Articolo 2112 del Codice Civile. Da difesa ad oltraggio del lavoratore
di Marcello Piepoli

Si è fatta una grossa battaglia in difesa dell'art.18 (Lg. 300 Statuto dei Lavoratori), tentando un rilancio sulla materia con il referendum che si prefiggeva di estendere la tutela anche a quei lavoratori occupati in aziende con meno di sedici dipendenti (reintegro del lavoratore nel posto di lavoro in caso di nullità del licenziamento sentenziata dal giudice). Tanto che, almeno per un periodo, tutti ne hanno parlato, magari senza conoscerne appieno il contenuto.
Dell'art. 2112 del Codice Civile, invece, pochi parlano e meno ne conoscono i contenuti, è materia esclusiva degli addetti ai lavori e dei lavoratori che lo "subiscono".
Nato per difendere i diritti del lavoratore nelle cessioni di ramo d'azienda, è diventato arma legittima dell'imprenditore per operazioni di diminuzione del personale (esternalizzazioni, outsorcing, terziarizzazioni), in alcuni casi veri e propri licenziamenti a "breve termine".
La norma (ripetiamo, nata per tutelare i lavoratori) ha subito negli anni diverse modifiche, ultima delle quali apportata dalla cosiddetta "Legge Biagi" (Legge 30), attuata con il decreto 276/04, che, cancellando la preesistenza dell'autonomia funzionale del ramo d'azienda, come presupposto imprescindibile per la cessione dello stesso, ha gettato lo scompiglio nel mondo del Diritto del Lavoro, tanto che sono molti gli insigni professori della materia a sollevare dubbi sulla costituzionalità del modificato articolo: "In caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano (...) Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo si intende per trasferimento d'azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compresi l'usufrutto o l'affitto di azienda.
Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell'azienda, intesa come articolazione funzionale autonoma di un'attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento. (...)"
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La parte sconcertante della modifica attuata (evidenziata in neretto) sta nell'attribuire all'impresa l'individuazione dell'autonomia funzionale, che deve, invece, essere prerogativa della Norma e del Giudice in caso di ricorso legale.
Per le aziende, invece, si sta rilevando una vera manna, in attesa dell'abolizione dell'art. 18. Dalla sua entrata in vigore, infatti, c'è stata una corsa all'utilizzo dello strumento, mirata alla diminuzione della forza lavoro, che, grazie alla cessione di ramo d'azienda costituito alla bisogna, confluisce in novelle aziende (newco) che, dopo un tempo più o meno lungo, chiudono e/o ricorrono agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità Lg. 223) per mancanza di commesse.
Fra le aziende che negli ultimi tempi hanno fatto ricorso a questo tipo di operazioni spicca il colosso Telecom (utile netto pari a 2.640 milioni di euro). L'ultima operazione di questo tipo si è concretizzata il 1° novembre u.s. con la cessione di 437 lavoratori (334 Telecom, 103 Emsa servizi del Gruppo Telecom) che si occupano della gestione dei contratti dei servizi generali (manutenzioni opere civili e impianti, pulizie, facchinaggio, ecc.). Il tutto si è consumato con il silenzio delle OO.SS. confederali di categoria (SLC-FISTel-UILcom) e nonostante le lotte e le diverse iniziative poste in campo dai lavoratori, supportati da alcuni RSU e dai sindacati di base (COBAS-FLMU_CUB-SNATER).
Il meccanismo di scatole cinesi in cui Telecom ha intrappolato i lavoratori esternalizzati è abbastanza intricato, ma vale la pena spiegarlo. I settori di cui facevano parte i lavoratori si chiamavano Facility Management - Manutenzioni e Servizi Ambientali (collocati nell'area Acquisti di Purchasing), costituiti a luglio dello scorso anno, previa "svuotamento" di buona parte dell'attività passata a altri settori al momento ancora in Telecom. L'attività svolta dal personale era relativa alla gestione (tecnico-amministrativa) dei contratti di Servizi Generali, svolti da Imprese terze (fornitori). I cosiddetti rami, così costituiti, sono stati ceduti alla newco MP Facility, proprietà di due soggetti: Pirelli R.E.FM (a sua volta proprietà di Pirelli R.E.) e Manutencoop FM (a sua volta proprietà Manutencoop). La M.P.F si occuperà sempre della gestione dei contratti di Servizi Generali ma attraverso un appalto, quindi una commessa, che Telecom pagherà alla MPF per i relativi servizi. MPF a sua volta, non avendo operai, affiderà i lavori in subappalto, risultando una sorta d'intermediaria estromettibile, dal relativo processo, in qualsiasi momento Telecom lo ritenesse.
