica e la retorica, cioè dare un senso, e quindi un carattere di necessità, a qualcosa che non può averlo, per definizione. Ma quando dico “per definizione” mi riferisco a regole linguistiche, che non sono secondarie visto che sono le stesse che ci permettono di fare quella considerazioni. Quindi, siamo legati al linguaggio o siamo liberi? Ma libertà da che cosa esattamente, perché se si pone la questione come una libertà dal linguaggio ci si pone in una posizione che è autocontraddittoria e quindi non va da nessuna parte. La libertà di linguaggio si può intendere in vari modi, come libertà di poter disporre del linguaggio, e qui dovremmo intendere che cosa sia il disporre del linguaggio; o libertà di essere nel linguaggio oppure no, anche questo è un modo di porre la questione, ma posta in questi termini, nell’un caso, la libertà di poter disporre del linguaggio, questo possiamo provare che è possibile e possiamo provare che è impossibile, abbastanza facilmente; libertà di essere nel linguaggio direi che è pleonastico, non potresti non esserlo. Un po’ come l’idea di padroneggiare il linguaggio, io posso provare che padroneggio il linguaggio, per esempio, dicendo che tra poco dirò una certa cosa e poi dicendola. Possiamo provare invece che non è possibile padroneggiare il linguaggio, per esempio considerando una questione come quella precedente e cioè che chiede di provare che ciò che ascolto è esattamente ciò che dico (e abbiamo visto che non è possibile provarlo). Non avendo la certezza di compiere questa operazione, chiaramente non hai la certezza di padroneggiare il linguaggio. Ecco, tutte queste questioni che abbiamo posto, in buona parte filosofiche, hanno questo tale carattere di arbitrarietà, per cui ci si trova nella felice posizione di poter rispondere in moltissimi modi, tutti altrettanto legittimi, com’era il quesito già medievale soprattutto, se si dà il libero arbitrio, oppure no. Come salvare la questione del libero arbitrio, pur sapendo che (già Agostino e altri ancora prima di lui si ponevano) se dio sa tutto, allora sa anche il futuro e allora di conseguenza l’uomo non è libero. A questo è possibile rispondere in molto modi ma a questo punto dobbiamo chiederci che cosa intendiamo con libero arbitrio, perché la risposta a questa domanda deciderà del fatto che il libero arbitrio sia oppure non sia, ed io posso stabilire una definizione di libero arbitrio tale per cui, in nessun modo, potranno stabilirsene mai altre, perché è l’unica possibile al mondo? No, rimane che posso porre il libero arbitrio in modi differenti e modi differenti hanno risposte differenti. In effetti, poi è il sistema che si utilizza, da parte di tutti i filosofi, lo stesso Agostino, utilizzano un certo numero di escamotage ed altri simili li utilizza Tommaso, Anselmo, etc.

Escamotage, e cioè, basta considerare il libero arbitrio in un certo modo, ecco che allora questo può giustificare l’esistenza del libero arbitrio. Viene da domandarsi se, ciascuna dottrina filosofica utilizza o ha utilizzato questo criterio, più o meno in buona fede, anche se quelli più interessanti sono quelli che lo hanno utilizzato in mala fede mentendo spudoratamente sapendo di mentire. Mentire sapendo di mentire: anche questo può riconquistare una sorta di dignità. Quando parlo di dignità, intendo dire che un elemento può ancora riservare qualche interesse anziché assolutamente nessuno. Intanto devo precisare cosa intendo per mentire. Se intendo utilizzare un termine che mi consenta di mentire e mentendo sapendo già di mentire, sapendo benissimo che all’interno di queste regole il termine che ci si aspetta sarebbe un altro e cioè che l’interlocutore se ne aspetta un altro, io appositamente non dico quell’altro, sapendo di mentire. Ma, sapendo di mentire è l’accezione che ho indicata e cioè che rispetto ad una struttura, quindi ad un insieme di regole linguistiche e non,(nel senso che non soltanto logiche, ma retoriche, etc.. ), si è convenuto che una cosa è quella che sappiamo che sia e negando queste io mento sapendo di mentire. Ma questo nell’ambito di un gioco particolarissimo perché se ci attenessimo unicamente alla logica di cui si diceva prima, allora il discorso è diverso, perché di fronte a questa domanda, non ci sarebbe nessuna risposta. Una domanda è un non senso; non c’è nessun rinvio, perché dovrebbe cominciare a far porre domande intorno a qualunque termine che viene utilizzato, per questo non è praticabile, la logica così, nell’accezione che stiamo man mano fornendo. E, in effetti, senza la retorica non si parlerebbe; la retorica è il modo, come lei stessa si è definita, in cui si dicono le cose, qualunque esso sia. In ogni caso le cose si dicono in un modo, di questo si occupa la retorica, di tutto ciò che si dice, in definitiva, non delle condizioni che rendono possibile il dire, perché di questo se ne occupa la logica.

Potremmo porci la questione: che cos’è lo scopo? La maggior parte delle cose che intervengono nel quotidiano hanno la prerogativa di intervenire come quegli elementi linguistici che di per sé non hanno un senso proprio ma lo acquistano impropriamente all’interno del contesto in cui sono inseriti. In effetti, la più parte degli elementi che intervengono nel corso di una giornata hanno questa prerogativa, cioè quella di essere quasi prestabiliti e vengono utilizzati proprio per questo motivo, per la loro facilità d’uso, per la loro brevità. Si dicono cose già stabilite, cioè associate ad alcune situazioni che si ripetono e difficilmente si riflette su ciò che facilmente si dice. C’è una sorta di semplificazione, proprio simile a un’accezione matematica quando si semplifica e si tolgono degli elementi che sono superflui e quindi si stabilisce che quando si ha a che fare con una certa situazione, fatta in un certo modo, gli si associa un certo termine o la si definisce in una qualche maniera precisa. Però, quelli che si usano sono dei criteri abbastanza universali, validi per tutti. In ogni caso, questa considerazione che viene fatta al pari di qualunque altra, segue ad un elemento che è essenziale che ci sia per potere fare questa considerazione, e già il fatto che esista è una considerazione possibile e cioè che una considerazione possa farsi (quale sia non ha nessuna importanza). E perché una considerazione possa farsi, c’è l’eventualità che sia necessaria la parola, altrimenti con cosa faccio questa considerazione? In questo senso dico che non è pensabile fuori dal linguaggio, anche se interviene con una sorta di automatismo, come per altro buona parte delle cose che avvengono nel quotidiano e nessuno compie operazioni logiche particolari o chissà quali elucubrazioni, quando ad esempio si accorge che si accende la spia della benzina e comincia a guardare se c’è un distributore aperto. È una sorta di automatismo, perché sa che quella spia che si accende vuole significare un certo numero di cose: che si deve fare benzina, perché se non si fa si rimane a secco, se si rimane a secco si ferma l’automobile, etc…E non potrà essere diverso perché ha un uso e avendo un uso, cioè servendo a qualcosa, viene proseguita, così come certi modi di dire, certe frasi idiomatiche, avendo un uso si mantengono; così, allo stesso modo questo si scontra poi, ad esempio, in ambito psicanalitico, una paura, una fobia, si mantiene se ha un uso altrimenti no. Perché, ad esempio, una paura che si ha da bambini cessa poi di esistere e ad un certo punto si dissolve? Se questa paura ad un certo punto si aggancia a qualche cosa che è funzionale, cioè serve per altre cose, allora questa paura si mantiene. E la struttura è la stessa di un modo di dire, di un modo di pensare. Questo è un modo di pensare: avere paura di una certa cosa che non esiste più, è un modo di pensare, quindi un modo di dire, che ha una funzione e se ha una funzione si mantiene, permane e così automaticamente quando si accende la spia della benzina si cerca un distributore aperto. Questo automatismo ha una funzione e finché continua ad avere una funzione si continuerà ad avere questo automatismo. Ora, finché serve ovviamente, poi se all’improvviso si troverà un sistema per il quale non si deve più fare il pieno di benzina, allora si cesserebbe immediatamente di guardare la spia della benzina. Non è un’abitudine, perché se non è funzionale a nulla, cessa immediatamente l’abitudine, si perde nel giro di un istante, se invece continua ad essere funzionale a qualche cosa d’altro, ecco che allora si mantiene, perché c’è una connessione. Se questa connessione si perdesse, cesserebbe anche l’abitudine o meglio l’automatismo che si è creato, non avrebbe più alcun senso.

Si può parlare anche di scopo, cioè se io dico qualche cosa, la dico per qualche motivo. Per scopo, in linea generale, può intendersi in un modo tale per cui questa finalità, questo scopo non può non esserci. Proviamo ad indicare che cosa possa essere uno scopo: il senso quindi, la direzione. Ora, ciascun elemento è connesso con un altro elemento; questa connessione comporta che ci sia necessariamente una direzione che non sai qual è, quindi retoricamente non è utilizzabile, però logicamente sai che necessariamente c’è e quindi come mi sono trovato tempo fa a considerare, scrivendo le cose intorno alla sofistica, un unico scopo che possa attribuirsi al linguaggio è quello di riprodurre se stesso, cioè di proseguire. Difficile trovarne un altro quindi, possiamo dire, in questa accezione, che uno scopo esiste, non può non esserci, dal momento che ciascun elemento necessariamente rinvia ad un altro, quindi questo è il suo scopo, visto che non può non farlo; quindi non solo c’è uno scopo, ma anche necessario. Lo scopo di un elemento qual è? Quello di rinviare ad un altro. In questo senso sì che si può dire che nulla è privo di uno scopo, certo in questa accezione. Poi è chiaro che nell’ambito retorico, quest’aspetto dell’intenzione è fondamentale, perché dall’intenzione che hai dipende, come ad esempio sosteneva Austin, la riuscita di un enunciato, la sua felicità, come diceva lui. Perché se io ho intenzione di andare da Torino a Milano, e quando lo dico è questa la mia intenzione, allora il mio enunciato è felice. Se invece io dico che vado a Milano, mentre non ho nessuna intenzione di farlo, ecco che allora il mio enunciato è infelice. E quindi l’intenzione è fondamentale in tutta la linguistica, ma soprattutto nella filosofia del linguaggio perché l’intenzione è quella che può dare un senso a tutta una proposizione. Dall’intenzione di una persona si può intendere il senso di ciò che sta dicendo, lo scopo per cui sta parlando. Occorre distinguere, perché quando si parla e si intende parlare di termini molto precisi, molto rigorosi, è chiaro che, come fanno poi i logici e sono costretti a farlo, sono costretti a farlo, ciascuna volta dicono esattamente ciò che intendono effettivamente con quel termine perché altrimenti si può intendere una qualunque cosa, così come si è fatto prima per lo scopo: se si intende in una certa accezione, allora ha un certo senso, altrimenti ne ha un altro.

Può accadere ovviamente, ad esempio che un depresso dica: “la vita non ha più uno scopo”. Qui la nozione di scopo interviene in un’altra accezione, ancora molto diversa e quindi occorre precisare. È importante comunque considerare ogni elemento di un discorso, sempre connesso ad un altro, che rinvia ad un altro, che fa parte di una struttura. E questa è stata una della migliori trovate di De Saussure, la nozione di struttura che intende come insieme di elementi da cui non può togliersene uno senza che cambi tutta la situazione.

Il prossimo argomento da trattare è questo aspetto della sovrapposizione tra logica e retorica, nell’accezione che stiamo mano a mano costruendo. È un aspetto non indifferente, tutt’altro che marginale per gli effetti e per ciò che domanda a questo punto, cioè questa sovrapposizione immediatamente domanda qualcosa, domanda ciò che non può ottenere. Domanda l’ultima parola, l’interpretante logico finale di Peirce.

 

 

22/01/1998

LOGICA

 

 Parleremo questa sera della sovrapposizione fra la logica e la retorica; sovrapposizione che non procede senza intoppi, in effetti, la più parte diciamo delle affermazioni sono costruzioni retoriche che vengono prese come proposizioni logiche e quindi necessarie. Ma, che cosa comporta questa sovrapposizione, perché ciò di cui si tratta è intendere di volta in volta che ciò che viene affermato in un qualunque discorso; essendo una costruzione retorica, non è sottoponibile ad un criterio vero-funzionale, logicamente parlando, in quanto la sua verità è strettamente connessa con le regole del gioco in cui questa affermazione è inserita, mentre generalmente si è inclini a considerare questa affermazione come una verità atemporale, fuori dal tempo, vera sempre necessariamente. Tutto ciò che dalla stessa logica, o ciò che comunemente è inteso con logica, da quella aristotelica in poi, è stato posto come necessario, risulta non esserlo dal momento che il problema sostanziale è sempre stato ed è a tutt’oggi quello di potere stabilire a quali condizioni possiamo parlare di verità, a quali condizioni cioè è possibile affermare qualche cosa che sia necessario. E qui il pensiero si è sbizzarrito, con tutto ciò che ne è seguito, ma ciò che viene affermato, qualunque cosa esso sia, se non è richiesto tutto questo, cioè di sottoporsi o di subire l’esame del criterio vero-funzionale, cessa ovviamente di doversi appellare ad un criterio superiore, quale ad esempio una figura retorica rispetto alla quale a nessuno passerebbe in mente di chiedere se è vera o falsa. Ma le cose in cui credo, quelle in cui credo più fortemente, più fermamente, se le considerassi figure retoriche per esempio, cosa accadrebbe? Qui dobbiamo aprire una piccola parentesi rispetto credere, sul quale tanto si è detto. Intanto, come possiamo definire questa operazione? Potremmo dire intanto che con credere intendiamo dare il proprio assenso ad un’affermazione in modo incondizionato; vuol dire che questo assenso non ha alcun dubbio, posta in questo modo allora, cessare di credere vale a sospendere il proprio assenso nei confronti di una affermazione. Questione non marginale questa dal momento che ciò che io credo vero pilota, per così dire, tutto ciò che faccio, o in buona parte, quantomeno le cose più importanti, cioè mi muovo tenendo conto di ciò che credo, faccio le cose che credo utili, sagge, opportune, buone, virtuose (a seconda dei casi), e non faccio quelle che invece reputo contrarie alle precedenti. In ogni caso se le faccio questo non andrà senza nessuna conseguenza, prima fra tutte quella di sapere di avere fatto qualcosa che non avrei dovuto fare. Dunque, le cose in cui credo hanno un’importanza nella economia del mio discorso piuttosto notevole, piuttosto pesante; ma questo non significa affatto che, facendo l’ipotesi in cui io non creda a nulla, se faccio le cose con criterio e non credo a nulla, allora non faccio nulla. Ma se non credo dunque, cioè non do’ il mio assenso incondizionato a nessuna affermazione, ma considero ciascuna affermazione come figura retorica e quindi come una proposizione, diciamo come una affermazione che non richiede di essere considerata vera o falsa, allora avviene un fenomeno bizzarro e cioè questo: che mi trovo a muovermi in una mobilità assoluta cioè non c’è nessuna affermazione, nessuna proposizione che sia in condizione di arrestare il mio discorso e una volta arrestato, in base a questo arresto, significare tutto ciò che faccio; facciamo un esempio: se io fossi un fervente cattolico, per esempio, tutto ciò che mi trovo a fare, a pensare, a dire, tiene conto di questo modo di pensare e in base a questo io costruisco la mia visione delle cose. Cioè per me le cose stanno così, in quel caso per esempio che tutto esiste perché Dio lo ha voluto, io sono fatto in un certo modo per rendere gloria a Lui ecc.

Allora, dicevo, che le cose che credo sono quelle che mi dirigono, mi danno la direzione del percorso che sto facendo; ma come avviene che io creda a qualcosa, è piuttosto singolare che in effetti gli umani si trovino a credere delle cose piuttosto che no, considerato il fatto che hanno tutti gli strumenti per potere concludere che attribuire il proprio assenso in modo incondizionato a una qualunque proposizione è un’operazione arbitraria, gratuita cioè non necessaria. Dunque come avviene che si creda in qualcosa anziché nulla? Credere è, nell’accezione che abbiamo indicata, uno dei pilastri della struttura di quel discorso che si indica come discorso religioso, perché per dare il mio assenso incondizionato in qualche cosa, devo supporre che questo qualche cosa non vari, non muti, non stia continuamente a trasformarsi altrimenti l’oggetto della mia credenza mi sfugge e dunque occorre che un elemento sia assolutamente fermo, stabile; potrebbe essere questo elemento un elemento del linguaggio? Dipende, perché posso anche credere che questo elemento(in cui credo) è un elemento del linguaggio e che il linguaggio, per esempio è un fatto naturale che procede da alcune cose che magari si ignorano, ma che tuttavia ha una causa da qualche parte, ha un fine. Questo credere, in effetti, può assumere le configurazioni più disparate, posso credere ad esempio che nulla sia fuori dalla parola; in questo caso darei il mio assenso incondizionato a questa proposizione, visto che abbiamo definito il credere come dare l’assenso incondizionato ad una proposizione: in questo caso dunque crederei che nessun elemento è fuori dalla parola. Posto in quest’accezione possiamo verificare se è proprio così: possiamo dare il nostro assenso incondizionato a questa proposizione che afferma che nulla è al di fuori della parola? Cioè dire che è assolutamente vero? Qui possiamo incominciare a porci delle questioni: è poi proprio sicuro che do il mio assenso incondizionato, nel senso che credo proprio che sia vera questa proposizione? Oppure no, non credo che sia vera, il che non comporta necessariamente che sia falsa. Supponiamo che non creda che questa proposizione che afferma che nulla che sia fuori dalla parola sia vera e non lo credo perché il mio assenso non è incondizionato, ma è condizionato ad una richiesta che per esempio può essere quella di provare questa affermazione, cosa che potrebbe essere complessa dal momento che qualunque criterio, qualunque persona possa accogliere per provare una simile operazione, io posso comunque domandare conto di quale sia il criterio utilizzato per stabilire la verità e via di seguito, quindi non lo posso provare in modo definitivo, dunque non ci posso credere, non credo che non vi sia nessun elemento fuori dalla parola, non lo credo affatto. Tuttavia, come abbiamo detto molte volte, non lo posso negare, ma non ci credo cioè non do il mio assenso incondizionato, perché abbiamo visto che è condizionato alle cose che dicevo prima. Dunque, affermare che nessun elemento è fuori dalla parola non comporta il credere che sia così. Abbiamo detto dare un assenso incondizionato, ma se questo assenso è condizionato, per definizione cioè se avessimo detto che credere è fornire il proprio assenso condizionato a qualcos’altro, allora più che credere potremmo parlare di ipotesi; io faccio un ipotesi, è condizionata cioè a qualche altra cosa che attende a sua volta di essere verificata per togliere la condizione, è condizionata ad una verifica. Certo, potremmo dire che il credere è condizionato dalla parola, ma neanche questo lo possiamo credere, lo possiamo soltanto non negare. Ma detto questo, e cioè il fatto che l’affermare che nessun elemento sia fuori dalla parola non comporta nessuna credenza, anzi la impedisce, rimane però un aspetto importante da considerare circa il credere. Siamo partiti dalla domanda perché gli umani compiono questa operazione anziché no? Come avviene che sia possibile credere in qualcosa e cioè dare il proprio assenso incondizionato, ma che cos’è dare il proprio assenso incondizionato? Qui, poniamo la questione in termini retorici più che logici, poi vedremo se è possibile dirlo in termini più precisi, dare il proprio assenso incondizionato è, in effetti, attribuire a ciò a cui si dà il proprio assenso la prerogativa di essere assolutamente vero e quindi assolutamente reale; in effetti il confine tra la verità e la realtà, generalmente è molto labile. Come dire che lì c’è qualcosa che non mente, c’è qualche cosa che può garantire, cosa non ha nessuna importanza, ma può garantire, ha questa facoltà, essendo assolutamente vero definitivo, può offrire questa garanzia. Molto semplicisticamente di ciò che io penso, quella cosa che penso è vera e quindi questo è un aspetto fondamentale, non erro, cioè che il discorso in cui mi trovo incontra una battuta d’arresto, anziché vagare nel nulla trova una battuta d’arresto; è come se ciò che dico non fosse più da solo, ma fosse in compagnia di quest’altro elemento che essendo certo, quindi non mentendo, garantisce che il mio discorso si fermi ad un certo punto, si arresti, e arrestandosi ovviamente dà un senso a tutto ciò che precede e che segue. Ma perché mai io dovrei cercare un qualche cosa che arresti il mio discorso. Qui si apre una questione che riguarda più propriamente i luoghi comuni che sono quelle proposizioni che affermano che esiste un qualche cosa fuori dalla parola di assolutamente sicuro, garantito. Abbiamo già accennato alla questione dell’ascolto; è solo se non c’è nessuno che lo ascolti ed io non sono bastevole, perché questa garanzia di verità viene da qualche altra cosa, non da me, perché se venisse da me sarebbe del tutto soggettiva. Dunque, questo elemento occorre che non proceda da me, perché se procedesse da me non sarebbe attendibile perché l’elemento che deve essere saldo deve essere fuori dal mio pensiero, finché lo penso io, finché viene costruito dal mio discorso, segue le leggi del linguaggio e quindi assolutamente inarrestabile e io non riesco a fermare i miei pensieri, ci vuole un elemento esterno che da fuori mi fermi. Questa è una superstizione ovviamente, perché la ricerca di un elemento esterno è necessario se e soltanto se immagino che il discorso debba essere garantito da qualcosa, altrimenti non ha nessun rilievo una cosa del genere. Ecco che allora importa che ci sia un altro o altro che mi ritorni il mio discorso in modo tale da poterlo stabilire come sicuro, come certo, ma ciò che impedisce a me di poter compiere quest’operazione, almeno nel luogo comune è il fatto che in qualche modo avverto che il mio pensiero non è arrestabile e cioè che a qualunque cosa intervenga ne interviene sempre un’altra, per questo necessito di qualcosa di esterno che mi fermi; come è per esempio clinicamente parlando, nella struttura del discorso schizofrenico l’assenza di un argine, di qualche cosa che intervenga come punto di tenuta. Ma, il discorso che attende dall’altro o da altro la proprio garanzia è per definizione il discorso religioso, cioè un discorso in cerca di Dio. E dicevamo prima che questo avviene per non essere soli, cioè per non errare; perché si dovrebbe temere di errare, per quale motivo, perché questa necessità, da dove viene? Questa è una questione complessa da affrontare, che comporta almeno due problemi; il primo riguarda questo cioè se la struttura stessa del linguaggio veicoli in qualche modo questa necessità, cioè in qualche modo alluda alla possibilità o all’eventualità di un elemento fuori da se stesso (questione non semplice); il secondo problema e che per considerare il primo problema, comunque si utilizzi il linguaggio e se fosse vera la prima ipotesi in ogni caso anche la seconda ne sarebbe viziata. E dunque si tratta di risolvere almeno in parte, (cioè almeno per quanto ci serva questo quesito), e cioè se,(chiamiamolo adesso provvisoriamente), il bisogno di religiosità sia strutturale all’atto di parola oppure no; certo, se fosse tale in questo caso noi non staremo facendo altro che questo perché non potremmo uscirne; e questa è l’unica cosa che per il momento ci conforta nel pensare che forse non è esattamente così, pur essendo tuttavia perfettamente consapevoli che il discorso da quando esistono tracce di lui, è andato in questa direzione per lo più, tranne in casi sporadici che ci sono stati fortunatamente. Potremmo allora dire che (e qui torniamo ad un aspetto retorico) che questo elemento, questa ricerca di Dio esercita una fortissima attrazione; non è che ci manchino delle spiegazioni ad una cosa del genere, non è questo il difficile, ma intendere la struttura di questo meccanismo e cioè quali proposizioni occorre o è necessario costruire per poter impiantare un discorso religioso, o per dirla molto più semplicemente, quali sono le condizioni del discorso religioso. È ovvio che così in prima istanza potremmo dire che è necessaria una regola che affermi varie cose: intanto che esiste qualcosa fuori dal linguaggio, e quindi che il linguaggio non è tutto. e quindi che non è possibile pensare tutto e quindi se io pur ho l’idea del tutto, in qualche modo, ma se non riesco a pensarlo allora vuole dire che c’è e che è al di là di me, che trascende. E dunque se questo elemento c’è ma non posso pensarlo, ecco che allora sono limitato e il mio discorso è limitato e dunque rimango in attesa di qualche cosa che mi sbarazzi di questo limite o mi indichi la via per farlo. Come fa il linguaggio a costruire una cosa del genere? Questa è una questione interessante, perché sappiamo perfettamente che il linguaggio costruisce l’idea del tutto; del tutto vale a dire qualunque cosa che è senza limiti, è ovvio che di nuovo qui interviene un significante che è limite, altrettanto costruito dal linguaggio e che indica qualche cosa che impedisce di andare oltre un certo punto; però già formulando questo pensiero già alludo a un oltre questo punto. Che cosa fa il linguaggio costruendo tutti questi termini? Da dove trae gli elementi per potere parlare di questi termini? Considerate l’aspetto logico anche più tradizionale del limite, ad esempio, il principio del terzo escluso, non si dà il caso in cui “ a e non a” simultaneamente. Questo generalmente è stato posto come limite; limite del pensiero, non posso pensare simultaneamente una cosa e il suo contrario; che cosa impone questo limite, da dove viene? Abbiamo detto molte volte che è una procedura del linguaggio. Qui comincia a delinearsi una questione, notevole per un verso, bizzarra per un altro, che il limite in quanto significante di per se non significa assolutamente nulla; è un elemento a cui di volta in volta viene attribuito un senso e quindi non può essere utilizzato come un assoluto, è qualcosa che ferma ma può fermare provvisoriamente, può fermare non del tutto, può fermare per rilanciare, può fare un sacco di cose. La questione notevole invece è che rispetto ad alcuni termini si è posta una questione, e cioè che questi termini corrispondessero a qualche cosa che il linguaggio non può contenere come il bene, come l’assoluto, il tutto. È ovvio che per il momento la questione rimane tale e quale, come dire che sono quesiti che non hanno nessuna risposta. Ma quando ci troviamo difronte a un quesito che non ha nessuna risposta, allora la domanda va’ posta in altri termini e cioè occorre chiedersi se si è posta la questione in termini che abbiano un senso oppure no. Quando parlo dell’assenza di limite, per esempio, di che cosa sto parlando? Di un concetto ovviamente, ma di un concetto che non ha nessun referente, di un concetto cosiddetto astratto; il linguaggio dunque costruisce un concetto astratto, costruisce qualche cosa che non ha nessun referente, così come costruisce cose che hanno dei referenti. Ma chi lo stabilisce? Sempre il linguaggio ovviamente in quanto nessun altro ha questa prerogativa, di potere fare una cosa del genere. Immaginate allora che un concetto come l’illimitato, l’infinito abbiano invece un referente; chiediamoci prima che cos’è un referente (domanda legittima) e anzi forse indispensabile per potere proseguire, altrimenti continuiamo a parlare di cose che ignoriamo del tutto, come spesso avviene, e cioè che cosa intendiamo in questo caso come referente? Ciò che la parola non può non dire. E che cos’è che la parola non può non dire? Se stessa, è l’unica cosa che non può non dire, perché se la dicesse non esisterebbe. Dunque, in questa accezione di referente allora, la nozione di infinito ha un referente? Sì, se stesso, può apparire un’affermazione priva di senso e cosa che è ancora peggiore, priva di qualunque utilità, però perché la parola abbia come referente se stessa occorre che esista, e se esiste ha un senso, altra questione: potrebbe darsi parola senza senso o senza significato? Occorre che sia necessariamente un significato; come dire che, allora, questo significante infinito ha un significato: se abbiamo detto che è una parola e che ciascuna parola non può non avere un significato, necessariamente ne ha uno. Però forse possiamo distinguere tra significato e senso, perché se attribuiamo necessariamente alla parola un significato, a questo punto se noi non precisiamo ciò che stiamo dicendo, ci troviamo immediatamente di fronte a grosse difficoltà nel momento in cui qualunque persona ci chiedesse quale? Se il significato fosse qualunque, sarebbe un significato? Il significato è quello che assume a seconda del gioco in cui è inserito, ma per essere inserito in un gioco, occorre che sia un elemento linguistico, e se è tale ha già un significato, in quanto parola. Il problema forse che apparentemente è insolubile, ha una soluzione, se noi restringiamo ulteriormente la nozione di significato e cioè il significato è ciò che permette di riconoscere una parola in quanto tale; a questo punto abbiamo risolto il problema, però siamo costretti a distinguere tra significato e senso e a questo punto il significato non è affatto il senso: il senso si che è una variante e varia a seconda del gioco in cui è inserito, il significato no; l’accezione che stiamo producendo è una invariante. Necessariamente una parola per essere tale occorre che abbia un significato o più propriamente possiamo addirittura azzardare che una parola è un significato, perché se rimanessimo ancora fermi a domandarci se ha un significato allora questo significato da dove gli arriva, chi lo produce se non lei stessa. La parola è un significato è cioè quell’elemento che è in condizioni di dire di se stesso che è una parola. È chiaro che dobbiamo ora distinguere a questo punto tra significato che possiamo ascriverlo tra le procedure linguistiche, e il senso che è una variante; il senso sì che è la direzione che la parola assume, e questo di volta in volta a seconda del gioco i cui si trova inserita; è un significato, quindi una parola, quindi riconosciuta come tale e a quel punto viene provveduta di senso dalla combinatoria in cui si trova; il senso cioè letteralmente la direzione. Ma possiamo inserire una terza categoria? Possiamo inserire oltre al senso e significato anche la rappresentazione? Distinguere tra senso e rappresentazione rimane arbitrario, perché io non posso provare che la rappresentazione che io ed un’altra persona abbiamo di una stessa cosa è la stessa, ma possiamo provare il contrario? Questa non è un’affermazione necessaria, perché certo, possiamo pensare che la rappresentazione che abbiamo di una stessa cosa sia differente, ma non possiamo provarlo, cioè non è un’affermazione necessaria, perché nemmeno il contrario è provabile, come possiamo provare che è differente, in base a quale criterio stabiliamo un parametro che ci dice che è differente, ci sfugge di mano da tutte le parti, e quindi non possiamo utilizzarlo come procedura. Affermare che tutto ciò che dico è arbitrario o è gratuito o non necessario, è necessario oppure no? Sì, non è necessario affermarlo, diventa necessario quando lo si afferma, ma affermarlo non è necessario. Ma se io affermo che nulla è fuori dalla parola, ciò che affermo è necessario, ma l’affermarlo no, è necessario in quanto non può non essere, non può darsi che sia fuori dalla parola. Ma affermare che nulla è fuori dalla parola è un paradosso? Intanto paradosso è una proposizione che afferma di se stessa che è vera se e soltanto se lo è la sua contraria, quindi perché affermare che nulla è fuori dalla parola è un paradosso? Non è un paradosso, ma è un’asserzione in quanto il paradosso è quel qualcosa che afferma che qualche cosa è fuori dalla parola. Se affermo che qualche cosa è fuori dalla parola allora sì che sto enunciando la formula del paradosso. Potrei decidere che nulla è fuori dalla parola, e quindi affermarlo, oppure decido di crederlo?

 

 

LOGICA 29/01/1998

 

 

Iniziamo facendo un breve riassunto circa le questioni essenziali visto che abbiamo posto la logica in termini differenti da quelli che comunemente si incontrano nei manuali e testi di logica i quali, come abbiamo detto, muovono sempre da premesse, postulati arbitrari; arbitrari perché comunque negabili. Allora abbiamo ascritto tutto ciò che comunemente passa sotto il nome di logica come retorica e cioè come un racconto che non ha da essere stabilito essere vero o falso. Si tratta a questo punto di acquisire che cosa unicamente può essere inteso con logica; che cosa necessariamente è logica, necessariamente qui intendiamo semplicemente ciò che non può non essere. Abbiamo visto in varie occasioni che ciò che non può non essere è che si dia una struttura tale per cui noi ci troviamo qui a fare queste considerazioni, se questa struttura non ci fosse non ci troveremmo qui a fare queste considerazioni. Intanto, poniamo dunque con logica questo ed è arbitrario ciò che pertiene unicamente alla struttura del linguaggio quindi ciò di cui il linguaggio è fatto e di tutto ciò che può trarsi necessariamente da ciò di cui il linguaggio è fatto: con questo intendiamo logica e come ciascuna attribuzione è sempre gratuita ovviamente, però un termine occorre che lo utilizziamo, potrebbe essere uno qualunque, però visto che esiste questo, perché non avvalercene. Ora dunque ponendo la logica in questo modo e cioè come tutto ciò che attiene necessariamente al linguaggio per farlo esistere e a ciò che necessariamente può trarsene, è ovvio che ciò che ne risulta è una questione molto stringata e anche molto originale, perché comporta qualche cosa da cui non è possibile uscire; se come abbiamo visto non è possibile uscire dal linguaggio, in questo senso e per lo stesso motivo non è possibile uscire da questa logica che è l’unica di cui possiamo dire che abbia qualche interesse di proseguire in quanto come abbiamo visto in varie occasioni, è l’unica che si fonda unicamente su ciò che necessariamente deve essere accolto, cioè il fatto che si sta’ parlando. Una logica dunque straordinariamente forte, straordinariamente potente contrariamente a molte logiche più o meno deboli, più o meno paraconsistenti. Per esempio possiamo considerare la questione della coerenza all’interno di questa logica che stiamo proponendo, tenendo conto della nozione di coerenza come generalmente viene intesa: un sistema generalmente si intende coerente quando non è auto contraddittorio, cioè non è possibile derivare una formula, un teorema, una formula vera e simultaneamente un’altra falsa partendo dalle stesse premesse. Ma qui, se vogliamo utilizzare questa nozione di coerenza, possiamo dire che il sistema è straordinariamente coerente, perché l’unico elemento che lo renderebbe incoerente è la proposizione che afferma che è possibile uscire dal linguaggio, e questa proposizione non è possibile, quindi il sistema è non soltanto coerente, ma necessariamente e inesorabilmente coerente, ed è impossibile che sia auto contraddittorio perché se lo fosse, allora sarebbe possibile uscire dal linguaggio e questo non avviene in nessun modo e per nessun motivo. Dunque vi rendete conto che si tratta di una logica molto forte e questo consente di potere trarre una serie di conseguenze altrettanto forti, quindi altrettanto valide; tutto ciò che è deducibile da queste premesse è altrettanto necessario quanto le premesse stesse, dal momento che l’unica proposizione che non può essere accolta è quella che afferma che è possibile uscire dal linguaggio. Qualunque altra proposizione che non è deducibile da queste premesse, risulta ovviamente non necessaria. Tutto il sistema logico, da quello aristotelico, tranne alcuni aspetti, fino a quelli più recenti quali i sistemi paraconsistenti formulati da S. Jaskowski, tutte le logiche di cui si tratta, dalle origini ai giorni nostri, non sono necessarie in questa accezione e pertanto sono arbitrarie e quindi gratuite; storie, racconti che possono essere più o meno interessanti, più o meno avvincenti, ma nessuno di loro può vantare una necessità logica assoluta; questa che stiamo avanzando sì, contrariamente a tutte le altre ed è un suo vantaggio. Che cosa consentono le logiche? Si considera che servano a costruire dei sistemi inferenziali abbastanza potenti e cioè che consentano di concludere con delle conclusioni vere e quindi in definitiva, sapere, partendo da certe premesse e seguendo un certo criterio, che cosa deve accogliersi come vero. E quindi, in definitiva è uno strumento la logica che è sempre servito per qualunque teoria; qualunque teoria scientifica e non si avvale della logica, ma anche qualunque conversazione si avvale della logica e cioè di un sistema inferenziale che segue più o meno correttamente certi andamenti. I rudimenti della logica sono noti a tutti, se non lo fossero nessuno saprebbe argomentare. Ciascuno utilizza una logica, ma che cosa hanno a che fare queste logiche con quella di cui stiamo parlando; sembrano apparentemente molto distanti. Certo, una qualunque inferenza non attiene propriamente alla logica di cui parliamo, anche se ha, come qualunque inferenza al fondamento questa logica di cui stiamo parlando, perché la logica di cui stiamo parlando è quella che afferma semplicemente che dato un antecedente c’è necessariamente un conseguente. Come lo so? Lo so necessariamente perché è una delle procedure del linguaggio senza le quali il linguaggio cessa di funzionare, di fatto è una procedura che utilizzo e cioè se c’è un elemento linguistico allora ce n’è un altro oppure se dico, allora dico necessariamente qualcosa. Ma la logica di cui stiamo dicendo, cioè queste procedure linguistiche si fermano qui, semplicemente affermano che se c’è un antecedente allora c’è un conseguente: è una regola del linguaggio. Ma quale sia l’antecedente, quale il conseguente, questo non lo dice affatto, dice semplicemente: “ se a allora b” e dice che questa è una procedura linguistica che serve al linguaggio per funzionare, senza questo non funziona. Dunque se si utilizza il linguaggio e difficilmente non lo si utilizza, allora questa procedura, questa logica sta funzionando, la quale logica ci dice che esistono degli strumenti di cui il linguaggio è fatto e con i quali funziona. Qual è l’interesse di una cosa del genere? Sapere intanto che alcuni procedimenti sono essenzialmente, unicamente delle regole, in questo caso delle procedure del linguaggio, cosa che non è indifferente. Ogni volta che io compio un’inferenza per concludere qualche cosa qualunque cosa sia, o so perfettamente che sto compiendo un atto linguistico, con tutto ciò che questo comporta, oppure immagino che ciò che dico sia il corrispettivo di un’altra cosa che è fuori dal linguaggio e che quindi, come si diceva tempo fa: le mie parole non siano altro che una manifestazione di qualche cosa che ne è al di fuori, trascende il linguaggio. Ma dicevamo: con tutto ciò che questo comporta, sapere che è un atto linguistico, che cosa comporta esattamente? Innanzitutto il fatto che non posso uscire dal linguaggio e tutto ciò che avviene è necessariamente un atto linguistico e che pertanto risulta assolutamente vano oltre che inutile domandarsi se ciò che dico corrisponda a realtà oppure è una costruzione etc., nel senso che un’argomentazione che si adoperi in questo senso, non va da nessuna parte, gira in tondo; che senso ha chiedersi se una cosa è reale oppure no, se prima non ho definito con assoluta precisione che cosa debba intendersi con reale. Avvertite immediatamente che a questo punto il discorso si fa complesso perché qualunque cosa voi possiate affermare che reale è, io potrò negarlo sempre e comunque e la mia negazione non sarà meno legittima della vostra affermazione. Dunque, l’impianto logico, quindi le procedure di cui stiamo parlando che, come abbiamo visto non sono altro che ciò che appartiene al linguaggio in modo tale per cui non potrebbero togliersi da esso salvo la dissoluzione del linguaggio; dunque queste procedure costituiscono ciò di cui occorre tenere conto non soltanto ovviamente in ciascuna elaborazione teorica che stiamo facendo, ma anche in una qualunque conversazione. Una persona parla e parlando non può non utilizzare delle implicazioni, non può non farlo; di questo occorre tenere conto, che si egli conclude in un certo modo, ma ciò che è essenziale è che questa persona si trova presa in una struttura dove l’implicazione risulta necessaria, come dire che è necessario che nel suo discorso ci sia l’implicazione, non quale implicazione. Questo pilota ciascun discorso, o meglio, la struttura del linguaggio pilota ciascun discorso. Può meritare ricordarlo dal momento che spesso c’è una sorta di confusione tra la logica e la retorica. Dunque, l’implicazione è necessaria, perché qualunque conclusione io tragga di qualunque tipo, per qualunque motivo, in qualunque circostanza, segue ad un’implicazione: “se questo allora quest’altro”, con tutte le varianti che si possono mettere ovviamente. La questione è che questa implicazione è, possiamo ascriverla alle procedure linguistiche, non può togliersi. Allora, cosa comporta il fatto che una cosa del genere non possa togliersi dal linguaggio, cioè che sia una struttura, rispetto al linguaggio? Ecco, tenere conto allora di procedure ineliminabili quali questa ad esempio dell’implicazione ma anche quella ad esempio, famosissima, del principio di non contraddizione; il fatto di non potere affermare simultaneamente un elemento e negarlo perché il discorso si arresta, non c’è più una direzione; e questo il linguaggio stesso lo vieta, non posso farlo, me lo vieta e l’effetto è che non dico nulla, salvo, come abbiamo precisato in molte occasioni porlo come figura retorica, ma una figura retorica per essere tale necessita di un elemento che non vari e cioè necessita che un elemento sia identico a se, e quindi possiamo considerare anche quell’altro principio di Aristotele (quello di identità ) come una procedura; occorre che un elemento sia se stesso per essere utilizzato dal linguaggio. Ma qui, per esempio, dicendo che un elemento occorre che sia se stesso, non affermiamo qualcosa di negabile, come generalmente avviene in tutta la filosofia del linguaggio, o la filosofia, soprattutto l’ultima, francese. Allora non è negabile che un elemento sia necessariamente se stesso, anche se ci si potrebbe provare come hanno fatto in molti, chiedendo: come possiamo sapere se un elemento è esattamente se stesso oppure no? In base quale criterio, in base a quale parametro di stessità potremmo commisurare questo elemento, perché per vedere se è lo stesso occorre un terzo elemento al quale compararlo e poi un quarto etc. Quindi non sapremo mai se è lo stesso oppure no, dunque una qualunque proposizione che affermi che un elemento è se stesso potrà sempre essere negata perché non può essere affermata in quanto non necessaria e invece noi stiamo dicendo che è necessaria. Come si può fare? Ma a un’obiezione del genere, noi possiamo contro obiettare molto facilmente almeno in due modi: primo, supponiamo che non sia così, cioè che un elemento non sia se stesso: se un elemento non è se stesso, allora è altro da se. Se questo elemento è altro da sé, allora si pone un problema notevolissimo, perché dicendo che è altro da sé è altro da che cosa? Questo ci induce ad affermare che è identico a se? Non ancora; noi ci avvaliamo di un’altra argomentazione molto più potente: se ciascun elemento fosse altro da se, il linguaggio non esisterebbe e noi non potremmo fare queste affermazioni ne le contrarie in nessun modo e per nessun motivo. Allora come avviene, non è una prova, non è la dimostrazione dell’accezione classica del termine, ma è una proposizione non negabile e sono esattamente queste di cui ci stiamo avvalendo in questa ricerca, ciò che non può essere negato, e ciò che non può essere negato (in questa accezione) risulta necessario, e a questo punto è una considerazione molto più potente del fatto che sia provabile, anche perché una prova poi occorre che sia provata, e come diceva giustamente Wittgestein: chi proverà la prova, chi dimostrerà la dimostrazione?. Mentre, seguendo quest’altra via di ciò che necessariamente è, nell’accezione che abbiamo fornito in varie occasioni, noi aggiriamo ogni problema circa la dimostrabilità, basandoci unicamente a ciò che non può essere negato in nessun modo, perché negandolo si negherebbe la possibilità stessa di negare alcunché. Ecco perché diciamo che ciascun elemento è identico a se, per una necessità logica, cioè non può essere negato, qualunque affermazione che lo neghi si vota alla dissoluzione. Dunque, poniamo questa proposizione che afferma che ciascun elemento è identico a se come una procedura linguistica cioè uno di quegli elementi di cui è fatto il linguaggio, perché se ciascun elemento fosse simultaneamente ciascun altro, il linguaggio si dissolverebbe, non sarebbe possibile parlare e quindi non potremmo porci i problemi. Dunque, vi rendete conto facilmente che ci troviamo di fronte ad un sistema di logica, come ho detto all’inizio, straordinariamente potente, perché non richiede nessuna prova, nessuna dimostrazione, nessuna confutazione; semplicemente non può essere negato. Ma l’utilizzo, per così dire di una cosa del genere, avviene di fatto lungo un’elaborazione, una ricerca che è molto prossima, in effetti, a quella che chiamiamo elaborazione analitica, certamente l’accezione è abbastanza lontana da quella psicologistica tradizionale, e cioè in altri termini, come la possibilità di consentire a ciascuno di non potere più non tenere conto di questi aspetti, e come abbiamo detto tempo fa rispetto all’analista, in quanto l’analista è chi non può non ascoltare, nel senso che si trova di fronte ad un qualunque discorso a coglierne aspetti vari, equivoci, ripetizioni, connessioni, pur non sapendo magari nulla della persona che sta parlando però non può non ascoltare, non può non avvertire delle interrogazioni, che il discorso pone, e cioè in altri termini, tutto ciò che viene affermato all’interno di un discorso (con fiera baldanza) e che invece risulti assolutamente arbitrario, gratuito, e come se lì il discorso incontrasse una sorta di intoppo. Ecco, non potere non ascoltare questo, non potere non accorgersi di tutto ciò che viene affermato, viene detto come necessario, e necessario non è. Un esercizio in questo senso potete farlo leggendo i testi di filosofia, di logica, di filosofia del linguaggio o di scienza, filosofia della scienza: lì trovate forse più che altrove, la pretesa di affermazioni necessarie mentre queste affermazioni non sono affatto necessarie, ma avete gli strumenti per avvertire come di fatto siano assolutamente arbitrarie; possono essere gradevoli, interessanti, piacevoli, possono essere mille cose, ma non necessarie; la nozione stessa di verità che viene imposta in molti testi risulta assolutamente arbitraria. Il fatto che sia un sistema così forte provoca un vantaggio ed uno svantaggio. Lo svantaggio è che è ineliminabile; qualunque cosa si faccia, si dica, si pensi, non c’è via per eliminarlo, una volta che è istallato non si disinstalla più. E quindi per così dire, è un elemento con cui non è più possibile non avere a che fare, anche se magari può creare dei problemi. Il vantaggio è quello notevole di offrire un sistema di pensiero che consente con assoluta rapidità di potere distinguere ciò che è necessario da ciò che non lo è e quindi di potere prendere le distanze con estrema facilità da tutto ciò che viene proposto come vero, come necessario, e in più offre una libertà estrema, nel senso che non toglie la costrizione di dovere credere che una certa cosa è vera e quindi la maggiore mobilità di discorso, di pensiero, di sapere per esempio in ciascuna occasione che tutto ciò che il mio discorso produce è una mia produzione e quindi con questo ho a che fare, non che con questo io possa decidere che cosa, non ho il controllo del linguaggio in quanto il linguaggio procede, però tenendo conto che io sono il linguaggio, non è che mi trovo nel linguaggio, sono quello che dico, ne più ne meno e quindi mi trovo a produrre una quantità sterminata di proposizioni di ogni tipo e di ogni sorta, dalle più elaborate, sofisticate, seriose, alle più amene, più facete, le più bizzarre, le più sconsiderate. Ma come mi pongo di fronte a queste cose; per esempio parlo con una certa persona e mi trovo di fronte ad un certo discorso che ho fatto e che magari non volevo fare, e a questa decisione che il discorso ha preso è ciò di cui occorre che tenga conto, ma non per trovare le cause, i motivi etc.; posso sì trovare molti agganci, molte connessioni, ma ciascuna volta in cui parlo è come se il discorso seguisse l’andamento di un caleidoscopio che, mano a mano che procede cambia continuamente le immagini, le connessioni, e a fianco a questo cambiare di immagini, di connessioni tiene conto ovviamente, perché può farlo delle regole del gioco in cui queste immagini, queste connessioni avvengono. So che se mi trovo a parlare con una certa persona di una certa cosa sono all’interno di un gioco particolare, faccio quel gioco e quindi mi attengo alle regole di quel gioco, so benissimo che sono le regole di quel gioco e che le mie affermazioni non significano assolutamente niente, hanno una funzione estetica. Facciamo a questo punto una rapidissima puntata all’estetica, anzi, sarebbe più preciso dire alla callistica che è l’aspetto dell’estetica che si occupa del bello. Estetica ha a che fare con l’estesia cioè con la percezione, con il percepire le cose. Molto spesso si utilizza il significante estetica per definire un insieme di sistemi, di procedure che hanno come fine il bello; per esempio un istituto di estetica non si attiene all’etimo della parola infatti si occupa di bellezza in generale e non di percezione. Dunque, l’estetica e cioè il piacere; per il momento non definiamo questa nozione, lo faremo in seguito; il piacere di dire, di parlare, di produrre proposizioni. Qui ci affacciamo, e di questo ci occuperemo il mese prossimo, su un orizzonte sterminato; è vero che ciascuno parla perché non può non farlo, ma in questo non potere non farlo c’è un elemento in più e cioè il piacere nel e del farlo, di produrre proposizioni. Per il momento facciamo un accenno molto rapido sul fatto del trovarsi a parlare, del piacere di parlare, quindi trovarsi di fronte comunque e continuamente ad una produzione incessante, inarrestabile di proposizioni come se questo fosse l’obiettivo, perché la trasmissione di informazioni generalmente è soltanto il pretesto per la produzione di proposizioni, perché la trasmissione di informazioni potrebbe risolversi nel giro di pochi secondi, invece si parla ininterrottamente, poi ciascuno parla tra sé e se ininterrottamente e soltanto in brevi momenti parla con un’altra persona, mentre il dialogo tra sé e sé, detto anche monologo è ininterrotto, dura 24 ore su 24, anche la notte. Dunque, il piacere connesso con la produzione di proposizioni ed è questione di dimensioni vastissime che apre a cose di cui ci occuperemo nei prossimi incontri e che indica di fatto anche il qualcosa di molto prossimo alla struttura del linguaggio, potrebbe anche essere una procedura linguistica visto la sua apparente imprescindibilità da ciascun atto di parola al punto che può quasi apparirne l’unico obiettivo, l’unico scopo. Quindi parlare per lo stesso motivo per cui guardo un quadro o ascolto un brano di musica qualsiasi; per il piacere di farlo, nessuno mi costringe a farlo, la ascolto per il piacere di farlo; ora la questione che pongo e che affronteremo nell’ambito retorico è se parlo esattamente per lo stesso motivo, questione tutt’altro che marginale e che può avere dimensioni bibliche. Cioè, se questo possiamo porlo come procedura linguistica e cioè come elemento necessario, sempre attendendoci al criterio che seguiamo, evidentemente avremo a quel punto gli strumenti per fare delle cose notevoli, inventare un pensiero così potente e così imprescindibile che nessuno potrebbe farne a meno. Dunque, la logica; la logica ci fornisce unicamente il criterio che seguiamo per accogliere ciò che necessariamente dobbiamo accogliere in quanto non possiamo non farlo, questo è la logica della quale ci occupiamo; non possiamo non farlo dal momento che parliamo e visto che parliamo non possiamo non fare questo, e allora necessariamente dobbiamo accoglierla. Questo è tutto ciò che indichiamo con logica e da qui procediamo per deduzioni e quindi immettendo unicamente quegli elementi che risultano altrettanto e inesorabilmente necessari e quindi nulla di vago, nulla di incerto, nulla di fumoso, tutto assolutamente preciso, netto, determinato, incontrovertibile, innegabile, inesorabile.

 

 

 

05/02/1998

LA RETORICA

 

Prima di iniziare a parlare di retorica, facciamo una precisazione e cioè se la logica si occupa di tutto ciò che non può togliersi dal linguaggio, salvo eliminarlo, dissolverlo; la retorica è tutto il resto. Cioè, tutto ciò che si dice, che si afferma, nelle affermazioni più rigorose, elaborate, fino a quelle più banali: tutto questo lo indichiamo con retorica; in altri termini: la retorica non è altro che l’insieme di tutte quelle proposizioni che stabiliscono le regole dei giochi che si vanno facendo. La logica abbiamo visto che invece non si occupa delle regole del gioco, fornisce gli strumenti perché le regole del gioco possano esistere. Cosa intendiamo con regole del gioco? Tutto ciò che parlando costituisce il motivo, l’occasione, il pretesto, il fine, lo scopo, tutto, e tutto ciò che viene utilizzato per perseguire uno scopo, per esempio o per stabilire una causa o tutto ciò che si utilizza per costruire comunque un’argomentazione, di qualunque tipo essa sia: tutto questo lo indichiamo con retorica, trovandoci nella condizione di dovere escludere la nozione di logica da tutto questo in quanto la logica, appunto, non è altro che l’insieme delle procedure che fanno esistere, che sono la condizione dell’esistenza del linguaggio. Ora, non è che sia possibile dividere o scomporre il linguaggio in logica e retorica se non ai fini prettamente descrittivi; non potrebbe darsi la logica senza la retorica e viceversa, perché questo? Perché una procedura linguistica senza un discorso che la ponga in atto è nulla, perché senza un discorso che la pone in atto non è possibile enunciare alcuna procedura linguistica. E quindi siccome non può esistere una procedura linguistica fuori dal linguaggio, per definizione, necessariamente una qualunque procedura linguistica necessita di uno strumento, un apparato retorico, quindi di regole, per potere dirsi; d’altra parte non può esistere la retorica senza la logica cioè può esistere un discorso senza le condizioni perché si diano. Ora, tutto ciò che è retorico, è arbitrario cioè non è necessario; cosa vuole dire questo? Che qualunque affermazione, qualunque discorso si ponga in ambito retorico, e solo lì può porsi, non è necessario, come dire, in altri termini, che in nessun modo per esempio può costringere all’assenso, perché non è mai qualcosa che non può non essere, è sempre qualcosa che può non essere benissimo, qualunque cosa sia, anche una dimostrazione matematica o un calcolo proposizionale della logica: tutto questo non è necessario, ma attiene alla retorica. La non necessità di tali aspetti è fondamentale per quanto stiamo facendo, in particolare rispetto ad un itinerario intellettuale o itinerario analitico, perché consente di sapere immediatamente e inesorabilmente che qualunque affermazione io formuli, questa è arbitraria, gratuita, non è necessaria, cioè non ha questo carattere di necessarietà e quindi, qualunque essa sia questa proposizione o questa affermazione procede dal mio discorso, non ha un supporto extralinguistico che la renda necessaria, indubitabile. Come spesso si suppone, un’affermazione, per esempio, descrive qualche cosa che è fuori da questa affermazione e che essendo fuori dal linguaggio è immutabile, se io la descrivo non ne sono responsabile, posso avere descritto più o meno correttamente, ma non sono responsabile delle cose che descrivo; in questo caso sì: tutto ciò che avviene, che io penso, faccio, dico, immagino etc.., di tutto questo sono responsabile: tutto ciò è una mia produzione ed essendo un mia produzione mi fornisce l’occasione di poter intendere quali sono le connessioni, le implicazioni che hanno permesso questa costruzione. Se io penso una certa cosa, una qualunque cosa, già muovo dalla considerazione che questa cosa che ho pensata, che ho detta, essendo arbitraria, gratuita, mi riguarda, ma non soltanto; posso a questo punto, sapendo che inesorabilmente mi riguarda, intendere da dove viene, da quali altri argomenti del mio discorso viene, cioè in definitiva quali aspetti, quali altre proposizioni, che mi concernono, hanno prodotto questo pensiero. In altri termini, mi trovo di fronte ad una assoluta responsabilità; è una responsabilità, potremmo dire, retorica in quanto rispondo a ciò che dico, più che di ciò che dico: rispondendo a ciò che dico, pongo già, tutto ciò che dico, come una domanda, un’interrogazione, qualcosa che mi questione perché è lì, ed essendone io l’artefice, non va da se, ma va con me e quindi (essendo almeno in due) occorre che ci sia un confronto. Ecco, in effetti, di questo si tratta, di un confronto con ciò che mi accade di dire, vale a dire che ciò che si dice, nel mio discorso, essendo esattamente ciò che io sono, se mi lascio interrogare da ciò che sto dicendo, allora il mio discorso prosegue, produce altri elementi, altri rinvii; se non mi lascio interrogare da ciò che sto dicendo, allora si arresta. Si arresta, per esempio, su una superstizione, una credenza, una qualunque cosa: a quel punto è come se fossi sicuro che le cose stanno in un certo modo e quindi non c’è più motivo di interrogare. Da qui una certa mobilità della parola; mobile perché non c’è nulla al mondo che possa arrestarla, assolutamente nulla; con arrestarla intendo un qualche cosa che viene posto come l’ultima parola e quindi come ciò che è preposto ad arrestare il discorso, che non sarebbe altro che la verità, la realtà etc., in definitiva ciò oltre il quale non è possibile andare. Ora, un gioco linguistico dice che le cose stanno così, ma all’intero di quel gioco, e dice quale è il gioco e dice quali ne sono le regole e allora, all’intero di queste regole le cose sono messe necessariamente così, c’è una costrizione rispetto anche alle regole del gioco perché è noto che senza regole non è possibile giocare. Potremmo domandarci se, in effetti, a questo punto l’esistenza delle regole di un gioco siano necessarie. C’è l’eventualità che lo siano; senza regole del gioco non è possibile giocare, senza il gioco non ci sono nemmeno le procedure, non c’è niente. Da qui una necessità indubbia dell’esistenza di regole per potere giocare e per potere parlare quindi cioè costruire discorsi: quindi da una parte abbiamo una sorta di hardware che ci dà l’impianto, per cui il linguaggio funziona, dall’altra necessariamente delle regole che consentono di giocare tutti i vari giochi possibili. Ecco perché possiamo immaginare le procedura e le regole, quindi la logica e la retorica come le due facce della medaglia che non sono scindibili; uno non può usare la logica senza trovarsi anche nella retorica e viceversa, non è possibile in nessun modo neanche nell’accezione che stiamo fornendo: quindi tutta la polemica che esiste sin da quando esiste il linguaggio, circa una eventuale supremazia della logica sulla retorica, o viceversa, non ha nessun senso ne alcuna portata. A tutt’oggi, se andate a vedere alcuni testi, si continua a chiedersi se, per esempio, la ricerca scientifica sia logica o retorica, se sia più corretta da utilizzare in un’argomentazione la logica oppure la retorica, questioni prive non solo di senso ma anche di interesse; non può darsi l’una senza l’altra in nessun modo, posta in questi termini così radicali come stiamo facendo. Nei termini in cui vengono discussi da questi dibattiti non sono altro che due aspetti retorici, entrambi, nessuno dei due ha a che fare con la logica, nessuno dei due risulta cioè un aspetto necessario. Dunque retorica è tutto ciò che si dice, necessariamente; può dirsi una procedura linguistica nell’accezione che abbiamo fornita? No, non può dirsi, perché di ciò che fornisce la condizione perché una qualunque cosa sia dicibile, ma non può dirsi: dicendola, già ci si trova in un ambito prettamente retorico; come dicevamo la volta scorsa, una procedura linguistica è necessario che ci sia, ma l’affermare che è necessario che ci sia, non è affatto necessario, è assolutamente arbitrario. Questo, rende le cose per un verso molto più semplici, in quanto definisce già un senso, una direzione. Questo è un esempio della semplicità dell’elaborazione che andiamo compiendo, in quanto indica in modo assolutamente preciso quale sia la direzione, quale la direzione che non possa prendersi; tutto ciò che dà come acquisito, per implicito, per la sua stessa esistenza che almeno un elemento sia fuori dal linguaggio: già tutto questo viene eliminato, viene eliminato come un non senso, o più propriamente, come formulazione paradossale, con la quale è possibile giocare, divertirsi, però non può in nessun modo essere utilizzata come elemento, almeno di una elaborazione teorica, in quanto impedisce una qualunque direzione. Retorica: esistono varie etimologie; una delle più accreditate, quantomeno una delle più suggestive è quella che la definisce: “ ciò che scorre nel discorso”, il famoso Panta rei. Come abbiamo visto in moltissime occasioni, l’etimo è più un divertimento che un possibile utilizzo teorico, prima perché non è verificabile e poi perché, l’etimo di per se dice molto poco, dice quale eventualmente poteva essere l’uso di un certo termine almeno duemila anni fa; in questo arco di tempo sono cambiate alcune cose e quindi non necessariamente un termine ha la stessa accezione. Heiddegert, con gli etimi ne ha fatto una serie di giochi, che può essere divertente, ma non conduce a nulla, nemmeno attendibile, al massimo suggestivo. Ma comunque sia, aldilà di questo etimo, indubbiamente la retorica rende conto dell’andamento del discorso; le stesse figure retoriche, non sono la retorica propriamente, però ne sono un aspetto, indicano i modi di dire e dicendo necessariamente dicono il modo, questo modo è, per esempio, una figura retorica. Alcune, le più ricorrenti, sono state sistemate nei famosi manuali di retorica dalla a alla zeta, e l’utilità di questi manuali, a parte la loro possibilità di fare divertire, di fatto, non è che conoscendo le più note figure retoriche una persona diventi un buon retore. Questa è un’altra questione: se la retorica sia acquisibile, cioè se sia una scienza una disciplina, una dottrina, che possa essere acquisita, imparata, oppure no e qui ci sono varie discordanze. Nell’accezione che abbiamo fornita, no, ovviamente perché non c’è nulla da acquisire; è semplicemente ciò che si dice e quindi si acquisisce acquisendo il linguaggio. Tutto ciò sempre tenendo conto della problematicità di questa affermazione, perché è sempre difficile stabilire se il linguaggio sia acquisibile; perché se non è acquisibile allora verrebbe di pensare che non c’è possibilità di entrare nel linguaggio; se è acquisibile, allora occorre domandarsi con che cosa, con quale strumento sarà possibile acquisire il linguaggio? Con un meta linguaggio? Questione a tutt’oggi aperta, che però sembra essere fatta dello stesso materiale di quella domanda famosa di Wittgenstein che si chiedeva: “come faccio a saper che questa è la mia mano” Perché ? Perché se voi riflettete su che cosa chiede esattamente questa domanda, che chiede se il linguaggio sia acquisibile oppure no, vi rendete conto che dà per scontato che ci sia un punto in cui c’è un prima del linguaggio e un dopo linguaggio. Ora, questa via non è praticabile, perché un prima del linguaggio non è praticabile trovandosi nel linguaggio; detta in altri termini, io non posso pensare in nessun modo se non attraverso il linguaggio, quindi non posso pensare che cosa potrebbe essere senza il linguaggio, per esempio, non lo posso fare perché non posso uscirne e quindi è una domanda almeno mal posta. Per cui, questo è un aspetto già retorico, laddove ci si pone una qualunque domanda, può essere interessante domandarsi che cosa si sta chiedendo, ponendosi questa domanda, abbiamo fatto l’esempio prima: il linguaggio è acquisito oppure no? Che senso ha questa domanda, che cosa mi sto chiedendo esattamente? La retorica, nell’accezione che stiamo fornendo, non è acquisibile perché, di fatto, è semplicemente ciò che si dice e cioè è il linguaggio nel suo dirsi, nel suo esporsi continuamente, e quindi in questa accezione no, sarebbe esattamente come domandarsi se il linguaggio è acquisito oppure no; certo, la retorica, così comunemente intesa allora sì, possiamo dire che è acquisibile. Questo, con tutti i limiti di questo significante “acquisire”, perché non è così automatico che questo verbo descriva un’azione così facilmente descrivibile; l’acquisizione nella dizione di uniformazione della conoscenza di una qualunque cosa; a quali condizioni io posso affermare di avere acquisito un’informazione, una conoscenza, un sapere. Questioni non semplicissime da affrontare, e tutto questo si svolge in ambito prettamente retorico. Stabilire, per esempio, una definizione possibile di acquisizione o di conoscenza è un gioco retorico; qualunque cosa io stabilisca o definisca essere l’acquisizione, la conoscenza, il sapere, qualunque altra cosa, io sto facendo un gioco retorico e a qualunque conclusione io giunga, questa conclusione sarà sempre necessariamente arbitraria, non necessaria. Cioè non indicherà nient’altro che una conclusione legittima, a partire da alcune regole, alcuni assiomi stabiliti, avendo seguite scrupolosamente delle regole prefissate, esattamente così come avviene un calcolo matematico o un calcolo proposizionale. Facendo il calcolo delle proposizioni, si arriva ad un teorema che non significa nient’altro che ci si è attenuti con scrupolo a regole inferenziali muovendo da certi assiomi stabiliti; ma qualunque definizione io possa avanzare, di conoscenza, di sapere, etc.. sarà sempre assolutamente arbitraria, gratuita: può essere utile per continuare a giocare. Non ho raggiunto nessuna certezza, tutto questo non mi consente, ed è per questo che sottolineiamo che si svolge in ambito retorico, di raggiungere nulla che sia necessario, assolutamente nulla: io posso fornire la definizione più precisa, più interessante, più elaborata, ma sarà sempre, assolutamente e inesorabilmente gratuita, non necessaria. E questo comincia a mostrare qual è la portata, per esempio, di una dottrina scientifica o di un sistema di definizioni; dire che non servono a nient’altro che a proseguire a giocare, significa togliere a tutto ciò, inesorabilmente, il carattere di necessità, o come se il fine da raggiungere forse la verità cioè l’ultima parola. Dunque tutto ciò è fatto soltanto per continuare a giocare? Esattamente, proprio così, non c’è nessun altro scopo, nessun altro motivo, nel senso che qualunque motivo io possa trovare sarà, sempre e comunque, una proposizione retorica e quindi assolutamente arbitraria, gratuita, e cioè non necessaria, dal momento che l’unico elemento che ha questa prerogativa (di essere necessario) è ciò che non posso eliminare per il fatto stesso che parlo, tutto il resto si.

Qualunque proposizione in se è finita, esattamente come una frase musicale, cioè ha un senso compiuto; se non lo fosse, in questa accezione non sarebbe utilizzabile: perché? Perché a questo punto la direzione che si dà questa proposizione, sarebbe a raggiera e quindi inutilizzabile; quindi occorre che abbia un senso finito, in questa accezione. Ora, questa proposizione, come qualunque altra, non può essere sganciata cioè enucleata dal linguaggio, non può essere fuori dal linguaggio. Se è nel linguaggio, e non può non esserli, per definizione, ciascuno di questi elementi è un elemento linguistico; essendo un elemento linguistico è connesso ad altri elementi linguistici, se no non sarebbe un elemento linguistico, se tale non fosse, non potrebbe dirsi. Quando produco una proposizione finita, è finita in quanto dice qualcosa di compiuto, poi è chiaro che ha un’infinità di agganci. La proposizione di per sé è compiuta, ma il fatto che non sia sganciata dal linguaggio, cioè che non esista fuori dal linguaggio, comporta che necessariamente è connessa con una quantità sterminata di altri elementi. Ora, questa prerogativa di ciascun elemento linguistico, viene utilizzata certamente in un itinerario intellettuale, laddove una proposizione, anche se il suo senso è incompiuto, allude o indica che la compiutezza di questa proposizione è come se comportasse la chiusura del linguaggio. Supponiamo che io affermi un’altra proposizione: Dio esiste. Anche questa è una frase di senso compiuto, ma può essere inteso, in questo caso, compiuto in una accezione un po’ particolare, compiuto in quanto definisce, descrive qualcosa di necessario e cioè che esiste necessariamente, fuori dal linguaggio. Io ho fatto un caso limite; considerare la proposizione di senso compiuto come un fatto compiuto ma fuori dl linguaggio cioè che descrive un elemento extralinguistico, questo può creare qualche intoppo nella propria esistenza. È interessante questa cosa, perché al di la dell’esempio, consideriamo un altra frase che per esempio un uomo può dire ad una donna: “ Non ti voglio più”. Cosa succede in questo caso? Succede o che questa proposizione è possibile considerarla in un ambito prettamente logico e cioè come uno degli elementi del gioco o c’è l’eventualità di crederci. C’è l’eventualità di crederci al punto tale che chi l’ha detta, per il solo fatto di averla detta non può più tornare indietro, se ci crede fino a questo punto: perché è come se ciò che ha detto, in quell’occasione, costituisse una sorta di pietra miliare che, una volta detta rappresenta un qualche cosa di necessario. Tutte le proposizioni che noi costruiamo fanno parte di un discorso più ampio, solo che in alcuni casi l’ampiezza di questo discorso non ha un rilievo, nell’ambito del gioco che si sta facendo, tale da potere essere messo in gioco o comunque da potere essere proseguito; però in diversi casi, generalmente, non viene nemmeno pronunciato. In questo senso possiamo parlare di aggancio, c’è sempre l’aggancio, in effetti, perché ciò che si dice, per il solo fatto che si dica, è già implicato in una serie di cose, altrimenti non viene formulato. Che necessariamente ci sia un aggancio, è una questione logica. quale sia no, però dicendo un elemento, questo non può non essere agganciato ad un altro per una questione logica, proprio perché è un elemento linguistico che come tale è inserito in una combinatoria. Non bisogna confondere il rilancio con il rinvio, perché il rinvio è qualcosa di necessario; che una parola abbia un rinvio è necessario; il rilancio, spesso lo abbiamo inteso, invece come l’intervento dell’analista che rilancia una questione, cioè ripropone una questione perché se dica ancora qualche cosa in più. Rispetto alla retorica, la questione che emersa importante, per esempio, questa proposizione finita e che sembra che non avere nessun aggancio, in effetti, perché non si dice una cosa del genere se non ho un motivo per farlo? Perché non ha nessun utilizzo; e questa dell’utilizzo è una questione importante; come dire che, ciascun elemento interviene proprio in ambito retorico soltanto se ha un utilizzo, cioè se agganciato a questo elemento posso metterne un altro; in caso contrario non ha nessun utilizzo, è niente, come se mentre parlo, faccio una pausa e dico: “ gli elefanti sono erbivori”. E allora? Questo: “e allora” chiede in che modo dobbiamo utilizzare questa affermazione; qual è l’utilizzo, a che cosa serve, altrimenti non sappiamo cosa farcene; è solo un suono, è assolutamente inutile. Ecco perché una proposizione come questa che viene detta, sganciata da ogni cosa, di per se, è assolutamente inutile, questo è il motivo per cui non viene detta: perché non ha nessuna utilità, non significa niente. E qui sottolinea ciò che dicevo prima e cioè il linguaggio, l’aspetto retorico è fatto in modo tale per cui necessariamente deve proseguire e un’affermazione che non la prosegue non è utilizzabile, non serve a niente, è niente. Non ha nessun utilizzo e ciascun elemento linguistico, in ambito retorico, funzione proprio in questo modo: per l’utilizzo che ha nell’ambito del gioco in cui è inserito, però è questo utilizzo che è essenziale: una regola è tale perché ha un utilizzo. L’utilizzo è sempre la produzione di un’altra proposizione. Necessariamente, se c’è una proposizione ce n’è un’altra; che ci siano delle regole, questo è assolutamente necessario; adesso si tratta di stabilire, per esempio, o di riflettere sul fatto che, per quanto riguarda l’utilizzo se questo rientri in un ambito di necessità oppure no. Probabilmente sì, perché una regola, per definizione è tale in quanto è utilizzabile. L’utilizzo, comporta la produzione di altre proposizioni e che, una proposizione produca altre proposizioni, questo si che è necessario, non può non produrle, proprio per un aspetto linguistico, logico. Noi sappiamo che, determinati termini hanno un utilizzo, cioè sono all’interno di un gioco, quale sia viene stabilito di volta in volta, a seconda del gioco che si sta facendo. Le regole del gioco limitano i rinvii, lo regolano, altrimenti non sarebbe possibile giocare all’interno di un gioco; all’interno di un certo gioco sono possibili un certo numero di mosse, che possono essere anche infinite, ma sempre all’intero di una certa struttura. Quindi, in un discorso, questa interferenza di altri discorsi, di altri giochi è continua, chiaramente, per cui un elemento che è fuori gioco interviene all’improvviso, ad imporre una variazione delle regole del gioco; ciascuno parlando segue delle regole che possono essere variate da elementi esterni, che mi fanno cambiare direzione. Questo elemento che interviene dall’esterno io posso pensare che è fuori dal linguaggio, ma non lo posso provare; tutto il pensiero religioso fa questa operazione: pone Dio ad esempio fuori dal linguaggio. Non si può utilizzare un elemento che è fuori dal linguaggio, perché come ne verremmo a sapere di questo elemento, in che modo potremmo coglierlo prima ancora di accoglierlo, cosa fa si che un certo elemento, ad un certo punto diventi un qualche cosa; qual è la struttura che consente tutta una serie di operazioni rispetto a questo elemento; un elemento è colto come tale proprio perché si trova preso in una struttura, che chiamiamo linguaggio, che dice che un elemento è questo, che serve a quest’altro e quindi può essere utilizzato per quest’altra cosa: necessita di una struttura per potere compiere queste operazioni, per cui qualunque spunto, occasione, pretesto, per parlare è comunque, quasi sicuramente la conclusione di un altro discorso. Perché si mette in gioco un’affermazione? Per qualunque motivo, possono essere infiniti e qualunque sarà interessante, legittimo, motivato etc.., ma può essere uno qualunque, questa è un’altra questione, se la retorica sia acquisibile, se sia una dottrina, una disciplina che possa essere appresa. Questione a tutt’oggi aperta…

 

 

12-2-98

 

Allora prendiamo il discorso intorno alla retorica, abbiamo detto che la retorica è in generale ciò che si dice, mentre la condizione del dire abbiamo indicato come la logica, meglio tutto ciò che attiene alle condizioni del linguaggio. La volta scorsa abbiamo introdotto una questione che merita di essere proseguita, connessa con l’uso, oltre che l’abuso, parleremo poi anche dell’abuso... dunque l’uso, intanto che cosa intendiamo con l’uso del linguaggio? Dal momento che la domanda che potrebbe porsi immediatamente è se sia utilizzabile il linguaggio, per questo dobbiamo chiarire che cosa intendiamo con uso ovviamente e cos’è l’uso del linguaggio? È la sua esecuzione, né più né meno, dunque un elemento linguistico è tale perché ha un uso ma dicendo che ha un uso cioè è eseguibile non diciamo che necessariamente questo sia provvisto di senso di per sé, diciamo soltanto che nel suo utilizzo, cioè nel suo uso incontra un senso, anche se io dicessi la cosa più sconclusionata, dicessi bum! Per esempio, questa cosa non ha nessun significato, nessun senso così rispetto ad un certo gioco ma comunque se utilizzabile allora produce del senso, cosa vuol dire che riproduce del senso? Vuol dire che questo elemento va a connettersi o è già connesso con altri elementi linguistici, abbiamo visto varie volte che un elemento linguistico è tale perché è inserito in una combinatoria cioè non potrebbe esistere da solo, ora dicendo che ciascun elemento linguistico è tale perché ha un uso, cioè è eseguibile, diciamo qualcosa che ha una serie notevole di implicazioni, ma prima ancora dobbiamo aggiungere un elemento e cioè dire che ciascun elemento ha un uso cioè è eseguibile in quanto esiste un gioco in cui è inseribile, anche se questo gioco viene creato dal suo stesso uso, perché è l’esistenza di questo gioco che in qualche modo lo rende eseguibile, lo rende utilizzabile, qui ci accostiamo in un certo qualche modo alle nozioni di intenzionalità in cui parlano in vari, anche Toulmin, anche Austin, però parlare di intenzione è ancora un po’ problematico forse sarebbe preferibile utilizzare un altro termine, dal momento che se parliamo di intenzionalità così come ne parlano i vari Austin e altri dobbiamo presupporre un soggetto, provvisto di intenzione, cosa che non va affatto da sé e allora l’unica cosa di cui potremmo dire, senza incappare in aporie sterminate è che l’intenzione è del linguaggio, sarebbe una formulazione così un po’ animistica, io sarei più propenso a parlare di direzione, quindi di senso del linguaggio, senso proprio in accezione proprio letterale, dunque tempo fa vi ricordate a proposito della logica dicemmo che una parola è il significato, aggiungiamo adesso e rimaniamo sempre nelle due facce della questione cioè della logica e della retorica sono imprescindibili, oltre che indivisibili, ché ciascun elemento linguistico oltre che essere il significato è l’utilizzo, cioè che ciascuna parola è il suo utilizzo, e questo rende conto dell’aspetto retorico. Se c’è un utilizzo allora questa parola è inserita all’interno di un gioco, potremmo dire che la parola è utilizzata da ciò in cui è inserita cioè dalla combinatoria. Dicendo che è il gioco che utilizza la parola, non qualcuno, poniamo l’accento su una struttura o meglio radicalizziamo la questione, possiamo porla così, grosso modo per indicare un po’ il funzionamento di tutto questo sistema, che un elemento è tale perché ha un utilizzo e quindi un rinvio ovviamente, riprendendo l’antica questione potremmo anche dire che è tale per un’altra, occorre che ci sia un’altra parola perché una sia tale, quando dicevo che una parola è tale se c’è qualcuno per cui lo sia intendevo dire qualcosa di molto simile che adesso stiamo precisando, a noi non tanto occorre che la parola sia tale per qualcuno, occorre che sia tale per un’altra parola e quindi ci sbarazziamo del qualcuno che è sempre molto problematico, o il soggetto ontologico o soggetto grammaticale d’altro verso non è meno problematico, dunque la parola è tale per un’altra parola, vi rendete conto immediatamente di come funzioni il rinvio di un elemento linguistico ad un altro, vedete come non sia dato un elemento senza una catena in cui è inserito e allora dire che una parola è il suo utilizzo non è altro che ridire altrimenti che una parola è tale se inserita all’interno di una combinatoria niente più di questo, cercando così di porre la questione retorica in termini più radicali, più precisi anche per un verso, tutto sommato ciò che è stato indicato come retorica cioè quella che Roberto sta studiando per l’esame, è un aspetto particolarissimo di quella che qui intendiamo con retorica e cioè un uso particolarissimo di certe condizioni e per certi scopi, ma stiamo fornendo un accezione molto più ampia di retorica, un po’ riprendendo nell’etimo tutto ciò che si dice, che scorre, dunque una parola è utilizzabile non da qualcuno ma da un’altra parola e questa è la sua prerogativa fondamentale. Ma a quali condizioni dicevamo forse all’inizio una parola è utilizzabile però a questo punto abbiamo già risposto e cioè una parola è utilizzabile per definizione, se c’è parola è perché è utilizzabile, se no non sarebbe tale, risulta non semplice pensare le cose altrimenti, in termini più radicali, dunque pensate al rinvio, abbiamo visto nell’ambito della logica il rinvio non è altro che una parola necessariamente è connessa con un’altra ma per quanto riguarda la retorica, se abbiamo detto che la retorica riguarda l’utilizzo allora la retorica non potrà dire null’altro che questo, che ciascuna parola è utilizzabile se e soltanto se esiste un’altra parola, ma siccome non può non esistere, potremmo dire che è utilizzabile soltanto in questo caso, con questo, con questa sorta di premessa che abbiamo fatto, stiamo sempre più avvicinando alla questione che forse risulta centrale, in tutta questa serie di incontri, e cioè un qualche cosa che da una parte renda conto in modo abbastanza preciso del funzionamento del linguaggio non soltanto per quanto riguarda l’aspetto logico, ma di quello retorico ma è soprattutto la possibilità di costruire proposizioni, la possibilità di costruire proposizioni che pur mantenendo un aspetto logico molto rigoroso diano la possibilità, potremmo dirla così, fermo restando questo aspetto logico assolutamente rigoroso, è chiaro che ciascuno può dire tutto quello che gli pare ma incappa immediatamente in problemi, aporie, petizioni di principio comunque in ogni caso in affermazioni gratuite eppure avevamo detto che la retorica si occupa di questo, cioè dell’arbitrario il che è vero ma per sapere che cosa è arbitrario occorre sapere che cosa non lo è, e in questo la retorica di cui stiamo parlando fornisce strumenti non indifferenti, consente di stabilire ciò che è arbitrario perché ha sempre presente e non può non averlo ciò che in nessun modo può esserlo. E in effetti tutto ciò che stiamo dicendo qui e altrove è arbitrario, come vi dicevo la volta scorsa affermare che non c’è uscita dal linguaggio non è necessario è arbitrario, che non ci sia uscita dal linguaggio è necessario, ma l’affermarlo no, è arbitrario, può apparire un gioco di parole o un sofisma, probabilmente anche lo è, però d’altra parte, è questo che stiamo facendo, perché no? Perché non fare sofismi? Quindi dire che una proposizione è arbitraria non significa affatto che non sia rigorosa, che non si attenga a criteri molto precisi, dire che una cosa è arbitraria è semplicemente affermare che si sta dicendo, se si dice è arbitraria, che si dica non lo è, questo perché poteva apparire che l’arbitrario fosse quasi una cosa di second’ordine rispetto al necessario, no, forse occorre precisare questi due termini, necessario è ciò che non posso negare, arbitrario è qualunque modo in cui io affermo, chiaro no il concetto fondamentale? Dunque dicevo una parola è tale se è utilizzabile, e se è utilizzabile è una parola, qualunque cosa se ha un utilizzo è una parola, se non ha un utilizzo non è una parola, se non è una parola non esiste, non c’è. Quando io parlo di qualunque cosa, riprendiamo la questione dell’intenzione, anche precisandola nei termini che abbiamo detti prima, quando io parlo dunque di qualunque cosa, perché lo faccio, adesso pongo questa domanda nei termini più ampi possibili, a che scopo? Si potrebbe rispondere immediatamente in un sacco di modi, per trasmettere informazioni, esprimere sensazioni, costruire mondi possibili, i motivi possono essere infiniti ma forse possiamo dire qualcosa di più e di molto più semplice, perché gli umani parlano? è una bella domanda e la risposta è semplicissima, talmente semplice, perché non possono non farlo. E perché non possono non farlo? Perché per potere farlo, dovrebbero uscire dal linguaggio e non lo possono fare, né loro, né Roberto, checché....ecco ora sembra in effetti una questione molto semplice e lo è, come tutto sommato tutto ciò che andiamo dicendo è straordinariamente semplice, il problema è che talvolta per potere dirlo in modo preciso occorre fare molti giri che appaiono o possono apparire complessi ma la questione è straordinariamente semplice. Non possono non farlo, dunque, perché sarebbero fuori dal linguaggio se potessero farlo, questo è l’unico motivo per cui gli umani parlano, l’unico motivo assolutamente indiscutibile, qualunque altro risulta opinabile, ma cosa comporta il fatto che non possano non farlo? Un sacco di cose, intanto rende conto immediatamente di che cosa sia più propriamente l’utilizzo di una parola a questo punto la risposta a che cosa serve una parola, viene quasi da sé a costruire tutte le parole. Qualcuno potrebbe domandare o domandarsi a che scopo? Più che rispondere a questa domanda a questo punto saremmo costretti a domandare a che cosa serve il linguaggio, e ci troveremmo in serie difficoltà a rispondere a questa domanda, oltre a proseguire sé stesso c’è qualche altro scopo nella sua esistenza? Potremmo rispondere come fanno i computer, domanda non identificata, non senso, riformulare la domanda. Perché è un non senso? Perché domanda che cosa c’è al di là del linguaggio, che cosa lo governa e che cosa dia al linguaggio uno scopo anche, un significato, sarebbe come chiedersi qual è il significato del linguaggio. Domanda che, come facilmente avvertite non ha nessun senso oltre che nessuna possibilità di risposta, perché chiede che la risposta sia fuori dal linguaggio e allora non possiamo fare niente per lui

 

- Intervento: comunicare potrebbe essere fuori dal linguaggio?

