LA SECONDA SOFISTICA

Corso diretto da Luciano Faioni

3/1/1995

 

Proposizione -33, dice: Immagina che qualcuno indichi un vaso e dica: -Guarda quel magnifico azzurro!- la forma non ha importanza -Oppure: Guarda quella forma meravigliosa! -il colore è indifferente- Non c'è dubbio che nell'assecondare questi due inviti farai, in ciascun caso, qualcosa di differente. Ma fai sempre la stessa cosa quando dirigi l'attenzione sul colore? Immagina diversi casi. Ne accennerò qualcuno: Questo azzurro è uguale a quello? Vedi una differenza? - Mescoli i colori e dici:

-L'azzurro di questo cielo è difficile da ottenere.

-Il tempo si mette al bello, già si rivede l'azzurro del cielo.

-Guarda com'è diverso l'effetto di questi due azzurri!

-Vedi quel libro azzurro là? Portalo qui!

-Questo segnale luminoso azzurro significa...

-Come si chiama questo azzurro? - è indaco?

Talvolta concentriamo l'attenzione sul colore escludendo con la mano i lineamenti della forma; o evitando di dirigere lo sguardo sui lineamenti della cosa; o fissando l'oggetto e tentando di ricordare dove si è già visto quel colore.

-38: E` ben vero che spesso, ad esempio nella definizione ostensiva, indichiamo il nominato pronunciando il nome. Ed è anche vero che, ad esempio nella definizione ostensiva, pronunciamo la parola "questo" additando una cosa. E spesso la parola "questo" e un nome occupano lo stesso posto nel contesto della proposizione. Ma caratteristica del nome è appunto il fatto che esso viene definito con l'espressione ostensiva: "Questo è N" (o: "Questo si chiama "N"). Ma definiamo anche: "Questo si chiama "questo", "questa cosa si chiama "questa cosa"? Tutto ciò è connesso alla concezione del denominare come, per così dire, di un processo occulto. Il denominare appare come una strana connessione di una parola con un oggetto.- E questo strano collegamento ha effettivamente luogo quando il filosofo, per scoprire che cos'è la relazione tra nome e nominato, fissa un oggetto posto davanti a sé e ripete innumerevoli volte un nome, o anche la parola "questo". I problemi filosofici sorgono infatti quando il linguaggio fa vacanza. E qui possiamo veramente figurarci il denominare come un singolare atto spirituale, quasi un battesimo di un oggetto. E possiamo anche (per dir così) dire all'oggetto la parola "questo", rivolgerci a lui con essa - uno strano uso di questa parola che senza dubbio ricorre soltanto quando si fa filosofia.

Nel brano che Vi ho citato prima di questo, interviene qualcosa di singolare, nel primo dice che, o meglio pone una difficoltà rispetto all'indicare qualcosa, lì l'esempio del colore azzurro, in tutti quei casi indico esattamente la stessa cosa? Pur indicando, pronunciando lo stesso significante "azzurro", nei casi detti prima cosa nomino quando nomino? Perché dice: nomino l'azzurro. Ma lui giustamente si chiede: è la stessa cosa? Intendo la stessa cosa quando dico, prendi quel libro azzurro, guarda l'azzurro di quel cielo, oppure questo azzurro è diverso da questo, intendo la stessa cosa? Che cosa nomino esattamente? E` come se questo significante azzurro non raggiungesse mai il nome, se con nome intendiamo ciò che nomina qualcosa, perché questo qualcosa che deve essere nominato è ciascuna volta differente. Va oltre nel passo che abbiamo letto, noi diciamo: questo è azzurro, per esempio, allora si chiede ma "questo" che mette tra virgolette, ma "questo" che cos'è? Ancora una volta dice che è come se il linguaggio facesse vacanza, nel senso che non c'è qualche cosa di adeguato a nominare, cosa che abbiamo vista anche in altre circostanze muovendo da altre questioni, ciò che gli antichi, Sesto Empirico in prima istanza, chiamava il tropo del diallele, o regressio ad infinitum: io ho davanti qualche cosa, lo nomino e nominandolo lo dissolvo. Avviene qualche cosa del genere, nominandolo dissolvo la possibilità, che immaginavo, di nominarlo. Nominarlo quindi identificarlo, isolarlo, fermarlo, come fa il prete quando battezza: io ti nomino Luciano. Allora da quel momento si chiamerà così però, direbbe Wittgenstein, cosa hai nominato in questo modo? Questo, questa cosa, questa persona, "questo" dunque, come se stesse a indicare il posto che rimane vuoto, rimane vuoto ma non per difetto del nominatore, ma perché, dice, il linguaggio fa vacanza. C'è qualche cosa dunque nella struttura del linguaggio, tale per cui c'è un intoppo, un intoppo per cui non riesco a nominare qualcosa. Un curioso intoppo, perché anche la stessa struttura, se da una parte mi impedisce di nominare alcunché, nel senso in cui dicevo prima e cioè di isolare, di individuare, allo stesso tempo, apparentemente, mi consente di farlo: come dire, mi indica che posso farlo ma nell'istante stesso in cui ci provo lo sottrae. E` una curiosa struttura, perché fa questo il linguaggio?

-43: Per una grande classe di casi anche se non per tutti i casi in cui ce ne serviamo, la parola "significato" si può definire così: Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.

Dunque il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio, ecco allora, io dico che questa cosa è azzurra, per riprendere il suo esempio, qui il significato di azzurro non corrisponde propriamente a nulla in quanto tale, non ha alcun referente, non c'è un azzurro da qualche parte come vorrebbero gli idealisti, non c'è l'azzurrità, anche se non è così semplice, ma c'è l'uso che in quel momento sto facendo di quel significante. Cosa comporta questo? Comporta due cose almeno di cui possiamo dire, la prima è questa, e cioè che ciascuna volta che interviene un elemento, un significante, questo è degno di essere ascoltato in quanto potrebbe significare, potremmo dirla così, non allontanandoci troppo da Wittgenstein, potrebbe significare qualunque cosa, qualunque cosa ma sta alla persona che la pronuncia in quel momento dire o illustrare l'uso che sta facendo di questo significante, se così non fosse la psicanalisi non potrebbe esistere. Non potrebbe esistere ma si tratterebbe soltanto, come per gli psichiatri, di correggere un cattivo adattamento, cioè di un errore: una persona commette un errore, cioè chiama una cosa non con il suo nome oppure non attribuisce il significato corretto e quindi va corretta. Dunque se è ciascuna volta l'uso di un termine che ne definisce il significato, allora quando una persona parla, attenendoci a Wittgenstein, come posso sapere di che cosa esattamente sta parlando? Potrei saperlo con precisione se potessi attribuire a ciascun significante un solo significato, allora, facendo un'operazione molto rapida di traduzione saprei in ciascun istante di che cosa esattamente sta parlando, come per altro spesso si suppone che avvenga. Wittgenstein dice che non è affatto così. Cosa determina l'uso? Qui anche Wittgenstein ha qualche problema, perché potrebbe essere l'uso stesso a determinare il significato, cioè non tanto il fatto che lo usi ma che intervenga nell'uso, nell'utilizzo, come dire: il discorso che sto facendo utilizza un certo significante. Perché quel significante anziché un altro? Adesso, prima di affrontare questa questione che è piuttosto complessa possiamo dire questo, che a questo punto il significato acquista una sua dignità, abbiamo per moltissimo tempo poste delle obiezioni intorno alla nozione di significato, ma significato in una accezione particolare e cioè ideologica, quella che vuole, dicevamo, che a ciascun significante si debba fare corrispondere un significato, e che anzi questo sia naturale, o meglio ancora nel corso naturale delle cose. Ecco dunque, qui il significato posto come l'uso non è altro che questo: in che modo sto usando questo significante? Cosa sto dicendo? A cosa mi riferisco? Parlo del registratore, per rifare l'esempio di Wittgenstein, c'è l'eventualità che quando io dico che questo registratore è nero, oppure quando dico che questo registratore è rotto oppure accendo il registratore oppure ancora, spegnete tutti i registratori...dicevo dell'eventualità che questo significante "registratore", comparendo ciascuna volta in una combinatoria differente, abbia un significato differente. Ora il linguista direbbe che si, certo il significato è differente, ma non cambia il referente, il referente è sempre questo aggeggio, però altri potrebbero obiettare che occorre una buona dose di fede per poterlo dire con tanta certezza, una fede incrollabile nell'identità a sé dell'essere. Se questa identità vacilla, allora ecco che il referente si traduce in quello che prima indicavamo come il nominato, ciò che nomino, e continuo a dire che nominando il registratore questo "registratore" non nomina alcunché. E` qui l'intoppo, e anche la difficoltà in effetti, la difficoltà nell'accogliere qualcosa che può risultare assolutamente semplice e assolutamente inaccettabile. Perché semplice? Perché per la struttura logica del linguaggio in cui ci troviamo, posso dire che questo è questo, ma non posso provarlo. Non posso farlo in alcun modo, come diceva Wittgenstein (l'altra volta leggevamo il suo scritto Della Certezza), perché sapere qualche cosa è tale (cioè la grammatica del linguaggio in cui ci troviamo) se e soltanto se posso giustificare questo sapere, se no non significa niente, non posso parlare di "sapere". Ora, dunque, se devo giustificarlo, cioè devo dare prove di questo sapere, allora devo invocare un accordo per cui ci fermiamo e accogliamo una certa definizione se no, di fatto, non posso arrestare in nessun modo la ricerca e dunque non posso stabilire, non posso attribuire al sapere la connotazione per cui esiste il sapere, per cui posso parlare di sapere. Tant'è, che dico che so che questo è un registratore e non che immagino che sia un registratore, o ritengo che sia un registratore, o credo che sia un registratore, e dicevamo qualcosa di più: sta nel gioco che si gioca accettare questa regola per cui dico che so che è un registratore, e non che "credo che sia un registratore". A meno che ci sia qualcosa per cui dubitare che possa esserlo, un registratore. Nulla me lo fa dubitare come se dovessi, in base a questo gioco che giochiamo, dire che so che è un registratore, perché in un certo senso questo è ciò che ci si aspetta da chi gioca questo gioco. Allo stesso modo ci si aspetta da chi gioca a scacchi che non decida all'improvviso che il pedone si mangi la regina, perché gli piace così. Non può più giocare questo gioco, ma fa un altro gioco. Se allora dico: non so se questo è un registratore, non avendo nessun motivo per dubitarne, allora io non faccio più il gioco linguistico in cui mi trovo, e se non faccio più questo, allora effettivamente non c'è più nessun motivo per dire che questo è un registratore o, come dice Wittgenstein, questa è la mia mano. Perché dovrei dirlo, come lo so? Nulla al mondo mi garantirà che questa è la mia mano, e tutti i motivi che posso addurre per provarlo non sono meno certi di questo enunciato che dice che questa è la mia mano. Ecco allora che si delinea una questione di un certo rilievo, questa sorta di...chiamiamolo inganno, provvisoriamente, per cui il linguaggio mi induce, per il suo stesso gioco, a dire, per esempio, che so che questo è azzurro, so che questa è la mia mano, che è la stessa cosa, impedendomi d'altra parte di potere stabilire come lo so o di stabilire il sapere nel modo tale in cui il linguaggio stesso lo definisce, per cui dice che il sapere è una cosa assolutamente certa, se io so una cosa non posso dubitarne. Non posso dubitare di chiamarmi Luciano Faioni, salvo dubitare di qualunque cosa. Dunque il sapere ha questa prerogativa, che per giocare questo gioco devo accogliere il sapere in questo senso, e allo stesso tempo mi dice che qualunque elemento, per potere essere definito, deciso, deve sottostare, e il sapere in prima istanza, a una serie di prove di cui l'ultima è quella che garantisce tutte le precedenti, ma allo stesso tempo mi dice che l'ultima non c'è. Un ben curioso gioco questo. Un gioco che fornisce delle regole per giocare, ma non dà assolutamente nessuna indicazione circa queste regole, le mostra, tutto lì. Vuoi sapere perché queste regole? Trovale, provaci. Vuoi sapere del sapere? O qualunque altra cosa? Dice il linguaggio: fallo, ti troverai di fronte all'infinito, senza avere nessuna possibilità di arrestarti da nessuna parte. Ora sta in questo ciò che volevo dire prima, se io non so nulla di tutto ciò, qual è l'effetto, dove mi porta questo non accorgermi di tutto ciò? A considerare l'inganno del linguaggio, anziché strutturale, come se fosse il frutto o di una mala formulazione del discorso, o di un infingimento da parte altrui, che appositamente mi vuole indurre in inganno, perché le parole non mentono. Come i numeri che, come diceva Kronecker, sono dati da dio, e si sa che dio non può mentire e pertanto, quando parlo, so quello che dico. Quando una persona dice una cosa, allora intende questo a meno che non finga, a meno che non si sia male espressa, è questo che intende dire. Necessariamente. E dunque io non posso che regolarmi di conseguenza rispetto a ciò che ha esattamente voluto dire. Questo avviene continuamente, ma una persona può anche fingere, in un certo senso, può supporre di fingere ma, altro è se io mi trovo nelle condizioni di potere considerare che ciò che una persona dice non ha un referente, ma sta giocando un certo gioco di cui io posso intendere qualche cosa, cioè delle regole che lo muovono, ma non si riferisce propriamente a un referente, anche se il gioco che sta giocando glielo fa credere. E io, d'altra parte, per potere continuare a giocare con lui devo in un certo senso accogliere questa finzione. Se una persona mi dice che ieri è stata a trovare un tale, e non ho motivo di pensare che mi stia ingannando, sono indotto a credere che questa persona sia andata a trovare quel tale. Dunque, è come se in questo caso io attribuissi effettivamente un referente a ciò che sta dicendo. Che esista quel tale, intanto, da cui questo tizio è andato, ieri, alla tale ora, in tal modo. Ciascuno chiaramente è indotto a pensare una cosa del genere, e cioè che sia avvenuto questo fatto, che un amico sia andato a trovare quel tale. Perché se questo non fosse avvenuto, allora direi che l'amico mi ha ingannato. Per quale motivo adesso non ci interessa. Dunque, come dicevo prima, sono indotto a pensare che esista un referente, e cioè che sia avvenuto il fatto di cui mi si parla. Ed è molto difficile pensare altrimenti da così, pensare altrimenti non significa dire che non è vero che è andato a trovare quel tale, dire che è vero o non è vero, rispetto a questo è esattamente la stessa cosa. Proviamo a porla in questo modo, che cosa mi sta dicendo, dicendomi che è andato a trovare quel tale? Qualunque cosa. Può anche essere andato a trovarlo per potermelo dire, per esempio, o dirmi che è andato a trovarlo per raccontarmi una cosa che immagina che a me faccia piacere o che debba interessarmi, oppure semplicemente per avviare un discorso. Intendo dire questo, che l'accento, nella conversazione, può non cadere affatto sull'essere andato a trovare quel tale, e allora se io immagino che questo fatto sia avvenuto realmente, io, in questo caso, che cosa sto dicendo? Prima ci siamo chiesti che cosa si sta dicendo lui, adesso mi chiedo che cosa mi sto dicendo io, dicendomi che effettivamente è avvenuto questo. O per farla più breve, che cosa sto dicendo quando dico che qualcosa è accaduta? O per farla più semplice ancora, che le cose stanno così come io dico? Il più delle volte non si tratta di mettere in discussione qualcosa che non ha nessun senso mettere in discussione, cioè dire che allora è la stessa cosa che sia andato o non sia andato a trovare quel tale, non è in questi termini, né che sia vero né che sia falso, nemmeno questo, dunque cosa sto dicendo quando dico che le cose stanno così? Quando dico che questo è un registratore sto intanto "facendo" qualcosa, non sono io che lo faccio, ma mi sto trovando in un gioco, dove intervengono degli elementi, questo è ciò che possiamo dire in prima istanza, che altro dire? Intanto questo, che questo gioco in cui mi sto trovando ha delle regole tali per cui parlando qui con voi, so che questo è un registratore, che è la stessa cosa che dire: io so come stanno le cose. Cioè io so che se il tale mi dice che ieri è stato a trovare un certo tizio, allora quel tale è stato a trovare quel certo tizio. Cosa vuol dire che lo so? Sono queste le questioni che si pone Wittgenstein, e altri insieme con lui, ma visto che stiamo leggendo Wittgenstein, ci atteniamo a lui. Occorre distinguere, qui c'è una menzogna che è strutturale dicevamo, per cui ciascuna volta il significante non si riferisce mai a qualche cosa ma è sempre preso in uno spostamento, dice una cosa al posto dell'altra, come la metonimia. In questo senso c'è una menzogna. Altro è la supposizione o l'idea di potere, stando una regola in un certo modo, barare. Cos'è barare? Barare è questo: stabilito che le cose significhino una certa cosa, insinuare un altro eventuale significato facendo credere che sia quello il vero significato. Ma per fare tutte queste operazioni è necessario credere tutta questa serie di cose, per cui si può anche fingere di mentire. Arriva il nemico e mi chiede: dove sono scappati i tuoi amici? E io dico: di là. Fingendo di mentire. Ah si? Dice. Di là? E noi andiamo dall'altra parte. E invece no, erano proprio andati di là. In questo caso ho finto di mentire, immaginando che gli altri suppongano che io stia mentendo, quindi fingo di mentire, come il gioco del pari o dispari.

- Intervento: Esempio di Freud a Cracovia.

Certo, finge di mentire, ma allora in quel caso mente o dice la verità se dice che va a Cracovia? Perché mente e dice la verità simultaneamente, dipende dal criterio che utilizziamo per stabilire la verità di un enunciato, se con la verità di un enunciato indichiamo semplicemente il fatto che dice di andare a Cracovia, e va effettivamente a Cracovia, allora è la verità, ha detto il vero però, dicendo che va a Cracovia di fatto sta mentendo. Allora dunque la questione si fa complessa, dal momento che occorre tenere conto che si tratta di un gioco, quindi di una struttura particolare dove, di fatto, io sono simultaneamente nella necessità di credere e di non credere, esattamente come quello che dice che va a Cracovia. Per cui una persona mi dice che ieri ha incontrato un certo tale, io sono indotto a credere che esista quel certo tale, che quel tizio abbia fatta questa operazione di andarlo a trovare, ma d'altra parte tutto ciò non può sostenersi su niente, allora torno a formulare la questione, cosa diciamo propriamente quando diciamo di sapere qualcosa? Questione che si fa sempre più ardua, apparentemente senza via di uscita. E` come se fossi, come nell'esempio di prima, costretto simultaneamente a dire la verità e a mentire. Dicendo che so che ieri un tizio è stato a trovare il tale, sono costretto simultaneamente a dire la verità e a mentire nell'accezione più comune del termine. Dico la verità perché, effettivamente, lo so e non ne dubito affatto, sono sicurissimo, convintissimo, e mento perché non ho assolutamente nulla su cui possa appoggiarmi per sostenere una cosa del genere. E allora come faccio a dire che lo so, se il sapere necessita di prove, di qualcosa che lo provi, perché se no non è "sapere"? Vedete in che inghippo ci siamo trovati? Come se ciascuna volta la struttura fosse quella del paradosso, cioè io so che una cosa è vera se e soltanto se non lo so. Se e soltanto se in quanto è questo non sapere che mi consente di dire che lo so, se no non potrei neanche dire che lo so, non si porrebbe neanche la questione, tutto sarebbe immediato, cioè non mediato dalla parola. Ma non è nemmeno pensabile una cosa del genere, ciascuno non può pensare come sarebbe pensare senza la parola.

- Intervento: Einstein diceva che pensava senza pensiero.

Dirlo è un conto...di fatto non è possibile pensare senza segni...

- Intervento:...

I numeri sono sempre segni. Quando si parla di parole, di linguaggio, si intende

- Intervento:...

Siccome Einstein non riusciva in matematica ne ha inventata un'altra. E` così che occorre fare. Quando c'è una difficoltà questo occorre fare. Già lo stesso pensare a un pensiero fuori del linguaggio o fuori da un sistema segnico è paradossale. L'idea di pensare una cosa del genere comporta un'organizzazione, una struttura.

-49...col denominare una cosa non si è fatto ancora nulla. Essa non ha nemmeno un nome, tranne che nel giuoco. Questo, tra l'altro Frege intendeva dicendo: soltanto nel contesto della proposizione una parola ha significato...

-54 Pensiamo in quali casi diciamo che un gioco viene giocato secondo una determinata regola. La regola può essere un ausilio nell'insegnamento del gioco. E` comunicata allo scolaro, che viene esercitato ad applicarla. Oppure è uno strumento del gioco stesso. Oppure ancora: una regola non trova impiego né nell'addestramento né nel gioco stesso e non è neppure depositata in un elenco di regole. S'impara il gioco osservando come altri giocano. Ma noi diciamo che si gioca seguendo questa o quell'altra regola, perché un osservatore può ricavare queste regole dalla pratica del gioco, come una legge naturale a cui si conformano le mosse del gioco. Ma in che modo l'osservatore distingue, in questo caso, tra un errore dei giocatori e una mossa corretta? Per distinguere ci sono, nel comportamento dei giocatori, certe caratteristiche. Pensa al comportamento caratteristico di colui che corregge un lapsus linguae. Potremmo accorgerci che qualcuno fa una cosa del genere anche se non conoscessimo la sua lingua.

-55 "Ciò che i nomi del linguaggio designano dev'essere indistruttibile: infatti si deve potere descrivere anche la situazione in cui tutto ciò che è distruttibile è distrutto. E in questa descrizione ci saranno parole; e ciò che ad esse corrisponde non può essere distrutto, perché altrimenti le parole non avrebbero significato". Non posso segar via il ramo sul quale sono seduto. Naturalmente si potrebbe subito obiettare che la stessa descrizione deve sottrarsi alla distruzione. Ma ciò che corrisponde alle parole della descrizione, e che dunque non può essere distrutto se la descrizione è vera, è ciò che dà alle parole il loro significato, ciò senza di cui le parole non avrebbero alcun significato. Tuttavia quest'uomo è in un certo senso ciò che corrisponde al suo nome. Ma è distruttibile; e il suo nome non perde il suo significato quando il portatore cessa di esistere. Ciò che corrisponde al nome, e senza il quale il nome non avrebbe alcun significato, è, ad esempio, un paradigma che nel gioco linguistico viene usato in connessione col nome.

-57 "Una cosa rossa può venire distrutta, ma il rosso non può venire distrutto, e pertanto il significato della parola "rosso" è indipendente dall'esistenza di una cosa rossa" Certo, non ha alcun senso il dire che il colore rosso (il colore non il pigmento) viene lacerato o frantumato. Ma non diciamo " il rosso svanisce"? E non aggrapparti al fatto che possiamo evocarlo agli occhi della mente anche se non c'è più niente di rosso ! Come se tu volessi dire che ci sarebbe pur sempre una reazione chimica che produrrebbe una fiamma rossa. Infatti, come fai a dirlo se non sei più in grado di ricordarti il colore? Se dimentichiamo qual è il colore che ha questo nome, il nome perde il suo significato per noi; vale a dire, con quel nome non possiamo più giocare un determinato gioco linguistico. E allora la situazione è paragonabile a quella in cui il paradigma, che era uno strumento del nostro linguaggio, è andato perduto.

-58 Chiamerò nome, soltanto ciò che non può stare nella combinazione "x esiste". E così non si può dire: "il rosso esiste", perché se non ci fosse il rosso, non se ne potrebbe affatto parlare. Più correttamente, se si intende che l'enunciato che dice che "x esiste" dice la stessa cosa che "x" ha significato, allora questa non è una proposizione che tratta di x, ma una proposizione intorno al nostro uso linguistico, cioè intorno all'uso della parola x.

Ecco la questione centrale in tutto ciò. Non è lontano da quello che dicevamo tempo fa rispetto alla nozione di esistenza...

- Intervento: nei Fondamenti Della Matematica dice che questa cosa è fuori dal tempo)

No lui obietta a questa affermazione...

- Intervento: ma il tempo non esiste in quanto tale?

Cosa vuol dire che qualcosa esiste? L'abbiamo appena detto, rileggo: 58 Chiamerò nome soltanto ciò che non può stare nella combinazione "x esiste". E così non si può dire: "il rosso esiste", perché se non ci fosse il rosso, non se ne potrebbe affatto parlare. Più correttamente se si intende che "x esiste" dice la stessa cosa che "x" ha significato, allora questa non è una proposizione che tratta di x, ma una proposizione intorno al nostro uso linguistico, cioè intorno all'uso della parola x.

- Intervento: Lei diceva, isolare, trovare il referente nel linguaggio, mentre per significato, trovare il suo uso nel linguaggio, non potremmo invertire queste due...il significato non è proprio questo isolare, individuare?

Perché dovrebbe essere questo?

- Intervento: mentre il nominare è qualcosa che avviene nel linguaggio, quindi un uso del linguaggio.

- Intervento: Quando Lei dice che parla del linguaggio, questo linguaggio come interviene?

- Intervento: interviene sempre con dei termini.

Allora spiega dei termini, o spiega il linguaggio?

- Intervento: spiego il linguaggio, occorre spiegare che cos'è il linguaggio per poterne sapere di queste regole.

Ma questo significante linguaggio per lei ha un significato o non ne ha nessuno?

- Intervento: deve avere un significato è questo che sto dicendo. Deve avere un significato ben isolato, altrimenti non ne posso parlare, il significato come necessario per poter parlare.

Significato come uso di cui stavamo dicendo adesso, proprio in quest'ultimo aforisma quando, come dice qui, "x esiste" non è una proposizione intorno a x, è importante questo ma, dice lui, è una proposizione intorno all'uso di una x, cosa vuol dire questo? Vuol dire che io mi trovo ad affermare l'uso in cui io mi trovo. Di un certo termine ne so qualcosa allora, non prima, a quel punto posso riflettere su come è intervenuto quell'elemento, dire che x esiste, se non è una proposizione che afferma l'esistenza di x, ma dice soltanto che l'utilizza in un certo modo, dicendo che esiste, questo ancora non vuol dire niente, allora x in quanto tale non c'è, non è isolato propriamente, come non lo è un significante. Ora, rispetto alla nozione di significato, qui abbiamo in qualche modo accostato, o ci siamo avvicinati, alla definizione che da Wittgenstein, definendo il significato come l'uso che interviene...

- Intervento: quando dico lì c'è un albero, che ci sia o no, c'è l'idea di albero, in quello che dico, isolato in questo senso, che è significato in qualche modo.

Si, è ciò che sto dicendo e cioè, dicendosi, un elemento acquisisce un significato per via dell'uso di questo elemento. Come uso x, in questo caso? Dicendo che esiste, molto semplicemente. Quindi non è un'affermazione apodittica: esiste, c'è. C'è, nel senso che gli è attribuita questa esistenza, questo esserci, qualche cosa al di fuori della parola, è soltanto un'indicazione rispetto a come viene utilizzato un elemento in quel momento, nulla più di questo.

- Intervento:...

Adesso la questione della verità non è che si ponga ancora nei termini di verità o falsità anche se, per esempio, è posta in termini apodittici, comporta che questo "x esiste" debba essere vero, necessariamente. Un'affermazione come questa, "x esiste" comporta che sia sottoposta a un criterio verofunzionale, cioè o è falsa o è vera, è vera quando x esiste effettivamente, come diceva Tarski rispetto alla neve. L'enunciato, ricordate? Che afferma che la neve è bianca è vero se e soltanto se la neve è bianca. Ecco, ma la questione di cui stiamo dicendo è questa: che cosa sto dicendo quando affermo qualunque cosa, "x esiste" o qualunque altra cosa? Posso riflettere intorno al modo in cui questi elementi si stanno usando in ciò che dico, perché se questi elementi fossero stabiliti, allora la domanda sarebbe superflua, che cosa sto dicendo? Sto dicendo quello che dico, nel senso che le cose che dico dicono questo, cioè si riferiscono a questo, necessariamente, quindi non c'è possibilità di inganno, è l'idea che ha poi incuriosito molti, una ricerca di una caratteristica universale, di un linguaggio universale in definitiva, fino alla formulazione della logica matematica, cioè di un linguaggio dove non c'è possibilità di errore, o di equivoco, perché ciascun elemento vuol dire esattamente questo e non può volere dire altro. Operazione che non può riuscire, ma che nota l'esistenza di una sorta di fede che comunque l'enunciato "x esiste", possa essere l'enunciato intorno alla x, possa dire qualcosa intorno alla x. Il che non è propriamente, in quanto l'idea continua ad essere questa, che dire "x esiste" comporta che x ci sia, come un quid, necessariamente. Ciò che sta dicendo Wittgenstein è invece che un'affermazione, qualunque essa sia, non si riferisce a ciò che afferma in quanto tale, o non ha questo come oggetto ma semplicemente illustra in che modo qualche cosa la si sta usando. Però a questo punto occorre riflettere su questo qualche cosa, di questo qualche cosa ci occuperemo venerdì prossimo, perché è proprio su questo che lui prosegue, su questo "qualche cosa"...

- Intervento: Lei diceva che se nomino qualche cosa devo avere l'idea di qualche cosa.

La questione degli universali, e questa idea da dove viene se non da x? Allora x preesiste all'idea, ma lei come riconosce questa x se già non ha l'idea di una x? E questa idea di una x da dove viene se non c'è già stata una x, ma questa x da dove viene se...eccetera? Si è una disputa curiosa perché in effetti, a tutt'oggi, questiona molti ed è lungi dall'essere risolta. Una volta avevo promesso di dissolvere questa disputa sugli universali, poi non l'ho fatto, dovremmo farlo un giorno, cioè intendere come di fatto siano elementi imprescindibili, che non soltanto non si escludano a vicenda ma non può esserci l'uno senza l'altro simultaneamente. Ne parleremo. Allora proseguiamo martedì con le ricerche filosofiche.

 

LA SECONDA SOFISTICA

 

Corso diretto da Luciano Faioni

 

10/1/1995

Cos'è la prosodia? Faremo una sorta di inciso alla lettura di Wittgenstein, qualcosa che mi ha suggerita la lettura di Wittgenstein. La prosodia si considera generalmente come l'insieme delle regole che definiscono la scansione, l'ordinamento ritmico e metrico della poesia, sarebbe letteralmente il verso cantato. Per cui, per cantare occorre un certo ritmo. Oggi si intendono come tratti prosodici tutti gli elementi che intervengono a determinare il ritmo, non necessariamente legato a un metro preciso, anzi. Si può ulteriormente svolgere la questione riflettendo intorno al ritmo del discorso. Ora, così come la prosodia, ciò che scandisce il ritmo del discorso è l'accentuazione. Nella metrica sono le sillabe accentate, o arsi, dove cade il ritmo, cioè il colpo, la battuta. Ora proviamo a dire questo: su che cosa, parlando, in un discorso, cade la battuta? Cosa vuol dire questo? In questo caso non si tratta soltanto dell'accento in un'accezione metrica o prosodica appunto, ma più propriamente di ciò che costituisce il colpo parlando, cioè la battuta o la caduta. Voi sapete che Verdiglione parla della prosodia del nome, nome come funzione, cioè ciò che costituisce nella parola l'atto di rimozione. Ciò che è rimosso costituisce qui, in questo caso, la battuta, il colpo, la caduta, ciò che scandisce, per così dire la prosodia, come se il nome, cioè la rimozione in questo caso, costituisse l'elemento prosodico. In altri termini ancora, la rimozione, in questa accezione costituisce ciò che nel discorso risulta accentato, e risultando accentato, costringe il discorso a una variazione. Nella prosodia una variazione di tono, in italiano per esempio una variazione di tono prodotta dall'accentuazione consente di distinguere, per esempio, ancora da ancòra, per notare cose differenti che vengono distinte da un tratto prosodico, in questo caso l'accento. Ora parlare di prosodia del nome consente di intendere forse con maggiore precisione un aspetto di ciò che indichiamo con ascolto, in questo senso: cosa mi consente di distinguere ancora da ancòra, che hanno connotazioni differenti, semanticamente differenti, l'accento, cioè questo tratto prosodico, cadendo l'accento in un certo punto dà, a un significante, un'accezione particolare. Ora, lungo un discorso, quale elemento è provvisto di questo tratto prosodico per cui risulta evidente la sua presenza nella combinatoria significante? Uno dei modi più diffusi per porre l'accento su una questione è un'altra figura retorica, si chiama ripetizione o iterazione. Come sapete nella retorica ci sono moltissime figure che si avvalgono di questo aspetto della ripetizione, l'anafora, l'epifora, l'antimetabole, la diafora, il poliptoto e molte altre, cioè figure dove un elemento viene ripetuto con funzioni differenti, o per rimarcare, oppure viene ripetuto in un'altra accezione, quindi per mettere in evidenza un tratto distintivo o una sottolineatura, come per esempio l'epanortosi, o l'epanalessi. L'epanortosi è un climax ascendente con una correzione. L'epanalessi è una sottolineatura di ciò che si sta dicendo, per esempio: la retorica è importante, e sottolineo importante...ecco questo dire "e sottolineo importante" è una ripetizione marcata, la sottolineo, l'enunciazione di questa marcatura è l'epanalessi. L'epanortosi dicevamo è un climax ascendente più una correzione: le cose che diciamo sono interessanti, che dico interessanti? Sono straordinarie, che dico straordinarie? Sono eccezionali! Ecco l'epanortosi. Ho detto a un certo punto che uno dei modi correnti per porre l'accento è quello della ripetizione, dell'iterazione, figure retoriche che hanno la funzione di insistere su un elemento, insistendo su un elemento lo pongono in evidenza, l'accentuano, così come dicevamo prima l'epanalessi è un'accentuazione (...). Si, si tratta in ciascun caso di un elemento, un tratto, di un artificio per porre in evidenza un aspetto. Ora sono molti gli aspetti che vengono evidenziati non solo questo, ma adesso ne consideriamo uno. Lì dove c'è l'accento c'è una marcatura, c'è una caduta, ma una caduta nel senso proprio del battere, e lì viene posta anche l'attenzione, anche nella prosodia antica questa serie di battute che formavano il ritmo davano al verso un andamento tale per cui era possibile cantare dei versi, proprio perché accentati in un certo modo, però ciò che stiamo dicendo adesso va al di là di questo, nel senso che si tratta di riflettere intorno a come interviene il ritmo nella parola, nel discorso. Un elemento può venire accentato, per esempio, o iterato per via della portata che ha per chi sta parlando, tant'è che dice che sottolinea un aspetto, e lo fa perché ritiene che questo aspetto sia importante, ma ascoltando un discorso voi vi trovate di fronte a due modi dell'accentuazione, uno è quello che abbiamo detto dell'iterazione, della ripetizione, e che può avvenire in varie forme, l'altro o gli altri, ne citiamo due, l'enfasi e l'aposiopesi o reticenza, cioè il tacere qualche cosa che si ritiene posto maggiormente in evidenza se taciuto. Dunque la prosodia indica che c'è un elemento che è posto in evidenza. Ora qui si dovrebbe aprire un discorso abbastanza complesso, che non facciamo ma accenniamo soltanto. Per reperire una variazione occorre che ci sia un modo previsto dove questa variazione non c'è, riconosco un accento perché c'è una sillaba accentata intanto, se fossero tutte simultaneamente accentate non potrei fare niente. Ma quando ciascuno di voi parla con qualcuno può trovarsi, per esempio, a insistere su un elemento o, come si suole anche dire, non a caso, a porre l'accento su un aspetto del discorso, lo accentua, come a indicare che interviene una variazione, qualche cosa che deve essere notata, il segno grafico dell'accento è posto lì perché deve esserne notata la presenza. Ora non è difficile, ascoltando una persona che parla, avvertire qual è l'elemento che insiste. Ma non è soltanto questo che importa, quanto piuttosto intendere, rispetto a ciò che stiamo dicendo, qual è il ritmo, che cosa fornisce il ritmo a un discorso che si va facendo, che si va svolgendo. In altri termini ancora, supponiamo che Alessio stia parlando con un suo amico, anzi chieda all'amico alcune cose intorno a un viaggio che ha fatto, un concerto che ha visto, ora questo amico di Alessio risponde alla domanda di Alessio nel senso che racconta questo concerto...supponiamo che sia andato a vedere i Nirvana, mentre Alessio non sia potuto andare. Allora raccontando questo concerto cosa succede? Succede che questo suo amico, parlando, si ritrova a dire, a porre l'accento su un aspetto della serata che non ha a che fare molto con il concerto, però insiste su questo aspetto, ha trovato una fanciulla per esempio, ma Alessio è interessato al concerto, vuole saper di più sui Nirvana, come e quali pezzi hanno suonato. Come dire che il discorso insiste su di un elemento che desta la sua attenzione, cioè si accorge che questa persona, pur dovendo parlare di una certa cosa, si trova invece a porre l'accento su un elemento che apparentemente non ha nulla a che fare con questo (con il concerto), allora potremmo dire che in questo caso l'andamento prosodico (...) Ora cosa può trarre da questo Alessio? Può trarre che c'è qualche cosa nel discorso del suo amico che lo costringe a insistere (che l'amico se ne accorga oppure no) su un aspetto, su un elemento, ma non soltanto, può accadere anche ad Alessio che, volendo raccontare qualcosa, il suo discorso invece insista su un elemento che apparentemente non ha nulla a che fare con il discorso che intendeva svolgere, ma qualcosa insiste su un altro elemento, come se il discorso a cui si vuole dare un ritmo particolare (cioè porre l'accento su alcuni elementi) si trovasse ritmato differentemente, cioè "batte" come si dice in musica, su altri elementi. Cosa avviene mentre lei ascolta un discorso qualunque? Avviene che ciascun discorso che lei ascolta ha un certo andamento, ha un certo ritmo, il ritmo è dato propriamente da questo, dagli elementi su cui batte il dire. Perché ci interessa tutto ciò? Perché considerare questo può, all'occasione, consentirci di ascoltare ciò che sta accadendo nel discorso con maggiore facilità, rapidità ed efficacia. E` ovvio che per potere compiere questa operazione lei Alessio deve trovarsi in una disposizione particolare, a quali condizioni lei può ascoltare questo ritmo, questo andamento prosodico del discorso? A condizioni, per dirla così, che lei non presti orecchio al contenuto. Perché se pone al centro della sua attenzione il contenuto o quello che ritiene essere il contenuto, e cioè ciò che l'altro vuole dire, allora è occupato ad attribuire ai vari elementi linguistici che intervengono, dei referenti precisi, e sarà indotto, occupato ad attribuire a questi significati dei referenti. Cosa vuol dire Alessio attribuire ad un significante un referente? Vuol dire questo, adesso le spiego bene: un amico le parla, lei sente delle cose, queste cose le procurano delle immagini, delle scene, a questo punto lei è assolutamente convinto, sicuro che questa sia la scena che è accaduta. E` come se la vedesse, perché se questa persona che le parla è un abile retore, farà in modo che avvenga proprio questo, attraverso quale figura? L'ipotiposi. E` una figura retorica che consiste nell'illustrare un pensiero, un concetto, in modo tale da renderlo reale, proprio dipingerlo, come se lo vedesse di fronte a sé. Ecco, se è abile e fa una serie di ipotiposi lei sarà indotto a immaginarsi questa scena e a credere che questa scena che lei immagina corrisponda veramente a ciò che è avvenuto. Ma allora preso da questa scena, da questa immagine, sarà travolto da tutto ciò e si perde il meglio, cioè si perde il ritmo del discorso, l'andamento, l'andamento ritmico, prosodico. Perché avevamo accostato la prosodia al nome, quindi alla rimozione? Perché qual è l'elemento che insiste? Dove cade la battuta? Adesso le parlo così, in modo un po' ipotipotico. Si apre come una voragine e quindi qualcosa questiona, qualcosa non riesce a chiudersi, non riesce a stabilirsi, a fermarsi, succede un'ira di dio rispetto a questo argomento, tanto interroga che insiste continuamente. Adesso non è che la rimozione sia una voragine, però è la simultaneità di due elementi, dove uno però risulta assente, ed è proprio per dire questa sua assenza che si apre tale voragine, dal momento che manca, che non è presente e non è sostituibile, non è rimpiazzabile, non si può chiudere con qualche cosa, ma resta aperta, ecco perché insiste, perché continua a interrogare. Da qui Alessio può intendere qual è la portata del cogliere la prosodia del discorso, ma alle condizioni di cui dicevamo prima, e cioè non essere travolti dal credere alla scena che si produce, come se fosse una sorta di ipostasi, di garanzia della realtà. Diceva bene, Alessio, non è facile, e perché non lo é Alessio, cosa direbbe di primo acchito? C'è qualcosa che può assomigliare a un'abitudine, per cui in effetti è come se fosse naturalmente indotto a muoversi e a pensare in quei termini, cioè a credere a delle immagini, come se queste fossero la rappresentazione della realtà, per questo si è immaginato che le parole fossero la rappresentazione della realtà, perché in effetti quando lei le sente si immagina una scena e crede che sia la realtà. Ora sarebbe un discorso lungo che in parte abbiamo già fatto, come avviene che parlando si producano delle immagini e queste immagini siano credute reali o, più che reali, una sorta di emanazione della realtà: qui c'è la realtà, la parola fa da tramite, dicendo "la realtà" la presentifica, ma si riferisce sempre a questa realtà, per cui dicendo, la parola è come se fosse un'affezione dell'anima, cosa che poi Aristotele non dice nel Perì Ermeneias: le parole sono segni dall'affezione dell'anima, non dice che sono sostanze, ma tant'è che poi ha dovuto, accorgendosi di qualche problema nell'attribuire alle parole un'immagine della realtà, ha dovuto ricorrere a dio come si fa in genere in questi casi, come garante. Dunque si producono immagini, la questione qui va posta in questo modo, cosa può fare pensare che le immagini non siano la realtà? Ecco, posta così forse è più interessante, cosa potrebbe fare pensare questo? C'è qualche cosa che potrebbe farlo pensare, il fatto che per altri queste parole producono altri immagini quindi altre realtà per così dire, per cui da un unico elemento si dipartono una quantità sterminata di realtà. Allora qual è quella che ci garantisce, in qualche modo, che tutte le altre abbiano qualche connessione con la realtà? E qui a questo punto ci introdurremmo nella questione centrale di Wittgenstein, quella dell'inferenza, che cosa consente di dedurre o di inferire o di concludere da una cosa un'altra. Però adesso possiamo ancora aggiungere qualche elemento intorno alla prosodia, dicevamo del disporsi all'ascolto del ritmo o del canto, canto che chiaramente segue un certo metro e ritmo. Può essere difficile distinguere il metro dal ritmo, se si vanno a vedere i testi, i manuali di metrica, di stilistica si trova che risulta arduo stabilire una differenza precisa tra metro e ritmo, la distinzione più accreditata oggi è che mentre il ritmo costituisce un andamento in atto, l'andamento prosodico in atto, possiamo dire del discorso, di una poesia, di un verso, il metro ne costituisce come l'immagine ideale, una sorta di modello che è lì, però poi di fatto quando si parla di metro, nel praticarlo si parla di ritmo, il modello resta molto astratto, il metro cioè la misura precisa, la battuta, il metro come misura. La metrica si faceva solo in latino, erano dei versi che venivano ritmati in un certo modo per poterli cantare. Ciascuno di voi può provare ad ascoltare la prosodia del discorso, cioè l'andamento ritmico, dove cadono le battute, che cosa scandisce il discorso, su che cosa insiste. Ecco, dicevamo prima a proposito dei modi di accentuazione, quello dell'iterazione, con tutte le numerosissime figure retoriche di iterazione...La scansione è data dalla posizione delle battute nel discorso, è ciò che è accentuato. Abbiamo detto che ci sono i modi che la retorica ha evidenziato per porre l'accento su un elemento, in questo caso non soltanto su una sillaba, ma su un significante o addirittura su un segmento, su un sintagma, queste sono l’iterazione, l'enfasi, tutte le figure di iterazione, quali l'aposiopesi ma anche altre, tutta le retorica costituisce un tentativo di catalogare i vari modi in cui un elemento interviene, potremmo dirla così accentato, e quindi tutti i modi in cui un elemento si evidenzia rispetto all'andamento ritmico...

- Intervento: Si può ascoltare la prosodia del discorso, quando in questo discorso c'è arrabbiatura?

Qui il modo di porre un elemento in evidenza è l'utilizzo della quarta parte della retorica, la ypocrisis o, actio in latino, cioè l'utilizzo della recitazione, la teatralità, che oggi poi di fatto...

CAMBIO CASSETTA

oggi nel cinema si dice: ho paura. Nel film muto l'attore è costretto a fare tutta una rappresentazione, per potere porre l'accento, utilizzando anche il tono di voce, una persona che strepita...ma stavo dicendo, provate ad ascoltare senza curarvi minimamente del contenuto, badando unicamente al canto. Il canto cioè il suo ritmo...

- Intervento:...

Chi pone l'accento su un elemento è perché ritiene che abbia un contenuto particolare, ma chi lo ascolta no, non lo ritiene affatto perché non ha da attribuire nessun significato particolare a questo elemento, unicamente lo rileva. Viene fatto un discorso con grande enfasi perché si ritiene che sia importante, così se qualcuno ripete un elemento o fa tutta una serie di operazioni retoriche rispetto a un elemento è perché ritiene che lì, se non altro, meriti di soffermarsi. Ecco allora in questo caso avete di fronte a voi qualche cosa di assolutamente inaspettato, di insolito, cioè vi trovate di fronte come a dei versi, a una poesia, dove alcuni elementi scandiscono l'andamento del dire, e sono quelli su cui chi sta parlando pone l'accento, cioè ritiene particolarmente importante cioè dice, qualcosa che lo interroga, dice qualche cosa che questiona, a qualunque titolo. Adesso non ci interessa sapere se il fatto che questioni sia bene o male, può essere benissimo, anche in un discorso teorico può cogliersi questo aspetto.

- Intervento:...

Si, lì c'è la battuta, lì cade l'ictus per dirla in termini tecnici, la sillaba accentata. o arsi, tesi quando non è accentata. Per esempio Beatrice, porta un accento sulla terza, però lei non mette l'accento quando scrive, tutte le parole sono accentate, non potrebbero dirsi se no.

- Intervento:...

Sì, apre tutto un discorso da riprendere, se cioè fonicamente non sia possibile parlare senza accenti, allo stesso modo sia la presenza di questi elementi prosodici, un elemento, un sintagma o una proposizione, ciò che consenta al discorso di farsi, perché no? Questa è una questione che può considerarsi, non stiamo dicendo che sia così, ci si può riflettere. Ci riflettiamo fino a mercoledì prossimo.

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

CORSO TENUTO DA LUCIANO FAIONI

17 gennaio 1995

WITTGENSTEIN - RICERCHE FILOSOFICHE

Allora, siamo all'aforisma 77:

Supponi di dover disegnare avendo a modello una figura sfumata, una figura nitida corrispondente alla prima. In quella c'è un rettangolo rosso dai tratti imprecisi: al suo posto ne metti uno nitido. Naturalmente - di tali rettangoli nitidi corrispondenti a quello non nitido, se ne potrebbero disegnare più di uno. Se però nell'originale i colori sfumano l'uno nell'altro senza traccia di un confine, non sarà un compito disperato il disegnare un'immagine nitida corrispondente a quella confusa? Non dovrai dire allora: - Qui potevo disegnare tanto un circolo quanto un rettangolo, quanto la forma di un cuore; tutti i colori infatti si confondono l'uno nell'altro. Tutto è giusto, e nulla lo è? - E in questa situazione si trova per esempio chi, in estetica o in etica, va in cerca di definizioni che corrispondono ai nostri concetti. Quando ti trovi in questa difficoltà chiediti sempre: Allora come abbiamo imparato il significato di questa parola, per esempio della parola "buono"? In base a qual genere di esempi? In quali giochi linguistici? Allora vedrai più facilmente che la parola deve avere una famiglia di significati.

Aforisma 78: Confronta: sapere e dire: quanti metri è alto il Monte Bianco - come viene usata la parola "gioco" - che suono ha il clarinetto. Chi si meraviglia del fatto che si possa sapere qualcosa, e non essere in grado di dirlo, pensa forse a un caso come il primo. Certo non a un caso come il terzo.

Aforisma 79: Considera quest'esempio: Se si dice: - Mosè non è esistito - questo può significare diverse e svariate cose. Può voler dire: gli Ebrei non avevano un capo quando fuggirono dall'Egitto - oppure: il loro condottiero non si chiamava Mosè - oppure: non c'è stato alcun uomo che abbia fatto tutto ciò che la Bibbia racconta di Mosè - oppure ecc. ecc.. Secondo Russell possiamo dire: il nome "Mosè" può essere definito mediante diverse descrizioni. Per esempio, come: "l'uomo che ha condotto gli Ebrei attraverso il deserto", "l'uomo che è vissuto in questo tempo e in questo luogo e che allora era chiamato Mosè", "l'uomo che, bambino, fu salvato dal Nilo dalla figlia del Faraone" ecc. E secondo che assumiamo l'una o l'altra definizione, la proposizione "Mosè è esistito" acquista un senso diverso, e così pure ogni altra proposizione che tratti di Mosè. -E se uno ci dice: "N non è esistito", chiediamo: Che cosa intendi? Vuoi dire che...oppure che..., ecc.? Ma quando faccio un enunciato intorno a Mosè - sono sempre disposto a sostituire "Mosè" con una qualsiasi di queste descrizioni? Potrei dire: Per "Mosè" intendo l'uomo che ha fatto ciò che la Bibbia racconta di Mosè, o, almeno, ne ha fatto una buona parte. Ma quanto? Ho deciso quanto debba dimostrarsi falso, perché io abbandoni la mia proposizione come falsa? Il nome "Mosè" ha dunque per me, un uso fisso inequivocabilmente determinato in tutti i casi possibili? - Non accade piuttosto che io abbia, per così dire, tutta una serie di puntelli a mia disposizione e sia pronto ad appoggiarmi a uno quando mi viene sottratto l'altro, e viceversa? - Considera un altro caso ancora. Se dico " N è morto", la situazione, per quanto riguarda il significato del nome "N, può essere all'incirca questa: Io credo che sia vissuto un uomo che: 1) ho visto in questi e questi altri luoghi; 2) aveva un aspetto così e così (immagini); 3) ha fatto queste e queste altre cose e 4) nella vita civile portava il nome "N".- Se mi chiedessero che cosa intendo per "N", enumererei tutte queste cose o alcune di esse, e, in occasioni diverse, cose diverse. La mia definizione di "N" sarebbe dunque all'incirca: "l'uomo di cui è vero tutto ciò". Ma se qualcosa si dimostrasse falso? - Sarò disposto a dichiarare falsa la proposizione "N è morto" anche se è risultato falso soltanto qualcosa che a me appare secondario? Ma dov'è situato il limite del secondario? - Se in un caso del genere avessi dato una definizione del nome, ora sarei pronto a modificarla. E questo si può esprimere così: Uso il nome "N" senza un significato fisso. (Ma ciò è tanto poco pregiudizievole al suo uso quanto all'uso di un tavolo sarebbe pregiudizievole il fatto che esso poggi su quattro gambe anziché su tre, e quindi qualche volta traballi). Si deve dire che uso una parola di cui non conosco il significato, e che quindi parlo insensatamente? - Dì quello che vuoi, basta che ciò non ti impedisca di vedere come stanno le cose. (E quando l'avrai visto, ci saranno alcune cose che non dirai più). (L'oscillare delle definizioni scientifiche: Ciò che oggi viene considerato, in base alle nostre esperienze, come manifestazione concomitante del fenomeno A, domani sarà utilizzato per la definizione di "A").

