LA SECONDA SOFISTICA

 

Corso diretto da Luciano Faioni

 

10/1/1996

Non posso conoscere alcun elemento se questo non è in relazione con qualche altro elemento, poiché non sarebbe nulla, sarebbe fuori dalla parola, poiché ciascun elemento è nella parola in quanto preso nella combinatoria linguistica, fuori da questa combinatoria non esiste in alcun modo. Ma se è in relazione con qualcosa e se non posso conoscerlo altrimenti che in relazione con qualcosa, allora ciascun elemento è pensabile soltanto in questa relazione, dunque esiste in questa relazione, e pertanto è uno e molteplice e quindi non è uno. Ma se non fosse uno, cioè il medesimo, allora nulla sarebbe individuabile. Non essendoci alcun elemento individuabile, allora neppure il significato, qualunque cosa si intenda con esso, sarebbe individuabile e pertanto utilizzabile nel gioco linguistico. La questione è quella del continuo e del discreto, come cioè potere individuare un elemento discreto se non è continuo, se cioè non è connesso con un altro elemento? Ma se è connesso con un altro elemento allora è un continuo con l'altro elemento, senza soluzione di continuità, e pertanto non è individuabile, cioè non potrò mai conoscerlo in quanto uno. Ma ciò che non posso conoscere esiste oppure no? Se esistesse sarebbe un'esistenza fuori dalla parola, e quindi nulla, se non esistesse, allora come potrei dirlo, e se esiste nella parola allora lo conosco, cioè posso dirlo. Dunque ciascun elemento è uno e non può essere uno. La freccia di Zenone si muoverà e resterà inesorabilmente ferma. Quiete e movimento, simultaneamente e necessariamente.

Questione di rappresentabilità o di pensabilità. Qualcosa può essere pensabile ma non essere rappresentabile. Perché qualcosa sia rappresentabile occorre che il suo rinvio sia rappresentabile, che cioè quest'ultimo abbia un rinvio tale che possa essere "misurabile", cioè confrontabile con un altro elemento. Confrontabile e misurabile sono lo stesso?

Ma il problema è proprio la misurabilità, e cioè la considerazione che due elementi non siano tra loro misurabili e quindi non confrontabili. Il problema rimane quello del continuo.

Il continuo è un elemento linguistico, anche la misura. Lo stesso il pensiero e la rappresentazione. Anche rappresentare è misurare?

Limite è approssimazione, né potrebbe essere altrimenti.

Ma che cosa stiamo intendendo con "misura"? Il più e il meno, cioè la quantità, il "quanto" delle cose, delle cose e cioè delle parole. Ma il "quanto" delle cose è rappresentabile? Sono rappresentabili le parole? Con che cosa?

Res cogitans e res extensa. Non sono lo stesso, o forse si?

Il pensiero e il pensato. Con che cosa potrò distinguerli? Distinguere è misurare? Distinguere comporta il confrontare, e il confrontare con che cosa confronta, con la misura? O con che altro?

Che cosa dobbiamo intendere con "uno"? Qualunque cosa intenderemo questa non sarà esente da paradossi, pertanto occorrerà muovere in altre direzioni. Ma è possibile dare una definizione che sia esente da paradossi? Se ciascuna definizione comporta necessariamente un rinvio, allora posso definire x attraverso y e pertanto x sarà y. Ma se x è y allora x cosa sarà? Non potrò pensare né dire x senza dire y. Dobbiamo dire che x non è x? Perché se lo fosse non sarebbe y, ma per essere x deve essere y. Che cosa ci stiamo chiedendo con questo? Se ciascun elemento è se stesso soltanto attraverso altro da sé? Parrebbe. Tuttavia se dico un elemento linguistico questo è se stesso e non altro, ma questo lo posso soltanto pensare, dire, ma non provare. Ma lo posso negare? Negandolo negherei che sto dicendo quell'elemento, ma lo sto dicendo. La questione si pone allora in questi termini: dire che un elemento è se stesso non significa nulla, dire che non significa nulla non significa nulla. Il lessema "significa" non sarebbe pertanto un significante in quanto sprovvisto di significato poiché quest'ultimo non può essere identificato.

Ma dire che ciascun elemento linguistico è se stesso che cosa dice, se non che non è sostituibile con un altro e quindi è da quest'ultimo separato? Se affermo che in questo momento sto scrivendo, questo posso dirlo in modi differenti, ma ciascuno di questi dovrà essere riconducibile a quello che afferma che in questo momento sto scrivendo, altrimenti dirà un'altra cosa, e non questa. Ma ci sono casi limite in cui questa riconduzione può essere difficoltosa, e pertanto può risultare non decidibile se si tratti oppure no della stessa cosa. Di nuovo, che cosa diciamo dicendo che un elemento è se stesso? Adesso considerate Zenone, antico, Zenone di Elea e i suoi paradossi: il paradosso del movimento e il paradosso della quiete. E` possibile dimostrare l'impossibilità del movimento, famoso esempio della freccia, l'arciere prende la freccia dalla faretra, incocca nell'arco, tende la corda, incocca si dice così, quando la corda è tesa a limite, allora scocca la freccia ma al momento che la freccia scocca per compiere un metro, dovrà compierne prima mezzo, poi un quarto, poi un ottavo, poi un sedicesimo poi....così via all'infinito, cioè la freccia non si muoverà mai da dov'è. A questo modo dimostriamo l'impossibilità del movimento e la quiete? Supponiamo che un elemento sia fermo, sia in stato di quiete, per potere dire che è uno stato di quiete occorre che tutto ciò che lo circonda sia fermo perché se qualcosa è in movimento allora questa quiete è relativa al movimento, è in relazione a qualche cosa, non è una quiete assoluta, occorre che tutto intorno sia assolutamente fermo, poi ci sono io che devo stabilire che questa cosa è ferma, devo essere fermo anch'io, se non sono assolutamente fermo non posso cogliere nulla neanche la quiete quindi nessun elemento può essere in quiete. E con questo Zenone ha liquidato sia il movimento che la quiete. Ciascun elemento non può né muoversi né stare fermo. Di cosa sono fatti questi paradossi? Come sapete i paradossi sono formulazioni che conducono il linguaggio alle estreme conseguenze, e illustrando l'impossibilità del movimento, per esempio, cosa facciamo? Utilizziamo delle procedure linguistiche. Utilizziamo delle procedure linguistiche che ci conducono ad affermare che il movimento non è possibile, ma con movimento cosa intendiamo? Che cos'è il movimento? Come definire il movimento? Il movimento possiamo indicarlo come un mutamento di stati, così in accezione più ampia e più generale possibile o una successione di stati. Stato è qualcosa che sta, che si suppone fermo, movimento è una successione di stati o di eventi o di accadimenti. Perché dobbiamo attenerci a qualche cosa che tutto sommato è assolutamente banale, normale, così come affermare che il movimento è una successione di stati o una successione di eventi o mutamento di stati, può non essere questo? Non può non esserlo, per una procedura linguistica, bisogna attenersi sempre alle definizioni più banali, più ampie e più generiche, quelle che dicono tutto e niente. Se noi dicessimo che il movimento non è una successione di stati dovremmo fornire un'altra accezione di movimento, ma sarà molto difficile non ricondurre quest'altra accezione a questa definizione: movimento come successione di stati, qualunque cosa si intenda con successione o con stati, in qualche modo è ciò che non può non dirsi, se si accoglie questo termine. Allora dunque movimento come successione di stati. Quali stati? Stati di che tipo? Questi stati sono atti linguistici, sono eventi extralinguistici? Prendiamo il famoso esempio della freccia, cosa dice Zenone dicendo che la freccia non si muove? A cosa si riferisce? Evidentemente al movimento in questa accezione, cioè una successione di stati perché la freccia non riuscirà mai a raggiungere quello successivo perché sarà sempre fermata da quello precedente. In questo senso la freccia non si muove, cioè non potrà raggiungere lo stato successivo. Effettivamente, se il movimento è una successione di stati, la freccia non riuscirà mai a raggiungere quello successivo perché sarà fermata sempre prima. Logicamente non fa una grinza. Se la freccia deve compiere prima un mezzo, poi un altro mezzo, poi un altro mezzo ancora, ma portando questo discorso all'infinito, anche per compiere qualunque stato, per passare qualunque stato dovrà passare quello precedente quindi si muoverà, però un momento, prima di quello precedente dovrà passare quello precedente ancora....(Non è a ritroso?) No, la divisibilità è a ritroso cioè deve fare prima un metro, poi mezzo metro, ma prima deve fare un quarto di metro, un ottavo di metro, un sedicesimo di metro...e così via all'infinito. Quando, a quale punto comincerà a muoversi? (...) Però non potremmo mai dire che si sta muovendo.(...) Il discorso di Zenone induce a pensare che all'infinito questa freccia non si muoverà mai, perché qualunque stato o infinitesimo di misura, dio voglia che questa freccia compia, prima dovrà farne un altro precedente e quindi portato all'infinito...non potremo mai trovarci in momenti in cui possiamo dire: ecco si sta muovendo.(...) Un momento, prima abbiamo definito il movimento in questo modo, successione di stati, poi abbiamo applicato questa definizione al paradosso di Zenone, se utilizziamo questa nozione di movimento, allora effettivamente la freccia non si muoverà, perché non potremo mai dire che è passata a uno stato successivo, perché prima dovrà avere fatto quel' altro. Qual è un'obiezione? Due obiezioni: una è una soluzione, fornita da Peirce, da Russell e da altri a questo paradosso. I quali calcolano che dieci metri, ammesso che la tartaruga abbia un vantaggio di dieci metri su Achille, che Achille incontrerà la tartaruga esattamente in quel punto definito da dieci metri più un nono di metro. Ora 1/9 fa esattamente 1,1 periodico ed è una soluzione che funziona esattamente come funziona la nozione di limite in matematica. Il limite per x che tende all'infinito di 1 è 1, semplicemente, e così Achille incontra la tartaruga esattamente in quel punto, il problema rimane questo uno periodico, che funziona esattamente come viene utilizzato nella nozione di limite in matematica, come un artificio, e matematicamente funziona perché si usa nel calcolo, non c'è nessun problema a utilizzare nel calcolo numerico il limite, proprio nessuno, però la questione rimane intatta, perché uno può continuare a chiedere e allora, a che punto esattamente questo uno periodico termina? Dov'è il punto in cui si incontra? L'altra obiezione è che effettivamente la freccia dovrà sempre necessariamente raggiungere il punto precedente, qualunque punto noi stabiliamo però, per quanto piccolo sia il punto o vicino il punto che intendiamo stabilire, la freccia avrà sempre percorso una frazione di quella parte. E quindi non è esatto dire che la freccia non si muove, la freccia si è già mossa, si è già mossa nell'istante che deve raggiungere un punto qualunque, perché è vero che questo punto può essere avvicinato quanto si vuole, ma la freccia avrà raggiunto già un punto più ravvicinato e potrò sempre dire che ha raggiunto sempre un punto ravvicinato a qualunque punto per quanto vicino possa essere. Quindi possiamo dire che è già da sempre in movimento. Però in questo caso il movimento sarebbe a ritroso, perché noi la inseguiamo avvicinandoci sempre di più, la freccia è come se si ritraesse all'infinito, quindi movimento si, ma a ritroso, paradossalmente. Ma al di là di questo c'è forse qualche altra questione connessa con i paradossi, con la struttura dei paradossi, qualcosa a cui ho accennato prima, cioè suppone di rappresentare qualcosa che è pensabile. E` pensabile che la freccia non si muova, ma non posso rappresentarla, se applico un pensiero, cioè le procedure linguistiche, alle stesse procedure linguistiche e cioè in questo caso al calcolo numerico, un'altra procedura linguistica, cosa ottengo? Questa è la questione. Il paradosso si è formato come qualunque altro nella supposizione di potere applicare la forma linguistica, la proposizione linguistica a una rappresentazione spaziale, in questo caso numerica, immaginando che una struttura linguistica possa essere applicata e rappresentata fuori dalla parola. La questione che pone ciascun paradosso è questa: può una procedura linguistica rappresentarsi, rappresentare sé stessa? No, non può farlo e perché? Perché l'unico strumento di cui dispone è la stessa procedura linguistica. Non è lontanissimo Wittgenstein da tutto questo, e allora che cosa dice il paradosso di Zenone? Dice che la nozione di movimento in un caso e nell'altro, cioè il fatto che posso dire che la freccia non si muove però di fatto lo vedo che parte, utilizza due nozioni che procedono da procedure linguistiche differenti. Una procedura linguistica può chiaramente dire di un'altra procedura linguistica, dicendo altre cose, ma non può dire di sé, non può mostrarsi se non utilizzando altri elementi, dicevamo prima, ciascun elemento per dirsi deve dire altro. Allora il movimento, nel primo caso utilizza una procedura che è quella della infinita divisibilità dello spazio, che non ha nessun referente, è soltanto un procedimento linguistico, nel secondo caso invece utilizza una nozione di movimento che semplicemente non tiene conto di questa divisibilità. Perché non ne tiene conto? Per via di un'altra procedura linguistica o, se preferite, di un altro gioco linguistico. La questione può sembrare complicata ma è semplicissima, vi faccio un esempio: ciascuno si trova a parlare continuamente, a compiere affermazioni, negazioni e una quantità sterminata di cose, può sapere benissimo che non è possibile in nessun modo individuare, isolare, stabilire un significato preciso, in nessun caso, sa questo, tuttavia continua a giocare altrove un gioco linguistico che invece fa come se tutto ciò non esistesse, e cioè come se ciascun elemento avesse un significato ben preciso. Però, dicevamo che anche se così non fosse, se un elemento non avesse un significato, non potrebbe essere utilizzabile e quindi non ci sarebbe neanche il gioco e allora si tratta di questo: quando dico qualcosa, nel dirlo faccio qualcosa ma dicendo qualcosa produco anche qualche cosa, questo qualcosa che produco non è altro che un altro elemento, vale a dire lo stesso elemento che si pone come altro da sé, non potrei in nessun modo parlare se ciascun elemento non si ponesse come altro da sé, se fosse identico, se non esistesse in relazione con altri, come dicevo prima, non sarebbe in nessun modo concepibile, eppure continuiamo a dire che è anche se stesso, se voi notate bene è sempre esattamente la stessa questione, soltanto enunciata in modi differenti, tuttavia due aspetti, e non c'è l'uno senza l'altro. Sto dicendo questo, e sto ponendo una questione più che come affermazione: il fatto che possa dire che la freccia scoccata dall'arciere si muove rapidissimamente e coglie il bersaglio, questo posso dirlo perché so anche che il movimento è infinitamente divisibile e che a questo riguardo la freccia non si muoverà mai. Provate a considerare questi come due aspetti della stessa questione. Perché dico che la freccia si muove e raggiunge il bersaglio? Cosa sto dicendo con questo? Qualcosa di più del riportare un evento di cui mi capita di assistere, questo evento non è fuori dalla parola. Questo gioco che mi consente di affermare che la freccia scocca e raggiunge il bersaglio è fatto, o può dirsi, perché è inserito in una struttura che è fatta di procedure, (...) qualcosa del genere, in questo caso la questione è posta in termini più radicali. Perché sono due facce della stessa questione? Se non sapessi, prendiamo l'esempio di prima, forse ci agevola, che nessuna cosa ha un significato provabile, se fossi assolutamente consapevole e certo di questo, potrei parlare? Un quesito. Se cioè, in altri termini, il linguaggio fosse soltanto una nomenclatura pura e semplice dove ciascuna parola corrisponde alla cosa, soltanto una nomenclatura, se non sapessi perfettamente che non è così, che il linguaggio non è affatto una nomenclatura ma che può indicare qualunque cosa, che ciascun elemento può indicare qualunque cosa e il suo contrario ecco, allora ci sarebbe l'eventualità che non solo cesserei di parlare, non potrei proprio parlare. Perché non potrei parlare? Perché il dire si limiterebbe al nominare delle cose, una volta nominata l'operazione terminerebbe, terminerebbe e sarebbe per tutti assolutamente la stessa cosa. Ora lasciamo stare la questione che tutto questo non è in nessun modo provabile e stabilibile, si tratta di un altro discorso ancora, consideriamo invece il fatto che per potere dire che le cose significano una certa cosa, devo potere, o meglio devo sapere che non è affatto così (...) Certo se ciascun lessema significasse sempre esattamente la stessa cosa, provate a immaginare che tipo di linguaggio sarebbe, non ci sarebbe la possibilità di movimento, il linguaggio sarebbe una semplice illustrazione di fatti, a questo punto a che scopo, per chi? Che questo sia un aspetto, una fantasia piuttosto diffusa è indubbio, ciò che stiamo dicendo è che questa fantasia è supportata e può esistere perché da, simultaneamente, la certezza che non è affatto così, cioè ciascun elemento, ciascun lessema non significa affatto quella cosa se non per un gioco che si sta svolgendo in quel momento, una questione complessa, tuttavia proviamo a considerarla così: perché mi agito, mi do da fare per dire che una certa cosa è quella, anche tra me e me, anche se non necessariamente devo persuadere o devo convincere qualcuno? Perché ho il dubbio che forse non è esattamente così, o quanto meno immagino che potrebbe non essere così, immagino comunque sempre che potrebbe non essere così, questione complessa, eppure se io non avessi questa certezza che non è così, tutto si fermerebbe come d'incanto, così, come dicevamo prima, avverrebbe con la quiete assoluta, ciascun elemento sarebbe immobile, fermo, potremmo giungere a dire che il linguaggio non esisterebbe.

- Intervento: C'è una sorta di analogia con l'arbitrarietà del segno in De Saussure, come nel gioco scacchi, dove i pezzi diventano significanti nel gioco.

Certamente.

- Intervento: Gli elementi linguistici di per sé non significano nulla, è nel gioco, in quello che si sta facendo...

Ormai Lei ha detto tutto, allora a questo punto qual è la questione del movimento? Perché la freccia si muove e non si muove? In un caso, molto semplicemente, io uso questo significante "movimento" nel significato, cioè nell'uso che in quel momento, parlando, viene stabilito dal linguaggio in cui mi trovo, se invece voglio che questo significante "movimento", al di fuori dell'uso che viene fatto renda conto di sé, che cosa succede immediatamente? Che il movimento rinvia ad un altro movimento, questo movimento a un altro movimento, esattamente come avviene nel paradosso dell'autoreferenzialità, come se mi chiedessi qual è il movimento del movimento. Non è effettivamente un problema quello della infinita divisibilità del movimento, ma se io mi chiedo che cos'è il movimento non posso far altro che rispondermi: il movimento, nient'altro che questo. Quando Zenone si trova di fronte alla freccia e dice che questa freccia deve compiere prima dieci, poi cinque, poi...che cosa si sta chiedendo, si sta chiedendo che cos'è il movimento, che cos'è il movimento assoluto, se possa darsi un movimento assoluto, e trova che all'interno del movimento c'è un altro movimento e all'interno di questo movimento c'è un altro movimento ancora. Allora il problema attorno a cui si sono affaccendati i matematici è non avere colto questo, e avere cercato e avere continuato a cercare l'assoluto del movimento attraverso un calcolo numerico senza tenere conto che il calcolo numerico è un altra procedura linguistica, e che una procedura linguistica non può uscire fuori dalle procedure linguistiche. Allora è come immaginare, così come è avvenuto sempre rispetto a questi paradossi, che una procedura linguistica sia traducibile in un calcolo numerico extralinguistico, identico a sé che e quindi debba rispondere di sé, e non risponderà mai, salvo appunto continuare a dire esattamente la stessa cosa, cioè che il movimento è il movimento, cioè la freccia deve fare questo movimento, ma prima deve fare quest'altro movimento eccetera, quindi il movimento rinvia sempre a quello precedente, e così via all'infinito. Ma se questa è la struttura, potremmo dire essenziale di qualunque forma di paradosso (Intervento:...) Ecco, è una questione, e cioè come avviene che io non tenga conto effettivamente nell'uso che faccio, e qui ci colleghiamo al discorso di mercoledì scorso, che effettivamente ciò che sto facendo è un "utilizzo" metto utilizzo fra virgolette perché dire che sto utilizzando è come se io fossi fuori da questa procedura, posso dire io, come ho detto mille volte, proprio per una serie di procedure linguistiche, cioè mi trovo in un discorso che si fa, ecco come dunque accade di non tenere conto che si tratta sempre e soltanto di questo, e che invece, così come hanno mostrato per tremila anni questi paradossi è impossibile, è barrato. Se mai mi saltasse in mente di parlare di rimozione, lo farei a questo proposito, e cioè che sia rimosso questo aspetto e cioè ancora che non è possibile in nessun modo attribuire a una procedura linguistica un qual qualcosa che sia fuori dalla procedura linguistica. Così come l'impossibilità del movimento, che abbiamo esposta qui o della quiete, è la stessa cosa. Prendete il paradosso della quiete, occorre che tutto sia fermo, quindi anch'io, ma se sono fermo anch'io non posso neanche più dire che è fermo, ma anche in questo caso di cosa si tratta? Dell'applicazione di procedure linguistiche a qualche cosa che si immagina esistente di per sé. Con questo abbiamo in buona parte dissolto la questione stessa del paradosso, l'avevamo già accennata, anche nelle proposizioni ad un certo punto sfioro la questione, forse non in termini così articolati CAMBIO CASSETTA

...è di nuovo un paradosso l'affermare che in questo istante io non sto parlando, può anche non essere una formulazione paradossale e probabilmente non lo è, dal momento che il paradosso è una costruzione, una costruzione che è stata inventata nell'applicare procedure linguistiche a elementi che si suppongono fuori dalle procedure linguistiche, lo stesso paradosso del mentitore, cioè dire io mento. Mento o dico la verità, dicendo: io mento? Se dico qualcosa ho detto questo ma ho mentito, ma se dico soltanto: io mento, ciò che ne segue come viene accolto? Come una menzogna o come una verità? Ma anche in questo caso si impone il paradosso se e soltanto se tanto il falso quanto il vero sono posti come elementi extralinguistici, e quindi improvabili, se no non possiamo parlare di paradosso, mai. Ecco, questo è un primo approccio alla questione, avevo posto più che altro delle questioni, poi Sandro ha affrettato il passo, se no eravamo ancora lì a indicare come di fatto la nozione di paradosso sia discutibile, perché a quali condizioni posso parlare di paradosso? Che in un modo o nell'altro si dia la supposizione che una procedura linguistica possa essere applicata a qualcosa che non è una procedura linguistica o, detta altrimenti, che una procedura linguistica possa rendere conto di sé non ricorrendo ad altre procedure linguistiche. Con questo abbiamo introdotta la questione del paradosso. Proseguiamo mercoledì prossimo...

 

17/1/1996

Un paradosso compara elementi non comparabili tra loro? I paradossi di Zenone danno per acquisita la misurabilità dell'infinito. Parlare di infinito è già un paradosso, come so che una successione è infinita se per definizione non la posso misurare? Infinito come non misurabilità. Se pertanto introduco l'infinito, escludo la misurabilità, per definizione. Posso pensare l'infinito? Che senso ha questa domanda? Che cosa sta chiedendo? L'arciere scocca la freccia. La freccia si muoverà? Questione mal posta. Che la freccia si muova è un atto linguistico o un fatto immaginato fuori dalla parola? E` evidentemente un fatto linguistico, e pertanto la freccia si muoverà soltanto nella parola. Soltanto nella parola le cose possono accadere, e accadono. Che io dica di uno spazio misurabile che è infinitamente divisibile, questo comporta soltanto che possa costruirsi una proposizione, proposizione che è contraddittoria perché la nozione di spazio misurabile comporta un uso differente da quello di infinito, l'inganno sta nella sovrapposizione tra ciò che per definizione è misurabile, e ciò che, sempre per definizione, non è misurabile. Dividere all'infinito una unità misurabile comporterebbe applicare a ciò che per definizione è misurabile, ciò che per definizione non è misurabile. Dicendo "per definizione" intendiamo una procedura linguistica. Ciò che vieta una procedura linguistica è di considerare una procedura linguistica non una procedura linguistica. Se parlo di infinito, allora mi trovo in quella procedura che non posso applicare a un'altra nel senso che in questo caso non produce nulla che possa essere utilizzato come procedura linguistica. Una procedura linguistica è tale in quanto produce altre procedure linguistiche con cui è connessa dal campo semantico del suo utilizzo. Infinito è non misurabile, non è "misurabile" più di quanto sia bevibile o combustibile, per una questione grammaticale. Lo spazio in quanto tale non esiste, è un elemento linguistico, se considero lo spazio misurabile, allora faccio uso di una procedura linguistica, se invece lo considero infinito, allora faccio uso di un'altra procedura linguistica. Esattamente come se dicessi che l'infinito è combustibile. Il fatto che l'infinito entri nel calcolo matematico indica che il calcolo matematico è una procedura che non è misurabile né non misurabile essendo la nozione stessa di misura. Il calcolo matematico applicato a se stesso, come nel caso dei paradossi di Zenone, si trova di fronte alla regressio ad infinitum come qualunque cosa che cerchi di ancorarsi a qualche cosa fuori dalla procedura per cui esiste. Lo spazio che dovrà percorrere Achille per raggiungere la tartaruga è misurabile se lo considero misurabile, non è misurabile se lo considero non misurabile. In altri termini, lo spazio misurabile non è non misurabile per definizione. La stessa questione si pone per la nozione di tempo, evidentemente. Dunque parlando della distanza che Achille deve percorrere per raggiungere la tartaruga, posso considerarla misurabile oppure no, a piacere, ma se la pongo come misurabile e applico un criterio di non misurabilità allora compio un'operazione singolare, esattamente come se cercassi di appiccare il fuoco all'infinito. L'equivoco rispetto alla nozione di misura, sorge dalla possibilità di giocare giochi differenti con lo stesso termine. Il paradosso di Zenone è un'antanàclasi. Ciascun paradosso è un'antanàclasi? Ma se gioco un gioco differente con lo stesso termine non è più lo stesso termine, anche se ha la stessa sequenza di fonemi, così come il famoso aneddoto di Proculeio, il lessema "aspettare" ha significati differenti anche se è lo stesso lessema, la retorica fornisce moltissimi esempi a questo proposito.

Consideriamo il paradosso del coccodrillo: un coccodrillo, dopo avere rapito il figlio a un padre, risponde, alla richiesta del padre di restituirglielo, che glielo restituirà se e soltanto se il padre indovinerà che cosa farà il coccodrillo. Che cosa farà il coccodrillo se il padre risponderà che il coccodrillo non glielo restituirà? Se non glielo restituisce allora il padre ha indovinato e deve restituirglielo, ma se glielo restituisce allora il padre non ha indovinato e quindi non glielo restituisce, ma se non glielo restituisce allora il padre ha indovinato e allora deve restituirglielo ecc. Naturalmente se il coccodrillo ha già deciso che cosa farà, allora la questione è semplice, se aveva deciso di non restituirglielo, allora glielo restituirà perché il padre ha indovinato e quindi ha vinto la partita. Nel caso del paradosso il coccodrillo non ha deciso nulla, e quindi si trova di fronte a un soluzione difficile da prendere, perché è come se chiedesse se è vera la proposizione che afferma che glielo restituirà, e allora il padre gli risponde che la proposizione che afferma che è vero che glielo restituirà è vera soltanto se è falsa. Cioè è vero che è falsa o, ancora, è vero che "p è falsa". Senza le virgolette potrebbe sembrare che p se non p, ma l'uso delle virgolette indica che ciò che è vero è la proposizione che afferma che p è falsa, cioè si riferisce alla proposizione e non alla p. Di fronte alla risposta del padre che afferma che è vero che è falso ciò che il coccodrillo farà, il coccodrillo non ha nessuna soluzione praticabile, poiché ciascuna soluzione rincorrerà se stessa all'infinito. La risposta "non me lo restituirai" ponendosi come l'enunciazione di una proposizione vera, afferma che la proposizione che afferma che glielo restituirà è vera se e soltanto se è vera la proposizione che afferma che non glielo restituirà. Se il coccodrillo non ha già deciso, allora non potrà decidere in base alla risposta del padre, che gli dice che è vero che è falso ciò che farà.

Ci interessa questa questione perché anche in questo caso si tratta di utilizzare una procedura linguistica in un modo che non è consentito, in un modo cioè che impedisce di procedere, cioè ancora di potere produrre altri elementi linguistici che siano procedure linguistiche. Consideriamo più attentamente la questione. Se affermo di avere l'angoscia, o di avere un problema, qualunque esso sia, che cosa sto facendo esattamente? Sto mettendo in atto delle procedure linguistiche in prima istanza, che consentono di affermare ciò che affermo, e che procedono in modo tale per cui se affermo di avere un problema, non posso allo stesso tempo, e con lo stesso criterio, affermare di non avere un problema. Non posso, in altri termini, affermare che ho un problema se e soltanto se non ho un problema, mi troverei esattamente nella posizione in cui si trova il coccodrillo di fronte alla risposta del padre che afferma che il coccodrillo non gli restituirà il figlio. Cioè non posso procedere in nessuna direzione, il principio del terzo escluso me lo vieta, e pertanto se affermo di avere un problema, è necessariamente vera la proposizione che afferma che io ho un problema. Ma per potere procedere devo necessariamente affermare che la proposizione che affermo è vera? Il coccodrillo non può rispondere nulla perché non può affermare di non affermare. Ma allora se affermo di avere un problema, allora la proposizione che l'afferma è vera perché non posso affermare che non la sto affermando? Ma è vera la proposizione o ciò che afferma? E ciò che afferma è altro dalla proposizione che l'afferma?

"2.39 Supponiamo che affermi una qualunque proposizione p, come può avvenire che possa pensare che esista qualcosa nella proposizione p che esista fuori dalla proposizione p? Supponiamo ancora che creda che la proposizione p affermi l'esistenza di qualcosa che esiste fuori dalla proposizione p, facendo questo, posso immaginare la proposizione p come una sorta di indicatore, un indice, direbbe Peirce, che indica qualcosa che è fuori dalla proposizione p. Ora, o questo qualcosa si trova in un'altra proposizione, oppure è fuori dalla parola. Se è fuori dalla parola è nulla, se è in un'altra proposizione, allora la proposizione p indica un'altra proposizione che si troverebbe fuori dalla proposizione p. Dunque la proposizione p parla della proposizione q, la indica, ma è la proposizione p a parlare della proposizione q. Questo vuol dire che la proposizione q si trova inserita nella proposizione p? Ciò che sappiamo è che è p che ne sta parlando, ma allora l'esistenza di q è l'esistenza stessa della proposizione p? Ma la proposizione q può esistere anche senza la proposizione p. Senza alcun dubbio. Ma allora chi dirà la proposizione q? /.../ dicendo che la proposizione p parla della proposizione q, dico che la proposizione q di cui si tratta, esiste solo e unicamente nella proposizione p che ne sta parlando, perché se esistesse altrove, allora la proposizione q sarebbe detta da una proposizione r. La questione che si pone è se la proposizione r, possa dire, oppure no, esattamente ciò che dice la proposizione p. Questione importante, perché se la risposta è affermativa, allora un qualunque individuo x rimane identico qualunque sia la stringa in cui è inserito, vale a dire che è individuabile in quanto tale, e non dalla proposizione in cui è inserito, cioè esiste al di fuori della proposizione che lo dice. 2.41 Consideriamo la questione. Che cosa mi consente di definire un individuo x? Una proposizione, parrebbe, e dunque un individuo x è definito dalla proposizione in cui è inserito, ma potrebbe essere definito altrimenti, cioè da un'altra proposizione? Se non posso definirlo che attraverso una proposizione, allora sarà questa proposizione a farlo esistere così come mi si impone nel discorso, e quindi dovrà necessariamente la sua esistenza alla proposizione in cui è inserito. Ma se p è differente da r, che cosa mi fa pensare che l'individuo x, inserito in p, rimanga lo stesso se inserito in r? Quale criterio mi consentirà di stabilire l'uguaglianza che vado cercando? Se l'individuo x deve la sua esistenza alla proposizione p, se lo tolgo dalla proposizione p, cessa di esistere, e ciò che considererò nella proposizione q sarà un'altra cosa, un altro individuo y che trae la sua esistenza dalla proposizione q e che esiste unicamente nella proposizione q. La questione può porsi più semplicemente in questi termini: posso dire l'individuo x senza dire la proposizione p in cui è inserito, o più propriamente, da cui è detto? Posso dire qualcosa senza dirlo? No. E dire x fuori da p equivarrebbe appunto a dire qualcosa senza dirla, giacché non posso dire nulla se questo che dico non è inserito in una stringa linguistica, in una proposizione. Allora, se dico x, allora necessariamente dico p che lo afferma."

