Agenzia matrimoniale

parte sesta ed ultima

 

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Dove due intrepide e caritatevoli autrici si avventurano nell'arduo e periglioso cimento di un'impresa mai tentata prima: dare una risposta plausibile all'insoluto enigma dell'eremitaggio di Alain. E, spinte da pietosa misericordia nel constatare che il Nostro si ritrova alla fine inesorabilmente solo e sperduto ad onta dell'ipertrofia cardiaca e del metraggio pettorale, nell'impossibilità tecnica di procedere a un'adozione congiunta, si mettono d'impegno nella parimenti impossibile missione di trovargli una moglie.

La vicenda – per evitare sacrileghe profanazioni della storia originale e conservare un minimo di decenza - è ambientata ai giorni nostri, e si dipana lungo le pagine di diario vergate simultaneamente dai protagonisti ignari di quali trame si svolgano alle loro spalle. La responsabilità di quanto contenuto nel diario di Alain è da addebitare a Elisa, quella del diario della di lui presunta metà ricade invece in toto su Alessandra.

 

 

1 gennaio 2003                        alla mattina

Miiiiiiii che Capodanno! Buon Anno! Che razza di festa da delirium tremens! In mansarda. Tra l’altro abbiamo scoperto di essere sopravvissuti ad un aborto provocato e a un divorzio. Anche se, al fatto che potevano andare in crisi fino a quel punto non ci credevo tanto: che quei due sono deficienti va bene, niente da dire, ma proprio stupidi stupidi non mi sembra troppo. Al che pure Nadia mi si è tranquillizzata: c’aveva un po’ paura che Manuela abortisse e che per questo motivo i due si mollassero. Come ho detto: vabbè stupidi, ma non da ricovero. E poi a Manuela quella sera io e Diana gli abbiamo fatto una cura su come prenderla a ridere e pare che un po’ è giovata: a forza di sparare puttanate a nastro alla fine si prendeva per il culo da sola. E la puttanata più grossa l’ha sparata Diana chiedendo a Manuela se era sicura che non si trattasse di una gravidanza isterica. Vabbè, così è la vita: un’isteria in più o in meno non fa differenza. E insomma... tutto nella norma. Cioè, più o meno. Come al solito. Ieri sera festa in mansarda. E c’eravamo: io, Nadia, Andrea, Manuela, Diana, Alessandro e Sara, che è un’amica di Sorma saccoappelista furia ma furia carina e qualche collega. Manuela vestita strafiga che più strafiga non si può con dei tacchi che se cadeva s’ammazzava lei e pupo. E’ matta. E’ andata avanti tutta la serata dicendo che non ci dovevamo azzardare a trattarla con la bambagia perché non è mica malata è solo incinta e che quindi avrebbe fatto tutto come faceva prima fino a nuovo ordine e che sarebbe venuta a lavorare, avrebbe fatto i turni, gli appostamenti e tutto l’ambaradan come sempre, sarebbe uscita alla sera, sarebbe andata dove cavolo gli pareva a lei, vestita come pareva a lei, e ‘st’estate pure con la pancia di fuori. Andrea come se tutto ciò rientrasse nella norma, tanto mi ha detto in separata sede che è perfettamente in grado di tenere la situazione sotto controllo e che sta preparando tutto quello che c’è da preparare. Io mi fido e mi faccio i cazzi miei.

Mangiare abbiamo mangiato bene. Sara, l’amica di Diana, cucina da dio e ha fatto un pandoro annegato nel brandy da far resuscitare i morti. Secondo gli altri, e pure secondo la cuoca, c’erano tracce di pandoro nel brandy e che il povero vecchiarello del piano di sotto a cui lo abbiamo offerto perché non protestasse per il troppo rumore sarà morto d’infarto al secondo cucchiaino. Ma a me il brandy piace: mi ricorda la mia gioventù scapestrata. Peccato che Nadia ha mangiato poco perché è un po’ di tempo che la mattina soffre di stomaco e dice che deve stare leggera. Diana le ha chiesto se per caso è incinta pure lei e Manuela ha sottolineato che il primo mese che si prende la pillola molto leggera bisogna andarci comunque prudenti perché non si sa mai. Ci mancherebbe pure questa! Vabbè, non ci voglio pensare adesso.

E poi mi è successa una cosa strana: Sara, che c’ha dieci anni meno di me e penso che se volesse potrebbe avere la fila di uomini m’ha fatto gli occhi dolci tutta la sera. E io che mi sono imbarazzato e speravo che Nadia non se ne accorgesse. Ma sarà che mi devo imbarazzare alla mia età e un matrimonio quasi pronto? Comunque non credo che Nadia se ne è accorta. Chissà che reazione avrebbe avuto? Chissà se è gelosa? Mah. Comunque penso che Sara era in combutta con quella carognetta di mia sorella per farmi uno scherzo, perché le vedevo che se la ridevano tra loro, ma che dovevo fare, le ammazzavo? Che in quest’ultimo periodo Diana mi si è messa a fare la mamma con me e mi controlla, e mi dà consigli da donna su come convivere in pace con le donne e dice che vuole vedere proprio quanto resisto. E un giorno le ho chiesto: sei gelosa? E lei m’ha detto: no, non più del normale, ma faccio come san Tommaso, finché non vedo non credo. E io le dico che le stupirò con effetti speciali.

 

1 gennaio 2003 la sera

Ha chiamato Andrea dal Pronto Soccorso. Manuela c’ha un aborto in atto. Gli ho chiesto se aveva bisogno ma mi ha detto che aveva chiamato solo per sentire una voce amica e mi ha chiesto di non dirlo proprio a nessuno per adesso perché Manuela sappiamo tutti come è fatta e ora di tutto c’ha bisogno tranne che di casino attorno. Poi non so altro perché m’ha riattaccato che lo chiamavano. Poveretti. Si vede che era destino.

 

7 gennaio 2003, martedì

È un po’ di giorni che mi sento uno schifo, e più passa il tempo peggio sto. Non mi era mai capitato di vomitare tutto quello che mangio, per non parlare della nausea.

Ma non può essere. Non può essere.

Sto cercando di mantenere la calma ma non è facile: quella è la prima cosa che ho pensato. E col ciclo non mi posso tanto regolare perché è il primo mese che prendo la pillola. Sul foglietto delle avvertenze c’è scritto che il primo mese passano solo 21 giorni, e allora ci dovremmo essere, stando al calendario. Ma per ora niente. Però come faccio a saperlo di preciso? Potrebbe essere, che ne so, un adattamento al farmaco, o lo stress: ne ho avuto un bel po’, di stress, in questo periodo. In bene e in male. Poi un piccolo ritardo mi è capitato altre volte, forse è una coincidenza. Però se non mi do una bella calmata il ciclo invece che arrivare mi salta di due mesi, come se non fosse già successo nei momenti d’oro delle grandi batoste. Ma almeno a quei tempi quella di essere incinta era proprio un’eventualità da escludere, Spirito Santo a parte.

E a Nicola non sto dicendo niente. Lui per ora non ci ha fatto caso, con tutto quello che succede, tra trasloco, fidanzamento, famiglie, sorella, amici in crisi. Però se continua così se ne accorge, perché non sembra ma è sempre attento alle mie reazioni. Per questo faccio di tutto per avere un’aria tranquilla. Che poi a Capodanno ho sudato freddo, con Diana che se ne esce di punto in bianco dicendo se ero incinta anch’io e Manuela con questa storia che il primo mese la pillola non è sicura, che mi mette una pulce nell’orecchio delle dimensioni di un bue. Comunque ho retto alla botta e nessuno si è preoccupato. Nicola non deve sapere niente, per ora.

 

No, non è proprio il momento.

Insomma, io un figlio lo volevo, sì… Ma così… subito, dopo un mese che stiamo insieme e la convivenza appena iniziata…e lui che tra l’altro non ho ancora capito come la pensa a riguardo, ma non mi pare proprio che non veda l’ora di iscriversi al Club dei capofamiglia, anzi…

E poi già il matrimonio deciso così al volo era una mezza follia, ma questo…

Beh, un modo ci sarebbe per saperlo: basta passare in farmacia. Quei test non sbagliano mai, e adesso ce ne sono di così sensibili che te lo dicono anche una settimana prima. Ma magari aspetto qualche giorno, stasera proprio non me la sento.

 

Manuela è un po’ che provo a chiamarla: le ho mandato qualche sms, ma non ha mai risposto e io non ho insistito per discrezione. Forse ha bisogno di abituarsi all’idea della maternità, e non vuole troppa gente intorno. In fondo la nostra amicizia è molto recente, potrei non essere la persona che ci vuole per lei, in questo momento. O forse no, non lo so… è strano. Ho chiesto a Nicola se l’ha sentita e lui è stato piuttosto evasivo, per la verità. Dice che è un momento che devono stare per conto loro… che anche lui non sta vedendo Andrea… C’è qualcosa che non mi quadra, ora che ci penso, bisogna proprio che glielo chieda. Sì, è molto strano: Nicola non fa altro che parlare di loro due, di solito, e adesso invece, che di cose da dire ce ne sarebbero un bel po’ con questa storia del bambino, evita l’argomento del tutto. Finora non ci avevo tanto fatto caso, con tutte le preoccupazioni che avevo in testa, ma stasera quando torna glielo voglio proprio chiedere bene se c’è qualcosa che non va.

 

Sempre se poi lui non fa la stessa domanda a me.

 

Dio, avrei proprio bisogno di parlare con qualcuno. Ma con chi?

