MARTEDI 15.4.97

INCONTRI CON LUCIANO FAIONI

ARGOMENTI e TERMINI: verità, certezza, credere

 

- Intervento: (ripresa su argomento conferenza: “L’impotenza la frigidità e la paura dell'altro” 8/4/97) Ciascuno trova una verità che condiziona la sua sessualità...

Sì, adesso mi ricordo, c'era qualcuno che sosteneva che la verità è relativa. Ora il problema è che ponendola come relativa perde la connotazione che le è propria, cioè di essere qualche cosa che non può prevedere il contrario e che sia accoglibile, come dire che la nozione di verità per potere essere accolta, per poter essere utilizzata in qualche modo occorre che questo significante, questa parola per potere essere utilizzata debba possedere certe caratteristiche. Quando si utilizza generalmente si fa riferimento a qualcosa che se si riflette bene è necessariamente assoluto: la verità è quella, non può essere un'altra, (se è la verità) se no è un'ipotesi, una possibilità, una eventualità ma non è la verità, e da sempre è stata considerata in questi termini cioè come un assoluto, non è un caso che la religione abbia posto dio come la verità, con i suoi attributi di essere la verità assoluta. Ora quindi non parlerei tanto di verità relative o di più verità, è una formulazione un po' paradossale. Per quanto atteneva alla questione dell'impotenza, (cos'è che dicevo?)... se lo trova, sì se lo crea nel senso che non sono altri a crearglielo, cioè non sono altri che dicono adesso deve pensare così, è una produzione del suo discorso, della sua storia, di ciò che sta dicendo, in questo senso è una sua costruzione, ciascuno si muove e pensa e fa a partire da elementi che perlopiù ritiene veri, certi. Prenda per esempio un'opinione, un'opinione è qualche cosa che una persona ritiene vera, ora se ritiene vera una certa cosa, questa persona si muoverà nella sua vita tenendo conto di questo riferimento. Adesso le faccio un esempio molto semplice, un fervente cattolico, il suo modo di pensare, le cose che fa, il modo in cui si muove necessariamente tengono conto di ciò in cui crede, e tenendo conto di ciò in cui crede si muoverà in una direzione che esclude le altre. Ora lei può immaginare il percorso di una persona come un discorso, un discorso logico che muove da una serie di premesse, queste premesse non sono altro che elementi che ad un certo punto, per una serie di motivi, vengono creduti. È come giungesse a stabilire: ecco è così e allora se è così allora ne segue questo e poi segue quest'altro, e poi segue una serie di altre cose, quindi per potere essere impotente, per potere essere religioso, per potere essere qualunque cosa occorre che ci sia stato un percorso logico tale che consenta di giungere a una conclusione che può essere per esempio quella di essere impotente. Ora in questi termini può apparire bizzarra la questione che l’impotenza non sia altro che una serie di inferenze, però di fatto non ci sono molti altri elementi da considerare, nel senso che in quanto mossa, questa impotenza, da una paura, da un timore, da una serie di cose, tutta questa serie di cose esiste perché esiste una costruzione che la sostiene, non si sosterrebbero se cessasse di credere a questi elementi, cesserebbe di muoversi e di comportarsi in quel modo. Per riprendere un esempio molto banale, un fervente cattolico se cessasse di credere in dio il suo modo di pensare cambierebbe, è un esempio molto banale ma questo può applicarsi a qualunque cosa. Se delle cose non sono più credute la condotta cambia inesorabilmente e così anche rispetto all'impotenza, se alcune cose che la sostengono non sono più credute anche l'impotenza, che è una condotta tutto sommato, cambia, cioè non ha più motivo di essere così come non ha più motivo di essere il timore di commettere un peccato perché se no va all'inferno: se uno non crede più all'inferno la cosa gli si pone in un altro modo perché magari la riconsidera, pensando che c'è la possibilità di fare quella cosa e che magari non succederà assolutamente niente, però prosegua la sua domanda.

- Intervento:…

Come lei sa è da 2500 anni, almeno da quanto esistono tracce, che gli umani, anche le migliori menti che ci sono state, che si sono confrontate con queste nozioni, hanno cercato di stabilire che cos'era la verità incontrando non pochi problemi, come sa già dagli antichi la questione era stata posta in termini precisi e allo stesso tempo annullata in termini altrettanto precisi, cercando di stabilire questa nozione, sapendo perfettamente che per potere utilizzare questo termine occorre ci sia la possibilità di arrestare la catena delle inferenze, se non si arresta non è possibile raggiungerla e quindi non è possibile utilizzare questo termine, cioè non significa niente. Ora il problema che è rimasto da allora a tutt'oggi è quello noto nella retorica come il tropo del diallele, una sorta di rinvio all'infinito. Per potere stabilire questa nozione occorre intanto stabilire il criterio con il quale stabiliremo la nozione di verità. Di quale criterio ci avvarremo? Qualunque sia il criterio necessiterà di un altro, ora generalmente si è attribuita all'esperienza questa prerogativa: ciò che si percepisce in quanto tale, però è un criterio molto labile, molto discutibile, anche perché la stessa esperienza o percezione necessiteranno di un criterio per stabilire se tale percezione è vera oppure no. Vede che è una strana nozione questa, perché anche per potere stabilire un criterio di verifica si utilizza di nuovo lo stesso termine che si deve dimostrare, la verità, per stabilire che cosa è la verità occorre sapere che cosa è la verità, ma non possiamo saperlo se non sappiamo che cosa è la verità... a quel punto generalmente ci si arresta, ci si arresta di fronte all'impossibilità di uscire da un'aporia vecchia come il mondo, e la questione è rimasta tale e quale, ma non per incapacità o per pigrizia mentale, ma perché non ha in nessun modo soluzione, non ce l'ha e non può averla. Stabilire l'ultimo elemento, quello che definisce finalmente che cos'è la verità potrebbe essere soltanto un elemento assolutamente identico a sé e immobile perché se si altera, se varia, se si muove, questo criterio oscilla, vacilla e diventa inaffidabile ma questo elemento dove è possibile trovarlo, chi ci garantirà che sarà fermo, immobile, identico a sé? La risposta a questa domanda generalmente è stata dio, che è stato messo al posto di questo elemento immobile, definitivo, sicuro, certo ecc. ecc... Già Aristotele come sapete ci aveva pensato, la sua idea di un motore immoto che muove le cose senza essere mosso da altro, ma ovviamente è una petizione di principio direbbero i retori, e cioè l’utilizzo, per dimostrare qualcosa, di ciò stesso che si deve dimostrare. Il problema che si incontra da sempre è che la verità è in primissima istanza un elemento linguistico, un significante, una parola, questione non marginale. Intanto è questo, poi gli si possono attribuire una quantità sterminata di prerogative, però intanto è questo, è un elemento linguistico. Ora essendo un elemento linguistico è inserito necessariamente in una combinatoria, in una catena linguistica, nel linguaggio potremmo dire, ma essendo inserito ed esistendo soltanto nel linguaggio trae il suo senso unicamente da altri elementi del linguaggio, cioè non ne ha di per sé, la verità in quanto tale è nulla. È esattamente ciò che si immagina che sia, cioè è tutte quelle cose che gli si attribuiscono. Questo è piuttosto ostico generalmente da pensare, anche tenendo conto delle più recenti e più sofisticate teorie logiche che esistono oggi, anche filosofiche le quali si arrestano, si attestano in alcuni casi o su petizioni di principio oppure su una sorta di relativismo assoluto, che di per sé non significa niente. La relatività, il relativismo, per essere tale, necessita di un punto che almeno si presuma fermo, prenda la stessa teoria della relatività, parte da un punto di osservazione, ma questo punto di osservazione è assolutamente arbitrario, cioè non esiste in natura. Una cosa che preoccupò moltissimo Einstein perché se non esiste in natura questo punto allora ciascuna volta affermare che qualcosa è relativo è assolutamente relativo e cioè arbitrario, relativo a un punto di osservazione ma questo punto di osservazione non è né necessario né fisso, è una figura retorica la relatività. E questo preoccupava moltissimo Einstein, come dicevo prima, tant'è che scrisse una lettera a Bhor enunciando questi problemi e dicendo che occorre che qualcosa sia fermo e quindi ammettere che dio non giochi ai dadi, solo allora c'è qualche cosa di fermo, di stabile, per questo la stessa teoria della relatività non si supporta, non si supporta come pensiero filosofico, non come calcolo matematico, perché sapete benissimo che il calcolo matematico è un gioco a parte che segue un suo andamento, delle sue regole, ma se si vuole porre la questione della relatività come concetto generale e universale ecco che allora si incontrano dei problemi. Perché questa relatività è relativa a che cosa esattamente? Ma ecco allora che si è stati indotti anche nell'abito della logica ad affermare che la verità di una proposizione non sia altro che il metodo della sua verifica, questo sosteneva Wittgenstein, come dire che è vera soltanto se è verificabile all'interno di quel determinato gioco linguistico, di quelle regole, ma fuori da quelle regole non è più verificabile niente. Questo ha dei risvolti non indifferenti per quanto riguarda il discorso di ciascuno, poiché immaginatevi di trovarvi di fronte a una vostra considerazione o a una vostra opinione qualunque essa sia, questa opinione che avete la credete vera, e questo cosa comporta? Comporta che questa opinione in quanto vera, e qui di nuovo viene utilizzata la nozione di verità in senso assoluto, esclude necessariamente le altre. Come dire, se Lei ed io avessimo opinioni contrarie, penseremmo che o è vera la mia o è vera la sua, e allora io penserei che è vera la mia e Lei penserebbe che è vera la sua ovviamente. Lei può cambiare idea è pensare ad un certo punto che è vera la mia ma cambierebbe poco perché comunque una sicuramente è vera, ma questa opinione che io ho, è verificabile? Lì sta il punto, Le pongo una domanda: che cos'è un'opinione che non è verificabile? Generalmente si suppone che sia una credenza, una superstizione, niente più di questo, o una religione, ma pochi sarebbero disposti ad ammettere che le loro opinioni sono superstizioni, pochissimi, ciascuno pensa che quella opinione sia fondata o almeno fondabile, ma se non lo fosse nessuna delle proprie opinioni, se nessuna delle proprie opinioni fosse fondabile in nessun modo cosa avverrebbe? Avverrebbe questo, che se io sostengo A e Lei sostiene non A, allora tanto la mia proposizione quanto la sua sarebbero dimostrabili e confutabili. Come dire che la mia opinione è simultaneamente vera e falsa, può essere provato che è vera e può essere provato che è falsa, allo stesso modo. Ma a questo punto se io so che la cosa in cui credo è tanto vera quanto falsa, lo so perché lo posso provare utilizzando il gioco linguistico, utilizzando le regole del linguaggio, posso crederla? Posso cioè credere una proposizione, come ho detto in varie occasioni, che so essere falsa o peggio ancora che so essere vera e falsa, peggio ancora perché se fosse falsa potrebbe l’eventualità di un'altra proposizione che sia vera, se invece ciascuna proposizione è sempre necessariamente e inesorabilmente vera e falsa allora potrei continuare a credere questa cosa? No. E sa perché? Per una questione prettamente grammaticale, perché l'uso grammaticale del termine credere prevede che ciò che è creduto sia anche considerato vero. Una questione grammaticale dunque, che esclude la possibilità che possa utilizzarsi un certo termine in un altro modo e questo ci porta di nuovo al linguaggio, alla sua struttura, al fatto che ciascuna volta in cui parlo, ciascun elemento che interviene, che parli di qualunque cosa non ha importanza, ciascun elemento che interviene occorre che sia un significato, più che abbia un significato, se no non potrei usarlo, perché se non fosse un significato, sarebbe nulla, assolutamente nulla cioè non sarebbe utilizzabile dal linguaggio, e tutto ciò che è utilizzabile dal linguaggio è necessariamente un significato. E così per tornare alla questione della verità, dire che è in prima istanza un significante cioè un termine linguistico, sbarazza questo elemento, questa parola da qualunque possibile attribuzione ontologica, metafisica, per esempio di affermare la verità è questa. È sufficiente che lei chieda: perché? E qui incominciano i problemi perché ad un certo punto questi suoi perché non trovano nessuna risposta cioè questa persona non è più in condizioni di rispondere alla sua domanda, o ci crede o non ci crede, a questo punto deve decidersi sul da farsi, però la questione rimane. Il passo che abbiamo compiuto rispetto al pensiero occidentale è considerare questi aspetti nei termini più radicali, più radicali cioè considerando che in effetti ponendo la questione in questi termini, come Lei può facilmente dedurre, non è più possibile in nessun modo stabilire per esempio nessuna teoria. Ciascuna teoria afferma delle cose necessariamente, e cioè le crede vere, muove sempre necessariamente da qualche cosa che immagina essere necessariamente e da lì... e se questo qualcosa fosse a sua volta una costruzione linguistica, un elemento linguistico e niente più di questo? Ecco che allora si è trattato di inventare un gioco che non prevedesse nessun elemento certo, identico a sé e creduto vero, ma soltanto un elemento che non negabile, ma non negabile per la struttura stessa del linguaggio che è quella cosa che mi consente di fare tutte queste riflessioni, di parlare, di dire, di esistere in definitiva. Ho detto in varie occasioni agli amici che l'unica proposizione non negabile è quella che afferma, molto banalmente, che gli umani in quanto parlanti parlano, che è una tautologia, però non è soltanto questo. È una proposizione che non può negarsi in nessun modo, ora si tratta da lì di proseguire e cercare di vedere che cosa è possibile trarre per potere pensare in un modo che non preveda nessun atto di fede. E la via probabilmente passa attraverso questo, e cioè il trovarsi inesorabilmente ciascuna volta a considerare l'assoluta arbitrarietà, quindi non necessarietà delle proprie opinioni, in definitiva di ciò che si crede. Quali sono le cose che si credono vere perlopiù? Quelle che non passerebbe mai per la testa di mettere in discussione, il solo pensarlo parrebbe assolutamente fuori luogo e impraticabile, bene, proprio quelle senza le quali si immagina che non sia nemmeno possibile pensare, quelle occorre incominciare a mettere in gioco riflettendo sul fatto che sono, anziché assolutamente necessarie, totalmente arbitrarie, quindi può sempre costruirsi una proposizione che le nega, che dice semplicemente: no, non è così. Certo, chi nega questa affermazione non può provarlo in modo definitivo e fin qui, se ci fermassimo solo qui, ci arresteremmo al nichilismo, allo scetticismo e invece no, questo è soltanto il punto di partenza, come dire, da qui si parte per un viaggio senza ritorno, verso un pensiero che non ha più bisogno di riferimenti, di referenti, ma che non necessità di null'altro se non di ciò di cui è fatto, cioè il linguaggio...

- Intervento: non esistono certezze...

Dobbiamo prima stabilire che cos'è l'esistenza per stabilire se esistano oppure no, ché se noi diciamo che non esistono, non esistono in che senso? Cosa diciamo esattamente dicendo che non esistono? Questione forse più radicale. Non è che non esistono le certezze, se Lei si guarda intorno vedrà che il mondo è pieno di certezze, come fa a dire che non esistono? Anzi sono una delle vie più praticate, più affollate... diciamo che qualunque cosa che si ponga come certezza rischia di non potere essere provata.

- Intervento:…

Si può confondere qualunque cosa, certo occorrerebbe intendersi su che cosa stiamo dicendo, dicendo della certezza e su questo se ne possono dire molte, fino ad arrivare a quelle domande che si poneva Wittgenstein chiedendosi un cosa apparentemente molto banale, chiedendosi «come so che questa è la mia mano?», sembra una domanda molto stupida, ma Lei provi a rispondersi, come lo sa? Voglio dire questo, che Lei può addurre molte motivazioni ma di nessuna di queste Lei può avere la certezza assoluta, come dire che la certezza in quanto tale non esiste, perché non può porsi la questione, non c'è, anche se di fatto come dicevamo prima Lei è circondato da persone che enunciano quanto meno di possederla, però generalmente c'è una differenza tra il supporre e l'essere certi, la certezza esclude la supposizione. Io per esempio posso dire di essere certo di chiamarmi Luciano Faioni, generalmente non dico: suppongo di chiamarmi Luciano Faioni; cioè hanno un uso che è differente.

- Intervento:…

Questa è una questione interessante certo, quando si dice a me pare che sia così, va presa come una «captatio benevolentiæ», siccome pochi hanno l'ardire di affermare è così, perché magari non osano o perché temono di contrariare o di apparire troppo arroganti, allora si utilizza questo sistema, a me pare che sia così, però in cuor suo è certo che sia così in effetti, cioè non ammette assolutamente un'opinione contraria, per cui sì, questo è un caso particolare in effetti e anche laddove ci sia la supposizione, io posso dire: suppongo che le cose siano in un certo modo, però aggiungo potrebbe non esserlo affatto. Qui occorre distinguere il tipo di gioco che si sta facendo, perché se per esempio si dicesse, il mio amico Sandro sta arrivando con la macchina, e si chiedesse: è Sandro che sta arrivando? Guardo l'ora: suppongo di sì. Però non ho la certezza, potrebbe essere qualunque altro e questo è un gioco differente da quello che in una conversazione afferma: io suppongo che le cose stiano in un certo modo - però con la convinzione assoluta che le cose siano proprio così, senza dare nessuna possibilità ad una eventuale ipotesi contraria. Allora in questo caso è una figura retorica, come si indicava prima, nota come captatio benevolentiæ. È una questione molto complessa, molto sottile, quella della verità perché coinvolge ciascuno in ciascun momento della giornata, qualunque cosa faccia, qualunque decisione prenda, così qualunque direzione intenda seguire gli si pone inesorabilmente questa questione. Che cosa è vero? Questo, questo e quest'altro. Poi magari non si formula così, si formula con altre parole in altri termini, in altro modo, però la questione rimane questa. Come quando uno si chiede faccio bene a fare così o faccio bene a fare cosà? Implicitamente pone la questione della verità, cioè è proprio vero che facendo così faccio bene? O è falso? Il modo in cui risponde a queste domande generalmente non è quello che utilizzano i logici, però fino ad un certo punto segue questa via, cioè lo confronta con altri elementi, con altre proposizioni cercando disperatamente gli elementi che possano funzionare come assiomi, come principi da poter utilizzare per dedurre la verità (quella volta ha fatto così e quindi necessariamente è così e quindi se è così allora e segue tutta una serie di cose)...

- Intervento:…

Il fatto di vivere all'interno di una società, in qualunque modo sia composta, comporta degli effetti ovviamente ma soprattutto comporta questo che ciò che io penso, se viene condiviso da più persone, sono indotto a pensare che sia vero e più sono le persone e più penso che sia vero. È un fenomeno bizzarro tutto sommato, perché dovrebbe essere così? Non è che sia una legge ovviamente ma è la funzione del luogo comune. Il luogo comune è ciò che è creduto perlopiù dai più, e ciò ha una funzione sociale molto forte, molto importante, che è quella di stabilire un qualche cosa che risponda a delle domande consentendo da una parte di arrestarsi su qualche cosa e quindi consolidarlo e su questo costruire un proprio universo, dall'altra impedire che il processo proceda all'infinito, come diceva Tommaso non possiamo procedere a ritroso all'infinito, da qualche parte dobbiamo fermarci. Perché? Eppure si è pensato così, si pensa così, che non sia possibile una regressio ad infinitum o comunque una infinitizzazione di questo processo di pensiero, e in effetti fino ad un certo punto non hanno torto, perché praticare questa via comporta la dissoluzione di qualunque possibilità di credere alcunché e quindi la possibilità stessa di un ordinamento sociale, così come è pensato al giorno d'oggi, anche al giorno di ieri. Sono 2000 anni che le società, le organizzazioni pubbliche e politiche, funzionano esattamente allo stesso modo.

 - Intervento: sui termini verità e certezza

Sì immagina la verità come un fatto prettamente logico, immaginando che questo sia tutt'altro da una questione morale o sociale o religiosa, il che non è...(...) il problema è che talvolta siamo indotti a parlare di questi due termini, verità e certezza, come se avessero una loro essenza, una loro esistenza fuori dalla parola, allora la ricerca di sapere, di stabilire che cosa significano...

- Intervento:…

Non sempre, non necessariamente, possono anche utilizzarsi come sinonimi, di fatto se per esempio dicessimo che la verità non è la certezza cosa staremmo dicendo esattamente? O vengono utilizzati in modi diversi, però questo dipende dal gioco in cui sono inseriti oppure che sono delle entità, delle quiddità...

- Intervento: la confusione nel mondo, i vincoli che si sono costruiti, la diffidenza verso il diverso…

Lei è diffidente?... (come affronteremo questo futuro? cosa vuol dire futuro?) Ecco le riflessioni che stiamo facendo vertono soprattutto su questo, cioè su una domanda: qual è la condizione per cui Lei possa porsi tutte queste domande? A quali condizioni lei può porsele? Che esista una struttura che glielo consente, e cioè un linguaggio, ora questa struttura che è l'unica che consente di porsi queste domande, secondo Lei in qualche modo influenzerà queste domande oppure no? Voglio dire questo, che il senso che producono per Lei le sue domande, esiste perché queste domande sono inserite in una struttura, appunto il linguaggio, e il linguaggio è fatto in un certo modo, ora si tratta di considerare non tanto le domande in quanto tali, perché possono darsene moltissime di risposte alle sue domande, di qualunque tipo, il problema non è questo, ma di tenere conto che queste domande muovono da una struttura in cui Lei si trova, e che poi tengono conto anche di un discorso in cui Lei si trova che è ciò di cui Lei è fatta. Potremmo dirla così, che le domande che Lei pone in quanto tali non significano nulla, significano, hanno un senso invece all'interno del gioco in cui Lei si trova, cioè delle cose che Lei pensa, che Lei crede, che Lei immagina, che Lei sa, allora è all'interno di questa struttura (che indichiamo come gioco). Dunque questo gioco è ciò che Le consente di porre le domande che Lei ha poste, nel modo in cui Lei le ha poste, e produrre quel senso che per Lei hanno queste domande, che non è probabilmente il senso che si produce nelle persone che la ascoltano, se Lei tiene conto di questo allora avviene un fenomeno bizzarro e cioè che non riesce più a farsi queste domande, non che non riesca più perché non riesce a dirle ma perché perdono senso, è come se non si stesse chiedendo niente, e non si sta chiedendo niente in quanto sta formulando delle proposizioni che procedono da altre proposizioni di cui è fatto il suo discorso ma che non hanno propriamente nessun referente da qualche parte, hanno un referente soltanto in altre proposizioni che mano a mano il suo discorso costruisce, e allora per esempio la domanda circa il futuro, “che ne sarà del futuro?”, non può più farsi, perché immediatamente si chiede che cosa vuol dire questa frase, che senso ha? Cioè immagino che cosa? Che il futuro sia un qualche cosa che esiste di per sé? A quel punto non potrebbe non domandarsi come lo sa? O anche il presente, il passato, tutti i vari tempi che può elencare...

- Intervento: Capisco che il futuro non ci sia, mentre invece il presente sì...

Glielo spiego forse in un modo più chiaro, Lei dice il presente, del presente ho la certezza, (l'istante) ché se fosse così Lei avrebbe risolto il problema della metafisica di duemila anni in due secondi, sapere che cos'è il tempo, altra questione tutt'altro che semplice. Diceva Agostino: finché nessuno mi chiede che cos'è il tempo, lo so, ma se qualcuno me lo chiede non lo so più. Ora in effetti l'argomentazione di Agostino non è proprio stupida, perché lui dice, se è l'attimo in cui sono, se lo considero, questo è già passato, è già passato e per fermarlo dovrei andare nel futuro e non posso farlo, insomma questo attimo che dovrebbe essere presente risulta inafferrabile. Lei dice che conosce il presente, il problema è che questa sua affermazione non ha un referente cioè non c'è un qualche cosa da qualche parte che corrisponda a questa sua proposizione, che possa sostenere questa sua affermazione, Lei può dirlo ovviamente, l'ha detto, è un pensiero, ma la questione che ci siamo posti è che cosa stiamo dicendo esattamente dicendo una cosa del genere? Che per esempio come questa non ha nessun referente, che non posso fermarlo, localizzarlo, individuarlo in nessun modo questo tempo, questo attimo. Questione antica e risaputa, viene utilizzato il tempo così come il calcolo numerico, come uno strumento, un gioco con delle regole ben precise, se Lei mi dice per esempio: “oggi mi sento presente a me stessa, mentre ieri ero assente” le persone grosso modo intendono, pur non sapendo nessuna di queste persone definire il tempo. Come può avvenire un fenomeno del genere? Che le persone capiscano ciò che Lei dice senza sapere assolutamente definire ciò che dicono di avere capito. È una ben bizzarra questione che può estendersi a qualunque affermazione, da qui la considerazione che ciò che si dice interviene come una sorta di gioco linguistico, che trae il senso unicamente dalle regole di cui è fatto quel gioco, esattamente come una partita a carte, se gioca a poker tre assi hanno un certo valore, se gioca a tressette ne hanno un altro, esattamente allo stesso modo.

- Intervento: se è già passato non esiste...

Lei torna alla questione di prima, cioè quella che ci imponeva di stabilire che cosa fosse l'esistenza, prima di chiederci se qualcosa esiste oppure no... (Vigili a rimuovere auto)

- Intervento: Domanda sull'esoterismo

Io mi riferivo invece all'eventualità che non ci sia nessun nascondimento, cioè ci sia la più totale e disinteressata ricerca della verità, come nel campo della logica, della linguistica, della filosofia, della fisica…

- Intervento: allora nel senso che il nascondimento ce lo mettiamo noi con le nostre costruzioni mentali....

Questo è un problema certo, il problema dell'osservatore rispetto al sistema che osserva, in effetti non osserva qualcosa che è lì in quanto tale ma produce ciò che osserva, anche la fisica è giunta a considerazioni molto prossime, come nel il principio di indeterminazione di Heisenberg, laddove una particella che colpisce un protone, se questa particella si cerca di isolarla in qualche modo si interviene variandone il suo moto e quindi ciò che si osserva è qualcosa che è già cambiato, come dire che l'osservatore modifica ciò che osserva. Noi possiamo anche andare oltre e dire che l'osservatore produce ciò che osserva, lo costruisce dal nulla...

- Interventi:…

È una costruzione del discorso, ciò che Lei vede, ciò che Lei ascolta, ciò che percepisce, le sue sensazioni, le sue emozioni sono una costruzione del linguaggio, nulla più di questo, se non ci fosse non esisterebbe nulla di tutto questo, né sarebbe mai esistito…

- Intervento: sì però in questo caso degli stregoni frenano questa nostra capacità di andare oltre, di costruire...

Sì questo è qualcosa come la nobile menzogna di Platone, è preferibile non dire certe cose al popolo perché se no sarebbe molto difficilmente governabile. (...) Sì almeno ci provano, ciascuna società, ciascun governo, vive su questo, non potrebbe campare...

- Intervento:…

Cioè Lei si chiede se è un gioco del linguaggio o di qualche altra cosa. Domanda legittima. (dipende dalla partita che si vuole giocare). Mettiamola così allora, questo gioco di cui parliamo di che cosa è fatto? O ancora, quali sono le condizioni per potere giocare un qualunque gioco, non importa quale? Ora se noi trovassimo qualche cosa che risponde alla sua domanda e cioè in definitiva quali sono le condizioni del gioco tali per cui questo stesso domandarmi se il gioco è il gioco del linguaggio oppure di qualche altra cosa, questo stesso domandarmi trova delle condizioni da qualche parte, cioè in altri termini ancora, ma a quali condizioni posso farmi queste domande? La struttura che mi consente di farmi queste domande, per esempio se il gioco è soltanto del linguaggio o di qualunque altra cosa, ebbene questa struttura è ciò che in effetti si chiama proprio linguaggio, poi siamo andati oltre, ci siamo chiesti se fuori dal linguaggio sarebbe possibile giocare qualunque cosa, come dire non un gioco particolare ma un gioco qualunque, giocare in assoluto e ci siamo chiesti come? Con che cosa? E soprattutto, questione importantissima, come sapremmo che stiamo giocando? Ecco dicevo una questione più radicale, estremamente radicale, che si chiede a quali condizioni io possa farmi queste domande e allora se riesco a rispondere a queste domande in effetti reperisco una struttura che è quella che consente di giocare qualunque gioco, che lo rende possibile, più propriamente lo rende pensabile...

- Intervento: lei parla di qualcosa di universale

Ecco, occorre intendersi sulla nozione di linguaggio. Con linguaggio io intendo semplicemente questo e cioè quella struttura che è organizzata in un modo tale per cui io posso pensare e riflettere intorno a quella struttura. Ora effettivamente ciascuno si trova preso nel linguaggio e cioè in una struttura che consente di pensare, di parlare, di giocare qualunque cosa. Lei dice “il suo linguaggio è diverso dal mio”, è difficile dire, sia affermarlo che negarlo, ciò che possiamo dire è che se possiamo parlare e pensare sia Lei che io è perché qualche cosa ce lo consente, ci consente di fare questo...

- Intervento:…

Io intendo con linguaggio soltanto e unicamente ciò che mi consente di fare queste riflessioni, niente più di questo (...) Sì, il pensiero funziona attraverso il linguaggio, (...) non solo la parte comunicativa, qualunque forma, qualunque forma in cui Lei esiste è vincolata al linguaggio, qualunque parte. Le dirò di più, non è solo vincolata al linguaggio ma esiste in connessione con il linguaggio, esiste perché c'è il linguaggio per questo motivo semplicissimo, che senza il linguaggio non potrebbe dire che esiste e quindi non esisterebbe, non avendo nessun modo per immaginare, per pensare che qualcosa esista. È tutta la questione dell'esistenza di cui si diceva. Le cose esistono? Di per sé questa affermazione non significa niente, è soltanto una regola del linguaggio che ci consente, attraverso questa costruzione, di costruire un'altra proposizione in un certo modo. Provi a considerare il linguaggio come ciò che consente di pensare, di pensare di esistere per esempio, di accorgersi di esistere e quindi di esistere tout court. In questo caso possiamo dire che ci sono linguaggi differenti, possiamo anche non dirlo, però non diremmo molto, per potere affermare una cosa del genere occorre fare un passo ulteriore e cioè riflettere sul senso che il linguaggio produce, nel suo dirsi nel sua farsi, allora sì, il senso che produce il suo discorso è certamente differente dal senso che produce il mio. Però linguaggio differente… non saprei, il linguaggio è ciò che ci consente di domandarci queste cose, è la struttura che ci consente di farci queste domande. È già in atto qualunque cosa accada, qualunque cosa pensi o non pensi, qualunque cosa senta o non senta è già sempre lì...

- Intervento:…

Pensare al linguaggio, forse è questo termine che per alcuni versi è un po' abusato e anche obsoleto, per linguaggio si intende qualunque cosa ma forse in questo caso pensarlo come una struttura, unicamente quella che consente di fare queste riflessioni, questa e qualunque altra ovviamente, anche quella che afferma che nel linguaggio si è soli per esempio. Una struttura così fatta, tale per cui una volta che si instaura non può togliersi in nessun modo, né c'è la possibilità di uscirne, non c'è uscita dal linguaggio. Questo può considerarsi un limite, anche se limita qualcosa che non è pensabile altrimenti, non è pensabile qualcosa fuori dal linguaggio, non avrei nulla con cui pensarlo. È una questione ardua questa, sulla quale stiamo riflettendo, sulla quale anche ho scritto delle cose.. Allora proseguiamo martedì prossimo, buona notte.

 

29 APRILE 1997

 

Argomenti: Attrazione, sessualità, ciò che è, la parola, l’oggetto

Termini: Estetica - Erotica - Callistica - Sublimazione

 

Sono a disposizione per qualunque domanda mi si voglia porre, di qualunque tipo, per qualunque motivo, di qualunque genere...

- Intervento: ciò che diciamo bello è un’elezione fatta dal linguaggio dentro al linguaggio... rapporto fra sesso e arte

 Connessione intanto fra l’estetica e l’erotica. L’estetica di per sé non ha ancora a che fare con il bello, Hegel distingueva l’estetica dalla callistica, dal greco kalós che è il bello. La callistica sarebbe appunto il godimento del bello mentre l’estetica non è altro che la teoria della percezione, l’anestesia appunto toglie la percezione. Ora di che cosa sia il bello si è molto discusso fino a tutt’oggi e ciascuno ha formulato la sua proposta. Ora in questi casi laddove la domanda si è formulata in questi termini, “quale connessione c’è tra l’estetica e l’erotica” occorrerebbe prima precisare questi termini per sapere intanto se c’è una connessione e poi eventualmente intendere quale. (...) Erotica e estetica come luoghi comuni hanno un elemento in comune, Lei citava Freud, e Freud anche si è interrogato su questo aspetto ponendo anche Lui una opinione intorno al bello, e ponendola effettivamente in una stretta connessione con il sesso. La sua posizione è questa: gli umani sono particolarmente attratti dal sesso e il bello non è altro che un modo di porlo, giungendo a considerare un aspetto che gli è parso abbastanza bizzarro e cioè che proprio l’organo sessuale che dovrebbe essere la meta ultima e quindi il colmo del bello perlopiù non risulta tale, mentre risultano belli gli occhi, i capelli, le varie cose di cui sono forniti, mentre del genitale non si dice che è bello, e questo lo incuriosì e allora giunse a immaginare che l’obiettivo dell’estetica (atteniamoci a Freud), il genitale propriamente, avesse nel corso del tempo subito una qualche sorta di divieto, per cui sarebbe stato necessario a questo punto spostare su qualche altro oggetto. Ora che sia così oppure no è difficile stabilire, resta che la posizione di Freud, che poi è stata seguita da alcuni, possiamo considerarla una fra le infinite posizioni circa l’estetica, in questo caso non saprei dire se propriamente esiste una relazione tra questi due aspetti. Possiamo crearla, certo, però così come la creiamo possiamo anche distruggerla, certo e Lei citava le posizioni che hanno fatto seguito a Freud, la sublimazione ecc... La sublimazione è un aspetto che giunge ad essere abbastanza strutturale tutto sommato, non è soltanto uno spostamento ma qualunque atto, qualunque attività in qualche modo comporta una sublimazione, sublimazione in quanto l’oggetto, come dice Freud, è strutturalmente mancato. Affronta questo problema in Lutto e malinconia, l’oggetto a cui tende la ricerca risulta più che mancato mancante, sempre sottratto. La questione dell’oggetto parziale che Lui mutua da Abram (e poi ripresa da Lacan fra l’altro) indica che l’oggetto in quanto tale non è mai raggiungibile. Verdiglione giunge a formularlo come sembiante, cioè un punto vuoto, che ne è un aspetto. Che l’oggetto non sia raggiungibile è anche in questo caso una formulazione che varrebbe precisare, perché dipende da cosa si intende come oggetto ovviamente, dal momento che la nozione di oggetto non ha un referente necessario tale per cui l’oggetto sia necessariamente una cera cosa. L’oggetto è un significante, ciò che gli si attribuisce decide di cosa sarà, e questo è un problema, questo della definizione dei termini in tutto il discorso occidentale, laddove si interroga intorno al che cos’è una certa cosa. Certo si può giungere a una definizione che si accoglie come regola del gioco, ma non è propriamente il referente... non stabilisce un referente necessario per cui l’oggetto è questo: è un punto vuoto o come dicono i retori, soprattutto i francesi, l’intersezione di un fascio di significati, questo sarebbe l’oggetto, ma nella migliore delle ipotesi sono appunto enunciazioni di regole per proseguire il loro gioco, nulla ci costringe ad accogliere una definizione qualunque essa sia...

- Intervento: prima delle regole, anche nel linguaggio ci sono le regole per le regole

Sì, come domandarsi cosa c’è al di qua del linguaggio o da dove venga il linguaggio. Al di qua del linguaggio c’è tutto quello che vuole, assolutamente tutto, così come fuori dal linguaggio c’è tutto quello che vuole, il problema è che qualunque cosa dica rispetto a questo non posso darne nessun motivo, nessuna ragione, allora in effetti si può anche dire che prima del linguaggio c’è dio, questa affermazione ha la stessa verità e la stessa legittimità di qualunque altra. Il problema che abbiamo affrontato e che continuiamo a discutere è connesso con questo, con lo stabilire un criterio che non sia arbitrario. Ché se io mi chiedo cosa c’è fuori dal linguaggio e do una risposta, questa risposta è arbitraria, non posso provarla in nessun modo, allora la questione della prova è molto importante all’interno del linguaggio stesso, dal momento che se Lei pensa al discorso occidentale, ma non soltanto, è fondato sulla possibilità di provare ciò che si dice, la stessa retorica anche se apparentemente non se ne cura però di fatto punta a questo, anche quando fa credere qualcosa lo fa credere vero e quindi in qualche modo fornisce una prova, che poi questa prova sia fatta ad hoc questo ha poca importanza, però induce a pensare che una certa cosa sia vera, e cioè di questa cosa sia possibile dare una prova. Tutto ciò che sfugge a questo si considera generalmente appannaggio delle religioni, in effetti rispetto al gioco del discorso scientifico l’esistenza di dio non è dimostrabile. Però anche qui non è che rimane senza dimostrazione, è che alcuni non accolgono questa dimostrazione ma per chi ci crede la dimostrazione c’è, eccome, anzi direbbe: si guardi intorno, tutto ciò che vede prova l’esistenza di dio. Ciascuna di queste prove, quella religiosa e quella scientifica, hanno delle differenze, tuttavia anche la prova scientifica ha la struttura della prova religiosa, c’è un saggio di un qualche interesse di William James, si chiama La volontà di credere, che accenna a queste questioni. La prova, cioè provare ciò che si dice, nel discorso scientifico sembra essere determinante eppure anche nel discorso scientifico questa prova può arrivare fino ad un certo punto, al di là di questo punto non può più provare nulla, si arresta. Ed è una ben strana questione in effetti che gli umani per potere affermare qualcosa debbano provarla ma nonostante questo la nozione stessa di prova, non è provabile in nessun modo. Wittgenstein ha sottolineato questo aspetto, che di fatto ciò che può farsi è affermare che si tratta di regole per potere giocare un certo gioco, fatto in un certo gioco, quello scientifico, quello religioso, quello sentimentale, sono regole differenti evidentemente, però nessuna di queste regole è una prova nell’accezione che il discorso scientifico vorrebbe, cioè determinante, assoluta, per cui è così perché non potrebbe essere altrimenti. No, può essere altrimenti in infiniti modi. Ciascuno quando parla è certo o di persuadere l’altro oppure certo della veridicità delle sue affermazioni, continuamente. Ora si può anche riflettere sul perché ciascuno faccia una cosa del genere...

- Intervento: La questione del senso...

Qual è la questione?

- Intervento: Non è bello perché ci sono dei canoni, ma è una scelta del linguaggio...

- Intervento: Domanda sulla comunicazione...

Ci sono due aspetti, uno a cui Lei si riferisce e cioè alle cose dette intorno alla comunicazione, mostrando sia l’impossibilità della comunicazione sia la necessità della comunicazione. E questo diciamo così è un aspetto logico ma anche qui in effetti si gioca sull’ambiguità del significante, come sempre, se si intende la comunicazione in una certa accezione allora è impossibile, se si intende la comunicazione in un’altra accezione allora la comunicazione è impossibile che non ci sia. Poi per quanto riguarda il trovarsi in sintonia con l’altro, sì certo, avviene di pensare una cosa del genere e quindi avviene una cosa del genere, la comunicazione con un altra persona, in genere dipende da quanto interessa l’altra persona, più interessa e più c’è comunicazione, soprattutto se l’interesse è reciproco, allora può accadere che tanto è il desiderio di fronte all’altra persona che (in alcuni casi, non sempre) ci si immedesimi cercando di immaginare tutto ciò che l’altra persona pensa, immagina, desidera quasi volendolo fare proprio, allora sì in quel caso si avverte questa sensazione di assoluta sintonia...

- Intervento:...

Quando è lo stesso? quando sappiamo che è lo stesso? Qual è il criterio che adottiamo?

-Intervento:...

Questo discorso è facile a farsi nella ricerca logica dove la premessa si stabilisce ed è quella, nell’ambito invece dell’esperienza della persona l’assioma da cui muove può anche non essere uno soltanto, possono essere molti e anche non facilissimi da reperire e allora diventa arduo stabilire se si muove dalle stesse premesse, poi anche in quel caso si tornerebbe al punto che riguardava la comunicazione, Lei comunica la sua premessa per stabilire per esempio se è la stessa di quell’altro, ma questa comunicazione è possibile? Che cosa comunica esattamente? E l’altro che cosa riceve? Sono tutte questioni che i linguisti hanno affrontate necessariamente trovandosi in un mare di guai, perché ciò che sfugge continuamente è il criterio superiore per potere stabilire queste questioni, un criterio superiore che non c’è, non c’è oppure rinvia sempre ad un altro. Da qui la necessità, almeno da parte di molti linguisti e logici, di scartare questo aspetto che però, come direbbe Freud, cacciato dalla porta rientra dalla finestra perché a quel punto se il criterio non è reperibile allora qualunque affermazione è inesorabilmente arbitraria, però questo non possono accettarla, non possono perché significherebbe altrettanto inesorabilmente potere sostenere che se loro affermano A, io posso affermare non A con la stessa legittimità. Uno costruisce un discorso teorico molto sofisticato e molto ben costruito, non può accogliere una cosa del genere, non può cioè alla fine della sua elaborazione sostenere che le cose stanno così oppure in qualunque altro modo, non lo fa, perché non lo faccia questa è un’altra questione però non avviene e torniamo alla questione della verità tutto sommato, dell’avere stabilito come stanno le cose. Che è un aspetto molto difficile non solo da elaborare ma da praticare, trovarsi senza la necessità di questo riferimento, riferimento allo stato delle cose, di verità tutto sommato, anche se in termini che oggi poco viene usato però fa comunque da sfondo perché se nessuno sarebbe disposto ad accogliere la proposizione che afferma che le cose stanno come dice lui oppure in qualunque altro modo, allora immagina che le cose che lui dice siano vere e le altre no.

- Intervento: senza la ricerca della verità pare difficile proseguire la ricerca

Ho inteso quello che dice ed è una delle difficoltà che si incontrano perché se non si fa questo (domandare) allora non si comunica, per quanto legittimo possa apparire e per quanto comune, però le cose forse non stanno soltanto così, anche se tolta la ricerca della verità sembra non sia possibile fare null’altro, cioè non sia possibile pensare di muoversi in una ricerca che non cerchi la verità ma costruisca altre proposizioni utilizzando regole che ha stabilito. Dove la nozione di verità, direbbe Jakobson, funziona da schifter cioè da indicatore, cioè affermo questa cosa ma la affermo all’interno di questo gioco esattamente così come affermo (se stiamo giocando a poker) che se ho quattro assi la vinco se Lei ha soltanto due re. Ma la ricerca della verità qui ha cessato di essere anche solo pensabile perché questo significante non ha più nessuna portata, nessun significato, cioè ha il significato che gli attribuisco, ma siccome so che glielo attribuisco io perde la sua prerogativa fondamentale, cioè di essere assoluta. La verità relativa è una sorta di controsenso, è un’opinione...

- Intervento:...

Sì, potrebbe essere così, ma possiamo escludere che potrebbe essere altrimenti? Certo in alcuni casi è così in effetti. Questa disperazione di cui parlava Eleonora è stata cantata da moltissimi, non è che esista in natura propriamente, è una produzione, una produzione che ha un tornaconto e anche del piacere, del piacere molto sottile e molto forte a cui molto difficilmente si rinuncia, d’altra parte perché rinunciarci? Non è necessario. Ciò che viene enunciato rispetto al non volere di questa disperazione è, come in molti casi accade, la via per aggirare un problema che è prevalentemente logico e che se non si facesse così, cioè se non si dicesse di volersene sbarazzare a tutti i costi ci si troverebbe di fronte alla considerazione che è una mia produzione e che se l’ho prodotta ci sarà qualche buon motivo. Ma perché questo non si vuole accogliere? Si potrebbe anche accogliere, non c’è niente di male, ma c’è connesso qualche cosa che in nessun modo si intende ammettere rispetto alla disperazione e cioè che ciò che accade o che è accaduto e che è stato l’innesco della disperazione è esattamente ciò che si è desiderato, da sempre. Anche nei casi più comuni (senza andare nelle disperazione di Pavese o di infiniti altri) come la disperazione per un abbandono per esempio, se si desse l’occasione di fermarsi e ascoltare questa disperazione si avvertirebbe un piacere molto sottile nell’attesa che si verifichi esattamente ciò che si teme che si verifichi e che in qualche modo ci si adopera per fare verificare. Nulla contro la disperazione né nulla a favore, è un sentimento che accade di provare. La necessità di manifestare questa disperazione, o come arma di seduzione o come strumento per attirare l’attenzione, può indurre anche a dei gesti notevoli, in qualunque accezione lo si voglia intendere... è un’emozione fortissima, una delle più forti, una fanciulla ha fatto di tutto per essere abbandonata, per provare questa sensazione e quindi poi coinvolgere tutti quanti perché fossero partecipi e soprattutto testimoni di questa eccitazione. In definitiva si manifesta come una forte eccitazione alla quale segue poi la depressione, perché l’eccitazione cessa e c’è un contraccolpo molto violento, contraccolpo che è fatto prevalentemente del timore di incontrarsi esattamente con ciò che si cerca di evitare. La depressione serve a togliere a questo elemento il senso, quindi nulla ha più senso e quindi neanche questo e tutto sommato siamo a posto. È un meccanismo che apparentemente con la logica poco ha a che fare e invece c’è una logica ferrea. Dicevo martedì scorso: anche nell’innamoramento più folle c’è una logica ferrea, logica da logico matematico, che più ferrea non si può, si potrebbe addirittura formalizzare...

- Intervento: si cerca di capire cosa si vuol dire usando quei termini

Sì, si immagina molto spesso che questo è questo, immaginando che le cose che dice abbiano un significato di per sé, che sia così naturalmente. Il bello per esempio, il bello è questo oppure il bello è quest’altro, difficile dire perché non ha un referente da qualche parte con cui possiamo confrontarlo eventualmente, è ciò che le regole del gioco che sto facendo stabiliscono che sia...

- Intervento: rispunta sempre che esista da qualche parte la verità...

Certamente, è l’aspetto più difficile da affrontare

- Intervento: Anche in un percorso analitico... si incomincia un’analisi per cercare la causa del proprio disagio, del proprio stare male ed è difficile accogliere che si costruisce continuamente il proprio disagio per un tornaconto, è questo che in effetti è il caso di cominciare a costruire, proprio per togliere, per spostare questa questione della ricerca della causa, per pensare che non ci sia Se non ci si chiede il perché, cioè l’elemento extralinguistico, fuori da quello che io dico, non ci sia più ricerca, da quel momento, a quel punto incomincia la ricerca ascoltando quello che io continuamente dico e che continuamente si pone nel mio dire, che è la cosa più difficile

Sì sembra andare contro in effetti a tutto ciò che è il discorso occidentale, una difficoltà non da poco. Forse è proprio in questo termine costruzione. Quando uno parla di costruzione pensa a dei mattoni, pensa a qualcosa, a qualcosa di figurato quindi sono cose che esistono, che sono lì e che io prendo e sposto da un’altra parte, e quello è quello che continuo a fare, continuo a dire, continuo a produrre, non accorgendosi...

- Interventi vari sul bello e l’erotismo

È l’idea che sia una sorta di armonia e di proporzioni, questo si ritrova grosso modo ovunque, oppure come variante retorica, dalla rottura di questa armonia di proporzioni, come è stato fatto nella scultura, nella pittura... lo stesso Picasso ha scomposto l’armonia in varie parti, ma è una variante come una sorta di figura retorica, di fatto si muove sempre in una medesima direzione...

- Intervento:...

Il linguaggio è ciò che le consente di farsi questa domanda...

- Intervento:...

Ciò che le consente di farsi questa domanda è una struttura, Lei può farsi questa domanda perché questa struttura è organizzata in un certo modo, cioè può costruire una proposizione fatta in un certo modo: soggetto, verbo ecc..

- Intervento: Il legame tra l’inconscio e il linguaggio

Già Lacan poneva la questione in questi termini: l’inconscio è strutturato come un linguaggio, nel senso che ha questa struttura sintattica, frastica... ora qualunque cosa Lei pensi dell’inconscio lo fa attraverso il linguaggio in cui si trova nel senso che l’inconscio è, per esempio, ciò che è stato rimosso (non è così), ma dicendo questo Lei costruisce una frase, se Lei non avesse questa opportunità l’inconscio non sarebbe mai esistito, e neanche Lei non sarebbe mai esistita...

- Intervento:...

Il linguaggio Lei può chiamarlo della coscienza o di qualunque altra cosa ma funziona allo stesso modo, funziona così un po’ come lo descrive la retorica che tutto sommato fa un listaggio di tutti i vari modi in cui le cose possono dirsi, cioè le varie modalità, che son poi le figure retoriche, le paronomasie, le allitterazioni, l’ellissi, gli accostamenti, le metafore, le metonimie... sono infinite, sono i modi di dire, i modi di cui di fatto. Le cose si dicono e la questione è che non c’è modo di uscire dalla struttura perché non c’è un’altra struttura organizzata in questo modo che ci possa consentire di fare una cosa del genere, e quindi l’unica definizione che può darsi in effetti è questa: è la struttura che consente di chiederci che cos’è il linguaggio e qualunque altra cosa ovviamente, però si può anche dire di più. Rispetto a come è organizzata questa struttura la linguistica si è sbizzarrita, però la Linguistica, anche quella più raffinata, la più sofisticata incontra delle empasse dove cerca di trovare una sorta di meta linguaggio, il linguaggio del linguaggio o grado zero come voleva Barthes, trova delle empasse perché a quel punto sfuggono i criteri per potere stabilire una cosa del genere, diventa o un elemento assolutamente arbitrario all’interno del linguaggio o una petizione di principio che rimane lì sospesa nel nulla. Abbiamo rilevato questo aspetto che ci è parso fondamentale, cioè che non soltanto non c’è uscita dal linguaggio ma non potrebbe in nessun modo esistere alcunché fuori dal linguaggio perché non potremmo in alcun modo porci la questione se esista oppure no. Ho già raccontato di Sini, un amico che insegna a Milano, fece una battuta un giorno prendendo spunto dalle ricerche dei fisici che si occupano di astronomia, i quali dicono che ad un certo punto tutto il sistema solare che, continuano a dire, sta viaggiando ad una velocità fortissima verso una stella che si chiama Vega, ed è in rotta di collisione, ad un certo punto ci sarà la collisione e tutto scomparirà. Bene lui dice che dal quel momento non è che la terra con tutti i suoi abitanti, le loro vicende ecc., non esista più, no da quel momento non sarà mai esistita, il che è diverso. Perché qualcosa è tale se c’è qualcuno per cui lo sia, se no non è neanche formulabile, quindi con che cosa dico che esiste? La stessa esistenza dicevamo è un significante, non è un’istanza...

- Intervento:...

