Nelle mani

parte XII

 

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Buio. E freddo. Nessuna cosa intorno. Oscar. Oscar, dove sei amore… E’ troppo forte questo dolore nel corpo. Brucia. Brucia e io mi sento stanco, stanco.

Dove sei, che stai facendo adesso… Devo venire lì, mi stai aspettando. Ho acceso il fuoco nel camino per te: da quanto mi aspetti, amore? Perché non riesco ad alzarmi e raggiungerti?

E’ buio, questo selciato di pietre è freddo. Cosa ti hanno fatto, Oscar? Cosa mi hanno fatto? Perdo sangue, ho una mano sul fianco ed è bagnata… liquido, caldo… che si versa a terra senza fermarsi. Non ho più la forza neanche di muovere le dita, di respirare.

Ti sto perdendo, Oscar, lo sento che ti perdo. Mi sto perdendo, non so più dove sono, cosa è successo. Quanti erano… devo stare sveglio… devo ricordare… Sì, due, erano solo in due. Ma uno aveva una pistola… sì, è vero… una pistola. Ha sparato, sono caduto a terra. Oscar, per fortuna tu non c’eri, amore.

Chi erano, perché mi hanno aggredito, in questo vicolo nero che puzza di rifiuti e di marcio. Non mi hanno chiesto soldi, cosa volevano… cosa… Avevo la spada… l’ho tirata fuori e l’ho usata. L’ho usata per uccidere, perché volevano uccidermi. Forse ce l’hanno fatta, forse sto morendo adesso. Sto morendo… morirò qui, in mezzo a questo marcio?

Oscar, la mia Oscar… le tue mani esili su di me, sulle mie spalle… le tue labbra sul viso… mi sono perso dentro di te… tutta la vita è in te, Oscar… aiutami Oscar, ti prego, Oscar…

 

 

*

 

“Mi dispiace, c’è ben poco da fare…”

“Cosa volete dire, dottore?”

“La ferita è grave, ha perso molto sangue. E poi sono le sue condizioni generali che mi preoccupano: ha lesioni dappertutto”.

“Morirà?”

“Temo di sì: non ho mai visto un uomo sopravvivere, in questo stato. Ha una fibra robusta, ma…”

 

Il soldato scosse la testa, una smorfia amara sulle labbra. Si accostò al letto, e guardò quell’uomo in agonia che aveva portato nella sua casa. Era pallido, le labbra violacee, respirava a fatica. Non sapeva perché aveva deciso di portarselo a casa: era la prima volta che faceva una cosa del genere, e sì che di moribondi ne aveva visti, e di feriti anche, pattugliando le strade di Parigi. Ma in quell’uomo che stava per morire c’era qualcosa di diverso.

Forse era stato perché gli aveva salvato la vita, arrivando in quella strada un istante prima che il suo aggressore gli desse il colpo di grazia. Erano due, ed erano fuggiti appena avevano visto la sua uniforme. E sì che era solo, e non era neanche di servizio: era appena smontato, e quella sera tornava a casa, a cavallo.

Rumori, grida, provenivano da quel vicolo. Una rissa, aveva pensato, e stava per tirare dritto, ma all’improvviso aveva sentito uno sparo. Allora aveva voltato il cavallo immediatamente, ed era arrivato là in pochi secondi. C’era un uomo a terra che rantolava, con sangue dappertutto, e sopra di lui due individui avvolti in mantelli scuri, il volto nascosto da larghi cappelli. Uno teneva la spada sospesa sul ferito, stava per ucciderlo senza pietà. “Fermi!”, aveva gridato. Quelli erano scappati senza combattere, coprendosi il viso con le mani.

Forse era stato perché gli aveva salvato la vita, e adesso non poteva lasciare che morisse così. Si era tolto la giacca dell’uniforme e gli aveva fasciato alla meglio la ferita facendo a brandelli la sua camicia. Poi lo aveva caricato con attenzione sul cavallo e lo aveva portato nel posto più vicino in cui poterlo curare: casa sua. Aveva chiamato il dottore che abitava nella strada di fronte.

 

Ma ora quell’uomo era lì, e non sarebbe sopravvissuto: il dottor Fouquart difficilmente sbagliava su queste cose. Più di una volta lo aveva visto curare feriti, e in un paio di occasioni anche lui aveva avuto bisogno della sua opera. Era un medico del popolo, ma sapeva il fatto suo: e quando gli aveva visto quello sguardo era sempre stato pessimo segno.

 

“Chi è?” - lo sentì chiedere alle sue spalle, mentre fissava il volto di quell’uomo.

“Non lo so – rispose -, non l’ho mai visto prima. L’ho trovato per strada così”.

Si girò verso Fouquart, e gli vide un’espressione perplessa negli occhi: “Le strade di questa città sono piene di accoltellati e ubriachi – lo udì dire -, ma non te ne sei mai portato a casa uno, Alain”.

