LA PIOVRA
Il marinaio Gil quel giorno era di pesca. Mentre stava rassegnandosi ad appagarsi dei ricci e delle chiocciole, udì uno sciabordio ai suoi piedi. Un grosso granchio, spaventato dal suo avvicinarsi, era saltato in acqua; ma non andò tanto a fondo da rendersi invisibile al suo sguardo. Egli si mise a corrergli dietro sul basamento dello scoglio. L'animale continuava a fuggire. A un tratto non si vide più nulla. Il granchio si era cacciato in qualche fessura della roccia. Gil si aggrappò con una mano a una sporgenza e spinse avanti la testa per vedere sotto gli strapiombi. C'era, infatti, un'anfrattuosità. Là doveva essersi rifugiato il granchio.
Era molto di più che una fessura: era una specie di androne. L'acqua vi penetrava, ma non era profonda. Si vedeva il fondo coperto di ciottoli, di un colore verdastro e rivestiti di alghe, il che indicava che non rimanevano mai a secco. Somigliavano a cocuzzoli di teste di bambini con capigliature verdi.
Gil si pose il coltello in bocca, poi, puntellandosi con le mani e con i piedi, si calò dall'alto del dirupo e saltò nell'acqua, che gli arrivò fin quasi alle spalle. Fece qualche passo in quell'antro. Era un andito cupo, quasi un corridoio, con un abbozzo di volta ogivale in alto. Le pareti erano lisce e piane. Non vedeva più il granchio. Toccava il fondo con i piedi e avanzava in un'oscurità crescente; cominciava a non distinguere più nulla. Dopo una quindicina di passi la volta sopra il suo capo cessò. Era fuori del corridoio. C'era più spazio e quindi più luce; le sue pupille inoltre si erano dilatate ed egli vedeva abbastanza chiaramente.
Sopra una nicchia scorse, alla portata della sua mano, una fenditura orizzontale nel granito. Probabilmente il granchio era penetrato lì. Egli introdusse un mano, spingendola più avanti che poté, e si mise a tastare qua e là entro quella tenebrosa apertura.
A un tratto si sentì afferrare il braccio.
Ciò che provò in quell'istante fu l'orrore indescrivibile. Qualcosa di sottile, di scabro, di piatto, di gelido, di viscido, ma di vivo si era avvolto nell'ombra intorno al suo braccio nudo e gli saliva al petto, stringendolo come una cinghia e penetrandovi come un succhiello. In meno di un secondo una violenta spirale gli aveva avvinghiato il pugno e il braccio e gli sfiorava la spalla, affondandosi con la punta sotto l'ascella. Gil tentò di gettarsi indietro, ma poté appena muoversi. Era come inchiodato. Con la mano sinistra rimasta libera impugnò il coltello che aveva tra i denti e brandendolo si puntellò contro la roccia, facendo uno sforzo disperato per ritirare il braccio. Ma riuscì solo ad allentare lievemente la stretta, che tosto si riserrò: una stretta flessibile come il cuoio, solida come l'acciaio, fredda come la notte.
Una seconda correggia, sottile e aguzza, uscì dalla fessura della roccia. Era come una lingua fuori d'una bocca. Lambì spaventosamente il torso nudo di Gil e ad un tratto si allungò, smisurata e viscida, gli si applicò sulla pelle e gli cinse tutto il corpo. Nel tempo stesso una sofferenza inaudita, senza possibili paragoni, sollevava i suoi muscoli contratti. Egli si sentiva affondare nella pelle delle punte rotonde e orribili. Gli pareva che innumerevoli labbra applicate alla sua carne stessero succhiandogli il sangue.
Una terza cinghia ondeggiò fuori della roccia, lo tastò e gli sferzò i fianchi come una corda; poi vi si fissò. L'angoscia, al parossismo, è muta. Gil non gettò un grido. C'era abbastanza luce perché potesse scorgere quelle forme schifose che avevano avvinghiato il suo corpo.
Una quarta cinghia, rapida come una freccia, gli saettò attorno al ventre e vi si avviluppò. Era impossibile tagliare o strappare quelle viscide corregge, che aderivano tenacemente al suo corpo in un'infinità di punti. Ognuno di quei punti era un focolaio di dolore orribile e strano, il dolore che proverebbe una persona nel sentirsi ingoiata contemporaneamente da infinite piccole bocche.
Un quinto tentacolo sfrecciò fuori dal buco, si sovrappose agli altri e si ritorse avvolgendosi al diaframma di Gil. All'angoscia si aggiungeva ora la compressione; egli poteva appena respirare. Quelle cinghie, aguzze all'estremità, andavano allargandosi come lame di spada verso l'impugnatura. Tutte e cinque appartenevano evidentemente allo stesso centro. Avanzavano strisciando su Gil, che avvertiva con orrore i lugubri movimenti di quelle avide bocche.
All'improvviso una grossa massa viscosa, rotonda e piatta uscì da sotto quella fessura. Era il centro; le cinque corregge vi si congiungevano come i raggi d'una ruota al loro mozzo. Dal lato opposto di quel disco immondo s'intravedevano le radici di altri tre tentacoli rimasti nella cavità della roccia. Nel mezzo di tutta quella viscosità c'erano due occhi spalancati, che lo fissavano. Egli riconobbe la piovra. Tale era il mostro al quale da alcuni istanti apparteneva Gil; era l'abitante di quella caverna, lo spaventoso genio del luogo, specie di sinistro demone dell'acqua. Tutte quelle magnificenze avevano per centro l'orrore: la piovra.
