AVVENTURE
Eccoci, siamo nella zona racconti. I primi sono sullo stile giallo, bisogna cogliere l'indizio per trovare la soluzione.
Chi indovina, e ci scriverà tramite E-mail, sarà premiato.
Buon divertimento!
IL LIBRO PROIBITO
La porta dell'osteria di "Red Dragon" si aprì.
La pioggia entrò bagnando il pavimento di legno. Un lampo illuminò un fosco figuro incappucciato che varcò la soglia. I presenti ammutolirono e guardarono sospettosi il nuovo arrivato. Il tizio, nel silenzio della sala, si tolse lentamente il cappuccio fradicio. Gli avventori lo riconobbero: era il druido, un vecchio giudice molto amato dal popolo per la sua perspicacia ed umanità.
Alcuni suoi amici lo chiamarono: - Ehi! Vieni qui, druido. Siediti a bere con noi un boccale di vino. Raccontaci una delle tue storie.
Il druido si sedette e, sorseggiando una coppa di robusto rosso, cominciò a raccontare: "Quando ero allievo della famosa scuola dei druidi sulle Colline di mezzo, dove mi iniziavano alle arti magiche, fui testimone di un fatto clamoroso.
Era una normale giornata di studio, quando il direttore entrò con un respiro affannato nella nostra sala, interrompendo la lezione. Con un filo di voce annunciò il furto del prezioso libro d'oro delle Formule magiche, scrigno della plurisecolare saggezza del nostro noviziato. Prima di finire la frase svenne, provocando il panico tra i presenti. Fu portato in infermeria da alcuni insegnanti."
Gli avventori rimasero sbalorditi. Il druido, prima di ricominciare a raccontare, bevve un altro sorso del delizioso vino dell'osteria.
" Chi poteva aver rubato il libro? Il mio spirito investigativo mi spinse a ricercare il colpevole. Mi recai sul luogo del furto e, con mia grande sorpresa e felicità, scoprii che il ladro aveva lasciato le sue impronte bagnate, visto che fuori pioveva. Queste partivano da una finestra manomessa dall'esterno, percorrevano il corridoio a cui lati stavano le innumerevoli stanze della nostra ricchissima biblioteca, entravano nella stanza dei libri proibiti ai novizi, giravano intorno ad una teca con le porte grigliate e con evidenti segni di scasso, ed infine uscivano da un'altra finestra nel lato sinistro della scuola. Ora la domanda che mi ponevo era se il furto fosse stato commesso da un estraneo oppure da un allievo della scuola. Voi cosa ne pensate?"
Il druido pose questa domanda a bruciapelo e lasciò tutti sorpresi.
Subito un astante, assai alticcio, fece sentire la sua voce tonante: - E' evidente che il furto è stato commesso da un estraneo, visto che le orme provenivano dall'esterno. La soluzione è molto semplice, druido!
Il druido scoraggiato rispose: - Vedo che gli uomini non hanno ancora imparato a ragionare. Ti è sfuggito un particolare molto importante. Le orme provenivano sì da fuori, ma…
La porta della taverna si aprì di botto e una frotta di giovinastri rumorosi si precipitò nella stanza coprendo le ultime parole del druido.
Ritornato un po' di silenzio, si riudì la sua voce unita ad una risata: - Hai ragione, ma questa è un'altra storia! I più vicini rimasero di stucco per la soluzione del mistero, ma i più lontani continuavano a chiedere: - Chi è stato? Cosa ha detto? Il druido non ripeté ma chiese un'altra coppa di vino e subito tutti tornarono a discutere, poi a ridere e a scherzare.
Vicenza, gennaio 2000
By Luca Devigli, Riccardo Ghirardello, Nicola Orrico della mitica 3 A, di via Antonini
GIALLO NELLO STILE DE "IL NOME DELLA ROSA"
Riparato nell'angolo più buio della taverna un incappucciato in saio monacale aveva seguito con curiosità l'ultimo racconto.
Approfittando della pausa provocata dallo stupore che la soluzione aveva suscitato negli astanti, fece sentire la sua voce d'altri tempi:
"Giunto alla fine della mia vita, mentre invecchio come il mondo, nell'attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinità, mi spinge impellente desiderio di offrirvi testimonianza intorno eventi mirabili e tremendi, a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo quanto vidi e udii, senza azzardarmi ad evidenziare un disegno, con l'intento di lasciare a voi segni di segni, perché su di essi si eserciti l'intelligenza della decifrazione. Vivevo tranquillo la mia fase novizia in una comunità monacale nei pressi di Melk, quando i miei superiori mi scelsero come scrivano e discepolo di un dotto druido, Karimen di Beaubourg, il quale stava per iniziare una missione che lo avrebbe portato in un antichissimo cenobio abbarbicato tra le rocce dei Monti Oscuri delle Terre di mezzo.