Lo stesso Freud ha posto la cosa in termini linguistici, sono proposizioni che intervengono, anche se uno sbadatamente butta giù una cosa e la rompe, questo gesto Freud ha individuato essere la conclusione di un ragionamento molto preciso. Fa l’esempio del tizio che butta giù la statuetta che gli ha regalato la sua fanciulla e allora ecco che Freud trova, ascoltando quella persona, che quel gesto aveva una funzione nella storia di quella persona, cioè buttare giù la statuetta diceva di un problema con la fanciulla in questione... questo gesto ha una ragione, fra le molte, in seguito a una serie di considerazioni, se no buttare giù la statuetta sarebbe nulla. Questo ha indotto poi Lacan rileggendo Freud a formulare questa proposizione che dicevo prima e cioè che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, si muove con le stesse caratteristiche, è fatto della stessa struttura, infatti parlava di retorica dell’inconscio a proposito della rimozione e della resistenza di cui parla Freud accostandole alle figure retoriche che sono la metafora e la metonimia, la condensazione e lo spostamento. Nella metafora qualcosa cade ed è assente, ma proprio perché assente funziona, una metafora funziona perché l’elemento che è assente è presente, se non fosse presente la metafora non funzionerebbe. Lei ha letto Lacan? Può leggere qualcosa di Lacan... finita cassetta

 

MARTEDÌ 27 MAGGIO 1997

 

 

Chi vuole riprendere qualche questione avviata martedì scorso, abbiamo parlato della psicanalisi e poi di altre questioni. C’è qualche aspetto che desiderate riprendere o che volete sia ampliato? Subito no. Parlavamo dell’itinerario analitico in prima istanza e poi che di cosa avviene e dove conduce e che cosa ci ha indotti a strutturarlo in un certo modo, tenuto conto della decisione presa un paio di anni fa di non appoggiarci a nessun atto di fede, a nessun credo, nessuna pregiudiziale, cosa che ha creato non pochi problemi, perché muoversi non dando nulla per acquisito è piuttosto complicato e rischia di arrestare, di bloccare il discorso ogni momento e quindi si trattava di trovare qualche cosa che invece non lo bloccasse. Chiaro che ciò che abbiamo trovato continuiamo a elaborarlo, a svolgerlo. Forse non tutti voi lo sapete ma quando stavamo considerando queste questioni avevamo in mente di produrre qualche cosa che necessariamente costringesse a pensare in un certo modo, si trattava quindi di costruire delle proposizioni che funzionassero in questo modo, qualcosa cioè che non potesse non essere accolto, naturalmente è la struttura grammaticale soprattutto a costringere una cosa del genere, si diceva allora rispetto alla struttura grammaticale che impedisce di credere vero ciò che si sa essere falso: se io so che una certa cosa è falsa non posso crederla vera in nessun modo pensando che è falsa. Questo fa parte di una questione molto complessa ma la struttura grammaticale è quella che a un certo punto costringe a pensare in un certo modo. Così facevamo questo esempio molto banale: voi pensate che io sia una certa cosa, uno psicanalista che fa delle cose... se ad un certo punto veniste a sapere che sono un agente dal KGB e che questo lavoro è solo una copertura, allora l’immagine che voi avete di me probabilmente cambierebbe, cioè non sarei più la stessa cosa, non potreste più pensarmi come mi pensavate prima, come dire che l’introduzione o l’immissione di un elemento può cambiare radicalmente il modo in cui si pensa, e allora si rifletteva intorno a quali elementi potessero essere inseriti all’interno di una struttura del discorso occidentale in modo tale che il pensiero non potesse più proseguire negli stessi termini. In parte riuscendo in questa operazione, in parte questa operazione è ancora in atto, e ciò che andiamo dicendo in effetti rende più difficile credere delle cose, qualunque esse siano, rende più difficile perché porta immediatamente in evidenza la non sostenibilità di ciò che si sta per credere, così come non è possibile ad esempio... (quando questa nostra amica che era qua poi è scomparsa) ci ha raccontato della sua religiosità, una religione Barai (?) che arriva dall’Iran, dalla Persia, nessuno ha abbracciato questa fede, evidentemente qualcosa lo ha impedito. Ora qui mi rivolgo unicamente alla struttura grammaticale per cui qualcosa avviene ma ciò che l’ha impedito è il fatto che alcune tesi che venivano proposte non erano sostenibili in nessun modo, e così allo stesso modo e per lo stesso motivo nessun altra affermazione può essere accolta, nel senso di essere creduta vera, in nessun modo. In nessun modo perché il lavoro che stiamo facendo fornisce immediatamente gli strumenti per confutarla. Basta talvolta semplicemente chiedere come lo sa la persona, come sa una certa cosa, come l’ha saputo e questo già può creare dei problemi e ciò che si svolge in una analisi è qualche cosa di molto simile, è un percorso grosso modo fatto in questa maniera, uno inizia a parlare ed espone le cose che crede, ciò di cui è fatto, ciò di cui vive, ecco allora è come se la domanda si ponesse in questi termini: come sai queste cose? Da dove vengono? Come sai che è proprio così? Non è possibile rispondere a queste domande, cioè ci si trova di fronte ad un certo punto ad una sorta di, più che infondatezza di vacuità di tutto ciò a cui si crede in linea di massima, come dire: mi trovo di fronte al mio discorso, che è sostenuto da queste cose, queste cose le posso sostenere? No, in nessun modo e allora? Che cosa faccio a questo punto cioè quale via prende il discorso? O si arresta di fronte all’impossibilità di affermare alcunché, un po’ come si diceva tempo fa accadde a Wittgenstein, quando chiuse il “Tractatus” con la famosa proposizione: ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Poi in effetti non ha taciuto perché ha scritto ancora moltissimo, ma aveva incontrato qualche cosa che gli impediva di proseguire, e in effetti anche questa struttura che andiamo mano a mano inventando può condurre a questo cioè ad un arresto, a un blocco totale perché non c’è più nulla che valga, nulla su cui appoggiarsi, nulla che funzioni come referente, nulla da cui muovere con una buona certezza, ma tutto sembra muoversi, sembra inattendibile, e allora ci si trova a dire per niente, nel senso che ci si scontra, più che incontrare, con la considerazione che l’unico fine del linguaggio, l’unica che può trarsene è che il linguaggio prosegue unicamente per proseguire, non è possibile garantire nessun altra finalità. Non è possibile in questa accezione, è chiaro però che uno può dare tutte le finalità che ritiene più opportune ma rimangono arbitrarie e allora io posso affermare che parlo per la maggior gloria di dio, per comunicare o per qualunque altra cosa, va sempre bene, però di fatto nulla di queste affermazioni è sostenibile. Potrebbe anche non avere nessuna importanza il fatto che non sia sostenibile, però il discorso è fatto in modo tale per cui ciascuno quando afferma qualcosa l’afferma perché la ritiene vera, come si diceva tempo fa. Per questo provate a domandare a una persona che afferma qualunque cosa se la cosa che ha detta la ritiene vera oppure pensa che sia la più colossale fesseria di questo mondo, sicuramente esclude che sia la seconda ipotesi, sarà sicuramente più propenso per la prima. Come dire che la questione centrale in tutto ciò è che ciascuno parlando dà per acquisito, per implicito è che ciò che afferma sia vero o comunque muova da elementi veri. Se non fosse sicuro o abbastanza sicuro di questo non sosterrebbe ciò che sostiene. E perché no? Perché non può sostenere una qualunque cosa che gli passa per la mente come fanno i matti? Perché si dice che il discorso deve procedere lungo una certa logica, per cui se c’è questo allora questo implica quest’altro e quindi quest’altro segue necessariamente. Già dicevano gli antichi ex falso quodlibet, da una premessa falsa può trarsi qualunque affermazione, per questo occorre che la premessa sia vera e questo è un modo di pensare che non solo è molto diffuso ma sembra ineliminabile, pensare che le proprie affermazioni procedano da assiomi, da postulati che siano veri. Perché dovrebbe essere così? Quali virtù ha una posizione che segue una corretta procedura logica, che muove da assiomi veri, quale migliore legittimità ha di porsi rispetto a una qualunque fandonia? È una bella questione, c’è l’eventualità che rispondere a questa domanda non sia così semplice, e comporti a questo punto porsi delle domande che generalmente ciascuno non si pone mentre parla, ma fa male. Perché fa male? Fa quello che gli pare ma come dire? Non considerando questo aspetto continua a costruire proposizioni immaginando che procedendo lungo una certa via inesorabilmente giungerà a stabilire il “come stanno le cose” cioè la realtà delle cose. Prendete un qualunque manuale di logica, vi illustra e vi mostra come si prosegue un ragionamento logico, voi apprendete questi meccanismi e costruite un ragionamento perfettamente logico, coerente ecc. ma a questo punto cosa avete? Avete eseguite le regole di un gioco che può essere più o meno divertente, più o meno noioso, ma oltre a questo cosa è stato compiuto? Nulla? C’è questa eventualità, che non si sia fatto nient’altro che questo, cioè ci si è attenuti rigorosamente a delle regole di un gioco il quale prevede un certo andamento e consente di giungere ad una certa conclusione ma questa conclusione non dice nulla all’infuori del certificare la corretta esecuzione delle regole del gioco in cui è inserita, e qui generalmente si arresta il pensiero perché si trova di fronte a una sorta di abisso dove non c’è, non si reperisce la possibilità di potere affermare una qualche cosa che sia necessariamente vera, la verità che cercavano già gli antichi, quella sub specie et æternitate, che è sempre necessariamente vera. E allora ecco l’escamotage del relativismo, cioè questa cosa è relativa a me, per esempio, che lo penso cioè è vera per me. Che cosa sto dicendo con questo, che una certa cosa è vera per me? Sto enunciando un mio criterio di verità, ora a questo punto sorge un problema perché che cosa devo intendere a questo punto con verità, io ho detto la mia, va bene, ma che cos’è allora? Si riduce inesorabilmente alla mia opinione: io penso che sia così. Il che va bene, però tutto ciò rimane assolutamente arbitrario, per quanto io voglia invece stabilire la necessità di ciò che sto dicendo perché più ciò che dico riesco a renderlo necessario più è vero, necessario è ciò che non può non essere, ciò che non può non essere altrimenti che così, ma troppi intoppi sorgono prima di arrivare a questa meta, troppi e tali da impedirmi di arrivarci a meno che io non creda di esserci arrivato, semplicemente. Perché una psicanalisi si occupa di tutto questo? Perché una persona che racconta, che parla, che descrive, utilizza un sistema per giungere alla conclusione a cui giunge, e questo sistema è fatto in questo modo, cioè ha un andamento logico o più o meno logico, in ogni caso, a cui cerca disperatamente di attenersi cioè è fatto così, funziona in questo modo e questo andamento, che è ritenuto logico, coerente, deve confermare per esempio le cose che si credono, io credo questo, perché questo ha fatto così, quest’altro si è mosso cosà, quella cosa è fatta in un certo modo e quindi è necessariamente così e invece no, non è così semplice, il problema è che se rilevo che se le cose non stanno affatto così né in un altro modo e che qualunque altro modo posso confutarlo altrettanto facilmente, di nuovo mi trovo in una, chiamiamola nebulosa, per usare un termine mutuato da De Saussure, una nebulosa dove nulla ha maggiore diritto più di qualunque altra cosa a stabilirsi e cioè mi trovo preso nel discorso senza sapere dove vado, né perché e né sapere a cosa serve ovviamente, anche perché se volessi stabilire a cosa serve mi troverei prima o poi preso negli stessi inghippi in cui mi sono trovato nel cercare un criterio di verità per esempio. Dunque il discorso prosegue, prosegue comunque, è inarrestabile, ma allora a questo punto uno potrebbe prendere una qualunque direzione, abbiamo detto che tutto sommato varrebbe quanto qualunque altra, perché abbiamo preso questa anziché una qualunque altra per esempio? Per un motivo molto semplice: ci è parsa più interessante, con interessante intendo qualche cosa che offra maggiori possibilità di giocare. Faccio un esempio opposto così per semplificare, prendete una religione, una religione non consente di giocare molto perché si arresta ad un certo punto, e impone una fede, una credenza, una superstizione a seconda dei casi, dove si dice che è così e basta e lì ovviamente il discorso si arresta, allo stesso modo tutte le superstizioni, le credenze che qualunque persona può trovarsi ad avere arrestano il discorso ad un certo punto, su ciò che si ritiene essere la realtà delle cose, le cose stanno così e non ci posso fare niente, è un limite. Dunque costruire un gioco che non dovesse essere né migliore né peggiore di qualunque altro ma semplicemente consentisse di giocare di più, anche se apparentemente invece potrebbe sembrare non consentire affatto di giocare perché immediatamente arresta la possibilità di agganciarsi a qualcosa di vero, di reale ecc... e invece no, e invece consente di proseguire all’infinito costruendo altre proposizioni che non essendo limitate da nessuna costrizione, da nessuna credenza, possono costruirne infinite altre. Ciò che si incontra potremmo chiamarla una libertà estrema per darle un nome, ma è soprattutto un modo differente di pensare, dove qualunque elemento che intervenga nel discorso non può non essere considerato come l’elemento facente parte di un gioco che si sta giocando qualunque esso sia. E cosa comporta questo? Che se è un gioco lo gioco ovviamente, ma non posso credere che le cose stiano così, così come non credo che se il fante si mangia un cavaliere, si mangia un pedone, allora qualcuno si è divorato... non lo credo ma perché non lo credo? Perché è un gioco, si usa una sorta di metafora, di allegoria, tutta una serie di figure retoriche che consentono di muoversi senza credere che tutto ciò che si sta facendo sia altro da un gioco. Se so che è un gioco anche quello che sto facendo in questo momento non mi passa neanche per la mente di credere che io stia dicendo come stanno le cose, ma come si diceva tempo fa è come se mostrassi le regole di un altro gioco, un gioco nuovo e che potrebbe essere divertente, nient’altro che questo. Poi può avere degli effetti, può avere degli effetti nel senso che in molti casi lo stare male se sostenuto da cose che sono credute vere necessariamente, questo ovviamente si dissolve, si dissolve nel momento in cui non è più credibile che le cose stiano così, ma questo è un aspetto. Tutto il discorso occidentale anche quello più attento, quello più sofisticato, si è sempre trattenuto al di qua di queste considerazioni supponendo, non a torto, che proseguendo lungo questa via tutte le più grandi, le più notevoli e più importanti istituzioni si dissolverebbero e, dicevo, forse non a torto perché la buona parte di queste istituzioni sono sostenute da ciò in cui si crede, se uno cessasse di credere non sarebbe più sostenibile che per esempio un governo si occupi del bene del cittadino. Ecco ma questo appena per così dare un eco all’intervento di Sandro della volta scorsa, per riprendere alcuni aspetti. Forse Sandro vuole aggiungere qualche elemento?

- Intervento: questione della finalità, falso scopo, gioco e lavoro...

Bisognerebbe porre questa obiezione a Mathieu, un giocatore di poker, un professionista che gioca a poker per fare quattrini, in quel caso qual è il falso scopo?..

- Interventi:…

C’è questo aspetto che è importante, affermare per esempio che nel gioco c’è un falso scopo è un’affermazione che rischia di essere confutabile, nel senso che lui stabilisce che è così, ma perché dovrebbe essere così? Affrontare una questione in termini radicali come li stiamo ponendo è ciò che ci costringe ciascuna volta ad interrogare qualunque affermazione stiamo facendo, come sappiamo che è proprio così? Posso anche dire tranquillamente che in un qualunque gioco esiste un falso scopo, in questo caso sapendo benissimo che ciò che sto dicendo costruisce, sta costruendo, un discorso con delle regole precise una delle quali è lo stabilire che ciascun gioco ha un falso scopo, come dire che pongo questa proposizione a questo punto come una regola del gioco che sto facendo in ciò che dico, non come un principio o una verità ovviamente. Questo è un aspetto importante perché è questo che ci consente di procedere senza appoggiarci a nulla...

- Intervento: il gioco non ha finalità...

Come definirebbe Lei la nozione di gioco? Potrebbe essere interessante provarsi a definirlo...

- Intervento vari

Direi che rispetto a ciò che ho detto prima il gioco può essere anche questo e cioè una sequenza di proposizioni in cui l’unica finalità è quella di proseguire sé stessa, non ha nessun altro fine, nessun altro scopo se non quello di proseguire...

- Intervento vari

Certo, tutto ciò che ha questo fine e cioè di proseguire e nessun altro, questo potremo chiamarlo gioco, in questo senso ci aiuta questa direzione per intendere il gioco linguistico, intendere lo stesso andamento del discorso con nessun altro fine, nessun altra finalità se non quella di proseguire, di continuare a dire, non dire una certa cosa ma continuare a dire...

- Interventi vari su gioco e lavoro

In effetti la questione, l’abbiamo detto anche la volta scorsa, riveste un aspetto importante che consiste nello stabilire che cosa si intende con una certa cosa, se per esempio il gioco lo intendo all’interno di questo gioco, lo intendo come un discorso il quale prosegue con l’unica finalità che è quella di proseguire se stesso, ora si può dire che anche il lavoro abbia questa prerogativa o possa avere questa prerogativa. Se io il lavoro lo intendo in questa accezione sì, nel senso che se io amplifico una definizione posso fare rientrare dentro una infinità di cose. Questa definizione che ho data, per quanto provvisoria si distingue da ciò che è normalmente inteso come lavoro e cioè qualcosa che è finalizzato a una qualche cosa ma in questa accezione anche il gioco degli scacchi è finalizzato per esempio al piacere di giocare con un amico, al piacere di vincere o al piacere di altre cose, per quanto riguarda invece il gioco linguistico la questione è più complessa perché prosegue comunque, io poi posso dire che questo mi fa piacere o mi fa dispiacere, ma il fatto che dica una cosa del genere già è all’interno di questo gioco che prosegue....

- Intervento: Definendo il gioco una sequenza di proposizioni che hanno il solo scopo di continuare il discorso abbiamo messo fuori gioco in qualche modo la nozione di piacere, perché a questo punto la parola non finisce, non c’è un termine che chiuda il gioco...

Perché no? Io posso reinserire la nozione di piacere dicendo che il piacere è la prosecuzione del discorso...

- Intervento: questo è il gioco che sto facendo io comunque, per esempio leggevo Il Motto di spirito di Freud, laddove parla del motto e dice del gioco di parola, secondo Freud è di lì che scaturisce il piacere, da come giocano le parole, da come ad un certo momento dal combinarsi di queste parole si abbia un certo effetto. Pare che Freud indichi a questo punto il piacere nel gioco di parola, quello che stiamo dicendo mi sembra al di là di un gioco di questo genere, dove indico che il piacere sta nel gioco di parola puro e semplice per cui quello sarebbe il fuori gioco, sarebbe il senza parola, quello appunto e basta. Definendo il gioco sequenza di proposizioni è come se andassimo al di là di questo famoso principio di piacere...

Sì tra l’altro c’era una questione che mi diceva prima Roberto che ha ascoltato Ferraris che parlava del linguaggio in termini di verbalizzazione, per cui tutto ciò che non è verbale non è nel linguaggio. È un modo di porre la questione in termini molto ingenui, certo io posso anche affermare che il linguaggio è soltanto ciò che è verbalizzato e prendere questo come regola per giocare un gioco, nessuno me lo proibisce. Solo che questa regola che io pongo è negabile, come si fa a negare una cosa? Si dice di no. Semplice. Dice: il linguaggio è soltanto ciò che è verbalizzato. Io dico che non è vero. Ecco che l’ho negato. Posso negarlo anche in modo più articolato, ovviamente. Il problema è che lui non può provare una cosa del genere, cioè è una sua opinione un “io penso che sia così”. Va bene, perché no?

- Intervento:...

Sì, noi possiamo fare di più, possiamo provare questa affermazione e poi confutarla, provare che è vera e poi provare che è falsa. Già, perché se io dico che il linguaggio è verbale, solo verbale, compio una affermazione che afferma che il linguaggio è una certa cosa... cambio cassetta ... il linguaggio è necessariamente verbale perché non esiste nessun linguaggio che non sia parlato: Esiste un linguaggio che non può essere parlato in nessun modo? Se non fosse parlato in nessun modo non ci sarebbe nessun elemento per potere dire che è un linguaggio perché non è parlato e quindi necessariamente è parlato....

- Intervento:...

Be qui naturalmente si intende linguaggio in accezione più ristretta e potremmo dirla così, è tutto ciò che consente agli umani di potersi dire tali. Io posso intendere con linguaggio qualunque cosa e il suo contrario, il linguaggio delle api, il linguaggio del cielo, il linguaggio delle stelle...

- Intervento:...

Quindi abbiamo provato che il linguaggio è necessariamente verbale e abbiamo provato che non può essere in nessun modo verbale. Ma perché possiamo fare questo? Perché non muoviamo dalla considerazione che il linguaggio sia un quid, il linguaggio è un lessema e quindi possiamo farne tutto ciò che vogliamo, se invece lo immagino un quid allora devo cercare di stabilire cosa è necessariamente, che cosa è esattamente e allora a questo punto offro il fianco a obiezioni e confutazioni di ogni sorta, come è sempre avvenuto. Qualunque affermazione ha trovato sempre qualcuno Per quanto abile sia qualcuno ad affermare qualcosa troverà sempre qualcuno più abile di lui che glielo confuta

- Intervento: su educazione, insegnamento e correzione

Vera... dipende da cosa intendiamo, io posso insegnarle a giocare il poker, le insegno un gioco però non è che ritenga questa cosa vera più di qualunque altra, è un gioco...

- Intervento: Come fare ad insegnare se non so che cos’è la verità?

Questione legittima. Si tratta di porre le condizioni perché un bimbetto che nasce e cresce si trovi inserito in un struttura combinata in un certo modo e nella quale occorre che si sappia muovere, se non vuole essere massacrato, e allora gli si insegna a muoversi in un certo modo, certo poi questo comporta altre questioni. Nella scuola dell’obbligo si tratta di insegnare soprattutto a credere certe cose, l’informazione è un pretesto perlopiù ad insegnare a pensare in un certo modo, a mantenere un certo status quo... (...) come diceva il vostro presidente Scalfaro, il crimine più grande è quello di mettere in discussione la verità, questa è una delle sue affermazioni. Per un verso non ha torto da questo punto di vista, perché in effetti sarebbe fortemente minacciata la verità...

- Intervento:...

Però anche questo aspetto nichilistico viene impedito, perché per i nichilisti nulla ha senso, nulla ha valore e allora verrebbe da chiedergli perché dovrebbe avere senso? Anche questa è una questione legittima...

- Intervento vari

Si accettano alcune regole per giocare un gioco così semplicemente e di fronte alla scelta di infiniti sensi due sono le cose che potrebbero farsi, primo domandarsi che cosa si intende con senso, dopo di che considerare che il senso lo si incontra in effetti, proprio il senso nell’accezione di direzione, in questo caso è la direzione che prende il mio discorso. Ora questo senso che incontro, questa direzione, non è né più vera né falsa di qualunque altra ma non ha da essere né vera né falsa, so che non è provabile, quando vado dal tabaccaio e chiedo un pacchetto di sigarette non è provabile che questo sia un pacchetto di sigarette, è una regola del gioco, io mi attengo a questa regola per ottenere questo risultato se no se mi mettessi lì a fare questioni sarei ancora lì da tabaccaio...

- Intervento: con il drogato per esempio, come faccio a distorglierlo dalla...

No al contrario, si trova a parlare con il prossimo in un altro modo, così ascoltando dei giochi che altri si trovano a fare, magari credendoci, può venire a sapere alcune cose interessanti rispetto ai luoghi comuni, alle credenze, alle superstizioni ecc., certo senza mai trovarsi nella necessità di dovere prendere partito per così dire, per una cosa o per l’altra perché a questo punto effettivamente non è sostenibile. Però può giocare, può giocare con molta maggiore libertà e incontrare del senso man mano che parla...

- Intervento:...

Ciascuno parlando si trova già preso in un gioco necessariamente, questo è un problema di comunicazione, così come è generalmente intesa, abbiamo detto anche che dipende da cosa si intenda con comunicazione, perché può stabilirsi che la comunicazione è necessaria oppure che è impossibile. Che cosa avviene esattamente? Ciascuno coglie gli elementi che entrano a far parte del gioco in cui si trova in quel momento e ovviamente non è il mio, anche se delle regole sono le stesse, per esempio due persone possono giocare a scacchi in modo diverso attenendosi però a delle stesse regole che consentono a entrambi di potere giocare il gioco degli scacchi, ché se uno vuole giocare a scacchi e si presenta con un mazzo di carte va male, non gioca quel gioco, però possono giocare in modo molto diverso giocando lo stesso gioco...

- Intervento:...

Sono accezioni differenti, nell’accezione comune avviene così il lavoro sia qualcosa di serio dal momento che il gioco consente di non esserlo, perché il lavoro mette in gioco aspetti che si considerano seri, come quello della propria sopravvivenza per esempio. Il testo di Mathieu parlava proprio di questo, attribuire al lavoro un carattere quasi sacrificale per cui si deve necessariamente soffrire, deve essere pesante e questo avviene in moltissimi casi, non sempre ovviamente, però mantiene questo modo di pensare la dicotomia fra il feriale e il festivo, tra ciò che è dovere e ciò che è piacere e questo è funzionale fino ad un certo punto a ciascuna istituzione, poi come dicevamo ciascuno può intendere il gioco come ritiene più opportuno e fare rientrare in questa parola qualunque cosa. Va bene, ci vediamo martedì prossimo.

 

Martedì 17 GIUGNO 1997

 

Avete mai provato a instaurare un agone dialettico contro il vostro stesso discorso? Perché è questa la questione più interessante, non è tanto, come facevano i Sofisti potere vincere chiunque in un discorso, questo tutto sommato è un aspetto marginale, ma porsi rispetto al proprio discorso in questi termini, come se lo sostenesse un altro e voi aveste il nobile compito di confutarglielo. Se voi sapeste fare questo allora sarebbe tutto straordinariamente più semplice, per un verso, per un altro no. Più semplice nel senso che vi trovereste nella più totale impossibilità, per esempio, di arroccarvi su una posizione, qualunque essa sia, perché voi stessi avreste gli strumenti per annullarla, e allora vi trovereste ancora in un’altra posizione di cui abbiamo accennato la volta scorsa e cioè a quel punto avreste di fronte il vostro discorso che mano a mano si svolge e si svolge anche in buona parte lungo delle proposizioni che affermano qualcosa, ma come generalmente accade, queste affermazioni sono credute; quando una persona si fa un suo ragionamento, un suo discorso che gli sembra che fili più o meno e considera che questo discorso giunge a una certa conclusione è indotto, nove volte su dieci, a pensare che questa conclusione sia vera e cioè rappresenti uno stato di cose, cioè qui ‘vera’ in accezione più classica del termine, come adæquatio rei et intellectus, e tutto sommato se non trovate un elemento che la contraddica la ritenete vera, molto kantianamente, è vero tutto ciò che non è autocontraddittorio, e così funziona in effetti perlopiù, se non si trova un argomento contro che sia valido allora è vero, ma se voi questo elemento lo trovate allora non è più vero, e se voi questo argomento contro lo trovaste sempre, in qualunque circostanza, allora nulla sarebbe vero, necessariamente. Ora, dicevo prima, il vostro discorso si svolge anche con affermazioni ma queste affermazioni a questo punto non hanno più questa possibilità di stabilirsi come vere e quindi si stabiliscono come? Intanto come elementi del discorso, elementi del discorso che non hanno un referente da qualche parte, ma semplicemente vi dicono qual è la direzione che il vostro discorso sta prendendo, il problema è che sbarazzati dalla necessità di dovere stabilire come stanno le cose potrete trovarvi presi in una sorta di smarrimento, perché attenendovi al discorso occidentale, che dice che se non si parla per stabilire qualcosa allora si domanda perché parla, cosa parla a fare, come se a quel punto non si potesse più fare nessun discorso serio ma soltanto discorsi ameni, dei giochi. Il discorso serio è quello che si fa quando si valutano certe cose e si tenta di stabilire una conclusione ragionevole, seria, alla quale poi in qualche modo poi si cerca di attenersi, invece il discorso faceto, quello ameno, quello leggero, non si cura di queste cose ma soltanto di produrre piacere, divertimento, gioco, un po' come si diceva la volta scorsa, questa differenza fra gioco e lavoro, una differenza un po' istituzionalizzata che vuole nel lavoro necessariamente la finalizzazione della propria opera a qualcosa di serio, come per esempio la propria sussistenza, che generalmente è considerata cosa seria, mentre il gioco no, è fine a se stesso, solo per il piacere che produce il suo svolgersi. Possiamo attenerci a questa distinzione molto sommaria però abbastanza indicativa rispetto al discorso occidentale, allora il discorso non potendo più attestarsi a nulla di serio e cioè a nulla che possa stabilire come stanno le cose, si trasforma, o meglio prende la piega del discorso ameno, quello giocoso, quello faceto, quello che si fa quando si scherza con gli amici, per ridere con gli amici dove nessuno si chiede se è proprio effettivamente così, se le cose sono proprio in questi termini, non chiede una prova di verità ma si accetta il gioco, si accetta che il discorso segua queste regole una delle quali è che le cose vengano colte senza la necessità di chiedere a queste cose di provare se stesse, mentre al discorso serio generalmente sì, gli si chiede questo. Questa cosa è vera? Vediamo, questa è così questa è cosà e quindi... allora tornando alla questione iniziale, ciò con cui vi trovate ad avere a che fare è un discorso che non riesce più ad essere un discorso serio, non riesce più cioè a stabilire come stanno le cose, poi potete anche stabilirle ma immediatamente vi balza alla mente, come si suole dire, una argomentazione che smonta tutto quello che avete costruito, ecco che a questo punto non può più imporsi il discorso che fate come un discorso serio, ma ameno, gioioso, un discorso che vi diverte, vi diverte perché non ha più da essere pesante, non ha più da essere costrittivo quindi non costringe più a cercare di stabilire se le cose stanno in un certo modo o in un certo altro, ma semplicemente fornisce il piacere delle parole che si snodano una dopo l'altra e che snodandosi le une dopo le altre producono immagini, producono ricordi, producono sensazioni e cioè si configurano come quella figura retorica nota come ipotiposi che letteralmente non è altro che uno schizzo, un tratteggio, vale a dire che le parole costruiscono, schizzano, tratteggiano dei quadri, delle immagini che a questo punto considerate per quello che sono, cioè delle produzioni linguistiche, niente più di questo. Perché vado dicendo che tutto questo comporta una illimitata e smisurata libertà? Perché nel momento in cui voi rispetto al proprio discorso, vi ponete in una posizione tale per cui vi divertite a vedere che cosa crea, che cosa produce, non siete vincolati a nessun limite. Avrete sicuramente giocato da ragazzini con quell'aggeggio stranissimo che si chiama caleidoscopio, si mette contro la luce e si gira e ci sono questi pezzettini di vetro che si combinano e si ricombinano sempre in un modo diverso, non è una cosa entusiasmante ma da ragazzini ci si diverte a vedere questa cosa che cambia continuamente, ecco come dire che osservate, osservate fra virgolette perché siete osservatori e artefici nello stesso tempo, osservate un continuo mutare, mentre voi parlate dello scenario che vi si presenta, delle sensazioni che questo scenario produce, come un film, solo che questo film siete voi, non che lo producete, siete letteralmente voi. Dunque dicevo nessun limite e cioè nessuna costrizione a dovere ancorare una di queste produzioni a qualche cosa che debba essere fermo e immobile e identico a sé, perché a questo punto ormai sapete perfettamente che qualunque tentativo di fermare un qualunque elemento è vano, è vano e prevede e necessita di un atto di fede, di una struttura religiosa che ormai è assente dal vostro discorso e pertanto non ha più nessun potere, non ha più nessuna forza, è considerata alla stregua di qualunque altro gioco linguistico, gioco linguistico che però non è molto interessante perché pone dei limiti, dei limiti al gioco e consente poche mosse tutto sommato, così come nel gioco d'azzardo il puntare sulla carta più alta, è un gioco stupidissimo perché non è articolato, non ci si diverte nessuno. Ma tutto questo non è facilissimo a mettersi in atto, a praticarsi, anche se in teoria dovrebbe esserlo, dovrebbe esserlo dal momento che il discorso, lo stesso discorso occidentale fornisce tutti gli elementi per potere considerare questi aspetti, la logica, la retorica, qualche volta anche la filosofia (raramente) hanno fornito degli elementi, hanno fornito molti elementi e sono sufficienti perché sono quelli che noi abbiamo acquisiti, quelli che ci hanno consentito poi di fare questo passo, non è che abbiamo inventato questo percorso dal nulla, abbiamo letto moltissimo e sfrondato mano a mano una quantità sterminata di cose che non ci dicevano nulla, considerando invece quelle che offrivano un maggiore campo d'azione, in particolare la retorica, la logica e la linguistica, perché sono le scienze che più di altre hanno a che fare con il linguaggio ovviamente e quindi forse quelle che più di altre hanno avuto l'occasione di confrontarsi con la difficoltà del linguaggio e con l'impossibilità di chiuderlo, di localizzarlo, di immobilizzarlo, di ridurlo a oggetto di osservazione, non è che non ci abbiano provato ma almeno quelli più attenti si sono accorti che questa operazione non era possibile dal momento che gli strumenti per osservare il linguaggio erano gli stessi strumenti che dovevano osservare. Cosa che ha comportato qualche problema perché si sarebbe dovuti uscire dal linguaggio per poterlo osservare con precisione, ma con che cosa? Dunque dicevo che ciò che sorprende è che tutto ciò non sia acquisito ormai da sempre ma che al contrario presenti difficoltà notevolissime ad acquisirsi, come se si trattasse di andare contro il modo naturale di pensare, il modo naturale di pensare è buona parte quello che appartiene al discorso occidentale che invece nega tutto questo, lo nega curiosamente. Abbiamo detto di alcune situazioni imbarazzanti del discorso occidentale il quale per potere affermare una qualunque cosa occorre che la provi e che i sistemi di prova di cui dispone non consentono di andare al di là di un certo punto, che è quello di stabilire da dove partire, quali principi accogliere, da quali postulati muovere che non siano assolutamente arbitrari, il postulato può essere provato? No, lo si postula e allora il rigore a cui il discorso occidentale deve attenersi ha come fondamento una affermazione assolutamente arbitraria, e questo è un impiccio che tutto il discorso occidentale incontra e ha incontrato da sempre, almeno da Aristotele in poi, e dal quale non ha potuto o saputo o voluto uscire. In buona parte non ha voluto, non ha voluto perché compiere questa operazione sarebbe valso allo smantellamento totale e direi anche irreversibile di tutto ciò che costituisce il bagaglio di superstizioni, di credenze su cui ciascuna istituzione si regge, sarebbe stato come darsi la zappa sui piedi, cosa che ciascuno cerca di evitare, ma forse non ha saputo ma non per incapacità, ma per una sorta di vertigine, ché addestrati come si è a pensare in un certo modo il pensare in un altro può creare un certo smarrimento... dicevo che non ha voluto o saputo per via della difficoltà che il pensare nei termini che vi sto proponendo comporta per l'assenza di riferimenti, di postulati o di elementi da cui muovere, l'unico elemento da cui è possibile muovere è che qualunque cosa si faccia questa è inserita nel linguaggio e in effetti soltanto da questo siamo partiti. È l'unico elemento che abbiamo accolto, cioè quello che non potevamo negare in nessun modo, per quanto ci si sia sforzati non siamo riusciti a negarlo, se riuscissimo a farlo allora dovremmo cambiare tutto e comunque proseguire questo gioco, un gioco qualunque fra infiniti altri, mentre in questo momento lo consideriamo un gioco che rispetto agli altri ha una particolarità che è quella di essere la condizione per potere giocare qualunque altro gioco, però se mai riuscissimo, o qualcuno riuscisse a negare che gli umani in quanto parlanti parlano, allora dovremmo riconsiderare tutto quanto, il che sarebbe molto divertente, però fino a quel punto possiamo proseguire lungo questa via. Sì, abbiamo provato in vario modo però risulta difficile, risulta difficile perché ci si troverebbe nella condizione di dovere negare questa proposizione in un altro modo che non comporti il linguaggio, e sta qui la difficoltà. La difficoltà sta nella necessità, per potere negare questo, di uscire dal linguaggio e questa operazione ancora non siamo riusciti a compierla, però dicono i religiosi: le vie del Signore sono infinite! Può essere che ce ne sia sfuggita una di queste vie, potremmo non averle considerate tutte. Ecco ma dunque la difficoltà, la difficoltà è notevole, notevole perché ciascuno è indotto continuamente a cercare un qualche cosa, un criterio che gli consenta di stabilire come stanno le cose e cioè di dire ‘sì è così’, ma di dirlo in modo serio, nell’accezione che indicavo prima e non per gioco, per gioco si può dire qualunque cosa, ma seriamente, cioè immaginando che questo ‘è così’ corrisponda necessariamente a qualche cosa che è fuori dal linguaggio, a questo addestra tutto il discorso occidentale, da sempre, da Aristotele in poi. Dico da Aristotele in poi perché prima la cosa non era ancora formalizzata nei termini così precisi come lui ha fatto, ponendo già da subito il limite, il limite del pensare religioso e cioè che oltre ad un certo punto non è possibile andare, un certo punto che risulta comunque contraddittorio, paradossale, qualunque dio o motore immoto o qualunque aggeggio vi piaccia pensare o io voglia porre come lo so? Attraverso che cosa? Posso saperlo attraverso al deduzione o attraverso l'osservazione, aristotelicamente attraverso la deduzione che è più attendibile, più recentemente attraverso l'osservazione, come sapete dagli gli antichi non era tenuta in gran conto l'empiria, ma in entrambi i casi la questione è sempre la stessa e cioè si pone una domanda a cui nessuno sa rispondere, cioè come so che l'osservazione è tale da garantire la realtà delle cose? O come so che la deduzione al pari fornisce un criterio così sicuro, come l'ho saputo? Da chi? Naturalmente occorrerebbe un meta criterio, sta qui l'impiccio in cui si è trovato e si trova da sempre il discorso occidentale dal quale, come dicevo prima, non può o non sa o non vuole uscire. Perché i paradossi sono solubili? Perché ciascun paradosso sorge su una formulazione che è sempre la stessa, quella che afferma che c'è un elemento fuori dalla parola. Questa è la struttura fondamentale del paradosso, e come lo so che è fuori dalla parola? Per saperlo occorre che sia nella parola, quindi è fuori dalla parola se e soltanto se è nella parola, ché a questo punto posso dire che è fuori dalla parola ma come lo dico se non con la parola? E questa è la formulazione del paradosso che poi, come sapete, si è configurato in tantissimi modi. Dal paradosso di Epimenide fino a quelli di Russell e di Burali Forti, però la struttura è sempre la stessa, sorgono i paradossi laddove, direttamente o indirettamente, si pone un elemento fuori dalla parola, da quel punto si è sicuri che prima o poi si incapperà nel paradosso inesorabilmente: nel momento in cui questo elemento sarà richiesto di provare se stesso non lo potrà fare. Dicevo che i paradossi sono solubili, sono solubili molto semplicemente, non come voleva Russell vietando di attribuire una certa proprietà allo stesso elemento, ma semplicemente considerando che ciò che sta facendo è attribuire a un elemento questa prerogativa di essere fuori dalla parola, se lo si reinserisce nella parola il paradosso si dissolve immediatamente. Si dissolve in quanto se io stabilisco, prendete per esempio il paradosso di Achille e la tartaruga che tutti voi conoscete: Achille ‘piè velocÈ ingaggiò una corsa con una tartaruga che notoriamente è lenta, dandogli un certo margine di vantaggio (la tartarughina piccola va pianissimo lui velocissimo), partono insieme, la tartarughina ha un metro di vantaggio, ora voi pensate che Achille raggiungerà dopo una frazione di secondo la tartaruga e dopo la sorpasserà, però prima di compiere questo metro dovrà compiere mezzo metro, prima di compiere mezzo metro dovrà compiere un quarto di metro, prima di compiere un quarto di metro dovrà compiere un ottavo di metro, prima di compiere un ottavo... e quindi non raggiungerà mai la tartaruga. Eppure ciascuno di voi può constatare che, adesso non c'è più Achille piè veloce ma, se salite a bordo di una Ferrari testa rossa e mettete davanti a voi (due metri) una tartarughina e la fate viaggiare e voi partite con la vostra Ferrari constaterete che la raggiungete e la sorpassate con estrema facilità, come mai? Chi sa rispondere a questo quesito? E questo è un paradosso, uno dei tanti. E come si risolve molto semplicemente? Perché si risolve molto semplicemente: considerate il primo aspetto, quello della divisibilità di uno spazio all'infinito, uno spazio è divisibile all'infinito? Sì o no? Se sì allora Achille non raggiungerà mai la tartaruga, se no la raggiungerà. Ma lo spazio è divisibile all'infinito? Dipende, perché se io stabilisco delle regole tali per cui la nozione di spazio è divisibile all'infinito allora lo spazio è divisibile all'infinito e dunque Achille non raggiungerà mai la tartaruga, però posso anche stabilire una regola che afferma che lo spazio non è divisibile all'infinito e se non è divisibile all'infinito allora Achille raggiungerà rapidissimamente la tartaruga. Perché io posso compiere queste operazioni? Perché sono giochi linguistici, oppure pensate che non lo siano? Supponiamo che non siano dei giochi linguistici, allora lo spazio è divisibile all'infinito. Benissimo, provalo, perché se affermi questo io immediatamente ti chiedo di provarlo e la prova deve essere inconfutabile altrimenti le tue affermazioni varranno nulla. Come provarlo? Attraverso che cosa? Con quali criteri? Badate bene che questi criteri devono essere assolutamente certi, altrimenti io vi chiederò di provare questi criteri, perché ciò che è in gioco è molto, quindi se facciamo sul serio, facciamo sul serio.

 - Intervento: provare tutto...

Non è facile, occorre imparare a farlo che se no rimane anche questa una petizione di principio, se Lei mi dicesse: “io posso provare tutto e il contrario di tutto”, e io le dicessi: “va bene lo faccia”, Lei lo saprebbe fare?

- Intervento: potrei allenarmi un po'

Sì dovrebbe allenarsi molto, però potrebbe farlo.

- Intervento:…

Questo è l'impiccio del discorso occidentale il quale vorrebbe essere molto serio, tuttavia a fondamento della sua serietà c'è qualcosa di totalmente arbitrario che non può essere provato in nessun modo, ma questo soltanto per dirvi che ciò che occorre che ciascuno incominci a fare è esercitarsi rispetto al proprio discorso, lì la questione si fa difficile. Si fa difficile perché ciascuno è indotto dall’addestramento che ha ricevuto, a pensare in un certo modo e cioè che ciò che lo circonda sia la realtà e attribuisce a questo significante un certo significato e può sì, giocare ma fino ad un certo punto oltre il quale non gioca più, perché è come se dicesse: possiamo giocare fino a qui però oltre no, oltre c'è la realtà, ed è questa la difficoltà, soltanto questa non ce ne sono altre, ma è una difficoltà non da poco, una difficoltà che in tremila anni non è stata superata (salvo che da me. Non te la aspettavi questa?), ed è per questo siamo stati costretti a considerare differentemente anche la nozione di psicanalisi, non potendo non tenere conto di questi aspetti. Di fronte alle varie affermazioni, prendiamo quelle di Freud ci siamo dovuti chiedere perché, come lo sa che è così? E che cosa dice dicendo che è così? Siamo stati costretti perché in caso contrario ci saremmo comportati in modo molto religioso. Freud dice così, va bene noi lo leggiamo e lo consideriamo, ma dice così in base a che cosa? Alla sua esperienza, ma la mia è diversa, non vedo perché la mia debba essere inferiore alla sua. Oppure perché ha osservato questo, io posso osservare un'altra cosa, o perché lo ha dedotto, io posso dedurre altrimenti, e dalle stesse premesse giungere a considerazioni diametralmente opposte. Tuttavia Freud ha compiuto un'operazione straordinaria che è quella di fare un listaggio notevole di tutti i luoghi comuni, delle superstizioni, delle credenze, gli intoppi e gli acciacchi che il discorso occidentale veicola. Prendete la sua definizione di nevrosi, definisce la nevrosi in modo tale per cui in effetti è come se considerasse che ciò che induce alla nevrosi è l'impossibilità di rispondere a qualcosa, di darsi una risposta soddisfacente. Certo noi possiamo anche considerare che il discorso occidentale produca questa cosa che possiamo anche chiamare nevrosi, non ce lo proibisce nessuno, a partire dal fatto che effettivamente non si trova la risposta ma occorrono condizioni, e cioè che si dia per acquisito che ci sia, che ci debba essere, solo a queste condizioni l'assenza della risposta provoca tutti i marasmi che Freud illustra quando parla della nevrosi. Come dicevamo anche a proposito della depressione la quale giunge a considerare che le cose non hanno nessun senso e quindi a che vale la vita? Che senso ha? Ma perché dovrebbe averne uno e che cosa vuol dire che non ha un senso? Cosa intende con ‘senso’ in primo luogo? Però effettivamente si ascolta questo in molti casi nella depressione, cioè è questo il luogo comune più frequente, più accreditato, più diffuso. Il primo listaggio di luoghi comuni lo ha compiuto Aristotele, nei Topici, potremmo anche rileggerli questi Topici, rileggerli perché come dicevo prima sono una raccolta fra le più interessanti di luoghi comuni. Come sapete da allora sono passati 2500 anni, però i luoghi comuni sono gli stessi e quindi rimangono assolutamente attuali, come se li avesse scritti l'altro ieri, non avrebbe potuto scriverli in modo più attuale... potremmo rileggere i Topici e Confutazioni Sofistiche ....

Vari interventi sulle letture

*Sono interessanti gli Antichi, io vi consiglio caldamente di andarveli a leggere o a rileggere, a seconda dei casi, perché vi trovate cose non soltanto molto attuali ma che costringono a riflettere su tantissime cose, ho riferita in varie occasioni l'opinione, condivisibile fino ad un certo punto, di Giorgio Colli che sosteneva che l'essenziale è stato detto dagli antichi, dopo non è stato altro che un balbettio, opinione dicevo condivisibile fino ad un certo punto, però per alcuni versi non ha tutti i torti...

- Intervento:…

Altri recentemente hanno sviluppato in termini molto interessanti alcune questioni, lo stesso Wittgenstein o alcuni linguisti come De Saussure, come Martinet e altri hanno detto cose notevoli rispetto al linguaggio, però rimane che il pensare di questi ultimi tremila anni non è andato molto lontano, lo stesso Heidegger... Heidegger è interessante quando parla degli Antichi, mentre quando fa le sue elucubrazioni…

- Intervento: la realtà luogo comune... e questo è un luogo che è riconosciuto dalla legge

- Intervento: Lei si spinge quasi a dire che l'inconscio è il linguaggio, ma non lo afferma... Quella che Lei fa è l'analisi del linguaggio o l'analisi della psiche?

Che differenza c'è?

- Intervento: è difficile darLe un'etichetta

Vuole darmi un'etichetta? Gliela suggerisco io: Sofista

- Intervento: …

È strettamente l'analisi del linguaggio, è il linguaggio che analizza in qualche modo se stesso, tenendo conto che è il linguaggio che compie questa operazione, affermare che l'inconscio è il linguaggio o che il linguaggio è l'inconscio di per sé non significa niente, per questo non l'affermo, possiamo anche dirlo ma che cosa ci dice questo, che abbiamo definito l'inconscio, però dicendo che è il linguaggio ci basta già il linguaggio, se aggiungiamo l'inconscio già diciamo che esiste un elemento all'interno del linguaggio che chiamiamo inconscio, ma perché fare questa operazione? Cioè che cosa ci apporta il dire che esiste l'inconscio? Per questo preferisco andare cauto con queste affermazioni perché presa così non dice niente, occorre che dica qualcosa per poterla utilizzare...

- Intervento:…

Quando io mi dico che il linguaggio dei fiori è un linguaggio, attraverso che cosa io faccio questa affermazione? Col linguaggio…

- Intervento:…

Io ho data una definizione molto semplice di linguaggio, non ho distinto tra vari linguaggi verbali, non verbali, ho detto che il linguaggio è ciò che consente agli umani di dirsi tali, ancora prima di comunicare, di dire sono un essere umano, esisto quindi esiste quella cosa, quella cosa è una fotografia che mi fa provare quella sensazione ecc... quindi una cosa molto semplice, diciamo che è quella struttura organizzata che mi consente di riflettere su quella stessa struttura, senza quella struttura non potrei riflettere su niente e quindi non posso neanche dire che esisterebbe qualcosa.

- Intervento: mettere in discussione la realtà

L'abbiamo fatto tutta la sera, sì, si può fare (mettere in discussione la realtà) nulla lo vieta, dopo avere stabilito cosa si intenda con realtà ovviamente, mi sembra la cosa fondamentale e qui è da tremila anni che ci si sbizzarrisce. Bene ci vediamo fra 15 giorni con i Topici...

 

1 luglio 1997

Testo di Aristotele: Topici - 1°

"Sillogismo" è propriamente un discorso in cui, posti alcuni elementi, risulta per necessità, attraverso gli elementi stabiliti, alcunché di differente da essi. Si ha così da un lato dimostrazione, quando il sillogismo è costituito e deriva da elementi veri e primi, oppure da elementi siffatti che assumano il principio della conoscenza che li riguarda attraverso certi elementi veri e primi. Dialettico è d'altro lato il sillogismo che conclude da elementi fondati sull'opinione.

Nel discorso occidentale il sillogismo, l'inferenza, per essere vera occorre che muova da elementi certi, sicuri, “primi” come dice Aristotele, e questo ha inficiato buona parte del pensiero occidentale che è rimasto ancorato a questa supposizione e cioè che qualunque ragionamento per procedere correttamente debba muovere da qualche cosa di necessario. Il problema che si è posto è sempre stato questo naturalmente, potere stabilire che cosa sia necessario e a questo punto Aristotele si aggancia alla nozione di definizione, che dovrebbe essere un discorso proprio, e cioè appartenere necessariamente a una certa cosa.

La definizione è un discorso che esprime l'essenza individuale oggettiva. Poco dopo: In realtà quando mostreremo che l'oggetto non è identico alla definizione, avremo distrutto la definizione. // "Proprio" è ciò che, pur non rivelando l'essenza individuale oggettiva, appartiene tuttavia a quell'unico oggetto, e sta rispetto ad esso in un rapporto convertibile di predicazione. Così è proprio dell'uomo l'essere suscettibile di apprendere la grammatica: se infatti un oggetto è un uomo, esso è suscettibile di apprendere la grammatica, e se è suscettibile di apprendere la grammatica, allora è un uomo.// Determiniamo dunque anzitutto che cosa sia una proposizione dialettica e che cosa sia la formulazione di una ricerca dialettica. Non si deve infatti stabilire come dialettica né una proposizione qualsiasi, né la formulazione di una ricerca qualsiasi, nessuno uomo dotato di buon senso proporrà invero ciò che non risponde all'opinione di alcuno, oppure formulerà una ricerca, il cui risultato è già evidente a tutti o alla grande maggioranza delle persone. Queste formulazioni non offrono in realtà alcuna materia di dubbio, e d'altra parte quelle proposizioni non saranno mai stabilite da nessuno. Una proposizione dialettica è così una domanda fondata sull’opinione o di tutti, o della grande maggioranza, o dei sapienti, e tra questi, o di tutti, o della grande maggioranza, o di quelli oltremodo noti. Negli ultimi casi per altro la domanda non deve essere aberrante rispetto all’opinione generale: uno infatti può stabilire quello che sembra accettabile ai sapienti, purché ciò non sia contrario alle opinioni della stragrande maggioranza. Sono poi proposizioni dialettiche altresì le formulazioni simili a quelle fondate sull'opinione, come pure le contrarie - proposte in forma contraddittoria - a quelle che sembrano fondate sull'opinione…

Ecco che cosa fornisce il principio primo e cosa lo garantisce: l'opinione, o più propriamente l'opinione dei più, quella maggiormente condivisa, ed è quella che fornisce il criterio di certezza. Se i più pensano così allora questo è vero. Come mai si rifà a un criterio così strampalato? Ma in effetti non è che non ci abbia pensato evidentemente, ma si è pur accorto, anche lui, che fondare qualche cosa è sempre straordinariamente difficile e allora una sorta di escamotage, l'unica certezza su cui possiamo porre le fondamenta è l'opinione più diffusa. Chiaro che questo comporta logicamente dei rischi non indifferenti, la moda cambia, ciò che è creduto oggi non lo è più domani e dunque anche la verità allora cambia, con conseguenze notevoli per il discorso, ma l'inconsistenza di una simile argomentazione sembra giungere dalla necessità di fondare qualche cosa che in nessun modo è fondabile. Aristotele come sapete, se non lo sapete ve lo dico io, pose delle obiezioni ai sofisti, tuttavia ciò che obietta ai sofisti è riconducibile in definitiva al fatto che i più non pensano così e quindi è sbagliato. Vi rendete conto che ciò che veniva scritto circa 2500 anni fa, sia non solo attuale ma attualmente creduto, ed è ancora su questo che si fonda il pensiero occidentale. In questo ha avuto sicuramente maggiore fortuna di un altro che sarebbe seguito da lì a poco, un certo Gesù Cristo che ha avuto un certo seguito, ma meno di Aristotele, perché Aristotele ha improntato, tutto il modo di pensare per i millenni che hanno fatto seguito e cioè fino a tutt'oggi, ci sono buone provabilità che la cosa prosegua ancora in questi termini, ma l'intoppo qui, dicevamo, è stabilire qualcosa che risulti necessario e prima ancora potere definire che cosa è necessario, e qui la proposta di Aristotele con la definizione di ciò che è proprio, che è l'essenza di una certa cosa, svanisce, è un po' come chiedere qual è l'essenza dell'essenza? Cosa non semplicissima, dunque che cosa è necessario? Così molto banalmente ciò che non può non essere, però detto questo non siamo andati molto lontani, "ciò che non può non essere" in che senso? Ciò che io credo che non può non essere, o ciò che non può non essere assolutamente? Dove lo trovo un criterio simile? Non c'è. Il passo che abbiamo compiuto rispetto al pensiero occidentale è quello di porre un criterio che ci indicasse effettivamente ciò che non può non essere, non nell'assoluto che non ha molto senso, ma rispetto alla ricerca che stiamo compiendo, e come abbiamo detto in varie circostanze, ciò che non può non essere è che questa ricerca la stiamo compiendo utilizzando il linguaggio e questo non può non essere, perché se non utilizzassimo il linguaggio non faremmo la ricerca e quindi ecco che in questo modo riusciamo a reintrodurre la nozione di necessario in un modo che per un verso, non ha bisogno dell'assoluto che vanno cercando i filosofi, dall'altro, quindi apparentemente più debole, dall'altro invece molto più potente, più potente in quanto si riferisce unicamente a ciò che, di fatto, non può non essere, non ciò che immagina possa non essere, ciò che necessariamente non può non essere, per una questione prettamente linguistica, in questo caso più ancora grammaticale e cioè che non posso negare di fare ciò che sto facendo. Allora dunque che cosa è necessario? Che si parli, che si stia parlando, dal momento in cui per esempio, ci si pone questa domanda, cioè che cosa è necessario. L'unica cosa che risulta imprescindibile in questa domanda è che la si stia ponendo, che se la si pone è perché c'è un linguaggio. Ecco perché in questa accezione, possiamo reintrodurre la nozione di necessario assolutamente legittimamente, e cioè come ciò che non può non essere. Dice ancora

È doveroso in ogni caso assumere la proposizione quanto più è possibile in forma universale e poi trarre da quest'unica molte proposizioni, ad esempio, affermando che i termini contrapposti sono oggetto di una medesima scienza e sostenendo in seguito che lo sono quindi i contrari ed i termini delle relazioni /…/ Indagare in quanti sensi si dica alcunché è utile sia nei confronti della chiarezza, (uno infatti può saper meglio cosa sostiene, se si rende manifesto quanti siano i significati), sia rispetto al costituirsi di sillogismi rivolti all'oggetto, come tale, non già al nome. Se invero risulta oscuro in quanti sensi si dica alcunché, può accadere che chi risponde e chi interroga non indirizzino verso un identico punto di riferimento il loro pensiero; una volta invece che si renda manifesto quanti siano i significati e dove rivolga la sua mira chi ha proposto la questione, apparirebbe ridicolo l'interrogante se non costruisse il discorso in questa direzione.

