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pp. 28-30



Ancora su Sirene e Ippocentauri - «esempi fantastici di dubia animalia, simboli ... di falsità e di incostanza» -, se Isidoro ricorda che Aurelio Agostino, «nel Contra Faustum Manichaeum (XV, 9)» presenta i secondi quale «emblema ... dei Manichei» (67), d'interesse quanto a sua volta racconta il Physiologus originario: «Ha detto il profeta Isaia: "Gli spettri e le sirene e i ricci danzeranno in Babilonia". Il Fisiologo ha detto» che «ci sono nel mare degli animali» i quali «simili a muse cantano armoniosamente con le loro voci, e i naviganti che passano di là quando odono il loro canto si gettano nel mare e periscono. Per metà del loro corpo, fino all'ombelico, hanno forma umana, per la restante metà, d'oca. Allo stesso modo, anche gli ippocentauri per metà hanno forma umana, e per metà, dal petto in giù, di cavallo. Così anche ogni uomo indeciso, incostante in tutti i suoi disegni. Ci sono alcuni che si radunano in Chiesa e hanno le apparenze della pietà, ma rinnegano ciò che ne è la forza» (68).

Come perspicuamente si può vedere, da un lato Clemente Alessandrino dall'altro lato Isidoro Ispalense - del resto anticipato vuoi dal Fisiologo originario vuoi dal Fisiologo BIs - assecondano due, almeno in parte divergenti, posizioni critiche. E tuttavia, già tra il quarto e il quinto secolo d.C. esse trovano compatibilità a (co)esistere tramite il pensiero agostiniano: «Che cosa è più tetro di un carnefice? Che cosa è più truce e crudele di quell'animo? Ma fra le stesse leggi ha un posto necessario ed è inserito nell¹ordine di uno stato ben governato ... Che cosa si può definire più laido, privo di dignità e pieno di sconcezza delle prostitute (69), dei lenoni, delle altre piaghe di questo genere? Togli le meretrici dalla società e sconvolgerai tutto con le passioni disordinate. Mettile al posto delle donne oneste, disonorerai ogni cosa con la colpa e la svergognatezza (70) ... Non è vero che se ti fissi solo su alcune membra dei corpi degli animali, non le puoi guardare? Tuttavia l'ordine della natura, poiché sono necessarie, ha voluto che non mancassero e, poiché sono indecenti, non ha permesso che si notassero molto. E quelle parti deformi occupando il loro posto hanno lasciato il luogo migliore alle parti migliori ... I poeti hanno utilizzato quelli che si chiamano solecismi e barbarismi; hanno preferito, cambiando i nomi, chiamarli figure e trasformazioni, piuttosto che evitarli come evidenti errori. Ebbene, toglili dalle poesie, e sentiremo la mancanza di soavissimi addolcimenti. Riuniscine tanti in un solo componimento, e mi urterà perché sarà tutto lezioso, pedante, affettato ... L'ordine che li governa e li modera non sopporterà che ve ne siano troppi né che siano ovunque. Un discorso dimesso e quasi trascurato mette in luce le espressioni elevate e i passi eleganti alternandosi ad essi» (71).  

Né il discorso si esaurisce qui. Poiché anche altrove il futuro vescovo di Ippona condivide l'elogio, che la coralità dell'Universo, ininterrottamente, tributa al Creatore: «Per Te il male non esiste, e non solo per Te, ma anche per tutto ciò che hai creato, poiché nulla dal di fuori può irrompervi e turbare l'ordine che Tu hai stabilito. È vero che alcuni elementi, siccome non si armonizzano con certi altri, sono giudicati non buoni; ma quegli stessi invece s'accordano poi con altri e per questo sono buoni; anzi sono buoni in se stessi. E tutte le cose che non si armonizzano tra loro, sono però in accordo con la parte inferiore del mondo, quella che chiamiamo terra, a cui si confà un cielo velato di nubi e spazzato dai venti. Lungi da me ormai il pensiero: "O se tutte codeste cose non esistessero!". Se vedessi codeste sole, potrei certo desiderarne di migliori, ma pur di quelle dovrei dartene lode. Degno di lode ti cantano "dalla terra balene e abissi tutti, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento tempestoso esecutore dei tuoi ordini; i monti ed ogni colle, alberi fruttiferi ed ogni cedro, le belve e tutto il bestiame, i rettili e gli uccelli alati: i re della terra e tutti i popoli, i governatori e i magistrati di tutto il mondo; i giovani e le fanciulle, vecchi e bambini" lodano il tuo nome. E poiché anche dai cieli risuonano le tue lodi, e ti cantano dall¹alto, o Signore, "tutti gli Angeli tuoi, tutte le tue potenze, sole e luna, le fulgide stelle, i sublimissimi cieli, e le acque sovrastanti al cielo". Non potevo ormai desiderare cose migliori; passandole tutte in rassegna, certo trovavo che quelle che stanno in alto sono più perfette di quelle che stanno in basso; ma ad un giudizio più equilibrato vedevo che il tutto era anche più eccellente che non le parti superiori» (72).