Aforisma 80: Dico: "Là c'è una sedia". Che cosa direi se mi dirigessi verso di essa per prenderla ed essa improvvisamente sparisse dalla mia vista?- "Dunque non era una sedia; ma un'allucinazione". - Però un paio di secondi dopo vediamo di nuovo la sedia e possiamo toccarla, ecc. Dunque la sedia c'era davvero e la sua sparizione era un'allucinazione.- Ma supponi che dopo qualche tempo scompaia di nuovo, - o sembri scomparire. Che cosa dovremmo dire, ora? Per casi del genere hai già pronte delle regole, che dicano se una cosa così, si può ancora chiamare "sedia"? Ma queste regole ci vengono meno quando usiamo la parola "sedia"? E dobbiamo dire che a questa parola non colleghiamo, propriamente, nessun significato, poiché non siamo muniti di regole per tutte le sue possibili applicazioni?

Aforisma 81: Una volta, durante una conversazione con me. F. P. Ramsey ha insistito sul fatto che logica è una scienza normativa. Non so esattamente che idea avesse in mente nel dir ciò; senza dubbio, però, era strettamente imparentata con quella che solo più tardi è venuta in mente a me: cioè spesso in filosofia, confrontiamo l'uso delle parole con giochi, calcoli condotti secondo regole fisse, ma non possiamo dire che chi usa il linguaggio non possa non giocare un tale gioco. - Ma se si dice che la nostra espressione linguistica soltanto si avvicina a tali calcoli, ci si trova immediatamente sull'orlo di un fraintendimento. Infatti potrebbe sembrare che in logica si parli di un linguaggio ideale. Come se la nostra logica fosse, per così dire, una logica per lo spazio vuoto. - Invece la logica non tratta del linguaggio - o del pensiero - nel senso in cui una scienza della natura tratta di un fenomeno naturale; al massimo si può dire che costruiamo linguaggi ideali. Ma forse qui la parola "ideale" è fuorviante, perché suona come se questi linguaggi fossero migliori, più completi, del nostro linguaggio quotidiano; e come se ci fosse bisogno del logico per rivelare finalmente agli uomini che aspetto ha una proposizione corretta. Ma tutto ciò può apparire nella sua giusta luce solo quando si sia raggiunta una maggiore chiarezza riguardo ai concetti del comprendere, dell'intendere e del pensare. Perché allora diventerà anche chiaro che cosa ci possa erroneamente indurre a pensare (come è successo a me.) Che chi pronuncia una proposizione e la intende, o la comprende, sta eseguendo un calcolo secondo regole ben definite.

Aforisma 82: Che cosa chiamo "la regola in base alla quale procede"? L'ipotesi che descrive in modo soddisfacente il suo uso delle parole, che noi osserviamo; o la regola che tiene presente nell'usare i segni; oppure quella che per tutta risposta ci enuncia quando gli chiediamo qual è la regola cui si attiene? Ma, e se l'osservazione non ci permettesse di riconoscere chiaramente alcuna regola, e la nostra domanda non ne mettesse in luce nessuna? - Infatti alla mia domanda: che cosa intendesse per "N", mi ha bensì dato una definizione, ma era pronto a ritirarla e a modificarla. Dunque, come devo determinare la regola secondo cui si gioca? Non lo sa neppure lui. - O più correttamente: Che cosa vuole ancora dire, qui, l'espressione: "regola secondo cui procede"?

Aforisma 83: Non ci illumina, su questo punto, l'analogia tra lingua e gioco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un gioco e l'altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l'un l'altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo ecc. E ora uno potrebbe dire: Per tutto il tempo costoro hanno giocato un gioco di palla attenendosi ad ogni lancio a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e "make up the rules as we go along"? (facciamo le regole via via che procediamo) - E anche il caso in cui le modifichiamo - as we go along?

Ecco, direi che tutta questa serie di aforismi pone l'accento su un aspetto importante, quando io dico che so qualcosa, qualunque cosa sia, che cosa sto dicendo? Qui Wittgenstein ci illustra una questione importantissima che riguarda il sapere, una questione di una importanza straordinaria. Wittgenstein sta dicendo di badare all'uso che faccio, per così dire, di questo significante quando lo uso, perché può voler dire una quantità grandissima di cose ma, più propriamente, se dovessimo attenerci al significato proprio di questo termine, che dice che il sapere è tale soltanto se può essere provato, se no non è sapere, ecco allora non c'è nessun caso in cui io, a buon diritto, potrei parlare di sapere o dire di sapere. Nella stragrande maggioranza dei casi io non dico che so questo, dicendolo, rendo implicito a me, e il più delle volte anche a chi mi ascolta, che so quello che sto dicendo, ma in particolare a me, io compio un'affermazione per quanto mi riguarda, mi riguarda nel senso che io faccio questa affermazione su qualche cosa. Allora facendo questa affermazione si inserisce un sapere, tant'è che se compiendo un'affermazione qualcuno chiedesse - ma la sai?- direi subito si, anzi probabilmente non capirei neanche la domanda, se dicessi: -questo è un registratore - e qualcuno chiedesse: - ma lo sai?- probabilmente non capirei neanche cosa mi sta chiedendo. Perché nel fatto che io enunci questo, che io affermi questo, è implicito che io lo sappia anzi, più che implicito è qualcosa che aggira la questione, nel senso che la esclude, non posso dicendo "questo registratore", chiedermi anche se lo so, e non posso farlo perché se lo facessi a quel punto sarei preso nella necessità di chiedermi se so qualunque cosa, e quindi anche qualcosa della preposizione con cui ho espresso questa domanda. Non è possibile affermare un sapere, intendendo con sapere ciò che questo sapere è indicato volere dire per esempio da ciascuno strumento della grammatica, dal dizionario per esempio. Dicevamo tempo fa che qui ci si trova di fronte a una formulazione che è paradossale, nel senso che per affermare che so qualcosa, al tempo stesso devo negarlo, ma di più, posso dire che so qualcosa se e soltanto se non lo so. Intendo dire questo, che posso dire di sapere qualcosa soltanto se di fatto io non uso il termine sapere nella sua accezione, che mi obbliga a provare questo sapere. Posso dire di sapere se e soltanto se non so, se no non potrei mai giungere all'affermazione che dice che so, in nessun modo. Ma prendete un'affermazione qualunque, quella che ciascuno di voi fa quotidianamente un milione di volte, anzi prendete una conversazione analitica, ecco qui avviene qualcosa di particolare, nel senso che c'è l'opportunità di constatare in atto che ciascuna affermazione, ciascuna cosa quindi che so, può trovarsi di fronte alla richiesta di essere provata per potere affermare questo sapere. È chiaro che è una richiesta parodistica, che non punta a giungere a una conclusione tale per cui si stabilisce un sapere una volta per tutte, ma che pone l'accento su questo, sul paradosso di cui dicevo prima e cioè che io posso dire di sapere qualcosa se e soltanto se non so. Cosa comporta questo, così di primo acchito? Innanzi tutto che ciò che ritengo di sapere si trasforma, così come Freud aveva illustrato per quanto riguarda una fantasia, da familiare in straniante, cioè non lo riconosco più, qualcosa che so, che ho sempre saputo o immagino di avere sempre saputo, e che ritengo assolutamente evidente e inamovibile perché è così, si volge all'improvviso in straniante, cioè mostra aspetti che non conoscevo. Ma non conoscevo non perché fossi distratto, ma perché non esistevano effettivamente, come dire, so con assoluta certezza questa cosa e so con assoluta certezza il suo contrario, cioè so che è così e simultaneamente che non è così.

Ciò che mi consente di compiere questa operazione è indubbiamente una riflessione intorno alle cose che so, le cose che so costituiscono i limiti entro i quali io mi muovo, per cui se so che questo è così è chiaro che questo è il limite oltre il quale, come direbbe Dante? Acciò che l'uom più oltre non si metta. Ciò che io so funziona come limite, se so che questa cosa è così, è chiaro che non posso andare oltre, mi atterrò a questo. L'inizio di una psicanalisi avviene in questo modo, con il listaggio delle cose che uno sa, che sono generalmente quelle che teme, io temo questo quindi so che è così. Ecco, questa serie di elementi che, dicevamo, costituisce l'insieme delle cose che sono sapute, costituisce tutto ciò che si pone come pregiudizio, come superstizione.

Qui c'è una cosa con cui ha concluso Wittgenstein e che ci interessa, e cioè giocare cambiando continuamente le regole del gioco. Possiamo agganciarci a ciò che dicevamo martedì scorso rispetto alla prosodia, al variare dell'accento, come dire che parlando l'accento si sposta, subisce uno spostamento, cambia il ritmo. Ma cambiando il ritmo cambiano anche le regole del gioco che sto giocando oppure no? E` il ritmo che determina la regola del gioco o viceversa? Questa è una bella questione su cui si può riflettere. Dunque dicevamo il ritmo, cioè l'andamento ritmico del discorso, è questo che determina la regola del gioco che si sta giocando o viceversa? Intanto potremmo chiederci se la questione è formulata in modo interessante in questo modo, e cioè se di fatto possa darsi una cosa del genere. O forse sono la stessa cosa? Se qualcuno ha qualche ipotesi da proporre ne possiamo discutere.

- Intervento:...

Certamente esistono delle regole. Qui forse occorrerebbe distinguere tra la regola del gioco come prosodia, e la regola del gioco intesa come aspetto, chiamiamolo così, grammaticale. La grammatica si partisce generalmente in tre aspetti, la fonetica, la morfologia e la sintassi. Ci troviamo di fronte a un quesito interessante, come approcciarlo? Intanto potremmo chiederci cosa stiamo dicendo ponendo questa domanda, dal momento che non si tratta qui di scoprire come stanno le cose, ma di inventare qualcosa che può consentirci di proseguire in modo più interessante, cioè non c'è una verità soggiacente da scoprire per cui in qualche modo è già così e si tratta soltanto di porlo alla luce, di illuminarlo. Se noi dicessimo che le regole del gioco determinano il ritmo, ci troveremmo di fronte a questo problema, e cioè che le regole del gioco sono altra cosa dal ritmo. Se le regole del gioco sono altra cosa rispetto al ritmo ecco che allora, precedendo le regole del gioco il ritmo, questo ne sarebbe una conseguenza, se è una conseguenza allora questo ritmo è vincolato dalle regole del gioco, però qui occorre forse precisare a questo punto che cosa si debba intendere con regole del gioco...

- Intervento:...bisogna precisare tutto...

Intanto questo poi magari vediamo. Però abbiamo detto che cosa sono le regole del gioco, siete disattenti. Abbiamo detta questa ipotesi cioè (erano tre) che il ritmo precedesse il gioco, che le regole del gioco precedessero il ritmo o che fossero la stessa cosa. Questo è un modo di valutare una questione o di affrontarla nel senso della implicazione logica, in questo caso quando si dice "precede logicamente" si intende questo non cronologicamente, ma che da uno segue l'altro necessariamente, come dire se c'è regola del gioco c'è ritmo. Ma non necessariamente il contrario, se c'è un ritmo c'è una regola del gioco necessariamente. Con questo stiamo dicendo che il ritmo, cioè la prosodia, la cadenza e lo spostarsi degli accenti, ciò che è accentato nel discorso, non comporta necessariamente una regola del gioco, dunque che cosa sarebbe allora una regola del gioco?

- Intervento: che io possa formulare qualcosa come ritmo questa è già una regola.

Potrebbe pensarsi, lei dice bene, e se qualcuno dicesse che senza la prosodia lei non può nemmeno parlare? E quindi non soltanto stabilire le regole del gioco ma nemmeno pensarle, cosa risponderemmo a questo signore?

- Intervento: come dire c'è prima l'uovo o la gallina?

No, non tanto in questo senso ma di necessità logica, stiamo valutando anche la simultaneità...

- Intervento: Scusate cos'è la prosodia? Non c'ero io..

L'insieme degli elementi che stabiliscono l'andamento ritmico del discorso. Ecco allora la simultaneità pone ancora un'altra questione, sono due cose distinte o indichiamo di fatto la stessa cosa? Qui sono ancora due questioni differenti, possono essere simultanee e imprescindibili, pur essendo distinte, così come indicavamo per esempio rispetto alla funzione di rimozione e la funzione di resistenza, sono simultanee ma imprescindibili, non può darsi l'una senza l'altra, non può parlarsi di una senza l'altra, oppure sono effettivamente proprio la stessa cosa che erroneamente abbiamo considerato come distinte. Ciò che sappiamo in un certo senso è che senza prosodia risulta improbabile immaginare la parola, con questo dobbiamo dire che la regola del gioco fondamentale è la prosodia, a cui altre eventualmente seguono?

- Intervento:...

In questo caso è una parodia, una caricatura. Poco fa dicevamo qual è la condizione per potere fare qualunque cosa, dicevamo che è questa: che esista la parola. A questo punto forse possiamo aggiungere un elemento, a quali condizioni esiste la parola? Però dobbiamo anche considerare che di fatto dicendo della parola noi diciamo anche dell'aspetto prosodico, non c'è parola senza prosodia.

- Intervento:...

Per giochi linguistici o per regola del gioco linguistico, perché lei prima ha chiesto sulla regola del gioco linguistico. Ciò che non può infrangersi salvo l'impossibilità di proseguire a dire, ciò che risulta irrinunciabile per potere proseguire a parlare. Avevamo enunciato tempo fa il principio del terzo escluso, una delle più antiche fra queste regole. Il gioco linguistico è fatto di regole, il gioco è tale perché esistono delle regole, se no non potrebbe essere un gioco. Il gioco linguistico essendo fatto di regole si attiene a questo, il terzo escluso ci impedisce di accogliere simultaneamente un elemento e il suo contrario. Adesso qui ci riferiamo unicamente a un aspetto logico, non ideologico che è tutt'altra cosa, ce lo impedisce perché non possiamo dedurre nulla, in questo senso non possiamo proseguire, se dico una cosa e il suo contrario, come dicevano già gli antichi: ex falso quodlibet, cioè posso dedurre tutto e il suo contrario, ma non mi dirige da una parte e per proseguire occorre che io trovi una direzione. Il terzo escluso dà soltanto una direzione, nient'altro che questo, non dice ciò che è vero o ciò che è sbagliato, ciò che è vero o ciò che è falso, dà una direzione, indica una direzione. Cosa dobbiamo dire a questo punto? Che la prosodia è una regola del gioco, insieme con altre.

- Intervento:...

Perché se l'avere definito la regola del gioco nei termini che poc'anzi abbiamo espressi, come ciò che risulta irrinunciabile per proseguire il discorso, allora la prosodia è una di queste regole. Consente di proseguire a giocare. Quali sono orientativamente le regole? Una è questa, la stessa logica fornisce un'altra regola la grammatica, in definitiva le arti del trivio. La grammatica, la logica e la dialettica, per altri logica e retorica. Questo è il trivio, il quadrivio? Aritmetica, geometria, musica, astronomia. Dicevamo delle regole del gioco per parlare, se Wittgenstein chiede: in che modo stai usando questo termine? Oppure: quale gioco stai giocando rispetto alla prosodia, per esempio? Non lontano dal domandare: su che cosa stai ponendo l'accento rispetto a ciò che dici? Che cosa in questo momento sta domandando, che cosa sta questionando? Che cosa sta aprendo un abisso?

Dice lui, aforisma 87:...ma allora come può la spiegazione aiutarmi a comprendere, se non è la spiegazione ultima, allora la spiegazione non è proprio mai finita, e dunque continuo a non capire e non capirò mai che cosa egli intende. Quasi che una spiegazione, quando non è sostenuta da un altra, questa è per così dire sospesa nel vuoto, invece una spiegazione può bensì poggiare su un'altra spiegazione già data, ma nessuna spiegazione ha bisogno di un'altra, a meno che non ne abbiamo bisogno noi per evitare un fraintendimento. Si potrebbe dire che una spiegazione serve a eliminare o a prevenire un fraintendimento, dunque un fraintendimento che potrebbe sopravvenire in assenza della spiegazione. Può facilmente sembrare che ogni dubbio indichi soltanto l'esistenza di una lacuna nei fondamenti, così che la comprensione sicura è possibile soltanto quando mettiamo in dubbio tutto ciò che può essere oggetto di dubbio e poi rimuoviamo tutti questi dubbi ecc.

In altre circostanze avevamo detto che la spiegazione non toglie la piega della parola ma ne aggiunge un'altra. D'altra parte è possibile togliere il fraintendimento ma non il malinteso, quando voi avete frainteso qualcosa e chiedete spiegazione: cosa hai voluto dire? Volevo dire questo. Va bene. E` come se il fraintendimento si fosse tolto, non il malinteso. Malinteso che è strutturale e qui Wittgenstein insiste a dirlo, e che abbiamo enunciato dicendo questo paradosso del sapere. Posso dire che so se e soltanto se non so. Quali sono gli effetti nel dire, di tutto ciò che andiamo raccontando questa sera? E` evidente, dice Wittgenstein, che le regole del gioco mutano rispetto a un ideale, ma bisogna che leggiamo questo passo perché adesso risulta imprescindibile:

Aforisma 81: ma se si dice che la nostra espressione linguistica soltanto si avvicina a tali calcoli ci si trova soltanto sull'orlo di un fraintendimento, infatti potrebbe sembrare che in logica si parli di un linguaggio ideale, come se la nostra logica fosse per così dire una logica per lo spazio vuoto e invece la logica non tratta del linguaggio del pensiero ecc...la parola ideale è fuorviante perché suona come se questi linguaggi fossero migliori, più completi del nostro linguaggio quotidiano ecc..

Come facciamo a dire che, come fa lo stesso Wittgenstein, ad affermare: (scritto in inglese perché gli piaceva di più) fare le regole man mano che si procede con il gioco.? E` evidente che fare queste regole (o meglio, più che fare qui constatarle in atto) sempre differenti comporta la possibilità di avvertire una differenza fra queste regole, cioè quindi riconoscere qualche cosa come una regola necessariamente, ma qui sorge un problema, come posso riconoscere qualche cosa come una regola? Posso stabilirlo in seguito, questa era una regola. Mi trovo qui in una situazione bizzarra, come dire che posso dire di stabilire una variazione rispetto a questa regola avendo immaginato di potere fermare questa regola. E qui mi accorgo che di volta in volta c'è una regola differente, perché c'è una variazione rispetto a quella precedente. Non è simile qui il discorso a quello che facciamo rispetto a ciò che chiamiamo ?

- Intervento: io mi accorgo di questa variazione sempre attraverso le stesse regole del gioco...

E allora?

- Intervento: come faccio a dire che mi accorgo di una variazione?

Ha mai pensato che le regole del gioco in cui lei si trova le consentono di dire, di fare quest'operazione...

- Intervento: se le regole del gioco sono le stesse come faccio ad accorgermi che è una cosa nuova?

Si, il divieto antico parmenideo che afferma che ciò che non è (se è fuori delle regole non può nemmeno essere pensato), non esiste. Ciò che ci interessa qui è intendere questo e cioè come il gioco che ciascuno sta giocando gli consenta, mano a mano, di inventare nuove regole del gioco. Ciò che fa una psicanalisi è essenzialmente questo inventare nuove regole del gioco, come le inventa? Una persona si trova a parlare in un certo modo ponendo l'accento, per esempio, su un aspetto, provarsi a porre l'accento su un altro, cioè accorgersi di uno spostamento d'accento comporta (l'abbiamo detto prima), che questa è già una regola del gioco e quindi una regola del gioco è cambiata, e quindi gioco di fatto un altro gioco, anche se di fatto altre regole possono permanere. Dunque mi trovo a giocare un altro gioco con la differenza che mentre il gioco precedente, così come era strutturato, impediva per definizione la possibilità di inserire elementi tali che potesse prodursi un nuovo gioco, invece questo altro modo prevede questa possibilità, non soltanto la prevede ma è fatto di questa eventualità. Quando parliamo di apertura che si instaura in un percorso analitico parliamo di questo, cioè questo gioco che si instaura non è che prevede, è fatto di questi infiniti elementi simultanei. Ci sono questioni? E` tutto chiaro?

- Intervento:...perché?

Come perché, lo ho appena spiegato, perché non sono reperite all'interno di un bagaglio di regole, si inventano così come Beethoven ha inventato la nona sinfonia e non dal nulla, non è una creazione dal nulla, è quella che Verdiglione, riprendendo da Peirce, chiama abduzione, che di per sé è una forma di inferenza che muove dall'accostamento di due elementi dove però uno non è deducibile dall'altro, tuttavia questo accostamento produce un terzo elemento e lui chiama questa forma né induzione né deduzione, la chiama abduzione, come dire che da una connessione di due elementi interviene un terzo elemento che non è derivabile, deducibile o indeducibile logicamente da questi altri. Per esempio fa un sogno, dice una cosa, si accorge che c'è una connessione e lì gli viene in mente un'altra cosa, ma se fosse richiesto non saprebbe derivarla da queste cose, perché non troverebbe un passaggio logico tale da consentirgli una derivazione. Poi resta da stabilire se la derivazione comunque sia possibile, perché per esempio quando Verdiglione parli di deduzione o di induzione non ne parla nell'accezione logica del termine, ma in un'altra accezione, non c'è deduzione del nome propriamente, è il nome che deduce, in questo senso anche se delle volte parla di deduzione (ma è determinazione soggettiva) è il nome che deduce cioè che letteralmente toglie fuori qualcosa, è la questione della caduta rispetto alla rimozione. Così come quando della resistenza parla di seduzione, quando dell'oggetto dice che è indotto dalla pulsione. Cosa aveva chiesto prima?...Si, si ecco l'invenzione riguarda ciascuna volta la parola, dicendo che in ciascun atto di parola c'è invenzione è come dire che ciascuna volta, ciascun atto di parola è qualcosa che non c'era prima, che non c'è mai stato, che si trova lì, si trova lì per la prima volta...

- Intervento: cercare di specificare meglio cose di questo genere...per esempio nel gioco linguistico della spiegazione dovrebbe essere facilissimo trovare quali sono le regole, possono essere logiche, prosodiche, ma una volta stabilito che questo gioco linguistico è quello della spiegazione la regola che si inventa trascina via questo gioco della invenzione, non è più un gioco. Così come stamattina spiegavo ai ragazzi che dovevano attraversare il fiume, le pietre del fiume non sono un passaggio, bisogna inventarlo, da quel momento è un passaggio, ma allora in qualunque gioco io mi trovo e invento, trovo una regola questa regola cessa di essere tale...

 

LA SECONDA SOFISTICA

Corso diretto da Luciano Faioni

 

14/2/1995

Dice Wittgenstein, proposizione 87: ma allora come può una spiegazione aiutarmi a comprendere se non è la spiegazione ultima? Allora la spiegazione non è proprio mai finita; io dunque continuo a non capire e non capirò mai che cosa egli intende! Quasi che una spiegazione, quando non è sostenuta da un'altra, resti, per così dire, sospesa nel vuoto. Invece una spiegazione può bensì poggiare su un'altra spiegazione già data, ma nessuna spiegazione ha bisogno di un'altra - a meno che non ne abbiamo bisogno noi, per evitare un fraintendimento. Un ideale- Prosegue Wittgenstein Proposizione 88: Un ideale di precisione non è prestabilito; non sappiamo come dobbiamo concepirlo - a meno che non sia tu stesso a stabilire che cosa debba essere chiamato così. Ma ti riuscirà difficile dare una determinazione del genere; una determinazione che ti soddisfi.

Ecco qui c'è, in nuce, tutto ciò che stiamo dicendo ultimamente, che non ci sia spiegazione ultima, questo è stato detto milioni di volte e non soltanto noi, tuttavia che fare di questa proposizione? Wittgenstein, ci dice che ad un certo punto viene accolta, uno può anche sostenere la spiegazione di un altro, se non ha inteso bene per esempio, ma quest'altro non costituisce per nulla il supporto o la causa di ciò che andiamo cercando, è una connessione, qualcosa che si dice a fianco. L'ideale, lui dice, non sappiamo nemmeno come dobbiamo concepirlo, quindi non sappiamo come dovere concepire in effetti una spiegazione che come vorrebbe farci credere questo significante. E allora si tratta di questo in prima istanza, rispetto a ciò che andiamo facendo, di porre delle condizioni perché ciascuno che si trovi a riflettere, a elaborare delle cose intorno a ciò che lo riguarda, che può essere una questione che incontra rispetto a un termine, non possa in nessun modo fermarsi, come dire che soltanto a questa condizione può fermarsi, proprio quando non può più fermarsi in nessun modo. Solo allora è libero di accogliere ciò che si è detto, senza cercare necessariamente un supporto, un sostegno a ciò che ha detto, che appunto spieghi. Che io spieghi qualcosa o faccia un discorso intorno a questa cosa, se so che questo discorso intorno a quell'elemento non è affatto l'ultimo discorso ma posso proseguirlo all'infinito, non ho più la necessità di trovare una garanzia, un supporto, qualcosa che giustifichi ciò che ho detto, solo ciò che ho detto può essere accolto come qualcosa che io ho detto, cioè con assoluta responsabilità, anziché immaginare che ciò che ho detto, il discorso che ho tenuto, costituisca una sorta di richiamo alla realtà per cui la spiegazione di questa cosa è la realtà o richiama la realtà. Se è così e chiaro che non ho da essere assolutamente responsabile di ciò che ho detto, perché io sono soltanto portavoce, per così dire, della realtà. Dunque trovarsi nelle condizioni di non potere più in nessun modo fermarsi, rispetto a una spiegazione o a qualunque cosa, a questo punto è impossibile fermarsi, in una sorta di libertà assoluta e quindi di responsabilità assoluta rispetto a ciò che ho detto. Ecco, qui c'è alla fine della proposizione 108, quello che è centrale in tutta la elaborazione di Wittgenstein: La domanda "Che cos'è, propriamente, una parola?" è analoga alla domanda: "Che cos'è un pezzo degli scacchi?-- Il significato di una qualunque cosa non ha nessun altro senso, che quello di chiedere in che modo viene utilizzato. Uno dice che senso ha l'alfiere nel gioco degli scacchi? Oppure che senso ha l'alfiere in quanto tale, nessuno, assolutamente nessuno, ne ha nel gioco degli scacchi, perché l'alfiere nel gioco del tressette non c'entra niente, come in qualunque altro gioco, ecco allora la necessità di sapere (per intendere che cosa una persona sta dicendo) qual è il gioco che sta giocando, cosa sta intendendo con questo? Qualunque cosa dica, voi potete porre la questione riguardo a qualunque cosa, in particolare naturalmente in una conversazione analitica, dove è in gioco proprio questo, il che cosa si intende, vale a dire qual è la questione che si sta ponendo o, se preferite, che cosa si sta dicendo in ciò che si dice. Come dire, ieri ho fatto questa cosa oppure Tizio, Caio mi ha fatto questa cosa, oppure ho pensato questa cosa, va bene e allora? Cosa sto dicendo con questo? Ciò che abbiamo detto prima ci sbarazza dalla necessità di cercare di capire che cosa ho detto esattamente nel senso della spiegazione, - dice questo perché ha voluto dire quest'altro - come se le sue parole fossero traducibili attraverso un codice, no, semplicemente di che cosa si tratta in quello che si sta dicendo, qual è la questione che si sta ponendo, cosa sta accadendo mentre si dice questo. Per esempio x potrebbe dire, il tizio mi ha fatto questa cosa e allora ecco cercare di convincere che non è così, oppure che è una sua fantasia, che non aveva nessuna intenzione di farla, sono tutte fesserie che non significano assolutamente niente, dire che è una sua fantasia, potrebbe essere altrimenti? Per cui non è questa la questione, ma quale gioco sta giocando dicendo questo? Dicevo rispetto a qualunque proposizione, ma in particolare rispetto a ciò che si dice in una conversazione analitica.

Proposizione 120: ...si dice ciò che importa non è la parola ma il suo significato; e nel dirlo si pensa al significato come a una cosa dello stesso tipo della parola, anche se distinta da essa. Qui la parola, là il significato. Il denaro e la vacca che si può comperare con esso. (Ma per un altro verso: il denaro ha la sua utilità).

Proposizione 121: Si potrebbe pensare: se la filosofia parla dell'uso della parola "filosofia", deve esserci una filosofia di secondo grado. Ma non è affatto così; il caso corrisponde piuttosto a quello dell'ortografia, la quale deve occuparsi anche della parola “ortografia", ma non per questo è una parola di secondo grado.

Dire che non c'è una parola di secondo grado è come dire che non c'è metalinguaggio in quanto ideologia, cioè non c'è la possibilità di parlare sulla parola, come se questo parlare sulla parola potesse illustrare la parola di cui si tratta, ciò che avviene non è una parola di second'ordine, metalinguistica. Non c'è uscita dal linguaggio o, detto in altri termini, se io parlo di qualche cosa, il discorso che faccio non è una cosa differente che quindi dall'esterno può definire, delimitare o cogliere ciò di cui si tratta. Potremmo dirla così: ciò di cui si tratta si riscontra proprio nelle parole, non c'è prima. In questo caso non c'è possibile metalinguaggio, in questa accezione sicuramente ma soprattutto non c'è la possibilità di isolare il - ciò di cui si tratta -, questo qualcosa non è isolabile dalla parola, come dire che continua a insistere in ciò che ne dico ma insistendo in ciò che ne dico resta inafferrabile. Sto parlando di qualche cosa e non mi accorgo che questo qualcosa si stia dicendo in ciò che dico, questo avviene perlopiù parlando, quando una persona per esempio cerca di descrivere o isolare, in alcuni casi, qualcosa che ritiene un problema o un sintomo, ciò di cui perlopiù non avverte la portata è che ciò che tenta di descrivere, di fatto sta funzionando nella sua descrizione, avvertire questo è sbarazzarsi della necessità di descrivere, immaginando che la descrizione possa, come dicevo prima, isolare questo qualche cosa e quindi renderlo altro, come diceva Wittgenstein: qui la parola là il significato; quindi ciò che dico e lì, il sintomo o ciò di cui sto parlando, senza accorgermi che ciò di cui sto parlando è in ciò di cui sto parlando o in ciò che sto dicendo, non è altrove, pensare che sia altrove è fonte di innumerevoli intoppi.

Proposizione 122: una delle fonti principali della nostra incomprensione è il fatto che non vediamo chiaramente l'uso delle nostre parole. La nostra grammatica manca di perspicuità. - La rappresentazione perspicua rende possibile la comprensione, che consiste appunto nel fatto che noi "vediamo connessioni". Di qui l'importanza del trovare e dell'inventare membri intermedi. Il concetto di rappresentazione perspicua ha per noi un significato fondamentale. Designa la nostra forma rappresentativa, il modo in cui vediamo le cose. (E`, questa, una visione del mondo?)

Ecco, il fatto che non vediamo chiaramente l'uso delle nostre parole. E` interessante questo, ciascuno si trova a dire delle cose e quindi a "usare" in un certo senso delle parole, senza vederne chiaramente l'uso, vale a dire senza accorgersi, come dicevamo prima, di qual è il gioco che si sta giocando mentre si chiacchiera di qualche cosa. Cos'è questo vedere "connessioni"? Lui già mette tra virgolette. "La nostra grammatica manca di perspicuità" come dire che non è dato nella grammatica la o meglio ancora la grammatica in quanto tale non rende l'uso delle parole, non le mostra ma ciò che mostra è il reperire queste connessioni...

- Intervento:... quindi individuare il gioco linguistico?

Il gioco linguistico, sì certo...(...) ecco la questione Monica:- il principio di rappresentazione perspicua ha per noi un significato fondamentale. Designa la nostra forma rappresentativa, il modo in cui vediamo le cose.- Ora lui si chiede se questo è la visione del mondo, è una domanda che si pone non un'affermazione, come dire....

- Intervento...

La "visione del mondo" qui sarebbe la connessione necessaria tra i vari elementi, necessaria ma qui in accezione particolare, cioè in accezione ontologica, come dire che deve essere necessariamente così, perché le cose stanno così. Allora ecco queste connessioni diventano necessarie in quanto rappresentano lo stato delle cose.

- Intervento: questa connessione necessaria non vale ad accorgersi del gioco linguistico che si sta giocando...

Accade questo, che le connessioni sono gli elementi che connettendo, appunto, un elemento con un altro, consentono di articolare il discorso, senza connessioni non è possibile articolare alcunché, non sarebbe possibile nemmeno parlare senza connessioni. Queste connessioni dunque per Wittgenstein sono ciò che consentono di cogliere in atto il gioco linguistico perché, dice lui, vado a rileggere: la rappresentazione perspicua rende possibile la comprensione, che consiste appunto nel fatto che noi vediamo "connessioni". Il concetto di rappresentazione perspicua... noi così vediamo le cose.- Poi è chiaro che lui riflettendo sul come si struttura il gioco avverte che questo gioco può strutturarsi anche come visione del mondo, ma si struttura come visione del mondo a condizione che, come dicevo prima, queste connessioni vengano colte come necessarie tra un elemento e un altro, ciò che ci diceva prima, per cui risulterebbe la spiegazione ultima, se questa è la connessione necessaria non ce ne possono essere altre, ma come ci indicava, bisogna tenere conto man mano di quello che dice, la spiegazione ultima non può darsi, come dire che queste connessioni non sono mai quelle ultime, allora sono connessioni contingenti, cioè in questo momento avviene questo. Questo non significa affatto che le cose debbano necessariamente essere sempre così, cioè che siano una descrizione di uno stato di cose, come la visione del mondo, come dire il che mondo è fatto così oppure che io sono fatto così, è un'altra visione del mondo, come se appunto le connessioni che sono avvenute fossero la rappresentazione di uno stato di cose anziché una rappresentazione perspicua, cioè la rappresentazione di ciò che in quel momento io ho inteso o più propriamente di ciò che si è posto per me in quel momento. Senza necessità rispetto al mondo esterno cioè senza nessuna necessità di verità, quindi deve essere così, più chiaro adesso?

- Intervento: ...però io cosa me ne faccio di una connessione contingente?

Cosa se ne fa di una connessione necessaria?...

- Intervento...

Facciamo un esempio, anzi facciamo l'ipotesi di una persona che tema di essere continuamente esclusa da qualche cosa, allora ecco che coglie nell'atteggiamento di qualcuno uno sguardo e si trovi a fare una connessione tra questo sguardo e la necessità dell'esclusione, cioè se questa persona mi guarda così allora mi esclude, ora questa connessione, questo se... allora, questa implicazione, può considerarsi necessaria cioè è così, oppure contingente, cioè io ho detto questo: che se mi guarda così allora sono escluso, ma a questo punto mi confronto con ciò che ho detto, perché in quanto tale non significa assolutamente niente, allora nel primo caso la cosa si arresta lì, nel secondo caso ho l'eventualità di chiedermi, per dirla con Wittgenstein, che gioco sto giocando?

- Intervento: tuttavia...non è necessario e quindi?

Quindi non è necessario che io creda che sia così...

- Intervento: e allora?

Ecco, in questo caso non ho da credere necessariamente a questo e cioè ciò che io penso corrisponda a come stanno le cose. Io penso una cosa, ma questo non significa affatto che il mondo sia così e cioè che se questa persona guarda in quel modo, da questo non discende necessariamente l'essere esclusi.

- Intervento: ma come accorgersi del gioco che si fa?

Per esempio con la mobilità di una funzione che interviene, in questo caso la necessità di sentirsi esclusi, per esempio, per tutta una serie di cose, che in questo primo caso sarebbe totalmente esclusa...

- Intervento:...

Ma il gioco è quello linguistico in cui si trova e i connettivi sono aspetti, o meglio, una delle regole del gioco, i connettivi, quelli logici per esempio, la "&" congiunzione, la "V" disgiunzione, la "->" implicazione...

- Intervento:...

Ciò di cui stiamo discutendo non è il che cosa si debba fare di fronte a una certa cosa, ma come è possibile riflettere dove c'è un pensiero o dove si incontra un pensiero. Un pensiero lo si incontra continuamente, di qualunque tipo sia, e allora come ci si pone nei confronti di questo pensiero? Bisognerebbe interrogarlo ma per interrogarlo occorre questa mobilità di cui si parlava prima, che comporta la non necessità di queste connessioni...

- Intervento:...

In questo caso ho preferito parlare di gioco per sottolineare la mobilità di ciò che avviene parlando. Il motivo, si può anche parlare di motivo, ma dando a questo significante un'accezione meno rigida di quella che si attribuisce, cioè il motivo come la causa, come ciò cui è riconducibile, invece in questo caso essendo un gioco non è riconducibile a niente, è una serie di regole che funzionano mentre parlo, ma promuove altre cose.

- Intervento: ...la visione del mondo è un'idea che opera, riconducibile al fantasma...

Sì, chiaro, fantasma qui come ciò che opera in ciò che si dice.

- Intervento: perché le connessioni, cos'è che si connette? C'è una logica...

Sì, ecco, come sapete nell'elaborazione di Verdiglione l'idea è l'operatore, è ciò che connette propriamente, questione che ha ripresa dalla logica, i connettivi logici poi ha... come dire che l'idea, l'operatore, cioè il connettivo è l'idea che operando in ciò che dico non è dicibile, non può dirsi, non può dirsi l'idea, mentre l'ideologia si pone come il discorso sull'idea. Quindi è un'idea che non so di avere di cui posso accorgermi dicendo ma che non ho propriamente, non ho in quanto non la possiedo, non la posso gestire, contrariamente invece a ciascuna ideologia che suppone di potere gestire l'idea, anzi di rappresentarla, di idealizzarla, l'idea sarebbe per l'azione secondo la mitologia più...

- Intervento:...

Di tutto ciò che lo rende, che lo pone in atto, potremmo dire che lo rende "possibile" mettendo fra virgolette questo possibile, tutto ciò che consente di parlare...

- Intervento:...

Significare le cose è possibile perché ci sono delle regole che consentono di farlo, e allora lei può pensare anche di significare, ma significare di per sé è un significante e come tale può portare anche degli effetti di senso, ora il luogo comune attribuisce a questo significante un accezione particolare, che è la facoltà di ricondurre un elemento ad un altro necessariamente, questo è significare, nell'accezione comune.

- Intervento: quindi anche di fare connessioni.

O anche per terminarle, perché quando un significato è determinato in modo definitivo, la connessione rimane bloccata ferma, necessaria è quella. Proposizione 138: Ma allora il significato che comprendo non può convenire al senso della proposizione che comprendo? O il significato di una parola convenire al significato di un'altra? - Certo, se il significato è l'uso che facciamo della parola, non ha alcun senso parlare di tale convenire. Però comprendiamo il significato di una parola, quando la ascoltiamo o la pronunciamo; lo afferriamo di colpo e ciò che afferriamo è certamente qualcosa di diverso dall'"uso", che ha un'estensione nel tempo! - Cioè ha un significato stabilito. Ecco qui da una nozione di significato che risulta come dire più sfumata, ciascuno comprende, lui lo mette in corsivo, è una parola che viene detta pronunciata quindi è un significante ma cosa comprende esattamente? Perché le "afferriamo di colpo" ma che cosa esattamente afferriamo di colpo? Afferriamo un senso, un effetto di senso, che dice qualcosa di diverso da un "uso" che lui chiama estensione nel tempo, come dire che l'uso in quel momento contingente non necessario,...

- Intervento: sul necessario e contingente.

Sì, ciò di cui stiamo discutendo è questo, che cosa fa si che questa connessione sia creduta necessaria. Per cui se per esempio una persona può, ascoltando delle cose che Monica dice o fa, supporre che Monica sia fatta in un certo modo e pensare di sapere che Monica è così, come dire che le connessioni che sono intervenute rispetto a ciò che ha sentito, che l'hanno condotta a una certa conclusione sono ritenute necessarie, cioè è così. Noi ci stiamo interrogando su come avviene questo fenomeno bizzarro. E` importantissimo...

- Intervento: attraverso le connessioni ci si accorge della contingenza, della non necessità?

Sì.

- Intervento: sì, sì attraverso le connessioni io mi domando come mai io voglio sentirmi esclusa?

E` una domanda che posso farmi.

- Intervento: E allora? Ma io posso farmi centocinquantamila domande e non ancorarmi alla connessione necessaria.

No, non può farne centocinquantamila, perché è quella che è in gioco.

- Intervento: perché proprio quella domanda?

Perché è questo che è in gioco in quel momento, cioè il fatto che qualcuno crede che se è avvenuto questo allora sono escluso. E` di questo che si tratta.

- Intervento: Sì, ma perché allora "io" voglio essere esclusa?

Non è che si formuli così la domanda, però si può giungere a formularla in questi termini laddove, anziché fermarsi a questa constatazione necessaria del "è così", può invece cominciare a pensare che potrebbe non essere necessariamente così.

- Intervento: Allora se devo farmi una domanda sarà: sono io che voglio essere esclusa?

Sì, avviene perché è saltata una serie di passaggi, perché a questo punto se si pone la questione in questi termini allora la questione è questa: l'esclusione come mi riguarda? Se questa connessione non è necessaria allora sono io che devo fare i conti con questa questione dell'esclusione. Come mi riguarda l'esclusione? Cos'è per me l'esclusione? Come avviene che io immagini effettivamente di essere esclusa? In quale gioco è inserito questo elemento "esclusione"? Ora formulando le questione in questi termini c'è l'eventualità...

- Intervento...

Sì perché sto inserendo qui tutti i passaggi, ecco allora, come dire che se questa questione insiste, allora è possibile che questa questione abbia una funzione economica nel discorso, come dire che sia lì, mettiamola così in modo un po' rozzo, per uno scopo. E perché mai dovrebbe trovarsi lì questa questione? Questa questione dell'esclusione? Perché è lì, perché insiste? Cioè in altri termini, per dirla con Freud, qual è il tornaconto dell'insistere rispetto a questa questione? Ecco che allora può formularsi l'eventualità che ci sia una sorta di ricerca dell'esclusione, tant'è che la trova dappertutto, anche laddove non c'è.(...) Sì, non è che lavora a tempo pieno (esatto!) anche se in alcuni casi può avvenire che a tempo pieno si dedichi a questa operazione, però generalmente è distratto anche da qualche altra cosa, per cui se uno non pensa a questo è perché è distratto, ma appena cessa di esserlo i suoi pensieri convergono lì. Ecco allora. -Debbo "sapere" se comprendo una parola? Non accade anche che immagini di capire una parola (non altrimenti da quando mi immagino di aver capito un tipo di calcolo) e poi mi accorga che non l'avevo capita? ("Credevo di sapere che cosa significa movimento relativo e assoluto, ma ora vedo che non lo so").-

Questo è curioso, riflettere su come avviene in effetti di immaginare, di pensare, di credere di sapere qualche cosa e poi non lo si sa, ma allora cosa si sapeva? E` una domanda interessante questa che si pone Wittgenstein, come dire: non è forse questo, in questo caso si crede qualche cosa che poi ci si accorge di non sapere, il fatto che si creda soltanto, che debba esistere una connessione necessaria e poi, per esempio, non reperire questa connessione, si crede che questa connessione sia necessaria, che debba esserci, ma non si trova. Ciò che avviene in questa circostanza è la stessa cosa di ciò che si diceva rispetto ad Agostino quando dice: so che cosa è il tempo se nessuno me lo chiede, ma se qualcuno me lo chiede non lo so più. Come dire che finché nessuno lo chiede, finché non deve mostrare questa serie di connessioni è sicuro che ci siano, queste connessioni, ma quando deve esibirle non le trova e allora lui non lo sa più, come direbbe Wittgenstein, non può farsi nessuna rappresentazione perspicua della cosa e dunque non si la comprende.

Proposizione 156: .....la parola "leggere" viene applicata diversamente secondo che parliamo di principiante e di un lettore esperto.- Ora, naturalmente, si vorrebbe dire che ciò che avviene nel lettore esperto e nel principiante, quando pronunciano la parola, non può essere la stessa cosa. E se non c'è nessuna differenza in ciò di cui sono consapevoli, dovrà essercene qualcuna nelle operazioni inconsapevoli del loro spirito, o anche nel loro cervello. -Si vorrebbe dunque dire: Qui ci sono, comunque, due meccanismi differenti! E ciò che in essi avviene deve distinguere il leggere dal non leggere. - Ma questi meccanismi sono soltanto ipotesi, modelli per spiegare, riassumere, ciò che osservi. Dunque due persone, una esperta nella lettura e una no, quando leggono una parola, questa parola è la stessa oppure no? Parrebbe di sì, ma sì perché? Perché dovrebbe essere la stessa? Questo è l'esempio che fa lui ma rendendolo in modo più "perspicuo", intelligibile, dicendo così che la stessa parola pronunciata da un'altra persona ha un altro uso, un uso diverso, è cioè inserita in un altro gioco, e pertanto ha letteralmente un significato differente, anche se qui per esempio due persone leggono la stessa cosa, in un brano, questa parola è la stessa? Sono esempi buffi quelli che fa lui, ma potremmo renderlo in modo più perspicuo, intelligibile, dicendo che le stesse parole pronunciate da un'altra persona hanno un altro uso linguistico, cioè inserite in un altro gioco, e pertanto hanno letteralmente, come dicevo prima, un significato differente, anche se, per esempio, due persone leggono la stessa cosa, leggono un brano, questa parola è la stessa? Una capisce e l'altra no? E per dirla in modo più eclatante, direbbero i francesi, una formula matematica per un matematico è una cosa chiarissima, carica di significato, per un altro, non matematico, non dice assolutamente niente, eppure hanno letto entrambe la stessa cosa. Ma come dicevo è molto più interessante accorgendosi di come ciascuna volta una parola, un elemento, un significante, può essere ripetuto dalla stessa persona, ciascuna volta, milioni di volte, ciascuna volta in modo differente e ciascuna volta non riesce a riconoscerlo, tant'è che per esempio, prendiamo la questione dell'esclusione, se io immagino di essere escluso, quando dico di essere escluso, ciascuna volta questo significante ha una portata differente ed è questa differenza che mi impedisce di fermare una scena in modo definitivo. Per cui ciascuna volta è come se fosse la volta precedente, ma sempre però con una differenza, non è mai la stessa cosa, riproducendo, cercando i vari elementi, reperendo degli elementi in modo tale da ricostruire questa scena, ma non riuscendovi mai, come dire che questo significante ha un altro uso ciascuna volta ed è come se non lo riconoscessi, e allora per riconoscerlo devo circondarlo di un'altra serie di elementi che ritengo conosciuti, familiari, tuttavia anche questi elementi si mostrano differenti e dunque la scena non è riconoscibile e allora che succede a questo punto? Succede questo, che non riconoscendolo o mi do un gran da fare ad aggiungere elementi in modo da renderla riconoscibile, senza peraltro riuscirci (come dire cercando di convincermi aggiungendo elementi), oppure posso fare un'altra operazione, cioè accogliere questa differenza, anziché cercare di eliminarla. Accogliere la differenza comporta che la scena in cui mi trovo è assolutamente inedita ed è funzionale a qualche cosa che è costruita in quel momento o altrimenti, di nuovo: cosa sto dicendo quando dico che sono escluso?

- Intervento: ...il lamento è che non c'è differenza....ciò che si ripete è inedito...

Sì, ciò che si ripete non è mai stato.

- Intervento:... il rimarcare l'assenza di differenza: è sempre tutto uguale. Avvertire la domanda sull'elemento che fa la differenza.

Sì, per esempio , oppure ...

- Intervento:...

Torniamo alla questione di prima della connessione necessaria, perché dire che è sempre tutto uguale è come dire che è così, ma come sappiamo che è così? A una condizione, e cioè di avere isolato, di avere immobilizzato qualche cosa nella supposizione che le connessioni che ci hanno condotti a questo siano necessarie, per cui non può essere altrimenti che così...

- Intervento:...la funzione di questa produzione uguale: dico sempre così . Questo ritorno di proposizioni uguali, nel senso che sono uguali sintatticamente, morfologicamente, sono le stesse, da questo ritorno ricomincia il giro vizioso...

Una volta stabilite come identiche a sé può costituire una pietra miliare, quindi cominciare di lì.

- Intervento: Cosa si sta dicendo, dicendo ?

- Intervento: Cos'è la mancanza? Sulla questione della differenza mi sono persa...

Manca di qualcosa? Manca di nulla. (...) Non c'è nessuna questione. Qual è la questione? Sapere cos'è la mancanza?

- Intervento: ...se si ripete qualcosa è perché se si ripete non è chiusa la questione, c'è qualcosa che ti manca...

Perché dice che manca? Anziché essere, per esempio, in sovrappiù?

- Intervento: se si ripete manca.

Forse perché c'è un'eccedenza che non si riconosce, piuttosto che una mancanza.

La prossima volta affrontiamo la questione della derivazione che è fondamentale. Cosa si intende quando si dice che qualcosa deriva da un'altra, su questo Wittgenstein ne dice delle belle, anzi dà il meglio di sé.

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

Corso diretto da Luciano Faioni

 

21.3.1995

 

Wittgenstein: Libro blu e libro marrone. (1 incontro)

Dal Libro Blu: Il modo, in cui questa domanda ci aiuta a comprendere il problema del significato d'una parola, è analogo al modo nel quale la domanda: "Come misuriamo una lunghezza?" ci aiuta a comprendere il problema: "Che cos'è la lunghezza?".

Le domande :"Che cos'è la lunghezza?", "Che cos'è il significato?", "Che cos'è il numero uno?" etc., producono in noi un crampo mentale. Noi sentiamo che non possiamo indicare qualcosa in risposta ad esse, eppure dobbiamo indicare qualcosa. (Ci troviamo di fronte ad una delle grandi fonti d disorientamento filosofico: noi cerchiamo una sostanza (substance) in corrispondenza ad un sostantivo (substantive); un sostantivo ci induce a cercare una cosa che corrisponda ad esso.

Porre preliminarmente la domanda: "Che cos'è una spiegazione del significato?" presenta due vantaggi. In un certo senso, tu riporti sulla terra la domanda: "Che cos'è il significato?" In effetti, per comprendere il significato di significato, tu devi comprendere anche il significato di "spiegazione del significato". In altri termini: "Domandiamoci che cosa sia la spiegazione del significato; infatti, ciò che sia spiegato da essa sarà il significato". Studiare la grammatica dell'espressione "spiegare il significato" ti insegnerà qualcosa sulla grammatica della parola "significato” e ti libererà dalla tentazione di cercare qualcosa da chiamare: il significato.”