Questione questa che i linguisti hanno affrontata in modo molto rigoroso e cioè quanti siano i significati di una proposizione, voi per esempio affermate una proposizione, quanti significati è possibile dare a questa proposizione che avete affermato? Probabilmente moltissimi e allora suggerisce lui, occorre precisare il più possibile i significati di ciò che si intende dire. Domanda che talvolta accade di rivolgere a uno che vi sta parlando e cioè in che senso dice quella certa cosa, è la stessa cosa, cioè che cosa vuoi dire, che cosa significa questa cosa che stai dicendo? Evidentemente il senso non è affatto così automatico, qui Aristotele si accorge che è possibile attribuire a una proposizione un numero notevole di significati, naturalmente da buon logico taglia corto su molte questioni e taglia corto perché si troverebbe altrimenti preso in aporie infinite. Cosa gli obietterebbe qualunque sofista? Che qualunque sia la proposizione che so costruisca per spiegare la precedente subirà la stessa sorte e cioè necessiterà di una terza proposizione che spieghi la seconda, poi di una quarta che spieghi la terza, fino a quando? Fino a quando decido che va bene così, perché di fatto non c'è un criterio logico, rigoroso, preciso che mi fornisca la regola per fermarmi ad un certo punto. Questione che poi ripresa un paio di millenni dopo dai linguisti ha portato all'impossibilità, per esempio, di stabilire la comunicazione: io dico una certa cosa, che cosa ho inteso dire con questo? Io stesso, se mi mettessi a spiegare ciò che ho inteso dire potrei andare avanti all'infinito, in questo modo una comunicazione non sarà mai piena, mai garantita, sarà sempre aleatoria, provvisoria, e soprattutto parziale. Proprio in Aristotele, che è considerato non a torto uno dei più grandi logici mai esistito, proprio lì troviamo le fondamenta di tutto il disastro teoretico che ha incontrato il discorso occidentale e cioè questa impasse di cui vi dicevo forse la volta scorsa generata dalla necessità di compiere un percorso che deve essere assolutamente rigoroso, ma che muove da premesse che sono assolutamente arbitrarie, fino ad arrivare a Wittgenstein il quale a proposito della dimostrazione si chiedeva chi dimostrerà la dimostrazione? Nessuno ovviamente, è un criterio che si è stabilito in modo totalmente arbitrario. Ma fin qui non ci sarebbe nulla di male, il problema è sorto nel momento in cui si è voluto ritenere che ciò che è totalmente arbitrario fosse invece necessario. Quando ciascuno di voi compie un sillogismo, qualunque esso sia e cioè un discorso che procede da una premessa maggiore a cui aggiunge la minore e poi la conclusione, come per esempio:- Tutti gli animali sono mortali, l’uomo è un animale, ergo l’uomo è mortale.- apparentemente non fa una grinza, naturalmente questo sillogismo, che è considerato indubitabile, muove da qualche cosa la quale che procede da che? Dall’esperienza: afferma che tutti gli animali sono mortali, come lo sa? Come lo ha saputo? È una certezza. Si potrebbe dire che si è sempre verificato così, ma questo logicamente non ha nessun rilievo, assolutamente nessuno, la logica, proprio quella che Aristotele insegnava, vuole invece che perché una affermazione sia necessaria muova da una premessa necessaria e questa premessa non è necessaria, perché per renderla tale occorrerebbe che io avessi la certezza che tutti gli umani vissuti sono morti e che morranno tutti quelli che vivranno in seguito. È il problema dell’induzione: il sole è sorto questa mattina, è sorto anche ieri, è sorto anche l’altro ieri, è da moltissimo tempo che sorge, ci sono buone probabilità che sorga anche domani mattina. Sì ci sono buone probabilità, ma questo di nuovo, per un ragionamento prettamente e squisitamente logico non significa assolutamente niente, il fatto che la cosa si sia sempre verificata dice soltanto che si è sempre verificata, ma non dice nulla sul fatto che potrà verificarsi oppure no. Ora qui occorre fare una breve parentesi perché c’è sempre una sorta di oscillazione fra il discorso che vuole essere rigoroso e invece un discorso che rigoroso non può essere in nessun modo. Se ci si potesse accorgere di questo, forse le cose sarebbero più semplici. Certamente io non mi metterei a preoccuparmi del fatto che il sole possa domani mattina non sorgere, ma saprei che non è una certezza, non è logicamente una certezza. Questo direte voi cambia poco, sì e no, per quanto riguarda il sole può darsi, ma per quanto riguarda il modo di pensare invece cambia moltissimo, perché alcune cose sono considerate logicamente e assolutamente certe per lo stesso motivo per cui è certo che domani il sole sorgerà, ma questa cosa non è affatto certa, proprio per niente, e allora si muove da elementi che si ritengono certi e che tali non sono affatto e questo naturalmente da l’avvio a una serie di problemi, per quanto riguarda le conclusioni che si raggiungono e che si vogliono altrettanto certe e che invece certe non sono. Però, finché lo si crede, si costruisce la propria esistenza a partire da questi elementi che si ritengono certi, una sorta di illusione, chiamiamola così, che però costruisce ciascuna volta il discorso, lo mette in piedi e ciascun discorso avrà comunque, che lo si sappia oppure no, queste premesse che ritiene necessarie. Che Aristotele sapesse oppure no tutte queste cose poco importa, ciò che a noi interessa è ciò che scrive, non quello che avrebbe voluto scrivere, come sempre accade, ciò che si legge in Aristotele, almeno qui e comunque in molte altre parti, è un tentativo estremo di fondare la logica, di dare alla logica una dignità assoluta. Buona parte della sua ricerca volge in questa direzione, e cioè stabilire un criterio di pensiero che sia assoluto e che sia assolutamente inconfutabile, sul quale costruire un discorso che sia ineccepibile e che quindi ciascuno necessariamente sia costretto ad accogliere. Se una proposizione è necessariamente vera nessuno può obiettare nulla e quindi impone, per così dire, il consenso assoluto e totale. Adesso lasciamo perdere le implicazioni politiche rispetto a una cosa del genere, ma atteniamoci a quelle logiche per il momento. L’intoppo è che per costruire una cosa del genere Aristotele è costretto a immaginare un fondamento rigoroso e assoluto a ciò che lui stesso inventa, a una sua invenzione, dire cioè che è vero ciò che i più immaginano tale. È una sua invenzione, una sua pensata, ma il problema è stato ed è il dare dignità logica a qualcosa che è assolutamente gratuita, come giustificarla? Qui è sorto un problema che è rimasto tale e quale a tutt’oggi, e cioè come potere dare dignità a una propria opinione anziché abbandonarla come una favoletta qualunque? Dicevamo tempo fa che anche le affermazioni più serie, più pregnanti del pensiero occidentale possono essere considerate alla stregua di favolette. Avete presente Cappuccetto Rosso? Hanno la stessa dignità logica e sono credibili allo stesso modo, perché? Io non posso provare che la favola di Cappuccetto rosso sia alcunché di vero e di fondante per il discorso occidentale, posso invece provare che il discorso di Hegel è stato fondante per il discorso occidentale, ma non vero. La verità del discorso di Hegel e quella della favola di Cappuccetto rosso, è la stessa, è la stessa perché in entrambi i casi non posso stabilire un metacriterio per decidere in modo assoluto per l’una o per l’altra. Ora chiaramente mi troverei in imbarazzo nella scelta tra l’una e l’altra. Certo quella di Hegel eventualmente può offrire una maggiore articolazione, una maggiore elaborazione forse, l’altra però è più divertente, offre altri spunti. Immagino che Hegel quando scriveva la sua Fenomenologia dello Spirito non pensasse di scrivere qualcosa di aleatorio, arbitrario o personale, una sua opinione legittima quanto qualunque altra, ma forse immaginava di stabilire una sorta di regola universale, qualcosa che non poteva non essere, ma l’intoppo che abbiamo visto sorgere con Aristotele muove dalla difficoltà da una parte e dalla necessità dall’altra, di stabilire come assoluto ciò che è assolutamente gratuito, e cioè una opinione personale. Perché la necessità? Perché se non si riuscisse in qualche modo a supporre di avere data alla propria opinione personale uno statuto di verità rimarrebbe, come dicevo prima, inesorabilmente vera, e altrettanto legittimamente quanto lo sia la favola di Cappuccetto rosso. Più o meno interessante, ma questo è un altro discorso. Ma non è soltanto questo che il discorso occidentale va cercando, non che una cosa sia interessante, anzi è marginale, importa che sia vera, inesorabilmente vera. Cosa che poi ciascuno fa quando pensa, quando discute, quando parla continuamente, cercare questo criterio, questa verità e cioè quell’elemento che costringa altri incondizionatamente perché la verità ha questa prerogativa, costringe necessariamente all’assenso, ma leggiamo… aggiunge:

Le formulazioni di una ricerca possono essere universali o particolari. Sono invero universali, ad esempio, le formulazioni: “ogni piacere è un bene” e “nessun piacere è un bene”; sono per contro particolari, ad esempio, le formulazioni: “qualche piacere è un bene” e “qualche piacere non è un bene”. D’altra parte, gli schemi atti a consolidare e a demolire una formulazione universale hanno una validità comune ad entrambi i generi delle formulazioni di una ricerca: se infatti mostreremo che una determinazione appartiene ad ogni oggetto, avremo mostrato altresì che appartiene a qualcuno di essi, e similmente, se mostreremo che appartiene a nessun oggetto, avremo mostrato che non appartiene a tutti. Si deve così parlare anzitutto degli schemi atti a demolire una formulazione universale, sia perché essi hanno una validità comune alle formulazioni universali e a quelle particolari, sia perché i sostenitori di una tesi la presentano con una affermazione piuttosto che con una negazione, e tocca pertanto a coloro che discutono un’opera di demolizione.

Come dire, in termini spicci, che se io faccio una affermazione universale, cioè dico per esempio: tutti gli A sono B, e uno di voi salta su e dice no, questa A non è una B. Già avete negato la mia affermazione che è universale con una affermazione particolare, che nega un elemento. Quindi non è vero che tutti gli A sono B, basta che ce ne sia uno che non lo sia e già questa affermazione viene inficiata. Lui qui comincia ad illustrare i vari modi in cui si demoliscono le proposizioni, si demoliscono le affermazioni, perché a lui interessava costruire un sistema che possa essere utilizzato anche in ambito forense, per esempio, ma non soltanto anche in ambito così… discussivo:

Oltremodo difficile è d’altro canto il convertire – come propria dell’oggetto – la predicazione dell’accidente: in effetti, l’appartenere in modo limitato e non universalmente è possibile per i soli accidenti. Nel caso della definizione, del proprio e del genere, è certo necessario che la predicazione si converta. Ad esempio, se ad alcunché appartiene l’essere un animale terrestre bipede, sarà vero affermare con una conversione, che tale oggetto è un animale terrestre bipede. Similmente si dica per la predicazione del genere; se invero a qualcosa appartiene l’essere un animale, esso è un animale.

Sono regolette queste del ragionare comune, anche se magari leggendo vi sembra una cosa un po’ bizzarra, giustamente è difficile convertire una affermazione che riguarda un accidente, cioè qualcosa che può essere come può non essere, con qualcosa di proprio e di specifico ad una certa cosa: questo orologio ha il cinghietto marrone, quindi tutti gli orologi hanno il cinghietto marrone. No, perché il fatto che il cinghietto sia marrone è un accidente, non è il proprio della definizione di orologio, in effetti l’inghippo sta in questo, nell’attribuire a un elemento sempre e necessariamente qualcosa che necessariamente gli appartenga, come nell’esempio che ho fatto varie volte, il sillogismo degli apostoli: Pietro e Paolo sono apostoli, gli apostoli sono dodici, Pietro e Paolo sono dodici… Chi ha qualche obiezione? Pietro e Paolo sono dodici o non sono dodici? Apparentemente dovrebbero essere due, ma se gli apostoli sono dodici e Pietro e Paolo sono apostoli allora sono dodici anche loro…

- Intervento:…

Certo questa è un’obiezione legittima, però il sillogismo apparentemente… Lei consideri quest’altro sillogismo: Tutti gli animali sono mortali. L’uomo è un animale, dunque l’uomo è mortale. Qualche obiezione?

- Intervento:…

No, il fatto che siano apostoli, per quanto riguarda Pietro e Paolo è un accidente, non è affatto necessario per Pietro e Paolo essere apostoli, ed essendo accidentale possono esserlo oppure no, esattamente come il cinghietto marrone nel caso dell’orologio. Infatti il sillogismo scientifico per Aristotele è quello che procede necessariamente da premesse necessarie, e allora per Aristotele il fatto che gli animali siano mortali è necessario, che Pietro e Paolo siano Apostoli non è affatto necessario, ecco perché si crea questo inghippo. Inghippo che però occorre faccia riflettere perché una quantità sterminata di conclusioni cui si giunge, più o meno consapevolmente, hanno questa struttura: “Pietro e Paolo sono apostoli. Gli apostoli sono dodici. Pietro e Paolo sono dodici”. In questo caso la bizzarria della conclusione è immediatamente evidente, in infiniti altri no, ma la struttura è esattamente la stessa e si immagina di avere concluso con una certezza assoluta, perché apparentemente il sillogismo non fa una grinza. E invece di grinze ce ne sono molte, si tratta di accorgersene:

Uno di questi schemi consiste propriamente nell'esaminare se è stato formulato come accidente ciò che appartiene in qualche altro modo all’oggetto. Quest’errore poi si verifica soprattutto riguardo ai generi, quando ad esempio uno dice che accade al bianco di essere un colore; in realtà, non accade al bianco di essere un colore, bensì il colore è il suo genere. Può darsi dunque il caso che proprio la predicazione esplicita dell’accidente sia fornita da chi pone la tesi, quando si dice ad esempio che alla giustizia tocca per accidente di essere una virtù.

In questo caso Aristotele obbietterebbe che alla giustizia non tocca affatto di essere una virtù per accidente, ma è il suo genere. Poi tutte queste forme di argomentazione così precise, rigorose, anche sofisticate per alcuni versi, sono state e sono utilizzate per confondere. Se uno obiettasse: tu utilizzi questo elemento come accidente mentre appartiene al genere. Già questo può lasciare perplessi perché non si capisce bene cosa sta dicendo, ma si immagina che stia facendo una obiezione legittima, e può anche essere che lo sia, ora questo caso per quanto remoto possa essere diventa invece interessante quando ci si confonde da sé, rispetto alle proprie deduzioni, ai propri discorsi, allora si attribuisce a qualche cosa che è un accidente, qualche cosa che accade, l’attributo di necessario e qui la cosa diventa complessa. Con necessario intendiamo ciò che non può non essere, del necessario non possiamo stabilire alcunché salvo ciò stesso che ci consente di fare queste operazioni e cioè il linguaggio, allora, sempre utilizzando la logica aristotelica, se questo allora qualunque affermazione risulta un accidente, qualunque premessa per quanto io la ritenga salda, incrollabile, indubitabile, assoluta e certa, è un accidente. Un accidente cosa vuol dire? Che può essere e può non essere, che potrebbe essere. Gli umani sono mortali, potrebbe essere, questo solo possiamo dire, niente di più, sempre naturalmente nell’ambito della logica, nell’ambito dell’opinione possiamo dire invece quello che ci pare e il suo contrario, altrettanto legittimamente… Si…

- Intervento: Se un milione di persone sono mortali, se trovo che una è mortale, ma siccome non si trova, non si può…

Si può, lo dicevo la volta scorsa, già lei non c’era, una affermazione del genere che afferma che tutti gli uomini sono mortali, se vuole essere assoluta deve avere la certezza che tutti, quelli esistiti, quelli esistenti e quelli che esisteranno, siano mortali. Ora il problema sorge nel verificare che tutti gli uomini che ci saranno da qui a cinquantamila anni saranno tutti mortali, ora a questo punto per provare una cosa del genere devo fondarmi su ciò che ho verificato nel passato, cioè fino ad oggi non si è verificato mai, che io sappia, che un uomo non sia stato mortale, questo mi autorizza ad affermare che anche in futuro sarà sempre necessariamente così, e facevo anche l’esempio del sole che sorge: il sole è sorto tutte le mattine, è sorto ieri mattina, l’altra mattina ecc. ci sono buone probabilità che sorga anche domani mattina, buone probabilità, non la certezza, la certezza è un’altra cosa, deve essere assoluta per definizione…

- Intervento:…

Qui non si tratta di stabilire la probabilità al 90% anche perché lo sa dopo che è al 90%, ma prima non lo sa, che tutti gli umani saranno mortali è un’induzione. L’induzione è una forma di inferenza particolare, sapete che ce ne sono due (tre per Peirce) la deduzione e l’induzione. La deduzione procede da qualcosa di certo e procedendo da qualche cosa di certo, di necessario, discende sempre mantenendo la stessa certezza fino al particolare… cioè io deduco quando da un elemento ne traggo un altro, il quale discende necessariamente dal precedente, cioè è contenuto, se volete metterla così, è contenuto nel precedente, (implicito). E infatti anche per Kant la ricerca deve essere necessariamente deduttiva per avere un valore assoluto, perché soltanto questo modo di inferire garantisce che si stia procedendo con certezza, perché non si aggiunge niente, la deduzione dice soltanto che cosa è necessariamente implicito in quella premessa. L’induzione invece non ha propriamente questo carattere di necessarietà che ha la deduzione, dice che una certa cosa è sempre avvenuta per cui dovrà avvenire anche in seguito, ma accogliere la induzione come criterio di inferenza è sempre molto problematico, perché è sempre confutabile: è sempre avvenuto fino ad oggi. E allora? E se domani non avviene più, sappiamo che è avvenuto fino ad oggi, va bene e con questo? Non ci garantisce nulla di ciò che potrà accadere. Poi vi racconto un altro aneddoto bizzarro, sia la deduzione che l’induzione sono dimostrabili, sono cioè procedimenti logici la cui ultima formula un teorema, bene, la deduzione è dimostrabile solo che nella dimostrazione della deduzione è necessario un passo, cioè è necessaria l’induzione, e d’altro canto per dimostrare l’induzione è necessaria la deduzione, è un gatto che si morde la coda. Ed è bizzarro che nella logica, cioè nella teoria fra le più rigorose che gli umani abbiano inventate ci siano degli intoppi di questo genere, ma ce ne sono anche di peggio…

- Intervento: abduzione?

L’abduzione sarebbe questo il una conclusione da elementi che consentono intuitivamente di sapere che cosa… di giungere intuitivamente ad una conclusione, però non offre né la garanzia di una deduzione, e non è neanche un’induzione, per esempio un’indagine poliziesca è un esempio classico di abduzione, dove da un certo numero di elementi non è possibile dedurre logicamente qualche cosa ma…

- Intervento: trarre intuitivamente da due elementi un terzo elemento

- Intervento: il mezzo statistico quello scientifico

Qui occorre distinguere fra un discorso che deve essere logico oppure probabilistico. Noi abbiamo distinto: il discorso logico non accoglie nessuna probabilità, non sa cosa farsene di ciò è probabile cioè di ciò che può essere come non può non essere. Poi si può stabilire un grado di probabilità, il criterio per stabilire questo grado di probabilità è sempre molto aleatorio e non offre di fatto nessuna garanzia. Anche la stessa statistica per altro viene sempre meno utilizzata, perché sempre meno utilizzabile, ha mostrato e mostra talmente tanti limiti da essere più un “divertissement” che un processo scientifico. In effetti l’uso della statistica è quello di prevedere, cioè di fare delle proiezioni, l’unica utilità che potrebbe avere è questa, che queste proiezioni si rivelano sempre essere o vere o false

- Intervento:…

Quasi sempre… è un criterio usato per la statistica che è discutibile. È discutibile per via del campione che prende, è discutibile per l’uso che ne fa, è discutibile per il sistema che utilizza per giungere da un campione ad una conclusione, offre talmente tante difficoltà e problemi non solo di carattere logico, tutto sommato sarebbe il meno, perché un sistema non è importante tanto che funzioni, quanto che sia credibile, che funzioni oppure no, spesso è molo marginale, però un po’ come il criterio scientifico che ha sostituito in questi ultimi secoli il discorso religioso. La certezza scientifica non offre nessuna garanzia di nessun tipo, però adesso ultimamente è creduto, anche il discorso religioso offriva garanzie assolute un po’ di secoli fa, ed era assolutamente certo, provato altrettanto indiscutibilmente. Adesso è cambiata la moda e c’è il discorso scientifico, ma la struttura non è cambiata molto. Ciò che si rileva è la difficoltà di fare coincidere qualcosa che rimane sempre probabile, possibile, con qualcosa che si immagina assoluto, certo come un ragionamento logico, e non coincidono mai e allora ecco si inventa di volta in volta una sorta di giustificazione, come dire: questo è vero perché sì. Questa è la risposta migliore che si possa dare, perché sì. Non ce ne sono di migliori.

- Intervento:…

In genere avviene così, ma quando si immagina di compiere un procedimento scientifico non si suppone che sia totalmente arbitrario e soggettivo ma sia universale è questo che si cerca di ottenere, l’universalità, l’assoluto: dio, si può chiamare anche così, ma è qui che sorgono i problemi, perché se io dico che penso in un certo modo va bene, non c’è nessun problema, il problema sorge quando di questa opinione si vuole fare un criterio assoluto. Allora si trova in difficoltà, finché dice che è una sua opinione e va bene, nessuno glielo vieta Ma questo che credo lo credo anche vero generalmente e universalmente, ché per essere una verità deve essere assoluta perché una verità parziale è una contraddizione in termini

- Intervento:..

Sì certo, certamente: Vede il problema che si è posto fino dai tempi di Aristotele è quello di definire la verità, perché occorre che io sappia che cos’è per poterla individuare una volta che l’ho raggiunta, se no come so che l’ho raggiunta, se non so che cosa è…

- Intervento:...

Se so che cosa è questo può servirmi per confrontare altre proposizioni, per verificare se sono vere. Faccio un esempio molto banale, prenda il calcolo numerico, Lei fa un’operazione piuttosto complicata per esempio, radice cubica di 127.126,9 e dice un risultato, noi non sappiamo se è vero quello che Lei ci ha detto, però possiamo saperlo, perché abbiamo un criterio che ci consente di provare questo. La verità dovrebbe servire a questo, però come dicevo prima il problema sta nel definirla e non trovando un sistema per poterla definire risulta difficile sapere se si è trovata oppure no, e qui sorge un altro problema ancora, e cioè quello della ricerca, perché dobbiamo essere sicuri che per definire la verità stiamo utilizzando il criterio giusto, perché se no definiamo un’altra cosa e quindi questo criterio deve essere vero, ma per potere fare un criterio vero ci occorre la verità che è esattamente ciò che dobbiamo cercare. Le cose possono non essere semplici. Ma la logica conduce alla verità? No, non conduce a niente, conduce unicamente, nelle migliori delle ipotesi, alla considerazione di avere compiuto un percorso attenendosi a delle regole stabilite, ciò che la logica conclude non ha un referente da qualche parte.

 

15-7-97

I TOPICI DI ARISTOTELE

 

Un altro schema sta nel costituire i discorsi definitori dell’accidente e dell’oggetto cui è riferito l’accidente - o di entrambi presi singolarmente, o di uno dei due - e nel considerare in seguito se qualcosa, che risulta non vero dai discorsi, sia stato assunto come vero. Quando ad esempio si afferma che è possibile fare ingiustizia ad un dio, occorrerà domandare: che cos’è il fare ingiustizia? Se quest’ultima nozione significa il danneggiare in modo volontario, è evidentemente impossibile che ad un dio sia fatta ingiustizia: in effetti non è possibile che il dio sia danneggiato. Così pure se si sostiene che l’uomo eccellente è invidioso occorrerà domandare: chi è l’invidioso? E che cos’è l’invidia? Nel caso infatti che l’invidia sia una pena causata dall’evidente benessere di una persona capace e fortunata, sarà chiaro che l’uomo eccellente non è invidioso: altrimenti sarebbe di poco valore. Del pari, quando si afferma che chi ha tendenza ad indignarsi è invidioso, occorrerà domandare: chi è l’uno e chi è l’altro. Sapendo questo risulterà invero chiaramente se quanto si è detto sia vero oppure falso.

Poco più sotto:

- inoltre se alcunché si dice in più sensi, e d’altro canto è posto come appartenente o non appartenente ad un oggetto, si condurrà la prova rispetto ad uno dei due significati, quando non sia possibile farlo per entrambi. Ci si deve per altro servire di questo schema per i casi in cui l’ambiguità è ignorata: se infatti non sfuggono i diversi significati, l’interlocutore obietterà che non sta discutendo sulla nozione rispetto a cui già egli stesso era in dubbio, bensì sull’altra. Questo schema poi può convertirsi da costruttivo in distruttivo. Volendo in vero consolidare un’affermazione, proveremo che quanto si dice appartiene in uno dei due significati all’oggetto, se non siamo in grado di provarlo per entrambi; volendo invece demolirla, mostreremo che non appartiene in uno dei due significati, se non siamo capaci di mostrarlo per entrambi. Occorre tuttavia distinguere. Chi demolisce non deve affatto discutere partendo da una concessione dell’avversario, sia che qualcosa si dica appartenere ad ogni oggetto, sia che si dica appartenere a nessuno: se infatti mostreremo che non appartiene ad un qualsiasi oggetto, avremo demolito l’affermazione che appartiene ad ogni oggetto, e similmente, se mostreremo che appartiene ad uno solo, demoliremo l’affermazione, che appartiene a nessuno. Per contro chi consolida, deve concordare in anticipo con l’avversario, che la determinazione appartenga ad ogni oggetto, se appartiene ad uno qualsiasi, ammesso che tale presupposto sia persuasivo.

- Se d’altra parte la pluralità di significati non è ignorata, si può tanto demolire, quanto consolidare, dopo che sono stati distinti tutti i sensi in cui si dice alcunché. Se ad esempio ciò che conviene è l’utile oppure il bello, occorrerà tentare di consolidare o di demolire il riferimento di entrambe queste determinazioni all’oggetto onde si tratta, mostrando in particolare che esso è bello e utile, oppure che non è né bello, né utile. Quando poi non sia possibile fornire la prova per entrambi i significati, bisogna fornirla per uno di essi, aggiungendo come chiarimento che la cosa vale per l’uno e non per l’altro.-

Intanto occorre dire questo, le cose che abbiamo cominciato a leggere sono indicazioni su come generalmente occorra ragionare, ragionare nel caso che ci si trovi di fronte un avversario che sostiene una tesi contraria oppure nel caso in cui si voglia consolidare, provare una propria tesi. La questione su cui Aristotele punta l’attenzione, ed è di notevole interesse, è che c’è l’eventualità che un unico elemento abbia più significati, e allora lui racconta che se dovete difendere una vostra tesi allora ovviamente utilizzerete questo elemento prendendo da questo elemento i significati che fanno comodo alla vostra prova, ignorando tutti gli altri. Il contrario farà il vostro avversario il quale si avvarrà di tutti i significati utili alla sua tesi e dannosi per voi. Ma tutto questo perché ha qualche interesse? Quante sono le parole, i termini, i significanti se volete più precisamente, ai quali è possibile attribuire molti significati? Supponiamo che siano molti questi significanti a cui è possibile attribuire molti significati, allora in questo caso, o meglio in ciascuno di questi casi in cui è possibile attribuire molti significati, sarà possibile in ugual misura e in egual titolo, sia a chi sostiene la tesi e sia a chi la confuta, provare le proprie tesi, sarà altrettanto facile, basta semplicemente mutare l’accezione, il significato di un certo significante. Allora si giunge alla conclusione per cui è assolutamente necessario definire un significato, il significato di quel certo significante, se questo potesse darsi allora finalmente ci si intenderebbe alla perfezione. Ora avviene che questo tentativo sia stato messo in atto da molti anche molto recentemente, linguisti, logici, era anche in parte il sogno di Leibniz, poi ripreso da molti, non ultimi anche Frege e Russell, trovare un sistema tale per cui sia possibile definire un oggetto, non importa in quale modo, l’importante è che si giunga a questa definizione. Questi tentativi sono falliti, sono falliti mostrando la difficoltà estrema nel definire un oggetto. È come se l’oggetto, finché non si cerca di definirlo, sia assolutamente chiaro, preciso ed evidente, nel momento in cui si incomincia a definirlo ecco che mano a mano si sposta, è sempre un passo oltre, incomincia a sfuggire alla presa. L’oggetto può essere qualunque cosa ovviamente, dunque apparentemente ci si può facilmente avvalere della molteplicità dei significati che è possibile attribuire a un qualunque significante. Abbiamo fatto l’ipotesi che siano molti i significanti a cui è possibile attribuire molti significati, proviamo a supporre che siano tutti i significanti, e cioè a ciascun significante sia possibile attribuire un numero di significati pressoché infinito. Ma è possibile, e in che senso? Naturalmente in questa ricerca occorre attenersi con il massimo rigore possibile a dei criteri che siano il più possibile assoluti, così come moltissimi hanno cercato di fare, e in effetti coloro che più si sono attenuti a questo criterio sono esattamente quelli che si sono accorti, hanno costatato l’impossibilità di giungere ad una conclusione di questa ricerca. Come dire in altri termini che per definire un oggetto occorre restringere il campo, e può restringersi in vario modo a seconda del criterio che viene utilizzato per compiere questa operazione. Può restringersi avvalendosi dell’uso, di un criterio filologico, di un criterio storico, di un criterio strutturale, ciascuno poi sceglie quello che gli pare più opportuno, ma rimane che in ciascuno di questi casi la scelta di tale criterio, qualunque esso sia, rimane arbitraria non potendosi stabilire un criterio definitivo. L’arbitrarietà del criterio di cui ci si avvale per stabilire il significato dell’oggetto porta con sé una serie di problemi dal momento che inesorabilmente prima o poi si troverà di fronte alla necessità di dovere dimostrare l’assoluta validità del criterio utilizzato per giungere alla conclusione cui si è giunti, e a quel punto le cose diventano molto difficili a proseguirsi e rimane come conclusione più o meno legittima l’affermazione che dice che si è scelto quel criterio perché piace di più, tutto sommato è un criterio come un altro, non è peggiore di qualunque altro. La questione del significato di cui parla Aristotele è di importanza capitale per tutto il discorso occidentale, e chi si è avventurato a cercare quale fosse mai il significato del significato si è trovato abbastanza rapidamente nella mala parata che è quella che già gli antichi avevano individuata, e cioè di fronte ad una sorta di regressio ad infinitum, oppure a una petizione di principio che possiamo riassumere in una proposizione che afferma che una cosa è così perché è così, e belle fatto. Se per esempio leggete uno degli scritti più recenti e più accreditati su questa questione che appunto porta come titolo “Il significato del significato” di tali Ogden e Richards, vi trovate a considerare come tutto il discorso occidentale ruoti intorno a questa nozione, ruoti intorno a questa nozione al pari di altre nozioni, come la verità, come il bene, tutti aspetti della stessa questione. Occorre precisare un aspetto che è questo: ciascuno parlando, dicendo qualunque cosa voglia dire, difficilmente riflette mentre parla su quale sia il significato degli elementi che intervengono nel suo discorso, anzi non lo fa, se lo facesse il suo discorso prenderebbe una piega difficile a proseguirsi perché si fermerebbe ad ogni istante e invece non avviene. Se questo per un verso consente al discorso di proseguire con una certa rapidità d’altra parte mostra però una difficoltà nel momento in cui ciascuno è chiamato da altri o da sé stesso a dare un significato a ciò che sta utilizzando il suo discorso; ecco che a quel punto le cose che stava dicendo con assoluta tranquillità rapidità e sicurezza diventano improvvisamente infide, instabili e sfuggevoli al punto che non sa più esattamente che cosa stava dicendo. Una cosa che ciascuno può riscontrare molto agevolmente, così come può riscontrare molto facilmente che se incomincia a chiedersi quale sia il significato di un termine si trova in una cascata inarrestabile. In effetti ciò che Hjelmslev trova, inseguendo anche lui una sorta di metalinguaggio è qualcosa di molto prossimo, nel tentativo di cercare una semiotica definitiva che potesse consentire al metalinguaggio di stabilire un criterio unico per potere avvalersi in un modo preciso del linguaggio, ciò che incontra è una cascata di semiotiche, cioè una proliferazione infinita. Dico i linguisti perché forse più di altri si sono trovati di fronte a questo problema, ma non soltanto loro. Dunque ancora il significato, potremmo porre così la questione: che cosa significa il significato? Avvertite immediatamente la difficoltà di potere rispondere a questa domanda perché presi immediatamente in una sorta di rinvio infinito. È possibile arrestare questo rinvio? Sì, è possibile semplicemente arrestandolo, ma a quale punto? Quello che ritenete più opportuno, uno vale l’altro, Uno vale l’altro nel senso che ciascuno di questi punti in cui vi fermate è altrettanto legittimo di qualunque altro. Lo stesso Tommaso per avvalorare le sue famose cinque vie dice, con un certo fastidio, che non è possibile andare a ritroso all’infinito, bisognerà pure arrestarsi da qualche parte. Ma perché esattamente? Perché è necessario arrestarsi da qualche parte? La prima cosa che può dirsi è che se questo non si facesse non sarebbe possibile costruire nessun discorso che abbia la prerogativa di dover essere creduto, cioè nessun discorso potrebbe essere posto come l’unico, quello vero o quello assoluto, perché qualunque altro discorso varrebbe allo stesso modo. Potrebbe apparire in effetti un discorso ozioso questo del significato del significato, tuttavia rispetto a quanto andiamo dicendo invece è una questione fondamentale, per quanto andiamo costruendo mano a mano questa questione diventa di straordinaria importanza perché rapidamente ci troviamo di fronte a questo bivio: o è possibile stabilire un significato in modo definitivo oppure qualunque significato può essere utilizzato ma non a migliore diritto di qualunque altro, e dunque non può essere imposto come il discorso vero, assoluto, quello necessario, in nessun modo. Questione non marginale se considerate che ciascuno di voi parlando utilizza dei significati, a seconda dei casi, a seconda delle circostanze, ma provate a considerare questi significati che mano a mano utilizzate come figure retoriche, cioè in definitiva dei modi di dire, allora affermare che una certa cosa è una certa altra, vale come una figura retorica, non ha né può avere alcuna pretesa di validità universale, né di unicità. Cosa comporta una cosa del genere, cioè il considerare una definizione come una figura retorica? Che ciò che si va definendo rimane inesorabilmente un elemento linguistico, né potrebbe essere altrimenti, e allora effettivamente di fronte a una domanda che chiede che cosa sia la verità io posso rispondere che è ciò che io voglio che sia, o che credo che sia o qualunque altra cosa. La verità come qualunque altro significante ovviamente. Muoversi in questi termini ha un effetto immediatamente che è quello di allontanarsi da qualunque struttura religiosa, e indichiamo con struttura religiosa qualunque struttura di discorso che per qualunque motivo e a qualunque titolo affermi che una certa proposizione è necessariamente vera. Voi sapete che qualunque discorso religioso si fonda sulla verità, che non necessariamente afferma (indico con discorso religioso qualcosa di molto ampio, tutto il discorso occidentale per esempio) una verità, ma afferma la necessità dell’esistenza in una verità, perché se non affermasse questo e cioè che una verità è necessaria allora seguirebbe inesorabilmente la caduta di qualunque discorso che voglia porsi come scientifico, filosofico che debba mostrare una qualche validità. Qualunque discorso si porrebbe come una sorta di favola, o nella migliore delle ipotesi di opinione, come dire: a me pare che sia così. Va bene, perché no? Può parergli in qualunque modo, non c’è nulla di male...ma leggiamo qualche altra proposizione perché procede lungo questa linea:

- inoltre, chiunque dica una qualsiasi cosa, ha già detto in un certo modo molte, poiché da ogni oggetto conseguono necessariamente parecchie nozioni; ad esempio, chi dice che qualcosa è un uomo, ha già detto che è un animale, che è vivente, che è bipede, che può accogliere intuizione e scienza. Per tale motivo, una volta demolita una sola delle proposizioni conseguenti, qualunque essa sia, risulta demolita altresì la proposizione iniziale-

Questo è un altro degli artifici, chiamiamoli così provvisoriamente, che lui suggerisce, e ancora:

Poiché inoltre gli oggetti possono rivivere o necessariamente, o perlopiù, o casualmente una determinazione, allora, se uno pone il riferimento necessario come un riferimento che si verifica perlopiù, oppure il riferimento che si verifica perlopiù - in sé o in forma contraria - come un riferimento necessario, offrirà in ogni caso lo spunto di un attacco. In effetti, se uno pone il riferimento necessario come un riferimento che si verifica perlopiù, evidentemente asserisce che la determinazione non appartiene a tutti gli oggetti, quando invece appartiene a tutti, e di conseguenza sbaglia; così pure sbaglia, quando gli oggetti, determinati perlopiù in un certo modo sono detti da lui determinati necessariamente: egli infatti afferma che la determinazione appartiene a tutti gli oggetti, mentre essa non appartiene a tutti.

Qui riprende la questione del significato in termini forse più precisi, dal momento che potremmo anche intendere con significato ciò che necessariamente appartiene ad un oggetto, tutto ciò che necessariamente appartiene ad un oggetto costituisce l’insieme, si direbbe oggi, l’insieme di quegli elementi che sono il suo significato, la sua denotazione. Ora c’è sempre l’eventualità che si possa mettere in dubbio che un elemento appartenga necessariamente ad un oggetto o una proprietà appartenga necessariamente ad un oggetto, per cui se voi affermate che una certa cosa è o appartiene ad una certa altra colui che invece nega questa appartenenza potrà sempre provare quello che dice. Ed è qui, come vedremo più in là quando leggeremo le Confutazioni sofistiche che Aristotele, qui e anche altrove, mostra il fianco a delle obiezioni legittime dal momento che, gli si potrebbe obiettare, quando un elemento appartiene necessariamente all’oggetto, cioè quando è necessariamente un suo significato? In che modo sarà stabilità questa necessità? Chi la stabilirà e con quale criterio? Perché se questa non potrà essere stabilità allora non potrà essere stabilito in nessun modo che una certa proprietà appartenga ad un certo oggetto e non potendo compiere questa operazione non potremo mai stabilire quale sia il significato di quell’oggetto, il quale rimarrà sempre e necessariamente indefinibile. Questa è un’obiezione sofistica, il problema, non tanto per Aristotele quanto per molti che hanno fatto seguito, è che non è eliminabile questa obiezione, e non lo è perché fa appello a quello stesso rigore cui fa appello Aristotele per giungere alle le sue conclusioni e cioè si appella a quella stessa necessità, potremmo dire grammaticale, di cui si avvale Aristotele, e molti con lui, per giungere alle conclusioni cui giunge e allora questo rigore si persegue assolutamente oppure arbitrariamente. Allora torniamo alla questione di prima e cioè che una certa cosa è ciò che a noi piace che sia, e tanto basta. A partire da queste e da altre considerazioni si può leggere il testo di Aristotele, non tanto per muovere delle obiezioni non è questo che ci interessa, ma per intendere come il rigore teorico (e quindi linguistico) se portato alle estreme conseguenze conduca a qualche cosa che rigoroso non è affatto, e così tutte le affermazioni più rigorose muovono da una proposizione o da una serie di proposizioni che risultano assolutamente arbitrarie. Ora abbiamo detto in varie occasioni che queste riflessioni ci hanno condotti a muovere da una proposizione che risultasse non arbitraria, almeno una, ma non arbitraria in quale senso? Nel senso più semplice possibile, e cioè che non potesse negarsi in nessun modo. Ecco perché abbiamo inventato questa proposizione che afferma che gli umani in quanto parlanti parlano. Con tutto ciò che ne segue, per esempio che non c’è uscita dal linguaggio. Affermare qualcosa che non può essere negato salvo negare la possibilità stessa di negare alcunché, abbiamo detto in varie circostanze. Molti secoli dopo che Aristotele aveva trovata questa proliferazione di significati altri dopo di lui hanno costatato che questa proliferazione di significati segue necessariamente all’esistenza della parola, in questo senso: che se ciascun elemento è necessariamente un elemento linguistico allora questo elemento linguistico è tale in quanto è inserito in una struttura, cioè non esiste da solo, non è isolabile, se lo fosse sarebbe fuori dalla parola, non essendo isolabile è connesso necessariamente con altri elementi, questi altri elementi, potremmo dire così sono il suo significato. Quanti sono? Infiniti. Assolutamente infiniti. E allora, ad esempio, per fare questa considerazione che abbiamo fatta mi sono avvalso di regole, di inferenze. Queste regole non hanno nessun valore fuori dal linguaggio in cui sono utilizzate, per questo non stabiliscono come stanno le cose. È possibile compiere una deduzione più inesorabile e più inattaccabile? Ma rimarrà sempre una proposizione. Potremmo dire questo: che fuori dal linguaggio, quindi dalla combinatoria in cui è inserita, questa proposizione è nulla, è assolutamente nulla. Come sapete la logica così anche com’è comunemente intesa ha un forte potere costrittivo, convince più che persuadere. Da dove viene questo potere costrittivo? Dal fatto che procedendo lungo una serie di inferenze, preferibilmente deduzioni, si giunge a qualche cosa che si considera che sia il significato di un oggetto e quindi si suppone di avere definito e cioè detto che cosa quell’oggetto necessariamente è e non può non essere. Dicendo ciò che necessariamente è si allude, e questo per un vizio di pensiero, si allude a qualche cosa che è fuori dalla parola, che necessariamente è anziché vincolato al linguaggio che è piuttosto semovente, piuttosto instabile, piuttosto sfuggente. Ciò che non può non essere occorre che sia piuttosto stabile. Sentiamo intanto se ci sono delle questioni?

- Intervento:…

Prendete per esempio un itinerario analitico, ha un aspetto, un andamento molto simile e cioè ciascuno si trova a dire delle cose alle quali immagina corrisponda un significato. Il lavoro analitico consiste in buona parte nel mostrare la vanità di questa illusione, e cioè che questi elementi che intervengono nel discorso abbiano necessariamente un significato da qualche parte, inteso anche talvolta come referente, per cui se dico questo allora quello che dico corrisponde a quella certa cosa. Che è senz’altro una illusione, ma su una illusione in moltissimi casi viene costruita la propria vita, le proprie certezze, le proprie opinioni, le cose in cui si crede e in definitiva tutto ciò rispetto a cui ci si muove, si agisce. Ecco perché non è questione marginale questa del significato, potrebbe apparire una questione abbastanza astratta forse, ma ha implicazioni straordinariamente pratiche, rispetto al quotidiano...

- Intervento: la funzione della ricerca del significato

In effetti dio è stato posto come il significato ultimo delle cose, primo e ultimo. Sì per questo parlavo di struttura del discorso religioso, perché il significato, se posto in questi termini, è chiaramente dio, solo lui è il significato quello vero quello autentico, quello definitivo. Per esempio anche nel discorso scientifico o almeno in alcuni aspetti, fra quelli più accreditati ultimamente come il discorso di Popper, abbiamo detto in varie circostanze, è un discorso fortemente religioso, nel senso che insinua la necessità dell’esistenza di una verità assoluta rispetto alla quale commisurare la verità di proposizioni scientifiche, le quali non potrebbero essere né falsificabili né verificabili se non ci fosse un qualche cosa rispetto al quale sono falsificabili... e quindi giunge in definitiva a dire che la verità non si trova, però c’è’ sempre un continuo aggiustamento, un andare verso la verità, ma se non la ipostatizza come fa a sapere che ci sta andando, anziché andare nella direzione opposta e cosa distingue questa nozione di verità che avanza Popper dalla nozione di dio? Andare verso dio o andare verso la verità? È sempre un itinerario dall’anima a dio. Ecco potremmo dire che il discorso occidentale così come è strutturato è propriamente l’itinerario dell’anima a dio, con tutti gli annessi e connessi…

- Intervento: la ricerca del significato, così come si pone nell’itinerario analitico è sempre la ricerca di una proposizione che persuada se stessi…..

La metafisica compie uno sforzo enorme in questa direzione ed è notevole, occorre leggere molto di metafisica, proprio perché ha tentato l’impossibile, compiendo questa operazione ha mostrato le difficoltà e ha mostrato anche come compiere una ricerca. Ad un certo punto si appella a qualche cosa di extralinguistico, necessariamente, non potrebbe fare altrimenti, però questo appello non è certamente meno interessante di appelli ad altre cose, ritenute oggi non metafisiche, potremmo leggere quel breve scritto di Heidegger sulla verità che si chiama L’essenza della verità, potremmo leggerne alcuni brani perché si trova la sua elaborazione a dover necessariamente accogliere dei luoghi comuni del discorso occidentale per potere andare avanti, se no non ce la fa. Può essere interessante da leggere, da confutare, perché no?

- Intervento: su Vattimo

La questione dell’interpretazione. Sono tutti i vari aspetti forse di una questione che riguarda appunto il discorso occidentale, come sai dell’interpretazione si sono date molte definizioni e molte di più se ne possono dare e a seconda della definizione che si fornisce di interpretazione allora darai una certa interpretazione. Oppure possiamo stabilire, provare che non c’è una proposizione che non sia interpretazione e allo stesso modo, provare in modo assolutamente ineluttabile che l’interpretazione qualunque definizione si dia a questo significante, è assolutamente impossibile, non c’è modo che nulla sia interpretazione. Ma questo è possibile perché, già Aristotele rilevava, molti significati possono attribuirsi e questo attributo o più propriamente potremmo dire che l’interpretazione in quanto accidente può essere, può essere posta nel modo in cui pare più opportuno, quindi essere provata come necessaria o come impossibile, è a questo punto che può diventare così bizzarro parlare di interpretazione, perché a questo punto che cosa intendi con interpretazione? La definizione di interpretazione al pari di infinite altre cose diventa una figura retorica, un modo di dire. Cioè con interpretazione intendo questo e quindi questa è una interpretazione, va bene certo! Però quale senso potrebbe avere una, a questo punto, una dottrina dell’interpretazione? Nessuno, assolutamente nessuno, e questo è un intoppo non da poco rispetto a tutto ciò che si è pensato negli ultimi 2500 anni, prima non saprei..., anche perché sono anziano ma non a sufficienza da ricordare.

- Intervento: tra una parola e un’altra c’è il vuoto

Se lei chiacchiera così non capiremmo, ma anche in moltissime altre circostanze non capiremmo, anche se Lei parlasse in birmano, chi fra i presenti conosce il birmano?...anche noi potremmo registrarla e riprodurla a velocità più bassa, ma qual è la questione?

- Intervento: ci vuole un tempo nella comunicazione, molte volte non si produce niente e nel momento in cui non si produce niente forse esce qualche cosa.

Quindi qualcosa si produce!

- Intervento: Sì se però siamo ingombrati dalle parole..

Sì, la dottrina Zen non è un granché ricordo sempre quella favoletta del tizio che voleva apprendere lo Zen, va dal maestro e dice che intende acquisire questa dottrina, l’altro acconsente, lo fa accomodare e gli serve del tè una tazza, prende la teiera e versa il tè, versa, versa, versa, rapidamente la tazza raggiunge il colmo e comincia traboccare, quell’altro dice: si fermi, guardi che sta rovesciando tutto per terra.. ecco- dice il maestro- la sua mente è come questa tazza colma, non può più recepire niente, bisogna svuotarla prima, e allora poi.…

Però questa dottrina un po’ idraulica, è molto discutibile, perché dovrebbe essere così, chi ha detto una cosa del genere? È un’opinione che occorra togliere delle cose per potere mettercene delle altre, e perché invece non aggiungerne all’infinito per esempio, anche questo si può sostenere anche perché si può obiettare il pensiero non è una tazzina di tè, non hanno nulla in comune…

- Intervento:…

C’è questa eventualità, che sia anche questo, ma perché possa esserlo occorre che possa dirlo che ci sia, che possa cioè affermarne l’esistenza, in caso contrario non è che possiamo dire che il corpo c’è o che non c’è, è che la questione non può porsi in alcun modo, non potendosi porre questa questione non ha nessun senso, non esiste. Cosa c’è fuori dalla parola? Nulla..

- Intervento: E cos’è la parola?

La parola è ciò che ci consente di chiederci che cos’è la parola...

- Intervento: dopo che ce lo siamo chiesti?

Dopo che ce lo siamo chiesti ci troviamo di fronte ad una infinità di altri elementi che sono quelli attraverso cui ciascuno esperisce ciò che lo circonda, per cui stabilisce che questo è un corpo, che io esisto, che la signora di fronte esiste, che le cose sono in un certo modo e che quindi devo fare in questo altro modo. Perché se non esistesse, non si desse questa struttura che ci consente di chiederci per esempio se esiste soltanto la parola, allora la questione non potrebbe porsi in nessun modo, né questa né nessun altra..

- Intervento: lei ha la cravatta…

Non Le sfugge nulla. Sono nel linguaggio indubbiamente e non c’è dubbio che alcuni atteggiamenti, alcune condotte abbiano una funzione segnica, se uno per esempio si recasse ad un’assemblea del parlamento in mutande, quel gesto verrebbe sicuramente preso come un segno di spregio nei confronti delle istituzioni, adesso ho detto un caso limite, ma ci sono infinite altre cose. C’è un uso che viene fatto di alcune convenzioni a cui in alcuni casi ci si attiene, in altri no, ma tutto questo è molto al di qua della questione, nel senso che possiamo domandarci a quali condizioni una qualunque cosa è un segno, o più propriamente che cos’è un segno. E allora ciò che non possiamo non dire è che è un rinvio, oltre a essere qualcosa che rappresenta qualcosa per qualcuno, ma è necessariamente un rinvio. Lei chiede perché all’interno di una certa società, di un certo ambiente si utilizzino certi segni, è possibile discutere anche intorno a questo ma forse…

- Intervento: voglio dire oltre il linguaggio ci sono altri modi per comunicare.

Questi modi non sono fuori dal linguaggio, hanno nel linguaggio la loro condizione, se non esistesse il linguaggio non sarebbero niente…

- Intervento: se fossimo muti?

Sarebbe seccante. Vede il problema che si incontra nel punto in cui si inizia o ci si trova nel linguaggio è che non è più possibile uscirne e questo comporta che non è più possibile pensare come se il linguaggio non ci fosse, cosa vuol dire questo? Vuol dire che qualunque considerazione che farà, questa terrà conto della struttura che le consente di fare questa considerazione, è l’obiezione che talvolta viene portata: gli animali non parlano eppure… eppure cosa? Io attribuisco all’animale o a qualunque altra cosa o persona le mie considerazioni, io dico che quella certa cosa o persona soffre, io dico ciò che pensa, io. E soltanto nell’ambito della struttura in cui mi trovo che questi lessemi, cioè queste parole sono qualcosa, se no non sono niente (lessemi: minima unità dotata di senso)

- Intervento:…

Sì questa è una definizione possibile, però forse è possibile attenersi ad una ancora più ampia, possiamo dire che è tutto ciò che ci consente di porci queste questioni, e così non andiamo ad impegolarci in questioni complicatissime oltreché irrisolvibili.