“E’ vero, ma questo non sembra come gli altri. Non lo so, non ha l’aria di un pezzente venuto fuori da una rissa”.

“Mmm… hai ragione… sarà qualcuno che è stato rapinato, allora”.

“Già”, mormorò. Peccato che avesse ancora tutto il denaro con sé, pensò senza dirlo. E parecchio, anche.

Di nuovo si avvicinò al letto, e si inginocchiò a guardare il ferito. Sembrava immobile, ma ogni tanto le sue mani si contraevano in uno spasmo, stringendo il lenzuolo in maniera quasi impercettibile.

“Avrà una famiglia da avvertire – disse il dottore -. Forse qualcuno che è in pena per lui”.

“Probabile, ma non ho idea di come trovarlo, adesso”.

Domani vedrò come fare, si ripromise.

Sempre che domani sia ancora vivo.

“Staremo qui ad assisterlo tutta la notte – mormorò ancora il dottore -. Se c’è qualche speranza che si salvi, è una speranza che si gioca stanotte”.

Il soldato si voltò sorpreso a guardare il medico, aprì la bocca per dire qualcosa, ma quello alzò una mano nell’aria per fermarlo, e scosse la testa: “Non devi pagarmi per questo, Alain – disse -. Io sono un medico. E se tu hai potuto soccorrere uno sconosciuto e portarlo in casa tua, nel tuo letto, io potrò bene fermarmi qualche ora al suo capezzale. Per lo meno questo poveretto morirà come un uomo, non come un animale in mezzo alla strada”.

 

*

 

Oscar, non abbandonarmi, Oscar. “Oscar…”

Sto morendo, amore… resta con me. Dove sono le tue mani, i tuoi occhi. “Oscar…”

Dove sei.

Non voglio morire senza vederti… senza che tu mi tenga stretto tra le tue braccia, che bagni il mio viso col tuo pianto… aiutami… aiutami a morire, amore.

“Oscar… Oscar…”

 

*

 

 

L’alba iniziava a far luce nella stanza, e nel chiarore di quella luce l’uomo nel letto pareva ancora più pallido. Era sempre senza conoscenza. Erano tre giorni che era così, senza conoscenza. Vivo e alle soglie della morte. Da tre giorni.

Non era migliorato: il dottore tornava ogni giorno a cambiargli le fasciature, a vegliarlo, ma ogni volta se ne andava scuotendo la testa, senza dare speranze. Non poteva guarire, non sarebbe guarito. Ma non moriva.

Lo osservava. Osservava i tratti gradevoli del suo viso, l’espressione distesa che i lineamenti prendevano in certi istanti, il dolore che si contraeva su quegli stessi lineamenti, all’improvviso. E il pallore del volto affilato dalla sofferenza, scavato dalle occhiaie, le mani forti eppure composte anche in quei moti inaspettati e convulsi che gli facevano stringere il lenzuolo quando uno spasmo più violento lo scuoteva, e gli faceva mordere le labbra con un lamento straziante ma senza traccia di volgarità, persino nell’agonia. E quella voce dolorosa, calda, quel nome che ripeteva da giorni, solo quel nome: “Oscar…”

 

Chi sei, pensava. Chi sei…

 

“Non ho mai visto qualcuno sopravvivere in questo modo – aveva detto il dottore -. Vive solo perché è la volontà che lo fa resistere: quest’uomo ha qualcosa dentro di straordinariamente forte che lo tiene attaccato alla vita, soltanto quello. Non c’è un altro motivo. Quest’uomo è vivo perché non vuole morire”.

 

Era tornato al corpo di guardia, il giorno prima. E avevano ricevuto uno strano ordine, proveniente dall’alto. Diceva di segnalare immediatamente la presenza di qualsiasi ferito da arma da fuoco trovato a Parigi. Senza specificare altro, ma con un tono tanto perentorio da essere insolito persino in una caserma. C’era stato anche un alto ufficiale che era venuto da loro in ispezione, nelle camerate, e aveva ripetuto chiaramente la cosa a tutti: ogni ferito o morto per arma da fuoco che fosse stato trovato. Sembrava cercare, poi, un soldato in particolare tra loro, quell’ufficiale: un soldato che avesse visto. Come se sapesse.

Lui era trasalito, a sentire quel discorso. Ma non aveva detto nulla.

Non sapeva perché, ma c’era un tono minaccioso e ostile in quell’ordine, qualcosa che collideva con l’aspetto dell’uomo che aveva portato a casa sua. Quello non era un uomo che meritava di essere cercato con tanta rabbia, e qualcosa gli diceva che gli avrebbero fatto fare una brutta fine se l’avessero trovato.

