Trieste e il MSI

La prima grande battaglia su scala nazionale del MSI fu incentrata tutta sulla "questione di Trieste" e approdò a un risultato sostanzialmente positivo, dopo che, negli anni Cinquanta, in tutta la Penisola si registrarono grandi manifestazioni popolari, per lo più guidate dall' organizzazione giovanile e che mobilitò una gran massa di studenti e di lavoratori. Si chiudevano le scuole, si organizzavano i cortei, si urlava dietro a un tripudio di tricolori, ci si scontrava con la celere. Sarà opportuno ricostruire i fatti.
Il trattato di pace siglato al termine della seconda guerra mondiale aveva previsto l' istituzione del così detto "Territorio Libero di Trieste" che doveva diventare uno stato sovrano. La costituzione dello stato libero sarebbe divenuta operante quando il consiglio di sicurezza dell' O.N.U. si fosse accordato sulla nomina del governatore. Ma il progetto abortì ben presto. Il "Territorio Libero" di Trieste" sarebbe stato diviso dalla "zona A" (amministrata dal governo militare alleato) e dalla "zona B" (amministrata dalla Jugoslavia). Nel 1948 ci fu una dichiarazione degli Alleati (Francia, Gran Bretagna, e Stati Uniti) che riconobbe all' Italia il diritto di riottenere l' amministrazione dell' intero territorio, su cui non aveva mai perso la sovranità, visto il fallimento del progetto del territorio libero. Le cose rimasero così fino al 1954, quando su un Memorandum d' Intesa, stipulato dall' Italia insieme a Jugoslavia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, si stabilì che, dal momento che non era stato possibile costituire il territorio libero, si sarebbe dovuto procedere a una soluzione provvisoria attraverso l' assunsione dell' amministrazione della zona A da parte dell' Italia, lasciando alla Jugoslavia quella della sola zona B. Un vero e proprio diktat (come fu chiamato) che l' Italia non avrebbe mai douto firmare, non avendo mai rinunciato alla sua sovranità e creando invece così uno status diverso per i cittadini italiani residenti nei due territori. Del resto, per giunta, la Jugoslavia non rispettò mai i confini assegnati, occupando militarmente vasti territori e non rinunciando poi a rivendicarli arbitrariamente. Da qui l' opposizione del MSI che fece della "Trieste italiana" la sua bandiera di lotta per molti anni. Addirittura, sulla scia di una fulgida tradizione (l' esempio mitico di D' Annunzio era lì ben presente) non mancarono velleitari progetti di una vera e propria azione militare di nuovi "arditi", magari guidati dal principe Junio Valerio Borghese: ma i tempi erano irrimediabilmente cambiati, come del resto le condizioni stesse della questione triestina. Comunque, scriveva ad esempio il Comandante ad un irredentista triestino, Carlo Rangan, il 16 maggio 1949, quando già egli aveva dato al problema la priorità dell' azione: "Con molto ritardo rispondo alla vostra lettera indirizzatami a Regina Coeli e che mi ha raggiunto in libertà, presso la famiglia. Il lavoro a cui sono obbligato, dopo quattro anni di assenza, è enorme...Purtroppo la vostra amata Patria è duramente provata e avedole staccato Trieste e tutta la Venezia Giulia (Pola, Fiume, Pirano, Parenzo, Rovigno, Lussimpiccolo e Cherso) è una piaga riaperta nel cuore di ogni Italiano degno di questo nome... Voi potrete essere sicuro ogni mia attività sarà per l' avvenire, come fu per il passato, volta esclusivamente al bene della nostra Italia. E mi sarà caro avere a fianco, come collaboratori nella dura opera che ci attende, quanti buoni Italiani hanno ancora fede e in particolare i Triestini, la cui battaglia dobbiamo condurre fino alla vittoria". Ma indubbiamente le grosse manifestazioni di quegli anni ebbero il merito di imporla all' attenzione generale in maniera energica e convinta a livello popolare spinsero a "tener duro"; pungolarono, sostennero i vari governi centrali che si succedevano nel dover affrontare il probema e, in sostanza, giocarono un ruolo decisivo nell' ottenere il risultato definitivo della città di Trieste ritornata all' Italia. Così, per l' occasione, ricostruisce gli eventi triestini Ciro Manganaro: "Le prime manifestazioni di protesta violentemente represse si ebbero a Trieste il 15 settembre 1947. Ma i primi veri disordini scoppiarono il 20 marzo 1952, quando la polizia civile, agli ordini degli ufficiali inglesi, reprime duramente, con una brutalità mai registrata, la popolazione radunatasi in Piazza dell' Unità. Il prefetto Palutan, il quale, dal suo ufficio, aveva osservato al