19

Warning!!!

 

The author is aware and has agreed to this fanfic being posted on this site. So, before downloading this file, remember public use or posting it on other's sites is not allowed, least of all without permission! Just think of the hard work authors and webmasters do, and, please, for common courtesy and respect towards them, remember not to steal from them.

L'autore è consapevole ed ha acconsentito a che la propria fanfic fosse pubblicata su questo sito. Dunque, prima di scaricare questi file, ricordate che non è consentito né il loro uso pubblico, né pubblicarli su di un altro sito, tanto più senza permesso! Pensate al lavoro che gli autori ed i webmaster fanno e, quindi, per cortesia e rispetto verso di loro, non rubate.

 

Copyright:
The Copyright of Lady Oscar/Rose of Versailles belongs to R. Ikeda - Tms-k. All Rights Reserved Worldwide.
The Copyright to the fanfics, fanarts, essays, pictures and all original works belongs, in its entirety to each respective ff-fa author, as identified in each individual work. All Rights Reserved Worldwide.


Policy:
Any and all authors on this website have agreed to post their files on Little Corner and have granted their permission to the webmaster to edit such works as required by Little Corner's rules and policies. The author's express permission is in each case requested for use of any content, situations, characters, quotes, entire works/stories and files belonging to such author. We do not use files downloaded or copied from another website, as we respect the work and intellectual property of other webmasters and authors. Before using ANY of the content on this website, we require in all cases that you request prior written permission from us. If and when we have granted permission, you may add a link to our homepage or any other page as requested.
Additionally, solely upon prior written permission from us, you are also required to add a link to our disclaimers and another link to our email address.

The rules of copyright also apply and are enforced for the use of printed material containing works belonging to our authors, such as fanfics, fanarts, doujinshi or fanart calendars.

 

 

Mi sono guardata allo specchio, vicino alla mia spalla dondolano le rose. Ho stretto con le dita il pettine, senza però alzare la mano dal piano del tavolo; ci sono i barattoli del trucco, due foto di scena delle ultime prove; nel primo atto sono vestita di scuro. Ho i capelli raccolti. Mi guardo: ho gli occhi lucidi, più la stanchezza che l’emozione; siamo alla sesta settimana, repliche tutte le sere tranne il lunedì. Le rose continuano ad arrivare, un mazzo nuovo ogni sabato, appena il tempo di fiorire; un ammiratore segreto ormai da anni. Le rose sono fresche e profumate vicino al mio braccio nudo. Riconosco i sottili bordi scarlatti, un po’ di lato in questo grande specchio in cui mi guardo come fanno tutte le attrici. È domenica.

Non ho mai pensato che sarebbe stato facile: diventare attrice, recitare, lasciare il mio nome da qualche parte; ci sono persone che dicono “Rifarei tutto” come se fosse vero. Sento voci nel corridoio. Tra due giorni avrò diciannove anni; Rei mi regalerà una gonna bellissima che non metterò mai; porterò fiori sulla tomba della mamma; forse pioverà come oggi. Sakurakoji convincerà Rei a organizzare una festa a sorpresa, poi non avrà tempo di andare a comprare neanche i bicchieri di carta. È normale, è molto impegnato. Rei farà tutto da sola e si dimenticherà di impacchettare la gonna. Alla fine la festa durerà poco. Tra sei giorni Sakurakoji si sposa. Forse sono gelosa, ma forse non abbastanza.

Mi hanno chiamato da dietro la porta, i passi si sono allontanati. Ho lasciato il pettine sul tavolo; ho passato le mani sui capelli tirati dietro le orecchie. Nel primo atto ho i capelli raccolti, come una giovane donna molto calma che forse diventerà pazza prima dell’intervallo. Mi sono alzata in piedi senza guardare le rose. La stoffa scura del vestito è scivolata sui fianchi senza una piega; ho quasi diciannove anni e credo che sono bella. Ho lavorato in televisione per mesi, con colleghi famosi e sorridenti che mi facevano molti complimenti; mi portavano fuori a cena e cercavano di baciarmi. Rifiutavo, pensavo di dovere ancora aspettare. Tra due giorni avrò diciannove anni, non mi ricordo più bene cosa aspettavo. Sakurakoji si sposa sabato prossimo e l’ammiratore delle rose è rimasto segreto. Mi sono girata e lo specchio è restato alle mie spalle.