Ciò che affermo è altro da ciò che mi consente di affermare, come dire che se affermo di avere un problema, posso dire che sia vera l'affermazione senza che sia vero che abbia un problema. Consideriamo quanto ci suggerisce Tarski, la proposizione "ho un problema" è vera se e soltanto se ho un problema, e cioè se la proposizione che afferma che ho un problema è vera. Ma per quanto affermato più sopra, non posso isolare una proposizione o un elemento da ciò che lo dice, cioè la proposizione "ho un problema" esiste nella proposizione che la afferma, che è appunto la proposizione "ho un problema". Se dico che ho un problema, allora necessariamente dico "ho un problema", e questo è necessariamente vero. Ma è vero anche che ho un problema? Che cosa diciamo dicendo che una proposizione è vera? La sola cosa che possiamo dire per ora è che una proposizione è vera quando non è auto contraddittoria, kantianamente. Se chiamiamo la proposizione "ho un problema" x, allora x è vera se e soltanto se è falsa non x. Con questo ci stiamo introducendo a una questione complessa, che attiene a ciò che si crede vero in ciò che si dice. Se infatti affermo di avere un problema, come abbiamo detto questa proposizione è vera in quanto l'ho detta e dicendola nego la contraria, nulla più di questo, nel senso che è vera la proposizione che si dice, ma ciò a cui rinvia, il suo senso, è un'altra proposizione la cui verità non può essere dedotta o inferita dalla precedente, è un'altra proposizione. Se dicessi quest'altra proposizione, la seconda proposizione sarà vera nella stessa accezione della prima, e cioè sarà vera in quanto nega la contraria e così di seguito. Stiamo dicendo che la verità, così come l'infinito, è un concetto auto contraddittorio? Forse, o forse dipende dall'uso che se ne fa. A quali condizioni allora posso credere che la proposizione che afferma che ho un problema può essere creduta? A condizione che questa proposizione si imponga senza rinvii, o come l'ultimo rinvio. Ma come può avvenire questo? Che cosa mi ancora a questo pensiero? E` come se non volessi saperne di altri rinvii, come se andasse bene così. Qui, dal logico occorre passare al sofista.

Questo passaggio consiste nel condurre le questioni su esposte al discorso quotidiano, inserirle cioè come elementi del dire di ciascuno, invitandolo a compiere un passo importante, e cioè domandarsi che cosa comporta la proposizione che afferma che ha un problema. Supponiamo che ci risponda che comporta il desiderio che questo problema scompaia, allora il sofista sa, da quel momento, che l'avere il problema comporta l'attesa che il problema scompaia, nulla più di questo ma nulla di meno. Ma che sappia questo è molto importante, poiché essendo questo il rinvio della proposizione che afferma che ha un problema, questo ne è anche, per i motivi esposti in precedenza, il senso, cioè esattamente ciò che vuole dire l'avere il problema. Parrebbe molto semplice in questi termini, ma intanto dobbiamo accogliere questi. Sapere in prima istanza che il senso di quel problema è che il problema scompaia, dice anche qual è la funzione di quella proposizione che afferma che ha un problema, e cioè l'attesa che il problema scompaia. Allora il problema è tale in quanto deve scomparire? Questo è ciò da cui muovere.

 

 

24/1/1996

Riflettevo che in questo ultimo anno abbiamo detto tantissimo, occorre che ciò che abbiamo detto incominci a produrre altri pensieri, come può avvenire questo? Forse ci sono molti modi, o uno solo, adesso ci rifletteremo, intanto cominciamo ad affrontarne qualcuno. Questione non nuovissima, in varie altre occasioni ci siamo posti la questione di come utilizzare tutto ciò che è stato acquisito in questi ultimi mesi. Dico ultimi mesi perché forse si sono acquisite un numero maggiore di cose in questi ultimi mesi di quante ne avessimo acquisite negli anni precedenti, e questo perché abbiamo incominciato a interrogare le cose in modo più radicale, più estremo. La cosa si è posta chiedendoci molto semplicemente che cosa stiamo dicendo, dicendo questo? E ci siamo trovati di fronte a una condizione particolarmente favorevole, perché non ci siamo risposti come avremmo potuto fare che le cose sono così come le diciamo e tanto basta. E` possibile che occorrano condizioni favorevoli, non so quali siano, ma sia come sia così è accaduto. Per quanto mi riguarda posso solamente dire che la cosa è antica, è stata soltanto accantonata in questi anni, e cioè quella di non attestarmi a qualche cosa, di attestarmi su certe posizioni, ma di continuare a interrogarmi. Continuare a interrogare ma in un certo modo. Non è facile interrogare, anzi mano a mano che procedo constato che è la cosa più difficile da farsi, perché comporta intanto sospendere ciò che si crede, cosa che non è sempre così facile da compiersi né così agevole. Sospendere ciò che si crede vale ad ascoltare, magari per la prima volta, ciò che si sta dicendo, può accadere ad un certo punto nella propria vicenda, nel proprio itinerario che accada una cosa del genere, se accade ha generalmente effetti sorprendenti, nel senso che ci si sorprende di ciò che sta accadendo. Tutto ciò che ho scritto e detto in questo ultimo anno punta a porre le condizioni perché una cosa del genere possa accadere. Ciò che dicevamo le volte scorse rispetto alla questione specifica, cioè il godimento e l'eccitazione che alcune condizioni producono, andavano già in questa direzione. Certo in una certa condizione io posso anche accorgermi della grande eccitazione che una situazione più o meno contingente produce, però fatto questo può accadere che non vada molto più in là. Facciamo un esempio, anzi l'esempio possiamo riprenderlo, lo avevamo fatto un po' di tempo fa, dicevo qualcosa del genere, che ci sono condizioni in cui il darsi da fare, l'indaffararsi, il trovare sempre qualche cosa che muova necessariamente a fare ha una funzione importantissima perché sbarazza dall'eventualità di trovarvi di fronte a qualche cosa che per qualche motivo crea qualche problema e allora dicevo, una persona si trova ad esporre le cose in modo tale per cui accada o possa accadere qualche cosa, a cui debba necessariamente rispondere, necessariamente se no succede un disastro. Come può accadere nel caso in cui una persona rinvia sempre una cosa fino al punto in cui è costretta a farla, all'ultimo istante, con l'acqua alla gola magari anziché farla in un altro modo molto più agevole, come dire che può fare se e soltanto se è costretta, cioè se le circostanze esterne la costringono. Questione che ha una certa importanza che forse va al di là di questo esempio che, detto in questi termini, può parere molto ristretto, limitato. Potremmo dirla in termini più ampi in questo modo, e cioè muoversi in modo tale che qualche cosa accada per cui io debba fare, cioè in altri termini ancora, che ciò che comunque io mi troverò a fare non sia una mia decisione propriamente, non attenga propriamente al mio desiderio ma a una contingenza, a una necessità esterna. Ora in che modo per esempio tutte le cose che ho scritte si inseriscono in tutto ciò che sto dicendo? Potrebbero inserirsi in un modo devastante rispetto a questa fantasia, nel senso che potrebbero avere la proprietà di impedire che io mi trovi a pensare di essere mosso da una contingenza esterna, da una necessità, impedirla proprio radicalmente.

- Intervento: Non ho capito

Potrebbero impedire che io mi trovi a pensare di essere mosso da una necessità esterna, contingente...

- Intervento: ...appello alla responsabilità?

Ma io l'avevo posta in termini più generali, anche... però soprattutto questo, qualunque contingenza esterna o pensata o immaginata tale, anche la più impellente, la più necessaria, la più costringente, determinata, assoluta, dicevo anche questa situazione estrema, non potrebbe, tendendo conto delle cose che ho scritte, in nessun modo essere creduta e a questo punto andiamo avanti e a questo punto allora con che cosa ho a che fare? Ho a che fare con qualcosa di catastrofico e cioè propriamente due cose, una con me che ho poste le condizioni perché una cosa del genere si verificasse e quindi con la responsabilità e quindi con la funzionalità di ciò che sta avvenendo, l'altra è questa, che ciò che mi trovo di fronte è propriamente l'impossibilità, di nuovo, di non considerare che cosa si sta producendo in ciò "che io ho disposto che avvenisse". Questo è importante, questa è la questione centrale rispetto a qualunque discorso tendendo conto anche della nosologia freudiana, in ciascun discorso è questo ciò di cui si tratta, cioè il potere considerare che ciò che faccio o ciò che accade, nel modo in cui accade è sì, necessariamente ciò che si è prodotto nel mio discorso, la dico nei termini proprio così radicali proprio per rincarare la dose, per accentuarla. Occorre dire che le proposizioni che ho scritte vanno ancora oltre però intanto ci fermiamo qui. Abbiamo iniziato dicendo che si tratta di porre le condizioni perché qualcosa del genere possa accadere, ma quali sono queste condizioni? Perché può accadere che voi vi troviate di fronte a una persona che è assolutamente inaccessibile, inaccessibile in quanto presa, travolta, da una scena, una fantasmatica sta operando e voi vi trovate in una posizione di intervenire su questa persona per esempio e allora occorre che abbiate degli elementi rispetto a questa inaccessibilità. Se valutate che questa inaccessibilità in quel momento è tale da non consentire in nessun modo di intervenire, potete interrompere la seduta, nel senso che c'è l'eventualità che stiate lì a perdere tempo, sembra una cosa brutta detta così, però non lo è. Non lo è neanche per la persona che voi state ascoltando. Un'interruzione, magari anche un po' brusca, può impedire alla persona che voi avete di fronte di girare in tondo rispetto a qualcosa che in nessun modo trova la via per spostarsi, ecco che allora l'interruzione, brusca oppure no, inserisce almeno lì un altro elemento. Ci sono circostanze in cui non ha tanta importanza quale elemento, ma che si inserisca un elemento, che questa inaccessibilità trovi almeno uno scarto, qualche cosa che incrini una condizione che apparentemente, almeno in quel momento è come se fosse amovibile. Come dice l'antico proverbio? "Non c'è maggior sordo di chi non vuole sentire". Ora non vuole sentire per dei motivi evidentemente, perché in quel momento è come se, dicevamo un po' di tempo fa, è come se andasse bene così, e in effetti va bene così, almeno per un certo aspetto, perché se non andasse bene così tutto ciò non accadrebbe, e qui ci ritroviamo di fronte a ciò che dicevamo, forse la volta scorsa o quell'altra, e cioè una questione immensa, che talvolta abbiamo esposta in termini molto rapidi parlando del godimento o dell'eccitazione o della sofferenza, e dicevamo che in genere una persona soffre o sta male o è angosciata. Che stia bene o che stia male, dicevamo è una cosa che ci è totalmente indifferente, per fortuna, per fortuna perché questo ci consente, per esempio, di considerare la sofferenza per quello che dice, cioè esclusivamente per ciò che afferma, cosa che ci consente di venire a sapere di cosa è fatta. E di cosa è fatta? Abbiamo risposto a questa domanda quell'altra volta, quando dicevamo esattamente questo, facendo l'esempio del senso (non ricordo più le esatte parole) cioè qual è il senso del problema, della proposizione con cui si afferma di avere un problema, e dicevamo che questa persona si trova a dire delle cose, e allora ecco, queste altre cose che dice sono quelle che questa cosa ha prodotte e di queste dobbiamo tenere conto. Ora non ha una grande portata dire che se voi interpellate questa persona verrete a sapere quasi sempre e con molta facilità qual è la questione. Perché non ha una grande portata? Perché di fatto ciascuna volta conviene che non muoviate da quelle posizioni, ma unicamente da ciò che accade, e cioè dalle cose che si dicono. Una persona dice continuamente qual è la sua questione, senza tregua, anzi direi che non fa altro per tutta la vita. Perché non se ne accorge? Ma non è tanto che non se ne accorga, tant'è che se glielo fate notare si imbestialisce e magari vi risponde: come se non lo sapessi. Certo che lo sa, ma lo sa in modo particolare. Perché un'analisi è lunga e complicata? Perché si tratta di porre le condizioni perché venga accolto ciò che una persona per tanti anni ha fatto di tutto per non voler sapere, l'unica difficoltà sta in questo, se no sarebbe una cosa risolvibile in una mezz'oretta. L'analisi di una mezz'oretta uno sarebbe disposto a farla, costerebbe però una cifra spropositata ecc. ecc... Ma allora dicevo, potete trovarvi di fronte una persona che dice per esempio che sta male, che non sopporta più una certa situazione e vi spiega anche tutti i motivi per cui sta male e non sopporta più e magari sareste disposti a dare ragione a questa persona, nulla in contrario, ma non è di questo che si tratta, la sola cosa che sapete perfettamente è che nessuno costringe questa persona a stare male. Questa è la certezza da cui muovete. E dovrà avere dei buoni motivi per fare una cosa del genere, e il motivo è che tutto questo produce sensazioni irrinunciabili. Ogni tanto si dice che ci sono persone che si innamorano dell'amore, perché è una sensazione forte, particolare, è una delle sensazioni della sofferenza, una delle tante. Ma perché proprio quella? Perché non va bene...

- Intervento:...

All'inizio avevamo spiegato, perché la sofferenza ha una virtù rispetto ad altro, perché la sofferenza consente di mettere in moto questo marchingegno, mostrando, dimostrando, esibendo l'assoluta non responsabilità, e questo ha una virtù non indifferente. In effetti in tutto ciò che ho scritto nella Seconda Sofistica, della sensazione si parla molto poco, ci sono dei termini che consentono di ricondurla a un fatto linguistico, però forse è possibile aggiungere qualcosa, sempre tenendo conto che non è possibile uscire da atti linguistici, questo se per un verso restringe il campo, nel senso che non possiamo appellarci né agli dei né ai demoni, tuttavia mantiene un certo rigore, una certa precisione. Che dire di una sensazione, così di primo acchito? Potremmo dire che è qualcosa che si sente, però con questo forse non andiamo lontanissimi a meno che non ci chiediamo qualche cosa. Questione che anche Wittgenstein si era posta a proposito del mal di denti che è pur sempre una sensazione, qui lui la faceva semplice perché lui la riferiva all'altro, ma io? Come lo so? Perché si tratta pure di un sapere in qualche modo io "ho" una sensazione. È una cosa quasi impossibile da affrontare, a meno che non sia come la famosa domanda: come so di sapere che questa è la mia mano?

- Intervento: questa è una questione fisica.

Si, detto questo però è niente. Perché se vogliamo affrontare la questione delle sensazioni, occorre...

- Intervento: perché?

Posso fare tante cose, ma quello che ci stiamo chiedendo non è tanto se posso o non posso, ma intanto che cosa occorre che diciamo della sensazione, perché potrebbe tornarci utile saperne qualcosa di più, e qui ci inoltriamo in un terreno arduo, scomodo per molti aspetti, perché ci troviamo sempre al limite fra la fantasia più sfrenata e qualcosa a cui invece cerchiamo di attenerci, però il limite sembra sfumare sempre di più, comunque... La sensazione, sento qualcosa, che cosa? Come? Dove? Che cosa sto dicendo, dicendo che sento qualcosa? E adesso faccio il verso a Wittgenstein: non mi si venga a dire, che lo si sente con i nervi. Se no si innervosisce perché ha un caratteraccio, e dunque cosa sto dicendo con questo? Sto dicendo qualche cosa che dovrebbe rendere conto, come sempre accade, di un qualche cos'altro, o almeno così si è indotti a pensare, perché già qui Wittgenstein è andato anche oltre, in effetti se non so che cos'è la sofferenza, se questo significante non ha un uso linguistico, non c'è sofferenza, se questo significante non ha un uso linguistico non c'è sofferenza.

- Intervento: non capisco, se mi pestano un piede...

La questione è così: che cos'è esattamente ciò di cui non posso in nessun modo dire? O, più propriamente, ciò che non è nella parola? La questione la pongo in questi termini, cominciando a chiedermi di ciò che è fuori dalla parola. E allora io posso dire che se pesto un piede a un cane quello si rivolta, è possibile certo! Con questo che cosa ho mostrato esattamente? Nulla. La cosa che a noi interessa è che essendo...

- Intervento:...

Si, si certo ciononostante non possiamo nemmeno dire che il dolore sia fuori della parola...

- Intervento:..

Occorre considerare un aspetto che è essenziale, e cioè che ciascun umano si trova ad essere tale nel momento in cui parla, adesso lasciamo stare come parla, ad un certo punto parla, da quel momento il processo è irreversibile, cioè non può più essere fuori della parola in nessun modo, qualunque cosa accada o non accada comunque è preso nella parola. E allora dire, a questo punto, che il dolore è fuori della parola non significa niente nel senso che qualunque cosa che si intenda con dolore, qualunque cosa si provi rispetto al dolore, questo comunque è nella parola...

- Intervento:...

A questo punto non è tanto che non si provi, è che questo "provare" non significa niente...

- Intervento:...

Non significa niente nel senso che non è inserito in una combinatoria linguistica, quindi non ha alcun rinvio, non è un elemento linguistico.

- Intervento: Questa è la questione del sapere. Cioè io so che cos'è il dolore, solo in quanto sono parlante...

- Intervento: Si, si io so cos'è il dolore solo perché ho parlato...

Si in un certo senso. Si, Monica, Monica può nascere, vivere o morire solo perché parla. Esattamente. Si mi rendo conto che non è facilissimo, tuttavia di fatto non possiamo dire altrimenti, nel senso che io nasca, muoia, debba vivere o continuare a morire ecc. tutto ciò, il fatto che mi sia sforzato di descrivere non è sufficiente, è qualche cosa...

- Intervento:...

Per che cosa continuiamo a parlarne? C'è un motivo, anzi due, il primo motivo è questo, che abbiamo deciso di riflettere in termini più estremi, più radicali intorno al linguaggio e quindi procediamo lungo questa ricerca, l'altro motivo è che procedendo lungo questa ricerca, le cose che mano a mano incontriamo e acquisiamo ci consentono di porci nei confronti di ciò che si dice, e quindi anche del discorso che andiamo facendo, in un modo che potrebbe essere assolutamente e radicalmente differente...

- Intervento:... quando però io sono viva e soffro. E dice che la sofferenza è soltanto nella parola....

Certo. Il passo avviene per questa considerazione: che propriamente la sofferenza è nella parola, se si soffre è unicamente perché è possibile, perché queste sono le condizioni.

 

 

14/2/1996

 

Gioco linguistico

C'è una questione su cui stavo riflettendo, anche tenendo conto degli accenni fatti la settimana scorsa, e cioè mi stavo chiedendo se il modo di affrontare la questione che stiamo ponendo in atto, costituisca effettivamente un modo, non soltanto letteralmente differente da qualunque altro, ma soprattutto non compatibile con nessun altro. Mi spiego meglio, da tempo riflettiamo intorno alla struttura del discorso religioso, in senso molto ampio, cioè come un qualunque discorso che si ritenga fondato o fondabile, e pertanto immagini di sé di avere un referente fuori dalla parola. Ora in questa accezione perlopiù qualunque discorso cade sotto questa definizione. E` molto difficile trovare un discorso che non si strutturi in questo modo, dal momento che ciascun discorso immagina che le cose che sta dicendo si riferiscano a qualche cosa che è fuori da quello che sta dicendo, e cioè ci sia la cosa che in qualche modo esista, da qualche parte, così come viene descritta. Il discorso non religioso è il discorso che non compie questa operazione, vale a dire che di fronte a qualunque proposizione, a qualunque affermazione, tiene conto che tutto ciò che si sta dicendo è un atto linguistico, quindi non si pone come una sorta di scienziato, un ricercatore nei confronti di un oggetto che chiama atto linguistico, ma piuttosto tiene conto che ciò che sta facendo è un atto linguistico, con tutto ciò che questo comporta, vale a dire il fatto che ciò che si dice non ha altri riferimenti, né referenti fuori dalla parola, e che pertanto tutto il senso di ciò che sto dicendo è effettivamente ciò che si sta producendo. Ma posta in questi termini, adesso l'ho detta in modo molto sommario, posta in questi termini si crea come una sorta di divisione piuttosto netta fra il considerare le cose in termini religiosi oppure no. Come se non si desse una via di mezzo un altro modo, cioè o ciò che dico immagino che abbia un riferimento fuori da ciò che dico oppure no. Sembra posta in termini abbastanza netti. Riflettevo se potesse darsi una via di mezzo oppure no, e sono giunto a pensare questo considerando la questione del gioco linguistico, tenendo conto anche delle questioni poste recentemente intorno alla sofferenza per esempio, se una persona soffre, per qualunque motivo si diceva, se soffre sta tenendo conto che sta facendo un gioco particolare oppure no? Tenendo conto vale a considerare che soffrendo sta facendo un particolare gioco linguistico, dove la "sofferenza" questo significante ha una certa portata. Con senso particolare intendiamo che è tale proprio perché inserita in quel gioco, esattamente come cambia un re del gioco degli scacchi se uno sta giocando una partita a scacchi oppure no. Ha un altro senso, se vedeste qui il re, un pezzetto di legno lasciato lì, e se invece uno stesse facendo una importantissima partita a scacchi, quell'aggeggio avrebbe un'altra portata perché in effetti sarebbe inserito in un altro gioco, un altro senso, produrrebbe un altro senso. Così giocare il gioco della sofferenza comporta che questo significante abbia un certo senso, una certa portata, che è differente. Se Sandro mi dice che soffre moltissimo e io prendo atto di questa sofferenza, questo significante sofferenza per me ha una portata molto differente. Come dire che stiamo giocando un gioco differente. Ora, per tornare alla questione di prima, la questione che ponevo è questa, e cioè se effettivamente dandosi l'opportunità di considerare che si sta giocando il gioco della sofferenza, questo possa portare una variazione oppure no, è certamente difficile a stabilirsi, però forse qualche elemento possiamo porlo. Perché proviamo a riflettere su questo termine, giocare un gioco. "Giocare un gioco", potremmo definirlo così, in modo molto ampio, come il porre in atto delle regole e delle procedure per cui il gioco esiste. E allora per giocare il gioco della sofferenza che cosa occorre che faccia per esempio? Quali sono le regole per giocare questo gioco? Una delle regole principali e che io creda, qui come in moltissimi altri casi, che la sofferenza non faccia parte di queste regole del gioco. Questo è un aspetto curioso, perché per giocare un qualunque gioco occorre che io conosca le regole del gioco e che sappia che sono regole del gioco. In questo caso si porrebbe invece una condizione molto differente, dove per potere giocare questo gioco occorre che io muova dalla supposizione che l'elemento è fuori dal gioco, ma in effetti in questi termini io non considero affatto che sto giocando questo gioco, proprio per nulla, sto soffrendo e comunemente non è inteso altrimenti. Come un bimbetto che gioca alla guerra, sta facendo la guerra o sta giocando? Potrebbe essere una domanda oziosa, però forse ci consente di riflettere meglio, cosa distingue il bimbetto che gioca alla guerra, da uno che fa la guerra? Cosa distingue in questo caso una cosa dall'altra? Perché io posso anche, per esempio, giocare agli scacchi, non faccio il gioco degli scacchi ma gioco a qualche cosa che assomiglia al gioco degli scacchi. Ciò che possiamo dire sia della guerra, sia del gioco degli scacchi, è che utilizzo un certo significante con un senso differente e cioè con lo "stesso" termine (stesso lo mettiamo fra virgolette, questione non così semplice, comunque sia) faccio un altro gioco utilizzando uno stesso termine. Posso fare questo? Sì in effetti, nessuno mi dice di giocare alla guerra, nessuno mi impedisce di fare la guerra, cioè di giocare un gioco differente. Potremmo dire così, di primo acchito, che in entrambi i casi esistono delle regole precise che consentono di giocare questo gioco, la guerra oppure la sua rappresentazione, e quindi in entrambi i casi il gioco è perfettamente eseguito, eppure tra una guerra e dei bimbetti che giocano a fare la guerra c'è una certa differenza, quale esattamente? Questa questione, che può apparire molto banale, ci interessa perché ci conduce a stabilire la differenza tra giocare il gioco della sofferenza e soffrire, che paiono essere cose molto differenti. Ora forse l'esempio che io ho posto tra la guerra e il giocare non è dei migliori, consideriamo questo che....

- Intervento: ...però i bimbetti che giocano stabiliscono da loro le regole...

Anche nella guerra reale si stabiliscono le regole, quando ti sparo in testa sei morto. Anche nella guerra ci si danno delle regole: se lui fa così, io faccio cosà...

- Intervento:...se no non ci sarebbero i processi...

- Intervento:...già nella definizione stessa di guerra sono comprese le regole, la guerra è fatta per vincere...

- Intervento: quelli che vanno a fare la guerra, a meno che non sia un generalissimo, non fanno le regole, le trovano già fatte...

Questo può succedere in una guerra finta, dove un gruppo di ragazzi accetta le regole date dal capo. Si, le regole possono cambiare anche in guerra, si cambiano continuamente a seconda delle circostanze, la regola fondamentale è quella che impone di vincere, qualunque cosa serva a questa scopo è utilizzata come regola, come in qualunque partita, ora in una partita in genere si evita il sangue ma, ecco, c'è un elemento importante che occorre inserire e che l'esempio della guerra riprendeva malamente, e cioè, per esempio, nel giocare il gioco della sofferenza cosa avviene? Che questo elemento "sofferenza" è inserito nella parola o, più propriamente, inserisco in ciò che sta avvenendo un elemento tale per cui ciascun elemento in cui mi trovo non è più ricondotto a qualche cosa che è fuori dalla parola, ma è inserito come atto di parola, la stessa sofferenza è inserita come atto di parola, come atto linguistico, e questo comporta che se non è un atto di parola allora è qualche cosa che è inaccessibile, perché è fuori, e quindi non è in nessun modo trasformabile né variabile, a meno che non cambino altri elementi, sempre fuori dalla parola, se invece questo elemento viene inserito come atto di parola allora il suo senso non procede da sé, ma dagli altri elementi, dagli altri atti di parola a cui rinvia ed dei quali è rinvio. Allora la differenza sostanziale consiste in questo, che potere giocare il gioco della sofferenza, toglie la possibilità stessa della sofferenza, così come è comunemente intesa, e cioè come il subire un qualche cosa che non attiene alla parola in cui mi trovo, alla combinatoria in cui e per cui esisto, ma dicevo è subire un elemento che è estraneo, è fuori di me e rispetto al quale non posso fare niente. Allora in questo caso non gioco il gioco della sofferenza, la subisco. Adesso parlavo della sofferenza giusto per riprendere una questione di qualche tempo fa, ma quella stessa questione può porsi rispetto a qualunque elemento, a qualunque discorso di qualunque tipo, fatto per qualunque motivo, in qualunque circostanza, da chiunque sia in quanto tale è nulla. Ma è qualcosa in quanto produce un senso, in quanto è rinvio di qualche altra cosa, solo a queste condizioni, dicevamo, è qualcosa. Allora cosa accade? Che se una persona mi parla, qualunque cosa sia, per qualunque motivo, tutto ciò in quanto tale è nulla, cioè non so né che cosa stia dicendo né per quale motivo, né da dove viene ciò che dice, a meno che io non abbia degli elementi per potere sapere qual è il gioco che sta giocando, se no di per sé queste proposizioni che dice sono niente. Ora come so qual è il gioco che sta giocando? Posso saperne qualche cosa interrogando questa persona, e allora quando questa persona mi fornisce degli elementi che riguardano il gioco che si sta giocando in ciò che dice, allora ciò che dice diventa qualche cosa. Come se si trovasse di fronte a qualcuno che gli parla in vietnamita, supponendo che nessuno dei presenti conosca il vietnamita, ecco in questo caso di fronte a una persona che vi parla in questo modo ciò che vi dice è assolutamente nulla, se traduce ciò che dice in italiano allora posso saperne qualche cosa, come dire che a quel punto è come se sapessi le cose che ha dette prima in vietnamita e che gioco stesse giocando, prima non lo sapevo, allo stesso modo anche se qualcuno mi parla in italiano avviene qualcosa di simile, cioè finché non so perché mi sta dicendo queste cose, che cosa comportano, e cosa costruiscono queste cose che sta dicendo, queste proposizioni sono nulla, come se non dicessero niente. La stessa cosa può apparire meno semplice, dico delle cose, penso delle cose e se queste cose non sono inserite in una serie di rinvii, di connessioni, cioè in uno spostamento che di fatto si mostra inarrestabile, sono nulla, è potrebbe apparire una sorta di paradosso perché cominciano a diventare qualcosa nel momento in cui diventano inarrestabili e quindi non isolabili, non essendo isolabili rinviano continuamente ad altro quindi non so mai che cosa sono esattamente, ecco questa è una sorta di paradosso, incominciano a essere qualcosa quando? Al momento in cui cesso di poter sapere di che cosa si tratta esattamente. Cesso di poterlo sapere perché anziché sapere di che cosa si tratta, sono preso in una serie incessante di rinvii, di spostamenti che mi consentono di sapere che cosa. Non di che cosa si tratta, ma che questo elemento è inserito in un gioco e cioè che sta giocando un gioco, solo questo, e a quel punto non è neanche più necessario in un certo senso inseguire questa serie di rinvii, dal momento in cui per così dire prendo atto del gioco che si sta giocando in ciò che dico, poi posso farlo ma, nel momento in cui prendo atto di questo, qualunque possibilità di credere o di stabilire una qualunque certezza o immobilità o qualunque altra cosa, cessa immediatamente. Queste considerazioni mi inducevano a riflettere, come vi dicevo all'inizio, se ciò che andiamo dicendo e facendo sia assolutamente incompatibile, proprio per definizione vorrei dire, con il discorso religioso, quindi col discorso occidentale. Per discorso religioso si intende anche il discorso scientifico, il discorso filosofico, il discorso linguistico in parte ecc., anche quello logico, quello matematico ecc. e cioè in altri termini ciascun discorso che creda di parlare di qualche cosa e questo qualche cosa sia altro da una produzione di ciò che si sta dicendo.

- Intervento: Metalinguaggio...

Metalinguaggio? Si. Ecco potremmo indicare con metalinguaggio ciascuna...

- Intervento:...discorso che descrive qualche cosa fuori di sé...

