C’ERA UNA VOLTA...

ma non molto tempo fa, un mostro che arrivò nelle campagne brumose del basso vicentino. Uccise una cameriera di nome Alma, una donna di nome Elvira, una studentessa delle medie superiori di nome Sonia, una graziosa atleta di basket di nome Carolina, un'insegnante di nome Edda e un alunno delle elementari di nome Andrea.

Non era un lupo mannaro o un vampiro o un mangiacadaveri o uno zombi o  qualche innominabile creatura di una foresta incantata o delle nevi eterne. Era solo un contadino che si chiamava Franco Stevanin ed aveva dei disturbi mentali.

Un uomo molto intuitivo scoprì la sua identità, ma prima d'essere catturato Franco Stevanin si uccise e forse fu meglio così.

Ci fu scalpore, naturalmente, ma soprattutto si fece festa nel basso vicentino, perché il mostro che aveva tormentato tanti sogni era morto, finalmente morto. Gli incubi della popolazione erano sepolti nella tomba di Franco Stevanin.

Tuttavia anche in quest'epoca illuminata, quando tanti genitori conoscono i danni psicologici che si possono arrecare ai propri figli, c'era certamente qualche padre o madre delle campagne, o forse qualche nonno, che zittiva i bambini dicendo loro che se non avessero fatto i bravi sarebbe venuto l’Uomo Nero, Franco Stevanin, a prenderli. E sicuramente si faceva subito un grande silenzio, i bambini guardavano le finestre scure e pensavano a Franco Stevanin nel suo lucido impermeabile di plastica nera, Franco Stevanin, lo strangolatore di donne e bambini...

«E’ là fuori!» bisbigliavano le nonne nel sibilo del vento giù per i camini delle stufe. «E’ là fuori, e se non fate i bravi, vedrete la sua faccia alla finestra della vostra camera, quando tutti gli altri in casa staranno già dormendo, vedrete la sua faccia sorridente che vi guarda da dentro l'armadio nel cuore della notte, una mela in una mano e il rasoio nell'altra... perciò sss, bambini, sss... sss.»

Ma in generale si tirò un sospiro di sollievo perché era finita. C'erano ancora degli incubi, questo sì, bambini che di notte non riuscivano a dormire e la casa Stevanin, rimasta vuota nelle nebbie, fu subito giudicata stregata e prudentemente evitata. Qualche volta, passando in autostrada, veniva indicata ai bambini, perché stessero calmi.

E il tempo passò. Cinque anni.

Il mostro non c'era più, il mostro era morto.

Solo che il mostro non muore mai.

Infatti tornò nel basso vicentino nella primavera del 2000.

Ale, quattro anni, si svegliò una notte poco dopo la mezzanotte, nel maggio di quell'anno. Aveva bisogno di andare in bagno. Scese dal letto e mezzo addormentato andò verso la luce bianca che si incuneava nello spiraglio della porta rimasta aperta, mentre già si calava i calzoni del pigiama. Fece pipì per un'eternità e poi tornò a letto.

Tirò su le coperte e fu allora che vide la creatura nel suo armadio a muro.

Stava accovacciata, con le spalle imponenti curvate sopra la testa abbassata, occhi che sembravano tizzoni ardenti: una cosa a metà fra un essere umano e un lupo. Gli occhi si mossero per seguirlo quando Ale si drizzò a sedere, occhi folli che ridevano, occhi che promettevano una morte orribile e una musica di urla che nessuno avrebbe udito. Qualcosa nell'armadio.

Sentì il suo brontolio sommesso. Sentì il suo alito dolciastro e fetido.

Ale si coprì gli occhi con le mani, si riempì d'aria e urlò.

Un'esclamazione soffocata in un'altra camera: suo padre.

Un grido spaventato proveniente dalla stessa camera: sua madre.

Passi in corsa. Mentre entravano, Ale sbirciò fra le dita e vide la creatura nell'armadio, che ringhiava e gli diceva che stavano per arrivare, sì, ma che poi se ne sarebbero di certo andati e appena se ne fossero andati...