violenza ingiustificata della Polizia contro la folla, scende in piazza ad esprimere la sua indignazione agli ufficiali inglesi. La manifestazione, che doveva essere una protesta contro Tito e il regime jugoslavo in Istria, si trasforma in una aperta e unanime ribellione contro gli inglesi occupatori, creando una fattura insanabile fra la popolazione della città e il governo militare alleato. Sono le tre giornate di passione triestina. Il bilancio è di ben 157 feriti (di cui 51 della polizia civile) e 61 arrestati. Imponenti manifestazioni di solidarietà si registrano a Milano, Roma e Napoli. Il 5 novembre 1953 il comportamento del generale Winterton e l' atteggiamento della popolazione civile suscitano vasto risentimento fra la popolazione. Un gruppo di studenti, che manifesta per l' Italia presso la chiesa di S. Antonio nuovo, subisce una violenta aggressione da parte della Polizia. La chiesa è invasa e diverse persone ferite. Cadono uccisi Antonio Zavadil e lo studente quindicenne Piero Addobbati. Nel pomeriggio, durante la cerimonia di riconsacrazione della chiesa, la polizia carica i fedeli accorsi numerosi per assistere al rito religioso. All' imbrunire duemila persone, in piazza dell' Unità, reclamano l' esposizione del tricolore imbrunato, ma saranno dispersi dalla polizia. L' indomani l' esasperazione raggiunse l' acme. Cortei di cittadini sboccano da tutte le strade verso piazza dell' Unità. La polizia, di fronte alla marea crescente di popolo, teme di essere travolta e reagisce aprendo il fuoco. Cadono l' universitario Francesco Paglia, l' ex partigiano Saverio Montano, il sedicenne Leonardo Manzi e il marittimo Elio Bassa". Sarebbero dovuti passare due decenni, da quegli anni cinquanta pieni di manifestazioni popolari in tutt' Italia per Trieste italiana, perchè ci fosse poi il poco onorevole accordo di Osimo, nel 1974, allorchè l' Italia rinunciava definitivamente alla "zona B" e pure ai territori tutt' intorno alla città, non ottenendo in cambio proprio niente, neanche la restituzione delle zone che erano state assegnate alla conferenza di pace, con in più la partecipazione ad attività imprenditoriali miste, che andavano regolarmente a favore di aziende jugoslave. Ancora, di contro ad ampie autonomie e liberalità accordate alla minoranza slovena in territorio italiano, non si ebbe niente di particolare per i cittadini italiani in territorio jugoslavo (l' Istria e la Venezia Giulia) che restarono abbandonati alla loro condizione senza libertà nè politica, nè sociale. E' da ricordare che l' unica opposizione al trattato di Osimo degli anni Settanta ("una vergogna") è venuta dal MSI con un impegno in parlamento a tratti veemente e appassionato, proporzionale all' ennesima dimostrazione di incapacità, sudditanza e ossequio nella fattispecie dei responsabili governativi, non coronato praticamente da nessun risultato pratico, a differenza del riottenimento della città di Trieste di vent' anni prima, ma ugualmente significativo per i tratti ideali a cui seppe elevarsi. Proprio non si può biasimare l' impostazione di questo trattato e certo non si può non condannarlo, pur sforzandosi in un' impossibile ipotetica obiettività, essendo dato di fatto la profonda italianità di quelle terre abbandonate al loro triste destino. Ma almeno la città di Trieste è incondizionatamente italiana, un dato piccolo ma significativo; i morti per "Trieste italiana" sappiano che almeno in questo il loro sacrificio non è stato vano. E veniamo ora ad analizzare talune dichiarazioni dei parlamentari missini in occasione del dibattito parlamentare per la ratifica del trattato di Osimo che ci sono parse particolarmente significative, non prima di aver riportato la frase di Alcide De Gasperi in un comizio di Trieste nel 1949: "Ora sono qui per darvi, come ostaggio per l' avvenire della mia persona, con i componenti del governo da me presieduto, per il ritorno all' Italia di Trieste e di tutto il territorio dello Stato Libero di San Giusto, di Sistiana, di Timavo e Cittanova"; e quelle di Aldo Moro, presidente del consiglio firmatario del trattato di Osimo, rilasciate alla camera dei deputati il primo ottobre 1975: "La decisione è stata presa, com' è naturale, guardando insieme agli interessi nazionali e alle esigenze della vita internazionale...Sotto il primo profilo, è certo vero che c' è una rinuncia italiana...ma...adeguare lo stato di diritto alla stato di fatto comporta delle contropartite di carattere economico-sociale". Dissero i parlamentari missini.
