Nelle mani

parte XIII

 

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Era passata una settimana prima che riprendesse conoscenza, e altri giorni prima che fosse in grado di parlare. Ma le persone che gli stavano intorno lo guardavano come se non potessero crederci. Il dottore sembrava il più stupito di tutti. “Mi  sbagliavo, per fortuna”, aveva detto, dopo averlo visitato con cura e decretato che ce l’aveva fatta, di fronte all’uomo che li osservava, in piedi di fronte al letto.

“Come vi sentite?”, gli aveva chiesto quel giorno, chinandosi verso di lui. Ricordava di aver detto: “Stanco…” e di aver chiuso gli occhi per lo sforzo.

“Va assistito con molta cura, adesso – era stata la raccomandazione del medico -. Se la caverà”.

Poi se n’era andato, e nella stanza con lui era rimasto quell’uomo che indossava l’uniforme blu.

“Volete arrestarmi?”, era stata la prima cosa che gli aveva detto: con voce provata, arresa.

Il soldato aveva riso, allora: “Se fosse stato per arrestarti, amico, non avrei fatto tutta questa fatica, né corso questi rischi. Ma c’era parecchia gente che voleva farlo, e a quanto sento tu immagini anche il perché…”

Aveva scosso il capo debolmente, allora: “Non ho fatto niente di male”, aveva risposto con uno sguardo serissimo negli occhi. Combattivo, si sarebbe detto, nonostante l’estrema prostrazione del suo corpo. Poi si era di nuovo adagiato sul cuscino: “Ma… sì… credo di aver capito il perché…”

Poi aveva guardato verso il soffitto: “Cosa è successo? Dove mi trovo ora?”, aveva chiesto.

 

*

 

“Ti hanno aggredito in due, e ti hanno sparato - disse il soldato -. E’ un miracolo che tu sia qui a parlarne con me. Io tornavo dal servizio e ti ho trovato per terra. Questa è casa mia”.

“Sì… due… ora mi ricordo… ma voi li avete visti?”

“Appena in tempo perché non ti sistemassero del tutto. Ma avevano il volto coperto, e a quanto pare ci tenevano molto a non far sapere chi erano, perché sono fuggiti senza neanche combattere”.

“Dunque… mi avete salvato la vita…”

“Lascia perdere, io sono un soldato. E… piuttosto, dammi del tu, amico: mi chiamo Alain”.

Gli tese la mano. “André – rispose debolmente stringendola -. André Grandier…”

“André Grandier… era ora che sapessi come ti chiami. In effetti non è un cognome nobile, non mi sbagliavo”.

“Nobile?”

“Sai, il tuo aspetto mi aveva quasi fatto pensare a un aristocratico, all’inizio. E anche il fatto che l’ordine di cercarti venisse così dall’alto”.

“Mi hanno cercato… e chi…”

“Non lo so, ma dammi retta: è stato molto meglio per te che non ti abbiano trovato. Però ora ci sono un paio di cose che vorrei sapere, se non ti dispiace”.

André voltò il capo sul cuscino: “Per esempio?”

“Per esempio come mai uno se ne va in giro per Parigi con tutti i soldi che avevi tu in tasca quando ti ho trovato, e i banditi che lo aggrediscono non glieli rubano”.

André sospirò: “Non volevano soldi…”

“Già, lo immaginavo… anche per questo ti ho portato qui. E hai idea di cosa volevano, allora?”

“Togliermi di mezzo, suppongo”.

“Quelli erano professionisti, amico, e questo vuol dire che c’è qualcuno che si è preso la briga di ingaggiarli – commentò il soldato -. Queste cose le fanno i nobili, di solito: la gente comune provvede di persona, se deve ammazzare qualcuno”.

“Già… i nobili…”

“Quindi tu, che nobile non sei, ma anche a vederti ora hai tutta l’aria di uno che li ha frequentati parecchio, hai fatto qualcosa per cui dei nobili volevano farti fuori. Sbaglio?”

“No… credo di no… non sbagli”.

“E credi anche di sapere chi fossero, e che motivo avessero per essere tanto irritati con te?”

André fissò gli occhi su un punto distante della parete, poi mormorò quasi tra sé la risposta: “Sì… credo di sapere chi fosse… credo proprio di sì… ma che veramente potesse arrivare a tanto …”

L’altro lo guardò inclinando il capo verso di lui, quasi studiandolo, ma non disse niente: aspettava che continuasse.