Se lo dico a mia madre, lei prima sviene, poi viene qui in aereo e si piazza nel tinello finché non ha risolto il caso, così mi tocca buttarla fuori a cannonate. Mio padre non ne parliamo, capace che mette benevolmente un braccio sulle spalle a Nicola e poi tenta di strozzarlo.

Con Diana fino a poco tempo fa ci avrei parlato pure, anche se la conosco un po’ poco. Ma adesso no, dopo le ultime uscite proprio no. A parte il fatto che è la sorella, e come si fa a dirlo alla sorella e non dirlo a lui… e poi quei due si leggono nel pensiero: magari non glielo dice, ma sicuro che Nicola qualcosa capisce, se lo sa anche lei, e mi fa un terzo grado con la macchina della verità. No no, almeno per qualche giorno lui non deve saperlo. Almeno finché non ho le idee chiare io su come stanno le cose.

E poi quella storia dell’amica Sara mica mi è piaciuta, il giorno di Capodanno. Questa qui che ti arriva di punto in bianco al seguito di Diana, bellissima, giovanissima, tutta in tiro… Simpatica, per carità, oggettivamente è simpatica, di compagnia… ma a me una che fa gli occhi dolci al mio fidanzato tutta la sera e poi se la ride con l’amica come se fossero d’accordo non mi sta tanto simpatica. Vabbè, magari era uno scherzo, ma che razza di scherzo del cavolo, come se io non fossi lì a vederle. Insomma, non è che non mi fidi di Nicola, per carità… sì, era un po’ in imbarazzo, forse anche un po’ stupito e magari pure lusingato da ‘sta cosa… ma insomma, niente di che… non facciamo le cose più gravi di come sono, farei un grosso torto a quello che davvero è il nostro rapporto se mi venissero dubbi del genere per così poco. Però, insomma… è la mancanza di rispetto verso di me che mi ha dato fastidio, porca miseria, visto che guarda caso c’ero anch’io e io vivo e dormo con lui, e a me non mi verrebbe in mente di certo di strizzare l’occhio e dare il numero di telefono all’uomo di una che nemmeno conosco e che mi ha appena ospitato in casa sua. Vabbè, è successo tra una battuta e l’altra, con Diana che faceva da spalla alla grande e decisamente con troppo brandy in corpo. Forse me ne sono accorta solo io perché ero l’unica sobria, che il pandoro al brandy non l’ho preso. E mica potevo mettermi a fare una scenata di gelosia per un’impressione. E poi a chi? A lui no di certo, che si vedeva che era preso in mezzo: dovevo farla a quelle due, la scenata, e non era proprio il caso.

Che poi questa è una storia tra Nicola e Diana, in realtà: sono sicura che fa parte del punzecchiamento reciproco degli ultimi tempi e Sara è solo stata al gioco dell’amica: Diana vuol bene al fratello, si preoccupa per lui, ma secondo me sotto sotto è un po’ gelosa. Insomma, ora, con me, è la prima volta che Nicola sta con una donna sul serio, si vede che siamo legati, e lei forse teme che le si allontani. L’ho sentita dirgli che se non vede non crede, che vuole vedere quanto resiste… e nemmeno tanto a bassa voce, tra l’altro. Magari non è per me, è per il fatto che io sono quella che ci sta insieme, con cui si parla di matrimonio, e magari chiunque fosse stata le avrebbe fatto un po’ strano, all’inizio. Mah, sarà che è giovane, sarà che gli è tanto legata e vuole fargli un po’ “da mamma”, sarà che quello con l’amica era uno scherzo… però insomma… a un certo punto mi erano proprio girate le palle e ho fatto pure fatica a non farlo vedere per non fare la figura della paranoica.

La prossima volta che Diana viene qui ci voglio parlare, perché ‘sta cosa che è saltata fuori negli ultimi giorni con lei bisogna proprio chiarirla.

 

Sempre che nel frattempo non mi trovi con problemi più grossi da risolvere.

 

Cavolo, mi sento proprio sola, in questo momento. Non me lo ricordavo più come si stava, a sentirsi così. Si sta male.

Speriamo che Nicola non tardi, questa sera.

 

 

giovedì 15 gennaio 2003

Stavolta m’ha proprio abbottato il cazzo. Non scrivo da Capodanno perché da quel giorno non c’ho un minuto di pace in casa. Adesso sono in treno. Me ne vado da Diana perché devo pigliare aria. E Sorma è stata tanto gentile da dirmi “di già? Vieni pure.” E’ bello avere delle sorelle con il senso dell’umorismo che fanno sentire intelligente! Come no! Rivedo pure Sara, così a quella gli do almeno un motivo sensato per farsi delle paranoie e rovinare il tempo libero del prossimo. Sono quindici giorni, quindici giorni che mi sta addosso senza tregua. Prima con Sara. E vabbè, è gelosa. Manco fossi stato io quello a provarci, comunque... Tra l’altro Sara è furia simpatica: mi manda dei messaggini con le barzellette e le cattiverie sui politici che mi fanno morire dal ridere. Più tardi finalmente le posso rispondere. Non l’ho fatto mai fino ad oggi. Poi Nadia m’ha pure messo in mezzo ai fatti suoi con Diana. Dice che s’è comportata male alla festa di Capodanno. Non dico mica che sia stata una santa, ma, a me, che me ne frega? A parte il fatto che non ha compiuto nessun illecito, ma poi, mica ha offeso me, ha offeso Nadia. Non ho capito perché dovrei sentirmi offeso anche io se non lo sono. Chi s’offende è fetente e c’ha la coscienza sporca. Problemi suoi, io stavo tranquillo. Io in fondo mi sono divertito quella sera. E Sara la conoscevo da prima, perché quelle due abitano assieme. E se una mi fa gli occhi dolci, mica l’ammazzo. Al massimo non le do corda se non mi va. Volevo vedere io se c’era uno a fare gli occhi dolci a lei, a Nadia! Mo un uomo non può manco essere gentile! Ma non mi dovrei stupire, se ci penso: è riuscita a farsi degli sturbi anche quando ero gentile con lei e cercava i significati nascosti. Figuriamoci se sono gentile con un’altra che non è lei. Tutto questo, ho scoperto stasera, perché a Sara non le ho detto chiaramente che non è cosa! Sara lo sa perfettamente che ero fidanzato con lei, se poi mi fa gli occhi dolci ma non oltrepassa un certo limite, non vedo perché io debba essere sgarbato e metterla in imbarazzo per fare piacere a Nadia! Mica è un reato se ti piace qualcuno! Volevo vedere Nadia se quando mi faceva il filo lei io le fossi andato a dire a brutto muso che non era cosa prima ancora che si scoprisse. La volevo vedere! E poi ‘sta storia di Diana... Con mia sorella ci parlo bene e tutti e due ci diciamo le cose come stanno. E quando, prima che partisse, le ho chiesto che voleva fare la sera di Capodanno mi ha risposto che un po’ era in malafede e un po’ no. E quella sera se la ridevano tra loro soprattutto perché Sara è davvero interessata a me, e, visto che a lei di solito gli piacciono gli uomini inaffidabili, il fatto che l’inaffidabile di turno ero io, il suo fratellone, rendeva la cosa molto ridicola. Ha tutta la mia comprensione, la ragazza: pareva ridicola anche a me la storia. La parte in malafede arriva quando, visto che lei si chiedeva quanto sarei durato in quella situazione tutta zucchero e miele, ha colto l’occasione al balzo per fare una prova. Mi ha detto anche che si scusa se mi sono incavolato. Ma io non mi sono incavolato con lei. Anche perché certe cose è meglio metterle alla prova subito, prima di fare dei danni grossi dopo. Sai che me ne frega a me. Io con Nadia ci stavo bene sul serio e quindi che me ne poteva fregare? C’avevo la coscienza a posto: mi sentivo sicuro e allora basta, non vedevo il grosso problema. Mi piace la chiarezza a me. E Nadia non è per niente chiara. Col cavolo. E’ andata avanti tutti ‘sti giorni a stressarmi con ‘sta storia. Se si sente offesa perché non tira fuori le palle e la chiama direttamente? Non penso che Diana si spaventi. Al massimo la manda a quel paese. Ma tanto l’ho fatto prima io di lei. Stasera mi ha proprio abbottato. E’ andata avanti da Capodanno a dire e chiedere in continuazione. Non è che ha fatto scenate. Però c’aveva solo queste cose in mente. E io all’inizio che le spiegavo, che cercavo di farla stare tranquilla... però non si può andare avanti con ‘sta storia quindici giorni a farsi dei problemi senza cercare di risolverli o cercando di sbolognare la patata bollente a un altro, e perché... e ma... e però... ma insomma... e roba del genere, per ogni minuto che si sta insieme e per quindici giorni di fila! Sempre gli stessi discorsi! E un uomo c’ha il diritto di annoiarsi con delle manfrine simili! Io mi pensavo che era solo nervosa, ma alla fine, sempre a girare sulle stesse cose, che risolve? Rompe le balle e basta! E se cercavo di parlare per fissare la data di ‘sto matrimonio lei niente, sorda! Svagatissima! Persa in chissà che fantasie! E poi con Manuela e il bambino! Una croce! Una croce! Questa davvero pesante! A me mi dispiace un casino, e Nadia manco se lo immagina quanto mi dispiace per loro, ma se l’unico aiuto che gli posso dare è starmi zitto e farmi i fatti miei io lo faccio. Patemi di Nadia o no. Ma come staranno, ma com’è che non risponde, ma tu sai niente, ma mi nascondi qualcosa, ma che sarà successo, ma possibile che Andrea non ti dice niente a lavoro, ma perché Manuela non si fa più sentire. Ma ingegnati, santa donna! Se non trovi risposte da me cercatele da sola! Oppure fatti i fatti tuoi! Ma non c’hai niente di più interessante da pensare? Io non lo so! Perché complicare le cose semplici! All’inizio pensavo che era lo stare troppo tempo senza fare un cazzo che porta a complicarsi la vita. Quella è un mese e mezzo, dall’incidente, che sta a casa senza andare a lavorare a fare la casalinga frenetica con l’estasi creativa. L’ho sempre detto io che rimanere troppo tempo a fare un cazzo, magari a scrocco, porta la gente a rovinarsi la vita e a rompere i coglioni al prossimo. Vuoi badare alla casa perché ti diverti, fallo, ma non mi stressare in continuazione con i tuoi cavolo di centrini ricamati con so che cazzo, e le lenzuola, e le piante, e mettile lì, no colà, e stai attento, e non rovinare tutto, e vedi che in casa combini casini, e pippe simili. Metti i centrini, le librerie e le piante da qualche parte, guardale due minuti e poi pensa a qualcosa di più interessante! Belle tutte ‘ste cose, mica dico, ma se uno c’ha come suo massima occupazione della giornata badare alla disposizione del centrini, allora sì che finisce a farsi le masturbazioni mentali e ad annoiarmi con sempre i soliti discorsi! Non ha novità. Se uno si annoia, poi si rovina la vita! Ho portato pazienza perché pensavo che quando tornava a lavorare tornava pure sul pianeta terra, prima o poi, e invece tutto come prima. Anzi, peggio. E oggi è scoppiato un gran casino. Però mo sono ancora troppo agitato. Adesso scrivo un messaggino a Sara per dirle che ho ricevuto i messaggi, che mi hanno fatto piacere e che vengo a trovare Diana, anche se sicuro lo sa già.