Si, esattamente qui sta la distanza, non descrivo qualcosa, la produco. In questo modo si configura, in modo sempre più preciso, la distanza tra la Seconda Sofistica e il discorso occidentale, una sorta di frattura irriducibile, ma forse è qualcosa di più di una frattura, è un'altra cosa totalmente. Forse possiamo provare a leggere queste cose che mi trovavo a riflettere l'altro giorno:

Giocare un gioco è porre in atto le regole di cui è fatto e per cui esiste. Per potere giocare un qualsiasi gioco, occorre che esistano già delle regole che consentono di potere cogliere una qualunque cosa in quanto gioco. Gioco dunque come la possibilità che delle procedure esistano in quanto procedure. Ciascun discorso si costruisce a partire dalle procedure che gli consentono di esistere, e pertanto ciascun discorso non potrà non tenere conto di ciò che gli consente di esistere, e cioè del modo in cui può costruirsi e, costruendosi, costruire tutto ciò che può dire. Ciò che le procedure linguistiche non possono costruire non può esistere, tenendo conto che la stessa nozione di esistenza si costruisce dalle stesse procedure. Questo stesso discorso intorno alle procedure linguistiche e al gioco linguistico, tiene necessariamente conto, nel farsi, che procede attraverso procedure che consentono alcune operazioni e ne vietano altre. Parlare dunque di procedure linguistiche, come di qualunque altra cosa, non sarebbe nulla, né sarebbe in alcun modo possibile, se non esistessero quelle stesse procedure di cui si sta parlando e che costruiscono il discorso che si sta facendo e nel modo in cui si sta facendo. Ciascun discorso segue necessariamente queste procedure, ma ciascun discorso è differente da ciascun altro. Il discorso religioso segue necessariamente queste procedure, né potrebbe essere altrimenti, ma non tenendo conto che tutto ciò che si costruisce nella parola è parola, e pertanto non ha, fuori di essa, alcuna esistenza possibile o pensabile. Ciò che indichiamo con discorso religioso, è soltanto una combinatoria linguistica che non tiene conto di essere tale, con tutto ciò che questo comporta, e cioè non inserire le implicazioni di questa considerazione all'interno dello stesso discorso. Inserire questo elemento all'interno di qualunque discorso, instaura la dipendenza, di questo discorso, da ciò che precede e da ciò che segue, impedendo la possibilità che ciò che si dice possa essere accolto come elemento fuori dalla parola, che possa rinviare, in altri termini, a un'altra cosa posta fuori dalla parola. Allora, ciò che si dice o che si pensa sarà continuamente sospeso ad altre parole, in quanto queste ne costituiranno il senso come effetto. Il senso di ciò che si dice è allora ciò che si produce da ciò che si dice, cioè ciò che ciascuno incontra come effetto parlando. Allora tutto ciò che dicendosi è pensato avente un referente fuori dalla parola, tutto questo è ciò che chiameremo "discorso religioso". Discorso religioso perché, per definizione, si appella a qualche entità posta fuori dalla parola come garanzia della parola, nel senso che ciò che si dice possa essere pensato come emanazione di qualcosa che parola non è. In tal senso il discorso religioso non può esistere se non come negazione dell'atto di parola. Intendiamo con atto di parola l'agire, di qualunque cosa, in qualunque senso. Con questo poniamo l'atto di parola come l'agire delle procedure linguistiche che, agendo, esistono in quanto tali e costruiscono il linguaggio, qualunque cosa voglia intendersi con "linguaggio". Giocare un gioco linguistico vale qui a tenere conto delle premesse da cui si muove per giocare, e cioè, in prima istanza, se la premessa, ciò che viene dato, è che le parole procedano da altro fuori di sé oppure procedano da sé. Questione essenziale per potere intendere il gioco, poiché nel secondo caso, di qualunque cosa si tratti, questa apparirà, nella combinatoria linguistica, come ciò che è costruito dalla combinatoria stessa, e pertanto trarrà soltanto da essa la sua esistenza e la sua portata. Nel primo caso invece, ciò che si dice apparirà come emanazione di ciò di cui si dice, e da questo trarrà la sua esistenza, quindi come se fosse indipendente dall'atto di parola che la dice. In questo senso diciamo che non tiene conto dell'atto di parola, del suo agire, immaginando che la parola possa esistere fuori di sé, che cioè la parola possa esistere senza la parola. In altri termini, che la parola non sia la parola. Preso in questo paradosso, il discorso religioso si trova costretto, inseguendo una qualche credibilità o possibilità, a supporre che la parola, non essendo atto di parola, sia strumento o espressione di altro. Reperire questo altro è ciò che ha impegnato il discorso occidentale da sempre. Questo altro è ciò che il discorso religioso ha, di volta in volta, chiamato dio, natura, legge di natura o armonia universale, dandolo implicitamente o esplicitamente per acquisito, per necessario.

- Intervento: Per esempio nella religione ebraica si dice in principio era il "verbo", a me sembra che sia la parola...

In principio era il "verbo" e quindi l'atto di parola, allora dio è effetto della parola, una produzione della parola, questo, detto un po' di secoli fa sarebbe Le costato il collo...

- Intervento:...

Si, laddove si instaura il pensiero che "altro" è fuori dalla parola, si comincia a cercare questo altro, fuori dalla parola, reperirlo da qualche parte, che sia fuori dalla parola evidentemente, da qui tutta la ricerca del discorso occidentale per reperirlo, consolidarlo o istituirlo. Oppure ciascun elemento procede dall'atto di parola, con tutto ciò che questo comporta, che non è poco, che a quanto vado a mano a mano considerando comporta una distanza immensa dal discorso occidentale, cioè dal discorso religioso.

- Intervento:...

Si, qualcuno potrebbe immaginare che ciò che abbiamo fatto è soltanto sostituire dio con la parola

- Intervento: Tommaso parla di Dio come operatore, anche Verdiglione...la questione è di che cosa opera nelle parole, per cui le parole siano tali, perché per esempio attraverso le parole si possano costruire delle cose.

Certo, costruire delle proposizioni che domandano da dove vengono le parole, ciò che distingue tutto ciò dalla religione è il fatto che la parola non è posta come principio né potrebbe porsi in nessun modo come tale, ma come procedura e...

- Intervento:...

Si, poi si può intenderlo come si vuole, a seconda del gioco che si sta giocando, però già pone la questione in termini un po' curiosi, in principio era il "verbo", forse in qualsiasi accezione si intenda principio, come dire...in questi termini può non avere nessun senso, posso dire che in principio era il verbo o qualunque altra cosa. Io constato parlando l'esistenza di procedure che mi consentono di proseguire, chiedermi che cosa fosse in principio già è un'operazione che comporta qualche obiezione, nel senso che comporta già l'attribuzione a questo significante "principio" di un senso particolare. Si, certo, si può darglielo, ma nulla ci costringe a farlo, sta qui un po’ anche la differenza di metodo, di procedure di ciò che stiamo dicendo dal discorso occidentale.

- Intervento: Sulle procedure

Io dicevo prima rispetto a questo, il domandarsi rispetto, per esempio alla sofferenza, se questo termine che dico nel caso che soffra, sia considerato un elemento fuori dalla parola, cioè qualcosa che non mi riguarda, nel senso che lo subisco...

- Intervento: Quindi la procedura linguistica sembrerebbe una decisione di porsi nel gioco.

Decisione...

- Intervento: Cercare la relazione fra un termine e un altro è come un continuo fuori e dentro la parola, come nel discorso schizofrenico che si accorge che ciascun elemento è un termine linguistico ma...

Si, il discorso schizofrenico offre questa opportunità, proprio su questo cioè sulla inarrestabilità del rinvio, questo impedisce di considerare che ciascun elemento come rinvio...

- Intervento: Cioè ciascun elemento che interviene come rinvio interviene come dio, e arresta immediatamente il discorso per cui l'elaborazione si arresta su quell'elemento. Accorgersi della produzione della parola, dell'effettuarsi della parola, non comporta il cercare la parola, la relazione...è una procedura linguistica che mi fa dire questo?

Certo, può accadere di non accorgersene.

- Intervento: ma c'è modo di accorgersene, al momento che interviene questa proposizione, questa produzione di parola, che si suppone identica a sé. Questi sono gli intercalari che intervengono, fermi identici, questi occorre che entrino a far parte della parola?

- Intervento: Non è la formulazione in quanto tale, è come funziona, uno può dire qualunque cosa nel senso che questa non lo inchioda da nessuna parte, ma come si diceva prima è un aspetto del gioco che si sta giocando il fatto che la formulazione abbia un senso e quindi vada in una direzione oppure in un'altra, certo può accadere che questa domanda possa...

- Intervento: Che poi questa domanda non ha altra funzione della domanda e risposta: Sono capace? Soffro?

Venerdì parliamo di depressione e nichilismo, e quindi dimostriamo come non ci sia sofferenza senza religione.

 

21/2/96

Riconsiderando la Seconda Sofistica nelle sue le varie sezioni, sono giunto a considerare che la condotta di chi si trova nella posizione di analista, segua questa sorta di andamento. Siamo partiti dalla logica, e la logica dice che non c'è uscita dal linguaggio e considera la struttura del linguaggio, e considerandola giunge appunto a questa conclusione, che non c'è uscita dal linguaggio. Ora, detto questo, allora le cose non possono non dirsi, e si dicono per ciascuno in un certo modo e con questo avevamo indicato l'aspetto retorico, dopo di che, le cose dicendosi in un certo modo producono qualche cosa inevitabilmente, ciò che indicavamo con la poetica, la poiesis, la produzione e, tenendo conto di questo, considerare che ciò che si fa, la condotta di ciascuno, non è per nulla esente da ciò che dice, da ciò che pensa, dalle proposizioni di cui è fatto il discorso in cui si trova. Perché è importante una cosa del genere? Considerate il trovarsi di fronte ad un discorso, uno qualunque non importa di chi, vi trovate di fronte a una persona che vi parla, che vi dice delle cose. Qual è la posizione nei confronti di questo discorso che si va svolgendo o, se volete dirla in un altro modo, come cogliere questo discorso? Dal momento che ciascuno può attribuire a questo discorso qualunque cosa, cioè interpretarlo nel modo che gli pare più opportuno, come poi di fatto avviene. E in questa operazione che cosa avviene? Succede che questo discorso che viene fatto si traduce, si interpreta, cioè si da un senso a questo discorso. Può un discorso che ascolto non produrre alcun senso in me che lo ascolto? Questione di un certo interesse, ciò che ascolto, cioè i vari elementi che si seguono l'uno all'altro non possono non avere un significato, se non avessero un significato non potrebbero essere significanti, dunque non potrebbero essere accolti come atti linguistici e quindi non si porrebbe nessun problema, ma questa è un'altra questione. Ciò che intendevamo dire è che di fronte a un discorso, qualunque esso sia, non si tratta di applicare, come volevano gli scettici, di una sorta di epoché, cioè di sospensione del giudizio, non è di questo che si tratta propriamente, ma di un altra cosa, e cioè se questa stringa di significanti che ciascuno di voi ha di fronte, in quanto tale è nulla, è assolutamente nulla, cioè non dice nulla. Ma come è possibile un fenomeno del genere? A quali condizioni ciò che io ascolto è qualche cosa? E` come se qualcuno, ascoltando un discorso di un altro dicesse: lui dice così, ma in realtà vuol dire quest'altra cosa. Questa sembra forse l'unica via per potere interpretare un discorso, cioè di dirsi, anche se evidentemente non è che sia sempre in questi termini, che in realtà voleva dire questo. Pensate a tutta l'ermeneutica per esempio, in definitiva fa questo. Ma se non so ancora che cosa l'altro vuole dire dicendomi qualcosa, non so assolutamente che cosa mi sta dicendo, badate bene, qualunque cosa mi dica, la sola cosa che posso fare è prendere atto del fatto che mi sta dicendo queste cose, cioè mi sta dicendo questi significanti in quella successione, in quel modo, in quel momento. Di fatto in quel momento nulla mi autorizza a fare nulla più di questo, prendere atto che mi ha detto qualcosa. Che cosa? Qualunque traduzione io pensi o immagini, risulta assolutamente arbitraria, anche se è pur vero, l'abbiamo detto in varie occasioni, che si da una sorta di gioco linguistico a cui ciascuno grosso modo si attiene. Pensate per esempio ai luoghi comuni, sono fatti apposta per potere consentire al linguaggio di svolgersi in un certo modo, se uno dice una qualunque cosa, io capisco quello che mi dice, potremmo dirla così: capisco quello che mi dice ma non so cosa mi dice. Come se voi vi trovaste di fronte a un frammento di iscrizione, girate a Pompei e trovate un coccio con su una iscrizione latina, con una frase presa da un testo che è scomparso, voi capite cosa c'è scritto ma non sapete che cosa sta dicendo, anche se capite tutte le parole. Questa distinzione che sto facendo, anche se molto approssimativa, molto rozza, allude a una questione che può risultare tutt'altro che marginale. Quando vi trovate ad ascoltare qualcosa, capite chiaramente ciò che vi viene detto, ma non sapete che cosa vi si sta dicendo. Ora tutto ciò è già implicito nella Seconda Sofistica, in ciò che ho scritto, però si tratta di esplicitarne alcuni aspetti e questa sembra piuttosto importante, perché in definitiva ne va di ciò che fa il Sofista. Ora provate a volgere tutto questo rispetto non a ciò che ascoltate di altri, ma a ciò che voi dite, al discorso in cui vi trovate. Io parlo e quindi produco una serie di significanti, capisco quello che dico il più delle volte, ma so che cosa sto dicendo? La domanda intorno al "che cosa" sto dicendo allude al "che cosa" produco, che cosa si produce in ciò che dico. Ora immaginate che io dica qualche cosa, per esempio le cose che sto dicendo e supponga, per qualche motivo, che le cose che dico non facciano null'altro che descrivere uno stato di cose che io ho reperito, che io ho trovato ecc. A questo punto evidentemente ciò che dico è soltanto una descrizione, un'illustrazione, ciò che le mie parole producono è soltanto la manifestazione di qualche cosa che mentre dico si configura così com'è, in questo caso le mie parole sono uno strumento, uno strumento per esprimere un qualche cosa che è al di là o al di qua di qualcos'altro. Mentre ciò che andavamo dicendo va probabilmente in un'altra direzione, e cioè che le cose che sto dicendo non manifestano, né esprimono assolutamente nulla che sia da qualche parte, semplicemente costruiscono altre proposizioni utilizzando un criterio che è quello che ho deciso di adottare. D'altra parte è quanto posso dire, qualunque altra cosa sarebbe assolutamente arbitraria, gratuita, negabile in qualunque momento. Il criterio che ho deciso di adottare, come sapete, è quello di formulare proposizioni che non possono essere negate, ma questo ci dice soltanto che ci atteniamo a ciò che la struttura del linguaggio ci impone, null'altro che questo, ma facendo questo troviamo anche qualche cosa di più sorprendente, e cioè che qualunque cosa mi trovi a dire, a pensare o immaginare inevitabilmente e irreversibilmente delle parole in cui mi trovo, come dire ancora...

- Intervento:...

...certo tiene conto di una struttura. Perché tenere conto di questo criterio in questa operazione anziché di un altro? Per una questione di libertà, se volete metterla così, perché è il criterio che mi consente di accogliere effettivamente qualunque cosa che il discorso produca, senza limiti di sorta e non ci sono limiti perché non c'è nulla che venga accreditato come vero, come necessariamente vero, vero nell'accezione di corrispondenza alla realtà, in accezione antica come adequatio rei et intellectus. Tutto ciò che dico non è né vero né falso, né è sottoponibile a questo criterio, nel senso che se voglio posso sottoporlo a questo criterio come a qualunque altro, ma non faccio nulla di straordinariamente interessante, allora dunque ciò che dico in quanto tale è nulla di per sé, ma è qualche cosa in quanto rinvia inevitabilmente a ciò che segue. Ma perché questo rinvio possa darsi e perché questo rinvio possa acconsentire a un altro rinvio ancora, è necessario che nulla intervenga ad arrestare questo percorso. Che cosa interviene ad arrestarlo? La supposizione che ad un certo punto ciò io dico corrisponda a qualche cosa che è fuori da ciò che dico, solo a questa condizione si arresta, se no, non si arresta. Ma non arrestandosi mi impedisce ovviamente di potere pensare che quello che io dico sia altro all'infuori della stringa di significanti in cui mi trovo e che produce, con tutto ciò che questo comporta, e vale a dire l'impossibilità di credere ciò che dico. Se non credo ciò che dico, allora effettivamente posso parlare. Ecco, riflettevo su questa nozione di libertà, libertà assoluta, estrema, la libertà di potere confrontarsi con qualunque discorso intervenga in ciò che dico, se questo discorso è immaginato la manifestazione o l'espressione di qualche cosa che è fuori della parola non posso confrontarmi, posso soltanto adeguarmi e attenermi a questo. Allora voi vi trovate di fronte a un discorso, torniamo a ciò che dicevamo all'inizio, qualcuno vi parla, cosa vi sta dicendo? Non avete alcuna idea di cosa vi sta dicendo, anche se, come dicevo, capite quello che dice. Consideriamo due aspetti: o ciò che vi sta dicendo non vi interessa minimamente, e allora il problema è subito esaurito, oppure per qualche motivo invece vi interessa, ma allora, in questo caso, è soltanto la persona che sta facendo questo discorso che potrà dire di che cosa si tratta e cioè che cosa sta dicendo, voi di fatto non avete nessun elemento per poterlo dire, e quindi qualunque cosa pensiate che questa persona stia, dicendo vale quanto qualunque altra e il suo contrario. Differente è, dicevamo, il caso in cui sia io a parlare, allora sì, è vero che ciò che dico di per sé è nulla, è nulla cioè mi lascia libero di accogliere ciò che segue e così via, una sorta di costruzione continua dove ciò che si costruisce sono parole, nulla al di fuori di questo. L'unica difficoltà sta nel considerare che laddove vi sia una fortissima tentazione di arrestare questo percorso, come se l'eventualità di inarrestabilità di questo percorso potesse mostrarsi come assolutamente intollerabile, allora sorge la formulazione che afferma che è così perché non può essere altrimenti che così, e quindi deve essere così. Non sempre si formula in questo modo però. Non è propriamente neanche il nichilismo, dicevamo venerdì, non si tratta di piangere la perdita di qualcosa, anzi, non si perde niente, si acquista continuamente altro, altri elementi, ciò che si perde è la necessità di attribuire un valore o di stabilire come stanno le cose. In questo senso tutto ciò che andiamo facendo è un lavoro prettamente teoretico, mettiamo una piccola variante alla nozione di teoresi così come è comunemente intesa, ponendola come una riflessione, una considerazione intorno alle condizioni e agli effetti della parola. C'è una questione importante a questo riguardo, potremmo dirla così, in modo un po' bizzarro, sapete perché una persona si affanna, si angoscia, si preoccupa, si dispera? Perché non ha niente di meglio da fare, letteralmente.

- Intervento: il piacere non è più piacere...

Facciamo un esempio, immaginiamo che io mi trovi di fronte a una situazione che mi da un grande piacere, per qualche motivo, ora provo questa sensazione evidentemente, e allora posso o tenermi questa sensazione, questo piacere, fin che dura, oppure aggiungere a questa sensazione altre cose che non tolgono nulla a questo piacere, ma è come se utilizzassero questa sensazione piacevole che ho provata, per cogliere altri elementi. che poi magari con quella sensazione...

- Intervento:...

...già, se c'è l'angoscia evidentemente qualche cosa si è fissato in modo tale da non potere essere considerato come un elemento linguistico ma, così come nel caso più frequente dell'angoscia come attesa di un pericolo non identificato, ma credo all'esistenza di questo pericolo...

- Intervento: se uno sa che l'angoscia è nella parola, tutto questo si smonta, questo montare e smontare...

Sì e no, ci sono due aspetti che occorre considerare, il primo è che l'angoscia, come il piacere, come qualunque altra cosa attenendoci a ciò che dicevo prima, in quanto tale è nulla, è nulla e pertanto a questo punto la sensazione che provo di piacere o di angoscia, non ha nessun modo per potere stabilirsi in modo tale da creare e consolidare la supposizione che ciò che sto pensando corrisponda esattamente alle cose così come sono. Stavo dicendo che qualunque sensazione io mi trovi a sentire, non è che mi metto lì e la interrogo...

- Intervento:...

Sì, parlavo del piacere in un'accezione particolare, cioè di una sensazione che comunemente è nota come tale, ma ho parlato di piacere tempo fa in un'altra accezione, e in questa accezione il piacere non può togliersi né sospendersi, laddove proceda dall'accogliere ciò che mano a mano, lungo il discorso si va producendo, così, con curiosità e con sorpresa.

- Intervento:...

Allora sì, in questo caso nell'accezione comune, ha breve durata è piuttosto effimero...

- Intervento: anche l'angoscia allora ha breve durata.

Sì, talvolta ha breve durata anche questa, però ciò che a noi interessa è intendere qualcosa di più preciso rispetto non tanto al piacere o all'angoscia, ma a una sorta di disposizione nei confronti di ciò che mi trovo a pensare o a dire, qualunque cosa sia e in qualunque circostanza. Quando può accadere che una cosa che si considera piacevole cessi di esserlo? A quali condizioni?

- Intervento:...

Anche, certamente, anche un differente modo di pensare le cose, tante cose che per esempio da bambini facevano un gran piacere, da adulti possono lasciare indifferenti, qualche cosa accade per cui il piacere può variare, ciò che rimane è qualche cosa che non ha più moltissimo a che fare con la situazione che ha fornito il pretesto, l'innesco per provare il piacere, ma con ciò che si produce nel mio discorso in seguito a qualche cosa che è avvenuta. Ora di questo posso rendermi conto e tenere conto, che questa cosa che è avvenuta è tale perché esiste nel discorso di cui vado dicendo, fuori da questo...

cambio cassetta

...di questo piacere, ma di impedire che si dissolva, perché non è più la situazione in quanto tale, pensata fuori dalla parola, ma ciò che si è prodotto nel mio discorso, di cui sono, per così dire "l'autore" in un certo senso, tra virgolette. Ed è questo che dicevo tempo fa, rispetto al piacere propriamente...

- Intervento:...

In un certo senso, dicevamo che di fatto ciò che si cerca in moltissime occasioni produce sì del piacere, ma la differenza sta che in alcune circostanze questo piacere non è ammesso in quanto tale, allora si faceva l'esempio della sofferenza, se vi ricordate, ci chiedevamo come avviene che una persona soffra pur non essendo obbligata a farlo, dicendo anche altre cose evidentemente, ma ciò che rimane in tutto questo è che se io mi trovo a provare una sofferenza, di qualunque tipo, nessuno me l'ha ordinata questa sofferenza, ciò che io considero tale è ciò che si produce dal mio discorso, e a questo punto sono rinviato al mio discorso e accolgo la responsabilità, come se io "volessi" mettiamolo fra virgolette, volessi ciò che si sta producendo. Posta la questione in questi termini, magari incontro l'occasione di chiedermi per quale motivo io cerchi una cosa del genere o che funzione ha (Freud lo chiamava il tornaconto), cioè inserisco elementi tali per cui cesso di pensare che questa cosa mi sia capitata così, fra capo e collo, ma la considero come un elemento che attiene al mio discorso, al discorso che sto facendo, che pertanto non avendo nessun referente fuori da ciò che dico è lì che va considerata, esattamente in ciò che dico e non fuori di questo, e quindi sono rinviato, come dicevo prima, al discorso in cui mi trovo, ai suoi effetti, alle sue produzioni e di conseguenza considero questa sofferenza che mi è capitato di provare come una produzione de mio discorso, già questo potrebbe condurmi in una posizione molto differente, e cioè cessare, per esempio, rendendomi conto che è una produzione del mio discorso, cessare di pensare che possa esserne la vittima, di subire una cosa che mi accade così perché gli dei me l'hanno imposta, ma come una proposizione, cesso di soffrire a quel punto? In una certa accezione sì, nel senso che non è più sostenibile, e non è più sostenibile in quanto esistono delle condizioni, esistono delle condizioni perché si possa soffrire, condizioni precise,...

- Intervento:...il fatto che soffrire sia altro...

Infatti è questo ciò a cui sto per giungere, dicevo che, in una certa accezione, non posso più soffrire, non c'è più modo proprio. Ma allora non si pone più come sofferenza, cessa di essere tale e rimane una proposizione che può dire tutta una serie di cose. Alcune le ho accennate, cioè che condizione ha, quali altri elementi mi induce...

- Intervento: come intendere che la sensazione è nella parola...

Noi in effetti non siamo partiti dalla domanda dove si trovi esattamente la sensazione, diciamo che è nella parola perché è ciò che di fatto ci consente di potere dire di un'emozione, quindi di potere accogliere una emozione, se in effetti fuori dalla parola io non posso né dire di provare un'emozione, né in nessun modo neanche pormi il problema, allora può esistere un'emozione? La questione l'abbiamo affrontata ultimamente in molte circostanze, giungendo alla considerazione molto banale che in effetti non potendone dire nulla di nulla, né quindi potere porsi la questione se si prova oppure no un'emozione, e quindi dire di provare un'emozione non significa assolutamente niente, allora non posso neanche dirlo, cioè non c'è proprio, posso dire che anche una pietra prova emozione però non ho detto un granché tutto sommato, cioè posso dire qualunque cosa e il suo contrario, però come dicevo proprio all'inizio, in questo lavoro ci siamo attenuti ad un criterio che ho ritenuto fosse meno arbitrario, cercando di eliminare quanto più fosse possibile proposizioni, affermazioni assolutamente gratuite. Se io dico che le sensazioni sono nella parola, faccio un'affermazione che dice qualcosa che non può essere altrimenti, che se la parola non si desse non potrei neanche farmi questa domanda, dire che la sensazione è nel cuore o nelle vene, sì, posso dirlo certo, ma allo stesso modo e altrettanto legittimamente potrei dire in qualunque altro posto, però non andrei molto lontano, posso anche dire che le emozioni me le trasmette dio, quando e come piace a lui, altrettanto legittimamente, perché no? Però non abbiamo accolto queste proposizioni a causa di questo, e cioè che ci impediscono di prendere una direzione. Nel senso che potremmo prenderne una qualunque altrettanto legittimamente, però tutto sommato questo non ha nessun interesse. Ecco perché abbiamo sottolineato questo aspetto, abbiamo utilizzato un criterio....

- Intervento:...

Non è neanche che risieda nella parola letteralmente, diciamo che attraverso la parola si può parlare di emozioni...

- Intervento: Peirce parlava di inferenze rispetto alle sensazioni.

Si, può anche provarsi effettivamente, come faceva lui, che ciascuna emozione non è altro che l'ultima proposizione di una serie di inferenze, che precedono necessariamente...

- Intervento: Ciascuna emozione interviene in modo diverso per ciascuna persona, se le emozioni esistessero di per sé dovrebbe esserci un criterio universale...

- Intervento: Emozione come inferenza?

- Intervento: E` un prodotto di inferenze, una serie di proposizioni che si connettono l'una con l'altra...

- Intervento: Produzione della parola come un volere continuare a descrivere il fuori e dentro della parola. Quale l'economia, come la funzione?

La sofferenza può essere fuori dalla parola? No. Dunque se mi riguarda attiene al discorso in cui mi trovo. Può essere isolata da ciò che precede o da ciò che segue? No, sarebbe di nuovo fuori dalla parola.

- Intervento: Ma perché questa produzione interviene come descrizione....

- Intervento: Può essere isolata da ciò che precede o da ciò che segue? No sarebbe di nuovo fuori dalla parola.

- Intervento: Ma perché...all'infinito....

Ecco, immaginiamo, adesso io penso che mi succederà una cosa terribile, generalmente cosa avviene? Prendo atto di questa proposizione...

- Intervento: Perché cose terribili?

Perché sono quelle che preoccupano i più, uno non è preoccupato di stare bene, è preoccupato di stare male...

- Intervento:...

...anche se sta male, a meno che non ci chieda di intervenire, se sta benissimo e lo stesso ci chiede di intervenire, noi interveniamo lo stesso. Non ci interessa che stia bene o che stia male, ci interessa quello che dice, poi che stia bene o stia male...

- Intervento:...

Perché interviene talvolta che una persona incominci a interrogarsi, proprio prendendo spunto da questo, da un disagio, da un malessere, è il più delle volte un'occasione, non sempre però...

- Intervento: Voglio sapere questa questione del piacere, non mi è chiara...

Una persona prova piacere, che problema c'è?

- Intervento: Se uno prova piacere di cosa ha bisogno?

C'è una variante. Il piacere che posso provare, se non mi rendo conto che questo piacere attiene al discorso in cui mi trovo o se invece tengo conto di questo, mi accorgo di questo, non è esattamente la stessa cosa, c'è una variante...

- Intervento: Ecco se io ne tengo conto, provo un altro piacere...

Possiamo dirla anche così

- Intervento: Tutto ciò che accade, tutto ciò che provo non è fuori dalla parola

- Intervento: Che cosa mi spinge...?

La libertà, nel senso che provare piacere per qualche cosa che si suppone fuori dalla parola vincola questo piacere a "quella cosa" supposta tale, e allora cosa succede? Che limita ciò che indicavo prima con libertà, cioè che se questa cosa per qualunque motivo cessa di porsi come tale, anche soltanto di porsi come piacere, può subentrare la necessità di possedere, di accaparrarsi questo elemento che produce piacere, ma ciò che si produce non è soltanto questo, è anche mano a mano il consolidarsi dell'idea che il mio piacere sia vincolato e direttamente dipendente da quella cosa, il che molto probabilmente non è. In questo senso dicevo che c'é una variante...

- Intervento: Posso anche non essere così ingenua.

Si, anche se non è solo questione di ingenuità, ma di struttura di pensiero.

- Intervento: Si, questo è il luogo comune, facevo il verso al luogo comune. Ma se è una cosa x che ti produce piacere, se io sono fermamente convinto che sia la cosa x a produrre questa cosa, come se effettivamente fossi vincolato alla necessità della presenza di questa cosa x, questo può impedirmi di muovermi con una certa libertà

- Intervento: Posso scegliere?

Scegliere? Ciascun elemento che si pone richiama inevitabilmente altri, può accadere che si faccia di tutto per impedire che questi altri si pongano, si faccia di tutto per barrarli, per continuare a pensare che è proprio quella cosa lì, la cosa x che produce piacere...

- Intervento:...è la questione del trauma. Nella civiltà occidentale si parla dell'oggetto di piacere...

- Intervento:...

Diciamo che è riferito all'oggetto, può esserlo.