Si accese la luce. Gelindo e Pasqua si avvicinarono al letto e si scambiarono un'occhiata ansiosa vedendo la faccia di gesso e gli occhi spalancati del figlio. Allora la madre sbottò: «Te l'avevo detto, Gelindo, che tre salsicce erano troppe!»

Il padre si sedette sul letto, cinse il figlio con un braccio e gli chiese che cosa fosse successo.

Ale non aveva più il coraggio di guardare verso il ri­quadro dell'armadio a muro.

Il mostro non c'era più. Al posto della bestiaccia affamata che aveva visto c'erano due pile irregolari di coperte inver­nali che la mamma non aveva ancora avuto il tempo di riporre al secondo piano. Le coperte erano state accatastate sulla seggiola che Ale usava quando aveva bisogno di prendere qualcosa dal ripiano più alto del ripostiglio. Al posto di quel muso triangolare ricoperto di pelo, chinato un po' sul fianco, vide il suo orsacchiotto in cima alla più alta delle due pile di coperte. Al posto di quel malvagio paio d'occhi rossi e infossati c'erano le care e miti palline di vetro dalle quali il suo orsacchiotto guardava il mondo.

«Che cosa c'è, Ale?» gli chiese di nuovo suo padre.

«C’era un mostro!» gemette lui. «Nel mio armadio!» E scoppiò a piangere.

Anche la mamma si sedette. Padre e madre cercarono di confortarlo come meglio potevano. Fecero quello che fanno normalmente tutti i genitori. Gli spiegarono che i mostri non esistevano. Che era stato solo un brutto sogno. La mamma gli spiegò come a volte le ombre somiglino alle cose brutte che capita di vedere in televisione o sui giornalini a fumetti e il papà gli disse che andava tutto bene, che non doveva avere paura, che nella loro bella casa non c'era niente che potesse fargli del male. Ale fece segno di sì con la testa e diede ragione a suo padre, anche se sapeva che non era così.

Suo padre gli spiegò come, al buio, quelle due pile irre­golari di coperte fossero sembrate spalle ingobbite, il suo orsacchiotto una testa d'animale protesa e come la luce del bagno, riflettendosi negli occhietti di vetro dell'orsacchiotto, li avesse animati facendoli sembrare gli occhi di un animale vero.

«Va bene, Ale?»

«Sì», rispose il bambino. Poi si fece forza e sbottò:

«Ma c'era, papà. L'ho visto. Davvero.»

«La tua mente ha visto qualcosa, Ale», rispose il papà, e la sua grande mano calda gli accarezzò i capelli. «Ma tu non hai visto davvero un mostro nel tuo armadio, non un mostro in carne e ossa. I mostri non esistono, Ale, ci sono solo nelle storie inventate e nella tua mente.»

Ale guardò prima il papà e poi la mamma, le loro facce grandi e amorevoli.

«Davvero?»

«Davvero», confermò la mamma.

Ale, rassegnato, tornò a letto. La mamma gli rim­boccò le coperte. Lo baciò.

E mentre la mamma e il papà tornavano verso la porta, il terrore gli piombò di nuovo addosso come un cappotto gelido pieno di nebbia. Come un sudario puzzolente di morte.

Vi prego, pensò, ma poi non riuscì a pensare ad altro, nient'al­tro che: vi prego, vi prego, vi prego.

Forse suo padre intuì i suoi pensieri, perché si girò con la mano già sull'interruttore e ripeté: «Nessun mostro, Ale.»

«Sì, papà», rispose, perché in quel momento gli occhi di suo padre gli sembravano ombrosi e distanti, come se avesse bisogno d'essere convinto. «Nessun mostro.» 

A parte quello che c'è nel mio armadio.

La luce si spense.