 

Alle due di notte

Va bene, mi sarò comportato come un bambino. Non c’occorreva che me lo doveva spiegare mia sorella, però pure lei ce lo sa che non sopporto le scenate e che se uno me le fa mi viene da menarlo. Specie se sono delle scenate che uno si poteva risparmiare. E pensare che è incominciato da una minchiata: io ho parlato con un suo alunno, lei ha fatto dei commenti, io le ho risposto a battuta e lei l’ha presa sul serio.

In verità il mondo sarebbe migliore se le femmine smettessero all’improvviso di fare scenate. I famosi problemi di comunicazione tra i sessi diminuirebbero vertiginosamente. Mi sarebbe venuto da prenderla a sberle ma per fortuna non l’ho fatto. Tutto per una minchiata. Quasi. A mente fredda capisco che c’ha paura, ce ne ho pure io, ma, proprio per quello, perché non me lo ha detto subito e chiaro che ha paura? Invece di farmi una scenata, insultarmi perché non la capisco e cose del genere. Le donne si lamentano che gli uomini non le capiscono. Ma se la smettessero di dire le cose a mezzo per degli sturbi su chissà come la prende lui, e voglio fare la donnina gentile angelo del focolare, e quindi se la smettessero di dirle quando ormai sono arrivate all’orlo della sopportazione, ci si capirebbe di più. Gli esseri umani di sesso maschile non hanno la facoltà di leggere nel pensiero come quelle donne fortunate che pretendono di capire per intuito quello che pensa un altro. Se a me Nadia mi dice: “Sai, è un periodo che mi piacerebbe avere il pancione e quasi quasi invidio quelle che ce l’hanno” io capisco che lei vorrebbe avere il pancione. Punto. Non mi passa manco per l’anticamera del cervello che possa significare “ho paura di essere incinta e tasto il terreno per sapere come la pensi tu”. Se mi diceva chiaramente ‘sta cosa io non le rispondevo mica “sarà che abbiamo appena passato la Natività e l’anno nuovo porta vita nuova!”. Perché stasera mi ha rinfacciato urlando la mia insensibilità quando credeva che io avessi un animo sensibile e invece pippa. Alla fine abbiamo litigato per questo, per ‘sta storia che lei ha paura di essere incinta, e io invece sono un bestione insensibile che, mentre lei è così in crisi, se ne sta tranquillo per i fatti suoi. Ma io, che ne potevo sapere, se non me lo dice chiaro? E con la storia che è perché me la voglio solo scopare ché non mi sono accorto che non le sono ancora tornate! Ma che ne so io come funziona ‘sta storia della pillola! Prima facevo l’uccel di bosco e per tanto tempo con una che piglia la pillola non ci sono mai stato. Che ne potevo sapere io? E invece di dirmi sul serio ‘sto problema mi stressi due settimane con delle minchiate in confronto a questo. Ma io devo fare un figlio con un soggetto simile? MERDA! Che poi madamigella ancora non è andata a controllare perché aveva paura e non riusciva a capire come l’avrei presa io! Ma santo Dio! Parla benedetta donna, te l’hanno data la lingua! La lingua non serva solo a fare i... vabbè, taccio, e a urlare insulti e paranoie! Alessandro ha detto che lui l’avrebbe mandata a cagare per molto meno, e che quando mi ha fatto quella storia del sentire le cose allo stesso modo lui, invece di scriverle una lettera, le avrebbe chiesto dove l’aveva tirata fuori un’idea così brillante. Si è rivelato più carogna di quanto m’ero immaginato, il ragazzo di mia sorella. Perché stasera hanno fatto la “Comunità”, come la chiamano in quell’appartamento. Perché è chiaro che alle altre due ragazze che abitano con Sorma, tra cui Sara, è sembrato strano che gli arrivassi in casa così all’improvviso a metà settimana. Fortuna che domani c’ho il giorno libero e dopodomani ho il turno alla sera! E allora il discorso è venuto fuori. E più tardi è venuto pure Alessandro e m’hanno sviscerato il problema dal punto di vista femminile. Spero almeno di avergli fatto passare una serata interessante e diversa dal solito. Che palle! Non ha manco provato a chiamarmi. Vabbè. Stasera me ne ha dette troppe, oltre a tutto lo stress di ‘ste due settimane. Non sono una roccia e mi sono pure rotto le palle di fare il consolatore degli afflitti. Anche se dovessi perdere il posto in Paradiso.

Tutto il tempo queste battutine sull’essere incinta e avere un bambino. Tra il fatto che infilava in mezzo Manuela e il fatto che fossero tirate fuori all’improvviso, io o mi innervosivo per Manuela o le avevo proprio rimosse finché non me le ha rinfacciate lei stasera. Io mi aspettavo che fosse una persona con le palle, che appena le veniva il dubbio me lo diceva! E poi sono io il bambino immaturo che non vuole crescere! Lei però, che fa i sondaggi segreti senza neanche avere avuto ancora il coraggio di controllare se la cosa è vera, e poi si arrabbia se non capisco, è il genio della situazione perché è femmina e allora ha un animo sensibile. Ma vaffanculo!

Provo a dormire, anche se il divano è scomodo e la branda che era per me, adesso è per Alessandro. Al da farsi ci penso bene domani.

 

 

 

giovedì, 15 gennaio

È andato via. Ha preso la giacca, ha sbattuto la porta e se n’è andato.

Bravo Nicola, proprio bravo.

E non è che se n’è andato a fare un giro per sbollire l’incazzatura. No, è andato per due giorni dalla sorella, a duecento chilometri da qua. Dove per giunta ci sta pure l’amica Sara, che sono due settimane che gli manda messaggini sul cellulare.

E non gli è mica venuto in mente che mi poteva dar fastidio, no, macché. Non ci ha pensato due volte. Anzi, magari l’ha fatto pure apposta.

E io che dovrei fare, adesso? Aspettarlo a casa facendo la calza? Evidentemente è convinto di sì, perché se gli veniva il dubbio che rischiava di non trovarmici più, al ritorno, col cavolo che partiva, ammesso che gliene freghi qualcosa di me.

Ma con chi crede di avere a che fare quel deficiente? Con Santa Rita da Cascia? Non penserà mica che siccome prima di metterci insieme ero così insicura adesso passo la vita a baciare dove cammina! Mi sa che di me non ci ha capito niente, proprio un bel niente.

Bravo, bravo Nicola. Abbiamo un problema e invece di affrontarlo insieme te ne vai a nasconderti tra le gonne di tua sorella. Che naturalmente sarà stata ben contenta di veder confermate le sue teorie sul fatto che non durava. Embè, si vede che è destino: c’è chi c’ha la suocera e chi la cognata. Fanculo pure lei e la sua cazzo di amica.

Va a fare le terapie di gruppo a duecento chilometri da qua spiattellando a tutti i fatti nostri, come se potessero risolvergli qualcosa, poi, invece che affrontarli con me. Proprio un gran bel marito mi son trovata! Ma meglio così, meglio saperlo prima. Ma con chi crede di avere a che fare, con una delle sue sgallettate, che poteva fare l’anarchico e trattarle di merda senza che nessuna lo mettesse mai in riga? Ah vabbè, se si è fatto questa idea di me non ha proprio capito niente, ha proprio sbagliato indirizzo, cazzo.

Che poi con questa storia della gelosia ha fatto una tragedia, e ne avesse azzeccata una! Scenate? Quali scenate? Se sono due dico due settimane che questa tizia gli manda messaggini e chissà quali altre iniziative ha preso e io non ho mai, dico MAI cercato di spiare o di fare qualcosa di disonesto per saperne di più. Avrà lasciato il telefonino in giro un centinaio di volte mentre non c’era e mai mi sono azzardata ad avvicinarmi per leggere cosa c’era scritto in quei messaggi, per rispetto e perché mi fidavo di lui. Bell’idiota che sono, tra l’altro, con quell’aggeggio che faceva bip un minuto sì e uno no. Poi ti credo che una s’innervosisce, conosco un bel po’ di donne che se lo sarebbero mangiato per molto meno.