“Mi dispiace… mi dispiace ma non posso dirtelo… non adesso. Devo pensare a…”. Il ferito impallidì, come se improvvisamente fosse tornato del tutto in sé, e l’avesse assalito la violenza di un ricordo capace di sopraffarlo: “Oscar…”, esclamò con un tono carico di dolore, e paura, alzandosi all’improvviso su un gomito.

Il soldato si avvicinò, con sollecitudine e interesse ancora maggiore. Lo aiutò ad adagiarsi piano sui cuscini perché il suo viso, nel movimento brusco, si era contratto in una smorfia di dolore. Poi scosse la testa: “Hai invocato spesso questo nome mentre deliravi. Chi è questo Oscar che ti sta tanto a cuore?”

L’uomo steso sul letto non rispose, guardava fisso il soffitto. Lacrime silenziose scesero dai suoi occhi sul cuscino.

 

*

 

Lo aveva lasciato, allora, perché si vedeva che aveva bisogno di star solo. E quando era tornato lo aveva trovato addormentato, provato dalla fatica, dal dolore. E da quei ricordi.

No, ora che ci aveva parlato – e più volte, nei giorni successivi a quello - era certo che non fosse affatto un criminale, nonostante avessero messo sulle sue tracce tutti i soldati di Parigi. Comunque la situazione si era calmata, adesso, e non lo cercavano più come prima: probabilmente lo avevano dato per morto.

C’era voluto tempo perché riuscisse a riprendersi un po’, parecchio tempo: ma era sorretto da una volontà fortissima, qualcosa che gli veniva da dentro. Un giorno lo aveva trovato vestito, vicino alla porta della stanza.

“Ehi! Dove credi di andare!”, gli aveva detto.

“Fuori” aveva risposto lui, pallidissimo, e si era mosso per uscire.

“Bravo, ottima idea! Così completi l’opera di quelli che volevano farti la festa!”. Lo aveva trattenuto con un braccio, e André gli si era accasciato addosso. “Io devo andare”, lo aveva sentito ripetere, con gli occhi chiusi.

Lo aveva aiutato a sedersi sul letto di nuovo, poi lo aveva disteso, e si era seduto sul materasso, accanto a lui. “Senti amico – aveva iniziato con un tono il più possibile calmo, e conciliante -, io ho capito molto bene che là fuori c’è qualcosa, o sarebbe meglio dire qualcuno, che ti sta molto a cuore. Ma in queste condizioni non puoi andare proprio da nessuna parte. Il dottore è stato chiaro: devi riguardarti, e per un bel po’ di tempo, se vuoi guarire. Il fatto che tu adesso stia appena meglio di quand’eri moribondo non significa affatto che possa alzarti dal letto e andartene in giro per la città”.

L’altro lo aveva guardato stancamente: “Tu non puoi sapere…” aveva mormorato.

“No, è vero, non posso sapere, perché non mi hai detto niente: e io non ho insistito, finora, perché non volevo intromettermi nei tuoi affari. Però se mi chiarissi appena un po’ le idee io forse potrei esserti utile…”

“Purtroppo no, non potresti. E’ una cosa che devo fare io. E non voglio coinvolgerti”.

“Ti ringrazio dello scrupolo, ma davvero sarei felice di aiutarti, André”.

Il ferito gli sorrise: “Lo so, lo so bene. E ti ringrazio”.

“Allora… permettimi di farlo. Forse posso riuscirci”. Esitò, prima di azzardare: “Si tratta… si tratta di una donna, vero?”

Lo vide voltare il capo sul cuscino, senza rispondere. Allora gli mise una mano sulla spalla, e ripeté mormorando: “E’ così, non è vero, André?”

“Una donna…”

“Già, è proprio così, allora… quello che ti è successo ha a che fare con una donna”. Capì che non si sbagliava dallo sguardo disperato che vide passare negli occhi di quell’uomo, rivolti verso il muro.

Rimase in silenzio, riflettendo. “Una donna cui tieni moltissimo, questo è chiaro… a causa della quale qualche nobile ha cercato di farti ammazzare. Qualcuno di potente, che ti ha fatto cercare da tutte le caserme della città, perché voleva accertarsi che fossi morto…”. Tacque, per un momento: “Santo cielo, amico – disse poi all’improvviso -, non avrai messo gli occhi su un’aristocratica…”

L’altro non rispose, ma si voltò verso di lui, fissandolo per un istante.

“Ora capisco perché hanno cercato di ucciderti: lei ti ha denunciato?”

Lo vide voltarsi di scatto, indignato, fissarlo con occhi di fuoco.

