Liberare l’acqua, una rivoluzione in blu
di Loredana Di Florio

La percezione che l'acceso all'acqua sia un bisogno inalienabile, e in quanto tale non mercificabile, è innata in ciascun essere vivente: elemento naturale dalle leggi fisiche-termodinamiche “stranamente” sfuggenti a tutte le categorizzazioni, dalla cui vitalità e purezza dipendono le condizioni stesse della vita, la crescita, la salute e la longevità, l'acqua scorre attraverso la vita così come le differenti forme di vita si conformano e dispongono per accedere all'acqua. Al contempo essa è forza inarrestabile che scatena eventi catastrofici, se non si è (incoscientemente o colpevolmente) preparati ai suoi effetti, e si trasforma da “benedizione del cielo” a portatrice di morte. È per questo che al governo dell'acqua devono concorrere saperi e responsabilità.

L'acqua è stata da sempre oggetto di ricerca (dai rabdomanti ad Archimede pitagorico, tanto per nominare esempi… illuminati) ma dal bisogno più istintivo a quello più funzionale e tecnico, il fatto che il suo ciclo naturale ce la rimandi in testa a tutti, l'ha sempre fatta percepire come bene (o male) collettivo e risorsa illimitata. Scienza e conoscenza si sono sempre più affinate fino a pensare di poter dominare gli elementi ma l'approccio antropocentrico sbatte presto contro il suo limite di non vedere l'interezza dei problemi ma solo la punta dell'iceberg. Inoltre l'evoluzione tecnologica, invece di rispondere ad un generale accrescimento del benessere della specie, sembra spingersi verso l'asservimento del potere ed aumentare il divario tra sfruttati e sfruttatori. L'acqua non è esclusa da questo processo.

In tutte le culture offrire acqua è considerato un segno di civiltà e di “umanità” (la stessa Roma imperiale faceva delle pubbliche fontane il segno del suo pur feroce passaggio di conquista e i resti dei grandi acquedotti stanno a significare la magnificenza del suo dominio).

È una deriva del capitalismo moderno, che non conosce più i limiti dell'accumulo fisico dei capitali e che gioca a spostare con la finanza ricchezze virtuali e poteri reali illimitati, la capacità di trasformare tutto in merci. E il terribile concetto secondo cui il valore delle merci crescerebbe in misura proporzionale alla scarsità della merce stessa (quanto si è disposti a pagare un bicchiere d'acqua nel deserto?) è un principio che porta inevitabilmente a fenomeni di sciacallaggio. Tantopiù che la risorsa primaria, acqua dolce, non può più essere considerata illimitata, perché globalmente ne emungiamo più di quanta il ciclo naturale riesca a reintegrarne. E questo porta a presagire scenari inquietanti.

 

Globale e locale, esempi di donne da lontano

Opponendosi a un indirizzo politico planetario che non tiene in alcun conto il diritto di autodeterminazione dei popoli e pretende di calare dall'alto scelte che rispondono esclusivamente a logiche di interesse economico dominante, il movimento dei movimenti che si dà appuntamento nei fora sociali, oltre a criticare il sistema propone alternative per una diversa globalizzazione, una diversa economia sostenibile, un diverso mondo possibile. L'ambito e le modalità operative del Contratto Mondiale dell'Acqua costituiscono un punto di riferimento per quanti credono che la sfida in corso per liberare l'acqua dalla mercificazione sia percorribile. In questo contesto è ascrivibile la decisione del nuovo presidente della Regione Puglia di affidare la guida dell'Acquedotto Pugliese (trasformato nel 1999 da Ente Autonomo A. P. in AqP Società per Azioni) a Riccardo Petrella, promotore del governo solidale dell'acqua, bene comune dell'umanità, a partire dalla fondazione del Contratto Mondiale.

Così la presenza allo stesso tavolo di discussione nella mattinata del 24 settembre scorso nell'ambito degli incontri organizzati per la Festa dell'Acqua, all'Idroscalo di Milano, di rappresentanti delle battaglie dei popoli oppressi (in India come in Brasile) e dei protagonisti del cambiamento in atto in Italia (tra gli altri, i protagonisti della situazione pugliese), ha avuto una straordinaria valenza non solo emblematica ma di reale confronto.