Non aveva detto nulla. E del resto non era stato difficile celare la cosa: ce n’erano fin troppi di feriti a quel modo, a Parigi, e i soldati avevano fatto un bel po’ di rapporti, dopo aver ricevuto quella disposizione. Era ogni volta venuto qualcuno a vedere, a controllare, e se n’era andato subito dopo. No, cercavano uno in particolare. Una persona precisa. L’uomo che stava in casa sua.

 

“Ma chi sei - ripeté guardandolo -, chi sei tu … Cosa hai fatto per farti ricercare così?”

 

Non sembrava affatto un criminale. Lui di criminali ne aveva visti, di tutti i tipi. Ma questo qui non ne aveva proprio l’aspetto. Aveva nei tratti e nei gesti qualcosa che lo faceva pensare a un’educazione elevata… forse un nobile… Ma no, non era un nobile: non aveva la figura leziosa dell’aristocratico, quel modo di essere che avevano attaccato alla pelle in qualsiasi momento, quelli di quella razza, e che aveva visto tante volte, e che odiava. E poi con quelle mani… Quelle erano le mani di un uomo che lavorava, che portavano i segni di un’attività fisica: anche se non erano grossolane, sgraziate, tutt’altro.

Aveva una spada accanto a sé, quando l’aveva trovato. Una spada insanguinata, segno che aveva ferito i suoi aggressori, che si era difeso. Una gran bella spada: era andato a riprenderla, poco dopo, e ora l’osservava, seduto davanti a quel letto: roba fine, precisa, d’alta fattura… non le spadacce che davano a loro. Un’arma da professionisti, che bisognava anche saper usare: leggera, lama perfetta, calibrata.

No, più lo guardava, più ci pensava, più la cosa gli pareva strana. Quell’uomo aveva di certo dei segreti, ma non era un criminale comune.

 

*

 

“Alain, vieni, ho preparato qualcosa da mangiare”.

Si voltò. La voce dolce, il viso di sua sorella Diane distesero il suo volto in un sorriso, riportandolo alla realtà. Era sua sorella minore, e vivevano insieme, da soli in quella casa, da quando la loro madre era morta. Non tanto tempo prima.

“Grazie Diane, vengo subito”.

La giovane si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla. “Come sta?”, chiese.

“Sempre uguale – rispose lui -. Non migliora né peggiora. Ma il dottore non ha dato troppe speranze”.

La ragazza sospirò, si avvicinò al ferito e con la mano gli sfiorò la fronte: “Peccato – disse -, è così bello, e triste…”

“Triste?”. La fissò stupito: “Come fai a dire che è triste?”

Ma era stupito da se stesso, più che da lei: l’intuizione di Diane era stata molto simile alla sua.

“Non so, Alain… ma… sembra una persona buona, che ha sofferto… non so perché lo dico”.

Lui sospirò, e le sorrise: “Ora farsi queste domande è inutile – mormorò -: non sappiamo chi sia. Ma mi raccomando, Diane, non devi dire a nessuno che è qui, a nessuno”.

“Sì, lo so. Non preoccuparti. Allora ti aspetto in cucina”.

“E… Diane…”

“Dimmi”, rispose voltandosi, perché era quasi uscita dalla stanza.

“Senti, noi non sappiamo chi sia… io non voglio che tu venga qui troppo spesso… non voglio che… Potrebbe essere anche una persona pericolosa, Diane, anche se non sembra… Non so se ho fatto bene a portarlo in casa nostra…”

La giovane tornò indietro, allora, e sorrise con tristezza: “Pericoloso? E che pericolo può esserci in un uomo disteso su un letto in queste condizioni? Stai tranquillo, Alain, non può essere come dici…”

Tornò a guardare il ferito, e gli carezzò una guancia, avvicinandosi a lui con un tono malinconico, dolce. La sua voce tenera e femminile gli sfiorò il viso: “E’ così bello…”

Fu allora che, all’improvviso, quello che accadde la fece trasalire, lasciando lei e suo fratello scossi, stupiti, a guardarsi senza sapere che fare. “Amore – aveva detto delirando quell’uomo, e con uno sforzo di cui il suo volto sofferente portava i segni le aveva preso la mano, l’aveva stretta in un impulso febbrile e tuttavia delicato -. Amore… sei qui… sei venuta, amore…”

 

 

***

 

 

Pioveva.

Una mattina livida, senza gioia, che scorreva davanti a quella finestra. Una finestra sconosciuta, di una casa che non era sua.

Era avvolta in una veste da camera ricca e calda. Il camino era già stato acceso nella stanza: era entrato un valletto che aveva provveduto, insieme alla cameriera con la colazione.

C’era un biglietto, sul vassoio: “Spero che stiate meglio, e se non vi disturba avrei piacere di farvi visita nella vostra camera, più tardi”.

Le labbra presero una piega amara, di un’amarezza che non riuscì a tingere di un colore qualunque la vacuità del suo sguardo. Era una settimana che stava lì, come un automa, senza vita.

