VOLO DAL PALAZZO DELL'ONU
"Ehi, Yellow, vieni a sederti qui. E' da molto che non ci si
vede."
"Un boccale di buon vino, per una tua storia!"
"Amici, se non mi vedete più in giro, è perché sono andato in pensione, dopo
trent'anni di onorata lotta alla criminalità e sono veramente contento.
C'è troppa violenza cieca e balorda in città. Il Bronx dilaga, impone il suo genere di vita agli altri quartieri. Sono tramontati i vecchi tempi delle indagini alla S. Holmes, alla Poirot, alla Marlove, alla Colombo. Oggi anche gli investigatori non indagano più. Si credono degli illuminati. Allucinano il colpevole e lo eliminano, saltando la raccolta delle prove e il giudizio della corte. Il faticoso sentiero della ragione è disertato. Andare a fondo delle cose è sempre stata la mia ossessione, voi lo sapete, e forse per questo nell'ambiente mi hanno attribuito il soprannome di Yellow Submarine.
Mentre rimuginavo pensieri simili, e forse li comunicavo al mio vecchio aiutante, il fedele sergente Black White, alzando i baveri del cappotto per ripararmi dai turbini del vento ghiacciato che salivano dalla 42^ strada, vidi in lontananza, sotto le pareti a vetro del palazzo dell'ONU, il lampeggiare dei fari dell'ambulanza e delle auto della polizia.
Il vecchio istinto del dovere mi fece accelerare il passo verso quelle luci e un oscuro assembramento di persone davanti l'entrata dell'Hotel Plaza mi calamitò.
La neve cadeva con insistenza e, sotto lo scalpiccio dei passanti, era ridotta a una vomitevole poltiglia.
Agenti di polizia depositavano in un furgoncino oggetti probabilmente appartenenti alla vittima o inerenti all'incidente. Degli infermieri invece stavano caricando su una barella il corpo esanime di un negro. Indossava la tuta biancoarancione, tipica della Clean & Clean, famosa azienda pulivetri di New York.
Il corpo era una massa informe, logica conseguenza della legge di gravità su chi cade dall'alto. Aveva ancora legata ai fianchi la corda di salvataggio con cui gli operai si assicurano al baldacchino quando vengono calati dall'alto dei grattacieli per pulire quelle pareti di lucido cristallo.
Seguii con l'occhio la barella che si dirigeva verso l'ambulanza e quella tetra immagine si dissolse davanti ai miei occhi con il lungo tratto della corda di salvataggio che penzolava dalla barella e lasciava una traccia rossastra sulla neve fresca del marciapiede, chiuso per l'occasione al traffico.
A mitigare l'aria di tragedia che stagnava tra gli spettatori, venne un corale "oh!" di meraviglia e di soddisfazione della gente alla vista delle acrobatiche operazioni sulle scale dei vigili del fuoco che portavano in salvo il compagno del morto rimasto attaccato al baldacchino disastrato e pendolante a metà facciata del Palazzo di Vetro.
Con una mano fermai la porta del furgoncino della Polizia e adocchiai gli oggetti racimolati: due secchi, vari tipi di spazzole, spugne, un coltello a serramanico aperto. Tornai con gli occhi sul viso dell'agente il quale capì la mia aria interrogativa e mi rispose: - Sì, tenente, c'è qualcosa di strano in quest'incidente. Il corpo ha fatto un volo di circa ottanta metri, i secchi e le spazzole devono aver rimbalzato ed erano sparse qua e là per un raggio di venti metri, il coltello era invece a un metro circa dalla salma. -
Non feci tempo a ribattere perché, avvolto in una coperta e accompagnato dai vigili salvatori, apparve il compagno di lavoro del morto e tutti si dirigevano nell'hall dell'albergo.
Li seguii perché nella mia mente c'era un turbinio di domande che cercavano risposta.
Il sopravvissuto, nero pure lui, stava seduto su un ampio divano, tazza di caffè bollente in mano, circondato da curiosi e poliziotti. Raccontava della sua esperienza terribile sul ponte volante, come una folata di vento avesse avuto la meglio sugli ancoraggi della struttura, come questa si fosse inclinata e il povero compagno fosse scivolato di sotto.
- Naturalmente eravamo legati - diceva il nero mostrando afflizione, - così Tom rimase pendolante due o tre metri sotto la piattaforma. Con le tavole inclinate, le mani impegnate a sorreggermi non potevo neanche tentare di tirarlo su…
L'espressione desolata e sofferente del lavavetri attirava su di sé la viva compassione dei presenti.
- Tom era mio amico da una vita… ora è morto…ieri sera era felice a cena in casa mia, con la mia famiglia… Per un buon quarto d'ora lottai per salvarlo… alla fine… alla fine Tom mi ha pregato di lasciarlo alla sua sorte… mi diceva che altrimenti saremmo morti tutti e due… Io gli gridavo: "Resisti! Vedrai che arriveranno i soccorsi…" Ma lui ha tirato fuori il coltello a serramanico e ha tagliato la corda. Sì, si è sacrificato per salvarmi!
Anche la rutilante sala dell'albergo diventò di ghiaccio quando si sentì nel silenzio generale risuonare la mia voce: - Storia commovente! Ma è tutta una menzogna! E' stato lei ad uccidere il povero Tom. Sergente, l'arresti!
Sì, cari amici, misi insieme alcuni indizi e arrivai alla suddetta conclusione che successivamente il tribunale confermò, trovando anche il movente, la gelosia, e ottenendo la confessione dell'imputato."
Il vino, sceso copioso oltre la gola, diffondeva tepore nello stomaco e un senso di soddisfazione nella mente.
Vicenza, gennaio 2000
By Gli amici del Giallo,
della mitica 3 A, di via Antonini