Ma io mi fidavo di lui, anche se mi giravano le palle, e allora ho pensato che il modo più leale per affrontare il problema fosse chiederglielo chiaramente che cacchio vuole questa qua. Apriti cielo, ha subito pensato che mettessi in dubbio la sua fedeltà, che non c’era motivo di farsi delle paranoie, che era una gelosia stupida e che se credevo di fargli il terzo grado avevo proprio sbagliato soggetto. E non diceva niente per tranquillizzarmi. Anzi, sembrava lo facesse apposta a farmi venire il dubbio. Così se prima pensavo che fosse in buona fede adesso non lo penso più, e si vede. E se prima lui a questa Sara non ci aveva tanto fatto caso, ora ci sta pure che gli viene l’idea davvero. Cazzo di comportamento infantile, gli uomini andrebbero rinchiusi tutti in un asilo e tirati fuori solo per scaldare il letto.

“Se proprio ti dava fastidio potevi pure chiarirti con lei!”, mi ha detto a un certo punto. Che deficiente. Ma gliel’ho detto chiaro come la penso, su queste faccende. Come no, adesso vado ad aspettare Sara sotto casa e magari la prendo per i capelli dandole della troia! Ma per chi mi ha preso, per un’ortolana? Io a questa storia delle rubamariti e fidanzati altrui non ci ho mai creduto, se lo metta bene in testa: le rubamariti non rubano niente che non voglia essere rubato, e le rovinafamiglie rovinano solo famiglie già rovinate da prima. Quindi, brutto stronzo, se dai corda a Sara il problema sei tu, per quello che mi riguarda, e non lei.

Poi che c’entra, se lei mi capita a tiro adesso la piglio a schiaffi a due a due finché non diventan dispari, vuoi mettere la soddisfazione!

E poi Diana… porca miseria, peggio di così non poteva cominciare, ammesso che ci sia qualcosa da continuare. Un giorno è tutta contenta per noi due e un altro è gelosa, a seconda di come si sveglia. E si diverte a fare il Pierino della situazione mettendoci in mezzo Sara, e le fosse venuto un minimo scrupolo nei miei confronti, magari giusto per umana pietà, visto che le riesce tanto difficile essermi amica. Vorrei vedere se qualcuno lo avesse fatto a lei, che per un uomo si è pure ammalata. Ma lasciamo perdere, sto proprio fuori dai gangheri. E poi magari adesso con Nicola fa pure la parte della sorellina giudiziosa e gli dice che si è comportato male ad andarsene… sì, me lo immagino, il bastone e la carota, così la parte della cattiva la faccio io  e lei lo tiene incollato ai suoi capricci a vita, che tanto sa che le vuole bene. Non le viene proprio in mente che suo fratello ha fatto una vita di merda fino a poco fa, e che lei non gliel’ha certo semplificata, e che prima di trovare un po’ di equilibrio con me era più selvatico di un orso polare e disperatamente solo. Anche più di me, che almeno qualche balla consolatoria per tirare avanti me la raccontavo ancora e facevo pure finta di crederci.

Poi ci siamo trovati, non so per quale miracolo. Ed è stato bello, Dio se è stato bello, prima che si mettessero in mezzo tutti ‘sti cazzo di parenti miei e suoi, fanculo anche le famiglie e il Natale.

Ma no, non poteva durare, ti pare che me ne va dritta una? Adesso lui si arrabbia, mi dice che a forza di non lavorare sono diventata una casalinga frustrata tutta centrini e ricami… bel maschilista dei miei stivali, io che lo facevo per rendere accogliente la casa anche per lui, che sembrava l’antro di Cerbero, col frigorifero più triste che abbia mai visto in vita mia, pieno solo di cibi precotti e cartocci mummificati dal Paleolitico inferiore, che surgelava pure la pasta al sugo, e nella dispensa era riuscito a scadere anche l’origano. Ricami e centrini, ma vaffanculo, io che non so tenere manco un ago in mano e mi documentavo la notte comprando riviste perché mi sembrava di fargli piacere. Invece no, per lui sono pippe di donna che non lavora, figurati che diceva se un lavoro non ce l’avevo davvero e non avevo dei soldi miei e putacaso s’innamorava di me lo stesso. Capace che mi rinfacciava l’assegno mensile, ‘sto stronzo. Ma tanto a me una cosa del genere non mi capiterà mai, col cavolo che ci sto in una situazione simile, piuttosto zitella fino alla morte. Anzi, ora che mi sono ricordata di quanto ci si diverte a letto, me li ripasso tutti dal primo all’ultimo, quelli che appena appena m’ispirano. Tanto a fare la mogliettina innamorata si prendono randellate sui denti, e allora è meglio che mi svegli e mi diverta un po’. Se resto sola un’altra volta, col cavolo che sto in astinenza per sette anni ad aspettare l’uomo giusto, e poi magari trovo uno come lui. Basta, mi sono rotta le palle di essere sentimentale, da ora in poi voglio essere erotica!

Io gelosa! E lui, allora? Che quella volta di Francesco per molto meno a momenti lo attacca al muro e se ne va via, e io cretina a corrergli dietro e a dirgli che lo amo e ad aspettare che decidesse del mio destino quando gli era comodo, che mi ha fatto fare una settimana d’anticamera prima di farsi vivo, sua maestà dal pisello d’oro. E ora va a casa di Sara, certo, a riprova di quanto sono idiota io che a Francesco l’ho sbattuto fuori e non l’ho più chiamato dopo una vita che siamo amici, così imparo a fare la verginella a trent’anni suonati.

E poi, la ciliegina sulla torta, che da sola basterebbe a mandare tutto all’aria, questa storia del test di gravidanza. Dice che sono senza palle perché ancora non l’ho fatto. Bene, concesso, mi sono fatta prendere dalla paura per un attimo. Ma porca puttana, potrà una disgraziata avere un minimo cedimento dopo tutto ‘sto casino di amici, amiche, sorelle, fidanzamenti lampo, orde di parenti in visita, pillole che non si sa se funzionano alla faccia della scienza moderna, dico qualche giorno di cedimento al massimo? Che si credeva che aspettavo un anno prima di sapere se ero incinta? Dice che lui di pillole non sa niente. Infatti, e non sa niente neanche di test di gravidanza, che è vero che quelli di adesso sono sicuri, ma se aspetti un pochino di ritardo in più sei ancora più sicura del risultato. Se mi precipitavo in farmacia al primo giorno magari mi dava negativo e poi mi toccava rifarlo dopo una settimana per sicurezza, che sennò mi cominciava a crescer la pancia prima di accorgermene.

Avesse avuto un minimo di reazione, a quest’idea della gravidanza. Tutto preso dal fatto che dovevo dirglielo chiaro e non per metafora. E come no, glielo andavo a dire tra un messaggio di Sara e l’altro, mentre ridacchiava leggendoli e non mi diceva niente! Come se non si ricordasse che tre mesi fa quasi non ci conoscevamo e che, date le circostanze, poteva pure venirmi un pochino d’insicurezza per il fatto che potesse rimanere scioccato dalla notizia di diventare padre! Avevo bisogno di sentirmi un poco rassicurata, ma lui col cavolo che lo capisce. Macché, qua succede un casino e lui parte e va dalla sorella. Io non lo so se sono incinta davvero, so solo che non faccio altro che vomitare. Ma se sono incinta che me ne faccio di un uomo che se la dà a gambe al primo allarme? Avesse avuto un minimo di reazione sul fatto in sé: che ne so, non pretendevo che si mettesse a comprare carrozzine, mi andava bene anche una faccia sbalordita e un “Cosa facciamo se è vero?”. Mi bastava, come risposta, tanto per sapere se era sintonizzato.

Invece no, mi fa il processo perché non ho le palle e poi mostra di avere le palle quadre lui fuggendo come un coniglio dalla sorella e dall’amica con la scusa che glieli ho rotti per quindici giorni. Bravo, proprio bravo. Per quello che ne sa lui potrebbe essere quasi padre e molla la sua donna incinta fino a nuovo ordine, aspettando non si sa che. Gli fosse venuto in mente che potrei essere un po’ agitata e bisognosa di conforto, macché!

Ma bene, tutto questo mi serva di lezione per stare coi piedi per terra e smettere di credere alle favole. Se sono incinta o no non sono affari suoi, me la gestisco io. Che le palle ce le ho molto più di quello che crede, e piuttosto che dargli un padre fantasma, a questo presunto figlio, preferisco non darglielo per niente e vedermela da me, per lo meno non corro il rischio di venire abbandonata in sala parto perché lui deve rispondere ai messaggini. Se vuole essere libero faccia come cazzo gli pare, e chi lo trattiene? Vada pure dietro a tutte le ragazzine che gli passano accanto, visto che si diverte tanto. Come ha fatto finora, del resto. Si vede che io ero una parentesi romantica che gli mancava e quando mi ha incontrato gli è partito il trip di Stranamore. Ma ora è guarito e torna alle vecchie abitudini. Pazienza, come non detto, arrivederci e grazie, è stato un vero piacere lo stesso.

 

Ma che cavolo dico, non ci sto più con la testa.