“Scusa amico, scusa… non volevo certo dire che l’hai violentata… ma a volte, sai, queste nobili annoiate si divertono un po’ con qualche borghese, e poi per salvare la faccia lo mettono nei guai. Sapessi quanti racconti ho sentito. Cercano sangue fresco, le…”

L’altro lo interruppe afferrandolo all’improvviso per il collo della camicia, con una forza che non si aspettava.

Impallidì, allora: “Scusa, scusa… non volevo offenderti. E’ che qui purtroppo abbiamo tutti una pessima opinione degli aristocratici, e mi sono fatto trasportare senza saperne nulla. Scusa”.

André lo lasciò, allora, e stavolta continuò a guardarlo. Quel comportamento incoraggiò il soldato a proseguire. “Dunque tra te e questa donna c’era qualcosa di serio. Di molto serio. Tu ci tieni davvero, e anche lei, a quanto ho capito… E vi hanno scoperto”.

Il ferito sospirò: “Credo di sì, a questo punto”, disse.

“E, a giudicare da quel che ti hanno fatto, e da come, dev’essere qualcuno di molto potente, André. Magari qualcuno che frequenta la corte…”

Lo guardò, e nel silenzio che ricevette in risposta trovò la sorprendente conferma.

“E… scusa, visto che ormai mi hai detto quasi tutto… posso chiederti come hai avuto occasione di frequentare una donna tanto in vista al punto di farla innamorare di te?”

“Lavoravo nella sua casa”, rispose l’altro, stringendo le labbra subito dopo, con un moto amaro.

“Cioè eri… un precettore privato… un insegnante di musica…”

“No, vivevo lì”.

Alain spalancò gli occhi: “Vivevi lì? Ma allora eri un domestico… Di’, eri un domestico, è vero?”

“Qualcosa di più, ma… più o meno… sì… visto che loro li chiamano tutti servi”.

Il soldato si portò la mano alla fronte: “Cristo, amico, tu devi essere pazzo – mormorò -. Tu devi essere veramente pazzo…”

 

*

 

Ma André non disse altro ad Alain, non gli disse niente di Oscar, della sua vita, del loro amore che era stata l’unica cosa giusta in tutto quell’assurdo. E lo lasciò a interrogarsi senza costrutto su chi fosse quell’Oscar che così spesso aveva invocato nel suo delirio. Non glielo disse mai mentre su quel letto, in quella casa ignota, combatteva ogni giorno la sua battaglia: fatta di medicine, di ore trascorse senza potersi alzare, di angoscia e d’infinito dolore, di domande che toglievano il sonno e lo destavano nella notte agitata. E di ricordi, di ricordi di lei, delle sue labbra sulla pelle che mormoravano amore, dei sospiri senza fine che aveva fatto per lui, di come si abbandonava all’abbraccio che la stringeva, dei gemiti indifesi e dolci che la dicevano sua, portandolo via a se stesso.

Come quella notte, sì, come quella notte nelle cucine, in quella stanza buia, con lei all’improvviso contro il suo corpo e la follia di amarsi così, senza poter rimandare, su quella coperta a fare da letto, a terra, in una stanza che odorava di zucchero e fuori un mondo addormentato e ostile. E il suo corpo caldo che gl’incendiava la pelle, le carezze delle mani ansiose sulle sue gambe, a sollevare quella camicia con cui dormiva, i lacci allentati e la smania di aprirli per baciare il suo seno, il fluttuare della luce fioca sui suoi occhi chiusi e sul suo ventre morbido, e nudo, e proibito, che lei gli offriva vibrante di gioia, e d’amore, che gli offriva da sempre perché si perdesse, dentro il suo amore, e si saziasse e dicesse amandola che l’amava anche lui… che aveva offerto a lui, a lui soltanto, André, servo, scudiero, amico, compagno, l’uomo che possedeva il suo cuore, soltanto quello, solo il suo uomo, sì.

Era pazzo, sì, davvero era pazzo, era stato pazzo e lo sarebbe stato ancora, ancora, per sempre pazzo per poter stare dentro di lei, per poter spegnere quella sete infinita e rinnovarla quando lei non c’era, e amare i luoghi dove lei era stata, le cose che aveva sfiorato con le sue mani, che aveva accostato al suo viso, che aveva indossato, preferito, guardato, scoperto, letto, considerato, cercato, dimenticato, voluto, semplicemente visto di tutto quello che esisteva al mondo ed il cui esistere aveva un  senso solo, il senso segreto che gli dava lei.