On. Franco Franchi: "Oggi, se lo farete, sarà un tradimento, e lo dico senza gridare e lo dico sapendo cosa vuol dire; ed il popolo italiano saprà che voi avete tradito se oserete portare avanti questo intento. Sarà un tradimento e sarà un atto di follia, un atto di autolesionismo, che non sarà di nessuna utilità a questo popolo, ma di gigantesca mortificazione. Avete dato la prova di come si continui a rinunciare alla dignità come uomini e come partiti; ma come popolo, come Stato, come Nazione avevate il dovere di rappresentare tutto intero il popolo italiano. Non potevate farlo, non siete riusciti a farlo, perchè non siete nati per difendere la dignità e l' interesse di questo popolo, e siete capaci soltanto di ignobili baratti commerciali, o che gabellate per tali, per cedere fette del nostro territorio in nome di una cupidiglia di servilismo che continua, purtroppo a caratterizzarvi. Noi non ci conteremo, non avremo paga la coscienza per il solo fatto di aver parlato. Continueremo a lottare con gli strumenti che la legge ci dà, con gli strumenti che la democrazia ci dà, con la forza che il popolo italiano ci dà, per impedirvi questo misfatto".
On. Giovanni Artieri: "L' Italia vi guarda, l' Italia che non è il paese ufficiale e illusorio da voi rappresentato, ma il paese reale che soffre e giudica. E' un' Italia che voi non conoscete e che attende dal prossimo futuro le condizioni per riparare lo scempio e lavare dal volto della Patria l' onta delle vostre decisioni".
On. Mario Tedeschi: "Il nostro NO rimane consacrato, perchè voi passerete, ma la nazione resta e partendo da questo NO potremo ricominciare".
On. Ferruccio De Micheli Vitturi: "Ho parlato, signor Presidente, forse per l' ultima volta, in questo Parlamento, non soltanto come cittadino italiano che trent' anni fa ha perso il diritto di vivere nella propria terra, e la cui famiglia si è battuta per generazioni per le due redenzioni, ma anche come cittadino italiano che avrebbe il diritto di poter credere nel proprio Governo. Alla conclusione di questo dibattito mi esprimerò con un voto che sarà al tempo stesso di dolore e di sdegno, ma di commiserazione".
On. Renzo De Vidovich: "Mi consenta, onorevole ministro degli affari esteri, di contestare anche sul piano storico, per aver vissuto in prima persona il dramma del 1953 con l' onorevole Petronio, allora tutti e due giovanissimi, ciò che ella ha affermato circa il ritorno di Trieste all' Italia. Io voglio ricordarle, onorevole ministro, che non è per l' azione del Governo italiano che Trieste è tornata all' Italia. Trieste è tornata all' Italia perchè il 5 e 6 novembre 1953 noi, gioventù nazionale di Trieste, siamo scesi nelle piazze di Trieste e abbiamo avuto sei morti e centocinquantatrè feriti perchè gli "alleati" inglesi e americani ci hanno sparato addosso senza tanti complimenti. Non c' erano comunisti insiema a noi a combattere gli yankees, non c' erano gli uomini di sinistra: eravamo solamente noi. Abbiamo sempre detto che con noi c' erano Italiani di tutti i partiti, anche se poi quando uno moriva o veniva colpito in tasca trovavano la tessera della Giovane Italia, della Goliardia Nazionale e del Movimento Sociale Italiano. Ma noi continuiamo a dire che in piazza c' erano tutti gli Italiani, anche se avevamo la sfortuna di cadere solo noi. Ricordo Pierino Addobbati, dalmata come me, che faceva parte del mio gruppo: era il più giovane e fu il primo che cadde; ricordo Francesco Paglia, segretario della Goliardia Nazionale, segretario della Giunta dell' Intesa studentesca di cui assuzi la responsabilità il 6 novembre 1953, dopo la sua morte. Ricordo Nardino Manzi, facente parte di uno dei gruppi degli attivisti più splendidi del Movimento Sociale Italiano; Erminio Bassa, lavoratore della nascente CISNAL, Saverio Montano, Antonio Zavadil e altri centocinquantatrè feriti. Fummo noi e me ne assumo la responsabilità - l' amico Petronio è presente e me ne può dare atto - che deliberatamente, sapendo che voi ci avreste negato le armi che pure avevate portato a Trieste ed erano dislocate in vari posti, facemmo la sortita contro il governo militare alleato; fummo noi che determinammo con il sangue il ritorno di Trieste all' Italia. E se il 26 ottobre dell' anno successivo vi affrettaste a firmare il memorandum d' intesa, fu perchè avevamo dato un anno di tempo e il 26 ottobre era ormai vicino a quel 4 novembre in cui saremmo insorti. Lo dicemmo responsabilmente: io ero così ingenuo che ne feci addirittura un manifesto firmato. Dicemmo chiaramente che i governi italiani non erano all' altezza della situazione - quelli di ieri non erano poi tanto diversi da quelli di oggi - noi saremmo scesi in piazza, avremmo cacciato gli americani e gli inglesi - di cui volevamo essere alleati, non servi - e ci saremo conquistati quella libertà nazionale che era il simbolo e la continuazione del Risorgimento... Chiudo questo mio intervento dicendo quello che già avevamo scritto nel 1954 su un pezzo di Carso murato al confine di Muggia: A Muggia termina la Repubblica Italiana, ma l' Italia continua!".

(capitolo tratto da
"Storia del Msi" 1992,
di Giuseppe Puppo)

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