 

Va bene, lasciamo stare, è tardissimo e mi sa pure che mi è venuta la febbre per il nervoso. Domani per prima cosa vado in farmacia a comprare ‘sto benedetto test. Anzi, prima mi ritrasferisco nel vecchio appartamento, almeno finché non ho le idee chiare. Se lui se ne va io non sono tenuta a restare. Non sono la vestale del tetto coniugale che rimane a vegliare sul focolare domestico mentre il maritino le fa le corna in diretta, che si crede quello stronzo… Porca miseria, se ci penso a quello che ha fatto e starà facendo adesso mi viene da piangere, da piangere…

Ma non è più il momento per queste cazzate. Domani metto quattro cose in valigia e vado via, il resto semmai lo vengo a prendere dopo. E faccio il test di gravidanza, così vediamo che è successo, finalmente.

Meglio dormirci sopra, stasera sono fuori di me e ce l’ho con tutto il mondo. Non sono neanche tanto lucida.

Stavolta l’ho fatta grossa, davvero grossa. Con tutte le masturbazioni mentali della mia vita una cantonata come questa non l’avevo mai presa. E mi sa che stavolta non la racconto.

 

 

Venerdì 16 gennaio.

Sono ritornata nel vecchio appartamento. È una desolazione spaventosa. Il test è negativo, non sono incinta.

 

 

La sera.

Sono le sette. È tutto il giorno che sto rinchiusa qui. Sul letto.

C’è rimasto solo il letto in questa stanza, nemmeno la televisione a farmi compagnia per passare il tempo cambiando canale.

Ieri ero furiosa, oggi sono disperata. E stanchissima. Non sarò mai più capace di ricominciare. Non dopo quello che c’è stato tra noi.

Era bellissimo. Io ti amavo, e anche tu.

È durato così poco. Talmente poco.

Abbiamo rovinato tutto. Perché abbiamo rovinato tutto?

Io non credo che smetterò mai di amarti. Non ho nemmeno la forza di provarci.

 

Chissà se stai tornando a casa, o se sei ancora lì.

 

Domani esco, c’è bisogno di fare la spesa.

 

 

domenica 19 gennaio 2003

Nadia se ne è appena uscita di casa. Quando sono tornato sabato sera non c’era, ma comunque ho dovuto lavorare alla notte e quindi anche io sono stato fuori. Non si è fatta sentire una volta in questi giorni. Avevo ragione, evidentemente: grazie alla sua sensibilità e forza d’animo avrà concluso che l’unico ad aver sbagliato e a dover chiedere scusa fossi io. Ma io sono davvero troppo stanco. Ho riletto questo diario e ho visto che l’ho detto già tante volte, però se ci penso, a questi mesi assurdi, non è che mi sento cambiato più di tanto. Anzi, in un certo senso mi sento peggio. E penso che sia meglio non sperare per niente, per non vivere tutta la vita nel rimpianto. Forse davvero è meglio non aspettarsi niente dalla vita. In fondo io sono sempre io, e non è che due-tre mesi diversi mi possono cambiare per quello che sono così di punto in bianco. Alla mia età, poi... E non è che manco Nadia ce la può fare a smettere di punto in bianco di rovinarsi la vita con delle paranoie. Se uno ha preso la brutta abitudine di rovinarsi metodicamente la vita è difficile cambiare. Si va a botte di culo, a volte. E tutto questo mi ha lasciato ancora più stanco di qualche mese fa, e non so se adesso ho le forze di riprovarci ancora, anche se è stato bello. In fondo è stata una bella favoletta. Ma la cancrena è difficile da curare. E non è dicendosi cattiverie che se ne esce. Non ne voglio più dire, di cattiverie. Nadia è passata poco fa a casa. E’ ritornata nel suo appartamento in questi gironi. Quando mi ha visto mi ha chiesto: “Allora, ti sei divertito dalla sorellina? Ti ha trattato bene?” Io le ho risposto solo che non ero andato per divertirmi. Ma non mi sembra di averlo detto arrabbiato. Volevo provare a parlare di nuovo come due persone adulte. Solo che lei mi ha risposto: “Già, certo, per farti consolare da tenere braccia.” Come fai a riparlare con una che si è richiusa nella fortezza? Non so che dire. Mi sembrava di essere un po’ migliorato in questi mesi, ma ancora non riesco a comportarmi diversamente. E’ già strano che non l’abbia mandata ancora al diavolo: fosse stato qualche tempo fa, non tanto, l’avrei rimandata ancora affanculo e buonanotte al secchio. Non l’ho fatto e mi sembra già tanto, anche se dovrebbe essere normale non farlo. Ma non so se lo capisce e non saprei come spiegarglielo. Meglio di così ancora non so fare. E anche lei, magari ha anche cercato di trattenersi dal rovinarsi la vita ma non gli è riuscito tanto bene come non è riuscito tanto bene neanche a me. Un ultimo tentativo, poi non credo di avere più le forze per fare queste cose da ragazzini.

 

 

LETTERA DI NICOLA A NADIA

Vorrei provare a parlare in maniera civile. Mi voglio impegnare a farlo. Per questo ti scrivo. Gli insulti, le urla e le cose non dette per troppo tempo confondono le idee. Credo che i problemi siano questi, in ordine di importanza:

1- Mia sorella. Non ce l’ha con te. Avere dei dubbi è naturale ed esprimerli è consentito. Lei se ne è soltanto accorta prima di me. E ti posso assicurare che non riguardano te, e che non sei tu come persona ad essere messa in discussione. Se ti senti così, parlane con lei direttamente, perché a me andate benissimo tutte e due come persone.

2- La fiducia, visto che non sei incinta. Prima che scoppiasse tutta questa storia io ce l’avevo e pensavo che ce l’avessi pure tu. Non conta il numero di giorni che siamo stati assieme. Quando ho deciso di stare con te, quando ti ho detto di andare a vivere insieme, ho deciso anche di fidarmi di te dal primo momento, e non con un crescendo, un tot in più al giorno. Davo per scontato che fosse così anche per te anche se evidentemente non lo era. Per questo ho vissuto tranquillo senza sospettare nulla che tutte le tue battute e allusioni educate nascondessero sempre più rabbia. Pensavo che ti fidassi di me come mi fidavo io di te e che quindi mi avresti parlato dei problemi subito. Mi dispiace che hai macerato fino a scoppiare. Non l’avrei voluto.

3- Il cambiamento. Mi pare chiaro che in questi mesi nessuno dei due ha ancora imparato a comportarsi diversamente. Ti posso solo dire che ci ho provato e forse in qualcosa sono riuscito, anche se non si vede. Per questo ti dico: se vuoi tornare a parlare evitami per favore l’ironia, le allusioni incazzate, il dire una cosa sperando che ne capisca un’altra, le seghe mentali, le romanticherie strappacuore da telefilm americano. Se non credi di riuscirci allora ti consiglio di rinunciare: non ce la farei a sopportarlo. Mi conosci: mi sento ancora vecchio e patetico come ti ho detto qualche tempo fa e non so se riesco a sopportare il chiasso.

Nicola

 

Alla notte.

Sono appena tornato da una pizzata con i colleghi. Me ne ero dimenticato. Me ne sono ricordato solo perché mi ha chiamato Andrea per chiedermi se ci andavo, perché loro due avevano un po’ voglia di uscire e erano contenti se c’ero pure io. Gli ho detto di sì e sono andato. Ho visto Manuela che un paio di volte sembrava pure rilassata. Passerà. In fondo passa tutto. Se uno ripensa a un dolore di cinque anni fa magari gli pare niente in confronto al dolore che c’ha adesso. A me succede così. In un modo e nell’altro passa. Se sei giovane e fortunato (New power America generation), magari puoi pure essere orgoglioso che sia passato, e di aver superato tutto, e puoi anche bullartene con gli amici. Se sei sfortunato ti rimane un ricordo che fa più male del dolore reale. Dipende, ma passa. Se non passa ci muori. E in fondo non fa molta differenza morire di crepacuore o investiti da una macchina appena esci di casa. Passa anche la morte e magari uno fa pure appena in tempo ad accorgersene. E se la morte non è la tua, e soffri ancora di più, tra cinque anni avrai comunque altro da pensare. Ma se poi ti capita che quello che stai passando ti lascia un’invalidità permanente, oppure ti è toccata in sorte una malattia cronica come la solitudine, che va ad alti e bassi, e non ti lascia respirare, che quando stai bene non ci pensi, magari, ma quando stai male pensi che è la volta buona che ti toglie il fiato del tutto, allora tanto vale conviverci e farsene una ragione. Le invalidità e le malattie croniche sono solo più lunghe, ma, in fondo, passano pure quelle. Perché rovinarcisi tutto il resto della vita? Sia lode a non so cosa e facciamo finta di non pensarci più.

Chiudo questo diario. In fondo, che cosa ci potrei scrivere ancora? Non so perché l’ho iniziato, è andata bene così, comunque. Ciao.

 

 

Lettera di Nadia a Nicola.

19 gennaio, sera. A casa sua, mentre lui è a cena fuori.

 

Non so come mi verrà questa lettera, se riuscirò a trovare parole adatte per dare forma a quello che provo, per farlo sentire a te. Non lo so, e a rendermi capace non serve a niente essere una maestra.

Ero venuta qui, a casa, per parlare con te. Ma tu non c’eri, e allora volevo aspettarti, e mi ero seduta in cucina, sotto la luce al neon. Poi ho avuto paura che le parole che ti avrei detto e che mi avresti detto potessero allontanarci, invece che farci spiegare. E ancora di più ho avuto paura che il dolore che mi hanno scavato dentro questi giorni lontano da te mi spingesse a cercare il tuo abbraccio, e che tu mi accogliessi, e che finissimo a far l’amore senza dire niente, fingendo di credere che avevamo risolto tutto. E sì, sarebbe stato bellissimo, perché mi manchi terribilmente, ma forse non sarebbe bastato.