Era pazzo, se amarla voleva dire pazzia, era pazzo e felice di esserlo e d’esserlo stato, di non aver avuto paura di farlo, di avere corso ed accettato il rischio di morire per farlo, e anche di essere su quel letto, adesso, in quella lotta disperata combattuta contro il dolore, contro la morte, contro il sangue che scorreva dentro e si era versato dalle ferite, e contro gli occhi che bruciavano e la gola riarsa e le dita contratte sul lenzuolo negli spasimi, nella notte, nelle voci che le aveva rivolto perché le fosse accanto per non farlo morire, per ricordargli, perché non svanisse nella sua mente in cui tutto il resto invece svaniva, perché se lei era nella sua mente poteva sperare di avere ancora l’unica cosa che davvero serviva, la sola, soltanto quella, soltanto lei

 

 

*

 

“Oscar, Oscar!”

Lo aveva gridato, nell’oscurità: un grido disperato che proveniva da dentro, che il dolore aveva portato dal sonno alla superficie della notte, al buio della stanza, alla solitudine del letto su cui giaceva. Ma non si era svegliato: continuava, semicosciente, ora, a ripetere quel nome in un mormorio, un rantolo sfinito e flebile: “Oscar…”

Si era destato Alain, allora. E, alzandosi dalla branda che aveva sistemato vicino, nella stessa stanza, aveva fatto luce accendendo una candela sul tavolo. Si era accostato a lui. “André…”, aveva sussurrato. Gli aveva posato una mano sulla fronte: scottava.

La febbre, di nuovo. Alain scosse il capo preoccupato. Era tornato a stare male, quel giorno: sembrava quasi quando lo aveva portato nella sua casa all’inizio. Ma il dottore lo aveva detto che non sarebbe stato facile.

“Oscar, dove sei, Oscar…”. Delirava ancora.

“Sta’ calmo, André. Sta’ calmo. Hai la febbre”

Non era buon segno, non lo era affatto. Ma André abusava delle sue forze, e doveva succedere: cercava spesso di alzarsi, era in uno stato di agitazione continua. E di sofferenza. Perché aveva un segreto che lo tormentava e che non poteva svelare. Qualcosa che doveva fare, qualcuno da raggiungere, di cui voleva notizie.

Quella donna, sicuramente. La donna nobile che amava, per la quale gli era successo tutto questo. Voleva sapere di lei ma aveva paura di rivelare chi fosse. Paura di nuocerle di più, certo. Per questo non aveva potuto aiutarlo.

Ma chi mai doveva essere, quella donna, per impedirgli di rivelare il suo nome, anche così, nel delirio, su un letto, con la febbre addosso?

“Oscar…”

Oscar. E chi era Oscar, poi? Cosa c’entrava quest’uomo che si chiamava Oscar in quella storia? Perché lo nominava sempre?

“André, torna in te, stai delirando”, disse. Poi fece per voltarsi, per alzarsi dalla sedia accanto al letto su cui si era seduto e prendere un panno umido da mettergli sulla fronte.

“Aspetta…”

Si girò, a quell’invocazione: André gli aveva afferrato il braccio con una mano. Lo guardava ansimando.

“Devi andare da lei…”, disse respirando a fatica.

“Sì, sì… certo, ci andrò, ci andrò domani stesso. Ma devi dirmi chi è…”

“Devi dirle che sono vivo… devi trovarla… devo sapere…”

Alain posò una mano su quella mano che gli stringeva il braccio, cercando di rassicurarlo: “Appena sarà giorno uscirò e la cercherò, André. Dimmi il suo nome, se vuoi davvero che la trovi. Puoi fidarti di me, André. Puoi fidarti”.

Il ferito girò il capo, stremato: “Oscar…”, ripeté stringendo le labbra, pallido in volto. “Oscar… Oscar de Jarjayes…”

Un nome, finalmente. Oscar de Jarjayes. Era la chiave di quel mistero.

“Va bene, André, Oscar de Jarjayes, ho capito… Devo cercare questa persona. Ma chi è Oscar? Cosa devo dirgli, André?”

“Che sono vivo… devi scoprire come sta… cosa è successo…”

“Posso dire a Oscar de Jarjayes che sei vivo? Sei sicuro? Ne sei certo, André? E’ una persona fidata che può aiutarti?”

“Sì… Oscar… soltanto Oscar… nessun altro… devi trovare Oscar…”

“Sta’ calmo, André. Sta’ calmo. Lo farò domani stesso, te lo prometto”.

