Lotta Continua e Pier Paolo Pasolini – “12 Dicembre”
di Rosangela Zanna

Non so dire il perché abbia collaborato ad un film con i giovani di Lotta Continua. Troppe volte nella mia vita ho dovuto spiegare, giustificare dei perché e rispondere a dei perché con altri perché che sono risultati falsi e pretestuali; e ho perduto molte illusioni, e me ne dispiace anzi seguito a comportarmi come se le avessi sempre intatte. Ma le illusioni di spiegare attraverso ragioni ideologiche pretestuali, e quindi complicate e ricattatorie, l'ho perduta e non la rimpiango. L'Italia che io vivo da padre è molto cambiata rispetto a quella che io vivo da figlio, non è migliorata anche se sicuramente la democrazia formale di oggi è infinitamente migliore del fascismo di ieri, ma il futuro dell'Italia e del mondo era molto meglio ieri che oggi. C'era ieri qualcosa di banale eppure di giusto in cui sperare. Oggi si ha l'impressione che tutto sia da ricominciare da capo, cosa questa che fa perdere la testa ad un padre mentre è il superbo programma degli irriconoscibili figli.”1

 

Così parlava Pier Paolo Pasolini nel '72, con parole che chiaramente rappresentano il culmine del suo trauma politico, culturale e ideologico, a fronte della dolorosa scoperta della borghesizzazione dei proletari, dei sottoproletari delle borgate, dei “ragazzi di vita”, presso cui aveva trovato conforto e speranza, nella logorante attesa di una rivoluzione sociale che partisse dal basso.

Questo passaggio ideologico non lasciò spazio che al proseguimento della sua idea utopica di riscatto sociale separata da una realtà nella quale non solo non si riconosceva in nessun aspetto, ma che combatteva fortemente2.

Moravia aveva definito Pasolini il primo poeta civile di sinistra italiano, barcamenantesi tra la moderna poesia decadente e l'utopia socialista, “sotto il segno di Rimbaud”, tra rivoluzione e decadentismo. E la sua biografia civile e politica non può che confermare un percorso vissuto in modo così ardente e drammatico.

L' arrivo a Roma già portava i segni di una forte delusione politica causata dallo sradicamento improvviso e umiliante dalla realtà delle lotte bracciantili friulane, che Pasolini aveva abbracciato e sostenuto come reale alternativa rivoluzionaria al degrado del conformismo e del capitalismo ma anche perché rafforzava in lui l'immagine idilliaca della vita semplice dei contadini (e successivamente degli operai).

Il “ripudio” da parte della sezione del PCI di Casarsa, a seguito delle vicende legate ad atti di presunta corruzione di minorenne, infatti, non stemperò l' ardore del suo fare politica, ma lo allontanò in maniera definitiva dall'“organizzato”, perché da intellettuale viveva la Politica in senso “romantico, il suo era un comunismo populista, cioè animato da una pietà patria arcaica, un comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell'utopia”. 

Quando parecchi anni dopo, nel '72, Pasolini decise di affiancarsi ad un movimento politico come Lotta Continua; tale scelta era motivata dalla  volontà di difendere la libertà di espressione e di stampa, piuttosto che dalla identificazione politica tout court con esso.

Il rapporto tra lo scrittore e il movimento era già indebolito da motivazioni di carattere politico ma la sincerità intellettuale che caratterizzava entrambi rese possibile il riavvicinamento.

La strage di piazza Fontana a Milano, l'accusa nei confronti di Valpreda e la morte di Pinelli avevano innescato uno shock indicibile, che segnò la fine di un certo clima di convivenza che si era in qualche modo stabilizzato nel paese dal Dopoguerra in poi3.

Utilizzando l'omonimo giornale “Lotta Continua”, il movimento, tramite il suo leader, Sofri, portò avanti una campagna stampa che, mettendo in dubbio la versione dei fatti legati al 12 Dicembre 1969, provocò una situazione di controllo oppressivo continuo nei confronti del giornale e dei suoi attivisti e la denuncia in direttissima del direttore responsabile, Bellocchio. Spontaneamente, giornalisti e intellettuali “illuminati”, per consentire il proseguimento delle pubblicazioni e delle indagini “altre”, si susseguirono nella carica di direttore della rivista, nel frattempo diventata quotidiano: tra i tanti, Marco Pannella, Pio Baldelli, Giampiero Mughini e lo stesso Pier Paolo Pasolini, che per tale impegno annoverò, tra le tante, anche una denuncia per istigazione a disobbedire alle leggi e per propaganda antinazionale a Torino, e una per istigazione a delinquere e apologia di reato a Siena.

Il passo per la realizzazione del documentario “12 Dicembre” con la collaborazione di Bonfanti e Fofi, tra gli altri, non solo fu breve ma si rivelò un'esigenza nata dalla necessità di “mettere su pellicola” una realtà da trasmettere alla Storia.

Durante le riprese, si acuirono le piccole divergenze ideologiche e artistiche tra Pasolini e i militanti di Lotta Continua; ma è pur vero che se questi “rimproveravano” al regista di aver perso la fiducia nell'alternativa costituita dalla concezione del mondo della classe proletaria in lotta, il film sembrò contraddire tale affermazione e si presentò come la trasposizione multimediale scenica degli scritti di Pasolini di quegli ultimi anni, dalla quale si riconosce l'idea della reazione al conformismo e all'omologazione borghese e capitalista con la lotta rivoluzionaria.