Allora ti scrivo, spero di non sbagliare anche stavolta, perché non saprei proprio cosa fare, dopo. Il mio bonus di errori è finito, e non riesco a immaginare nient’altro, dopo di te.

Quello che provo adesso non l’ho mai provato. E’ per questo che è così difficile: perché ho passato la vita a farmi una corazza contro le delusioni, e invece con te, fin dal primo giorno, sono stata completamente indifesa. Sperare mi ha fatto talmente male, negli anni che ho vissuto prima d’incontrarti, da rendermi incapace di credere a qualsiasi felicità potesse capitarmi. Non era sfiducia verso di te, io quella l’ho sempre avuta, fin dall’inizio. Anche quando non sapevo perché. Era sfiducia nella vita, e non so se questo sia meglio o peggio, so solo che si era radicata a tal punto, dentro di me, da divenire un riflesso involontario di cui non ero nemmeno consapevole. Io non facevo altro che cercarlo, quello che poi rifiutavo. A pensarci bene non ero tanto diversa da te, vivevo disperata anch’io. Solo non lo ammettevo.

Lo so che questo non fa di me una persona facile, ma è questo ciò che ero prima di trovare te, e negarlo non servirebbe a nulla.

E’ in questo modo che sono sopravvissuta, non ne ho trovati altri. Col rifiuto, con la fuga. E con la rabbia, a volte, e con l’odio. Non ne sono fiera, non è facile dirlo. Ma non sapevo cos’altro fare. Non è facile quando non conosci una realtà diversa, e io non la conoscevo, perché prima di te nessuna delle persone che ho amato mi ha amato. Non dico fosse colpa loro. Anzi, se c’è una colpa da trovare per questo, è più probabile che sia mia. Ma ho cercato tante volte di reagire, di aggiustare ciò che in me non andava, e ho sempre fallito. Ora penso che l’unica cosa che posso fare è accettare quello che sono, perché forse era proprio questo il problema, che non mi accettavo io.

 

Ma con te non è stata la stessa cosa, perché tu mi hai voluto così com’ero, e io l’ho sempre saputo.

Mi hai scritto nella tua lettera che hai provato a comportarti diversamente. Anch’io ho provato. Anche a me pare di esserci riuscita, almeno un po’. Anche se non si vede, come per te.

Ma il punto è che nemmeno io ti vorrei diverso, che mi stai bene così. E quello che vorrei che cambiasse, nel nostro rapporto, non sei tu, e non sono nemmeno io, ma solo la convinzione profonda che per noi non ci sia altro che la solitudine.

Forse è vero che ci sono persone destinate a star sole, e forse anche che noi due siamo tra queste. E certamente è vero che non basta mettere insieme due solitudini simili per fare un’unione felice. Non è così semplice, essere soli è un veleno.

Forse è vero tutto questo: in fondo dentro di me l’ho sempre temuto. Ma adesso non posso crederci, non posso più. Non posso perché adesso ci sei, e perché ti amo.

Ci crederò solo se tu mi chiederai di farlo. Allora sì, ci crederò per sempre.

 

 

Tu sei stato l’unica cosa importante. Non dimenticherò la prima volta che mi hai detto che mi amavi. Ma soprattutto non dimenticherò la prima volta che te l’ho detto io. Senza aver paura di cosa avresti pensato, mentre mi abbracciavi, e così senza riserve, senza dover soffocare col silenzio ciò che provavo, e ucciderlo piano, giorno per giorno, perché non disturbasse nessuno e  morisse poco a poco senza far morire anche me.

Non lo avevo mai fatto, ed è stata la prima volta nella mia vita che sono stata felice.

Poi un giorno sei venuto a cercarmi, nella mia casa, e mi hai risposto con le stesse parole.

E’ così che è iniziata davvero, quando mi hai chiesto di crederti e non cacciarti via. Dicesti che ero la sorella della tua anima e l’amante del tuo cuore.

Io ti ho creduto, e adesso non posso più cacciarti dalla mia anima e dal mio cuore, qualunque cosa faccia.

 

Ci siamo detti cose orribili, litigando come due pazzi incoscienti. Tu me ne hai dette e io ne ho dette a te. Ma non basta ancora, io ho pensato delle cose orribili. Divento cattiva quando soffro, e col tempo ho imparato a reagire aggredendo. Non bisognerebbe mai superare un certo limite, lo so, ma certi limiti probabilmente io li ho superati anni fa. Forse anche tu lo hai fatto. Sto cercando di chiedermi in maniera obiettiva se sia possibile tornare indietro.

E non lo so davvero, se è possibile. So solo che avanti non ci saprei proprio andare.

 

Vorrei parlarti di quella sera che abbiamo litigato, spiegarti per filo e per segno le mie ragioni. Ripercorrere esattamente tutti i momenti, e chiarirli. Ma sento che non servirebbe, e non avrebbe senso stabilire chi aveva torto, tra noi, e chi ragione. Ti dirò solo che ho sofferto moltissimo quando sei uscito e sono rimasta sola. È stato come se all’improvviso il tempo fosse tornato indietro a prima, quando ero sola ogni giorno, e convivevo con la paura. Quella paura che stavo dimenticando, da quando c’eri tu. Che cercavo con tanta fatica di dimenticare. Il tuo andartene mi ha spianato intorno un deserto, all’improvviso.

E ti dirò che la sola idea che un’altra donna ti portasse via mi ha fatto impazzire di dolore. Anche se era un’idea remota, e con la ragione lo vedevo bene. È bastata a farmi cadere nello sconforto, e ti ho odiato. Probabilmente non lo capirai, non te ne faccio certo una colpa. Lo so che è strano. Ma ho passato la vita a confrontarmi con altre donne che mi erano preferite, che avevano qualcosa più di me, con le quali sarebbe stato più desiderabile e bello stare insieme. Anche quando ho incontrato te, all’inizio. C’ero così abituata che quasi facevo buon viso a cattivo gioco, per tempo, per non illudermi troppo.

Ma non ho più potuto accettare quel sentimento, dopo aver avuto te. Anche se forse questa era l’unica volta che non avevo motivo di provarlo.

Forse questo ti farà pensare che non sono la donna giusta. Ma io non so proprio cosa farci, purtroppo. Non avrebbe senso assicurarti che sono cambiata. Forse potrei dirti solo che stavo cercando di guarire. E che forse ce l’avrei fatta, con accanto te.

Purtroppo abbiamo ceduto in due. Tu te ne sei andato e io sono tornata indietro nel tempo. Quando sei partito ho pensato di te le cose peggiori del mondo. Non lo so se questo è un peccato che si può espiare. Certi limiti non bisognerebbe mai superarli, se ci si ama. Ma a volte le ferite tradiscono, e li si supera eccome. Per capirsi, e trovare veramente il modo di stare insieme bisogna trovare il coraggio di non fuggire. È l’unica strada: se adesso tu la rifiuti e io non faccio niente per impedirlo avremo perduto l’ultima occasione che ci è rimasta. L’ultima per me, per lo meno, perché le forze che avevo le ho finite da tanto e ora non ne ho più, e non ne avrò per superare questo. Come fai tu, mi dici come fai a rimanere in piedi?

 

Te l’ho detto non tanto tempo fa che un bambino l’avrei voluto. E se lo volevo era perché non avevo dubbi su noi. Ma credo tu possa comprendere il fatto che mi sentivo smarrita. Tutto ciò che facevo in quei giorni per cercare di capire cosa pensavi di questo ti allontanava di più. Eri vago quando ti chiedevo, e a disagio, e… sì… forse non l’avrò chiesto nel modo giusto… ma c’erano tante cose che non sapevo.

È vero, ed è bellissimo che tu l’abbia detto, che non conta il numero dei giorni che siamo stati insieme. Non contava, infatti, nemmeno per me. Non ha mai contato, perché l’ho capito fin dal primo giorno, chi eri. Non dire che non ho fiducia, perché non è vero. Ma c’erano tante cose che non sapevo.

Non sapevo di Manuela. Non l’ho saputo finché non mi ha telefonato lei. Solo allora ho capito perché le mie domande e i miei discorsi ti mettessero tanto in difficoltà. Non sto dicendo che dovevi dirmelo: comprendo e approvo il tuo riserbo. Ma anche tu cerca di comprendere, ti prego, la mia confusione.

E non volevo entrare in conflitto con Diana, volevo solo che ci fosse posto anche per me, nella tua vita. Volevo questo, soltanto questo. Tutto il resto non conta veramente, anche quello che non doveva succedere ma è successo, e ormai non è possibile rifare.

 

Non lo so se adesso possiamo ricominciare. No, ricominciare non è il verbo giusto. Non so se possiamo continuare. Io lo vorrei, ma devi volerlo anche tu.

 

Ma a questo punto sto parlando troppo, e ogni parola mi sembra più inutile, più vuota.

La verità è che io non posso cancellare alle radici quello che sono, anche se ti amo. Forse non sarebbe nemmeno giusto. Posso solo cercare di scacciar via, poco a poco, tutto il dolore che ho accumulato prima di trovarti, in cui tu non hai avuto parte ma che adesso si riversa anche su te. Non posso prometterti che le mie paure non spunteranno più, che da ora in poi capirò ogni cosa. Non posso prometterti che la vita insieme sarà sempre facile, e felice. Non posso prometterti nemmeno che sarà sempre, anche se con tutto il cuore lo vorrei.

Ma non mi aspetto neanche che me le faccia tu, queste promesse. E non ti chiedo di cambiare. Solo di non rinunciare a volermi bene, se me ne vuoi.

Io non so se noi potremmo essere come Manuela e Andrea. Forse no. Loro ce la fanno, nonostante tutto, loro sono insieme, e non c’è niente che li divida.

