Gli Eroi Irredentisti

" Su questa Patria giura e farai giurare ai tuoi fratelli, che sarete sempre, ovunque, e prima di tutto, Italiani "

(Nazario Sauro)

GUGLIELMO OBERDAN, FRANCESCO RISMONDO, CESARE BATTISTI, NAZARIO SAURO, ENRICO TOTI, FABIO FILZI, DAMIANO CHIESA, CARMELO BORG PISANI, VINCENZO SERRENTINO, I MARTIRI DI ZARA ITALIANA, I CADUTI DI VIA IMBRIANI PER TRIESTE, I "DESAPARECIDOS" DI FIUME E I CADUTI NEL '53 PER TRIESTE ITALIANA

GUGLIELMO OBERDAN
Guglielmo OberdanIrredentista italiano, nato a Trieste nel 1858 e morto nella stessa città nel 1882. Dopo gli studi medi nella città natale, nel 1877 si trasferì a Vienna dove iniziò gli studi di ingegneria ma, richiamato alle armi l' anno successivo, fuggì a Roma dove frequentò l'università svolgendo contemporaneamente un' intensa attività irredentista. Nel settembre del 1882, in occasione di una visita che l' imperatore Francesco Giuseppe si accingeva a compiere a Trieste, per il del quinto centenario della così detta "dedizione" della città agli asburgo, Oberdan partì per la città natale, insieme all'istriano Donato Ragosa, con l' intenzione di compiere un attentato contro di lui. Tradito da una spia e trovato in possesso di due bombe, fu arrestato e condannato a morte sulla forca dopo che Francesco Giuseppe aveva rifiutato la grazia. Morì il 20 dicembre 1882 gridando "Viva l'Italia viva Trieste libera". Subito dopo la sua morte si formarono in Italia circoli intitolati al suo nome.

FRANCESCO RISMONDO
Irredentista italiano, nato a Spalato nel 1885 e morto nel 1915. Nel maggio del 1915 si trasferì in Italia e si arruolò volontario nella guerra contro l'Austria. Ferito e fatto prigioniero nel campo di concentramento di Opacchiasella nel Carso, dopo un combattimento contro gli austro - ungarici, morì il 10 agosto 1915 mentre capeggiava una rivolta di prigionieri. Fu chiamato da D' Annunzio "L'Assunto della Dalmazia". Medaglia d'argento al valor militare.

CESARE BATTISTI
Irredentista e politico italiano, nato a Trento nel 1875 e morto nella stessa città nel 1916. Laureatosi a Firenze tornò nella città natale dove svolse intensa attività politica e giornalistica come esponente socialista e appassionato assertore dell'italianità del Trentino (allora sotto l'Austria). Gli stessi ideali egli sostenne al parlamento viennese, al quale fu eletto nel 1911. Scoppiata la prima guerra mondiale, si trasferì a Milano e si adoperò per una efficace propaganda a favore dell'intervento italiano nel conflitto. Nel 1915, dopo l'entrata in guerra dell'Italia, si arruolò in un reggimento di alpini, ma 10 luglio 1916, fu fatto prigioniero dagli austriaci con Fabio Filzi e due giorni dopo impiccato per alto tradimento nel castello del Buonconsiglio di Trento: Battisti affrontò il patibolo con grande coraggio, gridando "Viva l'Italia" nell'istante supremo.