 

Medha Paktar rappresenta in prima persona e testimonia la realtà indiana di attivisti che come lei da 20 anni portano avanti una protesta, non-violenta ma non reprimibile, in opposizione al megaprogetto di dighe nella valle del fiume Narmada. La protesta indiana è oggi molto ben nota grazie al sostegno della scrittrice Arundhati Roy e dell'ecologista e scienziata Vandana Shiva il cui “Le guerre dell'acqua” ha stimolato le coscienze in tutto il mondo, documentando le irrazionali gestioni e le criminose speculazioni che hanno fatto esplodere conflitti, non solo diplomatici e politici ma anche sui fronti militari, come è l'insanguinata e irrisolta questione mediorientale.

La sua partecipazione alla festa dell'acqua di Milano, si è generosamente manifestata nei diversi interventi programmati nelle sessioni di dibattito e nei discorsi conclusivi, nelle interviste, nella sua carismatica e costante presenza. Con la forza di una voce che seppur flebile non accetta di rimanere inascoltata, Medha ha parlato della battaglia che non si può lasciar vincere alle organizzazioni mondiali per il commercio (WTO) per il semplice e inconfutabile motivo che le ragioni del mercato non possono prevalere sulle ragioni della vita. E per l'acqua questa è la minaccia incombente. La pratica in corso oggi, in India come nelle Filippine, in Pakistan, in Amazzonia e, in forme diverse, in varie regioni d'Italia (tra cui spicca il caso pugliese che ha grande significato perché si tratta della privatizzazione del più grande acquedotto d'Europa), è quella di una “coca-colizzazione” dell'acqua intesa come appropriazione a fini lucrosi da parte delle corporazioni multinazionali. La risorsa viene così sottratta alle popolazioni e ai contadini per poi essere loro venduta assoggettando l'intera economia a scelte manageriali calate dall'alto, allo scopo di scavare ed allargare nicchie di mercato in settori che invadono la sfera dei diritti essenziali delle persone, così da renderle schiave per l'accesso a quanto è sempre stato di loro competenza per natura: una chiara e diretta accusa ai sistemi coloniali e post-coloniali e l'invito a non cedere su questioni così essenziali, partecipare attivamente alle proteste e denunciare i rischi per le generazioni future.

 

Che la questione dell'acqua sia fortemente una battaglia di genere (le donne sono tradizionalmente depositarie del compito di cura della famiglia e l'approvvigionamento dell'acqua è parte di questa cura) è testimoniato anche dalla presenza alla Festa delldella brasiliana Sila Mesquita, altra combattente in difesa dell'acqua, rappresentante del forum panamazzonico. Il GTA Grupo de Trabalho Amazonico è una rete che collega oltre 600 realtà di riverinhos, pescatori, donne, ambientalisti cioè l'intero bacino demografico del bacino fluviale del Rio delle Amazzoni, fondamentale per la sopravvivenza della foresta pluviale, polmone dell'intero pianeta (40% delle foreste, 10% delle specie viventi, 20% delle acque dolci della Terra). Il Brasile che copre il 65% del territorio dell'Amazzonia, vi ospita 180 popoli indigeni, 20.000.000 di persone per le quali l'acqua è parte integrante di tutte le attività e della loro quotidianità. Le acque rappresentano anche le vie di trasporto di persone e merci e sono quindi le uniche vie di comunicazione, laddove non si possono spianare strade nel fitto della foresta. L'acqua è anche la base della straordinaria biodiversità di cui la foresta è ricca e i popoli dell'Amazzonia sono consapevoli che la loro resistenza contro la deforestazione, l'inquinamento, la pesca predatoria, lo sfruttamento idroelettrico con le deviazioni e degradazioni del fiume che comportano, è una resistenza non solo per la loro sopravvivenza ma per la sopravvivenza di tutto il pianeta, una sorta di “servizio ambientale” per l'umanità. Di qui l'esortazione ad approcciare i problemi per perseguire la capacità di usare le risorse secondo un nuovo “umanesimo umanitario”.