 

No potrebbe anche non essere fuori dal linguaggio ma comunicare può essere uno degli utilizzi eventualmente, però si innesca una sorta di regressio ad infinitum, se mi chiede “perché comunicare?” per trasmettere informazioni? Perché trasmette informazioni. Perché...e andiamo avanti, qui occorreva trovare qualche cosa che invece potesse funzionare da battuta di arresto, in modo da potere essere utilizzata e in effetti, dicendo che il linguaggio serve unicamente a riprodurre sé stesso, diciamo qualcosa che può essere considerato strutturale al linguaggio dal momento che è esattamente quello che fa, si riproduce e non può non farlo dal momento in cui si instaura perché è la sua condizione di esistenza riprodursi, in quanto non può cessare. Perché non può cessare il linguaggio una volta installato? Oppure perché può cessare? (perché per cessare dovrebbe comunque dire di cessare) e quindi direi che per definizione una volta installato non cessa, ha questa prerogativa...

 

- Intervento:

 

possono esserci molti motivi per cui sorge una risposta ad una domanda sensata, può non cogliersi per esempio, quale sia il gioco che si sta giocando, questo per esempio impedisce di rispondere sensatamente a una domanda, così come una domanda connesso con l’ingegneria genetica non troverebbe in me una risposta tecnica, perché non conosco quel gioco...

 

- Intervento:

 

Ma...la risposta la forniamo, la questione che poni tu è la risposta alla domanda per esempio che chiede di porre qualcosa fuori dal linguaggio o di fare cessare il linguaggio...

 

- Intervento:

 

Perché è la forma del paradosso e cioè io potrei dire di ciò che è fuori dal linguaggio se e soltanto se fosse fuori dal linguaggio, e cioè in altri termini ancora per dirla in modo più semplice potremmo dirla così, una domanda circa la possibilità di uscire dal linguaggio chiede in effetti una risposta che qualunque sia non può essere provata. Forse non è tanto che la domanda sensata non trova una risposta sensata, no, non trova una risposta che non sia negabile, pur essendo sensata, e qui forse la differenza, cioè qualunque risposta io dia sarà sempre comunque negabile. Tutto ciò di cui stiamo parlando ha a che fare con la retorica e cioè con tutto ciò che si dice, e cioè con il modo in cui le proposizioni vengono costruite e qual è il modo che utilizziamo? A parte quello che ci insegna la sintassi per esempio, perché se poteva apparire che una qualunque cosa potesse essere costruita poi di fatto risulta che invece le cose che possono essere costruite sono molto poche e sono molto poche perché la più parte appartiene ad un gioco che ha cessato di essere interessante, un gioco cessa di essere interessante quando non soltanto se ne conoscono le regole ovviamente, ma quando è noto che oltre ad un certo punto non può andare, e cioè non può costruire altre proposizioni oltre a quelle che ha costruito, ma non perché le trovi un limite in quanto tale ma perché questo limite più che essere trovato è già dato. Prendete il gioco che fa il discorso religioso, ha già dato un limite e così infiniti altri, se una persona fa un discorso in cui crede in qualunque cosa e cioè pone come assioma del suo discorso una sua superstizione, una cosa in cui crede, questo gioco cessa di essere interessante da proseguire perché questo assioma, questo principio che pone come fondamento contiene già il limite, il suo limite e quindi...

 

- Intervento: non lo è mai stato

 

certo non lo è mai stato e questo che dici è interessante anche perché effettivamente la struttura del discorso è tale per cui al momento in cui si cessa o ci si accorge che un certo discorso è religioso o comunque autolimitante e quindi cessa di essere creduto, da quel momento è come se non fosse mai stato creduto in quanto non potrà mai più essere creduto, come se non fosse mai stato effettivamente, ora qui la questione è complessa...

 

- Intervento:

 

come quando lungo l’analisi una persona ad un certo punto si accorge che le cose, il suo modo di pensare si modifica aggiungendo degli elementi a delle cose che pensava prima, cessano di essere pensati, non può più pensarli, e la struttura linguistica è molto simile a quella (l’abbiamo detto mille volte) quella che impedisce di credere vero quello che si sa falso, una questione grammaticale....non è più fattibile, le faccio un esempio, magari da ragazzino si divertiva a giovare con le figurine, Sivori allora ai miei tempi e si passavano le ore a giocare con le figurine, ora questa cosa non è più fattibile, perché non c’è più la possibilità di fare una cosa del genere (potrebbe essere ancora piacevole!) ho fatto un esempio sbagliato....ma quel gioco può non essere più fattibile ma non perché non ci siano le condizioni fisiche o materiali per farlo, perché ricreare quelle condizioni in cui, che né so giocare con le figurine Gimondi immagina di essere ciclista e si costruisce....cioè non è più riproducibile quella scena in cui da ragazzini si facevano queste operazioni, non esiste più, non è più ricostruibile in nessun modo, perché è cambiato un modo di pensare anche se io potrei mettermi lì ginocchioni sulla sabbia e tirare la pallina, ma non riuscirei più a ricreare quel modo di pensare quel gioco allo stesso modo...(....) no adesso si poneva la questione in termini meno radicali per quanto riguarda un modo di pensare che variando impedisce l’accesso ad un modo precedente, poi sì ciascun istante non è riproducibile...

 

- Intervento: non dovrebbe esserci mai stato interesse per un gioco

 

quello che tu dici è legittimo, ma se così fosse, come tu dici, le religioni non sarebbero mai esistite il fatto che esistano, e siano praticate dai più ci induce a riflettere meglio sulla questione, perché è vero, come dissi moltissimo tempo fa, è molto più sorprendente che la gente creda a qualcosa del fatto che non creda assolutamente a niente, eppure così avviene e un aspetto della ricerca che ci impegna è anche come avvenga una cosa del genere e forse la riflessione intorno alla retorica potrà renderci conto, almeno in parte di questo fenomeno così bizzarro e così paradossale tutto sommato, perché effettivamente al memento in cui si instaura il linguaggio, dovrebbe cessare la possibilità stessa del pensiero religioso, anche se detta così dire che se religione non c’è linguaggio, ma dovrebbe per la sua stessa struttura escluderlo, renderlo impossibile, così come è impossibile uscirne, e quindi dovrebbe rendere impossibile il pensare anche di poterlo fare e invece no, questo avviene, ma che è un po’ detto in altro modo questo che può accadere di pensare che le cose debbano necessariamente stare in un certo modo, o ciò che io dico rappresenti un dato di fatto extralinguistico, tutto questo non dovrebbe essere pensabile, però accade e con questo occorre confrontarsi il cosiddetto luogo comune, luogo comune è il pensiero che pensa che qualcosa esista fuori dalla parola, e lo utilizza per costruire proposizioni fondate su questo, dobbiamo riflettere su questo, dicevamo che ciascuna parola è tale perché ha un utilizzo, questo utilizzo non è altro che il rinvio, ma chi opera questo rinvio, chi utilizza tutto questo sistema, questo apparato? Potrei dire io, ma io è in prima istanza un elemento linguistico e come abbiamo affermato prima non ci resta che considerare che chi opera questo non sia altro che il linguaggio, questa struttura di cui stiamo valutando le condizioni, dunque la parola è il suo utilizzo quindi non c’è parola che non rinvii necessariamente a un’altra, tuttavia si insinua proprio qui a questo punto un elemento che all’apparenza è molto bizzarro, adesso lo diciamo così in modo molto provvisorio poi man mano lo preciseremo, una sorta di sganciamento fra il linguaggio e la sua esecuzione, come se l’esecuzione del linguaggio, sganciata dal linguaggio potesse essere attribuita a qualcuno. Adesso la cosa è ancora molto abbozzata e per molti versi ancora confusa ma forse qui avviene qualcosa di sorprendente e cioè il fatto di, adesso dirla in modo semplice è complicato, però dirla in modo complicato è semplice... come se dicevo, prendetela ancora molto, come una sorta di allegoria, man mano preciseremo, come se il linguaggio si sdoppiasse. Affermare per esempio, io faccio questo, aio faccio quest’altro, se voi riflettete bene, tenendo conto delle cose che abbiamo dette, è un non senso, questo io di cui sto parlando è un elemento linguistico, nient’altro che questo, è un rinvio, non potrei fare null’altro che affermare che il linguaggio sta facendo questo, il linguaggio sta....eppure, eppure sarebbe teoricamente impedito la costruzione per esempio del soggetto grammaticale, uno sdoppiamento del linguaggio... ma perché questo possa avvenire o meglio questo avviene attraverso la struttura stessa del linguaggio né potrebbe essere altrimenti, dunque quale aspetto, quale elemento del linguaggio non solo consente ma sembra abbia imposto questo sdoppiamento?

 

- Intervento: perché ci sia contrapposizione fra un io e un tu....

 

sì, sì siamo ancora molto al di qua di questo, certo poi possiamo considerare questa ma qualcosa di più radicale, intanto che cos’è questo sdoppiamento di cui sto parlando in termini così molto rozzi? Abbiamo detto prima il linguaggio è la sua esecuzione però difficile distinguere fra il linguaggio e la sua esecuzione, senza la sua esecuzione il linguaggio è nulla, il linguaggio che non è eseguibile d’altra parte cessa di esistere, eppure sono due aspetti. È un po’ ciò che stiamo indicando con logica e retorica, è come se, quasi come se il linguaggio parlasse sé stesso, dicendo io faccio questo, io faccio quest’altro in effetti compie questa operazione però forse fra poco vedremo che non è esattamente così...vengono costruite delle proposizioni, cioè delle sequenze di significanti disposti in una certa combinazione, questo comporta la produzione di altre proposizioni, vengono costruite altre proposizioni, rispetto a quanto stiamo dicendo c’è questa sorta di sdoppiamento del linguaggio, comporta innanzi tutto che o meglio la costruzione di una catena, una catena che cosa fa? Oltre ad autoriprodursi costruisce per esempio immagini, che non sono altro che parole tutto sommato, il problema è come il linguaggio possa costruire un qualche cosa che possa consentire di pensare di uscirne, questa è la questione che ci stiamo ponendo, è tutt’altro che semplice da affrontare, da molto tempo stiamo seguendo senza sortire nessun effetto però hai visto mai? C’è sempre la volta buona. Proviamo ad andare per gradi, cominciando a chiederci che cosa ci stiamo domandando esattamente, siamo partiti dal luogo comune dalla constatazione che esiste la religione per esempio, cioè esiste un modo di pensare così fatto, che ha come assioma fondamentale il principio secondo il quale esiste qualcosa fuori dal linguaggio, e ciò che ci stiamo chiedendo è come questo possa avvenire, possa darsi, bene detto questo allora consideriamo non soltanto che cosa il linguaggio può fare, ma un aspetto particolare di qualcosa che può fare e cioè riflettere su se stesso, può fare questo? Intanto che cosa intendiamo che può riflettere su sé stesso? Beh innanzi tutto che fa soprattutto o meglio può affermare delle cose intorno a se, sempre tenendo conto che è il linguaggio che lo sta facendo, questione non marginale, non qualcuno ma il linguaggio, e a questo punto la questione da una parte si complica tremendamente, dall’altra si semplifica, si semplifica nel senso che la direzione della ricerca occorre che a questo punto vada intorno al senso, dall’altro si complica immensamente in quanto, detto che occorre riflettere intorno al senso, c’è ‘eventualità che la definizione che abbiamo fornita di senso non ci sia più sufficiente e cioè la direzione, è vero sì il discorso prende una direzione ma presa una direzione ciò che si è costruito, come dirla, a sua volta costruisce altre cose che potrebbero anche non essere soltanto una direzione ma qualcosa di più, perché se fossero soltanto una direzione come abbiamo sempre indicato in effetti noi continueremmo ad escludere la possibilità del discorso religioso, che ciascuna volta non è altro che una direzione che il discorso e quindi il discorso religioso viene eliminato per definizione e quindi o dobbiamo modificare questa definizione di senso oppure aggiungere dell’altro. Ciò che stiamo iniziando a fare non senza difficoltà è qualcosa che gli umani da 2500 hanno incessantemente cercato, cioè trovare dio è una bazzecola al confronto...possiamo però aggiungere ancora qualche cosa, intanto però se ci sono contributi, sono disponibilissimo ad accogliere contributi che dir si voglia.....Ècome se qualche cosa ad un certo punto si arrestasse del linguaggio, cosa che potrebbe apparire un controsenso ma diciamo “come se”, l’altra volta dicevamo di una frase di senso compiuto, grammaticalmente ha un senso compiuto, “domani vado a....” questo senso compiuto comporta una sorta di arresto, ciascuna volta, come una frase musicale che in sé è conclusa, anche se chiaramente è inserita all’interno di un’armonia, una frase di senso compiuto, non è altro che un elemento....abbiamo detto “di senso compiuto” forse è il caso di riflettere meglio su questa definizione “senso compiuto”, il senso cioè... come diceva Cesare la volta scorsa? Che non ha rinvii...dunque questa assenza di rinvio chiude è una chiusura e come tale cosa fa? Be che ne è di una frase che non ha rinvio? Oltre a non essere utilizzabile? Non solo quella, no c’è qualche cosa in più che ci sa sfuggendo, (non ha rinvio!!) no è pensata come tale, è pensata come tale....forse abbiamo perso di vista un aspetto fondamentale, un aspetto fondamentale che forse potrà consentirci di proseguire in un modo differente, di nuovo come sempre è molto semplice, tutto il discorso che abbiamo costruito in questo periodo, abbiamo sempre detto che è un gioco fra tanti possibili e non è né migliore né peggiore di qualunque altro, ha soltanto questa prerogativa di non essere negabile, il che di per sé non significa niente, la domanda che ci stiamo ponendo forse è mal posta, e cioè come sia possibile l’esistenza del discorso religioso, il gioco che chiamiamo tale, è mal posta perché è come se noi avessimo dato per acquisito che come spesso avviene nel discorso occidentale che da una parte c’è la verità e dall’altra l’errore il che non è, il gioco che fa il discorso religioso è un gioco e cioè è un utilizzo del linguaggio che non è né migliore né peggiore di quell’altro che stiamo facendo, è differente esattamente come il gioco del bridge è differente dagli scacchi

 

- Intervento: io pensavo che non è l’arbitrarietà che consente il gioco

 

sì, certo, l’arbitrarietà è il gioco per definizione, e allora domandarsi come sia possibile il discorso religioso c’è l’eventualità che questa domanda possa darsi soltanto all’interno di un discorso religioso, c’è questa eventualità, su cui si tratta ancora di riflettere bene però....mi avete fatto strizzare il cervello...Cesare un obiezione...

 

- Intervento: tutti i giochi sono discorso religioso, perché hanno delle regole

 

però un momento o dà questa definizione come regola di un altro gioco e cioè che ciascun gioco è un discorso religioso, e allora va bene, però c’è l’eventualità che qualcuno gli chieda perché, che cosa intende esattamente con discorso religioso ( e un gioco con certe regole, è di nuovo una frase compiuta) sì però certo noi possiamo stabilire un gioco che abbia questa regola, la quale regola afferma che qualunque gioco per definizione è un discorso religioso, va bene, però ciò che stiamo andando facendo, (due gerundi) è il confrontarsi invece con un gioco differente, perché questo gioco che lei ha proposto è negabile, se lei dà questa regola, afferma che tutti i giochi sono per definizione religiosi, io dico che non è vero, abbiamo buone probabilità entrambi di provare le nostre tesi, abbiamo soltanto inventato un gioco un po’ più divertente, e che non è negabile ma ha questa prerogativa ma non è più vero, occorre sempre tenere ben presente questa particolarità, ecco perché la domanda su come sia possibile l’esistenza del discorso religioso o se il linguaggio comporti o veicoli la possibilità stessa del discorso religioso di fatto potremmo anche dire che è un non senso, un non senso in una certa accezione per l’altra invece sì, se esiste è perché è nel linguaggio, se è nel linguaggio ha già un utilizzo se ha un utilizzo ha un senso, e bell’e fatto...

 

- Intervento: non c’è il rischio di intendere se il gioco allora c’è qualcosa fuori dal gioco

 

sì possiamo dirlo, tutto ciò va benissimo nel senso che io posso affermare che se per esempio c’è il gioco allora c’è anche il non gioco, l’ho affermato e non è successo niente, ma dipende perché se io con non gioco intendo ciò che è fuori dal linguaggio allora sì posso affermarlo, ma affermandolo mi trovo di fronte ad una affermazione paradossale semplicemente, che non fa male a nessuno il paradosso però se si intende proseguire in una certa direzione può bloccare il percorso, abbiamo risolto un problemino

 

- Intervento:

 

forse può riflettere su che cosa sia un principio che pone il linguaggio come principio, dipende da che cosa intendi....ma tieni sempre conto e questo ti sbarazza da ogni problema che affermare che il linguaggio è ciò che non può non essere è soltanto non negabile, non è vero, non è la verità certe volte si fa questa sovrapposizione, è solo non negabile tutto lì, non negabile per altro all’interno di un certo gioco neanche in tutti, certo è un gioco abbastanza ampio perché in effetti tutto il discorso si regge su alcuni principi che abbiamo individuati, uno di questi è il terzo escluso, o è necessario o non lo è, se non lo è, è arbitrario e quindi puoi farne a meno come? (....) È che questo gioco che stiamo facendo non è compatibile con la nozione di verità o di vero così come sono state tramandate c’è una sorta di incompatibilità e se si tenta di farle convivere si creano una serie di problemi, di che natura vedremo nel prossimo incontro.

 

 

RETORICA 

19/02/98

Iniziamo ponendoci una questione: se facciamo un’affermazione, del tipo "la Terra è rotonda", possiamo conseguentemente negare questa affermazione? In genere, quando nascono delle difficoltà rispetto a una questione come questa, per esempio, è buona norma, in generale cominciare a riflettere sui termini che compongono la proposizione. In questo caso uno dei termini principali su cui si regge tutta la proposizione è il negare. Se io mi chiedo se è possibile negare una proposizione e ho qualche perplessità circa il fatto che lo sia oppure no, allora occorre che mi interroghi su che cosa sto intendendo esattamente con negare. Se con poter negare io intendo semplicemente dire no, allora posso farlo: "La Terra è rotonda"? No. Però in questo caso forse si intende qualcosa di differente con la parola negare; perché se ci si chiede se è possibile compiere una certa operazione, che in questo caso è negare, occorre sapere molto bene qual è l’operazione che si deve compiere, di che cosa si tratta. Quando si incontra una difficoltà, questo può essere un modo per iniziare ad affrontarla in termini più precisi. Quindi bisogna iniziare a riflettere in che cosa consista questa operazione, cioè il negare qualcosa. Ci chiediamo se sia possibile costruire una proposizione che confuta una prova fisica, una dimostrazione fisica, come quella, per esempio, della forma del pianeta sul quale generalmente viviamo e che cosa significhi esattamente e quindi, a questo punto che cosa sia una prova, una prova scientifica, che cosa supponga, quali garanzie offre e che cosa si debba intendere con garanzie in questo caso; questione molto complessa. Perché se si accolgono le regole del gioco che compie la fisica, allora questa proposizione, che afferma che la Terra è tonda, non è negabile, non è confutabile; allo stesso modo se si accettano le regole, per esempio, del calcolo numerico, non si può confutare l’affermazione che afferma che 2+2=4, perché così è stabilito. Allora, il problema è se accogliere queste regole del gioco che fa il discorso scientifico, oppure no, e se sì entro quali limiti; perché è possibile non accoglierli evidentemente, anche se si suppone che abbiano un carattere costrittivo in quanto mostrano le cose così come sono. Lo stesso Galilei immaginava che le leggi dell’universo fossero già scritte e che si trattasse soltanto di trovare il codice di accesso; come dire: la realtà è quella che è, con le sue leggi e tutti i suoi annessi e connessi. Gli umani, nel loro cammino, nel loro progresso, stanno scoprendo mano a mano tutte queste leggi; le scoprono nel senso che ci sono, le scoprono letteralmente, perché sono coperte, e loro alzano il velo che le copre. Questo così, nella vulgata più diffusa, la quale si fonda su alcuni criteri che non sono altro che le regole di quel gioco. Ma ciò che prima accennavo è che il discorso scientifico e comunque il discorso occidentale ha tentato in tutti questi secoli di compiere un’altra operazione cioè quella di spacciare le regole del gioco per necessità, nelle varie accezioni, adducendo che le cose sono quelle che sono e non possono essere altre. Però, di fatto, questa serie di regole di cui stiamo parlando, non costringono all’assenso, non hanno un carattere così costrittivo, e allora per tornare alla domanda iniziale possiamo rispondere dicendo che se accogliamo le regole con cui gioca la fisica, allora non è più confutabile questa affermazione, se non le accogliamo, allora non si tratta più di confutare o non confutare, non si accoglie semplicemente questo gioco come se fosse una manifestazione della realtà. Perché poi, questa operazione di spacciare le regole di un gioco per una necessità, quasi insita nelle cose stesse, in effetti, è qualcosa che avviene anche nel discorso, in ciascun caso. quando uno parla, si trova a scambiare delle regole che stanno operando all’interno del suo discorso e che fanno esistere, andare avanti il suo discorso come delle necessità; necessità che sarebbero insite nella natura delle cose. Questa affermazione è discutibile cioè che esista la natura delle cose in questi termini e cioè come qualcosa di costrittivo, di necessario, di inalienabile. E proprio la volta scorsa si rifletteva anche intorno a questo e cioè su come avvenga che delle regole di un gioco (regole che intendiamo in un’accezione molto semplice cioè come degli indicatori che vengono stabiliti, per potere compiere un certo gioco) possano sorreggere tutto un discorso, il quale necessita di alcune premesse che nel mio discorso sono date come acquisite. Ad esempio, uno di questi elementi che può funzionare come una regola per il mio discorso, è che tutte le persone che non condividono un certo modo di vivere, di pensare, o una certa religione, per esempio, sono il nemico; lo sono oppure lo sono potenzialmente e quindi credere una cosa del genere è, in questo caso, una delle regole perché io possa fare questo gioco; lo stesso vale per il discorso contrario. Ma alle volte, alcune persone ascoltando solo un certo tipo di informazione, vengono portate di più a pensare alcune cose invece di altre e nel momento in cui hanno la possibilità di ascoltare anche altre versioni, è possibile che alcune di loro incomincino a mettere in discussione quello che avevano pensato precedentemente? Le informazioni sono tutte dello stesso tipo, e non necessariamente se uno può confrontare ha delle possibilità in più. Oggi, c’è un ritorno molto forte alla religiosità, alla credenza in una quantità sterminata di cose, alla spiritualità. Non so se avete letto in questi giorni sui giornali, a proposito di una notizia riguardante un gruppo di persone che fanno parte della chiesa e che si sono autonominati "La spada di Dio". Queste persone, vanno in giro a creare confusione in modo da mettere in difficoltà le prostitute in quanto hanno chiarito in modo molto preciso che le prostitute sono il diavolo e quindi vanno eliminate. Dato che non le possono eliminare fisicamente, cercano di farlo in questo modo, anche perché sono assolutamente convinti che gli uomini che ci vanno non siano colpevoli, ma che la colpa sia solo della donna che ammalia, attrae, inganna e l’uomo è una vittima del satanasso: loro si ispirano alla Santa Inquisizione. Tutta questa spiritualità, religiosità, sono spinte oggi molto più di quanto lo fossero dieci, venti anni fa, eppure oggi la quantità di informazioni, la possibilità di accedere alle informazioni è, rispetto a quanto poteva esserlo vent’anni fa, sterminata. Per esempio, attraverso Internet, ci si può connettere con tutto il mondo in tempo reale e quindi si può disporre di tutte le informazioni che si vuole, ma per farci che cosa? Supponiamo che si ricevano ogni giorno, rispetto ad un singolo evento, due o trecento versioni differenti, come si utilizzano queste informazioni e in base a quale criterio si vaglierà la verità o la falsità di esse? Che attraverso la quantità e la rapidità delle informazioni i cittadini siano più e meglio informati, è falso, perché tutte queste informazioni che vengono fornite devono essere lette, e allora può essere sufficiente compiere una dimostrazione in termini logici molto precisi di come funziona una certa cosa perché questa sia creduta? Assolutamente no, perché la quantità e la rapidità di accesso alle informazioni non solo non sta producendo una maggior libertà o capacità di pensiero, semmai potremmo dire il contrario. Ma, nonostante questo non è detto che non sia utile la facilità di accedere ad una quantità maggiore di informazioni; può essere utile, ma non insegna a pensare, non consente una maggiore possibilità o facilità di pensiero. Poi, le informazioni riguardo al pensiero ci sono sempre state da quando esiste la stampa, ciascuno ha avuto modo di accedere a qualunque cosa, generalmente, ma non per questo hanno dato chissà che; d’altra parte con l’avvento della radio e della televisione etc.., questo non ha consentito una migliore qualità del pensiero, non è cambiato assolutamente niente. è cambiato qualcosa nel senso che la tecnica, grazie ad alcuni strumenti è riuscita a costruire un certo numero di cose, cose inutili per quanto riguarda una maggiore capacità, facilità di pensiero, cioè per un certo gioco e utili rispetto ad un altro gioco. Si tratta di giocare un gioco che ha delle regole particolari che non rappresentano uno stato di fatto necessario delle cose, ma è un gioco che viene utilizzato. Mi riferisco più ad una questione connessa con la filosofia della scienza, cioè la scienza come modo di pensare, quindi come ricerca della verità, ricerca dello stato di cose. Ma se due persone vedono la stessa cosa e la interpretano in modo differente, perché devo attribuire ad una cosa obbligatoriamente un nome anziché un altro? La questione è molto più semplice di quanto si possa immaginare: ci sono degli elementi linguistici che si utilizzano all’interno del linguaggio e che consentono al linguaggio stesso di procedere. Avviene che si utilizzino alcuni significanti per indicare delle cose; l’utilizzo di questi significanti è difficile stabilire se sia una convenzione oppure no, ma in ogni caso esistono, nel senso che il linguaggio è fatto in modo tale per cui per potere proseguire deve dire qualche cosa, deve riferirsi a delle cose (che possono essere anche altre parole) e quindi, per la sua stessa esistenza occorre che ci sia questa possibilità; se il linguaggio non potesse dire nulla, cesserebbe. Ecco che allora, utilizzando il linguaggio, si utilizzano dei termini che vengono utilizzati anche da altri, hanno una accezione che generalmente è condivisa ed è condivisa per un motivo particolare, perché se non lo fosse il linguaggio non potrebbe esistere. Allora c’è questa necessità, che già Aristotele aveva intravista e cioè che un elemento del linguaggio sia un significato, abbia necessariamente un aggancio ad un altro elemento. Ma non soltanto; occorre che questo altro elemento a cui si aggancia, sia riconoscibile all’interno di una struttura e soprattutto consenta la produzione di altri elementi; se non è riconosciuto, non può produrre niente. Dire quindi che la Terra è rotonda, non può confutarsi all’interno di alcune regole che possono essere anche delle regole di un linguaggio, per giocare al linguaggio. Poi qui si apre un discorso da fare molto ampio che chiamiamo provvisoriamente condivisibilità del linguaggio; è chiaro che dicendo che la Terra è rotonda, la buona parte delle persone che abitano almeno nelle zone tecnicamente più avanzate, hanno immediatamente un riferimento; fin da piccoli hanno visto atlanti, fotografie dai satelliti, etc.., e quindi ciascuno afferma che le Terra è rotonda. Il problema non è tanto questo cioè di trovarsi ad affermare una cosa del genere all’interno di una regola linguistica: tutto ciò è molto semplice ed è utilizzabile. Il problema che stiamo affrontando non è tanto questo, quanto il problema che sorge quando difronte a questa proposizione che afferma che la Terra è rotonda, si comincia a chiedere: "Cioè"? Cosa vuol dire esattamente"? "Cosa sta dicendo"? Questo, non perché non abbiamo capito cosa vuole dire o perché non abbiamo viste le fotografie da un satellite, ma l’interrogazione è più radicale, che porta poi ad affermare che questa affermazione, che la Terra è rotonda o qualunque altra cosa si voglia pensare, fuori da queste regole che consentono di affermarlo, non ha nessun referente, non significa niente, cioè non c’è una Terra, non c’è una rotondità, e questa questione sorge quando ci si chiede: "cosa vuol dire questa affermazione esattamente"? Ed è qui che si rinvia immediatamente alla struttura del linguaggio e cioè a ciò che ci consente di affermare che la Terra è rotonda. Tempo fa hanno detto che senza il linguaggio la Terra non è ne rotonda, ne in nessun altro modo, ne è, in nessun modo. Però se noi accogliamo delle regole, lo facciamo perché ci troviamo all’interno di una struttura, di una società fatta in un certo modo e quindi, come dicevano i sofisti per starci dentro occorre che ne accogliamo le regole altrimenti veniamo cacciati. Quindi una persona che afferma qualcosa che è assolutamente contraria a tutto ciò che comunemente si pensa, si trova in una posizione difficile, più che per gli altri per sé, perché si trova in una condizione di non essere inteso da altri. Esattamente, la stessa cosa accade se ci si trova in un ristorante a Singapore dove tutti parlano il singalese e non c’è modo di comunicare; si dicono così delle cose che gli altri non capiscono e questo può essere un problema, un problema perché a questo punto essendo la struttura della società improntata in un certo modo, ciascuno ha continuamente necessità di un’infinità di cose. Insomma ciascuno si trova preso in una serie di cose che lo costringono, per così dire, ad accogliere una struttura, molto complessa, molto raffinata, la quale non può sottrarsi se intende continuare ad esistere all’interno di una sistema strutturato in un certo modo. Poi, come porsi nei confronti di una persona che fa un’operazione del genere e difficile rispondere; intanto il problema è suo, poi se per lui è un problema tale da chiederci di correre in soccorso, lo si può anche fare. Ma se definisco che la Terra è rotonda, che cosa vuole dire questo esattamente? Se a ciascuno chiedessero: qual è la forma di un pacchetto di sigarette, la risposta sarebbe: "un parallelepipedo"; nessuno direbbe una cosa contraria a questa, primo perché non avrebbe nessun motivo di farlo, questione non marginale. Perché non affermo che un pacchetto di sigarette è rotondo? Perché affermarlo non avrebbe nessun utilizzo, perché non ha un rinvio. Il problema che noi incontriamo in ciò che stiamo facendo è di due tipi; l’uno una ricerca teorica; l’altro è utilizzare tutto questo e porci nelle condizioni laddove qualcuno, per esempio, si possa trovare nelle condizioni di chiedere di elaborare o di sbarazzarsi di qualche cosa che costituisce un impedimento, potere dare una mano. Però, questa mano che possiamo dare ha sempre un significato retorico. Si tratta di porre delle condizioni perché degli elementi comincino a vacillare. Ora, un analista non è che difronte ad un discorso ne indichi un altro più reale, come molti immaginano, semplicemente mostra la vanità, la non sostenibilità del discorso che si sta facendo, e anche quello contrario; questo non ha da sostenere nulla, per questo utilizza la retorica; la retorica è anche un mezzo per mostrare altri aspetti delle cose. Siccome oggi non ci sono grandissimi esempi di pensiero molto più interessante di quanto ce ne fossero cento anni fa, ecco che allora possiamo dire che la quantità di informazione che disponiamo non è sufficiente a produrre un cambiamento, un miglioramento del pensiero; questa è un’argomentazione retorica, non è vera e non è neanche falsa, non è niente, è soltanto un esempio e cioè una costruzione che ha funzione di incrinare un’altra costruzione che era ritenuta solida, stabile, nessuna altra funzione, non mostra nessuna verità: affermare che i media di oggi sono la via della salvezza o la dannazione, sono la stessa cosa. La fisica sostiene che le parole si riferiscono a delle cose, e noi aggiungiamo che queste cose sono altre parole, per cui non c’è nessun problema intorno a queste regole, però se si inizia a domandare di queste regole allora ci si trova davanti a problemi insormontabili. Se vogliamo giocare ad un gioco, dobbiamo soltanto attenerci a certe, determinate regole.

 

26/02/98

RETORICA

 

Questa sera parliamo di una figura retorica: il controesempio, che sembra una banalità, ma non lo è. Voi sapete, e lo abbiamo già accennato varie volte che il controesempio è uno dei modi, per esempio, per confutare una tesi avversaria; una persona afferma una certa cosa e vi fa un esempio, a conferma della sua tesi: il controesempio non è altro che un altro racconto che muove dalle stesse premesse e che, utilizzando le stesse premesse, vi giunge a una conclusione contraria. Per esempio, i proverbi sono emblematici a questo riguardo; vi sono alcuni proverbi che possono funzionare come esempio rispetto ad una certa cosa e altri proverbi che funzionano come controesempio rispetto a una stessa cosa. Per esempio: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”, controesempio: “Chi non risica non rosica”. Ma ecco, aldilà di queste amenità, il controesempio ha una funzione particolare, in quanto è ciò che consente molto rapidamente di mostrare che ciò che si va sostenendo non è necessario, perché se ciò che si va sostenendo è corroborato, confortato e supportato da un esempio, come molto spesso accade, la possibilità di costruire un controesempio la demolisce, cioè la rende non più sostenibile. In effetti, è uno dei metodi retorici più efficaci per annullare completamente una argomentazione contraria; come andiamo dicendo spesso qui, l’aspetto più interessante di queste operazioni è considerare tutto questo per quanto riguarda il proprio discorso. Quando ciascuno giunge ad una conclusione nel suo discorso che ritiene vera, incrollabile, necessaria, il discorso che fa per sostenere la sua tesi, può essere posto come una sorta di esempio, cioè “faccio bene a fare così perché anche gli altri hanno fatto questo”; potrebbe dirsi, “ perché per esempio tutti quanti fanno la stessa cosa”. E si fa un esempio, e l’esempio ha questa funzione: dimostrare che la situazione particolare è ascrivibile ad una serie di situazioni molto più generali, cioè rientra nell’ambito di una serie di situazioni generali e quindi, rientrando in questa serie di situazioni generali, ne condivide per esempio le giustificazioni, o comunque le prerogative. Ed è, l’esempio, uno dei modi più forti per confortare una tesi, anche in un discorso fra sé e sé, detto anche soliloquio, perché muovendo da una situazione particolare ed avvalorandola con un’altra generale, funziona come se trovassi in questo generale qualcosa di, possiamo chiamarlo quasi di necessario. E in effetti, in molti casi, per esempio in ambito etico, questo avviene: “se tutti fanno così, allora è necessario fare così”, cioè detto altrimenti : “ è bene fare così, se tutti fanno così”; “ se solo io faccio il contrario allora è male”. Perché da Aristotele in poi, è invalsa l’abitudine di considerare che è giusto, vero, caro agli dei, ciò che i più condividono, ciò che i più credono vero e cioè il luogo comune(come abbiamo detto in varie occasioni). Ma l’esempio ha anche un’altra portata, come sapete “essere di esempio a qualcuno”; l’esempio mostra qual è la retta via: è in definitiva un indicatore, un indicatore generalmente di ciò che è bene e ciò che è male, di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Per questo ha una portata non indifferente nel discorso occidentale ed è utilizzato ininterrottamente in qualunque discorso, in qualunque conversazione. Laddove si ritiene che il proprio discorso non abbia la forza necessaria per persuadere o convincere l’interlocutore, cosa che avviene spessissimo, si ricorre immediatamente all’esempio, e l’esempio è immediatamente persuasivo, perché andare contro l’esempio, se l’esempio è calzante, quindi ben fatto, significa andare contro la vox populi: “vox populi, vox dei”. L’esempio indica la generalizzazione delle cose: ciò che occorre fare per lo più, ciò che i più fanno, ciò che in definitiva occorre fare. Ed è sempre interessante laddove accade di fare un esempio, interrogarlo questo esempio, per prima cosa; come seconda, costruire immediatamente un controesempio, cioè un altro discorso che nega il primo. Non è difficile ed è interessante perché dimostra molto rapidamente come quell’elemento che serve a consolidare, a rafforzare, in alcuni casi a definire un certo discorso, possa essere ribaltato molto facilmente e molto rapidamente. Il controesempio applicato al proprio discorso è propriamente ciò che tempo fa si indicava come quell’esercizio di confutare se stessi, uno dei modi forti per confutare le proprie argomentazioni è il controesempio. Cioè, torno a ripetere, la costruzione di una proposizione che si mostra essere altrettanto credibile, altrettanto sostenibile e legittima dell’esempio. Ed è il fatto di essere altrettanto credibile, altrettanto legittima che rende il controesempio così forte e così efficace, al punto che gli oratori lo usano come un’arma; perché una volta fatto un controesempio, l’esempio che veniva fatto precedentemente a scopo di rafforzare il discorso e rendere l’affermazione… cioè necessaria, si dissolve immediatamente, si vanifica nel nulla. Se voi prendete un qualunque saggio, di qualunque argomento tratti, troverete moltissimi esempi e proposizioni che magari non sono esplicitamente esposte con esempi, ma che funzionano come esempi. Potrete trovare una generalizzazione per esempio; se io affermo che muovo una teoria dall’esperienza e cioè attribuisco all’esperienza un carattere di necessità per cui costruisco la mia teoria sull’esperienza, allora l’utilizzo in questo caso dell’esperienza funziona come esempio, e sicuramente troverete direttamente o indirettamente un esempio, in cui si afferma che l’esperienza non può essere negata perché, per esempio ciascun umano ne fa ricorso in qualunque momento della sua esistenza, ne fa ricorso anche per l’acquisizione di nuovi elementi etc, etc..: ecco lì è possibile costruire un controesempio che nega questa affermazione. E la nega in un modo che logicamente non avrebbe nessun senso ne alcuna portata; il controesempio non è ne più vero, ne meno vero dell’esempio che nego naturalmente: il controesempio non significa assolutamente niente, esattamente come l’esempio. Ma retoricamente, la potenza del controesempio è tale perché impedisce all’interlocutore di proseguire e cioè di potere utilizzare quell’esempio che avvalorava il suo discorso e dal suo discorso avrebbe dovuto trarre tutta la forza che lui voleva che avesse; se noi gliela togliamo di sotto rimane un’affermazione assolutamente arbitraria. La retorica come sapete, almeno una parte della retorica è stata studiata e riflettuta allo scopo di utilizzare un discorso contro altri discorsi; non è questo che ci interessa fare se non appunto laddove questo andare contro un discorso, è andare contro il proprio discorso, contro le proprie affermazioni, le proprie credenze, superstizioni. Mettersi il bastone tra le ruote in un certo senso, cosa che pochi hanno voglia di fare perché è una cosa seccante, seccante il rilevare da sé di non avere ragione. Perché cosa comporta questo necessariamente? Il dovere riconsiderare la questione; l’esempio ha fra le altre funzioni che abbiamo indicate anche questa, cioè quella di chiudere il discorso. Indicando una generalizzazione assoluta a cui fa riferimento è come se uno dicesse “perché devo fare così?” e l’altro rispondesse “perché lo fanno tutti”, “perché sì”. L’esempio ha un po’ questa funzione; è “un perché sì” un pochino più articolato, un po’ più soddisfacente, generalmente il perché sì non soddisfa, l’esempio sì, ha la stessa funzione. Dunque se è seccante, tuttavia l’esempio serve a chiudere il discorso, a renderlo vero in modo tale da evitare di tornarci sopra; evitare quindi di doverlo riconsiderare e evitare di lasciare la questione aperta e cioè lasciare un interrogativo aperto: l’esempio toglie la domanda. La domanda sospesa ha una funzione inquietante, perché una cosa che rimane in sospeso continua a domandare. Si tratta di considerare il perché, ad esempio, un qualcosa che continua a domandare non consente di stare tranquilli: perché una domanda esige una risposta? Questa è una bella questione, al punto che è invalsa l’abitudine che se uno rivolge a qualcun altro una domanda, è come se l’altro fosse obbligato a rispondere, non può non rispondere, anzi da taluni è considerato segno di maleducazione. Ma mentre può avvalersi della facoltà di non rispondere difronte ad un tribunale, sembra che non possa avvalersene in una conversazione pubblica, salvo essere preso per un maleducato. Come se appunto una domanda esigesse una risposta. Ma perché avviene un fenomeno del genere, perché una domanda esige una risposta? Se voi pensate ad una qualunque cosa che vi interroghi, immediatamente vi rendete conto che questa interrogazione vi inquieta, in qualunque modo sia, può inquietare in modo divertente, piacevole, fino ad arrivare al drammatico. Ma è come se voi stessi avvertiste che questa domanda esige una risposta, non la attende, ma la esige, tant’è che gli umani da sempre si sono dati un gran da fare per togliere tutte le risposte rimaste non soddisfacenti e sostituirle con qualcosa di chiuso, di definitivo, senza riuscire naturalmente, però vi è sempre stato l’intento: Dio ha costituito e costituisce a tutt’oggi una di queste risposte, messe lì perché non ci sia più nulla a domandare (anche se poi si innescano un’infinità di altre questioni ovviamente). Ma che cos’è una domanda? Proviamo a riflettere in modo più radicale rispetto a questo, tenendo conto anche delle cose che abbiamo dette da qualche anno a questa parte. Cosa non possiamo dire di una domanda? Intanto ovviamente è un atto linguistico, ma è un atto linguistico particolare, tant’è che lo distinguiamo, pe esempio, dalla risposta. Che cos’ha dunque di particolare una domanda, visto che esige un altro atto linguistico; alcuni atti linguistici sembra che non lo esigano necessariamente un altro atto linguistico: la domanda sì, lo esige. Ma che lo esiga lo abbiamo preso per scontato? Lo abbiamo preso per scontato muovendo dal luogo comune, come sempre facciamo, e cioè che difronte ad una domanda si pretende una risposta. Finora sappiamo che generalmente avviene così, però possiamo riflettere meglio sulla particolarità di questo atto linguistico che chiamiamo domanda o domandare. Che cosa avviene esattamente in una domanda? Ci si attende qualcosa, “potremmo dire di una domanda che non si attende nulla?” Questa è la questione che vogliamo risolvere; una domanda retorica non si attende una risposta, ma non la attende perché la da già come implicita, come già scontata. Può una domanda esistere senza una risposta o senza la possibilità di una risposta? Cominciamo a porci una serie di questioni intanto: che cos’è una domanda della quale non esiste risposta possibile? è possibile a questo punto una domanda ? Ora, naturalmente nel modo in cui ci stiamo ponendo la questione è un modo così, legato al luogo comune; da qui comunque partiamo per intendere un aspetto retorico che può tornarci utile. Ma torniamo alla questione di prima, che cosa non possiamo non dire della domanda, attenendoci al luogo comune ovviamente? Che è l’attesa di qualcosa, necessariamente. Potremmo dire che una domanda che non attende nulla cessa di essere tale cessa di essere una domanda. Wittgenstein si chiederebbe qual è l’uso di questo significante domanda: l’attendersi qualcosa da qualcuno, da qualcosa. Direi che questo possiamo dire: che è l’attendere qualche cosa. Per il momento non andiamo oltre: ci siamo domandati “potrebbe non essere questo?” No, se non lo fosse la domanda cesserebbe di esistere. Ma perché? Perché è nell’uso stesso del significante domanda essere l’attesa di qualche cosa. In questo caso porremmo definire l’uso di un termine in questo modo: ciò che quel termine è necessariamente, o meglio il senso che necessariamente un termine ha se deve continuare ad essere se stesso cioè, in altri termini, per potere continuare ad usarlo. Ma c’è l’eventualità che questa attesa instaurata dalla domanda sia tale per una questione grammaticale, linguistica. Potremmo dire questo, che se faccio intervenire un elemento che viene utilizzato in quanto domanda, allora proprio in quanto domanda, grammaticalmente, per il suo uso, richiede una risposta. Non è che la domanda lo richieda per volontà divina, ma perché questo è il suo uso. Ora occorre anche aggiungere tuttavia, che il cosiddetto luogo comune compie un’operazione in più rispetto a quanto andiamo dicendo, e cioè: attribuisce alla domanda che abbiamo indicato come atto linguistico con una particolarità grammaticale, attribuisce una sorta di esistenza naturale, come se le cose domandassero, come se la domanda fosse insita nelle cose; le cose interrogano, e sta all’uomo rispondere, trovare il modo di rispondere, la natura interroga, le cose che ci circondano interrogano. Ne la natura, ne le cose che ci circondano interrogano alcunché, ne nessuno; la domanda non esiste ovviamente fuori dal linguaggio, fuori dall’uso che il linguaggio ne determina. Ma considerare la questione in questi termini impone una sorta di ribaltamento: non sono le cose che interrogano, ma sono io che ponendo una questione come interrogazione, mi aspetto una risposta, proprio perché me la pongo come una interrogazione, altrimenti non mi aspetterei nessuna risposta. Quindi, la risposta che incontro è grammaticalmente determinata dalla domanda; a questo molti già sono arrivati e cioè che è il modo in cui pongo la domanda che determinerà il modo della risposta. Addirittura Heisenberg ha riscontrato una cosa del genere in termini abbastanza precisi, individuando come il ricercatore influenzi il ricercato, rispetto alle particelle nucleari, cioè come il modo del ricercatore determini, ma sicuramente influenzi ciò che trova. Potremmo aggiungere e forse rincarando la dose, che ciò che trova lo produce; lo produce la domanda, sempre fermo tenendo che la domanda è un atto linguistico e tutto ciò che questo comporta. Allora che cos’è il domandarsi? Porsi delle domande per trovare delle risposte: grammaticalmente abbiamo detto che la domanda esige risposta, così come il prima esige il dopo, per una questione grammaticale. Dunque dicevo, che cos’è il domandare? Parafrasando Heidegger, è porsi nella disposizione di attendersi un rinvio dalla proposizione che domanda. è in effetti una disposizione in cui ci si attende un rinvio, un rilancio, e una risposta non è altro che un rinvio, un rilancio ad un'altra proposizione. Con questo siamo giunti a considerare che, intanto la necessità che alla domanda segue una risposta è una necessità grammaticale, esattamente al pari di quella che esige che al prima segua un dopo; dopodiché possiamo dire che, ciò che la domanda produce è una risposta, ma è una sua produzione, cioè la risposta è una produzione della domanda. Allora torniamo alla questione dell’esempio e del controesempio: l’esempio dicevamo, è quell’elemento che interviene nel discorso e toglie la domanda, toglie il domandare, perché la domanda, il domandare inquieta. Inquieta perché si suppone, a questo punto possiamo anche considerare meglio la cosa, che siano le cose a domandare e finché io non rispondo, le cose mi pressano, mi pongono sotto esame, non mi lasciano tranquillo, mentre se fossi meglio consapevole di essere io il produttore, tanto della domanda quanto della risposta, ecco che questa esigenza, questa necessità assumerebbe un’altra connotazione: sarebbe una semplice curiosità intellettuale, ne più ne meno cioè sapere che cosa il discorso sta per produrre. La stessa curiosità che può intervenire durante la proiezione di un film d’avventura o quando si legge un romanzo giallo e si vuole sapere chi è l’assassino. Ecco quindi che la funzione d’esempio è soprattutto di togliere la domanda cioè fornire la risposta e la risposta la fornisce attraverso una generalizzazione. La potenza dell’esempio viene attraverso la sua potenzialità, l’esempio punta sempre anche se non direttamente all’universale, ed è quasi per definizione immediatamente credibile, anzi è fatto per essere tale: nessuno fa un esempio perché non venga creduto, altrimenti sarebbe un comportamento bizzarro. Tutto ciò che il discorso, o buona parte che il discorso produce, se voi lo considerate con attenzione cioè lo ascoltate, è sorretto da esempi. È curiosa questa questione, ma qualunque discorso, di qualunque genere, cioè è supportato da generalizzazioni, come se il discorso non fosse mai in condizioni di sostenere se stesso, ma deve sempre necessariamente ricorrere a una qualche altra cosa. Da qui molte considerazioni circa l’inaffidabilità del linguaggio, l’impossibilità quindi di appoggiarsi al linguaggio come una sorta di garanzia, il linguaggio è inaffidabile perché ha sempre bisogno di qualcos’altro, mentre dice una cosa deve richiamarne un’altra che sostenga la prima e poi una terza che sostenga la seconda e così via; l’esempio invece sarebbe quella generalizzazione che non ha più bisogno di essere sostenuto perché è sostenuto da tutti: il controesempio funziona esattamente come l’esempio. Per questo è così efficace quando voi di fronte a un esempio, che sostiene il vostro discorso, trovate un controesempio, perché rilevate immediatamente la stessa potenza persuasiva, la stessa efficacia, la stessa impossibilità a sbarazzarvene. Di fronte ad un esempio se non si trova un controesempio se ne è generalmente piegati, il che retoricamente è noto: cioè se io faccio un esempio e tu non hai sottomano un controesempio, hai perso. Un bravo oratore non è altri che colui che ha a disposizione, il più rapidamente, tutti i luoghi comuni e i contro luoghi comuni. Dunque, l’efficacia del controesempio è nota da sempre e tra l’altro perché se non c’è un controesempio, l’esempio ha questa funzione di blocco, quindi non si riesce più a proseguire. Proprio per questa funzione di generalizzazione per cui è come se l’altro, facendo un esempio, mostrasse come necessariamente le cose devono essere, come sono sempre state, come devono essere; perché allude ad un’altra situazione, per esempio, un’analogia e la stessa analogia può essere difficile da controbattere perché è fondata sull’esempio. Retoricamente è composta da due parti: il foro e il tema, ed è una proporzione cioè a:b=c:d, la prima parte è il foro, la seconda è il tema. Il foro ha quindi sempre un richiamo all’esempio generalizzante che tutti ammettono e tutti sanno, come per esempio tutti sanno che in primavera tutte le rondini tornano, cioè si fonda; ad esempio, su qualche cosa che è dato come acquisito da tutti, che tutti sanno e che nessuno avrebbe l’ardire di mettere in discussione e quindi non lo può fare e non potendolo fare deve necessariamente accogliere l’esempio e tutto quello che l’esempio veicola e quindi la ragione della tesi avversaria. Abbiamo preso le mosse dal luogo comune rispetto al discorso comune, che un bravo retore non si accontenta di un esempio ne è persuaso dall’esempio, soprattutto un sofista non lo è; l’esempio non gli fa assolutamente niente, lo prende per quello che è, e cioè una proposizione che è un non senso e quindi non prova, non dimostra assolutamente nulla. Un controesempio non è vero o falso, è nulla, è soltanto una costruzione che si oppone a quell’altra e la vanifica. Di fronte, per esempio all’analogia, allora sì, il modo più rapido per sbarazzarsene è non accoglierla; questo il sistema più rapido, ma il sistema meno rapido ma molto più potente retoricamente, se si hanno glia strumenti per farlo, è invece quello di accogliere l’analogia e rovesciarla su quell’altro: se l’altro non è un bravissimo retore, allora resterà schiacciato; se è un sofista anche quell’altro, allora andranno avanti all’infinito. La potenza dell’esempio di cui dicevo è ascrivibile qui alla potenza del proverbio che trae dalla necessità di reperire una generalizzazione a cui appoggiarsi e dalla quale trarre una sorta di sicurezza. Ovvio che nei discorsi più sofisticati questo non può avvenire; discorsi sofisticati intendo i discorsi che riflettono su sé stessi, per esempio molti discorsi anche ritenuti sofisticati, elaborati, articolati, come quelli intorno alla filosofia della scienza, muovono invece una quantità enorme di esempi, generalizzazioni, in molti casi ingenue, visibili; per cui sì, è vero, di fronte ad un sofista non si può usare un esempio, perché non gli significa assolutamente niente, nulla, ne l’esempio ne controesempio, lo lasciano del tutto indifferente. Però è da verificare invece laddove un discorso comune, come può avvenire per esempio lungo un’analisi, dove una propria cosa che viene creduta, una propria superstizione, una propria fantasia, allora sì che è sorretta da degli esempi perché è come se non potesse essere messa in gioco e allora, effettivamente un modo di intervenire può essere quello di produrre dei controesempi che non significano assolutamente nulla(così come gli esempi) ma semplicemente consentono di sbloccare una situazione che finché l’esempio rimane non incrinato, sono inamovibili perché sono credute. Una domanda posta in modo paradossale, non ha nessun utilizzo e quindi come tale non è una domanda. Se un oratore è abile, in questi casi tiene conto dell’uditorio e allora dice non come dice il popolo, ma come hanno detto i più grandi: Aristotele, Platone, Parmenide e giù, giù fino ad arrivare a Heidegger, come hanno detto loro anche noi diciamo, e a quel punto ti stronca, non hai esempi migliori. Quindi dipende dall’abilità dell’oratore che tiene conto dell’uditorio che ha di fronte: se ha di fronte delle persone che non hanno nessuna cultura, è inutile che vada a citare Gorgia o Protagora, non sortirà nessun effetto. Dovremmo a questo punto provare a leggere alcuni brani, i più significativi, dove è più evidente l’abilità oratoria di Cicerone; uno di quelli che conoscevano i controesempi in numero tale da mettere in difficoltà la più parte; per esempio le catilinarie, non a caso, sono rimaste celebri per i suoi artifici retorici, e vedere come, per esempio muovendo dalle stesse premesse sarebbe stato possibile sostenere esattamente il contrario. Ma se io voglio dimostrare una certa tesi, posso porre una domanda sapendo già che cosa le altre persone possono rispondermi, cioè sapere che gli altri non possono rispondermi in altro modo da come io so che loro devono rispondermi; in altri termini posso fare delle domande pilotate? Ad esempio: si potrebbe affermare che il male è più auspicabile del bene? No, certo, ma questa è una domanda pilotata. è un po’ la falsa riga dei dialoghi platonici; il sistema che utilizza Socrate in questi dialoghi è abbastanza simile; è un sistema binario, cioè lui pone due alternative di cui una è quasi scartata da sé, quindi non rimane che l’altra. La domanda pilotata suppone che la risposta avvenga nel luogo comune. Anche alcuni dialoghi platonici come il Gorgia o il Parmenide, possono essere presi e letti qui ed analizzati tecnicamente secondo la tecnica retorica che viene utilizzata: questo può essere un esercizio molto interessante. Di fronte ad una domanda del genere “il male è più auspicabile del bene” si potrebbe rispondere: “domanda senza senso, un nonsenso”. Può esserci una domanda senza risposta ma può avere la funzione di sovvertire una risposta accettata in precedenza, cioè può non esserci una risposta, ma può essere messa in discussione una risposta generalmente accettata; questo è nel campo della retorica? Certo questa è proprio una questione retorica proprio come affermare un prima senza un dopo può farsi retoricamente, solo retoricamente ma non grammaticalmente, perché non avrebbe senso. Può affermarsi che esiste una domanda senza risposta: è soltanto un’affermazione retorica che ha senso unicamente all’interno di una costruzione retorica.

 

 

05/03/98

RETORICA

 

Questa sera vediamo di riflettere su come si formano le credenze per parafrasare Peirce, come avviene, quale struttura le consente. L’altra volta abbiamo accennato alla questione del controesempio, di come sia possibile costruire proposizioni che confutano degli esempi e cioè delle cose credute generalmente; ma quando parlo di una cosa che è creduta non mi riferisco soltanto o unicamente a ciò che viene dato come creduto cioè affermato come tale, per esempio “io credo nell’esistenza di Dio” o qualunque altra cosa, ma intendo più propriamente tutto ciò che interviene, non detto nel discorso e generalmente nemmeno pensato, ma che serve come principio, come assioma, come fondamento per i propri pensieri, per le proprie considerazioni ed è generalmente non detto, che il più delle volte è non saputo: cioè un elemento che interviene. Quando ciascuno di voi parla, parla muovendo da dei principi, degli assiomi, delle considerazioni che stanno a fondamento di ciò che segue o che costituiscono quantomeno le premesse di ciò che segue; ma l’antecedente di tutto ciò che segue, essendo ciò che consente le proposizioni che seguono, ha una funzione importante. Quando io affermo una qualunque cosa, non ha nessuna importanza quale, affermando questa cosa io do per acquisite una quantità notevolissima di elementi, la più parte dei quali è sottaciuta, però questa più parte ha una funzione notevolissima nel discorso generalmente e cioè ne costituisce il fondamento cioè si basa su queste cose; queste cose devono essere vere, devono essere certe e nel discorso comune ovviamente. Devono essere, in altri termini, immaginate come un qualche cosa su cui appoggiarsi saldamente per potere proseguire a parlare. Ma provate a considerare la cosa in questi termini: c’è una premessa, poi una concatenazione di conseguenze e quindi la conclusione. Supponete che la premessa non sia esposta, non sia esplicita, ma che serva tuttavia a consentire tutta una serie di inferenze che ne seguono; queste inferenze perché si fanno? Si fanno perché una premessa lo consente; per il solo fatto che vengono formulate queste inferenze, generalmente si stabilisce che la premessa c’è ed è necessaria, che ci sia è fuori dubbio, che sia necessaria invece è piuttosto discutibile. Questa premessa di cui sto parlando Aristotele la chiamava “il luogo comune”, ciò che è accolto per lo più dai più, ciò che generalmente non viene messo in discussione. Dunque, tutto ciò che segue, seguendo un elemento che non è, né può essere messo in discussione, risulta affidabile. Ora la conclusione se è costruita in modo tale da non essere o da essere difficilmente attaccabile, a questo punto risulta certa e creduta vera. Ora, una credenza viene formata così generalmente, ma non soltanto: può essere rafforzata e viene rafforzata una credenza tanto più quanto più i passaggi dalla premessa alla conclusione sono brevi. L’effetto che ne risulta è quasi quello di una slogan per esempio, di una massima, di un proverbio. Quasi in un modo tale che questa proposizione sia come chiusa, rinserrata all’interno di una struttura il più possibile rigida, tale da consentirle di essere chiusa in sé stessa, come una sorta di prodotto finito, così come una frase musicale o come il verso: un verso non è altro che un discorso inserito all’interno di un struttura rigida, chiusa in sé stessa; un verso è compiuto in sé, ha un inizio e una fine. Questa finitezza ha una funzione particolare, perché essendo in tal modo chiusa è come se e costituisse una sorta di elemento a sé stante che non necessita di altro. Ora, un elemento è tanto più forte quanto meno necessita di altro: un motto, una massima, un proverbio, queste frasi brevi e chiuse in sé stesse che apparentemente non necessitano di nulla, sono più efficaci invece di un lungo discorso che necessita di molte spiegazioni, per quale motivo? Il lungo discorso che necessita di molte spiegazioni, tanto più è lungo, tanto più offre il fianco a dubbi, a confutazioni, a perplessità. Perché è così efficace lo slogan? Perché è breve e racchiude in sé un’affermazione che in sé è compiuta e apparentemente non necessita di nessuna aggiunta. Così come il verso, essendo chiuso in sé stesso non necessita di altro per esistere, per questo fornisce questa sensazione di perfezione, di compiutezza e quindi di verità. Di verità, perché la verità, direi quasi per definizione, almeno nel luogo comune, è qualcosa di assolutamente stringato che non necessita di altro; una volta che si è raggiunta la verità non si può aggiungere altro, a meno che non venga messa in dubbio, ma se questo non avviene, la verità chiude la questione, così nella vulgata. Che non necessiti di altro è importante perché rende questa proposizione, questa frase, autosufficiente come un mondo a sé stante, e se non necessita di nient’altro per sussistere, allora capita un fenomeno importante che è questo: che non viene intaccata da niente perché non necessita di nulla, è autosufficiente. Da qui, a ritenere questa frase necessariamente vera, il passo è breve. L’idea, retoricamente, poi questo viene utilizzato dalla retorica e dai retori soprattutto; l’idea è che una frase breve, chiusa in sé stessa sia più facilmente recepibile e più difficilmente attaccabile, per un motivo: perché suona effettivamente come il verso di una poesia. Ora, il verso di una poesia non è generalmente sottoponibile ad un criterio vero-funzionale; la struttura in cui è formato è come se esprimesse una verità naturale, necessaria. Dunque, le cose che vengono credute si formano generalmente in questo modo; sono dei pensieri brevi, rapidi, che tagliano corto così come un proverbio o un motto, una massima, taglia corto e giunge rapidissimamente ad una conclusione. Questa rapidità impedisce l’inserimento di elementi che potrebbero eventualmente creare dei problemi. Tempo fa avevamo considerato, per esempio il proverbio: i proverbi sono brevi. Questa brevità è fatta anche per impedire che possano insinuarsi elementi nocivi. Provate a trasformare un motto, un proverbio, una massima in un lungo discorso e immediatamente sorgono dei problemi, sorgono delle domande, sorgono delle questione che invece la massima, il motto o il proverbio non consentono; per esempio “chi la fa l’aspetti”: è una cosa breve e sembra una legge naturale, come dire, sempre dovrà accadere questo. Provate a trasformare questo proverbio in un lungo discorso, immediatamente sorgono dei problemi di ogni sorta. Ciò che interviene in una credenza, soprattutto, è la naturalezza della conclusione a cui giunge, come se le cose non potessero effettivamente andare altrimenti che così. E questo avviene anche per una generalizzazione; il proverbio è nella struttura dell’induzione generalmente, e si appoggiano sul luogo comune. Dunque, potremmo riassumere schematizzando un po’ le cose in questo modo: c’è un luogo comune che funziona da assioma, da premessa; da questo luogo comune io traggo delle conseguenze, delle implicazioni. Il luogo comune non viene enunciato, viene dato semplicemente come fondamento dell’attendibilità delle inferenze. A questo punto giungo alla conclusione; questa conclusione non potrà essere messa in dubbio, né in discussione, e non potrà perché ciò che ho dato per implicito è la naturalità dell’assioma da cui sono partito, mi sono mosso correttamente nelle conseguenze e quindi la conclusione e altrettanto naturale. E naturale che “chi la fa l’aspetti?”; viene posto così generalmente. Ora, nessuno potrebbe affermare, così a cuor leggero, che una cosa del genere è assolutamente sicura e necessaria, perché magari già di per sé ha sottomano degli esempi in cui le cose non si sono verificate in questi termini. Tuttavia, è come se il fatto che non si sia verificato potesse a questo punto addirittura porsi come una sorta di eccezione ad una legge naturale: le cose occorre che vadano così; poi può accadere che una volta non succede, però è l’eccezione che conferma la regola. Questa è una riflessione su come si formi una credenza, facendo l’esempio del luogo comune, del proverbio: si può considerare che difronte ad un proverbio come questo (chi la fa l’aspetti), chiunque saprebbe obiettare; ma non è tanto il proverbio in sé, quanto la sua struttura; ed è la struttura, la stessa, con cui ciascuno si trova ad un certo punto, senza sapere né come né perché, a credere una quantità sterminata di cose. Come avviene che una persona creda nelle cose in cui crede? Perché? Che cosa supporta queste credenze e che cosa gli impedisce, soprattutto nella più parte dei casi, di accorgersi che sono delle credenze, delle superstizioni e cioè affermazioni assolutamente arbitrarie e tutt’altro che necessarie? Cosa invece fa sì che si trovi ad immaginare che le cose che crede siano necessarie? Ecco perché ero partito dall’esempio del proverbio, per la sua struttura, e quando si forma una credenza c’è, il più delle volte, la necessità che il pensiero che la costruisce sia breve, per i motivi che ho elencati; lo stesso motivo per cui una persona che crede una certa cosa, cercherà di sostenerla, questa cosa in cui crede, utilizzando dei sistemi chiusi, compatti, soprattutto quando pensa tra sé e sé: certo se deve dimostrarlo ad un’altra persona utilizzerà argomentazioni più sofisticate, più articolate. Ma nel soliloquio, quando si trova per esempio difronte ad un dubbio, ad un’incertezza rispetto alle cose in cui crede, ciò che opporrà a questi dubbi, sono strutture argomentative che hanno una struttura molto simile a quella del proverbio, e cioè qualche cosa che taglia corto e che in definitiva elimina tutto ciò che potrebbe mettere in discussione ciò che crede: il proverbio è fatto apposta per impedire, per evitare di mettere in discussione una sorta di affermazione che si vuole fare passare come legge naturale. Ecco, questa struttura che consente di credere ad un certo punto anziché no, è una struttura particolare. Vediamo di costruirne una, costruiamo una credenza: per esempio “prendere il caffè alla sera provoca insonnia”. Se una persona ascolta una cosa del genere, cosa succede? Succede che se c’è una sorta di disposizione da parte sua, ad accogliere questa proposizione, la accoglierà, ma questa disposizione di cosa è fatta? Supponiamo che questa persona la sera, abbia qualche problema ad addormentarsi, e che avendo qualche problema ad addormentarsi sia afflitto da una serie di pensieri, che lo preoccupano, lo spaventano, lo angosciano. Allora, ciò che cercherà di fare sarà di sbarazzarsi di questi pensieri, di ciò che lo infastidisce; non sa ovviamente perché insorgano questi pensieri e quindi non riesce a dormire, e a questo punto cerca qualche cosa che risponda alla sua domanda cioè “perché non riesco a dormire?”; che funzione ha un’eventuale risposta? In qualche modo, lo pone nella condizione di affrontare questi pensieri non più come dei pensieri che gli appartengono e che lo riguardano e quindi lo interrogano, ma come una sorta di corpi estranei introdotti inopinatamente da qualche cosa che è avvenuto, e quindi ha una funzione tutto questo, perché a questo punto è come questi pensieracci è come se non gli appartenessero più, cioè può considerarli come una sorta di corpo estraneo. Ora, se trova qualcuno che gli dice che “il caffè la sera non fa dormire”, allora cosa succede? Succede che crederà a questa cosa, ma perché? Forse perché ha fatto studi precisi di fisiologia, di neurologia, a parte il fatto che tali studi non gli consentirebbero di giungere a nessuna conclusione certa, sicura; ma ci crederà, perché in questo modo potrà considerare i suoi pensieri come qualcosa che non gli appartiene e quindi sarà disponibilissimo a credere a tutte le prove scientifiche a vantaggio dell’affermazione che “il caffè rende nervoso”, cioè gli serve. Questo utilizzo della proposizione che afferma che “il caffè non fa dormire”, ha la struttura di qualunque certezza, di qualunque cosa si trovi credere, che è creduta perché ha un utilizzo. Ora, “il caffè rende nervosi” è una frase, anzi è una proposizione piuttosto breve che ha un’efficacia differente da una lunghissima disquisizione scientifica, comunque sempre piuttosto opinabile, intorno agli effetti della caffeina, ma soprattutto non ha bisogno questa frase di essere supportata scientificamente; la stessa cosa può avvenire in altro verso rispetto al proverbio che “il gatto nero porta sfortuna se attraversa la strada”; qui la cosa è ancora più manifesta, perché non c’è nulla al mondo che possa provare una cosa del genere. Dunque, ci si trova a credere qualcosa perché questo qualcosa ha una funzione ben precisa nel proprio discorso; solo a questa condizione viene accolta come una credenza; non importa quale sia l‘utilizzo, ma ha un utilizzo e l’utilizzo è questo: di rispondere ad una domanda che inquieta, esattamente così come i pensieri che sorgevano al nostro amico insonne e che lo inquietavano, e che consente quindi di potere considerare i propri pensieri, o alcuni dei propri pensieri, come una sorta di corpo estraneo e quindi giustificarli in qualche modo e, una volta giustificati, eliminarli, come cose di cui non occorre tenere conto, non rilevanti: tutto il discorso occidentale è costruito in modo da consentire queste operazioni cioè di potere sbarazzarsi della più parte dei pensieri imbarazzanti. Ma perché la frase breve è quella che convince, così come lo slogan? Per un motivo molto semplice: pensate all’omino e al suo caffè; prima arriva alla conclusione e meglio è; meno giri fa e meno c’è la probabilità che si trovi a dovere rimettere in discussione questa nuova trovata e cioè, per esempio che il caffè rende nervosi. Quindi, raggiungere la conclusione al più presto possibile, come se ci fosse una certa fretta e, in effetti, in alcuni casi è così, la fretta di concludere. In alcune strutture di discorso è rappresentata questa fretta di concludere; dice quattro parole e poi la conclusione: per esempio, come nel discorso isterico, c’è una grande rapidità a giungere alla conclusione. Ma aldilà del discorso isterico, una frase breve, lo slogan, il motto, sono fatti, sono costruiti per consentire di non dovere pensare: questa è la funzione imminente, contrariante a quanto qualche volta si possa ritenete, hanno questa funzione: di consentire di non pensare, come se fosse già stato pensato e si offre la conclusione, il prodotto finito. Questa rapidità, tra l’altro, va riscontrata anche nelle dimostrazioni più articolate, più sofisticate e cosiddette scientifiche: come possiamo intendere la rapidità della conclusione? Per esempio l’eliminazione del regresso all’infinito; per esempio l’eliminazione di tutto ciò che non può essere provato; per esempio l’eliminazione della considerazione che sia sempre possibile costruire una proposizione che confuta una qualunque affermazione. In questo senso possiamo dire che anche una dimostrazione scientifica taglia corto, cerca di essere il più breve possibile e cioè eliminare tutto ciò che non le consentirebbe di stabilirsi. Il discorso fa esattamente così; il formarsi di una credenza funziona esattamente allo stesso modo: eliminando tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Se volete, ciò che fa un’analisi e reinserire tutto ciò che la metteva in discussione, per esempio, o che potrebbe metterla in discussione, o che la mette in discussone; inserire cioè tutto ciò che una superstizione ha eliminato: inserendo tutto ciò che la superstizione ha eliminato, si elimina la superstizione; è semplice. La superstizione sorge per togliere dei pensieri che infastidiscono, e i pensieri che infastidiscono sono quelli che continuano a domandare cioè che non si riesce a mettere a tacere. E quindi, tutto ciò che, tutti i pensieri che continuano a insistere e a domandare vengono, almeno provvisoriamente, zittiti da una credenza; si tratta di trovare il modo perché questi pensieri possano ritornare a parlare, possano tornare a dirsi, in modo che, tutto ciò che è stato costruito, magari in trenta, quarant’anni di duro lavoro, possa dissolversi. La difficoltà sta nel fatto che ciò che si avverte a questo punto è un pericolo, un pericolo gravissimo, come dire: se demolisco una cosa del genere è la fine, nel senso che tanto si è spaventati da alcuni pensieri che l’eventualità di potercisi ritrovare di fronte, impone di credere qualunque cosa pur di non trovarsi a riconsiderare alcune cose: per questo gli umani sono così inclini a credere qualunque cosa e il suo contrario; perché credere una qualunque cosa ha la funzione di sbarazzare dai pensieri che inquietano. Ora, i pensieri che inquietano generalmente sono quelli che costringono il discorso a proseguire paradossalmente; dico paradossalmente perché il più delle volte le persone enunciano di cercare cose che le stimolano, cercare sempre nuove cose che le spingano avanti; ma si tratta poi di verificare nel discorso di ciascuno se è esattamente così oppure no, o se invece l’intento sia esattamente il contrario, e cioè quello di impedire che altro possa aggiungersi, cioè impedire che delle cose intervengano a rimettere in discussione tutto ciò che è stato consolidato. In definitiva, alla domanda perché si crede, potremmo rispondere che “si crede per non pensare o per potere cessare di pensare”; pensare in termini radicali: tutto ciò che impedisce il pensiero in termini radicali possiamo chiamarlo credenza. Pensare in termini radicali non è altro che avere la possibilità di giocare, tutto sommato, con qualunque elemento e di qualunque elemento potere considerare l’eventualità che non sia affatto così come si pensa che sia, ma per esempio il contrario, e che l’eventualità che sia il contrario non abbia né minore dignità, né minore probabilità di quello che sto pensando, e che in definitiva ciò che penso è totalmente arbitrario, cioè è una produzione del mio discorso che io costruisco per alcuni fini che posso anche individuare e che non ha nessun altro scopo: cioè io mi costruisco una cosa perché mi serve, mi costruisco una paura, mi costruisco una superstizione perché mi serve: mi serve a non pensare. Il pensiero non è cosa semplice, cioè il linguaggio poi, in altri termini, è tutt’altro che semplice, è di una difficoltà estrema; difficoltà difronte alla quale generalmente si recede, perché disorienta, perché toglie ogni possibilità di aggancio, di ancoraggio, di sicurezza, di tranquillità. Parafrasando Freud potremmo dire che il pensiero è un incubo continuo; ma un incubo in un’accezione particolare come diceva lui, cioè l’incubo è ciò che sveglia di soprassalto, il contrario della quiete, un movimento continuo. E produce un disorientamento, quel panico in alcuni casi, che si ha di fronte a quello che gli antichi chiamavano “orror vaqui”, la paura del vuoto, del nulla; e questo nulla di cui sto parlando non è altro che l’assenza di religione. In fondo chiedersi perché credere, non altro che domandarsi perché la religione, qualunque essa sia: la religione è fatta di tutte quelle cose che io ritengo naturali, una religione naturale. Potremmo dire che ciascuna religione è naturale per definizione e cioè ritiene che necessariamente ci sia una legge naturale delle cose, un ordine naturale delle cose. Quando parlavo della premessa da cui ciascuno muove per giungere alla sua conclusione, e questa premessa viene posta come legge naturale e pertanto non può, né deve essere messa in discussione, intendevo questo cioè come una religione naturale: una religione naturale si pone in questi termini e cioè fornisce il fondamento, la base. Ma il nulla, è un nulla rispetto ad un tutto, cioè per essere un nulla deve configurarsi nulla rispetto a qualche cosa, grammaticalmente: se presa realisticamente diventa una religione naturale. Ma, non essendoci quel qualche cosa per cui il nulla può essere nulla, il nulla non ha ragione d’essere? Certo, se poni la questione in termini logici, il nulla è un significante che ha una funzione grammaticale, ma non ha nessun referente, come qualunque altro significante, però ha un uso; quindi lo smarrimento di fronte alla possibilità non ha senso di essere? Ha senso nell’ambito di un discorso religioso; soltanto all’interno di un discorso religioso è pensabile che se c’è il nulla allora c’è il tutto, un po’ come faceva Anselmo rispetto a Dio. L’assoluto posso pensarlo, diceva Anselmo, se lo penso non posso dire che non esiste, ma posso provare l’assoluto? No per definizione, perché se è assoluto, qualunque cosa faccia sarà sempre un passo in là; però lo penso e quindi esiste, esiste e non è provabile; quindi qualcosa che non è provabile, di esistente, c’è necessariamente. E se io chiamassi questo assoluto Dio, allora esiste necessariamente e necessariamente non è provabile. Però, in effetti, secondo la logica tradizionale una prova di questo tipo difficilmente risulta confutabile, e qui interviene una distanza fra il discorso che stiamo facendo e la religione naturale; è chiaro che, dicevo, tutto ciò può essere preso o come una legge naturale; se dico che una cosa esiste, per il fatto stesso che la dico esiste naturalmente, oppure facendo tutta questa costruzione, cioè provando in modo inconfutabile la esistenza di Dio, tutto ciò che ho fatto è un esercizio retorico; nessuno di questi significanti che ho utilizzati ha nessun referente da nessuna parte: ho costruito una proposizione che rispetto ad un certo gioco, se si ammette, si accoglie un certo gioco che è quello della religione naturale, non è confutabile; se non si accoglie la religione naturale, allora non è né confutabile, né non confutabile: è un gioco linguistico, un gioco di parole. Ecco in questo modo si può creare una credenza, in questo caso nell’esistenza di Dio: perché si crea? Perché se io per esempio non riesco, supponiamo che io non abbia gli strumenti, i mezzi per confutare una simile prova dell’esistenza di Dio, allora per il fatto stesso di non sapere confutare questa proposizione, questa proposizione automaticamente diviene vera e quindi creduta e quindi reale; in questo modo si è creta una credenza: diventa una legge naturale che il pensiero non può eliminare e quindi diventa necessaria; a quel punto una religione è costruita, almeno nel suo impianto fondamentale. Chi saprebbe confutare questa prova dell’esistenza di Dio? Una religione naturale non è confutabile e infatti è questo l’inghippo, l’intoppo fondamentale, che se tu accogli necessariamente quel tipo di gioco, sei bloccato, non puoi fare niente. Posso pensare l’assoluto, ma se lo penso esiste, ma se esiste e non è provabile, è una cosa interessante.