Forse ciò che distanziava Pasolini dal Movimento era la sua analisi critica degli stereotipi dell'antifascimo  che costituiva un aspetto della sua concezione del “nuovo fascismo” italiano, personale e collettivo.  Si nota un'apertura pericolosa all'analisi dei fatti a lui contemporanei e un filo conduttore che va dall'angoscia sua di uomo a quella strettamente politica per confluire nell'eterna lotta fra il Bene e il Male4.

 Le divergenze di vedute tra Lotta Continua e Pasolini a proposito della scelta dei soggetti e delle inquadrature, venivano superate dall'unanime consapevolezza che quello che si stava realizzando fosse un documento storico di grande importanza, per la capacità comunicativa, fruibile da tutti, delle immagini e delle interviste che stimolano e rafforzano la memoria storica degli eventi.

E' con la manifestazione a Milano, un anno dopo la strage di piazza Fontana, che comincia il film: gli slogan, la marcia, i commenti dei passanti, dei compagni del Circolo della Ghisolfa, storico circolo anarchico milanese, e della famiglia Pinelli. L'intervista alla moglie dell'anarchico, morto a causa di un “malore attivo”, è ancora oggi, come lei stessa ha sottolineato, un documento alquanto raro, proprio perché quello di Pinelli è stato prima di tutto un dramma personale e familiare, che, per quanto è stato possibile, è rimasto fuori da quello pubblico5. La  sua partecipazione a questo lavoro è il segno di un impegno politico, non organizzato e non partitico, che è stato  costante per tutta la sua vita: ”Non mi sono mai sentita sconfitta perché ho fatto tutto quello che potevo fare nell'ambito della legalità. Gli sconfitti sono coloro che non hanno avuto il coraggio di arrivare a scoprire la verità, parlando di <<morte accidentale>>, <<suicidio>>, <<malore attivo>>. Ma non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato6.

 Il viaggio del lungometraggio, che tocca geograficamente tutta la penisola, prosegue con un unico leit-motiv: la presa di coscienza da parte delle masse proletarie e operaie della possibilità di sovvertire l'ordine borghese e padronale7.

Sono i volti che parlano, quelli degli operai preoccupati ma lucidamente consapevoli che la morte non è solo causata dai fumi nocivi, ma anche dall'alienazione del lavoro in fabbrica. E sono i volti dei bambini di Napoli che, sorridendo e fieri, con il pugno alzato, marciano cantando “Bandiera Rossa”. E sono gli occhi di Licia Pinelli, che Laura Betti, parlando ad una platea in procinto di vedere il filmato, consigliava di soffermarsi ad osservare perché “solamente guardandola, capirete tutto di quel testo di Pier Paolo Io so i Nomi…, capirete tutto. Quella donna deve entrare a far parte della vostra memoria storica”.

Quasi per ironia della sorte, terminato il montaggio del documentario, non solo terminò il rapporto tra Pasolini e Lotta Continua, ma entrambi, per motivi diversi, non operarono più sullo scenario italiano. L' assalto ad un corteo femminista da parte di una frangia “maschilista” di Lotta Continua, infatti, rappresentò il culmine del decadimento e del logoramento dell'impegno politico del movimento.

Con l'omicidio di Pasolini, di contro, andavano consumandosi gli ultimi pezzi della contrapposizione tra Roma borghese e Roma proletaria e una malattia più forte delle frontiere ideologiche e politiche attraversava il corpo della società.

Il mondo attorno a lui forse non aveva saputo cogliere la prospettiva di verità che costantemente e nelle forme più diverse tentava di trasmettere; ancora oggi, nonostante l'esempio di rigore morale e intellettuale rappresentato  dal suo approccio alla vita politica, pure scosso dalla tragica caduta di immagine di quella privata, ci si trova davanti alla facilità di avere ragione contro di lui, di richiamarlo alla “concretezza storica8, davanti ai suoi paradossi e alle sue forzature surreali. Allora la migliore “inchiesta” sulla sua morte, ma anche sulla sua vita, sta nella lettura, straziante e straordinaria, di Pasolini stesso, nella descrizione della realtà italiana e della sua degenerazione.


1 Laura Betti, 12 Dicembre: la nostra Storia , atti dell'incontro presso la Casa della Cultura di Milano,. 12/12/1995

2 A. Moravia Ma che cosa aveva in mente da l'Espresso del 9 novembre 1975

3 V. Riva, Povero Cristo da l'Espresso del 9 novembre 1975

4 M. Lembo, Lotta Continua e gli esordi di Adriano Sofri, fonte Radio Radicale

5 Colloquio informale con Licia Pinelli , che ho avuto in occasione della commemorazione di R. Franceschi, Università Bocconi, Milano, in data 25 gennaio 2005

6 P. Scaramucci, Licia Pinelli – Una storia quasi  soltanto mia, Mondadori,  Milano 1982,  p.19

7 P. Colizzi, Pasolini e la sua “Lotta Continua”:da l'Unità del 10 novembre 2005

8 L. Tavolini, La vita e la violenza, da l'Espresso del 3 novembre 1975.

gennaio 2006 (inserto)