Andò a prendere un panno, lo bagnò con acqua fredda, glielo posò sulla fronte.

“Calmati, André, devi far passare la febbre, non devi agitarti più. Ora che mi hai detto questo posso aiutarti, André. Domani parlerò con Oscar de Jarjayes. Domani lo farò, sta’ calmo. Devi stare calmo, calmo…”

 

*

 

Non aveva perso tempo, il giorno dopo. Mentre André dormiva ancora, spossato dalla nottata, era uscito di casa. Prima di lasciare la stanza gli aveva posato una mano sulla fronte: la febbre se n’era andata. Aveva detto a sua sorella Diane di occuparsi di lui, di preparargli qualcosa da mangiare, del brodo. E aveva notato il suo sguardo sollecito e dolce, nel mettersi al lavoro. La cosa si complica, aveva anche pensato, con una punta di preoccupazione.

Era uscito, e si era recato a una taverna poco distante, nel quartiere vicino: era sicuro di trovarlo lì. Era sabato, e di sabato George Fourier iniziava a bere al mattino presto.

Conosceva questa sua abitudine, ormai, e sapeva che era la persona giusta a cui chiedere notizie.

Fourier era stato per anni a Versailles, cameriere alla reggia, e aveva goduto di un’ottima posizione fino a poco tempo prima. Poi la sua passione per l’alcol l’aveva rovinato: era stato cacciato da Palazzo e aveva rapidamente speso tutti i suoi risparmi, gettando in miseria la famiglia. Non era una cattiva persona, ma la sua debolezza era senza rimedio: e pensare che una volta aveva anche goduto della fiducia di molti illustri personaggi, grazie alla sua premura e al suo stile.

Comunque, ubriaco o sobrio, su Versailles era un pozzo di scienza: conosceva a menadito le casate nobiliari e di sicuro gli avrebbe dato la dritta giusta. Alain carezzò nella tasca coi polpastrelli le monete che gli avrebbe dato per invogliarlo a parlare, mentre entrava nella taverna.

Era lì, come previsto.

“Salve, George”.

L’uomo alzò la testa che teneva china sul mento. Raddrizzò appena le spalle curve. Aveva la barba lunga e puzzava di vino, ma gli fece un sorriso gentile: “Ciao Alain”, disse.

“Come ve la passate?”

L’altro sorrise ancora: non capitava spesso che qualcuno gli desse del voi, ormai, o che lo chiamasse col suo nome di battesimo. Di solito era “ubriacone” l’appellativo che si sentiva rivolgere. Ma quel giovane alto e robusto non lo aveva mai insultato.

“Così… - disse alzando le spalle -. E tu?”

“Come sempre - rispose Alain -. Si va avanti. Ma voi dovreste riguardarvi di più, mi pare”.

Fourier scosse la testa: “E chi sei tu, mia madre?”, disse. Poi, quasi pentito, cambiò tono: “Scusa, siediti, e non avercela con me, sono un povero vecchio”. Si rivolse all’oste: “Un altro fiasco!”, gridò.

Alain fece segno di no, e invece del vino andò al bancone a prendere una brocca d’acqua e un bicchiere. “Ecco”, disse mettendoglieli davanti.

L’uomo lo guardò stupito: “Hai deciso di redimermi?”, disse.

“Può darsi”, rispose Alain riempiendo un bicchiere e costringendolo ad accettare. Poi tirò fuori dalla tasca due monete e le mise sul tavolo: “Queste sono per voi – disse -, ma comprateci del pane, è meglio”.

George Fourier rise di gusto, allora: “Che succede, Alain? Hai lasciato l’uniforme e stai pensando di farti prete?”

Allora fu Alain a ridere: “Non credo che mi prenderebbero”, rispose con un’espressione scettica.

“Perché no? Anzi, ora che mi ci fai pensare, ti ci vedo proprio a salvare anime e aiutare il prossimo, lo sai?”

“Non scherzate, George. Piuttosto forse voi potreste aiutare me…”

Quello bevve un sorso d’acqua, e fece un’espressione disgustata. “Dimmi pure”, biascicò.

“Ecco, avrei bisogno di sapere se conoscete un certo casato. Ho scommesso con un compagno che a Versailles non c’è nessuna famiglia con quel nome”.

“Ah sì? E da quando t’intendi di araldica?”

“No, io non me ne intendo, infatti, ma voi sì, e anche tanto… e contavo sul vostro aiuto per mettere a tacere quello sbruffone”.

