IL FASCINO DEL GRUPPO

Per entrare a far parte della banda bisognava superare una prova di coraggio, che veniva stabilita da Francis, il capo.

Quella che mi venne assegnata risultò molto più pericolosa delle altre. Quel mattino eravamo tutti radunati attorno a Francis. Il capo era pensieroso e camminava avanti e indietro, con le mani infilate nelle tasche. D'un tratto il suo volto s'illuminò.
- Ho deciso - disse seriamente. - Luis, dovrai andare questa notte al vecchio cimitero del paese.
- Al vecchio cimitero? - chiesi io, sorpreso dalla sua decisione.
- Già. Che c'è, hai forse paura? - fece lui, con tono quasi provocatorio.
- No, non ho affatto paura. E' che…
- Allora non vuoi entrare nella banda?
- No, lo voglio. Ma… ma sì, va bene. Ci andrò - dissi convinto.

Guardai l'orologio. Erano le nove e cinquantadue minuti. Dovevo essere al cimitero alle dieci in punto. Avevo studiato tutto. Sarei uscito dalla finestra della mia camera alle nove e cinquantacinque minuti, per arrivare puntuale al luogo predestinato. Inoltre avevo posizionato dei cuscini sotto le lenzuola del mio letto e riprodotto come meglio potevo la mia forma, per eludere la sorveglianza dei genitori. La lancetta, intanto, si spostò sulle nove e cinquantatre minuti. Guardai fuori dalla finestra. Vidi prati immensi che si estendevano per centinaia di metri intorno alla mia casa. Il cielo era limpido e stellato e la luna era chiara. Feci un respiro profondo, per scaricare la tensione. Avevo un brutto presentimento. Sarebbe successo qualcosa di negativo. "Ma cosa vuoi che succeda?" pensai. "Devi soltanto fare un giro nel cimitero ed è fatta." Guardai nuovamente l'orologio. Mancavano circa venti secondi alle nove e cinquantadue. Andai dunque alla finestra e l'alzai lentamente, quel che bastava per passarci.
Appena fuori la richiusi e mi diressi verso il cimitero.

Nel frattempo si levò un forte vento. Le nuvole in cielo si rincorrevano, oscurando la luna. In quell'istante mi resi conto che stavo commettendo una grande stupidaggine e quasi mi venne voglia di tornarmene a casa.
Arrivai al cimitero. Riuscii a distinguere da lontano le sagome dei miei compagni. Presi dunque una pietra e la lanciai addosso al muro. Era il segnale. Qualcuno, allora, si staccò dal gruppo. Dalla grossa corporatura dell'individuo, capii che era Tom. Quando mi fu vicino vidi che aveva il viso pallidissimo e le labbra violacee. Tom non disse nulla, si limitò a sorridermi. Si avvicinò anche il resto del gruppo e vidi con stupore che anche loro avevano la pelle bianca come il latte e la labbra viola, quasi come se fossero dei… morti viventi!

- Bravo, Luis, - disse poi Francis - hai saltato il fosso.Ormai ti puoi considerare uno della nostra riva.
Mi venne l'istinto di scappare, ma qualcosa me lo impedì. Una parte di me voleva che diventassi come loro. Cominciai a fissare Francis e venni ipnotizzato dal suo sguardo mortuario. Dopo qualche istante vidi il suo corpo mutare e lasciar posto ad una creatura orrenda. La pelle si decompose, fino a diventare marcia. Le braccia e le gambe si allungarono sproporzionatamente. Le mani si deformarono, in modo tale da essere più grandi della testa. Il viso, però, non presentava alcuna malformazione, fatta eccezione per gli occhi, che diventarono due pozzi profondi.

Io continuavo a restare immobile. Il mostro mi si avvicinò e prese da terra un ramo robusto ed affilato all'estremità. Lo portò sopra la testa e me lo conficcò nel petto. Stranamente, però, non sentii il minimo dolore. Era come se il mio corpo fosse sotto anestesia. La creatura iniziò ad "incidere" degli strani simboli sul mio petto. Quando finì estrasse con forza il paletto, facendo uscire dei brandelli di carne insanguinata e se lo infilzò in pancia. Estrasse il ramo e lo infilò nuovamente nella mia ferita. Eseguito questo rito, tutto tornò alla normalità. Mi trovai davanti alla banda che mi guardava compiaciuta.

- Bravo, Luis - disse Francis. - Hai completamente superato la prova, ti puoi considerare uno dei nostri.

Non sapevo perché, ma mi pareva di avere già vissuto quel momento.

Vicenza, gennaio 2000

By Nicola Orrico,
della mitica 3 A, di via Antonini