Chiudi finestra
© copyright 2002, tutti i diritti riservati


Impiegato o professionista? Il docente e la complessità
della società contemporanea*

Prof. Alberto Giovanni Biuso
Università di Catania - Direttore Centro Studi dell’AND

Premessa

Vorrei anzitutto chiarire il significato del titolo della mia relazione:

«complessità della società contemporanea» è un’espressione che può avere molti significati: filosofici, sociali, tecnologici. Qui la riferirò solo alla dimensione pedagogica, al fatto educativo.

1. Complessità e insegnamento

In questo senso, complessità vuol dire che il modo in cui si producono, si diffondono, si apprendono le informazioni e le conoscenze nella nostra società, richiede da parte di chi insegna la piena consapevolezza di almeno tre fattori:

a) Quantità delle conoscenze/informazioni

b) Interazione fra le conoscenze/informazioni (niente compartimenti stagni)

c) Veloce obsolescenza delle conoscenze/informazioni.

Tutto questo comporta la necessità di una nuova identità del docente, il quale per rimanere all’altezza della complessità deve:

a) dedicare tempo e attenzione a un aggiornamento costante di ciò che sa e che insegna

b) ampliare le informazioni al di là del proprio specifico ambito di insegnamento

c) saper vagliare ciò che merita di essere insegnato rispetto al superfluo, all’effimero, al semplicemente informativo.

Complessità implica infatti anche l’impossibilità di inseguire altre agenzie informative (televisione, stampa, soprattutto Internet) sul terreno dell’attualità, del cronachistico, del quotidiano per favorire invece:

a) la rielaborazione critica delle informazioni

b) il confronto costante e aperto fra le diverse posizioni degli allievi

c) l’apprendimento di un metodo di lavoro, di conoscenza, di ricerca piuttosto che il sommarsi puramente quantitativo dei contenuti.

2. Professionalità vs impiego

È evidente che tutto questo non può essere messo in atto da chi intende e vive l’insegnamento come un impiego, una routine, un mestiere acquisito una volta per tutte e comporta invece la costruzione –personale e insieme collettiva- di una specifica professionalità docente che vede nel sapere il cuore della nostra attività.

È qui che si giocano anche la questione retributiva e il riconoscimento sociale.

Se riduciamo il nostro lavoro a un impiego come un altro, è inevitabile che scattino i confronti con altri impieghi in termini non di qualità professionale ma di quantità oraria.

Finché i docenti saranno rappresentati da sindacati generalisti o di categoria, non potranno chiedere nulla di più di una manciata di Euro a ogni rinnovo del contratto. Solo il riconoscimento di una specifica ed esclusiva identità del docente potrà condurre a un sostanziale miglioramento della nostra condizione economica. Il primato della dimensione sindacale su quella professionale è stato è e sarà perdente; bisogna invertire direzione, costruire una identità professionale, insieme a una associazione unitaria e forte che la rappresenti. Le ricadute sindacali saranno, a quel punto ma solo a quel punto, una logica conseguenza.

3. Il ruolo dell’AND

In uno dei contributi redatti per noi e pubblicati sul sito e sul giornale, il Prof. Marino Badiale dell’Università di Torino ha scritto che: «lo svilimento del ruolo dei docenti è legato al generale svilimento della cultura. Ribadire l’importanza decisiva e centrale, per la nostra società, della scuola e dell’insegnamento, significa ribadire l’importanza e la centralità della cultura; significa cioè metter al centro e valorizzare il rapporto con la grande tradizione culturale dell’occidente».

A partire da questa convinzione, proviamo a porre alcune domande che riguardano la complessità del presente e il nostro ruolo in essa.

