Un mantello nero

parte II

 

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Quando André entrò nella stanza vide Oscar, intenta stancamente a leggere un libro. Una situazione consueta, familiare, abituale. Quella sera però, la stessa scena gli sembrò persino fastidiosa, irritante, insopportabile. Come il fatto che entrando, e vedendolo, Oscar non gli avesse nemmeno rivolto un saluto. Abituale, anche questo fatto, come se lui non esistesse, come se facesse parte del mobilio. Scontato. Ancora più fastidioso.

Prese una sedia e si avvicinò al fuoco, senza guardarla, in silenzio. Sentiva il lieve rumore delle pagine girate da Oscar, ma non fu così accorto da rendersi conto che lei le girava troppo velocemente per poter averle lette veramente. Non sapeva come dirlo, André, né da dove cominciare. E forse non sapeva neanche come finire. Non sapeva se finire. Anche se quello era l’obiettivo che si era posto inizialmente. Si voltò a guardarla, mentre lei continuava a sfogliare pagine, senza guardarlo in volto. La vide per quello che era: bella, molto bella. Ma non era questo che l’aveva legato a lei. E tutto sommato, neanche il fatto di essere cresciuti insieme. Era qualcosa di diverso, di più profondo, e indefinito, senza confini. Senza un inizio e senza una fine. Questo, ora, gli faceva paura. E lo rendeva triste, l’ostentata indifferenza di lei. E rabbioso. Si chiese se, in tanti anni, si fosse mai veramente arrabbiato con lei. La risposta fu negativa. Ogni volta che si era sentito vicino ad una situazione del genere, era sempre riuscito a scusarla, a perdonarla, prima ancora di arrabbiarsi veramente con lei. La perdonava, prima ancora di dirle sono irritato con te, sono deluso a causa tua. Questa volta, Oscar non aveva scuse. O lui non seppe, o non volle trovarne. Perché non era lei ad aver sbagliato, ma lui stesso. E per se stesso non c’erano scuse, né giustificazioni. Né perdono. Così André cominciò a parlare.

“Tornerà”, disse.

Oscar chiuse il libro, meccanicamente, sfiorata per un attimo dal pensiero di averlo chiuso in quel modo, perdendo irreparabilmente il segno del punto in cui era arrivata. Una disattenzione fastidiosa.

“Che cosa dicevi, André? Chi tornerà?” gli disse, ancora concentrata sul suo errore.

“Lui tornerà, i tipi come lui tornano sempre, se la cavano sempre”, ribatté lui.

“André, sai che non amo gli enigmi, né tanto meno i misteri. Spiegati meglio” rispose lei con un tono lievemente impaziente nella voce.

“Fersen tornerà, è inutile che tu ti preoccupi per lui”. Ecco, l’aveva detto, finalmente. Si era liberato di un peso. Aveva evocato il fantasma che li divideva, nella speranza di liberarsene. O liberarsi di lei, forse. Al punto in cui era arrivato, era equivalente. Avrebbe voluto aggiungere: - dovresti preoccuparti invece di me-. Ma era troppo. Troppa sincerità. E ne bastava già uno di fantasma, in quella stanza. C’era già quel nome, Fersen. E da solo riempiva ogni angolo di quel salotto.

La risposta di lei, finta, ineccepibile, inevitabile: “Non sono preoccupata.”

André si alzò in piedi, lentamente. Si appoggiò al camino, guardando le fiamme. “Tornerà, ti dico. Ma non tornerà da te”.

Silenzio. Oscar non sapeva se e come rispondere. Si accorse di non avere risposte a quell’affermazione. Si accorse che André aveva ragione. Si accorse di essere scoperta, si accorse di essere fin troppo scoperta. Eppure André aveva ragione. Eppure non voleva che aggiungesse altro. Che non aggiungesse, soprattutto“se tornerà, lo farà per lei e non per te”. Quello che lei stava pensando. E temendo. Ne aveva la certezza. Ma non voleva sentirselo dire. Almeno quello. Così si alzò. E lo raggiunse accanto al camino, per interrompere il corso dei pensieri di André, e il suo, soprattutto.

Era molto vicina ad André, che alzò gli occhi, a guardarla, con uno sguardo dapprima sorpreso, poi triste. Era così vicina a lui, vicina come possono essere due amanti. Così vicino da toccarla, così vicino da stringerla. E così lontana, perché innamorata di un altro, perché così ingenua da non accorgersi di lui, del pericolo insito in quella improvvisa, insopportabile vicinanza. Fu lei a toccarlo. E fu il suo errore. Gli mise una mano su una spalla, guardandolo.

“Ora come ora mi importa solo che lui torni”, disse, e per lui fu come morire.

André chiuse gli occhi, come sperando di non doverli più aprire. E disse d’un fiato quello che doveva dirle: “Oscar, io vado via, vado via di qui”.

Sorpresa, stupita, Oscar lo toccò nuovamente, cercando, nel tuo tocco, come nel tono della voce, inquieto, come nelle parole stesse una spiegazione, una motivazione plausibile.

“André, perché?” fu tutto quello che riuscì a dirgli. E significava mille cose: perché vai via, perché adesso, perché vai via da me, per chi vai via, perché mi abbandoni… ma le uscirono solo due parole, e l’attesa, straziante di una risposta, che non avrebbe colmato tutte le sue domande. E l’avrebbe lasciata sola, come lui stava per fare. Comunque.