L’uomo raddrizzò le spalle, e assunse un’aria dignitosa che contrastava col suo aspetto dimesso: “Sentiamo, quale sarebbe questa famiglia?”

“De Jarjayes. Ma io non li ho mai sentiti: secondo me il mio amico se li è inventati di sana pianta”.

“Caspita, Alain… e che cos’hai scommesso?”

“Di non farlo a pezzi se chiede a mia sorella di uscire”.

Fourier fece una risata fragorosa: “Oh, beh… allora ti conviene sperare che il tuo amico non sia il tipo di Diane, perché hai perso”.

Alain fece una faccia sorpresa: “Come sarebbe a dire che ho perso?”

“Amico mio, i de Jarjayes non solo esistono, ma sono una famiglia tra le più illustri. Famiglia di militari, e d’alto rango”.

“Io non li avevo mai sentiti nominare, e sono un soldato”.

“Certo, perché tu sei un soldato straccione… senza offesa…”. Rise di nuovo: “In cima al casato attualmente c’è un generale, alle dirette dipendenze del comandante in capo dell’esercito francese”.

“Accidenti…”, commentò Alain grattandosi il mento.

“E poi c’è Oscar de Jarjayes, la cui fama già da sola basterebbe per tutti”.

Alain si fece attentissimo: “Oscar de Jarjayes?”

“Già… comandante della Guardia reale e guardia del corpo personale di sua maestà la regina Maria Antonietta… gran bella donna…”

Cosa vuoi che m’importi della bellezza di Maria Antonietta, pensò Alain. Ma non lo disse. “La regina in persona? Siete sicuro?”

“Mai stato più sicuro di qualcosa in vita mia. Non è un tipo che passa inosservato, te lo garantisco”.

“E stanno a Versailles?”

“Anche… sì… ma Palazzo Jarjayes è poco prima, non lontano dalla reggia. Sulla via per Versailles”.

Alain si alzò, e diede una pacca sulla spalla al vecchio.

“Grazie, amico, mi siete stato utile… anche se non mi avete dato una buona notizia…”

“Per così poco, figurati… mi dispiace per la scommessa col tuo compagno”.

“Ah, beh… pazienza… vorrà dire che invece di farlo a pezzi mi limiterò a spaccargli la faccia…”, rispose mentre se ne andava.

Il vecchio scosse la testa, ridendo, e chiese all’oste altro vino.

 

 

*

 

Era montato a cavallo, e aveva preso immediatamente la via per Versailles. Rimuginava tra sé ciò che aveva saputo. Il comandante della Guardia reale… sua maestà la regina… da non credere davvero. Per essere un domestico, André Grandier ne aveva di amicizie importanti. Era sempre più chiaro perché ora si trovava più morto che vivo nel suo letto. Ma chi poteva essere la donna coinvolta nella vicenda? “Sta’ a vedere che è una principessa, o una duchessa”, si disse Alain: non si sarebbe stupito, a questo punto. “Hai un bel po’ di segreti, amico mio…”, mormorò mentre da lontano vedeva profilarsi la sagoma di un palazzo nobiliare. E si sentiva sempre più solidale con quell’uomo che aveva raccolto in mezzo alla strada, con una pallottola in corpo.

Arrivò in pochi minuti, e all’ingresso chiese a un giardiniere a chi appartenesse quella dimora. La risposta “de Jarjayes” confermò la sua ipotesi. Varcò il cancello, e guardò di fronte a sé: era una grande casa col parco intorno, e un mucchio di domestici che andavano avanti e indietro.

Ma occorreva prudenza, ed evitare l’ingresso principale della villa. Fece il giro, senza che nessuno lo fermasse, e cercò la porta della servitù. Scese da cavallo, e aspettò qualche minuto, finché uscì una cameriera. Molto carina, osservò tra sé.

“Buongiorno mademoiselle…”, l’apostrofò inchinando lievemente il capo con un gesto appena compiaciuto. Quella lo guardò in modo contegnoso, e non rispose. Ma passandogli davanti lo sbirciò con la coda dell’occhio, e gli sorrise. Alain allora colse il momento: “Aspettate, avrei bisogno di un’informazione”.

“Dite pure”, rispose la giovane volgendosi indietro.

“Vengo da Parigi, dovrei parlare con Oscar de Jarjayes. Sapreste dirmi dov’è?”

“Oh, ma non c’è… è fuori da due giorni…”

“Capisco – disse Alain cercando di nascondere il disappunto -. E non sapete quando torna?”

