Nelle mani

parte XIX

 

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Da dentro te.

Da dentro il tuo cuore. Lo sento battere, perché il tuo petto è qui, contro il mio. Ne sento i palpiti accelerati, e il tuo respiro che si fa più veloce, mentre mi abbracci ancora, mentre ti muovi.

Da dentro te.

Dentro il tuo corpo, mentre facciamo l’amore. Ho chiuso gli occhi perché voglio sentire il tuo corpo solo col mio corpo, prima di guardarti. Ero seduto, appoggiato ai cuscini, quando sei tornata verso questo letto e hai fatto cadere quel lenzuolo che ti copriva. Non mi hai fatto muovere, e sei salita su di me. Stiamo facendo l’amore, ancora. Adesso è giorno.

È tardi, ma non ci importa. Siamo ancora qui che ci amiamo, da ieri sera. Quanto tempo era, amore, che non mi toccavi così. Mi sembra d’impazzire. E ho aspettato ancora dopo averti trovato: perché?

Non lo so, forse perché volevo desiderarti ancora di più, come in questo momento, che è bellissimo, e io non sto parlando, non dico niente mentre ti sento sospirare. Sei qui, su di me, mi stai baciando ancora, e le mie mani sono sui tuoi fianchi, li stringono, ti accarezzano.

Anche tu senti il mio cuore, lo so, perché sta battendo forte, proprio contro il tuo. Chiudi gli occhi e lo ascolti solo col cuore.

Amore, ti dico amore. Quante volte te l’ho detto, stanotte. Te lo dico ancora, perché lo so che non basta, non ci basta mai.

Vorrei che questo momento non finisse. Vorrei restare tutto il giorno, tutta la notte che viene, dentro di te. Vorrei che ci addormentassimo uniti, vorrei che ti addormentassi esausta per il troppo amore e continuare a restarti dentro mentre tu dormi, ad amarti senza stancarmi, senza smettere mai. Pianissimo, amore, ma non voglio smettere, non voglio uscire dal tuo corpo mai più. Ti amerò finché il sole non scompaia da questa stanza. E per tutta la notte, poi, finché torni ancora. Così ti sveglierai di nuovo, ed io sarò in te.

Non voglio mai più lasciarti, ti prego, amore.

 

Ma non ce la faccio. Sorrido, perché non ce la farò, nemmeno stavolta. Mi stai baciando e respiri tra le mie labbra mentre accarezzo tutta la tua pelle, e tu sei calda, sei così calda…

Adesso sto respirando più forte, e te ne accorgi e allora mi stringi di più. Mi avvolgi con le braccia sotto le braccia, mi stai seguendo. Non mi hai mai fermato, stanotte, mai. Sono stato sempre io che l’ho fatto. Hai accolto i miei fremiti dentro i tuoi e ti sei abbandonata con me alla stessa emozione che il nostro abbraccio ci dava. Non ci sono momenti divisi nel piacere che ci raggiunge, non esistiamo uno senza l’altra, e io ti amo, ed è così difficile resistere al tuo invito, mentre sento quello che provi e lo provo anch’io, e mi fai perdere la testa, ogni volta, mentre ti sento gemere insieme a me. Vorrei, vorrei tanto, amore, non chiedermelo più, ti prego, perché se me lo chiedi ancora io lo farò.

 

Non voglio una conferma da te, una prova che mi ami davvero. Non mi sentivo più degno di niente quando ti ho avuto ancora tra le braccia e tu hai deciso lo stesso, amore, che mi volevi. Ho pianto quando mi hai chiesto perdono, supplicandoti di non dirlo più. Non ho niente da perdonarti, non l’ho mai avuto. Sei tu che devi perdonarmi di averti odiato. Come ho potuto odiarti, amore… mio unico, mio dolcissimo amore?

Ma basta, basta pensare a questo… abbiamo sbagliato, ma è stata la vita a perdonare noi. Ad insegnarci ciò che non sapevamo, a darci un’occasione per rimediare.