- Intervento:…

Non ho detto chi non parla, ho detto chi non è nel linguaggio, che è diverso. Comunque per rispondere alla sua domanda parafrasando Aristotele dovrei chiederle che cosa è un uomo per Lei e a questo punto se Lei dà una definizione di uomo e se noi accogliamo questa definizione allora confrontiamo quest’altra proposizione se si attaglia, allora possiamo sapere se è uomo oppure no. Però chiedere se un muto è un uomo oppure no, non ha nessun senso. Quello che intendevo dire prima è che trovandosi nel linguaggio non è possibile né immaginabile pensare come mettiamo tra virgolette “pensa chi o cosa non è nel linguaggio, perché non ha gli strumenti per farlo, perché comunque penserà in un certo modo e questo modo non potrà non tenere conto della struttura che è la condizione del suo pensiero, non c’è uscita una volta che si è entrati, non c’è modo di venirne fuori e se non si entra allora non c’è modo di pensare in quest’altro modo

- Intervento: leggevo “Donne che si fanno male”..

E perché? Potremmo dire di più, che è impossibile verbalizzare qualunque esperienza, nel senso che tutto ciò che se ne racconta sarà qualcosa che non è certamente quell’esperienza, è un racconto, è una cosa che si aggiunge ma non descrive questo oggetto che si chiama esperienza, il quale in quanto oggetto rimane indefinibile, indelimitabile, poi la questione si può fare più complessa, però ci fermiamo qui, è tardissimo, buona notte a tutti.

 

Heidegger: “L’ESSENZA DELLA VERITÀ” (1930)

Il brevissimo saggio di Heidegger di cui leggeremo alcuni brani questa sera riguarda la verità, scrive Heidegger:

La questione dell’essenza della verità non si cura di stabilire se la verità è una verità dell’esperienza pratica della vita o di un calcolo economico, se è la verità di una riflessione tecnica o dell’intelligenza politica, in particolare non si propone di stabilire se è una verità della ricerca scientifica o di una forma artistica o se è la verità di una meditazione pensante o di una fede che si esprime nel culto. La questione dell’essenza prescinde da tutto questo e guarda a una sola cosa: che cosa in generale caratterizza ogni “verità” in quanto verità. Ma, occupandoci della questione dell’essenza, non vaghiamo forse nel vuoto di una universalità che toglie il respiro a ogni pensiero? La stravaganza di questo domandare non porta alla luce del giorno l’infondatezza di ogni filosofia? Un pensiero ben radicato e rivolto al reale deve mirare anzitutto e senza preamboli a penetrare la verità reale, capace di offrirci oggi una misura e un sostegno contro la confusione delle opinioni e dei calcoli. Di fronte a questa reale necessità, che senso ha la questione dell’essenza della verità che “astrattamente” prescinde da tutto ciò che è reale? La questione dell’essenza non è forse la più inessenziale e la più gratuita che in generale possa essere posta? /…/ Che cosa si intende abitualmente per “verità”? Questa parola “verità” così nobile e al tempo stesso così logora e quasi insignificante, designa ciò che fa sì che ad esempio: “È una vera gioia collaborare al buon esito di questo compito”, e con ciò intendiamo dire che si tratta di una gioia pura e reale. Il vero è il reale. In questo senso parliamo dell’oro vero per distinguerlo da quello falso /…/ Il vero, si tratti di una cosa vera o di una proposizione vera, è ciò che quadra, ciò che si accorda. Esser vero e verità qui significano accordo, e questo in una doppia maniera: da un lato, l’accordo di una cosa con ciò che si intende già per essa, dall’altro la concordanza tra ciò che è inteso nell’asserzione e la cosa.

Qui in effetti è la nozione di veritas, che poi tra l’altro riprende come adaequatio rei et intellectus, l’adeguamento dell’intelletto con la cosa, se questo adeguamento c’è allora si dà la verità, questo nella tradizione, però dice:

Ma l’intelletto è conforme all’idea solo in quanto realizza nelle sue proposizioni l’adeguamento del pensiero alla cosa, la quale, a sua volta deve essere conforme all’idea. Se tutti gli enti sono enti “creaturali”, la possibilità della verità della conoscenza umana ha il suo fondamento nel fatto che la cosa e la proposizione sono in ugual maniera conformi all’idea, e, per l’unità del piano divino della creazione, sono predisposte l’una per l’altra. La veritas come adaequatio rei ad intellectum garantisce la veritas come adaequatio intellectus ad rem. Veritas significa nella sua essenza e in generale la convenientia, il concordare degli enti tra loro in quanto enti creati con il creatore, una sorta di accordo determinato dall’ordine della creazione.

E in effetti la nozione più antica di verità viene da qui, cioè dall’accordo fra la cosa e il concetto, ma questa idea è garantita essere corretta da dio ovviamente, il quale è l’unico che possa compiere questa operazione, ma questo ordine una volta sciolto dall’idea della creazione può anche essere generalmente e indeterminatamente presentato come ordine universale. e questo è ciò che avviene per lo più oggi.

Al posto dell’ordine della creazione teologicamente pensatosi fa innanzi la possibilità di una pianificazione di tutti gli oggetti ad opera della ragione universale, la quale si dà da sé la sua legge e quindi esige anche l’immediata intelligibilità del suo procedere (ovvero ciò che si ritiene logico). Che l’essenza della verità della proposizione risieda nella conformità dell’asserzione, lo si dà per certo. Anche là dove, con uno sforzo di una singolare inutilità, si tenta di spiegare come debba essere realizzata questa conformità, essa viene già presupposta come essenza della verità. Ciò significa che la verità della cosa consiste sempre nell’accordo della cosa data col concetto “razionale” della sua essenza. Nasce così l’impressione che questa determinazione dell’essenza della verità resti indipendente dall’interpretazione dell’essenza dell’essere di ogni ente, la quale, a sua volta, include una corrispondente interpretazione dell’essenza dell’uomo come portatore e realizzatore dell’intellectus. In questo modo la formula dell’essenza della verità (veritas est adaequatio intellectus et rei) acquista immediatamente per chiunque un’evidente validità generale.

Come dire in altri termini che questo adeguamento tolto dio, e fattolo passare alla legge universale, la legge delle cose, dovrebbe chiedere se l’uomo sia il corretto interprete eventualmente di questa legge, ma siccome, dice, è l’uomo che decide tutte queste cose la questione nemmeno si pone (acquista per chiunque una evidente validità generale). Vi rendete conto che è un po’ sempre la questione che già poneva Aristotele, che in definitiva il vero è ciò che i più pensano essere tale. Ora qui incomincia ad entrare nello specifico, che cosa dice? Perché rispetto a queste cose lui si pone in una posizione critica e incomincia a dire quello che ne pensa lui, dice che ciò che si considera appare e cioè ciò con cui ciascuno si confronta che è un modo particolare perché questo ente si svela e qui riprende la nozione greca di alètheia, al posto della veritas latina, ‘alètheia’ sarebbe secondo l’etimo che lui propone un non nascondimento, la verità è ciò che non si nasconde o cessa di nascondersi, cessando di nascondersi appare. Ma dove appare? E a quali condizioni? Questa è la questione:

Questo apparire della cosa, nell’attraversare il “di fronte”, si attua entro un aperto, (per Heidegger è ciò che interroga, il domandare), la cui apertura non è creata dal rappresentare, ma viene da esso via via occupata e assunta solo come un campo di riferimento. La relazione dell’asserire rappresentativo con la cosa è l’attuazione di quel rapporto che originariamente si mette ognora in moto come un comportarsi. Ma ogni comportarsi è caratterizzato dal fatto che, stando nell’aperto, si attiene ognora a un che di manifesto in quanto tale. Ciò che solo così e in senso stretto è manifesto, viene presto esperito nel pensiero occidentale come “ciò che è presente” e da tempo viene denominato “l’ente”.

Heidegger è un po’ arzigogolato, non è sempre chiarissimo. Ora che cos’è ciò che lui intende con ente? È ciò che si svela davanti a me e rispetto al quale io mi comporto in un certo modo come se, e qui sta la questione centrale, non fossi io a produrre l’ente ma l’ente mi chiamasse e mi facesse muovere in un certo modo. Dico la questione centrale perché tutto il pensiero attuale volge nella direzione di supporre in Heidegger una sorta di eliminatore della metafisica, invece non è proprio così, lui si trova a ipostatizzare questo ente, il quale dice, non è prodotto dall’uomo perché se lo fosse allora la verità sarebbe soggettiva, essendo soggettiva non varrebbe nulla ed è questo che lo costringe a pensare a una verità e cioè ad una verità come svelamento dell’ente e della sua essenza per ciascuno come la verità o meglio la sua essenza…

- Intervento:…

L’ente è ciò che si dà, ciò che si pone… Sì, sono tutti enti, lui si chiede “qual è l’essenza?” e cioè l’essenza di tutti questi enti non è altro che la totalità dell’ente e l’essere dell’ente…

- Intervento: l’è è quello che conferisce l’esistenza di questo ente, cioè quello che viene dimenticato, quello che viene nascosto

Sì in parte anche se Heidegger non è che attribuisca l’essere alla copula, all’‘è’. Sì questo però è un altro discorso che in Heidegger non si pone, non arriva a porsi la questione in questi termini, lui insiste molto sulla questione della libertà, cioè dice occorre essere liberi per lasciare aperto questo interrogare. Ma liberi da che cosa? Liberi dalla necessità di occultarlo e gli umani farebbero questa operazione perché sono preoccupati dalle pratiche quotidiane…

- Intervento:…

Sì l’ente è l’effetto di una logica, ma l’ente è ciò con cui ciascuno si trova ad avere a che fare quotidianamente, in tutte le cose che incontra, questi sono gli enti, che distingue dall’essere che dovrebbe essere l’essenza di ciascun ente. Così come diceva prima della verità, varie cose sono vere, ma cosa dobbiamo dire quando diciamo vero? Cosa intendiamo esattamente con vero? Per potere dire che questa affermazione è vera, che questa cosa è vera occorre che ci chiediamo qualcosa sull’essenza di questo vero, e così allo stesso modo rispetto all’ente, gli enti sono le cose che incontriamo, ma qual è la loro essenza? È possibile pensare l’essenza degli enti, cioè il loro essere, in definitiva, un essere quindi che trascenda ciascun ente?

- Intervento:...

Certo, tant’è che lui dice la libertà ora si scopre come lasciar essere l’ente, lasciarlo essere. Perché dice contraddittoria?

- Intervento: perché propone un qualcosa per cui la cosa si dovrebbe svelare però poi si copre…

Sì e lui come la risolve? Dicendo che è l’ente che si svela da sé, e l’uomo non è l’artefice di questa operazione, lui è soltanto colui che si lascia aperto a questo svelarsi dell’ente e mi rendo conto che la cosa possa essere nebulosa, però tant’è che questo è quello che dice.

- Intervento: potrebbe anche essere un discorso prammatico…

No, lui non si occupa molto dell’utilità in questo senso, anzi dice che gli umani, proprio perché presi dalle incombenze dell’utilità quotidiana non si occupano affatto di questo ente che si svela ma svelandosi cosa fa? Al tempo stesso si vela. Qui sta la trovata di Heidegger. Vediamo se troviamo il passo:

L’ente nella sua totalità si scopre come physis ”natura”, che qui non significa ancora un ambito particolare dell’ente, ma l’ente come tale nella sua totalità, e precisamente nel senso di un venire alla presenza che si schiude. Solo dove l’ente stesso è elevato e custodito espressamente nella sua svelatezza, e solo dove questa custodia è intesa a partire dalla domanda sull’ente in quanto tale, nasce la storia. L’iniziale svelamento dell’ente nella sua totalità, la domanda sull’ente come tale e l’inizio della storia occidentale sono la stessa cosa…ecc. ecc. però non è questo che volevo leggervi. Ecco: La libertà così intesa, in quanto lasciar essere l’ente, attua e realizza l’essenza della verità nel senso dello svelamento dell’ente. La “verità” non è un connotato della proposizione conforme che viene enunciata da un “soggetto” umano a proposito di un “oggetto” e che poi “vale” non si sa in quale ambito, ma è lo svelamento dell’ente, grazie a cui un’apertura dispiega la sua essenza.

“Apertura” siamo sempre alla questione dell’interrogazione cioè è l’ente che in qualche modo schiudendosi interroga e la libertà è lasciare che questo ente interroghi in definitiva, e poi tutto ciò che dopo Heidegger è stato inteso come problematicizzazione cioè il volgere in problema:

Nell’aperto è esposto ogni umano comportarsi e il rispettivo atteggiamento. Per questo l’uomo è nella modalità dell’esistenza. /…/ La libertà, come lasciarsi coinvolgere nello svelamento dell’ente nella sua totalità in quanto tale, ha già disposto ogni comportarsi in uno stato d’animo in relazione all’ente nella sua totalità…/…/ Il lasciar essere, proprio mentre nel singolo comportarsi lascia essere l’ente in rapporto a cui si comporta, e così lo svela, proprio allora vela l’ente nella sua totalità. Il lasciar essere è in sé contemporaneamente un velare. Nell’esistente libertà dell’esserci avviene il velamento dell’ente nella sua totalità, è la velatezza. La velatezza impedisce lo svelamento dell’alètheia e non lo lascia essere ancora come steresis (privazione), ma custodisce ciò che ad essa è più proprio come proprietà. Pensata dal punto di vista della verità come svelatezza, la velatezza è allora la non svelatezza e quindi la non verità autentica e più appropriata all’essenza della verità. La velatezza dell’ente nella sua totalità non si pone mai solo a posteriori come conseguenza della conoscenza sempre parziale dell’ente. La velatezza dell’ente nella sua totalità, l’autentica non verità, è più antica di ogni evidenza di questo o quell’ente. Essa è più antica anche dello stesso lasciar essere, che, mentre svela, già tiene velato e in rapporto al velamento si comporta. Che cosa costudisce il lasciar essere in questo suo riferimento al velamento? Niente di meno che il velamento di ciò che è velato nella sua totalità, dell’ente in quanto tale, vale a dire: il mistero. Non si tratta di un particolare mistero relativo a questa o a quella cosa, ma dell’unico fatto che in generale il mistero (il velamento del velato) pervade e domina come tale l’esserci dell’uomo.

Ecco qui siamo alla questione centrale di questo brevissimo ma denso saggio di Heidegger, dunque questo svelamento questo darsi, per così dire, dell’ente non è mai totale, è sempre parziale e cioè l’ente non si dà mai tutto e questo comporta che mentre si svela al tempo stesso si vela l’ente nella sua totalità, cioè si svela parzialmente, si dà, ma l’ente nella sua totalità non è accessibile agli umani e questo lui lo chiama il mistero. Ora voi vi rendete conto immediatamente della portata metafisica di tutto questo, dal momento che lui è costretto a presupporre 1) che l’ente esista di per sé 2) che questo ente si dia e che il suo darsi sia la verità 3) che per potere accedere a questo ente occorra essere liberi e cioè lasciarsi coinvolgere dall’ente. Come sa tutte queste cose e perché soprattutto ipostatizza un ente che, come abbiamo vista prima, lui fa precedere in qualche modo anche se non cronologicamente, ma diciamo logicamente l’uomo, perché? Il motivo l’abbiamo detto prima, perché se fosse l’uomo a precedere l’ente allora l’uomo sarebbe la misura, diceva Protagora, di ogni cosa e quindi la verità perderebbe al sua essenza. Qualcosa lo spinge a pensare a un ente che non è soggetto ai capricci dell’uomo ma esiste così, di per sé, e questa è esattamente la posizione della metafisica. Perché è costretto a questa sorta di ritorno alla metafisica? Perché o si pone in una sorta di… chiamiamolo “relativismo” alla Protagora, oppure si astiene dal formulare una soluzione come hanno fatto molti oppure ancora è costretto a ipostatizzare un elemento che debba rimanere identico a sé necessariamente, e cioè l’essenza dell’ente, ma il fatto che sia costretto a questa operazione è abbastanza curioso e fa riflettere sulla necessità del pensare religioso. Possiamo pensare o considerare queste proposizioni di Heidegger come qualcosa di molto religioso, in quanto questa sorta di ipostatizzazione dell’ente non ci risulta né necessaria né provabile, né tutto sommato di grande interesse, questo ente che si dà, e perché dovrebbe proprio essere così? La questione non è semplice ovviamente e lui cerca di risolverla così, ma c’è un altro modo per risolvere la questione, perché ciò che sfugge ad Heidegger è che questo ente anziché ipostasi è in prima istanza un significante, una parola e questa semplicissima e banale considerazione ha invece, portata alle sue estreme conseguenze, degli effetti devastanti anche sul testo di Heidegger, perché se diciamo che è un significante facciamo un’affermazione che dice che questo ente è un elemento linguistico che come tale non ha un senso ma lo attende, da chi? Da chi lo pronuncia. Mentre per Heidegger sembra averlo di per sé, da sé e da sempre, affermazione assolutamente arbitraria. Ma porlo come significante l’ente, così come anche la verità ovviamente, come significante, come elemento linguistico, ha effetti devastanti su tutto il pensiero occidentale perché non necessità più di un elemento fuori dalla parola che lo garantisca e soprattutto non richiede più il pensare che l’elemento sia da sé garante della propria realtà, della propria verità, della propria essenza.

Là dove la velatezza dell’ente nella sua totalità viene ammessa solo come un limite che talvolta si annuncia, il velamento, come evento fondamentale, è già affondato nell’oblio.

Cioè dove si ammette come limite, come principio, che esista la velatezza allora questo velamento è affondato nell’oblio, come dire, in altri termini, che se io dicessi che nulla è fuori dalla parola e ponessi questo come una sorta di dogma, di principio universale, allora questa proposizione cesserebbe di interrogare e cadrebbe nell’oblio, si perderebbe. E di questo dobbiamo dare atto ad Heidegger, in quanto effettivamente accade in questi termini. Dicevo prima che non è sempre interessante, in alcuni casi sì, e questo è un caso cioè quando dice che ciascun elemento occorre che rimanga aperto, potremmo dire che continui ad interrogare, se si dà per acquisito che ciascun elemento interroga e lo si pone come principio, come regola allora cessa di interrogare, cade nell’oblio.

Eppure il mistero obliato dall’esserci non è eliminato dall’oblio, al contrario l’oblio conferisce all’apparente scomparsa di ciò che è stato obliato una propria presenza.

Con ciò, dice Heidegger, non è che nonostante tutto questo sia cancellato di fatto, lo sia proprio effettivamente, ma è proprio in questa cancellazione, che qua e là si mostra la sua problematicità, come dire che l’operazione di cancellare le cose nonostante tutto è problematica, cioè il pensare di togliere il problema a qualunque cosa è, dice Heidegger, un’operazione problematica e cioè che ciò che vuole togliere lo reinstaura:

Non concedendosi nell’oblio e per l’oblio, il mistero lascia stare l’uomo storico nell’ambito del praticabile e dei suoi artefatti. Così lasciata stare, un’umanità riempie il proprio “mondo” in base ai bisogni e agli intenti via via più attuali e lo satura dei suoi progetti e dei suoi piani. Da questi, l’uomo, dimentico dell’ente nella sua totalità, desume poi la propria misura. Insistendo su di essi, si procura sempre nuove misure, senza ancora riflettere sul fondamento da cui le desume e sull’essenza che le fornisce. Nonostante il progresso verso nuove misure e nuovi scopi, l’uomo si inganna sull’autenticità dell’essenza delle sue misure. Sbaglia misura, quanto più esclusivamente assume sé stesso in quanto soggetto come misura di tutti gli enti. Lo smisurato oblio dell’umanità insiste nell’assicurare se stessa con quel praticabile che di volta in volta le è accessibile. Questo insistere ha il suo sostegno, che gli è inconoscibile, nel rapporto con l’esserci è non solo in quanto esiste, ma in quanto nello stesso tempo insiste, ossia caparbiamente persiste in ciò che l’ente, quasi da sé e in sé aperto, gli offre. Esistendo, l’essere è insistente. Anche nell’esistenza insistente il mistero domina e si impone, ma come essenza obliata, e quindi divenuta “inessenziale”, della verità.

Ora come dire in altri termini ancora, che pur occupandosi di ciò che è praticabile rispetto a questo svelamento dell’ente (ciò che Heidegger chiama gli artefatti) di cui essenzialmente gli umani si occupano, ebbene facendo questo l’uomo si inganna perché è come se prendesse sé a misura, come diceva Protagora, di tutte le cose, ma si inganna perché? Perché non sa da dove viene questa misura, che lui invece ritiene fondata e che non sa fondare. Ora quando si parla di inganno o di sbaglio occorrerebbe andare sempre molto cauti, straordinariamente cauti, almeno in questo tipo di argomentare, dal momento che ciascuno di voi potrebbe obiettargli, sbaglia rispetto a che? A quale metacriterio? A quello di Heidegger? Perché quello di Heidegger è fondato o è fondabile? No. E allora come fa a dire che sbaglia? Come dicevo, in questi casi, cioè quando si ragiona in questi termini è sempre molto arduo affermare la presenza dell’errore, perché immediatamente ci si espone alla richiesta del criterio per stabilire quell’errore, e potrebbe non essere facilissimo reperirlo. Comunque sia, l’esserci, dice lui, insiste, l’esserci dell’ente, l’essere progettati, come dice in Essere e Tempo insiste, insiste nonostante tutto ed è questo che consente a chi ascolta, chi si dispone all’ascolto dell’ente di fare quel passo che a lui pare essenziale per giungere all’essenza della verità e l’essenza della verità non è altro che ascoltare l’ente che si svela e constatare come l’ente che si svela, svelandosi si vela, in quanto si svela parzialmente e mai tutto. Questa molto rapidamente è la questione centrale in Heidegger. Leggiamo ancora questo:

Lo svelamento dell’ente come tale è in sé ad un tempo il velamento dell’ente nella sua totalità. Nella contemporaneità dello svelamento e del velamento domina l’erranza. Il velamento del velato e l’erranza appartengono all’essenza iniziale della verità. La libertà concepita a partire dall’insistente esistenza dell’esserci, è l’essenza della verità (nel senso della conformità del rappresentare), e ciò solo per il fatto che la libertà stessa nasce dall’essenza iniziale della verità, dal dominare del mistero nell’erranza.

Come dire che la verità nascendo dal mistero è qualcosa che si incontra di fatto nell’erranza, ma questa erranza non è altro che l’accorgersi che lo svelamento produce un velamento e che la verità si mostra soltanto nascondendosi. Questo è il messaggio di Heidegger, la fa lunga per dire questo, che la verità si mostra nel suo nascondersi.

- Intervento:…

Lui in effetti non definisce la verità dicendo: è questo, dice come si mostra, qualche cosa che lui in definitiva ipostatizza con verità, certo non accoglie la vulgata circa la verità, la definizione latina di veritas, come adæquatio rei et intellectus, adeguamento dell’intelletto alla cosa, che sì, evoca sicuramente come dice lui delle eco religiose, perché in effetti il pensiero garantisce della cosa, ma questo pensiero chi lo garantisce? Dio, originariamente, poi la natura che ne è il presupposto, e quindi, dice, come criterio non è così affidabile, ma dire che l’ente si svela e nel suo svelarsi si nasconde e in questo consiste la verità, non è tanto che la cosa sia confutabile, è negabile, e come si nega? Dicendo che non è così e non è così perché l’ente non è ciò che lui pensa che sia, per esempio. Che cos’è? Qualunque altra cosa non ha importanza, in effetti con questo che potremmo anche chiamare escamotage, lui si mette le spalle al coperto, parlando del mistero, come dire che al di là di questo non possiamo andare, è inutile che ci interroghiamo perché al momento in cui ci si dà si vela e quindi non si manifesta mai completamente, che poi non è molto lontana questa posizione da ciò che dicevano alcuni padri della chiesa di dio, che si mostra attraverso la natura, attraverso il cielo, gli alberi, gli animali ecc. ma nella sua interezza non si mostrerà mai. Possiamo averne delle visioni solo molto parziali. E su questo ci sono anche molti luoghi comuni, pensate già a Sofocle: L’Edipo Re e l’accecamento della verità, la verità acceca, anche quello è un messaggio che può essere preso al pari di quello di Heidegger: la verità al momento in cui si mostra acceca e perciò non si lascia vedere. Ma sembra che tutto questo sia ancora vincolato a qualcosa di religioso, se non di mistico, tutta questa storia del mistero, anche l’esistenza di questo mistero è tutto sommato ipostatizzata da Heidegger, perché occorre concordare sul fatto che la verità nel suo manifestarsi si veli, se non concordiamo su questo non concordiamo neanche sul mistero e perché non concordiamo su questo? In parte abbiamo risposto dicendo che la verità è in prima istanza e ineluttabilmente un significante, e allora se con verità intendo ciò che intende Heidegger allora effettivamente la verità è inaccessibile, se la intendo come veritas, come adæquatio rei et intellectus, allora è conoscibile. Voi immediatamente vi rendete conto che non è possibile stabilire se una delle due è vera e l’altra falsa, perché ci occorrerebbe una terza nozione di verità a cui appellarci, e quale? E se poi ci fosse la terza, una quarta e così via. Questo modo di procedere che i filosofi aborriscono e che ci viene tramandato dai sofisti è un modo di procedere che non ammette né accoglie nessuna affermazione che sia negabile, se non come una affermazione negabile, e cioè che in definitiva non affermo niente in quanto potrei affermare altrettanto legittimamente il contrario, cioè Heidegger potrebbe sostenere che la verità è uno svelamento e basta, oppure un totale nascondimento, sarebbe meno vera questa seconda affermazione? Non lo potremmo sapere, ma allora cosa farcene a questo punto della nozione di verità? Parrebbe che non ci sia più alcun modo di utilizzarla, però se proprio vogliamo possiamo anche utilizzarla, se ci mettiamo con impegno la utilizziamo attenendoci proprio a ciò che la verità non può non essere. Che cosa non può non essere? Ciò che io non posso negare in alcun modo. Non che posso confutare, o affermare, ma che non posso negare, ed è questo ciò che andiamo dicendo, in effetti è la soluzione che abbiamo fornita al problema filosofico più massiccio, vale a dire che ciò che non posso negare muove da ciò che mi consente di fare questa affermazione. Ad Heidegger, che pure è molto attento per altri aspetti e in altri luoghi alla questione del linguaggio, sfugge che di fatto, lui, di queste cose ne sta parlando, e che se può fare le considerazioni che va facendo è perché esiste una struttura che glielo consente, e senza la quale nessuna di queste sue riflessioni si sarebbe potuta fare. Ciò che lui va cercando in questo saggio è qualcosa che è fuori dal linguaggio, cioè trascende l’uomo per i motivi che abbiamo detti prima, cioè per trovare una verità che non sia soggetta agli umori degli umani. Ma in effetti poteva trovarla facilmente considerando che ciò che non è soggetto agli umori degli umani è ciò che l’umore degli umani lo produce, e cioè il linguaggio con tutte le sue prerogative, le sue regole, le sue procedure. E che quindi, ciò che non può negarsi è che tutto ciò avviene nel linguaggio. Ora che cosa non può non essere? Questo, che tutto ciò che si va facendo non esiste né potrebbe darsi in alcun modo fuori dal linguaggio, se allora intendiamo con verità ciò che non può non essere allora questo è ciò che non può non essere, necessariamente. E allora se proprio volete una definizione di verità, se vi scappa di volerne una a tutti i costi: nulla è fuori dalla parola. C’è qualche altra cosa che al pari di questa non può non essere? No. È l’unica formulazione che non è negabile, la questione è che non è negabile per una procedura linguistica non per questioni filosofiche o ontologiche o metafisiche, ma per una questione direi addirittura grammaticale, ma tant’è, il linguaggio funziona così e non è possibile uscirne come abbiamo rilevato in moltissime occasioni e allora ciò che non può non essere è esattamente questo, perché? Qualunque altra cosa può non essere? Certo, basta che lo affermi, mentre non posso affermare che qualcosa è fuori dalla parola, salvo trovarmi in una irrimediabile contraddizione, perché per poterlo affermare, descrivere, dire, individuare, isolare devo usare la parola, quindi posso dirlo, ma cosa dico? Nulla, dicendo che qualcosa è fuori dalla parola di fatto dico che nulla è fuori dalla parola, perché non dico nulla.

La questione dell’essenza della verità scaturisce dalla questione della verità dell’essenza. La prima questione intende l’essenza anzitutto nel senso della quiddità o della cosalità, quindi la verità come carattere della conoscenza.

E sì, non ha torto, cercare l’essenza della verità è cercare il quid che renderebbe conto della verità, la sua cosalità…

La questione della verità dell’essenza pensa l’essenza in senso verbale e, restando ancora all’interno della rappresentazione tipica della metafisica, pensa con questa parola l’essere come differenza che domina tra essere e ente. Verità significa quel velarsi diradante che è il tratto fondamentale dell'essere.

Lui non ha torto a dire che la metafisica si pone in questi termini, esattamente come dice lui, cioè pensa con questa parola l’essere come differenza che domina fra essere ed ente, perché la verità o meglio l’essenza della verità sarebbe l’essere dell’ente, l’essere della cosa:

La questione dell’essenza della verità trova la sua risposta nell’affermazione che l’essenza della verità è la verità dell’essenza.

Heidegger, come avete inteso, muove non dall’essenza della verità cioè dalla sua quiddità ma dalla verità dell’essenza cioè fa il percorso inverso apparentemente a quello della metafisica che cerca un quid della verità, per potere dire che cos’è. Lui parte da ciò che si mostra, per stabilire la verità appunto come il disvelarsi - velarsi di ciò che si mostra:

Dopo i chiarimenti dati (riprende: la questione dell’essenza della verità trova la sua risposta nell’affermazione che l’essenza della verità è la verità dell’essenza), si vede facilmente che questa affermazione non vuole essere un semplice capovolgimento di parole e suscitare l’apparenza del paradosso. Il soggetto della proposizione, nel caso sia ancora lecito fare uso di questa fatale categoria grammaticale, è la verità dell’essenza. Il velarsi diradante è, anzi, lascia essere la concordanza tra la conoscenza e l’ente. La proposizione non è dialettica. E non è affatto una proposizione nel senso di un’asserzione. La risposta alla questione dell’essenza della verità è il dire di una svolta entro la storia dell’essere. Poiché all’essere appartiene un velarsi diradante, esso appare inizialmente alla luce di un sottrarsi che vela. Il nome di questa radura è alètheia. Già nel progetto originario la conferenza “Dell’essenza della verità” avrebbe dovuto essere completata da una seconda “Della verità dell’essenza”. Questa fallì per i motivi ora esposti nella Lettera sull’umanesimo. La questione decisiva del senso dell’essere, vale a dire dell’ambito del progetto, cioè dell’apertura, cioè della verità dell’essere e non soltanto dell’ente, intenzionalmente non è stata svolta. Il pensiero si tiene apparentemente nell’orbita della metafisica, e tuttavia, nei suoi passi decisivi che dalla verità come conformità conducono alla libertà esistente, e da questa alla verità come velamento ed erranza, esso mette in atto un cambiamento del domandare che fa parte dell’oltrepassamento della metafisica. Il pensiero tentato in questa conferenza si compie in quell’esperienza essenziale in cui si constata che solo a partire dall’esserci, in cui l’uomo può entrare, si prepara per l’uomo storico una vicinanza alla verità dell’essere. Qui, come già in Sein und Zeit, non soltanto è abbandonata ogni specie di antropologia e ogni forma di soggettività dell’uomo in quanto soggetto, e non soltanto è cercata la verità dell’essere come fondamento di una diversa posizione storica, ma nel corso della conferenza ci si accinge a pensare muovendo da questo diverso fondamento (dell’esserci). La progressione del domandare è in sé il cammino di un pensiero che, invece di fornire rappresentazioni e concetti, si esperisce e si mette alla prova come cambiamento del riferimento all’essere.

Ecco, qui secondo lui c’è la distanza abissale tra la sua posizione e la metafisica, in questa sorta di capovolgimento, non più dunque l’essenza e la quiddità della verità, ma la verità dell’essenza che si mostra appunto nel suo svelarsi e velarsi, e secondo lui l’unico modo per procedere in una via che abbia qualche interesse è cambiare questa posizione e cioè non muovere più dalla ricerca dell’essenza della verità ma gettarsi, per così dire, nell’apertura che l’ente offre e dal quale solo è possibile trarre la verità. Che dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che è quello che pensa Heidegger, possiamo concordare con lui rispetto alle obiezioni che rivolge alla metafisica, ma poi non pare fare un passo così distante dalla metafisica, dal momento che questa verità dell’essenza ipostatizza comunque un ente che necessariamente si debba svelare e nel modo in cui lui decide, questa ipostatizzazione, cioè l’ipostatizzazione di un elemento fuori dal linguaggio, è ciò che io chiamo metafisica. “Metafisica” in effetti è una parola abusata e inflazionata, per alcuni aspetti la metafisica è tutt’altro che una stupidaggine, è una ricerca estrema per cercare di fondare ciò che in nessun modo è fondabile, ma in questa ricerca estrema reperisce tutte le forme di argomentazione a favore e contro qualunque tipo di asserzione. Direi che almeno in parte quanto di meglio è stato pensato dall’uomo, almeno nell’ambito del pensare filosofico ma non soltanto, è proceduto dal pensare metafisico, proprio per questo sforzo immane di dimostrare l’indimostrabile, e tutto sommato Heidegger se la cava facilmente, c’è il mistero, ma non mi sembra vada modo lontano.

- Intervento: C’è il mistero, però quell’esserci c’è ed è un elemento non linguistico, qualcosa fuori dalla parola

L’esserci lui lo pone nel linguaggio, è l’ente più ancora, l’essenza dell’ente quella no, non può più essere nel linguaggio perché se fosse nel linguaggio allora sarebbero quegli intoppi di cui si diceva prima, cioè sarebbe condotto all’inevitabile considerazione e conseguenza che la verità è un effetto della parola e quindi dell’uomo e pertanto la verità è relativa e soggetta quanto meno all’umano e questo è esattamente ciò che lui vuole evitare, per potere fondare una verità che non sia invece affidabile alle umane sorti…

- Intervento: In pratica un fondamento di cui si può solo parlare ma non si può toccare

Vi sarete resi conto che le argomentazioni in alcuni punti sono molto delicate, molto tenui, tutt’altro che solide, sono quasi sfumate ché effettivamente non ha, né può avere i termini per precisarle perché dovrebbe porsi, esattamente come lui dice dovrebbe fare la filosofia, delle domanda a cui non potrebbe rispondere e cioè: perché affermo una cosa del genere? Da dove gli viene questa idea? Dal momento che Heidegger pare non affermare tutto questo come un suo ghiribizzo, un suo arbitrio o una sua pensata notturna dopo una notte di sbronza, ma bensì qualcosa di fortemente autentico e vero nell’accezione che lui ha indicato, è proprio per questo che si è legittimati a porgli delle obiezioni, contrariamente a quanto si fa con un poeta per esempio, a nessuno passerebbe per la mente di fronte a una poesia del Leopardi di muovere questo tipo di obiezioni, perché fa un gioco differente, che ha regole diverse, che non prevedono che la poesia del Leopardi sia sottoposta a un’interrogazione logica o linguistica così serrata, perché non fa affermazioni e se le fa, le fa all’interno di un gioco retorico. Facevamo l’esempio un po’ di tempo fa di una figura retorica che afferma che Don Abbondio non ha un cuor di leone, dove non avrebbe senso, perché non è previsto dal gioco che si fa, che qualcuno obietti che Don Abbondio in nessun modo poteva avere il cuore di leone, perché apparteneva ad una specie differente e il cuore che aveva dentro il petto non poteva essere quello di un animale, un’obiezione del genere non avrebbe nessun senso. Come muovere un’obiezione di fronte ad una barzelletta per esempio, il tal dei tali fa questo e quest’altro. Dice no, il tal dei tali non può fare questo e quest’altro perché se facesse questo allora… ma allora non potrebbe più raccontare la barzelletta, cioè non fa più quel gioco, ne fa un altro, ma siccome Heidegger pretende di fare un certo gioco, che è quello della filosofia, della logica e quindi del rigore teorico allora siamo legittimati a porgli queste obiezioni e come vedete obiezioni legittime, alle quali non si trova risposta nel testo di Heidegger, qui, ma neanche altrove. Heidegger è bravo a cogliere tutti gli aspetti per cui della verità non si può dire, questo sulla scia dei greci, lui era molto attento, aveva molto studiato i greci, e riprende questo etimo non latino ma greco di alètheia, cioè di non nascondimento, però dire che la verità è un non nascondimento, di per sé in quanto tale non significa niente, assolutamente niente…

- Intervento: La diversa autorità di un testo come quello di Heidegger, come si impone cosa produce,

Dovrebbe produrre l’assenso

- Intervento: Ma non meno di quello di un Leopardi

In questo caso non si pone la questione dell’assenso.

- Intervento:…

La questione è che la filosofia vorrebbe stabilirsi come autorità sulla domanda essenziale e quindi come risposta alla domanda essenziale e cioè che “cos’è l’essere?” Questo è per molti filosofi lo scopo della filosofia, rispondere a questa domanda, la domanda intorno all’essere.

- Intervento: pensavo comunque anche all’autorità del poeta nel senso che anche il poeta impone, cioè fa passare delle verità, fa credere. Per esempio quando Freud parlando di Sofocle e dell’Edipo ci dice della verità, o meglio del sapere che si accoglie, accogliendo quella poesia.

Ecco però in quel caso Freud utilizza la nozione di verità nell’accezione di cui parlava Heidegger, veritas come adæquatio rei et intellectus, cioè dice la verità nel senso che spiega come stanno le cose. Ecco se voi avete voglia di andare a leggere Heidegger ci sono in questa raccolta che si chiama Segnavia molti saggi interessanti…

- Intervento:…

Forse non è tanto l’intenzione di chi scrive quanto ciò che si produce, e il testo di filosofia con ciò che produce è una serie di risposte o tentativi di risposte a delle domande e quindi muovendo da alcune domande dà per acquisiti alcuni elementi che possono essere messi in discussione. Il poeta qualunque sia la sua intenzione muove da un domandare differente, che non chiede né presume che il lettore chieda, l’assenso, ma potremmo dirla così, molto rapidamente, poi preciseremo, racconta delle sensazioni, delle emozioni che rispetto al discorso occidentale sono per definizione fuori dal gioco prettamente logico o filosofico, non chiedono l’assenso, quando dice: “e il naufragar mi è dolce in questo mare” non si aspetta che si dica sì è vero oppure no è falso. Non è questo che si attende, ma la produzione di una sensazione, e cioè sono figure retoriche che in buona parte rientrano nella famosa ipotiposi, quella figura retorica che letteralmente è uno schizzo, un tratteggio, un quadro che rappresenta ciò che dice, fa vedere ciò che dice. Bene questa sera ci fermiamo qui, buona notte a tutti e grazie.

 

2 maggio 1995

 

ANARCHIA: ASSENZA DI ORIGINE

 

Questa sera riflettiamo su una questione che abbiamo tratta dalla lettura di Kant: è possibile tutto ciò che non è autocontraddittorio, a maggior ragione è vero tutto ciò che non è autocontraddittorio. La questione che lui pone come fenomeno, come noumeno di fatto è un modo per rilevare, sia per quanto riguarda il fenomeno sia per quanto riguarda il noumeno, che di fatto si tratta di atti linguistici, di fatti linguistici. La stessa cosa in sé è un fatto linguistico, dire che è vero ciò che non è autocontraddittorio ha una portata notevolissima, come dire che il vero ha questa prerogativa, è un vero linguistico anziché un vero sostanziale o metafisico. Ricordate che la nozione di vero perlopiù è stata posta come una sorta di adeguamento (adæquatio rei et intellectus), tutto sommato, si tratti dell'essere oppure no, adeguato alla cosa di cui si dice. Ma cominciamo qui a porre un'altra nozione di vero: vero come ciò che può dirsi, e cosa può dirsi? Tutto ciò che non è autocontraddittorio, ciò che in definitiva è possibile, e cosa distingue il possibile dal vero? Quando qualcosa che è possibile diventa vera? Potremmo dirla così, riprendendo anche Aristotele, quando ciò di cui si dice che è possibile si attua. Come dire che dalla potenza passa all'atto. È possibile che sia così, potrebbe essere, potrebbe non essere, quando è? Quando di fatto ciò di cui si enuncia la possibilità passa all'atto, cioè è attuale. Ma quando qualcosa è attuale? Questa è una bella domanda, a quali condizioni possiamo dire che qualcosa è attuale? E cosa la attualizza? Se riflettete intorno alle cose dette ultimamente, ciò per cui qualcosa è attuale è che si trovi nell'atto, ma quale atto? Quello di parola. L'atto di parola è ciò per cui ciascun elemento si trova a dirsi, a esporsi, a partecipare a ciò che si sta dicendo, cioè diventa attuale. Allora un modo per pensare ciò che diceva Aristotele intorno alla potenza e all'atto è questo: ciò che è in atto è ciò che è nell'atto di parola, è ciò che è in potenza? Non possiamo dire che non sia nell'atto di parola, se presa letteralmente questa proposizione non ha nessun senso, ma non ha nessun senso in quanto il senso stesso fa parte della parola, esiste nella parola, per cui dire che è fuori dalla parola non ha nessun senso possibile, ma dunque allora ciò che è in potenza che cos'è a questo punto propriamente? Questo: ciò che il dire implica, comporta, evoca. Per questo non è che diciamo che l'atto precede la potenza, come potrebbe sembrare, ma piuttosto che c'è una simultaneità, ma a questo punto non è ciò che è in attesa di essere detto, in definitiva in attesa di essere vero, ma quanto si produce da ciò che si dice. Però per tornare alla questione da cui siamo partiti, la questione del vero, ciò che accolgo è necessariamente tutto ciò che non è autocontraddittorio, questo, come dicevamo, comporta prettamente porre il vero in ambito linguistico, e non ce ne sono altri, e cosa comporta non avere altri riferimenti? Un altro modo di pensare la nozione di vero. Togliete ogni adeguamento di ciò che si dice a ciò che è (adeguamento in varie forme e in vari modi, può essere adeguamento ontologico oppure programmatico oppure topico, tutto sommato è marginale tutto ciò, è un adeguamento, anche perché procede per aggiustamenti, fa come voglio io, in questo non ci è spostati poi un granché dalla logica medioevale) e c'è l'eventualità che per un verso la nozione di vero cessi di avere qualunque portata, per l'altro l'eventualità che questa nozione possa incontrare un senso. Avevamo già accennato a questa nozione indicando che c'era allora, e in parte ancora adesso, una sorta di sovrapposizione fra vero e verità, poi vedremo se è opportuno cercare di distinguere, cioè dicevamo verità come shifter, come operatore deittico. Come qualcosa che consente di proseguire indicando che ciò che sto dicendo è lì, è lì nel momento in cui lo dico, c'è della verità in questo, che è questo ciò che sto dicendo, quindi che cosa è vero in ciò che dico? Ciò che dico è vero in quanto è ciò che dico. Tutto sommato già con Kant questo adeguamento è messo in difficoltà anche se poi lui non prosegue le sue stesse argomentazioni fino alle sue estreme conseguenze cui si possono portare, vale a dire l'impossibilità di individuare il noumeno, che a questo punto è un altro fatto linguistico a fianco al fenomeno, né lo supporta né lo spiega, né lo giustifica, è un altro discorso che faccio, ma non ha nessuna portata fuori dall'essere un fatto linguistico. Da qui tutta la questione poi ripresa da Austin, di cui suggerisco la lettura, cioè delle parole come fatti, gli unici fatti di cui è possibile parlare e di cui si dice per altro, immaginare che una certa cosa sia una cosa in sé è un fatto linguistico dice Austin, non è altro, o meglio questo possiamo dire, qualunque cosa pensiamo o immaginiamo è un'altra serie di atti linguistici. *Allora considerare il vero in questa accezione, è un verità del considerare il vero sicuramente amorale, in prima istanza, non tanto immorale, quanto amorale, non va contro la morale, non può occuparsene, non può occuparsene quindi non può in nessun modo avere alcun riferimento ontologico a garanzia di alcunché. Ma d'altra parte non serve moltissimo, gli effetti più sorprendenti non stanno tanto nelle grandi questioni: il bene, il male, la giustizia, ma nel dire quotidiano, qui trovate gli effetti singolari, lì in effetti si gioca la questione. Ora i grandi temi la giustizia, la verità, il bene e tutte queste storie sono altrettanti fatti linguistici, di cui è possibile parlare e che indicano di fatto che cosa? Che non c'è l'ultima parola. Questo stanno ad indicare. Cioè c'è una regressio ad infinitum che dice per, così dire, chi ha la forza, il potere, l'abilità di fare fermare questa regressio al punto in cui vuole lui, a questa punto diventa l'ultima parola. Ecco la nozione di anarchia, cioè l'assenza di origine, di origine come causa, come luogo che è causa di ciò che è immaginato seguirne necessariamente. La verità così come è comunemente intesa è il luogo dell'origine, dico comunemente intesa, anche nelle accezioni apparentemente più avanzate, più lontane da quella medioevale, come approssimazione, la verità come approssimazione, approssimazione a che? Ed esattamente come per la questione della giustizia, del relativismo o del giusnaturalismo, approssimazione a una verità data come causa già stabilita, oppure una regola che si è data relativamente a ciò che comunque si ritiene essere il bene in quel momento e in quella circostanza, senza tenere conto e, anche in questo caso, stabilire qual è il bene anche rispetto ad un momento contingente, si avvale necessariamente di un criterio, di un parametro che tiene conto di un valore assoluto. Se no, dicevamo, non c'è nessun modo di saper in quale direzione si sta andando, cioè se ci si approssima oppure no all'obiettivo. Ecco come tutto ciò, si incontra lungo un itinerario come quello che stiamo facendo, itinerario intellettuale? Come si situa tutto ciò per esempio, rispetto ad una conversazione analitica? Forse lì c'è l'occasione più manifesta, per costatare che una persona che parla, dice necessariamente il vero, anche se suppone di mentire, in questo senso, che ciò che sta dicendo, non avendo alcun riferimento (adæquatio rei et intellectus) non si riferisce a cose che esistono fuori dal suo discorso, potremmo soltanto dire questo che esiste soltanto un altro discorso di chi sta parlando, a fianco, o da cui muove per fare quello che sta facendo, come dire che il referente delle sue parole, non sta in qualche cosa che sta da qualche parte, ma sta nelle cose che dice, in quel discorso, anche se il riferimento è a un altro discorso, le cose sono di fatto un altro discorso. Ora dunque ascoltare tutto ciò, è porre le condizioni perché si verifichi un fatto che è piuttosto bizzarro e che è questo, cioè una persona che si trova a parlare, si trovi nelle condizioni di accorgersi di costatare che le cose che sta dicendo, si riferiscono a loro stesse. Che cosa comporta, oltre ad un certo smarrimento iniziale? Comporta questo, soprattutto l'incontro, non tanto con l'essenza, ciò che Kant indicava come noumeno, la cosa in sé, ma quanto questo noumeno, la cosa in sé è un discorso, nel quale potremo reperire un'altra cosa in sé, cioè un altro discorso, in effetti la questione che gli umani hanno posta già da sempre si svolge con una logica straordinaria, in effetti, se pensate a questo rinvio non è altro ciò che trova Peirce rispetto alla semiotica, e cioè possiamo dire una proliferazione di cose in sé all'infinito. Una volta si faceva questo che è un'operazione molto più semplice, si opera una conversione, letteralmente, cioè mentre prima credevo questo, adesso mi accorgo che era errato e adesso credo quest'altro, però non è esattamente più questo ciò di cui ci occupiamo, cioè togliere una credenza una superstizione e mettercene un'altra, come avviene per lo più. Lo dicevamo l'altro venerdì, che generalmente si tratta di fornire un sistema dottrinale più o meno elaborato, più o meno sofisticato, più o meno articolato e intendere ciascun enunciato che viene detto attraverso questa teoria. Dunque perché no? Anzi è un sistema che funziona meravigliosamente bene, non crea nessun intoppo, nessun problema e non incontra nessun ostacolo di credibilità, diciamo che le persone sembrano particolarmente disposte a questa operazione, cioè di sostituire una religione falsa con una più vera, cioè vera, assolutamente vera. Come se si trattasse sempre e unicamente di questa e non ci fosse altra alternativa. Potrebbe sembrare in effetti, che non ci sia nessun altra alternativa in questa operazione, ed è riflettendo intorno proprio a questi aspetti, che abbiamo incominciato ad interrogarci su una questione apparentemente molto banale ma che ci ha condotti ad asserzioni non sempre altrettanto banali, cioè che non c'è uscita dal linguaggio, che le parole non hanno un referente all'infuori di sé, che è una conseguenza necessaria, se non c'è uscita dal linguaggio, il referente non può essere altrimenti che nella parola, procedendo in modo che indicavamo con Kant analitico, in accezione che indica lui, che è stata seguita e cioè non affermando per lo più, nulla che non sia già implicito nella premessa che non possiamo non accogliere necessariamente, visto che parliamo. Potremmo dirla così, un po' schematicamente, dal momento che parlo e non posso uscire dalla parola, dunque le parole non hanno referente fuori dalla parola e quindi? E quindi tutto ciò che posso trarre, in modo tale che non sembra necessariamente questo assioma, è qualcosa che può essere e anche non essere, ma può essere o può non essere rispetto a che? (mi rendo conto di ciò che andiamo dicendo) Molto semplicemente, rispetto a ciò che le regole del linguaggio ci impongono, le regole del linguaggio impongono un certo modo, una certa forma, non il contenuto, il cosiddetto contenuto, dentro posso metterci qualunque cosa e il suo contrario in un certo senso, a patto che lo faccia in un certo modo. Dunque qualunque costruzione io possa fare, non è di per sé, né vera né falsa, ma proprio rispetto alla struttura del linguaggio, non certamente rispetto a nessun referente, fuori dalla parola, a nessuna cosa in sé. Prendete una poesia, un verso di una poesia, non è di per sé, né vera né falsa, così come una frase musicale, non è né vera, né falsa, non è sottoponibile ad un criterio verofunzionale, o meglio si potrebbe anche fare questa operazione, ma non ha nessun senso, prendete la famosissima poesia _Ed è subito sera" è vera o falsa? Non ha nessun senso. Dunque l'aspetto poetico come produzione, come ciò che si produce, potremmo essere indotti a pensare che tutto ciò che può essere costruito è poetico, può essere costruito, nel senso che ha la forma che è quella imposta dal linguaggio, con una grammatica e una sintassi imposte dalla struttura linguistica, tutto ciò che può essere costruito potremmo pensare che è quello. Ma allora subito, in effetti, si pone un quesito, in quanto tutto ciò che può essere prodotto può essere soltanto poesia, almeno_ma anche calcolo integrale, calcolo differenziale come preferite_anche questo dunque è poesia? Al di là del fatto che per molti matematici, la matematica è poesia, ma questa è una cosa soggettiva personalissima, che considerano la cosa poetica, però non da tutti è condivisa, è di una noia mortale, però anche questo non è un buon criterio di valutazione, il fatto che qualcuno si annoi oppure no. Però ecco la poesia_ma la questione che ci interessa riguarda la poesia e alcune questioni che soprattutto Jakobson ha incominciato a elaborare intorno a questo, se voi prendete il suo saggio, sulla struttura del linguaggio, vi accorgete che incomincia a parlare di poesia per scivolare mano a mano verso considerazioni sempre più ampie riscontrando la struttura del linguaggio poetico, di fatto, in ciò che si dice nelle parlate quotidiane. Ora in che senso la poesia attiene al parlato quotidiano? Per Jakobson la questione si pone in questi termini, cosa dovremmo intendere con poesia? Non soltanto evidentemente dei versi impacchettati in un certo modo, secondo un certo metro e dice lui, anche se volessimo porlo in certi termini, dovremmo accorgerci che esiste un metro anche in prosa, che ciò che si dice in modo prosastico, (prosaico è più bello) risulta non meno fornito di struttura metrica, di andamento_di ritmi che possono essere individuati, colti, e cogliersene anche le ripetizioni e poi le figure, l'icasticità, (rappresentazione viva, vivace), ecco questo è dato da che cosa? Da accostamenti, da figure retoriche, da tutto ciò che interviene a rendere più efficaci retoricamente questi versi, cioè elementi icastici o rappresentativi o anche sonoramente più interessanti, in quanto il suono stesso può essere onomatopeico oppure fare pensare a della dolcezza oppure della durezza, a seconda dei casi, ma tutto ciò è svolto o svolge tutto questo, l'aspetto prevalentemente retorico. Non so se nessuno è mai andato a Napoli al mercato del pesce, ecco lì le figure retoriche che vengono utilizzate certe volte le poesie non raggiungono questi livelli, una quantità sterminata di figure retoriche. Una poesia? Può essere una poesia più o meno interessante, io ho letto delle poesie abominevoli, altre che invece sono delle cose interessanti, in quanto pongono delle questioni lasciano riflettere, evocano delle situazioni, evocano delle immagini, così come la musica. Però la poesia ha questo in genere, che le si attribuisce di non servire a qualche cosa propriamente, la questione è molto discutibile, su che cosa dobbiamo intendere con utilità e quindi la questione non ci interessa minimamente, ma poniamo la questione ancora più radicalmente, prendete un aspetto più astratto, quello appunto del calcolo infinitesimale, integrale, quello che vi pare, c'è una proporzione in tutto ciò, anzi è fatto apposta, una proporzione che induce, per esempio, una dimostrazione matematica, ha indotto, anzi molti a considerarlo una cosa bella, c'è addirittura Lautreamont che dice _bello come una prova matematica", bello proprio per la proporzione, bello in modo armonico e quasi ineluttabile, necessario in cui si svolge, perfettamente conoscibile nella sua struttura. Ora una costruzione come quella matematica, adesso non ci interessa_ci atteniamo soltanto alla struttura del discorso che può essere quello matematico, quello poetico o di altro genere, o linguistico, filosofico, che cosa fa in effetti? Produce qualche cosa che non è derivabile necessariamente dalla struttura del linguaggio, quindi produce qualche cosa che si aggiunge, poi una volta stabilito un elemento, Kant direbbe, sintetico a priori, può aggiungere tutto quello che vuole chiaramente, come dire che, proviamo a dirla in modo molto, molto semplice, l'elemento analitico a priori consente di costruire proposizioni, di pensarle anche se volete, di pensare proposizioni, un sistema sintetico a priori consente di inventare delle strutture, quello sintetico a posteriori di farci quello che ci si vuole. Quindi la costruzione, l'invenzione di una struttura che è pensabile soltanto a partire da uno schema linguistico, ora in che cosa potremmo distinguere la poesia da un calcolo numerico? Al di là dei segni che vengono utilizzati ad un certo punto, e volgere una struttura matematica in musica questa è una operazione che molti hanno fatto e stanno facendo, per esempio il compositore_ ma mi verrà poi in mente_ perché in effetti la stessa armonia, la stessa proporzione, chiamiamola così, che esiste nel calcolo numerico, viene utilizzata nella composizione musicale_d'altra parte sembra e poi se non lo è, non ha nessuna importanza, che i testi antichi, greci soprattutto, fossero scritti in metrica per poter essere cantati, quindi per essere musicati, anzi erano già di per sé musicati, perché si pensava già allora, che unire la parola alla musica avesse maggiore valore_.poi la musica, la musica c'è già nella parola, pensate ad un discorso che ascoltate, può produrre una musica sgradevole, può produrre una musica gradevolissima, può essere un discorso che incanta, che incanta neanche forse tanto per il contenuto, per ciò che dice in quanto tale, ma per il modo che viene detto, da qui tutta l'invenzione oratoria, sapete che i retori imparavano il testo a memoria per poter essere liberi di declamarlo nel modo migliore, senza essere impegnati a pensare a quello che stavano dicendo, che distrae evidentemente e quindi dare una musica, una musicalità _ma questo appena per dire che coloro che sapevano parlare avevano una possibilità, un maggiore ascolto erano gli oratore, che si distinguevano dagli idiotai, da coloro che non avevano l'arte della parola, per questo idiota è la persona che non sa esprimersi, anche se questi erano talvolta anche magistrati, però senza l'arte della parola, che invece contraddistingueva gli oratores. Dunque ecco la produzione, cosa può prodursi? qualunque cosa naturalmente, qual è la condizione per potere produrre? Ecco ciò che Kant chiama analitico a priori, vale a dire uno strumento, senza il quale non è possibile produrre né pensare alcunché, ma produrre che cosa? Qualunque cosa, perché una cosa dovrebbe essere o avere miglior titolo di un'altra? Ecco dicevo perché attribuire ad una cosa una dignità o un valore maggiore? Consideriamo soltanto ciò che si produce, ciò che è possibile produrre, CAMBIO CASSETTA Noi ci siamo occupati fino all'altro giorno di accennare, veramente non è che il discorso si esaurisca in questi termini, di accennare alle condizioni e ci siamo avvalsi di Kant per aggiungere qualche cosa, per riflettere ulteriormente sulle condizioni perché qualcosa possa prodursi, ora occorre che ci occupiamo appunto di ciò che si produce, il giudizio sintetico, quello che compie la sintesi, sintetizza e cioè che inventa poi, per altri aspetti, la sintesi qui è un po' differente da quella di Hegel, che inventa, e come è possibile questo? Come è possibile inventare? Questa è una bella questione che sembra che le cose che si inventano vengano dal nulla, in un certo senso, vengono dal nulla, cioè nel senso che non sono deducibili da ciò che precede, come la nozione di abduzione in Peirce. Peirce distingue tra deduzione e induzione e poi questa terza inferenza, l'abduzione, per cui da due elementi se ne trae un terzo che però non è né deducibile, né inducibile dai primi due così sorge la stessa questione che pone Freud rispetto all'associazione libera, cosiddetta, anche se poi è possibile chiaramente costruire un discorso che giustifica per esempio, una certa connessione, ma è un altro discorso, non è propriamente la causa. Dunque ecco, se tutto ciò che abbiamo detto fino ad oggi ha qualche portata, questa possibilità occorre che la cerchiamo lì, dove non potrebbe non essere, e cioè nell'atto della parola, cioè tra le cose che avvengono nell'atto di parola. Perché se voi riflettete, l'aspetto analitico ci consente soltanto di pensare, ci dice qual è la condizione, ma niente più di questo. Una volta posta la condizione, il linguaggio è avviato. Cioè cosa lo avvia? Questa è una questione difficile da intendersi, dal momento che l'aspetto analitico di fatto non consentirebbe nessun avvio, almeno apparentemente per quanto se noi diciamo che gli umani parlano, compiamo una operazione già di per sé complicatissima, pur affermando una considerazione apertamente analitica, ma non soltanto, in questo daremmo ragione a Toulmin il quale afferma che non c'è implicazione, inferenza analitica che non comporti una, lui la chiama sostanziale, kantiana ma sintetica; perché non potrebbe? (dice lui) perché quella analitica si arresta immediatamente. Si arresta nel senso che già l'operazione avviene dove uno parla e quindi non c'è referente fuori dalla parola, non c'è uscita dal linguaggio, comporta un ulteriore elemento, cioè non soltanto, una struttura che mi consente di parlare, ma che non consente di compiere inferenze, perché è lo stesso intoppo che trova Kant in questo passaggio che non è in nessun modo giustificabile. Come dunque procedere? Non giustificarlo giustamente, ma renderlo possibile in termini teorici, e riflettendo su questo cioè di che cosa si tratta in questo passaggio, questo salto, per cui da una cosa se ne implica un'altra, qui la linguistica e la semiotica forse ci danno un aiuto. Possiamo cominciare a porre la questione in questo modo, visto che difficilmente lo risolveremo questa sera, anche perché se no, le sere successive non sappiamo come passarle, resta un pezzo anche per dopo. Cosa ci dice la linguistica? E forse più ancora la semiotica? Già da Morris, Charles Morris, ma già da Peirce in definitiva, che ciascun elemento linguistico, noto come semiotico è infinito, è infinito in quanto è segno per qualcuno, che a sua volta è segno, certo tutto questo è un registro molto differente, molto avanzato rispetto alle cose banali che dicevamo prima. Tuttavia occorre che troviamo qualche cosa nell'implicazione analitica che renda necessario questo salto, credevo avesse qualche suggerimento, nessuno ha qualche suggerimento? Devo fare sempre tutto da solo. Consideriamo allora di nuovo la formulazione analitica _gli umani parlano", analitica in quanto necessaria, e assolutamente non confutabile, a priori, in quanto indicavamo l'altra volta questa accezione necessaria rispetto alla struttura del linguaggio. Dunque dicevamo gli umani parlano, c'è un salto in tutto ciò necessario? Perché, ciò intorno a cui ci stiamo interrogando è questo, se è necessario ciò che per definizione non è necessario. Che è una bella domanda, eppure