NAZARIO SAURO
Glorioso patriota italiano e Ufficiale di marina, nato a Capodistria il 20 settembre 1880 e morto a Pola il 10 agosto 1916. Mai sopportò l'oppressione e la tirannide dello straniero nella sua Istria. Ufficiale della marina austriaca, allo scoppio della prima guerra mondiale emigrò a Venezia dove tosto si mettè in diretta e assidua comunione con i profughi irredenti colà convenuti. Nel maggio del 1915 si arruolò volontario nella marina da guerra italiana come tenente di vascello e partecipò a numerose imprese in acque nemiche, grazie alla profonda conoscenza delle coste istriane, quarnerine e dalmate e distinguendosi per numerose e audaci azioni. Tali imprese riscossero l'ammirazione viva e gli encomi solenni dei superiori, tanto che dopo breve tempo gli venne assegnata la medaglia d'argento al valor militare e la croce di cavaliere della corona d'Italia. Ma, in una di queste, il 31 luglio 1916, mentre a bordo del sommergibile "Giacinto Pullino" era in missione verso il porto di Pola (allora sotto il dominio austro-ungarico), s' incagliò sull'isolotto della Galiola, all'ingresso del golfo del Quarnero. Fatto prigioniero con tutto l'equipaggio, fu riconosciuto da un ignobile e deferito al Tribunale di guerra che lo condannò a morte per alto tradimento. Durante il processo anche la madre cercò di salvarlo non riconoscendolo come suo figlio.
Il 10 agosto 1916 il nostro indimenticabile Eroe salì il patibolo innalzato dagli asburgo nel cortile delle carceri militari di Pola. Prima di porgere il collo al boia assassino, Nazario Sauro gridò con voce possente: "Viva l'Italia Morte all'Austria". Ripetè il grido lancinante per ben tre volte e serenamente si preparò a morire. Così fieramente si concluse la vita di uno dei più grandi martiri dell'Irredentismo italiano.
Alla sua memoria fu concessa Medaglia d'oro al valor militare.

ENRICO TOTI
Patriota italiano, nato a Roma nel 1882 e morto nei pressi di Monfalcone nel 1916. Nonostante non fosse delle terre nord-orientali allo scoppio della prima guerra mondiale volle essere arruolato nel III battaglione bersaglieri ciclisti, nonostante avesse subito l'amputazione della gamba sinistra in seguito a un infortunio sul lavoro. Dopo essersi distinto in una battaglia a Selz nel 1915, un anno più tardi nei pressi di Monfalcone, fuori dalla trincea, incitava i compagni alla lotta e fu ferito tre volte, ma prima di morire tirò la stampella contro il nemico.
L'eroico gesto, simbolo di fede e di valore, gli valse la medaglia d'oro alla memoria.

FABIO FILZI
Irredentista italiano, nato a Pisino (Istria) nel 1884 e morto a Trento nel 1916. Militò fin da giovane nelle organizzazioni irredentistiche italiane. Infatti, oltre alla sua Istria, anche il Trentino era, in quel periodo, sotto il dominio austro-ungarico. Richiamato nell'esercito austriaco, alla scoppio del primo conflitto mondiale, fuggì in Italia dove svolse un' intensa propaganda per l'intervento militare. Sottotenente e volontario degli alpini, fu fatto prigioniero con Cesare Battisti il 10 luglio 1916 e giustiziato nel castello del Buonconsiglio di Trento.

DAMIANO CHIESA
Irredentista italiano, nato a Rovereto (Trentino) nel 1894 e morto a Trento nel 1916. Sfuggito all'esercito austriaco, allo scoppio del primo conflitto mondiale, si arruolò volontario sotto falso nome nell' esercito italiano, con alcuni compagni dell' università di Genova. Catturato e riconosciuto, fu processato e fucilato nel castello del Buonconsiglio di Trento. Morì a ventidue anni il 19 maggio 1916.

CARMELO BORG PISANI
Carmelo Borg Pisani Irredentista italiano, nato a Senglea (Malta) nel 1915 e morto nella stessa isola nel 1942. Nel 1940 era uno dei tanti maltesi che si trovavano a Roma per gli studi. Sin da quando aveva quattordici anni, era iscritto alle Organizzazioni Giovanili all'Estero a La Valletta. Convinto dell'italianità di Malta, si sentiva italiano e non suddito di Sua Maestà Britannica, di cui Malta in quel periodo era una colonia. Arruolatosi volontario, fra gli italiani, per la guerra in Grecia nel 1940, al suo rientro frequentò a Messina un corso per allievi ufficiali nell'Artiglieria costiera. In previsione di una invasione italiana a Malta chiese volontariamente di essere sbarcato clandestinamente nella sua isola. L'offerta non fu rifiutata, ma una volta sull'isola, due giorni dopo fu riconosciuto da un anglo-maltese e denunciato. Condannato a morte per alto tradimento fu impiccato il 28 luglio 1942. Medaglia d'oro alla memoria.