Forse perché quello che ci ha unito meritava di vivere. È passato tanto tempo dalla prima volta che ti ho baciato, e siamo diversi, oggi, così diversi da allora.

Abbiamo sofferto, molto più di quanto credevamo di soffrire quando a tenerci lontani erano solo gli altri, e non noi. Molto più di quando eravamo come bambini cresciuti troppo che giocavano ad inseguirsi perché non erano capaci di dirsi che non era più il momento di scappare.

Abbiamo sofferto di più, e non so come sia possibile che adesso siamo qui ancora, su questo letto in una casa dove non dobbiamo aver paura di nessuno, e stiamo facendo l’amore.

Non avremmo dovuto aver paura nemmeno prima. Non avremmo dovuto permettere che qualcosa contasse, oltre a quello che sentivamo. Era quella l’unica cosa vera, soltanto quella.

 

Mi baci, e sono morbide le tue labbra. È bello ritrovare le tue carezze sul mio corpo. È stato bello questa notte, e tenero, lasciare che le tue mani tornassero a sfiorarmi, tornare a sfiorarti con dolcezza, quasi con pudore. E poi vincendo anche quel pudore, che in fondo era un’altra fragile barriera nel ritrovarti. Quando ti ho sentito gemere abbandonata e arresa, finalmente mia, il mio cuore è stato invaso da un empito di gioia. E travolto ti ho pregato gemendo di non smettere, perché fossi travolta anche tu, e ho usato le parole che non ricordavo mentre sfioravo la tua spalla con le labbra, mentre baciavi le mie dita sulla tua bocca.

 

Così, amore, non fermarti, brava. Non fermarti, non fermarti perché voglio sentire ogni brivido che attraversa il tuo corpo, ogni sussulto che dal tuo cuore si trasmette al mio. Ogni parola e ogni silenzio che viene da te. Tutto, ogni silenzio che non ho avuto vicino, fino a questo momento.

Ecco, ora ti sento tremare di nuovo. Lo sento, ti sento ancora, e lo sento in te. Mi accarezzi il viso e poi mi prendi le mani nelle tue mani, mi abbracci e me le porti dietro la schiena, vuoi tenermi fermo. Questa volta non accetti che ti resista. Mi baci e scende quasi una lacrima sul tuo viso. Non farlo, mi dici, non farlo, ti prego… sembra quasi che sia tu a volere una prova, adesso, a volere che mi abbandoni, che mi dia a te. E che quasi tu possa soffrire, se dicessi no, come se ti negassi il mio amore. Non è così, Oscar, amore, non è così. Lo sai, lo so che anche tu sai che non è così. Ma lo vuoi lo stesso. E ti amo, ti dico, e sto tremando anch’io, ma la mia voce quasi non la sento, tanto è smarrita. Ti amo, cosa vuoi che faccia, dimmelo tu…

No amore, non stringermi, non c’è bisogno, io non voglio resistere alle tue mani. Vedi, non lo faccio, ti lascio fare… le lascio dentro il tuo abbraccio e rispondo piano, stretto nella tua stretta dolce, nella tua gioia. Ti seguo dove mi porti, amore, perché sei felice, è così bello guardarti mentre sei felice, e che miracolo che proprio io abbia avuto il dono di farti felice, che tu mi amassi, io che ero solo al mondo ed ero solo il tuo servo, e tu invece mi hai voluto davvero, hai voluto me…

Sei sicura, ti chiedo con un filo di voce, mentre già sento che non potrei fermarmi se dicessi no. Mi stringi e ti stringi a me, su questi cuscini, e la risposta me la sussurri tra le labbra, mentre gemi anche tu. Sì, dici, amore, sì, e spingi piano il mio corpo col tuo, e ti abbandoni con me, poi taci all’improvviso, adesso, con me, come me che ascolto il tuo silenzio e sto tacendo anch’io, perché sento su me ogni vibrare di questo istante, ogni fremito che corre sulla tua pelle, ogni tuo respiro silenzioso che sfiora il mio volto, i miei occhi, la mia memoria del tuo cuore, sì, ti appartengo, amore, appartengo a te.