 

 

9-5-95

 

SALTO LOGICO NON DEDUCIBILE

 

Allora la volta scorsa abbiamo accennato ad un problema, ad uno scolio…è il caso che ripeta il problema oppure è chiarissimo per tutti? Allora dicevamo questo, che in questa ricerca che stiamo compiendo, siamo partiti da una proposizione che abbiamo accolta perché dimostrava una particolarità, che è quella di non poter essere confutata in nessun modo, ora da questa proposizione siamo partiti per dire che cosa necessariamente questa proposizione implicava, e ci siamo imbattuti in questo problema, che procedendo in modo analitico, per fare il verso a Kant, ci siamo trovati di fronte a questa difficoltà e cioè a dovere giustificare in qualche modo un salto logico, che in nessun modo è deducibile, derivabile, dalla proposizione iniziale e quindi è come se ci trovassimo costretti ad immettere un elemento assolutamente e arbitrariamente, in modo assolutamente arbitrario, perché non deducibile, non derivabile, e allora ecco il quesito, come è possibile rendere necessario questo passaggio, se vogliamo accoglierlo senza che sia un gesto totalmente arbitrario, come dunque rendere necessario qualcosa che per definizione non lo è? Ora questo problema può risolversi in un modo molto semplice, con un sofisma, sì poi vi dirò perché con un sofisma e quindi che cosa intendiamo con sofisma. Dunque qual è la questione? Come tutti i sofismi ha una soluzione molto semplice “gli umani parlano” dicevamo, questa asserzione può essere quantificata molto banalmente, quanti? Tutti in quanto umani parlano, ma questa quantificazione ha una prerogativa che è quella di procedere per induzione, cioè non sappiamo mai quanti e, se tutti, se non all’infinito, come ciascuna induzione che si rispetti. E allora ecco ci troviamo in una situazione tale per cui il gesto stesso di dire, pronunciare questa proposizione, è arbitrario, cioè non necessario, come dire, che è non necessario in quanto non è derivabile da nulla, è un gesto, ma è necessario perché senza questo gesto, tutto ciò che segue non può esistere. In altri termini ancora si tratta di considerare che questo gesto, del dire qualcosa, incominciare a dire, è la parola che incina (che incomincia -traduzione simultanea dal toscano per incominciare) dunque questo gesto è quello che rende possibile, qualunque cosa segua, dunque questa affermazione è il gesto che consente a qualunque inferenza di prodursi, senza questo primo gesto non segue nulla, ed ecco quindi che come vi avevo promesso abbiamo risolto il problema in modo tale che questo passo, che non è in nessun modo derivabile, risulta tuttavia necessario, non è derivabile da nulla, questa parola che incomincia non è derivabile da qualche cosa, incomincia, ma è necessaria perché senza questa parola non c’è possibilità di fare alcunché senza questo incominciamento. Allora dicevamo che si tratta di un sofisma, perché? Cos’è un sofisma? Proviamo a dare una definizione, definizione che certamente tiene conto di ciò che è stato detto a questo proposito ma aggiunge qualcosa di più, riguarda sì, un sapere certo, un sapere potremmo dire non fondabile, né fondante, e che tiene conto di un aspetto particolare, il sofisma. Che cosa sa? Sa soltanto ciò di cui non può non sapere, per potere dirsi. Il sofista, il saggio sa soltanto ciò di cui non può non sapere, per proseguire a parlare. E di cosa si avvale il sofista? Quindi propriamente di questo, tiene conto di ciò di cui non può non tenere conto se vuole proseguire a parlare o meglio ancora, di ciò di cui non può non tenere conto riflettendo intorno a ciò che gli consente di parlare, e si avvale di che cosa? Della logica, della retorica, della linguistica, della psicanalisi, di qualunque cosa, di qualunque strumento e se ne avvale in modo assolutamente non rispettoso dei canoni in cui questa disciplina è inserita. Perché non rispettoso? Perché non ritiene che nessuna di queste discipline sia fondata o fondabile e pertanto se ne avvale come uno strumento qualunque, per potere giocare il gioco del linguaggio.Ora dunque ascoltare con un sofisma una questione, è tenere conto che questa questione è un fatto linguistico e di questo deve tenere conto in primissima istanza, prima ancora di qualunque altra cosa, cioè per esempio, rispetto alla questione della giustizia. Che cos’è la giustizia? Ecco in prima istanza è un fatto linguistico, muovere da questa considerazione, consente di produrre sofismi che chiaramente non si attengono a nessun criterio particolare, ma salvo quello da cui non possono uscire, che non c’è uscita dal linguaggio e quindi ciascun elemento, come dicevamo già tempo, ha un referente nella parola, non ha un referente fuori, in questo senso non è fondato da qualche cosa che lo garantisca e questa stessa operazione di fondazione avviene nel linguaggio e pertanto nella parola. Perché ho indicato questo modo, questo sofisma? Perché di fatto che cosa stiamo facendo ultimamente e soprattutto negli ultimi mesi, in modo proprio esplicito, da quanto abbiamo cominciato a leggere Wittgenstein? Stiamo facendo esattamente questo, inventando una seconda sofistica, che della prima, quella avvenuta duemila e qualche anno fa, riprende il gesto, il gesto di audacia assoluta, audacia e spregiudicatezza nei confronti del linguaggio in prima istanza e pertanto di qualunque disciplina. Cos’è la spregiudicatezza in questo caso? La spregiudicatezza è rinunciare e pertanto non attenersi ad alcun atto di fede, questo intendo con spregiudicatezza, non la eliminazione di tutto ciò che non è necessariamente connesso con la questione da cui siamo partiti, per nulla, ma il considerarlo come una produzione, qualcosa che è possibile produrre con il linguaggio, di qualunque cosa si tratti, quindi la produzione di un fatto linguistico o un atto di parola. Per questo vi invito a rileggere come dicevo l’altra volta Austin, che coglie in modo molto preciso la questione, sia nei Saggi filosofici ma anche in Come fare cose con le parole si accorge che di fatto le cose che si fanno con le parole sono altre parole e questi fatti, sono fatti linguistici e lo stesso credere che questo fatto linguistico corrisponda a una qualunque realtà, è un altro fatto linguistico, e di questo ci invita a tenere conto per via dei risvolti che tutto ciò ha. Dunque considerare questo, cioè che ciò che stiamo facendo è esattamente l’invenzione della Seconda Sofistica e intendo Seconda qui, in accezione che è molto prossima a quella che indica Verdiglione quando parla di Secondo Rinascimento, secondo non nel senso che segue ad un primo, in un ordine cronologico, ma nel senso che in quanto c’è un secondo, che esiste un primo, è la seconda riflessione che consente alla prima di instaurare tutta la sua portata. D’altra parte se voi leggete i manuali di filosofia, dedicano pochissimo spazio ai Sofisti, come se fosse così una cosettina da niente, non Heidegger che tuttavia è molto più attento a queste cose, e anche Nietzsche, leggete il suo scritto su Teognide di Megara, e su questo gesto iniziale che metaforicamente viene attribuito al pensiero greco, metaforicamente in quanto non è che sia … è un mito e Heidegger, soprattutto Heidegger quello delle discussioni su Eraclito, Anassagora, Anassimene ecc.. e Colli, sulla sapienza greca e Untersteiner, tutti coloro che hanno colto in questo gesto cioè, in questo avvio del pensare greco, un gesto straordinario, qualcosa… in effetti è incominciato il pensiero così come è pensato o pensabile oggi. Dunque dicevo, cominciare a riprendere questo gesto, occorre ricominciare anzi soprattutto riprendere e considerarlo quanto meno, con audacia e spregiudicatezza, senza dover rendere omaggio ad alcunché, né alla metafisica, né al discorso comune, né al discorso della scienza, cioè senza la necessità di rendere omaggio a fatti linguistici, ritenendoli, chissà per quale motivo, prioritari rispetto ad altri. Mi sono dunque accorto, che con l’avvio di queste letture intorno a Heidegger, di fatto abbiamo avviato questo, ed è questo che ci occuperà. Abbiamo parlato in varie occasioni dei Sofisti e avremo modo di riprendere la questione in termini più precisi ma, non tanto rispetto ai Sofisti, quelli che furono detti tali, anche, ma soprattutto per riflettere intorno al modo che hanno avviato e che occorre che proseguiamo. Prendete così questa soluzione che vi ho proposto del problema enunciato la volta scorsa, non significa niente, nel senso che non ha nessuna garanzia, nessun referente, è un gioco linguistico, un sofisma lo abbiamo chiamato e pertanto una soluzione che per definizione non è fondabile, e in questo seguendo un po’ l’indicazione, anche di Wittgenstein, la soluzione di un problema non è altro che la riformulazione, cioè un’altra formulazione del problema, il problema rimane ovviamente, rimane trasformato, ma questa soluzione non risolve niente, è un gioco di prestigio, come ciascun atto linguistico, se volete, un gioco di prestigio, fa comparire qualcosa, disponendo altrimenti…la differente disposizione sintattica e frastica degli elementi. Questa altra disposizione produce che cosa? Un’altra proposizione, non è che valga più o meno di quella precedente, è un’altra proposizione. Già De Saussure aveva avvertito che nel segno, cioè la relazione di significazione tra il significato e il significante, varia, laddove varia il significante anche il significato cambia pur essendo questa relazione arbitraria. Arbitraria solo questa relazione, evidentemente, non il segno. Cosa comporta tutto questo? Queste riflessioni? E l’avvio dunque di una Seconda Sofistica? Perché stando a ciò che abbiamo detto da sempre, non stiamo costruendo di fatto nessuna teoria, cioè un sistema di proposizioni organizzato in modo tale che consenta almeno di rendere conto di altre proposizioni, no, non c’è nessuna costruzione di questo tipo, è un puro e semplice gioco di prestigio, la questione centrale è che, c’è l’eventualità che sempre più stiamo considerando, che di fatto si tratti di, chiamiamolo gioco di prestigio, adesso uso questi termini così rozzi, gioco di prestigio in ciascun caso anche senza accorgersene. Gioco di prestigio è un gioco per cui da una parola se ne produce un’altra che in nessun modo si riesce a derivare. Quando i prestigiatori, li avete visti i prestigiatori? a me sono sempre piaciuti fin da piccolo, non sono mai riuscito a far giochi di prestigio però, fa qualche cosa che ad un certo punto produce un evento assolutamente, sì, apparentemente sì, non derivabile dal gesto precedente, uno fa così ma è difficile che esca fuori un coniglio, non si intende la connessione, ecco produce qualcosa di assolutamente inatteso, inedito, non derivabile, tutta la questione connessa con la derivabilità l’abbiamo “incinata” quando leggevamo delle cose di Plotino, di Proclo, di Porfirio, dei neo platonici e della necessità di stabilire la derivazione come necessaria, che originariamente era una emanazione, era giustificata dall’emanazione se no, loro stessi che erano tutt’altro che stupidi, si accorgevano benissimo che qualunque tipo di derivazione era assolutamente gratuita a meno che, a meno che non ci fosse un’emanazione di dio ed allora ecco che giustificava questo ogni cosa, rendeva possibile, la garantiva. Lo stesso Tommaso si accorge perfettamente nel De Ente et Essentia che la derivabilità è una chimera, assolutamente improponibile, se non è garantita da qualcuno, poi è un discorso che nel proseguo si è molto banalizzata però… e allora leggere…quando per esempio, mi sono accorto di ciò che stavo facendo ho avuto una grandissima facilità, ancora maggiore nel leggere, nel riflettere perché di fatto mi sono accorto della direzione che il discorso aveva preso, e prendendo questa direzione è chiaro che ciò che avviene mentre leggo, ad esempio, è altro da ciò che avveniva prima, in quanto c’è un’attenzione, un attenzione a che cosa? Non al contenuto, a ciò che la persona vuole dimostrare, ma al come questo avviene, cioè attraverso quali vie quale argomentazioni, sì certo queste sono cose che già da tempo stiamo facendo, però, si tratta di farle in termini più radicali. Questione per altro verso non di questi ultimi tempi, abbiamo sempre detto che ciò che interessa non è tanto ciò che una persona dice in quanto tale, ma come lo dice, cioè il modo attraverso quali vie, lungo quali storie, perché è questo, come che mette in evidenza immediatamente le credenze, le superstizioni, per esempio, la religiosità di un discorso, l’atto di fede per esempio in un discorso. Perché è stato abbandonato il pensiero dei Sofisti? È stato abbandonato con Platone prima, Aristotele poi, per lo stesso motivo per cui lo abbandona Guido Sommavilla, Societas Jesus, perché non consente nessuna fondabilità del pensiero solo per questo, perché non consente nessuna fondazione, nessuna fondabilità del pensiero, solo per questo. Voi leggete i dialoghi platonici, da Platone dedicati ai Sofisti, prendete il Teeteto, l’Eutidemo, l’Ippia il Sofista e altri, non c’è nessuna obiezione che Platone possa muovere, che Socrate, ma Socrate è Platone, Socrate di fatto è un sofista, che di fatto possa muovere all’argomentazione dei sofisti, salvo questa, che questo pensiero non consente nessuna fondabilità, questione che poi Aristotele riprende in termini precisi, sia nella Metafisica, sia nelle Confutazioni Sofistiche, contenuti nell’Organon. Ecco, sono da rileggere per vari motivi ma soprattutto perché risulta immediatamente evidente qual è il problema connesso con il pensiero dei Sofisti e cioè che tale pensiero non è gestibile, né utilizzabile, né indirizzabile, né può essere in nessun modo il fondamento su cui costruire per esempio, uno stato, un governo, una religione, qualunque cosa che debba per definizione ritenersi fondato o fondabile. Adesso non è che ci interessi stabilire che o se tutto ciò che è seguito a questa condanna dei Sofisti, abbia prodotte cose interessanti oppure no, non ci interessa minimamente, ciò che ci interessa è che a questo punto ci sono le condizioni per non trovarsi più nella necessità forse, di dover ritenere il proprio discorso o fondato o fondabile e quindi di dovere attenersi ad un atto di fede. Siccome ci stiamo confrontando con questa eventualità, ecco che a questo punto possiamo accogliere, il pensiero, il discorso della sofistica promuovendo appunto la Seconda Sofistica, molto più radicale e più estrema della prima e più ardua sicuramente, anche perché tutto sommato abbiamo qualche elemento in più, rispetto ai Sofisti di duemila anni fa, non moltissimi occorre dire, qualche, e qualche elemento ci è sto fornito dalla linguistica, dalla semiotica, dalla logica, dalla psicanalisi anche, di tutto ciò dicevamo all’inizio ci avvaliamo, senza che questo porti ad un discorso scientifico. Ciò che veniva accusato era questo che il discorso dei Sofisti non poteva condurre a nessuna scientificità, non c’era nulla di scientifico, o detto altrimenti di fondabile, nulla di credibile, potremmo dirla così, anche se erano abilissimi a far credere qualunque cosa ma “di credibile” nel senso che non costruiva nulla che potesse costituirsi come atto di fede, ma un gioco, un gioco, per altro anche difficile, e incessante, incessante perché non avendo un fondamento è costretto a muoversi continuamente, come un pescecane, non se l’aspettava questa? I pescecani sono costretti a muoversi ininterrottamente perché se si fermano, non riescono a respirare, e poi vanno a fondo perché sono sprovvisti di vescica natatoria.

 

-         Intervento: anche di scienze naturali sa?

 

So moltissimo, ecco e quindi costretti a muoversi continuamente in questo caso con il pensiero evidentemente, non è che corressero, come dire che non trovando nulla su cui arrestarsi, nulla su cui fermarsi, il pensiero, il dire del sofista è inarrestabile, non poteva non muoversi direi per definizione, non poteva fermarsi, né poteva muoversi in un'unica direzione, per questo erano costretti a conoscere tutto, e questo anche veniva loro rimproverato, una conoscenza superficiale di tutto, superficiale vale a dire che nessuna delle conoscenze di cui disponevano era tale di condurre a una fondazione, ad un fondamento, a una base, a qualcosa che fosse certo. Poi va be, si muovevano anche perché giravano, di città in città, anche perché li cacciavano via, e quindi erano costretti ad una certa mobilità. Li cacciavano perché insegnavano… la stessa accusa che fu rivolta a Socrate, perché le cose che insegnavano andavano contro l’insegnamento religioso e contro l’insegnamento dello stato, in quanto indicavano che nessuna dottrina può instaurarsi legittimamente e pertanto appena veniva all’orecchio del capetto del posto la preoccupazione immediatamente era quella che potesse il Sofista, così come Socrate, corrompere i giovani e far perdere i sani valori, che invece occorreva che avessero, e quindi erano costretti sempre a cambiare zona, quindi senza patria, senza fissa dimora, senza luogo, senza radici, senza origini, senza niente, ciò, l’unica cosa di cui disponevano se lo portavano sempre appresso, cioè la loro intelligenza, la loro abilità

 

-         Intervento: come vivevano?

 

Adesso lo stabiliamo, vivevano così, andavano in una città, contattavano giovanotti e promettevano, e mantenevano le loro promesse, di insegnare ad argomentare in modo tale, da potere dimostrare e confutare qualunque cosa. Ora questo allora aveva o meglio era un pregio straordinario, perché consentiva a chiunque di vincere tutti gli agoni dialettici che si svolgevano nel foro ma non soltanto, di vincere le cause, sapere difendersi in modo brillante ed efficace. Ecco perché chiedevano cifre enormi per insegnare questo

 

-         Intervento: Socrate?

 

Sì, compie un’operazione per cui ciò che facevano i Sofisti lui lo fa, ma dando a questo insegnamento non più l’impronta di assoluta spavalderia e spregiudicatezza, ma un’operazione scientifica. È chiaro che tutto il pensiero di Platone, di Aristotele viene dai Sofisti, sono stati loro i primi ad insegnare a pensare, poi altri hanno formalizzato questo modo, rendendolo accademico appunto e quindi accessibile a tutti ma come spesso accade quando una cosa è accessibile a tutti, è anche pilotata, perché a questo punto Aristotele e altri prima di lui, hanno indicato nella logica e anche nella dialettica in parte, anche l’uso corretto sia della logica, sia della dialettica e cioè hanno indirizzato questo per che cosa? Per la fondabilità, in definitiva per instaurare, per consolidare la certezza e la sicurezza della necessità di una deduzione logica, e quindi della necessità per esempio dello stato, che per Aristotele discendeva da una necessità logica e di moltissime altre cose, in questo senso pilotato, per i Sofisti no, tutto ciò non aveva nessuna direzione. Uno imparava a dimostrare e confutare per che cosa? Per far soldi, non gli importava assolutamente nulla di che cosa una persona dimostrasse o confutasse, assolutamente niente, ma tuttavia la promessa che facevano i Sofisti la mantenevano, effettivamente insegnavano questo, e anche molto brillantemente, tant'è che la voce si spargeva e i vari Parmenide, Gorgia, Protagora avevano uno stuolo di persone che li seguiva dunque andassero. Si spargeva la voce appena si avvicinavano alla città, tutti si precipitavano, Parmenide, descritto da Platone come vecchio e terribile, terribile perché Sofista, cioè chi è il Sofista? È una persona che in nessun modo può essere persuasa, né convinta di alcunché, nemmeno di ciò che lui stesso pensa. Ora non avendo questa prerogativa, si trova in una posizione particolare che ha almeno due aspetti di un certo interesse, il primo aspetto è che in nessun modo è manipolabile, indirizzabile e trattabile, non perché avesse un caratteraccio, magari qualcuno ce l’aveva anche, ma non è questo, ma in nessun modo orientabile, e quindi persuadibile, questo è un aspetto, l’altro è che in nessun modo poteva temere alcunché, neanche rispetto alle cose che lui stesso diceva o pensava, intendo dire questo, che non può essere persuaso nemmeno da una sua paura, per esempio, paradossalmente. Dicevamo tempo fa, proprio alla Libreria Araba Fenice, se qualcuno ha paura, ha paura di qualcosa anche se questo qualcosa, non lo individua immediatamente, e quindi almeno in questa cosa crede, almeno questa, se gli togliamo anche questa in effetti non è nemmeno pensabile di avere paura con tutto ciò che segue. Ecco questo secondo aspetto è un aspetto su cui mi sono trovato a riflettere effettivamente dal momento che la mia formazione è prettamente psicanalitica e la psicanalisi come è noto si occupa di fare questo, almeno così dice la vulgata, di togliere le angosce, le paure, gli affanni, gli acciacchi di ogni sorta. Ma in che modo questo avviene per lo più? Nel modo tradizionale, cioè quello della conversione, che è quello religioso, cioè: “cessa di credere questo perché la verità è questa, perché le cose stanno così, non cosà come pensi tu”. Questo è il modo tradizionale e fino ad oggi non ne è stato pensato nessun altro, eppure forse c’è un modo assolutamente più radicale di porre le questioni che non passa attraverso la necessità di un atto di fede. In alcuni scuole di psicanalisi avviene propriamente questo, cioè un addestramento, voi pensate agli junghiani, l’analisi transazionale, quella dell’oggetto di Winnicott…. Per indicare il modo estremo di religiosità, viene proibito di leggere testi che non siano quelli voluti dalla scuola, viene inculcato un metodo, inducendo a pensare che questo è il metodo e questa è la verità e quindi a credere, che sia proprio così, questo è il sistema della conversione, cessa di pensare il falso e comincia a pensare il vero, smetti di fare l’ebreo e comincia a fare il cristiano, e viceversa…dunque una conversione, finalmente ho capito come stanno le cose, prima non sapevo, adesso finalmente so, la questione che ci siamo posti fin dall’inizio, era se fosse possibile pensare altrimenti, tutto faceva sembrare che non lo fosse e invece sì, e invece c’è questa eventualità, può non essere semplicissimo certo, ma d’altra parte questa è la scommessa e l’invenzione della Seconda Sofistica va in questa direzione, porre questa eventualità in termini concreti, tali che sia praticabile. Ecco dunque la formazione psicanalitica che induce effettivamente a pensare che un modo di pensare almeno inadeguato, prendete le varie formulazioni che vengono fatte in ambito psicanalitico anche se non in modo così rozzo e grossolano come quelle che indicavamo prima, ciascun pensiero psicanalitico si pone come teoria, (interventi vari) dunque prendete una qualunque teoria, questa teoria vi consente di riferire immediatamente a una qualunque proposizione un altro fatto, un altro fatto che si pone necessariamente come lo stato delle cose, uno stato di fatto, le cose stanno così, ma al di là di questo, ciò da cui siamo partiti era questa considerazione, cioè se fosse praticabile un pensiero dove questo atto di fede implicito e necessario diventasse invece non necessario, ciascuno può farlo evidentemente, nessuno glielo impedisce, ciascuno è libero di credere quello che vuole ma la scommessa è questa. Come avviene tutto ciò? Ecco l’esempio che vi ho fatto all’inizio della soluzione del problema posto la volta scorsa è emblematico, qual è l’operazione compiuta per fare questo? Una molto semplice e cioè una questione che si è posta e cioè a quali condizioni io affermo che gli umani parlano? Che parli, certo, ma quindi che faccia questo gesto, il gesto risulta quindi necessario, deducibile, è un’implicazione necessaria perché altrimenti, non avverrebbe assolutamente niente e pertanto come avevamo promesso la volta scorsa, la soluzione comporta un elemento che è deducibile ma non derivabile. Dunque si è trattato semplicemente di questo di riflettere su qual è la condizione per potere fare una cosa del genere, per potere dire una cosa del genere, molto semplicemente, e dunque non c’è nessun apporto di nessuna teoria e una cosa che chiunque può fare, poco poco che si soffermi a riflettere. Che cosa impedisce di compiere questa operazione? La ricerca della causa, e la certezza che debba esistere una causa, vale a dire, causa in questa accezione, come l’elemento da cui il successivo è derivato e pertanto derivabile, mentre ciò che abbiamo indicato con necessario è semplicemente questo, che se non c’è questo elemento, io non posso dire, non posso neanche farmi questa domanda, in questo senso è necessario, non che sia derivabile, la derivabilità non ci interessa, almeno in questa accezione. Dunque un’operazione semplicissima, che è resa complicata da una certezza che ciascuna cosa deriva da un’altra, che se ciascuna cosa si muove ci deve essere un primo motore immoto, non in moto, immoto, cioè non mosso da altro, che è già un modo comunque interessante di porre la questione. Da che cosa è mosso in effetti questo gesto di cui parlavo all’inizio, questo gesto iniziale? Da qualunque cosa io decida, da qualunque cosa e il suo contrario, cioè non è derivabile da niente, avviene. Avviene ed è la condizione per cui qualcosa accada. Ma avviene nel senso che non c’è nulla di fatalistico in tutto ciò, se noi ci chiediamo perché avviene, già ci troviamo situati, in una struttura da cui non veniamo più fuori, dicevamo l’altra volta, martedì scorso, che a rigore di termini, termini di cui stiamo riflettendo, chiedersi il perché delle cose, non ha alcun senso, non ha alcuna portata. Questo chiaramente non ci impedisce invece di domandarci un sacco di cose, da qui poi sorse il problema di cui ci siamo occupati all’inizio, dunque sappiamo che chiedendoci il perché delle cose, possiamo giungere dove vogliamo, questo sappiamo con assoluta certezza, in qualunque posto o qualunque contrario, non è che non possiamo o non dobbiamo chiederci il perché, possiamo farlo benissimo, tenendo conto di questo dettaglio, che ho appena enunciato, poi ciascuno può chiedersi qualunque cosa, come avviene evidentemente. Lacan aveva sfiorato la questione poi però si è perso, accennando al…poi la inchioda nei suoi reticoli e nelle sue determinazioni, l’avete letta la Lettera Rubata? Ecco lì la prima parte allude a una eventualità che non è lontanissima da ciò che stiamo dicendo e cioè che l’enunciazione di un significante comporta un significato, ma di questo significato se ne dico lo pongo nella posizione di significante, quindi sopra la barra, e questo significante avrà un altro significato, e così via all’infinito, che era già un modo, un avvio della questione, poi invece si è arenato, dando lui un significato a questa successione che inchioda in una sequenza stabilita e surdeterminata e quindi prevedibile, tant’è che la serie dei gamma che lui chiama così, interviene sempre in un certo modo, in una certa posizione, in una certa combinatoria, leggete questo saggio. Ma dicevo un avvio tutto sommato, un accenno alla questione certo poteva riprenderla in ben altri termini, non è andata così, quando non va così in effetti? Quando senza accorgersi e questo voi potete farlo in ciascuna teoria, è abbastanza semplice reperirlo, sorge la necessità di un fondamento, stabilire almeno un elemento che sia quello. Può anche farsi come fece Peano un’altra operazione, che è quella che poi fa anche Kant, rispetto al giudizio sintetico a priori, l’assiomatizzazione di Peano è un giudizio sintetico a priori, ricordate i cinque assiomi di Peano: Numero est classe. Zero est numero. Ecc…. ciascun successore di un numero è un numero e così via, e poi inserisce da ultimo la formula ricorsiva che consente di costruire ogni formula matematica e con questi cinque assiomi ha costruito la matematica, ma ciò che ci interessa qui è che questi cinque assiomi sono per lui idee primitive, non ulteriormente scomponibili, derivabili, è così. Ora certa può dirsi che per Peano non erano dei dogmi, lo sono stati per altri, come per Kleen (?) per esempio e altri dopo di lui, ma porre delle idee primitive, non ulteriormente scomponibili e quindi non ulteriormente derivabili è come porre delle regole per un gioco, ma tenendo conto che queste regole sono assolutamente e totalmente arbitrarie non che sono necessarie, in quanto tutti gli umani pensano questo e quindi deve essere necessariamente così, come qua e là sembra pensare Kant, forse anche un po’ di più che qua e là, restano…

 

-         Intervento: Assioma e postulato sono la stessa cosa?

 

No anche se talvolta vengono un po’ sovrapposti, però esiste una distinzione fra, la nozione di assioma è antichissima, Axiomata le dignità, ancora Vico le chiamava “le degnità” le cose degne di essere poste, l’assioma in logica matematica ma non soltanto è una formula ben formata, necessariamente vera e pertanto una tautologia, che non può essere dimostrata perché la dimostrazione è una serie finita di formule ben formate che muove da questo assioma e che giunge all’ultima formula che è nota come teorema, ma non può essere dimostrato in quanto si pone come regola del gioco, si può dirla così…

 

-         Intervento:

 

Postulato è una cosa che si afferma ma a partire da altri elementi e che pertanto può, anzi in alcuni casi deve essere dimostrato…l’assioma no, Euclide…sono una serie di postulati che la geometria postula e che vengono dimostrati. L’assioma no, l’assioma è soltanto una regola per giocare, è come stabilire nel gioco della dama, quando ci sono due dame sovrapposte, possono muoversi in tutte le direzioni, ecco può metterla così: è dimostrabile? Come si fa a dimostrare una cosa così, è una regola per giocare

 

-         Intervento:

 

Ma è dimostrabile anche la deduzione, anche l’induzione sono dimostrabili, sono teoremi, poi è arrivato Gödel che ha dimostrato l’incompletezza, per un verso e l’indecidibilità, ma questa è un’altra questione….di cosa stavo parlando? Delle idee primitive certo che vengono poste in questo caso come regole per giocare esattamente come sono per Wittgenstein, le regole grammaticali, la struttura grammaticale la sintassi ecc.. e non pertanto strutture necessarie che renderebbero conto della natura degli umani e quindi derivabili da tutto questo tutta una serie di considerazioni circa l’umana natura e la sua condizione, ecco fatto questo preambolo ci resta da cominciare in modo molto deciso, la settimana prossima ci sarà un’assemblea generale, buona notte a tutti…

 

 

TERMINI: Conversione - Sensazione - Emozione

Come sapete ciascuna teoria che si rispetti è composta da due parti, una pars destruens e pars construens, da una parte dice come non si fa, e da quell'altra dice come si fa. Ciò che utilizza ciò che andiamo dicendo è che queste due partes sono la stessa, sono la stessa cosa. Intendo dire che man mano che siamo andati avanti, a ciascuna cosa a cui cominciavamo a porre delle obiezioni, immediatamente questa stessa obiezione che si poneva produceva necessariamente un'altra cosa a fianco. Questo non ha nulla a che fare con il nichilismo, ma ha condotto in effetti a una considerazione tale per cui mentre si coglie con relativa facilità l'aspetto distruttivo di tutto questo marchingegno non sempre si accoglie quello adiacente che è costruttivo. Ma com'è che questo avviene? Sono motivi terribili che adesso vedremo. La questione è da porre in questi termini: la guarigione così come è comunemente intesa, anche dalla psicanalisi più sofisticata, non esiste. Ciò a cui può giungersi è una conversione, isterica, religiosa, come preferite, una conversione a un'altra religione, cioè la guarigione così come è supposta generalmente, anche come acquisizione della consapevolezza o del funzionamento di una struttura. Non c'è nessuna guarigione, ma perché uno dovrebbe guarire? In effetti la questione è talmente semplice che sfugge perlopiù, tempo fa forse raccontavo a proposito di un ragazzo che venne da me molti hanno fa e che faceva uso di droga di tutti i tipi, droghe pesanti. La questione si pose già da subito in modo interessante, lui venne da me spinto dai suoi genitori i quali, quando si accorsero che c'era qualche cambiamento lo ritirarono subito, ma lui non aveva di fatto nessuna intenzione di dire che avrebbe voluto cambiare, non drogarsi ecc., era così, un omaggio a papà e a mamma, perché di fatto non aveva nessuna intenzione ma tutto sommato la sua posizione era assolutamente legittima, perché doveva cambiare? Per chi? E in cambio di che? Uno si droga perché questo lo fa stare bene, infatti si droga anziché darsi una bastonata sulle dita, ora la questione che mi posi allora e che mi pongo anche oggi è che la guarigione non c'è perché è strutturalmente paradossale, e tutto ciò che viene avvertito come continuo stare male è in generale qualcosa di assolutamente irrinunciabile, tempo fa dicevo così come una battuta, un'altra cosa che una persona mi disse: se non sto più male cosa faccio? Non aveva mica torto, aveva tutte le ragioni di questo mondo, se uno non sta male che fa? Perché un drogato smette ad un certo punto di drogarsi e poi riprende? Perché ciò che ha in cambio non è niente, soprattutto poi quando le comunità in cambio gli propongono di coltivare pomodori, non è così entusiasmante come un viaggio con l'acido. Ora, vi dicevo che di fatto non c'è assolutamente nessun motivo per cessare di soffrire, ma dicendo che non c'è nessun motivo intendo dire che non c'è nulla in alternativa che offra, a pari condizioni e a pari prezzo, la stessa intensità di sentire, la stessa forza di emozioni, di sensazioni. Considerate che da sempre gli umani vanno in cerca di forti emozioni, dal ragazzino che si arruola per sfidare il nemico alla signora annoiata della vita coniugale che cerca un amante, in definitiva entrambi cercano delle emozioni, adesso non ci soffermiamo sulla questione dell'emozione in quanto tale, questo non ci interessa ma appena per indicare che sono quasi luoghi comuni, questa ricerca di emozioni, forti se è possibile. Voi accettereste di passare la vita con una persona che non vi dà nessuna emozione? Forse no. Ora ci sono alcune cose che producono emozioni fortissime, non tutte sono facilmente reperibili, altre sì, sono facilmente reperibili e costruibili. La sofferenza è una violenta emozione, allora dicevo perché rinunciare a una cosa del genere? Perché mai? Anche se sentirete dire da una persona che soffre che non vuole la sofferenza ma questo, come dire, è una captatio benevolentiæ, se non la volesse non soffrirebbe, come se dicesse: Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. E già, perché se potesse ammetterlo, se ammettesse mai una cosa del genere che cosa accadrebbe? Che non soffrirebbe più? C'è questa eventualità, e comunque questa eventualità basta da sola a fermare qualunque intenzione, ma le cose che abbiamo dette e che stiamo dicendo, consentono di individuare con buona precisione ciò che sta avvenendo, è pur vero che se uno è abbastanza abile può, con grandissima precisione intendere quali sono le regole del gioco o, se si preferisce, qual è il referente di ciò che si dice, che è la stessa cosa, come dire che tutto questo è noto ormai, acquisito, ma la questione rimane tale e quale se non c'è una conversione. Mi riferisco con conversione in particolare alle scuole di psicanalisi più recenti, compresa quella di Lacan. Ciascuno che seguiva il discorso di Lacan era certo che il discorso di Lacan fosse vero, e così per altri, necessariamente. Come si potrebbe seguire il discorso di Lacan con la certezza assoluta che fosse totalmente falso? Dunque c'è un atto di fede, c'è una conversione, e questa ha degli effetti sorprendenti, occorre dire, fa camminare gli storpi, fa vedere i ciechi, la fede fa spostare le montagne. Dunque la conversione produce effetti sorprendenti, una persona che ha fede può fare le cose più incredibili. Pensate alle cattedrali, sono cose meravigliose, poche cose sono state fatte di così meravigliosa grandezza, come le opere di fede. Dire che l'unica soluzione è letteralmente la conversione può sembrare bizzarro, eppure effettivamente è l'unica soluzione, per cui se uno cerca la soluzione c'è soltanto quella. Anche perché la questione continua a interrogarci e ancora poco l'abbiamo affrontata, la struttura stessa del linguaggio sembra convogliare letteralmente in quella direzione, per quale motivo esattamente ancora non lo sappiamo, però c'è questa eventualità, in questo caso ciò che ci troviamo a fare è un'operazione assolutamente folle, e cioè quella di andare contro a ciò che il linguaggio stabilisce, in un certo senso, però ancora non sappiamo se è esattamente così. Ma sia come sia, sembra che la ricerca di una soluzione sia la ricerca di una conversione, e cioè di un'altra cosa a cui credere. In effetti la più radicale, la più assoluta, la più precisa conoscenza della struttura del proprio discorso cambia pochissimo rispetto a ciò che dicevo prima, all'attesa di una soluzione, ma l'attesa di una soluzione punta propriamente ad attendersi che qualcosa costringa inevitabilmente e inesorabilmente a mutare direzione. E` una cosa su cui sto riflettendo, non è che sia una cosa chiarissima tuttavia...