 

La mercificazione di un bene primario, condizioni al contorno

Negli anni '90 cavalcando i deficit di cattive gestioni pubbliche, e si sa che in fasi di recessione economica le politiche guerrafondaie e gli arricchimenti incontrollati vanno per la maggiore, organismi internazionali privati hanno imposto il loro utile come legge sovrana, capace di risolvere le questioni caldeggiando la gestione privata o privatistica: l'accaparramento non riguarda solo il management ma finanche la proprietà stessa delle infrastrutture e della risorsa (vedi la questione delle sorgenti in concessione per l'imbottigliamento delle acque minerali e oligominerali, malgrado siano tutelate come pubbliche…); anche quando la proprietà resta in maggioranza pubblica in termini di quote, la trasformazione in SpA di fatto stravolge le finalità della gestione di quei servizi (la cosiddetta gestione in house è pur sempre a carattere privatistico) tradizionalmente autogestiti localmente o amministrati dai governi centrali sulla base di principi di equità e solidarietà.

Infatti, è patrimonio dei popoli la conoscenza delle pratiche tradizionali che empiricamente hanno ottimizzato la raccolta, il contenimento, l'uso delle acque, le colture e la zootecnia e senza guardare lontano, la Puglia come le zone caratterizzate da simili microclimi, pur soffrendo di cronica scarsità d'acqua, aveva sviluppato peculiari capacità, che rischiano di andare perse. Basti pensare ai muretti a secco che fungevano da bocche di raccolta di acqua piovana, alla copertura con calce delle strutture murarie e la costante manutenzione e pulizia delle stesse per garantire condizioni igieniche accettabili di raccolta e conservazione. Le tradizionali colture dei contorti alberi d'ulivo o delle concentrate uve da vino dimostrano che non sempre l'abbondanza d'acqua è un fattore di miglioramento. Ma un modello di sviluppo basato sulla crescita dei consumi come parametro della qualità della vita, mirato a raccogliere i fondi destinati al Mezzogiorno, comodo bacino di voti, ha sradicato la cultura contadina (al punto che il grano autoctono è stato soppiantato da sementi più idroesigenti, solo per citare un esempio).

 

Anziché individuare misure di correzione in termini di programmi di governo che incentivino sensibilizzazione e responsabilizzazione sull'uso dell'acqua e regolamentino una politica dei prezzi che scoraggi gli sprechi, garantendo un minimo di fornitura (40 l/ab giorno) a titolo gratuito, in Italia è silenziosamente e colpevolmente passato il principio secondo cui la delega ai privati è la soluzione al malgoverno.Le colpe della cattiva gestione risiedono principalmente in pratiche di corruzione che non trovano risanamento, ma tuttalpiù possono rafforzarsi nelle pratiche di autocontrollantisi consigli di amministrazione aziendali ed una SpA che ha tutto l'interesse di fatturare e non di incoraggiare il risparmio della risorsa, a tutto svantaggio delle utenze domestiche cui è imposto il prezzo senza alcuno spazio di contrattazione. La legge Galli nel '94 ha aperto un varco ai soggetti privati nel settore della gestione delle acque ma il caldeggiamento di pratiche di partenariato pubblico privato (PPP), su diktat dei GATS -General Agreements on Trade in Services- di organismi internazionali affatto super partes quali WTO, banca mondiale e FMI, si è ben presto trasformato in uno strapotere delle prerogative del commercio su tutte le altre forme di pensiero e relazione possibili. Quello privato è sembrato dunque l'unico governo possibile, specie nei casi in cui il quadro legislativo restringe sempre più il campo di azione di logiche alternative, ma i fatti stanno dimostrando che queste forme di gestione si rivelano sempre più inadatte: l'affidamento a privati ha sempre comportato un indiscriminato aumento delle tariffe (in Sud America ad esempio, e la questione boliviana è in questi giorni sulle cronache internazionali, l'acqua è arrivata a costare fino ad 1/3 del reddito medio delle popolazioni) giustificato dalla necessità di costituire un deterrente agli sprechi o di sanare passivi di precedenti gestioni o per sostenere in toto i costi di gestione dell'industria delle grandi opere idrauliche che può garantire il servizio solo a chi è in grado di pagare! E la minaccia di taglio della fornitura di acqua potabile è avvenuta anche per le fasce a basso reddito nella provincie pugliesi.