«Buona notte, Ale.» La voce della mamma arrivò fino a lui leggera e sottile e intanto dentro di sé Ale gridava: Stai attenta, mamma, loro mangiano le donne! In tutti i film prendono le donne e le portano via e le divorano! Oh, vi prego, vi prego, vi prego...

Ma erano andati via.

Così Ale, quattro anni, restò solo nel suo letto, tutto teso. Restò fermo con le coperte tirate fino al mento e un braccio a schiacciarsi l'orsacchiotto contro il petto. E c'erano sulle pareti i posters dei suoi eroi: totem buoni, magia amica. Ma quel vento là fuori che urlava sul tetto e schetti­nava giù per gli scarichi neri! Per quella notte non avrebbe più dormito.

Tuttavia, a poco a poco la tensione si allentò e la sua men­te cominciò a vagare...

Poi un nuovo cigolìo, un rumore più vicino di quello che faceva il vento nella notte, gli fece spalancare di nuovo gli occhi.

I cardini della porta dell'armadio.

Criiiiiii...   Criiiii...

Quel suono acuto, così alto che solo potevano udirlo le orecchie dei cani e dei bambini piccoli che restavano svegli di notte. La porta dell'armadio si dischiuse lentamente, impla­cabilmente, una bocca morta che si apriva sulle tenebre cen­timetro per centimetro, spanna per spanna.

Il mostro stava in quelle tenebre. Era accovacciato come prima. Gli faceva un ghigno, con le spalle possenti ingobbite sopra la testa protesa e gli occhi che brillavano come tizzoni ardenti, vivi di stupida furbizia. Ti avevo detto che se ne sarebbero andati, Ale, bisbigliò. Prima o poi vanno sempre via. Allora io posso tornare. Mi piace tornare. Anche tu mi piaci, Ale. D'ora in poi tornerò tutte le notti, credo, e tutte le notti verrò un po’ più vicino al tuo letto... e poi più vicino... finché una notte, prima che tu possa gridare per chiamarli, sentirai qualcosa che ringhia, qualcosa che ringhia proprio accanto a te, Ale, e sarò io e balzerò su e poi ti mangerò, così tu sarai dentro di me.

Ale fissava la creatura nel suo armadio paralizzato dall'orrore e da un fascino strano. C'era qualcosa di... quasi fa­miliare. Qualcosa che gli sembrava di riconoscere. E quella era la cosa peggiore, quella sensazione di quasi conoscenza. Perché...

Perché io sono pazzo, Ale. Sono qui. Sono sempre stato qui. Una volta il mio nome era Franco Stevanin. Sono quello che ha ucciso le donne e forse le ha anche mangiate. Sono sempre stato qui. Resto qui, ascolto con l'orecchio sul terreno. Io il mostro, Ale, il vecchio mostro, e presto ti avrò, Ale. Senti che mi avvicino... mi avvicino...

Forse la cosa nell'armadio gli parlava nel suo alito sibi­lante, o forse la sua voce era la voce del vento. Poco im­portava. Ale ascoltava quelle parole, paralizzato dal terrore, quasi sul punto di svenire; guar­dava quel muso ghignante nell'ombra, quella faccia che quasi conosceva. Non avrebbe più dormito per quella notte. Forse non avrebbe dormito mai più.

Ma più tardi, fra il rintocco di mezzanotte e mezzo e il battere dell'una, forse perché era piccolo, Ale si assopì di nuovo e un sonno superficiale in cui creature grosse e pelose con le zanne bianche gli correvano dietro si trasformò in un sonno profondo e senza sogni.

Il vento restò a lungo in conversazione con le grondaie. Uno spicchio di bianca luna primaverile apparve nel cielo. In lontananza, in qualche tranquillo prato della notte o in qualche sentiero della pineta, un cane abbaiò furiosamente e poi fece silenzio.

E nell'armadio di Ale, nel basso vicentino, una cosa con occhi come tizzoni vegliava.

Vicenza, gennaio 2001

(Variazioni da S. King)

By Gli amici dell’horror,

della gloriosa 2 A, di via Antonini