 

- Scusa! Guarda, l’avevo anche comprata la carta!… Ma poi… Mi sono dimenticata!

Rei mi porge un sacchetto di carta; le ho sorriso. Siamo nella nostra cucina, un piano alto, un quartiere un po’ in collina; Tokyo luccica dietro i vetri.

- È bellissimo, grazie!

È un vestito, non troppo corto, molto elegante; blu. Ayumi si muove sulla sedia, vicino a Sakurakoji. Ormai si è abituata a casa nostra, non sembra più una dama in visita di carità. È addirittura diventata abbastanza amica di Rei, una volta ho sentito che parlavano al telefono.

- Posso vedere?

La voce sottile e chiara; ha teso un braccio sorridendo, cerca di essere gentile. Ha i capelli biondi tagliati corti, ci ha raccontato che anche l’abito bianco sarà moderno, una giacchetta con un piccolo collo di pelliccia. Le ho dato il vestito, ho sorriso anch’io; la stoffa blu ha fatto per un attimo ombra alla lampada.

- Veramente bello.

- Be’, spero proprio che non lo metterai sabato!… -. Sakurakoji  sta cercando di scherzare. – Saresti più bella della sposa!…

La battuta non piace a nessuno; Ayumi annuisce e sorride. Io rido come se mi facessero il solletico; la battuta è stupida e bisogna fare sì che sembri una assurdità. Rei mi lancia uno sguardo spiritoso. Ha preso in mano il coltello.

- Ma allora, chi la taglia la torta?

Si è messo a piovere, dietro i vetri Tokyo luccica e si offusca. Sono le sei del pomeriggio. Per fortuna c’è lo spettacolo. Tra poco me ne vado, anche prima di loro. Ci sono degli amici di Rei che fumano vicino alla porta; ci sono dei magneti colorati sul frigorifero. La radio è accesa in un’altra camera.

- Adesso tocca al nostro regalo! -. Sakurakoji si è chinato a prendere qualcosa, la sua voce viene da sotto il tavolo.

Si rialza, una testa da ragazzino, le guance rosse. Mi porge un pacchetto, Ayumi sorride sempre perfettamente. Rei taglia la torta contando le fette.

- Grazie, davvero.

Prendo il pacchetto e lo scarto lentamente.

 

La sala era quasi piena, straordinario per un martedì sera. Non piove più ma fa freddo. I miei colleghi sono già in fondo alla via. Sto pensando che forse il vestito blu me lo metterò davvero per il matrimonio.

- Ragazzina.

Masumi Hayami, in piedi con una sigaretta in mano; lo sguardo un po’ stanco ma concentrato. Non rispondo, la battuta della “ragazzina” è diventata vecchia. Ho accennato un sorrisetto. La via è deserta, vedo il fumo della sigaretta alla luce di un lampione, come nei film.

- Non riesce mai veramente a deludere.

Ci metto cinque secondi a capire che è un complimento.

- Parla dello spettacolo, signor Hayami?

- Sì. Non era male.

- Grazie, io…

- Buon compleanno.

Altri cinque secondi: mi ha interrotto come sempre; mi ha fatto gli auguri. Avrei dovuto aspettarmelo, non gli sfugge niente.

- Grazie.

Non lo trovo più insopportabile. C’è gente peggiore.

- Venga. Camminiamo un po’-. Una sua mano sulla mia spalla, lascia cadere a terra la sigaretta.

Lo seguo; credo che una volta l’ho odiato. Forse non si può odiare per troppi anni. Sono stanca e non ho voglia di discutere. È la mia direzione, dopo tutto. In fondo alla strada deserta si vede il traffico della seconda serata, le luci di un quartiere di locali.

