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Il
kantele, cordofono vicino alla famiglia delle cetre, viene anche definito
nel linguaggio corrente come ”arpa finlandese” o ”salterio
finlandese”, ma la sua catalogazione, secondo i musicologi, non è così
facile e netta. Se per un verso sono evidenti le analogie con i salterii, che prevedono corde tese parallelamente alla tavola armonica, e non perpendicolari come nell’arpa, d’altra parte di quest’ultima ha il sistema di sospensione delle corde, tese senza l’ausilio di ponticelli. La corda è agganciata da un lato ad un pirolo conico in legno, o ad un cavigliere metallico non dissimile da quello del pianoforte, e su questo lato viene accordata per mezzo di una chiave. L’altra estremità, fissa, è invece agganciata su se stessa, a cappio, su di una sottile barra metallica (detta ”varras”). Proprio questo tipo di montatura, senza la presenza di un ponte di alcun tipo ad interferire con la vibrazione della corda stessa, dà luogo a quel sottile ma penetrante e persistente timbro che è peculiare dello strumento, quasi un rintocco di campana, ancor più accentuato rispetto a quello prodotto dalle arpe medioevali. Le
corde dello strumento, originariamente di crine ritorto o più di rado di
tendine animale, acquistarono in brillantezza e potenza sonora quando
cominciarono ad essere realizzate in bronzo fosforoso. Oggi viene
normalmente utilizzato un sottile filo di acciaio armonico (generalmente
di sezione 0.35 – 0.40 mm., a seconda dell’accordatura che si desidera
adottare) ad alto grado di elasticità, benchè alcuni costruttori
mantengano l’uso di metalli differenti: oltre al bronzo, anche ottone e
rame. A volte, soprattutto negli Stati Uniti, si tende a fare anche uso di
corde già pronte, come quelle da pianoforte o da banjo. La caratteristica
delle corde è comunque di venire sempre montate con sezione uguale fra di
loro. Non è infatti il diametro della corda, né la sua tensione, a
variare l’altezza della nota prodotta, bensì la sua lunghezza. Di
norma, la corda in acciaio può variare la tensione entro una gamma sonora
di circa una quinta. Il punto di miglior risonanza è un tono-un tono e
mezzo al di sotto del punto in cui essa è esposta a rischio di rottura,
ed è consuetudine accordare lo strumento il più alto possibile per
l’esecuzione di brani strumentali, mentre se deve accompagnare il canto
può anche abbassarsi di qualche tono (perdendo ovviamente però il
timbro, in tal modo, di brillantezza). Per
quel che riguarda le caratteristiche costruttive è necessario fare un
distinguo fra due tipologie totalmente diverse di strumenti, e ritornare
per un istante alla loro origine storica.
Il
tipo più arcaico di kantele, anche detto ”kantele scavato” o
”kantele piccolo”, è pressochè uguale ai primi esemplari di cui ci
è giunta testimonianza. Gli esperti ritengono che kantele con
caratteristiche analoghe a quelli attualmente in uso fossero già
esistenti nel 1500 a.C. circa (alcuni addirittura parlano del 3000 a.C.)
ma com’è ovvio, trattandosi di manufatti in legno, a sostegno di tale
collocazione storica si possono portare solo prove iconografiche. I più
antichi esemplari effettivamente ritrovati risalgono ad un periodo
compreso fra il XII ed il XV secolo e provengono dagli scavi della città
russa di Novgorod. A questo tipo di strumenti sono assimilabili sia il
kantele finnico che il kannel estone, il gan’del lappone, il gusli
russo, il kankles lituano ed il kuõkles lettone, più una quantità di
strumenti affini diffusi fra le tribù di ceppo ugro-finnico abitanti
tutta l’area baltica, come Voguli, Ostiachi, Vepsi, Livoni, Ceremissi e
Mordvini (a tale proposito, un ulteriore approfondimento può essere fatto
consultando il sito http://aidenis.mch.mii.lt/Kankles/content.htm) Originariamente
ricavato da un blocco unico di legno – per lo più betulla, pino o abete
rosso - che poteva essere scavato sia dal di sotto (in questo caso lo
strumento restava col fondo aperto), sia dalla parte superiore o dal lato,
che venivano poi chiusi con una tavola riportata, col passare del tempo
finì per essere realizzato da più parti, unite fra di loro da un
complesso gioco di incastri. La forma è trapezoidale, e le corde, in
numero compreso fra cinque e quindici circa, sono disposte a raggiera,
divergenti fra loro. Questo è il kantele della tradizione popolare,
diatonico, con cui i bardi finnici usavano accompagnarsi nel canto dei
runi del Kalevala, con lunghe variazioni su strutture melodiche basate
sulla scala pentatonica. Talvolta, ancora oggi, i pelimannit (suonatori
tradizionali) usano per le loro improvvisazioni solo le cinque corde
centrali dello strumento, mantenendo quelle alle estremità addirittura
non accordate, e facendo ricorso ad esse solo per poche particolari
melodie che richiedano necessariamente l’utilizzo di una gamma di suoni
più ampia. In
considerazione delle dimensioni piuttosto ridotte (70-80 cm. di lunghezza
per un chilo circa di peso), questo tipo di kantele viene generalmente
tenuto appoggiato in grembo dal suonatore, con la corda più acuta verso
di sé. Nella tecnica di pizzicato detto ”ad arpa”, le dita
dell’esecutore, a parte i mignoli, si alternano sulle corde, pizzicate
con la parte di polpastrello appena al di sotto dell’unghia (a
differenza di ciò che avviene con la maggior parte delle arpe e cetre a
corde metalliche, l’unghia non viene usata, perché il timbro, già di
per sé brillante, non abbia a divenire addirittura aspro). In alcune zone
della Finlandia, ad esempio la regione dell’Ostrobothnia, si sviluppa in
un secondo tempo un’altra tecnica esecutiva, di tipo accordale, dove le
corde che non concorrono a formare l’accordo vengono stoppate con i
polpastrelli della mano sinistra, mentre le altre vengono poste in
vibrazione con l’unghia dell’indice destro o con l’ausilio di un
plettro.
