Primaria la società della conoscenza
Editoriale

Nella costruzione dell’ampia coalizione dell’Unione è ormai presente da protagonista una nuova soggettività politica che costituisce la parte più vitale del movimento per la rifondazione della politica e la trasformazione della società capitalista.
Questo nuovo soggetto, che forse semplificando possiamo chiamare la moltitudine di Genova 2001, è cresciuto negli ultimi quattro anni in un contesto di eventi nazionali ed internazionali che in modo diretto ha influenzato le sue pratiche, i suoi comportamenti, lo stesso modo di pensare la propria identità e il conseguente rapporto con la politica.
Lo costituiscono soprattutto giovani, che subiscono la flessibilità del lavoro che gli viene offerto e che li rende precari per la vita. A volte stanno completando gli studi universitari, alcuni li hanno completati e si misurano con il prolungamento dei processi formativi costituito dai dottorati di ricerca, dalle Siss e dalla proliferazione dei masters su scala nazionale ed europea.
È una nuova società della conoscenza, composta da lavoratori immateriali che si stanno affacciando al mondo della produzione e cominciano a percepire le contraddizioni del sistema economico attraverso la precarietà della condizione lavorativa e l’assenza di garanzie. L’abbiamo conosciuta come precariopoli.
Questa situazione si inserisce in un contesto internazionale lacerato da coloro che stanno allestendo uno scenario di “scontro delle civiltà”, dal terrorismo e dalla invasione dei mercati occidentali di merci prodotte a prezzi competitivi dalle nazioni dell’estremo Oriente.
All’interno del mondo occidentale non è prevedibile, a breve termine, un balzo in avanti nella composizione organica del capitale, come è stato per l’introduzione della robotica, dell’elettronica e della computer science. Di conseguenza la logica del liberismo continua a prevalere con inevitabili conseguenze sulla erosione dello stato sociale. E’ questo il vero fallimento delle politiche dei governi italiani, europei, occidentali.
Sul piano locale non pare che esistano controtendenze se lo sviluppo viene affidato alle città della moda, alla ripresa espansiva della edilizia residenziale ed abitativa, alle ingenti risorse di denaro speso per un dubbio sviluppo industriale che devasta e distrugge il territorio agricolo, oppure ottenuto per una conservazione delle chiese e del patrimonio architettonico che non sia inserita in una chiara strategia di progresso alternativo.
C’è da chiedersi che rapporto ha tutto questo con i nuovi soggetti, con i protagonisti della nuova società della conoscenza, con i giovani che chiedono un lavoro e possibilmente vogliono mettere su famiglia.
La risposta è da ricercare nella definizione dell’umano e dello stare al mondo nei prossimi decenni.
La risposta sta nel mettere in discussione la logica dell’ognuno al proprio posto, l’ordine dello stare nei ranghi, il pigro rispetto delle regole, il suggerimento prudente che la nottata debba pure passare.
La risposta è nel vento. Il vento che è tornato a fischiare. Il vento che ha riempito le piazze italiane in questi anni per dire no alla guerra. Il vento della lotta e della partecipazione di Melfi e di Scanzano, il vero vento disobbediente. Il vento che mette in discussione il sistema elettorale maggioritario anche nei confronti di quella sinistra che l’accetta. Il vento che nell’elezione di Vendola ha posto le primarie come una nuova forma di partecipazione politica e militante. Il vento che costruisce le coalizioni e non quello che fa delle primarie l’occasione per accentuare le divisioni di forze politiche che si sentono strette nella camicia di forza delle ampie coalizioni.
La risposta è nel vento della conoscenza del nuovo mondo, nel confronto interculturale e interreligioso.
La risposta è nel vento del Mediterraneo, teso a trasformare l’Italia da portaerei della NATO nella terra di un nuovo rinascimento, in cui ciascuno possa dire “anch’io sono degno di vivere una vita decente”.
Per i giovani protagonisti della nuova società della conoscenza c’è bisogno di trovare interlocutori che siano in grado di valorizzare e dare esito positivo alle loro aspettative.
Ci vuole ben altro che delle elezioni primarie. Ci vuole ben altro che un metodo di scelta di un candidato, per cambiare la società. Primaria non è la tormentosa discussione sulla leadership dell’Unione.
Primarie sono le città, la loro anima, la loro cultura (negli articoli di Copertino, De Gennaro, Binetti, Amato, Gadaleta), le realtà sociali (Romanelli) e le prospettive economiche (Mancini), le battaglie in difesa delle diversità (Genchi).
Il paziente lavoro politico-culturale per la trasformazione delle cose non si fa nelle sedi di partito appiccicando etichette e sigle ai leader delle coalizioni, espressione di sapienti equilibrismi e calcoli elettorali.
Primari sono i territori, i municipi.
Alla democrazia come “spazio di alternativa virtuale” bisognerebbe opporre forme di partecipazione diretta e allargata. Primaria è la democrazia partecipativa nel governo e nelle amministrazioni cittadine, nei bilanci e nell’urbanistica. Primarie sono le feste di partiti e movimenti, da Roma a Ostuni a Corviale (Cataldo).
Primarie sono l’arte, la scienza, il teatro, il cinema, la musica (Zezza, Tranchina, Anceschi, De Vito, Memola, Tridente, Tatulli, Cappelluti), e tutte con una maggiore forza di convinzione derivante da un’attenta analisi delle difficoltà della sinistra italiana nella fase attuale (Altamura), dell’assalto dei mercanti della democrazia (Mastropierro), dell’illusione della guerra (Balsamo), dell’economia della paura (Simone), oltre che da una riflessione storica sui valori della beat generation (Centrone), filosofica sulla violenza (Suriano) e sul tragico intreccio tra ricchezza e miseria prodotto nella storia contemporanea (Marzocca).

settembre 2005