Perché la scuola? Quali le sue finalità? Cerchiamo di individuare le principali:

a) suscitare in chi la frequenta l’interesse verso il sapere;

b) educare alla libertà nella responsabilità;

c) trasmettere alle generazioni che si succedono nel tempo la consapevolezza del valore di ciò che il passato ha trasmesso al presente, la percezione della continuità culturale fra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà;

d) insegnare a ragionare in forma rigorosa, coerente e aperta;

e) far percepire la complessità e la difficoltà dell’esistenza;

f) valorizzare le diverse visioni del mondo ponendole fra di loro in dialogo;

g) far assimilare una serie di conoscenze solide e nello stesso tempo “gratuite”, vale a dire non direttamente spendibili sul mercato del lavoro ma capaci di far inserire chi le possiede in qualsiasi ambiente professionale;

h) porsi come alternativa all’informazione massificata, senza inseguire la contemporaneità (o, peggio, la cronaca) ma fornendo gli strumenti per decostruire qualunque informazione;

i) educare allo spirito critico e al dialogo costante fra le persone.

Si tratta di obiettivi che non possono essere conseguiti senza la partecipazione attiva di tutti i soggetti del processo educativo. Non esistono, per questo, scorciatoie. Pensare che una legge, un riordino dell’architettura di sistema, uno strumentario tecnico-linguistico nuovo possano trasformare davvero la scuola è un grave errore, un’illusione rovinosa. La scuola non sono le leggi o i cicli o i computer, la scuola vera è fatta di:

a) seria conoscenza delle discipline da parte di chi le insegna;

b) senso del dovere rispetto alla comunità sociale;

c) passione educativa.

Solo dove ci sono tutti e tre questi elementi può aprirsi quel dialogo fra PERSONE (e non utenti!) che crescono insieme, quel rapporto fra esseri umani vivi e curiosi in cui consiste l’insegnamento. Le leggi, le riforme (piccole e grandi), i cicli, l’organizzazione -tanto idolatrata in questi anni- hanno senso solo se funzionali al rapporto pedagogico, in caso contrario sono un alibi e rappresentano un danno.

E pertanto i processi culturali, tecnologici, economici in atto nel mondo impongono a tutti noi –come singoli e come Associazioni- un ripensamento profondo del fatto educativo e dell’essere scuola. Appaiono ormai evidenti tre grandi fattori che incidono sulla funzione e sul significato dell’insegnare:

a) la perdita di centralità della scuola rispetto ad altre agenzie educative;

b) il progressivo imporsi di una cultura mondiale uniforme;

c) l’incapacità delle organizzazioni sindacali tradizionali di comprendere le trasformazioni e di assumere quindi un ruolo propositivo.

È certo un momento difficile per la scuola ma è anche un’opportunità decisiva per le Associazioni professionali. Dal saper cogliere il nuovo senza distruggere l’antico dipenderà il nostro futuro e la capacità di incidere sul presente. Il problema scuola, infatti, coincide con la questione docente. Ogni altro aspetto può essere valorizzato o rimanere sterile in base a come la funzione docente si configura nel concreto del quotidiano fare scuola. La questione docente è a sua volta il problema della cultura del docente, della profondità del suo sapere disciplinare, della costanza con cui lo aggiorna, dello studio come elemento centrale della professione.

Il docente deve essere -pur nei limiti di ciascuna persona- in qualche modo un maestro e non un semplice facilitatore o trasmettitore di nozioni. La condizione prima per svolgere appieno questo difficile compito è la consapevolezza della centralità del sapere disciplinare rispetto alle metodologie didattiche, del che cosa sul come; dove accade il contrario si crea in realtà un grave vuoto epistemologico. Bisogna affidare la complessità della scuola non alle strutture o agli strumenti ma alle persone vive, libere, dialoganti fra di loro, per fare dell’insegnare e dell’apprendere un’espressione di saggezza educativa.

4. Finalità e obiettivi per costruire di fatto la professione docente

È sulla base di questa visione generale della scuola che l’Associazione Nazionale Docenti intende lavorare per il raggiungimento di alcune finalità generali e di alcuni obiettivi professionali concreti:

- Fare del docente il fulcro di ogni riforma e il vero responsabile dell’insegnamento, poiché avranno successo solo quelle innovazioni che viaggeranno sulle gambe di chi nelle scuole opera tutti i giorni.

- Liberare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico.

- Costruire un ordine professionale, nel quale i docenti che lo vogliano possano trovare sostegno e che nello stesso tempo garantisca sulla responsabilità dei risultati; un ordine che caratterizzi gli insegnanti in quanto professionisti che lavorano nel settore pubblico senza essere però impiegati della pubblica amministrazione.