Camminiamo in silenzio, la sua mano ancora sul mio cappotto. Sono stanca e niente mi sembra strano. Nel secondo atto porto due piccole perle alle orecchie, mi sono dimenticata di toglierle. Qualche goccia cade dalle grondaie nel buio.

Sulla destra c’è la solita macchina che lo aspetta, la vedo quando siamo già vicini.

- Mi scusi se non posso offrirle un passaggio, ragazzina. Devo andare all’aeroporto.

- Io veramente… Non sono una ragazzina.

- No?

- No.

- Sicura? -. Si è girato a guardarmi; la sua mano mi stringe un po’ la spalla; il solito sorriso inclemente.

- Sono sicura.

Non ha replicato.

La sua mano si è spostata lentamente: bavero del cappotto, collo, guancia.

Si è chinato. Su di me.

Sento un bacio sulla mia bocca. Sento che mi prende un labbro, sento il suo viso; lo sento respirare. Sento il suo cappotto. Guardo i suoi occhi, chiusi così vicino ai miei. Assaggia la mia bocca senza premere troppo. Ho bisogno di fare qualcosa. Mi aggrappo al bacio e lui mi stringe di più, la sua mano sotto all’orecchino di perla, l’altro braccio intorno a me. Mi sta abbracciando. Ho chiuso gli occhi con ansia.

Altri cinque secondi.

Ma tutto finisce in un attimo. Si è staccato da me con un piccolo sospiro di fatica; mi lascia del tutto. Ritrovo il suo sguardo poco caloroso, appena un po’ impensierito. Mi ha abbracciata. Non so che faccia sto facendo.

Fa un passo indietro.

- Ancora auguri.

Si è girato; l’autista esce e gli apre la portiera. Ha chinato la testa, appoggiandosi alla macchina. È scomparso nell’auto. Senza un ultimo sguardo. Non mi ha chiamato “ragazzina”.

 

Una lunga settimana. La carte dei regali sono ancora in un angolo della cucina. A colazione Rei mangia con diligenza quel che resta della torta. Vado a dormire tardi e mi sveglio presto. Studio un copione per una nuova commedia, non so ancora quale parte avrò. Mercoledì la sala era quasi vuota. Giovedì ho visto Hajime Onodera seduto in seconda fila, ma se ne è andato prima della fine.  Stasera vengono gli studenti del liceo Inaji, biglietto a prezzo ridotto. Rei mi racconta qualcosa, c’è uno che le piace tra i suoi allievi del corso di dizione. Lei ride con una tazza di tè in mano e mi racconta qualcosa che le è successo. Dietro i vetri Tokyo galleggia nella nebbia. Il tempo perfetto per un matrimonio, se dura fino a domani.

Continuo a pensare al bacio. Non ne ho parlato con nessuno. Non voglio avere la tentazione di chiedermi cosa significasse. Accadono spesso cose che non vogliono dire niente. Cose che aspettiamo per troppo tempo, per anni: persone che non tornano, fiori senza un biglietto. Qualche volta le persone tornano ma stanno già guardando da un’altra parte. E non è giusto ricevere sempre fiori senza sapere a chi dire grazie. Continuo a pensare a quel bacio: al calore, all’abbraccio; mi sono stretta a Masumi Hayami come se l’avessi desiderato, il bacio; come quando una ragazza esce con qualcuno e aspetta tutta la sera di essere baciata. Quando succede, finalmente può stringersi al braccio che la tiene. Si aggrappa a un viso come se fosse tutto. Ha aspettato e finalmente lui è qui. Lui è arrivato e le ha sorriso. C’era un biglietto tra i fiori e lei si è chinata per sentire il profumo.

Ho guardato Rei che rideva da sola di qualcosa che le è successo. Non ho ascoltato la fine della storia. Le ho sorriso soprattutto perché le voglio bene. Si è alzata per mettere la tazza nel lavandino. Passa dietro di me, si appoggia allo schienale. Mi ha tirato un po’ i capelli, come per lisciarli, come fanno le bambine quando giocano tra loro.