Ma l’interessante di tutto questo è il trovarsi presi in questo gioco, che è un gioco linguistico e immaginare che sia la realtà delle cose, la realtà necessaria e quindi costrittiva; se io provo l’esistenza di Dio e nessuno lo potrà confutare, allora Dio esiste. Ma ciò che mi interessava dire questa sera è che le cose in cui ciascuno crede, hanno esattamente la stessa struttura: sono date ad un certo punto come non confutabili quindi necessariamente vere, cioè non è autocontraddittorio, almeno questo, come voleva Kant, e quindi è vero. Davanti ad una possibile confutazione si cerca di reperire l’assioma, che è quello che consente poi ai valori di sussistere e cioè qualcosa che afferma, ad esempio, che un valore è necessario, qualcosa su cui si supporta tutto un discorso. Se una persona crede fortissimamente in Dio, sarà molto difficile persuaderla del contrario, ma tanto più fortemente ci crede, tanto più forte è l’utilizzo che ha questa credenza, e allora occorre iniziare a riflettere sull’utilizzo di questa credenza, e allora lì è possibile cominciare ad incrinare qualcosa, però non è semplice, in alcuni casi è molto difficile. Quando ciascuno fa una qualunque cosa, questa cosa che fa alcune volte e mossa da un’intenzione, altre volte no, tuttavia, cosa distingue il pensare religioso dal non pensare religioso? Tutto ciò che io mi trovo a fare può essere considerato come l’effetto di una serie di considerazioni generalmente; queste considerazioni possono procedere da una credenza in questo caso, una sorta di religione naturale, cioè che le cose sono così e devono andare così, oppure semplicemente, io faccio queste cose ogni giorno, le faccio ogni giorno tranquillamente sapendo di farle attenendomi a delle regole di un gioco: così come quel tale che diceva “tutte le mattine quando io mi alzo dal letto, per alzarmi dal letto devo sapere che fuori dal letto c’è il pavimento e non il vuoto e poi per scendere giù devo sapere che ci sono le scale e che non precipiterò di sotto”; insomma deve sapere un sacco di cose e lui crede in queste cose. Ma questo credere non è altro che l’utilizzo di una regola di un gioco che di per sé non ha nessun senso, nessun significato, fuori dal linguaggio sarebbe niente. Qualunque cosa io faccia, posso essere perfettamente consapevole che la faccio utilizzando regole di un gioco linguistico ben precise, oppure posso credere che le faccio perché le cose sono fatte così e perché questo è naturale che sia: intendo con questo la differenza tra il pensare religioso e il pensare non religioso. La possibilità di potere mantenere questa consapevolezza di trovarsi comunque in un gioco linguistico e quindi che ciascuna operazione che si compie è un atto linguistico, e poterne considerare le conseguenze, le implicazioni di questo; in caso contrario se queste implicazioni non possono essere considerate, allora il fatto che io cammini, che tutte le mattine mi alzi, che esista il sole etc…, costituisce il fondamento per una religione naturale: queste cose ci sono, eppure ci sono queste cose, io cammino, io mi alzo, io vivo.

 

 

2-4-1998

 

C’era qualche questione emersa lunedì della quale volete accennare?

 

 

Intervento: Si era parlato del desiderio….il desiderio di fumare una sigaretta e questa è la verità….il momento in cui io parlo esiste il desiderio della sigaretta….il passato nel presente…

 

Mi sfugge la questione cioè supponiamo che lei menta sapendo di mentire, (io non ritengo che siano cose che abbiano toccato il mio modo di pensare..) cioè si chiede per esempio “se io mentissi sapendo di mentire, cioè affermo che Cesare è un giovane polacco vestito di blu” in questo caso io ho affermato qualcosa mentendo e sapendo di mentire, per esempio, lei si chiede se questa cosa che io ho detto modifica il mio modo di pensare, va a modificare tutta la struttura del mio pensiero…sì però la questione è se questa affermazione può modificare il modo di pensare...diciamola così che può accadere che il modo di pensare possa subire una modificazione nel caso in cui questa menzogna che io faccio, sapendo di mentire in qualche modo va ad agganciarsi ad altri elementi per cui è come se credessi in effetti a quello che ho detto, allora sì, può avvenire una modificazione se no, no, non succede niente. Ma questo che sto dicendo è così assolutamente ipotetico in effetti stabilire se il modo di pensare è variato oppure no, è sempre molto difficile anche perché occorrerebbe sapere molto bene qual è il proprio modo di pensare, se dovessimo fare una cosa del genere ci sfuggirebbe forse il criterio, il parametro da utilizzare per compiere una simile analisi, per cui è una questione a cui è molto difficile rispondere (il nostro modo di pensare avviene attraverso incontri, il nostro modo di pensare non è così fisso, è sempre un confronto…) (io non penso che gli incontri cambino completamente il mio modo di pensare… esiste un criterio di selezione…) vi pongo un quesito che cosa intendiamo esattamente con modo di pensare? Che cos’è, per dirla in termini spicci il modo in cui si pensa? (uno schema) anche certo ( una cosa che si è verificata parecchie volte..) in effetti dicendo per esempio cambiare il modo di pensare diciamo che cosa esattamente? I riferimenti? Ma sì, però forse occorre precisare meglio che cosa può essere interessante intendere con modo di pensare, dal momento che ciò che io penso, prendiamo ad esempio ciò che penso io, in che modo penso, che cosa potrebbe definire il mio modo di pensare? Be innanzi tutto potrei definire il modo in cui penso come una struttura fatta in un modo particolare, ciascun elemento che interviene in ciò che dico indica una connessione con ciò che sta per seguire o ciò che seguirà. Ciò che dico è agganciato unicamente a ciò che ho detto e ciò che sto per dire, essendo agganciato in questo modo trae unicamente da altre parole il suo valore, per così dire, la stessa considerazione di utilizzare delle regole in qualunque gioco io mi trovi, questa stessa considerazione, come per esempio in questo momento che sto parlando sto utilizzando certi argomenti, certi elementi linguistici anziché altri, questa stessa considerazione segue o meglio è agganciata a un’altra considerazione ancora che dice che anche questo aspetto è un gioco linguistico, il fatto di non potere uscire in nessun modo dal linguaggio e quindi da giochi linguistici, mi induce ciascuna volta a tenere conto delle cose che dico in quanto costruzioni, giochi, che possono essere nuovi oppure ripetere in qualche modo ciò che ha già giocato, in altri termini ancora tutto ciò che mi trovo a pensare o a dire non è altro che incessantemente e inesorabilmente una produzione del linguaggio in cui mi trovo, tenendo conto che anche questa stessa considerazione è un effetto del linguaggio, ora l’assenza totale di elementi extralinguistici può definire il mio modo di pensare come una successione di significanti che non può non tenere conto di sé, cioè non può non tenere conto che è una successione di significanti e che fuori da questo non c’è altro che altre successioni di significanti. Allora che cos’è questo modo di pensare? Il procedere lungo una combinatoria significante la quale tiene conto unicamente di ciò di cui non può tenere conto in nessun modo e cioè che è fatta di significanti, e allora un modo di pensare non è altro che la successione dei significanti ordinata da regole, questo è il modo di pensare, una successione di significanti ordinata da regole. Per il momento direi che possiamo non aggiungere altro, possiamo aggiungere in questo caso particolare che c’è una regola fra le altre la quale impedisce ad altre regole di imporsi come procedura, cioè impedisce a dei significanti di imporsi come ultimi, ma questo avviene soltanto perché una regola lo impedisce, è vietato (il suo passato) no il mio passato anzi mi suggerirebbe di fare esattamente il contrario eventualmente, è il presente che mi costringe, (…..) supponiamo che io mi ponga una questione del genere e cioè le regole che io utilizzo nel mio discorso siano fondate o traggano la loro esistenza dal passato, questa regola di cui mi avvalgo impedisce anche una considerazione del genere in quanto la sbarra immediatamente come procedura e me la pone di fronte agli occhi come affermazione retorica, come dire a me piace che sia così e nient’altro che questo e posso soltanto porlo come una questione estetica, mi piace pensare di venire dal mio passato, va bene, niente più di questo, non posso affermare nulla che abbia un valore assoluto, rispetto al mio passato posso affermarlo e basta. Perché è questa regola particolare che abbiamo trovata e stiamo utilizzando per giocare questo gioco, forse più mobile di altre, che impedisce di accogliere questa affermazione se non come una affermazione retorica, io vengo dal mio passato, ma a questo punto posso anche affermare che vengo dal futuro, che vengo da Marte, può sembrare forse più bizzarro, più bizzarro sicuramente ma affermare che vengo dal mio passato può non essere meno facile da affermare, dovrei potere individuare il passato, fermarlo, porlo come elemento extralinguistico, dargli uno statuto, potremmo quasi dire ontologico, è come potremo fare una cosa del genere? Dove vado a prenderlo il passato? non c’è più. (…….) sì però qui non siamo discutendo sul fatto che ciascuno di noi abbia una serie di ricordi ma del fatto che questa serie di ricordi possano essere presi a fondamento di ciò che si è oggi, o a causa per esempio, “io sono così perché il mio passato è così” non posso sostenere una cosa del genere, in nessun modo, uno è così avviene una qualunque cosa e cambia radicalmente mentre tutto il suo passato l’ha mantenuto uguale, adesso faccio un’affermazione così strampalata, posso affermare a questo punto forse che le cose che so procedono da cose che ho acquisite, in questo caso potrebbe apparire più difficile negare una cosa del genere, ma possiamo negarlo lo stesso, dal momento che le cose che affermo di avere acquisite…la questione è molto complessa perché tutto ciò che io affermo ha una struttura particolare che abbiamo indicato come struttura retorica, occorre fare una distinzione molto precisa e fondamentale fra ciò che è retorico e ciò che costituisce una procedura e cioè ciò che risulta necessario cioè non negabile, una proposizione che afferma “che le cose che so le ho acquisite in passato” visto che ho utilizzato un tempo passato, “le ho acquisite” è negabile, è negabile perché qualunque cosa io possa addurre a prova, per esempio o a sostegno, della proposizione che afferma che ho acquisito delle cose in passato, richiederà a sua volta altre prove, altri criteri e non potrò mai fermarmi ad un certo punto, è una di quelle proposizione che vengono accolte per potere utilizzare il linguaggio in alcune situazioni, un po’ come affermare che questa è la mia mano, è un po’ la stessa struttura, io non posso provarvi che questa è la mia mano, utilizzo questa regola all’interno di un gioco linguistico per potere affermare e dire certe cose per potere procedere in un certo modo, ma non posso per nessun motivo provare che questa che vedo è la mia mano, non c’è modo e così non posso allo stesso modo provare che le cose che dico le dico perché ho acquisito altri elementi, e qui c’è in effetti una sorta di connessione quasi con le procedure, non che affermare che questa è la mia mano sia una procedura linguistica ovviamente ma posso affermare che necessito di alcune regole per potere parlare, la necessità di regole, che esistono le regole è una procedura, non possono non esserci delle regole, quali regole no. Ci sono alcuni aspetti, Wittgenstein li ha indicati, che sono necessari perché il linguaggio possa esistere, ma che delle regole siano necessarie al linguaggio per esistere non significa affatto che sia necessaria una certa regola, così come dicevamo tempo fa che ad un antecedente segua un conseguente è una procedura linguistica non può non essere, ma quale conseguente e quale antecedente, questa non è una procedura, una procedura linguistica fornisce, l’ho detto mille volte, una sorta di hardware, uno schema molto rigido, all’interno del quale si può costruire qualunque cosa, una cosa che non può farsi è uscire da questa procedura, e allora ecco che affermare che “le cose che so le ho acquisite” viene utilizzata come una regola del linguaggio, che non può essere provata come nessuna regola, se l’esistenza di una regola è necessaria non lo è ciò che dice, ma il suo utilizzo il modo in cui viene utilizzata, perché verrebbe da affermare se io so delle cose, devo averle imparate necessariamente, parrebbe così (stiamo portando avanti un discorso e ciò che stiamo portando avanti è sempre un passato) sì ho inteso rispondo (la domanda è “che cos’è la memoria?”) dimmi Roberto che cos’è la memoria? (un discorso riguarda qualcosa che lui chiama passato e che non ha nessuna possibilità che lo sia…) un passo ulteriore lo porresti come regola o come procedura? La memoria. È necessario che sia oppure no? (….) e come lo confuteresti? Supponiamo che io affermi che “la memoria è necessaria e non può non essere” come la confuteresti? (…….) attenendoci alla definizione che hai data, possiamo anche accoglierla (non può non essere che il parlante parli, non può non essere che lui faccia un discorso e questo discorso per lui abbia un certo significato, un certo senso, però il ….cercherei di fare mantenere che ora sto dicendo che dieci anni fa ho fatto certe determinate cose, ora dico che queste cose erano in un certo modo, proverei a confutare il questo momento) (se tu perdessi la memoria?) (……) (in quel momento direi comunque di essere qualche cosa) per esempio che ha perso la memoria (…..) no, la memoria possiamo prendere la cosa un po’ più alla larga forse, presente, futuro passato, sono figure retoriche e cioè regole per l’utilizzo del linguaggio, regole che consentono di utilizzare alcuni aspetti linguistici, la memoria è una regola del linguaggio, abbiamo detto che occorre che ci siano regole ma non è necessario che queste regole siano in un certo modo anziché in un altro, con questo ciò che noi utilizziamo rispetto al presente, al passato, attiene al tempo, la memoria è connessa con il tempo, non è necessario, non è necessario per il funzionamento del linguaggio, il linguaggio può funzionare anche senza la memoria, anche se può apparire bizzarro ma non meno di quanto appaia bizzarro pensare a un modo di pensare non religioso, per esempio, è una regola che viene utilizzata per cui effettivamente, come diceva Roberto, rispetto ad alcuni elementi si utilizza questa regola e allora si parla al passato o al presente o al futuro, che di per sé non esistono, non hanno nessuna esistenza, sono figure retoriche che intervengono come ciascuna figura retorica a dare una direzione al discorso ma non significano assolutamente niente, fuori da questa regola che le impone non hanno assolutamente nessun senso, né il presente, né il passato, né il futuro…esattamente come affermare che questa è la mia mano, per quanto riguarda la logica assolutamente rigorosa è una proposizione non senso, semplicemente, però ha un utilizzo e questo utilizzo è il senso che poi incontra nel discorso, parlare di tempo e quindi del passato, presente, futuro consente di costruire delle proposizioni, che hanno un certo utilizzo all’interno del discorso e di una struttura, ma di per sé non significano assolutamente niente, non so se ho risposto alla domanda (……) perché no, che la memoria sia una regola l’ho imparato in questo istante? (sì però se ho imparato l’algebra….è la memoria ) sì, sì ma può fare un esempio anche molto più semplice e molto più robusto, per esempio, se io dicessi “Cesare alzi la mano destra” lei cosa farebbe? (…) sì perché alza quella cosa che sta lì appoggiata a questo….e questo lei potrebbe obiettare e allora torniamo alla questione come sa lei che quella è la sua mano? Che è una questione moto più radicale del sapere e del conoscere il calcolo infinitesimale e di averlo acquisito, e torniamo alla questione “come so che quella è la mia mano?” per cui quando mi si dice “alza a mano destra” alzo questa qua anziché alzare un piede o un posacenere o ….(mi risulta difficile) perché le risulta difficile? (io devo avere) perché afferma che deve? (……) non starà Cesare utilizzando una regola che prevede tutta questa operazione? La regola del linguaggio che dice che quando si parla, per esempio, della mano destra lei compie una certa operazione, in questo senso utilizza la memoria, la memoria come regola del linguaggio ma in quanto regola abbiamo detto che è necessario che sia ma non che sia questa, può essere un’altra, che sia questa è assolutamente arbitrario e non necessario, lei sa che quella è la sua mano perché il sapere questo le consente di costruire delle proposizioni, al di là di questo non può provare che questa è la sua mano, non può provare in nessun modo di avere acquisito tempo fa delle informazioni circa il calcolo infinitesimale, può dire che lo sa, va bene, ma non può provarlo in nessun modo (ma io so soggettivamente che è così) sì io so soggettivamente posso sapere che dio esiste, che differenza c’è? Io non posso provare la mia affermazione e lei non può provare la sua (io posso certificare che so usare il calcolo infinitesimale) dipende dalla regola che si inserisce nel linguaggio se fossi un integralista cattolico, per me la certezza di dio, sarebbe molto superiore a quella che afferma che questa è la sua mano, di gran lunga perché se può affermare che questa è la sua mano è perché dio glielo consente e quindi ha una certezza molto più forte. In effetti è una questione molto complessa per esempio questa del tempo, della memoria perché coinvolge aspetti che sembrano ormai insiti nel linguaggio, nella sua struttura e in parte lo sono in effetti, consentono il funzionamento del linguaggio così come funziona per noi ma altro è immaginare che queste regole che indicano un certo procedere siano necessarie, questo non lo possiamo affermare, cosa comporta il fatto che non lo possiamo affermare? Che non lo possiamo provare meglio? Ha dei risvolti non indifferenti, se io dico che mi ricordo che ieri ho fatto una certa cosa e poi mi dico che quello che ho detto ha la stessa struttura della proposizione che afferma che dio esiste, mi trovo di fronte a che cosa a questo punto? Non tanto che dubiti di avere fatto quella cosa oppure no, non servirebbe a niente dubitarne, non è questo, così come non mi servirebbe a nulla dubitare del fatto che questa è la mia mano, non sarebbe utilizzabile questa proposizione che dubita che questa è la mia mano ma dicevo il fatto di non potere provarla significa soltanto che non posso non considerare che sto utilizzando soltanto delle regole del linguaggio e che non posso non utilizzare delle regole del linguaggio ma il fatto che siano regole comporta che tutto ciò che viene affermato sia arbitrario non è necessario, non sta da qualche parte in un empireo che così dev’essere perché qualcuno l’ha decretato, è una produzione del linguaggio e come tale va considerata, cioè che non posso fondare nessuna certezza, sul fatto che questa sia la mia mano, che io so alcune cose, dubitarne non mi servirebbe a nulla ma fondare su questo delle certezze è assolutamente arbitrario, non lo posso fare perché a quel punto sarebbe come affermare che dio esiste, ha la stessa struttura. (……) sì è molto agostiniano questo modo, certo, lo stesso Agostino diceva il passato non è, il futuro non è ancora e il presente dove lo situo? Adesso è già passato e quindi già non è più, ancora non è, dov’è? Anche lì un bel quesito, quando parlo del presente cosa parlo esattamente? E questo forse rende conto di come sia una regola linguistica e non un quid perché per esempio dove lo situo esattamente? In quale punto, questo è già passato, e allora quando parlo di presente di che cosa sto parlando esattamente? Qual è il referente? Dove lo trovo? Ecco forse questo rende conto meglio di quando si parla di presente, passato, futuro stiamo utilizzando figure retoriche, e che non hanno nessun referente e così la memoria quando io ricordo questo non ha nessun referente, assolutamente nessuno perché non può reperirlo da nessuna parte, è una costruzione, utilizzo una regola che connette alcune cose e mi consente di dire che una certa cosa che il mio discorso impone è passato ma dire che è passato è soltanto come dire connotarla in un certo modo rispetto a un ordine del discorso e che il discorso prosegue in un certo modo ma non ha nessun valore al di fuori di quella combinatoria (Agostino ci ha dato una mano, Agostino Santo…) (stiamo utilizzando benissimo questo nostro linguaggio) (c’è un linguaggio che non abbia la necessità di avere memoria cioè che non la utilizzi in alcun modo? (lo stesso ricordarsi le regole del gioco) ci sono giochi che non prevedono la necessità….CAMBIO CASSETTA un sogno ad occhi aperti, immaginare una scena che non ha tempo, non è adesso, non è passata, non è futura, nel senso che non tiene conto di queste demarcazioni e probabilmente anche la presentazione, giocano senza prevedere la necessità della memoria, cioè senza che la memoria costituisca parte integrante del gioco, è possibile (……) per esempio il sogno ad occhi aperti ha delle regole costruisce delle proposizioni, delle immagini ma queste immagini non sono vincolate a una regola spazio temporale, forse molti giochi non necessitano che esista questa regola…perché la regola della memoria non ha in quel caso utilizzo, non viene utilizzata semplicemente…(per intendere il gioco della memoria devo ricordarmi che cos’è la memoria per cui…) sì in quel caso inserisci questa regola, prima no, prima fai un gioco il sogno ad occhi aperti, non solo questo ma ce ne sono sicuramente molti altri dove in effetti questa regola non è prevista, poi puoi inserirla ovviamente, inserendola ecco che allora questo sogno ad occhi aperti….(….) può essere successiva all’ antecedente, potremmo escludere simultanea, visto che la simultaneità è sempre difficile da situare, però al momento che tu la inserisci ecco che allora il sogno ad occhi aperti che hai fatto diventa localizzato rispetto a una posizione temporale ma come dire a questo punto ce lo inserisci ma il sogno ad occhi aperti rimane comunque fuori dal tempo cioè la scena che è stata costruita non necessita di una regola temporale….( è una costruzione perché non avrei discriminanti per definire un sogno ad occhi aperti rispetto ad un sogno ad occhi chiusi…) vedi tu adesso fai un’operazione che retoricamente può essere interessante però…perché sovrapponi a questo sogno ad occhi aperti l’utilizzo che ne fai allora l’utilizzo può prevedere o prevede in molti casi l’intervento di una regola “tu dici io faccio un sogno ad occhi aperti poi per sapere che è un sogno ad occhi aperti devo ricordarmi che esiste un sogno ad occhi aperti, devo …” a questo punto tu però di questo sogno ad occhi aperti fai un utilizzo particolare e allora in questo utilizzo necessiti di questa regola spazio temporale ( il sogno ad occhi aperti ha senso solo in quel utilizzo perché prima non posso dire che è un sogno ad occhi aperti, perché dicendolo lo …            quindi io mi rendo conto di stare sognando ad occhi aperti solo nel momento in cui faccio un altro tipo di gioco e non quello) non propriamente perché al momento in cui costruisci una scena abbiamo detto fuori dallo spazio e dal tempo non ha nessun riferimento, tu puoi anche dirti che è un sogno ad occhi aperti, senza avere necessariamente un riferimento spazio temporale, vedi a questo punto tu affermi che è un sogno ad occhi aperti e dici se affermo questo è perché so che esiste e quindi c’è la memoria ma questo discorso potevi già farlo prima, volendo tu immagini una scena in cui viaggi sul treno e quindi devi già sapere cos’è un treno, devi sapere che esistono i binari, devi sapere che il treno è mosso da un motore, avere già una quantità sterminata di informazioni, per poter fare un sogno ad occhi aperti, tuttavia, tutte queste informazioni che necessitano, almeno apparentemente, lì nel sogno ad occhi aperti non compaiono, allora tu puoi dire che il sogno ad occhi aperti necessita necessariamente della memoria per potersi fare ma quali condizioni lo puoi dire? Lo puoi dire a condizioni che tu inserisca questo sogno all’interno di un altro gioco, un gioco dove è previsto che allora se io ho sognato il treno, so già tutta una serie infinita di cose, ma se tu imponi e solo a questa condizione tu potresti obiettare in termini poderosi, se tu imponi che necessariamente per potere parlare io devo avere la memoria, allora lo devi provare che la memoria è la condizione del linguaggio (….) in caso contrario no allora devi considerare che in effetti puoi fare giochi differenti e che la memoria non è un meta gioco, non è fuori dal linguaggio, è soltanto un gioco fra altri. Così per prendere questo pacchetto di sigarette io devo sapere che questa è la mia mano? Possiamo anche dire di sì, perché infatti la prendo con questa non la prendo…(il problema che anche in una struttura logica il passaggio dall’antecedente al conseguente è una struttura grammaticale….per passare da A a B devo ricordarmi di A….) se tu intendi con memoria questo e cioè al fatto che ad un antecedente segua il conseguente allora sì però a questo punto è dare alla memoria, a questo significante, una accezione molto particolare che è lontanissima dall’uso che se ne fa, allora puoi dire che esiste una memoria nel linguaggio, a questo punto…(perché se no si direbbe soltanto cogito, cogito, cogito e non si potrebbe mai passare all’ergo sum) (non mi accorgerei neanche di dire cogito, cogito, cogito, passerei all’ergo sum senza ricordarmi del cogito) non si potrebbe ripetere due volte il cogito, perché si sarebbe già dimenticato….e poi non si potrebbe dire neanche una volta, non ci sarebbe nulla (a quel punto la memoria si è ridotta alla semplice regola dell’implicazione logica che abbiamo sempre ammesso) infatti se tu indichi con memoria questo, possiamo porre la memoria come procedura a questo punto non è neanche più utilizzabile in effetti, invece come regola del linguaggio allora sì….è come affermare che se c’è un prima allora c’è un dopo, il linguaggio crea una cosa a cui poi attribuisci un senso che è quello del tempo per esempio ma di per sé non sono entità ontologica il prima e il dopo, il tempo non ha una sua entità ontologica da nessuna parte…e così la memoria ( io mi chiedevo sulla economia della memoria e mi riaggancio a qualcosa di cui parlava martedì cioè delle premesse che non entrano a far parte del gioco linguistico, non entrano come affermazione e quindi come un gioco linguistico, mi riferivo all’olocausto a questo bisogno di ricordare continuamente perché non succeda per esempio quello che è successo, questo indico come economia di un gioco…ora ritornando alle premesse o a quella proposizione protetta e quindi non può essere immessa nel gioco linguistico causando così la possibilità di giocare altri giochi perché se

 

 

23-4-1998

 

1° ETICA

 

Lettura di un brano di una lettera di Wittgenstein su Heidegger.

 

Qui Wittgenstein dà una sua definizione di etica e cioè esattamente come “l’avventarsi contro i limiti del linguaggio”. Così dice e in un certo senso non ha tutti i torti, però fino ad un certo punto dal momento che tutto ciò che si intende comunemente con etica ha a che fare con i valori, con l’essere in definitiva, con la possibilità di stabilire ciò che occorre che sia. Ma Wittgenstein probabilmente, tenendo conto di tutto ciò che è stato detto intorno all’etica, constata che lo sforzo immane, compiuto da chiunque abbia inteso occuparsi di etica, è stato sempre quello di trovare un limite, il limite rispetto per esempio alla nozione di bene o di vero e quindi in definitiva di essere, urtando lì come si diceva, contro il limite del linguaggio. In che senso? Questa ricerca verte necessariamente intorno alla possibilità di reperire quell’elemento fuori dal linguaggio che possa lui solo garantire di ciò che è bene, dell’essere, della verità, ecc. Ora, posta in questi termini, la questione dell’etica manifesta un aspetto un po’ più interessante, perché noi, parafrasando Wittgenstein, potremmo per esempio dire che l’etica è ciò che afferma che non c’è uscita dal linguaggio anziché dire che è “l’avventarsi contro il limite del linguaggio”, operazione votata al fallimento, in questo caso l’etica sarebbe il fallimento stesso, per definizione. Per dirla così in termini forse un po’ rozzi, attenersi a un etica è questo: non potere non considerare l’impossibilità di uscire dal linguaggio, con tutto ciò che questo comporta, ovviamente. Ciò che comporta è essenzialmente questo, che qualunque affermazione, qualunque proposizione costruita o costruibile, è una proposizione, è un atto linguistico, tutto ciò che mi circonda, tutto ciò che io considero esistente, è un atto linguistico: questo comporta l’etica. Ora, proviamo a considerare bene, portandola alle estreme conseguenze, questa definizione che vi ho proposta così un po’ parafrasando Wittgenstein, l’etica come la constatazione, il prendere atto che non c’è uscita possibile dal linguaggio. È una definizione ovviamente, come tale quindi sempre discutibile, però procede da un’altra considerazione e cioè la occorrenza di potere comunque utilizzare un significante come etica. Che cosa dell’etica non può non dirsi, in definitiva, per potere continuare a utilizzare questo termine, possiamo non dire che riguarda il bene? E, quindi, se riguarda il bene, riguarda anche ciò che gli umani, come voleva Aristotele, necessariamente perseguono, appunto il bene, secondo Aristotele il fine degli umani non è altro che perseguire il bene, quindi posta così l’etica sarebbe il fine a cui gli umani tendono necessariamente; possiamo anche dire che l’etica ha un carattere di necessità o quanto meno sottolinea che il fatto che non ci sia uscita dal linguaggio diventa necessario. Ora, mi son trovato a riflettere in che cosa consista per esempio l’etica nella psicanalisi, visto che anche altri se ne sono occupati, tenendo conto appunto dell’etica come l’impossibilità di uscire dal linguaggio e, considerando questo, mi son trovato a considerare in effetti qualcosa di non marginale rispetto alla psicanalisi che possiamo porla qui come etica. Martedì in libreria ho accennato ad alcune cose intorno all’analista, a ciò che avviene anche lungo l’analisi, ma è possibile porre le cose nei termini ancora più estremi. Si diceva che una psicanalisi correntemente funziona a una condizione e che gli stessi analisti pongono e cioè che ci sia la fede nell’analista. In effetti, ciascuna religione chiede questo, la fede; soltanto a questa condizione la religione funziona, che ci sia la fede, lo sanno tutti anche il papa lo sa... Dunque, la condizione è che ci sia la fede. Allora in questo caso l’operazione è prettamente ed esclusivamente religiosa, “tu mi dai la fede, io in cambio ti do la verità” che poi si tramuta a seconda delle epoche, in benessere, in felicità, in serenità tutto quello che si vuole, questo è lo scambio che avviene, religiosamente. Vedete Freud ha pensato alcune cose, ha considerato che per esempio alcuni disturbi, procedessero dalla produzione, dalla creazione di una serie di fantasie, e che una volta individuate queste fantasie, sarebbe stato possibile togliere il disturbo. Faccio un esempio: poniamo che una persona si muova in un certo modo, e abbia tutta una serie di problemi a causa di una scena che immagina. Ora, l’idea era questa che, reperendo e conosciuti i termini della scena, il sintomo, si dissolvesse. Non è così sicuro che sia proprio così, anche la psicanalisi è sempre scivolata su una questione tutt’altro che marginale, che riguarda proprio la conoscenza, e cioè una persona che è lungo un’analisi si immagina che venga a sapere tutta una serie di cose e che quindi conoscendole queste cose dissolvano il suo disagio, ma se si trattasse solo di questo probabilmente una psicanalisi terminerebbe molto rapidamente, si tratta soltanto di fornire informazioni. L’eventualità su cui sto riflettendo, discuteremo più avanti, è che questo effetto di benessere non proceda affatto dalla conoscenza di questioni connesse con la propria storia ma con l’idea di avere acquisita una verità, esattamente come avviene in una religione, è l’idea di conoscere la verità che ha effetto terapeutico, ed è ciò su cui si fonda ciascuna religione, nessuna religione si pone come falsa, sarebbe una contraddizione in termini, quindi si pone come necessariamente vera. Ora, si tratta di riflettere su varie questioni, la prima è perché in effetti l’idea di possedere la verità costituisca una sorta di effetto benefico, la seconda è perché effettivamente la conoscenza, la semplice conoscenza di questioni che riguardano la propria storia, la propria fantasia, non ha invece effetti terapeutici di per sé a meno che non sia accompagnato da quest’altro elemento. Questione tutt’altro che semplice da approcciare, anche tenendo conto del fatto che i criteri che ci muovono lungo questa ricerca sono molto rigidi, ci vietano di costruire proposizioni assolutamente arbitrarie, se non tenendo conto che sono tali, e muoversi in questo campo tenendo conto di questi criteri non è semplice, ma in ogni caso riguarda la questione etica propriamente, nei termini molto precisi, molto radicali, non soltanto l’etica della psicanalisi, ma l’etica in generale, nell’accezione che abbiamo indicata, e cioè come la considerazione che non c’è uscita dal linguaggio può scagliarsi contro i limiti, è inutile che ci scagliamo contro i limiti... Dunque, dicevo dell’etica che posta in questi termini appare una questione fondamentale, perché si tratta a questo punto, mettere in gioco non soltanto ciò che fa una psicanalisi ma ciò che fa ciascuno, ciò che fa ciascuna dottrina in linea di massima o perché no? come voleva Aristotele, ciò che costituisce il fine degli umani, in una accezione un po’ particolare, nel senso che in questo caso ciò che costituisce il fine degli umani è...qual è il fine degli umani? Se io dicessi che è parlare?

 

- Interventi:…

 

(Il fine per Aristotele è il pensiero) è il bene, poi c’è anche questo aspetto, ma per i greci, il fine ultimo degli umani è il raggiungimento del bene, poi c’è anche questo aspetto...ma sia come sia, si tratta di stabilire intanto che cosa sia il fine.

 

- Intervento:…

 

Sì, ma ci sono definizioni più radicali...un qualche cosa che necessariamente sia il fine anche può sembrare paradossale....(....) un fine assoluto come ciò che non può non essere (....) supponiamo che io affermi che la condizione degli umani è il linguaggio, il loro fine la parola, e che definisca qui la parola come l’esecuzione del linguaggio, cosa avreste da obiettare così di primo acchito? Alcune obiezioni immediatamente....

 

- Intervento: Come si fa a distinguere il linguaggio dalla parola?

 

Non stiamo cercando ciò che è sufficiente ma ciò che è necessario, ciò che è necessario che sia, non ciò che è sufficiente...(...)

Se poniamo il fine come ciò cui gli umani tendono, allora la questione è se si dia qualche cosa a cui necessariamente tendano oppure no, cioè qualcosa a cui non possano non tendere. Forse, la questione va posta in questi termini, prima dicevo del linguaggio e della parola e poi è stato chiesto di distinguerli: un conto è distinguere per una elaborazione a scopo teoretico, altro è immaginare che siano scindibili. Come per esempio dicevamo tempo fa rispetto alla logica e retorica, la logica come procedura linguistica, la retorica come regola, ovvio che non può darsi una procedura senza delle regole che la pongano in atto e viceversa, non c’è una regola senza delle procedure che ne costituiscano per così dire il fondamento, non c’è il software senza l’hardware, così come l’hardware senza il software non funzionerebbe. Ora, possiamo ben dire che il linguaggio senza la sua esecuzione non può esistere. Ma l’esecuzione senza il linguaggio, cosa esegue? Non esegue niente. Tuttavia, possiamo distinguere questi due elementi per uso teoretico indicando con l’uno il linguaggio, la struttura che consente la parola, cioè un’esecuzione di qualche cosa, mentre con la parola unicamente ciò che esegue una struttura, anche perché la parola, questa esecuzione, può compiere operazioni che il linguaggio gli consente e porre interrogazioni per esempio intorno al linguaggio, porsi domande intorno al linguaggio, parlare del linguaggio. In questo possiamo ravvisare la possibilità di distinguerli. Certo, sono questioni su cui occorre riflettere, anche per le eventuali possibili implicazioni, però se tutto questo nel prosieguo si mostrerà necessario allora saremmo effettivamente indotti ad affermare che il linguaggio è la condizione della parola e il fine in quanto è ciò cui “naturalmente” gli umani tendono o più propriamente ciò a cui non possono non tendere, cioè non possono non parlare. Questo in una prima approssimazione, è chiaro che la riflessione occorrerà che verta intorno a tutte le implicazioni perché possono esserci implicazioni che negano per esempio questa affermazione, può accadere, e che quindi la rendono non utilizzabile. Nell’ambito del percorso teorico che stiamo facendo, se invece constatiamo che nulla può negarla allora è utilizzabile, allora se questa affermazione che ho fatta, che il linguaggio poi in definitiva la parola è necessaria allora può essere utilizzata per costruire altre proposizioni, nell’ambito teoretico ovviamente, se no non serve a niente, se Roberto trovasse una proposizione che la nega, allora la renderebbe non utilizzabile...

 

- Intervento:…

 

Per rispondere occorre che lei mi dica come distingue il senso dal significato, perché se inteso in un certo modo ciò che lei pensa è corretto, in un altro un po’ meno.

 

- Intervento:…

 

No, il linguaggio è la condizione per potere dare un senso, non lo dà. Il linguaggio, nelle accezioni che abbiamo indicate, è soltanto una struttura che consente delle operazioni e ne impedisce delle altre, impedisce soltanto di uscirne praticamente. Le operazioni che consente sono infinite ma la produzione del senso come lei dice attiene propriamente in questo caso alla retorica. Certo, produce un senso ma per quanto riguarda il linguaggio e la sua struttura e quindi la logica, in definitiva, consente soltanto la possibilità del senso, non dice assolutamente quale, è assolutamente indifferente cioè dice che, per esempio, se c’è un antecedente c’è necessariamente un conseguente, ma quale sia l’antecedente e quale sia il conseguente non ha nessun rilievo, per quanto riguarda il linguaggio...

 

- Intervento: Potrei fare assolutamente il discorso inverso.

 

Fallo!

 

- Intervento: La parola è la condizione essenziale del linguaggio....

 

Sì, la tua obiezione è legittima. In effetti, io ho operato questa distinzione fra il linguaggio e la parola unicamente a scopo funzionale e descrittivo, puoi fare chiaramente il discorso inverso, dicendo che la parola è la struttura e il linguaggio è la sua esecuzione, molto semplicemente. Chiaro, nessuno potrà obiettarti nulla in quanto tu decidi in questo caso qual è il senso che fornisce un significante, certo. A questo punto potremmo dire che la condizione e il fine rimane il linguaggio ma per comodità distinguiamo fra linguaggio e la sua esecuzione e abbiamo deciso, sì, di chiamare con il significante linguaggio la struttura e in questo, se il linguaggio è la struttura, allora è uno, non ce ne sono più di uno, la struttura è unica, in questo caso se indicassi con il significante “parola” la struttura, allora la parola sarebbe una...(....) Il linguaggio come struttura, dicevo prima, come quell’insieme di procedure, per questo non ci sono molti linguaggi, il linguaggio è uno solo, molto semplicemente quella struttura che consente la parola, le parole, ad esempio. È uno il linguaggio perché le procedure di cui si avvale non possono variare, per essere un altro linguaggio dovrebbe avere altre procedure dove occorrerebbe che funzionasse però in un altro modo, ma se queste procedure funzionassero in un altro modo il linguaggio sarebbe un altro, cioè non sarebbe più quello che stiamo utilizzando e che ci consente di fare queste considerazioni. Per questo io dico che il linguaggio è uno, è una struttura, ché non ci sono molti linguaggi. Prendete il principio di non contraddizione, non è che ce ne siano molti, se affermo una cosa non la posso negare, salvo come abbiamo detto un migliaio di volte, in ambito retorico, per poterlo fare occorre che quella sia una invariante e questa procedura non può variarsi salvo variare il linguaggio stesso, cioè cambia completamente la struttura....(variare il linguaggio) ma è una domanda retorica la sua oppure sta chiedendo a me? (a lei?) Sì, certo, possiamo proprio porlo come domanda retorica e fare un procedimento inverso, supponiamo che ci sia un altro linguaggio, quindi con struttura diversa, dove funzionano altre procedure, quindi non più il principio di non contraddizione, non procedure linguistiche ma altre. Allora noi per poterlo utilizzare dovremmo essere presi in questa struttura, ma a questo punto noi penseremo unicamente attraverso quel linguaggio perché non potremmo uscirne e quindi quello che utilizziamo adesso sarebbe totalmente sconosciuto e inaccessibile, un ragionamento per assurdo...sì già il motore immoto lo definimmo...

Allora la questione dell’etica. A questo punto comincia a configurasi in modo molto più preciso e in termini sicuramente e radicalmente differenti da come avviene generalmente descritta. Ma, ecco, dicevamo del linguaggio e della parola. Fare il discorso capovolto, come fai tu Roberto, ci condurrebbe a questa difficoltà che è una difficoltà puramente descrittiva certo, ritrovarci nella necessità di dovere indicare con la parola un qualcosa di unico, necessariamente unico. Però a questo punto ci troveremmo costretti a ridefinire la parola...(...) forse, forse no, certo se ci mettessimo a ridefinire la parola, forse appesantirebbe soltanto tutta l’operazione, senza portarci nessun vantaggio di rilievo, così come se mai decidessimo di stabilire che chiamiamo “logica” retorica e “retorica” logica allora tutto il discorso verrebbe capovolto ma non so se trarremo un grosso vantaggio con questa operazione. Certo, la definizione che do di parola è assolutamente arbitraria, non è necessaria, ha un uso descrittivo, prettamente funzionale a ciò che vogliamo fare, d’altra parte siamo costretti ad un certo punto ad indicare che cosa intendiamo con significante, pena la totale incomprensione, come il fatto che decido di parlare italiano anziché coreano, qui tra voi, c’è un motivo se parlassi il coreano non capireste, tanto nessuno capisce....e invece Wittgenstein cosa direbbe a questo riguardo?

 

- Intervento: sul sapere...

 

Posta come la pone lui la cosa in effetti è bizzarra, perché dice che della certezza non c’è nessun fondamento al tempo stesso non posso non utilizzarla.(....)..lei provi a muovere un obiezione a Wittgenstein tenendo conto di ciò che abbiamo detto, partire dalla certezza che non è fondabile tuttavia è necessaria per parlare, (...) sì, Wittgenstein è contraddittorio in effetti, che lui se ne accorga oppure no adesso è difficile a dire, sicuramente ravvisa in qualche modo il problema, lo scolio, che incontra, perché se, come dice giustamente Roberto, la condizione per poter parlare è che ci siano queste certezze e cioè che io dia per acquisito man mano che parlo tutta una serie di cose, ché se non lo facessi non potrei parlare, allora la certezza qui è necessaria, la pone come necessaria, in quanto senza la certezza non c’è più niente. Solo che se questa certezza è necessaria, questa stessa necessità è il fondamento, quale altro fondamento dovremmo cercare? Allora, la necessità della certezza è il suo fondamento, in quanto non può non essere, anzi è il fondamento più fondato...(...) sì, ogni volta che parla per il solo fatto che parli utilizza necessariamente questa certezza, quindi sono già fondate nel momento stesso in cui lei cerca di confutarle queste operazioni...

 

- Intervento: Se invece di certezza parlo di assunzione?

 

Dipende se viene utilizzata nella stessa accezione il discorso non cambia...(....) io assumo che una certa cosa sia in un modo potrei non farlo? (dipende dall’uso che do di questo significante) se io non facendo questa assunzione non posso più parlare allora non fare questa operazione (...) sì ho inteso ma è un po’ diversa la questione cioè cogliere la contraddizione nel discorso di Wittgenstein, che questa certezza di cui parla non è fondabile e quindi potremmo dire che non è necessaria....

 

 

 

30-4-98

 

Etica: il Bene, l’essere, l’esistenza

 

 

Stiamo parlando dell’etica e quindi del bene. Aristotele come dicevamo la volta scorsa sosteneva che gli umani tendono al bene. Naturalmente occorre riflettere su questa affermazione, potremmo dirla così forse ponendola come una questione, gli umani tendono a qualche cosa generalmente? Oppure no? se sì a che cosa? Gli umani e quindi il discorso, il discorso in cui ciascuno è preso a che cosa tende se tende a qualcosa? La questione potrebbe essere difficile da svolgersi, si può provare, tanto tendere a qualcosa non è altro che il muoversi da una posizione verso un’altra, e questo è ciò che fa il discorso di ciascuno, in quanto ha un andamento, una direzione, ha un percorso in definitiva, dunque il discorso va ciascuna volta verso una direzione, quale non ha nessuna importanza, andando in una direzione, accade questo che ciascuno, qui torno a dire il discorso in cui si trova, quello che costruisce di fatto, potremmo dire che tende, tende verso questa cosa, verso la quale sta andando adesso, stiamo parlando in termini più generali possibili, poi vedremo di precisare se è possibile perché non è neanche sicuro; dunque tende verso qualcosa, ma qui si impone un altro elemento e cioè verso che cosa tende il discorso o più propriamente, cos’è questo tendere del discorso verso qualcosa? Sapete che il discorso si fa, si costruisce, è una catena, una sequenza di elementi, di atti, ma si tratta di vedere se il tendere di un qualunque discorso sia un tendere verso un qualcosa che possiamo chiamare bene, o più propriamente un atto di autorità “chiamiamo bene ciò a cui tende il discorso” vediamo se è possibile sostenere una cosa del genere, proviamo a non chiamare bene ciò a cui tende il discorso, a questo punto il bene ha un’altra connotazione, è un’altra cosa. Se non è ciò a cui tende il discorso è comunque qualcosa che il discorso costruisce, e così come lo costruisce può smontarlo, in ciascun momento, ma adesso sempre stiamo cercando qualcosa di assoluto, seguendo la scia degli antichi, il motore immoto. Ora potremmo dire che l’eventualità che si dia un qualche cosa cui il discorso tende e che il discorso non possa distruggere potrebbe configurarsi come il tendere del discorso verso qualcosa, questo il discorso non lo può fare perché per farlo deve comunque tendere verso qualcosa, e a questo punto avremmo già un elemento abbastanza solido, visto che stiamo proponendo il pensiero forte, anzi fortissimo, che più forte non si può, dunque necessariamente tende a qualcosa, certo nessuno ci obbliga a chiamare bene questo qualche cosa, ovviamente, però proviamo a considerare come generalmente viene utilizzato questo significante bene e se poco poco che ci riflettiamo ci accorgiamo immediatamente che è necessariamente inteso in questo modo e cioè come ciò a cui si tende. Il fatto che ciascuno cerchi di volta in volta configurarlo in modo diverso ma il bene è quasi un luogo comune, ciascuno si muove in questa direzione, ciò che ritiene, diciamola così, ciò che ritiene essere il bene, o per lui è il bene ovviamente, in altri termini, ciascuno e quindi ciascun discorso, tende naturalmente al bene e in questo già gli antichi avevano detta la questione e poi hanno aggiunto e lì si può porre qualche obiezione, definizione di bene molto discutibile, però...che il bene sia preferibile al male, è noto da sempre anzi il bene è proprio ciò che è preferibile, che cos’è il bene? Ciò che si preferisce. Se apparentemente preferisce qualcosa che appare non essere il bene è perché ha un altro bene come fine, che magari non è immediatamente evidente però, comunque ciò a cui tende è necessariamente il bene, dunque per tornare alla questione da cui siamo partiti, a questo punto possiamo affermare che bene è ciò a cui il discorso tende, necessariamente e non può essere altrimenti, con questo aggiungiamo un elemento alla discussione intorno all’etica. Etica e psicanalisi dicevamo la volta scorsa, ma vediamo così quasi per gioco, come scommessa se è possibile individuare o dire qualcosa di più o in cosa consista questo bene del discorso e cioè ciò a cui il discorso tende, cercando di evitare se e finche è possibile di aggrapparci argomentazioni molto discutibili, non è sicuro che ci riesca però, facciamo questa prova, dunque il discorso tende a qualche cosa, questo qualche cosa che cosa sia esattamente non lo sappiamo, sappiamo soltanto che tende in quanto facendosi il discorso va in una direzione. Ma provate a riflettere bene, intanto sappiamo che il discorso non potrebbe non tendere a qualche cosa, qualunque essa sia, cioè non potrebbe non trovarsi preso in un andare verso, in quanto la sua stessa struttura è tale per cui non può non fare una cosa del genere, se potesse farlo cesserebbe di essere il linguaggio in cui ci troviamo, cioè cesserebbe di esistere. Come abbiamo detto la volta scorsa, la sola cosa che non può non fare è di proseguire, adesso ci metterò dentro qualche artificio retorico...allora sappiamo, che torno a ripetere perché è importante che il discorso va verso qualche cosa, tende verso qualche cosa, e questo non può non farlo, dunque potremmo dire che tutto ciò che ferma o che cerca di fermare il discorso sia un impedimento al bene? “Sic stantibus rebus” potremmo anche affermarlo, visto che il bene lo abbiamo accostato a nient’altro che al tendere del discorso verso qualcosa e quindi al suo proseguire, ciò che lo arresta, ciò che tende, che cerca di arrestarlo dunque non è il bene, perché impedisce questo andare del discorso verso qualcosa, nella mitologia più diffusa compresa quella filosofica, si vede bene che il male è sempre, spesso, accostato al non essere, soprattutto poi i padri della chiesa hanno dato un forte contributo, in questa direzione, “ciò che non è” altri più recentemente come distanza, distanza dalle cose, tanto per citarne uno dei contemporanei Paul Ricoeur, ma in ogni caso, sia nel primo che nel secondo, si tratta di qualche cosa che si oppone a una presenza, ciò che non è o che è distante, distanza dall’essere poi in definitiva, e l’essere, l’essere è ciò che consente, sempre luogo comune, che consente ciascuna operazione, è ciò che fa da sfondo a qualunque atto, a qualunque gesto, qualunque pensiero, ciò che necessariamente è, e non come vorrebbe Marx una sovrastruttura...sì dunque bisogna che procediamo per passi molto piccoli ma in questo caso sono necessari, se facciamo lunghi passi poi ci perdiamo, dunque il male, male come non essere, come distanza, come mancanza, anche, tutto ciò che quindi non è o impedisce l’essere, gli impedisce la sua realizzazione, in vari modi in cui si voglia pensare, adesso non ha importanza e questa realizzazione non è altro o l’essere in quanto tale non è altro che lo sfondo da cui si staglia qualunque cosa che si dia, ma abbiamo acquisito in questi anni che anche l’essere se o meglio l’unica cosa che possiamo dire dell’essere che abbia qualche senso, è questa il fatto che qualcosa si dica è questa condizione, dunque l’essere come elemento, come atto linguistico, se tutto ciò che possiamo dire senza timore di essere rapidamente e facilmente confutati è questo, rispetto all’essere, allora immediatamente tutto ciò che è non essere e quindi che è distanza dall’essere e quindi male, è ciò che impedisce è ciò che impedisce in altri termini che cosa? L’atto linguistico. Ora questa ultima disquisizione ci serviva poco però così per dare un contributo al luogo comune, ora ritorniamo alla questione centrale, abbiamo detto che è bene, il tendere della parola verso qualcosa, male ciò che glielo impedisce, in definitiva abbiamo detto questo, però non sto dicendo che è bene ciò che consente alla parola di proseguire, e invece è male ciò che glielo impedisce. No, sta qui la differenza sostanziale, ma ciò che o meglio il proseguire della parola lo chiamo bene, cioè io do un senso a questo significante bene adesso, non prima, giusto perché voglio dargliene uno, come e allo stesso modo tutto ciò che impedisce al discorso di proseguire, lo chiamo adesso male, anche perché abbiamo considerato poc’anzi che ci sono pochi altri modi per considerare questi significanti bene e male, in modo tale che possano ancora essere utilizzati. Cioè non procedano esclusivamente da un’asserzione totalmente arbitraria, certo posso anche dire che il bene è questo aggeggio qui, però non sono andato molto lontano, con questo non intendo istituire una sorta di nuovo manicheismo, bene e male, semplicemente mi trovo a riflettere che queste due nozioni di fatto hanno un esistenza che sì non solo è ovviamente è direttamente è inesorabilmente connessa con il linguaggio ma anche nell’uso comune, nel luogo comune comunque evocano ciò di cui stiamo dicendo. Affermare che il proseguire del discorso e andare verso una direzione è il bene, di per sé non ci serve assolutamente niente, nulla, tutta questa operazione che vi ho fatta in questa occasione è soltanto per riflettere su questa nozione, in modo per poter avere degli strumenti, accogliere questa nozione laddove intervenga nel discorso, in qualunque discorso in un altro modo, io ho stabilito adesso una nozione di bene che è assolutamente inconfutabile e quindi dovrebbe essere accolta assolutamente e necessariamente, ebbene vi sto dicendo con questo che non abbiamo fatto assolutamente nulla, nulla che abbia qualche utilità; a questo punto si potrebbe riflettere tanto sull’uso che viene fatto di questo significante dal luogo comune, quanto sulla non necessità di questo significante. Io so che il discorso non può arrestarsi, che chiami questo bene, che lo consideri bene non mi aggiunge nulla, non significa niente, assolutamente niente, e quindi questo mostra abbastanza chiaramente come l’unico utilizzo di questi significanti sia l’utilizzo, chiamiamolo così, terroristico, e cioè l’individuazione di un elemento che deve essere necessariamente accolto da tutti, a cui tutti devono confacersi. Ma allora quando uno qualunque si chiede faccio bene o faccio male a fare così, cosa si sta chiedendo esattamente? Sì non sono in gioco le questioni che ho affrontate prima ovviamente, sono in gioco figure retoriche ovviamente, però, sta qui la sottigliezza se non c’è una riflessione molto precisa intorno a questi significanti, riflessione che giunge a considerarne l’assoluta inutilità, e quindi non utilizzabilità poi in definitiva, allora questa domanda “faccio bene o faccio male?” mantiene sempre sullo sfondo, come sfondo la possibilità che si dia un bene nell’accezione che indicavo prima cioè un bene terroristico, un bene a cui si deve conformarsi, anche una domanda come questa “faccio bene o faccio male?” per quanto banale possa apparire è marginale rispetto a infinite altre cose, può mostrare un modo di una struttura di pensiero, per il solo fatto che la questione si ponga, non che si dica, si può dirlo ovviamente non è che ci sono parole tabù, ma che si ponga che si ponga non come questione retorica, come quasi interiezione, ma come una questione che attende o comunque ha la possibilità di essere risolta una volta per tutte, quindi nell’attesa che qualcosa decida del bene o del male. Questione questa fondamentale per quanto riguarda l’etica della psicanalisi se si tiene conto di come viene praticata e cioè secondo il luogo comune, ciascun bravo analista ha ben chiaro ciò che è bene e ciò che è male, ed è molto semplice, ciò che è bene è la sua teoria, ciò che è male tutto ciò che non rientra nella sua teoria, questo è il criterio fondamentale, è male in quanto si discosta dalla verità, in quanto chiaramente l’altra persona non ha capito e se non ha capito ha dei problemi, generalmente gli psicanalisti ragionano così, ha dei problemi che deve risolvere quando li avrà risolti allora finalmente...è la stessa struttura della religione, non crede perché non sa, perché ancora non ha avuto l’illuminazione, ma appena saprà, conoscerà la verità crederà necessariamente.

 

Intervento:

 

se tu ed io stessimo giocando a poker e io avessi due sette tu quattro assi allora faresti bene a, se la posta è alta, a venire a vedere, allora sarebbe bene, perché vinceresti tutto. ( una regola per volta!!!) certo e così in qualunque altro gioco, se devo cambiare la ruota e metto quell’altra ho cura di avvitare bene i dadi che la tengono stretta, per evitare di perderla per la strada il che sarebbe alquanto seccante. In questo caso di nuovo bene interviene, se stringo bene i dadi....cioè faccio bene quella operazione...

 

Intervento: in questo caso è un bene assoluto...

 

in un certo senso sì e no. È un bene assoluto, non è una legge universale, un bene assoluto perché è tale per le regole del gioco, esattamente come le regole del poker, che quattro assi vincano due sette è un bene assoluto per così dire, cioè non può essere differentemente da così se no il gioco non può farsi, inesorabilmente, se voglio giocare quel gioco fare con quelle regole se no non gioco quel gioco, non c’è niente da fare...

 

Intervento:

 

sì infatti sono queste considerazioni che mi hanno indotto a dire le cose che ho detto prima rispetto al bene e cioè se in qualche modo sia possibile fornire una definizione di bene che non sia negabile in nessun modo, pur essendo assolutamente inutile

 

Intervento: sarebbe comunque un gioco come quello della metafisica

 

Sì qui tu poni l’accento su una questione fondamentale e cioè che questo gioco in effetti si avvale unicamente delle regole del linguaggio che sono quelle che consentono di giocare, cioè non aggiunge nessun gioco, per questo è differente da qualunque altro gioco, che utilizza unicamente regole del linguaggio che sono quelle che ti consentono di fare questo e qualunque altro gioco, e questa è l’unica differenza in effetti, però resta comunque un gioco ovviamente, chiaro

 

Intervento: il bene soggettivo ( deve dire credo con assoluta certezza)

 

Il bene e il male soggettivo, sicuro? (...) è un discorso questo che abbiamo affrontato in termini molto simili quando posta la questione della verità, che ci si chiedeva se si dà una verità assoluta oppure se la verità è soggettiva, la mia verità, la sua verità...per dipanare questo imbroglio abbiamo dovuto riflettere sulla nozione di verità e indicare a quali termini sia possibile parlarne, giungendo alla considerazione che se poniamo questo significante verità in termini soggettivi allora cessa di avere la sua denotazione, non sarebbe più la verità è ciò che a me piace che sia, che è differente. Si tratta ciascuna volta di precisare il più possibile, per quanto sia possibile ovviamente i termini che si utilizzano e soprattutto lungo un’elaborazione laddove di fatto si sta facendo questo, cioè interrogando dei termini, delle proposizioni, delle questioni. Certo nella conversazione corrente può intervenire che io dica sì questo è il mio bene, ovvio però un conto, come si diceva prima, come figura retorica altro se è creduto veramente tale perché così come per la verità, adesso non sto a rifare tutto il discorso, se volete possiamo rifarlo, per definizione cioè per essere utilizzato questo significante bene, così come la verità occorre che sia assoluto, se no non è niente, ritenere la verità soggettiva conduce a delle contraddizioni in termini, a delle aporie assurde. Come definirebbe lei il bene?

 

Intervento:

 

dunque il suo bene è ciò che lei cerca di raggiungere in un modo o nell’altro secondo le sue possibilità o cerca di evitarlo? (...) cerchiamo intanto di capire orientativamente qual è la direzione in cui muoverci, questo che chiamiamo bene, cerca di raggiungerlo o di evitarlo? (raggiungerlo) e sappiamo che è soggettivo perché così ha detto. Un’altra persona per esempio Vera anche cercherà di raggiungere ciò che per lei è soggettivamente bene.... sarà la stessa cosa oppure è una cosa diversa? (...) però per entrambi c’è questo bene, entrambi tendete a qualche cosa, ma se uno chiama bene una cosa e bene anche un’altra, allora o ciascuna volta occorre chiamarlo in un modo diverso, oppure, esiste un idea che ciascuno ha e questa idea non è dissimile perché ciascuno sa di tendere al bene, e non è forse questa idea che è al di sopra di tutti i particolari, ciò a cui ciascuno naturalmente tende? (Teeteto) sì però c’è un’idea che è al di là, ciascuno dei due tende al bene, e quindi ha una sua idea di bene, ovviamente, però essendo che ciascuno tende a questo bene, deve esserci necessariamente un qualche cosa che non è particolare cioè non è soggetto ai ghiribizzi del singolo, ma qualcosa che trascenda il bene particolare e cioè qualcosa di universale, di assoluto, potremmo meglio dire e cioè il bene ciascuno raggiunge, cerca di raggiungere il bene qualunque esso sia, qualunque sia la forma, qualunque sia il contenuto, qualunque sia il significante che lo descrive, comunque è il bene, ed è questo che a noi interessa, non il singolo particolare bene del singolo cittadino, ma il bene dello stato...preso così da....(....) eppure per ciascuno c’è questa idea conduttrice...

 

Intervento:

 

sì come dicevo si usano termini differenti per indicare uno stesso termine per cui c’è qualche problema, logico, soprattutto

 

Interventi

 

Ma ciascun elemento linguistico è, come si diceva tempo fa, necessariamente un significato per poter essere utilizzato dal linguaggio e se non è utilizzato dal linguaggio non è un elemento linguistico, ora certo che il significante “casa” abbia una certa denotazione di per sé potrebbe anche non essere terroristico a meno che con operazione terroristica si intendano anche le regole del gioco del poker, quando diventa terroristica in accezione che stiamo utilizzando? Quando si impone non come regola di un gioco particolare e che serve per giocare quel gioco, ma come regola universale e necessaria, e quindi extralinguistica, allora potremmo dire che è terroristico e cioè chi non segue questa regola va contro natura per esempio, va contro gli dei, va contro la razio, il raziocinio, va contro tutto, disperato...

 

Intervento: Wittgenstein diceva che io posso dire questo è un albero e non io so che questo è un albero

 

Certo questo è un albero è l’assunzione di una regola di un gioco, affermare che io so che questo è un albero, comporta problemi notevolissimi. Vari interventi Ok finita da portare

 

 

7-5-98

 

Etica/Estetica

 

Intervento: Mi interrogavo sui luoghi comuni, sulle certezze, e soprattutto sulla soggettività....

 

 

Lei sostiene che l’etica è soggettiva...

 

Interventi vari. Ciascun gioco è sempre all’interno di un gioco più grande, ciascuno non può stabilire ciò che è bene o ciò che è male, senza tener conto di un gioco più grande...non è solo una questione di soggettività....

 

 

Adesso vediamo se l’etica è soggettiva oppure no, anzi forse Roberto:

 

Intervento: lei ha definito l’ansia e l’angoscia come figure retoriche a cosa serve definirle figure retoriche, e i risvolti etici

 

in genere l’angoscia è considerata un disturbo se non addirittura una malattia insieme all’anoressia e allora allo scopo puramente dimostrativo ho deciso di proporre come tema generale delle conferenze, di indicarle come figure retoriche in modo da suggerire già di primo acchito un approccio differente a questi aspetti diciamo così per il momento, che siano figure retoriche sì, certo, tu giustamente ti chiedi a che scopo definirle in questo modo, l’unico scopo è che il più delle volte non sono definite così, ma come delle malattie, dei disturbi psichici o in qualunque altro modo. Essendo una figura retorica non ha una cura ovviamente, una figura retorica non è curabile, non c’è un’aspirina, a meno che non consideriamo anche la struttura per esempio il discorso religioso alla stregua di una malattia, potremmo anche farlo però in questo caso, non andremmo da nessuna parte....

 

Intervento

 

 sì tenere conto che sia ansia angoscia, qualunque cosa, ma il fatto che questa persona avverte o comunque ti racconta che avverte una serie di cose che lui definisce problemi, cioè nell’ambito del suo discorso, nell’economia del suo discorso, questi elementi hanno una posizione particolare, lo interrogano in un certo modo e di questo sicuramente occorre tenere conto, poi che lo chiami angoscia o qualunque altra cosa, questo non ha importanza. Non è che dici “questo è angoscia quindi...faccio in questo modo” no, ascolti quello che lui dice, in relazione a quello che lui chiama angoscia, così come qualunque altra cosa, senza nessuna differenza, questo in effetti avere o possedere degli strumenti per individuare una certa condotta e chiamarla in un certo modo non offre nessun vantaggio, rispetto all’itinerario analitico, assolutamente nessuno, si potrebbe anche ignorare l’esistenza dell’angoscia, però sai che questa persona dice di avere delle sensazioni che lui chiama angoscia e che sono sgradevoli, che sono fatte in un certo modo, questo sai nient’altro, e da qui ecco la questione etica ovviamente connessa con la psicanalisi, dal momento che tutto ciò che una persona dice, racconta, descrive qualcosa che per lui ciò che dice è male, e del quale in linea di massima intenderebbe sbarazzarsi, ora abbiamo indicato che ciò a cui tendono gli umani è il bene, o più propriamente chiamiamo bene ciò a cui gli umani tendono, d’altra parte sappiamo anche che nessuno costringe la tale persona a provare delle certe sensazioni, che tali sensazioni che lui dice di provare sono prodotte dal suo discorso, come dire che il suo discorso va in quella direzione o almeno va anche in quella direzione dunque saremmo indotti a considerare che quello è il suo bene, contrariamente a ciò che lui afferma, ma a questo punto ci troviamo di fronte alla considerazione che non è marginale e che prendiamo alla lettera, e cioè che se il suo discorso va in quella direzione quello è bene, lui dice che sta malissimo, quello è bene, ma non nel senso che lui sbaglia cioè considera male ciò che è bene, no ma nel senso che il suo discorso va anche in quella direzione, andando in quella direzione, produce tutti gli effetti che produce, ma ciò di cui non possiamo non tenere conto è che il suo discorso fa due operazioni, l’una costruire qualcosa che lui chiama angoscia o ansia o quello che gli pare, l’altra che produce un discorso che dice che ciò che ha prodotto non lo vuole, questo sappiamo e nient’altro che questo, e posta in questi termini è ben bizzarra questione, in definitiva abbiamo di fronte due proposizioni, come dire un discorso che produce due proposizioni, di cui l’una nega l’altra, apparentemente sì può sembrare una bizzarria ma di fatto è una cosa piuttosto normale, sono soltanto due proposizioni, né più né meno, noi sappiamo soltanto che dice soltanto di volersi sbarazzare di qualcosa che chiama angoscia, non sappiamo esattamente di cosa stia parlando né tutto sommato è importante, sappiamo solo, quello che dice e sappiamo anche che tutto ciò è prodotto dal suo discorso, come se fossero due proposizioni una che afferma che questo aggeggio è nero e l’altra che afferma che è bianco. Ma se il suo discorso produce entrambe queste proposizioni, l’unica differenza fra le due entrambe le costruzioni del suo discorso è che dell’una, per dirla così ne accoglie la responsabilità, dell’altra no, come dire della produzione di questa angoscia non accoglie la responsabilità, cioè non può affermare sì, sono io che me la produco, a mio uso e consumo, e allora potremmo domandarci eventualmente perché, cosa impedisce di accogliere la responsabilità di questa proposizione che afferma che ha l’angoscia? Da qualche parte avevo accennato alla questione, e in effetti...in quel caso era dispiacere, ma potrebbe andare bene anche per l’angoscia, e cioè che se io accolgo il dispiacere come piacere cessa di essere dispiacere, cioè non posso più, per una questione grammaticale chiamarlo dispiacere, cosa che non va senza qualche intoppo, e l'intoppo consiste nel fatto che chiamandolo dispiacere io ho una serie di vantaggi, di vario genere. Provare l’angoscia per esempio può avere il vantaggio di produrre la sofferenza e quindi, adesso dico così la prima cosa che mi viene in mente, produrre l’interesse altrui, può ancora dare un senso all’esistenza, può ancora consentirmi di avvertire delle sensazioni forti, come se mi trovassi di fronte al nulla, marasma generale, uno di fronte alla fine del mondo sicuramente proverebbe qualche sensazione, insomma ci sono dei vantaggi, per questo anche non può in nessun modo chiamare ciò che chiama dispiacere piacere, perché tutti questi vantaggi cesserebbero, cioè sarebbe un’altra cosa. La volta scorsa dell’etica dicevamo che non è altro che il tendere, o più propriamente non poter accogliere il fatto che per esempio non c’è uscita dal linguaggio, accogliendo una cosa del genere supponiamo che io affermi di provare l’angoscia, posso affermarlo nessuno me lo impedisce, affermando questo accogliendo che non c’è uscita dal linguaggio, accolgo anche che è un atto linguistico, inesorabilmente e quindi non qualche cosa che accade, mi accade così fra capo e collo di cui non sono responsabile, essendo un atto linguistico è un atto linguistico che riguarda il mio discorso e cioè una sua produzione e pertanto non posso non considerare che io l’ho prodotto, e se l’ho fatto ho un buon motivo, sappiamo che ciascuno è mosso da qualche cosa, che abbiamo chiamato bene, dunque soffro per il mio bene, né più né meno, ecco che l’etica impone questa considerazione, parlando dell’etica poniamo l’accento sulla responsabilità, che attiene a ciascuno rispetto a ciascun atto linguistico che il suo discorso produce, e considerare che ciascuno è mosso da qualcosa ha una portata direi “universale” mettiamo universale tra virgolette per il momento, poi preciseremo, e non soggettiva, se fosse soggettiva, allora diremmo che anziché utilizzare un quantificatore universale, utilizzeremo invece un quantificatore esistenziale, però in questo caso negheremmo che tutti, cioè per ciascuno interviene qualcosa che lo muove, almeno per uno non ci sarebbe nulla che lo muove, abbiamo detto che ciò che muove è il linguaggio dunque dovremmo considerare che vi è almeno uno che è fuori dal linguaggio e questo non lo possiamo fare come abbiamo enunciato in varie circostanze, dunque non ci resta che affermare inesorabilmente che per ciascuno che si trovi nel linguaggio si impone il tendere verso qualcosa, sappiamo che nessuno è fuori dal linguaggio, e ciascuno è mosso verso qualcosa, quindi non è una questione soggettiva che riguarda il singolo e che può non riguardare altri, per questo dicevo che l’etica posta in questi termini non è propriamente una questione soggettiva, e soggettivo poi cioè che riguarda ciascuno nella sua struttura non il fatto di tendere a qualche cosa ma la configurazione, potremmo dire così, la forma che prende questo tendere a qualcosa, allora sì certo c’è chi tende alla beatitudine e chi tende alla turpitudine, entrambi però tendono a qualcosa, questo qualcosa è il bene per definizione...

 

Intervento: il tendere a quel qualcosa è soggettivo, il fine

 

è questo che stiamo dicendo, ma non può non farlo...(....) sì, si ascolta molto spesso che si parla di etiche differenti, però in questo caso l’accezione di etica è differente da quella che abbiamo proposta, se parliamo di etiche differenti, è come dire che muoviamo dall’idea che esita un’etica generale, universale, poi stabilito questo perché se non c’è...stabilito questo allora poi nel particolare ciascuno si fa una etica, sempre tenendo conto comunque dell’idea generale di etica, perché altrimenti non potremmo parlare di etiche differenti, non potremmo usare definizioni che in alcuni casi sono diametralmente opposte per indicare la stessa cosa, avremmo una contraddizione terribile, cioè l’etica è per esempio A ma è anche non A, e questo ci comporterebbe problemi insormontabili e allora ecco che si particolarizza cioè si, a partire dall’idea generale, si dice: l’etica è questa....però poi la utilizziamo in questo modo, come il bene per esempio, è sempre la stessa cosa, ciascuno ha un’idea di bene, il fatto che poi per ciascuno possa essere differente la configurazione, la forma di questo bene questo non toglie nulla al fatto che per ciascuno esista un’idea di bene, per me il bene potrebbe essere la beatitudine per lei invece l’assassinio, però entrambi abbiamo un’idea di bene, che poi assuma una forma diversa, ma l’idea di bene c’è comunque ed è ciò a cui ciascuno tende inesorabilmente. Questo diciamo, perché se poniamo un’etica soggettiva come lei proponeva ciascuna di queste etiche è assolutamente discutibile, ovviamente mentre stavamo cercando e abbiamo trovato una nozione di etica che non sia discutibile, nel senso che non sia negabile più propriamente, perché nei termini che lei indicava, la questione può raffigurarsi in questo modo, cioè a me piace che l’etica sia questo. Va bene però è una decisione che io prendo ma dicendo o affermando, per esempio a me piace che l’etica sia questo mi riferisco pure a qualche cosa parlando di etica, parlo di qualche cosa o parlo di niente? E di che cosa esattamente? Di qualche cosa che trascende il mio gusto particolare, la mia decisione del momento, che poi io raffiguri in un certo modo tuttavia occorre che abbia questa idea, che funzioni in qualche modo...

 

Interventi. Chiamare etica il tendere non è un po’ riduttivo? Chiamare etica il tendere verso...non è un modo di evitarlo anziché affrontarlo il problema?