A casa di Fersen.

 

Come ci fosse arrivata non lo sapeva neanche bene, tanto era sconvolta quel giorno. Ricordava solo di esser crollata sul pavimento della stanza in quella locanda e di aver pianto per tanto tempo. Di aver tenuto quella lettera in mano e di averla letta e riletta tante volte fino a credere che l’avrebbe consumata con gli occhi. E poi di averla accartocciata e gettata in un angolo. E di esser tornata a prenderla, pentita, di averla riaperta e letta ancora una volta.

Ricordava che non riusciva a credere alle righe vergate su quel foglio, anche se la scrittura era quella di André e nelle parole c’erano cose che solo lui poteva sapere.

Era uscita, con quella lettera in mano, e aveva vagato a piedi, disperata, per le strade della città.

Poi ricordava di aver sentito la pioggia addosso. Non subito: solo dopo parecchio che era iniziata. E aveva continuato a camminare, tremando di freddo, i vestiti inzuppati.

Il resto gliel’aveva raccontato Fersen, il giorno dopo.

 

L’aveva trovata svenuta a terra, mentre tornava da una serata all’Opera, in carrozza. Si era fermato perché quella figura esile, quei capelli biondi sparsi in mezzo al fango lo avevano fatto trasalire, pensare a lei. Ed era lei, infatti.

L’aveva sollevata, presa tra le braccia, gridando il suo nome, per farla tornare in sé: “Oscar… che vi è successo… Oscar!”

Lei aveva aperto gli occhi allora: “Fersen, siete voi…” aveva detto in un gemito, stremata.

L’aveva portata dentro la carrozza, l’aveva avvolta nel suo mantello: “Che vi è successo, Oscar, che cosa… Chi vi ha ridotto così?”

Ma lei non aveva risposto.

Solo più tardi, quando a casa del conte egli l’aveva fatta accudire dalle cameriere e portare a letto in una delle stanze degli ospiti, mentre al suo capezzale l’assisteva vegliando il suo delirio, quando le aveva detto che avrebbe chiamato suo padre, che avrebbe avvertito qualcuno, lei era tornata per un attimo in sé, supplicando “No!” con tutta la disperazione che aveva in corpo. “No, mio padre no… no…”

“Vostra madre, allora – aveva detto lui -. Farò chiamare lei, da Versailles, perché venga qui…”

“Madre?”, aveva quasi gridato Oscar, piangendo, con un sarcasmo straziato nella voce. “Madre? Quale madre? Io non ho madre, non l’ho mai avuta….”

C’era una tale prostrazione, un tale dolore nelle sue parole, che Fersen, anche se era conscio che delirava, l’aveva ascoltata. Non aveva chiamato nessuno, e l’aveva tenuta lì, a casa sua.

 

Erano giorni che la ospitava senza dire niente. Lei aveva avuto la febbre, ma poi si era ripresa, e, tornata in sé, l’aveva pregato di mantenere il segreto. Che non poteva spiegargli, non riusciva a farlo… ma che nessuno l’avrebbe cercata, almeno per un po’. Gli aveva detto di non preoccuparsi, gli aveva chiesto di farla restare lì ancora, di non dirlo a nessuno.

Aveva passato ogni giorno sola, in quella stanza, davanti alla finestra a guardare il cielo.

Una volta il conte aveva anche bussato per venire a parlarle, e siccome lei non rispondeva era entrato. L’aveva vista piangere sulla poltrona, in silenzio, col viso tra le mani.

 

“Oscar… permettete che entri?”

Alzò il viso, come riscossa. Lo fissò con uno sguardo addolorato. “Entrate, vi prego”, rispose a voce bassissima.

Fersen si fece sulla soglia, allora, e chiuse la porta della stanza. A vederla così, in quella veste da camera lunga e femminile, i capelli biondi che rilucevano incorniciando un volto tristissimo, dolce, gli sembrò quasi di avere davanti una persona diversa dal fiero comandante della Guardia Reale che aveva conosciuto. Una donna, una donna bellissima e fragile era davanti a lui. Una donna che aveva il cuore spezzato.

Ne fu certo all’improvviso, senza alcun dubbio.

Le si avvicinò esitando, le chiese come stava. Poi, dal momento che non rispondeva, s’inginocchiò davanti a lei, le prese una mano: “Oscar, vi prego, sono tanto preoccupato per voi – disse -. Vorrei fare qualcosa per aiutarvi, vi scongiuro… ditemi cosa”.

Lei non rispose, di nuovo, e sfilò delicatamente quella mano dalla sua. Lo guardò negli occhi e Fersen vide che erano lucidi di pianto, mentre scuoteva il capo lentamente. La vide portarsi la mano alla fronte, chinarla, e lacrime silenziose che scendevano sulle guance, senza arrestarsi, senza che lei le fermasse.