VINCENZO SERRENTINO E I MARTIRI DI ZARA ITALIANA
Infoibati, affogati, impiccati, fucilati e falciati giornalmente dalla fame. Dei deportati in Slavonia e in altre parti dei Balcani, non si seppe più nulla. La pulizia etnica in Dalmazia, iniziata con il primo grande esodo della popolazione di lingua italiana dopo il Trattato di Rapallo del 1920, fu sanguinosamente completata poco dopo l' ultimo conflitto mondiale. A Zara, roccaforte di italianità nella Dalmazia settentrionale, dopo l'ingresso dei partigiani titini nell'ottobre del 1944, vennero soppresse migliaia di persone. Vincenzo Serrentino era il prefetto della città, nominato capo della provincia dall'autorità della Repubblica Sociale Italiana, resse le disperate sorti nell'ultimo anno di Zara italiana. Su ordine del ministero dell' interno di Salò, abbandonava la città nell' ottobre del 1944, riparando a Trieste. Il 5 maggio del 1945 veniva catturato dai soldati di Tito che avevano occupato il capoluogo giuliano. Condannato alla fucilazione, morì a Sebenico il 15 maggio 1947, dopo due anni di carcere. L' altro prefetto Vezio Orazi, il capitano dei carabinieri Umberto Buonassisi e il tenente di artiglieria Giacinto Trupiano, furono assassinati in un'imboscata vicino alla città. Tutti colpevoli di difendere l' italianità di Zara. Protagonisti, i soliti partigiani con la stella rossa. Così nell'indifferenza della Repubblica Italiana riposa chi per l' Italia e per la Dalmazia libera diede la vita: uomini pieni di ideali. Ma non tutti li hanno dimenticati.