Ecco, direi di fermarci qui perché ci sono già varie cose di cui discutere. Dunque, chiedersi che cos'è il significato di qualche cosa è una domanda particolare, è una domanda curiosa. Che cosa ci si attende come risposta? Come nota Wittgenstein, l'attesa è che a questa domanda corrisponda effettivamente qualcosa. E crea qualche problema l'eventualità che questo qualcosa non esista, non esista o non sia reperibile. E` questo tipo di domanda che a noi interessa particolarmente qui, perché chiedere che cos'è il significato è come attendersi un qualche cosa, che come nota Wittgenstein è differente dal chiedersi che cosa dobbiamo intendere qui in questa occasione con questa domanda, cosa stiamo chiedendo di fatto. E` la domanda questa che già da tempo abbiamo indicata come domanda foriera dei più gravi intoppi che il pensiero incontri, intoppi di ordine logico prevalentemente, come aporie, contraddizioni. L'aporia è, per dirla in termini spicci, un intoppo logico tale per cui la soluzione che si cerca, si intravede che logicamente non è possibile, non c'è. Aporia, per esempio, la regressio ad infinitum, la ricerca delle cause, poi la ricerca della causa della causa, della causa della causa della causa... una sorta di insolubilia, si può dirla anche così, dunque questa è la domanda: che cos'è? In modo particolare qui il significato che pone la domanda circa qualcosa di essenziale rispetto a qualunque altra. Questo ci apre a una considerazione di un certo interesse, che è quella intorno alla logica di cui abbiamo parlato mille volte. Ecco: che cosa distingue un procedimento retorico da uno logico? questo, che alla domanda "che cos'è?" o "come fare?" o "come utilizzare?" la retorica offre molte risposte, la logica una, una che è ritenuta o può essere ritenuta necessaria, come dire che ciascuna volta la retorica compie un passo inferenziale, ma questo elemento che trova apre a una serie di altri elementi che può anche essere infinita, per cui se una cosa ha varie facce utilizzerò quella che mi è più opportuna in quel momento, la più conveniente. Invece la logica sembra avere questo percorso dove ciascun passo non offre una infinità possibilità o una serie di possibilità, ma offre soltanto una uscita, come nel calcolo inventato da Boole, che è utilizzato dai computer, una sola possibilità nel senso che l'altra è esclusa, questo dunque distingue perlopiù la retorica dalla logica, solo che è proprio così? Cioè è proprio vero che la logica offre un'unica possibilità di fronte a un passo induttivo, deduttivo, oppure anche la logica mostra vari aspetti? Non dovrebbe, non dovrebbe così come teoricamente non dovrebbe la matematica, che ha una funzione particolare, che assolve perlopiù, nel senso che ci sono degli intoppi anche lì, come nella logica, nella matematica sono i numeri irrazionali, sono varie cose, nella logica sono i paradossi, le antinomie cioè tutto ciò che insorge a rendere non più certa, non più sicura tutta la costruzione. Vi ricordate quell'esempio che avevamo trovato dal "Dell'interpretazione" di Aristotele del necessario, del possibile: se diciamo che A è necessario, a fortiori cioè a maggior ragione dobbiamo dire che è anche possibile, non potremmo ammettere che una cosa non sia possibile ma necessaria, se è necessario che A sia, non possiamo dire che non è possibile che sia, e dunque se è anche possibile che A sia allora siamo costretti a dire che se è possibile è anche non possibile, il possibile prevede anche il non possibile e quindi se A è non possibile che sia, necessariamente è anche non necessario che sia e così ciò che è necessario che sia è simultaneamente non necessario che sia. Come è avvenuto questo? Avviene perché questa esclusione, per cui se una cosa è necessaria o meglio è necessario che sia, non possiamo dire che se è necessario che sia allora non è possibile che sia, cosa ci impedisce di fare questo? Ci impedisce una regola logica, banalissima, che ci impedisce di considerare che se A è vero simultaneamente che sia anche falso, facevamo l'esempio l'altro giorno, dicevamo: se questo è nero da qui non può seguirne che allora necessariamente non è nero. Ma è una semplice inferenza logica, una regola della logica il fatto che ce lo impedisce, di fatto non diciamo niente di più che enunciare una regola logica, dunque se questa regola ci impedisce di asserire che se una cosa è necessario che sia è anche impossibile che non sia, non possiamo che prendere atto di questa regolamentazione, perché se non ne prendiamo atto, allora diventa tutto più complicato, nel senso che diventa difficile parlare e diventa difficile trasmettere qualunque tipo di informazione. Dicevamo quindi della logica, che sembra comportare inferenze a una sola uscita, diciamola così intanto, in termini un po' rozzi, la retorica no, anzi, l'abilità della retorica sta in questo, nel tenere conto, sapere perfettamente che ha moltissime possibilità ma nel far intendere che invece ne è possibile solo una, e invece sono possibili molte. La logica invece ha questo di differente, che enuncia soltanto le regole di inferenza, non fa altro, non fa esistere le cose, enuncia soltanto delle regole, così come il manuale per il gioco degli scacchi, non fa esistere né il gioco degli scacchi né gli scacchi in quanto tali, ma dice soltanto come si fa per giocare a "quel" gioco se invece uno vuole giocare a "tre sette" è inutile che si legga il manuale degli scacchi. Considerare la logica come un insieme di regole del gioco è già porla in modo differente da come generalmente si pone, come una sorta di viatico dato agli umani dagli dei perché potessero, tramite questo, giungere alla verità. "Nulla fides sine ratione" diceva Tommaso, non c'è fede senza un supporto logico. Bisognerebbe leggere di Tommaso La summa contra Gentiles, e i trentuno volumi della Summa Teologiæ. Ecco allora questa serie di regole, che consentono di procedere nel dire, non hanno né la funzione, né la possibilità, né la prerogativa di potere garantire alcunché fuori di sé, cioè fuori della struttura di cui stabiliscono le regole. Dire che facendo una certa mossa la torre si mangia il pedone per esempio, non ci dice nulla circa l'esistenza metafisica della torre o del pedone, ma soltanto un modo in cui possiamo agire, e se la torre mangia il pedone abbiamo usato correttamente, per così dire, questa indicazione, queste regole. Allora che dire di un paradosso, per esempio, Epimenide, cretese, dice: "Tutti i Cretesi mentono", mente o dice la verità? Epimenide, di Creta, dice la verità se e soltanto se mente.(Intervento e racconto di un altro paradosso) Tutti i paradossi di autoreferenzialità, cioè quelli che sono formati applicando lo stesso divieto che vietano, a sé stessi o per esempio: "vietato vietare" o altre banalità di questo tipo. Come dire allora che una regola logica, in questo caso, non potrebbe essere applicata a se stessa, e questa è la teoria dei tipi di Russell, che ha utilizzato questo metodo per eliminare i paradossi... Allora dicevamo come è possibile che si produca un paradosso se si tratta soltanto di regole per la formazione di frasi, e quindi del loro uso? E` possibilissimo, dal momento che la struttura logica stessa è fatta in modo tale da essere inserita, sono regole per l'uso del linguaggio, possiamo dirla così, la logica non è il linguaggio, sono regole per l'uso. E` il linguaggio che consente di applicare ciascun suo elemento a ciascun altro, non lo vieta, di fatto è possibile affermare una cosa e simultaneamente negarla, cioè è possibile linguisticamente, non comporta nessun problema, ma comporta un problema logico, vale a dire che di fronte a questa cosa non si sa come utilizzarla. Non si sa come utilizzarla rispetto a un criterio logico, non retorico, la retorica invece sa benissimo come utilizzarla, ma la sa utilizzare perché dà per acquisito un criterio logico, un ossimoro non avrebbe nessun effetto retorico se non si avvertisse una sorta di stonatura o di contraddizione. Per esempio, poeticamente, qualcuno parla di "un fuoco gelato" può evocare qualche immagine, però questa figura ha degli effetti soltanto se si sa che il fuoco non è gelato, se no non produce assolutamente niente, quindi comunque prevede delle regole con cui può giocare, le può sovvertire a scopo provocatorio, però deve comunque coglierle per potere fare questa operazione. Dunque i paradossi, le antinomie, sono formulazioni che creano dei problemi perché non si sa come utilizzarle, come dire non si riesce a dare loro un significato, per cui si può dire: ecco, "questo" è questa cosa. Se nel quotidiano questo generalmente non comporta grossi problemi, tuttavia li si incontra anche nel linguaggio quotidiano laddove si volesse, per qualche motivo, fondarsi, se no non crea nessun problema. C'è dunque una proposizione di cui non si riesce a stabilire nessun significato, così come pareva esserla questa, cioè "cos'è il significato?" o più propriamente sarebbe "che cos'è il che cos'è?", se proprio vogliamo porre la questione in termini più precisi, non solo "che cos'è questo?" sì va bene ma che cos'è il che cos'è? Se potessimo rispondere a questa domanda allora potremmo anche alle altre. Allora cosa possiamo trarre da qui, che non c'è nessun elemento che possa rispondere di sé, non da sé, ma di sé, non c'è elemento che possa dire nulla di sé, ma soltanto può dire spostandosi, andando altrove. Dunque nessun elemento può dire di sé se non incappando in una sorta di regressio ad infinitum, come se nessun elemento assunto potesse sostenersi, potesse esistere di per sé, da qui alcuni, che poi sono diventati noti come strutturalisti, hanno pensato che in effetti ciascun elemento acquisisce una portata, come diceva già De Saussure, all'interno di una combinatoria, di per sé non vuole dire proprio niente. Wittgenstein giunge a dire che il significato non è altro che l'uso in cui occorre questo elemento, ma tuttavia occorre pure considerare che non è che ciascuna parola voglia dire qualunque cosa, perché di nuovo saremmo di fronte all'impossibilità di potere parlare, e allora ecco che ci troviamo di fronte già a un problema dei linguisti, di Saussure in particolare, e cioè la dicotomia fra la "langue" e la "parole", vale a dire tra la lingua con tutte le sue possibili forme, connessioni e utilizzi e poi la parole che è l'esecuzione che di fatto non può dire simultaneamente mille cose. Tutto ciò ci interessa per questo motivo, che a ciascun lessema corrisponde, in questo caso, più che un significato, come direbbe Greimas, un campo semantico. Ci sono una serie di altri elementi che, per dirla in termini un po' spicci, gravitano intorno a questo elemento, cioè sono all'interno di un insieme in cui compaiono altri elementi, ma questo insieme non è chiuso, come dire che non può esaurirsi questa serie di altri elementi, per cui questa cosa vuol dire esattamente questo, c'è un riferimento ad alcuni altri termini. I linguisti che si sono occupati di stabilire, come Greimas per esempio, dico lui in particolare ma anche Hjelmslev, di restringere il più possibile questo campo semantico in modo di poterne fare un insieme chiuso, quindi isolato e delimitabile, si sono trovati di fronte a dei problemi insormontabili e cioè questi campi semantici esplodono, mano a mano che si cerca di chiuderli esplodono verso altri, per cui risulta una formulazione che può suonare abbastanza paradossale: meglio ci si capisce quanto meno si chiacchiera. Perché? Sì è un paradosso evidentemente, non è che sia proprio così ma è così nella misura in cui non si mette alla prova ciò che si dice, allora io dico una certa cosa, l'altro la intende o fa mostra di avere capito, basta così, finiamo lì, come per lo più avviene, perché se si incomincia a chiedere precisazioni, specificazioni e definizioni e delimitazioni ecco che allora diventa un problema arduo che può addirittura divenire insormontabile. Dunque ciò che capisco è sempre molto approssimato, ma approssimato qui cosa vuole dire? Vuole dire che coglie solo alcuni aspetti, ora questi aspetti diciamo possibili, subiscono una sorta di aggiustamento, tenendo conto anche degli altri elementi che intervengono, sono una quantità enorme di formulazioni che sarebbero assolutamente non intelligibili se non fossero precedute e seguite da altre, che aggiustano il tiro o, come sarebbe più proprio dire, le encatalizzano. Encatalizzare vuol dire questo: stabilire in base agli elementi che sono assenti nella proposizione di cui si vuole stabilire il senso, qual è il senso più proprio, cioè ricostruisce il senso della proposizione a partire da altri elementi che sono fuori dalla proposizione, ma senza i quali non è possibile intendere nulla. Per esempio uno trova una epigrafe latina con scritto "desiderata" non sa se è un femminile singolare o un neutro plurale, viene a saperlo da altri elementi, ma di per sé non potrebbe mai saperlo. Così dunque avviene parlando, e questi elementi che assenti, consentono di stabilire il senso delle proposizioni sono la più parte del proprio discorso. Questi aggiustamenti che vengono fatti parlando consentono di orientarsi, ma un conto è orientarsi attraverso un certo senso, altro è volere sapere che cosa esattamente è il senso della proposizione. Come dicevo prima, se qualcuno dice qualcosa ad Alessio e Alessio non chiede niente, dice: "ho capito" e la cosa finisce lì, ma se si comincia a dire: che cosa ha voluto dire esattamente con questo? Poi con questo, e poi questo con quest'altro, non si capisce più niente. Succede che né il suo amico, né Alessio sanno più di che cosa stessero parlando. Ora tutto ciò risulta essenziale per quanto riguarda il modo in cui ciascuno parla anche tra sé e sé, forse soprattutto fra sé e sé, quando cioè per qualche motivo si trova di fronte all'eventualità di dovere considerare in modo più preciso quelle cose che sta dicendo, e si chiede per esempio che senso ha ciò che sta dicendo, ciò che sta facendo, nella fortunata ipotesi che non lo dia per acquisito, perché se lo dà per acquisito è escluso che si chieda alcunché, dandolo per acquisito immagina che magicamente questo senso sia insito, non tanto in ciò che dice ma nelle cose che descrive. Che cos'è allora, si chiede Wittgenstein, il significato? Cosa dovremmo rispondere a questa domanda? Potremmo dare varie risposte a questo punto, "che cos'è il significato?" è il modo in cui pongo una domanda, il senso di questa domanda o l'impiego di questa domanda. Dal momento che la proposizione come usano i logici fra virgolette, per indicare il nome di una proposizione "che cos’è il significato?" è in prima istanza una domanda, se noi prendessimo alla lettera tutto ciò, potremmo dire che il significato è una domanda, in questo caso, ma forse non andremmo molto lontani dal dire qualcosa che forse può tornarci utile nel proseguo.

- Intervento: intanto dice che è qualche cosa.

Sì, certo, è qualcosa cioè è una proposizione. Ma ancora non lo dice propriamente, si chiede che cosa sia, ma ancor prima di questo c'è una domanda, la domanda è sancita dal punto interrogativo. E qui Wittgenstein le obietterebbe immediatamente che lei dà al lessema "cosa" un significato molto preciso, muovendo questa obiezione perché ancora è da stabilire, ancora non siamo arrivati a quel punto, ci atteniamo per il momento a ciò di cui disponiamo e quindi a una proposizione con il punto interrogativo. Certo che questa domanda, questa proposizione così combinata ha delle prerogative precise, il fatto che ci sia un punto di domanda, il fatto che ci sia una copula comportano una serie di elementi tutt'altro che trascurabili. Nel senso che, ecco che cosa comporta, per esempio, che ci sia un punto di domanda? Come qualunque manuale di grammatica insegna o cerca di fare, instaura una aspettativa, un'attesa, la domanda instaura un'attesa di qualcosa, intanto è questa la funzione del punto di domanda, sospende qualcosa in attesa di altro. Tenga conto che quando fa un'analisi di qualunque elemento linguistico, qualunque esso sia, questa analisi occorre che muova soltanto da ciò in cui in nessun modo può prescindere, cioè da ciò che c'è, proprio lì, proprio dalla prima considerazione e d'altra parte anche una psicanalisi fa qualcosa che non è molto lontano da questo, nel senso che si attiene propriamente e prevalentemente a ciò che si dice, ciò che c'è, ciò che si pone lì, alle cose che avvengono lì, anche il racconto di un fatto avvenuto mille anni prima è qualcosa che sta avvenendo lì, sono cose che si producono lì. Dicevamo, la prima cosa da fare, anche rispetto a una propria questione, per esempio, supponiamo che Alessio si trovi di fronte a un quesito e si ponga dunque la domanda, ecco allora potrebbe, volendolo, muovere da questo, dal fatto che in quel momento sta domandando qualcosa, il che potrebbe non essere del tutto marginale, vale a dire che rispetto a qualcosa c'è una attesa, c'è una sospensione, una sospensione per esempio di senso. Perché quel tizio ha fatto così anziché cosà? Perché non tenere conto che intanto c'è una domanda? E cioè c'è l'attesa di qualche cosa che deve avere una funzione, c'è una sospensione, perché si dice che in filosofia non si fa altro che domandare? Perché c'è qualche cosa sempre in sospeso, cioè non c'è mai la chiusura, ma tutto sommato anche in un itinerario analitico, anzi, Freud e più di lui Verdiglione, posero la domanda connessa alla pulsione come una delle istanze più proprie dello psichico, il fatto che esista una domanda, un domandare strutturale, dire che c'è questa continua sospensione circa qualunque cosa che si incontri, sospensione che non può togliersi, ma questa è ancora un'altra questione, di fatto qui anche nel caso di Alessio c'è una sospensione, c'è una attesa. L'attesa ciascuna volta comporta un rilancio, un rinvio ad altro, perché se elude tutto ciò, cosa avviene perlopiù? Avviene questo, che la sospensione viene eliminata a vantaggio di un qualche cosa, ma questo qualche cosa che trova, rispondendo alla domanda "perché tizio ha fatto così", donde viene? Alessio avrà fatto sicuramente una serie di ragionamenti per giungere a quella conclusione, giunge a questa conclusione e sa che le cose stanno così. Anche il metodo della scienza, anche se magari è un po' più articolato funziona così, cioè procede attraverso una serie di deduzioni e di induzioni, e da una domanda giunge a un elemento che viene posto come ciò che fa cessare questa domanda, fa cessare la sospensione, è una serie di inferenze, c'è questo e quindi se c'è questo necessariamente c'è questo, ma se c'è questo necessariamente c'è quest'altro e quindi... fino all'ultima inferenza, per cui si giunge ad affermare: e quindi questo. Però a questo punto possiamo tenere conto di ciò che abbiamo detto delle regole del gioco, e Wittgenstein le paragona continuamente alle regole del gioco degli scacchi, che ci dicono come muovere per ottenere un certo risultato; nel caso del linguaggio per giungere ad altre proposizioni e per dire ad altri delle cose, in modo tale perché ci sia una risposta più o meno adeguata, dunque la conclusione cui giunge Alessio ci dice soltanto che cosa? Che ha usato in modo più o meno corretto queste regole, ma il fatto che abbia usate in modo più o meno corretto queste regole cosa ci dice del fatto che questo tizio abbia fatto in un modo oppure in un altro, perché dovremmo supporre di avere ricostruito tutti i passaggi di quest'altro tizio? Può essere giunto a quella condotta per altri motivi, e quindi lungo un giro di inferenze che è assolutamente estraneo a quello che abbiamo concluso. Quindi che cosa possiamo dire, che questo è ciò che in qualche modo abbiamo pensato e che non è escluso che possa essere stato pensato anche da lui, non è escluso, questo solo potremmo dire. E che altro? Che abbiamo seguito correttamente un calcolo logico? Sì, possiamo anche averlo seguito correttamente ma, qui riprendiamo la questione di prima, a quali condizioni possiamo dire che ciascun passaggio comporta necessariamente una sola uscita? Cioè se fa tutto questo, è perché questo, quindi se questo allora quest'altro, oppure potremmo dire "se questo" allora qualunque altra cosa? In teoria sì, che cosa ci fa pensare che ci sia questa eventualità, che lui abbia pensato qualcosa di simile. Il fatto che si attenga agli stessi luoghi comuni, cioè abbia delle credenze o creda in cose a cui credo anch'io, questo solo mi consente di potere cogliere l'eventualità che sia possibile. Poi, rispetto alla nozione di possibile, di provabile ci sarebbe da dire moltissimo, dedicheremo una serie di incontri per queste nozioni, di possibile, di provabile, se è provabile cosa provi esattamente? Questione che ha lasciato sgomenti anche le menti più argute. Ecco, dicevo che è questo che mi consente di pensare che sia possibile: se io credo fortemente e fermamente in dio, e so che anche Alessio crede la stessa cosa, e se so che Alessio ha bestemmiato dio, allora so che Alessio ha commesso un peccato e che lui sa di avere commesso un peccato, a queste condizioni io posso dire qualcosa del genere, se crediamo le stesse cose ma credere le stesse cose non è attenersi a una serie di regole che abbiamo stabilite? Perché è interessante tutto ciò che abbiamo detto, per quale motivo?

Intervento: Wittgenstein dice che nel linguaggio aspettazione e adempimento si toccano...

Bisognerebbe controllare il testo tedesco "aspettazione", qui sembra porre l'accento su qualcosa di compiuto, "l'attesa" pone più l'accento sulla sospensione, e poi?

Intervento: Attesa e adempimento dicevo, la domanda instaura una attesa e lui sembra dire che questa attesa sia adempimento come se la domanda sia già...

Sì, certo, dire che ciò che fa nella domanda si adempie nella domanda, sì non è lontano da ciò che dicevamo prima rispetto al fatto che una domanda, come l'aspettarsi qualche cosa, questo qualche cosa che aspetta è già adempiuto di fatto nella domanda, che è un altro modo per dire che una domanda non attende nessuna risposta, non c'è risposta possibile alla domanda perché verrebbe da altrove, verrebbe da un altrove mentre ciò che indica Wittgenstein si compie nella domanda, lì nel domandare, e quindi nel linguaggio, è come dire che da fuori non c'è qualcosa che possa supportare o garantire, ma dicendo che si adempie nel domandare si pone la questione in termini più radicali, come se dicessimo che la domanda domanda se stessa, d'altra parte come potrebbe attendersi qualche cosa fuori di sé? Nel senso che ciò che domanda se è insito nella domanda non può in nessun modo venire da altrove, se l'adempimento e l'aspettazione si toccano, non c'è nessuno spazio per ciò che potrebbe eventualmente giungere come risposta da altrove, è una questione abbastanza complessa questa. Va bene ci vediamo venerdì all'Araba Fenice.

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

Corso diretto da Luciano Faioni

Testo: Wittgenstein - Libro blu e libro marrone (2)

 

28/3/1995

-(pag. 11) L'errore che possiamo fare potrebbe esprimersi così: noi cerchiamo l'uso di un segno, ma lo cerchiamo come se esso fosse un oggetto coesistente con il segno. (Una delle ragioni di quest'errore è, di nuovo, che noi cerchiamo una "cosa che corrisponda a un sostantivo") Il segno (l'enunciato) riceve la propria significanza, il proprio significato, dal sistema di segni, dal linguaggio cui appartiene. In breve: comprendere un enunciato significa comprendere un linguaggio. -

Questo è molto importante anche se può risultare quasi ovvio dopo tutte le cose che abbiamo dette. Tuttavia merita rifletterci ancora un po', perché sta dicendo questo: voi vi trovate di fronte a un enunciato, uno qualunque, magari anche vostro, perché no? Allora dice questo Wittgenstein: comprendere un enunciato è comprendere il linguaggio di cui si sta dicendo - ma evidentemente non sta dicendo che se l'enunciato è detto in italiano occorre capire l'italiano, o comunque non soltanto questo, ma soprattutto qual è l'uso, cioè qual è il gioco che in quel momento si va giocando in ciò che si dice, e non c'è altro modo in Wittgenstein per intendere quell'enunciato, dunque cosa vuol dire questo? Sembra sia una cosa molto semplice ma non lo è se ci riflettete un momento. Dunque proviamo a riflettere su questa cosa, intendere l'enunciato è intendere il linguaggio in cui avviene, il gioco in cui avviene. Ma come faccio a intendere il gioco che si sta giocando? Sembra quasi che io debba già prima avere inteso qual è il gioco per potere intendere l'enunciato, parrebbe, e quindi sapere già prima di cosa si tratta, come dire occorre che io sappia ciò di cui stai parlando per capire quello che dici. Questo è un inghippo che sorge immediatamente e che ci costringe a riflettere su che cosa comporta intendere il linguaggio, sapere il gioco che si sta giocando. Soprattutto sapere come faccio a sapere il gioco che si sta giocando, in effetti qualcuno ha avuto il destro a partire da questi enunciati per accusare Wittgenstein di una certa religiosità, il che non è propriamente, e cioè di una sfumatura mistica nella sua struttura. Ma vediamo se è proprio così. Intendere dunque un gioco che si sta giocando...(...) tuttavia non c'è da nessuna parte in Wittgenstein, nessuna indicazione su come operare questo, e cioè lascia la cosa assolutamente in sospeso, dice "intendere il gioco linguistico" o intendere il linguaggio, non dice assolutamente né che cosa intende con questo, né come questo possa avvenire e neanche se sia possibile. Questo rende più difficile parlare di misticismo di Wittgenstein, cioè occorre vedercelo proprio ma potremmo riflettere intorno a queste domande se è possibile, intanto che cosa si debba intendere con questa formulazione "intendere il linguaggio". Ciò da cui muoviamo è questo, che il linguaggio è una struttura che ci consente di riflettere intorno al linguaggio, ci consente di parlarne e quindi qualunque riflessione intorno al linguaggio avviene nel linguaggio, cioè è consentito da questa struttura. Bene, detto questo abbiamo stabilito ciò di cui non possiamo non tenere conto. E ciò di cui non possiamo non tenere conto è che intendere il linguaggio avviene "all'interno" tra virgolette, avviene attraverso il linguaggio". Allora potrebbe dire qualcuno: è il linguaggio che intende se stesso? Adesso non ci precipitiamo a rispondere a questa domanda, ma semplicemente riflettiamo su ciò di cui, come dicevo prima, su ciò di cui non possiamo non tenere conto, cioè che è attraverso il linguaggio che avviene questo intendimento, perché senza il linguaggio non potremmo intendere niente. Allora a questo punto intendere il linguaggio, stabilire ciò che il linguaggio mano a mano pone innanzi, mentre si dice, ma che cosa pone innanzi? Pone innanzi delle regole, delle strutture, dei modi. Ora intendere il linguaggio come prima rilevazione è constatare, rilevare, questa struttura, diciamo accogliere ciò che si para innanzi, come una combinazione, come associazione. Sempre tenendo presente questo aspetto, che cogliere tutto ciò, considerare tutto ciò, avviene attraverso il linguaggio, occorre sempre tenere conto di questo, viene a mancare una implicazione notevole se lo perdiamo di vista. Dunque questo, ciò che io mi trovo a dire si trova strutturato in un certo modo, ora perché si trova strutturato in un certo modo non ci riguarda, ma l'accogliamo così come accade. Ma allora? Intendere il linguaggio, intendere l'enunciato, sono la stessa cosa? Ancora una riflessione: il linguaggio in quanto tale è una cosa astratta, un'astrazione, il linguaggio è fatto di una serie di cose, c'è l'eventualità che io mi trovi di fronte non tanto al linguaggio in quanto tale, ma all'enunciato, cioè di fronte all'enunciato io constato l'esistenza del linguaggio, cioè attraverso ciò che dico, allora se Wittgenstein dice che per intendere l'enunciato occorre intendere il linguaggio, possiamo anche dargli ragione, solo che la cosa non avviene in successione cronologica, logica, come quella struttura che stiamo illustrando, cioè ho di fronte una successione di elementi, che formano un enunciato...

- Intervento: Wittgenstein parla di calcolo...

Sì, si tratta di questo, che intendere l'enunciato e intendere il linguaggio avviene simultaneamente, come dire che questo enunciato è tale perché c'è il linguaggio, ma il linguaggio non posso neanche pensarlo senza l'enunciato, ecco che allora diventa più chiaro in un certo senso, non è che sia semplicissimo, come dire... non posso intendere nulla se non mi trovo a dire, ma ciò che dico in quanto tale è preso in un linguaggio cioè nella struttura, è perché c'è questa struttura che è l'enunciato. Questo ha un'importanza capitale in ciò che andiamo facendo, questione centrale, proprio per quanto riguarda l'esperienza analitica dal momento che di fronte ad un enunciato di qualcuno, dove evidentemente non è che io capisca questo enunciato perché so qual è il linguaggio che sta usando questa persona, questa sarebbe una posizione ermeneutica, cioè so il contesto e quindi trovo un senso all'enunciato, ma in questo modo potremmo dire che ascolto un enunciato, questo enunciato è preso nel linguaggio cioè si pone per me con certe regole, con una certa struttura che è anche sintattica, che cosa so, propriamente? Che questo enunciato è preso in un linguaggio, anche e soprattutto per chi lo produce, allora e questa è la questione, non è che io so, perché so qual è la lingua che la persona parla, ma se c'è l'enunciato so che c'è il linguaggio che lo struttura. Ecco allora perché chiedo conto di questo linguaggio, chiedo conto cioè del gioco che sta giocando. Chiedo in altri termini di dirmi quale gioco sta giocando questo enunciato, non la persona, ma questo enunciato che gioco sta giocando, perché se c'è enunciato c'è linguaggio e così se c'è linguaggio c'è enunciato, è la stessa considerazione che fa De Saussure rispetto alla parole e alla langue, non c'è solo l'uno, sono uno la condizione dell'altro, sono due aspetti della stessa questione e in effetti per De Saussure il linguaggio ha queste due facce, la langue e la parole. Ecco: - Il segno (l'enunciato) riceve la propria significanza, il proprio significato da un sistema di segni dal linguaggio cui appartiene. In breve comprendere un enunciato, significa comprendere il linguaggio.- Adesso abbiamo visto come possa intendersi, senza fare riferimenti alla linguistica o a chissà quali risvolti metafisici, poi dice:

- è come parte del sistema di linguaggio che l'enunciato ha vita, ma vi è la tentazione di immaginare che ciò che da vita all'enunciato sia qualcosa in una sfera misteriosa che accompagni l'enunciato, ma qualunque cosa che accompagni l'enunciato non sarebbe per noi che un segno ulteriore, un altro segno. A prima vista ciò che da al pensiero il suo carattere peculiare sembra essere il fatto che il pensiero sia una successione di stati mentali, e cioè come il pensiero è strambo e difficile a comprendersi sembrano essere i processi che accadono nel medium della mente. Processi possibili solo in questo medium. È inevitabile il paragone del medium mentale con il protoplasma di una cellula, ad esempio di un ameba (curioso che anche Freud utilizzi questa storia dell'ameba)... ciò che nel pensiero e nel pensare ci ha colpiti, come "strano" non era affatto l'esistenza di effetti strani, che noi non sapevamo ancora spiegare casualmente, in altri termini il nostro problema era non un problema scientifico ma la confusione da noi sentita come un problema. -

- Supponiamo di cercare di costruire sulla base di ricerche psicologiche un modello della mente, un modello che spieghi l'attività della mente,(come fanno gli psicologi) questo modello farebbe parte di una teoria psicologica, in modo nel quale il modello meccanico, il modello dell'etere può far parte della teoria dell'elettricità. Tale modello, dirò incidentalmente, fa sempre parte del simbolismo di una teoria, il suo vantaggio può essere che esso si vede con solo colpo d'occhio e si ricorda facilmente. S'è detto che un modello in un certo senso rivesta la nuda teoria, che la teoria messa a nudo consti di enunciati o equazioni. Probabilmente tale modello della mente dovrà essere molto complicato ed intricato per potere spiegare le attività mentali osservate e perciò noi potremmo chiamare la mente una strana specie di medium. Ma questo strano aspetto della mente non ci interessa, i problemi che può porre sono problemi psicologici ed il metodo dell'assunzione è quello delle scienze naturali. Ora se ciò che ci interessa non sono le connessioni causali, allora le attività della mente non hanno nulla di occulto, sono a noi accessibili e quando noi ci angustiamo sulla natura del pensare, la perplessità che noi erroneamente riteniamo concernere la natura del medium è una perplessità prodotta dall'uso ingannevole, forviante del nostro linguaggio. Si tratta di una specie di errore ricorrente in filosofia ad esempio quando siamo perplessi sulla natura del tempo e quando il tempo ci appare come una cosa strana, vi è la fortissima tentazione di credere che ci siano cose nascoste, qualcosa che noi possiamo vedere dall'esterno ma nel cui interno noi non possiamo affondare lo sguardo, ma non è così, non è che noi vogliamo conoscere fatti nuovi intorno al tempo, tutti i fatti per noi rilevanti sono a noi accessibili, ciò che ci inganna è solo l'uso del sostantivo "tempo", se analizziamo la grammatica di tempo, la concezione di una divinità del tempo ci parrà non meno strana, che la concezione di una divinità di una negazione o di una disgiunzione. È allora fuorviante parlare del pensare come di una attività mentale, possiamo dire che il pensare sia essenzialmente l'attività dell'operare con segni. Questa attività è esercitata dalla mano quando pensiamo scrivendo, dalla bocca e dalla laringe quando pensiamo parlando e se noi non pensiamo immaginando segni o immagini, io non ti posso indicare una gente che pensi, e se tu dici che in tali casi la mente pensi, sia la mente a pensare, io ti replico che tu usi una metafora, qui la mente è un agente, in un altro senso, che è il senso nel quale la mano può dirsi l'agente nella scrittura.-

E ancora:

-Quando le parole nel nostro linguaggio comune hanno "prima facie" (e cioè primo aspetto, primo acchito) grammatiche analoghe, noi propendiamo ad interpretarle in modo analogo cioè cerchiamo di generalizzare l'analogia, noi diciamo il pensiero non è la stessa cosa che l'enunciato infatti l'enunciato in inglese ed in francese estremamente differenti l'uno dall'altro, possono esprimere lo stesso pensiero. Ora perché gli enunciati sono in qualche luogo noi cerchiamo un luogo per il pensiero e come se cercassimo il luogo del re, del quale parlano le regole degli scacchi in quanto posto dei vari pezzi ecc... noi diciamo indubbiamente il pensiero è qualcosa non è che esso sia nulla, e tutto quello che si può rispondere a questo è che la parola pensiero ha il suo uso che è di tutt'altro genere che l'uso della parola enunciata.-

Tutto qui, molto semplicemente. Però indica con precisione come accade di essere fuorviati, cioè di credere. Dicevamo venerdì scorso, che dicendo qualcosa questo qualcosa è appunto qualcosa, e quindi una cosa. Come in qualche modo ha intuito non solo Wittgenstein ma anche Austin, e questo ha indotto a pensare che queste cose stiano da qualche parte, in un luogo, in una sede, in uno spazio temporale. Qui Wittgenstein è molto preciso, ci disillude da una simile illusione e cioè ci dice è inutile andare a cercare fuori dalla parola ciò che altrove dalla parola non è. Come una mera illusione, ma non soltanto una illusione, anche il modo per costruirsi tutta una serie di pregiudizi, di costruzioni che di fatto impediranno l'ascolto di ciò che sta accadendo ed è questo l'aspetto meno interessante. Andare a cercare fuori da ciò che si dice il qualcosa che si dice, comporta non intendere né ascoltare nulla di ciò che si sta dicendo e quindi perdere l'occasione di rendersi conto di quanto sta avvenendo, cioè di rendersi conto di intendere il gioco che si sta giocando in ciò che si dice e quindi trovarsi nella sordità più totale, Non dà addito a dubbi qui Wittgenstein, cioè sbarazza da ogni eventualità di potere e pensare che ci sia un luogo del pensiero. Ancora Lacan andava pensando che l'Altro fosse un luogo.

Intervento:... l'uso?

Sì l'uso è il modo in cui ciascun enunciato gioca nel linguaggio, sì non è l'uso facoltativo, una facoltà, non è un utilizzo. Qui poniamo di nuovo l'accento su questioni più complesse tra quelle che andiamo svolgendo, ma torniamo alla questione iniziale, e cioè che queste asserzioni che abbiamo fatte, le abbiamo fatte nel linguaggio. Cosa comporta questo? Comporta che tutto ciò che abbiamo detto prima intorno al linguaggio non ha nessun referente fuori da ciò che sto dicendo, e non avendo nessun referente fuori da ciò che sto dicendo soltanto ciò che dico può renderne conto, da qui l'assoluta responsabilità rispetto a ciò che si dice, nessun possibile richiamo ad un eventuale "le cose stanno così" oppure "questo è cosà" o qualche cos'altro, assolutamente nessuno, è scardinata ogni possibilità, e in questo instaura una solitudine assoluta. Dire che tutte le cose che abbiamo dette fino a qui sono dette in una struttura, in un linguaggio, e pertanto possano intendersi soltanto intendendo il linguaggio comporta questo, che non hanno nessun referente fuori di sé. Comporta pensare questo, rispetto alle le cose che dite, che non avrebbero fine, dicevo che non è molto semplice considerare questo, tuttavia forse questo è il modo per praticare la responsabilità di quello che andiamo dicendo. Questo non vuol dire che se parlo con una persona e questa dice un fesseria allora sono responsabile io della sua fesseria. Cosa è una fesseria? Un enunciato che si suppone fuori dal linguaggio quindi sub specie æternitate, immutabile nel tempo, anche se, con tutte le premesse del caso, con tutte le captatio benevolentiæ che avete, cioè "questo lo penso io", oppure: "in questo momento la penso così".

e la domanda: - dov'è il pensiero stesso?- sarebbe meglio respingerla come insensata, per evitare confusioni. Se però usiamo l'espressione: - Il pensiero ha luogo nella testa -, noi abbiamo dato a quest'espressione il suo significato descrivendo l'esperienza che giustificherebbe l'ipotesi che il pensiero abbia luogo nelle nostre teste, descrivendo l'esperienza che noi vogliamo chiamare: osservare il pensiero nel nostro cervello. Noi dimentichiamo facilmente che la parola "località" (sede) è usata in molti sensi differenti, e che vi sono molte differenti specie di asserti su una cosa, che, in un caso particolare, secondo l'uso generale, noi possiamo chiamare: localizzazioni, specificazioni della località (sede) della cosa. Così dello spazio visivo si è detto che il suo luogo sia nella nostra testa; ed io penso che la tentazione di dire ciò derivi, in parte, da un fraintendimento grammaticale. Io posso dire: - Nel mio campo visivo io vedo l'immagine dell'albero a destra dell'immagine della torre - o: - Io vedo l'immagine dell'albero al centro del campo visivo -. Ed ora noi propendiamo a domandare: - E dove vedi tu il campo visivo? -. Ora, se dove è inteso a domandare una località nel senso nel quale noi abbiamo indicato la località dell'immagine dell'albero, io ti segnalo questo: tu non ha ancora dato senso a questa domanda; cioè, tu hai proceduto secondo un'analogia grammaticale senza averla adeguatamente elaborata.-

Ecco, questa è la questione centrale in Wittgenstein e anche il criterio, il metodo in parte da cui procede. In una continua precisazione che lo porta continuamente a riconsiderare, a elaborare le domande più che le risposte. Dicevo, questo che ho letto, questo ultimo passo, questo è il criterio di Wittgenstein e cioè sottolineare come si utilizzi un elemento, prima in un modo e poi in un altro, come se dovesse mantenere sempre la stessa funzione, lo stesso significato, mentre inserito in un'altra combinatoria ha tutt'altra portata, per cui se continuo ad attribuirgli sempre gli stessi significati non dico proprio niente. Ciascuna volta occorre non dare mai nulla per acquisito, e in effetti è ciò che fa Wittgenstein, non dà mai niente per acquisito, è un continuo domandare. Dice: noi continuiamo a domandare: e tu dove vedi il tuo campo visivo?... tu non ha dato senso a questa domanda; cioè tu hai proceduto secondo un'analogia grammaticale senza averla adeguatamente elaborata.-

E qui risiede per Wittgenstein l'intoppo, non soltanto di una teoria ma del pensiero in generale e di questo potremo avvalerci. Domande, appunti?

- Intervento: Nella nevrosi, nella psicosi l'idea è di fermare qualcosa che è fuori dal linguaggio, questa è la presunzione...

Quanto per esempio un analizzante chiede, qualche volta accade, "Lei ha capito cosa voglio dire?" - No, certamente no, ho ascoltato dei significanti, non ho capito assolutamente nulla di quello che ha detto, questa domanda, formulata in questi termini è una richiesta di una sorta di complicità di ciò che si è detto, come dire che il senso che colui che parla immagina debba attribuirsi a ciò che sta dicendo, chiede di essere partecipato, quindi è proprio così, ma se non ho capito nulla di quello che ha detto allora non c'è nessuna partecipazione, nessuna complicità, bisogna ricominciare daccapo. In effetti chi si trova in questa posizioni di analista, propriamente non capisce cosa si dice, e cosa accade in seguito a questo? Accade che ciò che si è detto rimane, rimane senza la soluzione. Rimane una sorta di disappunto, di disagio come se le cose dette non avessero trovato il loro giusto compimento, ma fossero rimaste lì, senza arte né parte, senza motivo, e allora sia ripetere le cose, sia andarsene via malamente evita e aggira la questione, in effetti non c'è in questo caso nessun confronto con ciò che si è detto. D'altra parte se considerate che un enunciato che avviene in una conversazione analitica è preso nel linguaggio, che lo struttura, non c'è alcuna possibilità che altri possano conoscerne l'uso o la grammatica di questo linguaggio. Per cui se chiede se ho capito: no, certamente no. Ciò che intendo tuttavia, non è propriamente niente, è un'altra cosa che non ha nulla a che fare con la comprensione di un enunciato ma con questo: con che cosa in quel momento sta giocando, di questo mi accorgo per esempio, dalla fretta in cui la persona può chiudere la questione o dal tentativo di arginare qualche cosa che sta avanzando, oppure al contrario dalla disseminazione estrema di qualche cosa rispetto a un elemento, quindi c'è qualcosa che lo questiona. L'analista fa solo questo, nient'altro.

- Intervento: Il significato non dipende dal segno in quanto tale, dal termine in quanto termine ma dal suo uso in una combinatoria, in un enunciato, non capisco come mai un termine inserito in momenti diversi, in modo diverso possa mantenere, possa costituire un problema, un ancoraggio ...come avviene che non ci si accorga dell'uso diverso?

- Intervento:...

Allora facciamo così, riformuli la questione in un modo molto preciso e martedì prossimo discuteremo di questo, perché è molto importante questa questione e merita di essere articolata. Buona notte.

 

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

 

17 APRILE 1995

 

KANT: critica della ragion pura 1°

 

 

Esercitare il pensiero in modo che ciascuno si trovi a pensare in un modo più rapido, efficace, sicuro, e sicuro proprio perché non ha nulla da temere, dunque faremo un esercizio, prenderemo un discorso di Carlo Sini e ci confronteremo con questo. Il discorso di Sini che ho scelto è la questione centrale di tutta la sua argomentazione, non perché si trovi a metà del libro, ma perché è la più importante, quella attorno a cui ruota la sua elaborazione e cioè la questione che affronta rispetto al senso, muovendo dall’idea che il bambino incominci ad avvertire o a cogliere la questione del ritmo a partire dai battiti cardiaci della madre (quando si trova dentro la pancia della madre), lì secondo Sini è possibile che il bambino percepisca questi battiti cardiaci e quindi cosa avviene secondo Sini? Avviene questo, che c’è un primo battito, ma questo battito di per sé non significa assolutamente niente finché non giunge il secondo, e allora che succede? Che è il secondo che consente di cogliere l’esistenza del primo, cioè una ripetizione, a questo punto dice lui è il terzo battito che dirà che c’è stato il primo battito, perché il secondo consente soltanto di avvertire che qualcosa si sta ripetendo, ma è soltanto con il terzo che dice “sì, c’è proprio questa ripetizione e quindi quello era il primo battito” e lo dice così, ve lo leggo:

Ciò che è presente, il secondo improprio, non è infatti nient’altro che averlo da riconoscere. Ciò che accade è che lo riconosco come il suo presupposto. Allora, questo che chiamo secondo improprio è l’apertura di una domanda, la cui risposta è nel terzo che mi dice: sì, quello che hai percepito era il secondo di un primo. Quando sono nel terzo comprendo che il secondo era originato dal primo, comprendo che il secondo era una provenienza la cui destinazione è il terzo. E allora finalmente ho il ritmo: primo, secondo, terzo (che però è ancora primo); quindi: uno, due,; uno, due. Però non lo posso scrivere così semplicemente; lo scrivo così per comodità, ma non è questo che realmente accade: accade che qui, nel secondo improprio, ho uno slancio verso il primo improprio che è un terzo, il quale diventa a sua volta un secondo improprio, uno slancio verso il primo improprio che è il terzo e così via. Così camminiamo, così respiriamo, così apriamo e chiudiamo le mani e gli occhi; attraverso questo schema riconosciamo le cose: questo schema è la traccia di tutte le tracce. /.../ Quello che c’è, dunque, non è mai l’istante, e non è mai una cosa: non ci sono cose e non ci sono istanti /.../ Non ci sono cose reali, come pensa il senso comune, lì, così e così da percepire; ciò che viene percepito è un compito. Percepire è un esercizio, percepire è uno slancio, un azzardo, un’ipotesi, una possibilità /.../ Si può dire: l’incanto del ritmo è quel tornare eternamente in dietro al principio che apre al futuro. È quel chiedersi eternamente chi era la madre per sapere chi siamo noi; o chi è il nome, come diceva Borges, chi è il dio dietro il dio. Domanda che naturalmente non si scioglie in una risposta; si scioglie nella provocazione a una nuova domanda, cioè ad un nuovo progetto, quel progetto che abita diversamente ogni presente del ritmo /.../ Non si esce dalle cose che ho detto, non c’è confutazione delle cose che ho detto (lo dico nel modo più provocatorio e quasi con orgoglio).

Ecco questo è il prologo da cui partire (Testo: L’incanto del ritmo). Allora dice in definitiva che di questi tre battiti, il primo in quanto tale non c’è, non c’è perché finché non arriva il secondo per cui riconosco che c’è un ritorno, e infatti l’ho riconosciuto perché c’è un ritorno, e diventa chiaro, consolidato al terzo colpo, di fatto prima non c’è, dice lui, ci consente di dire che di fatto ciò da cui muoviamo è soltanto una copertura, qualcosa che interroga, dunque non c’è il reale, così dice lui, come il senso comune suppone, non c’è la cosa, ma soltanto in questo movimento di ritorno, come del resto abbiamo detto in altre circostanze. Ma è proprio così? Proviamo a riflettere. Se con il secondo battito cardiaco io riconosco il primo, perché c’è una ripetizione, è proprio sicuro che questo primo non ci sia in quanto tale? Dal momento che io potrei anche dire che perché il secondo possa riconoscere il primo, come diceva lui questo ‘secondo improprio’, occorre che questo primo sia percepito. Se io non percepissi in nessun modo il primo, allora anche il secondo sarebbe un primo, il terzo un primo e così via all’infinito. Cosa fa sì che ci sia un primo rispetto al secondo, il primo di un ordine? La considerazione che mi dice che il secondo è uguale al primo, ripete il primo, ma per potere dire questo, torno a dire, lui deve avere già non solo percepito, ma isolato il primo, questo primo deve porlo come identico a sé, deve essere chiuso in sé stesso, se non fosse così, se questo primo non fosse isolato, isolabile, il secondo non ci sarebbe mai, quindi sarebbe un altro primo, che non riconoscerei nemmeno, cosa fa sì dunque che io possa riconoscere qualcosa? Chiaramente qui ci occupiamo dell’argomentazione di Sini, non che le cose avvengano o non avvengano così, chiaramente non è questo che è in gioco, ciò che avviene dentro la pancia della madre non lo sapremo mai, dunque occorre stabilire in questa argomentazione che sia assunto, oltreché possibile, che questo secondo ripeta il primo, che lo riconosca e in base a che cosa lo riconosce? Come fa a riconoscerlo? Perché questa è la questione centrale dal momento che se non ci fosse questo riconoscimento non ci sarebbe niente. C’è un passo che lui compie, c’è un evento, ce n’è un altro, e a partire da quest’altro dire che è come il primo, e poi c’è il terzo e allora a questo punto c’è l’inferenza, cioè se c’è il terzo allora quello precedente era il secondo e quello precedente al secondo era il primo. Dunque cosa mi consente di compiere questa inferenza? C’è un salto che devo fare, un salto che chiude lo iato, l’apertura che c’è tra il primo e il secondo. Se questa apertura non potessi chiuderla non potrei mai dire che questo è il secondo, e come la chiudo questa apertura? La chiudo immaginando che qualche cosa del primo si mantenga, ma qui c’è una questione complicata perché o ciò che si mantiene del primo procede, dicevamo l’altra volta, analiticamente, e quindi il due è implicito nell’uno, ma se è implicito nell’uno è come se fosse uno, in quanto ciò che procede analiticamente da un elemento rimane lo stesso, se no c’è un salto per cui nell’uno si introduce un’altra cosa. Quando dicevamo di Toulmin e delle sue implicazioni analitiche, sostanziali, dicevamo qualcosa di molto simile, che poi Kant ha in effetti comunicato in modo ancora più preciso, come dire che un’inferenza che procede analiticamente è assolutamente certa in quanto non richiede nessun salto, nessun passo che debba essere giustificato, ma allora di fatto non dice niente più di quanto dica la premessa, se deve essere una conseguenza necessaria, ma che il due segua l’uno non è affatto una conseguenza necessaria, non è il due implicito nell’uno, proprio per niente, Kant direbbe che il concetto di uno non c’è già nel due, occorre un salto. Oppure occorre un altro tipo di giudizio, non quello analitico ma quello sintetico, quello per cui si aggiunge un elemento ma c’è un salto che il giudizio analitico non compie e allora questo salto deve essere giustificato, oppure no, ma se non lo è, rimane che cosa? Un’invenzione, un’invenzione retorica e allora dire che è con il secondo che riconosco il primo è dire che cosa propriamente? Che questo riconoscimento non è il riconoscimento di qualche cosa che è nel primo, non potrebbe, se lo fosse, il primo, implicherebbe necessariamente il secondo, il che non è, non necessariamente ma arbitrariamente e comporta che è un invenzione. E allora ci troviamo di fronte almeno a due vie che possiamo prendere: o dire che il secondo battito non riconosce affatto il primo ma lo inventa, lo inventa letteralmente oppure il secondo non c’è mai. È il secondo che a questo punto è un’invenzione, così il terzo ecc., di fatto ciascuna volta è il primo, o come abbiamo detto in molte occasioni è originario, mai ripetibile e quindi in questa accezione mai riconoscibile...

- Intervento:..