Non l’aveva mai vista in quello stato. Non aveva mai visto nessuno piangere in modo tanto scoperto e infelice. Sentì un’onda di pena e tenerezza avvolgergli il cuore. E timore, e rispetto, e desiderio di fare qualche cosa per lei, che la facesse star meglio. Voleva bene davvero a quella donna così diversa dalle altre, che aveva conosciuto con un’uniforme addosso, e da cui era stato attratto, poi, ma troppo tardi, forse, perché potesse accadere qualcosa tra loro. Cosa provava adesso… non lo sapeva. Solo, si rendeva conto, era un affetto pieno d’altruismo: una cosa che non aveva mai provato prima, che non gli capitava spesso di provare. Ma Oscar era una persona speciale, molto speciale. “Tirate fuori il lato migliore di me”: non le aveva detto questo, una volta?

 

“Ascoltate, Oscar. Io non so cosa vi sia accaduto e non voglio violare la vostra intimità. Potete restare qui tutto il tempo che volete, e se me lo chiederete io non dirò niente a nessuno, ve lo assicuro. Non dovete dirmi che vi è successo, ma permettetemi di fare qualcosa per voi, vi supplico. Se non volete che chiami la vostra famiglia, Oscar… va bene, non lo farò…. Ma forse posso chiamare… io so che gli siete molto legata, che vi è devoto… forse, Oscar, io posso far chiamare il vostro André…”

Lei sollevò il capo, allora, fissandolo con il volto rigato dalle lacrime: “Il mio André…”, disse, e quelle lacrime scesero ancora più copiose dai suoi occhi. Piangeva davanti a lui senza alcun controllo, senza cercare di nascondere quel dolore. Non aveva mai fatto una cosa simile, mai.

“Il vostro André, Oscar… sì… posso farlo cercare, se volete. Posso…”

Lei allora ebbe una risata beffarda, improvvisa, totalmente in contrasto con l’aspetto fragile, sconvolto, del suo viso: “Farlo cercare? Oh, sì, provateci – disse -. Voglio proprio vedere se riuscirete a trovarlo!”

“Oscar, che vi succede… che cosa?”

Lei lasciò che le riprendesse la mano nelle sue, allora, e da quello scatto crollò di nuovo in un abbattimento flebile, ugualmente opposto e improvviso. Lo guardò negli occhi con una intensità che non aveva mai usato, e aveva un’iride che il pianto faceva azzurra e profonda come il mare.

“André mi ha lasciato – disse fissandolo in viso, senza celare al suo volto pieno di stupore il significato vero della frase che pronunciava -. Mi ha lasciato, per sempre”.

 

*

 

Non gli aveva detto altro, però. E del resto era stato anche troppo: Fersen aveva capito, aveva capito molto bene. Lo immaginava da tempo, infatti, solo che non aveva creduto fino in fondo a quella fantasia: era una cosa troppo lontana dall’usuale, troppo difficile da prendere sul serio. Perché quello che c’era tra il comandante della Guardia e il suo attendente, quello che aveva intuito quel giorno a casa di Oscar, quel rapporto che lei gli aveva quasi gettato in faccia, in un momento tanto inconsueto e particolare, non era una semplice relazione amorosa come tante se ne vedevano in quei tempi, anche tra persone di classe sociale diversa: un rapporto fondato solo su un erotismo senza conseguenze, sul soddisfacimento di un piacere momentaneo e segreto.

No, era di più, quella relazione. Molto, molto di più.

 

Per questo si era ritirato in disparte e aveva guardato Oscar da lontano, e non aveva fatto parola della cosa con nessuno. Non si era più presentato da lei, a proseguire quel corteggiamento che aveva iniziato un po’ per curiosità, un po’ per insoddisfazione della sua vita, e che – si era accorto, invece – avrebbe potuto coinvolgerlo più di quanto avesse pensato all’inizio. Per questo: perché aveva osservato Oscar e André a distanza, da quel giorno, e aveva visto cosa davvero succedeva tra loro.

Quel sentimento aveva un nome preciso, e quel nome era amore.

Lo aveva immaginato, sì. Ma non aveva voluto pensarci sul serio, da allora.

Era un segreto cui non aveva il diritto di partecipare.

Proprio lui, che aveva un segreto in tutto analogo, in fondo.

Proprio lui, perché lo capiva così bene.

 

E fu perché non aveva voluto pensarci sul serio che quella rivelazione, che non lo coglieva impreparato, riuscì lo stesso a stupirlo. Lo stupì lo sguardo limpido e sincero che Oscar aveva avuto nel dirlo. Una donna come questa donna, pensò in quel momento, può davvero dare un senso a ogni singolo giorno della vita.

Le voleva bene, era l’unica cosa di cui era certo.