 

Locale e globale, cosa accade in Puglia?

Nella stessa mattinata alla Festa dell'Acqua, come detto, ci sono stati anche gli attesissimi interventi di Nichi Vendola e Riccardo Petrella che hanno testimoniato il duro lavoro in corso e la straordinaria occasione rappresentata dal governo della emblematica, e al momento di avanguardia per il movimento, contingenza pugliese dell'acqua. Si è così avuto un quadro programmatico di quanto sia possibile fare, nei limiti delle dure condizioni esistenti, legali e di potere reale, come sia percorribile l'inversione di tendenza necessaria a ristabilire un sostenibile governo del bene comune. Il primo ha sintetizzato, in un intervento tanto breve quanto viscerale, il resoconto del pesante compito ereditato, configurando i numeri della dura lotta in corso, anche nei confronti del fattore tempo, e il successivo contributo di Petrella, dalla scientificità inattaccabile, ha evidenziato come il binomio politica e amministrazione siano inscindibili per risolvere positivamente il caso o quanto meno mettere in atto tutte le misure applicabili.

 

Il governatore della sitibonda Puglia è partito dal descrivere i soggetti coinvolti nel GOVERNO DEL CICLO INTEGRATO DELL'ACQUA: l'Acquedotto Pugliese SpA; sé stesso in quanto Commissario straordinario per l'emergenza idrica (nonché per un numero di altre emergenze, praticamente tutta le questioni ambientali sono commissariate in Puglia…); la Regione (ancora lo stesso Vendola!); l'Ente Regionale per lo Sviluppo Idrico; i Consorzi di Bonifica; l'ATO.

Dopo una panoramica di quanto indebitata sia l'intera filiera (l'Enel che minaccia di tagliare l'erogazione di corrente elettrica all'Ente S.I., le cartelle esattoriali non pagate dal CB, …!) ha denunciato quanto emerso tirando le somme dei numeri in gioco: 450 ml di euro richiesti dal piano di spesa necessario al risanamento, 70 ml disponibili dai fondi per l'emergenza, dall'impegno regionale e dalle entrate dell'Aqp (che i pugliesi hanno trovato in bolletta dal precedentemente elaborato sistema tariffario…). L'obiettivo ottimistico, dichiarato fermamente e sostenuto con straordinario impegno, è quello di implementare rapidamente le misure individuate, impegnando quanto disponibile, in modo da uscire dalla gestione d'emergenza e così anche liberarsi di questo enorme fardello di responsabilità per potersi dedicare pienamente al governo programmatico. Alla luce delle premesse e considerando anche gli effetti della cattiva gestione del passato (perdita dalle condutture dell'AqP, cioè non fatturato rispetto a quanto emunto, pari al 58 %, parametri di potabilizzazione e indagini di veridicità dei relativi documenti ufficiali, …), la dimostrazione della tesi secondo cui la privatizzazione ha di fatto impedito e impedisce un'efficace gestione del governo integrato delle acque, scaturisce dunque come logica conseguenza. Gli obiettivi, oltre lo scoglio dell'emergenza, sono ricchi di speranza: dalla riduzione delle perdite acquedottistiche all'eliminazione delle Aziende Consociate, dal bilancio sociale dell'AqP alla bolletta trasparente, fino alla trasformazione della Società per (male)Azioni sull'acqua in un'Accademia planetaria della Cultura dell'Acqua!

 

A seguire, l'intervento del Prof. Petrella ha supportato e coerentemente e propriamente dimostrato la tesi prima esposta nell'introduzione di Vendola.