Vale a dire che il primo in quanto tale non è necessariamente deducibile dal secondo, è un’invenzione, è un arbitrio, io stabilisco che al primo segue il secondo, questo direbbe Kant, e allora a questo punto occorre dire della frase con cui chiude questo capitoletto e cioè “delle cose che ho detto, non c’è confutazione...” che non è proprio esattamente così, non ci sarebbe confutazione se ponesse la cosa come un’ipotesi e l’ipotesi come è noto non è confutabile. Questo per dire che occorre sempre una certa cautela quando si fanno asserzioni apodittiche, “di questo non c’è confutazione”, e se invece lo fosse confutabile? Come in questo caso? Abbiamo confutato la questione centrale del testo di Sini, e questo per introdurre qualcosa di cui abbiamo dato l’avvio la settimana scorsa, e cioè l’implicazione, l’implicazione analitica. Kant come sapete è molto rigoroso su questo: giudizio analitico è quello che è necessario. Quale per esempio? Se dico che una cosa è un effetto, questo necessariamente comporta che ci sia una causa. Tutti gli esempi che possono addursi, che Kant addotta come giudizi analitici, naturalmente non sono inconfutabili. Tal Davide Hume per esempio si è divertito a confutarli, dicendo che anche in questo caso è soltanto l’abito, l’abitudine a pensarli in certo modo che fa credere che questa implicazione sia necessaria, e belle e fatto. Tuttavia Kant fin dall’introduzione insiste su un aspetto che è importante, e c’è qualcosa che risulta irrinunciabile e che non può togliersi, che dice che qualche cosa c’è e di cui non possiamo prescindere per continuare a parlare, e cita anche il principio del terzo escluso, di identità, solo che presta il fianco a qualunque obiezione (per esempio ho citato quella di Hume perché era contemporaneo e avevano modo di scambiarsi le loro considerazioni), perché pone la necessità nella conclusione. Qui sta l’intoppo, se la conclusione deve essere necessaria avviene un fenomeno bizzarro, per cui questa stessa conclusione posso farla procedere non tanto dalle premesse da cui segue questa conclusione, ma da altro, come fa Hume dicendo che questo non segue alle premesse necessariamente, ma semplicemente dall’abitudine a pensare in quel certo modo. Allora l’implicazione analitica offre il fianco a questa obiezione, così come il dogmatismo ha sempre fatto, ha cioè offerto il fianco allo scetticismo (Hume) il quale chiede “bene, giustifica le tue asserzioni, come puoi farlo?” e quell’altro non può rispondere altrimenti che dicendo che è necessario che sia così, ma se quell’altro non accoglie che sia necessario che sia così non ha altre argomentazioni, e la cosa va avanti da alcuni secoli. Eppure potrebbe trarsi una lezione da tutto ciò, che è questa che abbiamo accennato la volta scorsa: ciò che risulta necessaria non è la conclusione, ciò che risulta necessaria è la costruzione della proposizione in quel modo. La conclusione non è necessaria, e se una la pensa come necessaria si espone a obiezioni difficilmente confutabili. Così come avviene sempre. È lo stesso discorso avviato con la disputa sugli universali, dove ciò che sfugge è che si combatte rispetto alle conclusioni, cioè a cosa comporta il giudizio analitico o sintetico, non a come è fatto. Provate a pensare in questo modo, a una implicazione analitica semplicemente come alla costruzione di una proposizione che dice che questa proposizione per potere costruirne altre debba escludere che questa proposizione che viene affermata sia simultaneamente negata per esempio. Da questo non discende assolutamente niente, non implica assolutamente niente, nel senso che qualunque implicazione io possa fare, sia che la immagini analitica o sintetica (sostanziale come diceva Toulmin) comunque non può prescindere da questo, per la costruzione stessa della frase, e allora potremmo formularla così: se dico, se affermo “p”, affermando questo escludo necessariamente “non p”. Perché la escludo? È una questione grammaticale, per nessun altro motivo, cioè è la grammatica che lo vieta, non c’è nessun principio ontologico, nessuna morale dietro questo, solo una semplicissima regola grammaticale che è quella che mi consente di costruire una proposizione e che mi impedisce di distruggere la proposizione che ho costruita, perché se lo facessi questo non mi consentirebbe di andare da nessuna parte. Ecco allora la questione dell’implicazione analitica, che non comporta una conclusione, che non consente di concludere niente, consente soltanto la formazione di una proposizione tale per cui in seguito a questa io posso formarne un’altra. Tutto qui, semplicemente, qualunque altra cosa io possa pensare è, come direbbe Kant, un giudizio sintetico. In effetti che cosa gli obietta Hume, che anche quei giudizi analitici che lui apporta di fatto sono giudizi sintetici e quindi devono essere giustificati o, come diceva Toulmin, qualunque implicazione analitica di fatto è una implicazione sostanziale, il concetto di analitico, possiamo affermare, non implica assolutamente niente, cioè non possiamo trarre null’altro se non che esclude una direzione, ma questa non è una implicazione, è una regola grammaticale. Posta la questione in questi termini, apre a un modo assolutamente differente di pensare la questione della logica, della retorica, se volete potete porre le distinzioni che fa Kant, fra giudizio analitico e giudizio sintetico, come la distinzione fra logica e retorica, ciò che è necessario è ciò che necessariamente deve dedursi e invece ciò che si deduce arbitrariamente e quindi non necessariamente (giudizio sintetico) comporta un passo che non è giustificabile o che richiede di essere giustificato, ma questa giustificazione non la trova se non con una decisione.

- Intervento:...

La matematica è un giudizio sintetico chiaramente, sintetico a priori dice Kant, dal momento che dall’uno non è analiticamente deducibile il due; non c’è, per esempio, il concetto di uno nel due, e in questo non è analitico, è sintetico ma a priori perché non è deducibile dall’esperienza. Il fatto che sia un giudizio sintetico comporta che un passo, per cui se dall’uno non è deducibile il due come giunge questo due? Da dove arriva? Da qualcosa che si aggiunge certo, ma questa aggiunta che facciamo, non essendo necessariamente implicita nell’uno viene da qualche cosa che è altro rispetto all’uno, c’è un passo che occorre compiere, un passo che invece non c’è nel giudizio analitico. Ora perché dicevo che il giudizio sintetico a priori fa parte della retorica? Per questa distinzione che ponevo, nel senso che qualunque implicazione di qualunque tipo chiede di essere giustificata, il fatto che all’uno segua il due è giustificato dal sistema del calcolo, che è stato inventato in questo modo, un sistema... (... a priori semplicemente perché non procede dall’esperienza, certo.) un gioco che è inventato e come tale non ha nessun fondamento nell’esperienza ma trova la sua necessità non nella deduzione, non nel necessario, ma semplicemente nella regola del gioco che si è posta. Ora questo passo viene qui dalla regola del gioco, come dire che io invento un gioco e quindi mi attengo a questo, e quindi all’uno segue il due e quindi l’uno sommato all’uno fa due, così come posso stabilire altri tipi di giochi. Perché dico che è un’operazione retorica? In questo senso: intendo qui la nozione di logica propriamente come ciò che mi consente la costruzione di proposizioni che a loro volta consentono di costruirne altre, poi a questo punto il modo della costruzione, cioè quale proposizione, in quale modo io le costruirò, questo è l’aspetto retorico, cioè di volta in volta stabilisco un tipo di gioco, che è quello che fa la retorica poi in definitiva, e se pensiamo anche alla retorica antica, da Gorgia in poi, che cosa fa? Stabilisce di volta in volta delle regole con cui giocare, per cui se riesco a fare in modo che altri accolgano queste regole allora giocano il mio gioco che condurrà dove voglio io, questo è un artificio retorico... (...) le utilizza per potere giocare, anzi è noto che molti oratori si sono dati molto da fare proprio per cercare queste regole per potere utilizzare nel modo migliore...

- Intervento:...

Fino ad un certo punto interviene nel gioco l’esperienza, nel senso che laddove mi trovo per esempio di fronte a un’argomentazione, lì troverò trovo un’altra argomentazione, e questa può anche non venirmi dall’esperienza, può essere letteralmente inventata in quel momento per opporre un’argomentazione a un’altra, come d’altra parte le cose che funzionano nella prima parte della retorica e cioè l’inventio, come dire che buona parte delle questioni che si trovano si costruiscono lì sul momento a partire da ciò che avviene, se in effetti fossero definibili e racchiudibili in un codice, la retorica di fatto scomparirebbe e ci sarebbe soltanto l’esecuzione di un sistema già fatto. Ma così non è, ciascuna volta ci si trova di fronte all’imprevisto e all’imprevedibile, quindi non ha la certezza di ciò che accadrà, di volta in volta non sa che cosa l’altro dirà e dunque si trova costretto a inventare lì per lì l’argomentazione, e questo può anche non procedere dall’esperienza, perché può trovarsi di fronte a una cosa che non ha mai incontrata prima e non avere riferimenti già dati, ma costruire realmente lì in quel momento un altro gioco che per esempio spiazzi un avversario. (....) Sempre relativo al gioco che si vuole giocare, certamente.

- Intervento:...

Sono finalizzate ad ottenere il risultato, sono finalizzate per esempio a ottenere il teorema... (....) ciò che intendo con logica è soltanto ciò che consente di costruire una proposizione che non si neghi e quindi non negandosi.... (...) esatto, chiunque per costruire delle proposizioni anche matematiche deve avvalersi... Ora cosa avviene nella matematica? Cosa è avvenuto più propriamente nel tentativo di fondare la matematica? Prendiamo per esempio Peano, muove da cinque assiomi come è noto, dice che il numero è una classe, poi dice che zero è un numero (perché? è un assioma e quindi non può essere dimostrato, idee primitive) ed è esattamente la stessa cosa che dice Wittgenstein rispetto a qualunque gioco che si voglia inventare. Una regola del gioco (...) un’idea primitiva dice Peano. Questa idea proprio perché è primitiva non è dimostrabile e allora cosa è avvenuto? È avvenuto questo, che tutta la costruzione, l’impianto della matematica, la costruzione logica della matematica è stato fondata su assiomi che non sino fondabili ma presi così (...) cosa vuol dire che un sistema logico è fondato su assiomi non dimostrabili? Che si tratta propriamente di un sistema di regole che consentono a questo gioco di giocarsi, dicevo prima, ciò che dice Wittgenstein rispetto al gioco: le regole del gioco non possono essere dimostrate, si utilizzano per il gioco, così come per il fatto che muovendo in un certo modo il Re questo dia scacco matto alla Regina, questo non può essere dimostrato in quanto tale, ma si accoglie come regola del gioco. Dire che un elemento è a priori è dire questo, Kant sfiora la questione, semplicemente ciò che non può non essere accolto per potere (come dice lui giustamente) pensare, per potere parlare. Di questo possiamo dire che è a priori, in questa accezione, nel senso che è dato come elemento per poter giocare. Ora a questo punto, vengono ovviate chiaramente tutte le possibili obiezioni, comprese quelle di Hume, perché in questi termini non necessita di nessun fondamento, perché non ha nessun fondamento da nessuna parte, non lo ha e quindi non può esibirlo, ma non soltanto, impedisce addirittura che venga cercato il fondamento perché non saprebbe effettivamente dove andare a cercarlo. Questo ha una portata non indifferente rispetto a qualunque elaborazione teorica che cerchi un fondamento, come la stessa argomentazione di Sini che esponevo prima, come se cercasse un fondamento in una sorta di referente, in una sorta di necessità extralinguistica, ma ciò che abbiamo utilizzato per confutare l’argomentazione di Sini è che questo fondamento non è fuori dalla parola, il fatto che non sia fuori dalla parola toglie la possibilità stessa del fondamento in quanto tale, a meno che come fondamento si voglia intendere semplicemente l’esibizione di una regola. Dice: “devi fare così”, è un ordine, un semplice ordine che viene fornito dalla grammatica la quale mi dice che se voglio proseguire devo fare in un certo modo, se no mi fermo. Poi chiaramente ci occuperemo in un modo più dettagliato del lavoro di Kant, la questione è molto complessa, potremo dividere la sua opera in due parti... cambio cassetta

(....) è una teoretica straordinaria quella di Kant: tutto ciò che io posso dire riguarda unicamente ciò che io posso pensare di qualche cosa, ma la cosa in sé non la conoscerò mai, assolutamente mai, questo è il limite di Kant.

- Intervento: è il noumeno?

No, è la cosa in sé. Non è tanto il pensabile, quanto proprio la sostanza, l’ousia di Aristotele. (...) Lui dice questo, che ci sono degli elementi da cui muove la nostra esperienza, da questi elementi qualche cosa prende avvio, allora mettiamo insieme gli effetti, ciò che rileviamo come fenomeno, e ciò che connettiamo con il nostro pensiero è tutto ciò di cui disponiamo, ma la cosa in sé ci resta inaccessibile, non possiamo mai coglierla in quanto tale. Però come avviene anche per altri testi, ciò che ci interessa di più non è tanto cosa afferma in quanto tale ma come lo afferma, cioè in che modo, intendere come ha argomentato per sostenere le sue tesi. È l’aspetto su cui ci siamo soffermati questa sera, ché in effetti ciò che lui intende con analitico è propriamente ciò che non può non considerarsi, solo che lui lo pone come possibilità di implicazione o come implicazione necessaria e quindi sempre necessariamente valida, qualcosa che è fuori dalla parola, come dire che questa regola che noi abbiamo posta, e come pone Wittgenstein, all’interno del gioco linguistico, Kant invece la pone fuori, questo è sicuramente il limite, e lo è perché immediatamente presta il fianco a una quantità notevole di obiezioni (non solo quelle di Hume) e cioè se pone qualche cosa fuori dalla parola immediatamente avviene questo, che lì si espone a una domanda “come lo sai ?”, ma un “come lo sai” non riferito a quello a cui risponde Hume e cioè che lo so perché tutte le persone sane di mente sanno questo, ma a quali condizioni lo sai, e le condizioni sono proprio queste, cioè ciò che lui pone fuori dalla parola costituisce lo strumento necessario, indispensabile per potere parlare, che è la condizione per potere formulare delle proposizioni, quelle stesse che gli consentono di elaborare la sua analitica trascendentale, ma accorgendosi che si tratta di una regola che ha unicamente il valore di regola del gioco. Questo sicuramente toglie la possibilità della metafisica così come è sempre stata pensata, pur interessandoci moltissimo la metafisica, e ci interessa per le argomentazioni che muove, non per le conclusioni cui giunge che non ci dicono assolutamente niente, sono confutabilissime in qualunque momento, ma ci importano le argomentazioni, cioè il modo in cui la metafisica giunge a delle conclusioni. La stessa cosa possiamo dire per Kant, non le conclusioni ma il modo, la via che segue. E poi tutta la questione della cosa in sé e della teoria della conoscenza che ha avviata Kant è una cosa straordinaria, che ha aperto probabilmente la via a modi differenti di pensare, come dire che ha cominciato a porre l’accento su delle condizioni. In effetti lui muove da considerazioni che sono le stesse da cui siamo partiti noi. Si pone la questione di quale sia il metodo, il criterio per potere proseguire senza necessariamente cadere in contraddizioni immediatamente dopo, o senza partire da petizioni di principio, quindi che cosa è imprescindibile per potere pensare? Tutto sommato non è molto lontano dalle considerazioni che abbiamo fatte noi qui. Proprio agli esordi dell’introduzione (Critica della Ragion Pura):

“Non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza; da che infatti la nostra facoltà conoscitiva sarebbe altrimenti stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle o separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza? Nel tempo, nessuna conoscenza in noi precede all’esperienza, e ogni conoscenza comincia con questa. Ma sebbene ogni nostra conoscenza cominci con l’esperienza, non perciò essa deriva tutta dalla esperienza. Infatti potrebbe essere benissimo che la nostra stessa conoscenza empirica fosse un composto di ciò che noi riceviamo dalle impressioni e di ciò che la nostra propria facoltà di conoscere vi aggiunge da sé (stimolata solamente dalle impressioni sensibili); aggiunta che noi propriamente non distinguiamo bene da quella materia che ne è il fondamento, se prima un lungo esercizio non ci abbia resi attenti ad essa, e non ci abbia scaltriti alla distinzione”.

Esattamente ciò che ci ha mossi fin dall’inizio e vedremo i modi in cui argomenta e ci confronteremo con questo. E ancora:

Si tratta ora di cercare il segno, per cui ci sia dato distinguere con sicurezza una coscienza pura da una empirica. L’esperienza ci insegna in verità che qualche cosa è fatta in questo o quel modo, ma non che non possa essere altrimenti.

Bene, si tratterà di vedere se è proprio così.

 

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

 

25 APRILE 1995

 

KANT: critica della ragion pura 2°

 

Allora cominciamo subito questo scritto, cominciamo a leggere una serie di brani e vedere in che modo possiamo avvalercene. Dice nella sua prefazione :

La ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le son posti dalla natura della stessa ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. /…/… ed è un invito alla ragione di assumersi nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento, non arbitrariamente, ma secondo le sue eterne ed immutabili leggi; e questo tribunale non può essere se non la critica della ragion pura stessa. Io non intendo per essa una critica dei libri e dei sistemi, ma la critica della facoltà della ragione in generale riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare indipendentemente da ogni esperienza; quindi la decisione della possibilità o impossibilità di una metafisica in generale, e la determinazione così delle fonti, come dell’ambito e dei limiti della medesima, e tutto dedotto da principi /…/ Ora, per ciò che riguarda la certezza, mi sono imposto una legge: che cioè in questa specie di considerazioni non è permesso a nessun patto di opinare, e tutto ciò che, anche lontanamente, in esse somigliano a un’ipotesi, è merce proibita, che non può essere venduta né anche al prezzo più vile, ma, appena scoperta, deve essere sequestrata. Giacché quello che annunzia ogni conoscenza che deve valere a priori, è che essa vuol essere considerata assolutamente necessaria; tanto più una determinazione di tutte le conoscenze pure a priori, la quale deve essere l’unità di misura e perciò anche l’esempio di ogni certezza apodittica.

Poi distingue tra estetica e analitica trascendentale:

L’una riguarda gli oggetti dell’intelletto puro, e deve stabilire e spiegare la validità oggettiva dÈ suoi concetti a priori; e rientra appunto perciò essenzialmente nei miei fini. L’altra passa a considerare lo stesso intelletto puro secondo la sua possibilità e i poteri conoscitivi su cui esso si fonda. /…/ Ora, in quanto in queste deve aver parte la ragione, è necessario che in esse qualcosa sia conosciuto a priori; e la sua conoscenza si può riferire al loro oggetto in doppia maniera: o semplicemente per determinare questo e il suo concetto (che deve esser dato d’altronde), o per realizzarlo. L’una è conoscenza teoretica della ragione, l’altra pratica. /…/ Qui è proprio come per la prima idea di Copernico; il quale, vedendo che non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutto l’esercito degli astri rotasse intorno allo spettatore, cercò se non potesse riuscir meglio facendo girare l’osservatore, e lasciando invece in riposo gli astri. Ora in metafisica si può veder di fare un tentativo simile per ciò che riguarda l’intuizione degli oggetti. Se l’intuizione si deve regolare sulla natura degli oggetti, non vedo punto come si potrebbe saperne qualcosa a priori; se l’oggetto invece (in quanto oggetto del senso) si regola sulla natura della nostra facoltà intuitiva, mi posso benissimo rappresentare questa possibilità. Ma, poiché non posso arrestarmi a intuizioni di questo genere, se esse devono diventare conoscenze; e poiché è necessario che io le riferisca, in quanto rappresentazioni, a qualcosa che ne sia l’oggetto e che io determini mediante quelle; così non mi rimane che ammettere: o che i concetti, con i quali io compio questa determinazione, si regolino anche sull’oggetto, e in questo caso io non mi trovo nella stessa difficoltà, circa il modo cioè in cui possa conoscerne qualcosa a priori; oppure che gli oggetti o, ciò che è lo stesso, l’esperienza, nella quale soltanto essi sono conosciuti (in quanto oggetto dati), si regolino su questi concetti; allora io vedo subito una via d’uscita più facile, perché l’esperienza stessa è un modo di conoscenza che richiede il concorso dell’intelletto, del quale devo in me stesso la regola prima che gli oggetti mi sieno dati, e perciò a priori; e questa regola si esprime in concetti a priori, sui quali tutti gli oggetti dell’esperienza devono necessariamente regolarsi, e coi quali devono accordarsi. Per ciò che riguarda gli oggetti in quanto sono semplicemente pensati dalla ragione, ossia necessariamente, ma non possono essere dati punto nell’esperienza (almeno come la ragione li pensa), i tentativi di pensarli (devono pur potersi pensare!) forniranno quindi una eccellente pietra di paragone di quel che noi assumiamo come il mutato metodo nel modo di pensare, e cioè: che noi delle cose non conosciamo a priori, se non quello stesso che noi vi mettiamo.

Ci fermiamo qui un momento per riflettere su queste cose, per vedere in che modo e per quale via ci interessino. Dunque dice che per conoscere intanto è di un certo interesse sapere a quali condizioni conosciamo, se io mi riferisco a qualche cosa deve pure esserci un criterio che mi consenta di dire che percepisco qualche cosa, di stabilirlo, di affermarlo, tutto ciò non è per un verso molto lontano da ciò che andiamo dicendo da tempo, anche se con qualche differenza, quando ci siamo interrogati intorno alle condizioni attraverso le quali io possa interrogarmi anche sulle stesse condizioni, fare tutta questa serie di operazioni, dicevamo dunque che occorre che qualche cosa mi sia dato, mi sia dato uno strumento per potere fare tutte queste operazioni, ciò che Kant indica con “a priori” o come “analitico” è propriamente, anche se per Kant ha una accezione leggermente differente, ciò che noi indichiamo procedura del linguaggio, come ciò, diciamola così, di cui non possiamo non tenere conto per proseguire a parlare. Non si tratta per noi di fondare alcuna metafisica, né di fondare alcunché, perché se Kant avesse avuto l’occasione, come hanno avuto altri come Wittgenstein, ma non soltanto, di accorgersi che ciò che lui indicava come “a priori” in effetti non è da qualche parte nell’intelletto ma propriamente nel linguaggio, ecco che allora gli si sarebbe aperta una questione straordinaria, quella che ci consente di fare dei passi notevolissimi, anche rispetto a Kant, che già però ci ha indicato che le cose che cogliamo le cogliamo non così come sono in quanto tali, ma le cogliamo attraverso le stesse cose che noi stessi vi abbiamo poste e che magari proprio queste cogliamo, cioè soltanto le cose che vi abbiamo messe dentro. Notazione tutt’altro che marginale questa poiché ci fa riflettere su questo e cioè le cose che diciamo intorno a una qualunque cosa, che cosa ci dicono? Ci dicono questo, che noi stiamo utilizzando un sistema organizzato di regole, noto come linguaggio, e tutto ciò che possiamo dire ci è fornito da ciò che il linguaggio può dire e metterci in queste cose, niente di più. Certo, per Kant la cosa in sé esiste, ma è un’esistenza curiosa e bizzarra per lo stesso Kant tutto sommato, ché se non è possibile conoscere se non come fenomeno e mai come noumeno, allora di fatto rimane un’ipotesi, per cui posso dire che qualcosa esiste, ma a questo punto la nozione stessa di esistenza viene messa in gioco in quanto io intendo con esistenza ciò stesso che io intendo intendere con questa nozione, cioè non è un riferimento a qualche cosa che esiste di per sé nemmeno l’esistenza. Dunque per un tratto abbiamo viaggiato parallelamente a Kant cogliendo che di fatto, nel dire qualunque cosa, questo qualunque cosa che diciamo non si riferisce propriamente ad un quid, ma dice esattamente ciò che noi abbiamo messo in questo dire. Non è molto differente, se volete, ciò che affermava Wittgenstein, che per altro segue per molti aspetti Kant, e cioè ciascuno dicendo delle cose fa un certo gioco, gioca un certo gioco, Kant direbbe che trova quelle cose che lui stesso ci ha messo dentro. Ma per fare un passo ulteriore proviamo a considerare la cosa in termini più radicali, Kant già ci induce a pensare che è possibile sbarazzarsi dell’idea che le cose che si dicono abbiano un referente fuori di sé, certo Kant non ha tratto da questo tutte le considerazioni che poteva trarre, forse non aveva gli strumenti, ma non è questa la questione che ci interessa, non ci interessa sapere cosa pensasse Kant, prendiamo ciò che scrive come spunto per riflettere, se dunque ciascun elemento possiamo coglierlo come fenomeno, il modo ci si mostra e si mostra attraverso gli strumenti che noi abbiamo per definirlo, allora non c’è nulla dietro, dietro nel senso di sostegno, di una garanzia, di qualche cosa che mi dica che ciò che sto dicendo si riferisce a questo, posso solo dire che sto giocando questo gioco. Non posso dire niente più di questo e quindi ciò che io affermo come esistente, o ciò che io affermo continuamente in qualunque modo risulta una ipotiposi, una figura che abbiamo illustrata qualche tempo fa, vale a dire…

- Intervento: Ipotiposi?

L’ipotiposi dice questo, che esiste un modo per dire le cose tale per cui queste cose si vivificano, risultano presenti, risultano immediate, quasi tangibili, come dire che fornisce a qualche cosa una sorta di esistenza, ma la fornisce retoricamente…

Ma proprio in ciò consiste l’esperimento d’una controprova della verità del risultato di questo primo apprezzamento della nostra conoscenza a priori della ragione: che essa giunge solo fino ai fenomeni, mentre lascia che la cosa in sé sia bensì per se stessa reale, ma sconosciuta a noi. Giacché quel che ci spinge a uscire necessariamente dai limiti dell’esperienza e di tutti i fenomeni, è l’incondizionato, che la ragione necessariamente e a buon diritto esige nelle cose in se stesse, per tutto ciò che è condizionato, a fine di chiudere con esso la serie delle condizioni.

Qui certo c’è un ritorno della metafisica, “l’incondizionato” che sarebbe l’ultimo elemento (questo è condizione di questo che a sua volta è condizione di questo, che a sua volta è condizione di questo…ma ad un certo punto c’è l’arresto, ed è ciò che Kant chiama l’incondizionato). Prosegue:

Giacché la ragion pura speculativa ha in sé questo di peculiare, che essa può e deve misurare esattamente il suo proprio potere secondo il diverso modo col quale sceglie gli oggetti pel suo pensiero; e perfino enumerare esaurientemente tutti i differenti modi di porsi i problemi; e così, delineare tutto il disegno per un sistema di metafisica. Infatti, per ciò che concerne il primo punto, nella conoscenza a priori nulla può essere attribuito agli oggetti, all’infuori di ciò che il soggetto pensante trae da se medesimo. /…/… e non ha bisogno per ciò dei sussidi speculativi, ma solo di assicurarsi contro le loro opposizioni, per non cadere in contraddizione con se medesima.

Ecco questo risulta un aspetto essenziale, e cioè “nella conoscenza a priori nulla può essere attribuito agli oggetti, all’infuori di ciò che il soggetto pensante trae da se medesimo” sì certo, ma cosa trae da se medesimo senza aggiungere nulla che riguardi l’esperienza o altre cose? Può trarre unicamente che cosa se non ciò che può dire senza che questo dire sia contraddittorio, tant’è che lo dice poco dopo “ma solo di assicurarsi contro loro opposizioni per non cadere in contraddizione”, e da qui facendo un salto audace cosa diciamo? Che risulta necessariamente vero tutto ciò che non è autocontraddittorio. Ma vero in quale accezione? Vero non nel senso che descrive un dato di fatto o uno stato delle cose, vero nel linguaggio, vero nella parola, vero in ciò che dico, vero cioè non autocontraddittorio rispetto ad alcuni principi che non possono essere eliminati, e i principi sono quelli che abbiamo indicati già qualche tempo fa, gli stessi di Aristotele, il principio di identità, di non contraddizione e del terzo escluso, poi la questione della causa la vedremo in seguito, ma intanto questi. Dire che qualunque cosa che non sia autocontraddittoria è vera comporta una cosa straordinaria, è un altro modo di dire che le cose, le parole, non hanno nessun referente fuori di sé e che la nozione di vero qui non ha nulla a che fare con qualcosa in quanto tale che esiste di per sé o che c’è da qualche parte, è soltanto l’affermazione che qualcosa non è autocontraddittorio quindi si attiene alla regola del linguaggio, quindi una nozione di “vero” un po’ particolare, come dire che a questo punto, il “falso” in quanto ciò che è autocontraddittorio è semplicemente ciò che impedisce al discorso di proseguire. Se io dico che questo è un accendino e che questo non è un accendino simultaneamente, non dico niente, dico una cosa e poi la nego, sì posso farlo nel senso che la struttura linguistica mi consente anche questo, ma non ha nessuna portata, non mi porta da nessuna parte, letteralmente non mi indica nessuna direzione e allora potremmo aggiungere ancora questo che il vero, cioè ciò che non è autocontraddittorio, indica una direzione, semplicemente, lungo la quale è possibile proseguire, il falso no, dice che da qui non si può proseguire, nel senso che non se ne può fare niente di questa proposizione, la si formula ma non può farsene assolutamente niente, cioè si ferma, si arresta…

- Intervento: si può dire che il vero fornisce del senso?

Già, questo introduce una questione di cui per il momento non ci stiamo occupando, certo e poi c’è anche questo aspetto, l’aspetto semantico, ma per il momento ci atteniamo ad un criterio prettamente logico. Ma allora proviamo ad attenerci ad un criterio che sia prettamente analitico, cosa possiamo affermare di prettamente ed esclusivamente analitico? Che l’unica proposizione che non può essere confutata è quella che afferma se stessa, vale a dire, abbiamo detto in varie occasioni, che gli umani in quanto parlanti parlano. Questa è una proposizione analitica in quanto non dice propriamente niente, le proposizioni analitiche hanno la virtù di non dire niente, non dicendo nulla non si autocontraddicono evidentemente, però resta che non aggiunge assolutamente nulla, considera ciò che necessariamente deve essere. Per formulare questa proposizione occorre che in qualche modo io parli e quindi, se volete, anche una tautologia, una proposizione analitica non ci dice nulla di più di quanto già sappiamo, sarebbe il sillogismo scientifico di Aristotele, o la deduzione pura, perfetta, assoluta, quella che di fatto non dice assolutamente nulla se non che questo elemento è necessariamente implicito in quello da cui procede. Ora si tratta di questo, che noi ci siamo trovati a muovere da qualche cosa di cui non possiamo non tenere conto, di cui non possiamo non tenere conto per proseguire. Questo è una sorta di esercizio in cui ci siamo trovati lungo l’indagine che compiamo da un certo numero di anni, cioè tutto ciò procede da alcune considerazioni che ci dicevano che qualunque teoria che abbiamo incontrata nel corso di queste esplorazioni che stiamo facendo, muoveva da un certo numero di premesse, di principi o meglio di assiomi assolutamente arbitrari. Voi riflettete su qualunque teoria, c’è ad un certo punto, all’inizio, nell’enunciazione di questa teoria l’esigenza, la necessità di porre una sorta di atto di fede, come dire: per tutto ciò che segue occorre che tu creda questo. Può anche essere un invito soltanto, non importa quale né quanti, ma ciò che in ciascun caso si rileva è che è necessario credere che qualche cosa, che di fatto non ha di per sé alcuna giustificazione, sia vero. Una volta accolto questo elemento poi è possibile dedurre e indurre qualunque cosa, però c’è questo atto di fede originario, ora la questione da cui siamo partiti è questa: è possibile dire qualcosa senza che ci sia questo atto di fede? Era una bella domanda, a cui stiamo incominciando a rispondere muovendo, come dicevo prima, propriamente da ciò di cui non si può non tenere conto per proseguire a parlare. È una considerazione questa che muove da qualcosa di cui non possiamo non tenere conto che compie un passo (anche Kant ha posto nel suo programma questo avvio, anche se c’è qualche differenza) che ci consente di non accogliere delle cose che potrebbero non essere e in qualunque teoria che voi prendiate c’è un assioma, un principio, un assunto che afferma che le cose stanno così, ma potrebbero benissimo non essere, mentre se io affermo che gli umani parlano, potrebbe non esserlo? No, se sto parlando, perché è autocontraddittorio, cioè falso e a questo punto non vado da nessuna parte, mi arresto immediatamente, dunque è ciò di cui non si può non tenere conto per proseguire a parlare. A questo punto abbiamo uno strumento che ci consente non di costruire una teoria, perché non ha nessun fondamento in quanto non presuppone niente, assolutamente niente, semplicemente considera ciò che non può non considerare. Ora posta la questione in questi termini si tratta di procedere lungo questa via, seguendo in parte anche Kant, perché ci da qualche indicazione qua e là, adesso proviamo a vedere di aggiungerne qualcuna ecco:

Tuttavia, e questo deve sempre essere ben notato, in tutto ciò si deve far sempre questa riserva: che noi dobbiamo poter pensare gli oggetti stessi anche come cose in sé, sebbene non possiamo conoscerli. Giacché altrimenti ne seguirebbe l’assurdo che ci sarebbe un’apparenza senza qualche cosa che in essa appaia.

Ora qui si trova in un intoppo (intoppo che per altro poi risolve a modo suo), anche se così come abbiamo posta noi la questione in effetti non lo si incontra affatto dal momento che se qualche cosa appare, il fatto che appaia non ci dice propriamente assolutamente niente, non segue necessariamente un’esistenza, segue soltanto una struttura linguistica che propriamente, grammaticalmente, dice soltanto che se qualcosa appare allora c’è qualche cosa in questa apparenza, ma questo che cosa me lo dice? Me lo dice la grammatica, e la grammatica, come diceva Wittgenstein, è una cosa piuttosto bizzarra, che mi consente di fare delle implicazioni, di dire che una cosa segue ad un’altra, e che se una cosa allora quest’altra, ma già questa considerazione, cioè dire che se parlo di apparenza occorre che ci sia qualche cosa che appare potrebbe non essere così automatico. Perché? Chi lo ha stabilito? Io posso trovare questa regola nella grammatica, ma come già lui stesso notava non posso sapere nulla che non sia implicito nella grammatica, in questo senso porsi la questione in questi termini (se appare qualcosa allora c’è qualcosa) non significa assolutamente niente, significa soltanto porre una regola grammaticale. Aggiunge:

Ma sebbene ogni nostra conoscenza cominci con l’esperienza, non perciò essa deriva tutta dalla esperienza. Infatti potrebbe essere benissimo che la nostra stessa conoscenza empirica fosse un composto di ciò che noi riceviamo dalle impressioni e di ciò che la nostra propria facoltà di conoscere vi aggiunge da sé (stimolata solamente dalle impressioni sensibili); aggiunta che noi propriamente non distinguiamo bene da quella materia che ne è il fondamento, se prima un lungo esercizio non ci abbia resi attenti ad essa, e non ci abbia scaltriti alla distinzione. V’è pertanto almeno una questione, che ha bisogno ancora di essere esaminata più da vicino e che non si può sbrigare subito a prima vista: se cioè si dia una simile conoscenza, indipendente dall’esperienza e dalle stesse impressioni tutte dei sensi. Tali conoscenze son dette a priori e distinte dalle empiriche, che hanno le loro origini a posteriori, cioè nell’esperienza.

Un altro modo per rimarcare qualche cosa che può farsi effettivamente, e cioè affermare qualche cosa che è implicito unicamente da quelle regole, da quel gioco che ci consente di fare tutte queste considerazioni:

… il concetto di causa contiene così manifestamente il concetto di una necessità del legame con un effetto e di una rigorosa universalità della legge, che esso andrebbe interamente perduto, se lo si volesse derivare, come fece Hume, dal frequente associarsi di ciò che accade con ciò che precede, e da una abitudine che ne deriva (e perciò da una necessità semplicemente soggettiva) di collegare certe rappresentazioni. Si potrebbe anche , senza bisogno di simili esempi per trovare la reale esistenza di principi a priori nella nostra conoscenza, dimostrare che essi sono indispensabili per la possibilità della stessa esperienza, e quindi a priori. Perché, dove l’esperienza stessa cercherebbe mai d’attingere la sua certezza, se tutte le leggi, secondo le quali essa procede, fossero sempre empiriche e perciò contingenti; e se, per conseguenza, esse non potessero farsi valere come principi primi?/…/ Così, se togliete via dal vostro concetto empirico di ciascun oggetto, corporeo o incorporeo, tutte le proprietà che l’esperienza vi insegna, non gli potete non di meno togliere quella, per cui lo pensate come sostanza, o aderente a una sostanza (sebbene questo concetto abbia una determinazione maggiore che quello di oggetto in generale). Spinti dalla necessità con cui questo concetto vi si impone, dovete dunque convenire che esso ha la sua sede nella vostra facoltà di conoscere a priori. /…/ Ora pare in verità naturale che, appena abbandonato il terreno dell’esperienza, non si possa subito, con le conoscenze che si posseggono non si sa donde, e sul credito di principi di cui non si conosce l’origine, elevare un edifizio, senza prima essersi assicurati, con accurate ricerche, della fondazione di esso, e senza che dunque sia stata scrutata piuttosto da un pezzo la questione del come possa l’intelletto giungere a tutte queste conoscenze a priori, e quale estensione, quale validità, qual valore esse possano avere.

Se voi riflettete intorno a questo fatto semplicissimo, cioè che ciò che comunemente si chiama intelletto può pensare solo perché esiste una struttura (che è quella linguistica) che glielo consente, e che l’intelletto stesso è in prima istanza un significante avete immediatamente la possibilità di intendere come la questione che sta ponendo Kant risulta assolutamente imprescindibile, perché di fatto si chiede quali sono le condizioni per cui conosciamo, qualunque esperienza, qualunque cosa io avverta in quanto tale è comunque vincolata a una struttura che mi consente di percepirla, di vederla, di considerarla, in qualunque modo lo faccia:

In tutti i giudizi, nei quali è pensato il rapporto di un soggetto col predicato (considero qui soltanto quelli affermativi, perché poi sarà facile l’applicazione a quelli negativi), codesto rapporto è possibile in due modi. O il predicato B appartiene al soggetto A come qualcosa che è contenuto (implicitamente) in questo concetto A; o B si trova interamente al di fuori del concetto A, sebbene sia in connessione col medesimo. Nel primo caso chiamo il giudizio analitico, nel secondo sintetico.

Dunque il giudizio analitico dice semplicemente che un elemento è contenuto necessariamente in un altro, in questo non è autocontraddittorio, per cui non dice propriamente nulla, continua ad affermare le stesse cose, quello sintetico no, quello sintetico dice di qualcosa che non è necessariamente. Se volete dirla così nei termini di Kant, ciò che stiamo rilevando è qualcosa che è prettamente analitico, non ancora sintetico anche se parlando è impossibile non trovarsi a formulare giudizi sintetici, nell’accezione che dice lui, sia a priori che a posteriori, tuttavia rimane che l’elemento da cui muoviamo è ciò che necessariamente dobbiamo accogliere, perché non accoglierlo comporterebbe l’impossibilità di proseguire.

Giudizi analitici (affermativi) son dunque quelli, nei quali la connessione del predicato col soggetto vien pensata per identità; quelli invece, nei quali questa connessione vien pensata senza identità, si devono chiamare sintetici. I primi si potrebbe anche chiamarli giudizi esplicativi, gli altri estensivi; poiché quelli per mezzo del predicato nulla aggiungono al concetto del soggetto, ma solo dividono con l’analisi il concetto nei suoi concetti parziali, che erano in esso già pensati (sebbene confusamente); mentre al contrario, questi ultimi aggiungono al concetto del soggetto un predicato che in quello non era punto pensato, e non era deducibile con nessuna analisi. Se dico per esempio: tutti i corpi sono estesi, questo è un giudizio analitico: Giacché non mi occorre di uscir fuori dal concetto che io unisco alla parola corpo, per trovar legata con esso l’estensione, ma mi basta scomporre quel concetto, cioè prendere coscienza del molteplice che io comprendo sempre in esso, per ritrovarvi il predicato; questo è dunque un giudizio analitico. Invece se dico: tutti i corpi sono gravi; allora il predicato è qualcosa di affatto diverso da ciò che io penso nel semplice concetto di corpo in generale. L’aggiunta di un tale predicato ci dà perciò un giudizio sintetico.

Vi ho letto questo soltanto per precisare la questione di cui stiamo parlando rispetto al giudizio analitico. Ora prendiamo l’esempio che fa lui del corpo “se dico: tutti i corpi sono estesi, è un giudizio analitico” ora cosa me lo fa pensare? Perché pronunciando questo termine “corpo”, implicitamente parlo di estensione, anziché immaginare che questa sia un’aggiunta assolutamente arbitraria? Forse per un motivo molto semplice, forse qui Wittgenstein ci dà un suggerimento, perché direbbe lui la nozione di estensione è semplicemente implicita nell’uso che faccio del termine corpo. In questo senso è implicita, però potrei fare un altro uso di questo termine, non possiamo escluderlo necessariamente, anche se potremmo contravvenire a delle regole grammaticali, se noi potessimo pensare “corpo”, senza pensare un’estensione, allora avremmo formulato un giudizio che non è autocontraddittorio e non è analitico. Ora ciò che ce lo impedisce, se ce lo impedisce, è soltanto una questione grammaticale, vale a dire, in questo caso, più una questione di campi semantici direbbe Greimas, per cui la nozione di corpo prevede e comprende quest’altro campo di estensione, però noi possiamo pensare una nozione di corpo che non sia esteso, senza che questo comporti una contraddizione. Ciò invece che ci interessa è compiere una affermazione, di cui non possiamo in nessun affermare altro, senza che questo altro sia autocontraddittorio, e a questo risponde la proposizione che abbiamo detta prima, per cui questa dell’estensione del corpo è possibile negarla senza contraddirsi, ma se io dico che “gli umani in quanto parlanti parlano” non posso negarlo senza autocontraddirmi, perché qualunque cosa io faccia la faccio in un linguaggio e dunque confermo ciò che sto negando e pertanto l’affermarlo risulterebbe autocontraddittorio. Se volete porla in questo modo, la proposizione su cui stiamo riflettendo è ancora più analitica di quella di Kant, più necessaria. Poi passa a parlare dei giudizi sintetici, però a noi interessa soffermarci su questo aspetto particolare, cioè sul giudizio analitico, poi ci occuperemo del sintetico a priori cioè dato necessariamente, dato in modo tale per cui non possiamo fare nulla senza questo elemento, in questo senso a priori, insito in ciò stesso che utilizziamo per formulare qualsiasi proposizione, per fare, per dire, per pensare qualunque cosa, con “a priori” potremmo dire anche necessario, come ciò che non può non essere, che non può non darsi, come ciò che non può non considerarsi. Ma come proseguire a questo punto? Perché formulata la questione in questi termini si potrebbe dire: e adesso, quali riflessioni possiamo fare?

Intanto possiamo provare a vedere se possiamo dedurre analiticamente altro da tutto ciò, e cioè se ci sono altre cose di cui non possiamo non tenere conto, visto che stiamo facendo questo esercizio, giusto per tenere la mente allenata, allenata in queste sofisticherie. Una riflessione che possiamo fare è questa, che ciascuno parlando dice molte di cose, si riferisce a molte cose, ma tutto ciò a cui si riferisce non può avere un referente fuori da ciò che sta dicendo. Accennavo prima che è una questione di una portata immensa, e possiamo considerare se questa formulazione è analitica oppure no. Se ciò che si dice avesse un referente, cioè comportasse la possibilità di uscire fuori dal linguaggio, fuori dalla parola, ci sarebbe almeno un elemento che non sarebbe preso in questa struttura, ma qui di nuovo Kant ci sorregge: ma se non è preso in questa struttura con che cosa lo conosciamo? Bella questione, non ne sapremmo nulla, anche se ipotizzassimo una cosa del genere, ciò che conosciamo, ci rammenta lui continuamente, è necessariamente conosciuto attraverso quello che lui chiama giudizio a priori, cioè le regole di questo gioco, come direbbe Wittgenstein, se noi conosciamo necessariamente attraverso questo va da sé che non possiamo in nessun modo pensare che sia fuori dal linguaggio, ciò che conosciamo dunque è ciò che pensiamo, ciò che diciamo, in questo senso anche questa proposizione risulterebbe analitica. Come dire che (lasciando l’eventualità che questa sia una proposizione analitica) questa risulterebbe assolutamente necessaria (tutto ciò che si conosce è conosciuto attraverso la struttura linguistica e pertanto non c’è uscita dal linguaggio), detta in altro modo, le cose non hanno alcun referente fuori da se stesse Dunque dicevo, se questa risultasse una implicazione analitica sarebbe assolutamente necessaria. Allora come avviene che ciascuno pensa esattamente il contrario? È una questione anche questa. Cosa vuole dire pensare il contrario intanto? Usare il linguaggio in un modo particolare e cioè supponendo questo: che ciò che il linguaggio fa, produce, dice, produca cose su cui il linguaggio non può intervenire, come se (ed è questa la superstizione fondamentale) il linguaggio producesse cose che vanno fuori dal linguaggio, cioè il linguaggio non può più controllare, e queste sono tutte le affermazioni che dicono che le cose stanno così, sono così, per cui qualunque cosa si dica questa cosa rimane quella. Ma a questo punto ci interessa moltissimo intendere per quale via questo può avvenire, in buona parte abbiamo già fatto delle riflessioni intorno a questo, ma la questione è molto più ampia, più complessa di quanto abbiamo finora detto, perché se ci atteniamo a ciò che abbiamo appena stabilito come necessario, possiamo trarre da questo una serie di implicazioni che per quanto per nulla necessarie, tuttavia possiamo accogliere, dal momento che queste regole del linguaggio non ci consentono affatto di stabilire il perché delle cose, proprio per nulla, al momento in cui noi incominciamo a chiederci delle cose, il perché di qualche cosa, già compiamo un’altra operazione che non comporta più nulla di necessario in quanto tale, salvi naturalmente gli elementi o gli strumenti per fare questa affermazione ma ciò che queste affermazioni affermano, potremmo dirla così, può benissimo non tenere conto di ciò che è necessario per compiere queste affermazioni. A questa punto c’è un salto, un salto che occorre compiere per quelli che Kant chiama giudizi sintetici, o il passaggio dalla deduzione all’induzione o altre cose… Perché qualunque cosa noi potessimo mai formulare intorno al “perché mai avvenga una cosa del genere”, qualunque affermazione di questo tipo non sarà mai necessaria in nessun modo. Ecco perché il paradosso del “perché chiedersi perché” comporta sempre necessariamente un salto non giustificato ma che potremmo anche considerare necessario ma in altra accezione di necessario, in effetti ciò su cui ci stiamo interrogando è ciò che non può non ammettersi, ciò che non può non accogliersi per proseguire a parlare, e allora ecco l’introduzione (sembra inevitabile) del giudizio sintetico, ci introduce a tutta la questione complicatissima del giudizio sintetico (questione che per altro già Aristotele aveva posta) di cui però parleremo martedì prossimo, adesso se ci sono delle questioni intorno a ciò che abbiamo appena detto possiamo discutere. Dicevo che del giudizio sintetico parleremo la volta prossima perché è un discorso piuttosto complesso dal momento che a rigore di logica, chiederci il perché non ha alcun senso, allora che cosa vuol dire questa operazione del chiedersi il perché delle cose, e qui di nuovo Kant ci fornirà una serie di elementi su cui riflettere, non solo lui, perché occorrerebbe tenere conto di Aristotele a questo punto che ha detto parecchio, soprattutto nell’Organon e nella Metafisica. Di cosa parlo venerdì? L’avvenire della comunicazione. Va bene, allora proseguiremo venerdì prossimo.