Noi non lo so. Forse anche noi possiamo, ma riesco solo a sperarlo. E’ l’ultima cosa che ho il coraggio di sperare.

 

Ho scritto un diario, in questi mesi, dal giorno che ti ho conosciuto. Ci ho annotato tutto quello che ho provato, quello che è successo. L’ho scritto fino a pochi giorni fa, solo per me stessa. Non so nemmeno perché.

Te lo lascio, perché tu lo legga. A prescindere da cosa avverrà. Forse non dovrei, perché le cose che ho scritto non sono solo cose belle da sapere, di me, che mi dipingeranno bene ai tuoi occhi. Ci sono parti che ti sembreranno strane, e altre che detesterai. E ci sono parole piene di rabbia e odio, in cui forse non mi riconoscerai nemmeno.

Te lo lascio lo stesso. Te lo metto sul cuscino, insieme a questa lettera, perché tu possa trovarlo quando torni stasera. Perché anche quelle cose tristi hanno fatto parte di me. E perché in mezzo a quella paura e a quella tristezza c’è anche la storia del mio amore, e, se deve finire, voglio almeno che tu la conosca, e la comprenda per come è stata. Lo affido a te, perché ne faccia quello che vuoi. Io non potrei più guardarlo, comunque, se ti perdessi.

È possibile che ti addolori, trovarmi tra queste pagine, o ti faccia pensare che non valeva la pena. Non le leggere nemmeno, se non te la senti.

Ma non importa, te le lascio lo stesso.

 

Nadia

 

 

 

E-MAIL DI MANUELA A DIANA giovedì 22 maggio 2003

 

 

----- Original Message -----

From: "Manuela" <MANUELA>

To: "Diana" <DIANA>

Sent: Thursday, May 22, 2003 9:43 PM

Subject: Ciao piccolina!

 

 

Ciao piccolina! Non ti arrabbi, vero, se ti chiamo ancora piccolina! Scusami, se non mi sono più fatta sentire spontaneamente e se rispondevo a monosillabi alle tue chiamate e alle tue lettere. Ho avuto bisogno di starmene un po’ in disparte, e, adesso che ci rivedremo, finalmente, potrai vedere da sola quello che è successo. E, già che ci sono, volevo davvero ringraziarti per la tua discrezione, per non avermi mai chiesto niente che non mi sentissi di dirti. Sono stati brutti momenti, davvero brutti, ma adesso va un po’ meglio e posso dire che il peggio è passato. Per questo ho voglia di rivederti e sono contenta che verrai a trovare il tuo fratellone. L’altra sera è passato appunto a trovarci quel disgraziato di Nicola, che anche lui è stato ben incasinato in questi mesi, ma sembra che tenga ancora botta alla grande. Tra l’altro si è finalmente tagliato quella barbaccia da contadino che lo rendeva inavvicinabile. Poi l’avrai visto. Ma dimmi sinceramente: ti piaceva conciato com’è stato nell’ultimo periodo? A me per niente. Adesso è tornato quel gran bell’uomo che è stato sempre. Deo gratias. Comunque ti dicevo, abbiamo passato un brutto periodo io e Andrea. E penso che chi ci ha rimesso di più è stato quel sant’uomo di mio marito che, oltre ai problemi suoi, si è trovato a dover spalleggiare oltre alla moglie disgraziata anche l’amico in crisi sentimentale. Ma ne abbiamo passate di peggio e ormai, da bravi militari, siamo rotti a tutte le esperienze. Piuttosto, invece che parlare di cose serie, perché non facciamo un po’ di pettegolezzi? Come è andata con Nadia che non l’ho mica capito? Diciamocelo, ho avuto altro da fare. Non che me ne freghi qualcosa in particolare, si fa per parlare, comunque se devo vederlo orso e incazzato come quest’inverno meglio così. Bene, ti lascio, perché tanto avremo modo di parlare con calma. Ti aspetto in mansarda appena puoi.

Un bacio!

 

Manuela

 

 

11 giugno 2003, mercoledì.

Sono molti mesi che non apro questo diario. Eppure, sì, sapevo dove lo teneva. Ma ho preferito lasciarlo lì, nel primo cassetto del comodino, senza chiedergli neppure se lo avesse letto. Forse lo ha fatto, almeno a giudicare da certe pagine sgualcite che trovo qua e là, perché quei segni non li ho lasciati io.

Non avevo più niente da scrivere. O, per lo meno, non ne sono stata capace fino ad ora. Mi sembrava anche abbastanza inutile, e per tanto tempo mi ha dato la nausea la sola idea di prendere in mano una penna. E forse, sì, pensavo anche che fosse più importante viverle, le cose che succedevano, che scriverle su dei fogli, e cercare di capirle lì.

Viverle con molta attenzione. Ce ne vuole tanta, tra noi.

Non lo so se ne siamo fuori del tutto, ma credo di sì. È stato difficile, e lungo. Sinceramente non credevo di farcela. Mi dicevo sempre che non ce l’avremmo fatta, quando mi fermavo a pensarci da sola. Ne ho avuto tanto, di tempo, da passare così.

Non mi sento nemmeno particolarmente fiera, e forte, per aver combattuto questa battaglia. In un certo senso non avevo scelta, perché rinunciare a lui era un’ipotesi che non si poneva nemmeno. E poi, alla fine, l’abbiamo combattuta insieme, perché mi ha sempre lasciato la porta aperta. Sempre, anche nei momenti più disperati.

Tra poco torna, e domani ha la giornata libera. Abbiamo detto che stasera andiamo fuori da qualche parte. È la prima volta, da quando vivo di nuovo qui, che a tutti e due ci prende la fantasia di una cosa del genere. Chissà perché, quando se n’è uscito con questa proposta, ieri a cena, mi ha fatto venire in mente la prima volta che mi ha invitato a prendere un aperitivo al bar del supermercato. Forse perché sorrideva allo stesso modo.

Certo, se penso a tutto quello che è successo da quel giorno, mi sento una specie di peso qui, in mezzo al petto, e anche la voglia di non pensarci tanto, se devo dire la verità.

Ma è stato bello quando mi ha chiesto di tornare a casa sua.

 

Per lo meno ci saranno anche ricordi come questo, insieme a quelli delle notti passate a parlare fino alle tre, con la voce bassa e le braccia chiuse sulla pancia. Insieme a quelli del telefono che suona a vuoto, delle giornate trascorse da sola una dopo l’altra. Della sua lontananza, e della mia da lui. Anche di quella notte, che ha fatto l’amore con me come se fossi una donna qualsiasi, e del sentire che stava più male di me mentre lo faceva. O del mattino che mi sono chiusa a chiave nel bagno a vomitare, anche se ero sola dentro casa mia.

Non mi posso scordare niente, di tutto questo. Ma non importa, e in fondo nemmeno voglio. È bene che me lo ricordi, in qualche angolo remoto della memoria. Non mi sento né coraggiosa né brava. Semplicemente ero arrivata a un punto da cui non potevo più tornare indietro. L’ho capito mentre c’ero dentro, e ho realizzato che lo stavo perdendo.

 

Sono tornata da lui tante volte, da allora. Non mi ha mai cacciato, ma era come se non riuscisse più a vedermi. Non avevo mai capito davvero cosa intendesse con quella cosa che ripeteva spesso, che voleva tenermi lontana dal male che poteva farmi, che non era un bell’affare legarsi a un tipo come lui. Non l’ho capito finché non sono andata a casa sua, una notte, e ho guardato i suoi occhi prima che potesse nasconderlo. Forse nemmeno gli importava nasconderlo.

Ma ricordo di avere anche pensato, quella notte, che era assurdo che credesse questo di sé.

Non lo so se esiste davvero, da qualche parte di noi, quella terra di nessuno incastrata come un miraggio tra la noia e il dolore. So solo che l’ho cercata come se esistesse. In modo ostinato, e cieco, consapevole all’improvviso di quanto necessaria ci fosse la virtù che avevamo fatto a pezzi. Minutissimi, impercettibili pezzi, ma ognuno integro e prezioso. E di quanta gioia poteva darci, se fossimo stati capaci di farlo, cercarne cocciutamente i frammenti perduti.

 

Ci siamo conosciuti a settembre, e nel giro di tre mesi volevamo già sposarci. È stato bello, intenso, diverso da tutto quello che ci era capitato prima. Ma non eravamo in grado di farlo. Io non ero in grado, per lo meno.

Fra tre mesi sarà un anno che ci siamo incontrati, e adesso mi sembra, quando siamo a tavola e parliamo, che sia da una vita che stiamo insieme. Per certe cose mi sento come se fossi sua moglie da vent’anni. O come se lo conoscessi da quand’era piccolo, come se lo avessi sempre immaginato così, da piccola.

Ho imparato a stare con lui. Davvero, stavolta. E anche lui ha capito tante cose di me.

 

Chissà, forse tra poco potremo anche scherzarci, su questo periodo appena passato. Io credo di sì: confido molto nella sua capacità di sdrammatizzare. Con una battuta, magari, che ci faccia ridere. Ne fa spesso, di battute così, quando non me l’aspetto. Se è per questo mi ha fatto ridere perfino il giorno che ci siamo lasciati, e poi per un mese siamo rimasti lontani. Che ancora adesso, dopo quell’esperienza, non riesco a immaginare una cosa più atroce che stare senza di lui per un mese.