- Che ne dici? Te li potrei accorciare un po’ più tardi… Possiamo pensare a qualcosa di speciale per domani…

Carezza i miei capelli scuri che mi arrivano alle spalle. Appoggio la testa alla sua pancia, la butto all’indietro per guardarla dal basso e a rovescio.

- Da quando in qua sei anche parrucchiera?

Lei ride e mi tira le guance.

 

Ho messo l’abito blu. La cerimonia passa in fretta, nella sala fa freddo. Sotto una pioggia gelida festeggiamo Ayumi; Sakurakoji sembra contento, un po’ stupito. Utako Himekawa li guarda serenamente e Rei le sta tenendo l’ombrello. Trenta minuti dopo siamo all’Hilton per il ricevimento; le tappezzerie morbide color noce ci separano dal temporale; sono le quattro ma fuori è scuro. Ci sono tutti gli impresari di Tokyo, i registi, gli attori di nome, qualche straniero molto conosciuto. Tutti bevono e l’atmosfera diventa vivace anche se è appena pomeriggio. Ayumi balla con suo padre e Sakurakoji invita me. Ho imparato anche a ballare, a ogni movimento sento i capelli muoversi sulle mie spalle.

- Mi fa veramente piacere che sei venuta…

- Come avrei potuto mancare…

- E soprattutto che tu e Ayumi abbiate saputo… Sì, insomma, superare le vostre eventuali…

Masumi Hayami è appena entrato nella sala. Lo vedo oltre la spalla di Sakurakoji. La madre di Ayumi gli è corsa incontro.

- Maya?…

- Sì, scusa…

- Come ti dicevo, tutto è bene quel che…

Sakurakoji mi ha fatto girare e ho guardato di nuovo verso l’ingresso. Masumi Hayami parla con la signora Himekawa, lei lo tiene sotto braccio.

La musica cambia, guardo Sakurakoji; deve aver finito il suo piccolo discorso su tutto quel che è bene, che finisce bene. Rei gli chiede un ballo ridendo e io mi ritrovo vicino ad Ayumi.

- Maya. Sai, mi fa veramente piacere che tu sia qui. Tenevo a dirtelo…

Tutto finisce bene, fino a qua ci siamo. Le sorrido.

- Fa molto piacere anche a me… Ah, e stai veramente benissimo.

- Grazie… Oh, guarda, c’è Mister Daito!… -. Sta scherzando, mi dà un piccolo colpo con il gomito. È molto bella, meno calma del solito. Forse è il vino. Ha lo sguardo velato, le braccia nude. – Dai, andiamo a salutarlo... Sennò poi mia madre… Sai, com’è!…

Mi ha trascinato verso il piccolo gruppo ancora vicino all’entrata. La signora Himekawa guarda sua figlia, poi guarda me. Anche Masumi Hayami guarda Ayumi, poi me, senza battere ciglio.

- Tanta felicità -. Lo dice lentamente, poi bacia la sposa sulla guancia.

A me rivolge un piccolo sorriso molto formale.

- Signorina Kitajima -. Di nuovo ha parlato con lentezza.

Mi guarda come un produttore famoso guarda un’attrice giovane e abbastanza conosciuta, quando si incontrano per caso a un ricevimento. Si china e dà anche a me un bacio sulla guancia. Devo aver sussultato. Di nuovo il suo viso così vicino. Sussurra due sillabe. Il mio nome. Ho quasi chiuso gli occhi. E l’ho sentito: il desiderio di avere un altro bacio come davanti al teatro. Come le ragazze quando aspettano il secondo appuntamento.

Sakurakoji arriva e scherza con sua moglie.