Io non sapevo allora cosa il druido Karimen cercasse e, a dire il vero, non lo so ancor oggi, (presumo non lo sapesse neppure lui), mosso com'era dall'unico desiderio della verità e dal sospetto - che sempre gli vidi nutrire - che la verità non fosse quella che appare nel momento presente. Fanciullo com'ero, le cose che più di lui mi avevano colpito, erano la sua statura prestante, il fisico magro e alto, gli occhi acuti e penetranti, il naso affilato e il mento volonteroso. Poteva aver cinquanta anni, ma la sua energia era inesauribile. Durante il periodo che trascorremmo nel convento druidico gli vidi sempre le mani coperte dalla polvere dei libri, dall'oro delle miniature ancor fresche e da sostanze violacee che toccava nell'infermeria-farmacia della torre.
Era stata una grigia e rigida giornata di fine novembre quella che ci accompagnò fino alla vista dell'ultimo arco di colline prima delle montagne. Nel tardo pomeriggio aveva nevicato un poco e il terreno era coperto da un velo fresco, alto non più di due dita. Come ci inerpicammo per il sentiero scosceso che si snodava come un serpente intorno al più alto monte, vedemmo il maniero.
Mura e torri lo cingevano da ogni lato. L'effetto era imponente, generava timore ed inquietudine. Verso di noi era volta la facciata, dello stesso colore bituminoso della roccia su cui poggiava. Tre ordini di finestre gotiche arricchivano il maestoso frontale.
Mentre con i nostri muli arrancavamo per l'ultimo tornante infastiditi da un pungente nevischio spinto dal maestrale imperversante, sentimmo un urlo provenire dalla torre che si stagliava sopra di noi. Alzati i visi, vedemmo, nella livida luce del tramonto, una sagoma nera precipitare con un volo lunghissimo verso le rocce sottostanti. Restai raccapricciato e mi volsi verso il maestro per una conferma: era proprio un monaco? Purtroppo dalla sua espressione corrucciata compresi di aver visto bene.
Affrettammo i muli e quando fummo accolti alle porte del monastero, era già buio pesto. Confratelli incappucciati, con fiaccole crepitanti ci scortarono agli alloggi dell'Arcidruido che ci attendeva. Subito abbracciò e baciò il mio maestro, facendo capire in mille modi quanto si sentisse onorato di ospitare un uomo da tutti conosciuto per il suo acume, sagacia, conoscenza e umanità.
Dopo altri convenevoli l'Arcidruido
arrivò al dunque che era anche l'oggetto della nostra curiosità.
Cominciò: "Mai come in questi giorni credo alla presenza del Maligno nelle
cose umane," e si guardò intorno come se l'oscuro nemico si aggirasse tra
quelle mura, "ma credo inoltre che il Maligno operi per mano degli uomini.
Per questo mi rivolgo alla vostra attenzione e perspicacia. E' accaduto in
questa rocca…"
- Sì, abbiamo visto. Un monaco è precipitato dalla torre ovest del monastero.
- Avete visto?! - disse meravigliato l'Arcidruido.
- Sì, ma portateci sul posto da dove si presume sia caduto - concluse Karimen.
Mentre camminavamo il mio maestro
faceva chiarezza ragionando così: - I casi possono essere tre: incidente,
suicidio, omicidio. Il primo già l'escludo perché siete troppo angosciato.
E siete angosciato perché da un primo sopralluogo avete concluso che il disgraziato
non poteva essere caduto accidentalmente.
- E' vero. Le finestre di quella torre sono grandi e massicce, fatte di cerchi
di pesante vetro chiusi dentro forme di piombo e si aprono su parapetti ad
altezza d'uomo. E' impossibile che lo sciagurato si sia affacciato e abbia
perso l'equilibrio.
- Quindi, visto che avete accennato all'opera del Diavolo, pensate all'omicidio
o suicidio.
Con l'eco di queste lugubri parole, attraversammo lunghi corridoi, salimmo
ripide scale a chiocciola fino a pervenire in un'ampia sala circolare. Le
nostre torce riscaldarono di bagliori rossastri la stanza fatale. Dalle alte
finestre intorno proveniva il picchiettio del nevischio che scendeva di traverso
sotto l'infuriare del maestrale.
- Questa è la sala di lettura dove s'era attardato il disgraziato monaco.
Karimen puntò il suo sguardo sulle finestre rivolte a sud, si diresse a colpo
sicuro verso quella centrale, che presentava ai piedi piccoli segni di umidità,
maneggiando le pesanti maniglie l'aprì. Scrutò l'orribile strapiombo e riconobbe
i monaci che con le fiaccole cercavano il morto tra le rocce. Chiusa la finestra,
scrollatosi di dosso la neve, guardò l'Arcidruido e disse:
- E' un omicidio!"
Qui il narratore incappucciato si fermò lasciando nella locanda un atmosfera di sospesa attenzione. Deglutendo un sorso del robusto vino, il druido si gustò insieme una dose di sano orgoglio per le sue capacità oratorie.
- A voi, nobile brigata, il compito di cogliere gli indizi che portarono Karimen a quella conclusione che purtroppo, dopo lunghe ed avventurose indagini, si rivelò veritiera.
Vicenza, Aprile 2000
By Andrea Guerra, Valeria Ceccon, Elena Corà, della mitica 3 A, di via Antonini