 

 

*

 

 

 

Si erano addormentati, infine, ma lei si era svegliata dopo un’ora e lo guardava, il viso vicino al suo. Fissava, nel primo sopore, i particolari del suo corpo che gli occhi ancora offuscati coglievano da quella posizione Di solito non dormivano abbracciati, prima: le rare volte che potevano passare la notte insieme, a palazzo Jarjayes, si risvegliavano sempre un po’ distanti, al mattino, ognuno dalla sua parte del letto.

Ora sentiva la sua mano leggera abbandonata sulla vita, il suo respiro regolare sulla spalla. Era profondamente addormentato, ma la stringeva, e resistette un po’, nel sonno, prima di cedere al movimento dolce che lei fece per liberarsi. Oscar sorrise di tenerezza: non l’aveva persa, quell’abitudine di addormentarsi come un sasso dopo aver fatto l’amore. Anche se adesso aveva bisogno di avvolgerla tra le braccia, accanto a sé.

Si alzò in ginocchio a guardarlo nella penombra del primo pomeriggio. Com’è bello il tuo corpo, amore, pensò accarezzandolo a lungo con lo sguardo. Poi gli occhi si posarono su quella cicatrice che gli segnava il fianco, che prima non aveva, e le venne da piangere. La considerò in silenzio, a poca distanza da lui, anche se le faceva male: la sua esperienza d’armi si sovrappose in quello sguardo ai suoi sentimenti, e le disse che sarebbe bastato poco, appena un poco più in là, perché quella pallottola lo uccidesse. Ne provò dolore, paura.

Tornò ad abbracciarlo, posandogli il capo in grembo, sfiorando appena con le labbra in un bacio i contorni di quella ferita rimarginata. Lo strinse e gli disse ti amo senza svegliarlo. Poi riprese la coperta, la tirò su, e s’infilò di nuovo tra le sue braccia.

Era un miracolo realizzatosi all’improvviso, ecco cos’era quella presenza di André nel suo letto, accanto a lei, quel suo ritorno inaspettato pochi giorni prima che l’aveva fatta mancare a se stessa, quell’averlo ritrovato, adesso, accanto a sé. Miracolo: non esisteva un’altra parola da usare, oltre a questa. L’aveva creduto morto, si era sentita morire anche lei per il dolore, era stata convinta che non lo avrebbe rivisto mai più, che l’avessero ucciso. La ragione diceva questo, e lei aveva dovuto chinare il capo di fronte alle sue ragioni.

Invece all’improvviso lui, e l’amore che provavano ancora, che non se n’era andato nonostante tutto ciò che la vita aveva fatto, a tutti e due.

Le aveva creduto. Le aveva creduto subito, anche se era disperato, e per tanto tempo era dovuto vivere nella convinzione che lei lo avesse tradito. Dio, André l’aveva vista tra le braccia di Fersen… il pensiero era così terribile che dovette scacciarlo immediatamente.

Eppure le aveva creduto, e l’aveva perdonata.

Certo, lei era stata onesta, gli aveva detto tutto: e André aveva riconosciuto la sua onestà. Si conoscevano da sempre, ed era come se potessero leggersi nella mente. Questo non era cambiato.

Solo con André sarebbe stato possibile.

Strinse delicatamente le dita della mano su di lui, mentre si assopiva ancora.

 

La luce del pomeriggio s’insinuava attraverso le imposte. Lo sentì muoversi appena, come se stesse per ridestarsi, e gli carezzò la guancia lievemente, lasciando che le dita risalissero piano il viso, s’infilassero tra i capelli. Accostò le labbra alle sue labbra e gli diede piccoli baci mentre si svegliava, muovendosi contro di lui dolcemente, languidamente. Chiuse gli occhi: non sapeva dove voleva arrivare con quei baci, vi si abbandonò soltanto. Gli passò le labbra sul collo, sul petto, abbracciandolo. Durò a lungo, nemmeno seppe dire quanto, ma lui era sveglio e stava rispondendo quando riaprì le ciglia e si ritrovò tra i cuscini, col suo petto che la sfiorava, con le sue braccia avvolte intorno alla schiena, il suo corpo che la cercava come in un delirio incosciente. Allora si fece baciare e ricambiò con ardore, senza abbandonare il suo volto, rivolgendo a lui tutti gli sguardi appassionati e confusi che il piacere le lasciava negli occhi mentre lo sentiva prenderla ancora, muoversi appena dentro di lei, e poi fermarsi, fermarsi a lungo per baciarla soltanto mentre erano uniti, perché fosse lei a chiederlo, a decidere come, a guidarlo dove voleva, rivolgendogli i sospiri tenui e affannati che le salivano alle labbra, perché li sentisse, e li leggesse, e ne godesse anche lui.