Era essa quel grosso cencio nero dai contorni imprecisi che egli aveva intravisto fra le increspature dell'acqua profonda il giorno in cui era entrato per la prima volta là dentro un mese prima. Quella era la sua tana. Penetrato per la seconda volta nella grotta alla ricerca del granchio, Gil trovò la piovra nascosta in agguato. Potete immaginarvi tale attesa? Nessun uccello oserebbe covare, nessun uovo schiudersi, nessun fiore sbocciare, nessun seno allattare, nessun cuore amare, nessuno spirito inalzarsi se si pensasse alle sinistre pazienze acquattate negli abissi.
Gil aveva spinto il braccio nel buco e la piovra l'aveva ghermito. E lo teneva stretto. Egli era la mosca di quel ragno. Era nell'acqua fino alla cintola, i piedi contratti sui sassi rotondi e sdrucciolevoli, il braccio destro stretto e immobilizzato dalle spire piatte di quei tentacoli e il torso che quasi scompariva sotto gli avvolgimenti incrociati di quell'orribile fasciatura.
Delle otto braccia della piovra, tre si tenevano incollate alla roccia, cinque a Gil. In tal modo, aggrappata al crepaccio da un lato, all'uomo, dall'altro, essa incatenava la vittima alla roccia. Gil aveva su di sé duecentocinquanta ventose. Sensazione inesprimibile, mista d'angoscia e di ribrezzo: essere stretto da un pugno smisurato le cui dita elastiche, lunghe quasi un metro, sono internamente piene di pustole vive che vi frugano nelle carni.
Dalla piovra è impossibile liberarsi. Se vi provate a svincolarvene, finite solo col rimanere avvinti più strettamente. L'animale stringe maggiormente, aumentando il suo sforzo in proporzione del vostro. Un più accanito divincolìo non fa che produrre una più violenta compressione. A Gil non restava che una sola via d'uscita: il coltello. Aveva libera solo la mano sinistra, ma la sapeva usare gagliardamente; si sarebbe potuto dire che aveva due mani destre. Il coltello, aperto, era in quella mano. Ma i tentacoli della piovra non possono essere recisi; quello è un cuoio che resiste ad ogni arma da taglio, le scivola sotto; inoltre la sovrapposizione di quelle corregge sulle carni della vittima è tale che qualsiasi incisione in esse intaccherebbe anche il corpo dell'uomo.
La piovra è formidabile: eppure c'è un mezzo per sbarazzarsene. I pescatori lo conoscono; chi li ha visti fare in acqua certe mosse repentine lo sa: bisogna decapitarla. La piovra infatti non è vulnerabile che alla testa. Gil lo sapeva. Non aveva mai visto piovre di quelle dimensioni; per la prima volta, quindi, veniva assalito da un esemplare della specie più grande. Per la piovra, come per il toro, c'è un unico istante da cogliere, l'istante in cui il toro abbassa il collo e quello in cui la piovra sporge la testa; istante brevissimo. Chi si lascia sfuggire quel momento è perduto. Gil tuttavia si sentiva già schiacciato dal succhiamento delle duecentocinquanta ventose. La piovra è traditrice. Cerca dapprima di stordire la preda; afferra, poi attende più che può.
Gil teneva il coltello stretto nella sinistra. Il succhiamento aumentava. Egli guardava la piovra e la piovra guardava lui. Ad un tratto la bestia staccò dalla roccia il sesto tentacolo e, lanciandolo contro Gil, cercò di ghermirgli il braccio sinistro. Nello stesso istante spinse avanti fulmineamente la testa. Ancora un secondo e la sua bocca-ano si sarebbe applicata al petto di Gil. Egli, ferito al fianco e con entrambe le mani immobilizzate, sarebbe morto. Ma Gil stava all'erta. Spiato, spiava. Con mossa repentina scansò l'antenna e, nell'attimo in cui l'animale stava per mordergli il petto, il suo pugno armato piombò su di lui.
Vi furono due convulsioni in senso inverso, quella della piovra e quella di Gil. Fu come la lotta di due lampi. Gil affondò la punta del coltello in quella piatta viscosità e, con un movimento rotatorio simile al saettare di un colpo di frusta, descrivendo un cerchio intorno ai due occhi, svelse la testa dell'animale come si strappa via un dente.
Tutto ebbe fine. L'intera bestia cadde, come un lenzuolo bagnato che si stacchi dal suo sostegno. Distrutta la pompa aspirante, scomparve il vuoto. Le quattrocento ventose si staccarono contemporaneamente dalla roccia e dall'uomo, e quel cencio sprofondò nell'acqua. Gil, ansante per la lotta sostenuta, poté scorgere ai suoi piedi, sui ciottoli, due ammassi gelatinosi: la testa da una parte, il resto dall'altro. Diciamo "il resto" perché non si potrebbe chiamare corpo.
Gil, tuttavia, temendo qualche ripresa convulsiva dell'agonia, indietreggiò fino al di fuori della portata dei tentacoli. Ma la bestia era morta. Allora richiuse il coltello.
Vicenza, gennaio 2001
(Adattamento da V. Hugo)
By Gli amici
dell'horror,
della gloriosa 2 A, di via Antonini