- Intervento: necessario?

Il salto, questo salto tra, per esempio, fra ciò che è necessario e ciò che non lo è, fra la deduzione e l'induzione, per esempio, o tra la premessa maggiore e la conclusione, comporta sempre un salto che non è giustificabile, se l'inferenza non è analitica, non dice niente cioè continua a ripetere lo stesso assioma principale, famosa _tutti gli animali sono mortali, Socrate è un animale, Socrate è mortale" ma la conclusione è già implicita nell'assioma di partenza, che fosse mortale, proprio in quanto animale. Ecco considerate quest'altra formulazione, che non è un sillogismo ma una considerazione, cioè che gli _umani parlano" che nel darsi afferma proprio ciò stesso che fa, una formulazione performativa, che fa ciò che dice, apparentemente non c'è nessun salto non giustificato in tutto ciò, però forse è il caso di riflettere ancora su questa nozione di salto, cioè questo passaggio che non è giustificato, in quanto comporta un aggiunta che non è presente nella premessa .Se apparentemente tutto è necessario, cosa invece non lo risulta? La struttura sintattica? Questa è necessaria, e anche quella frastica, e allora potremmo dirla così: come sempre avviene quando sorge un problema che apparentemente non ha soluzione, è perché è mal formulato, come ho sempre riscontrato

- Intervento:

Sì, cosa dunque è necessario? È necessario ciò che non può più considerarsi nella parola, perché la parola esista, che la parola si dia, dunque attenendoci a questa nozione, se l'implicazione analitica che è necessaria, necessariamente si arresta, cosa impedisce che non si arresti? Faccia così, lei provi ad aggiungere un elemento, uno qualunque, questo elemento risulta (come direbbe Kant) necessario, ma non deducibile, se preferisce sintetico a priori, e perché fa questa operazione? Proprio perché ha compiuta l'inferenza analitica, che la costringe a fare questo e adesso spiego il perché, perché l'inferenza analitica costruisce la possibilità, la pensabilità stessa del linguaggio, quale linguaggio? Qual è il linguaggio che la riflessione chiamiamola così analitica comporta, di quale linguaggio si tratta? Del linguaggio. (_) che proprio per il fatto che rende possibile il linguaggio, occorre che lo costruisca, e come potrebbe costruirlo? Se si arrestasse istantaneamente, non potrebbe farlo, come dire che tutto si arresterebbe lì, ma se dunque c'è questa costruzione, allora questa costruzione è necessaria e potremmo dire a questo punto, anche se poi si tratterà di elaborare in termini precisi, adesso vogliamo soltanto dare delle tracce una direzione, che la costruzione di questo linguaggio è implicita nella implicazione analitica, se riflettendo intorno a questo riusciamo a stabilire, e ad affermare in termini analitici, la necessità di questa implicazione, allora abbiamo effettivamente dissolto il problema, mostrando come è necessario che una implicazione, una riflessione analitica, necessariamente per esistere, deve comportare ciò stesso che inventa, in questo caso per dirla così in modo molto rozzo: il salto diventa necessario, per potere proseguire e in questo senso è implicito nella implicazione analitica, e in quanto implicito deducibile, non derivabile, deducibile proprio nell'accezione della deduzione kantiana. Ecco questo è il lavoro su cui rifletteremo in questi giorni in attesa che giunga il martedì successivo. Intanto se qualcuno vuole dare un contributo per riflettere in questi giorni, contributo analitico, sintetico a vostro piacere, deduzione, induzione, anche abduzione sono accolte in questo senso, diremmo così, il giudizio sintetico è deducibile ma non derivabile, e avremo modo di sbizzarrirci nella distinzione della deducibilità e derivabilità, in parte un accenno è stato fatto, ma occorre distinguere con maggiore precisione_

 

30-10-97

 

F.  De Saussure: Corso di Linguistica Generale

 

 

Le definizioni che dà De Saussure di linguaggio e di lingua...vi leggo questo perché è importante sapere da dove ciascuno parte per teorizzare le cose che crede e cioè in altri termini quali sono le premesse, gli assiomi, i principi da cui muove, perché da questi poi si intende come giunga concludere le cose che conclude, che non sono altro che l’effetto di alcune premesse dunque...

 

Qual è l’oggetto ad un tempo integrale e concreto della linguistica? La questione come vedremo più oltre, è particolarmente difficile; qui limitiamoci a far sperimentare tali difficoltà.

Altre scienze operano su oggetti dati in partenza, i quali possono poi venir considerati da diversi punti di vista; nel dominio che ci interessa non vi è nulla di simile. Si pronunci la parola nudo: un osservatore superficiale sarà tentato di vedervi un oggetto linguistico concreto; ma un esame più attento vi farà scorgere in seguito tre o quattro cose perfettamente diverse, a seconda di come la si considera: come suono, come espressione di un’idea, come corrispondente del latino nudum ecc.. L’oggetto stesso, lungi dal precedere il punto di vista, si direbbe creato dal punto di vista, e d’altra parte niente ci dice a priori che uno dei modi di considerare i fatti in questione sia anteriore o superiore agli altri.

Inoltre, qualunque sia il punto di vista adottato, il fenomeno linguistico presenta eternamente due facce che si corrispondono e delle quali l’una non vale che in virtù dell’altra. Ecco qualche esempio:

I)    le sillabe che si articolano sono impressioni acustiche percepite dall’orecchio, ma i suoni non esisterebbero senza gli organi vocali: così una n esiste solo per la corrispondenza dei due aspetti. Non è dunque possibile ridurre la lingua al suono, né distaccare il suono dall’articolazione boccale; reciprocamente, i movimenti degli organi vocali non sono definibili se si fa astrazione dall’impressione acustica.

II) ma ammettiamo anche che il suono sia una cosa semplice: è forse il suono che fa il linguaggio? No il suono è soltanto uno strumento del pensiero e non esiste per sé stesso. Sorge qui una nuova corrispondenza piena di pericoli: il suono unità complessa acustico-vocale, forma a sua volta con l’idea una unità complessa, fisiologica e mentale. E non è ancora tutto.

III) il linguaggio ha un lato individuale e un lato sociale, e non si può concepire l’uno senza l’altro.

IV) inoltre in ogni istante il linguaggio implica sia un sistema stabile sia una evoluzione; in ogni momento è una istituzione attuale ed un prodotto del passato. A prima vista sembra molto semplice distinguere tra il sistema e la sua storia, tra ciò che esso è e ciò che è stato; in realtà il rapporto che unisce queste due cose è così stretto che è faticoso superarle. Il problema sarebbe forse più semplice se il fenomeno linguistico venisse considerato nelle sue origini, e cioè se, ad esempio, si cominciasse a studiare il linguaggio infantile. No, perché è un’idea completamente falsa credere che in materia di linguaggio il problema delle origini differisca da quello delle condizioni permanenti, non si esce dunque dal circolo. Così, da qualunque lato si affronti il problema, da nessuno ci si presenta l’oggetto integrale della linguistica; dovunque ci imbattiamo in questo dilemma: o noi ci dedichiamo a un solo aspetto d’ogni problema, rischiando di non percepire la dualità segnalate più su; oppure, se studiamo il linguaggio sotto parecchi aspetti in uno stesso momento, l’oggetto della linguistica ci appare un ammasso confuso di cose eteroclite senza legame reciproco. Appunto procedendo in tal modo si apre la porta a parecchie altre scienze - alla psicologia, all’antropologia, alla grammatica normativa, alla filologia ecc..- che noi separiamo nettamente dalla linguistica, ma che, col favore d’un metodo poco corretto, potrebbero rivendicare il linguaggio come uno dei loro oggetti.

V) A nostro avviso, non vi è che una soluzione a tutte queste difficoltà: occorre porsi immediatamente sul terreno della lingua e prenderla per norma di tutte le altre manifestazioni del linguaggio. In effetti, tra tante dualità, soltanto la lingua sembra suscettibile di una definizione autonoma e fornisce un punto d’appoggio soddisfacente per lo spirito.

Ma che cos’è la lingua? Per noi, essa non si confonde col linguaggio; essa non è che una determinata parte, quantunque è vero, essenziale. Essa è al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui. Preso nella sua totalità il linguaggio è multiforme ed eteroclito; a cavallo di parecchi campi, nello stesso tempo fisico, fisiologico, psichico, esso appartiene anche al dominio individuale e al dominio sociale; non si lascia classificare in alcuna categoria di fatti umani, poiché non si sa come enucleare la sua unità.

La lingua al contrario, è in sé una totalità e un principio di classificazione. Dal momento in cui le assegnamo il primo posto tra i fatti di linguaggio, introduciamo un ordine naturale in un insieme che non si presta ad altra classificazione...

Ecco vi ho letto questo perché è importante, importante ciascuna volta intendere da che cosa muove il discorso, cioè quali sono i suoi principi, le sue premesse, e i suoi assiomi, dunque per De Saussure, come avete ascoltato, il linguaggio in quanto tale non è definibile, e non è definibile per la sua struttura in quanto è ciò che pervade qualunque elemento, qualunque definizione volesse darsi del linguaggio risulterebbe sempre parziale, non comprenderebbe mai tutti i suoi aspetti. Questo ha fatto sì, che in effetti la linguistica si sia, dopo De Saussure, poco occupata del linguaggio in quanto tale, ma soprattutto della lingua, o di quella che per De Saussure è la sua esecuzione, cioè la parola, la parole, in francese, dunque il linguaggio non è definibile, ma le motivazioni che porta De Saussure, non sono poi così precise e potremmo dire qualcosa in più della non definibilità del linguaggio, e cioè dire che in qualunque modo io voglia definire il linguaggio, utilizzerò comunque il linguaggio per compiere questa operazione, e quindi mi troverei di fronte a una situazione piuttosto bizzarra e cioè utilizzerei degli elementi, chiamiamoli elementi linguistici e poi dovrei definirli, ma sarei preso in una sorta di regressio ad infinitum, se volessi definirli, fermandomi sulla considerazione che non posso uscire dal linguaggio per trovare un elemento fuori dal linguaggio che lo definisca. Ma Lui muove da questa considerazione, e cioè come dicevo prima che in ogni istante il linguaggio implica sia un sistema stabile, sia una evoluzione, in ogni momento è una istituzione attuale ed un prodotto del passato...ecco noi invece saremmo più inclini a dire che il linguaggio non è tanto questo, ma è quanto ciò che mi consente di fare questa considerazione, la quale considerazione ha un senso in quanto inserita all’interno di una struttura linguistica, e cioè il linguaggio. Dire che il linguaggio ha un lato individuale e uno sociale, è una costruzione, così come affermare che è un sistema stabile e un sistema in evoluzione, che di per sé non è che abbia molto senso, anche se può apparire sensata la cosa. Affermare che un sistema è in evoluzione comporta che ci sia un procedere e quindi un variare, ma perché qualcosa vari, perché si accorga che è un sistema in evoluzione, occorre che qualcosa non vari, che rimanga lo stesso e quindi potremmo dire che simultaneamente è un sistema che varia e che non varia, ma che noi diciamo queste cose è soltanto una deduzione logica, che il linguaggio ci consente di fare, non è il linguaggio, cioè non è una definizione del linguaggio. Tutto questo ha portato poi De Saussure a delle considerazioni circa la lingua come sistema convenzionale, è una convenzione, dice Lui, che vengano usati certi segni al posto di altri, ma...questa convenzionalità è da verificare, potrebbe non essere esattamente così, dal momento che, se noi diciamo che è convenzionale, noi diciamo che un elemento potrebbe essere sostituito con qualunque altro all’interno di un gruppo, diciamo, ma per dirla più propriamente, potremmo anche dire che potremmo cambiare delle regole del gioco, tutto sommato, è sufficiente che gli elementi che cambiamo poi abbiano lo stesso significato di quelli che intendiamo, vedete che a questo punto è come se io potessi sì, variare, (seguendo De Saussure) degli elementi, ma variarli rispetto a qualche cosa che non varia, cioè posso variare il suono, ma ciò che indico “quella cosa” non la posso variare. Questione curiosa, perché c’è sempre una dualità, ma che va al di là di quello che pensa Lui, una dualità cioè tra ciò che varia e ciò che non varia nel linguaggio. Sapete che la dualità di cui parla De Saussure è la famosa divisione della parola tra significato e significante, mette un significato e poi scrive, barra sotto, e poi significante, e questa è la dualità più celebre nella linguistica, dove il significante non è altro che l’immagine acustica di una certa cosa, mentre il significato è la cosa che questa immagine acustica rappresenta, ciò a cui si riferisce. Ora l’interesse di tutto ciò, cioè dell’apporto di De Saussure, è, sì, l’avere individuato questa continua corrispondenza di due elementi, cioè come se il linguaggio avesse continuamente due facce, ma non è soltanto tanto questo, quanto avere intravisto la questione dell’arbitrarietà, arbitrarietà che Lui pone provvisoriamente, così come convenzione, se una cosa è convenzionale, tutto sommato è arbitraria. La questione è che non è tanto arbitrario il segno, per lui, non è arbitrario in effetti il segno, è arbitrario ciò che funziona come segno, ma che ci sia il segno non è affatto arbitrario. Ma questa dualità è più radicalmente considerabile nei termini, come dicevo prima, di varianti e invarianti, qualcosa nel linguaggio varia continuamente, non per una convenzione ma, perché ciò che il linguaggio produce è continuamente mutevole, in effetti come dice Lui, c’è una continua evoluzione, un continuo cambiamento, ma questa cosa gli pone qualche problema perché da una parte, dice che il linguaggio è una continua mutazione, dall’altra invece è agganciato storicamente, questione che soddisfa poco, invece è possibile porre la cosa in termini più precisi, è vero che il linguaggio producendo continue proposizioni varia continuamente, varia ininterrottamente, ma questa variabilità, questa variazione è possibile perché qualche cosa non varia, nel linguaggio, non varia affatto e questo a De Saussure è sfuggito, che ciò che non varia nel linguaggio, è ciò che rende tale il linguaggio, cioè la sua struttura, le sue procedure, le sue regole, queste non possono variare, questione che intravede quando considera la non arbitrarietà del segno in accezione che dicevo prima, cioè il segno è necessario che ci sia, non è arbitrario, come non è arbitrario ciò che indico con il segno, ma che ci sia il segno è arbitrario, ecco, questo segno, cioè il fatto che un elemento rinvia necessariamente ad un altro, non è questione arbitraria, né convenzionale, è la struttura stessa del linguaggio che non può variare, salvo dissolvere la struttura del linguaggio, che un elemento sia necessariamente connesso con altri, e quindi possiamo parlare di segno, perché il segno è una connessione in prima istanza, che un elemento sia connesso con altri, dicevamo anche giovedì scorso, non è una questione né arbitraria, né convenzionale, perché se un elemento non fosse connesso con altri sarebbe fuori dalla catena linguistica, perché è connesso con altri elementi linguistici, se fosse fuori dalla catena linguistica non sarebbe un elemento linguistico, e quindi non apparterrebbe al linguaggio. Ecco questo non è convenzionale, cioè non si può togliere in quanto è uno degli elementi su cui si regge e su cui si impianta tutto il linguaggio, se noi potessimo togliere una cosa del genere, paradossalmente, non è possibile ma... e non è possibile perché a quel punto ci troveremmo fuori dal linguaggio, non avremmo più nulla con cui considerare ma, non è possibile in quanto un elemento è necessariamente... un elemento linguistico per essere tale è connesso con altri elementi linguistici e quindi questa connessione è il fondamento di un segno, un segno che non ha connessione non è niente. Dunque dicevo ciò che varia, ciò che varia è ciò che il linguaggio produce, quindi ciò che abbiamo indicato come aspetto retorico, tutto ciò che varia è l’aspetto retorico, cioè tutto ciò che il linguaggio, la logica, in accezione che indicavamo che comunque riprenderemo, produce. Una procedura linguistica attiene alla logica e dire che un elemento linguistico è connesso con un altro elemento linguistico, attiene alle procedure e quindi alla logica, ma il fatto che un elemento linguistico sia necessariamente connesso con un altro elemento linguistico, non ci dice nulla di quale sia quell’altro elemento linguistico, dice soltanto che necessariamente è connesso con un altro, ma quale non lo dice affatto, quale, lo dirà la retorica, la retorica dice quale, a quale si connette, la logica fornisce soltanto lo strumento che gli consente, per così dire, di connettersi, senza questo non funzionerebbe, in effetti facevo un esempio così, come se la logica fosse rispetto alla terminologia del computer, fosse l’hardware, mentre la retorica il software, cioè tutto ciò che può prodursi a partire da questa struttura che indicavamo come linguaggio. Ora De Saussure distingue fra lingua e linguaggio ma può risultare ardua questa distinzione, dal momento che qualunque distinzione io faccia all’interno del linguaggio, come qualunque altra cosa, risulta, questa sì, arbitraria, la distinzione che fa Lui tra linguaggio, tra “Langue” e “Parole” per esempio è arbitraria, non è affatto necessaria, mentre la pone come necessaria, e cioè ci invita a pensare che le cose siano così e cioè che esiste un linguaggio che questa entità nebulosa, astratta e indefinibile, indecifrabile che funziona poi da sfondo in ciascun atto linguistico, e poi su questo si impiantano la Langue e la Parole, cioè l’insieme di tutte le possibilità linguistiche e la loro esecuzione di volta in volta, la Parole come esecuzione, la perfomans direbbero i linguisti. Dunque queste affermazioni che Lui compie sono arbitrarie, essendo arbitrarie ovviamente lasciano il tempo che trovano, ovviamente, cioè non sono necessarie né comportano necessariamente il nostro assenso, infatti se noi non distinguessimo fra Langue e Parole, cosa muterebbe in ciò che andiamo considerando? Nulla. Non muterebbe nulla, in effetti anche la distinzione che abbiamo fatta tra logica e retorica è arbitraria ovviamente, ha una funzione descrittiva, esplicativa, ma il linguaggio non è così, l’unica cosa che possiamo dire è che esistono degli elementi, delle strutture che rendono il linguaggio tale, e che se non ci fossero, il linguaggio cesserebbe di esistere, questo non è arbitrario, ma qualunque altra affermazione rischia di esserlo, però potremmo dirla così, che il linguaggio è formato da due aspetti, uno è la logica, di cui è fatto e sono gli strumenti che permettono al linguaggio di costruire le cose, di fatto sono il linguaggio, cioè la sua possibilità di costruire proposizioni, dall’altro la retorica che sono le proposizioni che costruisce, tutto sommato è una distinzione abbastanza semplice. Non richiede nessuna informazione fondamentale, qualche cosa può produrre delle proposizioni, le proposizioni che produce sono la retorica semplicemente, cioè i modi in cui il linguaggio si dice, dice le cose che dice. Tuttavia l’apporto di De Saussure è stato fondamentale e lo è a tutt’oggi, rimane sicuramente il pilastro della linguistica, proprio per questa dicotomia che Lui ha incominciato a porre, questo porre la questione come se avesse due facce, due facce della questione, poi mantenuta da tutti i linguisti, anche quelli che l’hanno suddivisa ulteriormente ma rimane sempre questa divisione, un elemento poi la barra che separa e indica che non c’è passaggio dall’uno all’altro e poi quell’altro elemento, uno generalmente si intende con significante e l’altro come significato. Già qui allude in qualche modo al suono come immagine sonora e poi l’idea, il concetto che ne fa cioè la parola. Però coglie questo aspetto che è fondamentale e cioè che sono inscindibili, questione che oggi può sembrare banale però ai suoi tempi non lo era affatto dal momento che tutta la linguistica invece considerava, dicevamo forse giovedì, soltanto le mutazioni di ciascun elemento, inseguendone la storia, vedere come e perché un elemento è variato, senza tenere conto che, non è possibile considerare un elemento e questo è un altro aspetto importante, e De Saussure lo sottolinea, non è possibile considerare un elemento linguistico senza valutarne la portata che ha in quel momento e soprattutto per chi lo dice. Questione questa fondamentale, che Saussure ha appena accennato ma può portarsi alle estreme conseguenze, come dire che ciascun elemento può intendersi soltanto se io conosco qual è il gioco in cui è inserito, il gioco linguistico in cui è inserito, vale a dire quali sono le regole del gioco linguistico in cui è inserito, in caso contrario teoricamente non dovrei capire nulla, cioè uno dice una certa cosa e allora io chiedo, quali sono le regole del gioco che sta giocando, per poter inserire questo elemento all’interno di quel gioco e quindi reperire un senso di quel elemento, in caso contrario, come dicevo, potrebbe non significare nulla, semplicemente un suono, perché sconnesso e quindi non connotabile in nessun modo. Ora certamente questo non avviene nelle conversazioni, cioè non si domanda a ciascuna persona, ciascuna volta di ciascun elemento, anche perché c’è una sorta, qui sì, di convenzione, rispetto ad alcuni giochi, alcuni giochi sono convenzionali, per cui non si domanda più qual è il senso o quali sono le regole del gioco, esattamente come uno che sa giocare a briscola non chiede ogni volta quali siano le regole del gioco, le conosce e ciascuno che sta giocando quel gioco dà per acquisito che chi sta giocando conosca quel gioco, tuttavia qual è il problema che può sorgere e di cui per esempio una psicanalisi si occupa? L’immaginare di fare un certo gioco ma, o giocare un certo gioco, ma attenendosi a regole differenti che non appartengono a quel gioco. Vi faccio un esempio, se io affermassi che sotto questo tavolo c’è una pantera nera, affermerei qualche cosa che non è condivisibile generalmente dai presenti, perché guarderebbero sotto il tavolo, verificherebbero che non c’è la pantera nera e mi chiederebbero di rendere conto di questa affermazione, come dire: immaginano che io faccia un certo gioco, il quale prevede una verifica, fra le sue regole prevede una verifica, questa verifica non c’è, allora, di primo acchito, immaginano che io stia facendo un altro gioco, poi se si accorgono che invece faccio quello, allora mi mandano in manicomio. Ma cosa è avvenuto esattamente? È avvenuto questo, che io ho sostenuto un gioco che pretendo condivisibile, condiviso da altri, cioè che se affermo che qui sopra c’è un libro, ciascuno può considerare questo fatto, perché il gioco che stiamo giocando prevede, come si diceva, una verifica, così come fa il discorso occidentale, il discorso occidentale è un gioco particolare che prevede questa verifica, ora è il gioco che si fa per lo più e allora se io affermo che qui sopra c’è il “Corso di linguistica generale” questo è facilmente verificabile, e se uno non lo vede suppone che comunque ci sia, se io affermassi invece senza che ci sia questo libro sul tavolo, allora mi troverei in una posizione, dicevo, curiosa perché è come se facessi il gioco del discorso occidentale, ma non tenendo conto delle sue regole, una delle quali, come si diceva è che sia verificabile una affermazione. Ora questo può comportare, vi ho fatto un esempio molto banale, giusto per chiarire la questione ma, tutto ciò che Freud considera come nevrosi e come psicosi, può intendersi in modo più preciso in questo modo, come una sovrapposizione fra giochi che hanno regole differenti, e di cui non ci si accorge. Faccio un esempio un po’ più raffinato, una persona immagina di essere sempre considerata da tutti come un genio strepitoso, una persona interessantissima, però è assolutamente sicura questa persona, è ovvio che non sottopone mai questa sua idea a una prova di verità, una prova di realtà, come direbbe Freud, non chiede mai, proprio per evitare eventuali sorprese...ecco allora in questo caso si trova preso, questa persona, in questa sorta di equivoco, cioè fa un gioco, cioè crede una certa cosa, ma utilizza regole differenti, perché sono differenti, sono diverse da quelle che Lei vorrebbe che fossero praticate, nel senso che ci crede come se fosse una cosa...CAMBIO CASSETTA. Gioca un gioco attenendosi alle regole di un altro, come se giocasse a briscola attenendosi alle regole del poker, si creerebbe qualche problema. E così si crea qualche problema nelle persone, perché credono una certa cosa ad un certo punto, contro ogni evidenza, per questo motivo perché è come se sbagliassero ad applicare delle regole, prendete ad esempio il gioco poetico, il gioco poetico ha regole differenti, dove la verifica di cui dicevo, gioca un vero diverso, ha semplicemente regole diverse, così un poeta può utilizzare delle metafore ma inserendole in un gioco differente da come potrebbe utilizzare una metafora il discorso scientifico, sono giochi diversi, con regole diverse, per in un ambito poetico, all’interno di un gioco poetico, affermare che c’è una pantera sotto il tavolo ha un senso, dipende da quello che si intende dire certo, ma ha un senso e se uno legge una poesia non pensa che il poeta abbia dato fuori di testa, immagina che sia la metafora che lui ha inventato per dire qualche cosa, mentre se io lo affermassi qui come una solenne certezza, mi creerebbe qualche problema, a me soprattutto e a chi si trova ad ascoltare, perché il gioco che sto facendo in questo momento non prevede, non ha fra le sue regole questa, mentre se scrivessi una poesia che una pantera sotto il tavolo ecc., tutto quanto rientrerebbe in una accettabilità, in quanto si considera che esattamente come le mosse di un gioco, sono accettate se all’interno di quel gioco, se io muovessi le carte quelle del poker come se fossero le pedine della dama, non funzionerebbero, ecco spesso avviene così, con gli elementi linguistici, si muovono in questo modo come se muovessi le carte da gioco, come fossero pedine, cioè utilizzando gli strumenti di un gioco, attraverso le regole di un altro. Ecco la volta scorsa dicevo che occorre che l’analisi giunga a una elaborazione del linguaggio, se voi leggete “la Seconda Sofistica” vi rendete conto che quando siete arrivati al termine, difficilmente riuscirete a pensare esattamente come pensavate prima, qualcosa si è inserito, in ciò che sapete in modo tale che rende non possibile il pensare le cose esattamente come prima, ma non soltanto, c’è anche questo altro aspetto che può creare qualche intoppo e lo crea laddove non si considera che questo percorso ha come sbocco, direi inevitabile una analisi del linguaggio ma intendo qui con analisi del linguaggio, una analisi del proprio linguaggio, in prima istanza, cioè una considerazione degli elementi che intervengono nel proprio linguaggio, quindi in definitiva nel proprio discorso, molto attenta, come se tutto ruotasse intorno a questo, che è un altro modo per dire che non c’è nulla fuori dal linguaggio. Considerazione molto banale ma che è difficile da praticare, difficile perché se presa alla lettera e portata alle estreme conseguenze, ve la ritrovate ovunque in qualunque affermazione, in qualunque cosa incontrate, in qualunque circostanza dalla più gioiosa alla più catastrofica, comunque non è fuori dal linguaggio, con tutto ciò che questo comporta, e cioè in prima istanza l’essere una produzione del mio discorso, che tiene conto certamente di altri elementi ma rimane una produzione e cioè una figura retorica che è stata prodotta grazie alle strutture, le procedure linguistiche che consentono di compiere questa operazione, senza tutto questo non esisterebbe né cosa gioiosa né cosa drammatica, nulla di tutto ciò, non esisterebbe nulla, appunto, diciamo nulla è fuori dalla parola. Ora ecco giungere all’analisi del linguaggio è giungere a tenere conto di questo, ma tutto ciò, non comporta affatto di trovarsi a cancellare ogni cosa, se tutto è linguaggio allora nulla ha più valore, non ci sono più le cose reali ecc. no, non è proprio esattamente così, è soltanto la possibilità di considerare ciascun evento, come un aspetto, un elemento di un gioco linguistico, e constatare altresì che da questo non c’è uscita, e cioè non potrebbe non esserlo, in nessun modo, se lo fosse sarebbe un elemento fuori dal linguaggio, se fosse fuori dal linguaggio non esisterebbe semplicemente e quindi deve la sua esistenza al fatto di essere un elemento del linguaggio, cioè di essere all’interno di un gioco linguistico, è per questo che esiste. Dico questo per alcune obiezioni che mi furono fatte, se tutto è un gioco linguistico allora le cose non hanno senso o perdono il valore che hanno, no, è che esistono in quanto all’interno di un gioco linguistico, se no, non esisterebbero in nessun modo, quindi non è che c’è alternativa, fuori o dentro il gioco linguistico, se esistono è perché sono in un gioco linguistico, se no, non avrebbero nessuna possibilità di esistenza. Provate a leggere per esempio qualunque testo per esempio di filosofia o di scienza si muove lungo affermazioni immaginando che queste affermazioni non siano giochi linguistici, ma corrispondano o debbano corrispondere a elementi fuori dal linguaggio, come se dovessero descrivere una sorta di realtà, tutto sommato anche De Saussure in parte cade in questo equivoco, definendo la Lingua, la Parole ecc. ma sono affermazioni assolutamente arbitrarie che non possono descrivere nient’altro che strutture linguistiche, come dire che l’essere, che diceva Parmenide, non può non essere, non è che descriva uno stato di fatto, una cosa per cui l’essere è un qualche cosa che sta da una parte e ha queste prerogative, semplicemente definisce, all’interno di un gioco linguistico, attraverso le regole che ha stabilito consapevolmente oppure no di accettare, un elemento, procedendo inferenzialmente, come dire se io penso che l’essere sia questo allora necessariamente questo, come fa De Saussure, se io penso che il linguaggio sia questa cosa, allora esiste una Lingua e una Parola, ma perché dovrebbe essere così e poi soprattutto, che cosa vuol dire affermare che è così? potrebbe essere un non senso se preso letteralmente, per questo dicevo è importante leggere, un testo, un saggio teorico, quali sono le premesse da cui muove, perché ciò che seguirà sarà necessariamente dipendente dalle premesse che ha accolte, se ne avesse accolte altre le sue conclusioni sarebbero state differenti, ma non meno valide, differenti, avrebbe fatto un gioco diverso. In effetti se voi pendete qualunque testo teorico, nelle prime pagine generalmente trovate gli assiomi da cui muove, come dire, io credo questo, e quindi, non lo dice esplicitamente perché immagina di affermare uno stato di cose, una realtà di fatto, per cui se le cose stanno così allora necessariamente quest’altro...ma le cose non stanno né così, né in altro modo, però dicevo è importante ed è interessante cogliere gli assiomi, i principi, i postulati in un testo e verificare poi che le conclusioni a cui giunge erano già implicite nelle premesse, ciò che lui ha stabilito come premessa già comporta in sé la conclusione.

 

Intervento: Freud parlando del delirio schizofrenico dice che questa produzione è un tentativo di guarigione, cioè queste figure retoriche “fuori contesto” del delirio schizofrenico, sono una produzione tesa a riportare queste figure nel contesto, quindi di azzeramento, un riporto alla normalità di un discorso che è quello occidentale, ma come possiamo stabilire la realtà? E rispetto a cosa?

 

La normalità, non sono altro che le regole del gioco del discorso occidentale, potremmo dire che una nevrosi si accorge di non riuscire ad attenersi a queste regole e da qui, il tentativo di guarigione, di riportarsi a queste regole, mentre il discorso psicotico, non se ne accorge. In effetti possono esserci casi di psicotizzazione in una persona cosiddetta normale, episodi in cui non si accorge di quello che sta facendo e di questo equivoco di cui dicevo prima, ma non è che occorre riportare una persona a fare un certo gioco, ma porlo nelle condizioni di poter considerare che non può non fare un gioco linguistico, a questo punto può, non essendo più vincolato a uno in particolare, può accogliere anche quel altro, da qui l’effetto cosiddetto terapeutico della psicanalisi, in quanto può giocare anche il gioco del discorso occidentale cioè giocare il ruolo della persona normale, in un certo senso, può fare anche questo, mentre in alcuni casi no, non riesce a farlo, perché immagina che il gioco che sta facendo Lui sia questo, il solo e unico gioco possibile, nelle psicosi, nelle nevrosi no, si accorge che non è il solo gioco possibile ma non riesce a fare altrimenti, perché in qualche modo, queste regole che stanno funzionando per Lui sono vincolanti, in quanto queste regole non conosciute, sono immaginate essere la realtà e quindi non riesce a far collimare le cose, dice, come la realtà è questa e mi trovo spaesato, invece può considerare che la realtà non è esattamente quella, neanche un’altra ma può essere anche quella, a seconda del gioco che sta facendo. Facevo l’esempio molto banale, se io mi trovo all’ambasciata, posso avere una condotta differente da quella di una bettolaccia in cui magari mi trovo, magari no. Ecco come dire uno può muoversi facilmente in tutte le situazioni, ed è questo che occorre che faccia una psicanalisi, di potere muoversi in tutte le situazioni, non perché vaghi fra ambasciate e bettole, ma sono le varie situazioni che il suo discorso produce e quindi non essere spaventato o a disagio, nei suoi stessi pensieri, può accoglierli come elementi di giochi linguistici differenti, di cui può reperire le regole e quindi in definitiva non avere più paura.

 

Intervento: il continuo mutamento del linguaggio, mi richiama all’eterno ritorno di Nietzsche

 

Sì, si può pensare, certo. Occorrerebbe riflettere in questo caso su che cosa sia esattamente questa modifica che è avvenuta, perché se uno riflette: sono cambiato, rispetto ad un tempo, un altro. Intanto come lo sa di essere cambiato? perché sono presenti in questo momento degli elementi che erano presenti anche allora? però se volessi affermarlo con assoluta certezza non potrebbe, non potrebbe perché gli elementi di cui dispone adesso, cambiano, mutano i suoi pensieri circa quello che era allora, cioè Lui si pensa come era allora ma, come la pensa adesso. Lo stesso motivo, per cui Heidegger diceva che non è possibile tradurre i Greci, per esempio, perché sì, noi facciamo una corrispondenza tra una parola greca e una italiana ma pensiamo in un modo diverso e quindi le cose che loro dicevano, non sono più pensate come le pensavano allora, e così io sono sicuro di pensare esattamente come pensavano allora? Di ricordarmi di sapere come pensavano allora? Oppure no? Oppure sto pensando adesso una cosa che sto costruendo adesso, così come un ricordo, certe volte uno stesso evento viene ricordato da persone diverse che hanno assistito allo stesso evento in modo differente, per ciascuno, potremmo dirla così, questo stesso evento si è scritto in modo differente, ma anche per la stessa persona, se cambiano le condizioni questo stesso ricordo può modificarsi, può diventare un’altra cosa...

 

Intervento: Resta il fatto che io parlo di ricordo. Avviene che ad un certo momento che io dica: io ricordo. Non dico, io mangio pane e salame, dico anche questo, certo...È ben diversa l’affermazione che faccio, sto parlando di qualcosa che mi da la sensazione di ricordo, questa è la questione, che legata alla parola ricordo è come se ci fosse legata una sensazione per cui, io mi trovo a parlare di ricordo (escludendo così di parlare di pane e salame che non chiamo ricordo), non ho altro modo per dire questa sensazione in questo momento. Oppure parlare di un sogno, è come descrivere qualcosa che io riconosco essere il sogno che è avvenuto questa notte, ma adesso non ho possibilità di verifica dell’aver sognato questa notte, sto dicendo adesso che ho sognato questa notte e interviene questo termine, per cui anche questa è la qualificazione intanto di una sensazione che si chiama sogno, perché è questo che io sto facendo, dicendo, sto costruendo il sogno adesso, posso raccontarlo ora, e posso anche affermare che attiene al desiderio, ed è il sogno di questa notte, questo mi permette di fare e di dire e di credere quello che vado costruendo continuamente...questa è una cosa sensazionale come il linguaggio permette di costruire continuamente sensazioni diverse...

 

Intervento: il giudizio su di un’altra persona che non è mai quella di prima

 

Per questa esistono le leggi, questa

 

Intervento: anche noi stessi cambiamo, ci sembra almeno...a me sembra che l’eterno ritorno di Nietzsche sia l’eternità, le cose si ripetono ma si ricomincia sempre da capo

 

Ecco questa mutabilità, questa variabilità delle cose, abbiamo detto che è un gioco linguistico, non è una procedura del linguaggio, non è necessario, non lo è affatto, basta considerare questo, per stabilire che qualcosa cambia occorre che io abbia una nozione di identità oppure no? Devo sapere quando due elementi sono identici, o anche lo stesso elemento è identico a sé, oppure no? Evidentemente sì, se no non posso sapere che è variato, come si diceva all’inizio, questo è un aspetto fondamentale del linguaggio, sarebbe modificato, variato, alterato, rispetto a che cosa? Una cosa che muta ininterrottamente, paradossalmente non può neanche mutare, perché non ha nessun riferimento rispetto alla quale...se tutto mutasse non ci sarebbe riferimento, e quindi non potrebbe neanche parlare di mutazione, di cambiamento. Questo dà immediatamente, subito, la misura di come una questione del genere non sia una procedura linguistica, per esempio il cambiamento delle cose, così come l’identità, ma una figura retorica, anche se noi possiamo accogliere questo elemento dell’identità, ma come procedura, non come figura retorica, cioè anche come una figura retorica, ma soprattutto come procedura, perché? Per una considerazione molto semplice, perché il principio di identità dice soltanto, già Aristotele diceva, che un elemento è sé stesso e non può essere un altro. Questo perché indichiamo come procedura? Perché un elemento linguistico per poter essere tale, occorre che sia quello che è, se fosse qualunque altro, il linguaggio cesserebbe di esistere perché ciascun elemento significherebbe simultaneamente qualunque altro, e quindi il linguaggio non potrebbe funzionare, così come funziona e quindi occorre che un elemento sia quello che è, ma, badate bene, non una parola o un qualche cosa, un elemento linguistico, cioè occorre che un elemento linguistico, qualunque esso sia, sia quello che è. Questo è necessario, cioè è necessario tutto ciò che non può non essere, e non può non esserlo, perché se non lo fosse, la struttura stessa del linguaggio ne verrebbe alterata, e il linguaggio cambierebbe. Provate a pensare ad un linguaggio dove ciascun elemento, di cui è fatto significa ciascun altro, come farebbe a parlare? Ecco perché la nozione di identità, come già Aristotele 2500 anni fa aveva intravisto, l’identità è importante, perché se la si esclude, ci si trova dopo in problemi che non sono più risolvibili, cioè Lui poneva la questione in termini ontologici, filosofici, per noi non è un aspetto ontologico, è soltanto una procedura linguistica, come dire uno degli aspetti di cui è fatto il linguaggio, e per cui funziona, senza questi aspetti che indico come procedure, il linguaggio cessa di funzionare, cioè cessa di essere tale, e come sappiamo se il linguaggio cessasse di esistere insieme con lui, cesserebbe di esistere qualunque altra cosa, perché non avremmo un significante esistenza, che ci consentirebbe di affermare che esiste, né di fare qualunque altra considerazione di questo tipo...

 

Intervento.

 

La lingua per De Saussure è un modo per potere riuscire a bloccare il linguaggio, cioè ad individuarne degli aspetti, il linguaggio è una nebulosa assolutamente inaccessibile, la lingua ci consente di fermare qualche cosa e per esempio, dice Lui, tutte le possibili combinazioni linguistiche, e quindi un sistema aperto ma stabilito, in qualche modo, mentre invece la “parole” l’esecuzione in atto della “langue”, anche lì sono due facce della stessa questione, la “parole” è l’esecuzione in atto di questa infinita possibilità, cioè io all’interno della lingua posso dire tutte le espressioni che la lingua può costruire, ora di fatto ne dico una...la lingua è un aspetto del linguaggio, l’aspetto prioritario. In effetti come giustamente ha rilevato, Lui parla di classificazioni, ciò che consente di classificare, cioè di suddividere in classi un qualche cosa che assolutamente non è... sfugge da tutte le parti, il linguaggio, perché tentare di definirlo è impossibile giustamente come dice Lui, a meno che non diciamo come stiamo dicendo da qualche tempo, che è semplicemente quella struttura che ci consente di fare queste considerazioni, queste come qualunque altre. Questo è il modo più generale, più generico di definire il linguaggio, però se lo definiamo in qualunque altro modo ci si trova immediatamente in affermazioni arbitrarie, il linguaggio è questa cosa. Perché? Si può, ma rimane non sostenibile, o quanto meno opinabile. Il principio di identità....ciò che non possiamo non dire del linguaggio è qualche cosa che rileva gli elementi di cui è fatto, e in questo abbiamo seguito Aristotele, Lui aveva colto molto bene...                CAMBIO CASSETTA

...io affermo una cosa e nego il contrario, non posso affermare e negare la stessa cosa, se non attraverso una figura retorica. Ma perché la figura retorica può farlo? Perché di fatto come procedura non lo può fare come dire che rispetto alla procedura non varia, è un’invariante, o l’uno o l’altro, non posso per esempio, affermare simultaneamente due cose, e se io dico che una cosa è simultaneamente vera e falsa, mi trovo bloccata

 

Intervento: La parola può essere ambigua...

 

Se io faccio una figura retorica, faccio un ossimoro: un freddo bruciante; ciò che brucia è calore, quindi accosto due termini che come dicono i Linguisti, sono antonimi, cioè si oppongono fra di loro, però retoricamente ha un senso, ha un senso in quanto evoca che questo freddo ha una tal intensità da evocare una cosa diametralmente opposta. E così in moltissimi altri casi io posso fare questa figura retorica, perché per esempio, il significante freddo è quello e non è un altro, ma se il significante freddo volesse dire anche caldo, non potrei più fare questa figura retorica, non potrei più fare un ossimoro, e se il significante freddo significasse anche infinite altre cose, non potrei più fare niente, sarei fermo perché si violerebbe il principio del terzo escluso, e quindi ciascun elemento sarebbe il suo contrario, a quel punto il senso si bloccherebbe, non avrei più nessuna direzione, mentre vengono utilizzate come figure retoriche, ma queste figure possono farsi proprio perché un elemento non varia e allora su questa non variante si installa una variante, la retorica vive di questo, è fatta di questo. Quindi sempre questo doppio aspetto, che già De Saussure rilevava in modo preciso, che è poi l’aspetto...abbiamo indicato come logica e retorica, o le procedure del linguaggio e le regole del linguaggio, per dirla proprio in termini più espliciti, il linguaggio è fatto di procedure cioè di strumenti che lo fanno esistere e delle regole che sono quelle che consentono di costruire delle cose, qualunque cosa sia, come si diceva l’hardware e il software...vi rendete conto come la psicanalisi sia sempre di più un itinerario intellettuale, cioè un percorso che attraversa il linguaggio in effetti e gli effetti di terapia, così come si diceva, sorgono dal considerare e dal potere muoversi fra un gioco e l’altro cogliendone le regole senza rimanerne respinti, non è altro che questo, poi chiaramente può essere complesso mettere in atto tutto ciò, la possibilità di accogliere regole differenti, il cosiddetto nevrotico, è una persona che non ha questa possibilità, e quindi di fronte a un gioco diverso non può accogliere le regole e rimane paralizzato, con tutto ciò che questo poi comporta, con tutto ciò che questo mette in moto, fantasie di ogni sorta, però la struttura è questa....bene abbiamo detto cose interessanti.....