 

Alle sette ho chiamato un taxi; sono appena riuscita a salutare gli sposi, sapevano che dovevo andare a teatro. Oltre il finestrino vedo le vie affollate del centro, i semafori, un ristorante dietro l’altro. Cerco di concentrare i pensieri, ma penso soltanto al bacio. Al prossimo. Lo immagino. Lo aspetto. Ci sarà? Deve esserci. Non importa se è Masumi Hayami, non importa niente. Mi ricordo del suo viso vicino al mio. Mi ha messo una mano sulla spalla, la sigaretta era per terra, ancora accesa. Accadono cose che non vogliono dire niente. Ma quando le si aspetta, vogliono dire “Sono qua, aspetto”. Penso quel bacio di quattro giorni fa come si pensa un pensiero; d’un tratto è come se avessi contato quei giorni; da uno a quattro a voce alta, come nei giochi dei bambini. Mercoledì, giovedì, venerdì.

Ancora una volta davanti allo specchio del camerino: sono entrata col cappotto già sul braccio e ho visto le rose, perché è ancora una volta sabato. I boccioli ancora socchiusi come sussurri. Devo fare presto, il vestito blu scivola a terra. Ho bisogno di dire grazie: un nome che stia su un biglietto, tra le spine. Ho bisogno che quando aspetto, qualcuno ritorni veramente. Queste rose sono bellissime e silenziose. Raccolgo i capelli con un po’ di fatica; fa caldo e devo fare presto. Sento i passi nel corridoio, tra poco verranno a chiamarmi. Infilo il vestito scuro. Mi guardo, non ci riesco. Nascondo il viso tra le mani. Ho bisogno di dire grazie una volta, di non doverlo dire mai più. Sono qua, ho diciannove anni e aspetto. Devo ancora truccarmi. Sento le voci nel corridoio. Nel primo atto ho i capelli raccolti, come una giovane donna molto calma a cui sembra di diventare pazza.

Sotto i riflettori va meglio. Sento la mia voce che attraversa l’aria: so che sto ridendo, sorridendo, tocco gli oggetti con aria gentile. Sento il pubblico che mi segue. Niente liceali oggi, per fortuna. Sento il pubblico sorridere e mormorare. Dalla prima fila guardano le mie mani mentre tocco il bicchiere, la bottiglia. Kaori, vestita da cameriera, rispecchia il mio sguardo nel suo tutto limpido. Nat entra da destra, abbiamo i tempi perfetti ormai, dopo sei settimane. Sento la sua voce che attraversa l’aria.

- Tesoro, non credi di avere bevuto un po’ troppo?

- Date le circostanze, no.

Il pubblico sorride, mormora; è dalla nostra parte: dalla parte della storia, di quello che succede tra un minuto.

 

Sono entrata nel camerino. Era là. Masumi Hayami in piedi vicino allo specchio. Ho chiuso la porta di scatto dietro di me, come in un momento di vittoria. Ho avuto paura, ma non del tutto. Mi ha guardata con calma, senza emozione, con i suoi occhi esatti; ha serrato un po’ la bocca, come quando uno cerca le parole prima di dire qualcosa. Io non so cosa dire, non ho niente da dirgli. Sento le voci nel corridoio, appena dietro a me. Voglio che il tempo passi lentamente, anche se ho avuto paura; vederlo là dove desideravo che fosse. Dove ho sognato di trovarlo, senza pensarci, mentre mi inchinavo, mentre il pubblico applaudiva confortato dal finale e il sipario dondolava. Sono qua, non so cosa dire. Ho diciannove anni, sto appoggiata a una porta. E aspetto.

Non ha detto niente. Ma si è mosso. Verso di me, due passi sono bastati. È di nuovo molto vicino, mi guarda e non smetto di guardarlo, non voglio avere troppa paura. Aspetto il secondo bacio. Ma invece mi prende le braccia e mi tira a sé, quasi con un sospiro. Mi stringe. Ho la fronte contro il suo petto, sento la camicia, la giacca. Non so più cosa penso. Questo abbraccio, mi pare di ricordarlo. Non veramente questo. Ho alzato il viso. Avrei voluto dire qualcosa. Il secondo bacio. Più forte. Sento alle orecchie le perle del secondo atto. Ho aspettato, ho contato i giorni. Quattro. Nel buio mi teneva stretta il desiderio di questo bacio più forte. Ho chiuso gli occhi, c’è solo questo momento.