 

Ho inteso quello che dici. Dunque c’è qualcosa che etica non può non essere per poter ancora utilizzare questo significante? Qualcosa quindi che dobbiamo necessariamente accogliere, muovendo anche dal luogo comune perché no? in effetti la volta scorsa abbiamo preso le mosse in definitiva da ciò che già Aristotele poneva, una considerazione molto banale e cioè che gli umani tendono al bene, ciò che per loro è bene, qualunque cosa sia non ha importanza, però abbiamo aggiunto un elemento e ci siamo chiesti se possono non farlo, e se no, per quale motivo? Poi ci siamo posti un’interrogazione intorno a che cosa può intendersi a questo punto con bene, visto che poi in effetti poi ciascuno ci mette del suo, cioè è possibile reperire un qualche cosa di cui non si possa non dire, e allora abbiamo detto questo tendere che cos’è in definitiva se non il muoversi del discorso in una certa direzione, come definizione più ampia possibile come generalmente facciamo, e quindi abbiamo concluso che il tendere di ciascuno verso qualcosa non è altro che il tendere del suo discorso verso qualche cosa, e poi rovesciando la questione non abbiamo detto che ciascuno tende al bene, ma che chiamiamo bene ciò a cui ciascuno tende, qualunque cosa sia...ora però si pone un problema che giustamente Roberto ha rilevato, cioè tutto ciò che è considerata la questione etica da 3000 a questa parte viene eliminata, ma solo apparentemente, perché ponendo la questione in questi termini tutto ciò che è stato considerato etico diventa estetico... (si però chiamarlo etico...) ma potrebbe non esserlo, potrebbe non esserlo se consideri che generalmente con questo significante etica viene indicato ciò che o meglio viene anche indicato ciò che necessariamente è bene, da seguire, ciò che deve essere seguito, ecco porre una variante e cioè non più ciò che deve essere seguito ma ciò che non può non essere seguito, inserisce un elemento nuovo e allora l’etica non è più ciò che io debbo fare, per una qualunque cosa...per essere questo o quest’altro, ma ciò che non posso non fare dal momento che parlo, e allora ecco che parlare di etica è come dire una sottolineatura di responsabilità in cui ciascuno si trova parlando....

 

Intervento: io parlerei di una valenza etica di una regola logica...

 

poni ancora però l’etica come diceva Cesare in un modo soggettivo, e mi sono chiesto se è possibile parlarne in modo non soggettivo, ma nei termini in cui necessariamente una cosa del genere non possa non essere accolta, l’etica è il tendere verso il bene? Sì. Bene da qui abbiamo fatto una serie di considerazioni che ho appena ripetuto e allora volgere come dicevo prima “il ciò che debbo fare” in “ciò che non posso non fare”, questo è in effetti è l’apporto che stiamo iniziando a fornire, che può apparire una costrizione ma non più di come appaia una costrizione il fatto che ciascuno sia nel linguaggio, a questo punto parlare di costrizione diventa un non senso. Cercare dunque di compiere questa operazione che al contrario di quella che sta facendo Cesare, qui cercare un modo di definire l’etica che non dipenda dal soggetto, ma dipenda appunto da un gusto estetico. Se l’etica così come è comunemente intesa dice che io debbo fare una certa cosa, il fatto che la debba fare non è provato né sicuro, né stabilito in nessun modo certo, inequivocabile e innegabile, dunque è un ghiribizzo, un arbitrio, che poi abbia tutti i suoi motivi questo non ci interessa per il momento nulla, rimane che è una mia decisione, come dire: a me piace così. Ecco perché parlo di questione estetica, così come abbiamo avvertito che la quasi totalità di ciò che viene comunemente enunciato sotto le apparenze di logica di fatto non è altro che retorica, allo stesso modo, pare che tutto ciò che generalmente si dica intorno all’etica, costituisca invece una questione estetica, questione tutt’altro che marginale, cioè non è che deve essere così, a me piace che sia così, cambia parecchio. L’utilità di giungere a una considerazione in modo tale da rendere l’etica qualcosa di necessario, consiste in questo nel potere utilizzare un significante come questo e cioè come etica, in modo tale che questo significante rilasci qualche cosa che mi serva per esempio in una elaborazione teorica, così come quella che andiamo facendo, perché in un altro modo così come è posta generalmente non ha nessun utilizzo, ciò debbo fare, perché? Non ha nessun valore assoluto in nessun modo, in altri termini ancora ciò che stiamo facendo è ciò che la metafisica ha sempre cercato di trovare. Tempo fa in assenza di Cesare abbiamo parlato di motore immoto, approfittando dell’assenza di Cesare abbiamo detto l’essenziale di tutto ciò che andiamo dicendo, e cioè trovare quel elemento che sia assolutamente certo sicuro, in altri termini non negabile...tutto ciò che non è negabile è ciò che procede in effetti da considerazioni da cui abbiamo preso le mosse e cioè che non c’è uscita dal linguaggio ovviamente, poi di lì si tratta di produrre altre proposizioni che per via deduttiva mantengano questa stessa non negabilità, dal momento che in questo gioco particolare che stiamo creando si servono soltanto questo tipo di proposizioni, le altre rispetto a questo gioco, non hanno nessun utilizzo, e allora o l’etica è così come l’abbiamo definita o è niente. Niente cioè, niente in una certa accezione, cioè se deve porsi come valore assoluto e posta nei termini in cui è posta generalmente è nulla, poi ovviamente ha una funzione anche nei termini così come generalmente è posta, ma una funzione estetica, e potere considerare, tenere conto di questo aspetto, cambia le cose di molto e cioè costringe ad accogliere quella responsabilità rispetto all’atto linguistico prodotto dal proprio discorso, che costituisce uno degli aspetti fondamentali di ciò che andiamo dicendo, anche per quanto riguarda poi l’aspetto analitico, che a questo punto è sempre meno distinguibile con queste considerazioni...

 

Intervento: per Aristotele il senso etico era poi pratico, un etica formale non mi sembra un etica, mi sembra gratuita...

 

posso risponderti in due modi, uno prettamente logico, l’altro pragmatico, tuttavia consideriamo l’aspetto logico, ciascun elemento che interviene nel linguaggio ha un utilizzo come abbiamo detto in varie circostanze, ora l’utilizzo di questo significante etica, può considerarsi da una parte o semplicemente una regola in ciascun caso del gioco, allora l’etica è esattamente quello che io voglio che sia, di volta in volta per cui è etico sgozzare i bambini appena nati, oppure è etico aiutare le persone...a seconda di come mi sveglio la mattina, oppure CAMBIO CASSETTA per indicare se questo termine è possibile considerarlo non soltanto come regola del gioco ma come procedura linguistica. Qual è l’utilità di questa operazione? Che possiamo mostrare di un significante per esempio etica ciò che in nessun modo può non essere, questo può avere primo, un forte potere persuasivo, secondo, può costringerci a riflettere sul fatto che in ciascun caso, esistono delle procedure linguistiche di cui il linguaggio è fatto e di cui non è possibile non tenere conto. Dice a questo punto potremmo non chiamarla etica, no, invece perché questa procedura è fatta esattamente della stessa cosa di cui è fatto ciò che comunemente si chiama etica e cioè tendere al bene, visto che esiste questo significante l’abbiamo utilizzato e portato alle estreme conseguenze

 

Intervento: l’utilizzo del significante all’interno del linguaggio è a fine pratico (pragmatico) quando si parla di etica se ne parla a fini pratici

 

ed è per questo che noi ci siamo soffermati sull’etica se no, l’avremmo lasciata al suo destino, è proprio per questo perché ha una valenza pratica, pragmatica fortissima, anzi come tu dici giustamente è questa la sua natura, perché se abbiamo detto ciascuno tende a qualcosa, e questo qualcosa lo chiamiamo bene, allora questo tendere è sì il tendere del discorso, ma il discorso non è fatto soltanto di ciò che si dice, perché ciò che si fa, non è fuori dal linguaggio e se io non posso non considerare che il bene a cui tendo non è altro che il proseguimento del discorso, per esempio e che non posso, non può esserne stabilito nessun altro in nessun modo, stabilito in modo innegabile ecco che la mia condotta, ciò che faccio, quindi ciò che penso, ciò che dico, il modo in cui mi muovo muta, non è la stessa cosa, intendo dire che mi comporterò in un altro modo, se io non posso non assumermi la responsabilità di ciò che dico e considerare quindi ciò che dico come un atto linguistico, anziché come un segno del destino o una necessità esterna, cambia, cambia tutto. Come dire che per esempio in un itinerario analitico, o meglio un itinerario analitico ha un forte aspetto pragmatico, se io cambio il modo di pensare, ad esempio, cambia anche necessariamente di conseguenza il mio modo di agire, se io penso differentemente agirò anche differentemente, dal momento che ciò che faccio non è altro che la, adesso la diciamo così in modo un po’ rozzo e molto provvisorio, la manifestazione di ciò che penso, in molti casi di ciò che credo. Se sono un integralista islamico e credo fermamente in questo la mia condotta seguirà una certa direzione, se io cesso di credere questa cosa, anche la mia condotta muterà, ecco perché porre l’etica nei termini in cui l’abbiamo posta ha una fortissima valenza pragmatica, perché impedisce, per così dire di muoversi a partire da una serie di considerazioni che non possono più essere credute, non possono più essere o costituire il supporto dell’azione o se lo fanno lo fanno in modo tale che non posso non saperlo, non posso non sapere che sto facendo quella certa cosa, ecco qual è l’aspetto pragmatico dell’etica, anche così nei termini in cui la consideriamo...

 

Intervento:

 

no relativista, è assoluta, se ci pensi bene l’etica in questa accezione è ciò che non può non essere accolto. (....) sì e no, vedi perché se tu non puoi più credere una certa cosa, non puoi più farla allo stesso modo, se per te per esempio, l’etica è ciò a cui non puoi non tendere, cioè il fatto che il tuo discorso prosegua in una certa direzione, qui certo si apre un discorso che è molto lungo e che faremo, però sarà molto difficile che tu ti trovi a relativizzare nel senso di dire che posso fare questo o quello e esattamente, non potrai non tenere conto di una quantità enorme di elementi e la più parte delle cose cesserà di avere qualunque interesse, e non verrà fatta, però su questo occorre lavorare ancora molto, perché non è di fatto un aspetto così relativistico, anzi poi diventa fortemente limitante tanto più limitante quanto più si persegue in questa direzione, ma limitante in una accezione particolare, nel senso che adesso la dico così provvisoriamente, sempre meno cose interessano ma quelle meno interessano sempre di più, adesso per dirla così in un modo molto rozzo, per cui non è che accada che puoi fare qualunque cosa, puoi anche dire che potresti farla ma non ha più nessun senso, di fatto altera moltissimo, modifica moltissimo la tua condotta, il tuo interesse, tutto ciò che ti muove, e tra l’altro volevo riprendere Aristotele laddove parla di ricerca teoretica, perché probabilmente proprio lì che va a parare tutta la questione si tratterà poi di precisare in termini molto più rigorosi tutto quanto ma c’è l’eventualità che l’etica il fine dell’etica così come già Aristotele in qualche modo aveva intravisto sia esattamente questo, sia la ricerca teorica, teoresi, c’è questa eventualità ancora non sappiamo però qua e à intravediamo...

 

Intervento:

 

il fatto che non si possano non fare non toglie che si facciano infinite altre cose (...) sì forse sarà qui la questione più interessante forse però non potranno comunque non tenere conto dell’etica forse però è ancora tutta una cosa da elaborare e questo ci impegnerà non poco nei prossimi vent’anni...

 

Interventi

 

come vedete le cose che interrogano e ancora da elaborare sono molte e degne nobili di essere perseguite. Ché poi non è ciò che sto dicendo adesso che è ciò cui tende il discorso, ancora da verificare, non è molto lontano da ciò che si considera rispetto anche a una psicanalisi, dicendo che occorre che un analisi per esempio conduca all’analista, divenire analisti cioè che questo si ponga come irrinunciabile, detta così può risultare un po’ bizzarra però forse c’è qualcosa di prossimo in questa nozione. Uno volta si diceva questa formula divenire analista del proprio discorso, come se l’itinerario analitico conducesse quasi necessariamente inesorabilmente a questo ecco ok finita

 

 

14-5-1998

 

Luciano Faioni

 

 

 

Intervento: Abbiamo definito l’etica e dobbiamo dare un significato pratico, ciò che mi ha fatto riflettere è che per lei in ambito pratico la ricerca teoretica fosse una delle cose maggiormente perseguibili... la cosa mi aveva un po’ inquietato...

 

Intervento: Perché l’etica tende al bene?

 

Era distratto la volta scorsa? Perché abbiamo detto che chiamiamo bene ciò a cui gli umani tendono. (sì il tendere, ma cosa vuol dire tendere al bene o tendere al male?) Cesare lei preferisce stare bene o stare male? (Bene!) Preferisce ciò che gli è di vantaggio o ciò che è svantaggioso? (Vantaggioso!) Preferisce ciò che è buono o ciò che è cattivo (Certo, a mio gusto ciò che è buono!) Ecco, quindi praticamente ha già risposto al quesito. Ciò a cui tende lei, il suo discorso, è grosso modo qualche cosa che è definito da queste prerogative. Ora, chiamiamo queste prerogative il bene, che sono esattamente ciò a cui il suo discorso tende, potremmo dire in una parola a suo vantaggio, qualunque cosa il suo vantaggio sia. Ora, che il vantaggio che lei persegue sia, come dice lei soggettivo, questo glielo possiamo concedere, ma il fatto che invece ciascuno persegua il suo vantaggio questo non è soggettivo, ciascuno lo fa e quindi potremmo dire che è universale. Perseguire il bene appunto, al posto di tutte le cose dette in precedenza noi mettiamo il significante bene, chiamiamo così “bene” ciò a cui ciascuno tende naturalmente, come il proprio vantaggio, ecc. (...) Più universale di così! (...) Questa è la morale che tende a regolamentare ciò che per ciascuno è il bene. Se allora il mio bene è rapinare le banche ecco che le assicurazioni, per esempio, cercheranno di impedirmelo, perché poi loro devono pagare e per loro questo è male, e allora ecco che va regolamentato ma di fatto io al pari delle assicurazioni, che hanno assicurato la banca che intendo rapinare, perseguiamo il nostro bene, solo che il mio viene impedito da tutta una serie di regolamenti e divieti imposti dallo stato....però io tendo al bene, l’assicurazione tende al bene, il bancario tende al suo bene quando di fronte alla mitragliatrice del rapinatore alza le mani e consegna tutto l’incasso, oppure la difende con il proprio corpo (il problema è che per ciascuno tutto ciò che fa va bene) No, non tutto ciò che fa, tutto ciò che ritiene il suo bene...( io dicevo l’etica tutto ciò che è bene e tutto ciò che è male) Queste sono le leggi non l’etica (....) ma sempre al bene cioè a ciò che gli è di vantaggio, direttamente o indirettamente. Ora, abbiamo detto il bene ciò che è di vantaggio per ciascuno, però va precisata questa questione in effetti, qual è, dicevamo forse la volta scorsa....dunque dicevamo del discorso in cui ciascuno si trova, e il bene del discorso ciò a cui il discorso tende è il suo proseguimento, dicevamo così in termini molto ampi, molto generici, molto vaghi in effetti, però vediamo se è possibile precisare. Che cos’è intanto il proseguire del discorso dal momento che sappiamo che inesorabilmente il discorso prosegue, che non può arrestarsi, e che quindi sarebbe assolutamente inutile temere che possa arrestarsi, perché non lo può fare, nulla può farlo, dunque di che si preoccupa? In teoria? Che è una bella questione da affrontare, anche per giungere poi alla considerazione che è relativa a ciò che inquieta Roberto, cioè se necessariamente il bene è la ricerca teoretica oppure no? Oppure altro che Roberto poi vorrà (semplicemente!) soltanto! Proviamo a considerare. Intanto abbiamo detto che il discorso non può arrestarsi ma inesorabilmente procede e tende quindi al suo proseguimento: questo lo abbiamo chiamato bene. Ma l’affermare che il discorso in nessun modo può arrestarsi è necessario? Potremmo dire che riguarda l’aspetto logico, il linguaggio è una procedura, tuttavia ci troviamo di fronte ad una questione molto complicata. Supponiamo che io affermi che il discorso può fermarsi e confrontiamo questa proposizione con quella precedente che afferma che il discorso non può fermarsi, e vediamo se una delle due è necessaria oppure no. Della prima abbiamo verificato la necessarietà, essendo il discorso fatto di elementi linguistici, ciascun elemento linguistico è tale perché inserito all’interno della combinatoria linguistica, quindi se è un elemento linguistico è connesso con altri elementi linguistici e cioè comporta un rinvio, e questo impedisce l’arresto. Ora, invece, consideriamo la seconda proposizione, quella che afferma che il discorso si arresta e vediamo se è necessaria oppure no: se il discorso si arresta allora c’è almeno un elemento che non ha nessun rinvio, ma l’elemento che non ha nessun rinvio può essere un elemento linguistico? E se sì, come? Adesso non so se devo rifare tutti i passaggi, ma potremmo giungere a considerare che affermare che il discorso si arresta non è necessario, nel senso che ciò che afferma è un non senso. Come fa una proposizione che è un non senso per esempio, ad arrestare un discorso, cosa che sappiamo essere impossibile, non può farlo. Tuttavia, lo si può pensare e qui inseriamo un elemento, intendo dire che è possibile costruire quella proposizione che afferma che il discorso si può fermare. Che si può fermare lo si può affermare, lo si può dire, si può costruire una proposizione che lo afferma. Qui ci troviamo di fronte a una questione che da una parte potrebbe apparire assolutamente banale e anche senza senso, ma che tuttavia può avere dei risvolti di qualche interesse, cioè il fatto che il linguaggio può costruire proposizioni che affermano cose che per esempio il linguaggio non può fare, ma non può fare in che senso? E qui forse sta la questione, che non è che non lo possa fare, ché lo afferma e quindi lo fa, ma questa affermazione che viene enunciata può essere negata, come dire che il linguaggio è strutturato in modo tale che può consentire a delle proposizioni di venire costruite ma consente anche di negarle, altre no, consente di costruirle e non consente di negarle, come per esempio quella che afferma che gli umani parlano, come se in questo caso, la regola del linguaggio funzionasse in questo modo. Come è noto una regola funziona limitando le operazioni, questo è un limite. Vediamo ancora che è vero che il linguaggio consente di costruire qualunque proposizione ma è altrettanto vero che consente anche di negarla e quindi di fatto non la istituisce perché così come l’afferma può anche negarla. Il bene non è altro che il proseguire del linguaggio, perché il linguaggio può proseguire in qualunque verso, in qualunque direzione, può proseguire continuando ad affermare cose che il linguaggio stesso può negare, ma eppure, considerate adesso un aspetto molto meno astratto, molto più banale, cioè il fatto che ciascuno quando argomenta discute ecc. cosa tende a fare? Tende a fare affermazioni che sono assolutamente negabili, confutabili oppure cerca di stabilire qualche cosa di solido, di stabile, di fermo anziché affermare cose assolutamente squinternate? (...) Però la domanda è perché si prefigge di ottenere questo, cioè se Roberto ed io conversassimo in un agone dialettico, l’aspetto pragmatico...il fatto che vinca io, che vinca lui di fatto non cambia nulla così come se giocassi a poker se vinco io è meglio...(...) sempre, necessariamente, diciamo che cerca di ottenere la vittoria quanto meno, perché non vuole essere confutato? Perché gli umani si infastidiscono se vengono confutati (di aver trovato il giusto modo di essere) quindi dovremmo dire che è questo che cercano? Il giusto modo delle cose e quindi la verità delle cose potremmo anche chiamarla così...

 

Intervento: Direi che se fossero continuamente confutati non potrebbero più parlare

 

Sì, hai detto bene, se tutto ciò che si dice fosse confutato o confutabile non sarebbe possibile parlare. Questo è interessante, e perché non sarebbe possibile parlare? (perché per parlare ci devono essere delle premesse) Ma io posso partire anche da premesse che so essere false come avviene per esempio in un agone retorico al solo scopo di vincere l’avversario. Dicevo prima della vittoria per esempio in un agone dialettico che stabilisce soltanto la maggiore abilità di uno dei due di fatto, niente più di questo, prendiamo questo caso perché è il caso limite, dove di fatto non c’è nessun utilizzo pragmatico soltanto la vittoria fine a se stessa, ma...

 

Intervento: Il sapere che è falso è una certezza.

 

Certo, infatti, se io costruissi, battendomi contro Roberto in un agone dialettico, un’argomentazione che so assolutamente falsa ma in condizioni di confutare la sua tesi, vincerei Roberto, muovendo comunque da un’argomentazione che so essere falsa. Come so che è falsa? So che è falsa perché altrove so che sta la verità, non lì. Tutto questo per porre una questione, in definitiva: che cosa cercano gli umani parlando, che cosa inseguono? Tenendo conto che siamo partiti da una proposizione che afferma che gli umani tendono al bene, tendono a qualcosa che chiamiamo bene e quindi il loro discorso necessariamente tenderà alla stessa cosa. Qual è il bene del discorso? In questo caso è raggiungere un qualche cosa, consolidare un qualche cosa che possa essere stabile, vero. La verità in genere si chiama così e la verità quale prerogativa dovrebbe avere? Quella di alterarsi e mutare ogni quindici secondi regolarmente? Oppure...non è la verità, per definizione. Qualcosa di duraturo è qualche cosa che non è più confutabile perché abbiamo visto, e Roberto ce lo ha ricordato, che se tutto ciò che dico fosse confutabile, non riuscirei più a parlare e quindi occorre che qualcosa non lo sia. Quindi, siamo giunti a considerare che perché il discorso prosegua, ovviamente il discorso portato alle estreme conseguenze, perché il discorso possa proseguire occorre che si giunga ad una qualche cosa che non sia confutabile, cioè che costituisca un riferimento, un punto di partenza, molto banalmente. E, in effetti, tutti i discorsi, come per esempio quello intorno all’angoscia esistenziale di cui dicevamo tempo fa, non vertono forse proprio su questo, non muovono dalla impossibilità di trovare un principio, una fine che siano credibili, soddisfacenti, affidabili? Dunque è questo che cerca il discorso? Un elemento affidabile? Qualcosa su cui appoggiarsi...

 

Intervento: Wittgenstein dice che ci appoggiamo su certezze che non sono probabili....

 

Qui siamo un passo al di là, cioè stiamo cercando qualche cosa che non sia più una regola per giocare, ma la condizione per giocare, diverso (Non ho capito) Cesare citava Wittgenstein il quale diceva: ho bisogno di certezze, ma queste certezze non sono fondabili né fondate e quindi non ci sarebbe la necessità di fare tutta questa operazione. È lì che io ho distinto fra una regola del gioco, come quella che per esempio stabilisce che questa è la mia mano, che è assolutamente negabile anche se è una regola del gioco, di quel gioco. Certo, funziona come una certezza, però non ha nessun fondamento ne è fondabile in nessun modo come lui stesso rileva, e quindi invece anziché una regola del gioco, qualcosa che ne sia la condizione eventualmente, qualcosa di molto più stabile, di più affidabile di qualcosa che invece non è assolutamente fondabile, in nessun modo. Cercando questo cerchiamo in definitiva, per usare termini antichi, il bene ultimo del discorso e quindi di ciascuno. Roberto è preoccupato perché vede arrivarsi sinistramente la conclusione di questa premessa. Ora, dunque inseguendo questo pensiero che si volge al bene del discorso, che è il suo proseguimento e il suo proseguimento è inevitabile, ma abbiamo visto che ciò che risulta essenziale in tutto ciò, è la possibilità per potere continuare a parlare. In fondo, quando Wittgenstein disse “ciò di cui non si può parlare si deve tacere” alludeva a qualcosa di non così lontano: occorre trovare quindi un qualche cosa, qualche cosa di assoluto, solo allora, solo a questa condizione, allora potremmo parlare effettivamente, perché non sarebbe confutabile, avremmo la certezza che non è confutabile, ciò che si dice, se muove da qualche cosa che è assolutamente inalienabile, assolutamente assoluto, definitivo, perché altrimenti... Perché Wittgenstein giunge a questa conclusione così terribile? Perché qualunque affermazione è costruita su nulla e quindi non se ne può parlare di fatto, non si può verificare attenendosi ai criteri di verifica, si può sapere se è ben costruita, se è fatta come dio comanda, ma fondarla no, dunque tutto ciò che si dice è costruito su niente, e cioè è assolutamente confutabile e quindi non si può parlare, e quindi ciascuno di voi taccia per sempre, a meno che “taccia per sempre” nel senso che non potrà mai costruire nulla che sia sostenibile, chiunque in qualunque momento potrebbe smontare tutto, sgretolare ogni cosa. Eppure gli umani cercano nel loro discorso, come giustamente diceva Cesare, un qualche cosa che non sia confutabile su cui costruire effettivamente qualche cosa, se no come giustamente poi ha ripreso Roberto, sarebbe difficile parlare anzi impossibile. Adesso vediamo dove ci conduce questo discorso. Abbiamo detto dunque che posta la questione in questi termini di fatto non sarebbe possibile parlare o comunque ciascuno parlerebbe praticamente dicendo nulla e pertanto ciascuno continua a inseguire questo bene del discorso che non è altro che la verità, come già gli antichi avevano avvertito in ogni caso. Sono saggi gli antichi. Senza trovarla mai, in molti questo ha ingenerato una sorta di depressione, ad altri angoscia, ad altri follia, a seconda delle strutture in cui si trovavano, perché ciascuno di questi, che si è soffermato più di altri a riflettere sulla questione, si è scontrato con delle aporie terribili, insolubili, in definitiva con il crollo della ratio, a cui è seguito il crollo loro personale.

 

C’è ancora un elemento da inserire prima di concludere. Se abbiamo detto che ciascuno insegue necessariamente questa verità, il bene del discorso, cioè ciò che consentirebbe di avere un riferimento a cui appoggiare per dire qualche cosa che non sia totalmente confutabile, potrebbe non farlo? Potrebbe non cercare questo? Supponiamo che non lo cerchi, il suo discorso quindi cessa di cercare questo, cessa cioè di cercare la verità, qualcosa di affidabile, stabile, sicuro, non lo cerca più, come sarà fatto il suo discorso, come argomenterà ciascuno di voi? Si troverà in una condizione piuttosto bizzarra in cui tutto ciò che argomenta può partire da una qualunque cosa, indifferentemente, io posso partire dal fatto che questo aggeggio è verde per dimostrare che domani pioverà, perché no?

 

Ecco, occorre che intervenga allora una teorizzazione di questo e cioè deve provare che è vero, mentre a lui non gliene importa niente (....) No, a questo punto a lui non gliene importa più, non può più se non ha nessuna elemento che lui possa indicare come vero o come falso (....) Può seguire, certo, la traccia che gli fornisce l’interlocutore, però nella costruzione di una qualunque argomentazione, attenendosi alle regole inferenziali per esempio, che sono quelle che gli consentono di costruire il discorso, con buona probabilità farà una scelta di quelle più opportune ma opportune sempre rispetto per esempio all’interlocutore. Facciamo il caso che l’interlocutore sia se stesso, cioè che pensi tra sé e sé, il suo discorso come procederà se procederà? Si arresta in questo caso in assenza di input, c’è l’eventualità che non possa proseguire. È come l’asino di Buridano, quello che messo fra due greppie equidistante muore di fame perché gli è assolutamente indifferente da che parte andare e quindi muore lì sul posto, così vuole la tradizione. È la questione che Roberto poneva tempo fa: in assenza di riferimento, di punto di partenza, il discorso si ferma, non ha più nessuna direzione certo; eppure, d’altra parte, sappiamo anche che non può fermarsi, come risolvere questo problema? Non può fermarsi allora perché comunque allora c’è una verità? O più propriamente viene inseguita una verità? Indirettamente. Il discorso prosegue lungo una direzione ma la ricerca della verità, adesso vi pongo una bella domanda, è strutturale al linguaggio oppure no? Non precipitarti a rispondere, è una domanda difficile. È strutturale alla struttura del linguaggio che il discorso persegua una direzione attraverso le procedure del linguaggio per cui necessariamente tende a qualche cosa che, diciamola così, sia una certezza, oppure no? Abbiamo considerato prima l’aspetto più folcloristico, considerando che ciascuno in qualche modo persegue la verità parlando e come sia in effetti difficile costruire un discorso se questa non si dà. Consideriamo l’ipotesi, che la ricerca della verità sia strutturale al linguaggio, cosa vogliamo dire affermando questo? Che qualunque discorso attraverso una serie di inferenze tenta di giungere ad un elemento che chiama conclusione e questo elemento occorre che sia vero, ma vero in quale senso? Perché fino a qui anche il calcolo matematico per esempio adempie a questa funzione, necessariamente, e lì è arrivato Wittgenstein: vero rispetto alle regole che sto utilizzando per costruire quella proposizione, rispetto alle regole del calcolo proposizionale. Ma solo questo o qualcosa in più? Oppure è tutto necessariamente soltanto un gioco sprovvisto di senso in attesa di un senso che si compia? C’è anche questa eventualità, stiamo considerando...

 

Intervento:…

 

Sì, in effetti fino a questo punto dove siamo arrivati giustamente. In effetti è così, c’è qualche cosa che è insito nella struttura del linguaggio tale per cui, partendo da una qualunque premessa, il discorso tenderà a giungere ad una conclusione vera. Qui “vera” non è altro che il conformarsi alle regole che sono state adottate per costruire la conclusione, quindi è soltanto adeguata e confacente ad un sistema di regole, nient’altro che questo. Fin qui anche Wittgenstein c’era arrivato, non ha inventato niente. Ma prendete dunque una qualunque argomentazione che muove da premesse e giunge ad una conclusione, abbiamo detto che cerca di attenersi a delle regole per giungere alla conclusione, ma perché deve giungere alla conclusione? Perché un discorso tende ad una conclusione anziché rimanere sospeso nel nulla? Adesso questa è una questione ancora retorica, poi vedremo se ci sono le condizioni per porla in termini più rigorosi, perché un discorso tende ad una conclusione? Supponiamo di prendere invece alla lettera ciò che abbiamo affermato fino adesso. In effetti, se così fosse, e cioè l’assoluta consapevolezza del gioco e della inesorabilità del gioco, la conclusione potrebbe essere non necessaria, ma invece se voi osservate bene praticamente tutti i giochi comportano una conclusione quasi necessariamente, potremmo domandarci qualche cosa intorno a questa necessità di giungere alla conclusione, perché? Questo stesso discorso che sto facendo persegue questo stesso obiettivo...giungere alla conclusione, sì certo, può essere una regola del gioco, che il gioco non rimanga in sospeso e cioè si risolva per così dire, in un modo o nell’altro (...) Sì, per questo, per definizione, potrei quasi dire, lo scopo del gioco è comunque la vincita o comunque il raggiungimento di un obiettivo particolare, se noi riflettiamo sul gioco del linguaggio, gioco linguistico, qual è questo obiettivo? La vincita, come il gioco degli scacchi, o che altro? (...) Questo abbiamo detto che è inevitabile, c’è qualche cosa che si aggiunge, potremmo anche dire la vincita, perché no? Vincere rispetto all’atto linguistico è, per esempio, avere ragione, trovare una ragione, stabilire qualche cosa, qualunque cosa non ha nessuna importanza (...) Sì, è possibile questo. Stavo considerando l’aspetto retorico e da lì trarre degli elementi per precisare meglio. In ambito retorico lo scopo è vincere, cioè giungere alla fine del gioco, la quale fine possiamo chiamarla vincere e poi che cosa sia non ha nessuna importanza. Vi ricordo sempre che l’obiettivo che cerchiamo in questo caso di raggiungere è valutare se la ricerca teoretica è necessaria oppure no e stiamo dicendo che nel gioco linguistico lo scopo è quello di vincere ma vincere rispetto al gioco linguistico è che cosa se non stabilire una qualche cosa, raggiungere anche wittgenstianamente la verità, muovendo da premesse assolutamente arbitrarie? Però, insisto comunque questa ricerca della verità, per quanto io la faccia seguire semplicemente ad assiomi arbitrari - tutti gli assiomi della logica formale sono arbitrari, non le conclusioni, così generalmente si afferma, la conclusione è vera necessariamente - c’è qualche intoppo che è connesso con la struttura stessa del linguaggio, perché se il linguaggio costruisce discorsi che vanno in una certa direzione, e andando in una certa direzione tende comunque a raggiungere un obiettivo che è quello che abbiamo chiamato la verità, potremmo chiamare bene in questo caso la verità? Occorrerebbe però un elemento e cioè qualcosa che ci consentisse di affermare inesorabilmente che il discorso tende alla verità. Sappiamo che tende a una conclusione, e sappiamo anche che la conclusione a cui tende è almeno in ambito retorico sempre la verità, si argomenta infatti per sostenere qualche cosa. Si tratta di stabilire se questo elemento, che poi ci consentirà di fare il salto finale, è qualcosa di assolutamente necessario in tutte queste operazioni e cioè se il linguaggio necessariamente tende ad un qualche cosa che sia la verità e cioè tenda a una conclusione come se, adesso la dico così in termini molto animistici, cercasse qualche cosa che non potrebbe essere altrimenti che così. Che cosa non può essere altrimenti che così se non se stesso?

 

Intervento:…

 

Posta così potrebbe essere verosimile, sì, direzione possibile. Cesare qualche contribuzione a ciò che afferma Roberto? (...) Dicevo prima che questo è proprio il passo che ci manca per giungere a una conclusione che tuttavia pare inesorabile, considerare se il linguaggio tende necessariamente a qualche cosa. Se io tendo necessariamente a qualche cosa posso chiamare questo qualche cosa obiettivo oppure no? In teoria sì.

 

 

 

21-5-1998

 

Intervento: Ciascuno necessariamente tende al bene...

 

Perché avevamo detto che ci serviva una definizione di etica che in qualche modo fosse necessaria e cioè che cosa dell’etica potevamo necessariamente dire per chiamarla ancora etica. Siamo partiti allora dalla considerazione che etica è inevitabilmente “tendere verso il bene” e il bene ciò che conviene, ciò che aggrada, ciò che è più opportuno, nell’accezione più ampia possibile. Poi, cosa dicemmo?

 

Intervento: È il discorso, il linguaggio che tende al bene, (ma qual è il bene del linguaggio?) È il suo proseguire, non può non tendere, la sua inarrestabilità.

 

Sì, grosso modo eravamo arrivati a questo punto, però in effetti ciò a cui il discorso tende necessariamente è il suo proseguimento. Allora in questo caso abbiamo trovato una nozione di etica che risulta strutturale, necessaria. L’etica, e dobbiamo comunque intendere con etica il tendere verso il bene, in questo caso è strutturale al discorso perché il discorso tende comunque a qualche cosa necessariamente. Chiamiamo questo qualche cosa il bene e allora l’etica diventa un elemento del linguaggio, semplicemente un chiamare l’inesorabilità del linguaggio con etica, per cui attenersi all’etica a questo punto può apparire inevitabile, inevitabile non attenersi all’etica in quanto esiste un’etica del linguaggio. Se vogliamo parlare di etica allora dovremmo essere costretti a porla in questi termini, cioè come l’etica del linguaggio, a meno che non forniamo a questo significante etica una connotazione differente. Può però risultare difficile date le premesse.

Siamo arrivati al punto che l’etica è il procedere del discorso. Dunque, il linguaggio se non è arrestabile in nessun modo costituisce qualche cosa, come abbiamo detto mille volte, di strutturale, di assolutamente inevitabile. Essendo il linguaggio inevitabile ed essendo il bene del linguaggio il suo proseguimento, cosa possiamo trarre ancora da questo? Possiamo trarre che ciascuno si trova preso inevitabilmente nel proseguire del linguaggio, nel proseguire del suo discorso. Tuttavia, questo proseguire del linguaggio del discorso è vero che non può arrestarsi ma può proseguire in qualunque direzione, c’è una direzione che è preferibile ad altre? Così come stiamo procedendo se noi potessimo trovare una direzione che non solo è preferibile ma necessaria, allora noi avremmo costruito una religione differente da quelle precedenti perché è molto più terrificante, quelle attuali sono assolutamente risibili, perché sarebbe necessaria, inconfutabile, e ineluttabili. Però, ecco, io non proseguo in questa direzione, può farlo ciascuno di voi se ha voglia a casa con calma, costruire un discorso che provi in modo assolutamente necessario quanto sto per dire.... (...) Sì, io ho detto religione nel senso che imporrebbe a questo punto non tanto la fede ma un consenso incondizionato e necessario (...) Sì, certo, e qui si apre la questione di cui discuteremo giovedì prossimo, però ora dicevamo che il discorso può prendere qualunque direzione, sappiamo che non può non prenderne una, non sappiamo quale. Dicevamo la volta scorsa che c’è una direzione la quale, a differenza delle altre, riflette intorno alle sue condizioni e avevamo detto che questa direzione è la ricerca teoretica e cioè in definitiva la ricerca dei fondamenti del pensiero. La teoresi si occupa di questo, quindi una ricerca sui fondamenti, sulla condizione del pensiero e quindi intorno al linguaggio. Ora, ci si chiedeva la volta scorsa se la ricerca teoretica seguisse quasi inesorabilmente una serie di considerazioni che andiamo facendo intorno all’etica. Ciascuno si trova a parlare ma le proposizioni che costruisce, dicevamo la volta scorsa, il più delle volte non tengono conto della struttura del linguaggio, non tenendo conto della struttura del linguaggio vengono costruite proposizioni che suppongono di poter affermare ciò che non è affermabile, ciò che non è provabile in nessun modo o meglio suppongono di poter provare ciò che non è provato in nessun modo né provabile in nessun modo. Questo che cosa comporta? Comporta la produzione, direbbe Wittgenstein, di non sensi e quindi una costruzione enorme di proposizioni fondate su non sensi, cioè su elementi che sono nulla. (....) Cosa intendo con non sensi? Per esempio, tutto ciò che costruisce il discorso scientifico, tutto ciò che costruisce il discorso religioso, tutto ciò che viene costruito...(...) Dicevo non senso in quanto non può fuori da questo gioco provare assolutamente nulla. La costruzione di proposizioni che sono non sensi non è altro che la costruzione di tutte quelle proposizioni che per qualunque motivo non tengono conto della struttura del linguaggio mentre la costruzione di proposizioni che tenga conto della struttura del linguaggio non può costruire non sensi in questa accezione.

Vediamo, dunque, se la ricerca intorno alle condizioni del linguaggio risulta necessaria oppure no. Probabilmente no, a meno che non risulti necessaria all’interno di un certo gioco, a meno che non risulti necessaria per potere trovarsi nella condizione di non necessità di costruire proposizioni nulle. Intendo dire questo, che se le proposizioni che si vanno costruendo tengono conto della struttura del linguaggio allora tutto ciò che chiamiamo, così in una accezione molto ampia, discorso religioso non è più costruibile. In questo modo mi trovo in una posizione che è radicalmente differente da quella del discorso occidentale. Ma facciamo qualche passo indietro e torniamo al fatto che il bene del linguaggio è il suo proseguimento. Dunque, tutto ciò che si riflette o che si elabora intorno a questo proseguimento potrebbe costituire un elemento favorevole per il linguaggio; in altri termini ancora, una ricerca che si appunti intorno alle condizioni del linguaggio verrebbe a costituire l’unica riflessione intorno all’etica possibile ed è questo il passaggio fondamentale. L’etica e cioè come la ricerca, come il discorso intorno a ciò che di più fondamentale può pensarsi, vale a dire le condizioni del pensiero, le condizioni del suo proseguire, anche se questo risulta necessario, ché è necessario che il discorso prosegua, ma questo non impedisce di riflettere sulla sua struttura. Anzi, posta la questione in questi termini, parlare di etica comporta necessariamente parlare di teoresi, sempre nell’accezione che si è posta ovviamente: attenersi all’etica non è altro che compiere una ricerca teoretica, l’etica non è altro che una riflessione teoretica, una elaborazione teoretica. Ma abbiamo anche detto che l’etica, così come l’abbiamo posta ovviamente, è strutturale al linguaggio, dunque la teoresi è qualcosa che riflette intorno a qualcosa di necessario. Ma è necessaria la teoresi, oppure no? Finora abbiamo detto soltanto le riflessioni intorno a ciò che risulta necessario, però abbiamo detto che l’etica non è altro che un’elaborazione teoretica, nient’altro che questo e l’etica è necessaria...

 

Intervento: Abbiamo detto che la teoresi può costruire non sensi, ma può costruire qualcosa?

 

Sì, può costruire proposizioni che non possono non tenere conto della struttura del linguaggio. (Quali sono?)             Quelle che sto facendo ad esempio. (...) Obiezione respinta, adesso vado a spiegare. Dicevo che tutte le proposizioni che vado facendo in effetti sono proposizioni che seguono sempre e necessariamente una premessa fondamentale che riguarda quella che afferma che non c’è uscita dal linguaggio. Questa è la premessa e di lì prosegue passo dopo passo senza mai sgarrare rispetto a questo. Poi tu dici, più o meno legittimamente, “però, non è che io possa vivere sempre facendo questo”, forse che sì, forse che no, ciò che era in gioco adesso non è tanto il fatto che una questione del genere possa costituire oppure no il motivo e la fonte dell’esistenza ma è una speculazione prettamente teorica il cui scopo non è altro che aggiungere elementi necessari per potere considerare una nozione come quella di etica nei termini in cui necessariamente non può non essere pensata, sempre nell’accezione in cui l’abbiamo definita. Ma è possibile definirla altrimenti in modo che risulti fare funzione necessaria che sia, perché è questo che ci ha mossi originariamente, provare a costruire una definizione di etica che risulti necessaria, non negabile. Infatti, abbiamo preso avvio da un elemento che può sembrare molto banale ma che risulta e che è risultato poi in moltissimi altri casi essenziale e cioè partire da una considerazione come questa “che cosa l’etica non può non essere?”

 

Intervento: La teoresi e l’etica sono due cose distinte.

 

Possono dirsi molte cose in risposta al tuo quesito. Anche la definizione che è emersa in queste riflessioni che andiamo facendo intorno all’etica non hanno nulla a che fare con ciò che comunemente viene espresso con questo significante. La conclusione cui sono giunto, e cioè che la teoresi risulta necessaria in quanto abbiamo constatato che l’etica risulta necessaria, può apparire bizzarra o paradossale; generalmente si ritiene che l’etica e la teoresi siano cose distinte, forse non a torto, ma ciò che mi muove in questa riflessione non è tenere conto di ciò che comunemente si intende ma costruire proposizioni che risultino non negabili. La proposizione che ho costruita prima forse è negabile, ci devo pensare, può anche essere confutabile... (I non sensi sono costruibili) Sì, questo è ovvio, ci sono due cose che possono dirsi in merito, primo, che questa definizione di etica non è negabile, le altre sì, io posso provare che qualunque definizione di etica è falsa e nessuno può negare che quella che ho fornito lo sia; secondo, la costruzione di non sensi, questione fondamentale su cui occorre precisare, perché la teoresi può costruire un non senso, ma qui con non senso, se è un non senso all’interno di un gioco, intendo la costruzione di una proposizione che afferma di sé di non essere nel linguaggio. Allora, a questo punto, la teoresi non può costruire non sensi, lo può fare retoricamente, certamente può costruire tutto quello che gli pare, ma non può costruire una proposizione che sia fondata su qualche cosa che sia fuori dal linguaggio. Questo non lo può fare, non lo può fare se si attiene all’assunto fondamentale che afferma che nulla è fuori dalla parola, e non può non tenere conto di questo. In questo senso non può costruirlo, può costruirlo sapendo benissimo che è un non senso: io posso affermare che dio è fuori dalla parola, sì certo, posso affermarlo e non posso affermarlo simultaneamente, cioè posso affermarlo all’interno di questo gioco che sto facendo ma non posso affermarlo all’interno di una ricerca teorica....(....) Cosa costruisce una ricerca teorica? Potrei fornire una dimostrazione ostensiva: ciò che stiamo facendo ultimamente è una costruzione teoretica, vale a dire la costruzione di proposizioni che tengano conto di ciò che risulta necessario, di ciò che non può non essere. Questo fa la ricerca teoretica, la teoresi, cioè quel discorso che articola l’impossibilità dell’uscita del linguaggio, e articolandola non può come dicevo prima non tenerne conto. Per il momento questo e poi vedremo di precisare ancora

 

Intervento: Se io blocco questo mio proseguire non è più etica...

 

Dunque, lei dice che un qualunque discorso religioso non è etico, occorre riflettere bene sulla questione, lei che cosa ne pensa? (Io penso che non è etica...avrei assunto il bene) Giro la questione a Roberto: il discorso religioso è un discorso etico oppure no?

 

Intervento:

 

Che hanno una valenza logica è come dire che sono sempre negabili. Qui si apre tutta la questione su cui lavoreremo per i prossimi dieci anni. Tutto ciò che abbiamo detto fino a qui dalle origini ai giorni nostri induce di fatto soltanto a considerare che una qualunque affermazione, tranne alcune che non sono negabili, sono sempre negabili; tuttavia, vengono credute come necessarie per una serie di inferenze, vuoi perché un certo conseguente di un tale antecedente è ritenuto necessario, vuoi perché si ritiene che un certo elemento non abbia nessun conseguente...cioè è ritenuto ultimo senza alcun altro rinvio, così come per esempio è pensato dio. Tempo fa immaginavo fosse possibile costruire delle proposizioni, voi ancora non seguivate queste follie, tali che, inserite all’interno del discorso, comportassero necessariamente una variazione nel discorso. Ora, però non avevo tenuto conto in debito conto un aspetto che risulta essenziale, l’aspetto che Freud aveva chiamato fantasmatico. Sono giunto alla considerazione, dopo attenta e seria riflessione, che tutto ciò che è stato detto soprattutto dal discorso psicanalitico, perché altri non se ne sono occupati, sia assolutamente insufficiente, inadeguato e nella più parte dei casi falso. Dunque, ciò su cui occorrerà lavorare è questo: che cos’è una fantasia, come funziona? Parlare di fantasia è arduo, non tanto pronunciare il significante quanto trovargli un rinvio, non dico un referente ma almeno un rinvio. Mi sono provato a riflettere su che cosa fantasia necessariamente non possa non essere, è dura trovare una qualsivoglia cosa, l’impressione generale è che comunque una qualunque riflessione intorno a questo aspetto fantasmatico parta o comunque sia partita da premesse assolutamente fuorvianti. Faccio un esempio molto banale: una persona ascolta una serie di discorsi intorno per esempio a ciò che andiamo dicendo, può essere assolutamente convinta ma per niente affatto persuasa. A noi interessa intendere cosa avviene in questo scarto - mi riferisco a convinzione e persuasione in accezione che fornisce Perelman. Per dirla in termini molto spicci, è convinto dalla ragione ma è persuaso dal cuore. Questo scarto dunque, per cui ciò che interviene come non negabile per esempio può essere necessariamente accolto in quanto non si possiedono strumenti per confutare né per negare, stavo dicendo questo scarto fra ciò che una persona accoglie, perché non può non farlo, e invece il fatto che, pur non potendo non accoglierlo, questo elemento non scalfisca per nulla ciò che pensa, continua a pensare esattamente come prima pur avendo inserito un elemento nel suo discorso che “teoricamente” dovrebbe invece inserire una variante potentissima e impedirgli addirittura di pensare esattamente così come pensava prima. Ma questo non avviene perché c’è questo iato, questo scarto, questa faglia

 

Intervento: Lei è arrivato a questa conclusione...

 

Sì, forse adesso l’ho detto forse in termini un po’ eccessivi, non è che comporti nessuna variante, ma l’idea di un paio di anni fa, ero forse ancora abbastanza ingenuo, l’unica attenuante la gioventù, che sarebbe forse stato possibile inserendo questi dati diciamo all’interno di un programma per variarne l’esecuzione, non tenendo conto di questo scarto, di questo iato, di questa faglia, che c’è... (...) hai messo il dito sulla piaga. Cosa vuol dire che hanno una certa portata, una certa valenza, un certo peso? Che sono tenuti in grande considerazione? È proprio questo ciò su cui occorre lavorare, un lavoro formidabile intorno all’aspetto retorico, perché le varie fantasie non dicono assolutamente nulla, zero, un significante assolutamente non utilizzabile, quindi occorre che andiamo a cercare altrove. Certo, cercando di avvalerci il più possibile di ciò che è già stato detto, io ho trovato molto poco ma questo poco può essere utilizzato. Ma la questione è questa, torno a dirlo: intendere cosa avviene in questo iato, fra la ragione e il cuore... perché se io so, vengo a saperlo in modo assolutamente innegabile che non c’è uscita dal linguaggio, da quell’istante il mio discorso non tiene necessariamente conto di questa affermazione con tutte le implicazioni e le conseguenze del caso? (...) No, non tiene conto. Perché no? (...)

CAMBIO CASSETTA

... In qualche modo entra nel programma e crea qualche piccolo problema ma c’è un sistema, un antivirus molto forte che cancella completamente tutto quanto. Faccio sempre l’esempio dei programmi dei computer perché sono funzionali, perché funziona esattamente come funziona il pensiero in modo un po’ più elementare. In effetti, è costruito su quello schema... Sì, sarà nostro compito intendere cosa avviene in questo iato (....) (...) È un po’ il discorso che facevamo prima rispetto al non senso, per cui il non senso all’interno di un gioco non comporta nessun problema ma se con non senso intendiamo logicamente la proposizione che afferma di sé di essere fuori dal linguaggio ecco che allora questo è impossibile. Il fatto è che la sovrapposizione che avviene nel discorso corrente fra la ragione e il cuore è che diventa una ragione logica, necessaria. Come può avvenire una cosa del genere? Dove reperire qualche elemento? Io suggerisci di primo acchito le analisi che sono state fatte intorno al romanzo e alla sua struttura, per esempio Greimas, Bremond, Propp, Todorov, Barthes, per citare i più noti, Jakobson e per alcune cosa anche Benveniste. Ciò che ci interessa non è tanto come funziona un romanzo ma perché funziona. Se riflettete bene la questione è talmente spropositata che potrebbe così di primo acchito lasciare annichiliti....Dunque, voi occupatevi di ciò che la fantasia non può non essere, io mi occuperò del resto.

 

 

 

28 maggio 1998

 

Fantasie/Psicanalisi

 

 

Iniziamo muovendo da alcune considerazioni intorno alla psicanalisi visto che dovremo parlare di fantasie. Oggi su La Stampa c’è un articolo intorno a Freud nel centenario dell’Interpretazione dei sogni e questo ha sollevato nuove questioni intorno alla psicanalisi. Ciò intorno a cui stavo riflettendo ultimamente è che la psicanalisi è sorta e si è consolidata a partire da un equivoco, senza il quale forse non sarebbe mai esistita, e cioè l’idea cioè che gli umani siano degli incapaci, imbecilli e incapaci, imbecilli letteralmente, cioè senza sostegno, “in bacillus”. Questo pensiero non è stato certamente inventato dalla psicanalisi però tutta la psicanalisi, dalla sua invenzione fino ad oggi, è stata supportata da questo pensiero e cioè che ciascuno sia bisognoso, necessiti di qualche cosa, perlopiù di una risposta, una risposta a dei pensieri che lo affliggono. Ora, ciascuno si trova a recitare questo ruolo, che lo sappia o no, che lo voglia o no, dal momento che è stato addestrato a pensare così, e cioè a pensare che esista qualche cosa che possa rispondere alla sua domanda. Adesso faccio un esempio a partire dall’incontro di martedì scorso, per riprendere alcune questioni. Quella persona che si definiva ansiosa ha messo in atto tutto ciò che in effetti avevo appena descritto della struttura dell’ansia e mostrava in modo molto evidente, chiedeva, pretendeva, esigeva, si aspettava comunque che la soluzione ai suoi problemi arrivasse da un qualche cosa o da un qualcuno. Questo, se in quel caso poteva essere una sorta di rappresentazione anche di caricatura se volete, rappresenta però un struttura che è piuttosto diffusa, e cioè l’attendersi da qualche cosa o da qualcuno una riposta, una soluzione, un qualunque cosa, come se questo fosse possibile. Questo pensiero ovviamente è supportato da tutto il pensiero occidentale per cui sembra assolutamente normale e inevitabile che questo accada, come se non potesse essere altrimenti. Posta la questione in questi termini è chiaro che la psicanalisi è sorta a partire da questo presupposto e cioè che di fronte ad un disagio occorreva che qualcuno lo dissolvesse, questione che, se presa con un certo rigore, è piuttosto bizzarra. Tuttavia, va considerata perché finché permane questo pensiero non c’è nessuna possibilità di riuscita. Come abbiamo detto in varie circostanze, la psicanalisi in linea di massima opera in modo religioso e cioè suppone che l’altro abbia bisogno di qualche cosa e pertanto risponde a questo bisogno, che è la struttura stessa del discorso religioso. Si tratta a questo punto di considerare le cose in termini forse più radicali, rovesciando il tutto e cioè considerare, per esempio, tutto ciò che Freud ha descritto e chiamato come nevrosi, come un modo per esibire, per esibirsi in varie forme. Qualunque forma di disagio è tale sempre per un pubblico, che è reale o ideale, sempre qualcuno cui è rivolta questa rappresentazione. All’eventualità che questo pubblico non ci sia né reale né fittizio, per chi ci si esibisce? Il fatto che martedì scorso questa fanciulla si esibisse moltissimo e che utilizzasse tutto sommato ciò che andava chiamando ansia come occasione per esibirsi, non è marginale e non riguarda poi né soltanto lei né soltanto questa struttura dell’ansia ma pensate a qualunque forma di disagio dall’angoscia, pensate alla depressione o alle varie strutture di discorso, sono tali in quanto esibiscono una certa condotta. E allora viene da domandarsi, come dicevo prima, se tutto ciò che Freud ha indicato con nevrosi in realtà non sia altro che un modo per esibire qualcosa all’altro, un esibire qualcosa all’altro in modo che dall’altro giunga una sorta di certificazione. Ma in termini più generali dall’altro deve arrivare una risposta, qualunque essa sia, e questa risposta ha una funzione che è quella di certificare l’esistenza. Tutto ciò che vi sto dicendo è sorretto da un’unica cosa e cioè dall’idea che una qualunque domanda abbia necessariamente una risposta, il che per un verso è, nel senso che grammaticalmente è così, ma solo grammaticalmente, al di fuori di questo ambito grammaticale tutto ciò non ha nessun senso, per cui io esibisco, per esempio, l’ansia, mi agito in modo da ottenere una risposta, come se quest’ansia fosse una domanda. In effetti, molti la pongono proprio in questi termini. (...) Dicevo che tutto ciò è sorretto da questa idea, da questo pensiero, che ai più pare assolutamente connaturato, la natura dell’uomo, ma in effetti se riflettete un momento, se non avessero nulla da esibire a nessuno, una serie infinita di rappresentazioni, tra cui mettiamoci pure la nevrosi, c’è una buona probabilità che non avrebbero nessun motivo di esistere. Perché ciascuna forma di disagio esibisce qualcosa e cioè la propria mancanza, alla quale altri o altro è chiamato a supplire, a porre rimedio quanto meno. Ma non soltanto chi avverte un disagio si ritiene incapace e imbecille, nell’accezione letterale del termine, e quindi bisognoso di soccorso, di risposta, perché è una questione che riguarda la più parte degli umani, che si ritengono tali e cioè incapaci e bisognosi. Tutto ciò comporta e ha comportato una notevole difficoltà nell’elaborare questioni intorno alla psicanalisi che potessero andare al di là di quanto è stato proposto fino ad oggi. Potremmo dirla così in termini spicci, un po’ folcloristici: il problema non è fornire una risposta a una persona, il problema è che questa persona faccia una domanda in quel modo e cioè che chieda questa cosa, e cioè che chieda una risposta, qualunque essa sia non ha importanza, ma che ponga la domanda supponendo che da qualche parte e in qualche modo sia possibile rispondere, in modo tale che questa risposta sia soddisfacente, definitiva, e non sia soltanto un rinvio linguistico, fine a se stesso. Una risposta, così come mano a mano stiamo figurando la questione, non è altro che un rinvio linguistico che logicamente non serve assolutamente a niente, è soltanto una funzione all’interno di un gioco particolare che si sta facendo in quel momento e la cui funzione è quella di fare proseguire il gioco, nient’altro che questo. Generalmente gli umani si attendono da una risposta qualcosa di più, che non sia solo questo, ma che sia qualche cosa di saldo di fermo ed è questa supposizione il fondamento della nevrosi. In effetti, quando accade di muoversi con assoluta scioltezza, agilità nei pensieri? Quando questi sono assolutamente per niente, per niente, per nulla, quando non sono finalizzati se non al loro proseguire. Pensate per esempio ad una psicanalisi, perlopiù la più parte degli psicanalisti compiono il loro lavoro per uno scopo, hanno un obiettivo, in questo sono perfettamente inseriti all’interno del gioco di cui dicevo prima, della domanda e della risposta e cioè fanno il gioco della nevrosi; poi, se sono dei buoni religiosi ottengono dei buoni risultati. In alcuni casi sortisce buoni risultati, tuttavia in questo modo avviene sì uno spostamento da una religione ad un’altra ma rimane immutata quella stessa struttura che sostiene ed è la condizione stessa della nevrosi e cioè che ad una domanda, ad un bisogno, segua una risposta. È ovvio che muoversi in un’altra direzione risulta amorale, non immorale ma amorale, cioè senza morale proprio, perché non va contro la morale ma la ignora, il che è diverso. Immaginate per esempio un incontro analitico dove all’analista, adesso vi faccio una formulazione paradossale, della guarigione dell’analizzante non gli importa assolutamente nulla, né che stia bene o che stia male, assolutamente niente e che si trovi unicamente ad ascoltare un discorso e intervenga in questo discorso intervenendo come in qualunque altro discorso, unicamente perché è chiamato in causa, ma per nessun motivo e senza nessuno scopo, assolutamente niente, senza alcun obiettivo da raggiungere, nulla. Ciò che mi stava interrogando in questi giorni è se questa fosse esattamente la condizione per potere intervenire. C’è questa eventualità, nel senso che tutto ciò che io faccio per un obiettivo, uno scopo è sempre un tentativo di rispondere a un qualche cosa che interroga. Ma supponiamo che io sappia che non c’è nessuna domanda a cui segua una risposta, in accezione che indicavo prima, a meno che, certo, questo non avvenga all’interno di un gioco circoscritto di cui mi siano note le regole, se vado dal tabaccaio e gli chiedo le sigarette mi aspetto che me le dia, così come se vinco a poker con Roberto mi aspetto che paghi il dovuto. Però, ecco, occorre allora puntare l’attenzione su che cosa ci si attende e forse è qui la questione centrale e cioè in definitiva che cosa ci si attende dal proprio discorso, dalle proprie parole, dall’altro, che è un altro modo di porre la questione. È una domanda: che cosa ci si attende dall’altro? Perché ci si attende continuamente qualche cosa. Occorre forse riflettere bene su che cosa, perché esistono circostanze particolari che vanno al di là di quella in cui qualcuno si rivolge al tabaccaio o al panettiere, dove si rivolge a qualche cosa o a qualcuno per ottenere ben altro, cioè una soddisfazione ai propri pensieri. Sono questi i pensieri, ciò che inquieta, non è mai ciò che accade, sono i pensieri, ciò che viene costruito. Questo comincia appena appena a introdurci alle fantasie, siamo ancora lontani, dunque ciò che soddisfa ai propri pensieri, ma essendo configurato il discorso occidentale in questo modo è come se l’unica soddisfazione al pensiero fosse la sua fine, il suo termine. Heidegger aveva colta la questione, a proposito di metafisica, dicendo che gli umani cercano disperatamente qualcosa che se trovassero li annullerebbe. Ed è proprio così in effetti, non ha torto in questo caso. Ora, si tratta di intendere in termini forse più precisi tutta la questione che così ho appena illustrata, questione che per altro è piuttosto complessa. Occorrerebbe che chi si trovasse in questa posizione non avesse nessun obiettivo da raggiungere, assolutamente nessuno. Ma non soltanto in questa circostanza ma anche in qualunque altra, come dire cessasse di pensare che sia possibile reperire la soddisfazione dei propri pensieri nell’ambito di questa struttura che propone il discorso occidentale e che appare quasi ormai connaturata al punto che a nessuno è mai venuto in mente che potesse non essere così, cioè, torno a dire, pensare per niente, per niente. Che poi è un per niente rispetto al discorso occidentale, di fatto poi è comunque per qualche cosa, è per il proseguire del pensiero e cioè del discorso. È una bizzarra consapevolezza questa, trovarsi in una qualunque circostanza, qualunque cosa si faccia, si dica o si pensi o non si dica o non si pensi, che tutto ciò ha un unico obiettivo, come abbiamo appreso riflettendo intorno all’etica, e cioè il proseguire del linguaggio, del discorso propriamente. Questo conduce a una posizione ben strana. Adesso vi dico una bizzarria, sapete che ogni tanto c’è sempre qualcuno che chiede: ma allora come pensano gli animali, c’è il linguaggio allora non pensano, ecc, ecc. Riflettendo su queste cose c’è l’eventualità di potere immaginare un pensiero, non c’entra niente con gli animali, ma portando il linguaggio alle estreme conseguenze, è come se potesse quasi concepire l’assenza del linguaggio. L’ho detta grossa questa volta. Come se portando il linguaggio alle estreme conseguenze quasi potesse concepire un esistenza del pensiero fuori dal linguaggio, cioè senza linguaggio - chi è il soggetto? Il soggetto è chi si trova a portare il linguaggio alle estreme conseguenze, al limite estremo - e cioè dove ciascun elemento interviene effettivamente senza nessun apporto fantasmatico. Parrebbe assolutamente impossibile, c’è l’eventualità che lo sia. Tuttavia, provate a pensare in effetti, a immaginare più che a pensare una cosa del genere e immediatamente a muovervi in un modo molto strano dove le cose esistono per l’istante in cui esistono sotto i vostri sensi, poi cessano di esistere, non sono mai esistite. Ma, al di là di queste amenità che vi dico per il gusto di intrattenervi, tutto questo pone una questione piuttosto importante riguardo al percorso che andiamo facendo e mostra, se volete così forse in modo un po’ folcloristico, un’immagine di un pensiero, la raffigurazione di un pensiero, che come abbiamo detto in molte occasioni non può non tenere conto che tutto ciò che accade, tutto ciò che pensa non ha altro obiettivo né altra funzione se non quella di far proseguire il linguaggio, qualunque altra funzione è un attributo che viene catapultato lì in un ambito che è prettamente ed esclusivamente retorico. Pure in quest’ambito non abbiamo non potuto concludere che il linguaggio non ha altro obiettivo che proseguire, poi come prosegue qui decide dell’esistenza il modo in cui esiste ovviamente, delle cose che pensa, che crede, che lo spaventano, che lo divertono, che lo angosciano, che lo angustiano...

 

Intervento: L’aspetto sociale del linguaggio...

 

Oppure vivere socialmente è un effetto dell’esistenza del linguaggio? C’è questa eventualità.

 

Intervento: Come fa ad essere un elemento per nulla?

 

“Per nulla” rispetto al discorso occidentale, poi non è mai per nulla e cioè per un altro elemento... (....) Occorre che tu distingua fra l’aspetto logico e retorico, che logicamente c’è sì la necessità che esista una connessione fra elementi, ma non quale. Semmai questo è in ambito retorico, si stabilisce in ambito retorico, allora sì, l’ambito retorico ti dice che stai giocando un certo gioco con queste regole, e allora certo il fine è ottenere quello scopo perché il gioco è fatto così. Il per nulla era rispetto al discorso occidentale; infatti ho fatto la precisazione di prima per questo motivo, per nulla nel senso che non c’è un fine che è pensato come elemento fuori dal linguaggio, come la risposta definitiva alla cosa, o ancora come semplicemente la risposta possibile, ma che muove dall’idea fondamentale che ciascuna domanda, che interviene nella vita degli umani, abbia una risposta in qualche modo- La risposta, sì, ce l’ha ma nell’abito di quel gioco, la risposta è determinata dalle regole del gioco, mentre il “per nulla” è rivolto alla supposizione che questa risposta non sia vincolata alla regola di quel gioco ma sia una risposta che va al di là.

 

Intervento:

 

È l’idea che la risposta alla domanda sia qualcosa di differente da qualche cosa che è prodotto dalle stesse regole del gioco, che fa parte del gioco. Non è un elemento che da fuori gioco viene a chiudere la questione (in un certo senso porre termine al rinvio oppure trovare qualcosa che abbia se stesso come rinvio, “causa sui”) Sì, invece, è il linguaggio che è causa sui, il motore immoto, e noi in effetti non possiamo dire altrimenti. (....) Ho detto che è una formulazione paradossale; in effetti, non riesce in questa operazione, era solo così per porre la questione in un modo un po’ folcloristico, ma non è possibile perché ciascuna rinvia ovviamente ed essendo riconosciuto come tale fornisce già un’immagine, fornisce già ancora un ulteriore rinvio e quindi si è immediatamente presi in una catena, e cioè dalle regole di quel gioco, per cui in effetti non può darsi una cosa del genere, però come immagine rendere conto anche se, per assurdo, è un pensare per niente, dove in effetti, certamente intervengono rinvii continui ma ciascun rinvio, avendo come referente soltanto se stesso, è unicamente un elemento di un gioco e niente più di questo. In effetti, mi sono accorto in moltissime occasioni che laddove ad esempio c’è un qualche cosa che si pone come problema e che cerco di risolvere il problema, la cosa non funziona, se invece mi trovo a pensare proprio per niente, per gioco, allora trovo cose che....

 

Intervento: La ricerca di qualcosa che non c’è lo fa essere.

 

Qualunque negazione in quanto tale necessita di qualche cosa che deve essere confermato, poi il caso della doppia negazione è emblematico: “non vorrei che lei pensasse che io sto pensando”, ecco da quel momento incomincio a pensarlo. Insomma, se una persona viene da me, poniamo, chiedendomi di sbarazzarlo di qualche cosa che lui stesso ha prodotto per suo uso e consumo, perché io dovrei fare una cosa del genere? È una questione, una cosa che una persona si è prodotta per dei buoni motivi, per esempio, è chiaro che avviene proprio così, nel senso che c’è una complicità non consapevole, una complicità nell’attribuire il disagio, il male, quindi se lui sta male ha bisogno di soccorso e allora io glielo fornisco, quell’altro può anche guarire, c’è questa eventualità, ma guarisce perché ha trovato qualcuno che gli ha proposto una risposta e se è abbastanza autorevole e fidato, la risposta viene accolta e il sintomo cessa come d’incanto...

 

Intervento: Se uno non accoglie il discorso.

 

Delle volte si arrabbia moltissimo perché pensa che non gliene importi nulla di lui, il più delle volte, soprattutto nelle cosiddette relazioni sentimentali in genere avviene in questo modo, e cioè la scarsa considerazione di un problema o la non attribuzione dell’importanza a un certo problema viene inteso come disinteresse, generalmente avviene così (...) Visto che abbiamo ormai introdotto l’aspetto retorico, fantasmatico, possiamo anche dire che ciascuno si attende da una domanda necessariamente una risposta, ma questo affiora anche nel luogo comune. Se una persona fa una domanda ad un’altra e questa non risponde è considerato generalmente una cosa sconveniente ma tutto ciò come se l’altro non potesse avvalersi del diritto di non rispondere, è concesso anche ai criminali, invece no e questo così proprio nel luogo comune che però indica una struttura di pensiero che va in una certa direzione e cioè la domanda che non ha la risposta è insopportabile, non è tollerabile. Viene fatto di domandarsi se questa intollerabilità proceda, direttamente o indirettamente, dall’eventualità che ciò che si dice, cioè ciò che si domanda, per il solo fatto che si domandi è considerato importante e se invece è una cosa che non ha nessun rilievo, assolutamente nessuno, ma nessuno non perché altri ritengano che sia così ma perché è all’interno di un gioco. Forse è stata sempre questa la paura degli umani e cioè che il linguaggio che pur da un parte insieme ad Heidegger gli ha consentito di aggiungere alcune cose e dall’altra tuttavia pone una sorta di limite invalicabile e cioè che ciascun elemento, ciascuna cosa che interviene è un elemento linguistico e nient’altro che questo. Cioè non ha nessun altro referente al di fuori di sé, il che se considerato fino alle sue estreme conseguenze comporta il timor panico che molti hanno avvertito...

 

Intervento: Sul suicidio.

 

L’aspetto esibizionistico del disagio sembra avere un ruolo fondamentale. Su questo che occorrerà riflettere. La rappresentazione e quindi in qualche modo la richiesta di qualcosa, perlopiù enunciata come richiesta di aiuto, dimostrarsi desideranti, cioè bisognosi, mancanti.

 

 

 

4-6-1998

 

Allora possiamo prendere una questione che pertiene a ciò che andiamo facendo e che muove da interrogazioni di Cesare, Cesare il Grande....allora dicevo la questione è questa, come mai ciò che andiamo facendo non è stato in precedenza svolto da nessuno, come è potuto accadere, diceva Cesare, che nessuno si sia accorto che le cose erano così semplici, tutto sommato? Possiamo muovere da questa questione anche perché i motivi di tutto ciò, sono gli stessi per cui ciascuno trova una notevole difficoltà a pensare in questo modo, voi sapete che in questi ultimi 2500 anni gli umani si sono molto interrogati intono al pensiero e al suo funzionamento, intorno a quali ne fossero le condizioni, e a come utilizzarlo al modo migliore, che cosa pensasse di giusto e di errato, e a quali condizioni potesse affermarsi che un pensiero era giusto e quell’altro sbagliato, inseguendo in tutto questo un’idea che è quella che presuppone l’esistenza di quella certa cosa, una qualunque cosa che funzioni da potremmo dirla così, pietra angolare (da confronto) un qualche cosa che potesse costituire come una sorta di parametro su cui commisurare ogni pensiero, e quindi una ricerca di questo elemento ovunque esso potesse trovarsi, un elemento che era di straordinaria importanza, era quello che avrebbe dovuto confermare oppure no, qualunque forma di pensiero, questo è quello che generalmente è chiamato verità, grosso modo, il più delle volte ha questo nome, sotto le varie forme sotto i vari aspetti in cui si instaura...ma un pensiero del genere che cosa lo supporta cioè che cosa supporta l’idea che debba esserci un qualche cosa che garantisca tutto sommato della correttezza di un pensiero, e che la garantisca definitivamente? Ecco che il pensiero va a delle cose abbastanza stabili, ferme, come dio, come l’eternità, come la natura, tutto ciò che gli umani osservando reperiscono di immutabile, ci sono alcune cose che non cambiano mai e quindi potrebbero essere eterne. Che cosa non cambia in realtà che cosa è sempre lì presente, per cui può costituire una sorta di riferimento? Il linguaggio è sempre lì, in effetti, disponibile per qualunque utilizzo, come dire che l’idea che debba esserci qualcosa fuori dal linguaggio, ha come sappiamo come condizione l’esistenza del linguaggio, abbiamo detto mille volte, ma come si è configurata tutta questa storia? Più o meno in questo modo cioè il linguaggio è qualche cosa che è sempre presente e quindi c’è qualche cosa che è sempre presente, che è sempre lì, su cui si può fare conto che non cambia, questo qualche cosa che non cambia mai, che è sempre lì, fornisce il riferimento ad altre idee, e cioè che possa esserci, che possa trovarsi qualche cosa di immutabile, qualcosa di sicuro, una garanzia, qualcosa che indica in definitiva che le cose che io penso, faccio ecc. non siano fatte o scritte sull’acqua ma abbiano un fondamento, qui si innesca un’altra idea, sempre prodotta dal linguaggio ovviamente e riguarda il senso, quando si dice “le cose devono pure avere un senso “ che cosa si dice in qualche modo? Questo: che non possono essere per niente, occorre che siano per qualcosa, o per qualcuno a seconda dei casi, e cioè che tutto ciò che si dice, si fa, si pensa, abbia un destinatario. Il che non è neanche del tutto errato, tutto sommato, sempre muovendo dalla struttura del linguaggio di cui gli umani fanno grande uso ma della quale struttura in moltissimi casi poco sanno, dunque ciascuna parola, come abbiamo detto un po’ di tempo fa, è tale perché c’è qualcuno, potremmo dire c’è un discorso per cui è tale, occorre dunque che ci sia un destinatario o un interlocutore, da qui un primo equivoco, chi è il destinatario della parola? Un’altra parola ovviamente né potremmo dire in altro modo, ma l’equivoco di cui dicevo è consistito e consiste a tutt’oggi in questo, che il destinatario della parola, non è l’altra parola ma qualcuno, come è stato possibile una cosa del genere? Come è stato possibile pensare che il destinatario sia qualcuno, e che questo qualcuno sia distinguibile per così dire dal discorso che lo costruisce e che lo costituisce? è una sorta di circolo vizioso, in un certo senso, perché la parola come sappiamo costruisce un’altra parola, quindi fa qualcosa, anche nella Seconda Sofistica, (che qualcuno di voi ha cominciato a leggere) c’è un accenno a questa questione, dunque produce qualche cosa, e ciò che produce è ciò che generalmente si chiama esistenza, qualcosa esiste dunque, cioè delle parole, ma questa esistenza di cui vi dicevo ad un certo punto è stata sganciata ad un certo punto, così avviene, dal discorso, dalla parola che la costituisce, è diventata una sorta di entità, qualcosa esiste, esiste perché il discorso produce, produce continuamente parole e quindi le parole esistono, potremmo dire, ed esistono per qualcuno, per qualcosa. Se io posso parlare e dire io faccio, io penso, io ecc..questi indicatori potremmo indicarli anche come operatori deittici, chifters come li chiama Jakobson, indicano, questi indicatori vengono presi come elementi, che non sono più indicatori e qui sta l’inghippo fondamentale, l’intoppo, scambiare un indicatore per l’indicato, potremmo dirla così, per cui io, questo soggetto, questa fatale categoria grammaticale, come dice il nostro amico Heidegger, non è più un indicatore che indica semplicemente un andamento del discorso, pone l’accento su un aspetto del discorso, ma diventa un qualche cosa, un quid, una entità, fuori dal discorso, perché questo? C’è un elemento che può trarsi da tutto ciò ed è sempre un elemento grammaticale. Prendete il soggetto di una frase, una proposizione se preferite, grammaticalmente è ciò o colui che compie l’azione, se compie un’azione allora ha un’intenzione, c’è comunque un’intenzione che muove qualche cosa, se no non farebbe niente, anche questa è un’idea, dunque se c’è un’intenzione c’è un qualche cosa che dà a questa intenzione, è come se fossero due cose parallele, da una parte la struttura grammaticale che costruisce tutte queste cose e dall’altra il fatto che grammaticalmente è possibile costruire proposizioni che affermano che se qualcosa compie un’azione è perché qualche cosa gliela fa compiere, c’è un’intenzione, c’è un motivo (quello che vi pare), se dovessimo fare una costruzione fantasiosa così come fa la più parte dei linguisti, dei filosofi, dei logici ecc. allora diremmo così ( per un divertissement) dunque dicevamo il linguaggio costruisce delle cose, costruendo delle cose fornisce anche gli elementi per parlare di esistenza, questo significante esistenza o meglio a questo significante viene fornita una certa connotazione e cioè in definitiva tutto ciò che si produce e quindi ciò che il linguaggio produce e quindi tutto ciò che ci circonda in definitiva. Costruito questo, cosa avviene? Avviene che tutto ciò che ha consentito di costruire questo non è più inteso come la condizione per costruire, ma come il mezzo per descrivere o per percepire ciò che esiste, dimenticandosi che ciò che esiste esiste per quella condizione. Adesso facciamo una genesi del genere umano, la genesi numero due, la vendetta, descriviamo...ecco che a questo punto per questa sorta così di confusione, confusione generata da che cosa? Era possibile allora nella notte dei tempi, considerare la struttura del linguaggio? C’erano strumenti sufficientemente raffinati per poterlo fare? Difficile a dirsi, da ciò che ne è seguito, la risposta che dovrebbe seguire inesorabile è no, perché se la risposta fosse sì allora ci toccherebbe ammettere l’esistenza di un demone bizzarro il quale ha vietato agli umani di potere considerare ciò che andavano facendo. È possibile dire che tutto ciò è stata una acquisizione piuttosto recente da parte degli umani e cioè potere considerare che la loro esistenza è vincolata all’esistenza del linguaggio che li fa esistere, anche qui è difficile rispondere a questa domanda, tuttavia se, visto che ci stiamo ponendo questa questione, che potrebbe anche apparire bizzarra, tuttavia poi non lo è per un risvolto di tutto ciò e cioè poi il risvolto che riguarda il discorso, la struttura del discorso del singolo cosiddetto, dal momento che sembra ed è per questo che ho fatto questo strampalato discorso questa sera, sembra che ciascuno che inizia per esempio un itinerario come questo che andiamo facendo si trovi immediatamente in quelle condizioni, come se non avesse mai considerato nulla di tutto ciò che gli consente non tanto di esistere ma di dirlo e quindi di esistere. Ma considerata rispetto al singolo tutta la questione forse ci è leggermente più semplice, che andare a cercare che cosa avvenne nella notte dei tempi, anche perché testimoni non sono più in condizioni di fornire una testimonianza (a parte me) ecco il singolo, cosa fa il singolo? Fa un sacco di cose, parla, si muove, si agita e come pensa generalmente? Pensa in modo come descrivevo prima e cioè immagina che le cose esistano e che il linguaggio sia uno strumento per descriverle per lo più, mai gli verrebbe in mente di essere costituito dal linguaggio senza il quale cesserebbe di esistere immediatamente, e com’è che non giunge a pensare a una cosa del genere? Cosa lo impedisce? Cosa impedisce di constatare una fatto così semplice? Talmente semplice che nessuno prima ci aveva mai pensato. Presente l’uovo di colombo? Perché vedete se noi riuscissimo mai ad intendere con esattezza che cosa impedisce a ciascuno di considerare questo, allora probabilmente potremmo anche sapere come fare in modo che ciascuno non possa più non considerare le cose in questi termini, e cioè riuscirebbe quella operazione di cui vi parlavo la volta scorsa o quell’altra, costruire proposizioni tali per cui in nessun modo sia possibile che non vadano a modificare il modo di pensare. Progetto ambizioso, non c’è mai riuscito nessuno, però....allora Cesare perché una persona qualunque non importa chi, non si accorge immediatamente, non giunge a considerare che la condizione in cui e per cui esiste è il linguaggio e non può considerare altrimenti? In nessun modo. Perché non lo fa? (Interventi vari).....sì ma noi stiamo cercando di capire perché. (...) è come se stessimo approcciando la cosa da un punto che non ci conduce da nessuna parte per cui occorre.... Forse dovremmo riflettere ancora sulla struttura del linguaggio e sui luoghi comuni, fonte inesauribile, perché sono importanti, perché indicano in modo assolutamente preciso qual è il modo di pensare (.....) sì certo, sì tenendo conto di questa distinzione che facemmo la volta scorsa e cioè proprio in seguito a una tua domanda intorno a questo e cioè tu chiedesti allora se la logica potesse costruire luoghi comuni, temendo di no, e invece sì può farlo, ciò che non può fare è non tenere conto che lo sono, però la questione del luogo comune è fondamentale, cioè che di fatto per parlare non possono non usarsi luoghi comuni cosa che tuttavia... per un attimo ho sperato e invece no, non ci porta molto lontani perché ci sposta la questione, ché è vero che non si possono non usare luoghi comuni, ma perché non ci si accorge che lo sono? Perché non è possibile non accorgersi o meglio perché non è possibile....(....)...potrebbero sì continuare a esistere sapendo come sono, esattamente come quando uno va al cinematografo e sa che la persona che muore sparata non è che in realtà sia veramente morta, perché quell’attore lo trova nel film successivo vivo e vegeto che fa un’altra parte, ché questo cose le sa, chi va al cinema generalmente, forse i primi tempi no...oggi non avviene più, ciascuno sa e questo che sa gli consente di distinguere, per usare un altro luogo comune la finzione dalla realtà, in questo caso (...) nessuno di voi conosce i Topici di Aristotele? (.....) lì ti volevo perché la questione poi in definitiva è poi come è avvenuto che non sia stato possibile accorgersi che l’esistenza è il luogo comune? Questa, pochi sono disposti ad ammettere che lo sia, anche se non può non essere. (.....) ci manca qualcosa nessuno ha qualche idea? Cesare ecco:

 

- Intervento:

 

sì certo se è un luogo comune per definizione occorre che sia comune se no, se è personale...non è luogo comune. C’è qualcosa in effetti, ciascun elemento è come se attendesse il successivo e in effetti la struttura del linguaggio funziona così, ciascun elemento non è isolabile dagli altri e quindi è connesso necessariamente ad un altro. Quindi cosa avviene per esempio in questo momento io che cosa sto facendo esattamente? Parlando aggiungo una parola dietro l’altra, apparentemente con un senso che si verificherà in seguito e quindi mi trovo effettivamente in una sorta di attesa che ciascuno di questi elementi che si segue l’un l’altro giunga ad un elemento che ritengo in questo caso soddisfacente, adesso nel caso particolare è soddisfacente se soddisfa alcuni requisiti, nel nostro caso di non essere negabile per esempio, ma mi attendo che questa sequenza produca quasi da sé questo ultimo elemento, ultimo rispetto a questa particolare sequenza. Potrei domandarmi come lo so, e la risposta verrebbe dal fatto che già nella stessa domanda che mi pongo ho operato esattamente la stessa cosa e cioè ho messo uno di seguito all’altro degli elementi per formulare la domanda, senza questa operazione non avrei potuto formulare nulla...però e quindi questa questione è eliminata, dunque mi trovo continuamente in questa catena inarrestabile che produce un’attesa chiamiamola così provvisoriamente, ciascun elemento il quale attende quello successivo, quello successivo quello dopo ecc. cosa produce, cosa fa questa attesa? Anche quello che diceva Cesare perché no? cioè mano a mano che procede toglie all’elemento precedente una certa valenza, sempre proteso a quello successivo che è atteso come quell’elemento che chiuderà o che comunque soddisferà questa catena. Perché non può accogliersi l’idea che questa catena è inarrestabile? Voglio dire questo, ciascuno parlando attende che questa catena giunga all’elemento che soddisfa questo particolare gioco potremmo dire, in questo caso però tenendo conto che aver soddisfatto questo gioco non ha nessun altra funzione se non di aver soddisfatto quel gioco e niente altro che questo. Cosa invece induce a pensare che l’elemento questo ultimo elemento della catena in un certo senso sia lui fuori dalla catena che l’ha prodotto, mi accorgo che stiamo girando intorno alla questione però la questione è tutt’altro che semplice e sicuramente (...) non possiamo cancellarlo perché se il programma è il linguaggio ad esempio allora occorre solo modificarlo, una serie di modificazioni, delle varianti, se invece con programma intendiamo un modo di pensare allora sì certo, cancellarlo però la cancellazione è sempre un’operazione ardua, direi che si tratta di modificare (modificare si può fare solo a fasi successive) sì noi ci troviamo al punto in cui ci chiediamo da dove partire (....) sì però a questo punto rischi di dover intervenire all’infinito (...) continuo a pensare che ci sia qualcosa nel funzionamento stesso del linguaggio che consente effettivamente di non accorgersi del linguaggio stesso. C’è l’eventualità che stia lì l’intoppo si tratta di vedere come e perché. Perché anche tutte queste cose la perdita di senso, lo smarrimento, sì ma tutto questo avviene in seconda, quarta battuta, prima occorrono tutta una serie di elementi e cioè pensare che una certa cosa debba essere importante per esempio e allora se può esserlo allora lo è, allora se lo è ecc. ma qualcosa di più radicale...qualcuno ha qualche idea chi è che si è occupato della struttura del linguaggio? Forse qualche antico, un’altra amenità che è curioso: da quanto tempo esistono gli umani sul pianeta? Tre milioni di anni grosso modo, giorno più o giorno meno e soltanto negli ultimi tre mila si è accorto di esistere, ma soltanto negli ultimi due anni si è accorto dell’esistenza? Interrotto da Cesare......sia come sia dei presocratici non sappiamo nulla quindi non ci interessa, anche considerando o muovendo dal singolo, dal come pensa la questione rimane la stessa, perché non si accorge cioè non si accorge di ciò che lo fa esistere e c’è qualcosa quindi nel linguaggio perché soltanto lì può avvenire questo fenomeno così bizzarro...