 

 

6-11-97

 

IL PLATONISMO NELLA LINGUISTICA OCCIDENTALE

 

 

Vi parlerò questa sera di un aspetto su cui è da tempo che rifletto e che sembra importante rispetto al discorso occidentale, sempre chiaramente attenendoci alla questione della linguistica, il titolo in effetti è il Platonismo nella linguistica occidentale, questione che discuteremo questa sera e anche la volta prossima, perché‚ il platonismo nella linguistica occidentale? Per una riflessione che ha preso le mosse dalla linguistica e il modo in cui viene intesa generalmente, e d'altra parte una riflessione intorno a qualcosa che scrive Platone soprattutto nella Repubblica, forse più ancora che nel Cratilo che apparentemente dovrebbe essere il testo più specificatamente linguistico, pone una questione di importanza capitale per tutto ciò che ne è seguito, mi riferisco a quella storiella che racconta, nota come mito della caverna. Ecco riflettendo ho trovato delle connessioni notevoli fra questo mito di cui parla Platone e l'impostazione della linguistica attuale, compresa quella di De Saussure. Cosa succede nella caverna? Come sapete ci sono delle persone inchiodate che vedono sullo sfondo delle ombre, delle ombre che vengono proiettate, ma sono incatenate e non possono voltarsi, quindi non sanno che ciò che vedono sono soltanto ombre. Ombre di qualche cosa che invece rappresenta la realtà, come avviene. Ora la questione che mi è balzata agli occhi è questa e cioè che da sempre le parole sono state intese esattamente in questo modo, come delle ombre che riflettono la realtà non lo sono, la realtà, ma la descrivono, la esprimono, la rappresentano, la manifestano, ma non lo sono, e questo ha una prossimità straordinaria con il mito di Platone. Anche in De Saussure, si tratta sempre di questo e cioè, sì un'indagine molto attenta, molto precisa intorno al linguaggio, ma le parole anche lì, costruiscono cose ma queste cose non sono propriamente l'effetto delle parole. Quando lui fa il famoso algoritmo, dove mette il significato, per esempio l'alberello e sotto la parola albero, lui si riferisce all'albero e cioè al concetto di albero, come se questo albero fosse effettivamente in qualche modo la sostanza del significante, questo significante è garantito dall'esistenza dell'albero, ma non soltanto questo, si tratta anche di riflettere su una questione ancora più importante e cioè se tutto ciò che ho indicato come platonismo essere dietro alla linguistica e quindi all'idea del linguaggio che funziona in questo modo, abbia costituito una sorta di impianto di tutto il discorso occidentale, come dire che il modo in cui si concepisce il linguaggio o meglio ancora dal modo da cui viene inteso il linguaggio, segue il modo in cui si pensa. Questo in termini filosofici e linguistici è abbastanza semplice da intendere ma... per ciascuno, ciascuno non è che abbia una sua teoria particolare del linguaggio, generalmente non avviene, però più o meno consapevolmente ha, pensa in un certo modo, che tiene conto di questo, cioè tiene conto di come immagina che le parole funzionino, quando descrive qualche cosa immagina che le parole siano sempre e comunque una manifestazione di qualche altra cosa che è sempre e comunque fuori dalle parole, e questa è una posizione prevalentemente se non prettamente platonica. In effetti Aristotele non pensava così, è molto diverso, perché‚ Aristotele essendosi occupato più di Platone di logica, si accorge che le cose hanno un andamento logico, cioè non attendono da qualche altra cosa, non sono la manifestazione, per esempio, le parole o i sillogismi di qualche altra cosa che sta altrove, i sillogismi hanno la loro dignità, la loro struttura ma, sì poi è vero che lui è costretto a inventare il motore immoto, ma questo motore immoto non è la realtà ultima delle cose, è soltanto una sorta di escamotage che utilizza per far funzionare tutto il meccanismo, ma non è ciò che sta dietro l'ombra cioè la sua realtà, per nulla, in questo si pone a una distanza notevole da Platone, e c'è da riflettere se tutta la linguistica abbia preso molto più da Platone che da Aristotele, almeno per un impianto fondamentale, quello che consente di pensare che le parole abbiano altrove e fuori da loro una garanzia. E così anche tutto il mito della luce, della luce che illumina che rischiara, e che consente di vedere, anche lì, l'esempio del sole che fa lui, vari mezzi, varie allegorie che puntano sempre a sottolineare che ciò che si vede e quindi in definitiva, ciò che si dice, trae da altro la propria garanzia, cioè da un elemento che è fuori dalla parola. Non è casuale che Platone ce l'avesse a morte con la retorica, perché‚ pensando in questo modo, è chiaro che la retorica utilizzando semplicemente la parola, per potere costruire e demolire delle cose, per lui faceva semplicemente apparire delle cose che reale non era. Se voi pensate bene, a tutt'oggi permane questo modo di pensare e anche molto bene radicato. Quali sono le implicazioni di una cosa del genere? Quali sono state potremmo dirlo facilmente e cioè la costruzione del discorso occidentale che ha ripreso soprattutto attraverso la corrente platonica dei Padri della chiesa, da Agostino in poi. Questo debito della linguistica contemporanea che appoggiandosi su Platone non ha potuto, n‚ saputo accorgersi che il linguaggio non ha dei referenti fuori di sé, questo debito, dicevo, è fortissimo al punto che ancora oggi non si pensa in modo differente da come Platone ha stabilito le cose. Ma riflettendo ancora di più troviamo che un impianto di questo tipo in effetti non soltanto costruisce un modo di pensare ben preciso ma al tempo stesso esclude la possibilità che possa pensarsi in altro modo, in questo senso, che se io immagino che le cose che dico siano soltanto una manifestazione di qualche cosa che è altrove dalle parole, questo mi deresponsabilizza in un certo senso, come dire io non sono l'autore di ciò che dico, non sono responsabile di ciò che dico ma ciò che dico è semplicemente la espressione di qualche cosa che non mi riguarda, perché‚ è fuori di me, ciò che dico sono solo le ombre e queste ombre sono garantite da una realtà che sta altrove. Se voi pensate invece a ciò che dice Aristotele, anche affermando che le parole sono i segni dall'affezione dell'anima, non c'è traccia di un reale, di una realtà, semplicemente dice che le parole sono qualche cosa che vi mostra che c'è una affezione dell'anima ma poi questa anima... nulla ci impedisce di pensare che sia fatta di parole anche lei. Con questo o meglio ci induce a riflettere su come questo impianto platonico abbia impedito di potere pensare altrimenti e fino ad oggi è schermata questa eventualità, in modo molto forte, questa eventualità che invece non ci sia uscita dal linguaggio. Tutta la linguistica ma anche l'ermeneutica attuale che è assolutamente lontana da tutto questo continua, anche l'ermeneutica continua a pensare che ciò che si dice sia un'ombra rispetto a qualcosa che c'è. Pensate soltanto al modo in cui affronta un testo, immagina che tutto ciò che se ne dice, possa un po' alla volta aumentando il grado di formazione giungere alla realtà, come dire che mettendo insieme tutte queste che sono ombre, in un certo senso, (la realtà che ci sfugge) possiamo non cogliere la realtà in quanto tale, che dopo Kant è difficile da individuare, come la cosa in sé, ma possiamo comunque avvicinarci a vedere qual è il reale, cioè cos'è il testo realmente. Altro è immaginare che il testo di cui si sta parlando, è a sua volta, in prima istanza, un altro significante, quando io dico testo, è un significante in prima istanza, poi posso pensare che questo significante corrisponda a una certa cosa, ma questo pensiero è arbitrario, non è necessario, come se tutto sommato il mito della caverna di cui parla Platone fosse a tutt'oggi non solo attuale ma praticato dalla più parte delle discipline filosofico linguistiche, ed è curioso che sia sempre stato Platone a proporre la nobile menzogna, come dire che ciascuno occorre che stia al suo posto tutto sommato. La menzogna è possibile per Platone, la menzogna è possibile perché‚ le parole mentono e mentono necessariamente dal momento che il reale sta da un'altra parte e quindi sono sempre e comunque una menzogna, da qui, come dicevo prima, il suo fastidio per la retorica. Pensate anche a Socrate che pur essendo Sofista in qualche modo ha dato l'avvio a un pensiero di questo tipo, con la sua ricerca della verità. La ricerca della verità è stata avviata appunto da Socrate, tutto sommato, o meglio questo concetto della verità, e più ancora la possibilità di trovarla. Perché‚ ha indotto a pensare che sia possibile trovarla? Dicendo ciascuna volta che ciò che si trovava non lo era e quindi lasciando intendere che da qualche altra parte c'era, e in questo ha preso le distanze dai Sofisti, pur utilizzando gli stessi sistemi che usavano loro, per un verso Socrate è ancora un sofista, ma mentre i Sofisti non affermavano che qualcosa era falso in relazione a un vero, ma che poteva essere provato falso o dimostrato vero, ma all'interno di un gioco che si andava facendo. Infatti loro... ciò che insegnavano in buona parte anche per questo erano invisi ai pi—, era che, in effetti, tanto il falso quanto il vero non avevano nessuno statuto ontologico, erano semplicemente regole di un gioco, con Socrate incomincia a non essere così, e allora la parola non diventa pi—, non è più come per i Sofisti, la produttrice di ciò che appare, di ciò che si vede, pensate a come descrive il Sofista, come un cieco, un cieco che non vede, non vede e quindi ha bisogno della parola, che qualcuno gli parli, gli racconti, allora vede, vede attraverso le parole che ascolta, come se non avesse gli occhi, anche se magari ha un'ottima vista, ecco dicevo, la parola non più dunque come per il Sofista quell'elemento fondamentale che consente di vedere, di sentire, di vivere, di esistere, ma diventa il tramite per raggiungere un elemento che è fuori dalla parola, cioè la verità, e questo sembra avviarsi con Socrate, almeno in modo deciso, diciamo, e poi in modo definitivo, con Platone. Il quale è come se prendesse molto sul serio tutto ciò che andava facendo Socrate, ora non sappiamo se Socrate ci credesse oppure no, ma è marginale, ci importa il fatto che ci abbia creduto Platone, a questa ricerca della verità, per cui la vita stessa di un uomo diventa degna o è degna se e soltanto se, è improntata alla ricerca di questo elemento, dato come acquisito, come necessario, la verità c'è per Platone, dopo Socrate, c'è assolutamente e questa è una innovazione tutto sommato mica da poco, i cosiddetti fisici che hanno preceduto, Anassimene, Anassimandro, Empedocle ecc. non si sono affatto curati della verità e il modo in cui ne parla Parmenide, è tutt'altro che utilizzabile, nei modi di Socrate, mentre per Socrate incomincia a delinearsi la necessità di trovare un elemento fuori dalla parola, che garantisca tutto ciò che si dice. In questo potremmo dire che la chiesa si è avvalsa più di Platone che di Aristotele, che per altro è venuta a conoscere tardivamente, in buona parte attraverso traduzioni arabe, ma almeno fino a Tommaso, Aristotele era poco seguito, appunto perché‚ la questione della verità in Aristotele, è più difficilmente manipolabile di quella che invece viene fornita da Platone, il quale invece la dà come assoluta, e acquisita, necessariamente esistente e da trovare; tutto sommato Aristotele fornisce gli elementi e una struttura per indicare un modo per stabilire quali sono le proposizioni vere ma è soltanto il procedimento che lui fornisce, quindi vere rispetto a quel procedimento, per Platone no, e questo è stato come dicevo utilizzato dalla chiesa, la quale doveva necessariamente trovare un modo per cui la verità fosse necessaria e quindi fosse necessario dio, come altro nome della verità in definitiva, perché‚ se la verità non c'è allora dio non c'è, molto semplicemente e questo, per i Padri della chiesa, era un problema non secondario, la verità doveva esserci, perché‚ dio è la verità, quindi se non c'è verità, non c'è dio. Rispetto alle questioni su cui riflettevano allora, questa è una di quelle su cui occorreva andarci cauti, prima di sbarazzarsi della nozione di verità, perché‚ sapevano che sbarazzandosi della nozione di verità, si sbarazzavano della nozione stessa di dio, e della sua necessità. E la linguistica non ha fatto esattamente le stesso cose? Immaginando e continuando a immaginare, contro ogni evidenza tutto sommato, ogni evidenza logica, che non c'è nulla fuori dalla parola, perché‚ non c'è nessuno strumento per poterlo conoscere, contro ogni evidenza dicevo, e questo rende ancora più bizzarra tutta la vicenda, se voi pensate bene, come è stato possibile pensare che qualche cosa fosse fuori dalla parola? Come è stato possibile? Gli strumenti per accorgersi che una affermazione del genere è qualcosa, ed è autocontraddittoria, gli umani li hanno da 2500 anni, perché‚ Gorgia li ha forniti, affermando che nulla è, se qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile e se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile, ha gi individuato in modo molto preciso che non c'è possibile uscita dal linguaggio, e indicando anche come all'interno del linguaggio sia formulabile un numero notevole di paradossi, e che questi paradossi si producono al momento stesso in cui io sostengo che un elemento anche uno solo, è fuori dal linguaggio. Adesso possiamo anche pensare così, come mai si sia operata una cosa del genere? e la questione che molto rapidamente viene alla mente, è che senza questo apporto della verità, cioè di un elemento fuori dalla parola, non sarebbe stato possibile costruire tutto ciò che il discorso occidentale ha costruito, in termini di civiltà, di società, di leggi, soprattutto, ponendo la questione nei termini in cui la ponevano i sofisti, non era possibile, non a caso venivano cacciati. Ora la linguistica continuando a pensare che, continuando da De Saussure fino a gli ultimi, a pensare che il linguaggio è uno strumento, un mezzo e che comunque rappresenta sempre qualche altra cosa, non soltanto rimane fortemente e saldamente impiantato sul platonismo, ma continua la sua nobile menzogna, continua a mentire, la differenza è che allora forse Platone era in mala fede, questo era appunto a suo vantaggio, mentre oggi no, i linguisti sono in buona fede, pensano che effettivamente sia così, che necessariamente ci siano le cose, lo stesso Eco, ho letto un articolo comparso a proposito del suo ultimo libro Kant e l'ornitorinco, non solo afferma ma conferma una cosa del genere, parla addirittura di una sorta di zoccolo duro del reale, un reale che è fuori dalla parola. In effetti gi nel suo trattato di semiotica individuava nella parola un segno che rappresenta qualcosa per qualcuno ma, ma questo qualche cosa non è un'altra parola, è un elemento che è fuori dalla parola, tutta la semiotica si blocca su questa questione, a partire dallo stesso Peirce che l'ha inventata, incappando nella necessità teorica, che è implicita nelle loro premesse, di un interpretante logico finale cioè dell'elemento che chiude la catena, e cioè quello che dice esattamente come è la cosa. Affermando che percepisce qualcosa della realtà, la percezione c'è, io dicendo questo metto insieme soltanto una proposizione, cioè elementi linguistici, dovrei sapere provare che questi elementi linguistici hanno un referente fuori dal linguaggio, per potere affermare una cosa del genere, ma non lo posso provare e quindi posso soltanto credere. Dicevo dunque che la linguistica ha proseguito, perseguito questa nobile menzogna, direi quasi così metaforicamente che il discorso occidentale ha potuto farsi, ha potuto esistere su questa nobile menzogna, cioè torno a dire che esista o che possa esistere un elemento fuori dalla parola e cioè possa esistere la realtà in questi termini, come interpretante logico finale o come la sostanza delle cose, ipokeimenon, per i Greci, la soggiacenza, ciò che sta sotto, il reale, ciò che è, ma rimane una questione linguistica, lo stesso Tommaso nel De Ente et Essentia affronta la questione compiendo degli artifici teorici per dare una dignità all'essenza, all'ente ed è nel suo genere un gioiello di metafisica, una volta ne parlammo, qualche anno fa...Tommaso, il tomista: divide et impera...ecco Tommaso si d un grand'affare per stabilire l'essenza fuori dal linguaggio e si accorge benissimo del pericolo che incombe su di lui, dicendo che se le cose fossero soltanto affidate al linguaggio non sarebbe possibile fondare nulla, per questo non è possibile che esista solo il linguaggio, anche se lui giunge a dire che ha una portata fondamentale, ma essendo inventato da dio è anche garantito e dio è appunto la verità e quindi fuori dalla parola. Lui sa benissimo che se si trovasse a reinserire anche la verità, cioè dio all'interno del gioco linguistico, tutto crollerebbe non rimarrebbe nulla di tutto quell'impianto formidabile che è il cristianesimo e quindi tutta una serie di operazioni, le famose cinque vie che stabiliscono, dovrebbero stabilire, l'esistenza di dio, una di queste fondamentali è che non è possibile una regressio all'infinito, questo è un assioma, non è possibile perché‚ altrimenti appunto non possiamo stabilire la verità, ch‚ andando indietro all'infinito...andando indietro all'infinito, cosa succede? Che ci fermiamo, ma questo fermarci è assolutamente arbitrario e invece no, questo fermarci non è arbitrario perché‚ la percezione dei sensi ce lo impedisce e questo senso è favorito da dio, come sempre è l'unico garante. Ora anche la linguistica ha un suo dio, cioè costruisce le cose in modo tale da prevederne in qualche modo l'esistenza. Per esempio nella linguistica strutturale, quella inventata da De Saussure, è la percezione, la percezione di ciò che in definitiva garantisce della parola, come sempre è sempre avvenuto così, e quindi la percezione è la percezione del reale, senza questo elemento, (la percezione poi non è altro che il senso comune), senza questo elemento la linguistica attuale si troverebbe sospesa nel nulla cioè sospesa semplicemente al linguaggio, mentre continua a fare tutto per non accorgersi di una cosa così semplice, che proprio perché‚ ci troviamo nel linguaggio non è possibile uscirne. Chiaro che trovarsi di fronte alle implicazioni di una affermazione come questa, può essere devastante, in quanto viene abbattuto tutto ciò che il discorso occidentale sostiene e afferma, che in definitiva è tutto su cui si fonda. Come dicevo prima è sicuramente uno dei motivi che più rapidamente sorgono dalla necessità di mentire o mantenere uno status quo, per mantenere cioè la possibilità di governare in definitiva e quindi la possibilità che gli umani credano. Una questione che potrebbe porsi è questa se, senza tale nobile menzogna, sarebbe possibile credere qualcosa, torno a dire la nobile menzogna è quella che afferma che esiste la verità come elemento fuori dalla parola e c'è l'eventualità che la risposta sia no, che non sarebbe possibile credere e se non fosse possibile credere non sarebbe possibile costruire il discorso occidentale. Da qui qualche utilità di questa nobile menzogna, che posta in questi termini risulta ancora più nobile di quanto la voleva Platone, e ancora più fondante, si tratterebbe di fare uno studio molto preciso                 CAMBIO CASSETTA nella linguistica soussuriana, quindi quella che ne è seguita, della presenza di un elemento extralinguistico, il referente, quello che la linguistica chiama il referente, la cosa in sé, che non è conoscibile, almeno dopo Kant c'è qualche problema, ma c'è, questo è l'essenziale, che ci sia, così come la verità, nessuno affermerebbe oggi così con leggerezza di sapere qual è la verità, almeno qualunque persona un po' acuta, ma nessuno potrebbe affermare che la verità è soltanto un significante, e come tale può assumere qualunque senso. La domanda che porrebbe l'accademico di fronte ad una affermazione del genere è questa: ma questa affermazione che dici è vera o falsa? Se è vera allora anche tu credi questo, se è falsa ci credi lo stesso. Ma la domanda posta in questi termini è un non senso, affermare che nulla è fuori dalla parola, non è n‚ vero n‚ falso è qualcosa che è ancora al di qua, è semplicemente non negabile, non necessitàa di un criterio verofunzionale, lo costruisce e costruendolo lo costruisce a suo piacere, stabilendo che vero è tutto ciò che ha una certa forma e falso tutto ciò che ne ha un'altra. Ma esclude la possibilità che si dia la verità, se non, e sta qui la innovazione per così dire, come procedura linguistica: la verità è una procedura linguistica, è un elemento che serve unicamente al linguaggio per proseguire, nient'altro che questo, è qualcosa che possiamo ricondurre al principio del terzo escluso, per esempio, o di identità: o A o non A, non si da una terza possibilità. E allora posso indicare con l'uno vero e con l'altro falso, ma sto enunciando procedure linguistiche, se io affermo che una cosa è vera e falsa come abbiamo detto in varie occasioni, arresto il discorso e non posso proseguire, con questo abbiamo reinserita la verità all'interno del linguaggio, è soltanto una procedura, una procedura cioè uno degli elementi di cui è fatto il linguaggio, perché‚ senza questa procedura il linguaggio non esisterebbe. Pensate al principio di identità, io affermo che una certa cosa è quella cosa, molto semplicemente e molto banalmente, questo è soltanto una procedura linguistica, che mi dice che se una cosa, cioè una parola, fosse ciascun altra parola, il linguaggio cesserebbe di esistere, non potrei utilizzarlo e quindi non ci sono altre cose da aggiungere, almeno rispetto a questo aspetto, è soltanto ciò che mi consente di potere parlare, quindi essendo una procedura linguistica è un elemento del linguaggio, n‚ potrebbe in nessun modo esserne fuori. Mentre Platone gi con questa idea dell'Iperuranio che è poi stata utilizzata moltissimo dalla chiesa, alludeva a qualche cosa che è fuori portata degli umani, che trascende, mentre paradossalmente in Aristotele non c'è questo aspetto, pur ponendo questioni metafisiche, non c'è propriamente qualcosa che trascende l'umano, che trascende ciò che gli umani pensano e quindi dicono, non c'è un Iperuranio, non c'è un cielo e quindi un dio che garantisce e _mostra" tra virgolette che ciò che vediamo è solo apparenza, possiamo dire che ciò che si vede è apparenza soltanto se suppone che da un'altra parte ci sia qualcosa che apparenza non è, in caso contrario non ha nessun senso. Ci sono questioni?

 

- Intervento:_

 

Che se noi volessimo fare una cosa del genere, proprio a proposito del motore immoto, un idea che tutto sommato non è poi così strampalata come è apparsa a molti, pensate al linguaggio, è ciò che muove ma da chi è mosso se non da se stesso? Nel senso che formulata così può apparire un po' strampalata la questione, ma chiedersi da chi è mosso e come chiedersi chi c'è fuori dal linguaggio che lo muove, e invece il linguaggio si muove, dicendosi si fa, se volessimo proprio tirala per i capelli, potremmo anche dire che Aristotele ci è andato molto vicino, certo non ha affermato che il motore immoto è il linguaggio però, non è più un colui che "tutto move", non è più un colui, è un motore immoto, è qualche cosa che muove, ma senza essere mosso, qualcosa che produce ma senza che sia possibile trovare un elemento che produca lui, perché‚ qualunque elemento è sempre prodotto da lui, dal linguaggio in questo caso, e affermare questo risulta necessario, risulta necessario proprio per la struttura del linguaggio che ci impedisce di affermare il contrario, cioè che un elemento è fuori dal linguaggio, non fa una grinza posta così la questione. Questo potrebbe rivalutare in parte Aristotele che è stato un po' bistrattato per via della questione metafisica, che però se ci riflettete bene è molto meno vicina al discorso occidentale di quanto sia il platonismo, con tutto poi.. le frange occultiste che ne hanno fatto seguito, tutto l'occultismo ha un impianto platonico molto forte, non aristotelico, platonico

 

- Intervento: il noumeno di Kant, risente ancora di qualcosa di platonico

 

C'è sempre la contrapposizione tra noumeno e fenomeno, è sempre un dualismo che dice di una cosa che appare...è un po' il concetto e la cosa...anche se rimane l'intoppo di qualcosa che non è conoscibile. Non è conoscibile perché‚? Perché‚ è fuori dal linguaggio o perché‚ è autocontraddittorio? Perché‚ o lo pone come autocontraddittorio cioè non è conoscibile per questo, così come non è conoscibile la risposta alla domanda se Epimenide cretese mente o dice la verità. Però per lui non ha nessun valore cioè ciò che è autocontraddittorio non c'è, e se non lo è, allora non è conoscibile per quale motivo? Perché‚ è fuori dal linguaggio.

 

- Intervento: la cosa più difficile da trattare senza appunto trasformarlo in platonismo è proprio questo motore immoto, anche l'altra definizione come la parola come affezione dell'anima è difficile

 

Il discorso occidentale si è costruito sul platonismo, essendosi costruito sul platonismo rende molto difficile pensare altrimenti, eppure il linguaggio è ciò che muove nel senso che molto semplicemente io posso dire che una cosa si muove perché‚ sono nel linguaggio, in questo senso è ciò che tutto muove, ma chi lo muove? per reperire l'elemento che lo muove occorre che ne usciamo fuori, e questo ci è impedito, ecco perché‚ il linguaggio è un motore immoto, ciò che tutto muove

 

- Intervento: se si pone il motore immoto come il produttore è come se si innescasse una ricerca che spinge al motore immoto, da cui l'origine di tutto. Se si pone la questione in questo modo è subito fuori parola_

 

No, ponendolo letteralmente come motore immoto, il linguaggio è poi il motore in moto, in accezione che indicavo prima, non c'è nessun problema, appunto per questo è il motore immoto, perché‚ non c'è nessuno che lo mette in moto, ma non per una questione ontologica o filosofica o morale, per qualche verso, perché‚ per trovare l'elemento che lo metta in moto, questo linguaggio, occorre che questo elemento sia fuori dal linguaggio, perché‚ se è nel linguaggio allora effettivamente è il motore immoto, o è nel linguaggio e allora è lui il motore immoto oppure è fuori dal linguaggio, ma se è fuori dal linguaggio come lo so? E con quale strumento potrò saperlo, se non con il linguaggio e quindi sarò sempre dentro il linguaggio, se fosse veramente fuori dal linguaggio allora non sarebbe un elemento linguistico, ch‚ un elemento linguistico è tale perché‚ è inserito all'interno del linguaggio, non essendo un elemento linguistico non ha alcuna possibilità di essere percepito, e quindi non c'è. Abbiamo dimostrata la necessità del motore immoto, anche se non è che Aristotele la ponesse in questi termini ovviamente

 

- Intervento: in qualche modo Aristotele la poneva come l'interpretante logico di Peirce.

 

No, perché‚ non è il significato ultimo, la pone in un modo talmente bislacco da essere assolutamente non manipolabile, perché‚ questo motore immoto non è qualche cosa è un invenzione sua per fare funzionare tutto il marchingegno, non è il senso ultimo delle cose.

 

- Intervento: Però se non poneva questo motore immoto, tutta la sua produzione sarebbe rimasta una regressio ad infinitum, mi viene in mente quello che dice Freud nell'Interpretazione dei sogni laddove parlando della questione logica e retorica, a proposito delle preposizioni e/o, dicendo che nell'inconscio" non c'è negazione, dice che appunto è un susseguirsi di parole: è questo, è questo. La produzione della parola per cui ad un certo punto se non intervenisse qualcosa che pone fine a questo, questo, questo, questo ma qualcosa per cui io dico è questo o quello, la questione logica, le cose sarebbero state sparpagliate non ci sarebbe stato bisogno n‚ del motore immoto, perché‚ non ce ne sarebbe stata l'esigenza. Mi interessa come ad un certo punto ha cominciato a funzionare il principio di non contraddizione o del terzo escluso, anche se mi dico che questa domanda è un non senso, non senso perché‚ gi ponendomi questa domanda funzionano questi principi, per cui ciò che dico ha un senso...Si pone la questione come interviene la logica...

 

Infatti ciò che fa Aristotele potremmo dire che è la questione retorica cioè parla di retorica, anche laddove si scontra con la logica, ovviamente lì, trova il motore immoto...vi leggo un brevissimo scritto di Gorgia dove dimostra tanto che l'essere è, quanto che l'essere necessariamente non è, e cioè in definitiva che la verità necessariamente c'è e necessariamente non c'è. Argomenti altrettanto potenti, ponendo la questione in questi termini, su questo non è possibile costruire nessuna esperienza, non potendosi costruire nessuna certezza, nessun credo è molto difficile edificare uno stato...

 

- Intervento: il motore immoto come astrazione

 

Diciamo che è una considerazione inevitabile, qualcosa che non è negabile...ecco in questo caso così come la ho posta questa sera, la nozione di motore immoto è tutt'altro che astrazione così come la forma di cui diceva, è una considerazione inevitabile, inevitabile che il linguaggio sia ciò che muove perché‚ è ciò che mi consente di dire che qualcosa si muove ed è inevitabile che non ci sia qualcuno che lo muove, perché‚ non possiamo trovare nulla che sia fuori dal linguaggio, posta in questi termini dicevo, non è così che la poneva Aristotele, però posta in questi termini risulta assolutamente innegabile, inesorabile una cosa del genere la prossima volta...

 

 

13-11-97

 

Le tesi del circolo di Praga del 29

 

 

Questa affermazione è stata fatta nel 29 dal circolo di Praga, le famose Tesi del 29:

La lingua, prodotto dell’attività umana, ha in comune con essa il carattere di finalità. Quando si analizza il linguaggio come espressione o come comunicazione il criterio esplicativo che si presenta come il più semplice e naturale è l’intenzione stessa del soggetto parlante, così nell’analisi linguistica si deve tenere conto del punto di vista della funzione. Da questo punto di vista la lingua è un sistema di mezzi d’espressione appropriati a uno scopo.

Cominciamo da qui, dalla primissima affermazione la lingua come prodotto dell’attività umana la questione che noi potremmo porci è questa: ci sarebbe la possibilità di parlare di attività umana fuori dal linguaggio? Evidentemente no. E allora dire che la lingua è un prodotto dell’attività umana è già abbastanza problematico, però ci indica in effetti il modo in cui viene intesa tutta la questione del linguaggio come un prodotto dell’attività umana, come dire che ci sono gli umani, c’è la loro attività, c’è il loro pensiero c’è tutto e poi c’è la lingua la lingua come aspetto del linguaggio. Ma dove porta questa considerazione che la lingua sia un effetto un prodotto dell’attività umana? A considerare l’umano o l’umanità come qualche cosa che produce il linguaggio, come se il linguaggio senza l’attività umana non esistesse e questa potrebbe essere un’obiezione a ciò che andiamo dicendo da qualche tempo: senza gli umani il linguaggio non esisterebbe. Proviamo a considerare bene la questione ché potrebbe anche non essere così. Per affermare una cosa del genere, se vogliamo proprio dirla in termini rigorosi, occorre che gli umani esistano, mi sembra che sia una condizione necessaria ma che esistano è una cosa sicura? Come sappiamo che esistono? È una domanda legittima se si intende procedere in modo rigoroso, se no diciamo esistono perché esistono e bell’e fatto, però non sembra una spiegazione fra le più interessanti. Ma questo ci obbliga a porci un’altra questione alla quale siamo costretti a rispondere se vogliamo proseguire e cioè che cosa intendiamo esattamente con esistenza? Se non rispondiamo in modo preciso a questa domanda non possiamo procedere e tutto il discorso si arresta, dunque dobbiamo dire che cos’è l’esistenza necessariamente. Sappiamo da tutto ciò che abbiamo detto in precedenza che chiedersi che cos’è qualche cosa può risultare problematico dal momento che qualunque cosa io risponda questa sarà una risposta alla domanda e a quali condizioni io accolgo un elemento come una risposta? Questo sempre se intendiamo procedere in modo rigoroso naturalmente, accolgo con risposta ciò che io decido che sia tale, non c’è un altro criterio, dunque l’esistenza al pari sarà esattamente ciò che io desidero che sia ma a questo punto noi diciamo che affermare che gli umani esistono è un’affermazione arbitraria perché arbitraria è la nozione di esistenza e arbitraria è la nozione di risposta ma c’è qualcosa che possiamo dire che non sia arbitraria a questo riguardo? Forse sì, ciò che non risulta arbitrario in tutto ciò è che per fare queste considerazioni mi trovo a parlare, questo non è arbitrario ma è necessario che sia, è necessario che parli per potere affermare che sia nel linguaggio, dunque questa è un’affermazione non arbitraria; e allora torniamo all’affermazione da cui siamo partiti che la lingua è un prodotto dell’attività umana, la condizione perché gli umani producano la lingua il linguaggio potremmo dire è che esistano nel linguaggio e per il linguaggio, ma allora come possono produrre il linguaggio se sono fatti di questo? Nel senso che gli umani sono una produzione del linguaggio e non il contrario e cioè il linguaggio una produzione degli umani. Con questo abbiamo posto una obiezione notevole alla prima affermazione cioè da dove tutto questo testo parte, è chiaro che confutando e cioè mostrando come non falsa ma arbitraria l’affermazione da cui muove tutta l’argomentazione apparirà tutto ciò che segue altrettanto arbitrario. Poi affermare che la lingua è un sistema di mezzi appropriati allo scopo ma anche qui è piuttosto vago mezzo di espressione esprime che cosa esattamente? Anche un computer è un mezzo di espressione finalizzato alla cosa che si intende ottenere, potremmo dire che il computer è una lingua? Potremmo dire che la utilizza ma in questo caso in accezione un po’ particolare, utilizza un codice, non è una lingua, non ancora e allora in questo caso se loro vogliono sostenere questa tesi occorre che poniamo la lingua come una sorta di codice ma il codice è tale perché esiste di nuovo un linguaggio all’interno del quale questo codice può esistere. Affermare che la lingua di ciascuno è un codice può risultare discutibile in quanto di nuovo arbitrario, in questo senso dire che la lingua è un codice possiamo dirlo come possiamo anche sostenerlo perché no? Diamo una definizione di codice e a questo punto possiamo dire che la lingua è un codice, possiamo anche negare che la lingua sia un codice tutto dipende da cosa intendiamo con codice ovviamente, se intendiamo con codice un insieme di regole che consentono la connessione di un elemento con altri allora sì, è un codice, ma se supponiamo che un codice debba essere decodificabile allora possono sorgere dei problemi perché di nuovo che il codice sia decodificabile è una decisione, non lo posso provare, come potrei farlo? Supponiamo che io trasformi una serie di informazioni in un codice, poi devo decodificarlo, come so di avere decodificato esattamente questo codice? Occorre un terzo elemento, un decodificatore, il quale decodificatore a sua volta comporterà un altro quarto elemento necessario come criterio di comparazione e così via all’infinito. Vedete che le cose se si prendono in termini molto precisi diventano da una parte molto complicate e dall’altra invece molto semplici. Dire che la lingua è un insieme di mezzi di espressione appropriati a uno scopo possiamo anche accoglierlo, ma possiamo anche non accoglierlo e quindi rimane un’altra affermazione arbitraria, però pur essendo arbitraria dice delle cose su un certo modo di pensare il linguaggio e quindi un certo modo di pensare tout court, perché immaginando come si diceva prima il linguaggio come una produzione lo si pone lì fra altre cose che sono fuori del linguaggio, infatti ad un certo punto parla di elementi extra linguistici, questione non marginale perché in questo modo il linguaggio è un sistema di mezzi di espressione ma di nuovo ciò che è espresso è al di fuori. Torniamo esattamente alla caverna platonica, dicevamo l’altra volta, il linguaggio esprime delle cose che sono altrove, non sono nel linguaggio, ecco come anche le tesi del circolo di Praga rientrano in questa vasta corrente neoplatonica che ha improntato di sé tutta la linguistica ma non soltanto, ancor più dicevamo la volta scorsa dell’aristotelismo, infatti avevamo preso una affermazione di Aristotele, leggendola in un certo modo e considerandola, tutto sommato, di qualche interesse a proposito del motore immoto. È il linguaggio che è il motore immoto perché è ciò che muove ma non è mosso da altri al di fuori di sé. Ora quali sono le implicazioni di questa sorta di neoplatonismo nella linguistica? Prevalentemente sociali poiché considera il linguaggio in un certo modo, e io ascriverei a questo la nobile menzogna di cui parla Platone e cioè che esiste qualcosa fuori dal linguaggio, questa è la nobile menzogna “nobile” tra virgolette ma è la menzogna necessaria perché sia possibile costruire la civiltà così come esiste oggi, se no non sarebbe stato possibile costruirla in questo modo, sarebbe stata costruita in un altro (...) sì è il punto di partenza in cui è possibile credere perché se si dà anche un solo elemento fuori dal linguaggio e quindi identico a sé, fermo anche se non conoscibile non importa infatti Kant risolve in altro modo: la cosa in sé non è conoscibile ma c’è ed è fuori dal linguaggio, dunque se si dà ad intendere che esista o sia possibile un elemento fuori dal linguaggio allora è possibile credere, cioè è possibile pensare che una certa cosa sia necessariamente così e su questo costruire tutta una serie di altre chiamiamole superstizioni, credenze di ogni sorta ma senza questo cioè senza il pensare che il linguaggio esprima una cosa che è fuori dal linguaggio non c’è modo di credere nell’accezione che indichiamo da tempo, e cioè ritenere che sia necessariamente vero, perché appunto il linguaggio sarebbe una finzione, una menzogna strutturalmente, in quanto esprime qualche cosa che non è quella, è un’altra e Platone insiste su questo, infatti critica aspramente tutte le arti, anche il teatro, la poesia perché fingono è lui il primo a stabilire la nozione di verità così intesa dal discorso occidentale e quindi sul pianeta, in definitiva potremmo dire che è lui che ha inventato la menzogna in modo così strutturato, l’ha inventata immaginando che il linguaggio sia per definizione la menzogna in quanto esprime altro da sé... e se voi pensate che questo modo di pensare è perdurato 2500 anni vi rendete conto che ha avuto una certa fortuna, nessuno ha mai osato affermare che nulla è fuori dalla parola, tranne Gorgia in un certo modo o i Sofisti che infatti sono stati subito eliminati perché se la parola non è affatto come sostiene ancora qui il Circolo di Praga, uno dei più accreditati nel campo della linguistica, se non è dunque un sistema di mezzi di espressione perché non esprime un qualcosa che sia altro da sé ma continua a produrre sé stesso all’infinito e combinandosi e ricombinandosi continuamente ma non potendo in nessun prendere elementi che siano fuori dal linguaggio, dunque dicevo se il linguaggio non è un mezzo di espressione come a tutt’oggi si considera che sia allora le cose assumono improvvisamente tutt’altro aspetto, è come se non fossero più quelle di prima e non lo sono perché non sono più garantite da qualche cosa che è fuori dal linguaggio, come dire che devono rendere conto soltanto a sé stesse e al gioco linguistico in cui sono inserite. Se io nego che questo aggeggio sia un paio di occhiali non nego la realtà né faccio nulla di tutto questo, semplicemente nego delle regole linguistiche, contravvengo a delle regole di un gioco linguistico che non è la realtà così come è intesa platonicamente, come cioè ciò che è fuori dal linguaggio, che sarebbe ciò che il linguaggio esprime più o meno malamente, più o meno rozzamente più o meno falsamente. La parola viene espressa così, sempre dal Circolo di Praga:

la parola considerata dal punto di vista della funzione è il risultato dell’attività linguistica denominatrice che a volte indissolubilmente è legata all’attività sintagmatica...*

Va bene nella seconda parte sì... ma il fatto che sia il risultato dell’attività linguistica denominatrice la parola anche qui possiamo anche dargliela per buona se vogliamo perché no? Ma non dice niente proprio niente non dice assolutamente niente la parola dunque procede da una attività denominatrice dare i nomi alle cose ma chi li dà? Sì procede da questa attività ma chi li dà? Sì procede da questa attività ma chi fa questa cosa? E con che cosa? È ben bizzarra questa maniera di porre le questioni come se la parola la lingua il linguaggio fossero entità ed essendo fuori dal linguaggio hanno una loro stabilità che può individuarsi e manipolarsi oltre che utilizzarsi la parola dunque è effettivamente il risultato dell’attività linguistica denominatrice se io credo che la parola sia il risultato dell’attività linguistica denominatrice se non ci credo no molto semplicemente a meno loro non possano formulare la questione in termini tali per cui risulti assolutamente non negabile una affermazione del genere ma sarà sempre negabile molto banalmente chiedendosi chi è che compie questa attività denominatrice visto che questa è il risultato questa attività la parola che compie questa attività e con che cosa? Vedete come da sempre anche le scienze cosiddette più rigorose in effetti così rigorose non sono si muovono molte volte in modo tale che è molto più prossimo alla superstizione alla cartomanzia e cioè c’è un segno che io immagino voglia dire questa cosa perché? Perché deve essere così? È come dicevo una questione fondamentale oltre che fondante visto i risultati e rispetto a tutto il discorso occidentale e quindi al pensare di ciascuno in definitiva ciascuno si forma cresce nasce immerso in questa struttura e quindi ovviamente continua a pensare in questo modo né generalmente ha i mezzi per fare in altro modo i mezzi per fare altrimenti vengono negati da questa stessa struttura che è fatta in modo tale da proibire propriamente l’eventualità che possa pensarsi in un altro modo. Dicendo che la verità è una certa cosa si muove in modo terroristico perché se è quella cosa non può essere nient’altro che quello e quindi qualunque cosa esuli da questa verità è chiaramente il falso e quindi il male ciò che è da evitare in quanto appunto male. Questa è poi una delle trovate del discorso occidentale per costruire poi tutto ciò che ha costruito interessante o no che sia questo e poi tutto un altro discorso ma anche qui tutto sommato nella linguistica continua a mantenersi la distinzione fra il bene e il male nel senso che come viene affermato proprio all’esordio di questo testo la lingua è espressione di qualche cos’altro allora sarà sempre un gradino inferiore a questo qualche cos’altro che esprime il quale sarà il vero il passo successivo a intendere il vero come il bene e la finzione come il male è breve ed è stato breve in effetti. Il male qui in accezione molto ampia ovviamente come non necessariamente come ciò che è da evitare ma ciò che è da considerare effetto di altro che è la causa questo è il modo di pensare religioso direi pensare in termini di causa ed effetto. Una causa che è il vero il reale e un effetto che è subordinato alla causa la facilità con cui si confonde questo aspetto che è prevalentemente retorico con un dato di fatto immaginato fuori del linguaggio e quindi necessario è sorprendente parlare di causa ed effetto è formulare figure retoriche non esiste una causa in quanto tale è un elemento linguistico se io dico che c’è una causa allora presuppongo l’esistenza o la possibilità di un effetto se parlo di effetto presuppongo la necessità di una causa ma tutto questo è una questione retorica o è invece una questione reale? Come è generalmente intesa. Ché se è una questione retorica allora può accorgersi che è una questione anche grammaticale l’elemento grammaticale “effetto” presuppone grammaticalmente un altro effetto che si chiama causa niente più di questo. Se io ho un effetto e ne cerco la causa sto compiendo un gioco linguistico attenendomi a certe regole una di queste regole è quella che prevede che si cerchi qualcosa che io chiamo effetto e debba essercene un’altra che io chiamo causa. Però posta la cosa così come l’ha posta Platone e così come la pone ancora oggi la linguistica e cioè come il linguaggio produzione e quindi un effetto e di qualche cos’altro che ne è la causa in quanto espressione sarebbe l’effetto di qualche cosa che è causa e che è ciò che esprimo ecco allora vi rendete conto molto facilmente che anche queste nozioni di causa ed effetto sembrano in qualche modo un approccio linguistico ben preciso che è quello di Platone perché in caso contrario potremmo certamente continuare a parlare di causa ed effetto ma all’interno o meglio sapendo molto bene che possiamo parlarne soltanto all’interno di un certo gioco e accogliendo le regole di quel gioco fuori da questo gioco da queste regole non significa assolutamente niente.

 

- Intervento: Causa ed effetto regola grammaticale

 

Come se io dicessi dopo...(non intendo il termine grammatica) la grammatica è l’insieme delle regole per l’uso per cui per usare il significante prima occorre che io conosca il significante dopo sono regole per l’uso. Intendiamo grammatica in accezione un pochino più ampia di come viene posta a quei poveri ragazzini delle medie a cui vengono somministrati manuali di grammatica assolutamente incomprensibili. Dunque la grammatica l’insieme delle regole per l’uso di un certo gioco potremmo dire qual è la grammatica del gioco del poker per esempio e stabilire quali ne sono le regole. Cosa stavo dicendo? La grammatica... tenere conto che se parlo di effetto e di causa sto usando una grammatica cioè delle regole che appartengono a un certo gioco questo è diverso dal porre invece questi elementi come chiamiamoli pure naturali se sentite qualcuno dire che se c’è un effetto c’è necessariamente una causa difficilmente starà pensando all’interno di un gioco linguistico particolare ma penserà che sia un dato di fatto naturale che non può non esserci. Ora dire che è nella natura delle cose o che è legge naturale o dire che lo vuole dio è la stessa cosa esattamente la stessa cosa cioè ci si può credere non è proibito non è neanche male però abbiamo cercato di fare un passo ulteriore. Dunque soltanto abbiamo visto in questa prima affermazione che è proprio l’incipit la lingua prodotto della attività umana poi dice ha in comune con essa cioè l’attività umana il carattere di finalità....

 

- Intervento: Stavo pensando che a proposito di causa ed effetto Aristotele dice che è la causa a determinare l’effetto

 

Sì e questo è già più interessante che non è lontanissima da quella di Wittgenstein tutto sommato l’intenzione di dire poi anche Austin riprende... poi diremmo man mano riprenderemo la questione cioè l’intenzione non è...il fine che voglio raggiungere cioè l’intenzione di fare qualche cosa è ciò che muove in effetti non è l’effetto di qualche cosa. Ecco però dice il carattere di finalità cioè è finalizzato a qualche cosa la lingua è finalizzata a qualche cosa questa affermazione è confutabile? Oppure no? Se lo fosse se lo fosse allora cosa vuol dire? Noi saremmo in condizioni di costruire un’altra proposizione che nega questa e che risulta vera si fa così a confutare generalmente possiamo provare a costruire una affermazione che la nega. Intanto possiamo cominciare con dire che se la lingua adesso intendiamo con lingua quello che tutto sommato intendono loro o più o meno e cioè come... intendiamola come De Saussure come l’insieme delle potenzialità delle espressioni di un sistema dunque dice che questo sistema è caratterizzato dall’essere finalizzato a qualcosa...tuttavia questa lingua cioè questo sistema per potere essere finalizzato occorre che sia mosso da una intenzione quindi la lingua questo sistema di tutte le possibili combinazioni combinatorie linguistiche è mosso da un’intenzione ha una finalità dunque io dispongo adesso diciamo così in modo un po’ rozzo poi preciseremo dispongo di un bagaglio di possibilità linguistiche perché io ho degli scopi? Oppure per formulare uno scopo una qualunque finalità io devo potere già disporre di tutti questi elementi potenziali nel mio discorso che poi come diceva De Saussure si formano in parole cioè in esecuzioni e diventano atti linguistici dunque per potere pensare di finalizzare qualche cosa o di avere anche solo l’intenzione io devo potere disporre della lingua cioè di questa possibilità ora se questa proposizione è vera allora quella che affermano loro è falsa. Funziona così la logica in modo molto semplice e d’altra parte è un’affermazione molto problematica come possiamo dire che la lingua ha un carattere di finalità? Se è ciò stesso che mi consente di pensare una qualunque finalità? Potrei pensare una finalità fuori dalla lingua? No e allora la lingua precede una qualunque possibile finalizzazione e allora è come dire che la finalizzazione è finalizzabile e sarebbe un non senso. È importante sapere sempre di fronte a una qualunque affermazione sapere trovare ciò che la confuta non è difficilissimo basta avere un po’ di esercizio ma è importante non tanto per l’amenità della cosa uno si diverte ma perché pone nelle condizioni di andare a reperire quali sono i principi su cui si regge tutto il pensiero occidentale e provare a metterli in gioco provare ad interrogarli e a vedere che cosa rispondono se sono in condizione di sostenersi da sé oppure no ed è ciò che abbiamo fatto in questi anni verificando che non sono in condizioni di sostenersi da sé cioè non sono innegabili ma sono arbitrari con tutto ciò che questo comporta ovviamente mentre ponendo la questione in questi termini è posta in modo tale che non sia arbitraria perché se io continuo a dire che la lingua è l’espressione di qualche cosa altro questo qualche cos’altro non è arbitrario è il reale è quello che è. Capite immediatamente come siano due modi di pensare totalmente differenti e direi incompatibili per usare un termine che una volta andava di moda incompossibili vuol dire che non sono possibili insieme. Poi certo fanno anche delle affermazioni che sono legittime non si può capire nessun fatto linguistico senza tenere conto del sistema a cui appartiene. Cosa che già De Saussure aveva affermata se ciascun elemento è un elemento linguistico è ovvio che sarà inserito in una combinatoria linguistica non potrà esserne fuori però stasera ce la prendiamo con il circolo di Praga loro dicono: non si può capire nessun fatto linguistico senza tenere conto del sistema a cui appartiene...bene e allora neanche l’affermazione loro precedente cioè che la lingua è un prodotto dell’attività umana lo dicono loro questa proposizione non può capirsi se non all’interno del sistema a cui appartiene quale sistema? Quello linguistico ovviamente e quindi non può avere nessun altro referente all’infuori del sistema linguistico in cui è inserita cioè del gioco linguistico potremmo dire ma come? Voi stessi affermate questo e non ve ne accorgete come è possibile eppure se è all’interno di un sistema linguistico non possono poi affermare che la lingua è un sistema di mezzi di espressione...espressione di che? Avrebbero dovuto allora dire espressione di altri atti linguistici ma sarebbe stata una precisazione sempre l’avessero colta fondamentale non era una questioncella marginale un pilastro e dunque se noi volessimo proprio andare a cercare il pelo nell’uovo potremmo dire che la seconda affermazione che fanno confuta la prima la prima è discutibile e viene confutata dalla seconda ché può sorprendere che dei linguisti di professione non si accorgano di incongruenze tali eppure così è. Ecco per esempio un itinerario analitico gioca buona parte proprio su questo nel mostrare una sorta di incongruenza ... una persona crede che una certa cosa sia un fatto reale e quindi incontrovertibile e quindi necessario come premessa a tutta una serie di conseguenze ebbene fare rilevare dalle stesse conseguenze che questa premessa non è necessaria e quindi può abbandonarla perché può comportare per esempio cessare di avere paura tanto per dirne una o cessare qualunque altra operazione che risulta paralizzante per molti versi non è casuale si è detto all’inizio di questa serie di incontri che una analisi occorre che termini lì dove inizia una ricerca linguistica in un certo senso ma in questa accezione e cioè nel senso che diventa non solo possibile ma imprescindibile e inevitabile trovarsi a compiere queste operazioni che io ho costruito questa sera rispetto a queste quattro righe rispetto a ciò che si afferma non qualunque cosa ovviamente non è che se vado dal tabaccaio a comperare un pacchetto di sigarette Marlboro questo è un elemento linguistico...un’idiozia ma laddove invece CAMBIO CASSETTA ci sono cose a cui io credo lo so perché se io penso all’eventualità che possa darsi esattamente il contrario io rifiuto immediatamente questa eventualità questo è il modo più semplice per accorgersi di ciò in cui si crede. Facciamo l’esempio solito molto banale un fervente cattolico non può ammettere l’eventualità che dio non esista è molto banale ma...e quindi lì c’è qualcosa in cui credo ovviamente. Lo stesso può farsi per ciascuna cosa a cui può accadere di pensare e che abbia questa prerogativa e cioè di escludere la contraria provare a fare questo esercizio logico logicamente se esclude la contraria è necessariamente vera solo che in questo caso la premessa è arbitraria ciò che segue può essere anche logicamente corretto ma è la premessa che è arbitraria se io credo che dio esista posso muovendo da qui compiere tutto una serie di passi logicamente necessari così come di fatto molti teologi il problema è che la premessa è assolutamente arbitraria. E quindi non è questione marginale diciamo che ne va del modo in cui si pensa se si pensa in modo religioso oppure no oppure accorgersi laddove non è che sia così tagliato con l’accetta accorgersi laddove c’è una struttura di pensiero religioso che è sempre o molto spesso sullo sfondo di ogni discorso anche dei più sofisticati come qui per esempio ed è molto difficile sbarazzarsene nel senso di accorgersi di come ciascuna affermazione sia arbitraria e quindi non richieda il mio assenso incondizionato richieda soltanto una decisione che io accolga o no una cosa è un decisione non è necessaria mentre se la verità è assoluta ideologicamente stabilita allora non è più una decisione è necessario che sia così affermare che questo è un orologio per quanto possa apparire bizzarro è una decisione non è una necessità decido di accogliere le regole del gioco linguistico che afferma che questo è un orologio e siccome so le regole che attengono a un gioco che stiamo utilizzando in questo momento necessariamente devo affermare che questo è un orologio ma all’interno di questo gioco. Ecco questo appena per dire così come viene affrontata generalmente ancora oggi la questione del linguaggio in modo assolutamente differente da come lo ponevano 2500 anni fa i Sofisti. Avete qui il testo di Gorgia? Solo per verificare una distanza tra ciò che afferma il circolo di Praga e ciò che afferma Gorgia. È un modo di procedere che poi Socrate ha in parte utilizzato criticato da Aristotele per un verso a ragione e per l’altro a torto Platone procede in un modo che è binario anche Gorgia qui che può apparire di primo acchito molto semplice vi ricordate come procede per esempio Platone nei suoi dialoghi? di questa cosa delle due l’una o questa o quest’altra generalmente quest’altra è da eliminare e quindi si accoglie questa. Positivo/negativo uno - zero uno - zero come i computer ora perché Aristotele critica questo modo di procedere di Platone? Perché afferma Aristotele che non è delle due l’una perché può esserci anche una terza possibilità e poi una quarta e poi una quinta perché solo quella? Possono essercene altre e molto più precise quindi è un modo molto superficiale questa è l’obiezione che Aristotele faceva a Platone ma certo se si procede in questo modo retoricamente sì è discutibile però provate a procedere logicamente e cioè rispetto a ciò che non può non essere allora dice Gorgia afferma: Nulla è...in primo luogo in secondo luogo quindi parte da una sua affermazione che è come una x x è potremmo dire in secondo luogo anche se qualcosa fosse non sarebbe comprensibile se fosse comprensibile non sarebbe comunicabile...dunque che nulla è lo dimostro in questo modo se infatti qualcosa esiste o è essere o è non essere o è essere e non essere insieme ma il non essere non esiste perché se il non essere esistesse esso sarebbe e insieme non sarebbe; come dire che è esattamente il procedimento che noi abbiamo utilizzato rispetto al linguaggio posso dire che qualcosa è fuori dalla parola? No non posso dirlo perché se qualcosa è fuori dalla parola per definizione non lo posso dire dice infatti pensato come non essere non esiste ma in quanto esistente proprio come non essere esiste...cioè mostra tutte le contraddizioni che sono le stesse che poi abbiamo utilizzato rispetto al linguaggio ma dice è completamente assurdo che qualcosa sia e non sia nello stesso tempo dunque il non essere non esiste ma neppure l’essere esiste se infatti l’essere esiste o è eterno o è generato o è eterno e generato insieme. Se l’essere è eterno non ha alcun principio non avendo principio è illimitato se è illimitato non è in alcun luogo se non è in alcun luogo non esiste .È un sistema di procedere talmente rigoroso che risulta addirittura straniante in alcuni casi eppure non muove da nessuna certezza nel senso che lui afferma una cosa poi dice se fosse così sarebbe autocontraddittoria se non fosse così sarebbe autocontraddittoria lo stesso e adesso? Come dire che qualunque cosa io affermi non è necessario perché posso dimostrare il contrario. Poter dimostrare il contrario potendo provare facilmente che l’essere come qualunque altra cosa è e non è simultaneamente lui ha posto in modo evidente tutto ciò che il pensiero può fare e tutto ciò che il pensiero non può fare. Che cosa può fare? Provare e confutare qualunque cosa che cosa non può fare? Uscire da sé stesso. Tutto qui solo questo ha detto ha detto di fatto l’essenziale in definitiva ora il pensiero inteso come linguaggio in effetti si pensa attraverso il linguaggio e quindi che cosa può fare il linguaggio? Qualunque cosa tranne una uscire da sé che non è poco tutto sommato e non può farlo proprio utilizzando siamo giunti a considerare questo utilizzando lo stesso procedimento logico. Così come quando abbiamo affermato del motore immoto abbiamo provato allo stesso modo che sia un motore e lo sappiamo perché stiamo parlando quindi qualcosa muove che non sia mosso lo sappiamo perché nulla è fuori dalla parola cioè non c’è nulla che sia fuori dal linguaggio che lo muove. Qualcuno ha delle obiezioni? Eppure uno potrebbe porre un’obiezione volendolo però sarebbe arbitrario potrebbe dire il linguaggio è mosso da qualche cosa il linguaggio può muovere ma può essere mosso da qualche cosa che è fuori dal linguaggio

 

- Intervento: sarebbe il punto di partenza

 

Sì occorre distinguere però adesso lei sta parlando di un principio un assioma da cui muove il proprio discorso invece altro è riflettere su ciò che sostiene il linguaggio in quanto tale certo anche se poi la procedura è la stessa non è che vari di molto però dicevamo sì che qualcosa sia fuori dal linguaggio è pensabile cioè non lo esclude ma è assolutamente arbitrario

 

- Intervento: non lo esclude ma non lo può dire

 

Lo si può pensare e sarebbe dio poi in definitiva...Come dire che da questo non c’è uscita non c’è uscita. In effetti potete pensare a un altro paradosso ancora il linguaggio come un insieme aperto perché non c’è limite alla possibilità delle combinazioni che può produrre e allo stesso tempo chiuso perché non c’è uscita. Come può essere un insieme chiuso e aperto? Ma anche qui come ciascun paradosso è tale un paradosso perché immagina sempre che ci sia un elemento che fuori dal linguaggio sia chiamato a sostenere sé stesso a provare sé stesso come dire che il linguaggio è un insieme aperto in quanto tale questa proposizione non significa niente è qualcosa che a noi piace dire diciamo che è un insieme aperto all’interno di un certo gioco linguistico è un po’ come la soluzione del famoso paradosso di Achille e la tartaruga di cui parlammo tempo fa. Achille che fa la corsa con la tartaruga è ovvio che se mi trovo all’interno di un certo gioco allora lo spazio non è misurabile e quindi Achille non raggiungerà la tartaruga in un altro gioco con altre regole lo spazio è misurabile e allora Achille raggiunge e sorpassa la tartaruga. Ecco perché funziona il paradosso perché utilizza regole di giochi diversi immaginando di poter applicare regole diverse allo stesso gioco è chiaro che a quel punto succede un marasma esattamente come dicevamo forse la volta scorsa succede in ciascuno che si trova in questa storia e cioè i vari disorientamenti Freud le chiamava nevrosi procedono in buona parte da questo e cioè dalla applicazione di regole diverse allo stesso gioco e invece sono due giochi diversi con regole diverse se applico due regole diverse allo stesso gioco succede un macello succede quello che Freud chiamava nevrosi e quindi sapere e potere soprattutto distinguere perché in caso contrario si è di fronte all’impasse così come di fronte a ciascun paradosso... conduce all’impasse Paradossi ce ne sono un infinità alcuni divertenti come quello del barbiere il barbiere che rade coloro che non radono sé stessi. Il barbiere rade sé stesso oppure no? E di nuovo anche lì rade sé stesso se e soltanto se non rade sé stesso. I paradossi hanno questa prerogativa di condurre all’impasse al blocco di lì non si può andare ma procedono tutti da questa struttura particolare che applica regole differenti allo stesso gioco.