 

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

 

2 maggio 1995

 

ANARCHIA: ASSENZA DI ORIGINE

 

Questa sera riflettiamo su una questione che abbiamo tratta dalla lettura di Kant: se è possibile tutto ciò che non è autocontraddittorio a maggior ragione è vero tutto ciò che non è autocontraddittorio. La questione che lui pone come fenomeno è un modo per rilevare, sia per quanto riguarda il fenomeno sia per quanto riguarda il noumeno, che di fatto si tratta di atti linguistici, di fatti linguistici. La stessa cosa in sé è un fatto linguistico, dire che è vero ciò che non è autocontraddittorio ha una portata notevolissima, come dire che il vero ha questa prerogativa, è un vero linguistico anziché un vero sostanziale o metafisico. Ricordate che la nozione di vero perlopiù è stata posta come una sorta di adeguamento (adæquatio rei et intellectus) tutto sommato, si tratti dell’essere oppure no, adeguato alla cosa di cui si dice. *Ma cominciamo qui a porre un’altra nozione di vero: vero come ciò che può dirsi, e cosa può dirsi? Tutto ciò che non è autocontraddittorio, ciò che in definitiva è possibile, e cosa distingue il possibile dal vero? Quando qualcosa che è possibile diventa vera? Potremmo dirla così, riprendendo anche Aristotele, quando ciò di cui si dice che è possibile si attua. Come dire che dalla potenza passa all’atto. È possibile che sia così, potrebbe essere, potrebbe non essere, quando è? Quando di fatto ciò di cui si enuncia la possibilità passa all’atto, cioè è attuale. Ma quando qualcosa è attuale? Questa è una bella domanda, a quali condizioni possiamo dire che qualcosa è attuale? E cosa la attualizza? Se riflettete intorno alle cose dette ultimamente, ciò per cui qualcosa è attuale è che si trovi nell’atto, ma quale atto? Quello di parola. L’atto di parola è ciò per cui ciascun elemento si trova a dirsi, a esporsi, a partecipare a ciò che si sta dicendo, cioè diventa attuale. Allora un modo per pensare ciò che diceva Aristotele intorno alla potenza e all’atto è questo: ciò che è in atto è ciò che è nell’atto di parola, è ciò che è in potenza? Non possiamo dire che non sia nell’atto di parola, se presa letteralmente questa proposizione non ha nessun senso, ma non ha nessun senso in quanto il senso stesso fa parte della parola, esiste nella parola, per cui dire che è fuori dalla parola non ha nessun senso possibile, ma dunque allora ciò che è in potenza che cos’è a questo punto propriamente? Questo: ciò che il dire implica, comporta, evoca. Per questo non è che diciamo che l’atto precede la potenza, come potrebbe sembrare, ma piuttosto che c’è una simultaneità, ma a questo punto non è ciò che è in attesa di essere detto, in definitiva in attesa di essere vero, ma quanto si produce da ciò che si dice. Però per tornare alla questione da cui siamo partiti, la questione del vero, ciò che accolgo è necessariamente tutto ciò che non è autocontraddittorio, questo, come dicevamo, comporta prettamente porre il vero in ambito linguistico, e non ce ne sono altri, e cosa comporta non avere altri riferimenti? Un altro modo di pensare la nozione di vero. *Togliete ogni adeguamento di ciò che si dice a ciò che è, adeguamento in varie forme e in vari modi, può essere adeguamento ontologico oppure programmatico oppure topico, tutto sommato è marginale tutto ciò, questo è un adeguamento, anche perché procede per aggiustamenti, fa come voglio io, però è un adeguamento, in questo non ci è spostati poi un granché dalla logica medioevale, ma se togliete questo adeguamento, c’è l’eventualità che per un verso la nozione di vero cessi di avere qualunque portata, per l’altro l’eventualità che questa nozione possa incontrare un senso. Avevamo già accennato a questa nozione, indicando che c’era allora e in parte ancora adesso, una sorta di sovrapposizione fra vero e verità, poi vedremo se è opportuno cercare di distinguere, cioè dicevamo, verità come shifter, come operatore deittico. Come qualcosa che consente di proseguire indicando che cosa? Indicando che ciò che sto dicendo è lì, è lì al momento in cui lo dico, c’è della verità in questo, che è questo ciò che sto dicendo, quindi come dire, che cosa è vero in ciò che dico? Non in riferimento, ciò che dico è vero in quanto è ciò che dico. Tutto sommato già con Kant questo adeguamento è messo in difficoltà, anche se poi lui non prosegue le sue stesse argomentazioni fino alle sue estreme conseguenze, cui si possono portare, vale a dire l’impossibilità di individuare il noumeno, che a questo punto è un altro fatto linguistico a fianco al fenomeno, né lo supporta, né lo spiega, né lo giustifica, è un altro discorso che faccio perché no? Ma non ha nessuna portata fuori dall’essere un fatto linguistico, da qui, tutta la questione poi ripresa da Austin, di cui suggerisco la lettura, cioè delle parole come fatti, gli unici fatti di cui è possibile… di cui si dice poi per altro, immaginare che una certa cosa sia una cosa in sé, è un fatto linguistico dice Austin, non è altro, o meglio questo possiamo dire, qualunque cosa pensiamo o immaginiamo è un’altra serie di atti linguistici. Allora considerare il vero in questa accezione, è un verità del considerare il vero sicuramente amorale, in prima istanza, non tanto immorale, quanto amorale, non va contro la morale, non può occuparsene, non può occuparsene quindi non può in nessun modo avere alcun riferimento ontologico a garanzia di alcunché. Ma d’altra parte non serve moltissimo, gli effetti più sorprendenti non stanno tanto nelle grandi questioni: il bene, il male, la giustizia, ma nel dire quotidiano, qui trovate gli effetti singolari, lì in effetti si gioca la questione. Ora i grandi temi la giustizia, la verità, il bene e tutte queste storie sono altrettanti fatti linguistici, di cui è possibile parlare e che indicano di fatto che cosa? Che non c’è l’ultima parola. Questo stanno ad indicare. Cioè c’è una regressio ad infinitum che dice per, così dire, chi ha la forza, il potere, l’abilità di fare fermare questa regressio al punto in cui vuole lui, a questa punto diventa l’ultima parola. Ecco la nozione di anarchia, cioè l’assenza di origine, di origine come causa, come luogo che è causa di ciò che è immaginato seguirne necessariamente. La verità così come è comunemente intesa è il luogo dell’origine, dico comunemente intesa, anche nelle accezioni apparentemente più avanzate, più lontane da quella medioevale, come approssimazione, la verità come approssimazione, approssimazione a che? Ed esattamente come per la questione della giustizia, del relativismo o del giusnaturalismo, approssimazione a una verità data come causa già stabilita, oppure una regola che si è data relativamente a ciò che comunque si ritiene essere il bene in quel momento e in quella circostanza, senza tenere conto e, anche in questo caso, stabilire qual è il bene anche rispetto ad un momento contingente, si avvale necessariamente di un criterio, di un parametro che tiene conto di un valore assoluto. Se no, dicevamo, non c’è nessun modo di saper in quale direzione si sta andando, cioè se ci si approssima oppure no all’obiettivo. Ecco come tutto ciò, si incontra lungo un itinerario come quello che stiamo facendo, itinerario intellettuale? Come si situa tutto ciò per esempio, rispetto ad una conversazione analitica? Forse lì c’è l’occasione più manifesta, per costatare che una persona che parla, dice necessariamente il vero, anche se suppone di mentire, in questo senso, che ciò che sta dicendo, non avendo alcun riferimento (adæquatio rei et intellectus) non si riferisce a cose che esistono fuori dal suo discorso, potremmo soltanto dire questo che esiste soltanto un altro discorso di chi sta parlando, a fianco, o da cui muove per fare quello che sta facendo, come dire che il referente delle sue parole, non sta in qualche cosa che sta da qualche parte, ma sta nelle cose che dice, in quel discorso, anche se il riferimento è a un altro discorso, le cose sono di fatto un altro discorso. Ora dunque ascoltare tutto ciò, è porre le condizioni perché si verifichi un fatto che è piuttosto bizzarro e che è questo, cioè una persona che si trova a parlare, si trovi nelle condizioni di accorgersi di costatare che le cose che sta dicendo, si riferiscono a loro stesse. Che cosa comporta, oltre ad un certo smarrimento iniziale? Comporta questo, soprattutto l’incontro, non tanto con l’essenza, ciò che Kant indicava come noumeno, la cosa in sé, ma quanto questo noumeno, la cosa in sé è un discorso, nel quale potremo reperire un’altra cosa in sé, cioè un altro discorso, in effetti la questione che gli umani hanno posta già da sempre si svolge con una logica straordinaria, in effetti, se pensate a questo rinvio non è altro ciò che trova Peirce rispetto alla semiotica, e cioè possiamo dire una proliferazione di cose in sé all’infinito. Una volta si faceva questo che è un’operazione molto più semplice, si opera una conversione, letteralmente, cioè mentre prima credevo questo, adesso mi accorgo che era errato e adesso credo quest’altro, però non è esattamente più questo ciò di cui ci occupiamo, cioè togliere una credenza una superstizione e mettercene un’altra, come avviene per lo più. Lo dicevamo l’altro venerdì, che generalmente si tratta di fornire un sistema dottrinale più o meno elaborato, più o meno sofisticato, più o meno articolato e intendere ciascun enunciato che viene detto attraverso questa teoria. Dunque perché no? Anzi è un sistema che funziona meravigliosamente bene, non crea nessun intoppo, nessun problema e non incontra nessun ostacolo di credibilità, diciamo che le persone sembrano particolarmente disposte a questa operazione, cioè di sostituire una religione falsa con una più vera, cioè vera, assolutamente vera. Come se si trattasse sempre e unicamente di questa e non ci fosse altra alternativa. Potrebbe sembrare in effetti, che non ci sia nessun altra alternativa in questa operazione, ed è riflettendo intorno proprio a questi aspetti, che abbiamo incominciato ad interrogarci su una questione apparentemente molto banale ma che ci ha condotti ad asserzioni non sempre altrettanto banali, cioè che non c’è uscita dal linguaggio, che le parole non hanno un referente all’infuori di sé, che è una conseguenza necessaria, se non c’è uscita dal linguaggio, il referente non può essere altrimenti che nella parola, procedendo in modo che indicavamo con Kant analitico, in accezione che indica lui, che è stata seguita e cioè non affermando per lo più, nulla che non sia già implicito nella premessa che non possiamo non accogliere necessariamente, visto che parliamo. Potremmo dirla così, un po’ schematicamente, dal momento che parlo e non posso uscire dalla parola, dunque le parole non hanno referente fuori dalla parola e quindi? E quindi tutto ciò che posso trarre, in modo tale che non sembra necessariamente questo assioma, è qualcosa che può essere e anche non essere, ma può essere o può non essere rispetto a che? (mi rendo conto di ciò che andiamo dicendo) Molto semplicemente, rispetto a ciò che le regole del linguaggio ci impongono, le regole del linguaggio impongono un certo modo, una certa forma, non il contenuto, il cosiddetto contenuto, dentro posso metterci qualunque cosa e il suo contrario in un certo senso, a patto che lo faccia in un certo modo. Dunque qualunque costruzione io possa fare, non è di per sé, né vera né falsa, ma proprio rispetto alla struttura del linguaggio, non certamente rispetto a nessun referente, fuori dalla parola, a nessuna cosa in sé. Prendete una poesia, un verso di una poesia, non è di per sé, né vera né falsa, così come una frase musicale, non è né vera, né falsa, non è sottoponibile ad un criterio verofunzionale, o meglio si potrebbe anche fare questa operazione, ma non ha nessun senso, prendete la famosissima poesia “Ed è subito sera” è vera o falsa? Non ha nessun senso. Dunque l’aspetto poetico come produzione, come ciò che si produce, potremmo essere indotti a pensare che tutto ciò che può essere costruito è poetico, può essere costruito, nel senso che ha la forma che è quella imposta dal linguaggio, con una grammatica e una sintassi imposte dalla struttura linguistica, tutto ciò che può essere costruito potremmo pensare che è quello. Ma allora subito, in effetti, si pone un quesito, in quanto tutto ciò che può essere prodotto può essere soltanto poesia, almeno…ma anche calcolo integrale, calcolo differenziale come preferite…anche questo dunque è poesia? Al di là del fatto che per molti matematici, la matematica è poesia, ma questa è una cosa soggettiva personalissima, che considerano la cosa poetica, però non da tutti è condivisa, è di una noia mortale, però anche questo non è un buon criterio di valutazione, il fatto che qualcuno si annoi oppure no. Però ecco la poesia…ma la questione che ci interessa riguarda la poesia e alcune questioni che soprattutto Jakobson ha incominciato a elaborare intorno a questo, se voi prendete il suo saggio, sulla struttura del linguaggio, vi accorgete che incomincia a parlare di poesia per scivolare mano a mano verso considerazioni sempre più ampie riscontrando la struttura del linguaggio poetico, di fatto, in ciò che si dice nelle parlate quotidiane. Ora in che senso la poesia attiene al parlato quotidiano? Per Jakobson la questione si pone in questi termini, cosa dovremmo intendere con poesia? Non soltanto evidentemente dei versi impacchettati in un certo modo, secondo un certo metro e dice lui, anche se volessimo porlo in certi termini, dovremmo accorgerci che esiste un metro anche in prosa, che ciò che si dice in modo prosastico, (prosaico è più bello) risulta non meno fornito di struttura metrica, di andamento…di ritmi che possono essere individuati, colti, e cogliersene anche le ripetizioni e poi le figure, l’icasticità, (rappresentazione viva, vivace), ecco questo è dato da che cosa? Da accostamenti, da figure retoriche, da tutto ciò che interviene a rendere più efficaci retoricamente questi versi, cioè elementi icastici o rappresentativi o anche sonoramente più interessanti, in quanto il suono stesso può essere onomatopeico oppure fare pensare a della dolcezza oppure della durezza, a seconda dei casi, ma tutto ciò è svolto o svolge tutto questo, l’aspetto prevalentemente retorico. Non so se nessuno è mai andato a Napoli al mercato del pesce, ecco lì le figure retoriche che vengono utilizzate…certe volte le poesie non raggiungono questi livelli, una quantità sterminata di figure retoriche. Una poesia? Può essere una poesia più o meno interessante, io ho letto delle poesie abominevoli, altre che invece sono delle cose interessanti, in quanto pongono delle questioni… lasciano riflettere, evocano delle situazioni, evocano delle immagini, così come la musica. Però la poesia ha questo in genere, che le si attribuisce di non servire a qualche cosa propriamente, la questione è molto discutibile, su che cosa dobbiamo intendere con utilità e quindi la questione non ci interessa minimamente, ma poniamo la questione ancora più radicalmente, prendete un aspetto più astratto, quello appunto del calcolo infinitesimale, integrale, quello che vi pare, c’è una proporzione in tutto ciò, anzi è fatto apposta, una proporzione che induce, per esempio, una dimostrazione matematica, ha indotto, anzi molti a considerarlo una cosa bella, c’è addirittura Lautreamont che dice “bello come una prova matematica”, bello proprio per la proporzione, bello in modo armonico e quasi ineluttabile, necessario in cui si svolge, perfettamente conoscibile nella sua struttura. Ora una costruzione come quella matematica, adesso non ci interessa…ci atteniamo soltanto alla struttura del discorso che può essere quello matematico, quello poetico o di altro genere, o linguistico, filosofico, che cosa fa in effetti? Produce qualche cosa che non è derivabile necessariamente dalla struttura del linguaggio, quindi produce qualche cosa che si aggiunge, poi una volta stabilito un elemento, Kant direbbe, sintetico a priori, può aggiungere tutto quello che vuole chiaramente, come dire che, proviamo a dirla in modo molto, molto semplice, l’elemento analitico a priori consente di costruire proposizioni, di pensarle anche se volete, di pensare proposizioni, un sistema sintetico a priori consente di inventare delle strutture, quello sintetico a posteriori di farci quello che ci si vuole. Quindi la costruzione, l’invenzione di una struttura che è pensabile soltanto a partire da uno schema linguistico, ora in che cosa potremmo distinguere la poesia da un calcolo numerico? Al di là dei segni che vengono utilizzati ad un certo punto, e volgere una struttura matematica in musica questa è una operazione che molti hanno fatto e stanno facendo, per esempio il compositore… ma mi verrà poi in mente… perché in effetti la stessa armonia, la stessa proporzione, chiamiamola così, che esiste nel calcolo numerico, viene utilizzata nella composizione musicale…d’altra parte sembra e poi se non lo è, non ha nessuna importanza, che i testi antichi, greci soprattutto, fossero scritti in metrica per poter essere cantati, quindi per essere musicati, anzi erano già di per sé musicati, perché si pensava già allora, che unire la parola alla musica avesse maggiore valore….poi la musica, la musica c’è già nella parola, pensate ad un discorso che ascoltate, può produrre una musica sgradevole, può produrre una musica gradevolissima, può essere un discorso che incanta, che incanta neanche forse tanto per il contenuto, per ciò che dice in quanto tale, ma per il modo che viene detto, da qui tutta l’invenzione oratoria, sapete che i retori imparavano il testo a memoria per poter essere liberi di declamarlo nel modo migliore, senza essere impegnati a pensare a quello che stavano dicendo, che distrae evidentemente e quindi dare una musica, una musicalità …ma questo appena per dire che coloro che sapevano parlare avevano una possibilità, un maggiore ascolto erano gli oratore, che si distinguevano dagli idiotai, da coloro che non avevano l’arte della parola, per questo idiota è la persona che non sa esprimersi, anche se questi erano talvolta anche magistrati, però senza l’arte della parola, che invece contraddistingueva gli oratores. Dunque ecco la produzione, cosa può prodursi? qualunque cosa naturalmente, qual è la condizione per potere produrre? Ecco ciò che Kant chiama analitico a priori, vale a dire uno strumento, senza il quale non è possibile produrre né pensare alcunché, ma produrre che cosa? Qualunque cosa, perché una cosa dovrebbe essere o avere miglior titolo di un’altra? Ecco dicevo perché attribuire ad una cosa una dignità o un valore maggiore? Consideriamo soltanto ciò che si produce, ciò che è possibile produrre, CAMBIO CASSETTA Noi ci siamo occupati fino all’altro giorno di accennare, veramente non è che il discorso si esaurisca in questi termini, di accennare alle condizioni e ci siamo avvalsi di Kant per aggiungere qualche cosa, per riflettere ulteriormente sulle condizioni perché qualcosa possa prodursi, ora occorre che ci occupiamo appunto di ciò che si produce, il giudizio sintetico, quello che compie la sintesi, sintetizza e cioè che inventa poi, per altri aspetti, la sintesi qui è un po’ differente da quella di Hegel, che inventa, e come è possibile questo? Come è possibile inventare? Questa è una bella questione che sembra che le cose che si inventano vengano dal nulla, in un certo senso, vengono dal nulla, cioè nel senso che non sono deducibili da ciò che precede, come la nozione di abduzione in Peirce. Peirce distingue tra deduzione e induzione e poi questa terza inferenza, l’abduzione, per cui da due elementi se ne trae un terzo che però non è né deducibile, né inducibile dai primi due così sorge la stessa questione che pone Freud rispetto all’associazione libera, cosiddetta, anche se poi è possibile chiaramente costruire un discorso che giustifica per esempio, una certa connessione, ma è un altro discorso, non è propriamente la causa. Dunque ecco, se tutto ciò che abbiamo detto fino ad oggi ha qualche portata, questa possibilità occorre che la cerchiamo lì, dove non potrebbe non essere, e cioè nell’atto della parola, cioè tra le cose che avvengono nell’atto di parola. Perché se voi riflettete, l’aspetto analitico ci consente soltanto di pensare, ci dice qual è la condizione, ma niente più di questo. Una volta posta la condizione, il linguaggio è avviato. Cioè cosa lo avvia? Questa è una questione difficile da intendersi, dal momento che l’aspetto analitico di fatto non consentirebbe nessun avvio, almeno apparentemente per quanto se noi diciamo che gli umani parlano, compiamo una operazione già di per sé complicatissima, pur affermando una considerazione apertamente analitica, ma non soltanto, in questo daremmo ragione a Toulmin il quale afferma che non c’è implicazione, inferenza analitica che non comporti una, lui la chiama sostanziale, kantiana ma sintetica; perché non potrebbe? (dice lui) perché quella analitica si arresta immediatamente. Si arresta nel senso che già l’operazione avviene dove uno parla e quindi non c’è referente fuori dalla parola, non c’è uscita dal linguaggio, comporta un ulteriore elemento, cioè non soltanto, una struttura che mi consente di parlare, ma che non consente di compiere inferenze, perché è lo stesso intoppo che trova Kant in questo passaggio che non è in nessun modo giustificabile. Come dunque procedere? Non giustificarlo giustamente, ma renderlo possibile in termini teorici, e riflettendo su questo cioè di che cosa si tratta in questo passaggio, questo salto, per cui da una cosa se ne implica un’altra, qui la linguistica e la semiotica forse ci danno un aiuto. Possiamo cominciare a porre la questione in questo modo, visto che difficilmente lo risolveremo questa sera, anche perché se no, le sere successive non sappiamo come passarle, resta un pezzo anche per dopo. Cosa ci dice la linguistica? E forse più ancora la semiotica? Già da Morris, Charles Morris, ma già da Peirce in definitiva, che ciascun elemento linguistico, noto come semiotico è infinito, è infinito in quanto è segno per qualcuno, che a sua volta è segno, certo tutto questo è un registro molto differente, molto avanzato rispetto alle cose banali che dicevamo prima. Tuttavia occorre che troviamo qualche cosa nell’implicazione analitica che renda necessario questo salto, credevo avesse qualche suggerimento, nessuno ha qualche suggerimento? Devo fare sempre tutto da solo. Consideriamo allora di nuovo la formulazione analitica “gli umani parlano”, analitica in quanto necessaria, e assolutamente non confutabile, a priori, in quanto indicavamo l’altra volta questa accezione necessaria rispetto alla struttura del linguaggio. Dunque dicevamo gli umani parlano, c’è un salto in tutto ciò necessario? Perché, ciò intorno a cui ci stiamo interrogando è questo, se è necessario ciò che per definizione non è necessario. Che è una bella domanda, eppure

- Intervento: necessario?

Il salto, questo salto tra, per esempio, fra ciò che è necessario e ciò che non lo è, fra la deduzione e l’induzione, per esempio, o tra la premessa maggiore e la conclusione, comporta sempre un salto che non è giustificabile, se l’inferenza non è analitica, non dice niente cioè continua a ripetere lo stesso assioma principale, famosa “tutti gli animali sono mortali, Socrate è un animale, Socrate è mortale” ma la conclusione è già implicita nell’assioma di partenza, che fosse mortale, proprio in quanto animale. Ecco considerate quest’altra formulazione, che non è un sillogismo ma una considerazione, cioè che gli “umani parlano” che nel darsi afferma proprio ciò stesso che fa, una formulazione performativa, che fa ciò che dice, apparentemente non c’è nessun salto non giustificato in tutto ciò, però forse è il caso di riflettere ancora su questa nozione di salto, cioè questo passaggio che non è giustificato, in quanto comporta un aggiunta che non è presente nella premessa….Se apparentemente tutto è necessario, cosa invece non lo risulta? La struttura sintattica? Questa è necessaria, e anche quella frastica, e allora potremmo dirla così: come sempre avviene quando sorge un problema che apparentemente non ha soluzione, è perché è mal formulato, come ho sempre riscontrato

- Intervento:…

Sì, cosa dunque è necessario? È necessario ciò che non può più considerarsi nella parola, perché la parola esista, che la parola si dia, dunque attenendoci a questa nozione, se l’implicazione analitica che è necessaria, necessariamente si arresta, cosa impedisce che non si arresti? Faccia così, lei provi ad aggiungere un elemento, uno qualunque, questo elemento risulta (come direbbe Kant) necessario, ma non deducibile, se preferisce sintetico a priori, e perché fa questa operazione? Proprio perché ha compiuta l’inferenza analitica, che la costringe a fare questo e adesso spiego il perché, perché l’inferenza analitica costruisce la possibilità, la pensabilità stessa del linguaggio, quale linguaggio? Qual è il linguaggio che la riflessione chiamiamola così analitica comporta, di quale linguaggio si tratta? Del linguaggio….(…) che proprio per il fatto che rende possibile il linguaggio, occorre che lo costruisca, e come potrebbe costruirlo? Se si arrestasse istantaneamente, non potrebbe farlo, come dire che tutto si arresterebbe lì, ma se dunque c’è questa costruzione, allora questa costruzione è necessaria e potremmo dire a questo punto, anche se poi si tratterà di elaborare in termini precisi, adesso vogliamo soltanto dare delle tracce una direzione, che la costruzione di questo linguaggio è implicita nella implicazione analitica, se riflettendo intorno a questo riusciamo a stabilire, e ad affermare in termini analitici, la necessità di questa implicazione, allora abbiamo effettivamente dissolto il problema, mostrando come è necessario che una implicazione, una riflessione analitica, necessariamente per esistere, deve comportare ciò stesso che inventa, in questo caso per dirla così in modo molto rozzo: il salto diventa necessario, per potere proseguire e in questo senso è implicito nella implicazione analitica, e in quanto implicito deducibile, non derivabile, deducibile proprio nell’accezione della deduzione kantiana. Ecco questo è il lavoro su cui rifletteremo in questi giorni in attesa che giunga il martedì successivo. Intanto se qualcuno vuole dare un contributo per riflettere in questi giorni, contributo analitico, sintetico a vostro piacere, deduzione, induzione, anche abduzione sono accolte…in questo senso, diremmo così, il giudizio sintetico è deducibile ma non derivabile, e avremo modo di sbizzarrirci nella distinzione della deducibilità e derivabilità, in parte un accenno è stato fatto, ma occorre distinguere con maggiore precisione…

 

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

 

2 maggio 1995

 

ANARCHIA: ASSENZA DI ORIGINE

 

Questa sera riflettiamo su una questione che abbiamo tratta dalla lettura di Kant: se è possibile tutto ciò che non è autocontraddittorio a maggior ragione è vero tutto ciò che non è autocontraddittorio. La questione che lui pone come fenomeno è un modo per rilevare, sia per quanto riguarda il fenomeno sia per quanto riguarda il noumeno, che di fatto si tratta di atti linguistici, di fatti linguistici. La stessa cosa in sé è un fatto linguistico, dire che è vero ciò che non è autocontraddittorio ha una portata notevolissima, come dire che il vero ha questa prerogativa, è un vero linguistico anziché un vero sostanziale o metafisico. Ricordate che la nozione di vero perlopiù è stata posta come una sorta di adeguamento (adæquatio rei et intellectus) tutto sommato, si tratti dell’essere oppure no, adeguato alla cosa di cui si dice. *Ma cominciamo qui a porre un’altra nozione di vero: vero come ciò che può dirsi, e cosa può dirsi? Tutto ciò che non è autocontraddittorio, ciò che in definitiva è possibile, e cosa distingue il possibile dal vero? Quando qualcosa che è possibile diventa vera? Potremmo dirla così, riprendendo anche Aristotele, quando ciò di cui si dice che è possibile si attua. Come dire che dalla potenza passa all’atto. È possibile che sia così, potrebbe essere, potrebbe non essere, quando è? Quando di fatto ciò di cui si enuncia la possibilità passa all’atto, cioè è attuale. Ma quando qualcosa è attuale? Questa è una bella domanda, a quali condizioni possiamo dire che qualcosa è attuale? E cosa la attualizza? Se riflettete intorno alle cose dette ultimamente, ciò per cui qualcosa è attuale è che si trovi nell’atto, ma quale atto? Quello di parola. L’atto di parola è ciò per cui ciascun elemento si trova a dirsi, a esporsi, a partecipare a ciò che si sta dicendo, cioè diventa attuale. Allora un modo per pensare ciò che diceva Aristotele intorno alla potenza e all’atto è questo: ciò che è in atto è ciò che è nell’atto di parola, è ciò che è in potenza? Non possiamo dire che non sia nell’atto di parola, se presa letteralmente questa proposizione non ha nessun senso, ma non ha nessun senso in quanto il senso stesso fa parte della parola, esiste nella parola, per cui dire che è fuori dalla parola non ha nessun senso possibile, ma dunque allora ciò che è in potenza che cos’è a questo punto propriamente? Questo: ciò che il dire implica, comporta, evoca. Per questo non è che diciamo che l’atto precede la potenza, come potrebbe sembrare, ma piuttosto che c’è una simultaneità, ma a questo punto non è ciò che è in attesa di essere detto, in definitiva in attesa di essere vero, ma quanto si produce da ciò che si dice. Però per tornare alla questione da cui siamo partiti, la questione del vero, ciò che accolgo è necessariamente tutto ciò che non è autocontraddittorio, questo, come dicevamo, comporta prettamente porre il vero in ambito linguistico, e non ce ne sono altri, e cosa comporta non avere altri riferimenti? Un altro modo di pensare la nozione di vero. *Togliete ogni adeguamento di ciò che si dice a ciò che è, adeguamento in varie forme e in vari modi, può essere adeguamento ontologico oppure programmatico oppure topico, tutto sommato è marginale tutto ciò, questo è un adeguamento, anche perché procede per aggiustamenti, fa come voglio io, però è un adeguamento, in questo non ci è spostati poi un granché dalla logica medioevale, ma se togliete questo adeguamento, c’è l’eventualità che per un verso la nozione di vero cessi di avere qualunque portata, per l’altro l’eventualità che questa nozione possa incontrare un senso. Avevamo già accennato a questa nozione, indicando che c’era allora e in parte ancora adesso, una sorta di sovrapposizione fra vero e verità, poi vedremo se è opportuno cercare di distinguere, cioè dicevamo, verità come shifter, come operatore deittico. Come qualcosa che consente di proseguire indicando che cosa? Indicando che ciò che sto dicendo è lì, è lì al momento in cui lo dico, c’è della verità in questo, che è questo ciò che sto dicendo, quindi come dire, che cosa è vero in ciò che dico? Non in riferimento, ciò che dico è vero in quanto è ciò che dico. Tutto sommato già con Kant questo adeguamento è messo in difficoltà, anche se poi lui non prosegue le sue stesse argomentazioni fino alle sue estreme conseguenze, cui si possono portare, vale a dire l’impossibilità di individuare il noumeno, che a questo punto è un altro fatto linguistico a fianco al fenomeno, né lo supporta, né lo spiega, né lo giustifica, è un altro discorso che faccio perché no? Ma non ha nessuna portata fuori dall’essere un fatto linguistico, da qui, tutta la questione poi ripresa da Austin, di cui suggerisco la lettura, cioè delle parole come fatti, gli unici fatti di cui è possibile… di cui si dice poi per altro, immaginare che una certa cosa sia una cosa in sé, è un fatto linguistico dice Austin, non è altro, o meglio questo possiamo dire, qualunque cosa pensiamo o immaginiamo è un’altra serie di atti linguistici. Allora considerare il vero in questa accezione, è un verità del considerare il vero sicuramente amorale, in prima istanza, non tanto immorale, quanto amorale, non va contro la morale, non può occuparsene, non può occuparsene quindi non può in nessun modo avere alcun riferimento ontologico a garanzia di alcunché. Ma d’altra parte non serve moltissimo, gli effetti più sorprendenti non stanno tanto nelle grandi questioni: il bene, il male, la giustizia, ma nel dire quotidiano, qui trovate gli effetti singolari, lì in effetti si gioca la questione. Ora i grandi temi la giustizia, la verità, il bene e tutte queste storie sono altrettanti fatti linguistici, di cui è possibile parlare e che indicano di fatto che cosa? Che non c’è l’ultima parola. Questo stanno ad indicare. Cioè c’è una regressio ad infinitum che dice per, così dire, chi ha la forza, il potere, l’abilità di fare fermare questa regressio al punto in cui vuole lui, a questa punto diventa l’ultima parola. Ecco la nozione di anarchia, cioè l’assenza di origine, di origine come causa, come luogo che è causa di ciò che è immaginato seguirne necessariamente. La verità così come è comunemente intesa è il luogo dell’origine, dico comunemente intesa, anche nelle accezioni apparentemente più avanzate, più lontane da quella medioevale, come approssimazione, la verità come approssimazione, approssimazione a che? Ed esattamente come per la questione della giustizia, del relativismo o del giusnaturalismo, approssimazione a una verità data come causa già stabilita, oppure una regola che si è data relativamente a ciò che comunque si ritiene essere il bene in quel momento e in quella circostanza, senza tenere conto e, anche in questo caso, stabilire qual è il bene anche rispetto ad un momento contingente, si avvale necessariamente di un criterio, di un parametro che tiene conto di un valore assoluto. Se no, dicevamo, non c’è nessun modo di saper in quale direzione si sta andando, cioè se ci si approssima oppure no all’obiettivo. Ecco come tutto ciò, si incontra lungo un itinerario come quello che stiamo facendo, itinerario intellettuale? Come si situa tutto ciò per esempio, rispetto ad una conversazione analitica? Forse lì c’è l’occasione più manifesta, per costatare che una persona che parla, dice necessariamente il vero, anche se suppone di mentire, in questo senso, che ciò che sta dicendo, non avendo alcun riferimento (adæquatio rei et intellectus) non si riferisce a cose che esistono fuori dal suo discorso, potremmo soltanto dire questo che esiste soltanto un altro discorso di chi sta parlando, a fianco, o da cui muove per fare quello che sta facendo, come dire che il referente delle sue parole, non sta in qualche cosa che sta da qualche parte, ma sta nelle cose che dice, in quel discorso, anche se il riferimento è a un altro discorso, le cose sono di fatto un altro discorso. Ora dunque ascoltare tutto ciò, è porre le condizioni perché si verifichi un fatto che è piuttosto bizzarro e che è questo, cioè una persona che si trova a parlare, si trovi nelle condizioni di accorgersi di costatare che le cose che sta dicendo, si riferiscono a loro stesse. Che cosa comporta, oltre ad un certo smarrimento iniziale? Comporta questo, soprattutto l’incontro, non tanto con l’essenza, ciò che Kant indicava come noumeno, la cosa in sé, ma quanto questo noumeno, la cosa in sé è un discorso, nel quale potremo reperire un’altra cosa in sé, cioè un altro discorso, in effetti la questione che gli umani hanno posta già da sempre si svolge con una logica straordinaria, in effetti, se pensate a questo rinvio non è altro ciò che trova Peirce rispetto alla semiotica, e cioè possiamo dire una proliferazione di cose in sé all’infinito. Una volta si faceva questo che è un’operazione molto più semplice, si opera una conversione, letteralmente, cioè mentre prima credevo questo, adesso mi accorgo che era errato e adesso credo quest’altro, però non è esattamente più questo ciò di cui ci occupiamo, cioè togliere una credenza una superstizione e mettercene un’altra, come avviene per lo più. Lo dicevamo l’altro venerdì, che generalmente si tratta di fornire un sistema dottrinale più o meno elaborato, più o meno sofisticato, più o meno articolato e intendere ciascun enunciato che viene detto attraverso questa teoria. Dunque perché no? Anzi è un sistema che funziona meravigliosamente bene, non crea nessun intoppo, nessun problema e non incontra nessun ostacolo di credibilità, diciamo che le persone sembrano particolarmente disposte a questa operazione, cioè di sostituire una religione falsa con una più vera, cioè vera, assolutamente vera. Come se si trattasse sempre e unicamente di questa e non ci fosse altra alternativa. Potrebbe sembrare in effetti, che non ci sia nessun altra alternativa in questa operazione, ed è riflettendo intorno proprio a questi aspetti, che abbiamo incominciato ad interrogarci su una questione apparentemente molto banale ma che ci ha condotti ad asserzioni non sempre altrettanto banali, cioè che non c’è uscita dal linguaggio, che le parole non hanno un referente all’infuori di sé, che è una conseguenza necessaria, se non c’è uscita dal linguaggio, il referente non può essere altrimenti che nella parola, procedendo in modo che indicavamo con Kant analitico, in accezione che indica lui, che è stata seguita e cioè non affermando per lo più, nulla che non sia già implicito nella premessa che non possiamo non accogliere necessariamente, visto che parliamo. Potremmo dirla così, un po’ schematicamente, dal momento che parlo e non posso uscire dalla parola, dunque le parole non hanno referente fuori dalla parola e quindi? E quindi tutto ciò che posso trarre, in modo tale che non sembra necessariamente questo assioma, è qualcosa che può essere e anche non essere, ma può essere o può non essere rispetto a che? (mi rendo conto di ciò che andiamo dicendo) Molto semplicemente, rispetto a ciò che le regole del linguaggio ci impongono, le regole del linguaggio impongono un certo modo, una certa forma, non il contenuto, il cosiddetto contenuto, dentro posso metterci qualunque cosa e il suo contrario in un certo senso, a patto che lo faccia in un certo modo. Dunque qualunque costruzione io possa fare, non è di per sé, né vera né falsa, ma proprio rispetto alla struttura del linguaggio, non certamente rispetto a nessun referente, fuori dalla parola, a nessuna cosa in sé. Prendete una poesia, un verso di una poesia, non è di per sé, né vera né falsa, così come una frase musicale, non è né vera, né falsa, non è sottoponibile ad un criterio verofunzionale, o meglio si potrebbe anche fare questa operazione, ma non ha nessun senso, prendete la famosissima poesia “Ed è subito sera” è vera o falsa? Non ha nessun senso. Dunque l’aspetto poetico come produzione, come ciò che si produce, potremmo essere indotti a pensare che tutto ciò che può essere costruito è poetico, può essere costruito, nel senso che ha la forma che è quella imposta dal linguaggio, con una grammatica e una sintassi imposte dalla struttura linguistica, tutto ciò che può essere costruito potremmo pensare che è quello. Ma allora subito, in effetti, si pone un quesito, in quanto tutto ciò che può essere prodotto può essere soltanto poesia, almeno…ma anche calcolo integrale, calcolo differenziale come preferite…anche questo dunque è poesia? Al di là del fatto che per molti matematici, la matematica è poesia, ma questa è una cosa soggettiva personalissima, che considerano la cosa poetica, però non da tutti è condivisa, è di una noia mortale, però anche questo non è un buon criterio di valutazione, il fatto che qualcuno si annoi oppure no. Però ecco la poesia…ma la questione che ci interessa riguarda la poesia e alcune questioni che soprattutto Jakobson ha incominciato a elaborare intorno a questo, se voi prendete il suo saggio, sulla struttura del linguaggio, vi accorgete che incomincia a parlare di poesia per scivolare mano a mano verso considerazioni sempre più ampie riscontrando la struttura del linguaggio poetico, di fatto, in ciò che si dice nelle parlate quotidiane. Ora in che senso la poesia attiene al parlato quotidiano? Per Jakobson la questione si pone in questi termini, cosa dovremmo intendere con poesia? Non soltanto evidentemente dei versi impacchettati in un certo modo, secondo un certo metro e dice lui, anche se volessimo porlo in certi termini, dovremmo accorgerci che esiste un metro anche in prosa, che ciò che si dice in modo prosastico, (prosaico è più bello) risulta non meno fornito di struttura metrica, di andamento…di ritmi che possono essere individuati, colti, e cogliersene anche le ripetizioni e poi le figure, l’icasticità, (rappresentazione viva, vivace), ecco questo è dato da che cosa? Da accostamenti, da figure retoriche, da tutto ciò che interviene a rendere più efficaci retoricamente questi versi, cioè elementi icastici o rappresentativi o anche sonoramente più interessanti, in quanto il suono stesso può essere onomatopeico oppure fare pensare a della dolcezza oppure della durezza, a seconda dei casi, ma tutto ciò è svolto o svolge tutto questo, l’aspetto prevalentemente retorico. Non so se nessuno è mai andato a Napoli al mercato del pesce, ecco lì le figure retoriche che vengono utilizzate…certe volte le poesie non raggiungono questi livelli, una quantità sterminata di figure retoriche. Una poesia? Può essere una poesia più o meno interessante, io ho letto delle poesie abominevoli, altre che invece sono delle cose interessanti, in quanto pongono delle questioni… lasciano riflettere, evocano delle situazioni, evocano delle immagini, così come la musica. Però la poesia ha questo in genere, che le si attribuisce di non servire a qualche cosa propriamente, la questione è molto discutibile, su che cosa dobbiamo intendere con utilità e quindi la questione non ci interessa minimamente, ma poniamo la questione ancora più radicalmente, prendete un aspetto più astratto, quello appunto del calcolo infinitesimale, integrale, quello che vi pare, c’è una proporzione in tutto ciò, anzi è fatto apposta, una proporzione che induce, per esempio, una dimostrazione matematica, ha indotto, anzi molti a considerarlo una cosa bella, c’è addirittura Lautreamont che dice “bello come una prova matematica”, bello proprio per la proporzione, bello in modo armonico e quasi ineluttabile, necessario in cui si svolge, perfettamente conoscibile nella sua struttura. Ora una costruzione come quella matematica, adesso non ci interessa…ci atteniamo soltanto alla struttura del discorso che può essere quello matematico, quello poetico o di altro genere, o linguistico, filosofico, che cosa fa in effetti? Produce qualche cosa che non è derivabile necessariamente dalla struttura del linguaggio, quindi produce qualche cosa che si aggiunge, poi una volta stabilito un elemento, Kant direbbe, sintetico a priori, può aggiungere tutto quello che vuole chiaramente, come dire che, proviamo a dirla in modo molto, molto semplice, l’elemento analitico a priori consente di costruire proposizioni, di pensarle anche se volete, di pensare proposizioni, un sistema sintetico a priori consente di inventare delle strutture, quello sintetico a posteriori di farci quello che ci si vuole. Quindi la costruzione, l’invenzione di una struttura che è pensabile soltanto a partire da uno schema linguistico, ora in che cosa potremmo distinguere la poesia da un calcolo numerico? Al di là dei segni che vengono utilizzati ad un certo punto, e volgere una struttura matematica in musica questa è una operazione che molti hanno fatto e stanno facendo, per esempio il compositore… ma mi verrà poi in mente… perché in effetti la stessa armonia, la stessa proporzione, chiamiamola così, che esiste nel calcolo numerico, viene utilizzata nella composizione musicale…d’altra parte sembra e poi se non lo è, non ha nessuna importanza, che i testi antichi, greci soprattutto, fossero scritti in metrica per poter essere cantati, quindi per essere musicati, anzi erano già di per sé musicati, perché si pensava già allora, che unire la parola alla musica avesse maggiore valore….poi la musica, la musica c’è già nella parola, pensate ad un discorso che ascoltate, può produrre una musica sgradevole, può produrre una musica gradevolissima, può essere un discorso che incanta, che incanta neanche forse tanto per il contenuto, per ciò che dice in quanto tale, ma per il modo che viene detto, da qui tutta l’invenzione oratoria, sapete che i retori imparavano il testo a memoria per poter essere liberi di declamarlo nel modo migliore, senza essere impegnati a pensare a quello che stavano dicendo, che distrae evidentemente e quindi dare una musica, una musicalità …ma questo appena per dire che coloro che sapevano parlare avevano una possibilità, un maggiore ascolto erano gli oratore, che si distinguevano dagli idiotai, da coloro che non avevano l’arte della parola, per questo idiota è la persona che non sa esprimersi, anche se questi erano talvolta anche magistrati, però senza l’arte della parola, che invece contraddistingueva gli oratores. Dunque ecco la produzione, cosa può prodursi? qualunque cosa naturalmente, qual è la condizione per potere produrre? Ecco ciò che Kant chiama analitico a priori, vale a dire uno strumento, senza il quale non è possibile produrre né pensare alcunché, ma produrre che cosa? Qualunque cosa, perché una cosa dovrebbe essere o avere miglior titolo di un’altra? Ecco dicevo perché attribuire ad una cosa una dignità o un valore maggiore? Consideriamo soltanto ciò che si produce, ciò che è possibile produrre, CAMBIO CASSETTA Noi ci siamo occupati fino all’altro giorno di accennare, veramente non è che il discorso si esaurisca in questi termini, di accennare alle condizioni e ci siamo avvalsi di Kant per aggiungere qualche cosa, per riflettere ulteriormente sulle condizioni perché qualcosa possa prodursi, ora occorre che ci occupiamo appunto di ciò che si produce, il giudizio sintetico, quello che compie la sintesi, sintetizza e cioè che inventa poi, per altri aspetti, la sintesi qui è un po’ differente da quella di Hegel, che inventa, e come è possibile questo? Come è possibile inventare? Questa è una bella questione che sembra che le cose che si inventano vengano dal nulla, in un certo senso, vengono dal nulla, cioè nel senso che non sono deducibili da ciò che precede, come la nozione di abduzione in Peirce. Peirce distingue tra deduzione e induzione e poi questa terza inferenza, l’abduzione, per cui da due elementi se ne trae un terzo che però non è né deducibile, né inducibile dai primi due così sorge la stessa questione che pone Freud rispetto all’associazione libera, cosiddetta, anche se poi è possibile chiaramente costruire un discorso che giustifica per esempio, una certa connessione, ma è un altro discorso, non è propriamente la causa. Dunque ecco, se tutto ciò che abbiamo detto fino ad oggi ha qualche portata, questa possibilità occorre che la cerchiamo lì, dove non potrebbe non essere, e cioè nell’atto della parola, cioè tra le cose che avvengono nell’atto di parola. Perché se voi riflettete, l’aspetto analitico ci consente soltanto di pensare, ci dice qual è la condizione, ma niente più di questo. Una volta posta la condizione, il linguaggio è avviato. Cioè cosa lo avvia? Questa è una questione difficile da intendersi, dal momento che l’aspetto analitico di fatto non consentirebbe nessun avvio, almeno apparentemente per quanto se noi diciamo che gli umani parlano, compiamo una operazione già di per sé complicatissima, pur affermando una considerazione apertamente analitica, ma non soltanto, in questo daremmo ragione a Toulmin il quale afferma che non c’è implicazione, inferenza analitica che non comporti una, lui la chiama sostanziale, kantiana ma sintetica; perché non potrebbe? (dice lui) perché quella analitica si arresta immediatamente. Si arresta nel senso che già l’operazione avviene dove uno parla e quindi non c’è referente fuori dalla parola, non c’è uscita dal linguaggio, comporta un ulteriore elemento, cioè non soltanto, una struttura che mi consente di parlare, ma che non consente di compiere inferenze, perché è lo stesso intoppo che trova Kant in questo passaggio che non è in nessun modo giustificabile. Come dunque procedere? Non giustificarlo giustamente, ma renderlo possibile in termini teorici, e riflettendo su questo cioè di che cosa si tratta in questo passaggio, questo salto, per cui da una cosa se ne implica un’altra, qui la linguistica e la semiotica forse ci danno un aiuto. Possiamo cominciare a porre la questione in questo modo, visto che difficilmente lo risolveremo questa sera, anche perché se no, le sere successive non sappiamo come passarle, resta un pezzo anche per dopo. Cosa ci dice la linguistica? E forse più ancora la semiotica? Già da Morris, Charles Morris, ma già da Peirce in definitiva, che ciascun elemento linguistico, noto come semiotico è infinito, è infinito in quanto è segno per qualcuno, che a sua volta è segno, certo tutto questo è un registro molto differente, molto avanzato rispetto alle cose banali che dicevamo prima. Tuttavia occorre che troviamo qualche cosa nell’implicazione analitica che renda necessario questo salto, credevo avesse qualche suggerimento, nessuno ha qualche suggerimento? Devo fare sempre tutto da solo. Consideriamo allora di nuovo la formulazione analitica “gli umani parlano”, analitica in quanto necessaria, e assolutamente non confutabile, a priori, in quanto indicavamo l’altra volta questa accezione necessaria rispetto alla struttura del linguaggio. Dunque dicevamo gli umani parlano, c’è un salto in tutto ciò necessario? Perché, ciò intorno a cui ci stiamo interrogando è questo, se è necessario ciò che per definizione non è necessario. Che è una bella domanda, eppure

- Intervento: necessario?

Il salto, questo salto tra, per esempio, fra ciò che è necessario e ciò che non lo è, fra la deduzione e l’induzione, per esempio, o tra la premessa maggiore e la conclusione, comporta sempre un salto che non è giustificabile, se l’inferenza non è analitica, non dice niente cioè continua a ripetere lo stesso assioma principale, famosa “tutti gli animali sono mortali, Socrate è un animale, Socrate è mortale” ma la conclusione è già implicita nell’assioma di partenza, che fosse mortale, proprio in quanto animale. Ecco considerate quest’altra formulazione, che non è un sillogismo ma una considerazione, cioè che gli “umani parlano” che nel darsi afferma proprio ciò stesso che fa, una formulazione performativa, che fa ciò che dice, apparentemente non c’è nessun salto non giustificato in tutto ciò, però forse è il caso di riflettere ancora su questa nozione di salto, cioè questo passaggio che non è giustificato, in quanto comporta un aggiunta che non è presente nella premessa….Se apparentemente tutto è necessario, cosa invece non lo risulta? La struttura sintattica? Questa è necessaria, e anche quella frastica, e allora potremmo dirla così: come sempre avviene quando sorge un problema che apparentemente non ha soluzione, è perché è mal formulato, come ho sempre riscontrato

- Intervento:…

Sì, cosa dunque è necessario? È necessario ciò che non può più considerarsi nella parola, perché la parola esista, che la parola si dia, dunque attenendoci a questa nozione, se l’implicazione analitica che è necessaria, necessariamente si arresta, cosa impedisce che non si arresti? Faccia così, lei provi ad aggiungere un elemento, uno qualunque, questo elemento risulta (come direbbe Kant) necessario, ma non deducibile, se preferisce sintetico a priori, e perché fa questa operazione? Proprio perché ha compiuta l’inferenza analitica, che la costringe a fare questo e adesso spiego il perché, perché l’inferenza analitica costruisce la possibilità, la pensabilità stessa del linguaggio, quale linguaggio? Qual è il linguaggio che la riflessione chiamiamola così analitica comporta, di quale linguaggio si tratta? Del linguaggio….(…) che proprio per il fatto che rende possibile il linguaggio, occorre che lo costruisca, e come potrebbe costruirlo? Se si arrestasse istantaneamente, non potrebbe farlo, come dire che tutto si arresterebbe lì, ma se dunque c’è questa costruzione, allora questa costruzione è necessaria e potremmo dire a questo punto, anche se poi si tratterà di elaborare in termini precisi, adesso vogliamo soltanto dare delle tracce una direzione, che la costruzione di questo linguaggio è implicita nella implicazione analitica, se riflettendo intorno a questo riusciamo a stabilire, e ad affermare in termini analitici, la necessità di questa implicazione, allora abbiamo effettivamente dissolto il problema, mostrando come è necessario che una implicazione, una riflessione analitica, necessariamente per esistere, deve comportare ciò stesso che inventa, in questo caso per dirla così in modo molto rozzo: il salto diventa necessario, per potere proseguire e in questo senso è implicito nella implicazione analitica, e in quanto implicito deducibile, non derivabile, deducibile proprio nell’accezione della deduzione kantiana. Ecco questo è il lavoro su cui rifletteremo in questi giorni in attesa che giunga il martedì successivo. Intanto se qualcuno vuole dare un contributo per riflettere in questi giorni, contributo analitico, sintetico a vostro piacere, deduzione, induzione, anche abduzione sono accolte…in questo senso, diremmo così, il giudizio sintetico è deducibile ma non derivabile, e avremo modo di sbizzarrirci nella distinzione della deducibilità e derivabilità, in parte un accenno è stato fatto, ma occorre distinguere con maggiore precisione…

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

4-7-95

 

L’affermazione e la negazione

Se parlo, parlo di qualcosa. Segno. Rinvio dal conseguente all’antecedente.

 

 

Dicevo la volta scorsa, proprio mercoledì si poneva una questione intorno, come vi ricordate, intorno all’affermare e al negare, e apparentemente la questione rimaneva irresolubile, qualunque via pareva impedita, pareva impedita perché qualunque definizione che potessimo dare, di fatto non ci consentiva di proseguire eppure, eppure è possibile definire tanto l’affermazione quanto la negazione, affermare e negare, tenendo conto, perché sono queste le definizioni che a noi interessano, le definizioni che non possono essere negate, quindi tenendo conto di ciò che andiamo dicendo. Allora la questione di fatto è molto semplice, che cosa afferma? Afferma la proposizione che dice che ciò che sto dicendo è necessario. Cosa vuol dire che è necessario, tenendo conto di ciò che stiamo facendo? Che non è negabile e allora a questo punto la negazione, il negare, attiene propriamente a tutto ciò che è negabile e pertanto non necessario, molto semplicemente. La negazione afferma ciò che non è necessario, quindi ciò è negabile. D’altra parte provate a riflettere un istante, quando chiunque afferma qualcosa, cerca di fare in modo che ciò che afferma possa essere almeno vero, necessariamente vero, anche con tutte le precauzioni, le prevenzioni, ma ciò cui tende è questo, che ciò che dice sia vero, cioè che non sia negabile, mentre quando nega qualcosa, portando la cosa alle sue estreme conseguenze, nega che una certa proposizione sia necessaria, questo nei termini assolutamente radicali, poi ciò che avviene nel dire quotidiano è altro, è altro perché non muove da queste premesse, ecco però una definizione di affermazione e negazione che tenga conto di ciò che stiamo dicendo e che pertanto risponda al requisito di non poter essere negata. Cosa che ci interessa particolarmente, potere proseguire in modo in cui stiamo facendo e vale a dire non tenendo conto di ciò che è opinabile, di ciò che è negabile ma unicamente di ciò che non può non ammettersi dicendo…ecco allora a questo punto sempre di più risulta importante tenere conto che la nozione di vero, in tutto ciò che andiamo facendo è attribuibile unicamente a ciò che non è negabile, soltanto questo. Questo per esempio, in un agone eristico o dialettico vince evidentemente chi riesce a convincere o a confutare l’argomentazione dell’altro e quindi ciò che dice risulta vero e in ogni caso è sempre un vero comunque opinabile, dal momento che altri meglio addestrati possono confutare la confutazione e così via all’infinito, per cui paradossalmente o parodisticamente un agone eristico condotto da due persone piuttosto addestrate sarebbe come una sfida agli scacchi condotto da due computer, va avanti all’infinito. Ora il vero, dunque come ciò che in nessun modo è né negabile, né opinabile. Cosa consente questo? Consente un’operazione di un certo interesse, cioè non tanto, dicevamo da sempre, la costruzione di una teoria, quanto il tenere sempre più e in maggior conto nella formulazione di qualunque proposizione, di qualunque teorizzazione, di qualunque elaborazione, di ciò di cui non è possibile non tenere conto. Avvertiti di questo, diventa sicuramente molto più arduo il compiere un’elaborazione teorica, ma assolutamente più rigoroso, dal momento che viene, direi per definizione escluso tutto ciò che è opinabile e tutto ciò che è negabile. È stato il tentativo di molti, vedevamo anche Kant, tempo fa, costruire qualche cosa che…sì una proposizione tale che in nessun modo possa essere negata, quella che abbiamo reperita era banale, molto semplice, altre potremmo reperirle, forse, ma considerate ora un altro aspetto, che cos’è un segno? E confrontatela con ciò che stiamo facendo, la proposizione da cui siamo partiti è segno di qualcosa? Intanto proviamo a dire qualcosa del segno, è nota la definizione anche nel dizionario: ciò che rappresenta qualcosa per qualcuno, o ciò che rinvia qualcosa a qualcuno, è senza dubbio un rinvio, perché senza dubbio un rinvio? Bisogna andare cauti nell’affermare senza dubbio, perché? E se ci fosse il dubbio? C’è questa eventualità occorre che teniamo conto, dunque la questione è che se non c’è un rinvio per cui qualche cosa mi si pone di fronte, c’è l’eventualità che questo qualche cosa in nessun modo potrebbe essere percepito, percepito in quanto nei modi in cui lo percepisco, qui ci troviamo di fronte ad una duplice questione, quella semiotica e quella linguistica, che sicuramente vanno affrontate ciascuna lungo la sua elaborazione, ma tenendo conto che non c’è l’una senza l’altra. Come distinguere la linguistica dalla semiotica? Per esempio? La linguistica si occupa del fatto linguistico in quanto tale, e quindi delle strutture e quindi delle sue connessioni, implicazioni, il suo accadere; la semiotica si occupa del fatto linguistico in quanto segno per altri o per qualcuno di altro, cioè come rinvio e allora ci stavamo domandando questo, se qualcosa può non essere rinvio e abbiamo, provvisoriamente, risposto di no, per questo motivo, se un elemento in quanto tale, intanto potremmo dirla così, non fosse tale per qualcuno, che ne sarebbe di questo elemento? Possiamo dire che esisterebbe? No, dal momento che l’esistenza è un fatto linguistico e come tale necessariamente prevede qualcuno per cui sia un fatto linguistico, quindi oltre che un fatto linguistico, anche un segno, simultaneamente. Ora la questione che più ci interessa è che il segno in quanto tale non è altro che il rinviare qualcosa a se stessa per poter definirsi in quanto tale, e questa è la definizione che qui do di segno, provvisoriamente, il rinviare di un elemento a se stesso, per potere definirsi in quanto tale. Quindi, intanto, non un rinvio di qualcosa a qualcun altro ma, è chiaro che tutto ciò comporta necessariamente anche un altro rinvio o adesso vedremo come possano essere aspetti della stessa questione. In questo modo io ho, per dirla così, bypassato la presenza di qualcuno in quanto tale, l’ho aggirata, ho parlato soltanto di elementi, elementi linguistici evidentemente, perché un elemento linguistico sia tale, qual è la condizione? Dire che un elemento linguistico è tale già c’è, per dirla così, uno iato, uno sfasamento, un porsi di fronte, riprendendo le tesi di Derrida, cui accennavamo qualche tempo fa, allora dico che occorre che un elemento linguistico rinvii a se stesso per poter essere tale, perché al contrario non sarebbe nulla, non sarebbe proprio. È una definizione di segno che in questo caso, almeno apparentemente è duale, adesso vedremo come interviene il terzo elemento di cui parla Peirce, però per il momento forse è il caso di precisare questa nozione, e di stabilire se effettivamente è così, cioè se non potremmo dire altrimenti, e allora torniamo alla questione che sempre ci interroga e cioè a quale condizione possiamo dire che un elemento linguistico è tale, quello di cui parliamo indubbiamente, ma cosa comporta questo, il fatto che parli? L’eventualità che ne parli. E qual è la condizione per cui possa parlarne? (Importante questa particella “ne”) che questo elemento possa rinviare a se stesso, altrimenti sarebbe…svanendo nello stesso istante in cui lo colgo, non ci sarebbe nessuna traccia di lui, se non fosse segno, cioè se non implicasse se stesso, potrei dirne qualcosa? Potrei dirne, semplicemente? Questo ne, si riferirebbe a che esattamente? A nulla. Per dirla in termini un po’ parodistici, potrei parlare, ma non parlarne. Però ancora non è così chiara la questione, perché questo ne, questa particella, indica che sta al posto di qualche cosa, di un nome magari o comunque di un elemento linguistico… ora dunque tutto ciò implica questa formula di cui dicevamo, che se P allora P, dove è necessario che cosa? Che non si dia l’uno senza l’altro, e questo cos’è se non la formula di un rinvio?