I CADUTI DI VIA IMBRIANI PER TRIESTE
(tratto da www.triesteitaliana.it)
Quella mattina del 5 maggio 1945, finito il coprifuoco (che durava fino alle 10), un drappello non certo cospicuo di donne, bambini, operai e tramvieri fu fatto dirigere dal nuovo potere costituito verso piazza Unità per manifestare, con tanto di bandiere e cartelli, a favore della Jugoslavia, oltre che della "Fratellanza italo-slovena". Per reazione una passante sventolò vicino all'Hotel de la Ville un tricolore italiano davanti ad alcuni soldati neozelandesi. Uno di questi afferrò la bandiera, la sventolò e se la legò al collo. Alcuni passanti, presi dall'entusiasmo per questo inatteso gesto, portarono il milite in spalla fin sotto la prefettura e il municipio e poi tornarono davanti all'Hotel de la Ville, che pochi giorni prima era stato requisito dagli jugoslavi dopo l'allontanamento dei tedeschi. Un ufficiale titino uscì dall'edificio e si pose sulla scaletta di un camioncino sottratto ai tedeschi chiedendo alla gente lì radunata che cosa volesse. La risposta pare sia stata Italia, Italia. Intimorito sia dalla chiarezza della risposta sia dal numero crescente di manifestanti, l'ufficiale pare abbia sostenuto che Tito non voleva Trieste, ma solo il benessere della città.
Incurante, la folla proseguì verso piazza Tommaseo. Una parte continuò per piazza della Borsa e per corso Italia, un'altra risalì per via San Nicolò e, all'altezza di via Roma, via San Spiridione e via Dante, confluì nel folto corteo che spontaneamente si era formato. Diffusasi infatti la notizia della bandiera italiana "presa in carico" da un soldato neozelandese, erano cominciate ad affluire in zona sempre più persone. Alle finestre di casa molti esposero i tricolori italiani, alcuni ancora con lo stemma sabaudo, altri con un buco in mezzo. Delle bandiere vennero anche lanciate dalle finestre ai dimostranti, che le presero e le sventolarono ben volentieri in un clima di festa e di ritrovata libertà. Nel frattempo il piccolo corteo filo-titino si era ben che dileguato.
Una volta che il corteo ebbe raggiunto piazza Goldoni, ci fu chi propose di andare a San Giusto, ma il capitano in congedo Bruno Gallico "contropropose" di recarsi al sacrario di Oberdan. Cantando Fratelli d'Italia, migliaia di manifestanti (c'è chi ha detto addirittura 50mila) tornarono in corso e girarono alcuni per via Imbriani, altri per via Dante. La polizia titina, fortemente preoccupata, prima tentò invano di disperdere i manifestanti, poi sparò sulla folla tra corso Italia e via Imbriani uccidendo Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli, Mirano Sancin e ferendo altre dieci persone, che furono ricoverate all'Ospedale Maggiore. Anche le bandiere italiane ai balconi furono crivellate di colpi.
I manifestanti, presi dal panico, cercarono di mettersi in salvo, ma il caos e la paura provocarono ulteriori ferimenti. I miliziani titoisti corsero dietro a chiunque si trovasse a tiro, persino dentro gli edifici privati. Del resto non riconoscevano certo la proprietà privata... Alcuni salirono sui tetti per meglio controllare la situazione. Nel frattempo i prelevamenti di italiani a scopo di arresto, deportazione o infoibamento si accentuarono.
Il comandante delle truppe neozelandesi di stanza in città, generale Freyberg, convocò la sera stessa nel palazzo del Lloyd alcuni ufficiali sia jugoslavi sia neozelandesi minacciando un intervento armato nel caso fossero sopraggiunte altre truppe con la stella rossa. Ovviamente il generale informò i sui superiori di quanto era accaduto. Pare sia stato proprio questo sollecito di Freyberg a smuovere gli alti comandi anglo-americani, che fino ad allora avevano nicchiato.
L'esito fu per intanto che le autorità jugoslave di occupazione, presentatesi il 3 maggio in qualità di Comando supremo della Slovenia che aveva proclamato lo "stato di guerra" (!!!), cominciarono a parlare di Settima Federativa: magra consolazione, si dirà... Il giorno successivo, coprendosi di ridicolo, fecero pubblicare su "Il nostro avvenire" un articolo in cui attribuivano la colpa della strage ai fascisti e alla Gestapo, che avrebbero sobillato e organizzato la folla.
Facciamo presente che tanto i fascisti quanto i nazisti si erano dileguati da Trieste prima del 30 aprile, lasciando che a combattere contro i volontari della libertà e i titini fossero essenzialmente i soldati della marina da guerra tedesca. Ma ormai il 5 maggio i combattimenti in tutta la Venezia Giulia erano terminati. Per giunta i dimostranti italiani non erano armati se non di qualche bandiera e di tanta speranza. La loro falcidie fu dunque assolutamente gratuita.
Purtroppo la notizia della strage non ebbe vasta eco in Italia, dove il governo e i partiti del Cln, evidentemente ben "consigliati" dagli anglo-americani e dai russi, non avevano interesse a creare un "caso Trieste" nel momento in cui sull'Europa stava calando la "cortina di ferro". Né alla "stampa libera" importava molto della faccenda...
Eppure i tragici eventi del 5 maggio 1945 davano un quadro molto preciso della situazione: la città era occupata da truppe straniere, che non esitavano a sparare sulla folla straripante che osava manifestare pacificamente e gioiosamente la sua volontà di tornare all'Italia. Ma forse in Italia l'ordine del nuovo potere ciellenistico era di dimenticare questi sventurati e ingenui fratelli in previsione della rinuncia a quei territori...