- Intervento: Qualcosa che costringa, un'autorità per esempio...

Sì, chiaramente usando dei significanti come "costringere", vengono utilizzati nella stessa accezione in cui funzionano degli elementi, di fatto occorrerebbe precisare che cosa si intende con costrizione, non perché la costrizione sia quella...

- Intervento: A proposito di necessario, Aristotele parla di costrizione e aggiunge alla costrizione "il doloroso".

Parla di costrizione logica e acquisisce una certa portata laddove si precisi la regola... dove qualche cosa funzioni come costrizione logica, cioè impone la presenza di alcuni elementi con la presenza di altri, questa è una decisione che si stabilisce... la costrizione logica non ha nessun referente in natura, da qualche parte per cui debba essere qualche cosa di stabilito, è ciò che di volta in volta si stabilisce che sia, tenendo conto delle regole che si intendono utilizzare in quel particolare frangente, allora diventa quella cosa. Dicendo che il referente di ciascun elemento, o di ciascun discorso, non è altro che una regola del gioco che lo costituisce, diciamo qualcosa di notevole, perché di fatto riprende in modo radicale i termini da cui siamo partiti, cioè da questo gioco che stiamo facendo che muove da elementi che non siamo riusciti a negare, e finché non riusciremo a negarli funzioneranno. Perché questo? Non lo so. Ciò che so è che è un gioco che, almeno per il momento, consente una maggiore produzione di elementi e richiede la quantità minore possibile di ingenuità, solo questo. Ho detto mille volte che le cose che diciamo, anche se appaiono innegabili, non esistono da nessuna parte, sono atti linguistici, ma la tentazione di pensare che esistano da qualche parte è sempre forte, è sempre presente, anche nei pensatori più robusti come Heidegger, Wittgenstein; è lì si impone come un corpo, possiamo chiamarlo un anello debole di una catena che in altre circostanze sembra forte. Ciò che non può non dirsi, tenendo conto del fatto che sto parlando... ma ciò che non può non dirsi da dove lo traggo? Dal discorso, nient'altro che da questo. Ora cosa c'entra tutto ciò con quello che dicevamo prima? C'entra, perché le considerazioni anche più sofisticate, pare che non possano nulla di fronte alle emozioni più forti. Non avevano torto gli antichi, la persuasione è molto più potente della convinzione. Pensate alla guerre di religione, avete mai sentito parlare di guerra a causa di teoremi matematici? Non importa niente a nessuno. Ora la questione fondamentale, diciamola così, tra virgolette, che cosa uno avrebbe in cambio rinunciando a una tale forte emozione? Che cosa potrebbe mettere al pari? La ricerca teoretica? Può essere. Una volta, durante una conferenza all'Araba Fenice dissi che tutto sommato si tratta di questo in ciascun caso, di ricerca teoretica, cioè una ricerca dei fondamenti o di ciò che risulti affidabile. Ma forse potremmo riflettere proprio su questo: a quali condizioni potrebbero eventualmente accogliersi in cambio della sofferenza o di una forte emozione comunque, anche perché dovremmo produrre una emozione altrettanto forte. Ma è possibile rinunciare all'emozione? Forse dovremmo cominciare a riflettere su questa nozione, visto che non sembra del tutto marginale nel discorso di ciascuno, una forte sensazione esercita un'attrazione irresistibile. Come dicevo pare che ciascuno la ricerchi in un modo o nell'altro. Noi possiamo dire così d'acchito che è qualcosa che muove, in un modo o nell'altro, per definizione, forse muove se stessa, ma questo muoversi come è avvertito? Perché da ciò che andiamo dicendo potrebbe apparire che il discorso possa compiere questa operazione, di muovere qualcuno. Tutto questo parrebbe condurci alla questione della responsabilità di cui dicevamo, tutto bene, non c'è nulla contro le emozioni, soltanto sto discutendo con voi di questa nozione, la decisione posta in questi termini sembra inevitabile, il discorso non può non muovere... ma torniamo alla questione, uno non rinuncia a stare male, e non ci sarebbe niente di male, il fatto che venga enunciato come il male è per i motivi di cui dicevamo prima, e cioè lasciare intendere che non lo si vuole, e fin qui tutto bene, ma provate a considerare questa direzione, questo muoversi tutto sommato del discorso, con tutto ciò che questa direzione produce, sia legato in qualche modo a una certa scena, immagine, e quindi a un altro discorso, la questione sembra sempre la stessa in definitiva, e cioè che un discorso, una frase, anche un singolo lessema può funzionare in questo modo e cioè come aggancio per provare un'emozione. Qui la questione si fa straordinariamente complessa, potremmo dire così, che provo una forte emozione perché ho incontrato una sofferenza, una cosa che mi ha fatto soffrire moltissimo, oppure una grande emozione per avere risolto un quesito teoretico, potrebbero essere in effetti la stessa cosa, e forse lo sono, e allora perché l'una anziché l'altra? Anzi probabilmente la sofferenza produce una sensazione più duratura, più facilmente riproducibile, la soluzione di un quesito teoretico si esaurisce più rapidamente, anche se poi altri possono sorgere, quindi sembra strano dire che sono la stessa cosa, però in entrambi i casi provo una emozione e cioè ci si trova presi in qualcosa che si sta muovendo, potremmo dire, letteralmente, che lo sposta da una posizione in cui poteva pensare di essere. E questa posizione in cui si può pensare di essere dopo un po' risulta insopportabile appunto perché non succede niente. Vi sarà capitato un sacco di volte di sentire dire: non succede mai niente, è sempre tutto uguale, cioè non c'è nessuna emozione potremmo dire. Quindi tutto sommato l'una cosa e l'altra, la sofferenza e la soluzione di un quesito teoretico, potrebbero essere esattamente la stessa cosa, perché prediligere l'una o l'altra? La sola cosa che possiamo dire è che esistono regole differenti in questi giochi, tutto qui, comunque... ma sappiamo d'altra parte che esistono regole differenti in moltissimi giochi che vanno facendosi, ma una soluzione di un quesito teoretico è una conversione?

- Intervento: Stavo pensando alla conversione del male in un percorso intellettuale...

Qualcosa del genere, una conversione, conversione qui... a quali condizioni possiamo dire che qualcosa è una conversione? Che cessi di credere una cosa e ne creda un'altra, ovviamente. Ciò su cui mi stavo interrogando è che questo gioco che andiamo inventando possa non comportare una conversione, domanda difficile, e dipende da cosa si intende con conversione, altra questione ancora più difficile: è possibile intendere con conversione qualcosa che nega la conversione? Sì, soltanto dopo che si è stabilito che cosa sia la conversione, ovvio no? E allora dire che non c'è guarigione fuori dalla conversione è stabilire delle regole in un gioco, e cioè non è enunciare uno stato di fatto, non si enuncia niente, questione che può apparire un po' strampalata, perché sempre meno è possibile stabilire un dato di fatto, qualche cosa che sia stabile. Posso affermare che non c'è guarigione ma soltanto conversione se e soltanto se utilizzo delle regole particolari, se no tutto ciò non significa assolutamente niente. Avete immediatamente la misura per così dire di questa sorta di rinvio o di infinitizzazione come dicevamo tempo fa, possiamo dire che se qualcuno crede alla sofferenza ci sono buone probabilità che intenda la conversione in un certo modo, e che quindi si converta esattamente allo stesso modo in cui possiamo pensare, come dicevamo tempo fa, se una persona è fortemente e fermamente cattolica, la domenica vada a messa. La persona è prevedibile nella misura in cui si conoscono le cose in cui crede, dicevamo tempo fa, fa ciò che crede, e quindi può avvenire che la sofferenza guarisca attraverso una conversione, se è questo il gioco che si sta facendo. La sofferenza cessa nella conversione, cioè la sofferenza si volge in conversione se e soltanto se è questo il gioco che si sta facendo, e cioè se la sofferenza ha una certa funzione nel discorso, cioè se effettivamente funziona in un certo modo, produce una certa cosa, se è quello il gioco che si fa, così accade. Ora tutto questo potrebbe lasciare intendere che se mai riuscissi a venire a sapere quali sono le regole, e cioè il referente del mio discorso, per esempio questa sofferenza potrebbe non essere più necessaria, in teoria è così in pratica no. Mi spiego meglio, perché non teniamo conto che dicendo questa cose stiamo facendo un certo gioco linguistico che non è affatto quello che si verifica al momento in cui si dà della sofferenza, proprio per il fatto stesso che si sta dando della sofferenza, avviene un gioco linguistico che esclude per definizione, direi, qualunque inserzione di altre regole, per definizione perché se queste altre regole potessero essere inserite la sofferenza cesserebbe, ma questo non è possibile, grosso modo come non è possibile pensare simultaneamente due cose differenti, e allora? Che farcene di tutto ciò intanto che si dice? Che ne so? Ciascuno ne faccia ciò che ritiene più opportuno, nel senso che gli strumenti che mano a mano andiamo ponendo, inventando, in effetti possono avere molti utilizzi, uno di questi potrebbe essere il trovarsi a pensare che questa stessa domanda: "cosa me ne faccio?", fa già un gioco che è totalmente differente da quello che viene fatto, per esempio, nella Seconda Sofistica, è praticamente incompatibile, e allora o l'uno o l'altro, o l'uno o l'altro in accezione in cui indicavamo prima, che non posso pensare simultaneamente in due modi differenti, qualcosa lo vieta. Ciascuno di voi può divertirsi a riflettere intorno a che cosa esattamente lo vieti. Dicevo riflettere su che cosa lo vieti, possiamo passare una serata piacevole riflettendo su cosa impedisce di pensare simultaneamente due cose differenti. Perché no? Potrebbe non essere un cattivo modo di passare la serata. Come vi avevo annunciato ho detto cose terribili, nel senso che ho forse reso più esplicito ciò che già molti di voi avvertivano, aggiungendo questo elemento, e cioè che domanda che cosa fare, già sta facendo un altro gioco, di cui sicuramente possiamo discutere, possiamo svolgere o intenderne le regole ma, come dire, o si pensa in un modo o si pensa in un altro. Non è così semplice, il problema che permane è come possa un modo di pensare variare, ed è curioso perché peraltro varia continuamente, solo che non essendo, come dicevo prima, possibile pensare in due modi differenti, non è possibile nemmeno accorgersene, io posso cambiare il modo di pensare, ma lo penso nel modo in cui lo penso adesso, un po' come diceva Heidegger rispetto alla traduzione dei testi degli antichi greci, noi possiamo tradurli, ci sono ottimi grecisti però...

- Intervento: Come dire che il mio modo di pensare non è mai esistito

Possiamo dire anche questo, perché no?

- Intervento: non ci sono i termini per poterlo pensare. e dove sono i termini?

E come lo sappiamo, che non ci sono più i termini per pensare? Il fatto che ciascuna volta si pensi differentemente? Impossibile.

- Intervento: Lei diceva prima che l'eventualità di cogliere il referente in un discorso non implica in pratica che la sofferenza si dissolva.

Si potremmo dire che si cambi il modo di pensare.

- Intervento: Quindi già qualche cosa varia, lei dice come possiamo dirlo?

Sì, possiamo dirlo tuttavia questo "già", come dire... questa proposizione che lei afferma ha delle regole che la prevedono, cioè questo "prima" non esiste in natura, il fatto che le cose varino, variano rispetto ad un gioco che prevede che le cose varino...

- Intervento: Qui interviene la domanda, la domanda più banale è allora che cosa accade in un'analisi.

Sì, bella domanda, che cosa accade? Lei ha fatto molti anni di analisi di che cosa si è accorto?

- Intervento: Certamente, che un certo modo di pensare non esiste più nei termini, proprio "che non è mai esistito", che non è più possibile pensare nei termini e nei modi in cui si pensava prima: Ma già dire prima... come accade che qualcosa vari?

Se si instaurano delle regole tali per cui questo sia previsto, adesso lei mi chiede come si inseriscono queste condizioni, queste regole? Voi sapreste persuadere un cattolico fondamentalista che dio non esiste? (...) Sicuro? Io non ci ho mai provato, dico questo perché tutto ciò che lei potrebbe dire, non può essere accolto in nessun modo, adesso lo dico in un modo un po' buffo: una persona si trova presa in un gioco che non prevede le sue obiezioni, quindi sono nulla, non possono essere accolte, ecco, ciò che Freud rispetto alle nevrosi e alle psicosi, (...) sì non tanto nei confronti degli altri, io dicevo così per semplificare, ma soprattutto rispetto... proprio lì volevo arrivare, rispetto al proprio discorso. Come dicevo, uno può sapere molto bene ciò che avviene, ma non per questo non prova un'emozione. La difficoltà sta in questo, nel fatto che non c'è nulla al mondo per cui debba rinunciare a una cosa del genere, l'emozione lui la prova, lui può sapere perfettamente che cosa produce un'emozione, che cosa la consolida, la determina, a quali condizioni la posso provare, ma viaggiando in autostrada a 180 km all'ora se vede a distanza di 100 m una serie di macchine ferme, prova una certa emozione, nonostante sappia... e ancora di più quando si accorge che la macchina si è fermata in tempo, che se non si ferma allora ... cioè qualcosa avviene, ora sono queste forti emozioni che non sono rinunciabili, noi potremmo dire: ma è meglio provarle in un modo che in un altro, perché a noi piace fare un altro gioco?...

- Intervento: Qual è l'etimo di emozione?

Ex movere, muovere da.

- Intervento:...

Sì, in effetti il fatto è che nessuno non trova nessun motivo a fare questa operazione, lo scambio, appunto; eppure, eppure l'unico scambio che sembra di intravedere è quello con la teoresi, la ricerca pura e semplice e assolutamente fine a sé stessa, così come la sofferenza per altro.

- Intervento: Potrebbe essere che la sofferenza venga da questa ricerca, sia un modo della ricerca? Ciascuno è preso nella teoresi...

Difficile porla come struttura, posta così, come andiamo dicendo ultimamente sarebbe come porla come una sorta di procedura.

- Intervento: La ricerca viene dalla domanda, la domanda è strutturale, la domanda impone la ricerca, la domanda così banale che faceva Freud, da dove vengono i bambini?

A quale condizioni è possibile che una domanda si formuli? Si formuli nel senso che esista? Con formulare la domanda intendo porla in atto in qualche modo. Nella Seconda Sofistica la situavo tra il "che si dica" e il fatto "che si dica qualcosa", però anche questo è da valutare. Sì, è un gioco che stavo facendo lì, ma in altri? O dobbiamo pensare che quando diciamo strutturali sia una sorta di verità sub specie æternitate, no, vedete che la questione non è semplice...

- Intervento: quando lei invece parla di teoresi...

Per teoresi intendo una elaborazione delle condizioni del linguaggio e quindi ciò che può intendersi come strutturale o meglio come invariante o come variante. Ciascuna volta uno può imporre, per così dire, alla teoresi le regole che ritiene più opportune, più confacenti all'obiettivo che vuol raggiungere, come fanno i logici: pongono degli assiomi che servono alla dimostrazione di certi teoremi, devono essere funzionali a quello che si vuole fare. (FINITA)

 

3/7/1996

Occorre assolutamente che voi iniziate a praticare come analisti, non è più possibile che sia soltanto io. Tutti gli strumenti che avete acquisiti in questi anni sono più che sufficienti, ma che cosa si tratta di fare esattamente? Abbiamo detto in varie occasioni che tutto ciò che è stato fatto da noi in questi ultimi anni, se per un verso ha condotta un'elaborazione straordinaria che non trovate da nessuna altra parte nel mondo, nello stesso tempo pone delle complicazioni immense perché stiamo facendo esattamente ciò che ciascuno assolutamente, in tutta la sua vita, cerca di evitare di fare e cioè andare a porre delle questioni, delle domande laddove nessuno può, né deve domandare. Abbiamo, come Ulisse, varcato le colonne d'Ercole che, come sapete sono poste "acciò che l'uom più oltre non si metta". E invece noi ci siamo messi. A Ulisse andò malissimo, come racconta Dante, però... insomma, che cosa distingue esattamente ciò che stiamo facendo dalla psicanalisi? Diciamo quella che propone Verdiglione, tanto per citare una delle più, tutto sommato interessanti, tra quelle che ci sono in circolazione, non mentoviamo altre che sono una cosa da rabbrividire. Ecco, vi faccio un esempio molto semplice, in questa teoria, questa di Verdiglione, c'è un sistema fatto e finito, anche se sempre esposto a modifiche, dove ciascun accadimento in qualche modo trova una sua collocazione all'interno di questa teoria. Dicevamo la volta scorsa, se una persona fa in un certo modo allora c'è o ha una questione rispetto al parricidio, ma allora in questo caso cosa si fa? Nulla, semplicemente la persona si rende conto che c'è una questione rispetto al parricidio e trova degli strumenti per giustificare questa affermazione che afferma che c'è una questione connessa con il parricidio. Né può fare altrimenti.

Ciò che stiamo cercando di fare da qualche tempo è qualcosa di assolutamente differente e cioè, laddove c'è una questione, una qualunque questione, porre delle condizioni perché questa non possa più porsi nei termini in cui si poneva prima, e cioè non sia più credibile. Se io sostituisco ciò che penso con un'altra cosa allora c'è, o può esserci, un effetto terapeutico, almeno provvisoriamente, ma la questione rimane. Il sistema che abbiamo elaborato ci consente di dissolvere in termini talmente radicali la questione che in nessun modo può porsi più, e la struttura è quella che indicavamo tempo fa, e cioè che, strutturalmente, io non posso credere una cosa che so essere falsa. Ora la difficoltà ovviamente sta proprio in questo, e cioè giungere ad intendere una questione o potere intendere una questione come "falsa" tra virgolette e quindi non credibile. Ma falsa non nel senso che ce n'è un'altra che sia vera, ma nel senso che è falsa esattamente così come è vera, perché è qui che noi aggiungiamo un elemento che è determinante.

Continuiamo a fare questo parallelo con la teoria di Verdiglione dove, un certo enunciato posto in termini differenti da quelli in cui viene posta quella teoria risulta, anche se non viene detto, falso, risulta non corretto, errato e a causa di questa erratezza ci sono dei problemi, quindi va sostituito da un altro più appropriato. Questione che è molto discutibile, come se un enunciato (è sempre la stessa questione che cacciata dalla porta ritorna dalla finestra) venisse eliminato come falso, e rimpiazzato da uno vero, in qualunque modo vogliano chiamarsi questi altri termini di vero e falso. La questione sorprendente che noi siamo riusciti a fare, e che possiamo fare, è questa, che possiamo provare che lo stesso enunciato è tanto vero quanto è falso, è questa la questione straordinaria, e cioè che questo enunciato non è più sostituibile di altri, nel senso che può essere sostituito da qualunque altro, in qualunque altro modo e da qualunque altrettanto legittimamente, ma a questo punto questo enunciato non ha più nessuna forza, perché se voi riflettete bene, quando un enunciato, una sensazione, un'emozione che sono sempre, giungono sempre come il conseguente di antecedenti che sono affermazioni, proposizioni ecc., la forza dunque di un enunciato che costringe quindi a muoversi, a fare in un certo modo, a stare bene, a stare male, a stare di qui a stare di là, da dove la trae tutta questa forza? Cos'è questa forza? Possiamo dire in prima approssimazione che è un enunciato che è creduto vero. Funziona così: se io credo vera una cosa, allora questa cosa è necessariamente così, e quindi si pone come un elemento necessario e qualunque cosa io farò o non farò terrà conto di questo elemento necessario. E allora ciò che andiamo facendo, che abbiamo fatto, è togliere, sbarazzare questa necessità, e allora non c'è più nessun elemento, nessuna proposizione che possa imporsi con forza rispetto a qualunque altra, non più di quanto il gioco del tressette si impone sullo scopone scientifico, e allo stesso modo.

Ora, gli strumenti acquisiti in questi anni ci consentono di fare questo, e che vantaggio ha? Un vantaggio immenso. Qualunque altra dottrina, compresa quella di Verdiglione (teniamo questo esempio perché è quello con cui abbiamo avuto a che fare più di altri) mantiene la credenza, mantiene fermo il credere in qualche cosa e quindi mantenendo la credenza mantiene in potenza tutta una serie di problemi che possono sorgere, continuamente, problemi di fede che vacilla, gli stessi problemi che ritornano quando la conversione ormai è datata e non ha più la forza di prima e tutti i problemi ritornano tali e quali, possono essere tenuti a bada da una fede molto forte, ma se questa fede vacilla non c'è niente da fare, ecco mentre tutto ciò avviene in questo caso, quello che stiamo proponendo è qualche cosa che rende strutturalmente impossibile che una qualunque proposizione si imponga con forza rispetto a qualunque altra, qualunque proposizione, e quindi anche quelle che sono le antecedenti di quei conseguenti che sono lo stare male, per esempio, stare male è sempre il conseguente di un antecedente, o di più antecedenti, se questo antecedente non c'è, nel senso che non ha la forza di imporsi come necessario, allora lo stare male non è più necessario. Se non è più credibile, l'antecedente non ha più la forza di porre come necessarie quelle affermazioni, quelle proposizioni che consentono di stare male.

Ciò che in definitiva stiamo costruendo è una struttura di discorso che renda il benessere irreversibile, assolutamente irreversibile. Cosa intendiamo qui con benessere? L'avere perduto il bisogno di stare male ma, siccome dicevamo la volta scorsa, che lo stare male è esattamente ciò che una persona cerca, la questione potrebbe essere molto complicata. L'altra volta dicevamo in termini forse un po' pessimistici, invece questa sera siamo ottimisti, questa sera va così, dicevamo che se una persona desidera stare male lo farà indipendentemente da qualunque cosa, ed è vero, tuttavia avviene a questo punto un fenomeno bizzarro, e cioè che così come rende il benessere irreversibile, allo stesso modo questo desiderio di provare quelle sensazioni, chiamiamole così, poi si chiamino sofferenza, gioia, piacere in questo caso non cambia niente, il desiderio di provare queste sensazioni dunque non procede più dall'attesa che qualche cosa le produca, badate bene qui sta tutta la questione, perché posso produrmele da me, quando e come voglio, e perché posso produrle? Molto semplice, si tratta di giochi linguistici, una persona che soffre desiderando di soffrire, fa un gioco linguistico che ha come regole questo, e cioè che lui enunci di non volere soffrire, è una regola per giocare questo gioco se no, non potrebbe giocarlo in quei termini. Conoscendo queste regole del gioco, cosa avviene? Avviene che io continuo a provare quella sensazione, ma non posso più chiamarla sofferenza perché ho perduto un elemento fondamentale per chiamarla tale, e cioè non la subisco affatto, ma la produco. Ora a questo punto cambia un aspetto radicale, e cioè che io posso continuare a provare una certa sensazione, ma se ho l'assoluta consapevolezza che questa sensazione non mi viene da altri, ma da me, posso sì godermela per qualche tempo, ma ad un certo punto mi stufo, mentre se immagino che mi venga da altrove io non ho nessun controllo di questo altrove e quindi continuo a pensare che questa sofferenza dovrò subirla e tutto questo mi esime da qualunque considerazione circa la mia responsabilità, e cioè il fatto che io a quel punto non posso più, grammaticalmente, chiamarla sofferenza ma piacere, con tutto ciò che questo comporta.

Come si può strutturare un percorso di questo tipo, che non si fondi su una sostituzione di enunciati e quindi non definisca uno stato di cose, e cioè la struttura psichica funziona in questo modo, per esempio, laddove c'è la rimozione che funziona in un certo modo, insomma i vari concetti fondamentali della psicanalisi. A questo punto qual è l'obiettivo? Cominciamo a definire o a definire o a illustrare il percorso. Prendete un discorso che vi trovate ad ascoltare, lasciate che la persona parli, parlando voi vi trovate, voi vi accorgete di quali siano le cose in cui crede, cioè gli antecedenti che nel suo discorso sono ritenuti necessari e da cui seguono tutti i conseguenti, cioè tutte le cose che lui dice. Da che cosa reperite tutti questi elementi? Dalle sue deduzioni, cioè tutti i conseguenti rinviano ciascuna volta a degli antecedenti che sono ritenuti necessari.

Questi che lui enuncia come antecedenti necessari sono esattamente la sua immagine del mondo, la realtà così come lui la vede. Per questo non può accorgersi che sono antecedenti di una inferenza, perché li scambia per la realtà o comunque qualcosa che chiama così. A questo punto, avendo a disposizione degli elementi, non importa che siano tutti evidentemente, voi avete già individuata una certa struttura, una struttura tale per cui sapete che tutta una serie di cose che crede, e che gli consentono di stare male, a questo punto diciamola così, gli consentono di stare male, seguono a degli antecedenti. Ora, reperiti questi elementi, cosa che non è difficilissima da fare, occorre che poniate le condizioni perché questi conseguenti degli antecedenti non siano così necessari, ma siano assolutamente arbitrari, gratuiti, essendo arbitrari chiaramente ciascuno se ne assume la responsabilità, ma prima di arrivare a questo ci vogliono molti passi, quanti? Dicevo prima, reperiti questi elementi, questi principi, uno si fonda su un certo discorso, e allora prendete questi principi e cercate di intendere attraverso quali passaggi, che cosa sostiene, che cosa giustifica le conclusioni a cui questa persona arriva.

Faccio un esempio, una persona dice che dovunque vada le persone la trattano male, o qualunque altra storia, e allora qui qual è il principio che funziona? Uno fondamentale, e cioè che per lui è essenziale che le persone lo trattino male. Perché è essenziale? Perché è questo che incontra continuamente, questo che produce continuamente, questo è il principio fondamentale: le persone mi trattano male, le persone mi fanno star male. A questo punto con a disposizione questo principio primo, si tratta di incominciare a stabilire quali siano le conseguenze. Supponiamo che sia così "che tutte le persone mi trattano male" e quindi che cosa faranno? Faranno questo, questo e quest'altro, però potrebbero farne anche altre eventualmente, non le fanno mai queste altre? Magari questa persona si accorge soltanto di un aspetto, bisogna che tutte le persone facciano soltanto e sempre questa cosa nei suoi confronti. Incominciare a porre delle questioni sul perché mai le persone dovrebbero fare tutte queste cose, su come avviene che ciascuna volta sia sempre così. Si tratta insomma, mano a mano, passo dopo passo, di consentire a questa persona di reperire quegli elementi che possano incominciare a fargli sorgere il sospetto che forse non è proprio esattamente così come pensa. E fino a qui non ci siamo molto scostati dall'itinerario tradizionale, a quale punto ci discostiamo? A questo punto generalmente, in un itinerario tradizionale avviene la sostituzione, quando gli si fa notare che le cose non sono così a quel punto è pronto per accogliere il fatto che siano cosà, e invece no. Se noi in qualche modo riusciamo a giungere a considerare che le cose non sono affatto così, a questo punto lui si aspetta di incontrare che siano cosà, e invece no, cioè le cose non è che non siano così come lui pensa che siano, sono così come lui pensa che siano, se è questo il gioco che sta facendo, se sono queste le regole del gioco che sta facendo, ma questo gioco che sta facendo funziona per lui, perché immagina che sia l'unico vero e che quindi ha quella forza, quella portata che lo costringe a muoversi in un certo modo, e allora lì interviene non più la psicanalisi ma l'eristica, e cioè provare insieme con lui che le cose stanno esattamente così come lui pensa, e che le stesse cose sono anche esattamente il contrario di quelle che lui pensa, e che sono vere entrambe le cose, assolutamente vere.

E` a questo punto che c'è una sorta di esercizio. Provare che quello che si crede è falso può essere molto semplice, provare che è falso e provare che è vero è straordinariamente difficile, perché una volta immaginato che sia vero, anche se è falso, se è falso si abbandona, se è vero si acquisisce, ma se è vero e falso? Con che cosa ho a che fare a questo punto? Ho a che fare con un gioco che sto facendo, che posso fare rispetto a qualunque affermazione, a qualunque discorso, a qualunque proposizione, per questo tempo fa dicevo che occorre fare molto esercizio in questo senso, perché occorre che voi, in prima istanza, lo sappiate fare, per potere fare in modo che altri si trovino a svolgere questa cosa. Ora la potenza di una cosa del genere è sorprendente perché va contro ogni buon senso: le cose devono essere o vere o false e invece no, sono vere e false. Un credente è molto più sconcertato dal fatto che voi sappiate dimostrare l'esistenza di dio piuttosto della non esistenza, dal fatto che voi sappiate dimostrarne soltanto l'esistenza o l'inesistenza, perché a quel punto entrambi i discorsi non possono più non essere accolti, ed è questo che sbaraglia ogni possibilità di discorso religioso, che è per definizione verofunzionale, vero o falso o c'è un dio o ce n'è un altro, non possono essercene due che si oppongono, se sono monoteismi, se sono politeismi è un altro discorso: ce ne sono vari però tutti concorrono nella stessa direzione. Insomma la questione centrale è questa, che per qualche motivo, che ancora non ci è del tutto chiaro, anche se molti elementi li abbiamo acquisiti, difficilmente una persona, anzi impossibilmente una persona può affermare la stessa cosa e il suo contrario, nella stessa accezione. Non può farlo e questo al di là della logica, che è un altro discorso ancora, ma anche proprio retoricamente, può farlo utilizzando lo stesso termine in accezioni differenti e allora è una figura retorica nota come poliptoto o antanàclasi (Differenza fra ossimoro e antanàclasi: Ossimoro è l'accostamento di due termini semanticamente connotati da termini opposti, accostamento. Antanàclasi è l'utilizzo di uno stesso termine in accezioni diverse nella stessa frase.) Ecco, quindi può al limite contraddirsi, come avviene certe volte, se voi lasciate parlare le persone queste si contraddicono da sole. Ma vi chiedete come mai non se ne accorga quella persona? non se ne accorge per un motivo molto semplice, che per lui, per quanto possa apparirvi bizzarro, il secondo utilizzo di questo termine ha un'altra accezione e quindi non contraddice più la prima. Certo, richiamato ad un formalismo logico può avere qualche problema, però per lui in quel momento non c'è nessun problema perché sono accezioni differenti, ma nessuno può contraddirsi perché non sa più da che parte andare, perché non sa più cosa farsene di ciò che dice, per questo qualunque cosa che implichi la contraddizione deve essere immediatamente eliminata.