 

-         Intervento: se P allora Q…

 

No, no, se P allora P. La formula proprio più semplice. Che cos’è, se non un rinvio a sé? Ora tuttavia abbiamo detto in varie circostanze che un elemento non è identico a sé, però abbiamo posto qualche obiezione, dal momento che a noi ciò che interessa non è ciò che può essere provato, ma ciò che non può essere negato, che è molto differente, incominciate ad accorgervi di un gioco linguistico in tutto ciò, nulla può essere provato, ma ci sono elementi che non possono essere negati, perché strutturali al gioco linguistico, senza questi elementi cesserebbe di essere tale.

 

-         Intervento:

 

Dicevo in modo un po’ parodistico in effetti risulta arduo…ricordate, ho fatto un breve accenno, ora riprenderemo, nella Critica della ragion Pura, di Kant: la costruzione matematica come giudizio sintetico; cioè come un’invenzione, una costruzione, può essere logicamente tutto quello che mi pare però, nulla rende necessario che il due sia tale, per esempio, cioè è possibile sostituire alla notazione matematica un’altra, che abbia la stessa funzione, ma questa sostituzione è possibile, anche la costruzione di una notazione matematica è possibile per via di una struttura linguistica, che possiamo anche dire arbitraria, per un certo verso, ma necessaria per un altro. Il verso per cui diciamo che è necessaria la struttura linguistica, non è lo stesso in cui diciamo che è necessaria una struttura matematica, un sistema notazionale matematico, perché sono le premesse, gli assiomi da cui muoviamo rispetto alla questione del linguaggio che risultano necessari, per il fatto che ci troviamo nel linguaggio e questo risulta non negabile, dicevamo, in nessun modo, perché qualunque modo di negare questo, avverrebbe comunque nel linguaggio, il sistema notazionale matematico no, non ha questa forma di necessità, tant’è che lo stesso Kant, lo pone come giudizio sintetico, per quanto a priori sia, non è mai analitico, cioè mai necessario.

 

-         Intervento: anche il sistema matematico parte da delle premesse, da degli assiomi

 

Certo e allora? È Inevitabile partire da premesse

 

-         Intervento: allora non capisco…

 

Non capisce la differenza, adesso gliela spiego. Gli assiomi della matematica, vediamola con Kant, sono giudizi sintetici cioè nulla rende necessaria che 2x5 = 10 se non un sistema notazionale matematico costruito, un regola, ma come possiamo noi pensare un sistema matematico, qualunque esso sia, se non perché esiste una struttura linguistica che lo consente? e questa struttura è tale, in quanto ciò che risulta assolutamente imprescindibile è il fatto che esista, per poter costruire anche un sistema notazionale matematico, o un sistema di calcola qualunque esso sia, che Lei calcoli, per esempio, che lei usi un sistema matematico, non può essere negato che Lei si trovi nella parola, anche quando tace, e torno a ripetere non… può essere provato, non può essere negato e torno a dire è molto differente. Dunque per tornare alla questione che ci interessava del segno, del rinvio stavamo dicendo che il modo in cui noi affermiamo P è attraverso un segno che ci dice che se P allora P, e stiamo dicendo che soltanto a questa condizione P o di P posso parlarne, cioè soltanto se un elemento rinvia a se stesso. Perché rinvia a se stesso? E perché comunque ciascun elemento rinvia ad un altro? Abbiamo accennato ad una questione adesso, appena accennato perché non è così semplice, adesso poniamo l’altra che forse è più radicale, la questione grammaticale direbbe Wittgenstein, nel senso che se parlo, per definizione grammaticale, parlo di qualcosa, anche se in alcuni casi sembra che qualcuno parli di niente di fatto sta parlando di qualcosa, ciò che risulta imprescindibile è che parlare sia di qualche cosa

 

-         Intervento: sì però perché grammaticale?

 

Grammaticale nell’accezione di Wittgenstein, cioè della necessità del gioco linguistico in questo senso, per cui se parlo, risulta necessario che io parli di qualcosa. Già qui c’è un rinvio cioè un segno, il fatto che parli è segno che c’è qualcosa di cui sto parlando. In una prima approssimazione direi che è la definizione di segno che meglio si attaglia a ciò che andiamo dicendo, perché non prevede null’altro all’infuori al fatto che si parli. Se parlo, parlo di qualcosa necessariamente, qualunque cosa dica per qualunque motivo, in qualunque circostanza. Ancora non ci interessa il che cosa? O il di che cosa io stia parlando? Ora è possibile radicalizzare ancora di più, prendendo spunto, per esempio da cosa dice Peirce, l’uomo come segno, cioè diciamola così in termini ancora un po’ rozzi, colui per il quale qualunque cosa è segno, per cui esiste il segno, di fatto è un segno, perché io dell’uomo ne parlo, a meno di non stabilire per questo significante un’ipostasi extralinguistica, ma abbiamo visto che porre questi elementi ci porta poco lontano. Se nella semiotica nulla è pensabile o dicibile fuori del segno, possiamo accogliere questa tesi in questa accezione, che non è possibile parlare se non di qualche cosa, qualunque cosa sia, compreso l’uomo.

 

-         Intervento: volevo domandare questo: il rinvio di qualcosa a se stesso, per essere tale, e nello stesso tempo dire che quando si parla, si parla di qualcosa. Allora c’è un segno che rinvia a se stesso per essere tale, ma c’è qualcuno che comunque deve parlarne perché ci sia un segno che possa rinviare a se stesso, per essere tale. Se uno si limita alla prima proposizione del segno come rinvio a se stesso non si vede come ci sia bisogno che ci sia qualcuno che ne parli…

 

Sì, questo qualcuno è un segno anche lui, ma dicevo un segno è qualcosa che rinvia a se stesso e nello stesso tempo dicevo che parlare è parlare di qualcosa….È perché esiste il qualche cosa di cui parlo, che di fatto parlo, che io posso stabilire che parlo. In questo senso dicevo che segno è ciò che rinvia a se stesso, in quanto il parlare…

 

-         Intervento: ecco il rinvio a se stesso non è una differenziazione di esistenza

 

Certo io avevo formulato la cosa in modo un po’ più articolato e cioè un elemento che rinvia a se stesso, è soltanto a condizione di questo rinvio che questo elemento può dirsi tale…è chiaro che in questo modo, un elemento viene rinviato a se stesso e soltanto a questo punto, il parlare, proprio perché è parlare di qualche cosa, diventa parlare, cioè è parlare di fatto. Ci sono altre obiezioni prima che prosegua? Cosa non risulta assolutamente chiaro?

 

-         Intervento: stavo pensando alla negazione…

 

Parlare di qualcosa di cui non si vorrebbe parlare? io ho detto così? …Sì potrebbe essere, ci sono molti modi di dire ciò che non si vuol dire, dicendo e non dicendo, ci sono molte figure retoriche che assolvono a questo compito

 

-         Intervento

 

Se non si vuol negare allora che problema c’è? Prima dice: è qualcosa che non si vuole dire

 

-         Intervento:

 

Noi abbiamo detto che affermare è dire ciò che in nessun modo può essere negato. Negare invece è dire ciò che quindi risulta negabile, tutto ciò che non è necessario, tutto ciò in cui risulta… esclusa la necessità, è negabile. Tant’è che qualunque affermazione che risulti non necessaria, in questa accezione, è negabile, tutto ciò che è opinabile è negabile. Ecco affermare è dire ciò che necessariamente è, negare è dire ciò che non necessariamente è, molto semplicemente. Questa è una definizione che tiene conto di ciò che stiamo dicendo, ché dicevamo, chi vuole affermare qualche cosa pretende almeno in linea teorica, che ciò che dice non sia negabile e quindi portando la cosa alle estreme conseguenze, l’affermazione afferma ciò che in nessun modo può essere negabile

 

-         Intervento: e che in nessun modo può essere provato

 

No, questo proprio non ci interessa, no, può essere anche provato, ma non ci riguarda….

 

-         Intervento:

 

Adesso ci occorrerebbe un criterio di prova, se no.

 

-         Intervento: la negazione?

 

La negazione coglie un aspetto di ciò che è negabile. Però anche la negazione se portata alle estreme conseguenze che cosa deve negare? Deve negare che qualcosa necessariamente non sia. La negazione cosa fa invece? Dice semplicemente che qualcosa non è necessario, poi le applicazioni della negazione sono sterminate, però a noi interessava una definizione che risultasse in questa accezione necessaria.

 

-         Intervento: il passaggio dalla negazione al segno?

 

Il passaggio è avvenuto attraverso una riflessione intorno al come abbiamo affrontato questa questione, vale a dire tenendo conto di fatto, a ciò che attiene al gioco linguistico, a questo punto ci siamo domandati, rispetto a questo gioco linguistico, a quali condizioni io posso dire che un qualunque cosa è un elemento linguistico, e da qui ci siamo trovati di fronte alla nozione di segno e cioè che qualunque cosa è un segno di fatto e quindi rinvia, ora la necessità qui era di trovare una nozione di segno che ci consentisse di utilizzarla senza ricorrere a qualcosa di negabile, che potesse essere negato. Perché in tal caso, se può essere negato, risulta non necessario, risulta una congettura, risulta arbitrario, noi potremmo dare di segno, una quantità sterminata di definizioni, ma quale definizione risulta necessaria? nel senso di non negabile, perché il negarla comporterebbe negare la possibilità stessa di definire il segno, per esempio, e dicendo che il segno non è altro che un rinvio di un elemento a se stesso, perché possa considerarsi tale, questo se stesso, diciamo qualcosa, che di fatto, se apparentemente non dice nulla, ci consente però di stabilire la condizione per potere affermare, per potere dirne di qualunque cosa, perché dicevamo se questo non si verificasse, se un elemento non rinviasse a se stesso, allora dicevamo parodisticamente potrei dire, senza dirne, perché si dissolverebbe nel nulla, non sarebbe mai esistito. Ora il punto in cui eravamo giunti era questo, riflettere se è effettivamente è così

 

-         Intervento: lei dice che il segno è il rinvio a se stesso per potersi definire…

 

Per potersi dire, definire è ancora…

 

-         Intervento: mi sfugge questo rinvio a se stesso, Lei lo da come postulato

 

Però Lei non ha sentito bene la definizione che ho data, perché lì è possibile affermare CAMBIO CASSETTA perché lì c’è il rinvio del fatto che parlo di qualche cosa, a questo punto parlo evidentemente, perché parlo di qualcosa, se no il parlare non c’è

 

-         Intervento: perché se stesso?

 

È una formulazione linguistica che offre il fianco a qualche obiezione, per il momento possiamo provvisoriamente accoglierla per indicare…

 

-         Intervento: questa particella ne, indica qualcosa come l’oggetto, ha a che fare con l’oggetto?

 

Possiamo anche chiamarlo così però di fatto…

 

-         Intervento: Peirce parla di oggetto

 

Sì, sì possiamo indicarla anche come l’oggetto, in questo caso parlare, parlare di qualche cosa, questo qualche cosa, che cosa sia ancora non l’abbiamo preso in considerazione, abbiamo soltanto detto che parlare per essere tale, occorre che sia parlare di qualche cosa, per definizione, direi.

 

-         Intervento: Non è che questo rinvio sia un ritorno, proprio perché se c’è questa particella ne, c’è questo ritorno? Questo rinvio a se stesso?

 

Ritorna, ma non c’era prima…

 

-         Intervento: Sì ma in quanto c’è questo ritorno

 

-         Intervento: Sarà perché c’è questo pronome personale che crea questo senso?

 

Non è che lo crea, diciamo che indica questo rinvio

 

-         Intervento: L’uso del pronome personale alla terza persona indica qualcosa che stia lì ad indicare qualche cosa che esiste di per sé, è qui l’equivoco

 

Allora riprendiamo la questione, poniamoci la questione in questi termini, perché parlare è parlare di qualche cosa? Perché il parlare, anziché per esempio, essere un parlare di nulla? Ora in questo caso, che ne è di questo parlare, laddove questo parlare fosse il parlare di nulla? Assolutamente nulla?

 

-         Intervento: Parlare di nulla è comunque negare di parlare di qualcosa

 

Ma questa sorta di petizione di principio, è proprio questo che cerchiamo di cogliere, cioè se, di fatto, non ci sia in nessun modo possibile parlare di nulla, in questo caso lo stesso parlare si annulli, cessi di esistere in quanto parlare. Parlare in questo caso, nell’accezione di cui stiamo parlando sarebbe trovarsi fuori dalla parola, come?

 

-         Intervento: Per questo non si può parlare di nulla

 

Stavamo in effetti giungendo a questa considerazione, per indicare come di fatto parlare, sia necessariamente parlare di qualcosa, in quanto in caso contrario lo stesso parlare, cesserebbe di esistere. Ma allora se parlare, per definizione grammaticale, sempre in accezione di gioco linguistico, è parlare di qualcosa, l’uso, il suo uso è questo, non ce ne sono altri, è parlare di qualche cosa, allora immediatamente avvertite come le due cose, il parlare e il qualche cosa di cui si parla, costituiscono una sorta di implicazione assolutamente necessaria, così come quella che indicavo prima di se P allora P. Perché dire che se parlo, parlo di qualcosa, e altrimenti detto, che se parlo, parlo, e con questo non ho detto un granché, però ho detto anche molto, ho detto come di fatto il qualche cosa di cui sto parlando, segua necessariamente il parlare, e non possa negarsi. Ora rispetto al segno, il rinvio qui dove sta? Che nel caso di se P allora P, il rinvio è dal secondo al primo, cioè dal conseguente all’antecedente, dall’apodosi alla protasi, ma è proprio perché c’è questo rinvio che esistono entrambi, perché che cosa dice l’implicazione quella stretta di cui parla Lewis? Che è tale quando non si da il caso che ci sia l’uno senza l’altro. Tant’è che l’implicazione può scriversi o con il ferro di cavallo

 

Abbiamo detto che parlare di qualcosa è come dire che se parlo, parlo. Cosa diciamo con questo? Diciamo che la condizione per cui io parli, sia che parli, ora questa condizione che cos’è se non un rinvio? Un rinvio del conseguente all’antecedente? Perché io parli occorre che parli, questo occorre che parli è il conseguente di un antecedente che risulta, più che confermato, risulta posto dal condizionale e cioè dall’esistenza del conseguente.

 

-         Intervento:

 

Perché stiamo cercando di illustrare la nozione di segno nella definizione che abbiamo data prima…il segno come rinvio, rinvio dal conseguente all’antecedente, e con questo sfioriamo la questione che pone Morris, rispetto al fatto che interagiscano i vari aspetti…

 

-         Intervento:

 

È di una semplicità sconcertante, talmente semplice capace da risultare difficile da pensarsi…

 

-         Intervento: perché la necessità da rinviare dal conseguente all’antecedente?

 

È la questione da cui siamo partiti, vale a dire, vale a dire che se parlo, parlo di qualcosa…Non lo abbiamo dimostrato, abbiamo detto solo che non è negabile, non abbiamo dimostrato niente

 

-         Intervento: il rinvio dal conseguente all’antecedente…

 

Per dimostrare nulla, per illustrare la necessità, il fatto che se parlo, parlo di qualcosa, e quindi è questo di qualcosa che è il conseguente, a fare esistere per così dire l’antecedente…

 

-         Intervento:

 

L’implicazione stretta, quella di Lewis. Parlando, parlo di qualche cosa…bene riprendiamo domani, buona notte a tutti. Bd da portare a lf

 

 

SECONDA SOFISTICA

CORSO DIRETTO DA LUCIANO FAIONI

 

2 maggio 1995

 

ANARCHIA: ASSENZA DI ORIGINE

 

Questa sera riflettiamo su una questione che abbiamo tratta dalla lettura di Kant: è possibile tutto ciò che non è autocontraddittorio, a maggior ragione è vero tutto ciò che non è autocontraddittorio. La questione che lui pone come fenomeno, come noumeno di fatto è un modo per rilevare, sia per quanto riguarda il fenomeno sia per quanto riguarda il noumeno, che di fatto si tratta di atti linguistici, di fatti linguistici. La stessa cosa in sé è un fatto linguistico, dire che è vero ciò che non è autocontraddittorio ha una portata notevolissima, come dire che il vero ha questa prerogativa, è un vero linguistico anziché un vero sostanziale o metafisico. Ricordate che la nozione di vero perlopiù è stata posta come una sorta di adeguamento (adæquatio rei et intellectus), tutto sommato, si tratti dell'essere oppure no, adeguato alla cosa di cui si dice. Ma cominciamo qui a porre un'altra nozione di vero: vero come ciò che può dirsi, e cosa può dirsi? Tutto ciò che non è autocontraddittorio, ciò che in definitiva è possibile, e cosa distingue il possibile dal vero? Quando qualcosa che è possibile diventa vera? Potremmo dirla così, riprendendo anche Aristotele, quando ciò di cui si dice che è possibile si attua. Come dire che dalla potenza passa all'atto. È possibile che sia così, potrebbe essere, potrebbe non essere, quando è? Quando di fatto ciò di cui si enuncia la possibilità passa all'atto, cioè è attuale. Ma quando qualcosa è attuale? Questa è una bella domanda, a quali condizioni possiamo dire che qualcosa è attuale? E cosa la attualizza? Se riflettete intorno alle cose dette ultimamente, ciò per cui qualcosa è attuale è che si trovi nell'atto, ma quale atto? Quello di parola. L'atto di parola è ciò per cui ciascun elemento si trova a dirsi, a esporsi, a partecipare a ciò che si sta dicendo, cioè diventa attuale. Allora un modo per pensare ciò che diceva Aristotele intorno alla potenza e all'atto è questo: ciò che è in atto è ciò che è nell'atto di parola, è ciò che è in potenza? Non possiamo dire che non sia nell'atto di parola, se presa letteralmente questa proposizione non ha nessun senso, ma non ha nessun senso in quanto il senso stesso fa parte della parola, esiste nella parola, per cui dire che è fuori dalla parola non ha nessun senso possibile, ma dunque allora ciò che è in potenza che cos'è a questo punto propriamente? Questo: ciò che il dire implica, comporta, evoca. Per questo non è che diciamo che l'atto precede la potenza, come potrebbe sembrare, ma piuttosto che c'è una simultaneità, ma a questo punto non è ciò che è in attesa di essere detto, in definitiva in attesa di essere vero, ma quanto si produce da ciò che si dice. Però per tornare alla questione da cui siamo partiti, la questione del vero, ciò che accolgo è necessariamente tutto ciò che non è autocontraddittorio, questo, come dicevamo, comporta prettamente porre il vero in ambito linguistico, e non ce ne sono altri, e cosa comporta non avere altri riferimenti? Un altro modo di pensare la nozione di vero. Togliete ogni adeguamento di ciò che si dice a ciò che è (adeguamento in varie forme e in vari modi, può essere adeguamento ontologico oppure programmatico oppure topico, tutto sommato è marginale tutto ciò, è un adeguamento, anche perché procede per aggiustamenti, fa come voglio io, in questo non ci è spostati poi un granché dalla logica medioevale) e c'è l'eventualità che per un verso la nozione di vero cessi di avere qualunque portata, per l'altro l'eventualità che questa nozione possa incontrare un senso. Avevamo già accennato a questa nozione indicando che c'era allora, e in parte ancora adesso, una sorta di sovrapposizione fra vero e verità, poi vedremo se è opportuno cercare di distinguere, cioè dicevamo verità come shifter, come operatore deittico. Come qualcosa che consente di proseguire indicando che ciò che sto dicendo è lì, è lì nel momento in cui lo dico, c'è della verità in questo, che è questo ciò che sto dicendo, quindi che cosa è vero in ciò che dico? Ciò che dico è vero in quanto è ciò che dico. Tutto sommato già con Kant questo adeguamento è messo in difficoltà anche se poi lui non prosegue le sue stesse argomentazioni fino alle sue estreme conseguenze cui si possono portare, vale a dire l'impossibilità di individuare il noumeno, che a questo punto è un altro fatto linguistico a fianco al fenomeno, né lo supporta né lo spiega, né lo giustifica, è un altro discorso che faccio, ma non ha nessuna portata fuori dall'essere un fatto linguistico. Da qui tutta la questione poi ripresa da Austin, di cui suggerisco la lettura, cioè delle parole come fatti, gli unici fatti di cui è possibile parlare e di cui si dice per altro, immaginare che una certa cosa sia una cosa in sé è un fatto linguistico dice Austin, non è altro, o meglio questo possiamo dire, qualunque cosa pensiamo o immaginiamo è un'altra serie di atti linguistici. *Allora considerare il vero in questa accezione, è un verità del considerare il vero sicuramente amorale, in prima istanza, non tanto immorale, quanto amorale, non va contro la morale, non può occuparsene, non può occuparsene quindi non può in nessun modo avere alcun riferimento ontologico a garanzia di alcunché. Ma d'altra parte non serve moltissimo, gli effetti più sorprendenti non stanno tanto nelle grandi questioni: il bene, il male, la giustizia, ma nel dire quotidiano, qui trovate gli effetti singolari, lì in effetti si gioca la questione. Ora i grandi temi la giustizia, la verità, il bene e tutte queste storie sono altrettanti fatti linguistici, di cui è possibile parlare e che indicano di fatto che cosa? Che non c'è l'ultima parola. Questo stanno ad indicare. Cioè c'è una regressio ad infinitum che dice per, così dire, chi ha la forza, il potere, l'abilità di fare fermare questa regressio al punto in cui vuole lui, a questa punto diventa l'ultima parola. Ecco la nozione di anarchia, cioè l'assenza di origine, di origine come causa, come luogo che è causa di ciò che è immaginato seguirne necessariamente. La verità così come è comunemente intesa è il luogo dell'origine, dico comunemente intesa, anche nelle accezioni apparentemente più avanzate, più lontane da quella medioevale, come approssimazione, la verità come approssimazione, approssimazione a che? Ed esattamente come per la questione della giustizia, del relativismo o del giusnaturalismo, approssimazione a una verità data come causa già stabilita, oppure una regola che si è data relativamente a ciò che comunque si ritiene essere il bene in quel momento e in quella circostanza, senza tenere conto e, anche in questo caso, stabilire qual è il bene anche rispetto ad un momento contingente, si avvale necessariamente di un criterio, di un parametro che tiene conto di un valore assoluto. Se no, dicevamo, non c'è nessun modo di saper in quale direzione si sta andando, cioè se ci si approssima oppure no all'obiettivo. Ecco come tutto ciò, si incontra lungo un itinerario come quello che stiamo facendo, itinerario intellettuale? Come si situa tutto ciò per esempio, rispetto ad una conversazione analitica? Forse lì c'è l'occasione più manifesta, per costatare che una persona che parla, dice necessariamente il vero, anche se suppone di mentire, in questo senso, che ciò che sta dicendo, non avendo alcun riferimento (adæquatio rei et intellectus) non si riferisce a cose che esistono fuori dal suo discorso, potremmo soltanto dire questo che esiste soltanto un altro discorso di chi sta parlando, a fianco, o da cui muove per fare quello che sta facendo, come dire che il referente delle sue parole, non sta in qualche cosa che sta da qualche parte, ma sta nelle cose che dice, in quel discorso, anche se il riferimento è a un altro discorso, le cose sono di fatto un altro discorso. Ora dunque ascoltare tutto ciò, è porre le condizioni perché si verifichi un fatto che è piuttosto bizzarro e che è questo, cioè una persona che si trova a parlare, si trovi nelle condizioni di accorgersi di costatare che le cose che sta dicendo, si riferiscono a loro stesse. Che cosa comporta, oltre ad un certo smarrimento iniziale? Comporta questo, soprattutto l'incontro, non tanto con l'essenza, ciò che Kant indicava come noumeno, la cosa in sé, ma quanto questo noumeno, la cosa in sé è un discorso, nel quale potremo reperire un'altra cosa in sé, cioè un altro discorso, in effetti la questione che gli umani hanno posta già da sempre si svolge con una logica straordinaria, in effetti, se pensate a questo rinvio non è altro ciò che trova Peirce rispetto alla semiotica, e cioè possiamo dire una proliferazione di cose in sé all'infinito. Una volta si faceva questo che è un'operazione molto più semplice, si opera una conversione, letteralmente, cioè mentre prima credevo questo, adesso mi accorgo che era errato e adesso credo quest'altro, però non è esattamente più questo ciò di cui ci occupiamo, cioè togliere una credenza una superstizione e mettercene un'altra, come avviene per lo più. Lo dicevamo l'altro venerdì, che generalmente si tratta di fornire un sistema dottrinale più o meno elaborato, più o meno sofisticato, più o meno articolato e intendere ciascun enunciato che viene detto attraverso questa teoria. Dunque perché no? Anzi è un sistema che funziona meravigliosamente bene, non crea nessun intoppo, nessun problema e non incontra nessun ostacolo di credibilità, diciamo che le persone sembrano particolarmente disposte a questa operazione, cioè di sostituire una religione falsa con una più vera, cioè vera, assolutamente vera. Come se si trattasse sempre e unicamente di questa e non ci fosse altra alternativa. Potrebbe sembrare in effetti, che non ci sia nessun altra alternativa in questa operazione, ed è riflettendo intorno proprio a questi aspetti, che abbiamo incominciato ad interrogarci su una questione apparentemente molto banale ma che ci ha condotti ad asserzioni non sempre altrettanto banali, cioè che non c'è uscita dal linguaggio, che le parole non hanno un referente all'infuori di sé, che è una conseguenza necessaria, se non c'è uscita dal linguaggio, il referente non può essere altrimenti che nella parola, procedendo in modo che indicavamo con Kant analitico, in accezione che indica lui, che è stata seguita e cioè non affermando per lo più, nulla che non sia già implicito nella premessa che non possiamo non accogliere necessariamente, visto che parliamo. Potremmo dirla così, un po' schematicamente, dal momento che parlo e non posso uscire dalla parola, dunque le parole non hanno referente fuori dalla parola e quindi? E quindi tutto ciò che posso trarre, in modo tale che non sembra necessariamente questo assioma, è qualcosa che può essere e anche non essere, ma può essere o può non essere rispetto a che? (mi rendo conto di ciò che andiamo dicendo) Molto semplicemente, rispetto a ciò che le regole del linguaggio ci impongono, le regole del linguaggio impongono un certo modo, una certa forma, non il contenuto, il cosiddetto contenuto, dentro posso metterci qualunque cosa e il suo contrario in un certo senso, a patto che lo faccia in un certo modo. Dunque qualunque costruzione io possa fare, non è di per sé, né vera né falsa, ma proprio rispetto alla struttura del linguaggio, non certamente rispetto a nessun referente, fuori dalla parola, a nessuna cosa in sé. Prendete una poesia, un verso di una poesia, non è di per sé, né vera né falsa, così come una frase musicale, non è né vera, né falsa, non è sottoponibile ad un criterio verofunzionale, o meglio si potrebbe anche fare questa operazione, ma non ha nessun senso, prendete la famosissima poesia _Ed è subito sera" è vera o falsa? Non ha nessun senso. Dunque l'aspetto poetico come produzione, come ciò che si produce, potremmo essere indotti a pensare che tutto ciò che può essere costruito è poetico, può essere costruito, nel senso che ha la forma che è quella imposta dal linguaggio, con una grammatica e una sintassi imposte dalla struttura linguistica, tutto ciò che può essere costruito potremmo pensare che è quello. Ma allora subito, in effetti, si pone un quesito, in quanto tutto ciò che può essere prodotto può essere soltanto poesia, almeno_ma anche calcolo integrale, calcolo differenziale come preferite_anche questo dunque è poesia? Al di là del fatto che per molti matematici, la matematica è poesia, ma questa è una cosa soggettiva personalissima, che considerano la cosa poetica, però non da tutti è condivisa, è di una noia mortale, però anche questo non è un buon criterio di valutazione, il fatto che qualcuno si annoi oppure no. Però ecco la poesia_ma la questione che ci interessa riguarda la poesia e alcune questioni che soprattutto Jakobson ha incominciato a elaborare intorno a questo, se voi prendete il suo saggio, sulla struttura del linguaggio, vi accorgete che incomincia a parlare di poesia per scivolare mano a mano verso considerazioni sempre più ampie riscontrando la struttura del linguaggio poetico, di fatto, in ciò che si dice nelle parlate quotidiane. Ora in che senso la poesia attiene al parlato quotidiano? Per Jakobson la questione si pone in questi termini, cosa dovremmo intendere con poesia? Non soltanto evidentemente dei versi impacchettati in un certo modo, secondo un certo metro e dice lui, anche se volessimo porlo in certi termini, dovremmo accorgerci che esiste un metro anche in prosa, che ciò che si dice in modo prosastico, (prosaico è più bello) risulta non meno fornito di struttura metrica, di andamento_di ritmi che possono essere individuati, colti, e cogliersene anche le ripetizioni e poi le figure, l'icasticità, (rappresentazione viva, vivace), ecco questo è dato da che cosa? Da accostamenti, da figure retoriche, da tutto ciò che interviene a rendere più efficaci retoricamente questi versi, cioè elementi icastici o rappresentativi o anche sonoramente più interessanti, in quanto il suono stesso può essere onomatopeico oppure fare pensare a della dolcezza oppure della durezza, a seconda dei casi, ma tutto ciò è svolto o svolge tutto questo, l'aspetto prevalentemente retorico. Non so se nessuno è mai andato a Napoli al mercato del pesce, ecco lì le figure retoriche che vengono utilizzate_certe volte le poesie non raggiungono questi livelli, una quantità sterminata di figure retoriche. Una poesia? Può essere una poesia più o meno interessante, io ho letto delle poesie abominevoli, altre che invece sono delle cose interessanti, in quanto pongono delle questioni_ lasciano riflettere, evocano delle situazioni, evocano delle immagini, così come la musica. Però la poesia ha questo in genere, che le si attribuisce di non servire a qualche cosa propriamente, la questione è molto discutibile, su che cosa dobbiamo intendere con utilità e quindi la questione non ci interessa minimamente, ma poniamo la questione ancora più radicalmente, prendete un aspetto più astratto, quello appunto del calcolo infinitesimale, integrale, quello che vi pare, c'è una proporzione in tutto ciò, anzi è fatto apposta, una proporzione che induce, per esempio, una dimostrazione matematica, ha indotto, anzi molti a considerarlo una cosa bella, c'è addirittura Lautreamont che dice _bello come una prova matematica", bello proprio per la proporzione, bello in modo armonico e quasi ineluttabile, necessario in cui si svolge, perfettamente conoscibile nella sua struttura. Ora una costruzione come quella matematica, adesso non ci interessa_ci atteniamo soltanto alla struttura del discorso che può essere quello matematico, quello poetico o di altro genere, o linguistico, filosofico, che cosa fa in effetti? Produce qualche cosa che non è derivabile necessariamente dalla struttura del linguaggio, quindi produce qualche cosa che si aggiunge, poi una volta stabilito un elemento, Kant direbbe, sintetico a priori, può aggiungere tutto quello che vuole chiaramente, come dire che, proviamo a dirla in modo molto, molto semplice, l'elemento analitico a priori consente di costruire proposizioni, di pensarle anche se volete, di pensare proposizioni, un sistema sintetico a priori consente di inventare delle strutture, quello sintetico a posteriori di farci quello che ci si vuole. Quindi la costruzione, l'invenzione di una struttura che è pensabile soltanto a partire da uno schema linguistico, ora in che cosa potremmo distinguere la poesia da un calcolo numerico? Al di là dei segni che vengono utilizzati ad un certo punto, e volgere una struttura matematica in musica questa è una operazione che molti hanno fatto e stanno facendo, per esempio il compositore_ ma mi verrà poi in mente_ perché in effetti la stessa armonia, la stessa proporzione, chiamiamola così, che esiste nel calcolo numerico, viene utilizzata nella composizione musicale_d'altra parte sembra e poi se non lo è, non ha nessuna importanza, che i testi antichi, greci soprattutto, fossero scritti in metrica per poter essere cantati, quindi per essere musicati, anzi erano già di per sé musicati, perché si pensava già allora, che unire la parola alla musica avesse maggiore valore_.poi la musica, la musica c'è già nella parola, pensate ad un discorso che ascoltate, può produrre una musica sgradevole, può produrre una musica gradevolissima, può essere un discorso che incanta, che incanta neanche forse tanto per il contenuto, per ciò che dice in quanto tale, ma per il modo che viene detto, da qui tutta l'invenzione oratoria, sapete che i retori imparavano il testo a memoria per poter essere liberi di declamarlo nel modo migliore, senza essere impegnati a pensare a quello che stavano dicendo, che distrae evidentemente e quindi dare una musica, una musicalità _ma questo appena per dire che coloro che sapevano parlare avevano una possibilità, un maggiore ascolto erano gli oratore, che si distinguevano dagli idiotai, da coloro che non avevano l'arte della parola, per questo idiota è la persona che non sa esprimersi, anche se questi erano talvolta anche magistrati, però senza l'arte della parola, che invece contraddistingueva gli oratores. Dunque ecco la produzione, cosa può prodursi? qualunque cosa naturalmente, qual è la condizione per potere produrre? Ecco ciò che Kant chiama analitico a priori, vale a dire uno strumento, senza il quale non è possibile produrre né pensare alcunché, ma produrre che cosa? Qualunque cosa, perché una cosa dovrebbe essere o avere miglior titolo di un'altra? Ecco dicevo perché attribuire ad una cosa una dignità o un valore maggiore? Consideriamo soltanto ciò che si produce, ciò che è possibile produrre, CAMBIO CASSETTA Noi ci siamo occupati fino all'altro giorno di accennare, veramente non è che il discorso si esaurisca in questi termini, di accennare alle condizioni e ci siamo avvalsi di Kant per aggiungere qualche cosa, per riflettere ulteriormente sulle condizioni perché qualcosa possa prodursi, ora occorre che ci occupiamo appunto di ciò che si produce, il giudizio sintetico, quello che compie la sintesi, sintetizza e cioè che inventa poi, per altri aspetti, la sintesi qui è un po' differente da quella di Hegel, che inventa, e come è possibile questo? Come è possibile inventare? Questa è una bella questione che sembra che le cose che si inventano vengano dal nulla, in un certo senso, vengono dal nulla, cioè nel senso che non sono deducibili da ciò che precede, come la nozione di abduzione in Peirce. Peirce distingue tra deduzione e induzione e poi questa terza inferenza, l'abduzione, per cui da due elementi se ne trae un terzo che però non è né deducibile, né inducibile dai primi due così sorge la stessa questione che pone Freud rispetto all'associazione libera, cosiddetta, anche se poi è possibile chiaramente costruire un discorso che giustifica per esempio, una certa connessione, ma è un altro discorso, non è propriamente la causa. Dunque ecco, se tutto ciò che abbiamo detto fino ad oggi ha qualche portata, questa possibilità occorre che la cerchiamo lì, dove non potrebbe non essere, e cioè nell'atto della parola, cioè tra le cose che avvengono nell'atto di parola. Perché se voi riflettete, l'aspetto analitico ci consente soltanto di pensare, ci dice qual è la condizione, ma niente più di questo. Una volta posta la condizione, il linguaggio è avviato. Cioè cosa lo avvia? Questa è una questione difficile da intendersi, dal momento che l'aspetto analitico di fatto non consentirebbe nessun avvio, almeno apparentemente per quanto se noi diciamo che gli umani parlano, compiamo una operazione già di per sé complicatissima, pur affermando una considerazione apertamente analitica, ma non soltanto, in questo daremmo ragione a Toulmin il quale afferma che non c'è implicazione, inferenza analitica che non comporti una, lui la chiama sostanziale, kantiana ma sintetica; perché non potrebbe? (dice lui) perché quella analitica si arresta immediatamente. Si arresta nel senso che già l'operazione avviene dove uno parla e quindi non c'è referente fuori dalla parola, non c'è uscita dal linguaggio, comporta un ulteriore elemento, cioè non soltanto, una struttura che mi consente di parlare, ma che non consente di compiere inferenze, perché è lo stesso intoppo che trova Kant in questo passaggio che non è in nessun modo giustificabile. Come dunque procedere? Non giustificarlo giustamente, ma renderlo possibile in termini teorici, e riflettendo su questo cioè di che cosa si tratta in questo passaggio, questo salto, per cui da una cosa se ne implica un'altra, qui la linguistica e la semiotica forse ci danno un aiuto. Possiamo cominciare a porre la questione in questo modo, visto che difficilmente lo risolveremo questa sera, anche perché se no, le sere successive non sappiamo come passarle, resta un pezzo anche per dopo. Cosa ci dice la linguistica? E forse più ancora la semiotica? Già da Morris, Charles Morris, ma già da Peirce in definitiva, che ciascun elemento linguistico, noto come semiotico è infinito, è infinito in quanto è segno per qualcuno, che a sua volta è segno, certo tutto questo è un registro molto differente, molto avanzato rispetto alle cose banali che dicevamo prima. Tuttavia occorre che troviamo qualche cosa nell'implicazione analitica che renda necessario questo salto, credevo avesse qualche suggerimento, nessuno ha qualche suggerimento? Devo fare sempre tutto da solo. Consideriamo allora di nuovo la formulazione analitica _gli umani parlano", analitica in quanto necessaria, e assolutamente non confutabile, a priori, in quanto indicavamo l'altra volta questa accezione necessaria rispetto alla struttura del linguaggio. Dunque dicevamo gli umani parlano, c'è un salto in tutto ciò necessario? Perché, ciò intorno a cui ci stiamo interrogando è questo, se è necessario ciò che per definizione non è necessario. Che è una bella domanda, eppure

- Intervento: necessario?

Il salto, questo salto tra, per esempio, fra ciò che è necessario e ciò che non lo è, fra la deduzione e l'induzione, per esempio, o tra la premessa maggiore e la conclusione, comporta sempre un salto che non è giustificabile, se l'inferenza non è analitica, non dice niente cioè continua a ripetere lo stesso assioma principale, famosa _tutti gli animali sono mortali, Socrate è un animale, Socrate è mortale" ma la conclusione è già implicita nell'assioma di partenza, che fosse mortale, proprio in quanto animale. Ecco considerate quest'altra formulazione, che non è un sillogismo ma una considerazione, cioè che gli _umani parlano" che nel darsi afferma proprio ciò stesso che fa, una formulazione performativa, che fa ciò che dice, apparentemente non c'è nessun salto non giustificato in tutto ciò, però forse è il caso di riflettere ancora su questa nozione di salto, cioè questo passaggio che non è giustificato, in quanto comporta un aggiunta che non è presente nella premessa_.Se apparentemente tutto è necessario, cosa invece non lo risulta? La struttura sintattica? Questa è necessaria, e anche quella frastica, e allora potremmo dirla così: come sempre avviene quando sorge un problema che apparentemente non ha soluzione, è perché è mal formulato, come ho sempre riscontrato

- Intervento:_

Sì, cosa dunque è necessario? È necessario ciò che non può più considerarsi nella parola, perché la parola esista, che la parola si dia, dunque attenendoci a questa nozione, se l'implicazione analitica che è necessaria, necessariamente si arresta, cosa impedisce che non si arresti? Faccia così, lei provi ad aggiungere un elemento, uno qualunque, questo elemento risulta (come direbbe Kant) necessario, ma non deducibile, se preferisce sintetico a priori, e perché fa questa operazione? Proprio perché ha compiuta l'inferenza analitica, che la costringe a fare questo e adesso spiego il perché, perché l'inferenza analitica costruisce la possibilità, la pensabilità stessa del linguaggio, quale linguaggio? Qual è il linguaggio che la riflessione chiamiamola così analitica comporta, di quale linguaggio si tratta? Del linguaggio_.(_) che proprio per il fatto che rende possibile il linguaggio, occorre che lo costruisca, e come potrebbe costruirlo? Se si arrestasse istantaneamente, non potrebbe farlo, come dire che tutto si arresterebbe lì, ma se dunque c'è questa costruzione, allora questa costruzione è necessaria e potremmo dire a questo punto, anche se poi si tratterà di elaborare in termini precisi, adesso vogliamo soltanto dare delle tracce una direzione, che la costruzione di questo linguaggio è implicita nella implicazione analitica, se riflettendo intorno a questo riusciamo a stabilire, e ad affermare in termini analitici, la necessità di questa implicazione, allora abbiamo effettivamente dissolto il problema, mostrando come è necessario che una implicazione, una riflessione analitica, necessariamente per esistere, deve comportare ciò stesso che inventa, in questo caso per dirla così in modo molto rozzo: il salto diventa necessario, per potere proseguire e in questo senso è implicito nella implicazione analitica, e in quanto implicito deducibile, non derivabile, deducibile proprio nell'accezione della deduzione kantiana. Ecco questo è il lavoro su cui rifletteremo in questi giorni in attesa che giunga il martedì successivo. Intanto se qualcuno vuole dare un contributo per riflettere in questi giorni, contributo analitico, sintetico a vostro piacere, deduzione, induzione, anche abduzione sono accolte_in questo senso, diremmo così, il giudizio sintetico è deducibile ma non derivabile, e avremo modo di sbizzarrirci nella distinzione della deducibilità e derivabilità, in parte un accenno è stato fatto, ma occorre distinguere con maggiore precisione_

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

 

Corso diretto da Luciano Faioni

 

2/11/1995

Proposizione 8.22 della Seconda Sofistica: "Non è del tutto escluso che abbiamo forniti degli elementi e degli strumenti per potere cessare di credere, così come avevamo accennato già nell'introduzione di questa ricerca, se così sarà stato, allora avremmo ottenuto un risultato straordinario, se così non sarà stato, non importa. Sarà stato comunque straordinario l'avere considerate le cose che si sono considerate e quindi l'averle poste nella parola. Poiché non si è trattato in effetti di compiere un atto di cui potere dire che sia stato utile per qualcosa o per qualcuno. L'idea che possa darsi qualcosa di meglio non ci interessa, non sappiamo che cosa è meglio, non sappiamo da che cosa salvarci e neppure in quale direzione procedere. Stiamo procedendo, questo solo possiamo dire, e stiamo procedendo avvalendoci di un criterio che non è né migliore né peggiore di qualunque altro, è soltanto non negabile dalle regole e dalle procedure linguistiche, quelle stesse che ci hanno consentito di fare queste considerazioni".

8.23 Ma è praticabile quanto siamo andati dicendo? Tutto ciò che è stato pensato negli ultimi tremila anni non va in questa direzione, non considera quasi nulla di tutto questo, essendosi stabilito sulla certezza che la parola fosse arbitraria e che non lo fosse ciò che la parola indica, e chiamando questo la realtà delle cose. Eppure si dà qualcosa di non arbitrario, e cioè il fatto che sto parlando, questo mi si impone, che lo voglia oppure no. Si è trattato di considerare questo fino alle estreme conseguenze, cioè non dando nulla per acquisito, nulla al di fuori di ciò che si dice e che non può non dirsi, se si parla.

8.24 Ciò che abbiamo chiamato Seconda Sofistica è il praticare quanto abbiamo detto fino a qui, e cioè il non potere non tenere conto, in ciascun atto di parola, che non è pensabile alcun altro elemento fuori dalla parola, per potere muoversi, pensare e fare. Praticare questo vale a incontrare nella parola ciò per cui e in cui esisto. E considerare che qualunque altro modo possa pensare, questo mi ricondurrà sempre alle parole con cui lo sto dicendo, e quindi pensando.

8.25 La Seconda Sofistica è l'atto di parola nelle sue estreme conseguenze, cioè l'atto di parola in quanto gesto attraverso cui qualunque cosa esiste. Sofista è chi accoglie la parola e tutto ciò che questo comporta, vale a dire l'acquisire quanto la parola instaura e produce dicendosi, non potendo non considerare che ciò che la parola produce sono altre parole, e che queste altre parole non possono produrre se non altre parole e così di seguito, sempre cogliendo in tutto questo l'aspetto estremo, cioè la non mediabilità dell'atto di parola, il suo accadere, tanto imprevedibile quanto inarrestabile, non derivabile né significabile fuori dalle sue stesse procedure. Questo comporta che se voglio sapere quello che dico, quello che sta accadendo mentre dico, devo necessariamente proseguire a dire, aggiungendo altre parole, poiché soltanto queste produrranno il significato di ciò che dico, diranno che cosa sto dicendo. Non cercandone quindi il significato altrove, se non in ciò che dico, avrò sempre, inevitabilmente, in ciò che sto dicendo la sola risposta possibile a qualsiasi domanda possa porsi nel discorso in cui mi trovo. Non essendo la risposta altro che il rinvio di ciò che sto dicendo a ciò che si dirà. Questo non significa che creda la risposta, dice soltanto che l'accolgo come elemento linguistico, che mi interroga ulteriormente, che mi costringe a proseguire. In questo senso abbiamo detto che la parola non termina, non è un'asserzione ontologica ma la constatazione della struttura della parola che accolgo come tale, cioè in quanto atto di parola.

8.26 Portando il discorso scientifico, che è oggi il discorso occidentale alle sue estreme conseguenze, questo si dissolve, si dissolve necessariamente, ma questa dissoluzione non è un gran guaio, anzi, c'è l'eventualità che questa dissoluzione comporti la possibilità di potere accorgersi di ciò che si fa parlando, e cioè accogliere la responsabilità di ciò che si dice. Se racconto qualcosa o dico qualcosa o esprimo un giudizio, qualunque esso sia, allora posso pensare che le cose che dico rappresentino uno stato di fatto che è fuori dalle cose che dico, evidentemente, le mie parole saranno allora soltanto segni delle cose, cioè mostreranno le cose. L'esistenza delle cose in quanto tali è sempre stata necessaria per garantire che la parola non vaghi sospesa nel nulla. Che cos'è "la cosa"? Ciascuna riflessione intorno alla cosa ha data questa per acquisita, come fuori dalla parola. Cosa intendo dicendo fuori dalla parola? Intendo dire questo, che la parola non la modifica, non la trasforma, può dirla, può enunciarla, può dirla bene, può dirla male ma non può toglierla, perché esiste di per sé. Ciò che incominciamo a considerare è l'eventualità che non sia affatto così, e cioè non tanto che la cosa non esista fuori dalla parola, non soltanto questo, ma che fuori dalla parola non potrei neppure chiedermi se esista oppure no, la questione non potrebbe porsi in nessun modo. E allora? Posso dire che esiste lo stesso? E come, e con che cosa? Cosa sto dicendo a questo punto dicendo che esiste? L'esistenza esiste di per sé oppure no? Cosa dico dicendo che qualcosa esiste?

8.27 Stiamo sempre più delineando la questione del sofista. Se tutto questo conduce, o può condurre all'impossibilità strutturale di credere, allora in questo senso si tratta di un percorso senza ritorno, cioè non ci saranno più né si daranno più le condizioni perché sia possibile credere una qualunque cosa o il suo contrario. Che non ci siano più queste condizioni non è cosa da poco, perché indica non tanto che non crederò più a questo o a quest'altro, ma non potrò credere. Perché tornare indietro varrebbe qui la possibilità di credere qualcosa, ma come posso credere qualche cosa se colgo, quindi constato immediatamente e inevitabilmente che questa cosa non è provabile, non può dirsi né darsi come vera, e quindi rimane assolutamente opinabile. E` qualcosa che dico, che posso accogliere, che posso considerare, che posso intendere, posso ascoltare, posso svolgere, interrogare, ma non credere.

