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p. 6



Questo libro, che raccoglie appunto gli scritti in rete di Letizia Lanza (15 interventi critici, acuti e brillanti, idealmente suddivisi in 4 sezioni, David Maria Turoldo, Scrittura femminile, Voci maschili, No war, che spaziano dall'approfondimento di tematiche turoldiane, all'analisi di testi poetici, a riflessioni dolorose, in tragica attualità, contro la guerra e le guerre), pubblicati sul web nell'arco di tempo tra il 2002 e il 2003, è un documento prezioso non solo  perché in essi l'autrice, con la sua analisi accurata, esplora ed illumina aspetti fondamentali della cultura e della vita della nostra epoca e del passato, ma anche perché offre, sulle varie tematiche e problematiche, culturali e sociali, anche scottanti ed urgenti, il punto di vista femminile  (ed è verità universalmente accettata che pensiero femminile e pensiero maschile, pur complementari, diversamente affrontino temi e problemi).

Ma Letizia Lanza, pur essendo ben presente in rete, non è scrittrice nata per la rete, la sua scrittura proviene da molto lontano, dalla sua formazione, dal retroterra culturale e dal personale percorso di crescita.

(dalla Premessa di Francesca Santucci)



pp. 22-23



Altro ovviamente - e molto - si potrebbe (dovrebbe) dire sulla trabocchevole opera di David Maria Turoldo: ma quel che si vuole, ora e qui, evidenziare, sono taluni elementi di contatto, stretti e cogenti, che avvicinano al turoldiano poetare certa produzione di Alda Merini - una delle voci più forti della poesia italiana, capace anch'essa, come l'indomito frate, di vivere nel cuore della vita. Una contiguità che non viene per altro a sorprendere, qualora si pensi, da un lato, all'accentuata coloritura "femminile" di tanta lirica turoldiana (58), quando si consideri, dall'altro, ciò che dichiara la poeta milanese: «Nessuno ha mai preso in esame che Cristo è stato un grande poeta e che le sue lodi a Dio erano la voce di Dio stesso. Guardava le donne come si guarda a dei fiumi che accompagnano la vela sbatacchiata da tutte le parti e le sentiva amiche essendo donna nel cuore» (59): ovverosia, precisa Merini, avendo care tutte le contraddizioni che abitano e arricchiscono la femminile natura - «la tenerezza e l'oblio, la condanna e l'assoluzione, il parto e il figlio, la luce e la tenebra» (60). Poiché la donna è il «frumento della tua casa», la donna è il «pane quotidiano»: ma è anche «il male e la pietà del male, il bene e la pietà del bene» (61). E così pure Dio, come la donna, è «materno e plurimo, un Dio che si disconosce e si converte, un Dio buono come l'odio e la gelosia, un Dio umano che si è fatto croce, che si è fatto silenzio, un Dio che si converte in estasi ma che conosce il mistero della collera, e che per riunificare i suoi figli li deve riunire in un solo abbraccio che è l'assenza della sua parola» (62).

Sensi profondissimi e marcatamente turoldiani, dunque. E con nitore e vivezza si esprimono nella recente, luminosa raccolta di prosa e versi meriniana: dove - e lo dice bene Ravasi - «l'anima» dell'autrice «abbraccia il Cristo crocifisso come la Maddalena di certe raffigurazioni del Calvario, aggrappata al legno della croce che cola sangue divino» (63). Da lei, infatti, «diventata una discepola / dell'attesa del pianto» (p. 5), sgorga, continua, una dichiarazione d'amore, che risale idealmente il fiume della letteratura mistica e mischia, in totale suggestione, eros e agape, carne e anima, desiderio e fede.




pp. 84-85



Ebbene, questo accanimento - questa voluptas destruendi - né, d'altro lato, questa allucinata esaltazione della "civiltà bellica" in sé e per sé, fanno parte dell'antico mondo ellenico.

Tornando ancora una volta a Eschilo, basti pensare con quanta ampiezza e sensibilità, nei Persiani (17), proprio dei suoi nemici diretti (contro i quali, si è detto, ha più volte combattuto e che a Maratona gli hanno ucciso pure il fratello), egli esprima tutte le ansie, tutte le sofferenze - in una parola, la tremenda realtà di sconfitti. Il dolore regna ovunque. I letti sono vuoti, le spose piangono. Il sogno raccontato da Atossa, la regina, è un incubo che genera sgomento e angoscia. Il messaggero racconta con toni rotti, sofferti, intensamente drammatici le fasi della disfatta di Salamina. Si levano - strazianti - i lamenti del Coro. L'austera ombra di Dario, al cui  giusto governo la Persia deve la passata grandezza, domina la scena con regalità severa e imponente. Lo stesso Serse - sconfitto lacero solo - ha modo di riconoscere il suo atto colpevole e di poter piangere la rovina sua e della sua terra.

Una grande attenzione e un grande rispetto nei confronti del nemico, insomma, si traducono, nel dramma eschileo, in una spietata contestazione dell'imperialismo - di ogni imperialismo.



p. 107



Se la cultura fosse una casa, sarebbe una casa ben spoglia senza la tenerezza di donne come Letizia Lanza, questa tenerezza che "per la" e "nella" cultura umanizza spazi, crea vivibilità, allegria, luce. Saremmo ancora alle caverne, magari di cemento e lussuosi marmi - per seguire la metafora; lussuose caverne di cemento costruite dalla tecnica, dove ci si intristisce e si muore di noia, o forse di paura. Ci vogliono occhi abituati a vedere nella notte, per scoprire la bellezza laddove potrebbe esserci, per dichiararla e metterla in luce laddove essa è in ombra, per scoprirla quand'essa è nascosta. Pertanto la scrittura di Letizia Lanza si rifà a un valore epistemico che ci viene da un'altra antropologia, non certamente quella oggi imperante, basata - per fermarci alla cultura - su valori che

esulano dalla cultura stessa, che la schiavizzano, che la intendono e la propongono come un oggetto che deve pur servire a uno scopo. Gli occhi di Letizia Lanza cercano invece nella notte, dove la verità è inutile perché non serve a nessuno ma è verità "in sé", senza ragione, come l'amore della madre. I suoi scritti cercano con amore e dedizione, con una fedeltà encomiabile alla documentazione e ai fatti concreti, questa altra antropologia, nella quale il pensiero dell'altro da te diviene ciò che trovi nel tuo peregrinare e che ami non perché simile a te stesso (cultura maschile), ma proprio perché diverso. Questa antropologia ha al centro un Io fortissimo, saldamente strutturato, quell'Io che si specchia negli altri per sapere di esserci, ma che con essi non si confonde mai, che non dimentica mai il "luogo" della propria dimora: un Io concreto, saggio, prudente ma insieme aperto, colloquiale, libero.

(dalla Postfazione di Gianmario Lucini)