I "DESAPARECIDOS" DI FIUME E I CADUTI NEL '53 PER TRIESTE ITALIANA
Una pagina di eroismo e di amore di patria ancora poco nota è quella degli italiani di Fiume che preferirono la morte alla stella rossa dei comunisti jugoslavi. Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito, avide di sangue si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che da sempre avevano dimostrato sentimenti di italianità. A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s' ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d' ogni ceto e d' ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "Desaparecidos". Gli avversari da mettere subito a tacere vennero individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno stato libero, in alcuni esponenti del C.L.N. e in altri membri della resistenza italiana. Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell' italianità di Fiume. Furono uccisi i due senatori Riccardo Gigante e Icilio Bacci, il prof. Gino Sirola, il dott. Mario Blasich e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre cinquecento fiumani furono infoibati, impiccati, fucilati, strangolati e affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli Irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza Verdi: non era fiumano ma era venuto a Fiume con i legionari e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano "Maresciallino". Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro "Viva la Jugoslavia!". Lui, pur così piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: "Viva l'Italia!". Lo sollevarono come un bombolotto di pezza e lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui più volte: "Viva l'Italia! Viva l'Italia!" sempre più fioco, sempre più spento, finchè il grido non divenne un bisbiglio, finchè la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno morì più semplicemente per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo di nome Giuseppe Librio diede tutti i suoi diciott' anni di vita pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo di Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945, Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell' "Imitazione di Cristo": "...non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa , che è l' ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia e falciati giornalmente dall' odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino gli sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno: non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido fortissimo, più forte delle raffiche di mitra, sarà: Viva l'Italia!". "Viva l'Italia!" fu l' ultimo grido di fede e di dolore anche di Nicola Marzucco. Legionario fiumano e ardente patriota italiano; arrestato il 3 maggio 1945, portato a Castua legato. Mentre gli slavi infierivano sul corpo del senatore Gigante, Nicola prese a gridare "Viva l'Italia" e venne a sua volta massacrato. Sempre nel nome dell'italianità e della libertà, cadde eroicamente Adolfo Corradi. Patriota e legionario fiumano, dopo l'occupazione della città venne arrestato e condannato a morte. Accompagnato da due poliziotti al cimitero di Cosala fu obbligato a scavarsi la fossa. Particolarmente coraggioso, approfittando di un momento di disattenzione del milite, con la vanga che teneva in mano spaccò la testa di un aguzzino e venne fulminato dall' altro con una scarica di mitra.
E non si può non ricordare il martirio di Italo Belletti, un universitario di vent' anni tra i più eroici difensori di Montona, un piccolo borgo nel cuore dell'Istria. Torturato per giorni nelle carceri, picchiato a sangue come Gesù, prima di essere condotto al supplizio, ad una amica, alla quale un carceriere forse commosso aveva permesso di visitarlo, disse: "Morirò, ma ti prego, quando verrà il plebiscito per la nostra Istria, metti anche la mia scheda nell'urna e scrivici sopra a chiare lettere: ITALIA". Morì il 5 maggio 1945.
Mentre gli studenti scendevano in piazza per Trieste italiana diedero la vita per la patria gli ultimi dei nostri irredenti: il 5 novembre 1953 caddero uccisi dalla polizia civile, pagata dagli inglesi, lo studente quindicenne Piero Addobbati esule da Zara e Antonio Zavadil, anni 50. un'immagine dei funerali delle vittime '53All'imbrunire, duemila persone in piazza dell'Unità reclamarono l'esposizione del tricolore, ma verranno dispersi dalla polizia. Il giorno dopo l'esasperazione raggiunse il punto massimo. Cortei di cittadini sboccarono da tutte le strade verso piazza dell'Unità. La polizia, di fronte alla marea, temette di essere travolta e reagì aprendo il fuoco. Morirono l'universitario Francesco Paglia, anni 24 e segretario della "Goliardia Nazionale" e della "Giunta dell'Intesa Studentesca", Erminio Bassa, anni 52 e lavoratore della nascente "CISNAL", l'ex partigiano Saverio Montano, anni 50 e Leonardo Manzi. Leonardo Manzi aveva 17 anni e aveva dovuto abbandonare Fiume. Morì da profugo a Trieste il 6 novembre 1953, sul sagrato della chiesa di S. Antonio. Nelle sue mani stringeva forte un tricolore. Nelle sue tasche trovarono arrossata di sangue, la tessera della "Giovane Italia". Due giorni dopo, l'8 novembre 1953, una folla immensa partecipò ai funerali delle vittime. A fine cerimonia, un enorme corteo accompagnò le salme al cimitero (nella foto un'immagine). In un clima di rabbia e di dolore il popolo giuliano diede l'Addio agli ultimi dei nostri Irredenti.
A nessuno di questi eroi semplici e sconosciuti, l'Italia concederà una medaglia alla memoria. "Il sacrificio non è mai vano" è un'affermazione di Mazzini, al cui pensiero l' attuale Repubblica Italiana dice ridicolmente di ispirarsi. Ma non tutti li hanno dimenticati e non li dimenticheranno. Quando l'Italia risorgerà, ritrovando se stessa, gli eroi di Fiume e di Trieste avranno il posto che gli spetta nella storia della Nazione.

Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione del 26 ottobre 2004 50° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia, ha concesso la Medaglia d'Oro al Valor Civile alla memoria dei sei Caduti del novembre 1953. La Lega Nazionale, promotrice di questa richiesta, esprime viva soddisfazione per il riconoscimento dell'estremo sacrificio di Francesco Paglia, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Pierino Addobbati e Antonio Zavadil, tutti e sei soci della Lega Nazionale stessa.

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