8.28 Abbiamo affermato che qualcosa non può dirsi ma che tuttavia si dice, cosa dobbiamo intendere con questo? Evidentemente, dicendo che non può dirsi, diciamo qualcosa che riguarda l'impossibilità di poterlo affermare come fuori dalla parola, e in effetti, non posso affermare di credere vera qualcosa in quanto per potere affermarla vera devo potere esibire un criterio di verifica, cosa che non posso fare per i motivi esposti più sopra, e pertanto questo "non posso", riguarda l'impossibilità di stabilire ciò che la mia affermazione di verità dà, necessariamente, per stabilito. In altri termini, per potere dire di qualcosa che è vera, devo possedere un criterio che mi consenta di dire che è vera, altrimenti dire che è vera non significherebbe assolutamente nulla, mentre se dico che è vera intendo dire qualcosa, e esattamente che ciò che sto dicendo è sostenuto da un criterio che mi consente di affermare che ciò che affermo è vero, ma questo criterio che viene dato implicitamente, e che mi consente di potere affermare questo, non esiste, nel senso che per mezzo delle stesse procedure per cui affermo che la tale cosa è vera, cioè quelle che mi dicono che se dico che una cosa è vera allora posso anche provarlo, non posso provare alcunché, poiché mi trovo di fronte al regresso all'infinito che mi impedisce di soddisfare proprio quei requisiti che dovrebbero sostenere la mia affermazione di verità di ciò che credo.

8.29 Allora, affermare ciò che non posso affermare vale a formulare la forma del paradosso, cioè una affermazione che afferma di sé di non potere affermarsi, che dice di sé di non potere dirsi. Affermo l'esistenza di un principio di verità a cui mi appello, e allo stesso tempo, inevitabilmente, non posso non affermare che questo principio di verità non c'è. Non c'è utilizzando queste stesse regole e procedure che mi consentono di dire che una certa cosa è vera. Posso pronunciarla evidentemente, ma pronunciandola enuncio la forma del paradosso, che mi dice che ciò che sto affermando non può affermarsi, ma che tuttavia si dice, e pertanto ciò che sto dicendo non può essere sostenuto per via di quegli stessi criteri e di quelle stesse procedure che mi consentono di potere dire che qualche cosa può essere stabilita. Affermando questo allora compio un'operazione retorica, inserisco una variante rispetto all'invariante che, in questo caso, mi dice che ciò che sto affermando non è affermabile per quelle stesse procedure per cui posso utilizzare il termine "affermare". Una variante quindi che produrrà effetti di senso e altre figure retoriche, che aggiungeranno altri elementi a ciò che dico e che mi consentiranno di procedere. Abbiamo considerato in precedenza che cosa accade considerando ciò che si dice come figura retorica anziché un dato di fatto o una verità, più o meno provvisoria la si voglia considerare, perché per quanto la si consideri provvisoria, proprio questo fatto mi costringe ad ammettere l'esistenza di una che non lo sia affatto, e rispetto a cui quella sarebbe provvisoria. Ci stiamo imbattendo continuamente, lungo queste considerazioni, nella struttura di cui stiamo parlando e che ci riporta incessantemente a tenere conto delle procedure che ci consentono di parlare, parlando. Dicevamo all'inizio che questa ricerca procede esattamente così come dice di procedere mostrando, in atto, la praticabilità di questo procedere che si esibisce dicendosi. Allo stesso modo potremmo considerare che quanto abbiamo detto instauri la non possibilità di credere di potere uscire dalla struttura del linguaggio, poiché ciascuna credenza crede, in definitiva, di potere uscire dal linguaggio, afferma questo, si afferma cioè come un paradosso che dice di sé di fare ciò che, per potere fare deve necessariamente non potere fare, e cioè uscire dal linguaggio, dalla parola. Questione curiosa questa, poiché ci mostra che ciò che si dice è sempre, necessariamente un atto linguistico, qualunque cosa dica o faccia questa sarà sempre una costruzione della parola, né potrà essere, in alcun modo, altro.

Ciò che ho inteso dire è esattamente questo, la possibilità che ciascuno "occorre" che incontri, occorre tra virgolette, non è una prescrizione né un obbligo, è un suggerimento a provare anche a considerare, a pensare in questo modo. Che ciò che dico, seguendo questo percorso che ho compiuto, in nessun modo può attestarsi a qualcosa e quindi credersi, non potendo attestarsi a nulla, accade che qualunque cosa io mi trovi di fronte, costruita dalle mie parole in quel momento, non termina, e soprattutto non può terminare. Da qui la domanda che insiste, il "e quindi?" di fronte a qualunque attestazione, a qualunque credenza, qualunque certezza, le cose sono così: si, le cose sono così, come le cose che sto dicendo hanno prodotto, indubbiamente, ciascuna volta. Io dico certe cose e dicendole queste cose costruiscono, costruiscono storie, costruiscono case, palazzi, costruiscono vicende, ma ciascuna volta se mi attesto a questo, allora la costruzione è pensata come assolutamente reale, e se non proseguo a dire non ho nessun elemento, nessuno strumento per potere pensare che non lo sia. Quindi lo crederò, necessariamente e inevitabilmente. Ma ecco, qualcosa impedisce l'attestarsi a ciò che dico. Se, per esempio, mi trovo a dire delle cose con qualcuno e con questo qualcuno mi trovo a chiacchierare amabilmente, poi a un certo punto, il discorso che si va facendo inserisce degli elementi, elementi che hanno a che fare con qualcosa che mi rattrista, che mi angoscia, che mi spaventa, allora che cosa è successo? Succede con questi termini che intervengono, si costruisce mano a mano una scena, una scena per esempio di paura, o di angoscia, quello che volete. Queste parole hanno costruita una tale scena che è come se mi ci trovassi dentro letteralmente, cioè fosse reale, e lo è, ma lo è fino al momento in cui questa scena, incontrando un rinvio attraverso la domanda "e quindi?", non trova l'occasione di portarsi alle estreme conseguenze interrogando i termini che l'hanno costruita, e se occorre a uno a uno. Se occorre. Se non occorre magari è sufficiente reperire una struttura, cioè reperire la non necessarietà di questa scena che si è costruita. E allora a un certo punto, senza sapere né come né perché, mi trovo preso in un marasma e posso anche stare malissimo, esattamente come starei se questa scena fosse reale. Ma come dicevo prima lo è in effetti. Cosa distingue questa scena che ho prodotta, da un altra in cui posso essermi trovato, in altre circostanze più o meno simili e che comunque hanno prodotta una sensazione, un contraccolpo, cosa le distingue? La sensazione è la stessa, posso avere forse meno agganci, però questi li trovo se li voglio trovare, trovo qualunque cosa. Se uno vuole trovare delle giustificazioni ne trova quante ne vuole, non c'è problema, oppure conferme ad un suo sospetto. Ciascuno di voi può trovarne a decine, migliaia, forse anche di più, naturalmente a migliaia anche nel senso opposto, poi all'infinito. Dunque questa scena che costruisco come è pensabile? Come è costruibile? Innanzitutto occorre pensare la questione non in termini terapeutici, intendo dire questo, che per chi si trova nella posizione, chiamiamola così, del sofista, che questa persona costruisca questa scena e quindi stia malissimo oppure no è, per un certo verso, assolutamente indifferente, nel senso che non compatisce, cioè non soffre insieme con questa persona, per fortuna sia del sofista sia dell'altra persona, soprattutto dell'altra persona, perché se soffrisse insieme, allora si porrebbe in una posizione in cui accredita tutto ciò che quella persona ha costruito, come se si trattasse di qualcosa di inevitabile. Quando uno compatisce qualcuno, cioè soffre insieme con lui? Quando immagina che la sua situazione sia inevitabile, se uno vede quell'altro che si dà le martellate sulle dita, non patisce, può pensare che sia matto, ma non è che soffra con lui, generalmente non avviene. Dunque la condizione è di pensare che ciò che l'altra persona sta incontrando sia necessaria, cioè non possa non essere altrimenti che così. Ma colui che si trova nella posizione del sofista, sa perfettamente che non è così, sa che ciò che sta accadendo è una produzione, è una stringa di significanti, di fronte alla quale si pone come di fronte a qualunque altra stringa di significanti che producono del senso, ma un senso che di volta in volta è tale rispetto alla proposizione o alle proposizioni in cui è inserito, cioè l'uso che di questi termini si sta facendo. Se questa persona costruisce una scena che l'angoscia, allora sta facendo un uso di questi termini che intervengono nel suo discorso, che mi è estraneo, comunque mi è estraneo. Posso accorgermi dell'uso che sta facendo, posso sapere che questo uso non è necessario, ma non tanto perché cessi di stare male, questo può risultare marginale, ma semplicemente perché si accorga di quello sta facendo, che poi stia male oppure no non è questa la questione, cesserà di stare male semplicemente come effetto, è inevitabile che cessi di fare questo, ma non è questo l'obiettivo, mai. E non è una posizione, come taluni potrebbero pensare, cinica o insensibile, esattamente il contrario, il sofista non è cinico né insensibile. Perché questo? Perché di fatto fa la sola cosa che possa porre le condizioni perché quest'altra persona cessi di stare male, senza di per sé né volere né non volere che cessi di stare male. Sa che non è questa la questione, forse sa anche molte cose di più. Sa della prossimità di ciò che si intende con lo stare male con la sofferenza e l'erotismo, della prossimità fra la costruzione di una scena che angoscia, che spaventa, che terrorizza e l'eccitazione che questo comporta, e moltissime altre cose, perché le sa? Perché non può non saperle. Le sa, perché non essendo distratto da questi aspetti può, molto semplicemente, ascoltare ciò che accade, la struttura del discorso, la sua struttura sintattica, grammaticale, come si svolge, su quali elementi viene posto l'accento, che cosa insiste, che cosa ritorna. Può avere con estrema facilità tutto ciò a disposizione, e saperlo e sapere anche che l'altra persona non può saperlo, proprio perché distratta, distratta da ciò che si sta costruendo, da ciò che non può non costruire, da ciò, in altri termini, che la sta attraendo in modo irresistibile. Questa irresistibilità dettata da un modo, diciamola pure così, da un modo di pensare, dalla struttura del pensiero, struttura di pensiero tale per cui apparentemente tutto fila liscio, salvo quando viene evocato un certo significante, una certa successione di significanti, a questo punto è come con il computer, si apre un file e parte il programma e non c'è modo di fermarlo, perché è come, per usare un'allegoria, fosse programmato solo in un certo modo, cioè di fronte a una certa stringa di significanti è come se non potesse pensare altro che quello che pensa, cioè che necessariamente è così. Parlo ad un certo punto, nella Seconda Sofistica, a proposito di Cantor, del transfinito, dicendo che può accadere che di fronte a un elemento soltanto un altro si imponga, quello e nessun altro. E quella è come una sorta di pass word per accedere, l'unica possibile, per accedere alla scena che viene costruita, che è una scena di grandissima eccitazione. Tant'è che questa scena, che è di grande sofferenza, o di eccitazione, come preferite, è la stessa cosa, perché esercita una così forte attrazione? Che cosa c'è in questa scena? E` qualcosa a cui possiamo rispondere avvalendoci della struttura che siamo andati mano a mano considerando, perché ciò che avviene è qualcosa di molto prossimo a una struttura sintattica, come dire che non è che non si dia la possibilità che altro possa aggiungersi ad una certa stringa di significanti, la questione è differente, è che non deve aggiungersi. Se voi interpellate la persona in quel momento particolare, riscontrate che è assolutamente inaccessibile, come se fosse sorda a qualunque altra cosa possa giungere da qualche cosa che è fuori da quella scena. Inaccessibile proprio in quanto tutto ciò che sta avvenendo non deve essere distolto, non deve essere distratto, tant'è che così accade, ma come porre a quel punto le condizioni perché possa inserirsi un elemento. Non è possibile, semplicemente. Non è possibile perché questa scena è irrinunciabile e quindi inaccessibile a tutto ciò che potrebbe disattivarla, diciamo così, e allora? E allora la questione va affrontata altrimenti, va affrontata analizzando e riflettendo non tanto su questa scena che di per sé può essere anche molto chiara. Ciò che ci ostacola, in un certo senso, è l'impossibilità di compiere atti di fede, perché se noi potessimo fare questo, sarebbe tutto molto più semplice, più semplice in quanto ad un certo punto crederei che le cose stanno in un certo modo e quindi stando in quel certo modo credo che non posso più stare male. Come accade in ciascuna cosiddetta scuola di psicanalisi, naturalmente è solo spostare la questione. Ciò che invece ci consente di fare un passo straordinario è iniziare a riflettere sulla struttura del discorso che stiamo facendo, perché che creda questa scena o qualunque altra non cambia un granché. Che creda in questa scena o che creda nella madonna che piange, per quanto riguarda il sofista è esattamente la stessa cosa, indica soltanto che si dà una struttura di pensiero che rende possibile il credere qualcosa, solo questo, è soltanto rispetto a questo che interviene. Non rispetto a ciò in cui uno crede, che è assolutamente indifferente, importa che esistono delle condizioni tali per cui sia possibile credere e su queste interviene, su queste lavora, per così dire. Come può avvenire questo? Come può avvenire che qualcuno vari, trasformi il modo in cui pensa? Apparentemente impedendogli di pensare nel modo in cui correntemente pensa, però non è sufficiente. Non è sufficiente anche se è il primo passo, in effetti è ciò che io mi trovo a fare, è l'unica cosa che faccio in una seduta, non è che faccia altro, anche quando taccio intervengo. Ecco, il modo in cui intervengo si va modificando rispetto a quanto avveniva all'inizio, quando alcune persone mi hanno conosciuto...e come si va modificando? Esattamente in questo, nel considerare con sempre maggiore attenzione le connessioni logico sintattiche del discorso, ma non facendo l'analisi logico grammaticale, non necessariamente, se non in termini parodistici, quanto e soprattutto nel riprendere un elemento così come è creduto, e inserendo questo elemento in altre strutture, non perché quella struttura in cui la inserisco sia migliore o peggiore dell'altra, è soltanto un primo modo per accennare all'eventualità dell'esistenza di un altro rinvio. Perché quando qualcosa non è più credibile, nel senso che non c'è più la possibilità di credere? Quando, evidentemente, facendo l'esempio di prima, una certa scena cessa di attrarmi. La difficoltà che si incontra nel fare in modo che cessi di attrarre è notevole, per via dell'eccitamento che produce. Non è la scena in quanto tale, ma l'eccitamento che l'accompagna, è questo a cui non si rinuncia, questo è esattamente ciò che si enuncia con lo stare male. Perché questo è così importante, perché questo eccitamento è così importante? L'unico motivo per cui non si rinuncia è che fornisce l'unico motivo, l'unica certificazione della propria esistenza. Né più, né meno. Considerate questo, adesso vi faccio un discorso che è molto poco rigoroso, però prendetelo così, come una allegoria: come vivono gli umani perlopiù, di cosa è fatta la loro esistenza, cosa cercano? Cercano qualcosa che riempia la loro vita, qualcosa che dia un significato all'esistenza, qualcosa che consenta di dire: ecco io servo a questo. La mia funzione nella società, nel mondo, nell'universo è questa. Che è esattamente ciò che fornisce la religione, un significato alle cose, un motivo delle cose, il significato ultimo, quindi dà a ciascuno una sua finalità. In questo senso perché cosa vivono gli umani? Per la grazia e la gloria di dio. Ora, questa soluzione non da tutti è accolta, e allora molti cercano altre cose ma che hanno la stessa struttura, qualcosa cioè che dia un senso all'esistenza. Quando uno sta malissimo, per qualunque motivo questo sia, immagina che il suo stare male sia qualcosa di importante oppure un'idiozia? E` una questione. Può anche dire fra sé e sé che è una stupidaggine, esattamente come può dire fra sé e sé: ma guarda che stupido. E allo stesso modo, quando altri glielo fanno notare, non è affatto contento, perché non ritiene affatto di essere uno stupido, né che il suo malessere sia cosa da poco. Essendo cosa importantissima, può all'occorrenza riempire la sua vita, dare un senso alla sua vita, fornire cioè qualche cosa tale, e di una certa importanza, che lo fa muovere, per cui ecco, mi muovo per questo motivo, perché è accaduto questo e io sto malissimo e quindi devo correre ai ripari e quindi fare questo, questo e quest'altro...non posso non farlo, devo fare tutta una quantità di cose che mi impediscono di stare bene. Qualcuno, ingenuamente e incautamente potrebbe dire: ma prima stavi benissimo, perché hai fatto qualcosa per cui dopo sei stato male, per cui dopo sperare di tornare a stare bene? Allora qualcuno diceva, ancora ingenuamente: perché ti dai tanto da fare a stare bene, quando hai fatto prima qualcosa che ti ha fatto stare male per potere dopo tornare a stare bene se stavi già bene prima? Tutta questa serie di operazioni parrebbe apparentemente assolutamente, diciamola così, economicamente svantaggiosa. Un economista non avrebbe dubbi sulla sua dispendiosità...allora dunque dicevamo che economicamente questa operazione è assolutamente svantaggiosa, eppure viene fatta con una metodicità, con una precisione, con una determinazione e un impegno straordinari. Perché mai? Fatica di Sisifo, dicevano gli antichi, perché fu condannato dagli dei, per avere attentato al loro sapere, a spingere un enorme macigno in cima a un monte, arrivato in cima al monte lo rotolava giù dall'altra parte e allora lui riprendeva il macigno e lo riportava su, e così via. Da qui il modo di dire "fatica di Sisifo", una fatica immane e assolutamente inutile. Eppure non è inutile, perché come abbiamo visto, Freud parlava di tornaconto, avrebbe detto così Freud. Ma il tornaconto qual è? Quello di avere un qualche cosa che costituisce, che fornisce un motivo validissimo per fare, perché non è che si sia consapevoli del tornaconto, che tutto questo si è messo in atto al solo scopo di avere qualche cosa da fare, adesso è detta così, molto rozzamente, ma la si accoglie come una cosa terribile che è capitata tra capo e collo, chissà per quale motivo? Forse per avere offeso qualche dio, forse...ma sia come sia, ciò che a noi interessa è intendere che ciò che avviene, e cioè "lo stare male", ha una funzione, una funzione irrinunciabile ed è per questo che le persone non cessano di stare male. Cesserebbero da sé se non esistesse questo tornaconto, non avrebbero nessun motivo, uno non si dà la famosa zappa sui piedi senza un buon motivo, non lo fa perché non gli gioverebbe a nulla, e invece in questo caso c'è un giovamento, e il giovamento consiste nell'avere un buon motivo per vivere, tutto sommato. Ma allora ciò che abbiamo elaborato in questi mesi cosa ci dice a questo riguardo? Un piccolo accenno è stato fatto qualche tempo fa, a proposito della noia, non ricordo se qui o in libreria. Perché è quando interviene la noia, oppure quando interviene il timore della noia che si fanno pensieri che creano problemi, proprio quando tutto va bene, allora spesso interviene la noia, cioè nulla domanda, nulla questiona, nulla costringe a fare, a muoversi, ad agitarsi, a preoccuparsi, ad angosciarsi, e allora cosa si fa? Una volta una persona mi disse, in una seduta, mi chiese anzi: ma se non sto più male, che cosa faccio? Già. Trova un altro modo per stare male. Così accade che in moltissimi casi si incontri un problema, un disagio, di fronte all'eventualità di non avere nulla da fare, nulla che incomba, nulla che si sia costretti a fare, per qualunque motivo, che "dia da fare" per così dire. Allora ecco, fa questo, questo e quest'altro, ma non è soltanto un interesse per queste attività che muove, ma il timore dell'eventualità che nulla muova, che nulla dia da fare, che nulla costringa a fare, perché se non c'è nulla da fare che succede, che rimane lì, e allora pensa. Vi siete mai domandati come avvenga che a chi ha nulla da fare spesso i pensieri vadano a cose brutte. Cosa sono le cose brutte? Quelle che fanno stare male, i pensieri che avviliscono, che intristiscono, che angosciano che, insomma, fanno tutte queste cose che danno un senso. Perché? Perché se sto male, sto male per qualche motivo e quindi esiste un motivo che mi fa stare male. Almeno il male si occupa di me. Se volete proprio dirla in modo orribile. Eppure, eppure c'è almeno qualche cosa per cui io debba fare, debba muovermi, debba pensare. Sofista, invece, è chi non ha più nulla né da fare né da pensare. Allora che fa? Si trova evidentemente a pensare, come ciascuno, pensa, che lo voglia o no, che lo sappia oppure no, incontra questi pensieri, interroga questi pensieri, chiede a questi pensieri che altro hanno da dire. Chiede a questi pensieri di cosa sono fatti, chiede a questi pensieri di dire altro del gioco, non si aspetta nulla da questi pensieri, nessuna risposta nessuna certezza, nulla che possa aiutarlo a nulla, gioca per così dire, ma non è proprio che giochi, è che si trova ad accogliere il gioco del discorso che va facendo; si trova, non ha di meglio da fare. Non perché sia sprovveduto, ma perché qualunque altra cosa effettivamente lo annoia. E perché lo annoia qualunque altra cosa? E cioè esattamente tutto ciò che gli umani prevalentemente fanno per non annoiarsi, esattamente questo lo annoia.

- Intervento:...diventa apatico?

Si, apatico si, se preso alla lettera, e cioè senza sofferenza. Ma dunque lo annoia tutto ciò che si pone come una risposta a ciò che incontra e che viene imposta, viene imposta da altro che non sia il suo discorso. Perché lo annoia? Perché non dice niente. Assolutamente niente. Non dice nulla nel senso che sta a lui accoglierlo oppure no, ma accoglierlo cosa comporta? Occorre interrogare questo qualcosa, se lo interroga, in qualche modo fa già parte dei suoi pensieri, non è fuori di lui, ma è qualcosa che lo riguarda, lo riguarda in quanto è entrato a fare parte dei suoi pensieri, è stato acquisito nel senso che è nella sua parola. In questo senso è interessato a tutto ciò che fa parte del suo discorso, e non è interessato a nulla di tutto ciò che viene posto come fuori dal discorso, fuori dalla parola. Per questo non ne è interessato, non ne è interessato perché è nulla, è assolutamente nulla. E questo è come aggiungere una postilla al fondo di ciò che ho scritto e che voi state leggendo, di questo itinerario che di fatto non considera null'altro se non ciò che non può essere considerato, e forse è meglio dire qualcosa di più rispetto a questo, perché ciò che abbiamo appena detto del sofista è esattamente questo: considera soltanto ciò che non può non essere considerato. Non per una decisione, ma perché non può non farlo. E considerare ciò che non può non considerare è semplicemente, come altre volte abbiamo indicato, accogliere la responsabilità di ciò che fa, quindi di ciò che dice. Se costruisce una scena, qualunque essa sia, si assume la totale responsabilità, non la colpa, la responsabilità, come dire che è una produzione del discorso, una produzione e come tale continua a produrre altri elementi ancora. La responsabilità dice questo, che non posso non accogliere ciò si produce, non posso attestarmi a nulla, salvo rinunciare appunto alla responsabilità, che sarebbe come dire, in questo caso, che sto male perché le cose stanno così e non altrimenti che così, se sapessi che stessero in tutt'altro modo non starei male, e dunque devo necessariamente avere questa certezza, e questa certezza posso averla se e soltanto se non assumo la responsabilità di ciò che dico, come dire ancora, che ciò che dico, in quel caso è soltanto una manifestazione di qualcosa che mi trascende, direbbero i filosofi, che va al di là di me, che è fuori dalla parola, perché se è nella parola è qualcosa che si produce in questa, è un atto di parola, è una procedura linguistica e una procedura linguistica non fa stare male, non ha questa prerogativa, nessuno sta male facendo l'analisi logica per esempio, non si da questa eventualità e perché non si da? Cosa comporta trovarsi di fronte a una stringa di significanti e considerarla come tale, oppure stare di fronte a una stringa di significanti e considerarla l'espressione di un dato di fatto, di una realtà esterna? Che nel primo caso posso intervenire, posso dire, posso aggiungere, posso trasformare, posso fare quello che voglio, nel secondo caso no, la seconda posizione è una posizione terroristica. Io mi terrorizzo e all'occasione cerco di terrorizzare anche il prossimo, con gli stessi strumenti e riuscendoci anche talvolta, se il prossimo è come me disposto a credere, se no no, terrorizzo soltanto me evidentemente, non vado al di là di questo, però comunque è qualcosa che non è molto interessante, non lo è perché arresta la parola e impedisce di potere proseguire e se non posso proseguire è un problema perché o incontro una noia mortale, oppure devo pensare che qualcosa mi costringa a proseguire e che cosa se non un fatto di un certo portento, un fatto portentoso come una disgrazia. E` noto che le cose spiacevoli sono più facilmente, diciamola così, gestibili di quelle piacevoli, ma non è del tutto casuale, non lo è affatto perché una cosa spiacevole è qualcosa che viene da fuori, fuori da me, perché di quella posso dire che non la voglio e lo dico a tutti, me compreso, se nessuno ci crede non importa. Quella piacevole invece, quella bella, è una cosa che io desidero, che accolgo quindi, che non posso non accogliere se dico che è una cosa piacevole, è piacevole quindi la voglio, quindi la accolgo, non la rifiuto. Invece quella spiacevole è quella che ha questa prerogativa: posso dire che non la voglio e cioè che non ne sono responsabile. Questione non da poco, che fa preferire una cosa anziché un'altra. Perché per un certo profilo sono esattamente la stessa cosa, stare bene o stare male, non cambia niente, cambia la mia posizione rispetto al modo in cui io la accolgo, se è una cosa brutta, allora per una serie di procedure grammaticali, linguistiche, posso dire che essendo male è il contrario del bene, essendo non bene è ciò che non voglio, non volendolo non me ne si può attribuire la responsabilità. Si, sto dicendo la stessa cosa, soltanto è presa in termini più radicali e cioè in questo modo, che qualche cosa occorre che mi muova, se non accolgo ciò che dico, non ho niente, assolutamente nulla e allora deve essere qualcosa da fuori a muovermi. Il discorso ossessivo la sa lunga a questo riguardo, si aspetta sempre che qualcuno lo stimoli, con tutte le allegorie erotiche che questo può comportare ma dunque, non avendo niente, se non ascolto la parola non ho nulla, allora deve venire da fuori ma deve essere qualcosa di cui posso anche non attribuirmi la responsabilità, perché se me ne attribuissi la responsabilità allora ciò che accolgo è qualcosa che voglio, qualcosa che desidero, e quindi cosa accade a questo punto? Accade che l'operazione che è fatta in precedenza, di cercare qualcosa dall'esterno, mi rinvia invece al mio desiderio, in questo caso alla mia parola, ma la mia parola non la accolgo, accoglierla comporterebbe una tale catastrofe che è preferibile non farlo. Comporterebbe l'idea di perdere tutto quello che ho, che suppongo di avere in questo caso e cioè l'amore, l'amicizia, il benessere. Allora, giusto per concludere, rinunciare alla parola, cioè non ascoltarla, comporta il non avere nulla, dunque non avere necessità che qualcosa dal di fuori mi muova perché non posso stare fermo, non è possibile, devo muovermi, questo per motivi molto complessi che un giorno vi dirò, e quindi sono in attesa che qualcosa dal di fuori lo faccia, ma che cosa può costringermi a muovermi? Qualcosa di bello, di piacevole? Si è quello che dico, certamente, cioè io mi assumo la responsabilità di volere la cosa che mi piace, di desiderarla fortemente, ma purtroppo non la trovo mai, purtroppo non la incontro mai, perché se la incontrassi allora dovrei dire che è esattamente ciò che volevo...ma allora accogliere questo diventa arduo perché sarebbe come accogliere che è esattamente questo che voglio e quindi accogliere anche che cosa necessariamente? L'arresto del desiderio, l'arresto della parola, come se non avessi più l'opportunità, a questo punto, di rinviare, perché è questo quello che voglio e in effetti accade sempre così, quando uno vuole fortissimamente una cosa e poi la ottiene, molto spesso incontra una sorta di tristezza. Ma se invece questa cosa che accade io posso.../.../che è la grammatica del linguaggio in cui mi trovo, posso dire che non la voglio, ecco che allora posso dire che non sono soddisfatto e quindi posso rilanciare la questione e continuare a domandare altro ed essere legittimato nel domandare. Anni fa dicevamo del discorso isterico che fa il verso a questo, voglio questo, eccolo, ma non era questo è quest'altro che volevo, eccolo, no non era questo, era quest'altro. La sofferenza serve a questo prevalentemente, o anche ad altro ma ha un sacco di virtù, se la abolissero sarebbe una catastrofe, ma non lo faranno...

- Intervento: necessità della sofferenza, pensavo alla dottrina della salvezza.

Un'altra faccia della medaglia, quando il salvatore viene eliminato, terminato? Quando si pensa che lo sia stato davvero, non è tollerabile una cosa del genere, lo si fa fuori subito...

- Intervento: questione di Mosè...

No, perché il salvatore non ha salvato nulla e ancora deve venire, per gli ebrei dio è qualcuno che ha mandato una serie di maledizioni per un motivo di cui ancora non si capacitano quale possa essere, e allora ecco la necessità di leggere e rileggere la Torà e la Bibbia, per cercare di capire che cosa dio vuole esattamente da loro, perché se li punisce allora vuol dire che hanno fatto qualcosa...

- Intervento: la questione del Cristo Salvatore...

Si, se uno mi salva, cioè mi toglie la sofferenza, mi toglie il motivo di esistere, tant'è che Gesù ha salvato tutti e che fine ha fatto? Orribile, la peggiore che potesse farsi...ecco però che cosa diceva Sandro? La dottrina della salvezza certo

- Intervento: sofferenza e noia da combattere. Sofferenza funzionale al mantenimento del buon ordine sociale. Sofferenza è la presa di coscienza di questa possibilità di errore.

Se c'è l'errore allora qualche altra cosa è vera, devo muovermi in quella direzione, quindi si deve fare, e si da un buon motivo a ciascuno per esistere. Errore nell'accezione più ampia, come l'accorgersi che qualcosa non ha funzionato così come avrebbe dovuto, se sto male è perché c'è qualcosa che non va, in questo caso l'attesa è che altri facciano in modo tale che io non stia male e cioè che altri mi consentano di stare bene, è una posizione di dipendenza totale che non lascia possibilità di dire niente.

- Intervento: la sofferenza è male, distanza da dio. Popper lancia un messaggio che nessuno si metta al posto di dio.

Freud direbbe che è una posizione isterica, cioè indica ad altri la verità senza assumerla, Lui si fa soltanto portavoce.

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

 

Corso diretto da Luciano Faioni

 

8/11/1995

C'era una questione cui ho accennato venerdì scorso alla conferenza, verso la fine. Una questione che riguarda il principio del terzo escluso e il credere. Adesso vi faccio un esempio, voi avete presente grosso modo come funziona un calcolatore, e sapete che esistono dei virus. Di virus ce ne sono di vari tipi, anche questo che è qui nella sede ne aveva uno, una volta. Cosa fanno questi virus? Prevalentemente alterano, ma soprattutto bloccano dei programmi. Cosa vuol dire che bloccano dei programmi? Che impediscono delle connessioni. Il programma è una serie di sequenze, di procedure, dunque impedisce delle procedure, come esattamente questo avvenga poco ci interessa ora. Dunque impedisce una procedura, impedisce una successione, una connessione, cioè un certo elemento non è più in connessione con un altro per cui blocca il programma. Perché questo esempio? Come interviene ciò che si crede? E come si pone rispetto a questo ciò che andiamo dicendo ultimamente? Prendete per esempio queste proposizioni che ho scritte. Lungo queste proposizioni avviene un procedimento (potrebbe avvenire) tale che un certo tipo di connessioni vengono illustrate come, diciamola così, come direbbero i logici, come "non sensi", sprovviste di senso. Sprovviste di senso in quanto il senso che si vorrebbe loro attribuire non è decidibile, né è possibile stabilirlo. Allora cosa dicevo venerdì? Questo, che il principio di non contraddizione impedisce propriamente che possa darsi simultaneamente l'affermazione e la negazione di un elemento. La procedura linguistica impedisce di fare questo, perché, ammesso che potesse farsi, non direbbe assolutamente niente. Cioè nega qualcosa, ma per poterlo negare deve affermarlo. Ora ci siamo avvalsi a questo scopo della questione da cui siamo partiti, e cioè da questa forma paradossale, negare, per esempio, che sto parlando, non posso negarlo se non parlo. Ecco dunque la formulazione del paradosso che dice, per esempio: non sto parlando. Quindi nega qualcosa, ma negandola è costretto a fare necessariamente, se lo vuole negare, ciò stesso che nega di fare. Ora considerate qualcosa che credo, o posso credere. Cosa è questa cosa che credo, qualunque essa sia? E` una cosa che dice di sé che è assolutamente vera, se lo credo so che è così, ma al tempo stesso utilizza, per potere affermarsi, una procedura di verifica che è quella antichissima dell'adequatio rei et intellectus, dell'adeguamento dell'intelletto alla cosa, cioè io penso una cosa e questo che penso è adeguato alla cosa. E quindi è costretta, per potere affermarsi, ad accogliere questo criterio di verifica, non posso affermare che qualcosa è vera se non ho nessun criterio per poterlo provare, se la stessa nozione di prova non è sostenibile, allora dicendo che una cosa è vera, non sto dicendo nulla; dunque per potere dirsi, questa cosa che credo, da per implicita l'esistenza di un procedimento di prova, qualunque esso sia. La struttura del discorso occidentale in cui ciascuno si trova, vieta invece esattamente il controllo di questa procedura, vieta di stabilire o di accertare di che cosa è fatta questa procedura di verifica della prova o del controllo della verifica della prova. Perché lo vieta? Lo vieta per una questione semplicissima, di cui abbiamo detto molte volte, lo vieta perché è come se cercasse, per potere appoggiarsi su qualcosa di fermo, almeno un elemento considerato fuori dalla parola, perché solo a questa condizione qualcosa può essere isolata, quindi può funzionare come garanzia, come certezza, come prova inconfutabile. Tuttavia, se io mi azzardo a cercare anche un solo elemento fuori dalla parola mi trovo, come abbiamo constatato in ciascuna occasione, di fronte o alla regressio ad infinitum oppure alla petitio principii, cioè o inseguirò all'infinito l'origine dell'origine o la causa della causa, oppure semplicemente la affermerò dicendo che è così perché è così, ma non potendo in nessun modo dare nessun altra garanzia. E allora dicendo che credo x, qualunque essa sia, dico che x è vera, e dico simultaneamente che vero non significa assolutamente nulla. Perché non significa nulla? Perché per significare qualcosa, questo vero che dico, deve poter essere provato, deve potere essere certificato, per la struttura stessa del discorso che mi fa dire che credo x perché x è vera, in altri termini, affermo che una cosa è vera, ma affermando questo non affermo assolutamente niente. Ciò che dicevamo venerdì in effetti va in questa direzione: credere qualcosa, qualunque cosa sia, potremmo dire "credo x" o "credo p", che è la stessa cosa che scelga come oggetto della credenza un individuo o una proposizione, "credo x" dunque, è la forma stessa del paradosso. Paradosso in quanto viola il principio di non contraddizione che mi impedisce, se intendo dire qualche cosa, di affermare una cosa e il suo contrario. E dicendo che credo x, faccio esattamente questo, affermo una cosa e il suo contrario. Affermo l'esistenza di un principio di verità a cui mi appello e, allo stesso tempo, non posso non affermare che questo principio di verità non c'è. Non c'è utilizzando queste stesse regole e procedure che mi consentono di dire che una certa cosa è vera. Ecco allora, torniamo all'esempio di prima, quello del computer, del virus che blocca il programma e cioè impedisce delle connessioni, delle procedure. Provate a considerare la questione in questi termini, l'affermare quanto abbiamo detto rispetto alla credenza, il credere x, consideratelo come un programma, programma tale per cui ciascuna volta, quando si verifica un certo elemento y, sono rinviato immediatamente a x. Cosa vuol dire questo? Che ciascuna volta in cui si verifica un certo elemento, questo ha un significato tale per cui viene rinviato a x che lo certifica. Immaginate che questa operazione sia impedita, impedita in questo modo: se io credo x, e quindi so che x è vero, allora immediatamente so che per potere affermare che è vero devo potere disporre di un criterio, e a questo punto so immediatamente che questo criterio deve essere verificato da un altro criterio, il quale a sua volta deve necessariamente essere verificato da un altro criterio, il quale a sua volta ecc. quindi che cosa so? So che questa affermazione è nulla, non dice nulla, cioè non può essere accreditata così come il discorso che sto facendo vorrebbe, questo non posso farlo, non posso stabilire un criterio di verità, e dunque ciò che sto facendo è altro, non è questo. Allora in questo modo questa connessione è impedita. Allora credo x, ma immediatamente, sempre seguendo questo esempio, il virus blocca tale connessione: credo x, quindi x è vera, ma credo x e quindi...e quindi niente, quindi credo x, e rimane "credo x". Perché questa altra proposizione, che afferma che x è vera, e impedita, non può più farsi, il programma, come dicevamo prima, è bloccato. E` bloccato dal considerare che, dicendo che credo x e quindi x è vera, questo "quindi x è vera", non può darsi, perché non significa più nulla. X è vera rispetto a che? Chi la certifica e chi certificherà ciò che la certifica? Queste sono procedure linguistiche, ma abbiamo constatato che fuori da queste non possiamo uscire, solo di queste possiamo avvalerci. Ora si può dire di credere x, y, tutto quello che pare, ma si rimane esattamente con ciò che si è detto, che in nessun modo può essere garantito da altro fuori di ciò che sta dicendo. Un altro modo per approcciare la questione della responsabilità. Se io dico che x, e che credo x, e so che questa x è necessariamente vera, allora non sto facendo altro che testimoniare un supposto dato di fatto, ma se credo x, e non ho nessun rinvio a nessuna proposizione che possa garantirmi questa "x è vera", mi ritrovo con il mio "credo x". E allora? E adesso che facciamo? Credo x, e va bene. Va bene nel senso che possiamo prendere atto di questo, ma non c'è nulla che mi sottragga dalla responsabilità di affrontare ciò che credo, in nessun modo perché, di nuovo, questo programma dovrebbe invece consentirmi di essere soltanto spettatore di ciò che considero, oppure si suppone che quello che immagino si ponga come se fosse un dato di fatto. Questo non può più attuarsi, non è più percorribile, non può più farsi. Ciò che ho cercato di fare scrivendo queste proposizioni è qualcosa del genere, che ci sia riuscito oppure no questo è un altro discorso, ciononostante è una traccia, un avvio, un percorso che può andare in questa direzione, che può costituire una struttura, può inserire (fin dall'inizio parlavo proprio di questo) elementi tali per cui questa connessione non possa più farsi. Se questa connessione non può più farsi, allora non è che cessi di credere questa cosa e sia prontissimo a credere qualunque altra, non posso più credere. Posso dirlo che credo x, ma mi troverò sempre necessariamente di fronte a questa proposizione che afferma se stessa, e quindi è con questa che mi confronterò. Perché affermo x? Cosa mi comporta? Cosa implica? Dove conduce? Quale direzione sta ponendo ciò che dico? Quali altre questioni evoca? Questo e altro ancora posso domandarmi, ma non posso in nessun modo sbarazzarmene pensando che credo x, semplicemente perché x è vera, sono sempre di fronte a ciò che dico. E` come un'asserzione che, come dicevamo, continua a interrogare, mentre se io credo x e quindi x è vera, questa non mi interroga più, è così e tanto basta. Se questa connessione, questo passo è interdetto, non è più possibile credere. Allora questa operazione non riesce più. Questione questa non da poco, perché in effetti ne va di ciò che ciascuno prevalentemente pensa, e soprattutto del modo in cui pensa, la struttura del discorso in cui si trova, per cui esiste. E quindi direi che mette in gioco l'essenziale con cui ciascuno si trova continuamente e quotidianamente a fare i conti. Cioè con ciò che crede, e ciò che crede non è cosa da poco, come dicevamo è ciò per cui si muove, per cui fa o non fa, per cui si conduce ad un certo modo anziché in un altro. Facevamo un esempio, se fossi un integralista islamico, mi comporterei in un certo modo, assolutamente differente da un libertino parigino. Una questione straordinaria che mi è stata suggerita nei termini, così come li espongo adesso, da un fatto recentissimo. Il ragazzo che ha sparato a Rabin a bruciapelo, ha sparato perché dio glielo ha ordinato: dio è con me oppure dio è con noi, come dicevano i nazisti, curioso che la stessa formulazione sia usata da un ebreo, ironia della sorte. Dunque dio me lo ha ordinato. Adesso vi pongo un bel quesito: quando io affermo che credo x, affermo anche, sempre e necessariamente, che lo sappia oppure no, che lo affermo perché dio me lo ha ordinato? Bella questione, cosa stiamo dicendo con questo? Stiamo dicendo questo, facciamo qualche passo indietro: io credo x, quindi x è vera. Nulla al mondo, e neanche fuori, può garantire quello che dico, a meno che, lo sappia oppure no, lo voglia oppure no, reinstauri un qualcosa che da solo possa garantire questa mia affermazione. Qualcosa che è sempre necessariamente vero, che è indubitabile e fuori dalla parola, cioè non è soggetto alle procedure linguistiche, se no sarebbe o una procedura linguistica o un effetto di una procedura linguistica e, come tale, non ponibile in nessun modo come garanzia e, a questo punto, ci chiederemmo che cosa garantisca questa procedura, quindi deve essere qualche cosa del quale possiamo dire, o del quale non possiamo chiederci che cosa lo garantisca. E allora, se io affermo che x, affermo x e aggiungo anche che x è vera, cosa sto dicendo esattamente? E se lo accolgo, anche come paradosso, allora sono impedito a procedere a credere questo, perché lo accolgo appunto come una formulazione paradossale, un non senso, se invece non lo accolgo come paradosso, allora se io affermo che x esiste, posso farlo soltanto se dio me lo ha ordinato. Se e soltanto se dio me lo ordina, allora posso farlo, esattamente come ha ordinato a quel ragazzo di sparare tre pallottole nella pancia del signor Rabin. Dunque stiamo aggiungendo un elemento non marginale in tutto ciò che abbiamo detto ultimamente, e cioè io posso credere x, posso credere che x è vera, se e soltanto se me lo ha ordinato dio, solo a questa condizione posso affermare x, e dire che x è vera. E a quel punto cosa succede? Succede, come avviene sempre in questi casi, che una qualunque obiezione scateni una guerra di religione, una guerra santa, perché non accolgo che ciò che sto affermando è una formulazione paradossale e quindi non sostenibile, quindi soltanto un'espressione linguistica. Questa certamente produce delle cose, ma queste cose non hanno nessuna garanzia fuori dalla parola e quindi devono essere confrontate con altre parole, che è ciò che avviene esattamente nel corso che stiamo facendo, se non si da tutto questo, allora io posso affermare x, dicevamo, se e soltanto se dio me lo ha ordinato, cioè se io immagino che esista una garanzia assoluta, fuori dalla parola, che come tale può dire che qualcosa esiste senza essere sottoposto né sottoponibile a nessuna procedura, a nessun criterio linguistico, se no appunto....

-Intervento: l'intervento di questo elemento, cioè dio...

C'era scritta, fuori di una chiesa, a caratteri cubitali, proprio fatta dal sacrestano questa frase: "Dio ti vuole parlare, da uomo a uomo". Già il fatto che se una è una donna...poi "come uomo"? O è dio o è uomo. Dobbiamo dire che allora in quel momento non è più dio? Se non è più dio, è fallibile, se invece è sempre dio, allora non è uomo. Un bel problema teologico, non so come se la sia cavata il sacrestano.

-Intervento: Questo "credo x", non è giustificabile, l'affermazione "credo x", presuppone questo elemento? Non solo interviene a posteriori a giustificare...cioè, io credo questo, perché comunque questo elemento è già dato.

Si, fa parte del programma di procedure che mi consentono di affermare una cosa del genere, però non è che sia presente nel pensiero, è presente la possibilità, diciamola così. Cioè le procedure del discorso in cui mi trovo lo consentono. Poi posso accorgermene, certo, ma il più delle volte non ci si accorge assolutamente di nulla.

-Intervento: Dio me lo ha ordinato interviene a giustificare, come elemento estremo.

Si, oltre a questo possiamo anche affermare quest'altro, sempre attenendoci al criterio che ci sta muovendo e cioè dire soltanto ciò che non possiamo non dire: se io affermo che una cosa è questa, e non posso in nessun modo provarlo, attenendomi alle stesse procedure che me lo hanno fatto dire, allora necessariamente, per dire questo devo immaginare un altro elemento, dio, non c'è altra possibilità...

-Intervento: Funziona come il "ça parle" di Lacan... c’è qualcosa che parla, ma c'è qualcosa che ordina in questo caso.

Certamente che se dio me lo ordina...infatti quel ragazzo non si ritiene responsabile, in un certo senso, anzi sembra che abbia rimproverato severamente i giudici che lo stavano interrogando dicendo loro che non conoscono la Bibbia, perché la Bibbia ordina che se qualcuno tradisce o vende le terre di Israele deve essere ucciso. Siccome Rabin stava facendo questo al suo paese, quindi doveva essere ucciso. E così ha fatto.

-Intervento: Questo "credo x", presuppone dio?

Si, certo, è una questione che va affrontata, su cui occorre riflettere.

-Intervento: Dio è come se intervenisse a rinviare ciò che sta dicendo, perché non c'è arresto in qualche modo. Il fatto che venga presupposta...

E` come se dicesse: non si arresti a ciò che dico, ma si arresti a ciò che voglio significare, cioè al referente di ciò che dico.

-Intervento: Diventa la possibilità di poter ridire.

Si, certo, si, perché la cosa in sé è sempre la stessa.

-Intervento: In questo caso come garante?

La questione è interessante, se questa sia una presupposizione...

-Intervento: Può riprendere quello che Lei diceva all'inizio, se io credo vero...

Come faccio, se c'è una questione precisa... Da dove siamo partiti? Dall'esempio del computer, qualche cosa che impedisce una connessione, una connessione che può essere quella tra, "credo x" e "x è vera", (quindi x è vera, se lo credo so che è così). Cosa sto dicendo, dicendo che so che è così? Ora in che modo impedisce? Il modo è quello, dicevamo già venerdì, che vieta il negare che sto negando qualcosa nel momento stesso in cui lo nego, così per esempio la frase che dicevo prima afferma che non sto parlando, ma per poterlo affermare devo dirlo e quindi nego ciò che di fatto sto facendo. Questo l'impedisce in quanto non porta da nessuna parte, nel senso che è come se arrestasse un percorso, come se chiedessi a qualcuno: per andare a Roma vado di qui o vado di là? E l'altro rispondesse: deve andare di qua e di là. Allora resto fermo, infatti dicevano che il principio di non contraddizione impedisce l'arresto del discorso, che il discorso non abbia nessuna direzione. Impedisce l'arresto del discorso, è una procedura che dice che ciò che arresta il discorso non può farsi. Ora il credere qualche cosa, dicevamo che ha una struttura tale per cui funziona esattamente, questo impedimento che impedisce di credere qualcosa, così come il principio del terzo escluso impedisce che possa affermarsi una cosa e negarla simultaneamente, perché questo? Perché dicendo che credo x, dico che x è vera, e come posso dire che x è vera? Devo avere un criterio secondo il quale io posso dire che qualcosa è vera, che qualcosa può essere vera, se no non posso dire che x è vera, non significherebbe nulla. E quindi dire che x è vera è affermare che una cosa è vera, ma al tempo stesso in questo stesso discorso impedisce, per la sua struttura, di provare che qualcosa è vera, quindi certificarlo, e allora dire che credo x, o che x è vera di fatto non significa nulla, assolutamente nulla, perché sto affermando una cosa che la stessa procedura del linguaggio mi vieta di affermare. E cioè di stabilire che qualcosa è vera, ma non posso dire che x è vera se non ho stabilito che cos'è il vero.

-Intervento: Su cosa si basano questi criteri?

Le cose in cui ciascuno crede? Questa è una bella domanda, non è facile rispondere, però alcune cose sono state dette e altre possono dirsi, in effetti tutto ciò ha una funzione, mira con assoluta precisione in una direzione, che è quella di sbarazzarsi dalla responsabilità di ciò che si dice. Che apparentemente può avere dei vantaggi, apparentemente, l'unico vantaggio, dicevamo forse venerdì scorso, se vogliamo proprio portarla alle estreme conseguenze, è quello di non sentirsi soli. Non ce ne sono molti altri, non sentirsi soli vale a dire che si accredita e si partecipa di una struttura molto antica, che è condivisa, quindi ciascuno pensa che sia così, se anch'io penso così allora penso come tutti.

-Intervento: Non si basa sull'istruzione, sull'educazione?

Questo è nel discorso comune. Queste sono quelle strutture istituzionali che hanno la funzione di mantenere lo status quo. Cioè le cose come stanno, la scuola ha primariamente questa funzione, di mantenere la possibilità che qualcosa sia credibile, di mantenere la convinzione che qualcosa sia credibile, poi viene fatto questo inserendo qua e là delle informazioni, ma le informazioni che si acquisiscono a scuola potrebbero acquisirsi in pochissimo tempo e con molto minore sforzo, l'addestramento di cui si tratta è un altro, lo disse poco tempo fa il vostro presidente Scalfaro, oppure la vostra "ex ministra" Iervolino Rosa, disse che la scuola è soprattutto scuola di vita. Scuola di vita, ma deve insegnare che cosa? I valori, quindi deve insegnare a credere. Scalfaro disse: il peggiore crimine è quello contro la verità. Questo è il vostro presidente...Dunque la scuola in effetti ha la funzione di insegnare a vivere secondo i criteri e i modi stabiliti dalle istituzioni, e cioè da ciò che è creduto dai più, in definitiva dal discorso religioso o da quello scientifico se preferite, sono la stessa cosa...

-Intervento: Il disagio...

Cercano di gestire questo disagio, e allora per esempio la chiesa si è occupata della gestione della sessualità. Si è appropriata della sessualità facendone un argomento che può trattarsi soltanto entro certi limiti, entro certi modi. Tant'è che praticamente vieta a tutt'oggi ogni rapporto sessuale che non abbia scopo procreativo, quindi un controllo assoluto. Ma al di là di questo importa anche perché questo possa funzionare, e cioè che le persone credano, se la chiesa o il governo o qualunque altra istituzione dice delle cose e nessuno ci crede, è un problema, quindi la prima cosa da farsi è che sia mantenuta, consolidata e resa inevitabile la necessità che qualcosa sia creduta vera. Cioè che credere non sia non solo possibile, ma inevitabile, necessario. La gente non crede più, magari, e invece...

Intervento: Apatico...

Apatico, senza sofferenza. Ma il pathos non è proprio la sensibilità, la sensibilità è l'estesia, l'apatia è l'assenza di sofferenza, così come l'atarassia è l'assenza di turbamento, l'aponia è l'assenza di dolore, l'afasia l'assenza di parole...

-Intervento:...

No, tant'è che le cose che andavo scrivendo qui, come dicevo all'inizio attraverso questo esempio, dovrebbero condurre propriamente a impedire non tanto di credere questa o quella cosa, ma di credere, di rendere impossibile il credere qualunque cosa, proprio la struttura del discorso che consente di credere è ciò che consente di credere, dicevamo la volta scorsa e chi ci ha condotti nel discorso, ciò che consente di credere è soltanto questo, che dio me lo ordini, null'altro che questo.

-Intervento: sui significanti guerra e pace e quindi amore e odio.