Si
realizza un kantele con una cassa di risonanza molto più larga, simile a
quella di una spinetta o di un cembalo, realizzata con tavole sottili, ed
il numero di corde cresce. Alla fine dell’Ottocento i kantele
”grandi”, anche detti ”a tavola”, contano circa 25-30 corde, per
arrivare poi un paio di decenni più tardi alle 36-39 corde dei modelli da
concerto. Ormai le corde non agganciano più l’estremità alla barretta
metallica, ma ognuna di esse ha un cavigliere a sé stante. Inoltre
queste, che prima si allargavano a ventaglio, finiscono col divenire
parallele fra di loro. Lo strumento ora viene suonato appoggiandolo ad un
tavolo, la sua posizione si inverte, portando la corda più grave verso il
corpo del suonatore, e le mani si dividono nettamente i ruoli: alla destra
tocca l’esecuzione della melodia, mentre la sinistra si fa carico
dell’accompagnamento. La grande innovazione giunge negli anni Venti del
nostro secolo, quando Pauli Salminen mette a punto un meccanismo di leve,
sul modello di quello in uso sull’arpa, che consentirà allo strumento,
fino a questo momento diatonico, di diventare cromatico. Siamo di fronte,
comunque, ad una serie di modifiche che non alterano il modello originario
del kantele fino ad ora conosciuto, bensì che delineano un nuovo tipo di
strumento che a questo si affiancherà, e che verrà sempre guardato con
sospetto dai pelimannit, perché chiaramente indirizzato ad un pubblico più
colto, agli esecutori dei salotti borghesi piuttosto che non agli
improvvisatori di estrazione popolare.
Da
un certo punto di vista, inoltre, le caratteristiche peculiari e più
interessanti del kantele sono ravvisabili soprattutto nei kantele piccoli.
Innanzitutto l’accordatura, che è il primo scoglio in cui si viene ad
imbattere il principiante. Non siamo infatti di fronte ad uno strumento
temperato, bensì ad uno che deve venire accordato sulla base della scala
naturale, stante la sua funzione originaria di accompagnamento al canto.
Come già detto, l’accordatura è diatonica, ossia senza cromatismi.
Nell’ambito delle cinque corde centrali vi è la presenza di una terza
minore o maggiore, se non addirittura neutra (una posizione intermedia fra
le due); questo tipo di terza, usato ancora nella musica del primo
Medioevo, è stato via via abbandonato quando la sensibilità musicale
occidentale si è spostata verso la tonalità ed il temperamento, ma è
sopravvissuto in talune forme arcaiche di musica popolare. Nel corso del
tempo sono state comunque sperimentate una serie di accordature molto
diverse fra di loro, generalmente funzionali al brano che doveva essere
eseguito. Non di rado possiamo ritrovare, all’interno di ensembles di
kantele, accordature differenti fra le varie sezioni. Altro
particolare degno di nota è la scrittura dei brani destinati al kantele.
Mentre per quel che riguarda i kantele da concerto essa è simile alla
scrittura per pianoforte o per arpa, con le parti disposte su due righi
distinti, nei kantele piccoli, che scrivono su di un solo rigo pur essendo
strumenti polifonici, si ritrova uno stile di scrittura molto
caratteristico che fa ampio uso dei rivolti, per cui di frequente la linea
dell’accompagnamento viene a trovarsi al di sopra di quella della
melodia: fatto peraltro prevedibile tenendo conto del limitato numero di
note a disposizione e della sua natura prettamente modale, che non
richiede una marcata conferma della tonalità.
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