Un sentimento insolito, già, per un uomo con le sue abitudini. E forse… sì… forse… c’era ancora qualcosa di più che provava per lei. Qualcosa d’irrisolto, nel suo cuore, che sarebbe anche potuto venir fuori, se le circostanze lo avessero determinato.

Ma non era certo la questione più importante, in quel momento, davanti a lei ferita, annientata dal dolore. Davanti a un’amica. Sì, un’amica, prima di tutto.

 

Cosa era successo? Cosa mai poteva averle fatto André, che gli era sempre parso la persona più leale  e affidabile, che per Oscar avrebbe senza ombra di dubbio dato anche la vita? Forse proprio questo fatto, in passato, l’aveva indotto a pungerlo con allusioni maligne, a sfruttare la sua posizione di nobile per provocarlo. In modo scorretto, anche: perché aveva sentito, capito, che solo quell’uomo, nella profondità dei suoi sentimenti per Oscar, poteva davvero divenire un rivale per lui.

Quell’uomo amava Oscar, ne era stato certo dalla prima volta che l’aveva visto, molti anni prima. L’amava di un amore che andava al di là di qualsiasi cosa, che rideva in faccia alle questioni di rango e alla differenza sociale, che si imponeva al rispetto di chiunque per la sua stessa grandezza, per la sua forza dirompente.

Quell’uomo l’amava, e l’avrebbe amata per sempre: era così chiaro. Com’era possibile che le facesse questo, adesso? Che l’avesse lasciata, trasformandola in una creatura vulnerabile, fragilissima, incapace di nascondere le lacrime a quel modo?

Era un dubbio che non riusciva proprio a chiarire.

 

Tuttavia non chiese altro, e con lei non insisté: se avesse voluto parlargliene davvero, l’avrebbe fatto quando il suo cuore gliel’avesse permesso.

 

Oscar decise di andare via, dopo qualche giorno, e tornò a casa di suo padre.

 

 

***

 

Rientrare a palazzo Jarjayes, varcare quel cancello, fu forse la prova più dura che dovette affrontare. Aveva pensato, abbandonandolo, che non lo avrebbe visto mai più, e con esso tutti coloro che erano nella casa.

Invece ora era di nuovo lì, dopo pochi giorni. Da sola. Non sapeva neanche perché lo avesse fatto, perché avesse deciso di ritornare in quel luogo, che non era più niente per lei, che poteva solo aumentare la sua sofferenza con il ricordo.

Ma non sapeva dove altro andare. Era soltanto questo

 

Entrò in casa accolta come sempre dalla servitù, che nemmeno vide lasciandosi prendere di mano i bagagli, affidando il cavallo agli stallieri. Quello era il giorno in cui sarebbe dovuta tornare dalla missione con il suo reggimento e a tutti parve che ogni cosa fosse perfettamente normale.

Suo padre, invece, nel rivederla, lasciò trapelare una gioia evidente, a stento trattenuta dallo sforzo di mantenersi calmo: un comportamento che la stupì. Ma era troppo addolorata e sfinita per chiedersene il motivo, così come il giorno della partenza era stata troppo preoccupata dalla riuscita del piano per notare la sua strana afflizione. Accolse il suo saluto con una rassegnazione composta e si ritirò immediatamente nella sua stanza, senza scendere nemmeno per cena.

 

Il generale era stato felice, vedendola arrivare quel giorno, perché davvero non sapeva dove fosse.

Il giorno che André era partito lo aveva fatto seguire, ed era stato così che gli uomini assoldati da madame de Surgis avevano potuto tendergli un agguato. Non aveva agito direttamente, ma era stato complice in quella azione, senza ombra di dubbio. E nonostante il disagio che aveva provato nel realizzare un disegno tanto vile e meschino, lo aveva portato a termine lo stesso: questa era una cosa con cui avrebbe dovuto fare i conti per sempre, lo sapeva.

Lo aveva fatto per sua figlia, solo per lei. Lo ripeteva continuamente a se stesso.

Ma Oscar era scomparsa, quella sera, prima che qualcuno potesse riuscire davvero a rintracciarla. E lui, che sapeva bene che non era in missione come aveva detto, aveva passato giorni d’angoscia infinita. Aveva accusato madame de Surgis di esserne responsabile, e aveva interrogato personalmente, minacciandoli di morte, i due uomini al suo servizio, uno dei quali era gravemente ferito. Ma nessuno sapeva dove fosse Oscar, sebbene tutti giurassero che non era stata assolutamente sfiorata.

Aveva temuto che fosse morta, uccisa da loro, o fuggita per la disperazione. O che quei due avessero mentito, e lei fosse scappata davvero con André. Perché André era scomparso, dileguato anche lui senza lasciare traccia. Era ben strano che un uomo in punto di morte potesse nascondersi così. Potevano aver mentito entrambi. Erano assassini prezzolati, lo aveva capito al primo sguardo, la feccia della società. Jarjayes aveva rivolto uno sguardo pieno di riprovazione e d’ira a madame de Surgis. Lei li aveva pagati, e facendo portar loro da bere li aveva eliminati col veleno.