pp. 73-75



Per quanto attiene in vece ai - più incisivi - Bestiari Moralizzati, in essi a ogni essere menzionato, leggendario o no, viene associato un precetto morale - assecondando il criterio per cui la rappresentazione animale dei primi secoli del cristianesimo e del Medioevo va ricondotta a elementi simbolico-allegorici desunti dalla lettura ed esegesi dei testi sacri. Di fatto, «nell'Antico Testamento si ritrovano precise indicazioni, per lo più di carattere morale e igienico, che consentono due tipi di classificazione degli animali, l'una basata sul loro comportamento e sul loro habitat, l'altra sulla loro purezza». Ad esempio, la Scrittura proibisce l¹utilizzo degli "animali impuri" sia per l'alimentazione che per la consumazione dei riti sacrificali: così il Levitico riporta una dettagliata descrizione «degli animali puri e impuri, distinti in terrestri, acquatici, uccelli, insetti alati, animali che strisciano (cfr. Lev., 11, 1-47)». Tra i primi si possono definire «puri i quadrupedi che ruminano e hanno l¹unghia bipartita; sono quindi considerati impuri il cammello, il coniglio, la lepre e il porco che non possiedono ambedue le caratteristiche. Tra gli animali acquatici» sono «impuri tutti quelli che non hanno né pinne né squame (79); tra gli uccelli l'aquila, l'ossifraga, l'aquila di mare, il nibbio, il falco, il corvo, lo struzzo, la civetta, il gabbiano, lo sparviere, il gufo, l'alcione, l'ibis, il cigno, il pellicano, la folaga, la cicogna, l'airone, l'upupa e il pipistrello; tra gli animali che strisciano la talpa, il topo e ogni specie di sauri, il toporagno, la lucertola, il geco, il ramarro e il camaleonte» (80).

Sull'eccentricità di cotanta bestia si sofferma, con invidiabile meticolosità, Plinio il Vecchio: «L'Africa è quasi la sola terra che non genera cervi, ma genera il camaleonte, anche se è più frequente quello dell'India. La forma e la grandezza sarebbe quella di una lucertola, se le zampe non fossero diritte e più alte. I fianchi si uniscono al ventre come nei pesci, ed in modo simile sporge la spina dorsale. Il muso, per quanto in dimensioni piccole, non è diverso da quello del porco; la coda è molto lunga, e si assottiglia verso la fine, e si avvolge in spire come le vipere; le unghie sono adunche, il movimento piuttosto lento come nella tartaruga, il corpo ruvido come nel coccodrillo, gli occhi si trovano in orbite cave, a poca distanza uno dall'altro, piuttosto grandi e dello stesso colore del corpo. Non li tiene mai chiusi e si guarda intorno non muovendo la pupilla, ma facendo ruotare tutto l'occhio. Questo animale, che se ne sta sollevato sulle zampe e sempre con la bocca aperta, è il solo che non mangia e non beve e non assume nessun altro alimento tranne l'aria, e pur avendo le fauci terribilmente spalancate, per il resto è inoffensivo. Ancora più straordinaria è la qualità naturale che riguarda il suo colore: lo cambia infatti in un attimo, sia negli occhi che nella coda che nel resto del corpo, e riproduce sempre qualunque tinta che tocca da vicino, con l'esclusione del rosso e del bianco; quando muore il suo colore è pallido. La carne ha poco spessore sulla testa, nelle mascelle e alla commessura della coda, e non si trova in nessun altro punto del corpo; il sangue è presente solo nel cuore e intorno agli occhi; fra le viscere non ha la milza. Durante i mesi invernali va in letargo, come le lucertole» (81).

Notevole descrizione del camaleonte offre assai più tardi, nel secolo sedicesimo, l'esimio Ambroise Paré: «È fatto come una lucertola ma è più alto di gambe; ha inoltre i fianchi e lo stomaco» uniti insieme, «come i pesci; ha pertanto delle lische sul dorso, come si vedono sui pesci; ha il muso simile a quello dei maiali, la coda molto lunga che finisce a punta; i suoi artigli sono molto appuntiti e si muove pesantemente come una tartaruga. Ha il corpo ruvido e scagliato come un coccodrillo; non ferma mai gli occhi e non muove affatto le palpebre. È inoltre meraviglioso parlare del suo colore, in quanto in qualsiasi momento, soprattutto quando si gonfia, lo cambia; questo avviene perché la sua pelle è molto delicata e sottile e il corpo trasparente; perciò avviene una di queste due cose: o che il colore delle cose vicine viene facilmente riflesso sulla pelle tenue, come in uno specchio (il che è più probabile); o che gli umori, mossi in lui diversamente secondo la diversità delle immaginazioni, rappresentano diversi colori sulla pelle, non diversamente dalle escrescenze del gallo d'India ... Morto, il suo colore è pallido» (82);




 

pp. 131-133



Una fantasmagoria di simboli, di mutazioni, di ibriderie selvagge - senza dubbio atte a ben rappresentare la sconfinata categoria di mostri e affini. Cioè a dire, esseri per lo più d'invenzione e in massima parte insigni per bruttezza - i quali tuttavia non in ogni epoca né in qualsivoglia circostanza o ambiente vengono rifiutati tout court e demonizzati alla stregua di presenze pericolose.