Pensò che lo amava, che lo aveva pensato mille volte quella notte, che più niente al mondo avrebbe potuto separarla da lui… E pensò alla prima notte che avevano fatto l’amore tanto tempo prima, che quel sentimento era più profondo, più pieno di sfumature, adesso, ma la sua essenza era la stessa di allora.

Pensò al suo viso intento, e alle sue labbra immobili e tremanti che la sfioravano nell’attimo del piacere, alla dolce lotta che aveva sostenuto con la sua volontà perché si abbandonasse, al suo respiro sommesso, arreso, al silenzio vibrante che aveva preceduto i suoi gemiti soffocati, continui, al trasalire del suo corpo in lei quando l’aveva stretto, e l’aveva tenuto, e gli aveva chiesto piena di passione di dire che era felice, e lui l’aveva fatto, l’aveva fatto dicendo sì, sì, soltanto sì mentre si dava, e aveva detto amore, amore, tante volte amore in quel momento, così tante che aveva perso la testa anche lei e aveva sentito il piacere travolgerla all’improvviso, mentre ascoltava il sussulto di quella parola ripetuta all’infinito dalle labbra di lui.

Pensò a quel momento, e lo volle ancora, e ancora si abbandonò al suo abbraccio, dimentica di sé, e si accorse che in quell’abbraccio André la guardava con un volto serio che non gli aveva mai visto, e con la bocca poi prendeva la sua bocca respirandola piano, e con le mani teneva stretto tutto il suo corpo mentre venivano insieme, e con la mente poté udire la sua mente giurare di non lasciarla mai più.

 

 

 

 

Mia ragazza selvaggia, abbiam dovuto

recuperare il tempo

e camminare all’indietro nella distanza

delle nostre vite, bacio a bacio,

raccogliendo da un luogo ciò che demmo

senza gioia, scoprendo in un altro

la strada segreta

che andava avvicinando i tuoi piedi ai miei;

così sotto la mia bocca

torni a vedere la pianta insoddisfatta

della tua vita che allunga le radici

verso il mio cuore che t’attendeva.

Ad una ad una le notti,

tra le nostre città separate,

s’aggiungono alla notte che ci unisce.

La luce d’ogni giorno

la fiamma o il riposo

ci affidano, traendolo dal tempo;

così si dissotterra

nell’ombra o nella luce il nostro tesoro,

così baciano la vita i nostri baci:

tutto l’amore nel nostro amore si rinserra:

tutta la sete termina nel nostro abbraccio.

Alla fine siamo qui fronte a fronte,

ci siamo trovati,

nulla abbiamo perduto.

Ci siamo percorsi labbro a labbro,

abbiamo cambiato mille volte

tra noi la morte e la vita;

tutto ciò che portavamo

come morte medaglie

gettammo in fondo al mare;

tutto ciò che apprendemmo

non ci valse:

incominciammo di nuovo,

terminammo di nuovo,

morte e vita.

E qui sopravvivemmo,

puri, con la purezza che creammo,

più ampi della terra che non poté smarrirci,

eterni come il fuoco che arderà

per quanto durerà la vita.

 

 

(Pablo Neruda, Ode e germinazioni, III, da I versi del Capitano, a cura di G. Bellini, Passigli, Firenze 1995)

 

 

Continua...

mail to: imperia4@virgilio.it

 

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