Così tornare sulle tracce di quanto era accaduto era stato ancora più difficile. Per questo il generale aveva fatto dare quell’ordine alla guardia parigina: sperava che trovando André avrebbe saputo qualcosa di Oscar, avrebbe ritrovato sua figlia e sarebbe venuto a capo di una situazione che era diventata enormemente grave, sfuggendo di mano a loro che l’avevano creata.

E, mentre faceva cercare Oscar, disperatamente, inseguendo le tracce di André, malediceva se stesso per essersi fatto indurre a una simile azione. Chissà cosa ne era di sua figlia, adesso, chissà dov’era. Di fronte alla paura che fosse morta in quel modo, e per colpa sua, scoprì che avrebbe preferito mille volte saperla lontana per sempre, e felice con un uomo che amava. E che non aveva alcuna importanza che quell’uomo fosse un servitore.

 

Ma Oscar, ringraziando Dio, era tornata da sola. Vedendola varcare la soglia del palazzo il generale era stato colto da una felicità e da un sollievo indescrivibili. A stento si era trattenuto dal correre ad abbracciarla, e vi era riuscito solo perché non poteva assolutamente rischiare di tradirsi. Per un momento era stato al culmine della gioia, e aveva sentito di amare quella figlia ribelle al di là di qualsiasi altra cosa al mondo.

Ma poi aveva visto il volto di Oscar, aveva letto nei suoi occhi: e lo sgomento, la disperazione quieta che vi aveva trovato lo avevano raggelato. Sua figlia era tornata a casa con un cuore distrutto dal dolore. Era una persona annientata, che aveva perduto tutto. Non era neanche più lei, e non ritornò ad esserlo nei giorni che seguirono.

“Soffrirà un poco”, aveva detto madame de Surgis.

 

*

 

Il tempo passò, giornata dopo giornata, e Oscar riprese servizio nel suo ruolo. Si alzava la mattina all’alba e indossava l’uniforme, usciva a cavallo e andava Versailles. A casa rientrava molto tardi, a volte non rientrava affatto trattenendosi a corte. E in ogni modo, quando risiedeva a palazzo Jarjayes, la sua era una presenza silenziosa e distante, che metteva a disagio tutti coloro che la incontravano.

Il colonnello Oscar François de Jarjayes era sempre stato persona di estremo riserbo, e la cosa non avrebbe dovuto stupire. Invece stupiva, perché da quando era tornata non sembrava più la stessa. La piega dura che prima la sua espressione assumeva nei momenti in cui il suo compito richiedeva maggiore determinazione – quell’aspetto risoluto che allora era una parte affascinante e fugace della sua bellezza ricca di sfumature – adesso era divenuta la sembianza consueta del suo viso, e non l’abbandonava mai. Era rarissimo che parlasse in presenza d’altri, e lo faceva solo per le necessità legate al suo dovere. Allora, sì, ritrovava la sua voce severa, forte, impartiva ordini con una fermezza che incuteva vero timore anche in coloro che erano abituati a sentirla. E nelle esercitazioni, negli scontri, nel combattere, aveva acquistato un’audacia nuova che faceva paura. Oscar era sempre stata coraggiosa, lo sapevano tutti, ma il suo ardimento aveva assunto ora un carattere implacabile, di una temerità quasi disumana. Era eroica, ma lo era al punto da non esitare a rischiare la vita tutte le volte che se ne presentava l’occasione, sfidando il limite delle sue risorse, della fortuna. Non chiedeva lo stesso ai soldati, questo no: ma lei si batteva come se non le importassero le conseguenze, come se non avesse niente da perdere, assolutamente niente.

Divenne ancora più famosa per il suo valore, e ancora più sola.

 

I giorni, le settimane seguenti non migliorarono ma peggiorarono le cose. La sua figura elegante e forte assunse tratti sottili e quasi ascetici nell’espressione del viso, nei movimenti del corpo. Della luce che le splendeva negli occhi da sempre, e che nell’ultimo periodo si era fatta così accesa e viva, ora non restava traccia alcuna sul suo volto. Era come spenta, privata dell’anima. Non sembrava più nemmeno una donna: aveva come perduto la ricchezza interiore che la rendeva così bella, così femminile nonostante da sempre avesse svolto una mansione da uomo. Forse era questo che sempre avevano voluto da lei, si disse un giorno in camera sua osservandosi allo specchio e constatando con amarezza il proprio cambiamento: era questo che le avevano chiesto, ora lo capiva. Ciò che nessuno mai era riuscito a toglierle, nonostante tutto, ora era stata lei a eliminarlo da sé. Sono diventata brutta, si disse senza piangere, e forse fu il primo pensiero da donna che fece dopo tanto tempo: ma si accorse che lo diceva con un certo compiacimento.