Per esempio nei secoli del Rinascimento, se da una parte i freaks mantengono e semmai accentuano il loro potenziale di "perverso ornamento" - basti lo splendido Parco di Bomarzo nel Viterbese dove, alla metà del Cinquecento, il principe Vicinio Orsini fa realizzare all¹architetto Pirro Ligorio un giardino unico e bizzarro, magnifico "bosco sacro" sul fianco della collina che propone un "percorso iniziatico" attraverso una trentina di sculture fantastiche: Sfingi, Sirene, personaggi delle fiabe e figure mitologiche, Draghi che lottano, Orchi, una Tartaruga gigante, un Elefante gravato da una torre. Meta d¹arrivo: il tempietto che sorge sul punto più elevato, simbolo di armonia interiore (64) - dall'altra parte essi arrivano a svolgere una funzione che può definirsi in qualche modo "amichevole".

Sempre per esemplificare, se nell'Ars memorandi di Petrus von Rosenheim (1502) compaiono figure mnemotecniche direttamente imparentate con le creature dell¹Apocalisse e dei Bestiari, i medesimi mostri "mansueti" rinverdiscono le proprie glorie nell'universo eterodosso degli alchimisti, impiegati come sono a simbolizzare gli incredibili processi per ottenere la Pietra Filosofale o l'Elisir di Lunga Vita. Di qui, il nuovo interlocutorio atteggiamento non più o non solo di spavento o di pura decifrazione del significato mistico, bensì di curiosità scientifica o almeno pre-scientifica: basti il mastodontico lavoro dal titolo Physica curiosa - milleseicento pagine arricchite di una congerie d'incisioni - pubblicato nel 1662 dal gesuita e matematico dell'Università di Würburg Kaspar Schott, con il proposito di descrivere tutte le aberrazioni, per dir così,  "naturali" conosciute all'epoca. Un testo, come altri del genere, dove il miniatore o l'incisore tendono a interpretare e a riprodurre da vicino i nomi, allegramente fantasiosi, attribuiti dagli antichi scrittori - Plinio in primis - per i quali la foca (vitulus marinus) diventa una sorta di vitello pesciforme; il crostaceo (mus marinus) un topo dotato di pinne: il polpo (polypus) un pesce con i piedi; lo struzzo (struthocamelus) un cammello alato. E così di seguito continuando.

Nell'ambito pseudo-umano, tra i casi indubitamente scioccanti taluni sono descritti e riprodotti da Paré con minuziosità estrema: «In Piemonte, nella città di Chieri, che dista circa cinque leghe da Torino, alle otto della sera del 17 gennaio del corrente anno 1578, una gentildonna partorì un mostro il cui viso era in tutto e per tutto proporzionato. Era invece mostruoso nel resto della testa, in quanto nella sezione alta della fronte, e disposte una contro l'altra, gli spuntavano cinque corna abbastanza simili a quelle di un ariete; sulla nuca poi aveva un lungo pezzo di carne che gli pendeva sul dorso come il cappuccio di una ragazza. Il collo era circondato da una striscia di carne ripiegata su se stessa ... a mo' di colletto di camicia; le punte delle dita assomigliavano ad artigli di uccelli da preda e le ginocchia a cosce. La gamba e il piede destro erano d'un rosso di tonalità molto accesa. Il resto del corpo era di un colore grigio fumo. Si dice che al momento della nascita questa creatura ... gettò un grido acutissimo che terrorizzò la levatrice e tutti gli astanti, che infatti fuggirono di casa» (65).

Un ulteriore esseraccio ricordato dal medico francese «aveva volto e fattezze di uomo, i capelli erano invece piccoli serpentelli vivi e la barba era costituita da tre serpenti che gli uscivano dal mento. È stato trovato ad Autun in Borgogna, il 15 marzo 1569 ultimo scorso, in casa di un avvocato che si chiama Baucheron, da una cameriera che rompeva alcune uova, tra cui appunto questa, per farle al burro. Quando lo ruppe e vide che ne era uscito quel mostro ... ne restò terrorizzata. L'albume di questo uovo fu dato da mangiare a un gatto, che morì dopo pochi istanti» (66).