 

 

 

25 giugno 1998

 

 

Chi fra voi saprebbe dirmi che cos’è una spiegazione? Come definireste una spiegazione?

 

Interventi:...

 

La spiegazione che uso ha generalmente una spiegazione all’interno di un discorso, (....) Sì, certo, ma un rinvio particolare, non uno qualunque... (...) Potremmo formulare la questione in questi termini: a quali condizioni una proposizione è accolta come spiegazione di un’altra? Forse così è più precisa (deve convincere...) Ecco, questo è già un elemento più interessante. (...) La questione che ci stiamo ponendo attiene ovviamente ad un aspetto retorico, qualunque spiegazione si dia a qualunque cosa è sempre una affermazione retorica. A noi però interessa intendere come funziona il luogo comune, visto che è con questo che abbiamo a che fare il più delle volte, e allora occorre intendere che cosa ci si attende da una spiegazione qualunque essa sia e per intendere questo occorre riflettere su cosa generalmente si intende con spiegazione. Ciò che il luogo comune per lo più accoglie con spiegazione, vale a dire una proposizione che rispetto alla precedente che deve essere spiegata fornisce una giustificazione o una motivazione. Anche quando Cesare diceva “spiego il funzionamento di una macchina” in definitiva non è altro che giustificare certe asserzioni rispetto a certe operazioni che devono essere compiute. Ora, una qualunque giustificazione dà una giustificazione, che sia per essere arrivati in ritardo o che sia circa la legge di gravitazione universale entrambe hanno la stessa struttura, cioè cercano qualche cosa che possa affermarsi e che almeno apparentemente segua necessariamente la premessa; se B deve giustificare A occorre che B segua da A necessariamente, in un modo o nell’altro ed è questo l’aspetto fondamentale: qualunque giustificazione o spiegazione occorre che sia necessariamente implicata dalla premessa e nella forma più generica del se...allora, un’implicazione. Voi sapete che questa forma, un’implicazione se...allora, è una inferenza fondamentale senza la quale il linguaggio non potrebbe funzionare; tuttavia, se è necessario che ci sia questa implicazione, non è affatto necessario il che cosa è implicato dall’antecedente, che i retori distinguono tra protasi e apodosi, protasi è l’antecedente e apodosi è il conseguente. È una questione che abbiamo già discussa in varie occasioni ma è una fra le più importanti per quanto concerne un discorso intorno alla retorica. Pensate, ad esempio, alla tesi che sostiene che è sufficiente che il conseguente sia coerente con l’antecedente perché sia vero, è un modo un po’ kantiano, e così esattamente come avviene nel discorso di ciascuno, se il mio discorso produce delle proposizioni che appaiono ragionevolmente implicate dalla premessa allora le conclusioni saranno la spiegazione accolta come tale, ma qui insieme con il significante spiegazione occorre aggiungerne un altro perché ciò che accoglierò sarà accolto come il senso della premessa. Pensate a un discorso comune, uno qualunque, il quale si adoperi per spiegare una certa cosa, per spiegare A, per esempio. Ora, ciò che si produce come spiegazione, cioè B, viene accolto come il senso della premessa e cioè di A, ciò che significa. Questione tutt’altro che marginale nell’ambito del luogo comune e quindi dell’affermazione retorica, perché questo incomincia anche se molto alla lontana a rispondere al quesito che ci ponemmo due o tre volte fa, e cioè come può accadere di non accorgersi che si è nel linguaggio, per esempio. Ma proseguiamo per gradi. Dunque, l’antecedente trova il suo senso nel conseguente, per esempio, se faccio questo mi succede quest’altro, quest’altro che mi succede viene accolto come il senso del “se faccio questo”. Senso qui nell’accezione che utilizziamo il più delle volte cioè come utilizzo, esattamente, ma non è soltanto questo che interviene, questo senso che si produce se è pensato procedere necessariamente dalla premessa, costituirà sì il senso della premessa ma anche e soprattutto la sua necessità quasi logica, come dire che tutte le conclusioni a cui il luogo comune giunge vengono credute necessarie perché il procedimento che è stato seguito per giungere alla conclusione appare corretto. Quando un ragionamento appare corretto? Quando non si vede la possibilità o l’eventualità di trovare una qualche cosa che lo confuti, ovviamente. Ora, il luogo comune funziona in questo modo, c’è una premessa che è quella accettata dai più e quindi considerata necessariamente vera, per esempio: tutti dovete morire...(...) In base al famoso sillogismo di Aristotele, questo è un luogo comune però funziona come assioma, perché? Perché fino ad oggi qualcuno potrebbe affermare non si è mai verificato il contrario, che qualcuno sia nato e non sia anche morto e quindi appare come qualcosa di certo, di assoluto, oltre che inconfutabile. Allora, se io costruisco un discorso che muove da questo assioma che è accolto da chiunque necessariamente, allora ciò che seguirà se seguo un ragionamento più o meno corretto, dovrà essere vero - è ovvio che qui siamo nell’ambito prettamente del luogo comune. Dunque, muovo da questo assioma “tutti dobbiamo morire” e quindi tutto ciò che viene fatto dovrà perire, tutte le mie emozioni, i ricordi, ecc., tutto questo scomparirà con me. Quindi, se io mi muovo o penso per un qualcosa che sia un senso assoluto delle cose allora sorge inesorabile la domanda che “senso ha tutto ciò che faccio?” e la risposta che ne segue sarà “nessuno!”. Ma non soltanto, come vi ho raccontato in varie occasioni pare, così dicono coloro che si dilettano di fisica, che tutto il sistema solare stia viaggiando a velocità fortissima verso una certa stella chiamata Vega. Ora, il sistema solare è in rotta di collisione con questa stella, se non ci sono deviazioni, e ci sono eventualità che non ce ne saranno, allora tutto il sistema solare si schianterà contro la stella Vega, polverizzandosi (fra quanto questo?) Sono le nove e venticinque...ci vorranno un paio di milioni di anni, per cui la serata la passiamo tranquilli, però a questo punto che cosa avviene? Che se dovesse darsi per certo una cosa del genere allora tutto ciò che viene fatto dagli umani è inesorabilmente destinato a perire, scomparirà nel nulla e tornerà là da dove è venuto. Con questo ovviamente non si prova e non si mostra nulla, semplicemente si mostra come il luogo comune si sorregga. Ora, lasciamo stare la stella Vega che magari qualcuno potrebbe mettere in discussione i calcoli fatti da coloro che si dilettano di fisica, però rispetto alla mortalità di tutto ciò che è vivo, tutto ciò che nasce è corruttibile, diceva Aristotele, su questo sembra non esserci nessuna possibilità di interferire e quindi inesorabilmente tutto ciò che io so o penso o faccio cesserà. Ma ciò che a noi interessa in modo particolare è intendere come si diceva all’inizio come funzioni la spiegazione, perché nel luogo comune ha un ruolo notevole, notevolissimo, perché come dicevo è ciò che giustifica la premessa, è ciò che giustifica ciò che si dice, ciò che si pensa, qualunque cosa giustificandola dà una dignità, una ragione d’essere. Senza questa spiegazione e questa giustificazione, una affermazione non ha una ragione di essere e quindi non può né viene accolta. Tant’è che una delle domande più frequenti che avvengono è la domanda perché, per esempio, che è una domanda il più delle volte di spiegazione, di giustificazione di qualche cosa. Questo soprattutto nel discorso scientifico il quale fa un grande uso di questo, immaginando che proseguendo lungo queste spiegazioni sia possibile man mano, proseguendo, giungere a quella definitiva. Qual è la spiegazione definitiva? Quella per le quali ciascuna di quelle provvisorie esiste, ciascuna spiegazione esiste in quanto, anche se provvisoria, è debitrice di quella definitiva, senza quella definitiva nessuna spiegazione o giustificazione avrebbe alcun senso. Perché non avrebbe senso? Perché avrebbe la portata unicamente di un racconto, di una favola, di una favola che si racconta a fianco di una certa cosa, una certa cosa muove così come quando si fanno i temi da piccoli, “racconta una scampagnata con i tuoi genitori” o “scrivi una lettera ad un amico”, dove si tratta come si suole dire di pura fantasia. Questo perché una spiegazione, se non ha come referente ultimo l’ultima spiegazione, o quanto meno la sua possibilità, si riduce come dicevo a nient’altro che a una favoletta o a una metafora, che già Vico la indicava come una picciola favoletta.

A questo punto una spiegazione può essere preferita ad un’altra per un motivo prettamente estetico perché mi piace di più. Quale spiegazione accolgo? Quella che mi piace di più. Sì, è una questione che se portata alle estreme conseguenze ha effetti devastanti dal momento che di fronte a qualunque scelta io faccia, qualunque decisione io prenda, l’unica giustificazione o spiegazione che io possa darmi con buon criterio è questa: perché mi piace. Il problema è che qualunque altra giustificazione io dia a qualunque scelta, decisione, pensiero, affermazione, è assolutamente gratuito, arbitrario. In qualche modo Feyerabend aveva già intravisto che, per esempio, una spiegazione magnetica della forza di gravità non ha maggiore rigore o maggiore attendibilità di una spiegazione fondata su una credenza popolare e ciò che distingue le due non è, come dicevo, il maggiore rigore o precisione o attendibilità ma il gioco in cui è inserito. Feyerabend diceva così di ciò che è più accreditato in quel momento, di ciò che è più creduto, potremmo dire di ciò che è più di moda, oggi è di moda il discorso scientifico, però questo non toglie che rimanga di moda anche il discorso religioso. Voi sapete, vanno sempre di pari passo gli incrementi della scientificità con l’incremento della religiosità e quando che si attenua l’una si attenua anche la seconda, e non il contrario. Vale a dire, non è che se c’è maggiore scientificità allora c’è minore religiosità, proprio per nulla, vanno di pari passo perché sono due facce della stessa questione. Ma, per tornare alla questione che ci interessa, qualunque decisione, qualunque scelta, qualunque affermazione non ha nessun altra motivazione possibile né nessuna altra giustificazione praticabile se non quella di affermare che mi piace così. Questo “mi piace così” è un modo un po’ rozzo per indicare l’assoluta responsabilità...(....) Certo, porre tutta la questione scientifica come una questione estetica è generalmente inusuale; tuttavia, non ci rimane che una considerazione come questa che riporta ancora una volta la responsabilità assoluta di ciò che io credo e quindi di ciò che io faccio. Se, così come abbiamo detto in varie occasioni, una persona soffre le pene per qualunque cosa, generalmente si considera che non sia responsabile e invece sì, ciò che può fare è considerare che la sofferenza è ricercata perché è piacevole, perché all’interno di quel gioco ha una funzione precisa. La consapevolezza di tutto questo può decidere se continuare a giocare quel gioco oppure no, se sì naturalmente con l’assoluta e inequivocabile consapevolezza del gioco che si sta facendo. Prendete il caso di una persona che cerchi una spiegazione, per esempio, a un suo cosiddetto disturbo, ansia, depressione, angoscia, ecc., che cosa sta facendo esattamente cercando questo? Che cosa si attende da una spiegazione alla domanda “perché ho l’angoscia?” L’unica risposta possibile che abbia un senso è questa: perché lo vuoi, non ce ne sono altre possibili. Perché un disagio, una paura? Perché lo vuoi. Molto semplice. Tuttavia, il motivo per cui una cosa del genere non è, né il più delle volte può essere accolta, ha a che fare con lo stesso motivo per cui non è possibile accorgersi mentre si parla del fatto che si è nel linguaggio e che si esiste nel linguaggio per così dire. Nel caso dell’angoscia, per esempio, che cosa comporterebbe una risposta di questo tipo? Un rifiuto immediato di questa risposta, ma di fronte all’eventualità che la responsabilità possa essere accolta, perché uno comincerebbe a domandarsi “sono io che voglio questo?” Se sì perché allora? Quale motivo? Lungo un’analisi uno può dare una spiegazione di una sua condotta, di un suo gesto, di un suo pensiero, immaginando che ne sia il senso ma, come dicevamo prima, di fatto è un altro racconto, che non giustifica ne spiega ovviamente nulla, è una costruzione a fianco, semplicemente. Perché il produrre queste costruzioni ha degli effetti? Occorre pur dire che ha degli effetti. Inizialmente la persona immagina che sia la spiegazione, cioè l’avere trovato la risposta ed avere un effetto di sollievo, per esempio. Ma non è affatto così. Ciò che funziona in una psicanalisi è unicamente questo: un cosiddetto sintomo, qualunque esso sia, costituisce un impedimento, un impedimento a parlare come se questo elemento non avesse più la possibilità di andare oltre per cui il discorso si arresta. L’effetto cosiddetto di sollievo benefico si ha quando si avvia un altro discorso a fianco, cioè si constata che questo sintomo non costituisce un impedimento ma che è possibile proseguire. In effetti, un’analisi fa soprattutto questo, consente a qualche cosa che si impone come impedimento di proseguire, nient’altro che questo. Ma perché qualcosa costituisce un impedimento? E quando soprattutto e in quali occasioni qualcosa costituisce un impedimento a pensare? Quando si cerca una spiegazione ma la si cerca in un modo particolare, come se da questa spiegazione dovesse procedere il mio benessere, o comunque la mia esistenza, e allora si cerca la spiegazione che dia il senso che giustifichi per esempio l’angoscia. È ovvio che non la si troverà, nel senso che nessuna proposizione segue necessariamente a una manifestazione di angoscia, qualunque cosa segua è sempre assolutamente gratuito, arbitrario, mentre si cerca quella cosa che deve seguire necessariamente. Certo, ci si può credere ovviamente e c’è l’eventualità che la cosa possa reggere finché questa credenza non è messa in dubbio, non è messa in discussione, e allora tutto quanto si rimette in gioco e si ricomincia da capo, se no la maledizione sta nel fatto che non si trova una spiegazione ma ci si accorge di non trovarla quando la si cerca propriamente e quando questa spiegazione si pretende che funzioni, ché una spiegazione che non comporti cose importanti per la persona paradossalmente funziona, perché non le si chiede di funzionare. È, invece, al momento in cui le si chiede di funzionare che non ci si accorge che non funziona, perché non può farlo. Ecco perché un discorso trova un intoppo ad un certo punto. Dicevo, è la necessità di trovare questa spiegazione l’intoppo principale ma non soltanto di ciò che è comunemente noto come disagio ma di tutto il discorso occidentale. Dove ha trovato un impiccio il discorso occidentale? Quando lo trova? Quando inventa una spiegazione e chiede a questa spiegazione di funzionare, allora c’è il blocco totale. Un po’ come succedeva ad Agostino “quando nessuno mi chiede cos’è il tempo lo so” quando gli chiede di far funzionare questo sapere non funziona più. Anzi, se voi pensate che tutto il discorso occidentale è quanto di meglio è stato prodotto, tuttavia si è sempre bloccato di fronte al fatto che la spiegazione non reggeva ed è esattamente questo che gli umani chiedono, che la spiegazione funzioni. Ma cosa si intende con funzionamento di una funzione? Il discorso occidentale cerca questo, che la spiegazione finalmente renda conto della necessità della cosa, cioè il fatto che non può che non essere che così. Quindi, la spiegazione per definizione occorre che sia la spiegazione ultima. Se voi poco poco riflettete, vi accorgete immediatamente che ciò che anche il luogo comune pratica come spiegazione non è altro, in definitiva, che la ricerca della verità, dal momento che una spiegazione per essere accolta è sempre debitrice dell’idea che si dia da qualche parte l’ultima spiegazione, altrimenti è una cosa qualunque. E, allora, ecco che se esiste l’ultima spiegazione, questa è quella che un po’ di più le si approssima. Se l’ultima non c’è, non le si approssima nulla e gli umani rimangono orfani di spiegazione.

 

Intervento:…

 

Eppure la tua questione è fondamentale, perché il paradosso che enuncia è, se vuoi, lo stesso paradosso dell’uscita del linguaggio. Mettiamola così, di fronte all’impossibilità di una spiegazione gli umani generalmente tendono a una posizione di attesa se valutano che ci sia l’eventualità col tempo di riuscire a spiegare in termini ragionevoli, oppure il mistero generalmente inspiegabile, insondabile, divino. Pensate al linguaggio, si può spiegare l’esistenza del linguaggio? No. Ciò che non ha una spiegazione ma che tuttavia esiste, come va affrontato? Come viene affrontato generalmente? Cosa direbbe un discorso religioso? Il linguaggio c’è perché lo pratichiamo, non sappiamo spiegarci né da dove venga né a che cosa serva tutto sommato, ha sì un utilizzo una volta che c’è ma cosa serva all’interno dell’universo non lo possiamo sapere, né d’altra parte possiamo sapere come lo si apprende perché anche lì ci troviamo immediatamente di fronte al paradosso, se lo apprendo, lo apprendo con che cosa? Con il linguaggio ma il linguaggio ancora non ce l’ho... ed è un momentaccio questo per il pensiero, per i più, perché si scoraggiano di fronte a una cosa del genere. Tuttavia, non possono non considerare che esiste: se esiste e non c’è una spiegazione allora è possibile che qualcosa esista ma che non abbia in nessun modo una spiegazione. Questo è il fondamento di ogni pensare religioso, il quale si sorregge appunto sulla nozione di spiegazione e sulla possibilità di spiegare le cose, la religione non è altro in definitiva che un formidabile sistema di interpretazione, formidabile per la mole più che per la sottigliezza in alcuni casi.

Dunque, provate a considerare in questo modo, prima di domandarvi se una cosa è spiegabile oppure no e prima di sapere che cosa accade di ciò che è ma che non ha spiegazione, forse occorre riflettere molto attentamente su questa nozione di spiegazione, perché da ciò che noi intendiamo con spiegazione dipenderà ciò che troveremo e soprattutto se continueremo per esempio a cercarne una. Da ciò che abbiamo detto in precedenza potrebbe considerarsi che il cercare la spiegazione nell’ambito di una struttura religiosa non può condurre da nessuna parte ovviamente, perché è esattamente come la ricerca della verità o, se volete dirla in termini più precisi, come la ricerca dell’elemento extralinguistico o, detta in altri termini ancora, dell’origine del linguaggio, che è la stessa cosa. Ora, non è tanto che non si debba fare una ricerca del genere, è che occorre tenere conto che per fare una ricerca del genere come questa, o per esempio una ricerca intorno alla possibilità della precompressione o alle sue condizioni, occorre riflettere sempre e necessariamente intorno a ciò che permette tutto questo senza il quale tutto ciò non può esistere in nessun modo. Io posso ovviamente all’interno di un gioco chiedere una spiegazione se Cesare, ci diamo l’appuntamento alle sette e arriva alle nove meno venti, io gli chiedo come mai, o quando vado dal meccanico perché ho la macchina che fa un fracasso dell’inferno, gli chiedo cosa succede. Questo è un discorso che abbiamo fatto moltissime altre volte e cioè del giocare dei giochi linguistici attenendosi a delle regole ma non è questa la questione, quanto il fatto che questo comporta una questione fondamentale e cioè che cosa ci si aspetta dalla domanda che ci si è posti, da ciò che ci si aspetta deciderà di ciò che verrà accolto, perché chiedere al meccanico che cosa ha la macchina equivale a chiedere a Roberto mentre giochiamo a poker e che mi dice che lui ha vinto tutto, di chiedergli fammi vedere “che carte hai?”, magari ha due sette e io ho quattro assi...non è bello da parte sua... Dunque, questo che stiamo dicendo potrebbe far riflettere intorno all’utilizzo della domanda ciascuna volta in cui si pone ma non tanto quando la domanda si pone all’interno di un gioco, che ha delle regole ben definite alle quali ci si attiene per giocare quel gioco, ma forse rispetto a domande che sono inserite in giochi di cui magari non ci si accorge che sono tali. Ecco che allora ci si attende dalla domanda una risposta la quale risposta ha una funzione particolarissima che è quella di spiegare, di dare una giustificazione, un senso. Questo senso, questa spiegazione vengono accolti se e soltanto se esiste, o meglio, se questa idea è supportata dal pensiero che si dia un’ultima spiegazione rispetto alla quale questa che sto fornendo è un’approssimazione, un avvicinamento, per cui noi ci avviciniamo sempre di più alla verità, come voleva Popper. No, non ci avviciniamo né di più né di meno, questa probabilità è una costruzione.

 

Intervento:…

 

Quando si pone una domanda cosa si attende dalla risposta? Qualcosa o nulla? (...) Supponiamo che si trovi di fronte a un fatto sociale, cosa succede? Per esempio di fronte a un fatto sociale si dice che si dà una spiegazione di un fatto sociale, questa spiegazione che cos’è esattamente? E a che cosa serve? Si accoglierebbe una spiegazione che si sa assolutamente falsa? (no! ) Perché no? (Come fa una spiegazione essere falsa? Non è né vera né falsa) C’è questa eventualità... se, come si diceva, il linguaggio non ha nessuna spiegazione allora esiste per sé e non per altro, parrebbe. Dunque, tutto ciò che produce esiste per sé e non per altro. Ora, ciò che è possibile pensare è che tutto ciò che il linguaggio produce esista necessariamente, visto che il linguaggio esiste necessariamente e cioè in altri termini che il linguaggio sia qualche cosa, per cui c’è eventualità che, trovandosi di fronte al linguaggio e non avendo questo nessun altra spiegazione, nessuna spiegazione di nessun tipo, come dicevo sorga l’idea che questo esista per sé e che pertanto qualunque cosa si produca nel linguaggio esista per sé, abbia una sua esistenza. Così come si è indotti a pensare di tutto ciò che si dà, ma rispetto al quale non è possibile dare nessuna spiegazione, esiste e basta. Questo modo di pensare è uno degli aspetti che andiamo cercando e che ci indicano questo, che cioè è possibile, in effetti, non accorgersi dell’esistenza del linguaggio mentre si parla, dal momento che tutto ciò che si produce esiste per sé e non ha possibilità di nessuna spiegazione, quindi, è come se avesse una esistenza. Però, la questione è ancora lontana dall’esserci chiara ma sicuramente non è un aspetto marginale cioè dire che ciascuno parlando “si accorga” perché si accorge in modo un po’ particolare dell’esistenza del linguaggio ma non ne tenga conto, o non possa farlo. È una questione ancora da svolgere.

 

 

 

9-7-1998

 

La recursione. Nulla è fuori dalla parola.

 

Abbiamo iniziato ad affrontare la questione della recursione la volta scorsa. Recursione, proviamo a fare un esempio supponiamo come diceva Cesare che io mi interroghi intorno al nulla, de nihilo, ora moltissimi hanno scritto intorno al nulla in vario modo, in varia foggia ma quando parliamo del nulla questo significato che viene utilizzato ha un referente da qualche parte oppure no? come dire che ha un riferimento extralinguistico, si riferisce o descrive una qualche entità, assenza di questa identità, oppure no? generalmente ciò che si è detto sia del nulla, sia di qualunque altra cosa muove dall’idea che si tratti di descrivere o di reperire, di individuare, in alcuni casi di consolidare un qualche cosa che esiste e che si dà da qualche parte e che quindi che tutto ciò che si dirà dovrà avvicinarsi il più possibile a ciò che ad esempio, in questo caso il nulla veramente è. Questo lo trovate ovunque, questo modo di procedere, che come abbiamo visto non è un buon modo di procedere, perché si parte male, dando per acquisito una sorta di ipostasi, una soggiacenza, ipokeimnon, ciò che sta sotto alla parola nulla per esempio è un quid, di cui poi si potrà dire che è o che non è, ma in ogni caso è un quid, visto che se ne parla, di qualcosa si parla necessariamente, quindi è qualcosa.. Ciò che avviene in questa ricerca per esempio del nulla e che ha impegnato molti e che ha ingannato anche molti per varie aporie che si possono individuare intorno a questo, dunque il discorso intorno al nulla lo ha ipostatizzato, lo ha considerato cioè un elemento fuori dalla parola, allora tutto ciò che può dirsene essendo fuori dalla parola, è che è immobile e identico a sé, tutto ciò che può dirsene non ha altro scopo che avvicinarsi, come dicevo prima a ciò che lui realmente è, come voleva Popper, avvicinarsi sempre di più alla definizione più precisa, più rigorosa, in linea di massima attinente a uno stato di fatto, perché in caso contrario se non fosse questo l’intendimento allora qualunque cosa possa dirsi intorno al nulla è, come direbbe Vico, una picciola favoletta, o nella migliore delle ipotesi, un gioco che si è attenuto a delle regole stabilite, per esempio, il gioco che fa la filosofia, con il nulla cerca di attenersi ad alcune regole che sono state stabilite, tuttavia non sapendo questo, immagina così come la quasi totalità, di compiere una elaborazione il cui fine è quello di raggiungere sempre una definizione sempre più precisa, quindi sempre più attinente del nulla, ma attinente a che cosa? Al nulla verrebbe di fatto di pensare, ma questo nulla io lo costruisco al momento in cui lo elaboro, mi sono trovato una volta a dire riprendendo Gorgia, il nostro amico Gorgia, che nulla è fuori dalla parola, indicando con questo, che cosa? Come dire una regola del gioco, come dire intendiamo con nulla ciò che è fuori dalla parola, ma intendendo questo già indichiamo anche la forma del paradosso, dicendo nulla è fuori dalla parola, poniamo una questione abbastanza bizzarra, quanto meno pleonastica, eccessiva, però giusto per inserire questo significante nulla, visto che c’è...però ecco che cosa impedisce di considerare che nulla di cui diceva l’altro giorno Cesare, al pari di qualunque altro elemento è in prima istanza un significante, un elemento linguistico, il quale per potere essere utilizzato occorre che abbia un significato e utilizzandolo produce un senso?... Questo significato che ha il significante nulla, non è un significato stabilito è il semplice fatto che può essere utilizzato...io ho detto tempo fa che parlando di significato, dicevo che ciascun elemento linguistico, più che avere un significato è un significato, intendendo qui con significato unicamente la possibilità del suo utilizzo, tempo fa ci si interrogava intorno al significato (eravate tutti presenti...), dunque dicevo che il significato del significante nulla non è altro che la sua utilizzabilità all’interno di strutture linguistiche, ma dicendo questo diciamo ancora poco, ma in effetti qui siamo andati un po’ veloci, bisogna tornare indietro e parlare della recursione. Vedete se io parlo del nulla, parlo di qualcosa che già per molti potrebbe apparire una contraddizione: se parlo del nulla, parlo di qualcosa, e il nulla dove è finito? Ma questa contraddizione da che cosa sorge? Cesare risponda a questo quesito...donde viene questa contraddizione, dicendo adesso parliamo del nulla, dunque parliamo di qualcosa?...(....) però Cesare...(....) qui già è inserita la nozione di spazio che invece di semplificare complica notevolmente...questa contraddizione su cosa si regge? Il fatto che dicendo nulla io immagino con questo significante una assenza totale ma assenza totale non soltanto di ciascuna cosa ma anche del linguaggio e qui qualcosa si inceppa...apposta abbiamo indicato con nulla il fuori della parola e quindi la formulazione stessa del paradosso, ora a questo punto siamo costretti a dire che perché il nulla si dia occorre che esista il linguaggio, senza il linguaggio non c’è nulla, non può darsi, non può pensarsi, non ha nessuna possibilità e allora se questo nulla è una produzione del linguaggio quale ne sarà il senso? A questo punto possiamo dire, saltando una serie di passaggi ormai acquisiti, quello che la catena in cui è inserito produrrà e dunque il nulla non ha un senso suo, nel senso che non è un elemento che ha un senso, non ha una sua particolarissima entità ed essenza fuori dalla parola, ma essendo un elemento linguistico trae il senso di volta in volta dalla catena, dalla combinatoria in cui è inserito, ora dicendo questo già ci sbarazziamo di qualunque possibilità di paradosso e di contraddizione, fatto questo, non ci resta che vedere se questo significante può avere a questo punto all’interno di qualche gioco qualche utilizzo che abbia qualche interesse e quale sia, tuttavia sappiamo che è un significante che viene utilizzato molto spesso, e viene utilizzato generalmente o come figura retorica oppure in disquisizioni logiche, linguistiche non tanto, in ambito retorico ha una sua valenza, dicevamo per esempio: lui ha detto delle cose. - l’altro risponde: no, non ha detto nulla, qui nulla ha una valenza retorica che serve a rafforzare una direzione. In ambito logico invece la questione viene trattata in termini differenti e si cerca come avviene spesso di trovare che cosa il nulla veramente sia, e qui come abbiamo detto all’inizio, se ne sono dette varie però, queste varie hanno sempre condotto a dei paradossi, hanno sempre condotto a dei paradossi perché il nulla è stato considerato un qualche cosa, e questo ha creato un qualche problema a qualcuno, dunque un qualche cosa fuori dalla parola, nel momento in cui io immagino un elemento fuori dalla parola e cerco di definirlo immediatamente sorgono paradossi di ogni sorta. In primis i paradossi dell’autoreferenzialità, dunque la recursione in tutto ciò che cosa ha a che fare? Ha a che fare moltissimo, perché io l’ho posta in atto in ciò che vado dicendo. In quale modo? Dicendo per esempio che cosa il nulla non può non essere, comincio a, usiamo questa sorta di allegoria, a tornare indietro, non mi sono chiesto che cosa necessariamente è, ma che cosa necessariamente non può non essere, e a questo punto mi sono trovato in condizioni di dovere rispondere che è un atto linguistico, perché sia qualche cosa occorre che sia una parola, posto questo elemento come necessario, da questo momento in poi il discorso che vado facendo non può non tenerne conto, come dire che essendo un atto linguistico, qualunque affermazione io faccio in seguito non potrà uscire da questo, dicendo per esempio che è un significante, quindi una produzione linguistica, un atto linguistico, mi trovo immediatamente costretto a eliminare in questo gioco tutta una serie di affermazioni che invece lo pongono come un qualche cosa fuori dalla parola ed a questa condizione che io lo ponga come elemento fuori dalla parola che posso interrogarmi intorno al nulla così come viene fatto dalla più parte dei filosofi, in caso contrario no. Ad esempio posso trovarmi di fronte al paradosso, parlando del nulla parlo di qualcosa, ma come nulla? Sì parlo di qualcosa, allora non parlo del nulla. Come dicevo tutto questo è possibile se io immagino che il nulla sia un qualche cosa che ha un senso di per sé, senza pensare che questo senso io lo sto costruendo, in questo caso allora il nulla è ciò che si oppone grammaticalmente a qualcosa, posso anche fare questo gioco eventualmente ma allora il nulla diventa soltanto una pedina di un gioco che è fatto di particolari regole, e di questo gioco una di queste regole è questa, che qualcosa si oppone a nulla, per esempio, e allora è come se io dicessi: bene queste sono le regole e gioco con queste regole! e allora devo costruire proposizioni che si attengano a queste regole, queste regole non significano assolutamente nulla, sono regole del gioco, come il poker, e allora sì posso sbizzarrirmi, a costruire queste proposizioni, e vedere se è possibile con queste regole venirne fuori, ma è un gioco, un gioco di incastri, un gioco logico, niente più di questo, poi se volete possiamo anche a giocarci ma non è così interessante. Ecco allora la recursione, la recursione è quella prerogativa di ciascuna proposizione di non poter non tenere conto del “da dove viene” per dirla così, qualunque sia la proposizione. Ora si tratta per esempio come si diceva prima, di intendere se per esempio la recursione costituisce una struttura necessaria del linguaggio e se sì allora questo potrebbe rendere conto di buona parte di ciò che generalmente si intende con memoria, visto che di memoria possiamo parlarne poco e male, considerare se in effetti il linguaggio, mettiamola fra virgolette “ha una sorta di memoria” un modo un po’ buffo, utilizzando il linguaggio, il linguaggio pone innanzi sempre elementi che hanno un significato se utilizzabili, la questione che possiamo porci è se può il linguaggio utilizzare elementi non utilizzabili, direi che per definizione no, se li usa in qualche modo sono utilizzabili. In questo modo avviene che tutto ciò che il linguaggio utilizza o meglio tutto ciò che il linguaggio pone in essere è utilizzabile, una questione che può porsi è se ciascuna volta viene costruito come tale o viene sempre fra virgolette “viene ricordato” è molto più probabile che venga costruito, viene costruito attraverso un sistema che è quello delle funzioni ricorsive probabilmente, è una questione che mi sto ponendo adesso, ancora tutta da riflettere da considerare, come dire che per il solo fatto che un elemento venga utilizzato, è utilizzabile e quindi è un elemento linguistico e quindi viene utilizzato, questo è il sistema che ha funzioni ricorsive. Lo sto utilizzando quindi è utilizzabile e quindi se è utilizzabile è un elemento linguistico, se è un elemento linguistico è utilizzabile e si torna avanti....e viene utilizzato, semplicemente, però questo può apparire una costruzione abbastanza fantasiosa, si tratta di procedere con l’elaborazione teorica e intendere se esistono delle strutture necessarie, cioè se s’è qualcosa che non può non essere. Roberto prova a cominciare tu io ho dato il là giusto per riflettere su una questione:

 

- Intervento: sono fermo a....

 

Cosa pensavi a questo riguardo? (Aristotele nei Topici....)

 

sì uno lo utilizza come quantificatore universale e un altro come quantificatore esistenziale....nella logica si considerano equivalenti cioè affermare che tutte le cose... x (f)x oppure che vi è una x che nega (f)x, per esempio, si considerano equivalenti sono due forme di enunciare la stessa affermazione....adesso la regola della logica le considera tali poi ovviamente dipende da che cosa si intende esattamente. Quando dici: non accade nulla. Non accade qualcosa. Vedi in questo caso c’è un utilizzo di nulla e di qualcosa che può essere differente, se tu attribuisci a questi significanti lo stesso senso allora per la logica effettivamente sono equivalenti e non cambia niente, però retoricamente no, retoricamente possono avere una portata differente....sì essendo un quantificatore esistenziale certo restringe il campo. Esiste una x e questa x non accade, però di fatto per affermare che sono cose differenti non è semplice cioè devi cominciare a tipizzare ciascuna delle due proposizioni in modo particolarissimo, attribuire un significato come faceva Russell però poi ti perdi, ti perdi nel senso che poi ti ritrovi di fronte delle differenziazioni che attengono soltanto ad un gioco di cui tu hai stabilito le regole, come se tu stabilissi delle regole particolari per cui questa proposizione ha un certo senso e questa ne ha un altro. Il che va anche bene è un buon esercizio ma....(...) sembra che tu più propriamente ti riferisca ad affermazioni retoriche, dove in effetti sì è vero quello che dici c’è un gran utilizzo di quantificatori universali ma che hanno lo scopo unicamente di rafforzare una affermazione, una negazione, se tu sottoponi ad una analisi logica molto rigorosa non significano niente...(se tutti però sottoponessero le loro proposizioni al particolare però ci si potrebbe accorgere...) sì si se tu prendi per esempio una qualunque crisi di abbandono: A mi ha lasciato. B mi ha lasciato. Quinti tutti mi lasciano. Questa è la struttura, certo, ovvio allora sì certo se tu potessi compiere questa operazione di cui dicevi questo non significherebbero, semplicemente la cosa si arresterebbe alla considerazione che A mi ha lasciato e che B mi ha lasciato. Stop, e la conseguenza “Tutti mi lasciano” non potrebbe farsi in nessun modo e quindi non ci sarebbe la crisi di abbandono. Ecco però...(....) retoricamente no, certo ed ha una portata immensa però in ambito propriamente retorico. Certo in effetti inserire la logica all’interno di formulazioni retoriche o meglio considerare che ciascuna formulazione retorica ha una sua faccia necessaria una sua condizione di esistenza, l’impianto logico è ciò che stiamo cercando di fare perché è ovvio che ad un certo punto tu sapendo benissimo che l’affermazione che hai fatto, l’affermazione a cui sei giunto “nessuno mi ama” è una affermazione retorica che muove da due considerazioni che di per sé non hanno nulla che costringa a quella conclusione, certo, arresti tutto questo processo, puoi farlo però in qualche modo, purché funzioni questa ricorsività e cioè che questa conclusione cui giungi possa essere considerata un atto linguistico allora è considerato per quello che è, soltanto...(....) sì però la questione può spostarsi e cioè che cosa impedisce di fare questa considerazione che potrebbe apparire molto semplice? Se A mi ha lasciato, B mi ha lasciato, cosa vuol dire questo? Vuol dire che A mi ha lasciato, B mi ha lasciato. Finita. Sì poi in ambito retorico, che funzioni ha questa affermazione, visto che sorge dal nulla e senza nessun fondamento logico? A cosa serve? Cosa serve? A cosa serve concludere che se A mi ha lasciato allora mi lasciano tutti....(serve per avere un alibi per poter dire che tutti mi lasciano...) a cosa serve questa operazione? Sì quindi muove dalla certezza che tutti quanti gli altri....(...) sì però questo è un girare in tondo, io ho chiesto cosa serve pensare che tutti mi lasceranno? A pensare che tutti mi lasceranno.

 

- Intervento: questa è la premessa maggiore, quella che serve a far funzionare il discorso, (quasi una proposizioni indistruggibile che è pensata avere un referente, cioè è vera, vale a dire che da qui si dipartono altre proposizioni che servono a far parlare e quindi a ricreare un mondo conosciuto, senza tale mondo conosciuto non c’è parola o meglio solo questo è il mondo che interessa, cercare altri mondi annoia perché è un dispendio di energia, perché c’è movimento e quello che importa è che non ci sia movimento, per cui il dio cui si tende e di cui ci si fa è immobile, fermo e capace di quelle proposizioni infinite ma infinite perché non si può accettare l’idea di infinito se non in un modo finito e cioè riguardo ad un vedere, ad un sentire, in poche parole ad uno spazio così come è spazio cioè con il suo limite di mondo....) è l’economia del discorso

 

- Intervento: Tutti mi lasciano mi fa cercare A mi ha lasciato, B mi ha lasciato...

 

certo in effetti in moltissimi casi funziona proprio così c’è una certezza, qualcosa che si ritiene tale che deve essere provato, e allora come dicevi tu, ciascun elemento che interviene proverà, sarà una ulteriore conferma della conclusione a cui si dice di essere giunti ma in effetti si è posta come la premessa universale, certo ( è la premessa universale) già e quindi ci troviamo di fronte ciascuna volta così come accade ad una affermazione che tutto il discorso e tutta l’esistenza della persona devono contribuire a provare, a mantenere a considerare, e allora ovviamente ci interessa sapere che funzione hanno queste affermazioni, visto che è così importante. Che funzione ha una affermazione? (....) diciamo che in prima istanza ha la funzione di far esistere qualcosa cioè di porlo nel linguaggio, a noi interessa intendere perché questa affermazione e allora abbiamo cominciato a chiederci che funzione ha una qualsiasi affermazione, quella giustamente di far proseguire il linguaggio e posta in questi termini che tutto sommato non sono termini malvagi potrebbe già di per sé sbarazzare di qualunque problema come dire che perché affermo che tutti mi abbandonano? Qual è la risposta? perché mi piace. È una valenza estetica puramente nient’altro che questo. Perché mangio il gelato o le fragole o la panna e la grappa? Perché mi piace ecco in molti casi la richiesta che si rivolge ad uno psicanalista è una cosa del genere: a me piace il gelato con le fragole, come fare a fare in modo che non mi piaccia più? Dura, eppure se voi riflettete bene in molti casi ha la stessa struttura come dire la persona fa una certa cosa, possibilmente quel che gli piace poi per qualche motivo interviene un altro discorso che rende il precedente non acconcio, non una serie di cose e allora gli piace ma non lo vuole, non è che in questi termini sia possibile fare un granché e in effetti posta in questi termini la questione non ha nessuna via d’uscita, ora la via d’uscita c’è laddove si pongono le condizioni perché la persona possa interrogarsi su cosa diavolo sta dicendo, per esempio, e quindi accorgersi che di fatto, fa quella certa cosa perché gli va di farla, perché gli piace, e gli piace perché gli produce un’emozione. La responsabilità ecco la questione intono alla responsabilità è fondamentale, se io so che una certa cosa la faccio perché mi piace posso a questo punto se mi rendo conto delle controindicazioni, posso non farla ma posso non farla, se mi rendo conto che sono io che la voglio fare, se io voglio passare col rosso lo faccio ma mi rendo conto che se arriva un tir dall’altra parte è preferibile che non lo faccia...mentre se invece penso che non sono io a voler passare con il rosso ma il destino, oppure sono le forze della natura oppure è il caso, oppure è non so che cosa ed io non posso fare niente allora...e quindi mi produrrò un malanno senza nessun motivo mentre potevo evitarlo

 

- Intervento: mi interrogo sulla colpa

 

si l’inconscio in molti casi funziona così, l’inconscio come giustificazione per qualunque cosa, è inconscio, ha fatto una cosa inconscia, certo in effetti non è così però c’è l’eventualità che questo scarico di responsabilità abbia a che fare con qualche cosa che continuamente interviene e cioè la necessità di non assumersi mai la responsabilità, non tanto delle azioni, non tanto civile o penale ma la responsabilità di ciò che si fa, di ciò che si dice, di ciò che si dice in particolar modo come se, adesso così, mettetela fra virgolette, come se si avvertisse il pericolo: sono responsabile allora sono responsabile di ciò che dico e quindi se io affermo che ho l’angoscia è perché mi va che sia così, e tanto basta...così come avete assistito a queste ragazzette durante le conferenze....queste ragazzette che cosa dicevano? C’era questo malanno che capitava fra capo e collo, l’anoressia, l’ansia e qualunque cosa sia non ha importanza e domandavano al mondo intero come sbarazzarsi di questa sorta di corpo estraneo, perché loro non potevano fare niente, dio ha voluto così, la struttura è quella dell’indemoniata in attesa dell’esorciccio, dell’esorcista che va lì e gli parla....la struttura non è molto lontana se ci pensate bene ciò che fa buona parte della psichiatria o della psicanalisi è un esorcismo utilizzando strumenti leggermente differenti, però...liberare dall’inconscio....(....) se voi avete notato io descrivevo questi luoghi comuni sottolineando l’aspetto pubblico, esibizionistico, immediatamente dopo avveniva la rappresentazione, veniva rappresentato ciò che avevo appena detto, che l’ansioso, che il depresso deve assolutamente manifestare a tutto al mondo intero la sua depressione, la sua angoscia e questa immediatamente manifestava a tutta la platea a sua disposizione il suo malessere la sua angoscia e tutti quanti quelli che immaginavano di provare la stessa cosa per una sorta di identificazione direbbe Freud: anch’io anch’io ho avuto questo, a te come prende? (....) sì però se fa un discorso in termini, nell’accezione in cui diceva Wittgenstein è un conto, ma nei termini in cui diceva Roberto non è esattamente così, una esibizione che per il solo fatto che nessun altro può conoscere, solo lui o solo lei conosce è un elemento di dolore....(....) cambio cassetta del valore delle cose che si dicono che non essendo capite non possono essere confutate, non possono essere negate, se io parlassi in coreano nessuno potrebbe confutare nulla di quel che dico. (...) si aspetta dall’altra parte il riconoscimento, l’importanza del riconoscimento, certo e per questo come è avvenuto devono esibire al pubblico, perché se nessuno sa nessuno riconosce niente

 

- Intervento: vorrei aggiungere un elemento. C’è un saggio forse “ il problema economico del masochismo” o “lutto e melanconia” in cui parlando di questa rappresentazione dice che è un fatto abbastanza strano che una persona esibisca quelli che sono i suoi peccati così platealmente, è come se non stesse esibendo sé ma l’altra persona nella quale si è identificato, è la rappresentazione dell’oggetto d’amore

 

Questo in “lutto e malinconia” identificazione con l’oggetto perduto (...) infatti non intendono sbarazzarsi del loro privilegio perché supponiamo che io sia depresso facciamo questa ipotesi per assurdo, allora io posso intrattenere tutti quelli che incontro con la mia depressione se non ho la depressione allora un argomento formidabile che suppongo interessi il prossimo viene a mancare, e allora come faccio ad interessare gli altri? Se invece ho una bella depressione...per questo si inviperiscono se...se non interessano è una catastrofe....il depresso cerca di stupire con effetti speciali.

 

 

16 luglio 1998

 

De nihilo et tenebris. Il significante nulla

 

(Commento di Roberto al testo De nihilo et tenebris)

 

La volta scorsa ho precisato che il dire che nulla è fuori dalla parola è una figura retorica, un modo per indicare che non c’è la possibilità di fare alcunché, non è che questo nulla sia un quid che è lì fuori dalla parola che è in attesa di essere scoperto... Non trovate nessun modo migliore che una figura retorica per indicare una cosa del genere. Lo stesso nulla che si utilizza quando si dice: “non hai capito nulla “ o “non ho detto nulla” è soltanto un rafforzativo...(....)

 

 

Dicevi che la questione centrale è connessa con la nozione di esistenza. Dell’esistenza cosa potremmo dire così di primo acchito? (....) Certo, potremmo dire che l’esistenza non esiste fuori dal gioco in cui è inserito. Avevamo detto tempo fa dell’esistenza, su cui come ben sai si sono interrogati in molti, molti si sono cimentati con questo significante e in effetti anche qui la questione fondamentale da affrontare è il fatto che ciò che necessariamente è e l’esistenza è appunto un significante, un elemento linguistico e tu puoi anche chiederti se l’esistenza esista oppure no, tornando al punto di partenza e di nuovo tu ti chiedi ma allora l’esistenza? È uno dei quei termini che non ha possibilità di venire fuori da una aporia del genere, anche perché se ti chiedi che cos’è già alludi a qualcosa che esiste, quindi dai per acquisito che esiste (....) sì chi ha qualche questione?

 

Intervento: Il nulla contrapposto a qualcosa che non vedo. È un significante che deve pure esistere per poter dire che qualcosa non c’è....

 

C’è qualcosa che possa dirsi del nulla, di necessario, che risulta necessario non dire? È una questione, ancora non sappiamo se è così però che cosa necessariamente occorre che sia per potere essere utilizzato questo significante? Sì, quindi dobbiamo dire che quando diciamo nulla, intendiamo necessariamente un qualche cosa che nega, ma nega che cosa esattamente? E qui c’è un intoppo perché se diciamo che nega qualunque cosa (noi abbiamo appena detto che nulla è qualcosa che nega qualunque cosa) e quindi ci troviamo in qualche difficoltà. Però, in effetti, come Fredegiso pone la questione in termini linguistici è molto prossima a cose che anche Wittgenstein ha sostenuto molto tempo dopo, ponendola in termini linguistici effettivamente è semplice perché nulla è come se dicesse che se stesso non esiste, violando il famoso principio aristotelico: ché non può affermarsi negandosi, ma è esattamente quello che dovrebbe fare. Per questo ho indicato il nulla appunto come il famoso paradosso, qualcosa che è fuori dalla parola e che necessariamente per affermarsi deve negarsi e per negarsi deve affermarsi, e quindi è la forma del paradosso propriamente. La questione del nulla ha mostrato così come Roberto ha sottolineato prima, una questione che è fondamentale per quanto riguarda qualunque discorso tutto sommato, qualunque modo di porre il discorso e cioè l’impossibilità, intendo dire logica, di non tenere conto dell’esistenza del linguaggio, come se questa questione che abbiamo accennato del nulla, fosse una sorta di emblema, vale a dire qualcosa che per affermarsi è costretto a negarsi e viceversa così come qualunque affermazione che si pone come affermazione necessaria, salvo quella che riguarda l’attinenza al linguaggio subisce lo stesso andamento e cioè se vuole affermarsi come necessaria inesorabilmente è costretta a negarsi e viceversa. Questa è una questione bizzarra e abbastanza curiosa perché potrebbe essere, riprendendo una questione di qualche tempo fa, una via anche per elaborare la domanda che ci ponemmo e cioè come possa avvenire l’eventualità di non potere tenere conto dell’esistenza del linguaggio mentre si parla, cosa che invece sappiamo avvenire continuamente. La questione incuriosisce perché ciò che abbiamo elaborato ultimamente sembra effettivamente impedire che sia possibile una cosa del genere, mentre invece continua ad accadere, e ciò che dicevamo del nulla sembra emblematico a questo riguardo. È come se qualunque affermazione, qualunque elemento, seguisse la stessa vicenda, può affermarsi soltanto negando se stesso, può affermarsi in definitiva soltanto negandosi, intendo dire che nulla è se e soltanto se non è, questa potrebbe essere la sua formulazione più precisa, e cioè la formulazione appunto del paradosso. Ma provate a considerare qualunque affermazione di qualunque tipo e per qualunque motivo la si faccia, come una affermazione che ha le stesse prerogative cioè può affermarsi se e soltanto se può negarsi, c’è l’eventualità che qualunque atto linguistico abbia questa forma, questa struttura, cosa che rende immediatamente conto di che cosa avviene quando si fa una affermazione: ciò che avviene non è altro che l’enunciazione di regole di un gioco linguistico o ciò che si produce come effetto dall’implicazione di queste regole, né può essere altro, inesorabilmente. Quindi, potremmo dire che “nulla” è ciò che necessariamente per affermarsi deve negarsi. Ma come dicevo è la questione che riguarda ciascun atto linguistico, in definitiva, cioè subisce la stessa vicenda salvo ovviamente questi enunciati che abbiamo indicato come necessari, perché sono enunciati che indicano soltanto la struttura attraverso la quale funziona il linguaggio e quindi sono la condizione per potere pensare e dire qualunque cosa. Ma al di là di questi con i quali per altro è possibile fare molto poco, se non tenere conto che la struttura del linguaggio è inesorabile, e che non c’è alcunché che possa darsi al di fuori della parola. Ciò che ci impegna è intendere la seconda parte della frase che ponevo tempo fa e cioè tutto ciò che questo comporta e cioè intendere che cosa comporta esattamente nel discorso, così come si diceva tempo fa, attraverso quale struttura può avvenire una affermazione che non tiene assolutamente conto delle condizioni attraverso e per la quale può avvenire? Riuscendo a compiere questo in effetti, se mai riuscissimo, forse ci riusciremo, avremo fatto qualcosa di molto più formidabile di tutto ciò che sia mai stato fatto negli ultimi tre mila anni e sicuramente molto più esplosivo.... È da qualche tempo che la questione mi interroga e ciascuna volta che la si approccia si mostra sempre molto difficile; in teoria va affrontata dal luogo comune e che il luogo comune presenta riguardo al nulla... intende qualcosa certamente ma che cosa esattamente? Abbiamo visto Fredegiso e Wittgenstein del nulla non dicono assolutamente nulla, appunto nel senso che non hanno i termini, le condizioni per poter affrontare la questione in modo da dire qualcosa di un qualche interesse, e questo è il luogo comune. Ma per via di quale struttura avviene che alcuni, anche non sprovveduti per altro, verso una questione così semplice, tutto sommato, così straordinariamente semplice, così semplice da non poter essere vista, prendete per esempio la questione che abbiamo affrontato prima del nulla, ciò che per esistere deve necessariamente negarsi cioè per affermarsi deve necessariamente negarsi, una banalità è la sua definizione poi in definitiva, ma che io sappia nessuno l’ha affermato, perché? Eppure, è semplice.(Non capisco l’importanza) Ce l’ha, ce l’ha perché è intendere una struttura che impedisce l’accesso a una cosa così semplice, può essere invece di straordinario interesse per costruire proposizioni che abbattono questo impedimento all’accesso (...) Sì, certo, si parte dai luoghi comuni ma poi dai luoghi comuni è possibile, riflettendo, giungere a qualcosa che riguarda una sorta di logica che indica il come avviene che all’interno del linguaggio qualcosa sbarri l’accesso alla possibilità di intendere che utilizzando il linguaggio si sta facendo propriamente questo, questo potrebbe essere interessante è una questione che ormai da anni mi interroga. Prendi per esempio ciò che ho scritto ne La seconda sofistica (...) Tuttavia, la via che mi ha condotto a proposizioni assolutamente necessarie ha preso le mosse da questioni assolutamente arbitrarie, poi dall’arbitrario ho cominciato ad accorgermi certo che erano arbitrarie, allora a quel punto ho cominciato a domandarmi se ci fosse possibile costruire qualcosa che non fosse così assolutamente arbitrario, il punto di partenza a volte è molto banale delle volte invece dà l’occasione di riflettere in modo più preciso.....(Agostino e il principio di non contraddizione...) Viola il principio di non contraddizione...ma può farlo? Può un elemento violare il principio di non contraddizione? Può un elemento essere se stesso e altro da sé? Lì cominci a riflettere sulle cose, se sì come e se no perché? E allora rifletti e comincia pensare che se è altro da sé come lo sai? Occorre che ci sia un sé, perché sia altro da sé, quindi occorre che ci sia almeno un elemento che sia identico a sé per potere affermare che è altro da sé, se no non è altro da niente, no? (....) Tuttavia, pensa al paradosso e di che cosa è fatto il paradosso, di questo abbiamo accennato in varie occasioni, anche a quali condizioni si produce un paradosso, se è possibile eliminare un paradosso senza utilizzare lo stesso sistema di Russell o utilizzandolo forse in modo più radicale. Dal momento che tutti questi paradossi giocano sul fatto che un elemento interviene una volta in una certa accezione e la seconda in un’altra, e quindi si produce il paradosso, però se effettivamente tu consideri che sono giochi linguistici differenti il paradosso cessa di esistere. Ma i paradossi più formidabili, il fondamento stesso del paradosso, sono quelli che muovono dall’eventualità che un elemento fuori dalla parola sia chiamato a giustificare se stesso. Un po’ come il nulla, domandarsi che cosa è il nulla o qualunque altra cosa è come porre un elemento fuori dalla parola e di là chiedergli di giustificarsi, di dire che cos’è, come se dovesse dire lui che cosa realmente è e lì sorgono i paradossi perché qualunque cosa tu gli faccia dire, gliela fai dire tu e quindi generalmente torni al punto di partenza. Ma ecco dell’eventualità di intendere che cosa impedisce l’accesso al linguaggio, questo potrebbe anche essere un paradosso, tutto sommato posto in un certo modo, e cioè il fatto che ciascuno non possa utilizzare il linguaggio e generalmente non possa saperlo, in genere avviene così.... Che una affermazione che non tenga conto della condizione attraverso cui si afferma, ha la struttura del paradosso e questo potrebbe fare intendere come avviene che all’interno del linguaggio, e in definitiva di qualunque discorso, si creino una serie notevolissima di problemi parlando, problemi che forse potrebbero risolversi immediatamente se ci fosse la possibilità di tener conto di questo aspetto. (....) Dalle persone che intervengono alle conferenze le domande d’acchito non tengono minimamente conto di ciò che io dico. Generalmente, occorre un certo periodo di tempo perché di qualcosa incominci a tenersene conto, sicuramente non perché le cose che dico sono difficili perché parlo in un modo molto semplice, ma qualcosa è come se impedisse che potessero essere intese (....) Se io affermo per esempio durante una conferenza che “nulla è fuori dalla parola” e fornisco gli elementi per poter considerare che le cose sono necessariamente così, questo non viene assolutamente tenuto in conto. Se io dico invece ad una persona, alla stessa persona, fornendo prove altrettanto convincenti che suo padre, che quello che lui crede essere suo padre non è suo padre ma è un altro, allora da quel momento lui cambia moltissimo le cose che pensa. Perché nel primo caso non succede niente e nel secondo sì?

 

 

23 luglio 98

 

 

Questa seconda metà di luglio, tutto agosto e probabilmente anche settembre occuperemo a corroborare e a rinforzare tutto ciò che ho scritto ne La Seconda Sofistica in modo da renderla molto più potente di quanto già non sia. Leggendo qua e là mi sono accorto che ci sono delle cose che sono un po' ostiche, espresse forse in modo un po' tortuoso, forse è possibile rendere la cosa ancora più semplice. Per fare questo dovremmo riconsiderare una buona parte delle proposizioni cercando di muovere a queste proposizioni tutte le possibili e immaginabili obiezioni che possono essere fatte. Tanto per dirvi, mi è capitato qualche tempo fa di parlare con un tizio che insegna filosofia da qualche parte...e, non so come, ci siamo trovati a parlare delle prove dell'esistenza di dio. Lui sosteneva che la prova di Anselmo non era sostenibile, “perché come tu sai, Anselmo afferma che è possibile pensare l'assoluto, se tu neghi questa possibilità chiaramente tutta la sua prova non è più sostenibile”. E allora, dunque, alla mia domanda se ritenesse possibile pensare l'assoluto rispose con risolutezza di no, che l'assoluto non è pensabile. Perché, ho chiesto. Domanda legittima, "perché l'assoluto riguarda tutto ciò che è prima del pensiero e quindi il pensiero non può pensare ciò che è prima di se stesso". Allora gli ho domandato come mai, come sapesse che l'assoluto fosse prima del pensiero, perché per affermare una cosa del genere occorre accogliere una definizione di assoluto e stabilire che questa definizione si attaglia esattamente a questo quid che dovrebbe essere l'assoluto perché, in effetti, se io dico che non posso pensare l'assoluto occorre che sappia che cosa non posso pensare e, quindi, già ho attribuito a questo quid qualche cosa. E come glielo ho attribuito se non con il pensiero? Ora, questo lo ha molto infastidito e la conversazione è terminata lì, anche perché come nei dialoghi socratici uno ha fretta, deve andare via e purtroppo non può proseguire. Però, al di là di questo, tutto ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che in effetti ciò che andiamo facendo, per quanto sia molto potente, non ha, ed è la questione di cui ci stiamo occupando, un forte potere persuasivo. È la scommessa che facemmo l'altro giorno con Cesare il quale nega la possibilità che possa farsi una cosa del genere, mentre io più fiducioso invece sostenevo il contrario. Mi ha fatto riflettere, dunque, sul fatto che c'è un intoppo nell'ascoltare cose del genere che come ho detto mille volte convincono ma non persuadono e mi sono chiesto se questo difetto, chiamiamolo così, non fosse in qualche modo insito nel modo in cui abbiamo affrontata la questione. Questo modo, alcuni di voi hanno letto queste…di qualunque tipo, non ha nessuna importanza. La prima proposizione “non possiamo fare niente”, diciamo: non posso in nessun modo - dice qua - un pensiero fuori dalla parola se non attraverso il linguaggio, trovandomi dunque e comunque nella parola. Intendiamo con linguaggio la struttura logica e sintattica di cui è fatto l'atto di parola e senza cui la parola non potrebbe darsi." Obiezioni? Qui abbiamo semplicemente stabilito, dato una definizione, come avviene... Ciò che stiamo facendo è confrontarci con l'eventualità di costruire una proposizione che renda il giocare questo gioco assolutamente ineludibile, tale per cui non può eludersi in nessun modo. E qui abbiamo soltanto dato una definizione... però qualcuno potrebbe obiettare fornendo questa definizione, che evidentemente non è casuale, anziché un'altra. Già in questo modo vincoliamo tutto ciò che seguirà a questa definizione, giusto? Perché se io, potrebbe dirmi un ipotetico interlocutore, accolgo una definizione diversa... in effetti noi l'abbiamo posta assolutamente come necessaria, abbiamo detto che intendiamo questo, se intendiamo altro, tutto ciò che seguirà prenderà un'altra via, e quindi?

 

Intervento: “Nulla è fuori dalla parola” però la pianta di per sé esisteva, era preesistente, non posso sapere tutte le cose del mondo...la pianta esisteva a mia insaputa.

 

Lei quale definizione accoglie di esistenza? (....)

 

Intervento: Pensavo che la nostra fosse una prospettiva riduzionistica, cerchiamo di dire ciò che non si può non dire, il minimo necessario e nella nostra definizione di linguaggio colgo questa possibilità, cioè il tentativo di non fare entrare troppi elementi che poi sarebbe difficile spiegare....

 

Però questa è una posizione capziosa, la mia in questo caso, cioè per non trovarmi negli impicci dopo, utilizzo questa definizione. Però uno può dire: allora troviamocene un'altra, togliamoci dagli impicci... Potrebbe essere soltanto una escamotage per evitare dei problemi che uno sa che potrebbe incontrare, in effetti questa proposizione come qualunque altra è arbitraria

 

Intervento: La prospettiva era non confondere una prospettiva logica da una retorica. Retoricamente tutte le affermazioni possono essere arbitrarie, dal punto di vista logico esiste una sorta di coerenza...

 

Sì, tuttavia quando qui affermo: “intendiamo con linguaggio la struttura grammaticale, logica e sintattica di cui è fatto l'atto di parola, e senza cui la parola non potrebbe darsi”, se ci pensate bene....qui il lavoro che si tratterà di fare è di muovere da definizioni che non possono essere negate. Invece queste lo sono, lo possono essere. Poi affermo: "di cui è fatto l'atto di parola del linguaggio". Questo può essere negato, negando questo succede un macello, perché tutto ciò....

 

Intervento: Bisogna trovare qualcosa che non possa essere negato...

 

La prima l'abbiamo già trovata: "incominciare a pensare che se penso dico, non posso pensare fuori dalla parola, non posso formulare alcun pensiero fuori dalla parola e pertanto fuori dalla parola non c'è alcun pensiero che possa essere pensato". Questo non è negabile in nessun modo, ciò che segue, certo, lo è. Ora, incominciamo a inquadrare la struttura che dobbiamo utilizzare per fare queste operazioni che sarà tutt'altro che semplice, ecco quella della recursione e, per esempio, il modello potrebbe essere questo: PÉP (se P allora P). Potremmo anche dire in questo modo se dico allora dico. Perché questo? Perché affermando PÉP non faccio nient'altro che dire che dicendo qualcosa dico qualcosa, nient'altro che questo. Che potrebbe apparire anche superfluo ma non lo è. Non lo è, perché questa proposizione PÉP ci consente di stabilire che ciascuna volta è soltanto perché c'è il secondo elemento che posso affermare il primo. Vediamo di chiarire bene questo punto perché è fondamentale. Perché io possa affermare che sto parlando occorre che stia parlando per affermarlo, il che non fa una grinza, ed è questo che intendo dicendo che PÉP: se affermo qualcosa allora lo sto affermando, cioè per affermare qualcosa occorre che la affermi o, come dicevo tempo fa, se dico dico necessariamente qualcosa. Ora, tutto questo cioè PÉP di per sé costituisce qualche cosa che possiamo chiamare Q, perché è la condizione questa perché il linguaggio possa esistere possa avviarsi, che io possa affermare qualcosa e la posso affermare se e soltanto se posso affermare qualcosa. Questo per esempio è la struttura della recursione: ciascuna volta che dico qualcosa è come se non potessi non tenere conto che l'ho detta perché la posso dire. Intanto questo, dopo si tratterà di stabilire in che cosa consiste questo qualcosa che mi consente di dirla. In prima approssimazione lo schema potrebbe essere questo, come dire che esiste un elemento linguistico perché posso dire che esiste un elemento linguistico. Esiste il linguaggio perché posso affermarlo. Qui ovviamente inseriamo la nozione di esistenza, di cui abbiamo parlato e possiamo mantenere, così come l'abbiamo definita, riuscite a trovare un sistema per proseguire più rigoroso?

 

Intervento:…

 

... allora attualmente possiamo utilizzarlo. Vedete che già vagliata attraverso questo criterio questa affermazione risulta problematica, " linguaggio la struttura grammaticale, sintattica ecc.... di cui è fatto l'atto di parola". Un critico spietato potrebbe affermare che questa è una petizione di principio e non una conseguenza, che non segue a niente. Sì, è una definizione arbitraria ma dopo tutto se è arbitraria non è mia e allora vale anche la sua. Proviamo a considerare ancora la questione, dicevo: se dico allora dico o, se preferite, PÉP. Questa inferenza, così di primo acchito, appare non negabile. Proviamo a negarla, Cesare la neghi e vediamo cosa succede, perché dobbiamo considerare questa eventualità, supponiamo allora che se dico allora non dico (PÉnon P), cosa faccio con questo?

 

Intervento: È una contraddizione perché parlando sto dicendo e affermo che non sto dicendo.

 

Apparentemente sì. (....) Ma qui utilizziamo un verbo “dire” di cui ancora non sappiamo nulla. "Se dico allora dico" di per sé non potrebbe significare assolutamente niente, dobbiamo, come dire scendere ancora, siamo ancora ai piani troppo alti e trovare qualcosa di ancora più forte, certo affermare che se dico allora non dico, è una contraddizione ma a condizione che questo significante dire abbia già un significato ben preciso...

 

Intervento: Ancora prima dobbiamo giustificare l'inferenza.

 

Giustificare l'inferenza (è una struttura questo) certo, (...) forse, o forse no, tieni conto che rimaniamo sempre nell'ambito di ciò che avviene parlando, non è che dobbiamo cercare l'inferenza al di fuori da ciò che ci consente di dire. Possiamo indicare l'inferenza come una procedura necessaria? Qui nella Seconda Sofistica da qualche parte, dice sì, però dobbiamo considerare la cosa: e se non lo fosse? Ma se non fosse necessaria, il linguaggio potrebbe darsi? Occorre che troviamo qualche cosa di assolutamente particolare e peculiare al linguaggio tale da reggere qualunque obiezione, abbiamo visto che già alle prime battute possono muoversi delle obiezioni, Roberto, l'inferenza, da dove potremmo?

 

Intervento: Esistono delle logiche che la negano questa procedura.

 

La spostano soltanto come, per esempio, le logiche paraconsistenti. Le logiche non la negano, rimane comunque il fondamento, poi vengono negati alcuni particolari aspetti di questa storia però di fatto non è negabile in nessun modo, ma con inferenza, se vogliamo utilizzare questo termine, dobbiamo dire qualche cosa che in nessun modo si possa negare, per esempio che l'inferenza sia un rinvio, da un elemento a un altro. Se non fosse questo, l'inferenza non avrebbe più nessun utilizzo...

 

Intervento: Però ci stiamo allontanando dal primo problema...

 

Talvolta allontanandosi dal primo... e invece, invece è possibile uscirne. Ciò che consente di uscirne è una considerazione proprio rispetto alle considerazioni che stiamo facendo. Voglio dire che per compiere una considerazione è necessario che si seguano dei passi, seguire cioè una struttura. Adesso prendiamo per esempio il sillogismo: premessa maggiore, premessa minore, conclusione. C'è l'eventualità che questo schemino di antica data risulti necessario alla struttura del linguaggio, come dire che se non c'è questo schemino allora non c'è nessuna conclusione che possa trarsi, nessuna inferenza. Se continuiamo a parlare questo ci induce ad accogliere una eventualità, per il momento poniamola come eventualità, e cioè che a un elemento, uno qualunque, se ne connetta un altro, non ha importanza quale, potremmo affermare che non esiste nessuna connessione di questo tipo? Se lo affermassimo in che modo potremmo farlo se non utilizzando la stessa cosa che stiamo negando? Parrebbe. E quindi per il momento la accogliamo, perché non vediamo nessuna possibilità......Dunque, abbiamo visto che l'inferenza, cioè la connessione fra un elemento e un altro, risulta non negabile. Un'inferenza, abbiamo detto prima, essere nient'altro che un rinvio, potremmo anche considerarli sinonimi. In effetti, un elemento, rinvia, rimanda, si sposta, costruisce, uno può poi metterci tutti quanti i verbi che vuole non ha nessuna importanza, in questo caso la cosa è soltanto uno schema, per un verso astratto per un altro no. Dunque, il rinvio è proprio necessario all'esistenza del linguaggio: se il rinvio, nei termini in cui lo stiamo costruendo, non si desse allora il linguaggio non esisterebbe. Qui abbiamo messo un altro piccolo mattoncino perché in questo senso stiamo procedendo in modo da impedire qualunque obiezione e quindi qualunque arresto. Prima di parlare di linguaggio noi occorre che parliamo di inferenze, di rinvii, solo a questo punto, dopo risulterà questa affermazione o una simile che troveremo più appropriata, assolutamente non negabile perché, così com'è, è negabile, risulta arbitraria mentre affermare che nel linguaggio è necessaria l'inferenza, questo non è negabile perché per negare una cosa del genere sono costretto a utilizzare un'inferenza e quindi non lo posso fare. Questo modo in cui stiamo procedendo è sicuramente più rigoroso di quello che ho utilizzato in una prima stesura, ma se non ci fosse stata la prima oggi non ci sarebbe la seconda. Prima di lanciarci in queste affermazioni che affermano che l'albero esiste “di per sé” dobbiamo rifletterci bene prima, altrimenti c'è l'eventualità che ci troviamo a giungere a conclusioni che potrebbero essere facilmente negabili. Dunque, dovremmo assolutamente seguire questa struttura ricorsiva in tutto ciò che diremo, cioè quella che tiene conto che PÉP, se sto parlando allora necessariamente devo accogliere l'inferenza...

 

Intervento: L'inferenza che sta affermando è del tipo se PÉQ.

 

Perché? E perché allora se PÉP (l'inferenza che noi abbiamo giustificato è del tipo PÉP ma potrebbe essere allora Q. Noi partiamo da “PÉP non è negabile” però non ha solide basi, però il linguaggio si basa comunque su inferenze di tipo PÉQ, e c'è una differenza notevole, essenziale: in una il linguaggio si arresterebbe e nell'altra invece ha la possibilità di proseguire. Tu dici però in modo arbitrario, come fare sì invece che prosegua in modo necessario? In questo modo: prova a pensare PÉP questa proposizione chiamala Q, allora puoi scriverla così: se (se PÉP) ÉQ, che non è altro che il PÉP. Ora in questo modo tu puoi obiettare che abbiamo spostato di poco la questione, però abbiamo inserito un elemento e cioè la proposizione al completo che consente la produzione di un terzo elemento. Austin fa un giochetto simile, il primo se P è la locuzione, il secondo è l'illocuzione, la terza è la perlocuzione. La prima dico, la seconda faccio qualcosa dicendo, la terza mi accorgo anche di quello che succede. In questo modo tu hai in effetti questo terzo elemento che consente poi lo spostamento e la costruzione di un ira di dio di cose.