Ma allora, come giustamente dice Jaskowski, se è vero che nessuno si contraddice, né può farlo, può tuttavia utilizzare giochi differenti. Qual è il problema? Che nessuno se ne accorge, e tenta di ricondurre tutti questi giochi, che sono tantissimi quelli che ciascuno fa durante il giorno, infiniti, con regole differenti, ricondurli dicevo ad un unico gioco, quello vero, quello unico, quello che non è più un gioco. E` questo che costituisce il problema fondamentale, questa irriducibilità dei giochi linguistici ad un gioco che a questo punto sarebbe extralinguistico, sarebbe il metagioco.

Così, potrà accadere che laddove proviate la verità di un'affermazione e proviate la sua falsità, qualcuno vi risponda: ma in qualche modo dovrà pur essere. No, in qualche modo non sarà, o sarà esattamente così come le regole del gioco che si sta facendo in questo momento impongono che sia. Questo è il passo immenso e l'abisso che ci separa da qualunque altra teorizzazione, e cioè il fatto che ciascuno può (ed in questo sta a noi addestrare, per così dire, il prossimo a fare) accorgersi di quale gioco sta giocando in quel momento, e cioè che tutte le sue affermazioni, le cose che si impongono nel suo discorso, sono altrettante regole di quel gioco che sta giocando e quindi che un'affermazione non stabilisce affatto come stanno le cose, non descrive nulla, enuncia soltanto una regola di quel gioco.

Se io affermo che una certa cosa è così, ciò che sto affermando non è altro che una regola, una delle regole di quel gioco, perché se non potessi affermare che quella cosa è così, allora tutto il discorso che sto facendo cambierebbe in quel discorso, quella affermazione è una regola del gioco, né più né meno. Esattamente come nel poker, quando voi mettete giù due assi e dite due assi, se gli altri hanno di meno perdono, che cosa dite? Enunciate una regola del gioco, è questo che state dicendo, che la regola del gioco che state facendo comporta che seguano certe cose, non è un'indicazione per il prossimo: ho due assi; come dire ho due palline di plastica in tasca e allora nessuno saprebbe cosa farsene di una affermazione del genere. Una persona dice soffro, senza aggiungere altro e senza che altri intorno a lui sappiano nulla di questa persona, queste altre persone cosa faranno? Cominceranno a domandare: soffri in che modo? Dove ti fa male? Che cos'hai? Che cosa faranno? Chiederanno altre informazioni, chiederanno, in definitiva, in quale gioco inserire questo "soffro" e quindi come utilizzare questo significante, perché se no, così di per sé è inutilizzabile, non dice niente, soffro, va bene, e allora? Però se non ho nessun altro elemento non faccio niente, non posso fare altro che prendere atto di questo significante. La domanda per esempio "perché?" è una richiesta (e così occorre che la poniamo) di intendere qual è il gioco che sta facendo, quali sono le sue regole, a questo punto sapremo che cosa farcene di questo enunciato "soffro", se no non ci dice assolutamente niente. Così come se Monica in questo istante si alzasse in piedi e dicesse: io mi chiamo Monica Rama. Avremmo delle difficoltà a utilizzare questa dichiarazione senza ulteriori elementi, non sapremmo che cosa fare. Ecco allora, il punto più delicato e anche il più difficile è quello che riguarda il passaggio dal considerare quali sono le regole del gioco di questa persona (cioè i suoi principi), al momento in cui ci siano le condizioni perché se ne renda conto. Su questo sto lavorando moltissimo per reperire una via che possa rendere questo molto semplice, per il momento è in effetti farraginoso, non disponendo di elementi più sofisticati, più precisi utilizza elementi più antichi, cioè quelli dell'itinerario analitico classico, chiamiamolo così.

Ecco, tutto questo per cominciare a dire, perché di questo dovremo occuparci, in cosa consiste quello che stiamo facendo, in che modo quello che stiamo facendo possa giovare ad un eventuale prossimo che chiederà il nostro intervento: instaurare un benessere irreversibile, strutturalmente irreversibile. Questa è la risposta da dare a chi chiede che cosa facciamo, o a che cosa serva che cosa facciamo: produrre un benessere irreversibile. Solo questo.

- Intervento: Perché non avviene?

E` difficile dire che non avvenga, sicuramente non è un percorso semplicissimo, come nessun percorso di questo tipo lo è, certo la scommessa è quello di rendere tutto più semplice, è possibile forse che questo accada. In parte questo sta avvenendo e lo testimoniano le numerosissime defezioni. Tutto sommato è quello che dicevo all'inizio: quando scrissi la Seconda Sofistica dicevo che immaginavo che potesse funzionare come una sorta di virus, non so se ricordate questo esempio che facevo allora rispetto ai computer, cioè inserire un programma che impedisse ad altri programmi di funzionare così come funzionavano prima, ecco questo ha funzionato effettivamente, tutte le persone che hanno letto queste cose, lette con attenzione, cioè intendendo delle cose, ne hanno tratto qualche cosa che risulta essere per un verso irreversibile, e per altro assolutamente non utilizzabile, creando quindi un danno notevolissimo. Ma questo, come dicevo prima, è una considerazione che ci dice che siamo sulla strada giusta, e cioè che quello che abbiamo detto e fatto in questi anni effettivamente funziona, si tratta di perfezionarne il funzionamento in modo che anziché creare catastrofi produca altro, così come l'energia atomica può essere utilizzata per distruggere città intere oppure per illuminarle, per esempio. Ora così come la prima parte, quella destruens, ha funzionato perfettamente creando marasmi, occorre che quella construens sia altrettanto potente, altrettanto inesorabile, altrettanto irreversibile. Chiunque abbia lette, intendo con una certa attenzione, le cose che abbiamo dette e fatte in questi ultimi due anni ha una grandissima difficoltà a leggere altre cose, le trova molto spesso banali, di scarsissimo interesse, soltanto gli antichi si riesce a leggere, e non è casuale: Aristotele, Platone, Eraclito, Empedocle, Anassimene, Gorgia, Zenone... c'è un motivo perché in effetti si riesca a leggere questi e ci sia invece una difficoltà estrema a leggere i filosofi contemporanei: perché allora, tutto ciò che consente di fare questi pensieri, queste riflessioni, questa elaborazione, si andava costruendo, lì c'è effettivamente l'impianto, la base di tutto ciò che possiamo dire o pensare, per questo continua ad interessare, mentre altre cose dette molti secoli dopo sono rimaneggiamenti in molti casi, qualcuno ha aggiunto delle cose, ma il più delle volte sono rimasticamenti di cose dette in ben altro modo.

- Intervento:...

Certo questa è la questione centrale, ma direi in un certo modo esattamente come abbiamo fatto rispetto alla pars destruens, e cioè inserire elementi che non possano non essere accolti, ed è ciò che sto cercando di fare. Le cose che leggerete tra pochi giorni incominciano ad articolare questa questione, e cioè in che modo una persona non possa più non considerare che le sue affermazioni non siano altro che regole di un gioco, di un gioco che sta facendo, e che non possa più non considerare questo aspetto, non possa più così come rispetto alla pars destruens, non può più non considerare che le cose non sono sostenibili, non sono provabili, non sono necessarie.

Dicevamo tempo fa che nulla è necessario. Invece no, qualcosa abbiamo detto che è assolutamente necessario costruendo un gioco linguistico per poterlo affermare. Adesso rispondere alla domanda di Monica non è semplicissimo, ci stiamo lavorando intensamente, e se riuscissimo a produrre la stessa efficacia che abbiamo prodotta con la parte destruens avremmo raggiunto il nostro obiettivo, e non è escluso che potremmo ottenere con chiunque risultati sorprendenti in brevissimo tempo. Questo lavoro occorre che lo facciamo anche abbastanza rapidamente, quindi occorre il contributo di ciascuno, che cominci a rifletterci, perché sarà questo che dovremo promuovere, promuovere un pensiero che produce un benessere irreversibile, radicalmente irreversibile. Non sarà più possibile stare male neanche volendolo, perché non sarà più possibile volerlo., sembra un po' fantascientifico, forse è posto in termini da slogan, però è noto è arcinoto che nella produzione dei farmaci questi sono messi in commercio quando soddisfano i requisiti cioè sono, o sembrano, efficaci almeno nel 40% dei casi, cioè non arrivano al 50%, e anche qui abbiamo avuto le nostre vittime...

Cosa dite di tutto questo che vi ho detto in due parole? Vi ho accennato a ciò che ci impegnerà per il prosieguo. Vi suggerisco ancora di leggere e di rileggere la Seconda Sofistica perché vi dà un impianto logico formidabile, un impianto teorico formidabile che vi consente di muovervi con estrema sicurezza, e anche con rapidità, facilità nel pensare, nel riflettere, nel teorizzare, nell'argomentare senza incorre in impicci e impacci di ogni sorta.

- Intervento: Bisogna insistere sul fatto del benessere..

- Intervento: Questo fatto del benessere mi sembra assodato, non penso che nessuno venga qui per girare il coltello nella piaga, (Supponiamo che sia così...) o perlomeno quello che dichiara è quello...

Sì infatti, ma è la questione di prima, cioè costruire un sistema, un insieme di proposizioni, di procedure che abbia lo stessa efficacia della pars destruens, e che quindi renda inevitabile, direi quasi, questo benessere. Monica si chiede giustamente perché non avviene? Perché ancora non abbiamo messo a punto il sistema...

- Intervento: Non può essere uguale...

Sì ci saranno delle varianti, certamente, questo è fuori dubbio, che potranno anche magari apparire minime.

- Intervento: Mi sembra strano, neanche volendolo il benessere (Malessere) sì malessere, tutti cercano di raggiungere il benessere, buddisti ecc...

- Intervento: Benessere come economia del male lo dice qua questa signora

CAMBIO CASSETTA

- Intervento: Partire da una nozione di benessere totalmente differente questo mi preoccupa, perché mi sembra di essere comunque punto a capo, (No) perché allora come mai una persona non si scolla?

Demolire questa concezione. E` proprio nel discorso della stessa persona, fa cioè parte proprio dell'itinerario questa invenzione del benessere, come il male, e quindi il male come necessario, che è la posizione per altro di alcune scuole psicanalitiche, come quella junghiana, la quale ritiene che il male, la sofferenza, sia assolutamente necessaria, come qualunque religione per altro. La religione non può non muovere dalla sofferenza. E quindi occorre lavorare fortissimamente su questo aspetto, io ho cominciato, adesso leggerete le cose che ho scritte che potranno darvi qualche suggerimento, però occorre che ciascuno di voi ci rifletta, rispetto anche al suo discorso.

 - Intervento: Come avviene per il mio benessere che altri seguano?

 Già se si hanno dei pregiudizi, allora in questo caso si tratta di intendere, in questa occasione, che questa è una delle regole di quel gioco, di quel gioco, ma che è un gioco non è il gioco, per cui può farlo, però può porre lo stesso gioco con regole differenti e giungere a formulare una conseguenza diametralmente opposta e cioè che per fare le cose occorre esattamente che non ci sia nessuno che si interessi... quando entrambe le cose non hanno nessuna portata, allora finalmente si dedica ad altro, e cioè alla costruzione dei giochi linguistici nel senso che ciascuna volta che si parla non si può non avvertire il gioco che si sta facendo ed è a quel punto, dicevamo tempo fa, che la teoresi diventa irrinunciabile, lì si pone effettivamente come il gioco più interessante di tutti, ed è per questo che diventa irrinunciabile, perché si pone così come il gioco più interessante...

- Intervento: Che gli altri abbiano delle defaillance, si pone in un certo modo nel mio discorso...

Certo, le regole di un gioco, se questo gioco è pensato come extralinguistico allora diventa necessario che sia pensato proprio così.

- Intervento: Prima parlavamo del bisogno di credere, se il bisogno di credere è il bisogno del male.

Sì, perché è credere che qualcosa sia vero, dicevamo che non posso credere una cosa che so essere falsa.

- Intervento:...

Qui, scusi se la interrompo, qui i padri della chiesa forse possono darci una mano e cioè il vero come il bene, ciò che è bene è ciò che è vero, così come il bello, bello come vero, quindi il bene come il vero, la questione centrale forse in tutta questa ideologia...

- Intervento: Anche Agostino, con il male come privazione del bene, e il falso come qualcosa che copre il vero, lo nasconde.

Comunque lo poniate, comunque è stata posta la questione del male è sempre e necessariamente la distanza dal bene. Occorre puntare sull'idea di vero come necessario, che qualcosa sia necessariamente vero, infatti porlo come gioco linguistico è togliere questa necessità, questa idea di vero o falso. Bene, lavorate moltissimo perché dobbiamo risolvere questo problema, rendere la pars costruens altrettanto inesorabile quanto quella destruens, questo è il progetto di questa estate. Buona notte.

 

25/9/1996

 

Il passo che abbiamo compiuto in questi ultimi tre anni, formidabile rispetto a qualunque altra elaborazione, è il considerare unicamente le cose che non possono non dirsi dal momento che si parla, e questo nessuno l'ha fatto in precedenza ed è questo il passo che consente di constatare, mentre si compie un'elaborazione, logica, per esempio, che ciò che interviene in ciò che si elabora riguarda la struttura in cui mi trovo, se questo non avviene, sarò sempre costretto a cercare in qualche cosa fuori dal linguaggio l'appiglio, l'aggancio tale per cui ciò che dico sia garantito da qualche cosa fuori dalla parola, e c'è sempre nei logici, nei linguisti la necessità di aggrapparsi a qualche cosa che garantisca ciò che si dice.

C'è l'eventualità che non sia più necessario sapere quali siano i luoghi comuni, ma attenersi soltanto e con estremo rigore a ciò che la persona dice. Rispetto ad un discorso che voi ascoltate, voi sapete, già per il fatto che la persona vi sta parlando, tutta una serie di cose, ma provate a pensare di non sapere assolutamente niente, zero, nulla, l'unica cosa che sapete è che vi sta parlando e gli strumenti che avete in mano anziché essere una serie di modelli, di parametri da utilizzare per ricondurre ciò che questa persona vi sta dicendo a delle cose immaginate note o comunque frequenti. Se dice questo, vorrà dire... oppure sarà così. Senza nulla di tutto questo, voi cosa avete di fronte? Soltanto una sequenza, una successione di proposizioni, che in teoria potrebbero essere proferite da una macchina.. Ora non è la stessa cosa, perché la macchina agisce o reagisce in altri modi, ma di fatto sono proposizioni che non hanno alcun senso, hanno significato ma non hanno alcun senso qualunque cosa siano. Ora per questa persona che le dice ce l'hanno ovviamente, ma per voi che ascoltate no, non hanno alcun senso.

- Intervento: affinché avvenga che io ascolti una stringa di significati, ce ne vuole di analisi.

Non lo so quanto ci voglia, so che stiamo elaborando anche un modo, perché questo possa farsi, se non con estrema, con maggior rapidità, ma dicevo dunque siete di fronte a una sequenza di proposizioni costruite con una certa sintassi, in una certa lingua, con una certa forma, ma non hanno alcun senso, vuol dire che vi trovate di fronte a proposizioni che non vi riconduco assolutamente a niente, non hanno nessun rinvio mentre le ascoltate. È come se vi costringessero a domandare con una certa frequenza informazioni, perché possa trarsi un rinvio da queste proposizioni, ma non perché voi capiate (analisti), non capendo nulla, succede che di ciascun elemento che interviene, viene chiesto di poter rendere conto, proprio perché, si produca del senso ma non per l'analista, per la persona che sta parlando, perché per la persona che dice ha un senso e anche molto ben stabile. La questione che si tratta di affrontare in una analisi è che il senso che l'analizzante, che sta parlando incontra, che crede che esista in ciò che sta dicendo, è il senso che da alle parole che dice, che lo fa stare male. Ora questa operazione che indicavo prima del domandare, perché si produca del senso non tanto per ascoltare ma perché si produca dell'altro senso come supplemento per chi sta parlando, è in effetti la condizione perché questo senso si moltiplichi. Quando parlavo di infinitizzazione di un percorso, di un processo, intendevo proprio esattamente questo e cioè io parlo, che senso ha quello che dico? Mentre lo dico qualcosa si produce in me, però generalmente cosa avviene che questo senso che si produce è uno, è uno solo ed è preso come la manifestazione di uno stato di cose, cioè per me questa cosa vuol dire questo e immediatamente mi muovo in quella direzione, come se non ce ne fossero altre. Supponete invece parlando che il senso che si produce, sì mentre dite è quello, ma immediatamente vi si affacciano altri, adesso non è che uno pensi così, ma per illustrare: sì io penso che sia così ma in effetti altrettanto legittimamente potrebbe essere esattamente il contrario o in qualunque altro modo e allora perché ho pensato questo? Cosa mi ha condotto proprio a pensare in quel modo anziché in un altro, allora c'è qualcosa nel mio discorso che mi ha mosso a pensare quello, e allora che cosa? È ciò che indicavamo prima come desiderio, per dargli un nome, qualcosa che mi muove in una certa direzione anziché in un'altra, questo mi mostra immediatamente, mi mette sotto gli occhi che cosa io desidero, o più propriamente che cosa si desidera nel discorso in cui mi trovo. E di questo cosa ne faccio? Ne tengo conto, tengo conto che in una certa cosa, rispetto a una certa cosa c'è del desiderio che mi riguarda anziché, per esempio, attenermi unicamente al fatto di pensare invece che non la voglio per nulla e quindi voglio evitarla a tutti i costi. A questo punto ho due elementi: uno, la voglio evitare, due, la voglio anche avere, e non posso eliminarne una a vantaggio dell'altra perché so, constato che esistono entrambe, ma a quel punto non è che c'è paralisi come il famoso asino di Buridano. Allora il percorso, per così dire, del desiderio: non voglio fare questa cosa, e invece no, invece la fa.

Ecco i due aspetti: dire che non voglio farlo e allo stesso tempo farlo.

Due aspetti, uno che è riconosciuto, l'altro no, perché? Teniamo conto del discorso e quindi anche di ciò che il discorso muove a fare. Se io mi muovo in una certa direzione è perché comunque una serie di affermazioni, di considerazioni mi muovono in quella certa direzione. Allora, dicevamo, la cosa che si teme in alcuni casi comporta simultaneamente questo altro aspetto.

- Intervento: Per il solo fatto che io lo pensi può essere che lo desideri?

Dipende da cosa si intende con "desiderare", qui possiamo soltanto dire che la questione che pone, se l'ha pensata.

- Intervento:... il fatto che uno pensi delle cose dipende dalle circostanze...

Il confine è molto labile e quello che sto dicendo non può porsi come legge, in effetti in molti casi...

- Intervento:...

Qualcuno domanda: Monica Rama, Lei vuole morire? Risposta: No, non voglio. Questo non ci autorizza a pensare che siccome Monica Rama ha detto che non lo vuole, allora lo vuole. Non ci autorizza affatto a pensarlo, vi ho fatto l'esempio più estremo. Non è possibile senza elementi fare un discorso del genere, è possibile fare questa considerazione (che ciò che non voleva è anche ciò che vuole) lungo una conversazione dove gli elementi mano a mano affiorano e nel discorso questa questione si pone, ma certo affermarlo così è assolutamente gratuito. In effetti se uno dice qualcosa, ciò che sappiamo è che lo riguarda, se la dice è perché la pensa, detto questo non abbiamo detto molto come appunto la domanda se Monica Rama "vuole morire" non ha molti elementi e allora dobbiamo pensare che invece vuole? In base a che cosa?

- Intervento:...

Si, siete di fronte a delle proposizioni che non hanno alcun senso. Se questo senso invece (per la persona che parla, l'analizzante) si moltiplica, allora dicevamo che questo senso non la costringe più a muoversi in quella direzione, ma si trova di fronte a ben più vasta scelta. Ci sono alcuni casi dove qualcosa avviene in termini costrittivi: laddove qualcosa si ignora, muove in una certa direzione, allora lì in effetti non è possibile che si produca un senso differente, cioè che ci sia dell'altro senso possibile, la cosa è così e basta, come per esempio nel caso in cui uno ha paura del topo, c'è una costrizione, cioè se c'è il topo fa un salto di paura e non può non farlo (come nella fobia) In altre condizioni invece se passa il topo, sì, dà fastidio, ma si accorge che non ha più quella portata di prima, forse si trova in una condizione in cui continua a dargli fastidio, ma non deve più aggrapparsi al primo che capita o fare tutta una serie di operazioni, non c'è più quella costrizione a saltare e ad aggrapparsi al primo che trova. Non ha più quella necessità.

L'itinerario che stiamo facendo è quello di consentire di cessare di avere paura, quando parlo di costrizione in qualche modo parlo anche di paura, cioè se non faccio questo allora sto male, non è un percorso che costringa a muoversi in una direzione anziché in un altra, semplicemente toglie, dissolve tutto ciò che costringe a fare una certa cosa. Tutto il resto lo lascia tale e quale. Come dire: non avere più paura, uno che non ha più paura cosa fa? Fa grosso modo le cose che faceva prima, magari meglio, magari con minori impedimenti.

Prendete il caso limite della fobia, la fobia può arrivare al punto tale che una persona non può uscire di casa perché ha paura di tutto. Cosa avviene lungo questo itinerario? Avviene che l'interesse verso le cose muta, è come se si instaurasse una sempre maggiore esigenza di incontrare cose che provochino, producano altri pensieri. Meglio: si pretende molto di più dalle cose, nel senso che si esige da queste cose che producano, che mettano in moto dei pensieri che facciano qualcosa. Non è molto differente da ciò che avviene in un bambino e da ciò che avviene in un adulto. Perché un adulto si diverte di meno con certe cose? Perché se le facesse perderebbero buona parte di quella attrattiva di quand'era bimbetto. E` un percorso che se si instaura può divenire irreversibile. Per me, per esempio, lo è divenuto. E allora sì moltissime cose che interessavano perdono la loro attrattiva, perché si coglie di queste cose la "povertà" rispetto ad altre cose che sono molto più potenti, che producono pensieri molto più forti. Possiamo dirla così: si esige, si pretende molto di più dalle cose e quindi necessariamente e soprattutto anche dal proprio discorso. Ecco perché si instaura un processo oltreché irreversibile, senza fine, perché si pretende sempre di più soprattutto dal proprio discorso dai propri pensieri.

Rendere tutto ciò che abbiamo fatto straordinariamente semplice, e anche irrinunciabile; come abbiamo detto mille volte, esattamente allo stesso modo in cui si accoglie necessariamente qualcosa che non può non essere e invece non si riesce ad accogliere una cosa che si sa essere falsa. Se si instaura un processo come quello che stiamo producendo, effettivamente c'è una sorta di rincorsa al pensiero, al proprio soprattutto, una necessità di acquisire altri elementi perché i propri pensieri producano altri pensieri, più potenti, più interessanti, più degni. E diventa irreversibile perché queste altre cosa non dicono più molto, cioè se le si interroga non hanno un granché da dire, e allora non ci si accontenta più e si avverte la necessità di rivolgersi ad altre cose. Queste altre cose, se portate alle estreme conseguenze, è come se si assottigliassero per un verso, per l'altro invece diventano sempre di più. Perché prima erano come allo stretto, ora si infinitizzano, e diventano uno sterminio, qualcosa che al solo affacciarsi può dare le vertigini, e in effetti la produzione del pensiero non ha né confini né limiti, tranne quelli imposti dal linguaggio attraverso cui avvengono queste operazioni. Ma questo è in prima istanza ciò di cui teniamo conto, di cui non possiamo non tenere conto, l'alternativa è il discorso religioso, cioè quello che crede che ci sia una cosa, almeno una cosa fuori dal linguaggio. Ci sarebbe da domandarsi come lo sa.

Abbiamo ripreso un po' il programma e l'intento che ci sta muovendo, e forse qualcosa in più abbiamo mostrato. Perché la ricerca teoretica si mostra ad un certo punto la cosa più interessante? Non perché abbia qualche virtù, ma perché ciò che risponde, il resto, non è più sufficiente, non basta, come se di fronte a qualunque cosa sia dimostrata ci si domandasse: e allora? Che cosa mi dà tutto questo? Può fare ovviamente queste cose ed occuparsene, ma in modo non molto differente dal modo in cui può farle il nonno che gioca a birille con il bimbetto, e cioè per fare giocare lui.

Ed è anche il motivo che ci spinge a leggere sempre di più e a vedere che cosa anche gli altri stiano facendo, dicendo, e finora abbiamo considerato che nessuno si è spinto aldilà di quello che stiamo facendo. E questo comporta anche il piacere di riprendere cose antiche, prendete la Metafisica di Aristotele, è uno di quei testi, uno dei pochi che producono ciascuna volta sempre altre riflessioni. Bisognerebbe trovare il modo per cui ciò che si scrive sia sempre interessante, anche fra cinquantamila anni, almeno. Cosa vuol dire che una cosa sarà interessante fra cinquantamila anni? Che dice qualcosa che riguarda una struttura che permane, quella del linguaggio, e che chiunque considererà in qualunque modo o in qualunque lingua, chiunque utilizzerà questa struttura, il linguaggio avrà sempre questa configurazione: non potrà mai dire due cose simultaneamente, se di due cose afferma che l'una è vera e l'altra è falsa, sarà questo che ha detto. Cose molto semplici, ma irrinunciabili, per l'esistenza stessa del linguaggio.

 

L’ATTO LINGUISTICO

 

Provate ad immaginare l'assenza del linguaggio. È un invito paradossale perché in effetti non è possibile pensare come se il linguaggio non ci fosse. Però questo non toglie che possiamo fare qualche congettura. Innanzitutto la totale assenza della possibilità di potere asserire, giudicare, stabilire, inferire qualunque cosa, non c'è nessuna possibilità di accogliere una connessione come tale e di riflettere su questa connessione. La questione è che in effetti non abbiamo neanche il modo di immaginare come una situazione del genere potrebbe configurarsi, in altri termini non è possibile pensare né fuori dal linguaggio, né come si darebbe, come si configurerebbe una situazione in cui il linguaggio fosse assente. Questo ha delle implicazioni ed è per un verso un altro modo per indicare che non c'è uscita possibile dal linguaggio. Questo ci induce a riflessioni anche estreme, radicali, come quella che afferma che una realtà, quella che è nota come il mondo esterno, come qualunque cosa o come la nozione di essere, di esistenza, non potrebbero in nessun modo formularsi, pensarsi, dirsi e che pertanto qualunque cosa necessariamente è, direi quasi inesorabilmente, un atto linguistico. Nel senso che questo aggeggio qui è un atto linguistico? Esattamente, esattamente in questo senso. In quanto è questo o nulla, né nulla di pensabile. Poi stabilito che, o per via del fatto che sia un atto linguistico, possono aggiungersi una quantità sterminata di cose, e quindi dire che è un orologio, che è una cosa fatta in un certo modo o in un altro ma in prima istanza è un atto linguistico, come qualunque altra cosa, inevitabilmente. E un atto linguistico come potremmo definirlo? Visto che ciascuna cosa che s’impone, qualunque cosa sia è un atto linguistico, sembra a questo punto difficile definire un atto linguistico, perché la stessa definizione di atto linguistico sarà un altro atto linguistico, tuttavia possiamo indicare almeno provvisoriamente, come atto linguistico, tutto ciò che consente agli umani, cioè ai parlanti, di dirsi tali e dopo questo una infinità di altre cose.