 

Non piangeva, non piangeva mai, nemmeno da sola. Se proprio si sentiva incapace di sopportare la disperazione andava in qualche taverna di Parigi e si faceva portare una bottiglia di liquore. La scolava coscienziosamente, poco per volta, e si addormentava sul tavolo senza dire nulla. Poi stava male per giorni, ma sempre lontano da casa, lontano da chiunque la conoscesse.

Ma sul dovere era sempre perfetta, inappuntabile. Di una freddezza che teneva lontani gli altri, di chiunque si trattasse. Andava avanti giorno dopo giorno senza farsi domande, senza fermarsi a meditare, senza cercare spiegazione alcuna a ciò che era accaduto. Evitava di pensare, semplicemente. Rifiutava di ricordare. Il nome e la figura di André, che così spesso soprattutto all’inizio si presentavano alla sua mente, li scacciava immediatamente, prima che potessero travolgerla con un fiume di dolore. Non voleva più piangere, perché quel pianto non dava alcun conforto, alcuna spiegazione. L’incredulità, la delusione, l’odio che aveva provato per lui e che provava ancora erano sentimenti che rifiutava con tutte le forze, con un’ostinazione carica di rabbia gelata.

 

Era lì, era in quella casa, frequentava la corte, pranzava con suo padre. Ma era come se non ci fosse, se non ci fosse mai stata.

 

*

 

Fu in quel periodo, in quel lungo periodo trascorso così, aspettando che un giorno avvenisse qualcosa di diverso, che grazie al tempo trascorso sua figlia ritrovasse un sorriso, un barlume di fiducia, di vita, che il generale si rese conto che l’aveva perduta. Oscar era molto più lontana ora di quanto non fosse mai stata, molto più distante dalla sua casa di quanto avrebbe potuto esserlo se fosse davvero fuggita con André senza tornare mai più, lasciandogli almeno il ricordo dolce dell’amore che aveva avuto per lui.

Perché sua figlia l’aveva amato, un tempo, nonostante tutto. L’aveva amato, e ora invece non lo amava più. Non amava più niente e nessuno, nemmeno se stessa.

 

Cosa poteva fare per uscire da quella situazione? Per aiutarla e aiutare sé a tornare quelli di prima, a ritrovare quel rapporto che una volta, pur così formale, era per lo meno sincero e vivo, e che ora, invece, non esisteva più perché lui con la sua azione vergognosa l’aveva cancellato? Cosa poteva fare per aiutarla?

Non sapeva proprio, non c’era modo di intervenire. Un giorno aveva provato a parlarle di lasciare l’uniforme, di smettere di fare quella vita che la metteva in pericolo ogni istante. Le aveva accennato, con molto tatto e molta cautela, alla possibilità che, se avesse voluto, avrebbero potuto cercare per lei una vita diversa. Aveva persino pianto, davanti a lei, chiedendole perdono per averla educata come un maschio, e si era offerto di rimediare, di trovare la via per farle vivere una vita da donna… un marito… se voleva… qualcuno che le piacesse, che scegliesse liberamente…

Si era sentito pronto, in quel momento, a concederle tutto ciò che avesse chiesto: ora sentiva che in nessun modo avrebbe potuto imporle, come senz’altro avrebbe fatto prima, di sposarsi e sposare qualcuno scelto da lui.

Oscar aveva alzato gli occhi e l’aveva fissato, e aveva un pallore quasi incorporeo dipinto sul viso. L’aveva guardato senza vederlo, rimanendo in silenzio a lungo. Poi aveva detto soltanto una parola: “No”, con una determinazione così lucida e fredda da lasciarlo atterrito.

Non era più sua figlia, la persona che aveva davanti. Non era più qualcuno che conosceva. Non era più viva.

 

S’interrogò, si chiese mille volte che cosa avrebbe potuto fare per uscire da quel dolore, quale rimedio porre a ciò che aveva creato, per salvarla da ciò che le stava accadendo, e che si vedeva così chiaramente, sul suo viso. Vagliò mille possibili soluzioni, mille alternative, ma nessuna poteva funzionare, nessuna.

Solo una cosa non volle fare mai, l’unica che davvero avrebbe potuto aiutare Oscar, permetterle di ritrovare se stessa. L’unica, sebbene a quel punto fosse praticamente impossibile risistemare tutto, anche volendo farlo: André senza dubbio era morto, e lei ne sarebbe stata terribilmente sconvolta. Sarebbe stata sconvolta dal sapere ciò che era davvero accaduto, e lo avrebbe giustamente odiato, per questo. Per sempre.

Solo una cosa non fece mai, e fu la sua seconda colpa: non volle mai, nonostante tutto, dirle la verità.

 

 

Continua...

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