 

Intervento: Lo spostamento c'è ma il valore di questo spostamento...

 

Ma è il primo passo, che possiamo fare per introdurre in modo non arbitrario questa P. A noi interessa introdurla in un modo non arbitrario, poi vedremo man mano come utilizzarla, ma abbiamo ormai rimossa la tua obiezione che PÉQ sia un passaggio arbitrario, se tu con Q consideri la proposizione stessa (...) Non affrettarti a trovare subito conclusioni precipitose, andiamo per gradi... Proviamo a riflettere bene su questo passo che abbiamo aggiunto, su questa Q che è sorta apparentemente dal nulla, che poi non è così, non è altro che la stessa proposizione, la stessa tautologia considerata in toto. (Gli abbiamo dato un nome) Sì, abbiamo detto che non soltanto esiste la P la prima e la seconda della inferenza, ma anche la prima e la seconda simultaneamente.

 

Intervento: Così potrei fare esistere anche il nulla....

 

Hai scoperto come funziona il linguaggio! (No!). Sì, funziona così. (Ho uno spostamento sul piano dei significanti ma non sul piano del significato). Direi che non hai uno spostamento rispetto al senso, forse, però di fatto hai individuato come funziona il linguaggio, come si costruisce... Certo, noi abbiamo soltanto considerato delle variabili proposizionali è chiaro che Q che non è altro che se PÉP può essere al posto di un'altra P, tu dici “ma sempre una P rimane”, ma è una proposizione, in effetti può avere come qualunque variabile proposizionale, al posto della P puoi metterci qualunque cosa, e se ci metti una qualunque cosa ti accorgi che facendo funzionare questo meccanismo infernale allora costruisci qualunque proposizione. Chiaramente per costruirle così dovresti costruire le stringhe di una lunghezza strepitosa, però per il momento ci interessa soltanto la struttura. Per esempio, adesso provo a fare un esempio, al posto di PÉP, diciamo così: se dico allora dico, chiamo questa proposizione "parlo" per esempio, così un altro nome, tieni conto che tutti gli elementi di cui è fatto un discorso, da quello che stiamo facendo a quello che chiede mezz'etto di biscotti dal panettiere, sono costruiti da elementi che di per sé sono assolutamente niente, poi vedremo man mano come acquisiscono un senso e come sia questo senso… perché in effetti funziona così: se dico allora dico. Questo lo chiamo “parlo”. Affermo che si chiama così, allora se parlo allora parlo, questo chiacchiero: dice va bene un esempio così, forse lascia un po' il tempo che trova, però può forse rendere conto di come sia possibile costruire una quantità sterminata di proposizioni che muovono di fatto da un elemento che afferma se stesso. Poi, sì certo, avviene uno spostamento, lo spostamento che occorreva trovare cioè di quello da P a Q, spostamento che in tutta la logica risulta assolutamente arbitrario perché noi stessi dicemmo a suo tempo che risulta necessaria che ci sia inferenza ma non quale. Però posta la questione in questi termini risulta che un terzo elemento sia inevitabile e ineludibile.

 

Intervento: Il fatto che io possa intervenire a chiamare una proposizione, ha un regime di arbitrarietà che non so se conviene.

 

Tu dici che io arbitrariamente chiamo una certa cosa in un modo oppure in un altro. (Questa arbitrarietà potrebbe riservarmi delle cattive sorprese in futuro). Obiezione legittima, certo. Vediamo un po', si può affrontare in due modi e poi vediamo se funzionano. La necessità di inserire una marca, direbbero i linguisti, per distinguere un elemento da un altro laddove se ne fa uso differente. Io potrei rispondere all'obiezione di Roberto che è arbitrario che io scelga Q ma forse non è arbitrario che io scelga un'altra lettera, questo potrebbe essere necessario come marca per distinguere un elemento da un altro, questo mi costringe a farlo il linguaggio o il dire stesso, noi utilizziamo il significante linguaggio, al momento che se questo non avvenisse cesserei di potere parlare. Ciò che dobbiamo stabilire è se risulta assolutamente necessario che ciascun elemento linguistico sia differente da ciascun altro, oppure se ne basta uno, per esempio. Se risultasse necessaria la prima ipotesi allora ecco è arbitraria la scelta della Q, certo, posso chiamarla anche Peppino, ma non il fatto che io utilizzi per denominare questo altro elemento un'altra marca distintiva, direbbero i linguisti una marca, per esempio fra pane e cane, c'è una marca distintiva, per esempio C cane marca distintiva, per distinguere da pane, se dico che il pane abbaia non funziona...

 

Intervento:

 

Non si avverte la necessità ma che ci sia la necessità questa sì, se no come fare a parlare, impossibile! Non puoi parlare usando un unico significante che significa tutto, diventa un macello. Direi che è forse una delle maggiori funzioni che operano nel linguaggio, queste delle marche distintive...(...) Sì certo, tuttavia, anche laddove apparentemente il significante è lo stesso per indicare due elementi differenti, qualche cosa comunque interviene sempre a distinguere, torno a ribadire. Comunque mi rendo conto che la cosa è ancora molto farraginosa, così come è esposta, occorre un elemento o interviene un elemento qualunque esso sia, metti lo stesso contesto, metti il tono di voce, metti qualunque cosa, che consenta, come direbbe il buon vecchio Hielmeslev, di encatalizzare cioè di stabilire veramente qual è il significato all'interno di quella proposizione di quel elemento, in caso contrario non potrebbe probabilmente venire utilizzato, non potendo venire utilizzato, non viene utilizzato e quindi non è niente. Mi rendo conto che la questione è da elaborare però ho l'idea che sia questa la via da seguire e cioè una via che è molto più rigorosa di quella seguita fino ad oggi. Supponiamo che una marca distintiva sia necessaria, discuteremo ancora di questo, ma se lo fosse ecco che questo salto che la logica ha sempre reputato impossibile a farsi, anche se poi di fatto avviene ininterrottamente, sarebbe giustificato per la prima volta nella storia, dobbiamo ancora rifletterci bene perché... ma se fosse, allora lo sarebbe, no? Vedete, già qui alla seconda proposizione sono sorti problemi non indifferenti, adesso non è che siano tutte così, però meritano di essere riconsiderate, soprattutto laddove sono affermazioni non giustificabili e io invito ciascuno di voi a darmi una mano in questo senso cioè ad andare a rileggervi tranquillamente anche soltanto la prima sezione sulla logica e reperire tutte quelle affermazioni che a vostro insindacabile giudizio risultano non necessarie perché è su quelle che dobbiamo lavorare....(....) perché viene il sospetto che soltanto la prima risulti confacente al criterio che abbiamo deciso di adottare, se non tutte o una buona parte delle rimanenti invece offrono il fianco.

 

Intervento: Anche la prima...

 

In un certo senso è quello che cerchiamo di fare, ma in alcuni casi ci tocca combattere con un addestramento ricevuto nel corso della storia personale e quella secolare che ci svia continuamente, non mostrandoci o illudendoci di avere affermato cose necessarie che invece non lo sono affatto (...) Sì, sto dicendo certo è quello che abbiamo incominciato a fare, "il come" può risultare non semplicissimo. Proviamo a leggere, per esempio quella che dice che non c'è uscita dal linguaggio, "qualunque via tenti di praticare per farlo, questo mi ricondurrà necessariamente al linguaggio attraverso cui ho pensato anche di poter uscire dal linguaggio, negare questa proposizione....". Anche questa parrebbe non offrire il fianco a nulla, questa "con parola indichiamo l'atto attraverso cui e con cui gli umani possono dirsi tali e quindi pensarsi e dire quindi anche pensare qualunque altra cosa... è l'atto con cui è attraverso cui esiste" sì è un po' il discorso di prima " con parola indichiamo... " e se indichiamo un'altra cosa? Occorre dire se manteniamo questa cosa perché risulta necessario mantenere questa, se no "indichiamo"...

 

Intervento:

 

Farlo, certo è necessario però se riusciamo in questa operazione allora saremo andati molto lontani, allora saremo andati...

 

Intervento: In realtà nonostante tutto noi stiamo cercando di creare qualcosa che sia fuori dal contesto di un gioco che si sta facendo....ciò che stiamo facendo va contro a tutto ciò che abbiamo sempre pensato.

 

C'è questa eventualità. Vedremo nel prosieguo là dove ci condurranno queste considerazioni se avremo fatto questo oppure no, ma c'è questa eventualità che in effetti è stata ventilata in varie occasioni cioè sì, è un gioco fra gli altri però con una particolarità, quella di non essere negabile mentre gli altri lo sono.

 

Intervento: È un rischio o è un obiettivo?

 

Potrebbe essere entrambe le cose, rischiamo questo obiettivo. In effetti, non so dove una cosa del genere può condurre, non lo so ancora (quello che andiamo dicendo è certamente necessario) abbiamo trovato dio. (...) Certo, tutti i mondi possibili...intanto ci divertiamo a giocare questo gioco poi vedremo...

 

 

 

6 agosto 1998

 

 

La volta scorsa abbiamo posta una questione connessa con la definizione di parola e abbiamo constato che, qualunque definizione possa darsi della parola, questa definizione avrebbe comportato una parola e che quindi la parola sarebbe stata definita con una parola. È un’operazione poco interessante definire una cosa utilizzando la stessa cosa che si deve definire, come quando si dice che la parola è la parola, sarebbe la stessa cosa. Però, potremmo anche dire che la parola altri non è se non l’atto attraverso cui e per cui si esegue il linguaggio, almeno provvisoriamente. Del linguaggio abbiamo fornita la definizione del linguaggio e può essere mantenuta, vale a dire, come ciò che consente agli umani di dirsi tali, la condizione perché gli umani possano dirsi tali. Quindi, il linguaggio sarebbe una condizione, potrebbe reggere questa cosa? (....) La parola semplicemente è la sua esecuzione, definizione così molto stringata, molto semplice ma appositamente la formuliamo in questo modo per rendere tutto il sistema poco facilmente attaccabile, diciamola così...

 

Intervento:..

 

Sì, però presenta questo inconveniente, che definisci la parola attraverso un’altra parola e mi piaceva poco questa cosa, ma non con il linguaggio e cioè con il non linguaggio, ma come condizione. Poi, la parola in effetti, attenendoci anche a una definizione così diffusa, è sempre una esecuzione e comunque un atto che esegue una struttura che supporta. Certo, non può darsi linguaggio senza la parola né la parola senza il linguaggio, direi che il linguaggio non è altro che la struttura, l’insieme degli elementi che consentono l’esecuzione della parola e quindi il linguaggio. Potremmo anche dire così: la parola è la condizione per l’esecuzione del linguaggio così come il linguaggio è la condizione per l’esecuzione della parola. Di fatto, potremmo dire così, il linguaggio è una struttura, la parola è la sua esecuzione.

Allora, vediamo di proseguire questo lavoro. Dunque, ecco la questione della verità può forse riservarci ancora qualche sorpresa. Avevamo detto, non ricordo se la volta scorsa o qualche volta fa, che con gli strumenti di cui disponiamo in effetti possiamo stabilire una verità assoluta. Perché possiamo stabilire una verità assoluta contrariamente a quanto si suppone? E, anzi, oggi chi si picca di potere esporre la verità assoluta viene generalmente deriso e beffeggiato e mal considerato, dopo tutto ciò che è stato e cioè la crisi dei fondamenti, Heidegger, Wittgenstein e poi la linguistica, l’ermeneutica ecc., sembra assolutamente impossibile, oltre che improbabile, potere sostenere l’esistenza della verità assoluta e invece non solo l’abbiamo sostenuta ma l’abbiamo provata in modo assolutamente innegabile. Adesso vi riassumo molto brevemente il percorso che facemmo in quell’occasione: la verità, dunque, è qualcosa che necessariamente occorre che sia? Oppure, potrebbe non essere? O meglio, partiamo da un altro punto forse più proficuo: definiamo o intendiamo con verità ciò che necessariamente è o potrebbe non essere? Questo già è un quesito ancora da porsi. Proviamo a indicare con verità ciò che necessariamente non è, quali intoppi ci si parano innanzi immediatamente?

 

Intervento:…

 

Io ho saltato in effetti un passaggio e forse occorre inserirlo, cioè: che cosa della verità occorre necessariamente dire per potere utilizzare ancora questo significante? C’è qualche cosa che occorre in ciascun caso dire che la verità sia? E qui muoviamo, come anche in altre occasioni abbiamo fatto, dal luogo comune, dal luogo comune moviamo ciascuna volta in cui non possiamo utilizzare gli strumenti di cui disponiamo, soprattutto la deduzione che muove da un assioma fondamentale, cioè quello che dice che non c’è uscita dal linguaggio. Muoviamo dal luogo comune e cioè da ciò che viene attribuito a un significante. Allora, nel luogo comune la verità indica qualcosa che è ciò che è, però dobbiamo anche aggiungere ciò che è e che non può non essere, ché se potesse non essere... allora la verità perderebbe questa sua prerogativa, di essere appunto ciò che è.

 

Intervento: Il fatto che qualcosa sia, non implica che sia necessariamente.

 

Quindi potrebbe non essere? (...) Siamo ancora sul fatto che sia oppure no. Abbiamo detto che è, la verità riguarda ciò che è (...) Io volevo fare due cose in una, perché se ci fermiamo sul fatto che la verità è ciò che è allora a questo punto dobbiamo dire “ma ciò che è, è necessariamente? O può non essere?”. Io facevo tutto un assemblaggio in modo da saltare...però se tu vuoi essere corretto facciamo tutti i passaggini (...) Adesso vediamo, non precipitiamo le cose. Allora, abbiamo detto che la verità è ciò che è, bene, a questo punto ci si pone il quesito se la verità è ciò che è necessariamente oppure può non essere perché a questo punto rispondendo a questa seconda domanda sappiamo se la verità è ciò che è necessariamente oppure no. “Ciò che è” è necessariamente? (Si) Bene e cosa glielo fa pensare? (...) Adesso fondiamo una ontologia, una bella ontologia (...) (Rispetto al contesto la verità...) Sì certo, però adesso cerchiamo di fare qualcosa di un po’ più solido. Certo, chiaramente nell’ambito di una affermazione retorica la verità è determinata da regole del gioco, così come è vero che quattro assi battono due sette... Eppure, così come stiamo per stabilire una verità assoluta, allo stesso modo possiamo stabilire, utilizzando gli stessi strumenti, un’ontologia formidabile e d’altra parte voi stessi dovreste già possedere gli strumenti per compiere questa operazione (...) Che cosa è dunque in modo non soggettivo, non relativo, non parziale ma assoluto? Allora, badi bene come si costruisce una ontologia: “ciò che è” è in prima istanza ciò che consente di affermarlo, è il passo fondamentale, perché in questo caso, posta questa definizione, lei ha posto una condizione all’essere che non è soggettiva, non è relativa, non è parziale ma assoluta e “ciò che è” è la condizione per poterlo affermare. A questo punto, qualunque cosa potessimo mai affermare in risposta a questa domanda sarebbe comunque sempre negabile, così come gli umani si sono accorti ormai da tremila anni e insistono... (..) Dunque, questo è ed è necessariamente perché senza di questo non è possibile affermare che qualcosa è né dirlo, quindi è ed è necessariamente. Ora, stabilito questo, abbiamo costituito il primo mattone di un’ontologia assoluta: se l’essere è ciò che abbiamo indicato allora l’essere è e necessariamente è e non può non essere. Torniamo, allora, alla questione della verità. La verità abbiamo detto che è ciò che è, a questo punto possiamo aggiungere che è ciò che è necessariamente e non può non essere.

 

Intervento: Questa aggiunta è arbitraria.

 

Dunque, la tua obiezione è questa, che l’aggiunta che ho fatto, che “la verità è ciò che è necessariamente” è arbitraria. Proviamo a considerare l’eventualità che la verità possa essere qualcosa che non è necessariamente come, per esempio, dicevamo prima una verità all’interno di un gioco, è vera ma non necessariamente, tuttavia l’uso che viene fatto di questo significante verità all’interno di un gioco potrebbe essere improprio nel senso che o indichiamo con verità unicamente ciò che è utilizzabile, e cioè una regola di un gioco, oppure indichiamo con verità invece qualcosa che occorre che sia necessariamente in quel gioco come in ciascun altro. Stiamo cercando qualcosa che trascenda il singolo gioco... (....) Sì, allora prendiamo da un altro punto la questione e muoviamo proprio dal gioco. Noi diciamo che una cosa è vera all’interno di un gioco, e che all’interno di quel gioco è necessario che sia così perché il gioco possa funzionare. Proviamo a considerare adesso il linguaggio come un gioco, possiamo farlo, c’è qualcosa all’interno del linguaggio che abbia le stesse caratteristiche, che cioè occorre che sia necessariamente vero perché funzioni il tutto? Mentre nel caso del gioco, e quindi del poker, qualcosa è vero in base a delle regole, nel linguaggio in base a che cosa possiamo dire una cosa del genere? Perché, al punto in cui siamo, ci interessa potere giungere a concludere che la verità, o meglio qualche cosa che necessariamente sia rispetto alla verità, tenendo sempre fermo questo punto, cioè che la verità è “ciò che è”. Poi, abbiamo aggiunto che la verità è “ciò che è necessariamente”, però Roberto ci vieta di ascrivere alla verità ciò che è necessariamente ma all’interno del linguaggio, cioè di questo gioco che poi non è altro che un gioco particolare, se all’interno di questo gioco troviamo qualcosa che necessariamente è e non può non essere allora potremmo dire che questo è, potremmo chiamare questo verità oppure no? Vale a dire, avrebbe queste caratteristiche tali per cui all’interno di questo gioco, che è il linguaggio, consideriamo che la verità è necessariamente un qualche cosa e non potrebbe non esserlo? (...) Dici che le cose non possono non essere altro da ciò che sono... (...) Non era per confutarti, era per riprendere il filo. Consideriamo questo gioco, comunque sempre il linguaggio, potremmo dire che “ciò che necessariamente è” è la verità oppure no? Proviamo a considerare questo: tenendo conto che la verità occorre che sia ciò che è naturalmente, sennò cessa di essere utilizzabile questo significante, ciò che è e che non può non essere... vediamo se questo passaggio risulta arbitrario perché se risulta arbitrario non possiamo utilizzarlo, se invece risulta necessario allora sì. Il punto incriminato allora è questo, quello che afferma che la verità è e non può non essere. Questa aggiunta noi dobbiamo renderla necessaria, come facciamo a renderla necessaria? C’è un modo?

 

Intervento:…

 

Il problema è sempre quello dell’arbitrarietà. (....) Non necessariamente, se mai si presentassero questi problemi li affronteremo. Dunque, non sai confutare te stesso? Eppure, è il migliore esercizio che possa farsi.... Se la verità è “ciò che è” e “ciò che è” è necessariamente, cosa sarà la verità? (La verità ciò che è necessariamente.) C’è questa eventualità... (....) No, se tu consideri che la verità è “ciò che è” escludi che la verità possa essere ciò che non è e questo lo escludi necessariamente...(...) Per il momento, fino a prova contraria, assumiamo che la verità sia “ciò che è necessariamente” e cioè non possa essere altro da ciò che è, sarebbe allora una verità costrittiva se (...) Hai dimenticato un passaggio fondamentale rispetto a ciò che abbiamo indicato con “ciò che è” e cioè la condizione per dirlo cosa è e non può non essere se non ciò che di fatto si dice. Se tieni conto di questo allora dici che la verità di fatto è “ciò che è”, cioè in altri termini possiamo anche dire che la verità non è altro che l’asserzione dell’esistenza del linguaggio né possono darsene altre che siano innegabili. Qualunque altra verità è effettivamente negabile, in alcuni casi addirittura risibile, ma se vogliamo affermare che qualcosa necessariamente è e che non può non essere, e se non fosse non potremmo affermarlo né negarlo, ecco che allora data questa definizione di “ciò che è” la verità è allora “ciò che è”. “Ciò che è”, essendo ciò che abbiamo definito come necessario che sia e non può non essere, tutto questo giro avremmo potuto risparmiarcelo dicendo che la verità è che gli umani non possono uscire dal linguaggio. Consideriamo questo come verità e quindi come “ciò che è necessariamente”, a questo punto non è più arbitrario né relativo né altre cose che abbiamo dette ma risulta necessario e quindi non negabile...

 

Intervento:…

 

Posto l’essere in questi termini abbiamo stabilito per la prima volta nella storia degli umani che l’essere è necessariamente e non può non essere e che se non lo fosse non potrei neanche negarlo né affermarlo né fare alcuna altra cosa bella e amena. Bella ontologia! Poste le condizioni dell’ontologia, dicemmo la volta scorsa, abbiamo posto anche indirettamente le condizioni per stabilire una religione terrificante. Adesso lasciamo stare queste considerazioni prettamente logiche e occupiamoci invece di un aspetto più divertente, retorico. Gli umani hanno sempre cercato la verità, quella assoluta, oggi l’hanno trovata. Ma non è questa la questione. Ciascuno parlando cerca la verità, anche dicendo le cose più strampalate, più ridicole, più banali, più insignificanti, ciò che asserisce vuole che sia la verità. Perché? Questo è il quesito che adesso ci interroga, poi, quando avremo terminato questo, ci riagganceremo alla questione logica. Perché gli umani cercano la verità? La cercano i linguisti, i logici, i filosofi, gli scienziati, come ognuno quando chiacchiera con chiunque vuole che sia la verità, perché, perché non può acconsentire al fatto che ciò che dice sia esattamente falso? (....) È possibile costruire un discorso complesso articolato, sofisticato e di un certo peso muovendo da una premessa assolutamente falsa, come facevano i sofisti. Però, il discorso che si sa essere falso è una questione che da tanto tempo ci si pone però non è stata mai affrontata in termini molto precisi. Ciò rispetto a cui nessuno è disposto a transigere è proprio la questione della verità, chiunque se la prende, si offende o se ne ha a male se per esempio gli si prova che tutto ciò che ha affermato è assolutamente falso, perché se ne ha a male anziché restare assolutamente indifferente e considerare il fatto che sia falso come una cosa di nessun conto? È come se gli umani cercassero continuamente una verità, sì certo per potere proseguire ma forse non soltanto per questo, c’è qualche altro elemento da aggiungere. Adesso dobbiamo occuparci della verità in una accezione prettamente retorica, dopo questa breve premessina logica occorre considerare che cosa una persona considera come verità, cioè che cosa va cercando. Quando nei suoi discorsi, qualunque essi siano non ha importanza, quando legge una qualunque idiozia sul giornale e quella diventa la verità, il come stanno le cose o dia una dignità a ciò che necessariamente è, anche una notizia su Novella 2000 per molti ha questa prerogativa di necessità, necessità ontologica però...(....) Cosa fornisce la supposizione di dire la verità a chi suppone di dirla ovviamente, cosa fornisce? Quale garanzia, quale appoggio quale sostegno, quale rinvio? Sembra una questione di poco conto ma se la si considera con attenzione si mostra di una straordinaria difficoltà (...) Pensate a una conversazione fra due persone: uno dice una cosa e l’altra dice come stanno le cose affermandone la verità, i due discutono di computers, l’uno dice una stupidaggine e l’altro dice “no, guarda è così perché funziona in questa modo”, quello che viene confutato se ne dispiace generalmente ma l’altro invece si sente in molti casi in una posizione come di privilegio come se di fronte all’altro lui mostrasse un sapere, una verità che l’altro ignorava e quindi si sente un gradino superiore all’interlocutore. Perché? (...) Si, però qui rispetto a questa questione sembra di muoversi sulle sabbie mobili, mentre rispetto alla prima questione ci si muoveva su delle cose salde e inattaccabili, invece qui tutto sembra sfuggire di mano (...) Tutto questo potrebbe spostare la questione nel senso che possedere la verità è ciò che da una parte responsabilizza e consente il riconoscimento, del potere. Le cose si complicano, perché cercare tutto questo a che scopo? (...) Torniamo al punto di partenza, perché è così importante che sembra il cardine di tutta l’umanità, che la si cerchi in ambito filosofico, logico, linguistico o semplicemente chiacchierando con gli amici la questione è la stessa. (....) L’ultima risposta, quella definitiva, la risposta definitiva che cosa fa? Fa, certo, tutte le cose che abbiamo detto ma ferma il discorso lo chiude...(....) Stiamo dicendo in tutto ciò che la verità nel discorso occidentale è sempre stata posta come quell’elemento che, finalmente trovato, chiuderebbe necessariamente il discorso, lo arresterebbe. D’altra parte la nozione di dio ha questa prerogativa, una sorta di colonne d’Ercole, e quindi la nostra riflessione si sposta su questo, cioè sulla necessità che sembra essere connaturata, potremmo dire, in noi di trovare ciò che arresta il discorso e cioè ciò che, in definitiva, mi farebbe cessare di esistere se mai fosse possibile una cosa del genere. Questo lo aveva intuito bene Heidegger, forse una delle cose migliori che abbia detto. (Il senso di colpa) Il senso di colpa? Come ti è venuto in mente? (...) Sì, tutto ciò ci conduce alla questione della mancanza, il fatto che gli umani in qualche modo avvertano una sorta di mancanza e questa mancanza per qualche motivo debba essere colmata. La verità è preposta, come si ritiene generalmente, a colmare questa mancanza, perché come si diceva prima una persona che sa la verità e la dice all’altra si sente generalmente gonfio di importanza e di valore, perché è come se avesse tamponato una mancanza.

Tenete conto che il gioco che stiamo giocando, e che ci occuperà per i prossimi dieci anni, è inventare delle proposizioni che impediscano immediatamente di pensare altrimenti, questo è il gioco che ci sta divertendo adesso (...) Dobbiamo considerare ancora questo aspetto della mancanza, forse da lì potremmo trovare qualche nuovo elemento (...) Molti già considerano il linguaggio lo strumento fondamentale però c’è qualcosa che fa da sbarramento a considerare che il linguaggio non è lo “strumento per” ma è quella stessa cosa che consente di pensare che sia una “strumento per” e qui il passo è più arduo, perché se uno è un po’ sveglio si accorge che facendo due o tre passaggi la catastrofe incombe in qualunque cosa. Qualche altra idea? (...) Beh, appare che gli umani cerchino la verità quindi per colmare qualcosa che a loro appare esser mancante. Certo, se questo piccolo discorso che abbiamo fatto introduttivo logico rispetto alla verità potesse essere composto in modo retorico, rapido ed efficace sarebbe fortissimamente persuasivo. Debbo scrivere un libro sulla verità, De veritate, che sembra una questione fuori moda, poi non c’è discorso che non la invochi, ovviamente. Uno scritto sulla verità che stabilisce che cos’è definitivamente.

 

 

13/8/1998

 

lettura di un articolo intorno al libro di Maurizio Ferraris

 

Cosa vuol dire utile? Insomma lui riscopre la verità come adæquatio rei et intellectus, non più come verità assoluta, ma tutto sommato come dice qui, “come qualcosa di utile per comprendere e valutare le cose”. Questo dunque l’apporto di Ferraris: l’ermeneutica non è più l’interpretazione totale e assoluta, non è più quella che consente di comprendere le cose ma non è altro che uno strumento che aiuta a comprendere, ma che differenza fa? viene fatto di chiedersi dal momento che una qualunque dottrina, sia l’ermeneutica sia qualunque altra, qualunque dottrina che si ponga come obiettivo l’interpretazione, necessariamente presuppone o dà per acquisito che questa interpretazione possa essere vera o falsa, perché se questa affermazione che fa lui cioè “è utile per comprendere”, se fosse falsa sarebbe utile per comprendere? Quando è utile per comprendere qualcosa? E a quali condizioni? Che l’interpretazione si adegui a ciò che deve interpretare, e se non si adegua? Allora diciamo che l’interpretazione è falsa, ma cosa vuol dire che si adegua? Queste sono domande che perlopiù gli ermeneutici non si sono mai poste dando per scontato che la ricerca ermeneutica più si avvicina al testo e più è vera. La questione della verità, anche nell’ermeneutica, come abbiamo detto in varie occasioni, cacciata dalla porta rientra come sapete dalla finestra; quando l’interpretazione è utile per comprendere? Poi cosa dobbiamo intendere per comprendere, per esempio? Ecco la questione della verità dunque che abbiamo iniziato a discutere e che abbiamo posta come differente dalla regola per giocare. Se io affermo per esempio che il mio amico Cesare è qui in questo momento, ciò che dico è la verità? No, non è la verità se ci atteniamo a ciò che stiamo dicendo, e cioè la verità come ciò che necessariamente è e non può non essere, affermare che Cesare è qui in questo momento è soltanto accogliere la regola di un gioco che tuttavia appare come fondamentale per potere continuare a giocare, per potere continuare a giocare occorre che delle proposizioni siano utilizzabili. Facciamo un esempio: io affermo che in questo momento Cesare non è qui fra noi, allora questa proposizione apparentemente non ha nessun utilizzo, perché ciascuno di voi dice: Cesare è qui, e allora eventualmente ciascuno potrebbe andare a cercare un senso differente, un senso che magari ha voluto dire che Cesare è distratto, che Cesare ha la testa da un’altra parte, ma se io invece ribadissi che Cesare non è qui in nessun modo allora vi porrei nella condizione di non sapere come utilizzare questa proposizione, perché contraddice a delle regole che servono per giocare, e quali sono queste regole? Qui iniziamo ad affrontare una questione importante perché riguarda tutto l’aspetto retorico che viene utilizzato dal discorso, da qualunque discorso per potere proseguire. Dunque quali sono le regole di questo gioco? Se posso costruire una proposizione che afferma che i miei sensi dicono che Cesare è qui, allora posso affermare che Cesare è qui, posso costruire quest’altra proposizione, abbiamo detto se i miei sensi dicono che Cesare è qui, ma naturalmente per potere affermare questo occorre un’altra proposizione che afferma che una certa cosa è un senso e che questo senso, per esempio la vista, mi consente di dire che Cesare è qui, e quindi tutto questo prevede o presuppone un altro gioco: quello che mi consente di accogliere delle cose che io chiamo sensi, se non le accogliessi tutto questo non potrebbe darsi, non potrebbe esistere, sono una serie di regole che consentono al discorso di proseguire, in effetti se alla domanda di Cesare che chiedesse che ore sono in questo momento, io rispondessi che i papaveri sono rossi e gli ippopotami vivono in Alaska, non saprebbe utilizzare queste risposte, io violerei una regola che impone che perché il discorso possa proseguire a una proposizione occorre accostarne un’altra che abbia con la prima una connessione, vediamo poi che tipo di connessione, mentre nell’esempio che io ho fatto la domanda di Cesare non trova nella mia risposta nessuna connessione, non riesce a reperirla e quindi per questo motivo non è utilizzabile, la mia risposta non serve a niente, non servendo a nulla arresta il discorso, non si può andare avanti. La stessa cosa accade se vi trovate ad avere a che fare con una persona che mente sempre necessariamente su qualunque cosa, nel giro di breve tempo diventerà impossibile proseguire il discorso con questa persona perché le sue risposte non saranno utilizzabili, cioè sono utilizzabili se si attengono a delle regole esattamente così come possiamo proseguire a giocare a poker se ciascuno dei presenti si attiene alle regole del poker, se no non giochiamo più, se io affermo che questo orologio è un bufalo che sta caricando un’automobile blu, quando si tratterà di riferirsi a questo aggeggio sarà difficilissimo farlo, sarà impossibile e quindi non potremo parlare. *Quindi stiamo ponendo una questione notevole e cioè l’esistenza di regole che consentono al discorso di proseguire e quindi di esistere, d’altra parte abbiamo detto in varie circostanze che l’esistenza di regole è necessaria, non è arbitraria, se non ci sono delle regole non si può giocare, occorrono delle procedure, che il linguaggio esista, ma sono le due facce della stessa questione, le regole e le procedure, non può darsi l’una senza l’altra, quindi se una persona domanda ad un’altra che ore sono, si aspetta che l’altra gli risponda o l’ora oppure fornisca una risposta che comunque è utilizzabile cioè può dirgli, non lo so, il mio orologio è fermo, o altre cose che comunque sono connesse con la domanda. Tutto il discorso relativo alla percezione e ai sensi ecc.... è ovviamente un gioco, ma un gioco che è funzionale al discorso occidentale e a qualunque altro discorso comunque, diciamo che il discorso in cui ci troviamo tiene conto di questo aspetto, tiene conto cioè del gioco le cui regole sono tali per cui ciò che viene avvertito in un certo modo si chiama in un certo modo e viene utilizzato in un certo altro, per esempio la vista, se io incontro per strada Cesare lo saluto, lo saluto perché lo riconosco e quindi mi fido in questo caso dei miei sensi i quali mi dicono che quello è Cesare e non uno sconosciuto, come avviene questo? Non c’è nulla di naturale in tutto ciò è soltanto l’applicazione di regole per quanto complesse ma di regole di giochi, di vari giochi. Come sappiamo bene, affermare che incontro una persona e questa persona è Cesare, logicamente non significa niente assolutamente nulla, perché possa produrre un senso e perché tutto questo possa verificarsi e cioè che io incontri una persona, la riconosca ecc. ecc. occorrono delle regole ma il gioco che riguarda i sensi è necessario oppure no? cioè potremmo continuare a parlare se noi non lo accogliessimo? È una questione non semplice questa però la risposta a questa domanda comunque è sì, potremmo continuare a parlare, dovendo necessariamente accogliere altre regole a questo punto, ma necessariamente dovremmo accogliere delle regole anche se non queste. In effetti già per gli antichi greci per esempio l’esperienza e quindi i sensi, non avevano la portata che hanno per noi oggi e quindi erano tenuti in conto differentemente anche se ovviamente vi facevano uso, in quanto si riconoscevano per strada si incontravano...diciamo che questo gioco relativo ai sensi, sensoriale, percettivo è sicuramente uno dei più antichi, forse dei più semplici anche per qualche verso, semplice in quanto costruisce proposizioni a partire da elementi che un altro gioco ha preventivamente posto innanzi, come dire che è un gioco che gioca a semplificare dei dati, e questo è importante, se io incontrando Cesare non lo salutassi perché la proposizione che afferma che quello è Cesare non è provabile in nessun modo, passerei per una persona maleducata intanto, eppure logicamente la mia posizione non fa una grinza, come so che quello è Cesare? Non so neanche che questa è la mia mano, cioè non lo posso provare, ma lo accolgo come una regola di un gioco che semplifica le cose, cosa vuol dire semplificare le cose? Cioè saltare un certo numero di passaggi e soprattutto dare per acquisito ciò che in nessun modo può essere provato, però lo accogliamo proprio così come un gioco di carte, non posso provare che quattro assi battono due sette, è una regola del gioco. Occorre per giocare che ci siano delle regole e cioè che delle mosse siano proibite, per esempio se incontro Cesare qual è una delle mosse proibite? Quella di negare che quello è Cesare, se lo conosco, questo non è consentito, sarebbe come negare che questa è la mia mano, se io cominciassi a negare queste regole non potrei più giocare ovviamente. Tutta la questione della verità o più propriamente l’equivoco connesso con la verità muove da questa sovrapposizione fra la percezione come gioco linguistico e l’elemento extralinguistico, ad esempio io vedo Cesare e questo non è assolutamente negabile, dice il discorso comune anche quello filosofico intendiamoci, il discorso filosofico è il discorso comune per eccellenza, questo non può essere negato che io vedo Cesare, vedo Gabriella, Nella, Beatrice...tutti quanti e poi vedo un’infinità di altre cose, e allora che cosa dice il discorso comune? Questo non lo posso negare perché se negassi questo, negherei qualunque cosa, ci sono, come osserverete molte sovrapposizioni, non potendolo negare necessariamente è vero, in effetti anche noi abbiamo utilizzato questa struttura ma con una differenza in questo caso, sì non posso negare che quello è Cesare, ma non lo posso negare perché è una regola del gioco, non perché è la verità e quindi questo non poter negare una cosa comincia a mostrare due aspetti, che differenza c’è fra il non poter negare che questa persona che vedo qui è Cesare e non poter negare che gli umani in quanto parlanti parlano? C’è una differenza ovviamente perché se io nego che questa persona che ho di fronte a me è Cesare allora nego una regola del gioco e non posso giocare, così come se negassi che questo è un registratore, questi sono occhiali, e quindi negare questo mi porrebbe nelle condizioni di non potere più giocare, qui la questione si complica perché se non lo posso negare in nessun modo potrebbe porsi come una procedura e allora torniamo alla verità come adeguamento cioè questo è Cesare e non lo si può negare in nessun modo, come cavarci da questo impiccio? perché in questo modo ci siamo riappoggiati all’ontologia più tradizionale, più classica, quella che afferma che le cose ci sono e non possono essere negate per il solo fatto che ci sono, mentre noi abbiamo sempre affermato che queste proposizioni sono atti linguistici, che hanno come unico referente se stesse e che non affermano null’altro che una proposizione, vedete la questione connessa con la verità offre ogni tanto qualche problema, come uscire da questo impiccio Cesare? Qualche idea....io faccio un breve riassunto, ho detto: affermo che lei è Cesare, se nego che lei è Cesare è come se negassi che questa è la mia mano cioè nego che esistono le cose che vedo, però se faccio questa operazione io non posso più andare avanti perché il linguaggio perde la sua prerogativa cioè violo delle regole che mi servono per giocare e quindi non posso più giocare cioè non posso più parlare, cioè mi impedisce di parlare se questo qui risulta assolutamente necessario diventa una procedura e quindi abbiamo trovato il modo di dire che affermare che Cesare esiste è una procedura linguistica e quindi non è negabile, che ciò che esiste esiste di per sé. Dove sta l’inghippo? Da qualche parte sta l’inghippo, ci saremmo attenuta alla metafisica quella più bieca....

 

- Intervento:

 

è sottile la questione, noi possiamo dire affermare che lei...logicamente non è affermabile non significa niente, bene, togliamo di mezzo questa proposizione quindi la possiamo negare, neghiamo che lei è Cesare, allora posso anche negare di essere io, posso negare qualunque cosa, ma a questo punto posso ancora utilizzare il linguaggio? È come se togliessi tutte le regole e quindi non posso che affermare che è Cesare, ma a questo punto appare come un’affermazione necessaria, mentre l’abbiamo sempre posta come arbitraria, e quindi dobbiamo necessariamente dire che la metafisica è inevitabile, l’ontologia più classica era nel giusto? E che tutto ciò che abbiamo fatto fino ad ora non significa nulla? Oppure no? proviamo a rifletterci meglio Cesare, visto mai che non troviamo soluzione a questo problema?..allora noi abbiamo affermato sempre che occorrono delle regole per giocare e che queste regole sono necessarie, però a questo punto abbiamo detto qualche cosa in più che non soltanto le regole sono necessarie, ma questa regola è necessaria, mentre questo l’avevamo sempre negato, avevamo detto le regole ma non quali, negando che Cesare esiste che cosa violo esattamente? Una regola del gioco e fin qui...ma violando una regola del gioco in questo caso annullo la regola tout court, è questo il problema, la questione può porsi in questi termini, affermare che la persona che ho di fronte è Cesare è come se questa affermazione escludesse la contraria, forse è questa la regola che non può essere violata, e cioè affermando una qualunque cosa questa affermazione vieta la contraria, affermare che questa persona che ho di fronte è Cesare è l’applicazione di un certo numero di altre regole, queste altre regole non sono necessarie, per quale motivo? Perché ciascuna volta sono per esempio, o convenzioni o accettazioni di regole, ma qualunque regola io accetti una volta accettata, c’è una regola che è una procedura e quindi non è una regola che mi vieta, una volta che ho accettato una certa regola, di compiere una affermazione e la sua contraria, quindi se io nego che la persona che ho di fronte è Cesare, non violo una regola ma una procedura e cioè affermo che una cosa è se stessa e anche un’altra, ed è se stessa perché la regola lo impone in questo caso, per giocare io ho bisogno di regole, per esempio, che una tale regola mi dice che questo è A, bene io per parlare ho bisogno di regole e quindi devo accettare questa, ora questo A può essere una qualunque cosa ma io una volta che stabilisco che questa cosa è A non posso affermare che non è A, non lo posso più fare, se il discorso in cui mi trovo, il discorso accettato della società in cui mi trovo accoglie come regola che una persona fatta in un certo modo si chiama Cesare Miorin allora o io accolgo queste regole per giocare, e allora non posso violare questa regola cioè non posso affermare che non è vero, perché non avrebbe senso oppure oppure non accolgo la regola ma non accogliendo la regola cosa succede? Succede che mi trovo nella mala parata, supponiamo che io chiami tutte le cose che esistono con un nome che invento io, mi sarà difficilissimo andare avanti al punto che non ci sarà nessuna possibilità di essere compreso da altri e supponiamo ancora per assurdo che non soltanto io inventi nomi diversi per le varie cose ma che io stesso li cambi continuamente a piacere cioè non riesco neanche più a parlarmi, a fare un monologo fra me e me, perché, perché non è più utilizzabile in nessun modo, quando è utilizzabile? Quando un elemento ha per una serie di regole del gioco una connessione con un’altra, se non c’è più questa connessione il linguaggio non è più utilizzabile cioè cessa di essere linguaggio...

 

- Intervento.

 

Non è che non lo può più confutare è che confutarlo non ha senso....(...) per lei il gioco del poker è una verità ontologica? Se lei vuole giocare a poker deve attenersi alle sue regole e i quattro assi sono quattro assi non quattro donne....la questione è che comunque c’è sempre la consapevolezza inesorabile che lei Cesare Miorin non è una verità ontologica ma è l’accoglimento di una delle regole che servono per giocare e che se noi utilizzassimo regole differenti sarebbe tutto differente, ovvio che non posso io da solo inventare un’altra regola normalmente posso farlo se per esempio sono un poeta ma sempre comunque nell’ambito del discorso in cui ciascuno si trova, una variante, io posso fare quelle varianti, ma occorre che accolga un discorso, così come è necessario che accolga che non violi delle procedure. Ma ciò che distingue le due operazioni è che non posso affermare che l’obiezione che afferma che lei è Cesare Miorin è la verità, non lo è, è soltanto l’enunciazione di una regola per potere giocare, ma non è la verità perché non è necessario che sia così non è necessario in modo assoluto, è necessario all’interno di un gioco particolare...è necessario per potere continuare a giocare che la persona che ho di fronte si chiami in un certo modo, abbia certe caratteristiche, certo perché una volta che ho stabilito le regole, quelle mi servono per giocare non le posso variare così come non posso variare le regole del poker faccio un altro gioco, se io dico che lei si chiama Antonio De Santis, faccio un altro gioco, ma per introdurre questa variante occorre che io tenga conto comunque delle regole del gioco, cioè che sappia che lei non è Antonio De Santis ma Cesare Miorin, allora inserisco una variante, è una questione piuttosto complessa....(...) come quando si usano i nomi in codice come ad esempio in guerra (se io non mi accorgo che il mio nome varia continuamente non vedo più nulla) certo se lei cambiasse nome ogni cinque secondi regolarmente sarebbe difficile mettersi in contatto con lei, quindi c’è utilizzo e abbiamo visto che in effetti l’utilizzo è ciò che produce il senso delle cose e abbiamo anche detto in varie occasioni che le cose cioè le parole sono utilizzabili all’interno di un gioco e quindi regolamentato da regole, solo a questa condizione sono utilizzabili, se no...in effetti le regole sono necessarie per potere parlare, se no non è possibile, ora quali regole esattamente questo è arbitrario in effetti

 

- Intervento:

 

se una persona mi dice delle cose strane, che suo papà era un’antilope, la mamma l’ha partorito sul pianeta Saturno e lui viene da un’altra costellazione, ed è fatto di diamante come so che sta dicendo cose strane? Lo so perché mi aspetto un certo gioco che lui mi dica certe cose se ne dice altre, torniamo alla questione di prima, le cose che mi dice non sono utilizzabili, la questione non è così semplice....(non sono utilizzabili perché non si gioca lo stesso gioco) (....) (...) essendo fatto di diamante lui dice che ovviamente non può mangiare il diamante non mangia e quindi non mangerà e quindi morirà....(...) se non mangia dopo un po’ morirà (...) certo un diamante non mangia e non respira come è noto (...) sì potremmo dire questo è il suo gioco va bene che problema c’è? Nessuno. (...) in effetti perché queste persone vengono eliminate dalla società? Vengono eliminate generalmente mettendole negli ospedali psichiatrici ma per una serie di motivi, ma (...) tenendo conto di come è strutturata oggi la società probabilmente morirebbero e quindi vengono inserite in strutture che gli procurano il cibo che da soli non sarebbero in condizioni di procurarsi. Ci sono qui questioni che si aprono che come avete facilmente intuito che non hanno più molto a che fare con questioni logiche, il fatto di rilevare che uno è fatto di diamante e uno in carne e ossa non ha molta rilevanza, però però c’è una aspetto di cui occorre tenere conto e cioè che ci si trova all’interno di un sistema che ha delle regole alcune delle quali sembrano difficilmente violabili non che non si possano violare ma il violarle comporta una serie di problemi e anche aspetti linguistici notevoli e uno dei problemi fondamentali diventa l’impossibilità di potere comunicare e così come è strutturata la società comunicare è fondamentale comporta la sopravvivenza: devo potere comunicare che ho fame, che non riesco a respirare, se no succede qualche problema...c’è tutto un aspetto che ancora non abbiamo affrontato ma che è quello che poi la più parte delle persone considera la realtà, ecco potremmo dirla così cominciamo ad occuparci di ciò che comunemente è inteso come realtà per vedere di cosa è fatta. E di cosa è fatto questo gioco soprattutto, un po’ come il gioco che viene fatto durante la guerra, della parola d’ordine, la parola d’ordine “nevica” se uno si avvicina alla trincea e non dice questa parola d’ordine si becca una pallottola in testa... per esempio, sì c’è questa eventualità, già e quindi ci sono dei casi in cui la violazione di regole può avere effetti anche devastanti.

 

- Intervento:

 

sì, sì certo questa è una questione che si presenta, adesso ciò che stavo dicendo sono ancora molto al di qua di una cosa del genere, stiamo ancora facendo l’ipotesi che tutto questo non si verifichi perché utilizziamo delle regole con cui ci si intende poi pur utilizzando le stesse regole avvengono dei problemi (....) Cesare cosa sta pensando? In effetti il problema che abbiamo incontrato precedentemente non è stato del tutto risolto anche se l’abbiamo precisato certo, che esistano delle regole è necessario ma quali regole no, anche se ci siamo trovati di fronte al fatto che nell’organizzazione comunque sociale si danno delle regole la cui violazione comporta, comporta in alcuni casi la messa in pericolo della propria incolumità e quindi per continuare a esistere in ogni caso occorre attenersi a certe regole. Che sono esattamente ciò che per gli umani è la realtà, letteralmente ciò che circonda, cioè un insieme di regole stabilite dalla società in cui si vive, però la constatazione di queste regole come un dato di fatto o come una realtà ontologica è molto facile. È molto facile per via di questo percorso di cui ho accennato prima e cioè il fatto che queste regole non possono negarsi perché se le negassi e negassi che Cesare è Cesare non potrei più parlare, c’è la possibilità di questo scivolamento sempre presente e molto forte, mentre abbiamo precisata poi la questione ciò che non posso fare è affermare che all’interno di una regola un elemento è il suo contrario, quindi non posso negare che lei è Cesare soltanto perché ho accolto nella regola del gioco che sto giocando, che lei lo sia.

 

- Intervento:

 

la sovrapposizione di due giochi quello dell’esperienza e quello dell’esistenza del linguaggio che non può essere negato (....) che gli umani esistano in quanto parlanti non è un dato dell’esperienza, perché parlare di esperienza già comporta una struttura organizzata che consente di farlo e quindi non è attribuibile a un dato esperienziale, è una questione logica e questo non può essere negato, l’esperienza sì ché segue delle regole, è un gioco. La logica no, la logica comporta anche delle regole ma costituisce la condizione delle sue regole....questione tutt’altro che semplice abbiamo detto, ché si sta approcciando una questione molto complessa....perché per esempio alcuni giochi sembrano essere connaturati all’esistenza del linguaggio, per esempio quello connesso alla percezione, non c’è civiltà che non abbia utilizzato, che non sia in alcuni casi fondata con questo tipo di gioco particolare, è possibile negare la percezione? Direi che c’è il rischio che possa essere un non senso, un rischio ma un rischio che esiste se la percezione è inevitabile cioè è inevitabile che ci sia questa regola del gioco, però una regola del gioco inevitabile ci questiona non poco e torniamo al problema di prima, è necessario che ci sia la percezione, è necessario che questo gioco ci sia perché se è necessario che sia e non può non esserlo allora non è più un gioco, diventa una delle condizioni del gioco....(....) vogliamo provare a negare la percezione, porla in discussione vedere di cosa è fatta esattamente, torno a dire abbiamo appena, appena approcciata la questione non è semplice, vedere se è possibile giocare senza questo gioco, bisogna vedere se è necessario oppure no, se è necessario in quali termini e perché e se no la stessa cosa in quali termini e perché, di primo acchito parrebbe quasi impossibile non potere utilizzare questo gioco, la percezione (....) è una questione molto complessa che magari ha una soluzione molto semplice come il più delle volte accade...Nella c’è qualche riflessione che stava facendo?

 

- Intervento:

 

aspettava la soluzione? Sono alcuni migliaia di anni che gli umani aspettano la soluzione, occorrerà aspettare ancora qualche settimana. Vede il problema su cui verte la nostra interrogazione è cercare di stabilire che cosa dobbiamo necessariamente accogliere e che cosa no, che cosa cioè è assolutamente necessario che sia, perché se qualcosa è necessario che sia allora dobbiamo necessariamente accoglierlo nell’elaborazione teorica perché non possiamo sbarazzarcene, se invece no...così la percezione è necessaria, è un elemento necessario per proseguire oppure no? e qui per il momento non abbiamo dato risposta, però confidiamo di potere rispondere anche a questo...(...) sì la distinzione fra percezione e appercezione che facevano i filosofi ciò che cade sotto i sensi e la possibilità di accorgersi, di tenere conto di ciò che cade sotto i sensi....(...) forse questo è un problema che è ancora secondario (...) ma la questione non è questa, è il fatto che è sempre possibile nell’ambito di una struttura come questa riconoscere se una persona sa riconoscere, un certo oggetto, questi sono occhiali? No. questo è un famoso bisonte che rincorre...in Patagonia....(....) sì certo se uno non avesse mai visto un paio di occhiali non potrebbe riconoscere ma la questione è che nel gioco che si va facendo se un elemento è conosciuto può essere riconosciuto. Ovvio se facciamo vedere una scheda di processore ad un indiano della tribù...non sa che cos’è non la riconosce (...) ma non soltanto può essere conosciuto ma deve essere riconosciuta e questo è necessario per il funzionamento di tutto il sistema, se no, no non funziona più niente, io posso riconoscere questo ma se dico e continuo a dire che gli occhiali sono un bisonte che rincorre....non funziona più niente....è questo che sta interrogando, però evidentemente stiamo girando in tondo a qualche cosa che ci sfugge, bisogna rifletterci bene (...) allora giovedì prossimo Cesare risolverà il quesito, se la percezione è tale bisognerà che colga la realtà se no si chiama allucinazione, per giovedì dobbiamo dire di che cosa sono fatti questi giochi, cosa li sostiene? Abbiamo detto che è una questione che appare sfuggire da tutte le parti e ci impegnerà moltissimo questo aspetto, perché dobbiamo incominciare a porre le basi per costruire quelle proposizioni che non sono in nessun modo evitabili, perché l’appello è comunque sempre alla realtà e se trovassimo un interlocutore con i fiocchi e controfiocchi potrebbe metterci in difficoltà così ci è accaduto prima rispetto all’eventualità di negare che Cesare è Cesare....

 

- Intervento:

 

ci si attiene lei non quell’altra persona, cioè lei dice che quell’altra cosa è un discorso però in questo caso affermare che è un discorso può avere lo stesso valore cioè non significare niente, dire che è un discorso una sequenza di parole che non ha nessuna connessione fra loro, perché è un discorso? (è discorso se è una storia) sì in questo caso l’utilizzo può essere poetico e allora come faceva Apollinaire metteva insieme le parole per sorprendere e perché ognuno ci vedeva le cose che voleva vederci però in altre circostanze questo gioco non è consentito, di fronte a una domanda precisa che richiede una risposta per potere fare una certa operazione se la risposta è cane, prato, verde, blu allora non è utilizzabile in nessun modo, se ha bisogno di una risposta per risolvere un problema piuttosto grave, una risposta del genere non ha nessun utilizzo (i poeti) sì certo ma anche questa serie di parole apparentemente sconnesse fra loro viene ascoltata in un certo modo perché si suppone che dietro a queste parole ci sia un senso e allora glielo si cerca e cercandolo glielo si trova. Così in un quadro astratto, io ci vedo una madonna con un bambino, e sono due righe messe di traverso, va bene....i pittori astratti dipingono cose strampalate ma se per strada lei vede due tralicci per traverso non gli viene in mente di dire quella è una madonna con bambino...perché no? (certo perché non è inserita nel gioco che si va facendo) esattamente. Bene ci vediamo giovedì prossimo....

 

 

3-9-1998

 

Allora Roberto cosa dice Kant?

 

- Intervento: (la necessità del fenomeno per costruire...perché conferisce forza a ciò che sta intervenendo, cioè considerare qualcosa fuori dalla parola conferisce forza e potenza....) tecnicamente il rinvio non ha bisogno del fenomeno ma praticamente....

 

 

Interessante... dove ne parla (426.? ) sì intanto occorre stabilire se si tratta di una regola per giocare o di una procedura e come dici giustamente potrebbe apparire che logicamente tutte queste operazioni non siano necessarie, perché dovrebbe avere una maggiore cogenza una conclusione che supponga di sé di essere fuori dal linguaggio, tecnicamente eppure in effetti funziona così. Tu cosa ne pensi? (io penso

che le possibilità di previsione siano maggiori perché considerarle all’interno del linguaggio non permette una serie di operazione o meglio la possibilità di considerare la serie di operazioni che si stanno facendo, penso che.....) cioè stai dicendo che per proseguire a parlare occorre un qualche cosa per cui...che dica in un certo senso facciamo come se, facciamo finta che sia fuori dal linguaggio, allora segue tutta una serie di cose che sono praticabili, perché se no....(non ci bado) è come Office 97 si crea dei file da rimuovere, sì potrebbe anche essere qualcosa del genere, che occorre inserire una stringa che affermi che è fuori dal linguaggio...potrebbe anche essere, perché se no tu dici non c’è la voglia di proseguire, ma in effetti in un certo senso avviene così di fatto, cioè si fa come se il parlare quotidiano...fa come se anche all’interno del lavoro che stiamo facendo, comunque ciascuno di noi quando va dal tabaccaio o va a prendersi un caffè, si muove in un certo senso poi bisognerà vedere esattamente quale ma come se, certe affermazioni fossero fuori dalla parola o comunque non fossero arbitrarie o comunque non avessero in ogni caso gli effetti che avrebbero inesorabilmente se fossero considerati fuori, strettamente arbitrarie. Operazione che compie una regola del gioco, in effetti giocando a poker io so che una regola del poker è del tutto arbitraria però mentre ci gioco...(...) però deve esserci qualcosa all’interno della struttura del linguaggio che compie una operazione simile a questa per potere proseguire poi se è una cosa del genere si tratterà di verificare, se è una regola del gioco semplicemente oppure effettivamente una procedura cioè se in assenza di una cosa del genere il linguaggio non è effettivamente praticabile. Perché il linguaggio, adesso facciamo un esempio paradossale, dove ciascun elemento rinvia immediatamente alla sua arbitrarietà, potrebbe rendere il linguaggio non praticabile, potrebbe...un elemento dunque che impone fra le regole questa, cioè che le regole del gioco che sta facendo non devono essere violate, però questo ancora non imporrebbe il fatto che sia considerata fuori dal linguaggio, c’è qualcosa che continua a sfuggirci...però possiamo provare a riflettere su che cosa consente che il linguaggio funzioni, ché abbiamo visto le procedure certo, che sono un aspetto indubitabile, si tratta di verificare se sono soltanto queste o c’è dell’altro, perché se fossero soltanto quelle che abbiamo considerato effettivamente tecnicamente questo elemento non sarebbe necessario per il funzionamento del linguaggio, ci troviamo di fronte ad una situazione in cui teoricamente non sarebbe necessario però praticamente forse sì, allora che cosa distingue il tecnicamente dal praticamente, distinzione che in questo ambito ha poco senso, se non una distinzione fra un aspetto logico e uno retorico, certo le procedure e la loro esecuzione. Parlando io emetto una serie di regole ovviamente, noi sappiamo che l’esistenza di regole è necessaria per il funzionamento del linguaggio, però considerare questa una regola è un po’ complicato, sarebbe una sorta di super regola, quella che regola tutte le regole, vediamo intanto se è praticabile senza questa regola ovviamente, dunque ciascun elemento che io affermo, so e non posso non sapere che è assolutamente arbitrario, questo lo impedisce? Se sì in che modo? Sapendo che è una affermazione e queste stesse affermazioni che vado producendo sono strettamente arbitrarie, però questo non mi impedisce di produrle, vengono prodotte per il solo piacere di farlo o per la curiosità di incontrarne altre di più complesse più interessanti, quindi apparentemente non impedisce il funzionamento del linguaggio, almeno così di primo acchito, cioè tutto funziona benissimo anche se c’è la consapevolezza che ciascuna proposizione sia arbitraria

 

- Intervento: al momento in cui agisco è come se....??

 

perché dici questo? Io agisco in conseguenza a certe inferenze che so essere arbitrarie....(nel momento io scelgo questo che scelgo deve avere un certo peso) forse sì, forse hai centrato...

 

- Intervento: un valore logistico, cioè se vado dal tabaccaio serve questa regola...so che è arbitrario ma mi serve per potere vivere

 

sì certo proseguendo in questa direzione potremmo trovare qualcosa di interessante, cioè qualcosa accade al momento in cui io utilizzo fra infinite possibilità ne utilizzo una...lì probabilmente avviene qualcosa, forse stavamo cercando qualcosa che è considerato fuori dal linguaggio, non necessariamente perché dovrebbe essere considerato così, però nel momento in cui una proposizione viene utilizzata e quindi in quel momento altre vengono eliminate, nel momento in cui abbiamo deciso di utilizzare come assioma che non c’è uscita dal linguaggio e che gli umani in quanto parlanti parlano, abbiamo incominciato a utilizzare questa proposizione, che rimane arbitraria certo, però viene utilizzata cioè ha una funzione che altre non hanno più, rispetto a questo discorso la proposizione che afferma che “ci ha creati Dio” non ha nessuna funzione e qui mi si affaccia...

 

- Intervento: i predicati per avere funzione devono appartenere al soggetto....cioè il soggetto deve essere in qualche modo diverso dal predicato....

 

qui fra le varie proposizioni quelle che vengono utilizzate hanno pure una funzione differente di quelle che non vengono utilizzate, se non altro quelle di essere utilizzate e quindi adesso una...adesso usiamo questo termine qui un po’ rozzo, diciamo un periodo differente all’interno della proposizione, anche se non sono considerati fuori dal linguaggio, però hanno diciamo un rilievo che le altre non hanno

 

- Intervento: se vengono utilizzate delle proposizioni che affermano per esempio l’esistenza di dio implicitamente, come possono giocare il gioco del linguaggio?

 

Non tutte le proposizioni che intervengono vengono utilizzate per la costruzione delle altre proposizioni, solo questa sorta di scelta, di elezione rende queste proposizioni particolari, qui forse ci mancano i termini per precisare la questione perché ciascuna proposizione è utilizzata, il fatto stesso di essere una proposizione, un atto linguistico in quanto tale ha un utilizzo ma alcune è come se fossero utilizzate in modo particolare cioè vengono utilizzate per la costruzione di altre proposizioni, anche se ciascuna proposizione interviene utilizzata nella costruzione di altre, come dire si avverte, si intravede l’utilizzo che è differente ma non si riesce a definirlo in modo preciso, perché ciascuna cosa può dirsi dell’una può dirsi dell’altra eppure, eppure non tutte le proposizioni in un certo senso vengono utilizzate, per esempio nel discorso che andiamo facendo alcune vengono utilizzate altre no. Dobbiamo precisare questa nozione di utilizzo in qualche modo, se no la confusione conduce a perdersi, in che modo la proposizione “gli umani in quanto parlanti parlano” viene utilizzata e in che modo qualunque altra proposizione è utilizzata? Che differenza c’è fra l’uno utilizzo e l’altro? In entrambi i casi parliamo di utilizzo ma parlare di utilizzo in entrambi i casi ci svia, modo insufficiente per intendere in modo preciso, forse riuscire a precisare questa differenza ci consente di avere un elemento in mano per potere proseguire, perché forse è proprio questo che ci manca, questo elemento e questo sì può essere necessario, è necessario che, ovviamente all’interno di una combinatoria linguistica, degli elementi siano utilizzati, per dire una certa cosa possono usarsi infiniti modi però la si dice in un modo necessariamente, ora questo modo rispetto a tutti gli altri ha pure una priorità in qualche modo, ha un rilievo rispetto a tutti gli altri che sono esclusi, questa esclusione sembra evocare tutto ciò che abbiamo detto rispetto alle regole, le regole sono tali in quanto escludono o vietano delle mosse, quindi il fatto che un elemento sia utilizzato esclude l’utilizzo di altri ciascuna volta, cioè si impone nella combinatoria, questo imporsi nella combinatoria forse indica ancora in modo un po’ vago, un po’ lontano, però forse è esattamente ciò che andiamo cercando, non tanto l’elemento fuori dalla parola forse questo ci ha un po’ sviati, non è affatto un elemento fuori dalla parola ma è un elemento che assume all’interno della combinatoria necessariamente e non può non essere un rilievo particolare rispetto a tutti gli altri, poi da qui può costruirsi sopra l’idea che sia fuori dalla parola

 

- Intervento:

 

sì non ha tutti i torti in effetti il linguaggio quale elemento acquisisce? Tutti simultaneamente? Di volta in volta quello che accade nella combinatoria e che risponde a certi requisiti (che serve a far funzionare e proseguire il discorso) che sia utilizzabile dalla catena che lo sta producendo? Quando è utilizzabile dalla catena che lo sta producendo? Quando è deducibile da questa catena. Solo questo? (deducibile da questa catena. Cosa intende? L’inferenza che mi permette di affermare che questo qualcosa è deducibile oppure che traggo da questa catena questo elemento?) facciamo un esempio, quello che stiamo facendo in questo momento, ciò che stiamo cercando è qualcosa che è deducibile, da tutto ciò che abbiamo posto come assioma fondamentale, quindi andiamo cercando un elemento, non soltanto una proposizione, una definizione che risponda a dei requisiti, quali requisiti sono questi? Abbiamo detto prima che sia deducibile da tutto ciò che abbiamo stabilito ma che ci consenta anche di, in questo caso, di, apparentemente, si potrebbe dire di rispondere a una domanda in modo soddisfacente (ci potrebbero essere molte risposte quale si deciderà nel momento in cui risponderò) infatti (...) qualcosa del genere, anche se una volta che è dedotto e risponde alla necessità di essere necessario a questo punto viene accolto, ed è a questo punto che avviene un cambiamento, il fatto di essere accolto all’interno di un discorso e quindi di una combinatoria, nel caso nostro di elemento non negabile per esempio, noi sappiamo che è comunque arbitrario ma viene accolto cioè serve a che cosa? Serve a proseguire lungo questa via cioè sì occorre un passo ancora successivo però serve, torniamo alla questione dell’utilizzo, è qui che si inceppa qualche cosa...ché qualunque elemento se è linguistico è utilizzabile per definizione ma il fatto che sia utilizzabile non significa che sia utilizzato, al momento che viene utilizzato, ecco che assume una connotazione particolare. Si fa complicata la questione, eppure la soluzione potrebbe essere molto semplice come spesso accade...(....) perché il linguaggio funzioni occorre che ci sia una sua esecuzione, se il linguaggio non fosse eseguibile...e se è eseguibile è anche eseguito, è eseguito quindi ci sono proposizioni che lui ha costruito, e questo risulta necessario, se il linguaggio non costruisse proposizioni cesserebbe di essere linguaggio, queste proposizioni vengono costruite però a partire da regole che come si diceva prima vietano alcune operazioni, vietano delle mosse e quindi vengono costruite soltanto quelle che sono consentite dalle regole del gioco, le proposizioni che risultano da questa operazione sono quelle che vengono accolte, come dire il linguaggio non può non costruire proposizioni, le proposizioni vengono costruite a partire da regole che dicono come costruire, per esempio il gioco che stiamo facendo la regola che ci si è imposta è quella di costruire proposizioni che risultino non negabili. Ogni volta che il linguaggio produce proposizioni è, come abbiamo visto, in atto un gioco, la finalità di questo gioco è quella di giocare se stesso, per poterlo fare ha bisogno di proposizioni, delle proposizioni che servono a questo gioco, come dire che necessariamente il linguaggio deve accogliere quelle proposizioni che servono il gioco, quali sono le proposizioni che servono il gioco? Quelle che lo fanno continuare, quelle che lo rilanciano, anche nel gioco del poker tutto sommato funziona una cosa del genere cioè vengono accolte soltanto quelle mosse che consentono al gioco di proseguire fino, in questo caso, all’esito del gioco, che è la vincita o la perdita, in questo caso il gioco linguistico non prevede la vincita o la perdita ma la sua infinitizzazione per così dire. Quindi ecco le proposizione che vengono accolte, che hanno un rilievo particolare sono quelle che consentono al gioco di proseguire, queste hanno sicuramente un rilievo che è superiore ad altre proposizioni. Nel discorso comune funziona qualcosa del genere? In un certo senso sì, in una qualunque conversazione ciascuno è come se cercasse una verità, perché soltanto se si trova la verità almeno nel discorso comune si immagina che il discorso possa proseguire e qui ci si riaggancia con qualcosa che diceva Roberto all’inizio, se tutto fosse considerato arbitrario sarebbe un macello, il discorso comune si trova la verità perché a questo punto c’è un punto fermo da cui proseguire, che non è poi così lontano da quanto ho detto prima e cioè dal fatto che il linguaggio costruisce delle proposizioni come dire, che hanno un particolare rilievo o cerca di costruire le proposizioni che consentano al gioco di proseguire, forse qui c’è qualche cosa di prossimo a ciò che stiamo cercando, perché se pensate bene anche nel discorso comune, nel luogo comune proprio, la ricerca della verità è sempre qualche cosa che deve consentire una volta trovata finalmente una qualche altra cosa, che non è mai fine a se stessa, se per esempio veniamo a sapere che dio è la verità e tutto quanto allora finalmente possiamo muoverci in un certo modo, possiamo dare un senso alle cose, tutto quanto acquista una direzione diversa, ma occorre questo elemento, chiamiamolo “fermo” fra virgolette, nel senso nel quale potrebbe essere ferma la proposizione che serve al gioco per proseguire, è come se riconosce la proposizione “ecco questa è funzionale al gioco per proseguire” e quindi utilizziamo, la teniamo lì, (la mantenesse nel dubbio) no fa lo stesso gioco anche dubitando di questo, dubita, nel senso che immagina che non sia questa che ha una verità in termini molti ampi, e quindi si muove alla ricerca di qualche altra cosa, non fa una operazione così lontana, anche la proposizione che dubita del fatto che venga costruita da proposizioni immagina che sia costruita da altro per altri motivi, compie un’operazione molto simile, però è come se il linguaggio avesse bisogno di queste proposizioni chiamiamole “ferme” per il momento da cui muovere esattamente come nel luogo comune, è sulla fermezza di queste proposizioni che occorre lavorare perché lì c’è qualcosa di importante, perché effettivamente è come se, senza queste proposizioni non si potesse proseguire, cioè come se occorresse avere intanto un elemento “ecco questo è buono” lo mettiamo lì e su questo proseguiamo cioè non si potesse proseguire su nulla che è un po’ l’idea che poneva Roberto all’inizio, del fatto che qualunque cosa è arbitraria quindi nulla può essere scelto per possedere qualcosa così non si costruisce niente si blocca tutto, la paralisi totale. Sì certo, c’è la necessità di questi elementi....(sono casuali?) Casuale? Sì e no, non lo è all’interno del gioco che impone le sue regole, allora no, non è più arbitrario, per esempio le proposizioni che cerchiamo sono arbitrarie, sì nel senso che si muovono in un ambito retorico ma non lo sono in quanto sono vincolate ad un gioco con le regole molto precise, in questo senso non sono affatto arbitrarie, sono strettamente vincolate però sono indispensabili questi elementi, questi elementi che costituiscono come dei punti fermi, chiamiamoli così provvisoriamente, adesso utilizziamo così dei termini un po’ rozzi però, su cui un’altra proposizione possa essere costruita se no, non può avvenire cioè non può costruire, quindi come funziona il linguaggio? Costruisce proposizioni certo! All’interno di un gioco è come se, perdonate la visione un po’ animistica, come cercasse delle proposizioni che sono o funzionali al gioco o necessarie a che il gioco prosegua, è come se si appuntasse su queste proposizioni per poterne costruire altre, per far proseguire il gioco, una cosa del genere...in caso contrario effettivamente il linguaggio non potrebbe procedere, varrebbe una posizione dell’asino di Buridano...da una parte deve andare per forza, proprio per proseguire e quindi è come se ci fosse una sorta di regola sì che impone che una proposizione sia accolta se no, non può proseguire....(....) necessariamente occorre che qualcosa si dia perché qualcos’altro possa darsi, non saranno le regole del gioco e che le regole di ciascun gioco, che, perché il gioco possa proseguire, devono continuare ad essere mantenute, e per essere mantenute possono accogliere soltanto proposizioni che sono deducibili, per così dire, dalle regole, quindi che le mantengono, in effetti è come se ciascun gioco imponesse di accogliere e mantenere soltanto le sue stesse regole, questo deve essere mantenuto, su questo poggia per potere giocare, cioè sulle sue regole, forse sono le uniche proposizioni, quelle che enunciano le regole o dedotte dalle stesse regole che non possono non essere accolte perché varrebbe a eliminare, a eludere la regola del gioco e quindi la cessazione immediata del gioco (questo vuol dire che si può fare un solo gioco?...) no, possono farsi milioni di giochi anche simultaneamente, ciascuno di questi è fatto di regole se no, non sarebbe un gioco... Cambio cassetta ___ si fa un altro gioco che ha altre regole, le regole del tre sette non variano, come anche le regole del poker le sue regole non cambiano, io faccio un altro gioco e quindi cesso di utilizzare delle regole che appartengono a quel gioco e ne faccio un altro, ma così come posso giocare simultaneamente altri giochi, praticamente infiniti giochi si potrebbe dire, non si escludono ciascuno dei quali segue rigidamente e rigorosamente le sue regole...lei dice cosa fa sì che da un gioco uno possa passare ad un altro...(potrebbe essere un discorso pragmatico) sì, sì certo io decido di passare col rosso, butto l’occhio vedo la pattuglia della polizia, decido di passare col verde no? ho cambiato gioco, certo in questo caso la convenienza immediatamente è inesorabile, sì, si, quello che sto dicendo non è tanto questo ma la questione fondamentale che forse ha dimostrato un aspetto direi marginale però... perché ciò che necessariamente deve essere accolto sono le regole del gioco, queste e sono le uniche cose che permangono, e tutto ciò che ne è dedotto necessariamente, e sono le uniche proposizioni che non possono non essere accolte se no il gioco cessa di esistere (...) sì però abbiamo aggiunto un elemento a ciò che necessariamente si impone...almeno le proposizioni che vengono accolte quali sono accolte necessariamente nel gioco? Quelle che attengono e mantengono le regole del gioco...se no il gioco si dissolverebbe perché che ci siano delle regole per giocare è necessario che sia...una procedura da per lu è niente, l’hardware (....) esatto infatti abbiamo detto l’esistenza delle regole è necessaria e pertanto fa parte di una procedura, certo non quale regola, questo attiene alla retorica, certo, abbiamo aggiunto un granellino in più in questo percorso, però devo andare a vedere questa cosa di Kant...lui ogni tanto sfiora la questione di quel elemento che è necessario perché il discorso possa proseguire, delle proposizioni che devono esserci, poi se uno volesse tirarla per i capelli anche la cosa in sé di cui parla, facendo tutta una serie di passaggi può essere accostata a una regola del gioco...a me piace poco fare questa operazione, tirare per i capelli, adattare come una sorta di gomma, qualunque cosa su qualunque altra però....(....) e così per altro avviene nell’ambito soprattutto filosofico universitario è una operazione che viene fatta a profusione direi che è l’attività principale, però posta questa questioncella adesso occorre considerarla in termini precisi, cioè nel luogo comune in effetti vedere se anche in quel caso funziona, probabilmente funziona allo stesso modo, tutto ciò che è accolto è ciò che attiene alle regole che si sono più o meno consapevolmente, il luogo comune magari no, non consapevolmente ma che comunque vengono accolte per fare quel gioco e solo quelle proposizioni vengono accolte che sono quelle che consentono al gioco di proseguire, consentono quindi al linguaggio di esistere, quindi consentono a tutto di esistere, consentono l’esistenza dell’esistenza, chi più ne ha più ne metta... (come facciamo a dire che il discorso che consideri il linguaggio....) ha maggiore cogenza di quell’altro? In effetti poi abbiamo abbandonato questa via quindi ci pareva poco redditizia quella dell’elemento fuori dal linguaggio, abbiamo piegato invece di considerare quelle proposizioni che vengono accolte nel linguaggio anche non considerandole fuori dal linguaggio ma all’interno di una struttura e quindi sì hanno maggiore cogenza. Quelle che consentono al gioco di proseguire necessariamente cioè quelle che sono fatte delle regole del gioco (allora se uno passa col rosso...) no, perché io non solo costretto ad un solo gioco, posso ho detto variarlo in qualunque momento ma in quel gioco, certo ha delle regole che sono quelle e poi lo stesso gioco può variare eventualmente ma la questione è che se è un gioco necessariamente ha delle regole, poi che vari tutto sommato è marginale. Qualunque gioco sia anche se lo vari una volta che è variato, comunque per essere un gioco deve avere delle regole, cioè deve escludere delle mosse, certo e quindi tutte quelle proposizioni che intervengono a mantenere il gioco e cioè procedono o sono le regole stesse o sono deducibili dalle regole, sono quelle che hanno cogenza, cioè sono quelle che sono utilizzate per la produzione (ogni gioco è necessario) sicuramente, che lo si faccia no, ma quale sì certo esattamente come il poker, lei ha le carte in mano, ha tre sette e due jek, può utilizzarle in vario modo queste carte, ma se....dalle regole non può uscire...può utilizzarle per fare un castello?? Può anche scartarle, e sperare in una scale reale massima....ma sempre (....) (interventi vari)

- Intervento: la produzione delle regole

 

e sì perché se no non si può giocare in effetti, posta in questi termini risulta assolutamente necessario che sia, non solo è ma è necessario che sia (...) Interventi vari

 

- Intervento: occorre che ci sia produzione delle regola perché ci sia quella regola, perché il gioco continui, prosegua, e non ho altro modo di sapere che il mio gioco è quello, che dicendolo, per esempio che il mio gioco è non negabile e che continui a giocare questo gioco, perché è difficile intendere la regola come un qualcosa che non sia fuori dalla parola, ma solo ponendolo come procedura e produzione....io ci posso fare i conti...io cercavo nella Seconda Sofistica una cosa del genere...

 

no nella Seconda sofistica non la trova, certo proposizioni che alludono ad una cosa del genere sì, però in questi termini no...

 

 

 

10 -9-1998

 

La cosa più semplice e più banale da cui siamo partiti è questa: qual è la struttura che ci permette di fare queste considerazioni, queste come qualunque altra, perché questa struttura che ci consente di fare queste operazioni deve essere qualcosa di essenziale visto che senza quella non facciamo né queste considerazioni né nessun altra, da qui abbiamo cominciato...

 

- Intervento: tramite il linguaggio io posso fare qualunque cosa, posso non accettare il discorso religioso se non è confortato da nessuna verità

 

Cosa intende Cesare con discorso religioso? perché potremmo dire che religioso è ciascun discorso che affermi di sé di essere fuori dal linguaggio, l’idea è che ci sia almeno un elemento fuori dalla parola e allora su questo è possibile costruire un discorso religioso

 

Intervento: io penso tramite il linguaggio e quindi pone questo come priorità

 

Ma se io metto il linguaggio al posto di dio che differenza fa? Cioè dico che tutto viene dal linguaggio invece che tutto viene da dio, che differenza c’è? cosa distingue il linguaggio da dio? L’esistenza di dio posso negarla, quella del linguaggio no, questa è la differenza fondamentale, nel frattempo Roberto ha trovato il passo della Critica della ragion pura che lo interessa

 

Intervento:…

 

Sì, come dicevano ai tempi di Aristotele: se una donna è incinta è segno che c’è stato un rapporto sessuale, oggi potrebbe non essere esattamente così....