Adesso sto raccontando alle persone delle cose, magari quelle che mi seguono da più tempo conoscono benissimo, dunque un, per usare termini un po' inflazionati, un universo di atti linguistici, ma lo stesso universo in qualunque accezione si voglia intendere questo termine è un altro atto linguistico. Ora che cosa avviene, se considero una qualunque cosa, come un atto linguistico? Intanto che questa qualunque cosa viene colta come senso in connessione con altri atti linguistici, cioè con altri elementi linguistici, come dire che qualunque cosa che si ponga nel linguaggio e qualunque sia il senso che gli attribuisco, è tale perché è nel linguaggio, fuori dal linguaggio sarebbe assolutamente nulla. Se è nel linguaggio allora sottostà a delle regole, delle procedure di cui è fatto il linguaggio, e sottostà prevalentemente a queste, e cioè a tutto ciò che fa esistere il linguaggio. La questione più importante di tutto ciò è che la considerazione che qualunque cosa è necessariamente un atto linguistico, toglie a questa qualunque cosa qualunque possibilità di porsi altrimenti e cioè per esempio di essere un elemento che ha un senso di per sé, che è così perché deve essere così, che è così perché è sempre stato così o perché non possiamo dire altrimenti. Ma sia come sia, rimane che questa considerazione dell'impossibilità di uscire dal linguaggio è esattamente ciò che offre la possibilità di incominciare a considerare le cose, qualunque cosa, diciamola così per il momento, come una mia produzione. Dico provvisoriamente perché è una questione che va precisata. Questione tutt'altro che semplice. Prendete per esempio un evento qualunque, per esempio la guerra in Jugoslavia. Comunemente non si considera che la guerra in Jugoslavia sia una mia produzione, perché esiste indipendentemente da me, né l'ho voluta io, né ho fatto sì che proseguisse, né ho la facoltà di interromperla. Però si è interrotta adesso, bene. Ma cosa intendiamo dire, dicendo che, per esempio, che la guerra in Jugoslavia non è una mia produzione? Se intendiamo dire che non sta nelle mie facoltà arrestarla, impedirla o farla proseguire dovremmo precisare meglio, perché arrestare, fare proseguire o interrompere che cosa esattamente? Vi ho fatto questo esempio perché qui forse e più facile che in altre circostanze, la cosa è più facilmente reperibile e dunque a questa domanda la risposta è immediatamente che cosa? Di un'altra guerra, sì, certo la guerra, ma quando parlo di guerra in Jugoslavia che cosa dico esattamente? Ciò che si configura per me, quando io penso o parlo o alludo alla guerra in Jugoslavia, ciò che io penso, dico, faccio rispetto a tutto ciò che mi si impone parlando di questo argomento è qualcosa che sì, è una mia produzione, però uno potrebbe continuare a dire sì, certo però la guerra in Jugoslavia in quanto tale non è di tua pertinenza. Ma “in quanto tale”, che cosa significa esattamente? Come se ci fosse un richiamo a qualche cosa che è lì, appunto in quanto tale, e pertanto fuori dalla parola. È un curioso esempio, questo che vi ho fatto, in effetti sembra arduo sostenere che le cose non siano così, e cioè che esista in Jugoslavia una guerra in quanto tale. Perché se io vado in Jugoslavia lo verifico ecc. ecc.. Questi continui richiami all'osservazione ci danno da riflettere. In altri termini ancora, questo sintagma “guerra in Jugoslavia”, ha un referente oppure no? Come sapete i linguisti si sono dati molto da fare per rispondere a domande del genere, cercando innanzi tutto di stabilire un criterio per definire che cosa sia esattamente un referente. Questa ricerca conduce ad una sorta di regresso all'infinito, per cui ciò che ci si trova in mano per così dire, non è altro che un continuo rinvio a qualche altra cosa che dovrebbe certificare quella precedente, ma che attende da un'altra ancora, di essere a sua volta certificato. Se dico che la guerra in Jugoslavia non esiste in quanto tale, in questo senso non sto dicendo assolutamente niente, contro ogni buon senso. Tuttavia in questa circostanza, come in moltissime altre, ci si trova (come si trova continuamente il discorso occidentale, si è continuamente trovato da Platone in poi) di fronte a una sorta di bivio, che ha dannato molti logici e molti linguisti. E il bivio consiste in questo: proseguire lungo una ricerca teoretica dove ciascun elemento viene interrogato, esposto al linguaggio se volete metterla così o alla logica, potrebbe essere la stessa cosa e quindi interrogarlo perché renda conto di sé e allora ecco che si trovano infiniti e sterminati problemi, oltre che la regressio ad infinitum, aporie e scogli di ogni genere ; oppure accogliere che è così e basta, e più non dimandare, diceva Dante. Solo che questo “e più non dimandare” rischia di espandersi a macchia d’olio e allora le cose che si danno per acquisite si moltiplicano, sono sempre di più, alla fine è tutto acquisito, tutto normale, è normale che sia così, così come è normale che si pensi che la guerra in Jugoslavia è un dato di fatto o è un qualcosa che accade. Senza considerare che una proposizione di questo genere può essere, se interrogata in termini radicali, come direbbe Wittgenstein, un non senso, cioè non significa niente. Qualcuno ancora più inferocito potrebbe dire che se io andassi in Jugoslavia, per esempio in Serbia, e gridassi: “viva la Croazia”, potrei anche finire ammazzato, e questo è un atto linguistico? Certamente sì, tutte queste considerazioni che vengono fatte sono costruite attraverso e da un sistema linguistico, che consente di fare tutte queste considerazioni, fuori da questa struttura non soltanto queste considerazioni non esisterebbero, ma non esisterebbe nemmeno la guerra in Jugoslavia, né qualunque altra cosa. Salvo il rimando, il rinvio fideistico ad esempio, alla cosa in sé, in ogni caso ad una sorta di quiddità, che di nuovo, per garantirsi, garantire la propria esistenza e tutto ciò che ne segue, deve porsi fuori dalla parola. Però io posso credere che qualcosa sia fuori dalla parola, ma se inizio a riflettere su questo, constato che affermare che un elemento, qualunque elemento è fuori dalla parola, formula un paradosso. Il paradosso per antonomasia. Ora a questo punto ciò con cui ho a che fare non sono cose in quanto tali, ma sono produzioni linguistiche o, se volete dirla più propriamente, stringhe di significanti che combinate in un certo modo producono, connesse con altre combinatorie, certi effetti di senso, indicavamo il senso in accezione molto letterale e cioè come la direzione che il discorso prende, qual è il senso di ciò che sto dicendo? È la direzione in cui ciò che sto dicendo mi sta portando, questo è il senso, non ce ne sono altri. Con questo giungiamo a considerare che avendo a che fare soltanto con atti linguistici, soltanto e inevitabilmente, posso considerare anche che questi atti linguistici producono, letteralmente, qualcosa, fanno qualcosa.

Viene da domandarsi se tutto il pensiero intorno alla realtà per esempio, la cosiddetta realtà, in qualche modo non proceda dalla considerazione che parlando effettivamente faccio qualcosa, cioè produco qualcosa, produco esattamente ciò che sto dicendo e ciò che sto dicendo non è eliminabile, perché si dice. Potremmo addirittura, ponendo la questione in termini radicali, dire che è tutto ciò di cui dispongo, non dispongo di nient'altro, se non ciò che dico e cioè ancora, ciò che si produce in ciò che dico. Ora, producendo qualche cosa mentre parlo, questo qualcosa che si produce me lo trovo di fronte, in un certo senso, è lì, se volete parlare di realtà forse è l'unica nozione che non sia immediatamente disfacibile, da qualunque serrata argomentazione, cioè l'unica realtà con cui ciascuno si confronta. Si confronta, cosa intendo dire? Che ciò che dice resta, resta come suono, come eco, come produzione letteralmente, parlando produco qualcosa. Produco intanto un suono, produco un'immagine, produco un pensiero, una infinità di cose. Produco soprattutto un discorso che mi consente di dire che una certa cosa esiste e l'altra no, anche questa cosa, che non è da poco, e poi infinite altre cose ovviamente. Ma che succede di fronte a questa produzione, queste parole, in definitiva una stringa di significanti, una sequenza di significanti? I quali, come ciascuno di voi sa, producono un senso e cioè di nuovo una direzione. I significanti accostandosi hanno (più che producono), si trovano presi in una direzione, la questione è stata poi utilizzata anche da Freud rispetto alla associazione libera, voi prendete un qualunque elemento, vi direte: che cosa mi fa venire in mente? Questo. E questo? quest'altro e questo... potete andare avanti all'infinito, vi stuferete molto prima. Ecco dicevo, questa successione è ciò che potete intendere come direzione del discorso. Quando vi domandate “che senso ha quello che sto facendo”? È sufficiente che riflettiate sulla direzione del discorso in cui vi trovate e avete immediatamente il senso, in accezione letterale: in che senso vai? di là. E qual è l'utilità di reperire la direzione? Intanto questa, che intendendo il senso come direzione si cessa almeno di cercare che cosa stia dietro, per esempio, a ciò che faccio, a ciò che penso, a ciò che dico, dietro, di fianco, davanti a seconda delle teorie psicanalitiche, cioè in altri termini di una giustificazione del senso, in questo caso del senso come giustificazione, ciò che rende giustizia, Per esempio un lapsus può essere giustificato in mille modi e reso giusto, ma questi mille modi spiegano il lapsus oppure semplicemente sono una direzione che il discorso ha preso al momento in cui vi siete soffermati a riflettere sul lapsus, perché c'è l'eventualità che non spieghino affatto il lapsus, a meno che, come spiegazione, come interpretazione o una quantità di termini che possono essere utilizzati, non si intenda propriamente ciò che si accosta, e cioè un altro discorso che questo lapsus produce, che ha a che fare con il primo soltanto per un aggancio, questo secondo discorso non spiega nulla.

Dell'interpretazione avevamo detto tempo fa, della difficoltà di illustrare una nozione come questa, delle infinite aporie in cui incappa. Ma non è che ogni cosa sia ridotta ad atto linguistico, e che proprio per via del fatto che ciascun elemento è un atto linguistico che è possibile pensare anche questo, cioè che in questo modo si riduca ciascun elemento ad un atto linguistico, non è una riduzione, è che non può darsi altrimenti, però considerare ciascun elemento un atto linguistico, forse è il caso di riprendere questo aspetto, instaura immediatamente chiamiamola la “consapevolezza” dell'impossibilità di agganciare questo atto linguistico a qualcosa che è fuori dalla parola e quindi la consapevolezza ancora, che qualunque spiegazione, giustificazione o illustrazione io dia a un atto linguistico, sarà un altro atto linguistico, che non è né migliore né peggiore del primo, semplicemente un altro. Ora questo non comporta che ciascun atto linguistico equivalga o sia indifferentemente l'uno o l'altro, perché c'è una differenza enorme fra l'uno e l'altro, la stessa differenza che consente di parlare di atto linguistico, se tutto fosse indifferenziato (questa è un'altra di queste ipotesi impossibili) ovviamente non sarebbe possibile il linguaggio. Abbiamo evocato in varie circostanze la formulazione di De Saussurre, nella lingua non vi sono se non differenze, di cui è anche fatto il linguaggio. Ora porre la psicanalisi in questi termini comporta un modo differente di approcciare il discorso, che anziché essere interpretato, ricondotto ad una giusta e corretta normale o consueta visione delle cose, consente invece di accorgersi che se ciascun elemento è un atto linguistico, allora la questione, qualunque questione mi si ponga o intervenga, si pone in un altro modo, in quanto il rinvio di fronte a una qualunque questione non è tanto a qualche cosa in quanto tale che può essere più o meno reperita, ma semplicemente a un altro discorso. Ora un discorso può fare paura, indubbiamente, ma questa paura sorge da ciò che si suppone possano essere gli effetti, oppure dalla supposizione che le cose siano proprio così, come il discorso illustra, ma le cose non sono così come il discorso illustra perché le cose non sono propriamente, e l'illustrazione di qualche cosa è un discorso che soltanto all'interno di un gioco linguistico illustra qualche cosa, ma fuori da questo gioco con queste regole, non fa assolutamente niente, e d'altra parte per quanto riguarda il primo aspetto, l'idea, cioè la paura per gli effetti che un discorso produce, questo accade, accade ma è possibile soltanto se le connessioni, le combinazioni che instaurano una connessione tra questo discorso e la paura rispetto a ciò che potrebbe scaturirne sono credute reali, inesorabili, necessarie. Come se si dicesse “ha detto così”, quindi necessariamente segue questo. No, questa connessione non è così necessaria. Il discorso, l'atto linguistico, ha la virtù di aprire infiniti altri discorsi e cioè di non avere nessuna possibile chiusura. Si tratta in definitiva di un esercizio, come dicevamo tempo fa, un esercizio a considerare le cose per ciò che non possono non essere, e che cosa non possono non essere? Atti linguistici, qualunque altra cosa possono benissimo non esserlo, è ovvio che questo discorso che vi sto facendo non definisce nessuno stato di cose, cioè le cose non stanno così come vi sto dicendo, è soltanto una esposizione frammentata di un gioco linguistico, che ha come regola quella di accogliere soltanto ciò che non può essere negato, per il solo fatto che stiamo parlando, tutto qui. Con questo tuttavia si aprono una serie infinita di altri elementi che occorre considerare, se prima dicevo dell'impossibilità di considerare necessaria, per esempio, una connessione tra una cosa e un'altra, faccio l'esempio più stupido, “se non riesco in una certa, cosa allora sono un fallito”, può essere magari una connessione ritenuta necessaria, non che uno si dica: questa connessione è necessaria, interviene da sé, per così dire, è qualcosa che si impone nel suo discorso. Allora difficilmente ci sono gli strumenti per mettere in gioco una inferenza di questo tipo, perché per la persona è assolutamente normale, naturale, ovvio, inevitabile che sia così, e tutto ciò che potrebbe alterare questo naturale ordine delle cose è assolutamente innaturale e abnorme e quindi rifiutato. Ora qui si innestano altri elementi, ma intanto atteniamoci al discorso in generale, e cioè a che cosa fa sì che sia possibile interrompere questa connessione o più propriamente la necessità, o l'idea meglio, della necessità di questa connessione, per esempio “se non riesco a fare questa cosa allora sono un disastro”. Di fronte a una affermazione del genere vi trovate di fronte a qualcosa che è molto fortemente mantenuto, con estremo rigore. Freud si era cimentato con questi aspetti, considerando come, per esempio, qualunque affermazione contraria fatta da altri ad una persona che afferma una cosa del genere, venga immediatamente rifiutata, supponendo che quell'altra persona o la stia prendendo in giro o, nella migliore delle ipotesi, non abbia capito niente. Ma perché questa persona è così fortemente agganciata all'idea della necessità di questa connessione?

Freud non ha trovato di meglio che pensare al tornaconto, cioè diceva : se una persona fa una cosa del genere evidentemente ha un buon motivo per farlo, ha un suo tornaconto, qualunque esso sia, però, visto che nessuno la costringe, se lo fa, ci sarà pure qualcosa che la muove, e questo qualcosa che la muove, non venendo da altri, dal cosiddetto mondo esterno, evidentemente viene da questa persona, potremmo dire più propriamente dal suo discorso, e cioè, come dicevamo prima, dalla direzione del suo discorso. In questo caso, questa inferenza è per lui, per questa persona, il senso. Esattamente il senso delle cose, l'unico possibile, fuori di qui le cose non hanno senso, e quindi sono rifiutate, sono respinte, appunto come senza senso. La questione è che ci si trova (per esempio nella pratica analitica) continuamente di fronte a strutture organizzate in questo modo, direi quasi che ciascuna struttura è organizzata in questo modo, dove il senso che si deve mantenere, deve eliminare qualunque altro elemento. In effetti può addirittura accadere di ascoltare che fuori da un certo modo di pensare, non c'è nessun senso, che la vita non ha senso. Questione straordinariamente diffusa, voi pensate alle affermazioni intorno al valore delle cose, o meglio ancora ai valori cosiddetti umani, oppure alla crisi dei valori, la gente non crede più e quindi è smarrita, sbattuta da una parte e dall'altra e cioè non trova più un senso, un senso in ciò che fa, un senso in ciò che dice, in ciò che pensa. Come se l'unico senso possibile fosse quello del credere, del credere nella necessità di una inferenza logica, da un elemento ad un altro: se questo allora quest'altro. Ciò che stiamo mano a mano elaborando e svolgendo è invece la considerazione della non necessità di tale inferenza e della sua assoluta arbitrarietà. E allora accade questo che di fronte a una qualunque affermazione, una persona sì, può anche accoglierne la responsabilità come una sua produzione, e a questo punto dire che anche questa connessione che fa, che è ritenuta necessaria, fa parte dei suoi pensieri e quindi si assume tutta la responsabilità, ma mostrando d'altra parte l'assoluta impossibilità ad alterare questa struttura, e da dove viene questa sorta di impossibilità? Da una superstizione, per cui se dico che se non riesco a fare una determinata cosa allora sono un inetto per esempio, questo in nessun modo può essere messo in gioco. Provate a considerarla in questo modo: “non sono capace di fare questa cosa”, poi anziché un segno di deduzione o di inferenza, mettete una barra, che divide, che separa inesorabilmente da quello che è comunemente inteso come il conseguente: “e quindi sono un inetto”. Provate a separare queste due cose. Poste insieme, cioè collocate all'interno di una inferenza dove una si pone come l’antecedente e l'altra il conseguente, formano una sorta di monoblocco, quasi inattaccabile, anche perché poi ciascuno se vuole trova tutte le giustificazioni a un'affermazione del genere, prove e controprove ne trova a bizzeffe, anche perché qualunque cosa può essere utilizzata come una prova oppure il contrario, a seconda delle condizioni. Dunque “non riesco a fare quella certa cosa” e il “e quindi” è sospeso, anzi è azzerato, poi di là c'è un'altra proposizione che afferma che “sono un inetto”, solo che la connessione tra i due è perduta, non c'è, non c'è in quanto è pensata come assolutamente arbitraria, cioè io stabilisco che se non riesco a fare quella cosa sono un inetto, però di per sé non significa assolutamente niente, e allora dunque non riesco a fare quella certa cosa. A questo punto avendo perduto il conseguente, perde molto della sua portata e anche della sua forza, e c'è l'eventualità che io possa trovarmi a considerare che, magari, le cose non sono proprio così, perché se non sono preso dalla fretta di dovere concludere “e quindi sono un inetto” posso anche eventualmente soffermarmi sulla considerazione circa l'essere o il non essere capaci di fare certe cose e che invece altre infinite cose sono capacissimo a farle e che in molte circostanze le ho fatte benissimo. Allora se questo antecedente è isolato ha una certa connotazione, può essere affrontato in un certo modo, se non è isolato e cioè se è saldamente vincolato al conseguente, allora no, allora inesorabilmente ogni volta che mi dirò che non sono capace di fare quella certa cosa, allora sono un inetto, e quindi tutto ciò che ne segue ovviamente. Vedete, è una struttura che è molto prossima a una regola retorica, quella che scompone una analogia laddove non la vuole accogliere. Come sapete l'analogia è fatta di due pezzi, il tema e il foro: A : B = C : D e quindi se questa certa cosa si è verificata in questo modo e ha avuto quelle conseguenze, allora anche quest'altra che si verifica in modo simile avrà delle conseguenze simili. Uno dei sistemi utilizzati dalla retorica è non accogliere questa l'analogia, e allora quella volta in quelle circostanze è accaduto questo, questa è un'altra circostanza e quindi non sappiamo affatto se accadrà una cosa del genere o il suo contrario o qualunque altra. Non è casuale che abbia svolti alcuni argomenti nelle conferenze tenute all'Araba Fenice proprio intorno alla retorica, dal momento che la retorica ha dovuto o voluto elaborare sistemi per smontare argomentazioni, per confutare affermazioni, i sistemi che ciascuno utilizza per compiere la stessa operazione, rispetto alle proprie affermazioni cioè le cose in cui crede, seguono un percorso che non è molto distante in definitiva, anzi direi che è lo stesso, gli strumenti linguistici sono quelli. Se io mi trovo di fronte a una mia affermazione “se non faccio questo allora sono un inetto” i modi per smontare una cosa del genere sono esattamente quelli utilizzati dalla retorica. Come se un giudice volesse affermare una cosa del genere e l'avvocato invece gli opponesse che non è affatto così, cioè che questa conseguenza non è dimostrabile, il conseguente non segue affatto all'antecedente, proprio per nulla, allora rimane antecedente, così di per sé, “non riesco a fare questa certa cosa”. Privato del conseguente cambia aspetto, può essere interrogato, se vincolato al conseguente no, costituisce una sorta di monoblocco, è come se uno in un processo accogliesse un'analogia, una volta che l'ha accolta il discorso segue necessariamente in quella direzione, con tutte le implicazioni e le conseguenze del caso. Divide et impera, diceva Tommaso, adesso non siamo obbligati a fare un'operazione del genere, ma compiere una sorta di esercizio. In definitiva possiamo anche chiamarlo così, rispetto al proprio discorso, certo non è semplicissimo, anzi in alcuni casi è molto difficile, molto difficile dal momento che ciò che ciascuno pensa, in molti casi non è riconosciuto come proprio pensiero ma come l'illustrazione di una realtà necessaria, immutabile, indipendente da me, e quindi non può nemmeno immaginare che forse invece lì c'è qualche elemento che questiona. Per questo si è sempre utilizzata la presenza in una psicanalisi di uno psicanalista, anziché farsi la psicanalisi da sé. L'autoanalisi incappa l'autoanalisi in molte difficoltà, in quanto gli strumenti di cui una persona dispone per affrontare le questioni sono fatti delle stesse questioni che deve affrontare, da qui qualche difficoltà proprio a considerarle delle questioni, anziché appunto dei fatti. Un fatto generalmente è considerato tale e quale, direi inaccessibile, una volta fatto. Allora ciò che andiamo chiamando La Seconda Sofistica non è altro che un esercizio, un esercizio volto a considerare il proprio discorso come ciascun discorso, in questo modo, e pertanto come sequenza di atti linguistici, commessi tra loro da inferenze arbitrarie, non necessarie. E questa arbitrarietà ovviamente non è che sia riconducibile tout-court a ciò che si intende con volontà, infatti uso poco questo termine perché è piuttosto ambiguo, significa un po' tutto e niente. Piuttosto, è più interessante il termine responsabilità in quanto indica l'essere chiamati a rispondere a qualcosa che domanda nel proprio discorso. Ciascun elemento si pone come domanda, qualunque affermazione a questo punto nella Seconda Sofistica funziona così, qualunque elemento è una domanda, in quanto si pone nel dire e da quella posizione questiona. Cosa vuol dire che domanda? Vuol dire che apre, apre ad altro e quindi rinvia, rinvia necessariamente ad altro. Ora se qualunque affermazione io la pongo come una domanda il discorso cambia, cambia in quanto, anche se affermo (in tutto ciò che sto dicendo faccio continue affermazioni) ciascuna di queste affermazioni è tale non perché stabilisce come stanno le cose, ma è all'interno di un gioco. Sono le regole di un certo gioco linguistico che sto facendo che mi consente di affermare, fuori da questo gioco queste affermazioni non significano assolutamente niente. Allora dicevo un esercizio, un esercizio a considerare ciò che si dice come qualcosa che domanda, che continua a domandare, che questiona, che rinvia. Posta in questi termini non c'è una cosa più o meno degna di essere interrogata. Può essere, potremmo dirla così, in alcuni casi, forse più urgente affrontare alcune questioni, proprio perché legate a queste questioni ci sono altre che per esempio paralizzano, bloccano, paralizzano il discorso, lo arrestano.

A questo punto, un discorso che non può proseguire è come se si ponesse nei termini di colui che ha trovato l'ultima parola, quella definitiva, ha trovato dio. Cosa che in alcuni casi può anche funzionare, così uno si mette tranquillo, però in altri no, permane una sorta di inquietudine chiamiamola intellettuale, dove non ci si accontenta perché anche quest'ultima parola non si riesce ad aquietarla, continua ad interrogare, allora perché non prendere la cosa in termini radicali e portarla alle estreme conseguenze, accogliendo il fatto che ciascun elemento linguistico si pone come questione, interroga, interroga cioè domanda altro, domanda di aggiungere altro. Questione che può formularsi in modo esplicito nel domandarsi che cosa per esempio stia dicendo o facendo, dicendo una certa cosa, se abbiamo detto che dicendo già faccio qualche cosa, dico per l’appunto, ma una riflessione intorno al senso, alla direzione non è sempre facilissimo reperirla, anche perché questo senso non è un quid, è una sequenza di significanti. Intanto sentiamo se ci sono delle questioni.

- Intervento:... sulla genesi del linguaggio...

 

Potremmo dirla così: la difficoltà nel potere stabilire se il linguaggio, per esempio, si impari oppure no, in qualche modo comincia ad approcciare la questione che lei ha posta. Potremmo dire che non c'è modo di imparare propriamente, in quanto non è una acquisizione, immagazzinamento di nozioni che alla fine configurano il linguaggio in quanto tale, ci si trova, potremmo dirla così, ad un certo punto, ad usare qualche cosa...

- Intervento:...

Sì, una cosa alla volta, ora ho detto questo rispetto alla acquisizione del linguaggio, certo ci si chiede da dove viene il linguaggio, la sua genesi, il problema è che a questo punto io posso formulare una qualunque ipotesi, questa qualunque ipotesi avrà il valore di qualunque altra, cioè sarà assolutamente arbitraria, non dimostrabile, e quindi tutto sommato inutilizzabile, se non per chi ci crede ovviamente. E allora domandarsi da dove viene il linguaggio comporta che cosa? Che gli strumenti attraverso cui e per cui mi pongo questa domanda corrispondono esattamente al linguaggio. A questo punto sono preso in una sorta di rinvii e allora la domanda da dove viene il linguaggio non solo non ha risposta, c'è l'eventualità che non possa averla strutturalmente, perché vede, si tratterebbe di reperire quell’elemento che è fuori dal linguaggio in quanto potrebbe porsi come il primo elemento, ma come reperire un elemento fuori dal linguaggio, attraverso che cosa? Se è un elemento del linguaggio è già nel linguaggio, per questo c'è l'eventualità che questa domanda in qualche modo sia, diciamola così “proibita” dalla struttura del linguaggio, proibita in quanto non senso, in quanto comporterebbe, per una eventuale risposta, l'esistenza di un elemento fuori dalla parola, che per altro possa garantire della veridicità di queste affermazioni. Qual è l'ultima domanda? (.....) In base ad una quantità di variabili che sono sterminate...

- Intervento:...

Di più, potrebbe spingersi ancora oltre, vada ancora oltre e cioè si chieda attraverso che cosa lei sta facendo queste riflessioni, che cosa le consente di fare queste riflessioni? Quale struttura? Quale organizzazione le consente di pensare una cosa del genere, di pensare la realtà, di pensare al pensiero, a ciò che più le piace. La premessa che facemmo all'inizio è esplicativa in questo senso, cioè se non si desse questo strumento, chiamiamolo linguaggio, tutto ciò in nessun modo potrebbe farsi, né potremmo pensare l'essere, né il non essere, né l'esistenza, né la sussistenza, nulla potrebbe porsi in nessun modo. Ora ciò che lei dice l'atto linguistico per via delle cose che penso, sì, anche e le cose che pensa sono altri atti linguistici, inesorabilmente, si trova in una catena di una combinatoria, da cui non c'è uscita, che però è anche la sua chance, perché tutto ciò che esiste, potremmo dirla così, in modo brutale, esiste perché c'è il linguaggio e quindi una occasione non da poco, ma se lei pensa, lei pensa con che cosa? Organizza il pensiero attraverso significanti, connessioni, inferenze, deduzioni ecc.

- Intervento:....

Diciamo che il linguaggio è la struttura che le stava consentendo un attimo fa di fare questa deduzione, in assenza non sarebbe stato possibile, poi possiamo anche definire il linguaggio ma rimane una definizione molto rozza, prima, definivo l'atto linguistico, come ciò attraverso cui gli umani possono dirsi tali. Che cosa mi consente di dire che sono un umano? Il fatto che esista un linguaggio che me lo fa fare, se no, non lo saprei mai...

 

4.12.1996

 

LA RIPETIZIONE

 

Abbiamo considerati due concetti fondamentali della psicanalisi: l’inconscio e la rimozione. Lacan ne considera altri due cioè il transfert e la ripetizione, come sapete. Possiamo considerare la nozione di ripetizione, che è un aspetto notevole nella elaborazione psicanalitica da Freud in poi, ma intesa generalmente e perlopiù come una sorta di riproduzione, riproduzione di un evento, di un fatto, di un qualunque cosa. Ora il significante ripetizione ha generalmente questo significato anche se, per esempio, sia Lacan che altri hanno molto giocato con questo significante ripetizione avvalendosi dell’etimo e cioè qualcosa che domanda ancora, tutto sommato, che continua a domandare. La questione dell’uso o dell’etimo di un certo significante è curiosa, dal momento che questo stesso etimo, così come viene generalmente illustrato, per esempio dal dizionario etimologico, è una illustrazione di un significante che non soltanto non è sempre interessante, ma spesso è anche poco attendibile, soprattutto se l’etimo risale a qualcosa che va al di là del latino e del greco. Tuttavia come sapete in molti casi viene utilizzato l’etimo come se potesse fornire una indicazione precisa circa il significato più interessante, o comunque più proficua, il che non è sempre. Diciamo che un etimo può essere utilizzato così come una sorta di regola di un gioco linguistico, se mi conviene rispetto alla teoria che vado elaborando utilizzare un certo etimo allora lo utilizzo, se no, no, se no utilizzo un significato più corrente. Il significato più corrente di ripetizione non è quello di qualcosa che continua a domandare, anche se l’etimo vorrebbe così, ma il significato più corrente è appunto quello di riproduzione, di riproposizione di qualche cosa. Nella teoria psicanalitica, è usata molto la nozione di ripetizione, perché da Freud che se ne è avvalso per illustrare alcuni aspetti dei processi psichici, poi è sempre stato utilizzato. In Freud la ripetizione gli consente di giustificare alcuni processi psichici, nel suo saggio che si chiama: Ripetere ricordare rielaborare, la questione della ripetizione è posta in questi termini: qualcosa è avvenuto, ha prodotto degli effetti, diciamo così, degli effetti secondari paralizzanti e allora si tratta di ripetere questo elemento, ma sarebbe il ciò che è avvenuto, ma non nel senso di riprodurlo ma, per Freud, la ripetizione è una rielaborazione, ripetere è rielaborare. Ciò che la psicanalisi ha mantenuto dopo Freud è questo concetto, questo sì fondamentale, per cui tutto ciò che avviene di importante nell’esistenza di una persona viene in qualche modo mantenuto come ricordo e può essere ripetuto, anzi ciò che viene intesa come nevrosi è una ripetizione di qualche cosa che si è fissato e che non è stato sufficientemente elaborato, diciamola così. Questo nella vulgata psicanalitica. Solo a partire da Lacan qualche cosa ha preso un’altra piega, si è distanziato da questa posizione, incominciando con Lacan a riflettere intorno a ciò che si ripete in analisi. Per esempio, ricordo una scena, una sensazione, un’immagine, qualunque cosa, in quanto tale non è mai avvenuta, non è mai avvenuta in quanto ciò che si sta ripetendo è una costruzione che muove da una combinatoria significante che è presente in quel momento e che non poteva essere presente allora, in quanto ciascuna combinatoria significante varia continuamente parlando, è quanto di più instabile, potremmo dire, a pensarsi. E allora questo ha comportato, soprattutto per Lacan, intendo dire considerare la ripetizione in termini differenti, ha comportato anche un differente modo di approcciare non solo la psicanalisi in quanto tale, ma l’intervento dello psicanalista, perché se ciò che si ripete non è una riproduzione, con qualche piccola variante di ciò che è avvenuto in altre occasioni, allora non si tratta tanto di fare in modo che la persona possa ripetere e poi considerare ciò che sta dicendo. Per esempio tutta le teoria del transfert, in buona parte è sostenuta su questo, sulla questione della ripetizione, cioè ripetere, riferendoci alla vulgata psicanalitica, per esempio al kleinismo, ma la stessa teoria dell’IPA, sarebbe l’Internazionale Psicanalitica, si fonda su questo, cioè sul fatto che il transfert non è altro che la riproduzione di un, chiamiamolo così, di un gioco affettivo avvenuto nell’infanzia o negli anni successivi, male elaborato. Questo quindi avrebbe portato appresso una serie di paure o di angosce o di problemi e non essendo stato elaborato cosa succede? Succede che questo intoppo affettivo viene riprodotto ciascuna volta in cui si verificano le stesse condizioni. Potremmo dirla più semplicemente, che se c’è stato un problema con la mamma, di qualunque tipo, allora questo problema verrà rivissuto, o con altre persone o con, preferibilmente e prevalentemente con lo psicanalista, e quindi c’è la ripetizione di ciò che non è stato elaborato, o non è stato inteso. Quindi l’intervento in questo caso si appunta sulla necessità di dovere sostenere in qualche modo questo ricordo, e fare in modo che l’analizzante trovi gli elementi per potere riconoscere questa ripetizione e una volta riconosciuta fare un passo successivo e superare la cosa. Ora che questo avvenga o no, è un altro discorso, ma per esempio in Lacan ponendo la ripetizione come una struttura linguistica per cui ciascun significante si ripete all’interno di una combinatoria, dopo un certo numero di sequenze, ha modificato ovviamente l’intervento dello psicanalista, il quale non cercherà più, con Lacan, di fare ripetere o meglio, fare ricordare, per esempio una scena per riprodurla e come dicono gli psicanalisti della SPI, per abreagirla, ma cercherà di intendere, Lacan, che cosa c’è in ciò che apparentemente si ripete, di inedito, di mai avvenuto prima, per potere trasmettere eventualmente all’analizzante questo, una sorta di messaggio che ciò che sta dicendo non è la ripetizione di qualche cosa che è avvenuto ma (qui c’è una grossa influenza della filosofia francese) ma è una sorta di rilettura di ciò che è avvenuto, una rilettura che tiene conto ovviamente di tutto ciò che ne è seguito e di ciò che sta avvenendo adesso. La psicanalisi ortodossa non considerava minimamente l’apporto dell’attuale nel ricordo, ma lo considerava come un fatto a sé, in Lacan c’è una supremazia quasi, una priorità comunque assoluta dell’attuale sul passato. Quindi ciò che si ripete, si ripete adesso ed è qualcosa che ha a che fare con l’hic et nunc, anziché con l’allora. Vedete che in ciascuna di queste posizioni circa la ripetizione, viene mantenuta un’idea fondante, oltreché fondamentale, per cui la ripetizione sia qualcosa di possibile, dato come acquisito che un certo elemento possa ripetersi, con tutte le varianti possibili e immaginabili. Una riflessione intorno alla ripetizione ovviamente non può prescindere dal domandarsi di che cosa si stia parlando esattamente, parlando di ripetizione, dal momento che si sta parlando di qualcosa, ma questo qualcosa, tenendo conto anche delle cose che andiamo dicendo ultimamente, non può trovare un referente al di fuori del linguaggio, come dire che una ripetizione, come viene detto generalmente, è un elemento linguistico, e come andiamo spesso dicendo è in prima istanza un significante, poi ciascuno può aggiungerci altre cose, per esempio partendo dall’etimo o da qualunque cosa. Questione nodale questa di ripetizione, perché è valsa sia per la psicanalisi ortodossa, sia per Lacan, per Verdiglione o per altri, è valsa un po’ da paradigma di ciò che si intende con psicanalisi. Perché se, per esempio, ciò che si ripete non è mai stato, diceva Verdiglione, allora evidentemente sì, è un modo differente per intendere la ripetizione ma è un... come dire, un modo di riprendere la ripetizione così com’è, e poi si ribalta la questione aggiungendo questo elemento e cioè affermando che non è mai stata. Ma non è mai stata che cosa esattamente? La ripetizione, ma ancora non sappiamo di che cosa si tratti, cioè siamo ancora al di qua dallo stabilire se la ripetizione è di qualcosa che sia stato, oppure no. Ora siccome tutta la psicanalisi è costruita su qualcosa del genere, e cioè sull’idea che sia possibile reperire ciò che è stato per abreagirlo, cioè per intenderlo, e quindi per dissolverne i problemi, intendete immediatamente quale sia la portata della nozione di ripetizione che ancora, torno a dire, non sappiamo bene che cosa sia.

