Luigi Sbaiz

medaglia d'oro della
 GUERRA DI LIBERAZIONE

 

Nato a Muzzana del Turgnano (Udine) nel 1918 viene chiamato alle armi il 5 aprile del 1939 presso il 3° rgt. bersaglieri.  Nel giugno del 1940 partecipò alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera alpina occidentale e, dall’aprile del 1941, a quelle contro la Jugoslavia. Rimpatriato nel luglio dello stesso anno, circa un mese dopo partì per la Russia col Corpo Italiano di Spedizione (CSIR) coi galloni di Caporalmaggiore ottenuti a fine anno. Partecipò nel gennaio 1942 alla battaglia di Voroshilowa dove si distinse la Divisione Celere, cui apparteneva il suo reggimento. Rimpatriato poco dopo per congelamento degli arti, riprese servizio in settembre nella 505 cp. presidiaria del 3°. Nel luglio 1943 fu trasferito nel LXXV btg. bersaglieri Ciclisti in Sardegna dove si trovò alla dichiarazione dell’armistizio (il LXXV è un reparto appartenente al 177° reggimento di marcia di stanza in quel momento in Sicilia con funzioni antisbarco, ma non si esclude che sia un bis d'origine territoriale costiero). Ritornato sul continente dopo l'armistizio, entrò a far parte, col grado di Sergente, del battaglione bersaglieri “Goito” allora costituito che, col C.I.L. Corpo Italiano di Liberazione prima poi col Gruppo di Combattimento “Legnano” dal settembre 1944 risaliva la penisola con gli alleati. Partecipò quindi alla Guerra di Liberazione fino all'aprile del 1945 quando fu ferito in Vai d’Idice a Poggio Scanno, al comando di una squadra di Arditi. Morì il 21 aprile nell’ospedale da campo della 51 sezione sanità, proprio nel giorno in cui il suo battaglione entrava, per primo, in Bologna e si annunciava la fine della guerra.  

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione della massima ricompensa al valor militare ricorda: “All’inizio di un attacco contro una munita posizione nemica, rimaneva ferito ad una gamba. Con sereno stoicismo, mentre cercava di riordinare la sua squadra, estraeva il pugnale, e dopo averlo tentato egli stesso, ordinava ad un bersagliere, accorsogli vicino, di recidergli l’arto maciullato. Sfuggito a chi lo voleva soccorrere, strisciando sul terreno sotto il rinnovantesi tiro di artiglieria, ricuperava il proprio piumetto e, dopo averlo baciato, lo agitava rincuorando con nobili e serene parole i bersaglieri di altri reparti che stavano per scattare anch’essi all’attacco. Sfinito per la perdita del sangue, consentiva di essere trasportato al posto di medicazione solo dopo aver raccomandato i propri uomini al comandante di battaglione. Il gesto leggendario, compiuto in un momento in cui la strage prodotta dal fuoco nemico era stata fulminea, è stato per tutti i bersaglieri il fulcro della leva che permise e rese brillante il proseguimento dell’azione. Prossimo a morire, perfettamente cosciente del proprio stato, dopo avere sopportato due successivi atti operatori con stoica fierezza, tanto da suscitare l’ammirazione dei sanitari, chiedeva di non essere separato dal suo piumetto, simbolo per lui, di tutta la sua nobile vita di soldato”.Poggio Scanno (Valle Idice), 20 aprile 1945
 

A Luigi Sbaiz hanno intitolato una Scuola elementare nel  paese natale; ad Udine gli hanno dedicato una via e fino al 1996, portava il nome del valoroso bersagliere una caserma di Visco (Ud)

 

19 aprile 1945 – il Goito si sistema per l’attacco ormai prossimo, sulle posizioni di Casa Collina e del Poggio e, scavalcando gli alpini su quota 363, assalta Poggio Scanno: la quinta compagnia viene decimata e il plotone arditi arriva sulla quota con soli cinque uomini. Cadono, tra gli altri, il sergente maggiore Fausti, già decorato di medaglia d’argento al valor militare, e l’eroico sergente Luigi Sbaiz, reduce dal fronte russo: gravemente ferito, ordina a un suo bersagliere di recidergli l’arto semitroncato e, agitando il piumetto, col quale chiede di essere sepolto, ci rincuora e incita con le sue ultime serene e nobili parole.

scrive il capitano Moiso: Poggio Scanno è conquistato con un violento attacco, tra il grandinare dei proiettili e le salve di artiglieria, con l’impeto e il coraggio della tradizione. A questo punto viene ordinato alla settima compagnia di scavalcare la quinta e i resti del plotone arditi e di proseguire verso Casola Canina e la via Emilia .

   

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