 

Intervento: perché il gioco si mantenga è necessario il permanere della regola, noi parlavamo della costruzione della regola...

 

Tu dici che c’è un passaggio che non è legittimo

 

Intervento: quando gioco a poker mi ricordo delle regole del poker in quel momento lì

 

Le regole del poker e infinite altre che stanno operando, lei per esempio riconosce i giocatori, sa chi sono, parla a loro in un certo modo, quindi sono in gioco una infinità di altri giochi (....) sì certo sì, la volta scorsa si diceva che sono le regole del gioco, è tutto ciò che se ne deduce a costituire, diciamo fra virgolette dei “punti fermi” del linguaggio e il linguaggio necessita di questi elementi per potere proseguire, in effetti nel momento in cui si sta giocando, un qualunque gioco, già sono in atto delle regole cioè si sta giocando proprio perché ci sono delle regole e ciascun gioco essendo fatto di queste regole funziona in un modo strano, perché le regole che consentono il gioco, qualunque gioco esso sia, diventano assiomi, assiomi di quel gioco. Per giocare al poker occorre accogliere il fatto che l’asso valga più del sette di picche, e quindi tutto il gioco continuerà ad avere questo elemento come assioma incrollabile perché si sa che se non si accoglie questo allora tutto ciò che si fa non è più vero, non è più vero allora che se Roberto ha quattro assi e io quattro sette vince lui, è tutto lo stesso...

 

- Intervento: io costruisco momento per momento e allora potrebbe essere un casino parlare, perché nel momento in cui io utilizzo allora...

 

C’è un passaggio qui un po’ oscuro perché se tu utilizzi

 

Intervento: sì perché il passaggio “A ® B” non è possibile

 

Se tu dici che stai giocando a qualche cosa, già per il solo fatto che stai giocando ne hai accolto le regole necessariamente perché se no non puoi giocare, le regole sono già in atto, le regole di quel gioco, tu non è che le accogli oppure no, se stai giocando sono già accolte necessariamente, non è che tu puoi costruire delle regole del gioco che stai giocando perché se lo stai giocando sei già lì e se lo giochi ci sono delle regole che stanno lavorando, non sei tu a stabilire quelle regole....

 

Intervento: sì ma come faccio a sapere se...il mio utilizzo... non sono neanche sicuro

 

Quando dici che non lo sei cosa dici? Un po’ ancora la questione che poneva Wittgenstein rispetto a “come so che questa è la mia mano?” lo dai come regola ovviamente, per cui quando giochi la seconda volta a poker, insieme con le regole del poker ci sono altre che ti dicono che le regole che hai utilizzato la volta scorsa sono le stesse, tu non lo puoi provare in termini assoluti ovviamente, così come non puoi provare che questa è la tua mano…

 

Intervento: cioè questa non lo è di sicuro la tua mano è la mia

 

Non puoi dimostrarlo, lo dai per acquisito, come una specie di assioma che è una regola del gioco che ti consente di giocare, in effetti non puoi verificare una regola del gioco, in nessun modo. È la questione su cui stiamo lavorando, il fatto di accogliere degli elementi che sono le regole del gioco come assiomi, questo risulta fondamentale, perché se non ci sono regole non si può giocare e queste regole impongono di volta in volta…facciamo due esempi, uno il dialogo fra due matematici e l’altro il dialogo fra due massaie che sparlano di una terza, allora i due matematici per discutere di matematica devono attenersi a delle regole, se uno parla di calcolo infinitesimale, di derivate ecc... occorre che sappia che l’altro conosce le regole di questo gioco ovviamente e che le dà per buone, perché se l’altro matematico comincia a mettere in discussione l’esistenza di regole del calcolo numerico allora quel gioco non si può più fare, si potrà farne un altro, un altro che verte sulla legittimità per esempio del calcolo numerico. Ma al momento in cui si mettono a discutere le regole del calcolo numerico sono accolte necessariamente, vengono date per buone, questo consente loro di svolgere il loro compito, ora nell’abito di una discussione matematica questo può apparire più semplice, tutti e due sappiamo che accogliamo che la moltiplicazione ha certe regole, accogliamo che avvengono in un certo modo, che alcune operazioni sono concesse e altre no, sono tutte cose molto semplici ma nel caso di due massaie che parlano, che sparlano della terza, anche lì vengono date per acquisite alcune regole, che sono molto precise anche se possono apparire vaghe tuttavia, per esempio, il fatto che ciò che si dice della terza non può dirsi fra le due, e poi che ciascuna accoglie il fatto che anche l’altra sia disposta a fare una cosa del genere, e poi che ciascuna delle due sappia che l’altra ha, per esempio, nei confronti della terza il desiderio di parlare male e che quindi ciascuna delle sue sappia che l’altra accoglie certe norme che, per esempio, siccome l’altra è stata vista uscire con un uomo ecco che una donna che esce con più uomini è una donna perduta, e allora questa è una delle condizioni per potere sparlare in quel caso, perché se per una delle due fosse assolutamente indifferente a una cosa del genere allora lo sparlare della terza non andrebbe più bene: quella donna lì esce con degli uomini, bene. E la conversazione è terminata. Quindi occorre accogliere questo, come infinite altre cose, in questo caso prevalentemente regole morali, stupide, però occorrono tutte queste serie di regole, e tutto il discorso che verrà fatto si manterrà entro delle operazioni che sono concesse e altre che sono proibite: per esempio, una delle operazioni proibite è mettere in discussione questi valori morali che renderebbero lo sparlare della terza impossibile, e quindi vietato. Ora in questo caso tutto ciò che costituisce la condizione di una conversazione di questo tipo della massaia è dato come vero, come necessariamente vero, ma vero in che senso? In due sensi, uno moralmente vero diciamo, perché non si discute se una donna si accompagna con più uomini è una donna di facili costumi. Questi assiomi sono veri in due modi dicevo, l’uno l’aspetto morale: è assolutamente vero che se una donna fa questo allora è una donna perduta, l’altro aspetto è che tutte quante queste operazioni sono vere in quanto consentono al discorso di esistere e questo è importantissimo ed è questo l’aspetto che ci riguarda più da vicino, più che aspetti morali che mi sfuggono perlopiù, invece questi assiomi sono veri perché consentono al discorso di proseguire…

 

Intervento: io deduco A da B, questo passaggio è assolutamente arbitrario

 

Dipende, dipende in quale contesto, dipende se è una deduzione assolutamente necessaria no, allora il passaggio è assolutamente legittimo... tu dici io affermo che una donna che si accompagna con molti uomini è una donna perduta, poi passa qualche minuto e cosa è avvenuto nel frattempo? Che per esempio l’assioma che mi consente questa inferenza può essere stato dimenticato o può essere cambiato, può essere non più lo stesso…

 

Intervento: che l’assioma è lo stesso è un atto arbitrario

 

 Benedetto figliolo, stiamo dicendo che retoricamente nulla è giustificabile, se io affermo che questo è un orologio, questa affermazione è arbitraria anche se l’affermo fra cinque minuti e qualunque altra affermazione dello stesso tipo sarà sempre necessariamente arbitraria, io non la posso provare in nessun modo, accolgo una regola e stabilisco che accolgo questa regola, e bell’e fatto perché quella mi consente di costruire tutta una serie di discorsi, ma non posso in effetti provare nulla rispetto a questo, non posso stabilire non soltanto il passaggio a ritroso dalla protasi all’apodosi, ma neanche il contrario, cioè non posso neanche dire che se A allora B allora se B allora A, perché risulta comunque un passaggio arbitrario, perché non lo posso provare, lo faccio perché ho inserito all’interno del gioco che sto facendo una regola che mi dice che questa inferenza è legittima, lo posso fare, e allora lo faccio ma logicamente non significa niente, così come logicamente dire che quattro assi battono due sette non ha nessun rilievo, però al di là di quel gioco devo accogliere necessariamente che sia così ché se no non posso giocare, certo che non posso provare non soltanto che non posso tornare ad A ma neanche che da A a B, non è dimostrabile, è una regola del gioco, che mi dice non che è provabile ma che è legittimo, lo posso fare, cioè questa mossa puoi farla, un’altra no, e questo mi permette di giocare. Di un’inferenza retorica in effetti tu non puoi provare niente, assolutamente niente, tutto, anche il discorso che stiamo facendo è un discorso retorico e non può essere provato, alcune affermazioni possono non essere negate ma rimangono comunque affermazioni retoriche. Dire che delle affermazioni, rispetto a ciò che andiamo indicando con logica, non possano farsi sarebbe una contraddizione in termini, non puoi enunciare delle procedure se non attraverso un gioco che ti consente di farlo, e il gioco è quello che ti dice che dirai per esempio soltanto proposizioni che non sono negabili, ma le dice sempre e comunque all’interno di un gioco. Nel momento in cui tu formuli una qualunque cosa che sia nel linguaggio, già formuli una questione retorica necessariamente, non hai scampo, in nessun modo, a rigore di termini non puoi affermare una proposizione logica e cioè non puoi dire delle procedure se non inserendole in un gioco linguistico, tenendo conto che con logica intendiamo unicamente quegli elementi che sono necessari al linguaggio per funzionare, e quindi anche l’esistenza di una struttura retorica che metta insieme le varie cose e le faccia girare, se no non gira niente, tu hai un bel dire che esiste il principio del terzo escluso ma se non lo inserisco in una proposizione non significa assolutamente niente, se non lo posso dire, e se lo dico lo dico per un motivo, lo dico all’interno di un certo ambito, di un certo contesto, per un certo motivo cioè all’interno di una struttura retorica...

 

Intervento: cosa muove una persona ad andare contro a un luogo comune… Nietzsche, pretesto

 

cosa le fa pensare che ciò che afferma Nietzsche non sia un luogo comune? (...) esatto in effetti funziona in genere così da una religione che non si ritiene più soddisfacente, una idea di verità, si passa ad un’altra, poi in questo caso nel nostro caso, c’è l’eventualità di trovare che questa nuova religione ha in sé qualche cosa che la scardina dalle fondamenta, però è una cosa che mi ha fatto venire in mente lei adesso, c’è l’eventualità che una persona si avvicini a ciò che andiamo facendo unicamente per trovare un’altra religione, né forse ha altri strumenti per avvicinarsi, né altri motivi. L’idea che magari lì si dicano cose più vere (....) non è una legge ma in molti casi può essere un pretesto, ciò che consente di avvicinarsi si potrebbe usare così retoricamente l’inganno, far credere che si tratta di una religione....(....) non c’è bisogno del pastorale o della mitria, porre le cose come se....(...) le persone non potendo obiettare nulla a ciò che andiamo dicendo, dice ma sarà così, oppure non è possibile, oppure ma cosa cambia, oppure altre cose che poi si liquida, dobbiamo trovare qualche cosa che non sia facilmente liquidabile e che comunque attragga quel tanto che occorre per cominciare ad intendere qualcosa e in effetti la direzione della ricerca che stiamo facendo è questa, la famosa scommessa che abbiamo fatto con Cesare, trovare proposizioni che siano immediatamente accoglibili, che non possano non essere immediatamente accolte e accogliendosi variare il programma, inserire e modificare il programma di avvio proprio (....) occorre che questo nuovo gioco si inserisca nel gioco che si sta giocando, non lo deve sostituire perché nessuno accoglie che sia sostituito, deve modificarlo, lo stesso gioco diventa un altro, in po’ come è avvenuto per me tutto sommato io facevo un gioco molto diverso molto religioso, molto pio, molto devoto, oggi non più ma come è avvenuto questo fenomeno?....si ad un certo punto poi mi sono accorto che accettare una teoria fatta e finita era una limitazione, perché l’idea inizialmente era quella di farne un’altra che fosse meglio di quelle esistenti, però poi mi son detto ma una teoria muove sempre da, tant’è che per costruirla bisogna sapere come funziona e una volta capito come funziona, mi son detto però per farla funzionare occorre che io dia per acquisite certe cose cioè che faccia delle operazioni che io già ho smantellato rispetto a altre teorie e quindi posso smantellare anche la mia, e allora da qui la domanda se è possibile costruire una teoria, un modo di pensare in cui non fosse necessario compiere un atto di fede, un modo di pensare che non necessitasse per esistere di un atto di fede, allora non si sapeva nemmeno se l’avremmo trovato, l’abbiamo trovato. Ecco poi a questo punto non si trattava più di costruire una teoria ma di proseguire lunga questa strada che ci pareva di qualche interesse anche perché non battuta prima da altri. C’è stato un esodo in massa immediatamente subito dopo, dopo di che....una fuga in massa, orfani di una teoria almeno per la più parte è stata una cosa intollerabile....

 

 

17-9-1998

 

Luciano Faioni

 

 

Ultimamente stiamo discutendo intorno a un’eventualità, e cioè che gli assiomi, chiamiamoli punti fermi su cui il discorso poggia per procedere, non siano altro che le regole del discorso che si va facendo in quel caso. Si dice generalmente: io dico questo, io posso dire questo e infatti lo dico, dunque sono io a decidere ciò che dico, e quindi sono io che decido la direzione del discorso, pertanto sono io che organizzo il linguaggio secondo l’occorrenza, mentre da tempo andiamo sostenendo qualcosa di differente, e cioè che non sono io a controllare il linguaggio. Ma “io”, questo io che parla è un effetto del linguaggio, ma allora come avviene che se io dico: “matita”, ho deciso di dire matita anziché accendino, questa è una decisione il cui risultato è stato raggiunto? Quindi parrebbe che sia io a controllare la cosa, e non il linguaggio, non è il linguaggio che decide se io dirò matita o accendino ma io. Lungo questa linea si potrebbe giungere a considerare che il linguaggio è uno strumento dell’io, o qualcosa del genere però, si diceva già con Cesare, pur essendo una questione molto diffusa questa di supporre che l’Io corrisponda a qualche cosa che ha una certa volontà e che decide il da farsi in una direzione oppure in un’altra, questo io di cui si parla pare essere, così di primo acchito, una costruzione del linguaggio in quanto senza tale struttura non potrei mai affermare: “io faccio o non faccio” e pertanto dire che io decido una certa cosa non è altro che applicare una regola ben precisa, una regola che utilizza delle preposizioni. In questo caso la proposizione che afferma: “io decido” è una proposizione che si attiene a una regola la quale stabilisce che costruendo una tale proposizione ciò che ne segue è fatto in modo tale per cui posso fare seguire a questo significante “io” altre proposizioni con dei verbi che attuano certi propositi, in effetti la cosa potrebbe molto più semplicemente essere svolta affermando che questo io di cui sto parlando non può essere altro che una costruzione del linguaggio, cioè senza il linguaggio non potrebbe esistere in nessun modo e quindi tutto ciò che segue, sia il significante io, sia tutto ciò che questo io predica, non può essere nient’altro che una costruzione del linguaggio...

 

- Intervento: ma anche il dire che è una costruzione del linguaggio è....

 

è metafisica, dilla tutta (...) la questione va presa in modo leggermente differente e cioè non chiedendosi se una tale affermazione possa essere provata, ma se possa essere negata. Allora il discorso cambia perché non può essere provata, così come l’affermazione che tutti gli umani in quanto parlanti parlano non può essere provata, ma non può semplicemente essere negata perché negandola, come abbiamo detto mille volte, accadono una serie di problemi che bloccano tutto il procedimento. No, perché la questione del linguaggio così come la stiamo ponendo è ancora al di qua di qualunque prova o confutazione possibile. Abbiamo affermato in svariate circostanze che qualunque prova ha comunque come condizione l’esistenza del linguaggio per potere farsi e poi l’esistenza di un criterio di deduzione, ma ciò che a noi importa e a cui ci atteniamo, per proseguire questa linea direttrice, è la costruzione di proposizioni che non siano negabili in nessun modo; ora non sono provabili come non sono confutabili, così come qualunque altra cosa ovviamente perché qualunque prova ricade in una serie infinita di aporie da cui non usciamo più, per cui non è questo il problema, quanto il fatto che non sia negabile, cioè non sia eludibile, diciamo, per cui affermare che sono costituito dal linguaggio non è negabile, tenendo conto di tutto ciò che abbiamo detto, non è provabile certo, ciascun criterio di prova come sappiamo benissimo richiede altri criteri di prova all’infinito, non aggiunge nulla di fatto, questo criterio di non negabilità invece è molto più maneggevole, semplice da usare, pratico, efficace e potente…

 

Intervento: così come quanto uno afferma “dio esiste” non è provabile però non è negabile....

 

io posso negarlo benissimo, dico che invece non esiste e questa negazione ha tanta legittimità che quell’altra, mentre se io affermo che gli umani in quanto parlanti parlano non posso negarlo perché per farlo sono costretto a compiere ciò stesso che dico di non potere fare, e mi trovo in un blocco totale...(...) no, una negazione che possa farsi, io posso negare l’esistenza dio dicendo che non esiste, e il negare questo non crea nessun intoppo né produce nessuna aporia, né nessuno scoglio, né alcun paradosso, tutto fila liscio. Sì, posso provare che esiste, posso provare che non esiste, la questione è che questa affermazione come qualunque altra (a parte quelle che sono strettamente connesse con l’uso del linguaggio) sono negabili, cioè è sempre possibile costruire una proposizione che la nega, mentre le proposizioni strettamente connesse con il linguaggio no, perché se negano il linguaggio, con che cosa negano? (....) Che poi se volessimo stabilire come metafisica tutto ciò che riguarda la ricerca di fondamenti assoluti e imprescindibili, potremmo dire che questa metafisica è molto robusta, in effetti ciò che la metafisica ha sempre cercato l’abbiamo trovato, è chiaro che a questo punto forse parlare di metafisica non ha molto senso né soprattutto molto interesse, è un po’ come il discorso dell’ontologia o della religione, volendo applicare le categorie che abbiamo reperite a questi aspetti, a queste nozioni potremmo costruire una metafisica formidabile, non so quale vantaggio potremmo trarne tuttavia. Tu ne vedi uno? Ecco stavamo dicendo... dell’io certo, questione che posta in questi termini può apparire molto semplice, e in effetti lo è, però se si considera che è da alcune migliaia di anni che questa questione è dibattuta in termini talvolta anche di qualche interesse e poi nel luogo comune ha una portata non indifferente, perché può risultare bizzarro che sia il linguaggio a controllare ciò che io decido, poi in definitiva risulta in questi termini la questione, da qui chiaramente le accuse di metafisica... Come si diceva tempo fa è il linguaggio che produce se stesso: il motore immoto... il motore immoto non è altri che il linguaggio, l’abbiamo detto in varie occasioni, cioè l’unico movimento di cui possiamo dire che funziona da sé, non è mosso da altri che da sé e ha come ultimo obiettivo quello di riprodurre se stesso, nient’altro che questo. Ora questo non comporta che ciascuno sia parlato dal linguaggio, questa affermazione non significa niente, ma ciascuno è costituito, non è altro che ciò che dice, ciò che il linguaggio man mano costruisce con gli strumenti di cui dispone... Quando lei dice “ho creato un gioco” cosa sta dicendo esattamente? (...) ecco lei mi dà il destro per precisare la questione, dicendo “io” che cosa dico esattamente? A che cosa mi riferisco? Di cosa sto parlando? (...) un significante a cui ho attribuito una serie di elementi, ma perché a un significante siano attribuiti degli elementi occorre che ci siano delle regole che stabiliscano una cosa del genere, quindi è un gioco linguistico che mi consente di dire “io faccio” e a partire da questo gioco posso proseguire secondo una direzione stabilita. Si diceva l’altra volta che tutto ciò che costituisce le regole del gioco che si va facendo, costituisce anche quelli che sono i punti fermi su cui il discorso poggia per potere proseguire, non può uscire dalle regole del suo gioco in nessun modo, può porne altre, può inserirne altre e questo sicuramente ma all’interno di quel gioco, proprio per definizione, perché non sarebbe più quel gioco ma sarebbe un altro…

 

Intervento: l’Io è necessario.*

 

diciamo che nel gioco in cui è inserito sì, certo ha una funzione, come tutti gli elementi all’interno di un gioco linguistico, di shifters, operatori deittici, cioè quegli elementi che consentono al discorso di orientarsi in una certa direzione, dicendo io faccio...il discorso è già orientato, orientato su una certa persona che sta parlando che propone di fare certe cose... shifters li chiama Jakobson, per esempio, il differenziale dell’automobile ha la funzione di chiffetters cioè cambia la direzione del moto....

 

Intervento: la direzione del linguaggio non mi dà la possibilità dell’affermazione che il linguaggio è il soggetto

 

forse la questione è più semplice di quanto può apparire, le affermazioni che stabiliscono la non negabilità dell’esistenza del linguaggio sono affermazioni retoriche e in quanto tali sono affermazioni e così l’affermazione che pone il linguaggio come soggetto è comunque una proposizione retorica all’interno di questa puoi affermare, puoi affermare che il linguaggio esiste, che il linguaggio fa tutta una serie di operazioni, in questo ambito parlare di legittimità, la legittimità è fornita dal fatto che comunque per produrre per costruire queste proposizioni, sei in abito retorico e in ambito retorico ( in ambito retorico questa affermazione è negabile) sì (....) vedi ciò da cui siamo partiti non è propriamente una negazione ma una considerazione e cioè, da una domanda ancora precedentemente, e cioè che cosa ci consente di potere compiere una qualunque considerazione, una qualunque riflessione, una qualunque affermazione e negazione, l’esistenza del linguaggio...ora consideriamola una considerazione, più che affermazione perché affermazione può avere in effetti una connotazione molto forte e può condurre a questi intoppi piuttosto seri, dunque muovendo da una considerazione come questa cioè mettiamola così per farla breve, che non è possibile uscire dal linguaggio o che comunque il linguaggio è la condizione per poter parlare, ecco che questa considerazione è apparsa essere non negabile, ma non negabile, in che modo? Io posso dire in effetti c’è uscita dal linguaggio, quindi avrei negato la proposizione precedente, affermando la contraria, il problema è che negare una operazione del genere conduce a un paradosso insolubile, perché io mi trovo a utilizzare, come dicevo prima, per compiere una certa operazione ciò stesso che questa operazione tende a eliminare, in questo modo non lo posso fare, però ho inteso la questione che tu ti poni, vediamo se si può trovare una soluzione soddisfacente...mettiamola così, dire che il linguaggio è la condizione per qualunque operazione, compresa questa che si sta facendo adesso, è affermabile, asseribile quando si vuole ed è anche negabile, l’unico problema è che il negarla comporta un paradosso insolubile, affermarla no, posso negarla di fatto, l’abbiamo fatto ma questa negazione del linguaggio è immediatamente sbarrata da un paradosso, che è quello che abbiamo detto prima e in svariate circostanze, come dire da quella via non posso più fare niente, mi impedisce qualunque mossa, una posizione di scacco matto. Affermarlo no, affermarlo non conduce a nessun intoppo, nessun blocco nessun arresto delle inferenze e quindi può proseguire, come dire in questa direzione puoi andare l’altra...in questo modo salviamo capra e cavoli...(questa affermazione è comunque l’unica possibile) sì, perché qualunque affermazione o negazione è comunque sempre in ambito retorico...certamente non ce ne sono altre... potrebbe essere una limitazione però poi di fatto non lo è, perché in effetti ti indica la direzione in cui puoi proseguire, nell’altra no, nell’altra ti si sbarra immediatamente....(nell’altra direzione subentra il discorso religioso) neanche, nel senso che è bloccata immediatamente, perché questa affermazione mi trovo nell’impossibilità di compierla cioè non posso provare che il linguaggio non esiste, in nessun modo se non utilizzandolo, in questo senso è un paradosso che non è solubile, ed in effetti già nella Seconda Sofistica lo indicavo per parafrasare Saddam “la madre di tutti i paradossi” sì....sì è una questione importante quella che sollevate perché spesso ci si ritrova in questa sorta di oscillazione in un ambito che è logico e in un ambito che è retorico, però abbiamo precisato che parlando si è in ambito retorico inesorabilmente e comunque l’ambito logico lo si può trarre retoricamente, è ovvio come qualcosa che è necessario che sia perché tutto il sistema retorico funzioni, se no non funziona più niente, e rispetto a ciò che andiamo dicendo, a ciò che viene utilizzato nel discorso, chiamiamolo punto fermo provvisoriamente per potere proseguire, cioè le regole del gioco, c’è stato qualche pensiero in questi giorni? Darmi una mano proprio niente? (non ci sono obiezioni) non solo obiezioni si può anche aggiungere qualche elemento...

 

Intervento: stavo interrogandomi sul linguaggio “metafisico”

 

sì, possiamo anche dire se vogliamo, poniamo il linguaggio come entità metafisica, l’abbiamo detto e allora? Chiaramente si tratterebbe di riflettere un istante su questo termine metafisica, se ha qualche senso o interesse, volendo potremmo anche forse provare che è necessario che sia, salvo confutarlo il giorno dopo, dunque dicevamo la volta scorsa che ciascuno anche il luogo comune, tutto il luogo comune, perché partiamo da questo, parlando, poggia su degli elementi, questi elementi non sono altro che regole o elementi tratti dalle regole del gioco che va facendo, per cui sono le conseguenze di un simile (....) potremmo dire che una qualunque protasi di una qualsiasi inferenza è necessariamente una regola di un gioco? Domanda : ( di primo acchito sembrerebbe di sì) di primo acchito parrebbe di sì (...) ché potremmo anche considerarlo una protasi (...) sì, sì e no che ci sia una apodosi è necessario che sia, quale no, sì e quindi? Ché muovendo da qualunque proposizione, qualunque inferenza, l’antecedente dice “se c’è qualcosa allora....” un po’ come avviene nel sillogismo anapodittico, che caro fu agli stoici, se A allora B ma A dunque B, che è poi la forma del sillogismo più praticato fra le umane genti...(...) ecco in questo caso in un qualunque discorso la protasi stabilisce una regola del gioco, nel caso dell’esempio precedente, la regola del gioco è questa che se è buio è notte ma è buio e quindi è notte, questa è l’inferenza che se ne trae...però l’ipotesi che ciascuna protasi in ciascun discorso sia fatto delle regole del gioco che si sta facendo è suggestiva, e condurrebbe un discorso del genere a una affermazione che potrebbe apparire un po’ azzardata e cioè che un qualunque discorso che si va facendo, l’unico scopo, obiettivo, intendimento, non è altro che il produrre le regole del gioco, in questione nient’altro che questo, cioè di proporle, di ripeterle all’infinito, non facendo nient’altro che questo, sarebbe una bella questione può anche essere che non sia, ma se lo “sarebbe” come dicono a Roma...

 

Intervento:

 

no. se varia....la variazione di un gioco comporta la configurazione di un altro gioco, se io cambio le regole del poker non è più il poker che tutti quanti giocano, è un’altra cosa, lo chiamo “pocher” con ch, ho soppresso il k magari, ma non può più farsi...( a volte delle proposizioni possono avere degli altri significati, degli altri usi, il che in base all’uso della proposizione può essere un gioco diverso) è in base al gioco differente che la proposizione o il significante assume una connotazione differente, è diverso il significante fuoco se pronunciato da me che chiedo a uno di accendermi la sigaretta o da chi comanda un plotone di esecuzione....difficile (è uguale ma nel contesto è diversa) morfologicamente uguale sì certo (in certe proposizioni certe parole, certi segmenti possono avere diversi significati, dipende da quale gioco è inserita) certo, esattamente certo, inserendo lo stesso elemento in un altro gioco (sarà sempre una regola che si ripeterà all’infinito e fino a nuovo ordine) certo e così funziona, pensa alle leggi, quando il nuovo ordine e allora a seconda dei casi cambi la legge, e si gioca un altro gioco, ma se è quello il gioco e con quelle regole, allora per definizione, deve essere fatta in quel modo se no è un altro gioco, ma in effetti anche la fantascienza aveva immaginato un computer, adesso per usare immagini un po’ folcloristiche, che impedisse lo spegnimento della macchina suddetta: si spegne il computer, va bene però il computer controlla tutta la rete dell’energia elettrica in Torino, quindi non si spegne, poi un altro computer che controlla anche questo, che controlla la rete di tutta l’energia elettrica del pianeta, lo spegniamo? E poi come lo riaccendiamo con che cosa? Per esempio se non c’è più corrente elettrica? Con che cosa gli diamo l’avvio? e quindi non può spegnersi mai, per nessun motivo, cioè non hai più accesso...in questo caso il linguaggio in effetti potremmo dirla così, che nel caso si spegnesse cesserebbe di porsi il problema, non potresti neanche più proporti di spegnerlo o di riaccenderlo...(però...) sì dipende dai giochi che si fanno alcuni giochi hanno regole che possono essere trasgredite, che poi possono essere trasgredite sì e no perché, come dire, sono giochi che all’interno hanno altri giochi che consentono una cosa del genere ma di fatto se consideri la cosa in termini molto rigorosi no, il gioco ha delle regole che non possono essere trasgredite, perché se trasgredisci queste regole cessi di potere usare, fare quel gioco, perché sono le regole che fanno esistere quel gioco, le togli il gioco cessa, si dissolve nel nulla. Quindi la questione su cui merita di riflettere un istante, se effettivamente ciascun discorso in qualche modo non faccia nient’altro che ripetere all’infinito le regole di cui è fatto. Può ovviamente inserire delle altre regole, o dei nuovi giochi all’interno di un gioco ma una volta che un gioco è stabilito, per esempio all’interno del poker possiamo inserire una nuova regola, come fanno gli americani che giocano con il sei, il cinque...un’aggiunta va bene...c’è questa eventualità che ciascun discorso non sia nient’altro che l’applicazione delle regole del suo gioco, nient’altro che questo

 

- Intervento:

 

supponiamo che Roberto e io si stia giocando a poker e io ho tre assi e le altre due siano carte disparate, posso decidere se mantenermi così oppure se tentare il full, allora o sono servito oppure prendo altre due carte per vedere se mi entrano altri due re...ma questa decisione è possibile all’interno delle regole del gioco, certo posso decidere una cosa oppure un’altra, questo è consentito, una cosa che invece non posso fare per esempio è di prendere le carte di Roberto, guardarmele e poi decidere il da farsi, questo non è consentito dalle regole del poker, ma ( nell’ambito del gioco sono d’accordo ma il dire che il linguaggio può ripetersi all’infinito, mi sembra allora che ci siano delle regole prestabilite io so cosa dirò domani, dopodomani) perché mai? No perché dice una cosa del genere Cesare? (...) però c’è un gioco che non può cessare di giocare che è quello del linguaggio il quale ha una possibilità infinita di combinazioni e quindi può giocare...è come qualunque gioco se le mosse fossero stabilite nessuno giocherebbe la seconda volta, perché si annoierebbe e invece c’è gente che gioca tutta la vita non si stufa mai, perché ogni volta pur essendo le regole del poker molto rigide, le combinazioni sono infinite e questo dà la possibilità di proseguire, ché ciascuna partita è sempre differente dalla precedente, e così con il linguaggio ciascuna partita che si gioca ciascuna volta che si comincia a giocare quel gioco...perché le variabili, soprattutto nel linguaggio sono sterminate...(....) ciò che stiamo dicendo è più drammatico ? cioè se qualunque discorso in definitiva non sia altro che una ripetizione delle regole del gioco che sta facendo e nient’altro che questo, cioè l’applicazione delle regole, tutto lì (...) adesso diciamo che occorre rifletterci diciamo che di primo acchito, diceva Cesare, appare insostenibile o sostenibile?

 

- Intervento: allora quali sono le regole?

 

Sono le protasi di ciascuna inferenza, cioè gli antecedenti di tutte le inferenze che vengono compiute all’interno di quel gioco, questa era l’ipotesi che si stava facendo, si tratta di articolare il discorso, svolgere, hai visto mai? Cesare cosa pensa così assorto?

 

- Intervento: se fosse così è qualcosa che ci è già dato

 

ciò che è dato è la struttura che ci consente di fare tutto questo e questo è “dato” fra virgolette, tutto il resto no. C’è una certa sinistra analogia con la religione, sì dio ha creato il libero arbitrio (però lui sa) sì questa è una questione che in teologia forse pone qualche problema (....) sì c’è qualche riflessione che è in corso che possiamo saggiare....? possiamo anche fare il procedimento contrario, il linguaggio, il discorso in questo caso potrebbe essere altro? Altro da una applicazione così semplice e unica applicazione delle regole di cui è fatto che gli consente di esistere, potrebbe essere qualche altra cosa? (...) forse ci sono aspetti un po’ più complessi che al momento ci sfuggono però riflettendoci meglio... Può affermare un discorso qualcosa che esuli dalle regole del gioco in cui si svolge? (...) sì l’unica possibilità è quella di poter inserire nuove regole....(...) (....) (....) però le cose stanno esattamente come vi ho detto e giovedì prossimo vi dirò perché...

 

- Intervento: si ha a che fare con una struttura che tende alla riproducibilità

 

sì certo si diano le regole di una procedura linguistica che non può non darsi ma quali questo è un aspetto retorico, cioè di volta in volta viene stabilito, non è che si gioca soltanto a poker, si può giocare a tre sette ecc. importante è giocare. Bene ci vediamo giovedì prossimo e vi spiegherò perché le cose stanno esattamente così come vi ho detto, né più né meno....

 

 

 

24-9-98

 

Di cosa avete parlato nell’incontro del lunedì?

 

Intervento: a partire da una lettura di un testo di Benveniste laddove c’è una analisi grammaticale di operatori deittici quali Io, Tu, Egli ci siamo trovati a parlare del come sia difficile considerare questi operatori essi stessi costruzione del linguaggio e quindi produzione continua di linguaggio quasi che il linguaggio sì, come se lui reinventasse le regole del gioco ma a partire da un io che dice io so che il linguaggio inventa le regole del gioco, e dicendo so il sapere determina l’Io, il sapere non può inventare, se potesse inventare per definizione non sarebbe più sapere... come dire il linguaggio costruisce proposizioni

 

 

vi faccio un tranello retorico, se ciò che è necessario è il linguaggio, ciò che è arbitrario non è linguaggio...

 

Intervento: sul persuadere... c’era un signore che distribuiva volantini per i Testimoni di Jeova e mi trovavo a considerare

 

che per giocare in molti occorre che molti accettino le regole del gioco...(allora penso che al momento in cui il nostro gioco fosse più... troverebbe molto meno difficoltà a giocarsi...) sì e no dal momento che per la natura stessa del gioco che stiamo facendo, in effetti, talvolta il consenso così come è avvenuto anche in molti casi, è un consenso che poggia su una struttura religiosa, come si diceva tempo fa, anche le cose che man mano stiamo elaborando possono indurre a una struttura religiosa, cioè viene preso come un credo fatto e finito, viene creduto allora in quel caso sì è un consenso, in alcuni casi anche incondizionato, però, come dicevo per la struttura stessa del discorso che stiamo facendo questo comporterebbe un ulteriore problema, anche se effettivamente avremmo maggiore consenso, però è una questione che fa quasi sempre da sfondo o ha fatto quasi sempre da sfondo a questo...cioè paradossalmente apprendere questa struttura che ha uno dei “fini” diciamola così la dissoluzione del discorso religioso, come un discorso religioso, un paradosso, la difficoltà sta nel trovare questo consenso di cui dici senza questo aspetto collaterale, che è sempre presente, allora sì, certo, persuasione (mi interessava porre l’accento su come sia il consenso che crea la forza) sì però in questo caso sarebbe un consenso a qualche cosa che non ci appartiene (non riuscivo a dare una risposta alla domanda cosa rende il gioco così forte) ecco e invece era questa la domanda a cui tu avresti dovuto dare la risposta... in senso generale, in questa circostanza la risposta era un po’ più complessa e invece è proprio questo che ci sta interrogando e cioè come ottenere il consenso rispetto non a un discorso religioso ma al percorso che andiamo facendo e quindi alle proposizioni che andiamo mano a mano inventando...

 

Intervento: quando riteniamo che qualcosa è necessario...qui noi poniamo in un certo modo un atto di fede...non abbiamo scandagliato

 

perché dice che non abbiamo scandagliato? (...) ci fa un grande torto se afferma questo... (si dice è necessario che sia così perché se no non potremmo proseguire, ecco accettare queste proposizioni...) inteso il problema, ciò che indichiamo come necessario è unicamente, ho detto in varie occasioni, ciò che non può non essere, perché se non fosse tutte queste considerazioni non potrebbero farsi in nessun modo, quindi in definitiva la struttura del linguaggio intendiamo come necessario. Ora per esempio, affermare che questa è la mia mano, in questa accezione di necessità, non è necessario. Spesso mi rendo conto che c’è stata una sorta di ambiguità che ha generato l’equivoco, dicendo che è necessario che io affermi che questa è la mia mano per poter considerare tutta una serie di cose, induce in effetti a un malinteso, rispetto alla nozione di necessità, potremmo utilizzare un altro significante per distinguerli e per evitare questa ambiguità (forse basta considerare che è una affermazione) qualunque cosa è una affermazione (...) preferivo qualcosa di più pulito, di più semplice senza stare ad aggiungere cose... per cui se noi escludiamo che l’affermare che questa sia la mia mano, sia cosa necessaria, come la potremmo indicare? Perché non è necessario in quanto non è uno degli elementi che consenta al linguaggio di esistere (...) certo potremmo utilizzare tanti modi ma una delle direttrici in questa ricerca è l’estrema semplicità, potremmo fare delle costruzioni complicatissime, però qualcosa di molto più semplice, affermare che questa è la mia mano è necessario per l’esistenza del linguaggio? No, certamente “necessaria” per proseguire il discorso e costruire cose e quindi che cosa potremmo dire? (che è funzionale) sì funzionale al gioco, certo affermare che questa è la mia mano non è necessario ma funzionale al gioco, è un gioco che si sta giocando, certo. Ecco che allora necessario non risulta più nulla tranne ciò che costituisce la struttura del linguaggio, e solo questo risulta necessario, cioè ciò che non può non essere, perché senza di questo non si può procedere, mentre se io nego che questa sia la mia mano posso continuare a fare qualunque cosa, ma senza linguaggio no, ecco che la definizione di necessità che abbiamo fornito può essere più potente, ciò che non può non essere, l’unica cosa che non può non essere assolutamente è che ci sia una struttura che chiamiamo generalmente linguaggio, questa struttura è fatta di due aspetti, abbiamo individuato le procedure retoriche, la logica e la retorica... (sì questo semplifica molto) sì in un certo senso, ma le implicazioni possono non essere così semplici. Vedete il nostro unico e questo, per intendere la questione di Roberto della persuasione e del consenso universale, l’unico punto di forza in tutta la nostra argomentazione è la non negabilità e a questo punto è su questo elemento che occorre che convergano i nostri sforzi e anche la persuasione, su questo aspetto che è l’unico punto di forza veramente potente su cui si regge tutto quanto (se fosse attaccabile...) si dissolverebbe tutto in quattro e quattr’otto, così come un’altra teoria...come quello che afferma che i bambini diventano nevrotici perché hanno la carenza affettiva... la mamma ha proibito di mangiare la marmellata e da qui... quindi puntare su questo aspetto la non negabilità e vedere come possiamo combinarla e costruire in modo tale che risulti fortemente, non convincente perché lo è necessariamente, ma persuasiva che è tutt’altro discorso. Giustamente Perelman distingue “è convinto” ma... lei chieda a un credente di provare l’esistenza di dio, probabilmente non lo sa fare ma non per questo smette di credere... come utilizzare questo aspetto della non negabilità nel migliore dei modi? Facendo leva su che cosa? Come rendere la non negabilità un potente argomento persuasivo? (io penso che la presentazione e la confutazione delle autoritates sia la via) certo però si potrebbe porre la logica come autoritas. Taluni, sì, potrebbero non essere persuasi... (...) anche di fronte ad argomentazioni come questa del linguaggio secondo te è possibile affermare una cosa del genere, che afferma che è necessario il linguaggio per potere affermare o negare qualunque cosa? (...) no certo comunque le persone che vengono a sentirci hanno già qualche curiosità non è che prendiamo la gente per il bavero e la trasciniamo, c’è già comunque almeno una curiosità...(...) tu concordi che l’unico punto di forza è la non negabilità o ne intravedi altri? (...) tu dici che potrebbe essere di qualche utilità per esempio intervenire con... faccio un esempio Heidegger, Wittgenstein altri per confutare ciò che dicono? (...) che ne dite? Io stavo pensando che la seconda parte di interventi potrebbe essere indirizzata in una cosa del genere, nella prima l’arte retorica e fornire gli strumenti per confutare, discutere e la seconda parte poi per porre in atto una cosa del genere prendendo dei testi e muovendo delle formidabili obiezioni, però pensate che possa avere qualche interesse una cosa del genere? (...) quali sono gli autori che diverte che siano confutati? (Heidegger, Wittgenstein, Aristotele) pensavo più ai contemporanei (Derrida) anche Derrida...questo aspetto della non negabilità va rafforzato retoricamente ché è questo l’unico elemento su cui facciamo leva in definitiva, fanno leva tutte le nostre argomentazioni in quanto non son negabili e perché questo è importante? perché se dice: no è negabile e allora chi se ne...dimostrare che qualunque argomentazione che si faccia che lo si voglia o no, ha di mira questo criterio o punta a questo senza raggiungerlo minimamente. Cosa pensa Cesare così assorto?

 

Intervento: il potere affermare che ciò che si ritiene vero è una cosa arbitraria mi sembra importante

 

Intervento: mi sembrava che il pubblico più disponibile ad un discorso di questo genere fosse quel pubblico che mirava alla politica o non siamo riusciti a trovare interlocutori validi...

 

Interventi vari

 

perché la non negabilità ha così poco potere persuasivo? (non ha consenso) non ha consenso è a posteriori perché non è persuasiva...eppure il discorso più rozzo ha questo obiettivo, di giungere a una conclusione che non sia negabile (...) (la non negabilità di un discorso infastidisce e quindi si evita quell’argomento) sì c’è qualcosa in tutto questo ciascuno a modo suo è come se volesse essere lui il detentore di una proposizione non negabile, infatti trovarsi di fronte a qualche cosa che effettivamente è tale evidentemente lo allontana (...) proviamo a prendere la cosa al contrario, vi do un compito per giovedì prossimo: dovete assolutamente provare che una affermazione non negabile è assolutamente inutile. (inutile?) esattamente. Questo è il gioco che deve fare. (il linguaggio allora?) Inutile non utilizzabile, quindi marginale... si dovete provare questo che una affermazione non negabile è assolutamente inutile e non utilizzabile, così se ne può fare benissimo a meno, provate questo se ci riuscire riusciremo a risolvere anche il problema di prima... buon lavoro!

 

 

1-10-1998

 

 

Roberto, le altre persone hanno declinato sulla questione, e tu eri l’ultima chance dopo di che... (...) occorreva provarsi a dimostrare che le proposizioni non negabili di fatto sono assolutamente inutili, obiezione che possiamo anche incontrare da parte di qualcuno e magari anche motivata e allora avevo chiesto a voi di riflettere intorno a questo per potere reperire tutte le eventuali obiezioni e i loro fondamenti possibili ma non ha sortito nessun effetto…

 

Intervento: non si riesce a trarre conseguenze e allora non esiste utilità

 

Non si riesce a trarre conseguenze dal punto di vista retorico... retoricamente non avendo necessità di essere né confutabile né dimostrabile posso aggiungere qualunque cosa, ma (...) supponiamo che Roberto ad esempio, sia l’autore della Seconda Sofistica sostenga strenuamente proposizioni non negabili, e supponiamo che mi si dia l’incarico di stroncarlo. Allora non potendo farlo rispetto alle proposizioni che lui afferma perché non consentono nessun attacco possibile allora punterei sull’utilità di quello che sta facendo, e allora in un ipotetico agone dialettico domanderei: bene queste proposizioni non sono negabili, ma che cosa ce ne facciamo esattamente? Nel senso che qualunque cosa si faccia, qualunque cosa venga fatta, ha comunque una utilità o potremmo dire, un rinvio, un rinvio però occorre che sia un rinvio particolare, perché sappiamo che qualunque parola ha un rinvio, dunque occorre che questa utilità delle proposizioni che ha formulate abbiano una validità universale in caso contrario l’utilità di queste proposizioni è certamente notevole ma ristretta all’ambito particolarissimo del gioco che Roberto sta facendo e in nessun altro, come dire che queste cose sono cose utili in questo gioco ma fuori da questo gioco hanno qualche utilità oppure nessuna ? Perché se non hanno nessuna utilità fuori da questo gioco allora va bene è una cosa che ha inventato Roberto, è come se avesse inventato un nuovo gioco di carte, che può divertire gli amici la sera ma la sua funzione non va al di là di questo e allora effettivamente Roberto dovrebbe mostrarmi che invece quello che sta facendo ha una utilità che va al di là del tre sette fatto alla sera con gli amici, perché se non riuscisse a fare questo, tutto ciò che ha fatto fino ad oggi verrebbe ridotto a un semplice esercizio, ma che nessuno può utilizzare in nessun modo così per divertirsi. Ma siccome Roberto va sostenendo da tempo che le cose dette e scritte producono nel discorso effetti tali che dovrebbero giustificarne e sostenerne la utilità al punto che ha in animo di costruire proposizioni che siano immediatamente accoglibili da chiunque e immediatamente sostituiscano il programma, cioè il discorso di una persona, inserendo elementi non più eliminabili...ma vediamo se è così, veramente queste cose sono utili così come Roberto va dicendo oppure no? (per me sì) non basta che uno affermi una cosa del genere oppure supponiamo una cosa del genere che Roberto affermi che nel suo discorso le cose funzionano bene e allora? Questo che cosa ci dice? Ci dice che Roberto per motivi che non sappiamo ha trovato beneficio dalle cose che va facendo, conosco un sacco di gente che ha abbracciato la fede cattolica, islamica, buddista e ha tratto benefici e sicuramente Roberto non sosterrebbe una cosa del genere, dunque producono effetti ma come lo sa? Può provarlo? Oppure no? se sì come ? mostrando una casistica, una statistica? Come ho detto Roberto non è così ingenuo (...) e allora non potendolo provare rimane una sua opinione cioè Lui ci dice che le cose che va facendo hanno una utilità, e noi possiamo credergli oppure no

 

Intervento:…

 

certo e quindi a maggior ragione non puoi fare nulla, non puoi neanche difenderti dalle accuse e cioè in effetti non puoi nemmeno provare l’utilità di quello che stai facendo in nessun modo...(...) ma io posso anche utilizzare le cose che tu hai detto a proposito dell’utilità, “qual è l’utilità” tu dicesti, l’utilità non è altro che qualcosa che attiene al linguaggio ed è utile unicamente ciò che consente al discorso di proseguire, solo questo è utile necessariamente, tutto il resto è assolutamente opinabile. Queste proposizioni che tu affermi dunque consentono al discorso di proseguire, certo, ma perché altrimenti si arresta? No. dunque questo tipo di utilità non è applicabile al tuo discorso

 

- Intervento: il discorso smantella tanti luoghi comuni e ad un certo punto ti ricordi questa proposizione che dice

 

e allora Cesare non è proprio il contrario non è proprio il dover ricondurre di Roberto ciascuna volta nelle cose che fa e che dice a queste proposizioni fondamentali e fondanti a limitare eventualmente la fantasia, ché si sa non ha limiti, non tollera argini di sorta nemmeno quelli imposti dalla logica... (...) adesso il retore lo teniamo seduto da una parte ci atteniamo semplicemente alla definizione che tu hai data e che sì certamente risulta difficilmente negabile è l’utilità, l’utilità che di fatto sia intoglibile ed è quella che il discorso prosegua necessariamente però l’obiezione si era posta sì in termini retorici ma anche in termini logici comunque un discorso prosegue per definizione perché se no non sarebbe un discorso, sarebbe fiori dal linguaggio, utilizzando proprio le cose che tu hai sostenuto, a questo punto possiamo affermare che le cose che tu hai dette e fatte sono interessanti, piacevoli, divertenti ma non sappiamo cosa farne, non ci danno nessun aiuto, nessuno può dire effettivamente in che cosa ci aiutino, possono divertirci... è questo allora tutto ciò che si è voluto approdare? O c’è dell’altro? Adesso io ho fatto il lavoretto che avreste dovuto fare voi e invece...adesso Roberto farà la sua arringa in favore del suo discorso

 

Intervento:…

 

tieni sempre a mente il motivo che ci ha spinti a inventare questa storia e cioè l’eventualità che le persone di fronte al discorso che andiamo facendo ci chiedano di rendere conto dell’utilità di quello che stiamo facendo, come utilizzarlo se volete, supponendo che non siano persone del tutto sprovvedute, può anche succedere di incontrare persone non sprovvedute le quali possono muovere delle obiezioni e noi dobbiamo essere pronti alle loro possibili obiezioni, tutte, apposta questo esercizio che nessuno di voi ha fatto... dunque se tu ti trovassi di fronte a una persona che muove queste obiezioni e giunge con il suo discorso a concludere che quello che hai fatto non ha nessuna utilità nella vita quotidiana e quindi non è utilizzabile e quindi e quindi sarà molto difficile a questo punto costruire delle proposizioni che siano immediatamente accoglibili se nemmeno si vede a che cosa servono è un bello ostacolo che dobbiamo superare. Chi ha qualche idea sorprendente che ci lasci di stucco, Cesare? Allora vediamo se mai ci dovessimo trovare di fronte a una obiezione del genere come intervenire allora ricapovolgiamo, adesso Roberto fa Roberto e io, io. Allora supponiamo che Roberto mi abbia posta questa obiezione e che sia giunto a questa considerazione che tutto ciò che ho fatto non sia altro che un divertissement fine a se stesso, ma Roberto tu affermi che ciò che vado facendo non serve assolutamente a niente, bene, queste obiezioni che tu mi hai rivolte apparentemente poderose e sicuramente utili, dimmi Roberto con che cosa me le hai fatte? Che cosa le ha prodotte? (...) sì certo, con la parola e ovviamente per giungere conclusioni a cui sei giunto, hai utilizzato una serie di inferenze, dei procedimenti linguistici che hanno consentito di giungere a questo. Ora ti è stato utile conoscere queste inferenze per giungere alle conclusioni cui sei giunto o è stato assolutamente inutile? È stato utile avere a disposizione delle procedure, delle regole che hanno consentito di giungere con notevole rapidità ad una conclusione di assoluta inutilità di ciò che andiamo facendo, una abilità che non si improvvisa, ma si acquisisce con anni di studio e di riflessione e quindi di pratica del linguaggio, vedi le cose che vado facendo non sono altro che in primo luogo, sicuramente questione di metodo anche, un’analisi molto rigorosa della struttura del linguaggio e cioè in definitiva di ciò che gli ha consentito poc’anzi di costruire questa chiamiamola, confutazione, o prova di utilità. Se tu in questa prova avessi avuto elementi ancora più potenti forniti dalla struttura stessa del linguaggio e quindi non negabili, avresti costruito la confutazione talmente potente che in nessun modo saresti riuscito a confutare. Questo è già un piccolo elemento che potremmo appuntare nel casellino delle utilità, gli utili...adesso ne aggiungiamo degli altri... (...) tu affermi che potresti vivere tranquillo... (...) c’è questa eventualità non siamo sicuri (...) allora tu ti poni come colui che non sa nulla e io adesso... (...) non ti è mai capitato di discutere con gli amici, non ti è mai capitato di dovere prendere una decisione? Magari anche importante, sicuramente sì, quando discuti con gli amici del calcio, di politica o di donne, quello che ti pare, discutendo cerchi di raggiungere il risultato tale per cui le cose che dici persuadono il prossimo oppure no? se devo prenderla alla larga... (a volte) ci sono invece occasioni invece in cui tu discuti con una persona senza che le cose che tu dici per te abbiano un senso, nessun valore, cioè l’altro può affermare che tu stai dicendo il falso e questo non produce nessun effetto (...) adesso io la sto prendendo alla larga, dunque dicevamo che in una qualunque discussione, conversazione ciascuno laddove voglia persuadere il prossimo delle proprie ragioni utilizza dei sistemi e cioè fa in modo che l’altro si accorga della propria ragione e questo funziona tanto più se riesce ad appoggiare le proprie ragioni alla nozione di verità cioè ad affermare in modo inequivocabile che ciò che afferma è vero. Ora ciò di cui si tratta in queste operazioni cioè di convincere per esempio il prossimo a qualche cosa è una esposizione di ciò che si crede (...) certo può avvenire che non si tratti di questa operazione cioè di convincere il prossimo, ma in alcuni casi sì, in alcuni casi. Questi casi sono particolari, perché sono particolari? Perché se io cerco di convincere qualcuno di qualche cosa e voglio convincerlo a tutti i costi è perché ho un tornaconto, cioè questa cosa mi serve a qualche cosa, ha una utilità? Ma per convincere qualcuno di qualcosa utilizzo degli strumenti, quelli di cui dispone...ma facciamo un passo indietro, perché voglio convincere qualcuno di qualcosa? Perché accade così spesso, se voi vi guardate intorno questa è una operazione che accade continuamente, direi quasi a tempo pieno. Convincere qualcuno di qualche cosa è come dire fargli accettare uno stato di fatto, reale o no che sia non ha nessuna importanza, quindi fargli accogliere tutta una serie di conclusioni, quindi condurlo ad una conclusione finale, una volta che l’ho condotto alla conclusione finale, cosa succede? Succede che se io l’ho convinto allora può accadere che mi trovi maggiormente confermato nelle cose in cui credo, (...) tenete sempre conto che stiamo parlando dell’utilità di ciò che andiamo facendo, prendendola adesso in un certo giro di km, ci ha costretto Roberto, dunque mi trovo confermato nelle cose in cui credo, come dire che ho ragione perché se delle mie conclusioni si convincono anche altri è come dire che altri constatano di fatto la mia ragione, bene, a questo punto potrei adesso salto un po’ di passaggi se Roberto me lo permette, se no, fa lo stesso, a questo punto potremmo domandarci perché è importante che io sia confermato in ciò che credo, anziché confutato continuamente, (...) ma soprattutto questo comporta una sorta di sicurezza, sicuro di ciò che dico, essere sicuri di ciò che si dice comporta innanzi tutto la posizione, la posizione di preminenza su altri. Ora può anche non essere importante però spesso gli umani vanno cercando una cosa del genere, la vanno cercando, diciamo, da quando esistono sopraffare il prossimo con la dialettica e quindi persuaderlo delle proprie ragioni, adesso siccome è una questione di retorica, non ci interessa sapere esattamente perché avvenga una cosa del genere, semplicemente utilizziamo come “prova” fra virgolette il fatto che da sempre sia avvenuto così, cioè che gli umani da sempre cerchino di convincere gli altri delle proprie posizioni, ci accontentiamo di questo per il momento. Dunque cercando di persuadere il prossimo delle proprie posizioni si cerca di costruire un discorso in modo tale che sia verosimile, sia credibile, che risulti più forte e più potente di quello avversario, più facilmente sostenibile e per fare questo chiaramente occorrono degli strumenti, ora l’obiezione a questo punto che possiamo già prevedere è che come diceva già Roberto è che anche senza questi strumenti ci sono persone che affermano di vivere bene, certo! Noi non neghiamo che vivano bene, diciamo che possono vivere meglio, utilizziamo questa escamotage, noi non abbiamo mai affermato che senza il discorso che stiamo facendo le persone vivano male infelici e in disgrazia e maledetti da dio, non abbiamo mai parlato in questi termini, non mi si può accusare di questo, abbiamo affermato talvolta che ciò che andiamo facendo può consentire di vivere meglio, ma perché una cosa del genere? Perché anche le persone che vivono bene, che affermano questo, si trovano comunque e continuamente prese in infiniti problemi, dei quali problemi, cercano la soluzione, convinte perlopiù che trovando tale soluzione la loro vita da buona, diventerebbe ottima, in ogni caso migliore, chi fra i mortali non ha mai pensato, desiderato di ottenere qualcosa di più di ciò che ha? Di essere più saldo nelle cose in cui crede, più saldo nei suoi ragionamenti, più sicuro di ciò che sa? (Siamo nella retorica e si può fare) ebbene se così è allora acquisire migliori strumenti per risolvere i problemi di cui si diceva è già un modo per vivere meglio ma come ciò che andiamo facendo può fare questo? Semplice, la più parte degli umani incontra lungo il corso della sua esistenza dei problemi che possono rendergli la vita difficile in alcuni casi anche molto difficile, questi problemi, la più parte di questi problemi noi possiamo attraverso gli strumenti che abbiamo acquisiti, mostrare che sono, con estrema facilità dissolvibili perché, perché gli strumenti che possediamo ci hanno condotti a considerare che questi problemi che per i più sono assolutamente non risolvibili sono costruzioni, costruite dalle stesse persone al solo scopo di demolirle, crea una serie di file da rimuovere, come Office 97, perché questi problemi non hanno nessuna sussistenza al di fuori del linguaggio che li ha prodotti. Ora per giungere a questa conclusione certo abbiamo dovuto fare una serie di considerazioni, tuttavia l’utilità di ciò che andiamo facendo consiste esattamente in questo nel mostrare in modo assolutamente ineluttabile che qualunque problema fosse creduto tale, problema non soltanto personale ma anche pensiero logico, qualunque aporia possiamo considerare anche il pensiero logico, filosofico un discorso che incontra dei problemi, pensate ai famosi paradossi del discorso occidentale, i cosiddetti mostri, come li chiamavano i logici inglesi, li chiamavano mostri perché non sono risolvibili, e schiantano tutto il pensiero, da qui la famosa crisi dei fondamenti, mostrare dunque che questa crisi dei fondamenti tanto nel pensiero occidentale, quanto nel pensiero di ciascuno, è una costruzione che ha come condizione un’idea assolutamente gratuita, che consiste nel pensare che esista qualche cosa fuori dal linguaggio, affermazione che in nessun modo può essere provata, che in nessun modo può essere sostenuta, affermazione che è l’unica, che è lei l’unico autentico paradosso del pensiero, e allora ecco Roberto se mi domandi a che cosa serve ciò che andiamo facendo, più che a risolvere a dissolvere tutti i problemi del pensiero che hanno afflitto gli umani negli ultimi duemila cinquecento anni

 

- Intervento: almeno 4 obiezioni...

 

va bene per il momento questo. Allora cominciamo dalla prima, tu affermi che essere sicuri del proprio pensiero non è automaticamente atto di supremazia sul prossimo, vero non è così automatico infatti dicevo perlopiù, e lo utilizzavo semplicemente così come figura retorica, figura retorica per preparare il discorso, anche perché di per sé una affermazione del genere non ha nessuna utilità nell’abito prettamente logico del discorso, per quanto riguarda invece l’obiezione che hai fatta che è l’ultima, in effetti potrebbe apparire una cosa del genere cioè che non si tratti di risolvere i problemi ma di dissolvere. Io ho parlato di dissoluzione del problema in questo senso che il problema per esempio del discorso occidentale circa i fondamenti del pensiero non può essere risolvibile mantenendo gli stessi presupposti, cioè se tu muovi dalla supposizione che esista un elemento fuori dalla parola allora il problema non ha nessuna soluzione. Ho parlato di dissoluzione perché a questo punto si muove da un altro elemento, non più quello che afferma che qualcosa esiste fuori dalla parola ma quello invece che afferma che nulla è fuori dalla parola, ed è solo a questa condizione che per altro è molto più solida, meno negabile della precedente che il problema si dissolve cioè ci si accorge che se si mantengono quelle premesse non può risolversi in nessun modo, esattamente allo stesso modo, il cosiddetto problema personale se mantiene continua a mantenere gli stessi presupposti, gli stessi assiomi non ha nessuna soluzione cioè continuerà all’infinito, allora la dissoluzione del problema non sta certo nel dire che questo non è un problema... esattamente così come nel discorso occidentale poi si può fare una parentesi, tutto ciò che ha elaborato Freud intorno alle nevrosi, psicosi ce... ha la stessa struttura di quella che è stata chiamata la crisi dei fondamenti e cioè il problema consiste nel non potere fondare qualche cosa, quindi nel non potere essere certi di ciò che si afferma, di non essere sicuri di ciò che si fa, obiezione già?.. adesso qui era una parentesi rispetto all’identità della struttura fra la crisi dei fondamenti del pensiero occidentale e ciò che ciascuno incontra come problema personale, stessa struttura perché muove da un assioma che rimane inamovibile, su cui si costruisce tutto il discorso, e mantenendo questo assioma non c’è nessuna possibilità di uscirne, assolutamente nessuna. Ecco che allora quando parlo di dissoluzione del problema parlo di questo accorgersi che c’è a fondamento del pensiero occidentale, personale a questo punto è la stessa cosa, un elemento assolutamente non sostenibile in nessun modo che è quello su cui si è costruito tutto e questo tutto risulta altrettanto insostenibile, non certo, vano, vago esattamente così come ha incontrato il discorso occidentale, quando si è accorto che la matematica non era fondabile, che la metafisica faceva acqua da tutte le parti, che l’ermeneutica è una sciocchezza...

 

- Intervento:…

 

Ho risposto che questi problemi esistono perché muovono da chiamiamolo “principio” che è paradossale e tutto ciò che ne è seguito, costruito su questo paradosso risulta assolutamente insolubile. Se io prendo il paradosso quello famoso che afferma che Epimenide cretese dice che tutti i cretesi mentono. Non ha nessuna soluzione, perché non ha nessuna soluzione? Perché come tutti i paradossi di cui è fatto il discorso occidentale muove dal fatto che un elemento è preso come tale e in quanto tale gli si chiede per esempio di provare se stesso, di provare se stesso, ma come può un elemento provare se stesso se non utilizzando un altro elemento? Se non altro per la dimostrazione, è già qui si intoppa tutto il meccanismo, Russell si era divertito con questi paradossi, ecco perché non ho certo una soluzione al problema, mantenendo gli stessi principi, perché se mantenessi gli stessi principi il problema non può trovare una soluzione in nessun modo (...) questo è esattamente il principio della metafisica quello che necessita al discorso occidentale per potere essere (...) sì perché da questo, dici tu, non si deduce la necessità di un elemento, lo deduce la metafisica, lo ha dedotto il discorso occidentale da sé, ma questo elemento che manca, manca se e soltanto se questo elemento deve provare la sua esistenza, allora necessita di qualche cosa fuori di lui, ciò che abbiamo fatto e andiamo facendo riguarda un elemento che invece non ha da provare la propria esistenza, è ancora al di qua di una cosa del genere, non deve provare la propria esistenza, perché affermandosi, cioè dicendosi o chiedendosi della sua esistenza già pone in essere ciò di cui è fatto.

 

- Intervento: come già Cartesio dice ogni cosa ha una causa della sua esistenza e non posso andare all’infinito, trovo la causa...il fatto che lei stia parlando in questo momento implica che lei deve discendere da qualche cosa...

 

devo risponderti io o ti rispondi da te (...) ma la questione dell’utilità potremmo a questo punto anche volgerla utilizzando le cose che tu hai detto anche in questa direzione e cioè il fatto di non necessitare in tutta questa operazione per sostenersi, operazione che non porta da nessuna parte, come tu adesso hai affermato io posso pensare che per esistere necessiti di qualcuno che l’abbia creata, perché? E qui ovviamente ci si trova di fronte a intoppi notevolissimi, che sono quelli che il pensiero occidentale ha incontrato e continua a incontrare, ma è un problema che a questo punto non ha nessuna portata, non ha nessuna portata perché se si interroga la domanda, in termini molto rigorosi ci si accorge che, primo, qualunque risposta che si offra sarà sempre e inesorabilmente arbitraria e secondo invece consente qualcosa di più interessante e cioè di riflettere sulla risposta e cioè come funzioni la risposta e che cosa risponde, che cosa faccia, questo sì con notevole approssimazione. Un’obiezione, obiezione formidabile a tutto quello che ho detto:

 

- Intervento: basta non accettare il gioco che andiamo facendo e supporre che qualcosa sia fuori dalla parla, allora questo è un discorso falso e in quanto falso non può essere usato che in contrapposizione ad un discorso vero, per cui il destino, dio e fare i conti con dio tutto sommato il solo che non mente e ciò che lui dice io lo affermo per poi divertirmi a distruggerlo il discorso di dio...

 

però rimane che tutto ciò che abbiamo detto questa sera, presuppone comunque da parte vostra e in buona parte di avere seguito moltissime cose... occorre invece questo è il compitino che tutto ciò che abbiamo detto questa sera contro e a favore sia riassumibile in modo molto più forte e più persuasivo, fortemente persuasivo in non più di una quindicina di proposizioni. Ora retoricamente perché una cosa del genere possa funzionare deve avere già implicite le risposte a tutte le obiezioni, occorre che non ci siano materialmente ma siano implicite, che siano molto evidenti pur non essendoci. Perché una cosa risulta immediatamente persuasiva, perché sbarazza da ogni possibile possibilità di obiezione, immediatamente, questa potrebbe essere appena accennato un metodo da seguire per la costruzione di quelle proposizioni che chiaramente terranno conto di tutto ciò che abbiamo detto anche questa sera. A questo punto Roberto avrà un compito particolare, un penso, siccome io ho fatto quello che avrebbe dovuto fare lui inizialmente, adesso lui farà la contro...proverà che le cose che ho detto io a favore di un lavoro che sto facendo sono cose da nulla che si trovano dovunque, che non hanno nessun interesse, chiaramente non potrà utilizzare le cose che abbiamo dette prima, perché le abbiamo già dette ma delle nuove, ma comunque...in effetti per costruire un discorso che sia più forte e persuasorio è necessario compiere questa operazione. Adesso non è tanto in gioco la logica ovviamente, le questioni logiche di cui ci siamo occupati fino a qualche settimana fa, la questione puramente e prettamente retorica... anche tutte le affermazioni che io ho fatte adesso per sostenere l’utilità, la validità del lavoro che sto facendo sono ovviamente affermazioni retoriche, negabili, è sufficiente che a qualcuno non gliene importi assolutamente niente, ciò che occorre fare è fare in modo che ciò che diciamo risulti, renda impossibile questa operazione di dire non me ne importa niente...ci sarebbe la pistola alla tempia che come ultima ratio ha sempre la sua efficacia...poi qualche altra questione?

 

- Intervento: Roberto diceva che è vissuto per anni senza utilizzare questo gioco

 

sì prima di noi l’umanità... è ovvio che queste regole all’interno di questo sono utili, l’interrogazione era se fuori di questo gioco risultassero di qualche utilità, e abbiamo visto che non lo sono e abbiamo visto che lo sono, come sempre accade, ora mi sembra di esserci posti al riparo da alcune obiezioni che erano rimaste così un po’ marginali, posseduti gli elementi per eliminare queste obiezioni ci resta da eliminare la più terribile, quella che afferma che a me non me ne importa niente. Qui sarà dura costruire un discorso per cui una cosa del genere risulti assolutamente impossibile a dirsi. Salvo proprio casi disperati allora lì interviene lo strumento di cui faceva menzione Roberto, (fucile)

 

- Intervento: se uno rifiuta per sua natura...

 

è comunque in un discorso c’è necessariamente un qualche cosa che funziona, che opera, provare qualcosa che sia universalmente valido non è semplice ovviamente, adesso così di primo acchito non saprei neanche da che parte cominciare però non è escluso che riflettendoci meglio si trovi la via

 

- Intervento:…

 

sì, sì ma è la stessa questione, quando dico delle proposizioni che blocchino una cosa del genere cioè a me non interessa, è come dire costruire proposizioni che impediscano l’accesso a qualunque luogo comune, è qui che è difficile (...) queste conferenze possono essere un primo abbozzo io cercherò di costruire dei discorsi in modo tale da incominciare a orientarci in questa direzione, in modo che ciò che vado dicendo costituisca anche un impedimento a una cosa del genere cioè non possa non interessare, sarà tutt’altro che facile però si comincerà a vedere se si riesce a strutturare il discorso in modo che si avvicini quanto meno a una cosa del genere... voi sapete cosa dovete fare: costruire un discorso che impedisca l’accesso a un’uscita di questo tipo, che cosa tenere conto... Roberto avrà la parte più difficile confutare ciò che ho detto dall’origine ai giorni nostri...

 

 

8-10-1998

 

- Intervento: rispetto alla non necessità della difficoltà come bisogna intendere?

 

Dicevo che ad un certo punto non è più necessaria questa difficoltà cioè le cose diventano semplici, certo. (...) la complicazione viene dal fatto che si cerca nel discorso per esempio di reperire un elemento che sia fuori dal linguaggio, è questo che complica la vita per così dire, e quindi a quel punto ciò che dovrebbe funzionare da garante e quindi da base di tutto quanto si rivela invece catastrofico perché tutto ciò che poggia lì sopra inesorabilmente e crea insicurezze, attese tutto ciò che ho indicato come discorso religioso....sì quindi diventa necessaria la difficoltà a partire dal fatto che un elemento è posto fuori dal linguaggio, allora sì è inesorabile...(....) diciamo che non è più necessario crearsi delle difficoltà, le difficoltà appunto le crea credendo che qualche cosa faccia da garante alla parola....

 

- Intervento: cosa costruisce la negazione della proposizione nulla è fuori dalla parola e cioè qualcosa è, fuori dalla parola.....la negazione di una procedura cioè di una proposizione necessaria instaura l’ontologia cioè il che cos’è e solo la curiosità per la proposizione stessa instaura il gioco

 

infatti una proposizione come questa che afferma che nulla è fuori dalla parola, può essere confutata cioè è possibile costruire un discorso che la confuta ma soltanto un discorso religioso, allora sì, allora può confutarla può provare che questa proposizione è falsa ma all’interno unicamente di una struttura religiosa, per questo io ho sempre affermato che questa proposizione non è né provabile né confutabile, ma è non negabile, proprio perché è confutabile, si può costruire un discorso che prova perché esista il linguaggio occorre qualche altra cosa (sì ma retoricamente questa proposizione viene negata perché non viene accolta in quanto procedura cioè in quanto necessaria, ma non viene accolta in quanto necessaria perché non se ne accolgono le regole del gioco e non se ne accolgono le regole del gioco perché sono le regole che pertengono al gioco che la nega, le cui regole sono quelle di un gioco che rimanda continuamente al che cos’è quindi al qualcosa, sempre a qualche altra cosa, come dire che non ascolta se, che dice) sì l’unica questione su cui può reggersi una argomentazione religiosa per confutare questa proposizione riguarda, una questione che poi ogni tanto qualcuno solleva e cioè la questione dell’origine del linguaggio e cioè da dove viene il linguaggio, perché il linguaggio esista occorre che venga da qualche parte e questo “qualche parte” e “questo qualcosa” che lo fa esistere è un elemento che è fuori dal linguaggio, cioè chiaramente è lui che fa esistere il linguaggio, può essere dio o qualunque altra cosa...e quindi potremmo affermare che perché il linguaggio esista occorre che qualcuno o qualcosa lo faccia esistere, se no non esisterebbe e questa è l’unica prova che può farsi per confutare la proposizione che noi stiamo asserendo. Naturalmente dicevo che questa è un’argomentazione religiosa e cioè muove dalla supposizione che qualcosa esista senza poterne dire nulla, senza un atto linguistico, come dire occorre che esista qualcosa ma non so dire ne che cosa ne come, ne dove, ne quando...esattamente come fa qualunque religione, questa è l’unica confutazione possibile, però appunto è una confutazione religiosa e gli strumenti di cui disponiamo sono sufficienti per dissolvere qualunque struttura religiosa, quindi anche questa confutazione, però è confutabile in qualche modo, un discorso religioso può confutarla, naturalmente poi incappa in difficoltà notevoli...perché è costretto poi a ipostatizzare un quind che abbia costruito o inventato il linguaggio, e questa è soltanto un’ipotesi, non è necessaria la si può credere oppure no, cioè è negabile mentre la proposizione che afferma che per esempio non c’è uscita dal linguaggio non è negabile (....) martedì dicevo che il luogo comune per eccellenza è il discorso religioso, il discorso religioso è quello che obietta generalmente a ciò che andiamo facendo che, come dicevo prima, che se il linguaggio esiste esiste perché qualcuno l’ha costruito, inventato...ora prima con Cesare si discuteva di un aspetto che può essere importante e cioè il costruire, sempre tenendo conto del progetto che ci anima, costruire proposizioni che risultino immediatamente accessibili e immediatamente efficaci, forse la questione va affrontata in questi termini, a partire da questa confutazione “possibile” tra virgolette del discorso che andiamo facendo, che è l’unica possibile, un non senso, che poi per altro verso è riconducibile poi all’altra proposizione che afferma che se le cose ci sono è perché qualcuno ce le ha messe, o qualcuno o qualche cosa non ha importanza, può anche essere un qualche cosa..il big ben che è come dire ancora che qualqunue elemento necessariamente rinvia ad un altro ma che ad un certo punto la catena deve arrestarsi, deve finire e da lì tutto è cominciato. Costruire un esempio di ciò che andiamo facendo tenendo conto di questo non è altro che costruire un discorso che renda impossibile una obiezione del genere, lo faremo questo esempio, perché diceva Cesare molte persone a cui fa questo discorso chiedono un esempio, qualcosa che sia immediatamente accessibile ed efficace e quindi persuasivo, ora evidentemente non è operazione semplice, questa a farsi, però la questione su cui vanno a finire tutte le obiezioni riguardano ciò che sto facendo, e quindi in definitiva l’idea che anche il linguaggio non si sia costruito da sé, non esista da sé ma esista per qualche altra cosa, questo è il fondamento di ogni discorso religioso, ciascuna cosa non può essere costruita da sé ma deve essere stata costruita ma esiste epr altro, per altro che è fuori di sé. Noi non ci siamo mai spinti tanto in là anche perché cercare una cosa del genere abbiamo visto in varie occasioni è autocontraddittorio nel senso che si tratterebbe di trovare quel elemento che è fuori dal linguaggio ma se è fuori dal linguaggio come posso venirne a sapere qualcosa, in nessun modo, e se ne è nel linguaggio allora è vincolato da tutte le regole e le procedure di cui è fatto il linguaggio, infatti si diceva che il linguaggio produce se stesso ma chi ha inventato o costruito il linguaggio, questa è una domanda che potremmo dire non senso, un non senso e cioè chiede al linguaggio di reperire lui, perché chiaramente può farlo soltanto attraverso il linguaggio, un elemento che sarebbe fuori dal linguaggio e come può il linguaggio trovare un elemento fuori dal linguaggio? In nessun modo, in questo senso dicevo che parafrasando Wittgenstein è un non senso, però risulta importante tutta la questione proprio perché indica qual è la struttura del discorso religioso, e cioè torno a dire l’idea che ci sia la necessità che ciascun elemento esista per un altro, questo può funzionare finché si arriva al linguaggio, quando si arriva al linguaggio c’è l’intoppo non esiste alternativa, chi l’ha costruito? Ma se voi doveste per esempio costruire, come si diceva prima un esempio di ciò che andiamo facendo o meglio ancora volgere queste proposizioni non negabili in un esempio, come dire adesso vi faccio un esempio...come la costruireste, l’esempio per definizione semplifica cioè rende più semplice qualche cosa che apparentemente è complessa, quindi sfrondare di tutto ciò che non è necessario per intendere e se possibile utilizzare altre figure più conosciute, più note, come analogie, metafore ecc..anche un’analogia può essere utile “così come...” chiaramente non ha nessun valore probante è soltanto un esempio, l’esempio non prova niente, come dice la parla stessa semplifica la comprensione di un processo, di un fenomeno. Cesare ha già qualche idea?

 

- Intervento:

 

ma se noi dicessimo che nulla è fuori dalla parola, io le dicessi mi faccia un esempio a che cosa andrebbe il suo pensiero così? (come posso sapere che nulla è fuori dalla parola se non con il linguaggio stesso?) quindi lei utilizzerebbe per fare l’esempio una prova al contrario, supponiamo che esiste qualcosa fuori dalla parola e allora mostra l’impossibilità di uscirne. Sì questo è un modo sicuramente, però forse è possibile di costruire qualcosa di più forte di una tesi al contrario. Questo retoricamente è un procedimento piuttosto comune si costruisce la tesi contraria, si prova che non è sostenibile e quindi è automaticamente confermata la precedente, però è un sistema indiretto di prova, che un logico potrebbe anche obiettare, che dicendo che la contraria è falsa non è così automatico che quell’altra sia vera (...) sì però lo prova con la dimostrazione al contrario, quindi prova che è falsa la tesi contraria e quindi che cosa prova esattamente? Perché se la tesi contraria è falsa questo comporta automaticamente che l’altra sia vera? Perché potrebbe anche accadere che io riesca a provare una tesi contraria come falsa ma senza che l’altra risulti per questo provata vera

 

- Intervento: come in un corpo se manca il cuore...