“Non lo so, ma aspettate, chiamo la governante”.

“Vi ringrazio, siete molto gentile”.

“Figuratevi…”, sorrise la giovane passandogli di nuovo vicino. Aveva un profumo di violette. Sparì nella casa, e poco dopo tornò preceduta da un’anziana donna dal viso afflitto.

“Cosa desiderate?”, gli chiese.

“Scusatemi, cerco Oscar de Jarjayes, devo parlargli”

“E’ in missione, mi dispiace – disse la governante -. Potete lasciar detto a me, se volete”.

“Perdonate, ma non è possibile: devo parlarci personalmente”.

“In tal caso dovrete ritornare un altro giorno, e chiedere di essere ricevuto”.

“Farò così, allora. Ma… scusate… sapete quando tornerà?”

“Non lo so di preciso – rispose la donna, cercando di nascondere uno strano turbamento -. Prima mi dicevano dove andavano, ora non so più nulla… nulla… Tre settimane, forse, o di più. Non lo so, scusate…”

La vide voltarsi in fretta e tornare in casa, portandosi il fazzoletto agli occhi. “Perdonatela – disse allora ad Alain la giovane cameriera che aveva assistito alla scena – è un brutto periodo per lei. Ha perso da poco una persona cara”.

“Un parente?”

“Un nipote, sì…”. Scese i pochi gradini e gli si avvicinò, parlandogli a bassa voce in un orecchio: “Ma non è morto, è andato via senza più tornare, e non le ha detto nulla…”

 

 

***

 

 

Quell’inverno non passava mai.

Era uscita da sola, aveva un giorno di riposo, e si era allontanata a cavallo dal campo. Che posto era quello? Che città c’era vicino? Non le importava ricordarlo. Non era là per ricordare.

Le montagne in lontananza erano coperte di neve, e forse sarebbe nevicato anche dove erano attendati i soldati. Complicazione in più, pensò senza soffermarsi sul pensiero.

Adesso era sola.

Scese da cavallo e camminò lungo la strada gelata. Il terreno scricchiolava sotto le suole degli stivali. Era pomeriggio presto, ma tra poco sarebbe stato buio.

 

La neve sulle montagne, e gli zoccoli del cavallo al passo dietro di lei.

 

Non è possibile, Oscar, io ti amo ma non è possibile.

 

Ho paura che non sia giusto chiederti quello che ti chiedo.

 

Tutto quello che tu mi hai dato e quanto poco, invece, io sia stato capace di ricambiarti.

 

André… ma non hai capito niente, allora… non hai capito niente… niente.

 

Era questo che le faceva più male, adesso che il tempo era passato e riusciva a pensare a quella lettera senza cadere annientata dall’urto del dolore. Il dolore lancinante che le aveva dato, e le dava ancora. Ma chi era quell’uomo? Chi era l’uomo che aveva scritto quelle cose? Era lui? Era proprio lui, André? Era lo stesso di quel giorno vicino al fiume, che la baciava? Lo stesso che l’aveva scaldata col suo corpo, che l’aveva amata nel suo letto, per tante notti? Era lo stesso che faceva progetti con lei, che guardava con un coraggio infinito al loro futuro, lo stesso uomo che non aveva esitato un istante a farla sua? Perché? Perché poteva essere lui? Perché?

 

Hai avuto paura? Di cosa hai avuto paura, André? Non dicevi sempre che l’unica cosa che ti faceva paura era che io non ti amassi? Non era vero? Non era vero, André? Non ti avevo dimostrato abbastanza quanto ti amavo, tutte le volte che ti cercavo per restare sola con te, tutte le volte che chiudevo fuori il mondo perché tu solo potessi entrare nella mia vita, tutte le volte che chiamavo il tuo nome tra le tue braccia, che piangevo di gioia, e di piacere, e di nostalgia?

 

Cosa ho fatto per farti credere che non bastasse? Cosa ho sbagliato per farti pensare che non mi ricambiassi abbastanza? Dove, dove ho sbagliato, André? Perché hai detto che non è possibile? Perché te ne sei andato così? Perché hai fallito, e ho fallito anch’io?

 

Non doveva essere più grande di tutto, il nostro amore?