 

- Intervento: La verità tra il discorso scientifico e il discorso non scientifico il timore dell’inganno come se ci fosse la cosa vera fra ciò che dice e ciò che è giusto

 

Sì viene sempre da qui la stessa questione del circolo di Praga

 

- Intervento: Dico la cosa in un modo pensando che possa essere detta o vista in un altro modo questo porta a credere che invece ci sia un sapere che non sbaglia quello scientifico per esempio

 

Quello platonico che esprime una realtà che è fuori e quindi è sempre menzognero per definizione diciamo che così non potrebbe non esserlo menzognero...(...) come si diceva oggi quando io ricordo qualche cosa questo ricordo che sopraggiunge non sopraggiunge da solo ma sopraggiunge con infiniti altri che questo ricordo evoca con infinite connessioni ché intervenendo questa relazione altera l’elemento mentre per esempio la macchina non compie questa operazione o quanto meno non in questi termini. Se io ho un computer e chiamo un file quello me lo restituisce il più delle volte come glielo ho messo...(per questa l’impressione di non dire mai tutta la verità)...può figurarsi le cose in questo modo io ricordo un elemento però lo ricordo in questo momento in questo momento sono inserito in una certa combinatoria questa combinatoria va a reperire questo elemento però soltanto l’andare a reperirlo altera la combinatoria e ...

 

- Intervento: Io queste cose le pensavo tempo fa pensavo che parlare servisse solo per mentire

 

Sì anche perché ciascuna volta che io vado a reperire quel ricordo l’immagine la combinatoria in cui mi trovo in quel momento non è più quella in cui mi trovavo l’ultima volta che ho ricordato quella certa cosa e quindi di nuovo viene modificato ma in relazione a questa combinatoria la quale si modificherà in relazione ...quindi la difficoltà di ricordare anche la stessa cosa nello stesso modo....(...) sì io ho detto così come boutade ma non è del tutto errato affermare che è stato Platone a inventare la menzogna. L’ho inventata ha dato uno statuto proprio ontologico...

 

- Intervento: Questo modo di trovare la menzogna nella propria parola è intanto non tenere conto di cosa interviene ciascuna volta che uno parla cioè non ascoltare quello che si dice la combinatoria in cui ci si trova perché immediatamente mi chiedo in che combinatoria sono? Credendo di potere reperirla cioè isolarla. Si pongono già così le questioni immediatamente chiedendosi che cos’è quello che sto dicendo cioè è immediato il fuori parola...

 

per questo giovedì parleremo dei giochi linguistici Wittgenstein ....

 

- Intervento: elementi accidentali che modificano il discorso elementi che prima non c’erano

 

Se questa sera fossero entrati i rapinatori e il nostro discorso non fosse proseguito così tranquillo il nostro discorso avrebbe preso un’altra piega ma questa scena che sarebbe intervenuta sarebbe stata un altro discorso....per cui questo discorso sarebbe stato deviato da un altro discorso così come avviene nell’arco della giornata il discorso è deviato milioni di volte o da altri discorsi o da miei discorsi che intervengono

 

- Intervento: o da mie azioni

 

Ciascuna azione è un discorso si inserisce e comporta una variante certo...

 

20-11-97

 

Allora cominciamo a dire delle cose intorno ai giochi linguistici, prima metto un esergo tratto da Sofocle l’Edipo Tiranno:

 

Chiedo solo probità e giustizia e fede nella legge morale che gli dei crearono sulle antiche vette di Olimpo, la montagna sacra.

Nessun uomo creò questi precetti, né mai essi si smarriscono nell’oblio o decadono con il tempo, così come l’uomo afferma intorno alle cause prime, da sorgenti naturali generati come una pura ed eterna fonte, al di sopra dei precetti regole eterne, dominio assoluto, il tiranno divora denaro e uomini, brama potere assoluto e in un ora fatale sopravanza se stesso e finisce nel fango.

Un uomo ambizioso si mostra devoto agli dei, lo guida il suo demone nel risolvere l’enigma, ha in dispregio la legge morale, lo amano gli dei e il suo popolo prospera, ma che uomo è quello che si fa beffe della giustizia, arraffa ciò che vuole non si cura con parole e azioni dell’onestà e della verità e saccheggia i sacri altari? Può egli sperare di sfuggire alle conseguenze della sua violenza? Quando l’uomo crudele fugge impunito, si dilegua con il bottino e l’assassino diventa re, perché dovrei affidarmi alla vecchia saggezza e moralità o onorare con il canto il segreto rifugio? Perché dovrei in pellegrinaggio recarmi a Delfi, ad Olimpia o in qualche altro luogo sacro se tali manifeste verità non sono evidenti a tutti gli uomini e gli avvertimenti divini provocano il riso, senza che il pensiero scorga ciò che verrà? O Zeus universale, se odi i nostri canti mostraci ancora il tuo potere immortale e in questa ora nefasta in cui i mentitori dominano e spargono il loro orrido verbo scaglia la tua saetta ammonitrice.

 

Ecco sembra scritto contro i sofisti. Cos’ha a che fare tutto questo con i giochi linguistici di Wittgenstein? Ha molto a che fare. Ciò che qui Sofocle in questi versi dice è in effetti una esaltazione della verità, della verità che viene rivelata, che viene data dagli dei necessariamente e della quale gli uomini non possono farsi beffe, se lo fanno incorrono in vari malanni. La verità dunque non è un gioco linguistico, o meglio ancora, necessariamente c’è qualcosa che non è un gioco linguistico, questo se si vuole proseguire a parlare, a esistere, a pensare, a essere degli uomini, in definitiva sta dicendo questo. Occorre almeno un elemento che non sia un gioco linguistico o se preferite che sia fuori dal linguaggio. Anni fa, abbiamo iniziato a riprendere Wittgenstein in modo differente e avvalendoci di alcune tracce da lui segnate, abbiamo preso l’avvio per un pensiero che è poi quello che mano a mano stiamo svolgendo e abbiamo preso l’avvio proprio dalla nozione di gioco linguistico che lui avanza, considerando sulla sua scia, che ciascun atto di parola non è definibile altrimenti che come una qualunque cosa, qualunque cosa è un atto linguistico, un atto di parola, non c’è qualche cosa che non sia un atto linguistico. Gioco linguistico non è altro che l’atto linguistico nel suo dirsi, nel suo farsi, e cioè l’insieme di quelle, chiamiamole pure regole e procedure, attraverso cui l’atto linguistico può manifestarsi, può dirsi, può farsi. Dunque il gioco linguistico non è altro che l’atto linguistico preso nelle sue regole, nella sua grammatica dicevamo la volta scorsa. La grammatica di un atto linguistico è definita dalle regole, dalle sue regole. Che cos’ha di particolare tutto ciò? O meglio il considerare che ciascuna cosa, qualunque cosa è un atto linguistico? Può apparire un po’ bizzarra così di primo acchito e contro ogni senso, il che è anche possibile, in effetti che cosa dice il buon senso? Il buon senso è la religione, quella che afferma che necessariamente almeno un elemento è fuori dalla parola. Come può sostenere questo? Non può, ma lo fa, non può farlo logicamente, perché se si desse anche un solo elemento fuori dal linguaggio, questo sarebbe fuori dalla catena linguistica, non sarebbe nel linguaggio, come ne saprei di questo elemento? Attraverso che cosa? Se ne so qualcosa è perché è preso nel linguaggio e dunque è nel linguaggio, posso pensare che un elemento è fuori dalla parola, ma questa affermazione che compio non ha, contrariamente a quanto, a tutto ciò che ha pensato il discorso occidentale, nessun referente, assolutamente nessuno, così come la proposizione che afferma che dio esiste, non ha nessun referente all’infuori di sé, dunque la proposizione che afferma che qualcosa esiste fuori dalla parola non ha, né può avere nessun referente. E che cos’è una proposizione che non ha nessun referente all’infuori di sé? È una figura retorica, un modo di dire qualcosa, un modo in cui il discorso si fa, ma come una figura retorica non ha un aggancio con un elemento supposto fuori dalla parola, è semplicemente, una figura retorica, un modo in cui elementi, si connettono fra loro, elementi linguistici, come dei significanti si connettono fra loro, adesso che leggete De Saussure questi termini sono familiari, ma quello che si è sempre pensato è che dalla particolare combinazione di significanti dovesse, non si sa bene per quale motivo, manifestarsi la realtà. È una ben bizzarra idea, come dire che disponendo i significati in una certa successione, questi manifestano una realtà che è fuori da questi significanti, in effetti è questo che afferma tutto il discorso occidentale, nient’altro che questo, che logicamente potrebbe apparire una follia, eppure, eppure è ciò su cui si è costruito e si mantiene il discorso occidentale. Questo ha un certo rilievo se considerato un’intenzione, perché mostra immediatamente la non sostenibilità di tutto ciò che sostiene generalmente il discorso occidentale. In che modo posso sostenere che dalla particolare disposizione di un certo numero di significanti, affiori, emerga, si manifesti la realtà, per quale motivo? Una realtà che torno a dire, dovrebbe essere extralinguistica, cioè ancora, dalla disposizione particolare di significanti, dovrebbe emergere un elemento che è fuori da questi significanti, in base a quale criterio possa pensarsi una cosa del genere, è difficile a stabilirsi, tuttavia è esattamente questo che si pensa da duemila anni. Wittgenstein ha dato, diciamola così, uno scossone a questo modo di pensare così rozzo, tutto sommato, riflettendo sul fatto che ciascuna proposizione, che cosa afferma esattamente? Ha cominciato ad accorgersi che non afferma qualcosa che è fuori da quella proposizione, ma costruisce qualcosa, cioè una proposizione e quindi una particolare disposizione dei significanti, che poi è questo, una proposizione costruisce un’altra proposizione, la quale non è migliore né peggiore della precedente, è un’altra che non definisce il mondo, ma potremmo dirla così, racconta una storia, a partire da un’altra storia, cioè l’idea del mondo è una storia, la definizione del mondo è un’altra storia...Wittgenstein non ha compiuto un passo che forse si sarebbe potuto compiere, e cioè quello di portare alle estreme conseguenze il suo discorso, ma si è fermato, per quali motivi non sappiamo, ma tutto sommato non ci interessa saperlo, fatto sta che non ha potuto considerare che quelle stesse proposizioni che lui andava formulando, e che in qualche modo è possibile ravvisare come una sua descrizione delle cose, di uno stato di fatto delle cose e cioè che per esempio la verità in quanto tale non esiste, non è una proposizione necessaria, è anche questa una figura retorica. Affermare che la verità assoluta non esiste o affermare che la verità, in quanto tale non esiste, è una proposizione che non è verificabile, non è né vera né falsa, è una figura retorica e come tale la utilizziamo quando la utilizziamo, cioè non affermiamo qualche cosa che è dimostrabile né qualcosa che è confutabile, oppure è tanto dimostrabile quanto confutabile, ma che la verità, in quanto significante non esista fuori dal linguaggio, questo sì non è né dimostrabile né confutabile oppure entrambe le cose, ma non è negabile, che è diverso. Che per esempio qualche cosa esista, adesso riprendiamo un po’ la questione posta da Cesare in chiusura la volta scorsa, per esempio che l’azione esista fuori dalla parola, lo si può pensare, lo si può dire, ma affermando questo, questa proposizione che afferma per esempio, che l’azione è fuori dalla parola, la precede o comunque è fuori, ha un referente oppure no? Il problema che sorge di fronte a una questione come questa, è quello del discorso scientifico o del discorso logico, e cioè una proposizione che si afferma, necessita di potere essere provata, come dire che occorre costruire un’altra serie di proposizioni, costruite in modo tale per cui questa proposizione, che afferma che l’azione precede la parola, sia l’ultima proposizione cioè il suo teorema, allora risulta dimostrata, ma è possibile dimostrare una cosa del genere? Cioè risulta dimostrata anche la tesi contraria, procedendo in termini logici, così nell’accezione logica corrente, cioè quella dei manuali delle scuole, questa nozione di logica ci è inutilizzabile, inutilizzabile perché ci consente di provare e confutare indifferentemente qualunque cosa, quindi la proposizione che afferma che l’azione precede la parola è dimostrabile ed è confutabile. Allora chiedersi se esiste qualcosa fuori dalla parola che senso ha esattamente? Perché è questa la questione, cioè che cosa dice una domanda come questa? (che si chiede per esempio se esiste qualcosa fuori dalla parola) Potremmo dire in prima istanza che fuori dalla parola non avrebbe nessun senso, né potrebbe porsi in alcun modo, quindi perché io possa dire, possa chiedermi se esiste qualcosa fuori dalla parola occorre che necessariamente io sia nella parola, perché soltanto attraverso questo io posso farmi questa domanda, in questo senso la risposta a questa domanda è già data, cioè la domanda è “esiste qualcosa fuori dalla parola?” la risposta è no, ed è già data nel momento stesso in cui formulo la domanda, perché io posso formularmela se e soltanto se sono nella parola. Allora cosa succede? Succede che nulla naturalmente, mi impedisce di credere che esista un elemento fuori dalla parola, così come nulla mi impedisce di credere qualunque cosa, il problema che sorge e di cui abbiamo detto in molte occasioni, è che può risultare difficile credere vera una cosa quando la so essere simultaneamente vera e falsa, perde di credibilità, diciamo così, ancora di più potremmo dire che la proposizione che afferma che esiste un elemento, non importa quale fuori dalla parola, è un non senso, proprio letteralmente cioè non dà nessuna direzione, arresta immediatamente il discorso perché se fosse effettivamente fuori dalla parola, non ci sarebbe nessun modo di saperlo, né nessuno strumento per saperlo, questo si potrebbe dire, non toglie che qualcosa sia fuori dalla parola, certo non toglie che lo si possa credere, ma come dicevamo prima è possibile dimostrare anche il contrario, che nessun elemento è fuori dalla parola. Come è possibile una cosa del genere e cioè dimostrare che esiste un elemento fuori dalla parola e dimostrare che non esiste? Ecco che qui interviene Wittgenstein dicendoci se voi dimostrate che un elemento esiste fuori dalla parola, lo fate attraverso un insieme di regole, che sono prevalentemente regole inferenziali, cioè utilizzate, adesso indichiamo quello deduttivo, che funziona così “se questo allora quest’altro”, se, per esempio, io credo che un elemento esista fuori dalla parola e nessuno può confutarlo, allora esiste un elemento fuori dalla parola, io ho utilizzato un sistema deduttivo, un se ...allora. Ma dice lui, siete sicuri che questo sistema che avete utilizzato sia l’unico possibile, quello che consente di raggiungere la realtà? O è soltanto una regola del linguaggio che come tale consente unicamente il funzionamento del linguaggio e niente di più? Una notazione legittima. Un aspetto di quello che indichiamo la nobile menzogna di Platone consiste proprio in questo, nel considerare queste regole inferenziali, come la deduzione, l’induzione, non come regole di un gioco linguistico e cioè come quegli elementi che consentono al linguaggio di proseguire, ma come gli strumenti per descrivere, per conoscere, per individuare la realtà, che come tale è pensata fuori dal linguaggio. Lo stesso Kant pensava in questo modo e a tutt’oggi si pensa così, se il ragionamento muove da premesse vere e procede in modo corretto, la conclusione sarà necessariamente vera, ma vera in che senso? Vera rispetto al gioco che sto facendo, così come è vero che se gioco a poker ed ho quattro assi, vinco quello che ha quattro sette. È vero all’interno del gioco del poker, fuori del gioco del poker non significa niente. Allora dunque delle regole, delle regole che ovviamente possono variare, l’altra volta facevamo un esempio, rispetto alla nevrosi, il cui intoppo sorge in molti casi laddove utilizza o non si accorge che per giocare due giochi differenti occorrono regole differenti, mentre utilizza la stessa regola per entrambi, e quindi ha qualche smarrimento, e in effetti questi sistemi deduttivi, induttivi, e quindi inferenziali variano e non sono sempre gli stessi. Che cosa invece non varia? E qui Wittgenstein si è fermato di fronte alla considerazione che ciascun elemento è un gioco linguistico, si è trovato lui stesso preso in una sorta di smarrimento, andando a cercare a questo punto qualcosa di fermo, di sicuro, eppure qualche cosa di fermo e di sicuro c’è, ma non sono le regole del linguaggio dei giochi linguistici, sono le procedure del linguaggio. Una deduzione è in prima istanza una connessione di elementi, ora la connessione fra gli elementi è necessaria, è necessaria per questo motivo, che ciascun elemento essendo un elemento linguistico, proprio perché tale è inserito all’interno di una combinatoria linguistica e cioè è legato ad altri elementi in modo tale da formare una catena linguistica. In questo senso è necessario che ciascun elemento linguistico sia connesso ad altri elementi, se non lo fosse connesso, non sarebbe in una catena linguistica, cioè sarebbe fuori dal linguaggio, cioè non esisterebbe. Ora risulta necessario che ciascun elemento linguistico sia connesso con un altro elemento linguistico, ora una deduzione può intendersi in due modi, sia come procedura che come regola, come procedura è necessaria, come regola no, cioè è necessario che se c’è un elemento allora ce n’è un altro e questa è una procedura, non è necessario che se c’è un elemento allora ci sia quell’altro elemento, è necessario che ce ne sia uno, ma quale no, questo è dettato dalle regole del gioco che si sta facendo. Per riprendere una questione posta tempo fa “che io dica” implica necessariamente che stia dicendo qualcosa, per il semplice fatto che ho pronunciato che io dica, sto dicendo qualcosa, quindi implica necessariamente che sto dicendo qualcosa. E questo è l’aspetto necessario cioè ciò che indichiamo come procedure linguistiche o più propriamente l’aspetto logico, l’aspetto logico è soltanto, come abbiamo detto in varie occasioni, in modo un po’ umoristico, come l’hardware, ciò che consente al linguaggio di funzionare è la struttura, quella che dice che ciascun elemento è necessariamente un elemento linguistico, la logica dice in definitiva solo questo, dice bada che se è un elemento è un elemento linguistico, poi come questo elemento si combina, come si modifica, come si propone, questo non attiene più alla logica, alla logica non gliene importa niente di cosa avviene di questi elementi, dice soltanto che questi elementi ci sono e ci sono perché il linguaggio è in atto e quindi sta funzionando in un certo modo e funziona perché ci sono degli elementi che lo fanno funzionare, nient’altro che questo. Il gioco linguistico, dicevamo di come ciascun atto linguistico presuppone una logica, presuppone delle procedure linguistiche, che è come dire che presuppone il linguaggio tout-court, il linguaggio è fatto di procedure linguistiche e di regole che lo fanno girare. Considerare ciascun atto linguistico come un gioco linguistico, come un elemento all’interno di un gioco linguistico, e già Wittgenstein l’aveva notato, comporta che il senso di questo elemento sia strettamente dipendente dalle regole del gioco in cui è inserito, anche De Saussure l’aveva inteso, anche se non in modo così esplicito come in Wittgenstein, ma l’aveva colto, rendendosi conto che un elemento, un qualunque significante è tale, da qui poi la questione della struttura, proprio perché inserito in una struttura ed è da questa struttura che trae il senso, fuori da questa struttura non è niente. Ecco allora che “gioco linguistico” è la nozione che ci consente di approcciare ciascun atto, propriamente qualunque cosa, da un discorso, ad una persona, ad un oggetto, a un pensiero ad un accadimento, qualunque cosa, di approcciarlo come un elemento che è tale, cioè come lo vedo, come lo penso, come lo immagino, unicamente perché è inserito all’interno di una combinatoria linguistica in cui mi trovo, che è fatto di molti aspetti, mentre io parlo per esempio, intervengono molte regole molti giochi linguistici. Sapere, cioè potere tenere conto che qualunque atto linguistico è tale, qualunque cosa è tale, è una cosa perché è inserito in un gioco linguistico, è ciò che consente di non cadere in ingenuità teoriche, logiche, linguistiche. Quali sono le ingenuità logiche e linguistiche? Quelle di supporre che ciò che vedo, ciò che dico, sia un qualche cosa che è esente dal linguaggio e quindi esista di per sé e quindi costituisca la verità, la verità non è altro, così come è intesa comunemente questo, come la realtà delle cose. Le cose come sono, il loro essere, questa è la verità. Ma come si diceva è un’ingenuità pensare una cosa del genere, non soltanto un’ingenuità, ma una affermazione che va contro ogni raziocinio, chiamiamola così. È curioso come il discorso occidentale pur piccandosi di essere il più raziocinante... di avere raggiunto un livello di raziocinio notevole, invece si muova utilizzando strumenti e strutture di una ingenuità sconcertante, sia quando riflette intorno a questioni scientifiche, sia quando muove intorno a questioni dogmatiche o religiose è ingenuo allo stesso modo, è ingenuo perché crede, per fare questo occorre una buona dose di creduloneria, che qualcosa esista fuori dalla parola e da qui costruisce tutta una serie di cose colossali, ma lo afferma con tanta convinzione quanto poca è la possibilità di provarlo, per questo dicevo paradossalmente del discorso occidentale che si picca di essere il più raziocinante e cioè che per potere dire qualche cosa deve provarlo, e quando mai? E in effetti Wittgenstein ha colto, rispetto ai giochi linguistici, la questione chiedendosi chi dimostrerà la dimostrazione. Anche questa è un’altra questione legittima, mettendo immediatamente il dito, per così dire, sul punto debole di tutto il discorso occidentale, il quale deve dimostrare tutto, e la dimostrazione come la dimostra? O questa non deve essere dimostrata? E se no perché? Perché è auto...si dimostra da sé? E quando mai? È come affermare che dio esiste e che questo è autoevidente, potremmo avere qualche obiezione per un’affermazione del genere. Ora una psicanalisi per esempio, è un gioco linguistico, nel senso che utilizza ovviamente le regole, ma più di altri giochi linguistici, punta la sua attenzione proprio su queste regole che lo fanno funzionare, mostra al parlante, quali sono le regole che sta utilizzando a sua insaputa in ciò che sta dicendo, e quindi che cosa sostiene il suo discorso, cosa lo fa muovere, perché si trova a dire quello che dice, a pensare quello che pensa, non perché fa bene o perché fa male, è una questione senza senso, ma da che cosa muove. Io mi trovo a dire una certa cosa, perché? Potrebbe essere una domanda oziosa, in parte magari lo è pure, ma non è casuale che io mi trovi a pensare, a dire una certa cosa, ma non tanto per questioni psicologistiche, quanto perché il discorso muovendo da un certo numero di assiomi, di principi giunge a formulare delle proposizioni che sono quelle, in altri termini individuare ciascuna volta o meglio ancora avere la possibilità di individuare in ciascun caso da che cosa il discorso che sto facendo prende avvio o che cosa lo rende possibile, meglio ancora, ciò che sto dicendo è possibile a quali condizioni? Faccio un esempio, che io con quattro assi vinca uno con quattro sette è possibile a quali condizioni? Che stia giocando a poker. E la stessa cosa rispetto a un discorso, un discorso posso farlo a quali condizioni? Che io accetti queste regole naturalmente. E sono quelle che sfuggono per lo più, se avessi l’opportunità di saperlo allora saprei che sto facendo quel gioco e con quelle regole, e questo comporterebbe sicuramente una maggiore libertà di movimento, di pensiero...intervenite perché è una discussione così...la verità, qui, in effetti è posta in termini terroristici, qui da Sofocle, perché dovrei recarmi in pellegrinaggio in qualche luogo se tali manifeste verità non sono evidenti a tutti gli uomini? La condizione che la verità sia evidente a tutti gli uomini è che sia fuori dal linguaggio, non c’è altro modo, se no non è evidente a nessuno e quindi ha un aspetto terroristico perché se la verità è questa e tu non la vedi allora sei nell’errore, sei nel peccato, sei incapace, sei ...tutta una serie di cose, che seguono inesorabilmente, appunto dicevo che è terroristica, perché instaura il terrore: oddio ho sbagliato ciò che dico non è la verità; se accogliamo questo gioco in cui questo aggeggio qui si chiama orologio, allora se facciamo questo gioco, io necessariamente devo dire che questo è un orologio, cioè è all’interno di questo gioco, che questo è un orologio. Ma i giochi linguistici sono fondamentali, non solo perché consentono al linguaggio di esistere, il linguaggio è fatto tanto di procedure, quanto di regole ovviamente, le procedure sono le carte per giocare, le regole sono le regole dei giochi, farne qualcosa di queste carte se no...solo che in questo caso senza l’una o senza l’altra non esisterebbe nulla, mentre un gioco di carte può esistere anche senza gioco, uno vede le carte e dice va be...ma il linguaggio no, senza regole o senza procedure non potrebbe darsi, non esisterebbe. Dicevo le regole sono fondamentali, sono quelle che danno al linguaggio una direzione, danno quindi il senso delle cose, che senso ha questo aggeggio qui? Ha un senso perché è un pezzo fatto in un certo modo che mi serve perché ora sono le dieci meno un quarto e quindi...tutta una serie di cose, cioè queste regole servono unicamente al linguaggio per proseguire e quindi per costruire altri giochi poi in definitiva, in una incessante costruzione sempre di altri giochi e invenzione di altre regole, la scienza si è resa conto più o meno che il progredire della scienza non è altro che l’invenzione di altre regole per giocare, cioè di altri giochi, mentre come sapete Popper continua, continuava adesso è morto, a pensare che la scienza sia un continuo progresso verso la verità, una follia pensare una cosa del genere, o quanto meno una ingenuità, è l’invenzione continua di altri giochi, così come ciascuno può fare rispetto al proprio discorso, se io ho paura dei topi, allora è come se mi trovasi preso in un gioco che non consente di giocare altri giochi in presenza di topi, io non posso non avere paura, l’itinerario analitico consente di potere giocare altri giochi...

 

Intervento

 

Sì tornando all’esempio del gioco, una nevrosi, così come la descrive Freud, è un po’ come se uno con le carte da gioco in mano non potesse giocare nient’altro che a poker. Uno dice guarda che puoi giocare anche altri giochi volendo, no non posso fare nient’altro che questo, perché le carte servono soltanto per questo...non è così necessario, così come la paura dei topi, una qualunque paura funziona esattamente allo stesso modo, cioè non può giocare un altro gioco in presenza di topi, ma ritiene questo un fatto quasi naturale, anche se si accorge che magari è strano, ma funziona così a partire da certi assiomi che sono dati come certi, come necessari, come acquisiti, segue necessariamente che il topo fa paura e potremmo anche giungere a dire che dati questi assiomi le sue conclusioni possono anche non essere scorrette. Se uno ci pensa bene potrebbe anche averne paura. Si dice che i topi sono in numero tale per cui se si mettessero d’accordo tutti insieme farebbero fuori tutta l’umanità rapidamente, questo è un buon motivo per avere paura dei topi, poi sono portatori di infinite malattie, poi...può avere dei buoni motivi per avere paura dei topi e perché in genere non si ha? Adesso la paura dei topi è una cosa molto cretina, ma pensate alla morte visto che martedì si è fatto un accenno, uno generalmente ha paura di morire, se ci sono delle condizioni tali per cui...avviene un incidente... qualcosa, eppure sa perfettamente che prima o poi succederà come Aristotele ci ha predetto: Tutti gli animali sono mortali, l’uomo è un animale quindi l’uomo è mortale. Da quel momento tutti hanno incominciato a morire. Come avviene invece che nessuno la teme? La teme, nel senso che non ci pensa affatto, non organizza le sue giornate in relazione a questo, di cui tutto sommato può avere, almeno per induzione, una buona sicurezza, nel senso che fino ad oggi non si è mai verificato che un umano fosse sopravvissuto oltre un certo limite, questa è l’induzione, non è la deduzione, deduttivamente non ha nessun senso perché non può provarsi, occorrerebbe che tutti gli umani in assoluto, quelli che furono, quelli che sono e quelli che saranno... moriranno. Quelli che saranno, non possiamo saperlo e quindi deduttivamente non è provabile, induttivamente sì...si è sempre verificato, ci sono buoni motivi per pensare, buonissimi, per pensare che si verificherà. Eppure dicevo nessuno organizza la propria giornata in relazione a questo, al fatto cioè che morirà, se lo fa viene preso per matto CAMBIO CASSETTA

in relazione a questo viene considerato matto, perché? Eppure prende molto sul serio la questione, e come avviene che alcune cose che si sanno perfettamente, non sono tenute in nessun conto? Il motivo può anche essere semplice, la questione è che la morte come ciascuna altra cosa, è un fatto linguistico, non esiste fuori dal linguaggio, nemmeno lei, e quindi come tale segue le vicissitudini di ciascun elemento linguistico, si connette, esiste in una certa combinatoria, si disconnette con altri e si formula altrimenti, per cui a seconda della combinatoria in cui mi trovo in quel momento, posso avere paura della morte o posso non averne paura. Dire che la morte non esiste fuori dalla parola può sembrare bizzarro, eppure non possiamo dire altrimenti...

 

Intervento: allora questa realtà immaginata dal discorso occidentale non è altro che un gioco che il discorso segue, inventa questa con la sua immaginazione, cioè inventa una realtà al di fuori e costruisce tutto questo gioco. (Esattamente!) Mi chiedo che conseguenze ha il fatto che sia un gioco sempre combinato così, cioè che ci siano sempre degli elementi considerati fuori dalla parola...

 

Sì un modo c’è, quello di sapere continuamente ciò che si sta facendo. Che cosa ne direste voi di una

persona che dipinge un quadro, raffigura un tizio, e poi incomincia ad adorarlo immaginando che questo sia il signore e padrone di tutte le cose. Esattamente è questo che fa il discorso occidentale...(come bisogna fare?) potere disporre in qualche modo di un sapere che è quello che riguarda il ciò che si sta facendo in ciascun momento...

 

Intervento: gli elementi che si incontrano possono essere confutabili....sapendo forse alla fine del discorso che forse non ha senso

 

Ha un senso rispetto a quel gioco, così come quando lei gioca a poker con gli amici sa benissimo ciò che sta facendo, ma quando smette di giocare fa un altro gioco, pur sapendo che in quel momento sta facendo quel gioco con quelle regole, le accetta chiaramente per giocare, se no non può giocare. Così come il linguaggio se non si accolgono le regole del gioco, non si può giocare. Se io questo anziché chiamarlo orologio, lo chiamassi Pippo, e questo dicessi che è una nave, una petroliera e questo dicessi che è invece un motore a scoppio, non riusciremmo più a fare niente. Se non accetto delle regole che sono quelle che avete accettate anche voi, non possiamo giocare, così come non possiamo giocare a poker, se non accettiamo le regole del poker...

 

Intervento: la cosa tragica è dire, dire e poi arrivare al punto finale che tutto ha un valore effimero...tutto ciò che ritieni valido può essere confutabile, tutto ciò che ritieni valido è confutabile, di conseguenza parliamo del nulla

 

Cioè che giochiamo continuamente...la cosa può essere meno drammatica se consideriamo che giochiamo continuamente...sì è quello che fa il depresso almeno fino ad un certo punto, proprio considera in termini drammatici una cosa del genere, dice nulla ha senso e quindi se nulla ha senso che cosa vale vivere, fare, ecc ...ma senza considerare, ho detto mille volte, perché mai le cose dovrebbero averne uno e poi che cos’è esattamente il senso? Il senso è dato dalla regola del gioco e dalla direzione

 

Intervento: però le emozioni che rimangono dentro a questo discorso? Io da questo discorso ricavo emozioni indipendentemente che sia vero o falso, e questa emozione

 

non è sottoponibile ad un criterio verofunzionale, così come quando ascolta un bel brano di musica, non si chiede “ma è vero o è falso?”, questa domanda non è prevista dalle regole del gioco, quindi non può farsi, non ha nessun senso. Prova delle sensazioni, delle emozioni certo. Queste emozioni, queste sensazioni sono connesse con dei discorsi che sono stati fatti, che avvengono e che pertanto concludono in un certo modo. Una certa musica le evoca un particolare paesaggio dolce...un’altra le ricorda una persona cara, cioè è generalmente connessa con delle immagini, quindi con elementi connessi con altri elementi linguistici. Per cui prova queste sensazioni che non sono altro che l’effetto di un discorso che può produrre come si sa una quantità enorme di effetti. Diverso un discorso che produce l’effetto che dice che lei ha vinto un miliardo al totocalcio da quello che dice che ha un tumore al cervello e ha quindici minuti di vita. Sono cose diverse, producono effetti diversi, che sono discorsi differenti, così come quando ascolta, come dicevo prima, un brano musicale o ha un ricordo, anche soltanto delle sensazioni. Le sensazioni sono sempre delle connessioni con altri elementi e quindi come un discorso producono degli effetti, retoricamente. La retorica è fatta per produrre effetti su chi ascolta

 

Intervento: Bisogna rendersi consapevoli che il discorso inventa però non bisogna credere vero quello che inventa

 

Vede sono tutte questioni che il linguaggio teoricamente vieterebbe, appunto il domandarsi se una cosa è vera o falsa, esattamente come Wittgenstein diceva “come so che questa è la mia mano?”. Io non lo posso sapere perché qualunque risposta mi dia, non sarà più fondabile di qualunque altra, sarà sempre un rinvio ad altre cose, io non posso rispondere a questa domanda cioè è vietata in un certo senso dal linguaggio, perché, perché è come se cercasse di giungere ad un certo punto a quel elemento che dà la risposta ultima finale ma per poterlo fare deve essere fuori dalla parola perché fintanto rimane all’interno, essendo un elemento della combinatoria linguistica, rinvia ad altri elementi linguistici all’infinito e quindi chiedersi se una cosa è vera o è falsa teoricamente dovrebbe essere vietato dal linguaggio come non senso, vietato in questo senso ché non conduce da nessuna parte. Chiaramente lo si può fare all’interno di un gioco con delle regole allora sì, che se io stabilisco che due + due è uguale a quattro, questo è vero, allora accetto questa regola e quando vedo che due + due è uguale a quattro allora è vero. Ma niente più di questo. Questa mitologia in buona parte all’inizio del 900 intorno alla matematica ma che è nata con Galilei tutto sommato, il quale diceva che l’universo è scritto in caratteri matematici, e quindi occorreva decifrarlo come se i numeri, questa è una mitologia molto diffusa, fosse una sorta di linguaggio universale e che rende conto di tutto. È soltanto un gioco, fra infiniti e possibili altri che non mostra la realtà, proprio per nulla..

 

Intervento: Io non mi posso innamorare delle parole, così come non mi posso innamorare di un uomo nel gioco linguistico della vita, so che il gioco della vita è un gioco ma il verbo innamorare è un verbo ad una sola funzione...io sto usando questo verbo in uno stesso modo

 

Come se fosse fuori del gioco. Perché se si dicesse una cosa del genere: voglio innamorarmi delle mie parole o non voglio innamorarmi delle mie parole...la questione va posta in termini più radicali chiedendomi a quali condizioni io posso dirmi una cosa del genere? (che non devo innamorarmi delle mie parole, qualunque sia l’accezione di innamoramento poi non ha importanza, a quali condizioni io posso pensare una cosa del genere?) Devo avere tutta una serie elementi intorno all’innamoramento cioè qual è la nozione che io fornisco di innamoramento, perché concludo una serie di cose come questa? Che cosa lo sostiene? Altrimenti è come se il gioco linguistico lo significasse, dire questo non è all’interno di un gioco linguistico, questo come diceva giustamente quasi in un lapsus, questa è una procedura, cioè ciò che consente un gioco linguistico ma non è un gioco linguistico, è invece il risultato di un’altra serie infinita di giochi linguistici. Questa proposizione fuori dal gioco in cui è inserita, quella che afferma che non devo innamorarmi delle mie parole, fuori dal gioco e dalla regola in cui è inserita, non significa assolutamente niente...questo è ciò che fa il discorso occidentale, scambia delle regole per procedure....

 

Intervento: si potrebbe anche dire che l’emozione è un discorso

 

C’è un appunto nella Seconda Sofistica dove affronto la questione delle sensazioni. Perché spesso si è portati a supporre che siano fuori dal linguaggio, perché indescrivibile, perché inesprimibili. Però fuori dal linguaggio non esisterebbe niente, non ci sarebbero. Del linguaggio abbiamo dato l’unica definizione saggia che possa darsi cioè “cos’è il linguaggio?” È quello che mi consente di farmi questa domanda nient’altro che questa. Qualunque altra definizione risulta problematica, discutibile, questa no, ed è la definizione più ampia possibile ed in effetti è inevitabile, posta in questi termini è innegabile e quindi comprende qualunque cosa, per questo dicevo all’inizio qualunque cosa è un atto linguistico, non c’è cosa che possa non esserlo, in nessun modo

 

Intervento: Come mai quello che abbiamo detto questa sera crea una libertà pur avendo dimostrato che tutto è discutibile che non c’è nessuna cosa cui aggrappassi

 

Una sì, (il linguaggio!) non può uscirne, che non è poco

 

Intervento: questo mondo si apre e si trova questo spazio enorme....è una cosa che accade a tutti a coloro che si affacciano a questa analisi?

 

È questo che chiamo portare il discorso alle estreme conseguenze cioè non arrestarsi a nulla, che non è facile perché molto spesso indotti a pensare di avere trovato qualche cosa che necessariamente è , qui invece abbiamo soltanto constatato che per fare queste considerazioni necessariamente siamo nel linguaggio, solo questo, ma questo che stiamo facendo non è né più vero né più falso di qualunque altra cosa è soltanto non negabile. Tutto qui è un gioco, forse magari più potente di altri, più aperto, ma è un gioco anche questo..

 

 

 

27-11-97

 

Allora proseguiamo questa nostra avventura attraverso i giochi linguistici. Visto che dalla prossima volta ci occuperemo di Austin, che cosa fare con le parole, questa è una bella questione. Che già in qualche modo verrà introdotta questa sera. Abbiamo detto dei giochi linguistici, come di fatto tutto ciò che si produce parlando, ciascun discorso è inserito in un gioco linguistico, e un gioco linguistico è determinato dalle regole che dirigono il discorso, che danno senso al discorso, senza le regole un discorso non avrebbe nessun senso, perché sono le regole per l’uso, sono la grammatica direbbe Wittgenstein, queste regole del discorso sono la grammatica del discorso. Ora parlando di regole del gioco linguistico, parliamo di retorica, di figure retoriche cioè una figura retorica non è altro che un modo in cui qualcosa si dice, ciascuna cosa può dirsi in infiniti modi, il modo in cui una cosa si dice è una figura retorica, ora vediamo se è possibile utilizzare quanto detto fino ad ora rispetto all’intendimento di un discorso, uno qualunque, supponiamo per esempio che un discorso produca questa conclusione che afferma che comunque, le cose andranno a finire male. È una cosa abbastanza diffusa questa idea di “tanto andrà a finire male” ora questo discorso che giunge a quella conclusione è un gioco linguistico, qual è la sua grammatica cioè quali sono le regole che lo fanno esistere? Andiamo per gradi, intanto abbiamo detto che è una figura retorica o meglio un insieme di figure retoriche e cioè di varianti. Una figura retorica in quanto variante, cioè qualcosa che varia rispetto a una previsione, a ciò che ci si attende, produce o dà al discorso un’altra direzione, proprio perché ci si attende una certa cosa e ad un certo punto interviene un’altra che porta da un’altra parte, se voi pensate a come vengono utilizzate generalmente le figure retoriche avrete immediatamente la misura di tutto questo in quanto la figura retorica interviene per produrre un effetto, anche stilisticamente in chi ascolta, per produrre delle emozioni, per produrre della persuasione, per produrre un assenso, qualunque cosa, quindi in definitiva una figura retorica ha come obiettivo la produzione di una emozione, qualunque essa sia non ha importanza. Perché se si riesce a produrre emozioni il discorso risulta più efficace? Come mai? È una bella questione tutt’altro che affrontata fino ad oggi, è stata sempre data come per acquisita, per cui da sempre si suggerisce agli oratori di infiorare il loro discorso con figure retoriche in modo da renderlo più piacevole, per produrre emozioni, ma perché questo esattamente? su questo si è taciuto, eppure, eppure proviamo a riflettere su questo, chiamiamolo “dettaglio”, tra virgolette, perché non è così marginale, dunque cosa fa una variante? Abbiamo detto che imprime al discorso una direzione e quindi? Cosa avviene imprimendo al discorso una direzione differente da quella che ci si aspetta? Si produce una variazione di senso, ovviamente, ma non soltanto questo, inseriamo ancora un altro elemento, quand’è che una cosa annoia? Quando non interroga, quando non c’è nulla che solleciti il discorso a proseguire, è come se non ci fosse nulla da dire, a questo punto è la noia mortale, nel senso proprio di morte, quanto se non c’è parola...ora considerate dunque questa variante cioè questa nuova direzione che prende il discorso cosa fa esattamente? Lo rilancia. È come se, adesso uso una metafora rozza, come se desse una sorta di accelerazione al discorso, come dire, di nuovo finalmente qualcosa cosa interroga, qualcosa muove, qualcosa produce altri discorsi, produce altre proposizioni, altre frasi. Se ciascun umano e quindi ciascun parlante, non riesce e non trova continuamente qualcosa che rilanci il suo discorso, si spegne, perché di fatto le cose esistono nella parola, se non c’è più parola, non esiste più niente, quindi è come la morte, anzi direi che questa è la morte per definizione, ma la questione centrale in tutto ciò non è tanto che ci sia negli umani un’intenzione a proseguire a parlare, una volontà in questo senso, gli umani essendo il discorso che fanno sono l’effetto, per dirla così, del linguaggio, è il linguaggio che costringe il discorso a proseguire, lo costringe in questo senso, che ciascun elemento linguistico, come dicevamo la volta scorsa quando abbiamo cominciato a parlare di giochi linguistici, ciascun elemento linguistico dunque per essere tale, deve essere inserito in una catena linguistica cioè deve avere necessariamente un rinvio a un altro elemento, non può non averlo, ora un discorso che annoia è come se non avesse più nessun rinvio, a questo punto c’è l’arresto e appunto la noia, nulla interroga più perché il rinvio è qualcosa che comunque interroga nel senso che sposta che costringe a muoversi in una direzione e quindi muovendo in una direzione produce un senso, proprio letteralmente senso come direzione, ma dunque per dirla in termini più appropriati è il linguaggio che costringe il discorso a proseguire, per definizione, proprio perché esiste il linguaggio e il discorso non può fermarsi. Ora torniamo alla questione retorica, in teoria non dovrebbe esserci alcun bisogno di figure retoriche dal momento che il discorso non può fermarsi, però ciò che si chiama desiderio comunemente, non è altro che la constatazione dell’andare del discorso in una direzione. Ciascun discorso non può non andare in una direzione ma la figura retorica cosa dice? È come se producesse continue varianti, continue nuove direzioni, e in questo è come se rilanciasse continuamente il desiderio, direi che la figura retorica, per dirla così è il motore del desiderio, possiamo anche pensare in questo modo che la figura retorica instaurando nel discorso un’altra direzione, quasi produce il desiderio, è come se continuamente dicesse c’è ancora da desiderare, c’è ancora da muoversi, c’è ancora da fare e sembra che gli umani siano fortemente attratti da questo ma non è un’attrazione personale, come dicevo, è il linguaggio in cui e per cui vivono, che li costringe a fare questo a cercare in definitiva sempre e continuamente delle varianti. Allora torniamo all’esempio di prima, dal quale ci siamo un po’ allontanati per fare delle precisazioni del discorso che afferma che comunque andrà sempre tutto male. Affermare questo è come produrre una scena in cui la catastrofe è avvenuta, questa catastrofe è una forte produttrice di emozioni, è come se si ponesse come la variante più importante, quella ultima, quella definitiva, l’ultima variazione, come se si ponesse effettivamente come l’ultimo godimento, quello finale, quello mortale poi in ultima analisi, dopo quello non deve esserci più niente. È chiaro che è sempre un’attesa di questa catastrofe, perché qualunque cosa potesse mai accadere anzi la catastrofe più colossale non sarà mai comunque quella che ci si sarà immaginata, quella che si immagina non si verificherà mai, non può verificarsi perché sarebbe l’elemento fuori dal linguaggio, sarebbe l’ultimo anello della catena, l’ultima parola. Ora perché una cosa del genere produce una forte emozione? Perché è considerata come l’ultima virata del linguaggio, quella estrema ed è una forte emozione, come vi dicevo, messa al posto del godimento tutto, definitivo, che non lascia più nulla a desiderare letteralmente. E quando interviene questa formulazione della catastrofe imminente? Interviene come ciascuna figura retorica là dove la situazione cioè il discorso langue, per così dire, non è casuale che una affermazione come questa che dice che comunque le cose andranno male, interviene proprio al momento in cui le cose vanno bene e lì, forse dicevamo martedì alla conferenza, lì che qualcosa non è più tollerabile, e non è tollerabile perché non interroga più, se le cose vanno bene, paradossalmente, cessano di interrogare, è come se ogni cosa fosse al suo posto e lì dal suo posto inamovibile, a quel punto è effettivamente la catastrofe, e allora ecco deve intervenire qualche cosa, qualche cosa che produca una variante uno spostamento, solo che se in alcuni casi, questo è un dettaglio clinico, se la situazione che si sta vivendo è quella che si è per così dire, sempre desiderata, allora il problema è ancora maggiore, perché se io ho raggiunto ciò che volevo nella mia vita, adesso che cosa faccio? A questo punto l’unica salvezza è immaginare che qualche cosa accadrà per cui ciò che ho ottenuto venga distrutto, e quindi ci si adopera per distruggere ciò che si è raggiunto cioè ciò che si è acquisito. Ora questa formulazione può intervenire anche dove non si è ottenuto ciò che si desiderava ma può intervenire quasi come una sorta di ancora di salvezza, comunque sia, comunque andranno le cose io so che andando a finire malissimo, in ogni caso sarò garantito dall’avere questa forte emozione, sono garantito che comunque il discorso prenderà un’altra piega, quella peggiore ma è comunque una piega differente. Perché anche nel luogo comune generalmente si tende ad affermare che le cose andranno male? E ciò che ci si aspetta è sempre qualcosa di negativo perlopiù a meno che ciò che si desidera sia molto lontano da raggiungere e allora si è tranquilli che non lo si raggiungerà. Ma se invece si approssima allora interviene questa sorta di pessimismo, è come un’assicurazione, so che sto per raggiungere ciò che volevo o quanto meno è possibile, e si avverte il rischio che questo comporta, cioè dell’arresto del discorso e quindi ci si lascia quest’asso nella manica: sì lo raggiungerò ma dopo succederà una catastrofe di proporzioni bibliche il cielo si squarcia, il mare si trasforma in un oceano di fuoco...

 

Interventi vari...