Innanzitutto Riccardo si è soffermato sulle modalità di mettere in atto la Capacità di Governo dell'acqua: l'attuale sistema di gestione è del tutto frazionato (uso irriguo, industriale, energetico, tutela delle esigenze del potabile e della salute) e ciò non consente una politica integrata, per l'appunto. Prevalgono gli interessi corporativistici e viene rifiutata la Politica, questo implica che siamo in assenza di un Governo dell'Acqua. Si è verificato cioè il trasferimento della capacità politica al mercato. Risulta quindi evidente che la privatizzazione del Politico ha impedito l'esistenza di una Politica dell'Acqua, bene pubblico, politica perseguibile (e qui la tesi) solo attraverso un Governo Pubblico dell'Acqua. Da questa antitesi tra esigenze comuni ed esigenze di mercato, l'indirizzo di capovolgere il processo di privatizzazione del Politico in corso in AqP: la società quotata in borsa compra quote per avere peso nel mercato finanziario internazionalizzato, mondializzato. Si tratta del consolidamento di una Infant Industry sul mercato, ma operazioni di questo tipo non perseguono le finalità proprie di un acquedotto.

Al di là delle spiegazioni tecniche, Riccardo Petrella ha sostenuto ancora una volta  l'esigenza di apportare all'AqP una visione degli obiettivi politico- culturali del VALORE dell'Acqua, trattandosi del valore della vita, in quanto l'acqua è vita. Al momento l'unico valore attribuito all'acqua dall'AqP è in termini di monetarizzazione (tariffa): essendo un'azienda sul mercato l'unico strumento di risanamento programmato è quello Finanziario, come dimostra la decisione di contrarre un debito di 250 ml di Euro presso una Banca Inglese al solo scopo di sanare il bilancio (debito da estinguere entro il 2017, al tasso di interesse del 6,7 %).

Per fermare e invertire questa tendenza e per realizzare finalmente la ri-pubblicizzazione dell'AqP, il primo passo è stato quello di de-privatizzare.

L'AqP nel processo di privatizzazione ha creato altre società (Aziende Consociate Compartecipate) nella ratio di avere la capacità di rispondere a un mercato diversificato, appunto. Società diverse si occupano di : Progettazione, Servizi etc. La funzione Pubblica è stata così dis-integrata in comparti che perseguono obiettivi differenti (ad es.: è emersa la convenienza da parte della società di servizi di vendere un software elaborato per AqP ad un'altra azienda perché più remunerativo). Dunque la deprivatizzazione operata da Petrella è consistita nell'eliminare le Compartecipate attraverso reincorporo nell'AqP. Essa rimane una SpA ed è quindi ancora privata, ma questo passo consente di ridurre il carattere privatistico dell'azienda ed è stato ottenuto non senza le necessarie negoziazioni fatte allo scopo di convincere la Finanza con le ragioni della Politica.

 

Responsabilità e bisogno di cambiamento

La comprensione della complessità del problema è il primo passo per la ricerca delle soluzioni poiché gli interessi in gioco sono enormi: al principio secondo cui ai tavoli programmatici sulla stato di salute del pianeta si può discutere di tutto purché non si metta in discussione lo stile di vita della minoranza dominante (come disse Bush senior alla Conferenza di Rio, 1992), ci si deve opporre con propositi che rivoluzionino lo stato delle cose.

Se da un lato la comunità internazionale affermava di perseguire i Millenium Development Goals tra cui quello di fornire acqua e servizi igienici alla popolazione mondiale entro l'anno 2000 (e il fallimento era insito in un programma fatto di retorica e non di impegni concreti), dall'altro ha aperto ad un liberismo sfrenato. Contraddizioni che si pagano al prezzo della vita umana: la tutela delle risorse primarie e la gestione secondo principi egualitari sono fondamentali azioni, non già di carattere manageriale ma politico.

Il fine da perseguire è allora la vera e propria Politica Integrata di tutti gli usi dell'acqua, ottenibile con l'opportuna programmazione e la partecipazione dei cittadini nelle scelte, come richiesto peraltro dalla normativa quadro europea (Water Framework Directive 2000/60) non ancora recepita dall'Italia. Questo passaggio legislativo può essere il volano del cambiamento, controcorrente all'azione del governo in carica che, con leggi delega, deregolamenta tutta la politica ambientale.

E per citare ancora Petrella: è possibile riacquistare il controllo pubblico di questa deriva? E' questa la sfida in corso, il successo porterebbe alla agognata rivoluzione blu, la rivoluzione dell'acqua.

gennaio 2006