 

Amore mio, perché mi scrivi queste cose atroci, perché mi hai fatto questa cosa atroce, perché mi  hai detto che eri tu il mio amore, e me lo hai fatto credere, hai voluto che ci credessi, lo hai voluto, sì… e adesso io ci credo, ci credo ancora, non posso fare a meno di crederci nonostante tutto, amore, anche se ti odio, ti odio perché tu non ci credi, invece, e se non ci credi vuol dire che non ci hai mai creduto, mai… Mai, amore, non è mai stato amore, non lo è mai stato, il tuo, se ora puoi scrivermi queste cose e lasciarmi e continuare a vivere lontano da me, da qualche parte del mondo senza me… Come puoi vivere senza me, amore… se mi amassi come io ti amo non potresti vivere senza me, non avresti potuto, non potresti mai… Guarda, vieni a vedere come vivo io, guarda la mia vita e guarda se è una vita, amore, adesso che come hai scritto mi hai lasciato libera, ai miei principi, ai miei valori, al mio mondo, al mio niente, niente, senza di te, niente… vieni a vedere, amore, maledetto amore… amore mio… vieni a vedere, amore…

 

Perché?

 

Perché mi hai scritto quelle cose e sei fuggito? Perché mi hai lasciato sola, in quella stanza sconosciuta ad aspettare che tornassi, a farmi credere che saresti arrivato e mi avresti portato via, e saremmo stati felici? Perché? Per farmi soffrire di più, André? Per vedere fino a che punto potevo arrivare, per essere certo di potermi distruggere fino in fondo, perché fossi sola, fuori dalla mia casa, senza un luogo al quale tornare quando mi avessi abbandonato? Perché?

O forse ti sei pentito all’ultimo momento, André? Ti sei pentito e non hai avuto il coraggio di affrontarmi per dirmelo? Non meritavo il tuo rispetto, almeno, se non ho meritato il tuo amore… non avevo diritto a saperlo da te quello che stavi per fare… a parlarti, a gridare il mio dolore, a piangere, a cercare di capire… a chiederti… a chiederti, André, tutte le cose che da allora mi tormentano il cuore e non posso chiederti, le cose che ho bisogno che tu mi dica per capire davvero, tutte le cose che non mi hai detto e devo sapere, invece, devo sapere… sapere…

Come puoi parlare di quella notte nella cucina, di quella notte meravigliosa in cui eravamo davvero noi, in cui credevo che fossimo noi, veramente noi… e parlarne in una lettera passata di nascosto sotto una porta per abbandonarmi, per distruggere tutto, tutto quello che eravamo, che ero…

Una vita, André, abbiamo passato tutta una vita insieme e tu scappi senza guardarmi dicendo che non è possibile?

Che cosa non è possibile, André, che cosa, se davvero mi ami? Non è vero che mi ami, come osi dirmi che mi ami mentre mi lasci, come pensi che io possa credere che tu mi ami, che mi ami ancora mentre mi lasci, che mi abbia amato mai prima di lasciarmi, e non capire invece che col tuo lasciarmi hai riscritto tutta la nostra vita, tutto il nostro amore, hai riscritto tutto, tutto… e costringi me a riscrivere tutto, a rivedere tutto, a dubitare di tutto quello che è stato, attimo per attimo, minuto dopo minuto, ogni sguardo, ogni carezza, ogni bacio, ogni notte che abbiamo passato insieme e che tu hai voluto… hai voluto, André… io c’ero quelle notti con te, sono certa che lo volevi, André, lo volevi e mi amavi, mi amavi, io ricordo che mi amavi, sono sicura che mi amavi… sono sicura, tu mi amavi quando facevi l’amore con me, tu mi amavi, André…

 

Tu mi amavi, e mi hai lasciato. Dio, ma come hai potuto, André?

No, non come hai potuto. Non come hai potuto tu… Com’è possibile, è questo che devo sapere. Com’è possibile quello che è accaduto… com’è possibile che sia accaduto, André?

 

Sai che non potrò perdonarti e non mi chiedi di farlo. E credi che basti scrivere questo per andarsene via? E’ vero che non posso perdonarti. Ma come puoi, tu, non capire che se non riesco a perdonare te non potrò perdonare neanche me stessa? Neanche me stessa, mai?

 

Quale vita mi hai lasciato, quel giorno? A quale vita mi hai lasciato, André? La mia vita si è fermata, quel giorno, si è fermata ed ha bruciato all’indietro tutto quello che c’era, ha cancellato ogni cosa vissuta fino a quel giorno. Io non esisto più, non sono mai esistita, da quel giorno.

 

*

 

Era caduta in ginocchio, sulla terra dura. Non se n’era nemmeno accorta.

Sentì il freddo sulle palme delle mani e alzò gli occhi. Iniziava lentamente a nevicare.

 

 

Continua...

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