 

è un po’ debole. Un’analogia è un sistema abbastanza rapido, facilmente accessibile....qualche analogia più robusta, l’esempio in questo caso perché sia efficace occorre che sia molto potente, e deve in qualche modo tenere conto anche di quest’aspetto religioso e l’obiezione che viene fatta e quindi sono due le cose con cui dobbiamo confrontarci, l’una l’abbiamo affrontata la volta scorsa, l’inutilità di una proposizione come questa e l’altra la sua falsità, come dicevo prima è falsa perché, perché il linguaggio esista occorre qualcuno che la faccia esistere, qualcuno o qualcosa…e quindi l’esempio in qualche modo direttamente o indirettamente deve coinvolgere questi due aspetti, vanificando sia l’una che l’altra obiezione. Idea brillante esplosiva fantasmagorica? Non è facile…

 

- Intervento: tanto tempo fa mi ero divertita a giocare con la cosa, il caos, e il caso e come cambiando l’ordine dei fattori intervenisse la realtà di quel termine. Chi aveva inventato e nominato in modo così preciso? Mi sembrava che riflettere sull’inventore del nome fosse di qualche interesse in questo percorso….se non altro che come divertimento

 

L’anagramma? Si va be, però fino ad ora siamo rimasti soltanto all’esempio che non è altro che una prova al contrario…è complicata questa cosa Cesare, per cui sembra che fuori da una prova al contarrio non si riesca a trovare una comunicazione sufficientemente robusta, però vede la prova al contario mostra la non possibilità di una cosa, non la sua necessità, eppure la dobbiamo trovare…sì magari questo è una cosa che può esserci molto utile magari per proseguire. Cosa direbbe lei dunque per la prova al contrario che (sostenere che qualcosa è fuori dalla parola non potrei farlo se non con il linguaggio, senza linguaggio non potrei conoscere ciò che è fuori dalla parola, non potrei affermare nulla…) l’intervento del paradosso è abbastanza robusto, in effetti, cioè mostrare che la tesi contraria è paradossale, più che falsa è meglio mostrare il paradosso anziché la falsità cioè dire che qualcosa è fuori dal linguaggio è una contraddizione in termini per esempio

 

-         Intervento: mi interessa intendere perché la necessità di questo no

 

Retoricamente uno degli strumenti più efficaci per fare accogliere immediatamente una tesi è quella di mostrare che la contraria è falsa ma è risibile, è ridicola. Retoricamente funziona in modo molto efficace, ora quindi costruire un discorso molto breve che indichi molto rapidamente e in modo straordinariamente potente per non essere in nessun modo contraddetto la risibilità della tesi contraria a questo punto la tesi è accolta immediatamente, come se uno dicesse ma guarda non ci avevo mai pensato, è proprio così e non può più fare il passo indietro perché il passo indietro comporta il ridicolo è il ridicolo come è noto è un’arma retorica molto potente…sì ma noi siamo supportati da un aspetto che è quello logico che risulta, man mano lo renderemo sempre più potente, assolutamente inattaccabile poi interviene l’aspetto retorico che rende risibile la tesi contraria…a questo punto il discorso è efficace. Questo potrebbe baipassare la questione dell’esempio, però rimane comunque un’interrogazione. Quindi per il momento dobbiamo convogliare gli sforzi retorici su due aspetti l’uno rendere la prima affermazione assolutamente inattaccabile, in nessun modo, la seconda rendere risibile la tesi contraria, assolutamente buffa, uno deve essere costretto a pensare di essere uno stupido se ha pensato una cosa del genere, questo è efficace. Cesare costruisca il discorso che ho appena indicato (…) in qualche modo però ha già dato un avvio la tesi contraria cioè quella che suppone che esista qualcosa fuori dalla parola, non possiamo confutarla, bisogna però trovare la forma retorica che la renda ridicola, stupida, come dire costruendo un sillogismo, un sillogismo…una semplice indicazione, se è così allora questo ma questo è assolutamente ridicolo e non sostenibile, quindi…cioè la logica ci da un fondamento solidissimo, la retorica ci consente di renderlo assolutamente come dire che è impossibile non accoglierlo immediatamente. Dobbiamo dire qualcosa per cui l’altro dica fra sé e sé, chissà magari lo dice, guarda che scemo che sono…non posso più sostenere che qualcosa può essere fuori dalla parola perché è ridicolo sostenerla…come si ridicolizza una tesi? Mostrando l’assurdità nel sostenerla. Che cosa una persona generalmente ritiene assurdo, insostenibile? Che è questo che funziona cioè intendere che cosa funziona come insostenibile, come assolutamente inaccettabile, utilizzare non quell’elemento ma la struttura, la sua struttura, perché la prima parte della proposizione in effetti è accolta, da tutti solo che poi di fronte a questo è come se la tesi opposta non fosse negata ma rimangono lì e da qui un certo smarrimento cioè non si può negare ma non si vede come utilizzarla, invece una proposizione come quella che faremo deve rendere conto immediatamente evidente l’utilizzo perché la tesi contraria essendo risibile….la risibilità della tesi contraria deve essere molto breve e molto semplice ma includere dentro di sé una quantità enorme, una quantità sterminata di elementi, che sono tutti impliciti e necessari. Ora rimane che logicamente rimane che è una operazione così un po’ surrettizia, retoricamente molto efficace, logicamente occorrerà che troviamo un sistema, più efficace come se avessimo una doppia verità un po’ alla Averoè, una per la massa, l’altra per i logici. Ora chiaramente è come se disponessimo noi simultaneamente di una posizione e dell’altra, perché come dicevo prima il logico potrebbe torcere un po’ il naso di fronte a una dimostrazione al contrario, non prova necessariamente vera, però a noi d’altra parte interessa che rimanga non negabile, cioè provabile. La provabilità è al di là di ciò che noi andiamo facendo, perché per provare qualche cosa occorre che utilizziamo il linguaggio e quindi questo ci stabilisce il fatto che non è negabile…non ci interessa che sia provabile, non ci interessa perché la stessa prova è assolutamente vana, non poggia su niente, qualunque prova, qualunque dimostrazione non è attendibile se non è all’interno di un gioco e quindi con assiomi prestabiliti e assolutamente arbitrari, mira alla non negabilità il nostro punto di forza e quindi il negare questo deve essere ridicolo, deve essere risibile, deve essere un’idiozia, questo è necessario, però tutto sommato anche del logico ci importa poco, “che non lo puoi provare” no, noi non possiamo provare nulla, non possiamo provare la prova e quindi è già morta lì. Non ci interessa. Cioè dobbiamo stabilire un meta criterio di prova e poi un meta, meta criterio all’infinito (…) logicamente non è proprio una prova, una prova è costruita in un certo modo, è costruita partendo da un certo numero di assiomi e poi si procede utilizzando regole di inferenza stabilite, si introducono formule ben formate fino all’ultima formula che è la tesi (…) quindi la questione della prova non ha nessuna portata esattamente (….) il mostrare la risibilità della cosa è il modo più efficace per accorgersi…(….) sì bisogna fare uno sforzo retorico notevole, che cosa rende risibile una credenza? È un po’ questa la questione. Il fatto soltanto uno sprovveduto potrebbe non accorgersi di una cosa del genere …adesso non fraintendetemi ma quando Bill Ga…inventò il sistemo operativo noto come Window, lui ha costruito questo sistema seguendo un criterio ben preciso, il sistema, ha detto lui “deve essere a prova di cretino” cioè un cretino deve essere in condizioni di usare un computer queste le parole testuali…quindi l’esempio che vi facevo vale a indicare come questa proposizione retorica che dobbiamo costruire deve essere assolutamente accessibile a chiunque ma pur mantenendo l’assoluta accessibilità a chiunque essere assolutamente potente e inattaccabile, come dire che l’interlocutore deve essere simultaneamente il logico matematico e il meno preparato di fronte al logico, deve funzionare esattamente per entrambi allo stesso modo. Così come funziona il Window anche i programmatori lo utilizzano perché è molto comodo, esattamente come lo utilizza uno che lo usa come macchina da scrivere, uguale…questo è un bel compito e mi ci metto anch’io perché non è facilissimo…che uno si vergogni ad avere pensato in un altro modo, così deve succedere (…) (la risposta potrebbe essere perché mi piace che sia così) e quindi il rinvio “perché sono un cretino” (ma se uno è masochista?) per i masochisti poi studieremo qualcosa. Per i masochisti abbiamo il nerbo di bue (ancora più bello!)…il masochista vuole soffrire ma passare per cretino…gli umani sono particolarmente seccati da una cosa del genere…ciò che questa operazione deve tenere in conto è evitare la cosa contraria cioè che passiamo noi da questa altra parte, cosa che potrebbe accadere così, tutto il mondo pensa in un certo modo, solo tu e quindi solo tu hai capito come stanno le cose? Sei tu il più intelligente di tutti? Questa è un’argomentazione che si può utilizzare, ed è abbastanza robusta e questa deve essere abbattuta, annientata. Sono molto le cose di cui bisogna tenere conto…più è seguito il luogo comune più è solido….va bene, buona notte.

 

 

26-11-1998

 

Roberto pone ancora la questione del nulla e cioè che il linguaggio per funzionare deve fingere di escluderne un elemento…(utilizziamo il significante nulla sia come significante e sia come categoria logica)

 

L’intoppo che si incontra in queste riflessioni come abbiamo detto in altre occasioni muove da una sorta di ambiguità semantica, come tu stesso hai supposto, il fatto che nulla si utilizzi in accezioni differenti, dicemmo già parlando di Fredegiso che dipende da che cosa intendiamo con “nulla” allora a seconda di ciò che si intende cambia il senso della proposizione, e in questo caso nella proposizione nulla è fuori dalla parola, questo significante nulla ha una accezione molto particolare cioè sta indicare che retoricamente non si dà nessun elemento fuori dalla parola. Abbiamo utilizzato questo significante nulla possiamo anche non utilizzarlo mica ce l’ha ordinato il medico, perché come tu hai giustamente rilevato essendo piuttosto ambiguo, se preso in una certa accezione è anche autocontraddittorio (abbiamo visto in varie occasioni) il suo utilizzo può offrire qualche problema però con debite precisazioni questo ostacolo si ovvia…qualunque elemento si dia questo è contraddittorio…rimane però la questione in effetti e cioè del qualcosa che perlopiù è pensato esistere di per sé… già allora avevamo detto che è possibile provare che nulla sia qualcosa e che non lo sia e quindi questo significante risulta perlopiù autocontraddittorio, da qui non pochi problemi anche nella filosofia, se è nulla è qualche cosa ma se è qualche cosa allora non è nulla, sembra esserci un intoppo a questo punto…si tratta forse di precisare qualche cosa rispetto al pensiero, come definireste il pensiero? Vediamo intanto secondo questo modo di procedere che abbiamo utilizzato e che ci ha condotto a risultati confacenti, che cosa non possiamo non dire? Che è un insieme di proposizioni intanto, questo insieme di proposizioni è strutturato in un certo modo, il modo in cui è strutturato è il modo inferenziale, per cui da un antecedente si giunge a un conseguente e quindi a una conclusione. Questo è ciò che non può non dirsi del pensiero…

 

Intervento: però non abbiamo detto nulla di particolare di cui non si possa dire di qualunque cosa…

 

Di qualunque cosa che sia pensiero in effetti….come dire è vero abbiamo detto il minimo che possa dirsi in una definizione più ampia, più generale, più vasta. Un sistema di proposizioni organizzate in un sistema inferenziale. Tutto ciò che è pensiero funziona in questo modo e tutto ciò che funziona in questo modo è pensiero….(….) sì e come spesso facciamo diamo la definizione più ampia quella che chiunque sarebbe disposto a sottoscrivere, se non altro perché non si vede come potrebbe essere altrimenti, ora se il pensiero è questo allora qualcosa accade, accade che funziona attraverso un sistema che è quello inferenziale, quindi un sistema logico, se A allora B allora C eccetera, questo sistema logico che è necessario per il pensiero può essere fornito in modo ….o meglio si cerca di fare funzionare questo pensiero in modo coerente e in modo inattaccabile perlopiù, ciò che stiamo facendo fornisce una logica sicuramente più potente delle altre, come dire vediamo di renderlo più semplice, qualunque cosa, poniamola come domanda, qualcosa potrebbe non essere pensiero? Cioè potrebbe non essere un insieme di proposizioni organizzate in un sistema inferenziale? Sì ci sono cosa che non sono organizzate in un sistema inferenziale, come verrebbe fatto di dire, qualunque cosa anche quelle che appaiono non essere pensiero, sono comunque organizzate e per organizzarle è necessario il pensiero, quindi è necessaria questa struttura….questa struttura muove abbiamo visto tutto un sistema logico, questo sistema logico muove da una premessa e giunge a conclusione, se questo sistema logico muovesse da una premessa assolutamente innegabile comporterebbe necessariamente un pensiero moto forte….(….) mi chiedevo se una argomentazione come questa, riflettevo in questi giorni fra un quadro appeso e un libro sistemato…se un’argomentazione del genere, strutturata in modo più acconcio potesse costituire retoricamente un sistema più efficace, per consentire un accesso più rapido al discorso che stiamo facendo (….) l’inferenza? (…) io preferisco il pensiero perché ciascuno già… se inserisci termini come percezione si confonde mentre pensiero chiunque immagina di sapere cosa sia, non lo sa, ma immagina di saperlo, ho pensato di utilizzare un termine che avesse un’accezione più ampia possibile come il pensiero, chiunque immagina di pensare o pensa in qualche modo, allora forse questo potrebbe essere una via. Se io chiedessi per esempio a Cesare di punto in bianco: Cesare lei pensa? Sì. Bene che cos’è il pensiero? (….) occorrono due o tre considerazioni che risultino assolutamente innegabili in modo di raggiungere molto rapidamente la conclusione per cui il pensiero è necessariamente un sistema di proposizioni organizzate in un sistema inferenziale (….) utilizzare questo pensiero ha una valenza retorica in quanto utilizza un luogo comune il fatto che ciascuno pensa, quando qualcuno non è d’accordo con lui accusa quell’atro di non pensare, di non ragionare e dice “ma ragiona se ragioni arrivi” è nel luogo comune l’idea che ciascuno sia in condizione di pensare poi che questo sia oppure no….ma se io parlo del pensiero anche se inizialmente può apparire che escluda delle cose, sempre per la stessa vecchia questione tra il razionale e l’irrazionale, anche soltanto limitarlo apparentemente all’aspetto razionale, per usare di queste categorie piuttosto bizzarre, potrebbe comunque costituire una sorta di chiave di accesso.…(interessante sarebbe inserire logos) sì certo anche se l’utilizzo dell’etimologia è sempre un po’ rischioso qualuqnue etimologia può essere sempre utilizzata contro di te, tieni conto, poi se qualcuno tira fuori il logos benissimo ne parliamo però non lo porrei così d’amblÈ, strutturare le cose in modo di non cacciarsi nei guai subito, guai….discussioni che ci allontanano da l’obiettivo, visto che l’obiettivo non è una discussione etimologica che poi non apporta nulla, ciascuno pensa come gli pare e se ci fossero qui Parmenide, Aristotele, Empedocle e altri ciascuno magari ne darebbe una sua accezione particolarissima…(….) sì stabilito questo il gioco è quasi fatto. Si tratta anche di riflettere se strutturare un discorso di questo tipo sotto forma logica oppure impositiva, sotto forma di domande, domande pilotate: può il pensiero essere altro da un insieme di proposizioni? Se penso sono proposizioni. Questo tipo di proposizioni occorre che sia organizzato? (…..) e si mica per niente Platone ha utilizzato questo sistema che ha funzionato per duemila anni, c’è l’eventualità che ancora qualche annetto regga…se non è organizzato come lo so? Potrebbe essere un sistema di proposizioni non organizzato? Vediamo se è possibile trovare un sistema di proposizioni non organizzato o comunque una possibile obiezione….(dovrebbe esserci una logica) e vediamo tutti i vari aspetti, perché è necessario che sia organizzato (perché se no non c’è del senso) che non ci sia del senso è un problema ancora al di là, dobbiamo trovare una controargomentazione valida a una cosa del genere, uno potrebbe dire “no potrebbe esistere una successione di proposizioni non organizzata e per me questo è un pensiero” cosa gli diciamo? ( il fatto che sia una sequenza implica già un’organizzazione) no quello potrebbe dirti di no, che non è una sequenza propriamente, è una stringa, un accostamento di proposizioni non organizzate (una proposizione per essere tale deve essere organizzata) certo il tizio non sta dicendo che la proposizione non è organizzata ma questo accostamento di proposizioni non è organizzato, dice lui, perché sia pensiero “voi” avete detto che è una sequenza di proposizioni organizzate, io invece affermo, può anche, ma non è detto che sia così, non nego quello che state dicendo ma potrebbe anche essere un accostamento di proposizioni, ciascuna organizzata, ma non connesse fra loro (…) ma pensi bene queste proposizioni occorre che siano connesse tra loro oppure no? Supponiamo che non lo siano connesse in che modo utilizzarle? Immaginiamo che siano tutte sconnesse tra loro, organizzate ciascuna all’interno ma sconnesse tra loro, quindi senza nessuna organizzazione, non c’è connessione cioè non c’è rinvio, cosa succede? Se queste proposizioni producono qualche cosa questa produzione segue alle proposizioni precedenti, c’è rinvio, quindi questo gruppo di proposizioni sconnesse tra loro per essere utilizzate occorre che producano un’altra proposizione anche una sola, questa proposizione occorre che sia connessa con le precedenti e quindi organizzata….(se non organizzata?) con produzione intendiamo questo che una proposizione affermando qualcosa afferma qualche cosa che per esempio, può essere fuori dalla proposizione, oppure ancora cosa intendo con produzione? Un rinvio no? Un rinvio ad un altro proposizione quindi se non c’è produzione non c’è nessun rinvio, questa proposizione non rinvia a nulla, non rinviando a nulla può essere utilizzata? (….) (….) sì questo elemento pensiero l’ho inserito perché procede dal luogo e quindi di più facile accesso, per questo cercavo di combinare le cose in modo tale per cui…è chiaro che si può risolvere più rapidamente però se si riuscisse a trovare un modo che para qualuqnue obiezione di fronte a una cosa del genere potrebbe essere più facile lavorare su questo...(parlare di organizzato o organizzato…) dice che il significante organizzazione è un po’ problematico? (…) però occorre utilizzare significanti che richiedano il minor numero di precisazioni possibili, il criterio della semplicità……(…) supponiamo che io sia un sostenitore della teoria del caos, la proposizione, come avviene potrei dire in alcuni casi in una poesia, segue ad un'altra che non ha nessuna coerenza logica ma puramente casuale (chi stabilisce che ha una coerenza?) (….) sì ma l’obiezione che viene fatta non nega che il pensiero sia quello che abbiamo indicato, nega che sia soltanto questo e cioè posso dire che il pensiero funziona come dite voi, in alcuni casi però no, queste proposizioni non sono connesse tra loro non sono connesse né da legami logici né da connessioni estetiche, retoriche avvengono così in assoluta casualità (in alcuni casi, atti mancati, lapsus non avvengono con un legame se non la consequenzialità. Quando avviene il legame? Quando il filo si ricongiunge con un altro filo, quando la capacità di Freud è riuscita a inventare il gioco come nel caso di Signorelli) (…) (….) ciascuna proposizione necessariamente rinvia a qualcosa se non rinviasse a nulla sarebbe fuori dalla parola, ché ciascun elemento è preso nel linguaggio e connesso con altri, se questa connessione che viene a mancare è fuori dal linguaggio se è fuori dal linguaggio è nulla, tutti i vari insolubilia, (….) funziona cercavo di trovare tutte le possibili obiezioni….(…) ciascuna proposizione dunque non è connessa a nulla, essendo connessa a nulla è non connessa ad alcunché non è connessa nemmeno al linguaggio, (non è fuori dalla parola però) se non ha nessuna connessione occorre che però abbia una connessione con il linguaggio allora sì ciascuna proposizione è all’interno del linguaggio ma le proposizioni fra loro non sono connesse, questo è possibile? È possibile che una proposizione costituisca una sorta di isola o questo che sarebbe una sorta di autocontraddizione (….) pensavo a qualcosa di più robusto perché altrimenti potrebbe risultare che la definizione di legame del pensiero sia totalemnte arbitraria e questo pensiero voi potete farlo nessuno ve lo impedisce però io sostenga che il pensiero è anche quest’altra cosa, perché nessuno direbbe che il pensiero non è questo ma può dire che non è soltanto questo, bisogna trovare un modo per cui la prova per così dire risulti innegabile e cioè che la contraria non sia sostenibile (….) lui dice che non c’è contatto fra le proposizioni noi invece abbiamo stabilito che c’è una connessione inferenziale, invece l’altro sostiene che non c’è nessuna connessione inferenziale (….) no qualcosa di molto più potente cioè se le proposizioni tra loro non sono connesse in un sistema inferenziale allora accade qualcosa che non è in nessun modo sostenibile è questo che occorre confutare subito. Cesare ( come può sostenere che non siano connesse) è possibile dobbiamo trovare qualcosa per cui è impossibile sostenerlo (….) può continuare a sostenerlo sapendo di sostenere il falso certo! Penso a delle poesie ermetiche, Apollinaire ecc. (c’è una figura retorica per esempio la sincope) e quindi è possibile pensare in un modo differente da quello che voi dite (frasi sconnesse) e cioè che necessariamente sia una struttura di proposizioni che si seguono fra loro in un sistema inferenziale (no in quanto la sincope è la regola di un gioco e in quanto regola collega…) ma potresti provare che è un sistema inferenziale? Vedi questo va contro perché dice che è possibile pensare in un modo che non è inferenziale ma retorico, un logico direbbe subito, cosa gli diciamo “sì è possibile”? no dobbiamo dirgli, se no abbandoniamo del tutto questa modalità però a questo punto visto che ci questiona ne vale affrontare la questione, perché non è in nessun modo possibile Roberto che delle proposizioni non siano connesse in un sitema inferenziale? Perché è assolutamente possibile che si verifichi un fenomeno del genere? (….) sì sì ma al nostro avversario non importa niente che non sia più…(….) sì, sì io mi accorgo attraverso un sistema inferenziale di non utilizzare un sistema inferenziale per cui continuo ad affermare che posso affermare che il pensiero è anche un sistema che non è inferenziale, tieni sempre conto che il nostro avversario non nega che il pensiero è soprattutto quello che stiamo affermando ci dice che potrebbe anche non essere così e noi dobbiamo impedire l’accesso a questa eventualità (….) lui dice che il pensiero non è necessariamente quello che stiamo affermando e quindi che è arbitrario a questo punto ci vuole una proposizione che lo confuti (….) bisogna provarlo …(è vecchia questione e cioè che la produzione è qualcosa che pone gli elementi tramite una congiunzione e questo e questo e questo, non una esclusione non si pone un elemento invece che un altro, o questo o questo o questo) sarebbe disposta a provare che è necessariamente così di fronte ad un logico rigorosissimo? Potrebbe essere così e non il contrario? O perché non entrambi o nessuna delle due? (perché ci sia senso occorre che queste proposizioni siano inserite in un sistema) il nostro avversario è disponibilissimo ad accogliere una cosa del genere “certamente ciascuno le legge, le capisce a modo suo e a questo punto sono inserite in un sistema inferenziale, ma loro (le proposizioni) lo sono? Che poi io costruisca fra queste cose la mia interpretazione certo, ma io continuo a sostenere e nessuno di voi mi ha dissuaso che è possibile pensare utilizzando proposizioni non inserite in un sistema inferenziale, occorre che voi mi proviate che questo non è possibile in nessun modo (….) CAMBIO CASSETTA (le parole in sé hanno i loro significati però non sono connesse) (la negazione…) non è che questo ci porti molto lontani…(io dico che la negazione è la disconnessione della connessione) sì sì il nostro avversario è disponibilissimo ad accogliere una cosa del genere infatti io per dire una cosa del genere sto usando un sistema inferenziale, quello che sta dicendo è un’altra cosa è che è possibile pensare delle cose, il più delle volte avviene come dite voi ma talvolta può avvenire che non sia così e cioè che queste proposizioni non seguano questo andamento inferenziale (….) infatti lui non dice che non è vero dice è vero ma non sempre necessariamente e invece a noi interessa che sia necessariamente (lui lo sta dicendo adesso) e no, perché se no non funziona, lui è dispostissimo a dire certo io adesso per argomentare in questo modo uso questo sistema voi avete perfettamente ragione io non sto negando questo, sto dicendo che è possibile pensare anche in quell’atro modo e cioè che non è necessario non è assolutamente necessario che il pensiero si svolga in questo andamento e noi non siamo riusciti ad obiettarli niente…. (…) lui ci può dire qualunque cosa che molte poesie molti pensieri, alcune immagini che compaiono sono sconnesse fra loro non possiamo dirgli che la connessione c’è, lui dice che non c’è…ci vuole un’argomentazione molto solida se no è come se noi dicessimo che a noi piace così e allora va bene (…) tu tendi a una soluzione rapida e indolore ma proprio perché è un bel problema occorre che sia …(…) e taglia la testa al toro, noi non vogliamo tagliarla, vogliamo lasciargliela su e piegarla al nostro volere, noi vogliamo riflettere su che cosa è una proposizione disconnessa da qualunque altra se questo è possibile se no perché? Dobbiamo rispondere a questo. Abbiamo detto che in effetti ciascun elemento linguistico per definizione segue ad un altro in una catena linguistica, una proposizione è fatta di elementi linguistici, ciascun elemento è inserito in una catena linguistica e quindi rinvia ad un altro, la proposizione che è chiusa, cosa comporterebbe? Che l’ultimo elemento della proposizione non è connesso con altri tranne il precedente, quindi come dire è una sorta di insieme chiuso, questa è la via da seguire….(sto pensando alla proposizione non connessa e il fatto che ci pensi e dica delle cose sulla proposizione non connessa, a questo punto la connette) ma non è questa la questione su questo il nostro avversario è assolutamente d’accordo, non ha nessuna obiezione (…) io ho detto la poesia può essere anche una successione di flash, immagini qualcosa…..( a me vengono in mente le proposizioni nella Seconda Sofistica che suppongono la disconnessione di proposizioni tanto che ad un certo momento si impone la regola aggiungiamo un elemento, questo elemento è connesso) (….) una proposizione considera un insieme di elementi un sorite? se A allora B se B allora C ecc …l’ultimo a cosa si connette? A niente? Può non rinviare? Se non rinviasse non sarebbe un elemento linguistico, cioè se rinvia ha una connessione necessariamente, pertanto una qualunque proposizione non può non essere connessa con un altro elemento linguistico o un’altra proposizione che la precede…ti perdi in un bicchiere d’acqua…(che precede) un elemento che precede rinvia ad un altro il quale rinvia (intervenendo le regole del gioco io aggiungo un elemento e questo elemento chiaramente è connesso anche se può non apparire) che appaia o non appaia posta la questione in questi termini ciò che abbiamo affermato risulta non più negabile e quindi possiamo avvalerci di questa definizione e il nostro avversario la seguirà e quindi se possiamo utilizzare questa cosa risulta più semplice e adesso dobbiamo pensare a questa formulazione che abbiamo dato di pensiero e trovare attenendoci sempre a questi criteri di innegabilità, di semplicità, e di evidenza e questo potrebbe essere in effetti più efficace di quanto andiamo facendo, operazione che richiede un contraddittorio cioè un dialogo come ai tempi dei platonici, potrebbe non essere altrimenti? E quindi non valgono più neanche le critiche di Aristotele…che diceva sì due corni e se ci fosse un terzo? “Tertium non datur” per cui utilizzando lo stesso Aristotele gli rinfacciamo il tertium non datur, va bene abbiamo risolto un altro piccolo intoppo…(….) un elemento è tale solo se ha un rinvio (…) no, non lo diamo come acquisito, abbiamo detto che un elemento linguistico è tale in quanto inserito in una combinatoria linguistica, se fosse fuori dal linguaggio in effetti non ci sarebbe nessun accesso, se è nel linguaggio allora è connesso con altri elementi necessariamente e quindi questa connessione non è altro che un rinvio, cioè se c’è questo elemento ce n’è un altro. Sì in effetto la questione era stata affrontata rispetto agli elementi linguistici però appariva così di primo acchito che un gruppo di proposizioni, potesse sfuggire a una cosa del genere, ché in effetti ciascuna proposizione è all’interno di una struttura linguistica, però due proposizioni fra loro, come si sosteneva, possono non essere connesse, mentre invece no, necessariamente lo sono, almeno parrebbe fino a prova contraria (….) che poi per un logico la questione non si sarebbe mai posta perché se parlo di proposizioni già alludo a una stringa di elementi già sistemato in un certo modo, bisogna parlare di frase allora il logico avverte che con frase si intende delle stringhe di elementi non sottoponibili a un criterio vero funzionale e quindi eventualmente anche non connessi fra loro giustamente, eventualmente (…) (si tratterebbe allora di distinguere il tipo di rinvio) può essere differente il tipo di rinvio però non necessariamente (….) certo può essere ora non stavamo discutendo sul tipo di rinvio ma sulla necessità del rinvio fra una proposizione e un’altra proposizione o una proposizione e un elemento linguistico, certo il tipo poi di rinvio (……..) anche se poi possiamo indicare una proposizione anche come un elemento linguistico e tagliar corto. Adesso vediamo se utilizzando questo procedimento possiamo costruire un discorso molto efficacemente persuasivo, (….) adesso abbiamo dato l’ossatura. Va bene allora ci vediamo martedì con Retorica della prova…

 

 

3-12-1998

 

Con un avversario che cerchi di metterti in difficoltà laddove stiate sostenendo delle tesi connesse con la SECONDA SOFISTICA. Lettura delle note che costituiscono una traccia per l’eventuale esercizio retorico, sono delle postille a quello che abbiamo detto ultimamente cioè chiamato appunto la retorica come arte della malafede:

 

la retorica come arte della malafede…

=========================== testo

 

L’esercizio di cui vi dicevo, io ho abbozzato delle risposte ma consiste nel costruire un’argomentazione che a partire da queste risposte o simili risulti assolutamente non negabile, perché come vi dicevo all’inizio la domanda è provocatoria cioè provoca una reazione, e perciò deve essere determinata e quasi offensiva, però ciò che ne segue deve essere assolutamente non negabile, in nessun modo cioè occorre avere le spalle coperte solo da un’argomentazione. Questo potrebbe essere utile per chi sprovvisto di conoscenze retoriche, non ha molto esercizio in questo senso e si trova di fronte a delle persone che gli fanno delle domande che possono spiazzarlo, in questo modo dare una traccia una direzione in cui muovere.

 

Intervento:

 

sì si possono aggiungere delle cose, per esempio la domanda “perché esercitare il pensiero?” le domande sono molto di più di quelle che ho poste io ma si può e si deve ampliare…(“sono vent’anni che vado avanti così….”) (“ho capito il discorso ma è necessario che rimanga il mio discorso”) ecco l’altra parte è aggiungere le domande che vi sono state fatte riflettere molto bene e trovare delle risposte rapide, però dietro questa risposta rapida, occorre che vi siano argomentazioni molto solide. (“io sarò stupido, ma a me piace così) sì questa va giocata in un certo modo, inserendo il fatto che la stupidità è il peggiore dei mali, se la persona è effettivamente stupida in effetti non possiamo fare nulla, “tu sei effettivamente stupido?” difficile che l’altro risponda sì, un minimo di dignità …(sarò stupido ma so le cose come stanno…) allora si può riprendere la questione delle cose come stanno e inserire altri elementi…ci sono quelle domande che rischiano di spiazzare chi non ha la direzione e io mi sono limitato a fornire solo la direzione non è che ho risposto alle domande (cos’è che è necessario che ci sia??) (la nozione di necessario). sì dovete trovare risposta a queste domande perché è emerso anche ieri sera (corso retorica Roberto) è significativo in effetti molte delle questioni vertevano proprio su questa domanda di fronte alla quale Roberto sembra essere disarmato, l’obiezione che è risultata è “a me va bene così e tanto basta” (“a cosa ci serve?”) questo è diverso…sì, si può congegnare un’argomentazione retorica che lo costringa a rimangiarsi quello che ha detto e invece quali sono state le tue considerazioni rispetto all’incontro di ieri: (è andato abbastanza bene….) occorre che questa posizione ti interroghi e ti muova a costruire un’argomentazione retorica sufficientemente robusta da piegarla, non è che possiamo “a me va bene così…” e no, non va bene affatto, grosso modo la tecnica è quella di costruire un’argomentazione per cui se questa è la premessa si giunge a conclusioni che lui non può accettare. Questo è il sistema. Tu troverai queste argomentazioni? (…) le devi trovare. Per esempio tutta la questione del pensiero noi abbiamo dato per acquisito che il pensiero sia considerato dagli umani una delle cose principali il che è, in buona parte, ma non sempre questo è tenuto in considerazione, bisogna fare in modo che sia tenuto in considerazione. Dicevo tempo fa pochi amano passare per stupidi ed è su questo che occorre far leva soprattutto, su questo aspetto, utilizzando qualunque argomentazione apposta ho chiamato la retorica arte della malafede. Utilizzare tutti i trucchi, tutti gli stratagemmi anche più biechi e sleali, cioè introducendo elementi capziosi, un po’ così facemmo un esempietto rispetto alla questione della tolleranza, la tirannide, è chiare che di fronte a un retore non avrei mai sostenuto una cosa del genere, perché avrebbe avuto modo di confutarmi, però per indicare un modo. Se quando riflettete fra voi occorre che il vostro interlocutore siano un logico rigorosissimo e un retore scaltrissimo, poi nel quotidiano difficilmente vi trovate di fronte persone del genere, in natura ce ne son pochi, Cicerone, per fortuna perché se fossero tutti così, sarebbe dura, invece …la questione è che le domande non sarebbero queste, un logico non porrebbe mai una domanda del genere, ne porrebbe altre più toste, alla quali abbiamo per altro risposto, abbiamo acquisito gli elementi per poter rispondere. Ci sono delle circostanze in cui è più facile combattere un agone dialettico con un logico di quanto lo sia con una massaia, nulla contro la massaia ma generalmente non hanno una grande esperienza di logica, e quindi le domande che pongono possono, come abbiamo avuto l’impressione in alcuni casi, disarmare perché uno si prepara le obiezioni più terribili e alle cose più stupide…ma ribadisco un aspetto l’importanza di mantenere in un agone dialettico è la posizione di chi costringe l’altro a difendersi, è come in guerra la stessa cosa, cioè è l’altro che deve confutare ciò che voi dite, se invece siete voi a dovere giustificare le cose che dite allora l’altro, continuerà a rimbeccare e quindi a far perdere un sacco di tempo senza aggiungere e rischiare, perché si ringalluzzisce perché di fronte alla vostra incertezza l’altro pensa di avere trovato qualche cosa che possa mettere in difficoltà e quindi si ingegna a trovare chissà quali altre diavolerie e invece non dovete lasciare il tempo, deve essere occupato a dovere confutare ciò che voi volete che provi a fare. Questa è un’altra parte, che qui non ho messo, come pilotare una conversazione? E questo è un lavoro che potrebbe farsi scrivere…muovendo da queste quattro noterelle costruire un vero e proprio manuale di buon retore. Non è mai stato fatto, ci sono delle dispute, ma non ne ricaverete un gran giovamento di fronte a una conversazione, non riuscirete a mettere in pratica nulla, occorre invece offrire elementi che sia facilmente attuabili, che una persona possa utilizzare effettivamente in una conversazione. E poi tenere sempre conto che si sta lavorando sempre in assoluta malafede, che in questa accezione non è poi così negativa, perché può accadere che uno cerchi di persuadere l’altro della propria verità e questo può essere un errore in quanto lo concentra su questo aspetto, distraendolo dalla ricerca velocissima di tutte quelle argomentazioni che gli sono utili per eliminare l’obiezione per esempio, per confutare una tesi, limita il gioco…è come se uno dovesse giocare a poker preoccupato per la salute di un congiunto, è preoccupatissimo quindi è distratto non riesce…(…) ieri ho posta la questione della malafede, non c’è assolutamente niente, ma una sequenza di proposizioni costruite in modo tale da essere inattaccabili…può essere interessante scrivere un testo sulla tecnica da adottare, ci sono tante cose che generalmente non vengono prese in considerazione, come quest’ultima che ho proposta, il fatto che l’interlocutore sia una donna o un uomo, non è la stessa cosa (…) se una donna è agguerrita allora le cose procedono dialetticamente e non è un problema, nel caso invece, e questo caso ha disarmato molti, la fanciulla diventa tutta mite, bisognosa, desiderosa di aiuto e di soccorso, l’altro si intenerisce e allora cerca di spiegarle in termini molto più…lei se ne approfitta e lo stronca….avviene così e a quel punto è preferibile sospendere la conversazione, difficilmente riuscirebbe a proseguire in termini interessanti…(….) abbassata la guardia colpisce. Questo è un danno se non siete soltanto in due ma ci sono altri presenti, l’impressione che ne trarranno è che voi non siete stati capaci di sostenere la vostra argomentazione, se siete in due ma se siete in tanti (è lo spettacolo che cerca). Essere in condizione di ribattere a qualunque obiezione, cioè fornire all’interlocutore il minor numero possibile di elementi, più è disorientato e meno troverà argomentazioni, come quando in guerra si riesce ad ammazzare il generale dello schieramento opposto crea un disorientamento momentaneo ma se riesce ad approfittare di questo disorientamento vince. Leggere Cesare “De Bello”, Cesare era un buon stratega, come una gara di scherma, l’altro riesce a vincere quando l’avversario per un attimo si distrae e lui attacca, mentre è distratto colpisce, in retorica è lo stesso. Diceva dello spettacolo? Perché no? Un buon dialettico ha anche una parte spettacolare, se si apprezza l’intelligenza il gioco dell’intelligenza, certo.

 

Intervento: la difficoltà è di abbandonare postazioni di possesso della verità che pare aver a che fare con il piacere…

 

È una posizione a sé perché allora il problema è che posta in questi termini non funziona e cioè l’altro se ne accorge e si pone nella posizione negativista cioè dirà di no, perché è l’unica cosa che sa, e non sarà più in condizioni di seguire un ragionamento e se comincia a fare questo è un problema e dirà non me ne importa niente, e lì Roberto troverà argomentazioni tali per cui se non gliene frega niente allora segue inesorabilmente questo e questo non potrà in nessun modo accettarlo e quindi dovrà rimangiarsi tutto….(la fantasia di potenza questa di persuadere l’altro, per cui si tratta di piegare l’altro….) (la retorica è l’arte della malafede cioè fatta per vincere e quindi questo piacere di vincere perché no…) (il piacere di vincere è un limite al gioco se è il piacere di vincere) sì il piacere si incontra in effetti e non è tanto nell’avere battuto l’altro ad un certo punto diventa inevitabile che l’altro sia battuto, è trovarsi ad inventare ad una velocità fulminea continue argomentazioni e controargomentazioni, trovarsi ad inventare questo provoca piacere, quando si trova una soluzione, quando si trova un’altra idea, trovarsi di fronte qualcosa che si è prodotto e cioè il proprio discorso, il quale produce come dicevo a velocità impressionante una quantità sterminata di argomentazioni e controargomentazioni trovate una profusione enorme di cose…la vincita può essere una soddisfazione che però poi scema quando ti accorgi che comunque vinci sempre e allora dopo un po’ vinci sempre cioè è già previsto la conclusione del gioco e allora quello che interessa è attraverso quali mosse vincerai non il fatto se vincerai, vincerai comunque ma non sai ancora esattamente come, questo che produce piacere. Tenendo conto in ogni caso che questo che stiamo dicendo…(…) sapendo che comunque l’esito è già stabilito, sì per acquisire questa sicurezza occorre acquisire molto bene i termini del discorso che andiamo facendo e fare esercizio come in tutte le cose, anche un ottimo schermitore non vince se non è ben allenato anche se conosce molto bene la tecnica però è meno veloce di quell’altro, quell’altro è più giovane, più svelto ha i riflessi più pronti, quindi esercizio continuo, costante, tenendo conto che questo che stiamo facendo in questi ultimi giorni è soltanto un aspetto del lavoro, adesso stiamo ponendo attenzione su questo aspetto ma non è l’unico, l’aspetto fondamentale rimane l’elaborazione teorica cioè il procedere con una struttura che non è lontanissima da questa, ma procedere inventando tutto ciò che è impossibile inventare al di là di quanto abbiamo stabilito, in questo anche corroborando ulteriormente sia il discorso assoluto e sia la capacità di poterlo sostenere. Da una parte l’abilità oratoria eristica propriamente, l’eristica proprio più bieca e dall’altra dei logici assolutamente inattaccabili, rigorosissimi

 

Intervento: differenza fra eristica e retorica

 

L’eristica è una disciplina peculiare ai Sofisti soprattutto, consisteva unicamente nel divertirsi a provare vera una tesi e divertirsi a provarla assolutamente falsa. Ora un retore generalmente non compie questo esercizio, almeno così nella vulgata il retore è una persona che ha acquisito sufficienti elementi per potere trovare gli elementi a favore di una tesi, poi può anche trovarne a sfavore ma non è di questo che generalmente si occupa. Poi sono definizioni molto labili, molto sfumate, spesso contraddittorie fra loro. Si usa generalmente parlare di eristica alludendo ad argomentazioni fini a se stesse, che non hanno lo scopo di vincere una causa, ma semplicemente per il gusto di farlo, che poi si vinca questo è inesorabile ma per il gusto di farlo, trovare nuovi marchingegni, nuovi artifici retorici,

 

Intervento:

 

come introdurre una cosa del genere? Perché qui ci si trova di fronte a uno scontro anche violento, sì certo, c’è invece un modo bonario per fare una cosa del genere cioè chiedere all’interno di una conversazione può avvertirsi ad un certo punto il momento in cui è possibile fare una domanda del genere: a te piace pensare ad esempio? Saresti capace? Sì, ma – a pensare che cosa esattamente, per esempio? Chiaramente occorre che essendo un modo bonario, l’altra persona sia disponibile a fare un gioco del genere e allora sì può introdurre mano a mano, passo dopo passo, tutta una serie di questioni, e condurlo a riflettere su cose alle quali non ha mai pensato in fondo, questo può essere un modo, però occorre pensarci…CAMBIO CASSETTA un paio di incontri fa si era accennato a via da seguire….sì una tecnica a una via per persuadere per cui tenere conto che queste cose hanno una utilità in un caso particolare non in ogni caso ovviamente laddove uno gentilmente dice delle cose l’altro lo attacca ecco che allora interviene questo massacro, però se nessuno attacca non è necessario attaccare

 

Intervento: come possano le persone essere così in contraddizione e tornare indietro cioè adattarsi alle cose di prima

 

Possono, la questione che abbiamo detto tempo fa, l’argomentazione è inattaccabile ma è inutile non ha nessuna utilità nella vita pratica e cioè nello svolgere i compiti quotidiani (se ha capito un discorso del genere come fa…) se ha inteso non fa una domanda del genere ma se la fa è perché non ha inteso nulla e quindi occorre fare in modo che intenda. Un gioco che può essere molto utile da fare questo, immaginatevi dei credenti, il credere in dio dei cattolici, per esempio, magari lo siete anche stati da piccoli, sì nonostante fossi stato dai gesuiti…..c’era un detto (siete tutti grandi e vaccinati) un po’ volgare: chi frequenta i gesuiti o diventa un buon bigotto oppure un grosso figlio di puttana. Allora dunque immaginatevi dei credenti, credenti, credete in dio ritenete che è vero che esista….provate a pensare quali argomentazioni potrebbero dissuadervi dal credere una cosa del genere, questo è un bel gioco, dovrete fare uno sforzo e immedesimarvi nei credenti, però non è difficile, provare una argomentazione che vi persuada che non è così, e cioè che non potreste più continuare a credere, questo può essere divertente a farsi, vi accorgerete che non è facile, tutt’altro delle complicazioni enormi, vi troverete di fronte a tutti quei problemi, un’infinità di problemi che questi enunciati sono bazzecole, tutto ciò che ostacola il pensiero in definitiva, il suo porsi in atto.

 

Intervento: sì perché queste persone che ci obiettano parlano proprio di questo

 

E qui tu Roberto….perché tu provi in modo inconfutabile la insostenibilità dell’esistenza di dio, e il fatto che dice dio non esiste ma io ci credo lo stesso…è con questo caso che ti devi cimentare perché è una variante della questione detta prima a me non interessa, anzi la stessa cosa, le argomentazioni non interessano e io continuo a crederci e quindi costruire un’argomentazione dalla cui premesse, quelle che gli consentono di credere in dio, giunge inesorabilmente a delle conclusioni che non può in nessun modo accettare. Questo proprio se non lo dissuaderà della sua credenza, quanto meno la incaglierà (quindi lo schema è accogliere le premesse e portarle alle estreme conseguenze) sì le stesse premesse, pari pari, se no non sono sue le premesse e invece da qualcosa che lui non può non accogliere per giungere a conclusioni che invece in nessun modo può accettare, quindi la struttura dell’argomentazione deve essere in questo modo, “ti piace questa cosa e quindi se ti piace questa, ti piace anche quest’altra” e quindi giungere a conclusioni che lui in nessun modo può accogliere, dimostrandogliela come assolutamente inesorabile, cioè se credi questo inesorabilmente credi anche in quest’altro perché sono la stessa cosa. Questa è un po’ la struttura dell’argomentare. Voi fate l’esercizio, tutte queste domande dovete costruire una risposta che sia assolutamente innegabile o comunque piegarla in modo da costruire un’argomentazione in seguito assolutamente solida (difficile accogliere tutti questi elementi spuri e compiere l’operazione di eliminazione…) adesso vi faccio un esempio quello del cattolico, quello del piacere, mi piace credere. Bisogna accogliere dargli ragione: è vero ciascuno cerca il raggiungimento del proprio piacere al di sopra di tutto. Se è cattolico già questo lo inquieta, perché va contro le cose che abbiamo accennato. Sta a voi valutare la finezza di un interlocutore ma se si parla di un cattolico nega …per cui prendete la sua affermazione e la portate alle estreme conseguenze, non soltanto ma rincarando la dose, dicendo che effettivamente come ciascuno ricerca il proprio piacere personale, al di sopra di ogni caso. Se è un credente di quelli seri non lo può accettare, soprattutto c’è dio non il suo piacere personale, quindi ci sono dei modi però devi lavorare molto sulla questione del piacere visto che è quella che ti interessa. Questa è una traccia. Questo il lavoro rispondere a queste domande utilizzando queste risposte che ho dato oppure altre ovviamente e costruendo un’argomentazione assolutamente inattaccabile, costruire un’argomentazione retorica che dissuada il credente dalla sua fede e io scriverò ancora sulla retorica come arte della mala fede….

 

 

9-12-1998

 

Intervento:

 

dici che l’obiettivo ultimo sarebbe realizzare i propri desideri? (…) quindi se ho inteso, dire che utilizzando questa struttura, questo modo, la realizzazione dei suoi desideri può avvenire in modo più efficace (….)

 

Intervento:

 

forse questa è una via più efficace perché si tratta di mettere l’interlocutore nella condizione di dover esporsi, quindi esporre i suoi pensieri e quindi è a quel punto che è possibile fare qualcosa, questo sì è interessante, perché descrive questa condizione ideale in cui si trova, chiaro lì si troverà nei pasticci subito, ché già soltanto raccontandola si accorge che non era poi così ideale…(…)

 

Intervento: quanto si è liberi di costruire con la grammatica

 

Intervento:

 

Occorre intanto che ci sia la disponibilità a giocare, cominciare a porre le questioni intorno al pensiero chiedendo così quasi per gioco ad una persona se si trova mai a pensare intorno a qualunque cosa, quello vi risponderà di sì, e utilizzando un po’ lo schema del dialogo di Platone, con un po’ di leggerezza e poi chiedere se sa pensare, e come fa a pensare, risponderà qualche cosa di come fa a pensare, poi cominciare a domandare come definirebbe il pensiero per esempio, visto che sicuramente si trova ad accogliere questa operazione nota come pensare molte volte al giorno, e in alcuni casi anche per motivi importanti, non soltanto se deve prendere la biova o lo sfilatino, e quindi compiendo questa operazione molte volte al giorno, sicuramente saprà bene cosa vuol dire pensare e allora una volta saputa la sua idea, c’è da chiedere se questo pensiero è preferibile che sia più preciso di quanto sia dato oppure no, quando un pensiero è preciso? Quando giunge a muovere da premesse che siano più sicure possibili e da queste giungere a una conclusione di qualche interesse e allora da lì può cominciare a inserire degli elementi, cominciando a chiedere “se ogni volta che si pensa” si potesse muovere da premesse assolutamente certe, lui dirà che non è possibile la perfezione non è degli umani….e quindi incuriosirlo, il fatto che sia possibile pensare in un modo più efficace più efficiente e allora lì a quel punto se è riuscito a fare in modo che lo segua fino a questo punto, può eventualmente trovare il modo di incuriosirlo anche nel prosieguo fornendo degli strumenti molto curiosi, questo è un approccio amichevole anziché l’approccio combattivo …(….) un’altra domanda che viene fatta: ma non starete fondando anche voi una religioni? Tuttavia no perché la religione muove da un assioma che non è in nessun modo provabile, da un atto di fede, ciò da cui muoviamo no…(…) il gioco che stiamo facendo non è negabile (…) è ancora la questione del che cosa serva una cosa del genere, è chiaro che occorre porre in termini retorici ben congegnati un discorso che prevede una risposta del genere, serve a pensare meglio cioè in modo più efficace e più potente e quindi serve a raggiungere degli obiettivi in modo più rapido e più efficace, obiettivi qualsiasi essi siano, occorre…(….) ciò che permette è di non poter più praticare il terrore, la paura, l’angoscia e il credere a una qualunque fesseria, questo non andrei tanto più lontano…(…) il lavoro che si tratta di fare è trovare una organizzazione retorica tale per cui queste considerazioni risultino assolutamente accessibili e immediatamente praticabili ed autoevidenti…(…) intento perché fare una cosa del genere come quella che stiamo facendo? Perché questo progetto di imporre questo progetto sul pianeta? Perché ciò che abbiamo fatto in questi anni ha costruito un aggeggio molto solido, si tratta una volta costruito questo aggeggio di vedere come funziona, per il piacere di vederlo funzionare e per il divertimento di vederlo funzionare, non ha nessun altro scopo almeno per quanto mi riguarda, né scopi salvifici, né…quindi uno costruisce una cosa molto complessa e anche molto semplice, spingerla ancora oltre a questo punto, può portare effettivamente a metterla alla prova, alla prova di fronte al discorso comune cosiddetto, naturalmente la domanda perché gli umani pensano così anziché in un altro modo. Domanda legittima, puoi trovare molte centinaia di risposte a questa domanda, quelle che ritieni più opportune sono tutte soddisfacenti, quindi baipassare la questione, non si tratta di sapere perché pensano in questo modo, non ci interessa più, non ce ne importa nulla dei loro motivi personali o impersonali, ma costruire una struttura che abbia come ho detto moltissime volte un potere costrittivo, così come costringono le procedure….(come curare un malato senza sapere di cosa si tratta) in un certo senso sì, in un certo senso se effettivamente come il nostro discorso ci ha condotti a pensare una persona si trova ad avere una serie di afflizioni a causa di elementi a cui crede forsennatamente, poco importa quale sia l’afflizione, dove se la sia presa, importa intendere cosa la tiene in piedi cioè quale struttura, quale è l’assioma che si tratta di mettere in gioco, poi che lamenti una cosa oppure un’altra tutto sommato è indifferente. È come se ciascuna volta ci si trovasse di fronte a un credente, di questo credente avverti che è in difficoltà perché la chiesa gli impedisce certe cose e lui invece le vuole fare…(…) però se tu aggiri la questione c’è l’eventualità che questi problemi che hai rilevato possano cessare di esistere, faccio l’esempio del solito computer, c’è un programma che non si installa, un conflitto di file, dove? Perché? Formatti l’hard disk, reinstalli e funziona, un sistema sì un po’ rozzo, ma funziona perché dopo il programma si installa, se tu sapessi cosa è successo esattamente, supponiamo che tu riesca ad intervenire…hai perso un sacco di tempo e la volta dopo si crea un altro problema da un’altra parte e non riesci più devi fare…comincio a pensare che forse è meglio avviarsi verso strade più rapide ed efficaci, perché ci si potrebbe perdere in domande che non hanno nessuna risposta. (…) stiamo cercando di fare, in modo che si installi un altro discorso, rispondere alla tua domanda perché gli umani pensino così come pensano, ho idea che intervenga in una cosa del genere una quantità sterminata di variabili, tenere conto di tutto rischia di essere un po’ difficile, come dicevo puoi dare un sacco di risposte a una domanda del genere, una infinità, nessuna soddisfacente, perché c’è sempre la domanda sì può essere così ma perché? Anziché in qualunque altro modo? (nel discorso c’è una stringa) sì ma noi possiamo cambiare questa stringa ma non riuscire a sapere perché c’è quella stringa, questo è il problema che tu ti poni, certo sì può modificare quella stringa ma perché il sistema ha avviato quella stringa sa dio….ma stiamo lavorando per ottenere questo risultato, modificare questa stringa senza sapere tutto sommato tuttavia, perché si è scritta quella stringa, sovrascriviamo il nostro discorso, stiamo lavorando per fare in modo che lo regga per forzare il sistema, si forza il sistema e lo si mette a forza (…) insoddisfazione? Il sistema di pensiero è insoddisfacente (….)(……..) bisogna rispondere alla domanda che cosa fate e quindi che cosa stiamo facendo e quindi in definitiva perché interessa, qual è lo scopo di una cosa del genere?….va bene ci vediamo giovedì…

 

 

17-12-1998

 

Intervento: interessante le orazioni di Lisia e in particolare la numero 5

 

Intanto occorre una puntualizzazione intorno a ciò che andiamo facendo che consiste nel fatto che imporre questo discorso sul pianeta, così come è stato avanzato, procede unicamente da una sorta di esigenza teorica, esigenza teorica di mettere alla prova una struttura del discorso che abbiamo inventato rispetto a situazioni che sono le più disparate, un infinito numero di uditori, quindi non è che interessi particolarmente in quanto tale né la persuasione né la convinzione, se volete faccio un esempio, come una persona costruisce una macchina e vede se funziona dentro l’acqua, se funziona dentro l’aria, considera i vari tipi di funzionamento, quindi si tratta soltanto di compiere questa sorta di messa alla prova, nient’altro che questo. Chiaramente questo va fatto con tutti i mezzi di cui si dispone. Dicevamo l’altra volta di forzare un sistema, un sistema come quello di pensiero di ciascuno che è retto da alcuni principi, pochi ma molto saldi. Uno fra i saldi è quello della, possiamo chiamarla una sorta di schiavitù intellettuale, come dire che uno dei più forti capisaldi consiste nel fatto che da moltissimo tempo si considera che la speculazione teoretica non ha utilità pratica e invece le cose utili sono altre. Tempo fa se ricordate ci si chiedeva se all’interno della struttura del discorso ci fosse qualche elemento che comportasse necessariamente la struttura del discorso religioso. Abbiamo eliminato questa ipotesi per una serie di motivi, tuttavia la religiosità in cui gli umani esistono, ha indubbiamente una funzione, una funzione che è molto potente, ora quale è molto arduo dirlo. Perché una organizzazione come quella di uno stato, di un governo, di un paese possa funzionare è necessario che le persone si trovino in una struttura religiosa e quindi pensino religiosamente. Cosa vuol dire con pensino religiosamente? Che non pensino, semplicemente, e quindi non utilizzino nessuna struttura di pensiero ma semplicemente accolgano strutture preconfezionate che sono quelle che ho indicate come strutture religiose. Ora insieme con questo si è da sempre imposta una sorta di legge non scritta che afferma che tutto ciò che va contro questo modo di pensare, è assolutamente inutile. Ora questo funziona da sempre insieme con tante altre cose, come la nozione di realtà, come infinite altre, che hanno un forte potere e nessuna persona è generalmente disposta a pensare in un modo che non sia religioso, non per cattiva disposizione d’animo per così dire ma perché in un certo senso è circondata da sei miliardi di persone che glielo impediscono. Glielo impediscono in vario modo. Il modo più consolidato è quello di fare in modo che le persone siano sempre più occupate per sopravvivere, essendo molto occupate per sopravvivere hanno poco tempo per dedicare ad altro, un po’ la nobile menzogna di Platone, meglio non pensare perché pensando si perde tempo e il tempo serve per vivere o per procurarsi il mangiare ecc…. e questo funziona in effetti e funziona molto bene, diceva Mathieu e non del tutto a torto, quelli che una volta erano chiamati schiavi oggi sono gli impiegati, gli operai, le persone che sono costrette a svolgere un certo lavoro e non possono non farlo. Quindi si è costruito un sistema di cui occorre tenere conto, anche molto solido, molto robusto, il cui scopo o uno degli scopi fondamentali è quello di impedire che accada quello che esattamente è ciò che noi proponiamo, direi che è costruito in buona parte con questo scopo, se una persona che si trova a lavorare cominciasse a pensare in questo modo, se fosse una, non succede niente, se sono molte diventa un problema, questo lo sapevano da sempre, è stato fatto sì che si creasse una struttura, così solida e così impenetrabile da rendere possibile tutto l’ordinamento sociale. L’obiezione “sono cose interessanti, belle però domani mattina io devo alzarmi alle sette e devo andare in fabbrica, alla fonderia” è emblematica ed è da tenere in conto perché indica un modo di pensare non soltanto di queste persone ma della quasi totalità delle persone. Questo appena per dire che le difficoltà che abbiamo di fronte sono notevoli, soprattutto in questo momento in cui, come dicevo prima, l’esigenza è quella di esporre il discorso ad un uditorio, per dirvi che comunque l’uditorio non sarà disposto ad ascoltare queste cose e per nessun motivo, da qui dicevamo giovedì scorso di forzare un sistema, come si forza un sistema? In molti modi, uno dei tanti è quello di fargli apparire ciò che non è, operazione che in linea di massima è nota come mentire, ma mentire particolare, diciamo porre le cose in modo tale che siano più gradevoli, opponendo un discorso come quello che andiamo facendo ad un uditorio qualunque, l’effetto che si ottiene è pressoché nullo, questa è una considerazione che posso fare dopo moltissimi anni che faccio questo mestiere, conferenze…una quantità di persone hanno seguito le cose che andiamo dicendo, ma non si produce nulla, assolutamente nulla. Allora dicevo prima forzare il sistema, uno dei modi abbiamo visto tempo fa è la provocazione, però la provocazione poi ha la necessità che il discorso possa proseguire ché se no, è provocato è infastidito ma se non c’è il modo di continuare il discorso e cioè di inserire degli elementi non darà assolutamente nulla, altro modo è come dicevo quello della menzogna che è più efficace, “mentire” dicevo fra virgolette cioè far apparire le cose molto più semplici di quanto non siano, proponendo le cose che generalmente le persone si aspettano. E cosa si aspettano? Qualcosa che sia facile da utilizzare, che non dia nessun problema, che dia risultato immediato, questo, solo questo e cioè che continui in qualche modo a proporre ciò che da sempre ha proposto cioè una struttura religiosa dove gli si consente di non pensare, anzi si propone un sistema che non prevede questa necessità, dal momento che in qualunque situazione laddove il pensiero viene portato alle estreme conseguenze si creano problemi insormontabili, questo in qualunque ambito, sia in ambito apparentemente più sprovveduto fino a quello, apparentemente più sofisticati, come quello universitario. Allora pensavo a un modo, questo il secondo modo, di introdurre una lettera molto breve e molto rapida, molto pubblicitaria. Lettera da inviare per esempio a tutte le persone con cui abbiamo avuto contatto, da inviare a tutti i centri culturali, agli istituti, proprio una spedizione di massa. Una letterina di cui ho messo giù proprio due parole ma occorre che non siano molte di più, ché se sono tre, il lettore si affligge, naturalmente come dicevo all’inizio e torno a ribadire, serve soltanto per vedere l’effetto che provoca, nient’altro che questo, cioè in un certo senso non mi interessa affatto che l’interlocutore sia soddisfatto mi interessa sapere, nell’eventualità che lo sia, cosa può accadere, solo questo allora:

 

lettura della lettera da inviare alle organizzazioni culturali ecc..

 

è abbozzata occorre aggiungere delle cose. Dietro le note teoriche i 9 punti

 

 

Sono da aggiungere ancora alcune cosette ma non tante perché occorre che sia breve, molto breve ed efficace. Il proposito è sempre necessariamente quello di muovere un interesse, chiaro che questa lettera si rivolge ad un uditorio circoscritto, molto circoscritto, che è fatto di persone che comunque hanno della curiosità intellettuale, almeno apparentemente di pensare e quindi restano pochissime persone però occorrerebbe pensare a dei modi di muoversi rispetto a un certo numero di uditori, in attesa di stabilire un metodo che sia funzionante rispetto all’uditorio universale, quando lo avremo sarà molto più semplice, però per il momento occorre cominciare a muoversi, non è ancora semplice così come avrei voluto però è fatta rapidamente giusto per dirvi un po’ qual è la direzione. Deve proporre un qualche cosa che offra un risultato immediato, facilissimo da ottenere, “l’inganno” fra virgolette consiste in questo, avere inserito queste notarelle teoriche è inganno retorico e la semplicità apparente con cui viene concluso, da alcuni assiomi una certa conclusione assolutamente ineluttabile induce a pensare che sia possibile applicare la stessa cosa a qualunque altra, a qualunque altro aspetto di un’altra argomentazione, che è in parte ma sicuramente non così rapidamente, però se chi legge vede che l’aspetto teorico è esposto molto rapidamente ed è assolutamente ineccepibile, sarà indotto a pensare che anche la prima parte sia altrettanto ineccepibile, il che non è…

 

intervento: noi comunque possiamo costruire quello che vogliamo però perché non insistere e far credere alla gente ciò che piace

 

se per esempio l’uditorio fosse costituito di persone che si occupano di pubblicità e comunque di questo aggeggio, allora sì, allora un’argomentazione come la tua sarebbe efficacissima, per questo dicevo è meglio pensare a un modo di differenziare i vari tipi, per esempio fare una lettera ben costruita da mandare a tutte le agenzie pubblicitarie, perché consente di costruire effettivamente qualunque cosa, ed è questo ciò che loro vanno cercando (….) io li distinguo sempre, anche per motivi descrittivi, l’aspetto logico che perseguiamo da una sorta di costruzione di artifici retorici, che sono strumenti che ci servono esattamente, così come ci serve la macchina per andare a Milano, ci servono per catturare l’attenzione, e ci serve catturare l’attenzione per porre il discorso e per vedere come funziona, certo poi quello che andiamo costruendo mano a mano, per quanto riguarda l’aspetto logico direi che l’ultima questione che è stata posta in termini precisi è quella che poi abbiamo esposta anche nello statuto, cioè questioni assolutamente inattaccabili sul fatto che nulla può darsi fuori dalla parola, altre cose inventeremo mano a mano, cioè continuiamo a produrre ma la produzione che va in quel senso produce necessariamente proposizioni che non sono negabili (………..) tu proponi di invertire le due parti, prima la pars construens e poi destruens (……) si può provare visto che ancora non sono stati fatti questi manifestini, mettere dei titoli che si tratterà, naturalmente occorrerà che ci sia un interlocutore non posso fare tutto da me…di cui si discute prima…, si tratterà di agoni dialettici, sì potrebbe essere interessante, fare un agone dialettico come spettacolo, cioè le persone assistono ad una dimostrazione, prova che deve apparire assolutamente legittima e inconfutabile e quindi la sua demolizione o viceversa. Occorrerà dare un argomento perché le persone sappiano ciò di cui si dibatte…per esempio Fede o Ragione. Tizio la fede sosterrà Caio sosterrà la ragione…

 

serie di titoli per uno scontro dialettico tra sofisti in libreria

 

-         intervento: siamo comunque costretti

 

sì, però supponiamo che Roberto e io ci si scontri dialetticamente occorre che alla fine dello scontro non risulti nessun vincitore, cioè entrambi, cioè lui prova che è assolutamente vera e inattaccabile la sua tesi e io che è altrettanto vera quella contraria ( e se tutte due false) non possiamo farlo come si fa? Se si contrappone, uno dei due deve sostenere un’altra cosa, ci vorrebbe un terzo…cosa si può contrapporre?

 

Uno convince di una certa cosa per esempio che la fede è superiore alla ragione, mettendo in mostra quasi tutti i pericoli della ragione e i vantaggi della fede, dicendo che comunque anche la ragione è una forma di religione, possiamo provare e vedere come funziona, va da sé che bisogna fare in modo da inserire in questi agoni dialettici delle informazioni che a noi interessa che passino…è un buon esercizio soprattutto per chi sosterrà la fede

 

 

Definizione di sensazione: percezione di una variazione di una condizione. (ciascuna giustificazione, ciascun topos che interviene, come luogo comune a situare a dare un luogo, ha questo aspetto di superstizione)

 

Lei ha chiesto cosa intendiamo con superstizione: qualunque discorso che ritenga di avere un referente fuori dalla parola.

 

 

 

22-12-1998

 

Si discutono i nuovi titoli degli interventi che vanno dal 19-1-1998 al 22-6-1998.

 

Chi è secondo voi l’analista della parola, cosa fa l’analista della parola?

 

Interventi

 

Occorre considerare se muovere da una posizione oppure dall’altra, l’una è continuare il lavoro che abbiamo avviato prevalentemente retorica che cosa può funzionare rispetto a un discorso, ciò che vi dicevo rispetto a forzare un sistema va in questa direzione, piegare il discorso a un certo tipo di proposizione oppure saltare questo aspetto e puntare direttamente sulla questione logica, mentre il primo privilegia la retorica il secondo la logica, però, però a questo punto, vista anche l’esperienza che abbiamo acquisita c’è l’eventualità che si tratti di entrambe le cose prima l’una e poi l’altra e quindi la prima cosa da farsi è quello di forzare il sistema, si dovrà puntare tutte le nostre forze su questo aspetto, esattamente come si forza un sistema operativo come quello di un computer, ché è come se delle proposizioni non venissero accolte cioè il programma le vede ma non le inserisce nel sistema, “ci sono, le vede” ma poi non funziona, occorre fare in modo che le inserisca nel sistema. La volta scorsa abbiamo cominciato a porre la questione della forzatura del sistema vediamo se possiamo aggiungere qualcosa, considerate un discorso qualunque che una persona si trova a fare, questo discorso potete immaginarlo come un sistema operativo chiuso, blindato necessariamente, inaccessibile a tutto ciò per cui non è programmato ad accogliere, è programmato ad accogliere soltanto elementi che girano su se stessi cioè confermano gli assiomi di partenza, diciamo così, quindi essendo chiuso questo sistema, direi che per definizione è costruito in modo tale da non potere accogliere questi elementi e non possiamo nemmeno contare su un elemento come una sorta di codice di accesso, perché c’è l’eventualità che non ci sia (possiamo fare partire il sistema con un dischetto ma nel momento…..forse l’elemento religioso è parte componente del sistema….) (forse se si trovasse l’utilità, qualcosa di più manifesto in cui si dice questo modo di pensare può portare a questa situazione….) (c’è da dire che con noi ha funzionato perché?) dovreste dirmelo voi. E già certamente questo è un fatto curioso, che uno non sappia dire perché ha funzionato (forse perché non ho insistito troppo sul fatto destruens …) ma della parte destruens possiamo profondere a piene mani (…) ecco cosa dovevo fare, qualcosa sui giochi linguistici (……) dovremmo a questo punto, come dice il tuo amico Averoè, fornire due verità sul gioco linguistico, l’una logica assolutamente logica cioè il gioco linguistico come qualunque successione di proposizioni prodotte dalle procedure linguistiche, l’altra retorica ad usu delfini…(………) sì però pensavo a quanto dicevi nell’utilizzo dei giochi linguistici per inserire qualunque discorso si ascolti all’interno di questa struttura e offrirla all’interlocutore come un qualche cosa che ritorna all’interno di un gioco linguistico che lui può intendere (è come se facessimo una realtà provvisoria in cui io consento di fare delle cose e nel frattempo mi occupo del reale, fare questo servirà poi per demolirlo, questo è il primo passo dopo è molto più semplice….) infatti è sicuramente una via da proporre però può rivelare aspetti più interessanti di quanto così di primo acchito possa mostrare, in effetti l’analista della parola potrebbe, per dirla così in termini rozzi, essere tecnico dei giochi linguistici (l’obiettivo dell’analista della parola è se non mi piace la marmellata non la mangio) sì questo potrebbe accordarsi con quello che diceva Cesare rispetto all’obiettivo cioè proporre obiettivi apparentemente molto semplici che però sono quelli con cui poi ciascuno ha a che fare durante tutta la sua vita, in qualunque giornata, nel caso della marmellata non la mangio anziché o dio essere una catastrofe umana….quindi il gioco linguistico come tutto ciò che viene prodotto, manca qualcosa però rispetto al gioco linguistico, l’analista della parola come colui che analizza, svolge, articola un gioco linguistico, quindi tutto ciò su cui si regge un qualunque discorso…sì però sarebbe quello che se non gli piace la marmellata non la mangia, ( l’analista della parola instaura un gioco linguistico ) il gioco linguistico è già in atto alla persona che chiacchiera, l’analista fa in modo che la persona se ne accorga di come sta funzionando questo gioco linguistico, non è che imponga un suo gioco linguistico (…..) una conversazione con l’analista della parola sta certamente facendo un gioco linguistico, questo gioco linguistico consiste in quel momento nel porre le condizioni perché chi sta chiacchierando possa reperire quello che sta facendo lui, in questo senso (…) sì non può non farlo, si trova comunque in un gioco linguistico (……) (il mia assunto fondamentale è che qualsiasi gioco linguistico avesse un elemento fuori dalla parola, questa idea…) assunto fondamentale! E come? Mi sfugge questa proposizione così bizzarra….perché se consideri un gioco linguistico in senso stretto come ciascun gioco che si produce da procedure linguistiche…..(è una religione) sì in effetti, perché lo chiamiamo gioco al di là della tradizione? Però forse possiamo lasciare anche gioco linguistico per via del fatto che comunque comporta una successione di proposizioni che non è prevedibile, ciascuna volta c’è una stringa differente, poi gioco in quanto c’è anche l’aspetto ludico in definitiva cioè parlando le persone traggono soddisfazione in effetti chiacchierano ininterrottamente (pensavo a sofistico o retorico) gioco sofistico? Diventa un po’ più complicato poi l’aspetto divulgativo e promozionale, gioco linguistico grosso modo ciascuno ha un’idea….gioco sofistico….possiamo lasciare gioco linguistico, approvato “gioco linguistico”, però il lavoro che dobbiamo fare entro e non oltre la metà di gennaio è produrre un testo intorno alla nozione di gioco linguistico, rispetto a ciò che andiamo facendo, questo pare fondamentale se come abbiamo intenzione di fare vogliamo produrre questo statuto dell’analista della parola, considerando che è di questo che si occupa occorre che sappiamo di cosa si occupa con certezza (…….) (rispetto al gioco le persone alle quali tu stai dicendo che è un gioco loro non rispettano questa affermazione ma dicono io faccio qualcosa di più importante di un gioco) (…) c’è un primo aspetto che occorre che consista nella prova che ciascun discorso è necessariamente un gioco linguistico (….) sì però occorre che sia esposto in termini molto semplici molto scorrevoli, lo so che praticamente farlo è provarlo, ma occorre una cosa molto veloce e molto utilizzabile (…..) in Greimas c’è qualcosa di utilizzabile….negli scritti intorno al senso lui si occupa degli attori, attanti, degli antagonisti, cioè del gioco, di come giocano questi elementi nel racconto (secondo me invece …..) sì si può vedere se alcune cose possono essere utilizzate perché ho idea che non sia così automatico proporre per esempio la fede cattolica come gioco linguistico sia così immediatamente accolto (…….) sì trovare una picciola favoletta come diceva Vico in cui si mostra in modo inequivocabile che ciascun discorso è inesorabilmente un gioco linguistico, una cosa molto breve, molto rapida (no….) può essere utilizzato certo (pensavo che visione del mondo possa essere più commerciabile invece di gioco linguistico) sicuramente però poi ti tagli…perché ponendo la questione come visione del mondo è più complicato poi devi fare un passaggio visione del mondo come gioco linguistico, ne diciamo una (è l’unica) ma bisogna sempre vedere il tipo di uditore, la situazione certo, se si svolge un dialogo tipo quelli platonici “secondo te la religione è una visione del mondo? Sì. – la visione del mondo è un gioco linguistico oppure no?” allora cominci (secondo me è un passaggio in più) il rasoio di Occam anche stamattina (corta non la possiamo fare e facciamola lunga) dire che il discorso comporta una visione del mondo (……) (lei prima parlava di forzare il sistema) sì attraverso vari passaggi che non comportano l’aggressione diretta ma vari giri in tondo appunto come si diceva adesso cominciare a fare ammettere una certa cosa, poi se ammette questa, ammette anche quest’altra ecc…. (i valori…..) possiamo parlare di qualunque cosa (……..) sì però ci vuole qualcosa di rapido, sì quello della captatio benevolentiae. Ci sono due problemi da risolvere molto rapidamente uno è questo e cioè trovare una formulazione molto breve e molto efficace che ci consenta di avviare un discorso del genere, l’altra comporta invece l’aspetto più tecnico dei giochi linguistici e cioè indicare che cosa sono ed esattamente come funzionano, però abbiamo poco tempo (la questione del gioco linguistico viene molto facilmente accettata come se questa formulazione comportasse un sorvolare su tutte le questioni… tanto è un gioco linguistico io non mangio la marmellata, posso sceglierne un’altra mangiare un’altra cosa e non è assolutamente accolto il gioco linguistico della marmellata) sì l’intoppo sta nella impossibilità di considerare che la stessa struttura riguarda qualcosa che invece per esempio mi fa paura e anziché smettere di avere paura…(….) sì per questo occorre un discorso che mostri immediatamente di cosa si tratta (….) sì che non è necessariamente fare le parole crociate. Allora io mi occuperò di questo un testo sui giochi linguistici, chi ha voglia di proseguire quest’altra via? (?) trovare una formulazione breve ed efficace per proseguire questa via che indicava Roberto, che consenta a una qualunque affermazione di giungere al fatto che si tratta di un gioco linguistico, muovendo considerando questioni molto semplici, come ciascuno crede in qualche cosa, questa cosa in cui crede è per esempio una serie di proposizioni, questa serie di proposizioni è combinata in un certo modo, un certo modo però un discorso da poter utilizzarsi, perché questo discorso può essere inserito all’interno dello statuto dell’analista della parola, se noi riusciamo a stabilire con assoluta precisione chi è e che cosa fa, abbiamo fatto buona parte del nostro lavoro, d’altra parte stabilire e precisare che cosa si intende con gioco linguistico, questo lo faremo martedì almeno in parte martedì, perché il primo incontro è “chi è l’analista della parola” e io dovrò presentare, dovrò pure avere i termini se no che cosa presento? (…….) quindi almeno nozioni precise rispetto a che cosa è un gioco linguistico e che cos’è quello che ci interessa, come avviene che qualunque cosa accada di fare (e il buon Wittgenstein l’avete messo a riposo?) no abbiamo visto tutto quello che ci interessava di lui però al punto in cui siamo non è più sufficiente, lui ha dato un bel contributo alla partenza è stato il preriscaldamento delle candelette nel diesel perché se no non parte ma una volta partito le candelette si spengono, qualcosa da Greimas, perché siamo al punto in cui le cose vanno inventate, perché non ci sono più molti riferimenti….(cinema….) però è una idea vaga però costruire un discorso seguendo il montaggio del film cioè oggi fare il processo inverso di quello che si faceva prima cioè il film veniva costruito con il montaggio della retorica, adesso costruire un discorso tenendo conto del montaggio di un film e cioè invertendo come avviene oggi ….(……..) sì costruire un discorso facendo un montaggio proprio ???allora martedì prossimo inizierò la stesura dello scritto su giochi linguistici, tenendo conto non dovrà essere una cosa logica, c’è un impianto logico molto potente ma deve essere un montaggio retorico di squisita fattura cioè la via di costruire un discorso che cerchi qual è il migliore utilizzo dei luoghi comuni per potere accedere al discorso che stiamo facendo, come dire prima Roberto faceva l’esempio della visione del mondo, il mondo è un luogo comune, è un gioco linguistico ecc…cioè costruire un discorso che muovendo dal più banale e innocuo luogo comune giunga a porre delle considerazioni che annientano il luogo comune, però apparentemente tenendolo in piedi, questo è il lavoro da fare, in modo che la persona immagini di continuare a credere alle cose che credeva prima ma crede a tutt’altro (……) va bene ci vediamo martedì…