- Porre al centro della scuola né lo studente né il docente ma quel rapporto educativo dal quale soltanto scaturisce l’apprendimento e, con esso, la crescita delle persone.

I più urgenti obiettivi concreti sui quali impegnarci ci sembrano i seguenti:

- confermare la laurea specialistica per chiunque intenda dedicarsi all’insegnamento;

- ristabilire un legame costitutivo fra la scuola e l’università, nella precisa direzione dell’arricchimento didattico che la scuola può offrire all’università e dell’aggiornamento disciplinare e culturale che quest’ultima può proporre alla scuola;

- migliorare le retribuzioni, che sono del tutto inadeguate ai compiti che ineriscono all’insegnamento;

- distinguere nella gestione della scuola la responsabilità amministrativo-contabile, da lasciare a presidi e direttori, da quella educativa, da affidare a una figura scelta dal Collegio docenti fra i colleghi che rispondano a determinate caratteristiche;

- fornire a ogni docente un proprio «spazio fisico» all’interno dell’edificio scolastico, spazio che consenta di sentire l’istituto come casa propria; i docenti, infatti, sono gli unici a non avere una stanza personalizzabile rispetto non solo ai dirigenti e al personale amministrativo ma anche ai bidelli;

- aumentare le dotazioni strumentali come computer, stampanti, fotocopiatrici, fornendole ai docenti in numero adeguato alle loro esigenze professionali, sempre più complesse e differenziate;

- istituire un’area di contrattazione autonoma per i docenti: si tratta di una richiesta professionale assai più che sindacale poiché rappresenta la condizione normativa e il presupposto logico per configurare l’attività docente come una professione intellettuale e non come un impiego.

5. Conclusione: il nostro destino nelle nostre mani

Forse il primo passo da compiere è di tipo interiore. Dobbiamo capire, cioè, che il nostro destino, il destino degli insegnanti è nelle nostre mani per la semplice ma decisiva ragione che la scuola è ciò che sono gli insegnanti.

Sta a noi, quindi e prima di tutto:

a) sentirci professionisti e non impiegati

b) affrontare l’esperienza quotidiana in classe come una sfida, una possibilità, una ricchezza e non solo come il peso che sempre il lavoro rappresenta

c) e, per far questo, gestire la nostra professione con autonomia didattica, organizzativa, culturale

E esattamente qui che mostra tutta la sua necessità di esistere e il suo senso una forte e unitaria Associazione Nazionale dei Docenti: difendendo le nostre retribuzioni, difendendo la nostra libertà di insegnamento, difendendo la nostra dimensione professionale non difendiamo solo noi stessi ma anche le nuove generazioni, la loro possibilità di crescere e di competere, la loro libertà da ogni indottrinamento, di stato o dei mezzi di comunicazione di massa. Difendiamo, insomma, quella stessa società che ci affida i suoi figli e sembra non preoccuparsi in che mani li metta: se in quelle di passivi e delusi impiegati della didattica o in quelle di liberi e motivati professionisti della pedagogia intesa come etica dell'educazione

Anche dal punto di vista giuridico, i docenti non hanno nessuna autorità sopra di loro. Direttori e presidi svolgono una funzione di coordinamento e di controllo amministrativo; per il resto la nostra è una professione apicale, il che vuol dire che il suo concreto, effettivo, svolgimento dipende da noi. Ogni effettiva autonomia comporta anche la responsabilità dei risultati. Solo quando accetteremo questa implicazione non saremo più degli impiegati qualsiasi del Ministero dell’istruzione ma diventeremo davvero i professionisti che già siamo: gli esperti dell’insegnamento, i gestori dell’apprendimento e soprattutto i maestri di vita. Essere maestri in questo significato antico e sempre nuovo: è tutta qui la nostra professione.

* Relazione all’Incontro Seminariale Professione docente: verso un nuovo stato giuridico? tenutosi a Cosenza il 25 febbraio 2003, presso la Sala Convegni dell’Assindustria