Perché c’è l’eventualità, riflettendo intorno a questa nozione, che ci si trovi di fronte a una domanda importante e cioè se la ripetizione si riferisce a qualche cosa di preciso necessariamente oppure, essendo un elemento linguistico, indichi un qualche cosa che varia a seconda di ciò che io intendo con ripetizione. Intendo dire questo, che se con ripetizione intendo qualche cosa che non è mai stato, allora effettivamente la ripetizione ripete ciò che non è mai stato, se invece con ripetizione intendo la ripetizione di qualche cosa che è stato, allora la ripetizione ripete qualche cosa che è stato, come dire, più propriamente, che una ripetizione è esattamente ciò che io penso che sia, dal momento che non posso reperire una nozione di ripetizione che sia fuori dal linguaggio e quindi sia assolutamente costrittiva, identica a sé, immutabile. Detto questo, a questo punto, così come ci siamo trovati di fronte alla nozione di inconscio e di rimozione, occorre che ci chiediamo se ha qualche interesse parlare di ripetizione, o se questa nozione è vincolata, come può accadere, a una sorta di ideologia. Ora il discorso in parte l’abbiamo già fatto e cioè o la ripetizione è qualcosa di preciso, necessariamente quello, allora a questo punto occorrerebbe, almeno generalmente quando si afferma qualcosa di preciso, occorrerebbe anche poterlo sostenere, il che può risultare straordinariamente arduo, oppure effettivamente è un elemento linguistico e come tale è vincolato da regole che vincolano il gioco in cui è inserito. Sostenere la prima di queste due ipotesi, come dicevo, è molto arduo, molto difficile è come dire che, in definitiva, la ripetizione è questo e che è così, perché mi piace che sia così. Non c’è nessun argomentazione che possa reperirsi che sia costrittiva al punto tale, da costringere logicamente di accogliere una certa definizione, se invece è un elemento linguistico allora è preso, come dicevo, nel gioco in cui è inserito, è cioè la ripetizione è ciò che le regole del gioco in cui è inserito questo significante decidono che sia. E allora non si tratta più tanto di chiedersi che cosa si ripete o se è possibile ripetere qualche cosa, a questo punto questa domanda non ha più nessun senso, ma rinvia immediatamente alla domanda, per così dire, circa la regola del gioco in cui è inserito questo significante ripetizione, allora è possibile rispondere se no, no, ripetizione può essere qualunque cosa. Anche se è pur vero che ciascun elemento linguistico, proprio per essere tale, occorre che si differenzi dagli altri, già De Saussure aveva perfettamente inteso che se non ci fossero differenze nel linguaggio, lo stesso linguaggio cesserebbe di esistere. Questo lo chiamo orologio, potrei chiamarlo in qualunque altro modo, il fatto che lo chiami orologio è arbitrario? Sì e no, lo è, in quanto non c’è nessuna costrizione logica a chiamare questo aggeggio orologio, di fatto gli inglesi lo chiamano in un altro modo, per esempio, anche i francesi e così molti altri, ma d’altra parte occorre che ci sia un termine che individua un certo elemento per potere distinguere questo termine da qualunque altro, se qualunque elemento io potessi chiamarlo in qualunque modo, voi intendete immediatamente che il linguaggio non sarebbe più utilizzabile in alcun modo, perché ciascun elemento vorrebbe dire tutto. In questo senso c’è la necessità che ciascun elemento sia differente da ciascun altro e quindi o è questo, oppure è un problema, come Aristotele aveva inteso perfettamente a proposito del principio di identità, che è una questione prettamente linguistica. Ciascun elemento linguistico occorre che sia quello che è, ma non per un decreto divino, ma per una sorta di procedura linguistica senza la quale il linguaggio cessa di esistere, come dire che abbiamo degli elementi che fanno esistere il linguaggio così come esiste, ché se, appunto, ciascun elemento linguistico fosse se stesso e qualunque altro, non si distinguerebbero in nessun modo gli uni dagli altri e il linguaggio non potrebbe in nessun modo essere utilizzato...

- Intervento: ciò che si vorrebbe distinguere è già di per sé un elemento linguistico.

Certo, per il solo fatto che ne sto parlando si trova preso in questa struttura che è fatta di inferenze...

Ecco allora questo, accorgendosi, o cogliendo questo aspetto linguistico (è la stessa questione che ponevamo alla nozione di inconscio e rimozione) occorre riflettere intorno all’intervento dell’analista in questo caso, rispetto a queste considerazioni, dal momento che non credendo più alla ripetizione come elemento extralinguistico a se stante è costretto a tenere conto di altri aspetti, di altri elementi. Intendo dire questo, supponiamo che una persona racconti un ricordo, o più propriamente dica che ciò che sta dicendo è un ricordo, perché a questo noi ci atteniamo, non al fatto che lo sia oppure no, ma al fatto che lo sta dicendo, dunque dicevo, una persona dice che ciò che sta raccontando è un ricordo, oppure che ciò che sta facendo è una cosa che ripete continuamente, noi di fatto, a disposizione abbiamo unicamente ciò che la persona ci sta dicendo, non sappiamo, né ha alcuna importanza stabilire che sia esattamente così oppure no, né per altro è facilmente possibile stabilirlo. Ora dunque tutto ciò che stiamo dicendo ci impedisce di considerare che le cose che sta dicendo siano una ripetizione, ma impongono di considerare che questa persona dice che si tratta di una ripetizione, ché ha una certo importanza, vuol dire che il fatto che per questa persona sia una ripetizione non è secondario, visto che lo propone nella discussione, ora a questo punto ciò che viene messo in evidenza non è tanto il fatto che sia, come dicevo, o non sia una ripetizione, ma che la persona dica che si tratti di una ripetizione e cioè che stia dicendo che ciò che fa in quel momento è una cosa che si ripete per esempio all’infinito. Ci sono persone che amano ripetere situazioni, gesti, condotte, svariate volte. Ora è essenziale intendere, così come è essenziale ciascuna volta di fronte a un discorso, quali sono le regole del gioco che si va facendo, che questa persona sta facendo. Se non s’intendono le regole del gioco che sta muovendo questa persona si intende molto poco. Si intende molto poco perché non si hanno elementi per intendere che cosa stia dicendo, che cosa stia facendo, per esempio se dice di ripetere, non sappiamo cosa intenda con ripetere, posso immaginarlo certo, posso immaginare qualunque cosa ma ciò che interessa è ciò che pensa quella persona, più di quanto possa immaginare io. Ciò che distingue forse prioritariamente ciò che stiamo facendo dalla psicanalisi così come è praticata generalmente, è essenzialmente questo, diciamo l’urgenza, nell’ascoltare un qualunque discorso, di reperire le regole che consentono il gioco che si sta giocando. Così come nel caso della ripetizione, non importa se la cosa si stia ripetendo, se si ripete o se non si ripete, se è inedita o se è una produzione lì, hic et nunc, o se fu, ma che cosa intenda questa persona con ripetizione. Dal momento che sia le tesi più antiche della psicanalisi rispetto alla ripetizione, sia le più recenti, offrono il fianco a obiezioni notevoli. Ma reperire le regole del gioco che si sta giocando cosa significa?

Ciò che la persona sta dicendo muove da una serie di elementi che per questa persona funzionano in vario modo, ma presuppongono uno o più elementi da cui muove il suo discorso. Per esempio, qual è l’elemento da cui muove il discorso che io sto facendo? Qual è la regola del mio gioco? L’abbiamo enunciata in varie occasioni, è quella di accogliere unicamente le cose che non possono essere negate per il semplice fatto che sto parlando, ecco se uno conosce questa regola che mi muove nel dire e nel parlare già può trarre tutta una serie di connessioni e di implicazioni rispetto a ciò che dico, se mi ascoltasse e non sapesse assolutamente nulla di questa regola che mi muove, probabilmente avrebbe maggiore difficoltà a intendere ciò che vado dicendo, c’è anche l’eventualità che magari non l’intenda affatto. Ora dunque, un qualche cosa che muove a dire a pensare e a fare in un certo modo anziché in un altro, abbiamo detto in varie occasioni che ciò che una persona crede, per esempio, sia ciò che la muove a fare e a dire, a pensare in un modo anziché in un altro. Se per esempio io penso che ripetizione sia ripetizione dell’identico, o del differente, allora sia in un caso che nell’altro, se credo una cosa allora mi muoverò in un certo modo, se credo l’altra allora mi muoverò in un altro modo. Ciascuna persona si muove, pensa, fa in un modo che è assolutamente peculiare a quella persona, ma perché muove e pensa in quel modo anziché in un altro? Non è casuale nel senso che le cose che dice, che fa e che pensa procedono per inferenze, procedono per inferenze da elementi che in alcuni casi sono ritenuti, ad esempio, la realtà delle cose, e allora se io credo che la realtà delle cose sia fatta in un certo modo, che le cose stiano in definitiva in un certo modo, allora mi muoverò e penserò in un certo modo, se immagino che la realtà sia tutt’altra, allora penserò e mi muoverò in tutt’altro modo. In tutt’altro modo che sarà altrettanto fermo, sicuro e incrollabile del precedente, ho soltanto cambiato le premesse, i principi in questo caso, se vario i principi ovviamente variano anche le conseguenze, cioè le implicazioni e in definitiva tutto ciò che io penso. In un discorso che voi ascoltate, questi principi molto spesso costituiscono ciò che prima indicavo come le regole del gioco. Vi faccio un esempio molto banale, se una persona crede in dio, qualunque dio non ha importanza, allora questo funziona come una regola del gioco, una regola del gioco in cui si trova, per cui ciò che penserà, farà e dirà terrà conto e sarà un’implicazione, una connessione, di questa sua credenza, di questo suo principio. D’altra parte ponendo le cose così, mano a mano, come siamo andati reperendo nel linguaggio, in effetti non ci resta altra via che intendere di volta in volta quali siano le regole del gioco che si sta giocando, per intendere qualche cosa, questo sempre naturalmente cercando di evitare di compiere atti di fede, se è possibile, di compiere atti di fede cioè di stabilire che per esempio la ripetizione sia questo necessariamente, o l’inconscio sia quest’altro o qualche altra cosa. Dicevo che non abbiamo molti altri elementi, però questo è molto potente perché consente di cogliere con buona precisione quali sono gli elementi da cui la persona muove, per dire, fare, pensare quello che dice, pensa e fa. Ma possiamo aggiungere ancora questi principi o assiomi, a seconda dei casi, che non solo possono essere reperibili ma il più delle volte si mostrano in modo molto evidente, molto forte, generalmente come ciò che non viene accolto, non può essere messo in gioco, qualunque siano i motivi, non ha nessuna importanza, però, perché le regole non possono essere messe in gioco? Per un motivo semplicissimo: se voi giocate a poker con gli amici, non potete mettere in discussione le regole del poker mentre giocate, perché se no cessate di giocare, ora immaginate che il discorso in cui vi trovate sia mosso da regole che sono quelle per cui il discorso in cui vi trovate è quello che è, e allora l’eventualità di cambiare qualche cosa che si costituisce, si configura come regola del gioco, comporta immediatamente di non potere più giocare quel gioco. Questo di per sé potrebbe non comportare nessun problema in teoria, di fatto invece ne comporta molti, è anzi l’ostacolo maggiore che ciascuno incontra lungo questo itinerario, l’eventualità di potere cambiare il gioco, cioè di non potere più giocare il gioco precedente. Per un motivo che può essere per un verso semplice e per l’altro no. Cominciamo da quello semplice: perché così com’è configurato un certo discorso, quindi con le sue regole, produce del senso, cioè è qualche cosa che offre un senso a qualcosa, offre l’opportunità di potere stabilire che una certa cosa è così, questo produce un effetto terapeutico, avevamo accennato tempo fa in una conferenza la questione. In quale termini l’avevamo posta Sandro? La dimostrazione, esattamente. Dimostrazione come fatto terapeutico, dimostrazione cioè è così, questo è il senso delle cose, terapeutico perché toglie di mezzo l’eventualità che questa cosa continui a domandare, continui a questionare, e quindi tolga la possibilità di potere fermare il pensiero. E quindi se cambio le regole del gioco cambio il gioco, se cambio il gioco non ho più a disposizione il senso che ho sempre avuto, cioè le cose non sono più come penso che siano. Questo è l’aspetto semplice, quello più difficile ci costringe a riflettere ulteriormente, perché di fatto tutta questa operazione di per sé, che ho descritta prima, non è assolutamente necessaria, non è necessario che la persona cerchi un senso, non è necessario che lo trovi, non è soprattutto necessario che ci creda. Ora abbiamo detto che questo avviene almeno in parte per via di una sorta di quiete, di tranquillità, ma probabilmente non è soltanto questo. Questione antichissima questa: come mai gli umani si complicano la vita anziché semplificarsela ? Adesso la dico in termini molto rozzi, questione che lo stesso Freud si pose, senza per altro dare risposta, di nessun tipo. Questione questa molto complessa e alla quale è molto difficile rispondere, e forse non è nemmeno sicuro che sappiamo con esattezza cosa ci stiamo chiedendo, chiedendoci una cosa del genere, dal momento che una questione di questo tipo, e cioè perché gli umani facciano in un certo modo anziché in un altro, mette in gioco una serie di elementi e c’è l’eventualità, la forte eventualità, che ci riconduca ad un certo punto alla questione antica, e cioè del perché il linguaggio sia strutturato in un certo modo, domanda alla quale non solo non possiamo rispondere, ma che non ha strutturalmente alcuna risposta possibile.

Qualcuno tempo fa mi si obiettava che nemmeno l’idea del linguaggio tutto sommato è necessaria, per un verso no, per l’altro sì, così come lo è chiamare questo aggeggio orologio, certo utilizziamo questo significante linguaggio perché indica grosso modo la struttura, l’organizzazione che ci consente di fare tutte queste operazioni, in questo senso è necessario però, chiamarlo linguaggio questo è certamente arbitrario. Esattamente la stessa posizione che aveva De Saussure a questo riguardo, potremmo banalizzarla così: è assolutamente arbitrario come lo chiamo, ma è assolutamente necessario che lo chiami in qualche modo (adesso è molto rozzo riassumere così in due parole tutta l’elaborazione di De Saussure) e quindi talvolta accade che di fronte a certe domande sia preferibile chiedersi non soltanto quale sia la risposta a questa domanda, ma che cosa comporti rivolgersi una certa domanda, e cioè che cosa si stia facendo esattamente. Comunque è una questione che rimane per il momento in sospeso, perché man mano ci rifletteremo, per quanto riguarda la questione invece più, chiamiamo “pratica” tra virgolette, che riguarda l’intervento dell’analista che tenga conto di ciò di cui stiamo parlando, abbiamo cominciato a parlare delle regole, reperire quali sono le regole, ciò che consente al discorso che si sta facendo di assumere una certa configurazione, che è quella che assume, ma in che modo dunque reperire questa regola? Un aspetto l’avevo già indicato prima: è ciò che generalmente si preferisce non mettere in gioco, ma la domanda che occorre porsi in questi casi è questa, e cioè che cosa mi consente di affermare ciò che sto affermando? Il linguaggio ovviamente ma quali aspetti, quali regole propriamente, permettono o mi permettono di trarre le conclusioni che sto traendo? Quali premesse sono necessarie per giungere a queste conclusioni? Ecco, fatto questo avete immediatamente a disposizione le regole del gioco in cui vi trovate. Ora reperite queste regole, e ciò che interviene perlopiù è una sorta di arresto: “ho reperito queste regole, e adesso cosa faccio?” Qui interviene normalmente l’aspetto più complesso in ciò che andiamo facendo, elaborando, perché di fronte al reperimento di una delle regole del discorso, si tratta a questo punto di cogliere se questa regola che sta operando sia, potremmo dirla così in modo molto semplice, arbitraria o necessaria. Se è necessario che sia così, oppure se è arbitrario, perché se è necessario allora non c’è niente da fare, è così e tanto basta, però questo può condurre a qualche obiezione in quanto questa stessa affermazione può essere sottoposta alla stessa analisi, e quindi reperire se le regole del gioco consentono di giungere a questa considerazione, se sono necessarie oppure no. Nell’ipotesi invece più interessante, che sia assolutamente arbitrario tutto ciò che costituisce il principio da cui muovo, ecco che allora mi trovo di fronte a una serie di affermazioni che si sono costruite e che possono essere messe in discussione, cioè possono essere discusse, se fossero necessarie no, perché è così inesorabilmente.

Certo posso trovarmi nelle condizioni di non riuscire a farlo, però allora torniamo al discorso precedente. Ciò che sto proponendo ovviamente è una sorta di... chiamiamolo esercizio, un esercizio che può risultare anche difficile da compiere, d’altra parte se non si accoglie, se non si intende accogliere alcun atto di fede, credenza, alcuna superstizione, ci si trova inesorabilmente di fronte a queste considerazioni, cioè al dover reperire il “perché” sto dicendo certe cose, oppure un “perché” che è un modo di rendere conto di principi, di assiomi, di regole che determinano il discorso in cui mi trovo per il modo in cui è fatto. Perché parlo di esercizio? perché è una cosa che non è affatto naturale per così dire, né viene da sé, ciò che viene da sé è generalmente esattamente il contrario, e cioè pensare che le cose che sto dicendo, almeno le cose fondamentali, siano necessarie, costituiscano una sorta di immutabilità, qualunque ne sia il motivo. Ed è curioso che per compiere questa operazione occorra fare qualche cosa che apparentemente, come dicevo, tutto inviterebbe a non fare. Questa è un’altra questione, però dal momento che ci siamo trovati presi in questa via, risulta molto difficile non tenerne conto, cioè fare come se non sapessimo, tutto sommato, una serie di cose. Ecco però ho detto molto rapidamente un sacco di cose, forse è il caso che ci siano degli interventi...

Intervento: la ripetizione

Sì, per esempio una persona vuole fare certe cose e immediatamente pensa: tanto non ne sarò capace.(...) Ripetizione come riproduzione di un pensiero? Sì, sì, può intendersi anche così.

Intervento: giochi linguistici

Utilizziamo questo modo di dire “gioco linguistico”, che abbiamo un po’ mutuato da Wittgenstein, per indicare il modo in cui di volta in volta le cose si combinano tra loro. Ed è un modo, questo, effettivamente imprevedibile, come diceva lei, non è né gestibile, né controllabile generalmente, gioco linguistico, le parole giocano in questo senso, che si combinano le une alle altre necessariamente. Non c’è una parola che sia isolata dal linguaggio, non essendo isolata è connessa, in infiniti modi a infiniti altri elementi. Ecco intendiamo soltanto questo con gioco linguistico. Ora lei dice, il caso in cui una persona ami un’altra e non sia corrisposta, anche qui evidentemente si tratta di due... diciamo in accezione indicata prima, giochi linguistici che intervengono per l’una e per l’altra, ad esempio, e cosa avviene quando due persone dicono che non si capiscono? Che muovono da regole molto differenti, poi invece può avvenire che pensino di capirsi, però è un po’ come dicevamo la volta scorsa, la volta scorsa riprendevo una questione che poneva Roberto, che io affermi che capisco una persona oppure no, fino a che punto è sostenibile o è affermabile una cosa del genere? Che cosa dico esattamente quando dico che capisco? Capisco che cosa? Quello che mi dice, ma che cosa dice, se io già nell’ascoltare anche soltanto nel sentire quello che questa persona dice costruisco, rispetto a dei significanti che ascolto, una serie di elementi che possono essere, per esempio, assenti nella persona che parla e quindi costruisco una combinatoria che è totalmente differente da quella che appartiene alla persona che mi sta parlando. Voglio dire questo, che non ho nessun modo definitivo, come diceva Roberto, assoluto, per potere stabilire se ho capito oppure no, e questo certamente rende le cose, o può renderle, complesse in alcuni casi, in altri no, è assolutamente indifferente. Quando le rende complesse? Quando c’è per qualche motivo l’esigenza di precisare ciò che si sta dicendo, solo allora si incontrano questi problemi. Precisarlo, per esempio, perché sta elaborando, una teoria, supponiamo che stia elaborando una teoria linguistica, ecco che allora ovviamente cercherà di restringere il significato dei termini, il più possibile proprio per evitarne ambiguità e perché sia possibile intendere con maggiore precisione, però ancora di nuovo ci ritroviamo il problema di prima e cioè non sapremo mai se questa precisione è peggiore o migliore, semplicemente che cosa possiamo fare? Acquisire un maggior numero di regole di quel gioco per esempio, a proposito di De Saussure, visto che l’abbiamo menzionato, se io conosco (perché lui nei suoi scritti me le espone) un certo numero di regole del gioco che sta facendo, mi sarà più facile ovviamente seguire quello che sta dicendo, se no mi sarà assolutamente astruso, o addirittura incomprensibile. Ora questo nel quotidiano generalmente non avviene, non avviene non tanto perché non ci sia necessità di precisare delle questioni, ma perché in qualche modo ciascuno avverte che se si incammina lungo questa via, non ne viene più fuori e allora ecco che utilizza dei termini, dei significanti in accezione effettivamente molto ampia, per cui si prestano, come continuamente accade, a equivoci, malintesi, ecc. Certo sarebbe possibile almeno precisare quali sono le regole, certo, in definitiva in quale accezione utilizzo certi termini per esempio. Così in qualunque discorso coglierne le regole non è altro che intendere quali sono, in che accezione sta utilizzando i termini che utilizza. Diceva che può porsi come religione. Certo. Non c’è cosa che gli umani non riescano a volgere in religione e cioè in credenza, in superstizione, anche se tutto ciò che abbiamo fatto è volto proprio a impedire una cosa del genere, cioè a impedire in definitiva che un qualche cosa si stabilisca come l’ultimo elemento, e abbiamo piegato invece su un’altra questione, e cioè sull’elemento che non si può negare, non si può negare per il solo fatto che si sta parlando e allora questo, come vado dicendo spesso, non definisce affatto come stanno le cose, indica soltanto uno dei possibili giochi linguistici che è possibile compiere, quello che muove soltanto da ciò che non può essere negato, solo questo. Poi abbiamo riflettuto anche sulle implicazioni, sulle connessioni che tutto ciò può comportare, e abbiamo considerato che in effetti può consentire di giungere a una libertà estrema, libertà dal credere, per esempio, una qualunque cosa o il suo contrario, e la libertà poi di trovarsi ciascuna volta, più che effetto del proprio discorso, reperirsi come il proprio discorso. Come dire ancora che non sono tanto l’effetto di quello che dico, ma sono ciò che dico, né più, né meno. Non ho altri elementi per cogliermi, in nessun modo. Però è vero, in alcuni casi per taluni anche questo può funzionare come una sorta di religione, certo. Diceva De Saussure che finché non dico una cosa, posso pensare di gestirla, una volta che l’ho detta, non so che cosa accadrà né quali saranno gli effetti su chi l’ascolta, non è più di mia proprietà in un certo senso, né di mia competenza, è detta e come dice Antonio nel Giulio Cesare, “malanno ormai sei scatenato, segui il corso che vuoi”, non è un malanno, comunque segua il corso che vuole, e il corso che vuole è per esempio, tra lei e me che stiamo parlando, il fatto che le cose che io dico saranno necessariamente colte e accolte da lei attraverso gli strumenti linguistici, teorici, culturali e tanti altri di cui lei dispone, e in cui è possibile reperire le regole del gioco in cui lei si trova, e queste regole del gioco determineranno il modo in cui lei coglie le cose che io dico. Il problema è che non è che lei coglie le cose in un certo modo, le cose sono in quel modo per lei, questa è la questione. Dire, ma per me è così, è un eufemismo, non per me, se lo dico è perché è così, una sorta di captatio benevolentiae...

- Intervento:

Sì, questa infinita variabilità di connessioni, di agganci, certo. Perché anche se, ad esempio, le regole del mio gioco fossero rigidissime, fossero anche solo una, ferrea, in effetti anche questa sola ferrea e unica regola può produrre un’infinità di connessioni, le quali però tutte sono vincolate a questa, chiamiamola superstizione per esempio, il caso estremo, per cui una persona straordinariamente superstiziosa può produrre una quantità infinita di discorsi. Dipende da quanto si ripete, di fatto la produzione è potenzialmente illimitata, pur partendo da una superstizione ferrea.

Intervento: ...religiosità

Sì, anche il significante religiosità ha una infinita serie di accezioni utilizzabili. Ad esempio religioso è tutto ciò che va contro a ciò che dico io, questo è un modo di utilizzare il significante religiosità.

Intervento: curioso il paradosso della religione ufficiale che accusa di religiosità, dando per scontata tutta una serie di questioni, che sembrano non avere nessuna funzione, ma funzionano meravigliosamente, dando un precisa direzione al discorso...

Sì, ciò che Freud descrive come nevrosi funziona esattamente in questo modo...

Intervento: e quindi immediatamente quanto qualcosa disturba, viene immediatamente immobilizzato, e immobilizzandosi funziona come una religione, non accorgendosi che questa operazione la sto facendo io, e quindi la si prende come uno stato di fatto... come si può distinguere fra ciò che “non sapendo” funziona, come si diceva prima, e ciò che invece viene assunto, si dice questa è la mia idea, io la penso così in cui invece sembra ci sia questa “consapevolezza”.

Sì, una persona che dice: io la penso così, sa, saprebbe dire grosso modo cosa pensa, così come una persona che dice di sé di essere credente in dio, ne è consapevole, ciò che interviene in questo caso, sia nell’uno che nell’altro è il non sapere in effetti come avvenga una cosa del genere, in questo caso le regole del gioco sono quelle che hanno determinato per esempio la credenza in dio o di un certo modo di pensare. “Io credo che sia così” enuncia la presenza di una regola, ma si tratta di proseguire, esattamente come dicevamo prima, che cosa mi permette di dire quello che sto dicendo? Questo è ciò che intendo come regola di un gioco.

Intervento:... la questione della regola mi si pone in questa doppia maniera, come qualcosa che di volta in volta non può ricondursi necessariamente a una credenza, perché altrimenti si mette in discussione la questione della ripetizione, come qualcosa che è già accaduto e che si ripete, mentre appunto questo contrasta con quell’altra regola che dice che si accetta solo ciò che è necessario, cioè che non si può non accettare, e dall’altra invece a una regola che in qualche modo si presenta come un qualcosa di cronico, di cronicizzato. Tempo fa mi veniva in mente, parlavamo sempre nei termini di gioco linguistico con delle regole, parlavamo della variante e della invariante, cioè una variante retorica che è diventata una invariante, però in questo caso, chiamarla regola sembra molto semplice, dice qualcosa che regola una cosa in un modo anziché in un altro, però non è lo stesso modo in cui si intende quando si parla di atto linguistico, in quel determinato momento, in cui la regola è data dal contingente...

La questione che si può trarre è questa, e cioè il fatto di reperire in ciò che sta funzionando mentre dico, qualunque cosa sia, quali sono gli elementi da cui muovo, per dire quello che dico. Sia che mi trovi a formulare delle considerazioni teoriche, sia di fronte a una qualunque questione che incontro quotidianamente, qualunque cosa io creda, in questo caso la nozione di regola in effetti non muta, rimane la stessa e cioè in effetti è ciò che sta dando una direzione al mio discorso e quindi potremmo dire: che cosa mi consente di affermare le cose che sto affermando? Per cui sono due modi differenti ma fino ad un certo punto forse, dal momento che in entrambi i casi, ciò che intendo come regola è unicamente ciò che mi fa dire le cose che sto dicendo, ad esempio, in questo momento. Questo posso reperirlo sia che rifletta intorno alle più sofisticate teorie del linguaggio, sia invece su qualche cosa che mi sta dando fastidio...

Intervento: però questa compresenza, di due aspetti diversi, per cui intendere la regola rispetto a qualsiasi gioco linguistico...

Un momento però, intendere un evento esterno, che accada lì, quello in quanto tale è un elemento linguistico, e quindi ciò che produce l’evento, diciamo così, in un discorso, questo è sì, dettato dalle regole del gioco in cui mi trovo, per cui, per dirla in maniera molto vaga, posso esperirlo in un modo anziché in un altro, posso diventare una furia oppure stare tranquillissimo e ritenere che non sia successo niente, per esempio....

Intervento: sì però le circostanze per esempio quando mi sono fratturata il piede...

In un certo senso sì, in quanto non c’è nulla, nessun evento, nessun accadimento che intervenga che sia fuori dal linguaggio e che pertanto non sia inserito nella sua struttura linguistica, ed è un evento, un fatto, proprio in quanto è inserito all’interno di questa combinatoria, se no non potrebbe esistere, né darsi in alcun modo. Per questo dicevo che tutto sommato una regola, cioè un principio che fa muovere in una certa direzione oppure no, è lì e in qualche modo costruisce, contribuisce a costruire tutto ciò che esiste. Potremmo dirla in termini più radicali, che per ciascuno, o almeno perlopiù, le cose che esistono sono quelle che le regole del suo discorso fanno esistere.

Intervento: Per esempio rispetto a quella connessione necessaria di cui si diceva l’altra volta: se non sono capace sono un inetto. Questa è una regola, per esempio, del gioco linguistico in cui mi trovo. La difficoltà di trovare un’altra connessione al “non sono capace”... È proprio nell’uso del parlare comune (dipende: lei è capace di riparare un reattore nucleare? No. Non per questo si ritiene un’inetta.) Quanto può giocare, questa regola, parlando di ripetizione, di ricordo? fino a che punto posso fare il gioco con la ripetizione, quanti modi ho, ferma restando quella regola, di intendere produzione il discorso che si va facendo? Non posso uscire dal ricordo o da una ripetizione. Al presentarsi di qualche cosa, che mi fa parlare di sensazione, io dico ripetizione, io dico “è come quella” è abbastanza veloce (allora?) allora, non so? A che cosa serve tutto questo? Però ciò che ne traggo, ciò che concludo, è che mi riporta tantissimo al fatto che non sono capace, sembra, che questo gioco, in cui io dico di non conoscere la regola, sia appunto di confermare questa incapacità.

Già. Bene, è tardissimo, ci vediamo mercoledì prossimo.