Perché quindi amore e odio? Come è avvenuto questo passaggio? Contrapposti si, invece giustapposti sono un ossimoro: è una figura retorica che consiste appunto nella giustapposizione di due termini considerati antonimi, cioè opposti tra loro (ghiaccio/ caldo).

-Intervento: il vero e il falso sono un ossimoro?

No, sono contrapposti, non sono un ossimoro, sono una contrapposizione, un'antitesi.

-Intervento: Differenza fra due cose contrapposte e giustapposte?

Giustapposte indica che sono contigue e non c'è nessun elemento che segnali una contrapposizione fra loro, cioè come se fossero riferite esattamente alla stessa cosa, quindi bianco e nero, una cosa non può essere bianca e nera simultaneamente, e se invece noi diciamo bianco o nero questo non è un ossimoro, perché li teniamo contrapposti...

-Intervento:...

Si, l'ossimoro come figura retorica produce un effetto nel giustapporre termini che generalmente sono considerati contrapposti, contrari fra loro, ma dicendoli contrari fra loro non si produce un ossimoro, non c'è nessun effetto retorico. Se io dico per esempio un criterio vero o falso, non è un ossimoro perché rimangono contrapposti, se invece dicessi: questa cosa che ho detta è vera/falsa, allora farei un ossimoro, perché indicherei questi due elementi come simultanei e giustapposti tra loro, non più come contrapposti quindi, presi nella simultaneità, indicano una cosa e il suo contrario. L'ossimoro consiste nell'attribuire a un sostantivo un attributo semanticamente opposto...

-Intervento:...

Si contraddittorio. Il principio di non contraddizione proibisce di costruire affermazioni contraddittorie per i motivi che ho detti prima, e cioè che affermandola direi due cose assieme. Ora la questione, così come la poniamo noi è in termini molto più radicali, perché non posso dire simultaneamente due cose per esempio ma una sola, non posso dire due cose contemporaneamente, e dicendo una cosa ho detta quella e non un'altra e non posso dire libro e posacenere simultaneamente, ci posso provare, ma non c'è proprio la possibilità di dirlo. Libro, posacenere, per dire queste due cose devo dirle in due momenti differenti, posso dirle nello stesso istante? Non posso farlo, non nello stesso istante. Prima dicevamo contrapposte, poi giustapposte e adesso sovrapposte...Stiamo affrontando questo, ciò che ciascuno si trova a fare senza accorgersene, continuamente nell'arco della giornata, anche per le cose più irrilevanti, dalle cose più sorprendenti a quelle più banali, è come se stabilisse non soltanto ciò che è connesso a ciò che crede in quel momento, ma determinante per il modo in cui pensa, il modo in cui si muove, per tutto ciò che in definitiva è quel tizio, che è esattamente quello che crede. (Intervento... ciò a cui si crede) Si è questa la questione perché come posso intervenire se credo che è così e so che è così, che cosa mi resta da interrogare? E` così ed è così. Questo è questo. Se invece una struttura mi impedisce di affermare che questo è questo, nel senso che mi dice che affermare questo non significa niente, allora si, che esistono le condizioni perché possa interrogare questa affermazione, se no è come se dicessi: io non c'entro, la cosa è così e io posso soltanto dirla, non posso fare altro, e invece in quest'altra guisa io lo affermo, ma affermandolo qualcosa mi impedisce di stabilire che è così perché è così, e dunque mi ritrovo con ciò che ho detto, e quindi con che cosa comporta, che cosa mette in gioco, cosa implica, e tutta una grande quantità di cose che altrimenti sarebbe inaccessibile, perché ho soltanto detto come stanno le cose e quindi non c'è altro da aggiungere. Le cose stanno così, che cosa interrogo, se è così perché è così? Una verità sub specie aeternitate. Dunque, se un elemento fosse fuori dalla parola io non potrei nulla con questo elemento, sarebbe identico a sé, sarebbe un non piccolo problema se fosse fuori dalla parola, come potrei conoscerlo? (Intervento) intanto occorre accorgersi che è qualcosa che credo anziché essere la realtà, cosa che non va così da sé. Semplicemente tenendo conto che la realtà in quanto tale non esiste. Abbiamo fatto una rassegna di tutte le affermazioni di un certo interesse degli ultimi tremila anni e le abbiamo confutate, ma come esercizio, giusto per accorgerci che di fatto nulla è sostenibile in quanto tale (Intervento...) Si perché rispetto a una cosa che credo, ad un certo punto interviene qualche cosa che mi dice che non è così, io non posso più credere -Intervento: Lei dice interrogare quel che si crede, ciò che si crede interviene già come risposta a un'interrogazione, si tratta di interrogare ciò che si crede ma per avvertire qual è l'interrogazione.

Per "ristabilire" potremmo dirla così, tra virgolette, per ristabilire, per ripristinare la domanda, che sarebbe ciò che Heidegger chiama l'interesse (ciò che si crede interviene come un modo per arrestare il rinvio della domanda, quindi l'adeguamento per esempio, ciò che si crede è qualche cosa che, rispetto alla domanda, si pone come adeguamento, come risposta e che ha bisogno di tutte queste procedure per potersi sostenere, allora a questo punto si tratta di interrogare ciò che si crede per accogliere quella che è la domanda, quindi ripristinare...è chiaro adesso, bene.) Se si instaura questo percorso è chiaro che la formulazione "credo x", si pone sotto forma di interrogazione, credo x quindi cosa faccio con questo? E` chiaro che possono intervenire altre credenze, però ciascuna volta è facile accorgersi quando interviene, e ci si accorge immediatamente perché si considera che qualcosa è così, cioè nel dire che questo è così, già lì c'è qualcosa...

-Intervento...

...entrambe le cose perché in effetti si tratta di instaurare una sorta di procedura anziché interrogare tutta una serie di cose per arrivare alla fine...come quando si apprende a calcolare, una volta che si sa come si moltiplicano i numeri tra loro non si tratta di moltiplicarli tutti per saperli moltiplicare, imparata una procedura si fa così, non è che ci si debba mettere lì a considerarli tutti...

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

 

Corso diretto da Luciano Faioni

 

15/11/1995

Non vi è mai capitato di trovarvi a riflettere intorno al principio di identità? Abbiamo detto del principio di non contraddizione in vari modi, e abbiamo anche indicato come questa sia una procedura linguistica, e il principio di identità? Intendo questo, il principio di identità è una serie di proposizioni che affermano che un elemento è identico a sé, lo affermano, e dico che è importante perché se non lo fosse questo elemento non sarebbe percepibile, non potrebbe essere utilizzato se ciascuna cosa si trasformasse continuamente in ciascun altra, non potremmo neanche dire che è quella cosa che si è trasformata, non potremmo dire nulla di tutto ciò. Aristotele nella Metafisica affronta la questione, che riprende anche nell'Organon, e ne fa uno dei principi insieme a quello di non contraddizione e del terzo escluso. L'identità dunque, abbiamo detto ogni tanto delle cose qua e là, abbiamo dimostrato sia che non può darsi nessun principio di identità, sia che non può non darsi il principio di identità, sia l'una sia l'altra cosa, è possibile provare una cosa e il suo contrario? Si, occorre essere sufficientemente abili. Dunque cosa possiamo dire del principio di identità, e del quale non potremmo non dire? Cerchiamo sempre di attenerci al criterio che ci sta muovendo e allora cominciamo a riflettere, posso dire una cosa e un'altra simultaneamente? No, non posso, posso affermare una cosa e il suo contrario? Questo posso pronunciarlo, posso farlo nel senso che affermare una cosa e il suo contrario non porta da nessuna parte, non dice nulla, non soltanto ma, se posta in termini radicali, diventa la formulazione stessa del paradosso: cioè affermo che non sto parlando. Per affermarlo devo parlare, quindi devo fare esattamente ciò che dico che non sto facendo. Del principio di identità cosa possiamo dire? Possiamo dire che ciascuna cosa è necessariamente quella che è, però detta così sembra quasi una petizione di principio, e allora cosa possiamo dire o meglio cosa non possiamo non dire? E ciò che dico potrebbe intanto essere altro da ciò che dico? Se si, a quali condizioni? La domanda che ci questiona è: ciò che dico potrebbe essere altro da ciò che dico, quindi altro da sé? A quali condizioni potrebbe essere altro da ciò che dico? Evidentemente che sia un'altra cosa, ma se fosse un'altra cosa, proprio perché altra non sarebbe più la stessa, allora ciò che dico può essere altro da ciò che dico? Dicendo un'altra cosa ne dico un'altra. C'è l'eventualità che non possa dire altro da ciò che dico, per esempio ciò che ho appena detto: avrei potuto dire altro? Questo ci interessa poco, ci interessa che ho detto ciò che ho detto, posso avere detto altro? No, ho detto quello che ho detto. Esiste un principio o (a questo punto è meglio dire un criterio) di identità che non necessiti per essere esposto di un altro criterio di identità? Ciascuna definizione di identità, anche le più sofisticate che Voi possiate trovare sono dei circoli viziosi, nel senso che utilizzano, per definire la nozione di identità, la stessa nozione di identità, cioè la danno per acquisita. Quindi provate a definire l'identità e Vi troverete di fronte a dei sinonimi, dei sinonimi oppure delle indicazioni del contrario, che è identico a ciò che non differisce, però non andiamo molto lontani. Dunque, a noi occorre che una definizione non necessiti dello stesso principio o criterio di identità per potere dirsi. L'identità dice questo: che ciò che dico è esattamente ciò che dico. Potete anche togliere l'esattamente, è pleonastico. Dicendo questo parrebbe essersi detto nulla o molto poco, ma non è esattamente così, nel senso che l'identità, dicendo unicamente che ciò che dico è ciò che dico, mi induce a riflettere su questo, che ciò che dico rimane tale, non ho nessun modo per alterarlo. Se parlo di identità, questa identità non può essere né identica né non identica a sé stessa, non può esserlo per una questione logica, in questo caso, perché ancora non ho definito che cosa sia l'identità, quindi non posso pormi questa domanda. Logicamente. Identità dunque come criterio o a questo punto, più precisamente, come procedura, procedura che mi dice soltanto che ciò che dico è ciò che dico, niente più di questo, ma pur facendo una cosa assolutamente banale fa allo stesso tempo qualcosa di straordinario, e cioè indica l'identità come una procedura, che pertanto non necessita di nessun criterio di identità precedente per potere dirsi. Ecco perché noi possiamo provare l'identità e provare la non identità a piacere, perché l'identità, fuori da una procedura linguistica non è assolutamente niente, e in effetti posso dirne qualunque cosa e il suo contrario. Ma a questo punto c'è un passo che occorre fare, di un certo interesse, perché questa procedura dicendomi che ciò dico è ciò che dico, mi consente altre operazioni che altrimenti non potrei fare, pensate all'antanaclasi. L'antanaclasi è una figura semantica, si avvale di una metalessi, di trasformazioni semantiche, di significato, cioè uno stesso termine interviene in occasioni differenti con significato differente, sono figure semantiche molto simili, il poliptoto è una figura molto simile o l'antimetabole...

- Intervento...

No sono sempre figure semantiche, l'antimetabole per esempio è una figura in cui lo stesso termine viene inserito in proposizioni contrapposte tra loro: non si vive per mangiare ma si mangia per vivere. Invece un esempio tipico dell'antanaclasi è quello riportato da Quintiliano: Proculeio, sul letto di morte, si lamenta che il figlio aspetta con ansia la sua morte, e il figlio gli risponde che non l'aspetta di certo. Il padre allora gli dice, ma almeno aspettala, cioè non ammazzarmi prima. In questo caso il significante aspettare subisce un'antanaclasi, cioè una trasformazione, in un caso l'aspettare è inteso come il non affrettare la mia morte, quindi farmi fuori anzitempo, nell'altro invece l'aspettare è l'attendersi un evento spiacevole, per cui il figlio non si attende che il papà muoia. C'è un'ambiguità semantica nel senso che non mi aspetto affatto che la persona muoia, non aspetto, faccio subito. Allora come potrei, per esempio, utilizzare un'antanaclasi o qualunque altra figura retorica se non esistesse un'identità? La figura retorica è una variante e viene colta come figura retorica proprio perché è una variante, ma una variante è tale perché qualcosa non varia. Dunque perché una cosa sia una variante, dicevamo, occorre che qualcosa non vari, perché se tutto variasse come potrei stabilire una variante? Rispetto a che cosa varierebbe? Se tutti fossero cattivi, come potrei parlare della cattiveria? Quale ne sarebbe il criterio? Occorre che almeno uno sia buono. L'antanaclasi dice dunque che uno stesso significante interviene con significati differenti. Ma come può accadere una cosa del genere? Noi potremmo dire che per potere avere significati differenti occorre che abbia un significato e uno solo, se no non potremmo dire che utilizziamo significati differenti, sarebbero differenti rispetto a che? Rispetto a quello che abbiamo stabilito. Però come lo stabiliamo questo significato? In base a quale criterio? Noi potremmo anche parlare del dizionario di una lingua, il vocabolario della lingua italiana fornisce dei significati, e quindi accogliere quello come significato, nessuno ce lo proibisce, però noi sappiamo perfettamente che se da una parte il vocabolario dà dei significati, vocabolari più sofisticati, più elaborati aggiungono altri significati che danno come a pari valore, non solo ma potremmo anche inseguire il significato all'infinito, nel senso che ciascuno di questi significati che viene fornito dal vocabolario è espresso in significanti, ciascuno dei quali avrà un significato e così via all'infinito, dunque non potremmo mai stabilire il significato definitivo, quello rispetto al quale potere dire che qualunque altro è una variante, una metalessi.

- Intervento:...

Si può provare sia che esista identità sia che non esista identità.

- Intervento:...

No, non fuori dalla parola, in questo senso l'immagina non come procedura linguistica, e quindi come qualcosa che esiste di per sé, e allora si immagina che l'identità debba essere qualcosa di preciso, ma possiamo provare il principio di identità? No, non si può perché possiamo provarlo come confutarlo. Per potere parlare di identità occorre che qualcosa sia identico a sé, se no, se tutto è semovente, non posso parlarne in nessun modo. D'altra parte come posso attestare l'identità? Su che cosa? Su quale criterio? Dicevo, dunque, come posso dire che varia il significato, perché in un caso il padre teme che il figlio aspetti la morte, che gli tagli la gola nottetempo, mentre il figlio dice che non l'aspetta, cioè che non desidera questo evento. Sono quindi accezioni di questo significante totalmente differenti, opposte in questo caso, e il significante è lo stesso. E allora come posso stabilire un significato? Abbiamo anche detto che il significato non è altro che l'uso che la proposizione in cui l'elemento è inserito fa di questo elemento. Chi ha letto le mie proposizioni sa tutto ciò perfettamente, chi non le ha lette ancora, no. Ma questo uso da chi è fornito? Wittgenstein risponderebbe: dal linguaggio. Certo, non potrebbe essere altrimenti, ma cosa mi da il linguaggio esattamente? Fornisce i significati? Non è propriamente un vocabolario, è un sistema di procedure, tant'è che il linguaggio non mi dice esattamente qual è il significato di un termine, lo stesso linguaggio offre un ventaglio di significati, tra loro anche talvolta contraddittori. E allora che facciamo? Adesso vi spiego. Si, perché il linguaggio, essendo un sistema di procedure Vi dice soltanto che è necessario che ci sia un significato ma non quale. Lo stesso utilizzo di un termine come significante prevede che esista un significato, proprio perché significante. L'uno e l'altro si distinguono primariamente perché l'uno è un participio presente e l'altro passato. Se esiste il significante necessariamente esiste il significato, ma questa non è una legge divina, non è nulla di tutto ciò, è soltanto una procedura, ciò di cui è fatto il linguaggio e attraverso cui funziona, direbbe l'informatico che è l'hard disk del linguaggio. Se non esistessero le procedure non ci sarebbe il linguaggio, non potremmo nemmeno chiederci se esista il linguaggio. Allora dunque queste procedure dicono che cosa? Che esiste un significato, cioè che esiste qualche cosa rispetto al quale io posso fare delle variazioni, ma quale significato propriamente non me lo dice, però mi consente di dilettarmi a piacere, in effetti nell'aneddoto che Vi ho raccontato, quello di Proculeio, entrambi, sia il padre sia il figlio conoscevano la grammatica e la sintassi molto bene, eppure non si capivano, diciamola così, eppure non si sono intesi, perché ciascuno evidentemente da un senso differente, pur sapendo qual è il significato. Se noi avessimo consultato entrambi, ciascuno di loro ci avrebbe dato una buona definizione di aspettare eppure...Ora cosa ci induce a riflettere su tutto questo? Che parlando avvengono cose stranissime, molte persone fanno discussioni lunghissime utilizzando significanti di cui non sanno assolutamente nulla, come è possibile?

- Intervento:...

Questo non toglie che non sia una questione di un certo interesse. In effetti è possibile non sapere il significato di un significante, ma occorre saperne l'uso, tant'è che lo sa usare quel significante, lo usa a proposito il più delle volte, come dire che sa che questo significante è appropriato a una certa proposizione e non a un'altra. Stiamo dicendo questo, che è possibile conoscere l'uso di un termine senza conoscerne il significato. Però abbiamo detto che il significato è il suo uso. Già, e in effetti si può parlare come giustamente si è detto, come avviene quasi normalmente, e fare lunghissimi discorsi, ma se qualcuno fermasse e chiedesse esattamente cosa si intende con un significante o con un altro, questa persona sarebbe in difficoltà a dire che cos'è esattamente. Dunque lo usa senza sapere cosa significa e cosa fa facendo questo? Mette in atto delle procedure. Conoscere le procedure, conoscere l'uso è conoscere le procedure, non il significato, ma conoscere il significato è conoscere le procedure, ma non viceversa. Sono le procedure che consentono di potere costruire le proposizioni che sono il significato di altro, come dire che un certo significante so come usarlo, ma non so esattamente cosa vuol dire. Per esempio un significante come vituperio, so come usarlo ma posso non sapere esattamente cosa vuol dire, può accadere. Dove siamo arrivati con tutto questo? Siamo arrivati a una considerazione di un certo interesse, cioè a quella che distingue l'uso dal significato. Per potere parlare occorre che conosca l'uso delle procedure, in questo siamo abbastanza paralleli con Wittgenstein, ma posso anche non conoscere i significati. Cioè sto dicendo questo, che il linguaggio può funzionare anche senza significato. Tant'è che la logica matematica, per esempio, ha tentato per anni di costruire un linguaggio che fosse fatto solo di procedure senza significati, la logica formale fa questo. Cosa avviene parlando e quindi mettendo in atto procedure senza conoscere il significato? Teoricamente nulla. Come leggere una serie di simboli della logica matematica senza saperne l'uso. (x) f(x), (per tutte le x, f di x) che cosa significa tutto questo? Non dice assolutamente niente. Cosa avviene parlando a questo punto? E` una questione interessante. Cosa faccio dicendo stringhe di significanti di cui non so il significato? Badate bene, la cosa la stiamo ponendo in termini radicali: ignoro il significato non per ignoranza, ma perché non posso dire di sapere il significato in nessun modo. Abbiamo già detto prima, utilizzo procedure ma non posso sapere i significati dei termini che intervengono in queste procedure. Allora che cosa faccio dicendo queste proposizioni? Abbiamo distinto l'uso dal significato, e abbiamo detto anche che il significato procede dall'uso, e che non posso sapere il significato, e abbiamo anche detto che so che c'è un significato ma che non so quale, ma che deve esserci, cioè che c'è una procedura che obbliga a pensare che ci sia ma non posso sapere quale, nel senso che non posso saperlo in modo tale da potermi arrestare su quel significato. Potremmo dirla così: è necessario che ci sia, ma non è affatto necessario il che cosa sia. Esattamente ciò che dicevamo rispetto all'implicazione, chi era presente si ricorderà: ciò che è necessario è che se dico allora dico qualcosa, ma non il che cosa, questo è assolutamente arbitrario, o aleatorio. Allora dunque l'antanaclasi apre una questione immensa, cioè tutta la questione del significato, e cioè di che cosa si parli parlando di significato. Finora tutto sommato abbiamo soltanto detto che sappiamo che c'è ma non sappiamo cos'è, e con questo non abbiamo detto moltissimo. Ma cosa comporta che io sappia che c'è? So che c'è cosa esattamente? Occorre cominciare a riflettere in termini precisi sulle questioni, cioè che cosa so esattamente dicendo che so che c'è un significato? Cosa dico dicendo che so? Di nuovo, c'è qualcosa che io posso attribuire al sapere di cui non posso non dire se voglio proseguire a parlare? Dunque del sapere cosa non posso non dire quando dico che so qualcosa? Che qualcosa mi si sta ponendo in ciò che dico, questo so: esattamente ciò che dico, non il suo significato, badate bene, ma ciò che dico e...

- Intervento:...

...conosco il significato, certo. Si, perché a quali condizioni io conoscerei il significato se potessi? Perché se con significato intendiamo una traduzione di un significante in un altro che debba renderne conto pari pari, allora in questo caso non potrò saperlo mai, però dicevo prima che ho fornito un'altra nozione di significato, e cioè il significato di un elemento non è altro che la proposizione in cui questo elemento è inserito. E allora essendo la proposizione in cui il significante è inserito, ciò che so effettivamente non è un rinvio da un significante a un altro significante, propriamente, ma ciò che sto facendo dicendo quel significante, questo è il suo significato. Tuttavia torniamo alla questione iniziale, per potere utilizzare un significante occorre che io già sappia qual è il significato per poterlo utilizzare e quindi per poterlo inserire in una combinatoria, però abbiamo detto anche che non lo so affatto, non è un problema da niente, tuttavia la questione forse è molto più semplice di quanto potrebbe sembrare: so che deve darsi un significato e lo so perché ciò che dico è comunque inserito in una proposizione che mi dice che cosa sto facendo dicendo quello che dico. Quando il padre si lamenta del figlio che aspetta la sua morte, lui sta facendo qualcosa con questo: sta temendo che il figlio possa ucciderlo. Quindi è questo che lui intende, questo dunque è il significato di "aspettare", ma per potere utilizzare questo significante...

- Intervento:...

...proprio per costruire una proposizione, perché ha usato aspettare e non pipistrello, perché ha detto aspettare anziché pipistrello? Sembra una domanda stupida ma è molto difficile rispondere.

- Intervento:...

E` proprio questa la questione, cioè lo stesso significante...

- Intervento:...

...certo ma la proposizione in cui è inserito fornisce il significato.

- Intervento:...

Ho già fatto un'obiezione e una contro obiezione a tutto questo perché abbiamo, si, detto che in questo caso aspettare ha un significato che è dato dall'uso che stanno facendo il padre e poi il figlio, per cui è questo che stabilisce il significato, ma è pur vero che utilizzano il significante "aspettare" e non un altro, perché? La prima cosa che verrebbe da dire è perché ha un significato che è quello che in quel momento risponde a ciò che intendono dire, tant'è che il padre dice: "aspetta", non "mangia". Si lamenta che il figlio aspetti la sua morte, non che il figlio mangi la sua morte o voli la sua morte o obliteri la sua morte o deragli la sua morte, perché ha utilizzato il significante "aspettare"? E` qui che la questione ci interroga in modo più forte perché, si, noi diciamo, è vero, il significato è dato dalla proposizione in cui è inserito, tuttavia si è dato quel significante e non un altro.

- Intervento: la differenza fra aspettare e attendere.

Ci sono le varie sfumature, la retorica gioca moltissimo su questo, però noi adesso consideriamo in termini estremi e allora dobbiamo ammettere necessariamente, per potere proseguire, che il significante abbia un significato. Perché se no non possiamo andare avanti? Perché se noi avessimo in questo caso un termine che dice "aspetta" o qualunque sinonimo, allora non potremmo dire che è una proposizione, un bell'inghippo...

- Intervento:...

Si certo, oppure un personaggio di cui si ha poca stima, già e allora come dobbiamo affrontare la questione? In qualche modo l'abbiamo approcciata parlando della paura, non so se ricordate, io posso dire di avere paura senza averne, sono tranquillissimo, ma dico "ho tanta paura", ma non la provo questa paura, e allora ci chiedevamo qualcosa di molto simile e allora distinguevamo tra l'uso che faccio di questo significante, cioè effettivamente che cosa faccio dicendo questo e una procedura ma, badate bene, torniamo un passo indietro, potrei usare questi, chiamiamoli pure vocaboli, se non si desse per ciascuno di questi un significato? Sarebbe come se mi trovassi di fronte a un vocabolario di aramaico e mi si dicesse di costruire proposizioni in quella lingua che io ignoro totalmente. Che cosa farei? Nulla, cioè non potrei servirmene in nessun modo, non potrei costruire nessuna proposizione, non farei assolutamente niente. Dunque devo dire che è necessario che esistano dei vocaboli e che questi vocaboli abbiano un significato? Considerate questo, in qualche modo la risposta è già data, l'uso, cioè la procedura per l'utilizzo del linguaggio, mi dice che posso utilizzare dei vocaboli in quanto sono provvisti di significato. Che cosa vuol dire questo? So che ciascun elemento ha necessariamente un rinvio ma quale? È come se ci fosse un rinvio ad altri significanti che mi consentono di parlare col prossimo, però questo in seconda battuta, mi consentono di accorgermi del linguaggio perché a questo punto sembra una questione molto complessa e che allude a qualcosa che abbiamo detta prima, e cioè cosa faccio quando parlo senza sapere esattamente cosa sto dicendo e, dicevamo, faccio niente cioè non si produce nulla ma non che non si produce nulla nel senso che non provo sensazioni, emozioni, perché mi arrabbio, faccio un sacco di cose. Ma adesso non è tanto questa la questione, quanto considerare che prima abbiamo detto che è possibile utilizzare il linguaggio senza conoscere il significato, ma che cosa intendiamo con questo? Forse occorre correggere questa proposizione, diciamola così, molto provvisoriamente: farlo funzionare senza con questo utilizzarlo. Faccio l'esempio di prima, io posso parlare di vituperio sapendo utilizzare questo significante ma senza sapere che cosa significhi esattamente, posso utilizzarlo in quanto lo inserisco nella proposizione in cui c'entra, magari posso dire che il risotto è un vituperio, che potrebbe anche dirsi facendo un certo giro retorico, però chiunque di fronte a una formulazione del genere intuirebbe che la persona non apprezza moltissimo il risotto. Quindi avviene una cosa sorprendente, e cioè che in qualche modo si intendono senza conoscere l'uso o più propriamente il significato dei significanti che stanno utilizzando. Ora in tutto questo c'è un aspetto di un certo rilievo, vale a dire che sapendo utilizzare questo significante, pur non conoscendone il significato, constato di trovarmi all'interno di una struttura che utilizzo, dunque una struttura che è lì e attraverso la quale parlo, faccio, dico, penso, esisto. Tuttavia questa struttura, queste procedure, sono tali per cui è come se fossi costretto a pensare che esista un significato, cioè che esista un rinvio necessario da un significante a un altro, cioè che una certa cosa voglia dire esattamente questo. Questo lo so e non posso non saperlo perché se non fosse così in un certo senso non potrei parlare.

- Intervento: Consapevolezza che esista un significato e poi consapevolezza che esista un rinvio.

Certo, e cioè che a una parola ne segua un'altra perché se sto dicendo, sto dicendo qualcosa.

- Intervento: L'invariante non è il significato.

No certo, è soltanto un esempio, è soltanto una regola che mi costringe, se parlo di invariante, a parlare di variante o se parlo di prima a parlare di dopo, a parlare nel senso che lo do per acquisito se no, se dico dopo e non c'è un prima che cosa significa dopo, assolutamente niente e allora di nuovo ci siamo trovati in un punto in cui, come spesso ci è accaduto, ci troviamo di fronte a qualcosa che necessariamente dobbiamo ammettere per potere parlare e allo stesso tempo in nessun modo possiamo ammettere.

- Intervento:...

Non ho risposto affatto, c'è anche l'eventualità che non abbiamo elementi sufficienti per rispondere in modo preciso, però ci stiamo avvicinando dicendo che, e questo è il quesito che stiamo ponendo, per potere parlare occorre che esista un termine, che esista un significato, perché in caso contrario le parole sono niente, non posso utilizzarle né inserirle da nessuna parte, e d'altra parte non possiamo ammettere che non abbiano un significato e d'altra parte ancora non possiamo neanche ammettere che ne abbiano uno. Quale? Chi l'ha stabilito? Da dove viene? E perché? Tuttavia abbiamo detto che l'identità è una procedura linguistica che dice soltanto che ciò che dico è ciò che dico, né più né meno, però qui la questione è più difficile perché sembra quasi inevitabile il rinvio, posta la questione in questi termini, a una sorta di convenzione, si usa un certo termine perché è una convenzione. Cioè un sistema convenzionale di segni, che tutto sommato è la tesi più accreditata, però cosa vuol dire un sistema convenzionale? Che è una convenzione stabilita per quale motivo? Chi ha convenuta una cosa del genere? Riflettiamo bene: che cosa mi sto chiedendo chiedendomi se un significante ha un significato? E soprattutto con che cosa me lo sto chiedendo?

- Intervento: con il linguaggio.

Esattamente. E quindi per potere formulare questa proposizione io sto già usando dei significati, che lo voglia oppure no, che mi piaccia oppure no, allora ci troviamo ancora di fronte alla condizione tale per cui, per dire che cos'è un significato io devo dire già, o meglio devo già sapere che cos'è un significato perché lo sto utilizzando per spiegare che cos'è il significato. Cosa sto facendo in tutto ciò? Cosa direbbero i latini? Una petitio principii, una petizione di principio che è proibita dalla retorica, considerata un'argomentazione di nessuna portata, è un'argomentazione che non può sostenersi perché equivale a dire che è così perché è così, cioè non posso utilizzare per spiegare qualcosa lo stesso termine che devo spiegare, sarebbe come dire: che cos'è il significato? Il significato è il significato. Possiamo dire che è una convenzione? Possiamo dire che è qualunque cosa, possiamo anche dire che ce l'ha dato dio il linguaggio, come voleva Tommaso, Santo anche per questo motivo, o qualunque altra cosa o il suo contrario. Ma non sarà forse una di quelle domande come quella che Wittgenstein enunciava, domanda che non posso pormi perché mi troverei inevitabilmente in una petizione di principio o regresso all'infinito? C'è qualcosa di cui possiamo dire del significato: l'uso che le procedure fanno di sé. Niente più di questo.

- Intervento: Chiarimento intorno alla proposizione 1.31.

"1.31 Se i connettivi delle proposizioni sono varianti risulta arduo supporre che il calcolo dei predicati, così come quello proposizionale attuati dalla logica formale, possano condurre a risultati di cui possa pensarsi qualche attendibilità che non sia, come nel calcolo numerico, una semplice rilevazione dell'uso corretto di regole inferenziali o di procedure. Un gioco."

Si perché il connettivo rinvia necessariamente da A a B, cioè se A allora B necessariamente, oppure questo connettivo, il ferro di cavallo, la freccia o quello che si preferisce, non connette necessariamente. Non connette necessariamente in quanto dice soltanto questo che il passaggio da A a B risulterebbe necessario soltanto se questo connettivo fosse un'invariante, ma essendo una variante cosa accade? Che l'implicazione "se A allora B" rimane assolutamente gratuita, non è necessaria. Vedete che c'è uno scivolamento perché la non necessità riguarda il significato, però io forse l'ho detto da qualche parte. Ecco è 1.29 che spiega tutto: "1.29 Nell'implicazione "A -> A", ciò che è necessario è unicamente il connettivo, che dice soltanto che se c'è l'antecedente allora c'è il conseguente. Cioè, ancora, "che io dica" implica necessariamente che dica qualcosa."

Ma quando parla di encatalisi del connettivo, parla evidentemente di trasformare un elemento, che si suppone sincretico di qualche cosa di assolutamente immobile, semanticamente ambiguo, cioè vuol dire una cosa e un'altra.

- Intervento:...

Potremmo dire che il significato è un'invariante ma il suo significato è una variante.

- Intervento: Vuole dire ma non dice, è posto fuori dalla parola cioè l'invariante è posta fuori dalla parola, forse questo è un po' l'inghippo, cioè che l'invariante è comunque nella parola.

Esattamente proprio così. Bene. Ci vediamo la settimana prossima, così vi spiego come divenire Sofisti...

 

 

LA SECONDA SOFISTICA

Corso diretto da Luciano Faioni

 

6/12/1995

Ho deciso di prendere le cose sul serio, e quindi considerare le questioni in maniera ancora più radicale. Tutto ciò che ho scritto nella Seconda Sofistica potrebbe risultare anche sommario. Ciò che mi ha indotto a tornare a riflettere è che la questione, per quanto antica, rimanga tale, e potremmo indicarla come "scetticismo semantico". Si intende con scetticismo semantico il pensiero che giunge a considerare l'impossibilità di potere stabilire con sicurezza, con certezza, i significati delle parole. Tutta l'opera più recente, da De Saussure fino a Wittgenstein, passando anche per Heidegger, è giunta a considerare in termini assolutamente inoppugnabili, incontrovertibili, l'impossibilità di stabilire il significato e pertanto l'impossibilità che gli umani si intendano fra loro. Seguendo la logica, questa conclusione è assolutamente inevitabile, tuttavia per giungere a questa conclusione assolutamente inevitabile occorre pure che ci sia un significato. Ecco allora la questione, se noi consideriamo ad esempio la proposizione che afferma che tutti gli umani in quanto parlanti parlano, che abbiamo indicata come inoppugnabile, come non confutabile, in effetti non direbbe assolutamente nulla se ciascuno di questi elementi di cui è composta questa frase non fosse provvisto di significato. Allora dovremmo dire che questa affermazione comporta, ancora prima di potere dirsi, che questi elementi abbiano un significato? Parrebbe. Questa è una delle questioni apparentemente senza soluzione, nel senso che in nessun modo può stabilirsi la possibilità della comunicazione fra gli umani, ma d'altra parte per poterlo affermare occorre che ci sia. Che è un intoppo non indifferente nel pensiero occidentale. Ora come affrontare questa questione? E soprattutto cosa ci stiamo domandando domandandoci una cosa del genere? Abbiamo visto e abbiamo anche detto in varie occasioni, forse ho anche scritto qualche proposizione da qualche parte, che ci sono delle domande che non possono porsi, per esempio quella famosissima di Wittgenstein relativa al come sapere che quella è la sua mano, domande che non possono porsi in quanto non è possibile formulare nessuna risposta. Qui però c'è un elemento in più, non soltanto sembra non possibile formulare una risposta, ma il non formularla comporta un paradosso, che suona così: gli umani non si intendono se e soltanto se si intendono. Parrebbe che da questa posizione sia molto difficile muoversi. Questa non è una novità, forse lo stesso Gorgia aveva intravista, magari anche precisamente questo: nulla è, se qualcosa fosse non sarebbe conoscibile. Dubito che non si sia accorto che già lo stava dicendo, il fatto che dicesse una cosa del genere comportava necessariamente l'esistenza di qualche cosa molto prossima alla conoscenza, qualunque cosa si voglia intendere con conoscenza, comunque dicevo, da De Saussure almeno, in poi se non altro da quelli che hanno considerata la questione in termini più precisi, più rigorosi, si sono trovati di fronte appunto all'impossibilità assoluta della comunicazione. Gli umani non possono comunicare, per potere affermare una cosa del genere, cioè tutto sommato dire che non c'è nessun significato che sia accreditabile in qualche modo, per potere affermare questo è necessario qualcosa che è comunemente inteso esattamente come significato. Che cosa ci stiamo chiedendo esattamente con questo? Perché è una formulazione differente da quelle solite, di fatto non abbiamo mai incontrato un paradosso così radicale, così potente, abbiamo formulato proposizioni non negabili, e ciascuna volta abbiamo dissolto ciascun paradosso indicando come la formulazione diventi paradossale laddove almeno un elemento, nella formulazione, è pensato fuori dalla parola, e allora a questo punto chiaramente deve cercare una propria garanzia fuori dalla parola, e troverà altre parole, e non ne verrà più fuori. Però qui la questione sembra leggermente differente, perché chiedendoci qualcosa circa il significato, e per il momento accogliamo la nozione di significato più corrente e necessaria e cioè il rinvio di ciascun termine a uno o a una serie di termini a cui è necessariamente connesso perché possa darsi il linguaggio, una definizione che parafrasa quella di Greimas, il significato lo si cerca in un campo semantico relativamente ristretto al fuori del quale interviene come variante, come figura retorica, ma variante rispetto a qualcosa che non varia, cioè un'isotopia. In questo senso necessario. Se questo rinvio non fosse in nessun modo necessario il linguaggio cesserebbe di esistere, se nulla significasse assolutamente nulla, il linguaggio non potrebbe più esistere. Considerazione molto banale ma che costringe necessariamente a riflettere ancora su una nozione che per quanto riflettuta e elaborata sembra mostrare immutata tutta la sua difficoltà. Perché se avevamo dissolto tutti i paradossi affermando che almeno un elemento contenuto nella proposizione paradossale era considerato fuori dalla parola, qui la cosa sembra non porsi esattamente in questi termini, perché posso considerare con significato anche la nozione proposta da Wittgenstein, cioè l'uso che ne faccio. Ma posso farne qualunque uso, in qualunque momento, se intendo continuare a parlare? Evidentemente no, lui stesso per scrivere le cose che ha scritte ha utilizzato certi significanti, ha utilizzato quelli che ha usato perché hanno un significato e non altri. Non ha scritto una serie di zeri infinita. Perché non l'ha fatto? E allora in questo caso abbiamo la proposizione che, apparentemente, non sembra mostrarsi fuori dalla parola, nonostante questo mostra un paradosso terribile. In questa proposizione "nulla è fuori dalla parola" dicevamo che, accogliendo la proposizione di Wittgenstein circa il significato cioè l'uso che ne faccio, questo uso è sempre un uso linguistico, anche la proposta di Greimas non esce dal linguaggio, si attiene al linguaggio, e pure attendendoci a elementi linguistici il paradosso si mostra inevitabile. Occorre provare a definire questo significato, ed è già stato fatto da molte persone anche in modo acuto e fine, dobbiamo provare a dare un'altra definizione? Può darsi, ma c'è l'eventualità che anche fornendo un'altra definizione, qualunque essa sia, questa si trovi di nuovo di fronte allo stesso problema. Quando diciamo "significato" in effetti intendiamo un riferimento, un rinvio, una connessione o un segno, immediatamente pensiamo all'esistenza di un segno. Parlare del segno comporta parlare di significato, parlare di significato comporta parlare di segno. A quali condizioni un elemento linguistico è provvisto di un significato, qualunque esso sia? Con significato possiamo anche intendere campo semantico. In effetti il famoso esempio di "cane", comporta una polisemia ma facilmente risolvibile o encatalizzabile, come direbbe Hjelmslev, dal testo in cui è inserito. Se uno cerca di sparare e dice: si è inceppato il cane, l'altro sicuramente non va a pensare a un quadrupede che per qualche motivo si è inceppato lì nei dintorni. Come dire che in ciascun caso occorre che, perché si dia un effetto di senso, che il campo semantico sia ristretto o comunque reperibile, in caso contrario ci si troverà di fronte a un elemento linguistico, un lessema, un monema, un iposema, sono grosso modo la stessa cosa, sprovvisto di senso. Il lessema è la minima unità linguistica provvista di senso, poi per alcuni è considerato diviso, per esempio cane, cane è un monema, però alcuni considerano che il ne, è anche lui provvisto di senso, invece ca, no, allora dovrebbe essere scomposto in due monemi, un monema più un altro elemento non semanticamente marcato, (ca non è un vocabolo del dizionario italiano e quindi non è riferibile a un significato). Dunque l'utilizzo di elementi linguistici conduce inesorabilmente a questo paradosso. Che cos'è un paradosso a questo punto, visto che tutti gli altri non ci hanno preoccupati più di tanto in quanto ne avevamo indicato la fragilità, e questa volta invece ci sembra meno fragile del solito? In questo caso un paradosso è una proposizione che afferma di sé che esiste se e soltanto se non esiste, cosa che ci crea qualche problema. Ci crea qualche problema perché? A me in particolare, perché se tutto ciò che ho scritto è sostenuto da una proposizione che afferma qualcosa che esiste se e soltanto se non esiste, allora non si pone più nemmeno il problema se sia negabile oppure no, perché a questo punto diventa negabile se e soltanto se non è negabile...

- Intervento: può riprendere questo...

Si, dicevo che questa proposizione, prima ancora di essere negata occorre che sia intesa, che sia qualche cosa di fatto.

- Intervento: quindi abbia un significato?

Esattamente, a questo punto sono sorti i problemi, perché avendo scritto tutta una serie di cose che si reggono su questa affermazione, questa affermazione posta in questi termini diventa nulla. Nulla in quanto, come dicevo, non si pone nemmeno il problema di sapere se sia negabile oppure no, perché se può affermarsi se e soltanto se non può affermarsi, o se si afferma se e soltanto se non si afferma, allora diventa un'altra cosa, e il tutto occorre che sia riconsiderato. Allora di che cosa è fatto questo paradosso che afferma che una cosa esiste se non esiste? Dice qualcosa di molto importante.

- Intervento: La questione non è intorno al termine esistenza?

Non necessariamente, io ho semplificato con "esistenza" però...

- Intervento: per enunciare il paradosso si utilizzano i significanti come esistenza di cui in un certo qual modo bisogna precisare.

E` proprio questo il paradosso, perché io parlavo di significato e non di esistenza. Le dirò, c'è una leggera differenza qui, perché parlando di esistenza si, lo sviamento potrebbe procedere dall'idea che l'esistenza esista da qualche parte di per sé, in questo caso no, il significato è soltanto una procedura linguistica.

- Intervento: è il rinvio, il significato.

Certo, tuttavia come avviene che parlando si utilizzino certi significanti perché provvisti di un significato, e che se questo non si desse non esisterebbe il linguaggio in nessun modo? Abbiamo detto che hanno un significato, però possiamo dire che questo significato è una procedura linguistica, certo, ma al punto in cui ci troviamo non è più sufficiente dire questo, perché questa procedura linguistica cosa fa? Unisce di fatto a un significante un significato, o un campo semantico, come preferite, e noi ci stiamo chiedendo se questa cosa che stiamo dicendo è negabile oppure no. Attenendoci con questo al criterio dal quale siamo partiti e al quale ci atteniamo tutto sommato, perché ci ha condotti in un modo di un certo interesse, ebbene a questa domanda occorrerebbe rispondere che si, è negabile, è negabile che abbia un significato, cosa che hanno fatta già De Saussure, Wittgenstein e altri in modo molto preciso, ma l'hanno fatta utilizzando un significato, è qui che si impianta il paradosso. Perché è vero, noi abbiamo indicato il significato come una procedura linguistica, ma al punto in cui ci troviamo, questo, ai nostri occhi, pare una sorta di escamotage, dal momento che questa esistenza del significato, che pure è ciò che ci consente di fare tutte le affermazioni che abbiamo fatte è assolutamente negabile. E` negabile pertanto anche l'uso che ne abbiamo fatto affermando che tutti gli umani in quanto parlanti parlano e quindi, per questo aspetto, questa proposizione è negabile e non, non negabile, come abbiamo sempre affermato. Ma allora provate a riflettere bene sulla questione, cosa dice una cosa del genere? Cominciamo a muovere da ciò che in qualche modo abbiamo acquisito, perché in effetti, ciò che abbiamo costruito e quindi acquisito, è soltanto ciò che abbiamo potuto affermare in modo tale che non potesse essere negato, esattamente per quelle procedure che consentono al linguaggio di esistere. Senza andare molto lontano da questo, tutto ciò che ho scritto procede unicamente da una proposizione: non c'è uscita dal linguaggio, avrei potuto dire anche soltanto questo, ho soltanto esplicitate delle implicazioni, dei risvolti, delle connessioni. Questa affermazione "non c'è uscita dal linguaggio" in quanto innegabile è anche negabile, in quanto, perché sia qualcosa, questa proposizione occorre che sia provvista di un significato, e il significato è negabile.

- Intervento: perché il significato è negabile?

Potremmo dirla così, è negabile il significato che si attribuisce ma non è negabile che debba esserci un significato. In effetti è proprio qui che ci siamo fermati, proprio su questo, che non è negabile in nessun modo che possa darsi un significato, quindi occorre che ci sia, ma d'altra parte qualunque significato noi possiamo o vogliamo o immaginiamo di attribuire a un qualunque significante, questo sarà negabile. Noi non possiamo attribuire nessun significato in nessun modo, però non possiamo non dire che occorre un significato, (Intervento:...) Non si precipiti. Dicendo che nessun significato può attribuirsi, chiaramente intendiamo con questo, mettiamola proprio in modo più semplice, un rinvio, non c'è nessun rinvio dunque che sia possibile stabilire, però questo rinvio deve esserci. Che cos'è allora questo rinvio che in nessun modo può esserci ma che tuttavia deve esserci? Possiamo provare in modo assolutamente indubitabile l'assoluta impossibilità di potere definire il significato, di poterlo stabilire in qualunque modo, dicevo anche che non possiamo non accoglierlo. Ma ciò che non possiamo non accogliere in che modo si distingue, come dice giustamente Sandro, da quell'altro?

- Intervento:...due rinvii, quello come procedura e quello "ontologizzante"...

Si, parrebbe, tuttavia per compiere queste affermazioni, una serie di proposizioni, di frasi ecc., in tutto questo che Lei ha detto, il significato che è intervenuto mano a mano in tutto ciò che ha detto e che lo costituisce, lo pensa, lo immagina come procedura o in accezione ontologica?

- Intervento: quello che io dico è negabile, il fatto che io dica non è negabile

Ecco si fermi qui: non è negabile certo, ma a quali condizioni non è negabile? Perché per potere stabilire che non è negabile deve già essere accaduta un'operazione in precedenza, e cioè che Lei abbia inteso questa proposizione e stabilito o affermato che non è negabile, perché una proposizione che non significa assolutamente nulla non può in nessun modo essere negata né affermata, è negabile quindi è qualcosa, perché sia qualcosa occorre che sia provvista di significato, allora quando parliamo di significato, parliamo del significato, come diceva Lei, sia come rinvio necessario, sia invece come rimando non necessario, usiamo questi due termini anche se sono sinonimi, giusto per differirli, allora in ogni caso parliamo del significato utilizzando già un significato. Intendo dire questo, che per affermare che il rinvio è necessario io mi trovo già preso nel significato. Perché dico "il rinvio è necessario", e non "il posacenere è fatto di acqua", perché non dico quest'altra cosa? Perché esiste un significato o qualcosa che io chiamo in questo modo e di cui è fatto il linguaggio, senza questo non potremmo in nessun modo esistere, perché la sua notazione è ciò che io chiamavo escamotage, in un certo senso, perché aggira la questione dicendo "il significato come procedura linguistica". Per cui un elemento deve avere necessariamente un rinvio, se non avesse nessun rinvio sarebbe isolato dal linguaggio, quindi sarebbe fuori dalla parola e pertanto non potrebbe dirsi, abbiamo detto così in varie occasioni, quindi necessariamente occorre che abbia un rinvio. Ma questa proposizione che afferma una cosa del genere ha un significato oppure no?

- Intervento: È la questione della variante e dell'invariante

In effetti posta nei termini precedenti non è circolare è paradossale, che non è propriamente un circolo, semplicemente una cosa che si afferma soltanto se non si afferma

- Intervento: Mi chiedo soltanto dove si va a parare, cioè mi chiedo se si tratta di stabilire qualche cosa di necessario

Direi non necessariamente, si ci stiamo lasciando interrogare da questo paradosso...

- Intervento: Mi chiedo se non sia strutturale...

- Intervento:...mi chiedo cosa vuol dire a questo punto strutturale... non si può negare che parlando stiamo dicendo delle cose...

Qualunque affermazione contraria è paradossale, che in effetti il paradosso che ho enunciato conduce inesorabilmente a un'altra affermazione forse più facilmente comprensibile, che è questa: gli umani parlano se e soltanto se non parlano.

- Intervento: Va bene perché non potrebbe essere?... Il paradosso nasce quando si dà necessità a qualche cosa...allora se è l'uso portatore di significato allora dove sta il paradosso, se soltanto voglio stabilirne una necessità incontro il paradosso ma se io non ho la necessità di definirne la necessità, cioè se io non lo voglio risolvere davvero, ma allora dove sta la necessità della necessità...

Però bisogna tenere conto di un aspetto, da dove siamo partiti per tutta questa operazione che stiamo facendo e cioè da una considerazione che qualunque affermazione è negabile e quindi nulla può costruirsi in modo tale da potere procedere senza che a ogni passo possiamo demolire tutto con assoluta facilità e quindi affermare qualunque cosa e il suo contrario a pari merito, e abbiamo pensato che forse una proposizione da cui è possibile partire e cioè quella che ci costringe ad affermare che appunto gli umani in quanto parlanti parlano, perché negare una cosa del genere non può farsi perché appunto per negarla occorre parlare. Abbiamo attribuito al significante necessario, questo significato, di non poter negarsi salvo essere immediatamente annullato. Ora detto questo ci siamo trovati di fronte a un'altra considerazione e cioè questa proposizione, che afferma che i parlanti ecc., è qualcosa oppure no? Cioè ha un significato? Dice qualche cosa? perché per dire che, che io dica, per esempio, comporta che io dica qualcosa, perché questo possa farsi occorre che esista un linguaggio, anche molto ben strutturato, se io non fossi nel linguaggio ed emettessi soltanto dei suoni non potrei fare una cosa del genere, non potrei affermare che io dica comporta che io dica qualcosa, quindi già tutto questo sta operando, sta funzionando. Ora ci siamo trovati dunque di fronte a questa considerazione che la posizione da cui siamo partiti, che se ci è parsa non negabile tuttavia per potere farsi occorre che sia strutturata in un certo modo e cioè sia provvista di significato. L'esistenza del significato, qualunque sia quello che gli attribuiamo è necessaria oppure no? Cioè questo necessario occorre che ci sia oppure no? Per il momento stiamo dicendo che parrebbe di si, perché altrimenti emetteremmo dei suoni, saremmo fuori dal linguaggio e quindi non potremmo fare nessuna di queste discussioni, dunque occorre che ci sia. Ma uno qualunque o uno preciso? Neanche uno qualunque perché come dicevo prima Wittgenstein ha scritto tutte le sue cose non facendo tutta una lista di zeri ma facendo un'altra cosa e quindi occorre che ci sia un significato, questo sembra che sia assolutamente inevitabile, proprio perché si dia, perché esista il linguaggio, tuttavia l'altra questione su cui ci siamo fermati è invece l'assoluta impossibilità di potere stabilire propriamente che c'è un significato e se non ci fosse un significato allora ce ne sarebbe uno qualunque e se ce ne fosse uno qualunque il linguaggio non esisterebbe più. È questo l'intoppo perché abbiamo detto un sacco di volte che non può darsi un significato, ma l'abbiamo sempre detto attenendoci in modo rigorosissimo ad un significato. Ecco questo riassunto in breve il paradosso che ci sta interrogando e che ha l'unica virtù di consertirci di riflettere, non ne ha nessun altra però questo non è poco e quindi ci riflettiamo questa settimana...