Comprensibili i timori dei lavoratori che si sono difesi strenuamente con scioperi, manifestazioni regionali e nazionali. Una menzione particolare merita il coinvolgimento delle Commissioni Parlamentari del Lavoro che hanno ritenuto di dover svolgere delle audizioni, nelle stesse Commissioni, per ascoltare le ragioni dei lavoratori. Ai lavoratori è stato, così, possibile mettere in luce come le cessioni così fatte, non siano altro che licenziamenti mascherati. Ai quali Telecom ricorre dopo aver utilizzato la mobilità volontaria, (Lg. 223) per circa 15.000 lavoratori (costo per l'Inps superiore a 800 miliardi di lire), le dimissioni "volontarie" e quanto altro consentisse di liberarsi del personale, tanto da lasciare a casa in pochi anni 30.000 lavoratori.
Successivamente è toccato a Telecom, nelle Commissioni, difendersi e giustificare il proprio operato in merito. Membri delle Commissioni hanno riferito che l'azienda si è difesa con la solita arroganza che contraddistingue "il padrone", ma non è sfuggito il disagio, mostrato da Telecom, per essere sotto "la luce dei riflettori", sia per le audizioni, che per le numerose interrogazioni parlamentari di cui è stata oggetto. In una delle quali il Ministro Maroni, chiamato a rispondere, dal Question Time dell'on. Alfonso Gianni, non ha potuto nascondere la fondatezza delle preoccupazioni dei lavoratori.
Inesorabilmente la cessione si è consumata il 1° novembre u.s., ma i lavoratori non hanno deposto le armi, è probabile la costituzione di un comitato per coordinare le iniziative legali e sindacali per la difesa dei diritti dei lavoratori. Da parte loro, Telecom e MPF, stanno intraprendendo azioni di terrorismo nei confronti dei lavoratori e delle OO.SS., negando il godimento di alcuni diritti, sindacali e retributivi, ai primi e minacciando di cambiare il CCNL, passando da quello dei telefonici, in scadenza il 31.12.04 a quello dei Servizi, che comporterebbe la perdita della rappresentatività per la categoria. Il tutto allo scopo di ottenere la firma di un accordo che metterebbe, le aziende, al riparo dalle azioni legali intraprese dai lavoratori.
Il dramma vissuto da questi lavoratori si sta allargando a macchia d'olio, perché sempre di più sono le Aziende che ricorrono a questi processi. E' necessario, quindi, pensare a come arginare il fenomeno. Se le cessioni di ramo possono essere, per le aziende che ne fanno ricorso, una possibilità per concentrare la politica industriale e gli investimenti al "core business" aziendale, devono garantire ai lavoratori coinvolti le stesse garanzie e diritti goduti nell'azienda di provenienza. Una possibile soluzione sarebbe quella di inserire nell'articolo 2112 una clausola di salvaguardia che obblighi la cedente a riassorbire il personale nel caso in cui si manifestassero problemi occupazionali nella cessionaria. Del resto tale clausola viene spesso utilizzata nelle cessioni effettuate dalla Pubblica Amministrazione. Ancora, si potrebbe rendere obbligatorio il consenso del lavoratore coinvolto nel processo. Le soluzioni per arginare il problema possono essere molteplici, le difficoltà sono tutte politiche, pensare che il Governo attuale, possa tendere una mano ai lavoratori dipendenti è pura utopia, ma la domanda da porsi è se "un altro Governo" vorrà porre al centro del suo programma la modifica delle attuali insicurezze del mondo del lavoro; modifica che passa attraverso l'abolizione del precariato, la difesa dell'articolo 18 e dei salari, il giusto uso dell'articolo 2112.

gennaio - aprile 2005