“Sono stanco della vita che faccio qui. Non ti sono utile, in realtà. Sei in grado di badare a te stessa. Io non ti servo”. Queste le risposte di lui, che si allontanò dal camino e da lei, in quell’istante. Motivazioni ineccepibili, razionali. Eppure Oscar sentiva di non poterle accettare. Sentiva solo che lo stava perdendo.

“André, dovresti prima parlarne con mio padre, tu dovresti…”

“Lo farò, domani lo farò”. Un tono quasi rigido nella voce di lui. Infastidito. Perché lei, anche adesso che si stavano separando, non pensava a lui e a loro, ma alle sue inutili convenzioni, alle sue leggi. Per un istante, André pensò che Oscar un cuore non lo avesse per niente.  E disse quello che voleva dirle: “ Oscar, io non voglio più stare con te”.

Allora per Oscar fu come morire. Gli afferrò un braccio, ora non c’erano razionalità, né giustificazioni sacrosante, né padri, né rispetto del diritto feudale a trattenerla. C’era solo André che se n’andava, se n’andava via da lei.

“Perché? Perché André? Ti ho fatto qualcosa di male? Dimmelo André, perché?” Il tono di supplica lo colpì, ma non abbastanza da poterlo interpretare, da capire quali fossero, i sentimenti, o le intenzioni di lei. Potette solo stupirsene, e sentire quell’altro contatto con lei. E desiderarla. E  lui stava andando via…

Si voltò a guardarla, lei lasciò istintivamente la presa del braccio. Di nuovo, troppo vicini. Andréè allungò una mano ad accarezzarle una guancia. In attesa di una risposta, più importante del gesto in sé, o forse perché ogni razionalità ormai era persa per lei, Oscar non si mosse, e lasciò che la mano di André la toccasse. Chiuse istintivamente gli occhi, per un istante, per subito riaprirli su di lui. E allora André disse quello che desiderava dirle: “Non mi hai fatto niente di male, Oscar. E’ quello che non mi hai fatto. E’ quello che non mi hai detto. E poi io…”

Per un istante sentì che gli mancava il coraggio, e lei era troppo vicina, e lei lo guardava, e lei non si era allontanata e lei… lei…

Lei riuscì solo a dire, quasi sottovoce: “Non andare via”.

André trasalì. Le aveva sognate, quelle parole di lei, e lei così vicina, e i suoi occhi. Le aveva sognate mille volte ed ora le aveva sentite, e stava guardando i suoi occhi, ed era veramente così vicina. Non poteva crederci. Allora le disse quello che sognava, da una vita, di dirle. E fu un errore.

L’attirò a sé per abbracciarla, stringendola. Le sussurrò in un orecchio: “Oscar io ti amo, ti amo tanto”.  Un respiro trattenuto, il primo tentativo di lei di sciogliere quell’abbraccio, altri tentativi, e poi la voce, che finalmente le uscì, dopo lo sgomento iniziale: “André! Lasciami!”. La stretta allora ancora più forte, dopo un altro momento di sgomento, stavolta quello di lui, che si rendeva conto di avere sbagliato, di avere sbagliato tutto, ma di averla lì, ancora, tra le sue braccia e di non voler rinunciare a lei in quel momento, perché sarebbe stato il primo. E l’ultimo. Ormai l’aveva già persa. Ma non voleva lasciarla andare, almeno. Almeno quello. La strinse più forte. La baciò sul collo, mormorando più volte quel ti amo che più lui ripeteva più allo stesso tempo lo feriva, e spaventava lei, e che era tutto quello che sarebbe rimasto di loro, di quel momento, di quell’ultimo momento insieme, di quell’unico momento insieme. Non sentì più i continui “lasciami” di lei, né i “mi fai male”, né “i ti prego”, cercava solo la sua bocca. E la trovò. Baciandola. E lei quasi non si mosse. Sentì le lacrime scendergli dagli occhi, mentre prolungava quel bacio con lei, di nuovo sorpresa. Confusa. Non c’era più altro. Non c’erano più parole, non c’era più niente, per lui. La lasciò andare. E lei sentì quasi un brivido, quando si sentì di nuovo libera.

“Ora sai perché vado via. E so che non mi fermerai. Perdonami Oscar, se puoi perdonami”. Le disse, senza più guardarla. Poi, senza aspettare, uscì dalla stanza. Imboccò le scale, per andare a prendere i suoi bagagli, già pronti.

Raccolse velocemente le sue cose, ridiscese le scale. Sentiva le labbra ancora bruciargli, sentiva ancora il caldo del suo corpo. Non poteva rimanere lì un momento di più. Si affacciò quasi, un’ultima volta, nel salone, in silenzio. Oscar era ancora lì, seduta di nuovo nella sua poltrona, il viso coperto, sprofondata nei suoi capelli, nelle mani che le coprivano il resto del volto. Come ripiegata su se stessa. In silenzio.

Considerò che non aveva nemmeno potuto accarezzarglieli, quei capelli. Quei capelli così belli, che lui adorava, che aveva cercato in altre donne, senza mai trovarli.

E che non l’avrebbe potuto fare più. Mai più. Avrei voluto farlo, Oscar, pensò, avrei tanto voluto.

Uscì fuori, in una notte gelida. Andò verso le scuderie. Vi entrò. Lasciò cadere le valigie, quando sentì alle sue spalle la porta chiudersi. Nel buio. Ma sapeva di non essere più solo, in quel posto.

 

 

Continua...

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