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p. 30
 

Una tirata interminabile quanto irosa, avvelenata addirittura, quella di Antinoo.

Dove per altro l’immagine penelopea che traluce (meglio, rifulge, con buona pace del capo dei Proci e delle sue inconsulte critiche) è diversa dalle precedenti, è nuovamente l’immagine della regina «’attiva’ e all’erta della chiusa del canto XX, la Penelope “tessitrice di inganni”». Si tratta in somma di un illuminante episodio a «fortissima valenza simbolica», che rende agevole cogliere un nesso tra la Penelope «passiva, disperata e al limite dell’autodistruzione e la Penelope costruttiva» (95) tutta presa dall’escamotage del sudario – per cui si trovano a convivere le «due Penelopi che il racconto epico», prediligendo i ritmi alternati, propone «solitamente in successione: la Penelope astuta e la Penelope dolente. Questa seconda, che si specchia nel vuoto, nell’assenza, non reggerebbe se la prima, oltre a tenere a bada i pretendenti, non l’aiutasse dandole scopi, ingannando il tempo e la coscienza. Le uniche immagini vere di Odisseo di cui disponga la regina di Itaca sono quelle, come lei stessa ci dice all’inizio del canto XX, di venti anni prima (96) ... E nella segregazione delle sue stanze, nella tensione dell’attesa Penelope ha acuito due facoltà tipiche di chi non vede: l’udito e l’immaginazione, il sogno» (97).

 

 

 

 

pp. 66-67


 

Molteplici e di rilievo, dunque, le testimonianze iconografiche che avallano una (pre)potente femminiltà arcaica in ambiti i più diversificati.

Anche a mezzo delle quali essenziale sopra tutto è ribadire come, già durante il Neolitico, la Grande Dea venga ad assumere «mille volti: è nutrice e madre in statuette con maschera di cinghiale e bimbo nel marsupio; è l’utero rigeneratore come rana e rospo e porcospino, a volte con testa umana, nei santuari e sui vasi (la dea-porcospino come incantesimo di fertilità è stata tramandata sino al ventesimo secolo); come acqua primordiale della vita è un ibrido fra donna e pesce; come rinascita è ape e farfalla, riprodotta nell’atto di uscire da caverne e tombe o dal cranio di un bue (che ha la stessa forma di un utero); gravida, nuda, con le mani sul ventre, viene scolpita sulle piattaforme dei forni: è la madre del grano che abbiamo imparato a coltivare e cucinare» (47). E altro ancora.

Il tutto, a dimostrare come sia ampia e variegata la personificazione della femminilità (divina e non) fin dai più lontani periodi.

Quanto agli arcigni ibridi sirenici, come avverte, tra gli altri, Kerényi, gli «antichi artisti e pittori vascolari» raffigurano pure esemplari di genere maschile «con la barba» (48). Si capisce che si tratta di un Sireno o di una Sirena e non di un altro qualsiasi ibrido, dalla prevalenza delle forme uccellesche. A queste viene aggiunta una testa umana e spesso anche mammelle di donna e braccia. Gli artigli ... sono a volte fortissimi e ricordano le grinfie di un leone», tanto da suggerire «un’affinità tra Sirene e Sfinge. Il corpo inferiore può esser modellato anche a forma d’uovo. Non si può non pensare – incalza lo studioso – alle Graie, “vergini simili a cigni”, o alla Medusa», almeno nelle evidenze iconografiche in cui un volatile «provvisto di un volto di Gorgone e di due paia d’ali afferra con ciascuna mano e rapisce un giovane che si dimena. Certo, un essere rapitore è piuttosto un’Arpia, detta così appunto per questa sua funzione, mentre le Sirene hanno per loro caratteristica principale, oltre alla forma di uccelli, quell’arte che le avvicina alle Muse. Esse tengono la lira o suonano il doppio flauto, oppure, quando sono raffigurate in coppie, una si serve dell’uno, l’altra dell’altro strumento musicale. E si accompagnano col canto. Ciò risulta dai racconti, dai loro nomi e dalle raffigurazioni» (49).

 

 


 

 

pp. 192-193


 

Dopo cotanto excursus dedicato ai viperini e murenici trastulli d’amore, riprendendo adesso il discorso sulle specie per dir così “volanti”, c’è appunto il già citato iaculus erodoteo, per la Grecità menzionato ancora da Claudio Eliano, per la Latinità, benché in diversissimi contesti, richiamato rispettivamente da Marco Anneo Lucano e Isidoro di Siviglia.

Se nella poderosa raccolta elianea i saettoni sono descritti in due diversi passaggi – «C’è un serpente che si muove impetuosamente con la velocità delle saette e che ha preso nome da questa sua caratteristica: si chiama infatti saettone»; «L’acontia è un animale anfibio, a quanto dicono, e vive per lo più nei terreni aridi, tendendo agguati a ogni essere vivente. Ed ecco come escogita le sue insidie: si apposta in un punto qualunque di una strada principale, spesso strisciando anche sopra un albero, poi, dopo essersi attorcigliato ed aver nascosto la testa fra le spire, osserva da lì, senza muoversi, i viandanti. Ad un tratto si lancia su ciò che sta passando, gli è indifferente che si tratti di un animale oppure di un uomo. L’acontia è una bestia molto agile nel salto, è capace, se occorre, di fare balzi di venti cubiti. Salta e immediatamente afferra la preda» (62) – di analoga maniera presso Isidoro i giaculi «si arrampicano ... rapidamente sugli alberi e quando un qualche animale si trova alla loro portata se iactant ... su di esso e lo uccidono: da qui il nome iaculi»(63).