 

Certamente. Ciò di cui parlavo è una fantasia, in effetti la catastrofe che si attende non arriva mai, questo lo abbiamo già detto, non arriverà perché qualunque cosa potrà accadere non collimerà mai con ciò che io ho pensato, sarà sempre un’altra cosa, ma è una costruzione che si fa, questa dell’attesa della catastrofe, in modo da potere comunque continuare a pensare che ci sarà una svolta comunque, anche nella paralisi più totale, che potrebbe essere costituita dal raggiungimento di ciò che desidero, comunque questo non comporterà l’arresto perché interverrà questa svolta violenta, questa svolta repentina, prima parlavo di assicurazione, in un certo senso sì, ma di fronte a un discorso come questo, che dicevo prima cioè che afferma che avverrà una catastrofe , qual è la questione su cui occorre puntare l’attenzione? Sulla quale intervenire? Insomma la domanda è questa, è possibile costruire per esempio, una o più proposizioni che arrestino una simile superstizione cioè una simile necessità, poi in definitiva, la necessità che ci debba essere comunque una variante non tenendo conto che comunque, inesorabilmente una variante c’è, anche adesso che sto parlando, come dire che tutto ciò che il discorso sta ponendo, in questo momento, non viene accolto, non viene accolto ed è per questo motivo che si fa come se non ci fosse nessuna variante, ma come se...di fatto c’è, ogni volta e sempre inesorabilmente, non accogliendola ci si condanna alla noia, perché mentre parlo il discorso prende un’altra piega, ma se io non accolgo questa direzione? Faccio come se non avesse preso quest’altra direzione, allora diventa monotono letteralmente, diventa unidirezionale, cioè è come se non ci fosse mai nulla che interviene in questo discorso a dare un’altra piega, un’altra direzione. In molti casi allora è l’attesa che accada qualche cosa nel mondo che mi provochi questa emozione, come appunto una catastrofe, si tratta allora di intendere che cosa impedisce l’accoglimento di tutte le infinite varianti che intervengono nel discorso, e qui si avverte quella struttura paradossale, che già Freud aveva considerata, e cioè che da una parte c’è la richiesta di assoluta sicurezza e stabilità e simultaneamente la richiesta di forti emozioni, che sono assolutamente contraddittorie. E questa è la condizione in cui perlopiù vivono le persone, è chiaro che posta in termini così antinomici non ci sarà mai una possibilità di fare combinare due cose che sono totalmente contrarie. È come se fosse o si immaginasse un unico gioco linguistico senza tenere conto che sono due giochi differenti con regole differenti, e finché si continua a immaginare che la regola sia una, ci si trova inesorabilmente di fronte a questo paradosso. Una situazione come questa può sbloccarsi a condizione che io possa accogliere le varianti del discorso e quelle che il discorso produce continuamente, a questo punto non ho più bisogno di assicurarmi che il discorso prenderà un’altra piega comunque, perché mi accorgo che la prende comunque ininterrottamente, e ciò che impedisce di accogliere questo fatto è uno dei due corni del dilemma e cioè la necessità che tutto sia saldo, stabile e sicuro, e quindi questo costringe a eliminare tutto ciò o molte di quelle cose che sono delle varianti, quelle che potrebbero dare insicurezza, sono varianti ma non vengono accolte, non vengono accolte e quindi incomincia la ricerca di qualche cosa che dall’esterno, perché è come se il discorso non potesse più, perché si sbarrano tutti gli accessi, la ricerca di qualche cosa dall’esterno cioè della quale io non sono responsabile. In altri termini che cosa consente di accogliere le infinite varianti del discorso? Ciò che generalmente chiamo responsabilità, è il trovarsi responsabili di ciò che si dice, dei pensieri che intervengono delle fantasie, dei desideri qualunque cosa, questa pare essere una delle condizioni per potere accogliere queste infinite varianti. Le varianti non sono altro che le regole per giocare altri giochi linguistici. Una persona che afferma che comunque le cose andranno sempre male, è come se non potesse accogliere le regole per giocare altri giochi linguistici, ma soltanto questo. Se io, per esempio, affermo che sto facendo questa cosa ma comunque non riuscirò, andrà male, succederà qualcosa che fa andare tutto storto, io mi trovo in un gioco che è come se fosse programmato, cioè se avviene una certa cosa allora succederà quest’altro, se faccio una cosa che mi diverte sicuramente andrà a finire male, per esempio, questo schema inferenziale così rigido, non viene accolto come una produzione del linguaggio, cioè come una mia produzione, ma come un fatto naturale, cioè le cose sono così e anche un senso in questo caso è unidirezionale, un senso univoco, cosa cosa comporta che il senso sia unico? Comporta l’esclusione che si diano altri giochi linguistici, che si diano cioè altre regole, se una cosa la desidero e questa, per esempio, non la otterrò, questa è una regola, corrisponde alla grammatica del mio discorso, la quale dice che se desidero una certa cosa, non la otterrò o se la ottengo la perderò, questa è la grammatica di questo discorso, ma anziché come grammatica del discorso spesso viene presa come una procedura linguistica e cioè come qualcosa di assolutamente necessario, le cose sono così e non possono essere altrimenti, ma cosa costringe a pensare una cosa del genere? che cosa blocca un gioco linguistico per esempio, l’unica regola? Ché questa è una questione, ché è come se si trovasse un discorso bloccato che non ha accesso a nient’altro. Questa è sempre una questione che è sempre comunque difficile da affrontare, ma così di primo acchito potremmo dire questo, che ciò che blocca il discorso è ciò che Freud chiamava il tornaconto, cioè il vantaggio, in questo caso il vantaggio è di poter continuare a pensare a una inevitabile variante del discorso, una inevitabile altra piega che il discorso prenderà e produrrà una forte emozione, senza il tenere conto che già il pensarlo adesso già produce un emozione . Ciò su cui occorre lavorare è questo una necessità di attendere dagli eventi queste emozioni, cioè queste varianti, anziché accogliere quello che il discorso produce, poi le varianti sono le produzioni del discorso, non altro che questo, ma che cosa impedisca al discorso di accogliere quelle varianti che produce ininterrottamente, questa è una questione straordinariamente ardua da affrontare e ancora più ardua da formalizzare...

 

Interventi

 

Questa attesa che l’emozione venga da altro che non sia il discorso, è esattamente ciò che io indico come il discorso religioso, che poi si configura con gli dei, con varie cose e poi neanche necessariamente gli dei, può essere qualunque altra cosa, ma è comunque l’attesa che la salvezza venga da un elemento fuori dalla parola, questa è propriamente la struttura religiosa...

 

Interventi

 

Un discorso che giunga sempre a quella conclusione per cui le cose andranno sempre a finire male è un discorso religioso, non può provare una cosa del genere e dunque come lo sa? Lo crede, lo crede senza poterlo provare, credo qui absurdum diceva Tertulliano e più è assurdo e più lo credo e lo credo perché mi solleva dalla responsabilità di ciò che dico, la questione come vedete riconduce sempre a questo aspetto, è centrale in tutto ciò che andiamo facendo, della responsabilità del discorso che procede dalla constatazione che nulla è fuori dalla parola, e dunque tutto ciò che avviene, tutto ciò che dico, tutto ciò che avviene, non sono responsabile nel senso che...ciò avviene nel discorso in cui mi trovo, ora se per esempio mi casca una tegola sulla testa mentre sto passando, chiaramente di questo non sono responsabile

 

Intervento

 

La questione più difficile da intendere è che questa tegola che mi cade sulla testa, senza il linguaggio non sarebbe mai caduta, né sarebbe mai esistita, né tutto ciò che accade sarebbe mai esistito, questa è sicuramente la questione più ardua da considerare, solo che è inesorabile, inesorabile proprio prendendo il discorso occidentale rigorosamente e portandolo alle estreme conseguenze. Dunque vedete come un gioco linguistico è dato dalle regole che lo fanno esistere cioè dalla sua grammatica, nell’esempio che abbiamo fatto la grammatica del discorso comporta una struttura religiosa. La struttura religiosa è quella che si trova in una bizzarra condizione perché afferma alcune cose e supportandole da argomentazioni più o meno logiche “ finirà male perché tanto tutto è finito male, quindi sempre è tutto finito così, vedi il mondo come funziona, finisce sempre tutto male” dunque è supportato da pseudo argomentazioni logiche, senza per altro attenersi minimamente alla logica, la quale logica, una affermazione come questa la considera nulla, “è sempre stato così” questo non significa nulla, assolutamente niente, questo può indurci, appunto questa è una induzione a pensare che possa accadere ma che io decida che accadrà, questa è una mia decisone. Ed è di questo che occorre che io tenga conto perché tenendone conto la questione cambia completamente. Se io soffro per qualche cosa, qualunque cosa sia, immagino generalmente che questa sofferenza sia causata da un elemento esterno, per cui se succede questo allora soffro, non è esattamente così, la mia sofferenza è una mia decisione, io posso soffrire sapendo perfettamente che sono io che lo voglio fare, sapendo questo soffro anche magari, ma la cosa è totalmente differente, diventa una questione estetica nel senso che a me piace così, per cui lo faccio. Certo. Cosa cambia? Cambia il fatto che ritrovandomi responsabile di ciò che sto facendo in nessun modo posso attribuire la responsabilità all’altro, accusarlo e attendermi quindi che dall’altro arrivi la mia salvezza, ché la salvezza non c’è, se sono io che desidero, che decido di soffrire non posso attendermi dall’altro che io cambi decisione, ma sono io che ho deciso CAMBIO CASSETTA Tutto questo ha una portata clinica notevole, perché è propriamente questo ciò che occorre che si verifichi, l’accoglimento della responsabilità, è un altro modo di affermare la questione che vi dicevo qualche incontro precedente e cioè che l’itinerario analitico occorre che giunga a porsi come ricerca linguistica, accogliere la propria responsabilità è una ricerca linguistica, perché la responsabilità consiste nell’accogliere che il discorso che sto facendo e quindi quello che produce le cose che ho intorno, è una mia produzione, non di altri. È come se ciascuna volta occorresse domandarsi di fronte a ciascun discorso che in qualche modo vieta o interroga, qual è la grammatica di questo discorso, a quali condizioni posso farlo, che cosa occorre che io creda per potere giungere alle conclusioni cui giungo? Questo può costituirsi, così anche come esercizio, esercizio retorico, in quanto è ciò che consente di inserire delle varianti, alla grammatica del discorso, per questo spesso dico che non c’è via se non quella di portare le affermazioni alle estreme conseguenze ma alle estreme conseguenze intendo questo, estreme conseguenze logiche. Per esempio, rispetto al discorso che si faceva prima quello della catastrofe finale, io posso provare una cosa del genere che ci sarà la catastrofe finale? No. Allora perché lo credo? Infinite altre cose accadono che io non posso provare e alle quali non credo, perché a questa sì? Cos’ha di particolare? Ha una funzione che altre non hanno e se non hanno questa funzione non sono credute. Così come la religione quella ufficiale, ha una funzione che è quella di consentire a ciascuno che ci creda, di pensare che la salvezza venga da qualche elemento fuori dalla parola, che quindi non sono responsabile del linguaggio, che quindi le cose sono garantite da un dio che ha questa funzione, lo stesso pensare che le cose andranno male ha una funzione, per questo è creduto. Non avrebbe nessun motivo di essere creduto qualcosa del genere e a che cosa serve, un utilizzo è quello che abbiamo visto prima, una sorta di assicurazione comunque ho l’asso nella manica, comunque anche di fronte all’arresto, almeno apparente, alla paralisi del discorso, ci sarà qualche cosa che mi garantisce primo che comunque ci sarà una nuova variante e qualcosa che mi scuote, secondo che questa cosa non verrà da me e quindi non sono io che la produco e cioè non ho da confrontarmi col mio discorso, mi basta stare in attesa che arrivi la catastrofe, e prima o poi arriverà. I giochi linguistici sono fatti in modo tale da soddisfare qualunque esigenza, perché la grammatica di ciascun gioco linguistico, può variarsi, al punto da costruire infiniti giochi linguistici, infiniti, di questo occorrerebbe rendersi conto e cioè partendo dalle stesse considerazioni è sempre possibile costruire un gioco linguistico con un’altra grammatica che afferma esattamente il contrario. Facendo il verso allo scientismo se le cose sono sempre andate male, la legge delle probabilità sempre di più conforta pensare che cominceranno ad andare bene, uno può giocare anche con queste sciocchezze, ma appena per dire che qualunque certezza che si formula, non è supportata da nulla se non dal discorso religioso, è l’unico

supporto possibile, cioè credo qui absurdum, è la sola cosa che può far credere, e più è assurdo e più ci credo. Se pensate a questo fatto così curioso il discorso occidentale cerca sempre di affermare le cose attraverso la logica e poi invece la abbandona, è curioso come funzioni per ciascuno, questo utilizzo bizzarro della logica, affermare che è sempre successo così, e allora?

 

Intervento

 

Che presuppone che primo che quello di oggi sia peggiore di quello di una volta, secondo che abbiamo un criterio ben saldo per stabilire che cosa è meglio e che cosa è peggio, e ancora credere che sia proprio così...

 

Intervento: c’è differenza nel pensare che tutto andrà male e il pensare che tutto andrà bene, cioè il pensare positivo?

 

Sì al pari dell’altra formulazione è come se si attendesse qualcosa dal futuro, è una sorta di attesa, in un certo senso la struttura non è molto diversa in entrambi i casi è come se la risposta a qualcosa che sta avvenendo, dovesse venire da un altrove, un altrove che sarà in condizioni di produrre questo. Perché se ci pensate bene tra l’affermare che andrà bene e l’affermare che andrà male non c’è molta differenza, quello che afferma che andrà male sta affermando che andrà bene, a modo suo, e cioè che ci sarà comunque qualche cosa...e quindi entrambi si aspettano qualche cosa che darà soddisfazione. Sì, di per sé la cosa può essere indifferente, certo che se questa attesa diventa ciò che pilota l’attuale, può costituire un problema, è un altro modo per non accogliere ciò che sta producendo adesso, e cioè ciò che il discorso produce in questo momento, cioè io non ascolto ciò che il mio discorso dice e produce, io dico che andrà bene e quindi è come se mi assordassi con questa attesa, così come quello che dice che va male, abbiamo visto che tutto sommato sono due facce della stessa cosa, in ogni caso è l’attesa di qualche cosa che in ogni caso dovrà soddisfare delle attese, delle esigenze, delle richieste, ma che sposta l’attenzione da ciò che sta avvenendo adesso...

 

Interventi

 

Occorre sempre tenere conto che un’ attesa...negli anni settanta andava di moda il mondo migliore, migliore per chi? Per me? E se per qualcuno fosse già il mondo migliore? E poi ciascuno avrà un’idea differente di questo mondo migliore, da qui, il passo che si compie spesso è il terrorismo e cioè imporre...è un po’ l’utopia delle brigate rosse, imporre con la violenza quello che per loro era il mondo migliore. Solo che viene imposto con le armi ad un certo punto, e allora è da valutare se ...ha sempre dei risvolti un po’ drammatici questa cosa, anche per Hitler il progetto che lui aveva in testa corrispondeva al mondo migliore, altri non avevano lo stesso criterio, e glielo hanno impedito, però di fatto per lui era sicuramente il mondo migliore, il migliore dei mondi possibile, quello in cui governava solo lui, ovviamente...

 

Intervento:

 

Vede la difficoltà del convivere con le persone è la stessa difficoltà che ha ciascuna religione di convivere con un’altra religione, si combattono ma convivono perché sanno che si sterminerebbero, cosa che quando possono fanno, ma è sempre uno scontro religioso uno scontro di opinioni, è una guerra di religione, cioè io credo questo e questo devi crederlo anche tu, credo nel dio uno e trino...

 

Intervento: ci vuole tolleranza...

 

Sì, tolleranza che è sempre molto problematica, perché la tolleranza non è altro che accogliere l’eventualità che altri abbiano una religione differente dalla mia e in fondo è questa la tolleranza, così come la chiesa cattolica tollera la presenza degli ebrei, gli ebrei tollerano la presenza dei mussulmani e così via...i mussulmani non tollerano la presenza...sono agitati continuamente...perché se ci si riflette bene la tolleranza di fatto potrebbe non esistere ma non perché son tutti intolleranti, se non si desse un pensare religioso non ci sarebbe bisogno di tollerare alcunché, non ci sarebbero altre religioni diverse dalle mie, perché io non ho nessuna religione

 

Intervento

 

La questione centrale nel discorso che abbiamo fatto questa sera è questa, ciò che io credo, qualunque cosa sia, non ha importanza, ciò che io penso può essere provato? No. Allora perché lo credo e perché lo penso? E qual è il tornaconto. Ora uno potrebbe dire, non tutto quello che dico necessita di dover essere provato, perché no? Se io affermo una cosa e questa non può essere provata allora è tanto vera quanto falsa, cioè non è credibile e io devo credere che sia vera, ma non posso provarlo in nessun modo. Questo comporta immediatamente che se io penso questa cosa non è perché è così, ma perché io decido che è così, è una mia decisione di cui mi assumo la totale responsabilità. Questa è la questione centrale, perché nulla mi costringe a credere nel senso che non posso provarlo e il linguaggio è fatto in modo tale da costringere proprio per la sua grammatica, se io voglio fare un’affermazione, affermare che sia vera, che debba essere provata, attraverso le regole del linguaggio e siccome non posso provare assolutamente nulla, ciascuna affermazione che io compio, di ciascuna affermazione che io compio mi assumo la totale responsabilità nel senso che è una decisione, io ho deciso che è così, se tutte le cose andranno male, se affermo questo, e sono io che ho deciso che è così, mi trovo di fronte ad un altro discorso, e mi chiedo perché l’ho deciso, se invece penso che sia un fatto ineluttabile non mi chiederò assolutamente niente, ma sarà così per sempre. Le parole fanno questo costringono, costringono a dirne altre, questo fanno le parole, è una costrizione da cui non si può uscire, ma di questo parliamo giovedì prossimo, a proposito di Austin J.L. Austin....un altro pilastro...

 

Intervento: io mi trovo a dire ad una persona ti amo e lei si trova a dire ti amo è difficile considerare che non è lo stesso amore

 

Questo esempio è interessante perché è come se si trovasse a fare un gioco in cui entrambi accolgono le regole, e allora dicendosi l’uno con l’altra, ti amo, ciascuno sa come utilizzare questo elemento linguistico in quanto accoglie le regole di quel gioco. Certo non può sapere cosa l’altra persona associa, pensa, associa a questa mossa, io dico mossa perché è come una partita a scacchi, entrambi i giocatori accolgono le regole del gioco degli scacchi ma nessuno sa che cosa pensa l’altro, che cosa produce nell’altro una certa mossa, sa che necessariamente se ha fatto questa mossa l’altro ne farà delle altre all’interno, nell’ambito delle regole di quello che è il gioco degli scacchi, ma che cosa sta pensando, cosa ha prodotto in lui questo gesto, questo non lo saprà mai...

 

Intervento

 

Si possono chiarire soltanto le regole del gioco che si sta usando...

 

Intervento: in questo discorso perché no ci si sente come dei piccoli dei

 

C’è l’eventualità che si ponga se è creduto, come una religione, è soltanto un altro gioco con la sua grammatica, occorre tenere conto che fuori da un gioco linguistico queste proposizioni sono nulla

 

Intervento: può intendere che sta giocando il gioco del dio

 

Certo allora va bene così, allora va bene così come volevano gli gnostici....

 

 

 

4-12-1997

 

AUSTIN

 

Allora dunque Austin J.L. morto giovane...perché ci interessa Austin? Perché lui incomincia a considerare alcuni verbi cosiddetti performativi, i verbi performativi sono quelli che compiono l’azione che dicono di fare, come per esempio prometto, spero, giuro cioè dicendo questa cosa fa esattamente ciò che dice di fare, mentre grammaticalmente non sono considerati performativi i verbi come mangio, generalmente dire di mangiare non comporta di mangiare, però, dice Austin, che ciascuna volta i verbi che lui divide come la grammatica tra performativi e constativi, i performativi sono quelli appunto, che come dicevo prima, sono quelli che fanno ciò che dicono di fare e quelli constativi che sono quelli che, come dice la parola stessa constatano qualche cosa, cioè affermano qualche cosa, ecco la differenza dice lui non è così notevole poiché ciascuna volta che io dico qualche cosa in effetti faccio qualcosa e comincia per esempio da alcuni verbi fa l’esempio del battezzare una nave, dico: battezzo questa nave; ora perché io possa effettivamente, come dice lui, fare questa operazione occorrono delle condizioni, che io sia preposto a fare questa operazione intanto, che ci sia una nave da battezzare e tutta una serie di altri elementi. Se io vado in un porto prendo una bottiglia di champagne e la scaravento contro una nave e dico: ti battezzo, non per questo si considera veramente che io abbia battezzato una nave, occorrono delle condizioni e allora questo verbo battezzare, in questo caso raggiunge il suo scopo se ci sono delle condizioni, cioè quelle che generalmente sono accolte, perché questo battesimo abbia un esito. Lui indica con questo termine “felicità” l’adempimento di queste condizioni, se io sono preposto a battezzare una nave, se ci sono tutte le condizioni e faccio questo, allora l’enunciato, dice Austin, è felice cioè raggiunge il suo scopo, e infelice nel caso contrario. Ma la cosa può andare più in là in effetti, ciò che io dico, qualunque cosa dica produce qualche cosa, come dire che ciascuna proposizione produce un’altra proposizione. Possiamo dire che fa ciò che dice di fare? Proviamo a considerare bene la questione, una proposizione afferma una certa cosa x, adesso non importa quale, affermando questa cosa x, la produce, la produce perché produce un’altra proposizione, questa affermazione che faccio è un’altra proposizione, poniamo che affermo domani andrò alla posta. Ora per Austin questo enunciato è un enunciato felice se effettivamente domani andrò alla posta, se ci sono le condizioni se...tutta una serie di cose, però consideriamo meglio questa affermazione cosa produce? Ha degli effetti ovviamente, noi potremmo dire che perché funzioni, perché questa proposizione in qualche modo abbia un senso, occorre che chi la dice almeno, se non chi la ascolta abbia degli elementi per intendere ciò che sto dicendo, quindi sappia che cos’è la posta, sappia che io ci posso andare, tutta una serie di altre cose, quindi affermando che domani andrò alla posta io faccio qualche cosa...generalmente si considera che se io affermo che domani andrò alla posta con questo non sono andato alla posta, ovviamente e né è sufficiente che io lo dica perché ci vada, occorre che io compia questa operazione, questo generalmente cioè all’interno di (dicevamo la volta scorsa) di un particolare gioco linguistico, che ha una regola, una fra le altre e dice che se io affermo una cosa del genere allora si produrrà un evento tale che conferma, sempre all’interno di questo gioco, conferma l’affermazione precedente, però, però affermando che domani andrò alla posta questa affermazione che io faccio non è sganciata, non è fuori dalla parola, cosa comporta questo? Comporta che affermare una cosa del genere produce altre proposizioni, che possono essere immagini, sensazioni, attese, qualunque cosa non ha importanza, produce, diciamola così, generalmente, genericamente, produce altre proposizioni, ora queste altre proposizioni che vengono prodotte da questa affermazione “che domani andrò alla posta” sono ciò che questa affermazione produce, sono l’effetto di questa proposizione. Ora perché diciamo che anche questo verbo è perfomartivo? (di per sé non lo sarebbe) Perché attenendoci a quanto dice Austin, ma non seguendolo qui più di tanto, perché sono performativi i verbi che fanno qualcosa, ha deciso che fanno ciò che dicono di fare, in questo caso noi ci limitiamo a considerare che performativo è ciascun verbo che produce, che fa qualche cosa. Perché se noi dicessimo che fa quello che dice, già, ma che cosa dice esattamente? Qui abbiamo bisogno di un criterio per stabilire il senso di una proposizione e allora affermare che andrò alla posta ha un senso particolare all’interno di un certo gioco linguistico, ma se fossimo, adesso faccio un esempio molto banale, se fossimo in guerra e usassimo un codice cifrato per trasmetterci informazioni o messaggi, magari dire domani andrò alla posta, ha tutt’altro significato, vuol dire occupare la collina tal dei tali, e allora cosa possiamo trarre da questo? Che per poter dire che un verbo perfomativo nell’accezione corrente del termine raggiunge o è felice come dice Austin, è necessario stabilire un criterio che verifichi il senso di questa proposizione, soltanto a questo punto noi possiamo stabilire se questo enunciato è felice oppure no, soltanto se noi possiamo stabilire quale ne è il senso. Stabilire qual è il senso di una proposizione, come abbiamo vista negli incontri precedenti, soprattutto rispetto a Wittgenstein, non è altro che stabilire o reperire quali sono le regole del gioco in cui è inserito. Se noi volessimo proprio dirla tutta, con o contro Austin non ha nessuna importanza, un enunciato è felice se, cioè raggiunge il suo obiettivo, se e soltanto se, sono stabilite certe regole del gioco. Affermare la proposizione che dice io battezzo questa nave non è felice se io per esempio non sono preposto a questa operazione, non è detto che sia proprio esattamente così, occorre stabilire quali sono le regole del gioco prima, perché se con questo enunciato io intendo trasferire un messaggio in codice ad un’altra persona allora l’enunciato è felicissimo, perché l’altro capisce perfettamente quello che dico, o intendo dire: io battezzo la nave vuol dire comprare la banca. Certo, in codice, ecco allora Austin prima di affermare una cosa del genere avrebbe dovuto forse considerare più attentamente la questione che l’enunciato è felice se soddisfa delle condizioni, ma queste condizioni non sono altro che le regole o la grammatica del gioco in cui è inserito, se cambiamo la grammatica l’enunciato anche se secondo lui non è affatto felice, invece è felicissimo come nel caso di una variazione semantica dovuta alla produzione di altre regole, per esempio quella di un codice cifrato. Ma a noi è interessato Austin perché ci ha indotto a pensare che ciascun atto linguistico di fatto è performativo e cioè fa quello che dice, perché è il dire qualcosa che è il fare propriamente, come se, e qui ancora Austin è discutibile, il fare fosse altro dal dire. Ora noi possiamo anche affermare questo, ma se e soltanto se, come dicono i logici, stabiliamo una grammatica tale che fra le sue regole comprende quella che distingue il fare dal dire, se no, no, perché il dire non è un fare? Dicendo, io faccio qualcosa cioè dico e quindi risulta inalienabile il fatto che dicendo faccio o dicendo dico, che è la stessa cosa. E allora a questo punto non c’è non solo verbo, ma non c’è enunciato, non c’è affermazione che non sia performativa cioè che non faccia ciò che dice, cioè che cosa fa ciascuna affermazione? Dice, dice quello che dice. Anche Austin scivola fra i due aspetti con i quali ci troviamo spesso ad avere a che fare cioè quello logico e quello retorico, dal momento che per alcuni versi pare considerare questioni logiche, cose che sono prevalentemente e prettamente retoriche, allora se noi consideriamo che all’interno di un certo gioco linguistico, stabilite certe regole allora se l’enunciato si comporta in un certo modo è felice, va bene ma è all’interno di un gioco prettamente retorico, potremmo anche dire parafrasandolo sempre Austin, che una metafora come quella che afferma che Don Abbondio non aveva certo un cuor di leone, del Manzoni, ha un esito felice se e soltanto se, la persona cui mi rivolgo è in condizioni di cogliere questa metafora, e cioè sa che questa è una metafora, allora l’enunciato è felice, ma all’interno di certe regole del linguaggio, all’interno di certe regole del gioco meglio, e allora potremmo più precisamente dire a fianco a Austin, che un enunciato è felice, usiamo questa sua infelice formulazione, un enunciato è felice se soddisfa le condizioni del gioco linguistico in cui è inserito. Questo però Austin non lo dice, non lo dice perché immagina che sia una questione logica mentre non lo è, abbiamo visto che se variano le regole del gioco in cui è inserito un certo enunciato, questo può essere felicissimo in tutt’altre condizioni da quelle che lui immagina. Però dicevo l’aspetto interessante quello che ci ha indotti a leggerlo e a riflettere sulle cose che dice è che dicendo io faccio qualcosa, necessariamente. Perché necessariamente? Perché se dico, dicevamo forse la volta scorsa, se dico dico necessariamente qualcosa, quindi faccio qualcosa, non posso dire senza dire nulla, non posso dire e non dire, cioè posso farlo ma come figura retorica e allora si chiama, ha un nome particolare noto come aposiopesi, cioè il tacere delle cose: dire e non dire. Ho visto quella persona fare delle cose e non dico altro, che è un modo per non dire, ma dire invece un sacco di cose, è come dire che quella persona ha fatto quello più infinite altre cose il cui tacere è bello, direbbe Dante. Dunque dicendo faccio inesorabilmente, questo ci costringe a considerare che ciascun atto linguistico è performativo e questa è una questione logica e potremmo dire che è una procedura linguistica, in quanto non è negabile, tutto ciò che non è negabile all’interno del linguaggio, noi lo consideriamo una procedura e cioè uno degli elementi di cui il linguaggio è fatto, e di cui non potrebbe fare a meno salvo dissolversi. Ma a fianco a questo ci sono moltissime considerazione e qui ecco che interviene la questione dell’intenzione, se io dico domani verrò, qualcuno mi chiede ci sarai domani? Sì domani verrò. Per Austin questo enunciato è felice se io intanto ho l’intenzione di fare questa operazione, quella di venire domani, e se effettivamente domani ci saranno tutte le condizioni che consentiranno il mio venire, nel caso invece che io affermo, senza averne l’intenzione, allora dice lui l’affermazione, l’enunciato non è felice, è quello che generalmente si chiama menzogna, mentire sapendo di mentire. Ma forse non è così semplice la questione, proviamo a considerare che cosa sia un intenzione, con intenzione generalmente si intende costruire una proposizione che afferma che la persona che la afferma sia atterrà a ciò che la sua proposizione afferma, ma cosa vuol dire questo esattamente? Lasciando da parte in cui l’affermare che domani verrò abbia un altro senso cioè sia inserito all’interno di un altro gioco, come abbiamo fatto l’esempio prima di un codice cifrato per esempio, che è ancora un’altra considerazione che può farsi e che Austin non fa, ma lasciando stare questo, affermare che domani verrò è in quanto proposizione inserita all’interno di un gioco linguistico, quello che si sta facendo mentre io faccio questa affermazione, ora questa affermazione che sto facendo ha un senso, quindi ovviamente all’interno di questo gioco linguistico cioè quello che mi trovo a fare, ed è questo gioco linguistico che dà il senso, cioè dice cosa vuole dire questa affermazione domani verrò, e se io la facessi per gioco? All’interno di un gioco che faccio con amici, può accadere, se facciamo il caso, tutti sanno che io domani non potrò in nessun modo venire a questo appuntamento, però dico giocando: domani verrò. Come la mettiamo in questo caso, mento o dico la verità? Non mento perché tutti quanti sanno benissimo che non sto ingannando nessuno è una menzogna lo stesso?

 

Intervento: è un modo di dire una cosa per dirne un’altra

 

Sì però in questo caso dico che verrò per dire che non verrò, e come è possibile una cosa del genere? Seguendo Austin una cosa del genere non ha nessuna collocazione, non è né felice né infelice, non è felice perché non soddisferò questa affermazione, ma non è neanche infelice...(...)sì perché in un certo senso soddisfa tutto sommato, cioè raggiunge l’obiettivo che è quello per esempio di far ridere gli amici, no? E quindi è felice, è felice sia in un caso che nell’altro cioè è infelice e simultaneamente è felice, e come è possibile questo fenomeno? E questo paradosso possiamo reperirlo all’interno del discorso di Austin, ma il paradosso si dissolve immediatamente se teniamo conto di quali sono le regole del gioco linguistico in cui è inserito questo enunciato, come sempre avviene, tutti i paradossi si dissolvono, tenendo conto che afferma cose differenti, ma apparentemente, nel senso che un’affermazione è corretta quanto la sua contraddittoria, soltanto che sono inserite in giochi differenti, per questo non c’è paradosso, se noi teniamo conto di qual è il gioco linguistico in cui è inserita un’affermazione. Prendete un’altra affermazione su cui i filosofi si sono divertiti parecchio, la divisibilità dello spazio, forse abbiamo già accennato a questo aspetto, se io affermo questo foglio è divisibile in un numero infinito di parti. Questo enunciato è felice se effettivamente è divisibile in un numero infinito di parti, cioè in questo caso c’è una verifica che consente di dividere infinitamente questo foglio. Però anche l’affermazione che dice che questo foglio non è divisibile all’infinito è felice, volete sapere perché? Provate a dividerlo all’infinito, ci riuscite? No e quindi dire o meglio l’affermazione che afferma che questo foglio non è divisibile all’infinito è felice così come l’affermazione contraria. Già una bella questione!

 

Intervento:

 

ecco lei dice teoricamente e praticamente...(con l’immaginazione si può) No con il calcolo. Praticamente lo è, perché io posso cominciare a dividere e lungo...queste sono 21, no 27,9 il foglio a 4, di 28 cm e poi segue io matematicamente posso andare avanti e quindi secondo il gioco matematico io posso dividerlo all’infinito. Lo posso fare se ho tempo voglia e quindi è divisibile all’infinito, però anche qui sorgono dei problemi, perché se è divisibile all’infinito, io devo avere la certezza e devo andare avanti all’infinito, e quando ho la verifica? Allora vedete che la questione di enunciati perfrormativi posta così come la pone Austin, si complica e può risultare meno semplice la questione di come la fa lui, però rimane di fatto che ci ha consentito di giungere alla considerazione che effettivamente ciascun atto linguistico è performativo cioè fa qualcosa, fa esattamente ciò che deve fare, cioè dire, in questo senso è sempre felice, non sbaglia mai cioè non esiste in questo caso l’enunciato infelice, esiste rispetto alla retorica e allora la retorica cosa dice? Giochiamo questo gioco che se tu non sei preposto per battezzare la nave, se la nave non c’è, se siamo in alta montagna...ecco allora affermare che battezzo la nave, è un enunciato infelice. Allora se facciamo questo gioco allora affermiamo che l’enunciato è infelice, ma occorre che giochiamo a questo gioco, non c’è l’enunciato infelice per definizione, che sia necessariamente infelice, lo è all’interno di un gioco particolare, con delle regole particolari. Questo ci porta a delle considerazioni, se noi affermiamo che ciascun atto linguistico è performativo diciamo che fa qualcosa e cioè dice, questa è la sola cosa che possiamo affermare con certezza, cioè nel senso che è un’affermazione necessaria, quindi l’unica cosa che possiamo affermare è che ciascuna affermazione dice qualcosa o se volete dirla altrimenti, la proposizione mettiamola tra virgolette “che io dica” comporta necessariamente che dica qualcosa, e cioè intanto il che io dica, che ho già detto. Questo solo possiamo dire necessariamente, ciò che aggiungiamo a questo è retorico cioè non è necessario, non è necessario e quindi viene affermato o ha un senso unicamente a partire da quelle regole che fanno quel gioco, come dire che Austin sta giocando un certo gioco che ha delle regole, e soltanto tenendo conto di quelle regole, ciò che lui dice ha un senso, fuori da quelle regole no, non significa niente. Ma proviamo a portare ancora la cosa oltre, prendete cio che sto dicendo adesso, sta sera, tutto ciò che dico muove all’interno di un certo gioco linguistico, che cosa faccio nel dire le cose che sto dicendo? produco proposizioni, questa è la cosa che possiamo dire con certezza, e produco anche del senso, queste proposizioni hanno un senso, cioè hanno una direzione, questa direzione, questo senso è fornito dalle regole che stanno intervenendo in ciò che dico, le regole sono moltissime generalmente quando si parla, e soltanto attenendomi a queste regole le cose che io dico hanno un senso, provate a considerare un qualunque enunciato che voi vi trovate ad affermare durante il corso della giornata o in modo ancora più interessante delle affermazioni che vi trovate a fare riguardo per esempio alla realtà, per esempio riguardo a come stanno le cose, queste affermazioni che fate hanno un senso ovviamente che è prodotto dalle regole del gioco linguistico che vi trovate a fare in quel momento. Sarebbe interessante considerare in ciascun momento, che ciascuna affermazione produce un senso unicamente a partire dalle regole inserite nel gioco che si sta facendo. Voglio dire questo, che se affermo che la tale persona sta facendo la tale cosa o anche addirittura che se lascio andare questo orologio per terra questo cadrà e magari si romperà pure, questa affermazione in quanto tale è nulla, non è né vera né falsa, non è né felice, né infelice, è niente, occorre un gioco linguistico in cui inserirla e soltanto a queste condizioni ha un senso, ma questo gioco linguistico, badate bene è un gioco linguistico, non è la realtà delle cose. Dicendo che, come facevamo l’esempio tempo fa, che un grave lasciato cadere senza nulla che lo tenga si precipiterà verso il centro della terra, anche questa affermazione è nulla, cioè non dice niente, assolutamente niente, non ha nessun referente. Questo può sembrare molto bizzarro, dal momento che l’osservazione lo conferma quindi l’affermare una cosa del genere sarebbe un enunciato felice, secondo Austin tra i più felici. D’altra parte tutte le definizioni che lui da di enunciato felice presuppongono l’osservazione, occorre qualcuno che osservi che le cose si verificano in un certo modo. Ma portiamo le cose alle estreme conseguenze e l’osservazione? Dell’osservazione cosa dobbiamo dire? Che garantisce che cosa? Che osserva che cosa esattamente? O l’osservazione è fuori dal linguaggio e allora osserva una realtà, cioè come dire metafisica cioè che va al di là... che va quasi al di là della percezione, oppure è nel linguaggio e allora lo stesso parlare di osservazione ha un senso unicamente all’interno di un gioco linguistico, o allora è fuori dal linguaggio oppure ha un senso a queste condizioni, e quindi appellarsi all’osservazione non è altro che uno spostare ma all’interno di un gioco linguistico, oppure ciò che osservo è reale, ma che cosa dico esattamente affermando questo? Che immetto a questo punto questo significante reale, per esempio, o vero, come preferite? Quando parlo di reale o di realtà ciò che dico ha un referente oppure no? Potrei dire referente fuori da se stesso, oppure no? Cambio cassetta

che possono sembrare oziose o marginali, però se si intende pensare in un certo modo e cioè giocare il gioco della logica per esempio, sono domande che è impossibile non porsi, allo stesso modo come è impossibile giocando a poker battere quattro assi con due sette, è impossibile rispetto a quel gioco, e così rispetto al gioco della logica non è possibile non porsi questa questione, cioè quando parlo di realtà questo significante ha un referente e se sì dove? Come lo so? E qui sorge qualche problema tentare di rispondere a questa domanda, sorge un problema perché qualunque risposta non è altro che un rinvio alla stessa domanda e cioè è una petizione di principio, il reale è quello che vedo, che è appunto ciò che chiamo reale, questo non ci porta da nessuna parte, come dire che il reale è il reale, e allora? E anche se la faccio più raffinata, come dire tutto ciò che cade sotto i sensi ma è sempre la stessa storia, non cambia assolutamente niente è sempre come dire il reale è il reale, dal momento che generalmente con reale si intendo proprio questo, ciò che cade sotto i sensi, ma se noi ci poniamo la questione in questo modo e cioè chiediamo a questo significante di autogiustificarsi ecco che allora incorriamo in paradossi, come sempre accade in queste circostanze, perché come può autogiustificarsi? deve uscire da sé, cioè trovare un elemento che dal di fuori lo giustifichi, ma uscendo da sé cessa di esistere, per così dire, non è niente. Quale altro elemento potrà giustificarlo? Un meta reale e così via all’infinito. Dunque parlare di reale fuori da un gioco linguistico non ha nessun senso in quanto non ha nessun referente, mentre un atto linguistico ha un senso perché ha un referente, e il referente di un atto linguistico è l’atto linguistico con le sue regole e le sue procedure, ché a questi si riferisce, ecco perché quando affermo che un grave lasciato cadere si precipiterà verso il centro della terra, affermo soltanto una proposizione che esiste unicamente all’interno di un gioco linguistico con certe regole, ma non ha nessun referente assolutamente nessuno, cioè fuori da un gioco linguistico che la produce è nulla, è niente, non ha nessuna esistenza, cioè non afferma niente. Trovarsi di fronte a queste considerazioni è ovviamente interessante per un verso, perché consentendo di distinguere in questo modo precisamente fra logica e retorica e cioè la logica è unicamente l’insieme degli elementi di cui il linguaggio è fatto e senza i quali il linguaggio si dissolverebbe, cioè non potrebbe esistere in nessun modo e la retorica tutto ciò che invece il linguaggio produce, che non risulta quindi necessario, affermare che questo è un pacchetto di sigarette non è necessario, è discutibile, gratuito, ma dire che io dica comporta necessariamente che dica qualcosa, invece è necessario, non è arbitrario, non è arbitrario perché se lo nego, nego l’esistenza stessa del linguaggio e non posso farlo perché per farlo ho bisogno del linguaggio. Ecco potere distinguere fra logica e retorica può essere importante anche nel pensare comune, perché dà immediatamente la misura dell’arbitrarietà e quindi della non necessità delle mie affermazioni, se non sono necessarie ne sono responsabile, anche paradossalmente affermando che un grave lasciato cadere si precipita verso il centro della terra è una proposizione di cui sono responsabile, non nel senso che affermo una legge che ho fatta io, non la ho inventata io questa legge della fisica, ma tengo conto che sto pronunciando una proposizione che non avendo nessun referente esiste all’interno del linguaggio e il linguaggio è ciò che mi costituisce, in questo senso ne sono responsabile, è una proposizione consentita da ciò stesso di cui io sono fatto, ed è una affermazione retorica, cosa vuol dire? Vuol dire sì che è arbitraria, certo non soltanto, vuol dire che è agganciata a infinite altre cose, ha una intenzione, che cosa intendo dire esattamente dicendo una cosa del genere? Se voi riflettete bene su questa questione, e la portate alle estreme conseguenze vi trovate ad un punto in cui è difficile proseguire. Proviamo a fare questo esempio, affermo che il solito grave cade ecc. bene! Quale è stata l’intenzione nel pronunciare questo? Enunciare una legge della fisica? Supponiamo che sia così, cioè enunciare che cosa esattamente? Una regola, una regola di un gioco, ora io posso domandarmi perché enuncio una regola di un gioco, allora posso darmi infinite risposte, perché questo mi serve per fare altri giochi, ecc. ma come vedete rimaniamo sempre nell’ambito di una catena retorica mai logica, che affermi una cosa del genere non è mai necessario, è sempre arbitrario cioè muove da una non necessità, muove da un gioco, così come se, sempre il solito poker, se io vedo che l’altro butta giù e viene a vedere con due otto, io con quattro assi risulta nell’economia del gioco, necessario che io metta giù i quattro assi e vinca la partita, ma non è necessario di per sé, è necessario all’interno di quel gioco. Questa è la differenza che pongo fra necessario e arbitrario e così tutto ciò che dice Austin nel suo saggio che pure va letto è arbitrario, non c’è nulla di ciò che dice che risulti necessario, e allora costruisce un gioco e per potere accogliere questo gioco, per potere dire che è così, occorre accogliere le regole del suo gioco, se no, no, se no quello che dice è nulla ed è anche confutabile come abbiamo visto, nel senso che le sue stesse affermazioni possiamo piegarle fino a formularle in termini paradossali, così come dicevo prima dell’enunciato domani verrò, che può essere felice e infelice simultaneamente, per Austin una cosa del genere non sarebbe concepibile, mentre abbiamo visto che è facile costruirla, e così come quando ciascuno afferma questa cosa è così, enuncia che è così se e soltanto se si accolgono le regole di quel gioco, se no la sua affermazione è niente, è nulla non ha nessun senso cioè nessuna direzione, quando dico che non ha nessuna direzione intendo dire che non c’è nessun modo per poterla utilizzare, questo modo molto wittgensteinianamente (difficile!) cioè non c’è un suo utilizzo, e non c’è nessun utilizzo delle affermazioni che fa Austin, fuori del suo gioco, perché basta che io le disponga in una forma paradossale e non c’è più nessun utilizzo, come l’esempio che si faceva prima “domani verrò” è sia felice sia infelice e allora che cos’è l’enunciato felice? Se posso costruire proposizioni che siano l’una cosa che l’altra? Perde ogni validità...

 

Intervento: parla di convenzione, del momento storico

 

La questione è che se portiamo alle estreme conseguenze una cosa del genere che pure lui dice, questa della convenzionalità, la cosa diventa ancora più sfumata e ancora meno utilizzabile. Facciamo l’esempio del battesimo della nave: io faccio un gioco con gli amici, adesso per noi quella nave si chiamerà Ninia. Io vado lì, tiro una bottiglia del solito champagne sulla nave, e allora ho battezzato la nave per i miei amici e per me, perché abbiamo fatto questo gioco, la nave è battezzata. E allora qual è la convenzione a quel punto? Se noi radicalizziamo la questione che Lei giustamente rileva lui pone della convenzione, la cosa diventa ancora meno utilizzabile

 

Intervento:

 

Sì, sì certo, non ha torto...quindi ci sono varie convenzioni, quelle che sono lì tutte vestite in pompa magna che battezzano la nave e invece noi quattro amici che battezziamo la nostra...in effetti si può leggere anche così Austin, noi abbiamo preferito leggerlo in un modo più interessante, perché letto anche in questo modo come è possibilissimo fare, diventa molto banale, e allora sarebbe come affermare che un enunciato ha un senso se questo è reperito dalle persone che sono presenti, per esempio, non è che con questo abbia detto chissà che, non ha detto niente....perché portato alle estreme conseguenze conduce questo discorso inesorabilmente a questo, che l’enunciato è felice se si attiene alla legge, se è fuori legge no, che può avere delle implicazioni anche drammatiche, per cui il matrimonio è valido se e soltanto se è sottoscritto da un ufficiale giudiziario, il sindaco. Questa è una terza lettura che può farsi di Austin ancora peggiore della precedente e cioè che l’enunciato è felice se si attiene ad un codice civile o penale e allora attribuire anche se non lo dice, l’enunciato felice e l’enunciato fuori legge. Fuorilegge cioè fuori dalle leggi convenute, e quindi torniamo al linguaggio come insieme non di regole di giochi linguistici, ma di leggi. Il linguaggio pensato in questo modo è una visione terroristica, perché allora c’è la verità, che è stabilita e deve essere osservata.

 

Intervento: ma la legge di gravità non si può confutare

 

Sì, si può confutare, naturalmente questa confutazione è possibile unicamente non accogliendo le regole di quel gioco, se io le accolgo allora no certo, se io accolgo le regole della matematica non posso negare che due più due facciano quattro. Perché non lo posso fare? perché se accetto le regole della matematica, accetto che due più due fanno quattro e quindi non posso negare ciò che ho già accettato, come premessa e così l’osservazione segue lo stesso cammino, io accetto certe cose, che certi eventi abbiano un certo significato. Quando io dico che vedo una cosa che cade, che cosa dico esattamente? Dico che osservo un evento, dico che questo evento che osservo ha certe prerogative e dico che queste prerogative sono vere, in definitiva dico che vedo qualcosa. Questo che sto affermando è una convenzione o un dato di fatto? Lei parlava di affermazioni scientifiche a quali condizioni una affermazione è scientifica, qui ci sono vari criteri già, però poniamo quello più diffuso quello popperiano, cioè che sia verificabile, che sia possibile costruire una proposizione che lo falsifica. È possibile costruire una proposizione che falsifica una certa affermazione se questa affermazione è verificabile, se per esempio io affermo che dio esiste, questa per Popper non è una affermazione scientifica, perché non posso costruire una proposizione che la confuti, dunque deve essere verificabile, qui comincia a sorgere qualche problema, perché se io dico che la verifico con l’osservazione visto che è l’osservazione stessa che io adesso sto considerando, non posso dire che confermo l’osservazione con l’osservazione, occorre un altro elemento, quale? Questa è una domanda che ci si può porre, duemilacinquecento anni fa, già i Sofisti mettevano in discussione una cosa del genere, e cioè la validità dell’osservazione, ma non solo loro, anche Aristotele tutto sommato, il quale si affida più alla logica che all’osservazione. Platone parla del Sofista come di un cieco, uno che non vede le cose: guarda quell’albero, descrivimelo, parlamene e allora io lo vedrò, vedrò qualcosa di ciò che tu mi stai indicando. Io posso dire che vedo qualcosa certo, ma ciò che tu stai vedendo io non lo vedo. Aggrapparsi all’osservazione come criterio è ciò che perlopiù viene fatto, ma senza tenere conto che questa osservazione viene data come necessaria, senza nessun criterio. Ora un discorso che vuole essere scientifico può fondarsi su un elemento che non ha nessun criterio di verifica? Voi direte di no e invece è esattamente quello che fa, assolutamente nessun criterio di verifica e questo viene assunto come criterio di verifica poi per altre cose. È un modo ben bizzarro di procedere che è tipico, nel senso proprio strutturale del discorso occidentale che impone quando si fa un’affermazione di poterla provare ma nega di poterlo fare cioè impedisce di poterlo fare, con che cosa? E questa dimostrazione, Wittgenstein si chiedeva chi dimostrerà la dimostrazione? Sì questo è la dimostrazione di questo e questo è la dimostrazione di questo, e di questa dimostrazione che cosa ce ne facciamo, dimostrare una cosa non è altro che compiere un percorso all’interno di un certo gioco cioè io stabilisco gli assiomi, come dire questo è così, poi stabilisco delle regole di inferenza e dico se succede questo allora io affermo che succede quest’altro e l’ultima proposizione di tutta questa catena si chiama generalmente teorema, che è quello che dimostra tutto il percorso, e noi la chiamiamo dimostrazione, ciò che è dimostrato non è altro che l’essermi attenuto scrupolosamente alle regole del gioco stabilito, la dimostrazione non dimostra nient’altro che questo, che mi sono attenuto rigorosamente alle regole del gioco che ho stabilito, intendo dire questo, che un’affermazione scientifica non ha un referente fuori di sé da qualche parte, se no torniamo alla questione precedente, se sì dov’è? Come lo so? E l’osservazione perché dovrebbe essere un criterio più valido di qualunque altro? Abbiamo visto che anche storicamente non è sempre stato considerato così, gli antichi non lo consideravano affatto un criterio di verifica...consideravano per esempio... Aristotele la logica, è ciò che io deduco che è vero, non quello che vedo. Ciò che vedo, può essere ingannevole per mille motivi dicevano già allora, ma non si tratta tanto dell’eventualità che possa essere ingannevole, perché sarebbe ingannevole rispetto allora a qualche cosa di appunto vero, la questione dell’immagine di cui si diceva, era Platone, ma lo stesso significante ingannevole ha un senso all’interno di un gioco che prevede che ci sia qualche cosa che non lo è, e quindi non inganni cioè si mostri per quello che è, l’osservazione dovrebbe essere quel criterio che mostri le cose così come sono, ma devo presupporre prima che qualche cosa possa essere così com’è, secondo che qualche cosa sia...

 

Intervento: se io metto la mano nel fuoco

 

La questione è molto sottile in effetti, potremmo porla in questi termini, provare a fare questo gioco: fuori dal linguaggio il fuoco brucia o no? Che poi se riflettete bene non è differente da quella che ponevo nell’incontro precedente, dell’esistenza, le cose esistono? E se dicessi di no? Questa mia affermazione è più o meno provabile e confutabile e l’esistenza esiste? E se sì in base a quale altra esistenza? A questo punto ci si accorge che la cosa si gioca a livello linguistico. Il fuoco brucia, questa affermazione è all’interno del linguaggio, così come affermare che le cose esistono, io posso affermarlo perché esiste il linguaggio, se questo linguaggio non si desse, potrei affermare che le cose esistono? E se non lo potessi affermare esisterebbero? Che senso avrebbe quest’affermazione? Nessuno, e allora dire che il fuoco brucia fuori dal linguaggio non ha nessun senso, non è niente, non possiamo dire nulla, per questo dicevo che senza il linguaggio gli umani non è che non esisterebbero più, ma non sarebbero mai esistiti. Mi rendo conto che la questione è molto sottile in effetti però risulta inevitabile questa considerazione, se ovviamente le cose si portano alle estreme conseguenze, ci si trova di fronte a considerazioni sì che possono apparire bizzarre come questa, cioè dire che il fuoco brucia soltanto nel linguaggio

 

Intervento: però sfido chiunque

 

è sempre la questione che si pone, che potremmo dirla così che per potere affermare che il fuoco brucia, cioè per fare questa considerazione occorre che abbia una struttura ora stando questa struttura che chiamiamo linguaggio, avviene questo che alcuni fenomeni che si verificano generalmente hanno un certo nome, sono indicati in un certo modo, il problema è che questi fenomeni che si verificano, si verificano perché sono all’interno del linguaggio e da cui non c’è uscita e allora all’interno del linguaggio vengono indicati in un certo modo, in qualunque linguaggio probabilmente, non abbiamo la certezza c’è qualche cosa che indica che il fuoco brucia. D’altra parte lei dice non è negabile una cosa del genere, sì è negabile, non è confutabile all’interno di quel gioco, se io stabilisco che il fuoco brucia allora il fuoco brucia, se no, no. Se no, lei può obiettare, io constato che si verificano certi fenomeni e torniamo alla questione dell’osservazione, è come un marchingegno che sbarra l’accesso ogni volta che si cerca di uscirne, come se dicesse continuamente: di qui non puoi uscire. Come se, adesso per riassumere così in due parole, uno dicesse al linguaggio: il fuoco brucia anche se tu non ci sei, e il linguaggio dicesse: sì? Come lo sai? Perché lo osservo. E l’osservazione come la conosci? La conosci perché ci sono io, se no la tua osservazione sarebbe niente. Forse potete avvertire in modo più preciso ciò che si intende dire quando si afferma che non c’è uscita dal linguaggio, che è un meccanismo strano, che sbarra ogni porta, al momento in cui si vuole uscire e che chiede continuamente con che cosa esci? Ecco.

 

- Intervento: sul dubbio