 

Giorni fa ha tirato fuori un vecchio scatolone con dentro dei libri che gli sono stati regalati nel corso di parecchi anni. Ne ha preso uno e si è messo a leggerlo, ha detto che era arrivato il momento giusto. Per un attimo mi è venuto l’impulso di chiedergli se voleva che glielo leggessi io, come i primi tempi che ci frequentavamo: ma poi, non so cosa mi è preso, non mi è sembrato giusto. Sono stata zitta, mi sono accoccolata vicino a lui sul divano e gli ho messo la testa sulle ginocchia. Mi ha fatto una carezza sui capelli, tenendo il libro con l’altra mano, e ha continuato a leggere. Siamo stati così parecchio, mi sa che mi sono anche addormentata, a un certo punto.

 

I nostri giorni, adesso, scorrono poco a poco, a piccole gocce di gioia ritrovata e custodita con cura. Sappiamo che non bisogna sprecarne nemmeno un po’. All’inizio stavamo anche troppo attenti a non fare qualcosa che potesse essere sbagliato, ma adesso per fortuna siamo più rilassati, e non ne abbiamo bisogno più.

 

Mi piacerebbe che andassimo in vacanza al mare, quest’anno, quindici giorni in campeggio con la moto. E forse lo faremo, perché, anche se era un po’ stupito dalla mia proposta, gli è passato uno sguardo vivace negli occhi davanti alla prospettiva di tirare fuori dal garage il vecchio Ktm 600 con cui andava a girare qualche anno fa. Quando, come dice adesso, era giovane e scapestrato. L’ho sentito anche telefonare al meccanico, l’altra sera.

A me piacerebbe, non ho mai fatto una vacanza con la moto. E lui ce lo vedo proprio a montare in dieci minuti una tenda igloo. Oddio, magari gli va un po’ stretta… ma così c’è un motivo in più per dormirgli incollata addosso. Non dice niente, la sera, quando mi infilo sotto il suo braccio e strofino il viso contro di lui. Mi tiene così. Ma si è abituato, e se non lo faccio mi tira dalla sua parte per primo, ormai.

 

Mi piace osservarlo mentre fa le cose, anche le più normali. Oggi sono stata a guardarlo mentre si radeva, che era quasi un po’ in imbarazzo, me ne sono accorta. Ma non ha detto niente, e mi ha lasciato fare. È stata una cosa intima. Poi gli ho annusato la guancia che sapeva di dopobarba e gli ho quasi dato un morso, che si è messo a ridere mentre usciva, subito, se no al lavoro faceva tardi.

 

Poi mi sono vestita e sono andata a scuola anch’io. Sono gli ultimi giorni, questi, e c’è un’aria di smantellamento dappertutto, nei corridoi larghi delle elementari con gli attaccapanni messi a un metro da terra e le tende che rientrano dai finestroni per il vento caldo.

 

Ma quest’anno non mi fa nessuna malinconia.

 

 

 

22 agosto 2003, venerdì.

Mi è sempre piaciuto osservare la scia spumosa che il traghetto disegna sull’acqua dal colore blu scuro, fendendola in un solco preciso con mille striature bianche e celesti. È effervescente come una gazosa appena stappata. Da bambina metà viaggio lo facevo così, col mento sopra la ringhiera di poppa, a guardare il mare che restava indietro.

Forse per questo mi ci sono messa anche oggi, seduta su una sedia del ponte in un punto riparato dal vento, col diario sulle gambe incrociate e i capelli che si spettinano sul viso. Lui l’ha visto che me lo sono portato, anche se nel borsone della moto bisognava mettere l’essenziale per due, perché lo spazio è poco. Ma non ha detto niente.

È l’ultima volta che scrivo, sento che è così. Poi lo metterò via, questo giornale delle mie paturnie da cresciuta, in qualche angolo nascosto di casa. Magari in cima all’armadio, insieme a quell’altro quadernetto con le righe di terza che ho trovato un po’ di tempo fa, con l'uomo ragno in copertina ma pieno di lui e della sua scrittura. Pieno dei suoi pensieri, forse; e chissà, anche un po' pieno di noi. Mi piace l’idea che stiano insieme, dove nessuno ci arrivi.

 

Adesso lui sta dentro, l’ho lasciato che era tutto preso da un videogioco. Sono stata un bel po’ a guardarlo e a fare il tifo, era divertente: poi gli ho detto che andavo fuori, in coperta. Mi è sembrato un pochino dispiaciuto, veramente, ma ha detto che mi raggiunge presto.

È buffo, le cose importanti, da quando sto con lui, sono successe tutte all’aperto. Forse è per questo che ho pensato al campeggio, per questa estate. Anche quando stai dentro la tenda, di notte, senti il muoversi dei rami, e gli aghi di pino che cadono sulla tua testa, e il rumore sommesso delle onde sulla spiaggia. È stata una vacanza bellissima.

 

Non so dire cosa mi sia piaciuto di più, se fare tutta quella strada abbracciata a lui, in silenzio, e scoprire che il casco e il suono del motore non toglievano niente a quell’intimità, perché l’unico modo che avevamo per parlare era toccarci, e tenendolo stretto mi è sembrato di dirgli un sacco di cose, e che lui abbia sentito; oppure il fresco dell’aria che passava dalla zanzariera, e il telo della tenda aperto a metà e rimboccato indietro, e la sensazione di essere sotto il cielo mentre ci baciavamo in silenzio, lì dentro, nella notte rischiarata da fuori dalle luci distanti del bar. Oppure il giorno, l’ombrellone arrampicato sugli scogli più impervi, le posizioni improbabili escogitate per non farlo volare via, e le proteste per il costume bagnato sulla pelle che scottava, quando usciva dall’acqua e interrompeva il mio poltrire al sole abbracciandomi, e poi di solito mi costringeva al bagno con la forza, portandomi dentro di peso mentre ridevo e urlavo per il freddo. Oppure, forse, la pasta pomodoro e basilico cucinata sul fornelletto a gas, i piatti di carta e le forchette che si spezzavano. La sbornia solenne a base di vino tipico che ci siamo presi una sera, in riva al mare.

Tutte le cazzate scritte sulle cartoline per gli amici, e le approfondite ricostruzioni topografiche per ricordare gli indirizzi. Il topless che ho osato in quella spiaggetta deserta, che al massimo mi avranno visto i gabbiani, e come sorrideva della mia timidezza mentre mi faceva prendere uno spavento, fingendo che arrivasse qualcuno. Quella sera a cena, che era il mio compleanno, e mi ha comprato un vestito con una minigonna incredibile e poi mi ha portato con la moto in un ristorante di pesce che si era fatto dire dal padrone del campeggio. Il fazzoletto rosso che gli ha sventolato al collo per tutta la vacanza, che non gli avevo mai visto ma che sembrava così suo, da sempre.

Come mi ha preso la mano, la sera prima di partire, seduti su quello scoglio davanti al mare a interrogarci sulle fasi lunari e sulle maree. Con la tristezza perché era finita la vacanza, e la gioia di sapere che tornavamo insieme, a casa nostra.

“Sai, io credo che dovremmo farlo”.

“Che cosa?”

“Be’, lo sai…”

“…”

 “Lo abbiamo detto da tanto tempo. In fondo siamo abbastanza vecchi per azzardare, tu che dici?”

 

È da quella sera, ormai è un giorno intero, che ho una specie di languore qui, nella pancia. È come un solletico. Avevo quasi paura a rispondere, dopo che l’ha detto. Non lo so, forse l’emozione, forse qualche ricordo passato poco piacevole che si è affacciato per un attimo alla mente. Forse il fatto che volevo trovare le parole giuste.

Non lo so se le ho trovate, e nemmeno quanto ci vorrà davvero. E non so se ci siamo fatti prendere dal tempo dolcissimo di questo viaggio insieme. Forse al ritorno alla vita normale, dove ci sono gli altri, il lavoro, i giorni che si susseguono fino all’inverno, ci sentiremo un po’ meno euforici di adesso.

Ma io credo che lo faremo lo stesso. Credo proprio di sì.

Ringraziamenti:

 

Grazie a Sergio Cammariere che, durante le feste di Natale del 2002 (prima di San Remo! ^_^), ha gentilmente e “spontaneamente” fornito il testo base della lettera di Nicola a Nadia dell’8 dicembre sera. ^_^;;;;

Grazie tante a Sara, che si è già meritata un giusto e doveroso tributo nel testo, visto che è stato il suo acume in certe faccende a farci superare un blocco di scrittura di alcuni mesi.

Grazie infinite a Laura, che ha assistito ai nostri restroscena con stoica pazienza.

Grazie, infine, a tutti coloro che hanno letto questa storia e magari ci hanno trovato anche qualcosa di buono! Ciao!

 

Elisa

 

 

Ci sono diversi esseri umani e sovrumani che dovrei ringraziare al termine di questo percorso, la maggior parte ignari dei meriti che hanno ma non per questo meno meritevoli di riconoscenza. Mi concedo il lusso di ringraziarne qui solo uno, anzi… una. Grazie alla mia “socia”, per aver avuto l’idea di “Agenzia” e per avermi convinto all’inizio, quando ero perplessa, per avermi coinvolto e poi travolto con il diario di Nicola, per il quadernetto dell’Uomo ragno con le righe di terza e per molte altre cose reciprocamente scambiateci che abbiamo di comune accordo deciso di non elencare per non narcotizzare i lettori, per avermi spremuto come un limone facendomi tirar fuori cose che non sapevo di saper scrivere, per avermi quasi fatto entrare in analisi insieme a quella poveraccia di Nadia, e, insomma, per aver condiviso con me l’esperienza di scrittura più emozionante, divertente, intensa della mia carriera di autrice. Ciao a tutti.

 

Alessandra

 

Fine

mail to: imperia4@virgilio.it & brumilde@libero.it

 

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