E nell’attimo in cui finisce, il bacio si frantuma in altri mille piccoli fuochi; altri baci, sul mio viso e sui miei capelli, sulla pelle tiepida sotto le orecchie. Credo che le sue mani si muovono, mi carezzano in fretta la schiena e i fianchi. Credo che adesso sta tirando l’abito davanti, come se lo strappasse. Si è staccato da me per guardare le sue mani: cercano sotto le spalline di questo abito che porto nel secondo atto. Le sento sul mio seno: prendono e mi spingono. Un passo all’indietro, c’è il divano dove ho lasciato il vestito del matrimonio. Mi lascio cadere perché non c’è scelta; lui su di me, in ginocchio contro le mie gambe; lo sento respirare in fretta. Ho bisogno di stringerlo ancora di più. Mi guarda negli occhi per un attimo, come da lontano.

 

Poi cade ancora sul mio petto, si perde con la bocca vicino alle mani, a mordere e stringere. Sento la mia voce, un piccolo suono nel mio respiro. Crollo un po’ di lato, per il peso, e perché ho bisogno di stringerlo ancora di più. Più di un secondo fa, di un minuto fa. Sono qua, a metà distesa su un vecchio divano. Mi segue, mi copre in un attimo. Ho sentito il rumore della stoffa che si strappa ancora. Ho avuto paura, ma forse non abbastanza. Mi morde ancora, intanto la sua mano tocca la mia pancia, gira dietro. È sotto di me, mi stringe sopra la gamba. Si infila e sento la mia voce contro il suo collo. Lui mi bacia, non c’è più tempo. Succede quello che non so. Si muove, si slaccia i pantaloni. Sento la cintura schiacciata contro il mio fianco, una delle mie scarpe cade per terra.

Mi tiene stretta: la sua mano sotto di me, l’altra sul mio ginocchio, lo tira fino a che non poso un piede per terra, fa cadere l’abito strappato. Mi bacia come per distrarmi, intanto cerca tra le mie gambe, scosta la stoffa di pizzo. Mi penetra in fretta e mi fa male. Ancora cinque secondi. Mi sono stretta a lui; si ama colui che è rimasto Si è aspettato colui che ha fatto ritorno. Lui si muove su di me e forse dice il mio nome vicino alla spalla. Dal punto in cui fa male sento il calore stringermi tra i fianchi. Col piede nudo premo per terra. Devo avere gli occhi chiusi, li apro. Lo vedo che tiene tra le labbra uno dei miei seni, lo tira. Intanto si muove e scende in me con dei respiri brevi e fondi. Sotto di me la sua mano mi spinge, mi alza verso il suo corpo che pesa.

Mi stringe forte, non riesco a muovermi. Non riesco più a tenere gli occhi aperti. Come essere al centro di un mondo che mormora qualcosa tutto intorno. Affonda in me, adesso sono quasi dei colpi. Mi tiene come se cadessimo da qualche parte. Mi strappa e mi tiene stringendo forte. Ho avuto paura, ma forse non abbastanza. Perché voglio essere qui. Ci sono persone che non tornano, ogni sabato arrivano fiori senza un biglietto. Mi stringo al braccio che mi tiene. Mi aggrappo a lui come se fosse tutto. Trovare un biglietto tra i fiori e chinarsi per sentire il profumo. Si ama colui che è rimasto fino alla fine. Si è aspettato colui che ha fatto ritorno. E si può dire grazie solo di persona.

 

Grace88, 27 settembre 2004 (pubblicato su EFP).

 

Pubblicazione sul sito Little Corner/Vetrina del dicembre 2006

Vietati la pubblicazione e l'uso senza il consenso dell'autore

Fine

mail to: grace88@libero.it

Back to Vetrina Mainfanfics